Dal dovere al dono: come l’immagine di Dio trasforma l’amore coniugale

Nel Vangelo di oggi, due uomini salgono al tempio per pregare: un fariseo e un pubblicano. Entrambi si rivolgono a Dio, ma lo fanno in modo molto diverso. Il fariseo elenca ciò che ha fatto bene; il pubblicano si limita a dire: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». Solo quest’ultimo torna a casa “giustificato”, cioè riconciliato, libero. Perché? Perché ha scelto di stare davanti a Dio come figlio, non come dipendente. E da quel modo di stare davanti a Dio nasce anche un modo di stare accanto al coniuge.

Quando davanti a Dio ci sentiamo giudicati, nel matrimonio diventiamo giudici

Il fariseo vive la sua fede come un curriculum. Ha bisogno di sentirsi migliore per sentirsi al sicuro. La sua relazione con Dio è basata sul merito: “Io valgo se faccio bene.” È il figlio che ha interiorizzato l’immagine di un genitore normativo: esigente, perfezionista, poco affettivo.
E così anche nel matrimonio porta dentro quella stessa voce. Diventa un marito (o una moglie) che misura tutto: chi fa di più, chi ha ragione, chi si comporta “bene”. È il tipo di partner che corregge più che incoraggia, che pretende più che ascoltare, che crede di essere giusto ma in realtà vive nella paura di sbagliare.

Quando un coniuge vive davanti a un Dio “giudice”, poi diventa giudice anche in casa.
Lo si riconosce da frasi come:
– «Io non sbaglio mai, il problema sei tu.»
– «Io faccio tutto, tu non fai abbastanza.»
– «Se solo tu fossi diverso…»

Il fariseo interiore ci porta a confondere la responsabilità con la colpa, la verità con la durezza, la fedeltà con il controllo. Non lo facciamo con cattiveria: è semplicemente il modo in cui abbiamo imparato a essere amati. Ma è un modo che ci toglie la pace. Perché finché ci sentiamo amati solo se siamo perfetti, non riusciremo mai ad accogliere la fragilità dell’altro.

Quando davanti a Dio ci sentiamo amati, nel matrimonio impariamo ad amare

Il pubblicano, invece, si presenta davanti a Dio come figlio. Non ha paura di mostrarsi fragile, non deve fingere. Non si giustifica, non si paragona: si affida. Il suo modo di pregare rivela una relazione diversa: lui ha scoperto un Dio affettivo, non normativo. Un Dio che non ti ama perché sei giusto, ma che ti rende giusto perché ti ama. Questa esperienza di misericordia cambia tutto — anche nel matrimonio. Chi si sente amato così, diventa capace di amare così. Chi ha sentito su di sé la tenerezza del Padre, non riesce più a vivere nella durezza. Sa chiedere scusa, sa perdonare, sa dire: “ho bisogno di te.”

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, il pubblicano è colui che si lascia guidare dal suo Adulto e dal suo Bambino Libero: riconosce la realtà, accetta i limiti e si apre al contatto autentico. Nel matrimonio, questo significa saper dire:
– «Non devo avere sempre ragione.»
– «Posso mostrarmi fragile, e non sarò rifiutato.»
– «Anche se sbaglio, resto amato.»

È la scoperta che la relazione non si fonda sulla perfezione, ma sulla misericordia. E la misericordia nasce solo dove si è sperimentata prima la misericordia di Dio.

Due modi di pregare, due modi di stare insieme

Il fariseo prega per sentirsi superiore. Il pubblicano prega per sentirsi figlio. E così anche nel matrimonio ci sono due modi di “pregare a due”. C’è la preghiera del fariseo: quella che fa di Dio un giudice e dell’altro un colpevole. Una preghiera fatta di lamentele mascherate da buone intenzioni: “Signore, aprile gli occhi, fa’ che capisca i suoi errori.”

E poi c’è la preghiera del pubblicano: quella che nasce dal cuore spezzato, ma vero. Quella che dice: “Signore, abbi pietà di noi, perché non sappiamo amarci come vorremmo.” È lì che lo Spirito Santo comincia a guarire la coppia. Non quando uno dei due ha ragione, ma quando entrambi si rimettono nelle mani del Padre. Perché il matrimonio è un tempio, non un tribunale. È il luogo dove due poveri peccatori si tengono per mano davanti a Dio, e insieme imparano a credere che la misericordia è più forte del peccato.

Dal controllo alla comunione

Chi vive come il fariseo non riesce a lasciarsi amare. Chi vive come il pubblicano, invece, scopre che l’amore non è un premio, ma un dono. Il passaggio da uno stato all’altro non avviene in un giorno, ma è il cammino di tutta una vita matrimoniale. Si comincia accettando di non essere perfetti, ma perfettibili. Accettando che l’altro non è un nemico da correggere, ma un compagno di pellegrinaggio. E soprattutto, ricordando che Dio non è un revisore dei conti, ma un Padre che fa festa per ogni ritorno.

Quando nel matrimonio impariamo a stare davanti a Dio come il pubblicano, cambia anche il modo di affrontare i conflitti. Non c’è più il bisogno di “vincere”, ma di riconciliarsi.
Non c’è più la paura del giudizio, ma la fiducia nella misericordia reciproca. Si diventa capaci di pregare insieme anche nei momenti di crisi, di chiedere perdono con sincerità, di lasciarsi toccare dal dolore dell’altro senza sentirsi in colpa o in difetto. È allora che la coppia diventa sacramento vivo: luogo dove si riflette il volto di un Dio che non giudica, ma salva.

amare come figli, non come giudici

Il fariseo e il pubblicano non rappresentano solo due modi di pregare, ma due modi di amare. Il primo ama con la testa, l’altro con il cuore. Il primo cerca di cambiare l’altro, il secondo si lascia cambiare da Dio. Il primo è sempre in difesa, il secondo sempre in cammino. Nel matrimonio, la vera conversione non è dal peccato alla perfezione, ma dal controllo alla comunione. È passare da un amore che misura a un amore che accoglie, da una fede che giudica a una fede che perdona. E forse questo è il segreto di ogni coppia che resiste: non l’essere perfetta, ma l’essere sempre disposta a ricominciare, come il pubblicano in fondo al tempio, che dice ogni giorno: «Signore, abbi pietà di noi, perché solo nella Tua misericordia possiamo restare uniti.»

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