Riprendiamo dai versetti: ancora una volta troviamo Salomone che non si stanca di contemplare la sua Sulamita. E noi, siamo capaci di custodire questo sguardo di meraviglia verso chi amiamo? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
L’amato: Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista.
L’amato torna ancora una volta ad elogiare la sua sposa. È una descrizione che non nasce dalla fretta, ma dalla contemplazione: egli la guarda, e nel guardarla la descrive. Non è un elenco oggettivo, è un canto. Nel Cantico dei Cantici, infatti, non assistiamo a una narrazione cronologica, ma a un itinerario di coppia, fatto di ritorni, cadute e riscoperte. È un percorso sponsale che si ripete, come accade nella vita matrimoniale: ci si perde e ci si ritrova, ci si stanca e ci si rinnova. La contemplazione non è un evento unico, ma una disciplina che salva l’amore dal logorarsi.
Qui l’amato parte dai piedi e risale verso l’alto, quasi a dire: non mi basta averti guardata una volta, ti voglio rivedere sempre, ancora e ancora. È il desiderio di ripetizione che non annoia, ma che rigenera. Chi ama davvero non si stanca mai di tornare a sorprendersi dell’altro. La domanda allora ci interpella: noi siamo capaci di questo sguardo? Oppure ci fermiamo al già conosciuto, pensando di non avere più nulla da scoprire?
La regalità dell’altro
Figlia di principe. Salomone riconosce la dignità regale della sua sposa. Non è un possesso, non è un oggetto: è una regina che si dona liberamente. Qui sta un punto decisivo per ogni coppia: io non posso amare davvero se non riconosco la regalità dell’altro. Se penso che mi appartenga, tradisco la logica dell’amore. Il corpo e il cuore del coniuge non si prendono, si accolgono. Non posso pretendere nulla: posso solo donarmi e sperare di essere accolto.
Ogni volta che questo accade, ogni giorno in cui la libertà dell’altro sceglie di donarsi, dovremmo saper ringraziare. Non solo il coniuge, ma anche Dio, che ha reso possibile quell’incontro. “L’amore vero non è mai possesso, ma gratitudine” scrive don Luigi Maria Epicoco, ricordandoci che la gratitudine è l’unico terreno fertile in cui l’amore può crescere.
Il testo biblico parla dei fianchi come di capolavoro di mani d’artista. L’amato riconosce che la bellezza della sposa non è solo sua, ma rimanda a un Altro, all’opera creatrice di Dio. È la stessa esclamazione di Adamo in Genesi: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gen 2,23).
L’uomo, davanti alla donna, non può che meravigliarsi. Eppure, proprio lì si nasconde un rischio: quello di dimenticare che non è stato lui a trovarla, ma Dio a condurgliela. Il Signore Dio plasmò la donna e la condusse all’uomo (Gen 2,22). La relazione sponsale è quindi dono che proviene da Dio, non frutto di una semplice iniziativa umana.
Quando invece ci illudiamo di conoscere già tutto dell’altro, lo riduciamo a proiezione di noi stessi. È il pericolo di confondere la somiglianza con l’identità: l’uomo è definito dal testo biblico ish e la donna è ishah, simili ma non identici. L’altro non è un duplicato di sé, ma un mistero da rispettare.
Il rischio della fusione
Qui tocchiamo un punto psicologico delicato. Quante coppie cadono nella tentazione di sovrapporre all’altro i propri desideri, interessi, sensibilità? In questo modo non incontrano più la persona amata, ma un’immagine di sé stessi. L’altro diventa specchio, non alterità. È la dinamica del possesso: io ti assimilo, ti inglobo, ti annullo.
Eppure l’amore, per essere vero, ha bisogno del contrario: non di fusione, ma di incontro. Non di possesso, ma di accoglienza. Papa Francesco lo ricorda con forza: L’amore autentico non annulla le differenze, ma le valorizza, perché l’altro non è un nemico da domare, ma un dono da accogliere (Amoris Laetitia, 139).
Per questo la Genesi aggiunge subito: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (Gen 2,24). È un versetto apparentemente illogico, eppure è la chiave che impedisce il possesso. Lasciare significa non restare prigionieri delle proiezioni della propria storia familiare, né delle proprie idee preconcette di amore. Significa uscire dal nido delle abitudini e dalla pretesa di conoscere già tutto. Solo chi lascia può davvero incontrare.
Unirsi, allora, non è fusione, ma alleanza: riconoscere che non si è arrivati, ma che si deve camminare insieme, sempre oltre. L’altro non lo possederò mai del tutto, ma lo scoprirò di continuo. E diventare “una sola carne” non indica la perfezione assoluta, ma la capacità di riconoscersi fragili insieme. La carne, nella Bibbia, è il luogo della debolezza: essere una sola carne vuol dire riconoscere il limite e aprirsi alla generazione, non solo dei figli, ma di nuova vita nella relazione.
La meraviglia che custodisce
Alla fine, il Cantico ci ricorda che l’amore vive di meraviglia. Dove non c’è più stupore, l’altro diventa invisibile. Ma se imparo a guardare il coniuge come figlio di principe, come capolavoro di Dio, ogni giorno posso rinnovare la mia scelta. Non è facile, perché richiede di lottare contro l’egoismo che vorrebbe possedere, contro la paura che vorrebbe difendersi, contro la tentazione di ridurre l’altro a un oggetto.
Eppure, proprio lì, nel riconoscere il mistero dell’altro, si apre l’esperienza di Dio. Perché Dio stesso ha messo nell’amore umano il segno della sua presenza. Come scrive San Giovanni Paolo II: L’uomo non può vivere senza amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore (Redemptor Hominis, 10).
Così, il Cantico non è solo un poema d’amore umano, ma un invito a ritrovare lo sguardo originario: quello che sa dire, ancora oggi, davanti al proprio sposo o alla propria sposa, con cuore stupito e grato: Tu sei dono. Tu sei mistero. Tu sei capolavoro nelle mani di Dio.
Antonio e Luisa
Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.