Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

Vi racconto una consulenza telefonica che ho offerto a una moglie che si trova in un momento di forte sconforto e di grande dolore. Credo sia importante raccontarla, preservando l’anonimato dei protagonisti, perchè ciò di cui parleremo è più comune di quanto si possa pensare. Forse con altre modalità ma con le stesse identiche spinte psicologiche.

Le mie conclusioni sono solo una ipotesi ponderata da quanto ho ascoltato. Ma credo possano fornire una chiave interessante sulla quale tutti possono riflettere. Su come le nostre ferite e il copione infantile possano influenzare le relazioni adulte. Lui ha deciso di sposarsi dopo un fidanzamento molto lungo, ma non per una vera convinzione, bensì perché lei è rimasta incinta. E ora, dopo tanti anni di matrimonio, tradisce ripetutamente sua moglie. Non con una sola donna, ma con tante: escort, prostitute, relazioni occasionali. Si può definire un’abitudine compulsiva, un meccanismo che non riesce (o non vuole) fermare.

Lei invece è lì. Ferma. In attesa. Svuotata. Umanamente distrutta da anni di distacco, freddezza, abbandono. Nessuna intimità. Nessun dialogo. Solo qualche gesto, a volte, quando lui torna a cercarla per avere un rapporto sessuale — poche volte all’anno. Cerca un senso e l’amore nella relazione e nella cura della figlia. Ha smesso di sentirsi moglie per essere soltanto mamma. Non c’è violenza fisica, ma una solitudine che grida vendetta al cielo. Lei per tanti anni non ha voluto vedere. Poi è scoppiata e non è riuscita più a far finta di niente. Eppure lui non se ne va. Resta lì, quasi come a rivendicare un ruolo che non vuole esercitare veramente: quello del marito.

Una storia come tante, ma unica nel dolore

Questa consulenza nasce da un grido, quello della moglie. Una donna credente, fedele, che non riesce a comprendere come sia possibile che un uomo prometta amore eterno e poi lo tradisca in modo così sistematico. Ma dietro ogni tradimento si nasconde una storia, e dietro ogni storia, un copione.

Il copione di vita e la spinta: “Sii forte”

Secondo l’Analisi Transazionale, ognuno di noi sviluppa da piccolo un copione di vita, cioè una storia che inconsciamente scriviamo su noi stessi e sul mondo, spesso per sopravvivere alle ferite dell’infanzia. In questo caso, l’uomo in questione ha vissuto un’infanzia con un padre che si comportava allo stesso modo: assente, infedele, anaffettivo. Quel modello paterno non solo ha generato sofferenza, ma ha anche trasmesso una spinta psicologica, quella del “Sii forte”.

La spinta “sii forte” impone di non mostrare emozioni, di non avere bisogno di nessuno, di non chiedere aiuto. Chi la riceve da piccolo, interiorizza l’idea che il valore della propria persona si misura nella capacità di resistere da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Mostrare fragilità significherebbe, dunque, non valere abbastanza.

Ma il bambino interiore non sparisce. Resta lì, nascosto, e quando non trova spazi sani per esprimersi, esplode in comportamenti disordinati: come la compulsione sessuale, la trasgressione, la doppia vita. Il tradimento diventa allora un grido: “Amami! Guarda che io esisto!”.

Il corpo usato per colmare un vuoto

Il problema, però, è che quel bambino non vuole sesso: vuole essere visto, accolto, amato per come è. Eppure l’adulto ferito che porta dentro questa parte rifiutata cerca disperatamente conferme attraverso il corpo delle altre, consumando rapporti impersonali come anestetici contro il vuoto. Ma l’effetto svanisce subito. E allora si riparte, sempre più lontani dalla verità e dalla relazione autentica. È la dipendenza affettiva a freddo, quella in cui l’altro è solo uno strumento per calmare un dolore profondo, senza mai incontrarsi davvero.

Cosa può fare la moglie?

A questa donna non ho potuto consigliare solo pazienza e preghiera. Non perché non siano importanti, ma perché l’amore cristiano non è passivo. L’amore, quando è vero, cerca la verità, anche a costo di passare dalla croce.

Le ho proposto di interrompere il circolo vizioso dell’accomodamento. Di uscire dalla dinamica dove lei aspetta che lui cambi, mentre lui sa che può continuare a comportarsi così, perché tanto lei non lo lascerà mai. Non si tratta di abbandonare, ma di dare un segnale forte: “Io ci sono, ma non così. Non a queste condizioni. Non posso essere complice del tuo disordine e della tua fuga dalla tua parte più vera.”

La proposta concreta è stata questa: una terapia personale per entrambi, ancor prima che di coppia, dove lui possa iniziare a dare voce a quel bambino che non ha mai potuto dire: “Ho bisogno”, “Mi sento solo”, “Mi sento inadeguato”. E ne ha bisogno anche lei. Perché alla fine, non si tratta solo di salvare un matrimonio. Si tratta di salvare lei, farle comprendere che è un’anima amata, una figlia preziosa, una donna degna di essere vista, rispettata e amata — sul serio.

Ma — e questo è fondamentale — se lui rifiuta questo cammino, lei deve iniziare a pensare a una separazione, almeno temporanea. Non per vendetta, ma per amore. Per amore di sé stessa, della verità, della propria dignità. E forse anche per dare uno shock a lui, che ha anestetizzato la coscienza.

Non si salva chi non vuole essere salvato

Nel Vangelo, Gesù non forza mai nessuno. Chiede: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’amore rispetta la libertà. Ecco perché la moglie non può rimanere eternamente nell’attesa che l’altro si converta. Anche Dio, quando il popolo di Israele gli è infedele, si ritira. Non per orgoglio, ma per rispetto della libertà dell’altro. Lasciando la porta aperta. Anche questo è essere fedeli. Lei non cerca un altro uomo, continuerà ad amare e ad essere fedele a suo marito.

Come dice Papa Francesco in Amoris Laetitia (§137): “L’amore si nutre di libertà. Non può esistere una forma di amore imposta. Occorre che ognuno sia libero di decidere di amare, anche a costo di pagare un prezzo.”

Riscoprire la propria vocazione all’amore

A questa donna ho detto che il suo valore non dipende dalla fedeltà del marito. Che lei non è “meno moglie” perché lui ha tradito, anzi. Lei è ancora oggi una testimone del Vangelo dell’amore. Ma deve anche capire che la carità verso sé stessi è parte della carità cristiana. Ha diritto a essere rispettata, ad amare senza umiliarsi, a scegliere una strada che le consenta di non smettere di amare, ma di farlo in verità.

Spesso pensiamo che l’amore vero debba sopportare tutto. Ed è vero, ma questo non significa accettare tutto. Significa trovare la strada che sia la più vera per amare. Stare con un marito così senza chiedere nessun cambiamento, non significa amare il marito ma significa avere un comportamento evitante. Sono forse io il custode di mio fratello?

A questa donna ho consigliato di proporre un cammino, ma anche di prendere una decisione, se necessario. Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.

E allora sì, forse nascerà davvero qualcosa di nuovo. Non più sulle ceneri del dolore, ma sulla verità della propria fragilità finalmente accolta.

Antonio e Luisa

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3 Pensieri su &Idquo;Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

  1. “Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.” E se invece di migliorare e tornare dalla moglie il marito inizia una relazione con un’altra, che ha già altri figli?

    Troppo dolore, specialmente per i propri figli, hai ragione: l’amore deve essere libero e bisogna rispettare anche un pò la propria dignità imparando a rispettare se stessi, e lo si fa scoprendo che anche se da bambini non si è stati accolti, c’è un Padre che ci ama infinitamente, ma le conseguenze di una decisione così possono essere bruttissime, soprattutto per i figli che devono subirle, forse, e lo dico piano piano, sarebbe meglio continuare a sacrificarsi e santificarsi in un matrimonio così, piuttosto che fare del male ai figli, perché magari l’altro non riflette, non torna, e si fa una nuova vita, più “allegra”, coinvolgendo, purtroppo, anche i figli che, soprattutto se adolescenti, non riescono a distinguere ciò che è giusto, buono, da ciò che non lo è.

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  2. Carissimi, leggendo il testo di questo blog vedo che manca la prima parte, la causa prima. Per esperienza professionale e accademica, accade nella modernità (dagli anni ‘90 in poi) che a causa della educazione assistenziale, le funzioni passionali sono molto più potenziate di quelle razionali (specie la volontà), quindi si ottengono personalità EGOCENTRICHE PASSIONALI ADOLESCENZIALI (che maturano fra i 50-60 anni di età), dei giudici, che piene di aspettative, si frustrano e deludono al semplice differenza comportamentale, dunque, tolgono l’affetto coniugale per senso di svuotamento passionale, mandando in crisi affettiva il coniuge. È questo è il primo TRADIMENTO del patto coniugale. Il coniuge in crisi vede la sua amata nelle altre donne e cerca affetto per TRASPOSIZIONE non per tradire. Questo “pseudo tradimento” viene usato dalla moglie come “colpa del marito” ma in realtà è un effetto da lei originato, non è una causa. La soluzione allora è che la moglie diriga il suo interesse al di fuori di sé , sugli obiettivi familiari, collaborando e non facendo il giudice frustrato, apprezzando le differenze come maggiori risorse familiari e rispettando le competenze di ciascuno.

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