“Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). «Ah no, io mio marito non lo sopporto più: lascia sempre il tubetto del dentifricio aperto». «Mia moglie? Ha messo su tanti di quei chili da quando l’ho conosciuta … non la posso guardare!». «Mio marito non è capace a far niente». «Mia moglie si trascura, non provo più niente per lei». «Mio marito è un brontolone, non resisto con lui un giorno di più». «Quante volte te lo devo ripetere che devi spegnere la luce se non sei più in una stanza?!». «E io quante volte devo dirtelo che il bagno va lasciato pulito?!». «Ti lamenti sempre per tutto». «Anche tu».
No, non è l’incipit di una commedia teatrale ma la – triste – realtà di molte nostre giornate. Di molti matrimoni. Ma come, non dovevamo essere misericordiosi gli uni verso gli altri? Se non si è misericordiosi verso “l’estraneo più intimo che c’è”, il coniuge appunto, con chi possiamo esserlo? “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1 Gv 4, 20). E chi può – anzi deve – essere il primo destinatario della misericordia? Se siamo sposati, è ovviamente il coniuge! Ma, allora, che cos’è la misericordia nuziale? Come si manifesta? Come si vive? Come si realizza?
Il matrimonio cristiano è il sacramento della Misericordia per eccellenza. Promettendo solennemente – davanti a Dio – di amare e onorare l’altro per tutta la vita e in tutte le condizioni (in salute e in malattia) è proprio alla Misericordia che ci si affida. Non più e non solo come singoli ma come coppia.
Guardare la moglie o il marito con gli occhi della misericordia significa amarlo come lo amerebbe – e lo ama! – Dio. Significa donare senza la pretesa di ricevere. Perdonare prima che esigere di essere perdonati. E significa attuare la Misericordia di Dio nella misericordia umana.
Fatta anche di piccole cose quotidiane. Di tubetti di dentifricio e chili di troppo. Di capelli spettinati o di quel vestito che a noi proprio non piace. Di pancetta e cellulite. Dell’altro che vorremmo sempre scattante, simpatico, allegro, in forma, brillante. Ma che, al contrario, può essere noioso, triste, impacciato, stanco, malato.
Questa è la misericordia nuziale: guardare l’altro come lo guarda Dio prima di come lo guarderemmo noi. O almeno, provarci. A Dio interessano l’amore, l’impegno, la dedizione e la fedeltà ben prima di tutto il resto. Ben prima dei limiti e dei difetti. E così dovremmo cercare di fare anche noi. Vedere il bello, vedere il dono, vedere la Grazia nell’altro e dell’altro. Prima di tutto il resto.
Parlare di questo, oggi, significa voler celebrare con semplicità, ma altrettanta concretezza, ciò che ci suggerisce la Chiesa. La prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta Domenica in Albis (da colore delle vesti bianche indossate nel momento del battesimo, che i fedeli deponevano in quel giorno) è la grande festa della Divina Misericordia. Quest’anno, poi, è ancor più speciale: ricorrono i venticinque anni dall’approvazione ufficiale del culto, per volere di San Giovanni Paolo II. E ricorrono anche i venticinque anni dalla canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, cui Gesù rivelò questo messaggio importantissimo. Non possiamo, quindi, voltarci dall’altra parte. Far finta che tutto questo non esista o, peggio, che non ci riguardi.
Per pregare la Divina Misericordia bisogna averla sperimentata. Bisogna cercare di viverla. Bisogna cercare di donarla. E tutti noi l’abbiamo ricevuta nel momento stesso in cui siamo nati. Come preghiamo nelle litanie: “Misericordia di Dio, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza: confidiamo in Te!”. E ancora: “Misericordia di Dio, che ispiri speranza contro ogni speranza: confidiamo in Te!”.
Pazienza, allora, se l’altro non è esattamente come lo vorrei. Pazienza se quel difetto da cui lotta – lui/lei per primo, magari da anni – continua a darmi fastidio. Mi allena alla misericordia! Pazienza se non è perfetto, perché non lo sono neanch’io! Ma insieme – con la benedizione del nostro sacramento – siamo immagine di Dio e apostoli anche noi, come Santa Faustina, della Misericordia. Se sappiamo essere misericordiosi. Che non è il black friday dell’amore o l’indulto dei difetti ma il saper andare oltre per vedere l’Oltre, quello di Dio. Che ci ha amati per primi. Prima dei nostri peccati e delle nostre piccolezze. Prima che Gli dicessimo sì. Prima che ci dicessimo sì. Perché Lui aveva già puntato tutto su di noi.
Fabrizia Perrachon
Acquista il libro con gli articoli più belli del blog
Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.