Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa (Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-1251) È da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli. […] Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. […] A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio … Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero. […] Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni
Ieri abbiamo vissuto la bellissima festa dei santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, anche se siamo nel giorno seguente non ci fa male riflettere un poco sulla figura di Raffaele. Nello stralcio di omelia di san Gregorio Magno troviamo uno schema conciso ma chiaro di questi tre arcangeli, però noi ci limitiamo a concentrare la nostra riflessione su Raffaele, in quanto è protagonista nel libro di Tobia, un libro che narra la storia d’amore di una coppia, quasi fosse una sorta di romanzo rosa dell’epoca.
Ci sono già autori illustri che hanno approfondito questo libro con saggi e pubblicazioni di vario genere, noi facciamo solo un focus su un dettaglio anche se per saperne di più vi invitiamo a leggere il già citato libro di Tobia.
Raffaele è stato l’aiuto che Dio inviò a Tobia certamente per togliere la cecità a Tobi (il padre di Tobia) ma soprattutto per sanare la situazione di Sara, successe quello che col linguaggio moderno chiameremmo una liberazione da un’infestazione demoniaca di cui era vittima la promessa sposa di Tobia, Sara per l’appunto.
Vi riportiamo alcuni versetti del capitolo 8 del succitato libro, nei quali si racconta la prima notte di nozze tra Tobia e Sara:
[1]Quando ebbero finito di mangiare e di bere, decisero di andare a dormire. Accompagnarono il giovane e lo introdussero nella camera da letto. [2]Tobia allora si ricordò delle parole di Raffaele: prese dal suo sacco il fegato e il cuore del pesce e li pose sulla brace dell’incenso. [3]L’odore del pesce respinse il demonio, che fuggì nelle regioni dell’alto Egitto. Raffaele vi si recò all’istante e in quel luogo lo incatenò e lo mise in ceppi. [4]Gli altri intanto erano usciti e avevano chiuso la porta della camera. Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza». [5]Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: […]
A questo punto comincia una preghiera meravigliosa che vi invitiamo a fare vostra, ma soprattutto è qui il punto nevralgico della presenza di Raffaele: la medicina di Dio.
Cari sposi, forse proprio ora che state leggendo vi sentite malati, malati non tanto nel corpo quanto nel cuore, nell’anima, nella relazione. Se avete la percezione che la vostra relazione sia malata, allora c’è bisogno di una medicina superiore, una medicina che guarisca la cecità di lui che non vede la femminilità di lei, la cecità di lei che non fa fiorire la mascolinità di lui. Se è così avete bisogno di Raffaele.
Invocatelo, invocatelo insieme, se questo è un periodo di malattia spirituale, morale o relazionale che sia, non vergognatevi di invocarlo e soprattutto di invocarlo insieme. Spesso capita che in questi periodi bassi gli sposi si allontanino l’uno dall’altra ancora di più, mentre invece in questi momenti l’unione fa la forza, proprio come fanno le formiche quando devono uccidere il terribile calabrone che vuole depredare il loro nido : essendo esse molto più piccole del predatore, si uniscono in un numeroso gruppo, lo accerchiano e lo assaltano insieme, così facendo la temperatura del calabrone sale fino a che muore abbrustolito dal troppo calore corporeo raggiunto.
Coraggio allora, cominciamo con il fare squadra tra noi e se volete chiedere aiuto attraverso una novena qui il link.
Giorgio e Valentina.
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