In questo articolo ho cercato di rielaborare le parole di papa Leone che abbiamo ascoltato nell’Udienza Generale di mercoledì scorso.
C’è una domanda che Gesù fa a un uomo paralizzato da trentotto anni. È lì, steso accanto a una piscina che — si diceva — aveva il potere di guarire chi vi si immergeva. E Gesù, invece di prenderlo in braccio o confortarlo con una carezza, gli fa una domanda spiazzante: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6).
Sembra una provocazione. Ma nel matrimonio, quante volte siamo anche noi lì: fermi, frustrati, con il cuore pieno di attese disattese, e ci sentiamo paralizzati. E Gesù, con amore ma senza sconti, ci guarda e ci chiede: “Ma tu, davvero vuoi guarire la tua relazione? O ti stai accontentando di lamentarti, sperando che cambi tutto… l’altro?”
Quando nel matrimonio ci si ammala di passività
Il paralitico racconta a Gesù che non riesce a entrare nella piscina perché “non c’è nessuno che lo aiuti”. Quante volte, nelle coppie, sentiamo la stessa frase:
- “Mio marito non mi capisce”
- “Mia moglie non mi supporta”
- “Io do tanto e non ricevo nulla”
Ecco che il matrimonio diventa una piscina dove si spera che “l’altro” arrivi prima di me, si accorga del mio bisogno, faccia lui o lei il primo passo. Ma questo — nella logica di Gesù — non è amore maturo, è paralisi emotiva. È il “gioco psicologico del vittimismo”, direbbe l’Analisi Transazionale: delegare la propria felicità alla buona volontà dell’altro.
L’amore non è aspettare, è scegliere
Gesù non consola. Gesù non si commuove. Gesù responsabilizza. Gli dice: “Alzati. Prendi la tua barella. Cammina.” Cioè: riprendi in mano la tua parte. Assumiti la responsabilità della tua storia. Non restare bloccato nella posizione passiva del “se solo l’altro cambiasse…”. Nel matrimonio cristiano, l’altro non è un salvatore. L’altro è compagno di cammino. E la guarigione avviene quando entrambi smettono di guardarsi come ostacolo o speranza, e si riconoscono come alleati nel Signore.
La barella non si butta: si porta con sé
Una delle immagini più potenti dell’episodio è la barella. Gesù non dice: “Lasciala lì, dimentica il passato.” No. Gli dice: “Prendila.” Perché anche nel matrimonio, la storia ferita non si cancella. Si integra. Le delusioni, gli sbagli, i litigi — non vanno rimossi. Vanno portati con dignità. Perché sono parte del cammino. Sono proprio quei momenti in cui non ci siamo capiti, in cui ci siamo feriti, che oggi possono diventare trampolino di guarigione, se scelgo di riprenderli in mano con uno sguardo nuovo.
Dalla paralisi al cammino condiviso: una questione di Adulto interiore
In chiave psicologica, questo passaggio è un cambio di stato dell’Io. Il paralitico era bloccato nel suo Bambino adattato, pieno di lamentele, paure, deleghe. Gesù lo chiama nel suo Adulto interiore, capace di prendere decisioni, di rientrare in alleanza con la propria libertà.
Nel matrimonio succede lo stesso: finché restiamo nei giochi del “tu hai sbagliato”, “io faccio tutto”, “tu non mi capisci”, siamo dentro un copione ripetitivo, sterile. Il cambiamento parte quando uno dei due (basta anche solo uno!) si alza dalla propria posizione e dice: “Io scelgo di amare. Io scelgo di guarire, oggi.”
La domanda resta: vuoi guarire davvero?
Molti matrimoni oggi non sono finiti perché ci si è traditi o fatti troppo male. Ma perché ci si è lasciati andare alla paralisi. All’inerzia. Al “tanto è sempre così”. E invece Gesù oggi guarda ogni coppia e pone la stessa domanda: “Vuoi guarire? O preferisci rimanere lì, aspettando che sia l’altro a cambiare?”
Il miracolo, nel Vangelo, accade solo dopo che l’uomo sceglie. Si alza. Cammina. Con la sua barella sotto il braccio. Non è la guarigione che porta al cammino. È il cammino scelto che apre la strada alla guarigione.
Nel matrimonio cristiano non ci salviamo a vicenda. Ma insieme possiamo rispondere alla chiamata di Cristo, che non ci vuole immobili ad aspettare, ma in piedi, decisi, con la nostra storia in spalla e lo sguardo rivolto avanti. E quando uno dei due comincia a camminare — anche se l’altro è ancora seduto — il Signore può fare il resto.
Antonio e Luisa
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