Sono sceso nel giardino dei noci

In questo capitolo ci lasceremo guidare da due chiavi: il giardino come metafora dell’amore da custodire e della donna stessa, e lo sguardo come atteggiamento di chi sa fermarsi, osservare con cura e restituire valore e riconoscimento. In particolare, ci soffermeremo sul misterioso “giardino dei noci”, un’immagine densa di significati nascosti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

«Sono sceso nel giardino dei noci, per vedere il verde della valle, per vedere se la vite ha messo germogli, se sono fioriti i melograni. Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.»

La scena che il Cantico ci presenta è carica di poesia e simbolismo. Il giardino, nella Scrittura, è spesso immagine della donna amata (cfr. Ct 4,12: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa»). Qui l’uomo entra in quel giardino con sguardo attento e cuore vigile, per vedere se la vita in esso custodita sta portando frutto.

L’uomo come giardiniere, non padrone

L’amato non è il proprietario del giardino, ma il suo custode. È un’immagine potentissima anche dal punto di vista teologico: come Adamo fu posto in Eden «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2,15), così ogni sposo riceve sua moglie come un dono di Dio, da proteggere e far fiorire. Non per dominarla, ma per servirla.

In chiave relazionale è importante comprendere perchè è specificato che si tratta di un noceto. Il “giardino dei noci” rappresenta l’intimità più profonda della persona, protetta come il frutto da un guscio duro. L’amato “scende” — gesto di umiltà e intenzionalità — per avvicinarsi alla parte più autentica della sposa. Questo richiede un atteggiamento da Genitore affettivo positivo, capace di rispetto, pazienza e ascolto, evitando il Genitore Critico che invade o giudica. Solo con cura costante e gesti di fiducia il guscio si apre, permettendo al “Bambino Libero” dell’altro di emergere, portando freschezza, spontaneità e gioia nella relazione, e consolidando un legame affettivo stabile e generativo.

Un giardino lasciato a sé stesso si riempie presto di erbacce. Così il matrimonio. Senza cura, attenzione e gesti concreti di amore, anche i legami più forti si impoveriscono. San Paolo, parlando agli Efesini, ricorda: «Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). L’amore sponsale è, per sua natura, oblativo: non si limita a “non fare il male”, ma si impegna attivamente per il bene dell’altro.

Un amico una volta mi disse sorridendo: «Fai sentire la tua donna regina per un giorno, e lei sarà tua per tutto il mese». È una battuta, ma coglie un aspetto reale: la donna amata e rispettata si apre con fiducia e restituisce amore in misura moltiplicata.

Il testo prosegue con un versetto enigmatico: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.» La figura di Ammi-nadìb, forse un capo delle tribù di Giuda o un riferimento a un carro regale, evoca potenza, onore, prontezza alla battaglia. L’amato, colpito dall’amore della sua sposa, si sente trasformato: l’insicurezza lascia spazio a una forza nuova.

Questa dinamica è evidente anche nella vita reale: l’uomo che si sente amato acquista fiducia, trova energie che non sospettava di avere. È come Pippo che, grazie alla “nocciolina” dell’amore, diventa SuperPippo. Non è romanticismo ingenuo: è psicologia concreta. L’amore autentico attiva in noi risorse nascoste, ci motiva a superare ostacoli, ci fa uscire dalla modalità “sopravvivenza” per entrare in quella di “donazione”.

Il potere dello sguardo che incoraggia

Donne, non sottovalutate mai il potere del vostro sguardo sul cuore di vostro marito. Un uomo può sopportare il peso di mille difficoltà, ma difficilmente regge il peso del disprezzo nella propria casa. San Giovanni Bosco diceva: «Il segreto dell’educazione è l’amore». Vale anche nel matrimonio: più di mille correzioni, spesso basta un sorriso, una parola di fiducia, un grazie sincero per riaccendere il desiderio di dare il meglio.

Al contrario, la critica costante — soprattutto se espressa nel tono del “Genitore Critico” — logora la relazione. Non perché la correzione non serva, ma perché senza amore e riconoscimento essa viene percepita come rifiuto personale.

Il ringraziamento come stile di vita

Ringraziare è un atto di umiltà e di riconoscimento. Maria, pur senza capire tutto, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Anche noi, nel matrimonio, siamo chiamati a ringraziare non solo per ciò che comprendiamo, ma anche per ciò che resta misterioso. Perché il coniuge è, nel bene e nei limiti, un mistero di grazia affidato alla nostra custodia.

Dire grazie non è formalità: è una scelta che rompe la spirale della pretesa e apre alla gratitudine reciproca. È un modo per dire: «Ti vedo, riconosco ciò che fai per noi, apprezzo il tuo impegno». E quando ci si sente visti e apprezzati, il cuore si apre più facilmente alla donazione.

Uno dei rischi più grandi dopo anni di vita insieme è quello di dare l’altro per scontato. Il Cantico, invece, ci ricorda che l’amore è fatto di continua ricerca: «Sono sceso nel giardino…» significa non smettere mai di “scendere” nell’anima dell’altro per conoscerlo di nuovo.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia (n. 134), scrive: «Il tempo che si dedica alla cura e all’attenzione verso l’altro non è tempo perso, ma tempo guadagnato, perché costruisce legami duraturi e profondi». È un invito a non fermarsi alla superficie, a non pensare di sapere già tutto dell’altro, ma a rimanere curiosi e attenti, come il giardiniere che ogni giorno scruta i segni di vita tra le foglie.

Questo passo del Cantico ci insegna che l’amore non è statico: è un giardino che chiede cura, è una forza che trasforma, è uno sguardo che incoraggia, è un grazie che rigenera. Dal punto di vista teologico, ci mostra il matrimonio come icona dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore fedele, oblativo, fecondo. Dal punto di vista relazionale, ci invita a coltivare la tenerezza, a parlare il linguaggio della fiducia, a creare spazi di gratitudine.

E allora, cari sposi, scendete ogni giorno nel “giardino” che vi è stato affidato. Osservate, custodite, irrigate con parole buone, con gesti di attenzione, con preghiera reciproca. Così, quando vi guarderete negli occhi, potrete dire anche voi: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso forte come un carro regale».

Antonio e Luisa

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