In questo articolo vi racconto un episodio accaduto ormai alcuni anni fa. Credo però possa essere importante per analizzare, attraverso la nostra storia, dinamiche abbastanza comuni tra le coppie di sposi. Luisa si è alzata di pessimo umore. Sono giorni che dorme poco, si alza prestissimo per correggere i compiti e preparare le lezioni. Durante il giorno ci sono i ragazzi, la casa, mille piccole cose che sembrano sempre di troppo. Questa mattina, probabilmente, si è svegliata con tutto il peso addosso. Una casa che non le piace vedere così, un corpo stanco, e dentro la sensazione di non farcela. Io collaboro, ma anche in due si fa fatica. Fatto sta che non le andava bene niente. Era nervosa, contrariata, chiusa. Non potevo neanche mettere un po’ di musica che subito la abbassava, come se anche la radio fosse diventata una minaccia. Tutto era troppo. E tutto quello che facevo io, in quel momento, sembrava solo peggiorare la situazione.
Anni fa, in una mattina così, sarebbe bastato uno sguardo o una parola per far scattare il mio orgoglio. Avrei risposto, avrei alzato la voce, o mi sarei chiuso in un silenzio risentito, quel silenzio che sa di punizione. Perché quando ci si sente attaccati, il primo impulso è difendersi. È quasi automatico. Quella mattina, invece, è successo qualcosa di diverso. Dentro di me c’è stato un momento di vuoto, un secondo in cui ho potuto vedermi reagire prima ancora di reagire. È stato come se lo Spirito mi avesse fermato un istante prima del punto di rottura, lasciandomi il tempo di respirare e guardare meglio.
Il momento in cui ti accorgi di te
Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, quel momento è un piccolo miracolo di consapevolezza. È l’Adulto che si sveglia, e guarda le mosse del proprio Bambino ferito e del Genitore severo. Dentro di me, in un attimo, ho sentito le due voci contrapposte: da una parte il mio Bambino che diceva “non è giusto, perché devo sopportare tutto io?”, e dall’altra il mio Genitore che ribatteva “ecco, è sempre la solita storia, non si può mai parlare con calma!”. E in mezzo, l’Adulto, quello che ha imparato a restare presente, che non si lascia trascinare né dalla rabbia né dal bisogno di avere ragione. L’Adulto che sa riconoscere che non tutto quello che accade riguarda me. Quella mattina, la vera prudenza è stata questa: non fare nulla per qualche secondo, lasciare che l’impulso scivolasse via, e osservare. Mi sono detto: non sta parlando con me, sta parlando col suo dolore. Non serviva una lezione, non serviva una difesa. Serviva qualcuno che restasse lì, accanto, senza scappare e senza contrattaccare.
Quando l’altro non ce l’ha con te, ma col mondo
Chi ama da tanto tempo sa che certi nervosismi non sono rivolti alla persona che si ha davanti. Sono grida che vengono da dentro, sfoghi che cercano spazio, stanchezze che non trovano parole. Ma serve maturità per capirlo, perché il primo istinto — quasi sempre — è prenderla sul personale. Mi sono accorto che dietro la rabbia di Luisa non c’era disamore, ma senso di inadeguatezza. Era come se dicesse, senza dirlo: Non ce la faccio più, mi sento sbagliata, non sono abbastanza. E se avessi reagito, se avessi ribattuto, avrei solo confermato quella paura. Avrei reso reale ciò che lei temeva: non essere accolta nel suo limite.
La prudenza, quel giorno, non è stata una strategia ma una forma di tenerezza. È stata la capacità di restare fermo, di non lasciarmi trascinare dalla mia emotività, di non cedere alla tentazione di correggere o di scappare. Ho scelto di restare, e di servire nel silenzio. Ho abbassato la musica, ho fatto colazione senza dire nulla, ho provato a togliere qualche peso, a sbrigare qualcosa al posto suo. Non per paura, ma per amore. Perché certe volte l’amore si dice senza parole.
La forza che nasce dal non reagire
È strano come, in momenti così, si sperimenti una forma di forza diversa da quella che il mondo riconosce. Non la forza di chi domina, ma quella di chi contiene. Contenere non è reprimere, ma custodire. Custodire la propria emozione, per non ferire l’altro. Custodire la relazione, mentre l’altro attraversa la sua tempesta. C’è una pace che arriva solo dopo aver resistito all’urgenza di rispondere. Una pace che non nasce dal sentirsi migliori, ma dal sentire che il male non ha vinto, che non ti ha trascinato nella sua catena di reazioni. La prudenza, in fondo, è questo: interrompere la catena. Fermare quel “tu mi attacchi – io mi difendo – tu reagisci – io mi allontano” che rovina tante relazioni. Quella mattina, non c’è stata nessuna esplosione. Solo un piccolo atto di fedeltà silenziosa. E a mezzogiorno, un abbraccio. Un abbraccio che valeva più di mille parole, perché diceva: nonostante tutto, io ci sono.
La maturità dell’amore
Ci sono amori giovani e amori maturi. L’amore giovane ha bisogno di sentirsi sempre capito, accolto, corrisposto. L’amore maturo sa che ci sono giorni in cui l’altro non può dare, e che è proprio allora che si ama davvero. Non serve che tutto sia reciproco per essere vero. A volte, la reciprocità passa attraverso la pazienza. E la prudenza è il volto più concreto di questa pazienza: la capacità di aspettare il ritorno dell’altro, senza forzarlo, senza accusarlo, senza chiudersi. In quella mattina, io non ho perso tempo a chiedermi chi avesse ragione. Ho solo provato a restare presente. E proprio lì, nel silenzio, ho sentito crescere qualcosa di nuovo dentro di me: una sorta di pace, come se l’amore avesse scavato un solco più profondo.
Le piccole morti quotidiane
Non reagire quando vorresti farlo è una piccola morte. Morte del tuo orgoglio, della tua voglia di vincere, del tuo bisogno di essere capito. Ma è anche il seme di una resurrezione. Ogni volta che muore il tuo ego, nasce una libertà nuova. E quella libertà diventa spazio per Dio. È come se lo Spirito, nel momento in cui tu taci, potesse agire al tuo posto. Quella mattina, nella mia scelta di non rispondere, c’era un piccolo atto di fiducia: Signore, io non so come gestire questa situazione, ma Tu sì. Falla passare Tu. E infatti è passata. A mezzogiorno, non c’era più nulla di quella tensione. Solo la leggerezza di due persone che si ritrovano senza nemmeno chiedersi “scusa”. Perché certe scuse si dicono con gli occhi.
L’altro non è il mio nemico
Nel matrimonio, impari che l’altro non è mai il tuo nemico, anche quando ti sembra ostile. Il vero nemico, spesso, è la parte di te che non vuole crescere, quella che vuole sempre “avere ragione” o “avere l’ultima parola”. Quella parte che si difende a tutti i costi perché ha paura di non essere amata. Quando riesci a guardare questa parte con verità, scopri che la prudenza non è una maschera ma una guarigione. Non è trattenersi, ma scegliere consapevolmente di non aggiungere dolore a dolore. È capire che il momento dell’altro non è contro di te, ma davanti a te: una chiamata ad amare meglio. E così, il conflitto non diventa una minaccia, ma un’occasione di intimità più profonda. Un invito a scendere nel punto in cui l’amore non è più una reazione, ma una decisione.
Il frutto silenzioso
Quella mattina non è stata diversa da tante altre, ma dentro di me ha lasciato un segno. Ho capito che la prudenza, in fondo, è un frutto della carità. Nasce quando impari ad amare davvero, e non solo a sentire. E forse è questo il segreto del cammino coniugale: ogni giorno Dio ti mette davanti piccole prove in cui ti chiede di scegliere se amare di pancia o di Spirito. Ogni giorno ti invita a lasciare morire qualcosa di te per far nascere qualcosa di più grande tra voi. Non serve capire tutto, non serve giustificare tutto. A volte basta restare. E in quel restare, c’è tutta la sapienza del cuore.
Antonio e Luisa
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Certi articoli dovrebbero stare sulle pagine dei libri scolastici. Queste sono le basi per un matrimonio felice che ogni giovane adulto dovrebbe conoscere. Innanzitutto conoscere meglio se stesse e poi imparare a conoscere e scoprire l altro. Vi ringrazio per quello che fate.
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Grazie!
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Certi articoli dovrebbero stare sulle pagine dei libri scolastici. Queste sono le basi per un matrimonio felice che ogni giovane adulto dovrebbe conoscere. Innanzitutto conoscere meglio se stesse e poi imparare a conoscere e scoprire l altro. Vi ringrazio per quello che fate.
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Innanzitutto voglio ringraziarvi e farvi i complimenti per il vostro lavoro e le bellissime testimonianze di vita che selezionate e condividete.
Però questa testimonianza….. Lasciatemelo dire: proprio no!!!
Mamma mia quanto è patriarcale!!! Una donna esausta, così stanca da sentirsi oppressa e inadeguata e l’uomo? Un santo perché COLLABORA e addirittura NON SBROCCA pur essendogli capitata una moglie nervosa e sciatta e che gli abbassa pure la musica. Poretto praticamente un santo……
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Naturalmente ho scritto dal mio punto di vista maschile. Certo che vale anche l’opposto. Tante volte è Luisa che mi sopporta. Non guardiamo sempre con le lenti ideologiche . Non c’era malizia. A casa ti assicuro che ci sbattiamo entrambi. Ed è giusto così. È l’amore non il patriarcato o il femminismo. Queste diatribe mi fanno noia.
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Mi scuso. Non avevate rimosso il commento, ma stavate solo rispondendo. Corretto.
Capisco che possa sembrare stucchevole, ma la nostra società è ancora molto più patriarcale di quanto si posso immaginare e se vogliamo che la situazione migliori come Chiesa Cristiana dobbiamo prestare attenzione ai vocaboli (come l’uomo che in casa “aiuta”, “collabora”, avvalorando l’idea che in fondo la cura della casa e dei figli è prioritariamente femminile) e a come si racconta una storia che si è vissuta positivamente. Io immagino che dopo la giusta attesa e il giusto silenzio, siano seguiti un confronto e una ricerca congiunta di una soluzione per superare il malessere di Luisa
Grazie per avermi risposto e per aver pubblicato il mio commento
Sonia
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Aiuta è sbagliato ma collabora è corretto. Entrambi collaboriamo.
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perchè avete rimosso il mio commento?
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Non è stato rimosso. Doveva essere approvato
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