Beati gli sposi riconoscenti

Cari sposi, oggi vorrei iniziare subito riportando il commento di Papa Benedetto al brano evangelico che la Chiesa ci offre:

Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero, torna a ringraziarlo (cfr. Lc 17, 11-19). A lui il Signore dice: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc 17, 19). Questa pagina evangelica ci invita ad una duplice riflessione. Innanzitutto, fa pensare a due gradi di guarigione: uno, più superficiale, riguarda il corpo; l’altro, più profondo, tocca l’intimo della persona, quello che la Bibbia chiama il “cuore”, e da lì si irradia a tutta l’esistenza. La guarigione completa e radicale è la “salvezza”. Lo stesso linguaggio comune, distinguendo tra “salute” e “salvezza”, ci aiuta a capire che la salvezza è ben più della salute: è infatti una vita nuova, piena, definitiva. Inoltre, qui Gesù, come in altre circostanze, pronuncia l’espressione: “La tua fede ti ha salvato”. È la fede che salva l’uomo, ristabilendolo nella sua relazione profonda con Dio, con sé stesso e con gli altri, e la fede si esprime nella riconoscenza. Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora l’aprirsi dell’uomo alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: “grazie”! (Angelus, 14 ottobre 2007).

Desidero prendere spunto da questo discorso del Papa perché contiene le coordinate principali che ci fanno cogliere la ricchezza della Parola del Signore oggi. Anzitutto, a prima vista, la Chiesa ci presenta un intreccio di due personaggi: Naaman il Siro e un anonimo lebbroso samaritano.

Partiamo dal fatto che sono due persone nemiche di Israele, il primo per essere un pagano e militare di carriera, al servizio della politica di violenta espansione del suo re Ben-Adad (860-841 a.C.); il secondo, lo sappiamo bene, appartiene a un popolo che ha voltato le spalle al Regno di Giuda e a Gerusalemme e farsi una fede tutta sua, imitando malamente la religione ebraica autentica. Ragioni sufficienti per essere condannati ed esclusi, e invece accade proprio il contrario.

Appunto per essere lontani, hanno un approccio distinto con la Grazia che viene loro offerta, ora da Eliseo ora dallo stesso Gesù in persona. Cioè, non sono succubi del “si è sempre fatto così” e delle routine mortali di chi ha sempre avuto queste cose sotto gli occhi, ma obbediscono al dono che ricevono. Per cui la prima grande lezione è l’obbedienza al Signore, anche nelle cose che ci capitano, nella realtà quotidiana. Diceva S. Francesco di Sales: “Nulla avviene se non per la volontà di Dio, o per il suo permesso; e nulla avviene che Egli non possa far concorrere al nostro bene” (Filotea, III, cap. 10). Spesso è proprio la fissazione sulle nostre attese che ci impedisce di entrare nei percorsi di guarigione che Dio ci offre; invece, entrambi, fidandosi, accolgono un bene che cambia in meglio la loro vita.

In secondo luogo, tale abbandono e fiducia obbediente genera la gratitudine, la gioia di essere stati graziati, colmato di un bene. Non è affatto un caso che a essere grati siano due che hanno fatto l’esperienza della malattia, cioè esattamente la mancanza di quel dono e di quel bene. Invece, chi ce l’ha, non può avere lo stesso atteggiamento, ma rischia seriamente di vivere nella monotonia della scontatezza.

Infine, vi è qui il tema della gratitudine. Una virtù largamente praticata da Gesù che sovente ringraziava il Padre per tutto quello che Gli concedeva, al punto che il gesto dell’amore più grande, quello con cui dona la vita per gli amici, è divenuto il Ringraziamento per eccellenza, ossia tradotto in greco, l’Eucarestia.

Ora a questo punto ci trova davanti a una sorta di “bivio”: si può essere guariti e non cambiare nel profondo del cuore oppure la guarigione può diventare preludio di salvezza; sta solo a noi, alla nostra libertà, scegliere quale strada prendere. Difatti, quella guarigione vuole essere, nella mente di Dio, l’inizio della conversione, ce lo confermano i tanti miracoli che Gesù ha compiuto, i quali erano il preambolo per mostrare la grandezza della Grazia, la capacità di trasformare il cuore dell’uomo e redimerlo.

E così, la gratitudine ci consente di dare quel passo in più e di ottenere non solo una guarigione, come del resto qualsiasi bene concreto e materiale, ma soprattutto la salvezza, che è la pienezza del bene, sia materiale che spirituale. San Tommaso D’Aquino, nella Summa, scrive: “Chi è grato per un beneficio ricevuto, prepara sé stesso a riceverne un altro” (Summa Theologiae, II-II, q.106., a.3, ad 3), e quindi una grazia tira l’altra, fino ad arrivare a quella con la G maiuscola: la salvezza, il dono della fede, la grazia di una relazione viva con Lui, caparra della Beatitudine eterna.

Quindi, come cristiani siamo chiamati ad essere grati, sempre. Il mondo, il mainstream ci vuole rendere avidi, bulimici e annoiati per cercare qualcos’altro e in fin dei conti, sentire il bisogno di comprarlo. Invece la gratitudine è sobria e sa accontentarsi del dono ricevuto.

Come si traduce tale Parola nella vostra vita di sposi? Anzitutto voi sposi siete chiamati, in forza del sacramento nuziale, a un’obbedienza reciproca. Lo esprime bene S. Paolo (Ef 5, 21) quando dice che la prima obbedienza è al coniuge. Ma in quale senso lo dice? Ce lo spiega bene San Giovanni Paolo II: “L’amore esclude ogni genere di sottomissione, per cui la moglie diverrebbe serva o schiava del marito, oggetto di sottomissione unilaterale. L’amore fa sì che contemporaneamente anche il marito è sottomesso alla moglie, e sottomesso in questo al Signore stesso, così come la moglie al marito. La comunità o unità che essi debbono costituire a motivo del matrimonio, si realizza attraverso una reciproca donazione, che è anche una sottomissione vicendevole” (Udienza 11 agosto 1982). 

Cioè per voi sposi il tramite ordinario con cui vi parla il Signore, dopo evidentemente la propria coscienza, è il coniuge, ed è su questo punto che siete invitati ad approfondire la vostra relazione, perché diventi fonte di grazia.

In secondo luogo, la gratitudine. Già ci ricordava Papa Francesco le famose 3 parole speciali per gli sposi “scusa, permesso e grazie” (cfr. Udienza del 13 maggio 2015). La gratitudine sponsale si situa nel riconoscere il proprio amore e la propria relazione come un dono di Dio. Quanti di voi avete costruito con sudore e sangue un matrimonio solido, ma sapete bene che è Cristo il grande protagonista e a Lui va riconosciuto sempre il merito. La gratitudine vi aiuta così a restare sempre in relazione con lo Sposo e a vedervi sempre un dono reciproco.

Ed infine, la guarigione e la salvezza. Quanto appena detto è il preludio per sanare tante ferite. Solo quando si vede in Cristo la fonte della grazia e si portano a Lui le ferite e le sofferenze, Egli può compiere la sua azione guaritrice, come diceva S. Agostino: “Avvicinatevi a lui e sarete illuminati; avvicinatevi al medico e sarete guariti” (Enarrationes in Psalmos 85,5). Che azione sanante compie Cristo su di voi? Lo dice ancora Giovanni Paolo II: “Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del «principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente”.

Cari sposi, più permettete a Gesù Sposo di agire nella vostra relazione, più Lo ascoltate, ringraziate, benedite e più Lui vi renderà saldi e uniti nel Suo Amore.

ANTONIO E LUISA

“Sottomessi vicendevolmente” è una delle espressioni più belle del Vangelo, ma anche una delle più difficili da vivere. Non sempre entrambi riescono a farlo nello stesso modo o con la stessa forza: spesso uno dei due prende l’iniziativa, sembra il più “debole”, ma in realtà è il più forte, perché ama per primo. Io ringrazio Dio ogni giorno per avermi donato una sposa così: la sua sottomissione libera, dolce e piena d’amore mi ha insegnato cosa significa donarsi davvero, mettendo l’altro e la famiglia al primo posto. E mi ha dato la motivazione e il desiderio di donarmi a mia volta, totalmente.

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