Riscoprire il Fuoco nel Tuo Matrimonio

Il fuoco ci richiama le fiamme. Fiamme dell’inferno ma anche dello Spirito Santo. Spirito Santo che è Amore. Il fuoco racconta anche l’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una parola che attraversa tutta la Scrittura e, se sappiamo ascoltarla, attraversa anche la vita degli sposi. È una parola semplice, concreta, ma potentissima: fuoco. Prima di concludere questo percorso che ci ha accompagnati nella bellezza – e nella fatica – dell’amore sponsale, è necessario fermarsi qui. Non per aggiungere concetti, ma per lasciarci interrogare nel profondo.

Nella Bibbia il fuoco non è mai neutro. Non è solo un elemento naturale. È segno di una Presenza viva. Nel libro dei Numeri, un fuoco illumina l’Arca durante la notte: Dio non dorme, veglia, guida anche quando tutto intorno è buio. A Mosè Dio si rivela in un roveto che arde senza consumarsi: un fuoco che non distrugge, ma chiama; che non annienta, ma custodisce. È un Dio che si manifesta senza imporsi, che attrae senza violentare. Nel Vangelo, però, Gesù va ancora oltre e pronuncia parole che disturbano: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49).

Che cosa desidera davvero Gesù? Non il conflitto fine a se stesso, ma un amore rimesso al centro. È come se dicesse: sono venuto a riaccendere ciò che si è spento, a sciogliere ciò che si è irrigidito, a ridare vita a cuori che hanno imparato a sopravvivere invece che ad amare. Il fuoco di cui parla Gesù è il desiderio di Dio di tornare ad abitare il cuore dell’uomo, non come idea, ma come esperienza viva.

La domanda allora diventa inevitabile: questo fuoco arde anche in noi? Si sente nella nostra vita? Nel nostro matrimonio? Illumina, scalda, mette in movimento? Oppure è diventato una brace tiepida, appena percettibile, che non disturba e non riscalda più nessuno?

Nel matrimonio questa domanda è decisiva. Perché l’amore sponsale non è chiamato solo a funzionare, ma a testimoniare. I figli, le persone che vivono accanto a noi, chi incrocia la nostra quotidianità: guardandoci, possono intuire qualcosa di come Dio ama? O vedono solo due persone stanche che resistono, che si adattano, che fanno il minimo indispensabile?

Un fuoco che non scalda e non illumina non è davvero fuoco. E qui la Parola di Dio ci colpisce con una forza disarmante attraverso il messaggio alla Chiesa di Laodicea, nell’Apocalisse: Tu non sei né freddo né caldo… poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15-16).

La tiepidezza non è il peccato clamoroso. È molto più sottile. È l’abitudine, il “si è sempre fatto così”, il vivere accanto invece che insieme. È quando l’amore non ferisce più, ma nemmeno guarisce. È quando non si litiga più, ma neppure ci si cerca davvero.

La Chiesa di Laodicea assomiglia terribilmente alle nostre chiese domestiche. Alla casa di Antonio e Luisa. Alla tua casa. Ognuno può mettere il proprio nome. È lì che Gesù dice: Ecco, sto alla porta e busso. Non sfonda, non obbliga. Bussa. Attende.

Alla fine della vita non saremo giudicati sull’efficienza, sul successo o sulla perfezione. Saremo giudicati sull’amore. Possiamo immaginare quelle domande che bruciano più di qualsiasi accusa: Hai amato tua moglie? Sei stato fuoco per lei o solo presenza tiepida? Hai messo altro prima della tua vocazione di sposo? Hai capito che da solo eri troppo povero per amare davvero e che avevi bisogno della mia grazia? Ti sei lasciato educare, purificare, trasformare?

Sono domande che non servono a colpevolizzare, ma a svegliarci ora. Perché se il fuoco dello Spirito non viene custodito, alimentato, scelto ogni giorno, il matrimonio entra lentamente in agonia. Non muore all’improvviso: si spegne per mancanza di ossigeno, di verità, di dono.

Questo fuoco è stato incarnato in modo luminoso nella vita di Chiara Corbella Petrillo, quando diceva: «L’amore ti consuma ma è bello morire consumati come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo».

Qui l’immagine cambia: non più il roveto che non si consuma, ma la candela che sì, si consuma. E proprio così compie la sua missione. Una candela nuova, perfetta, intatta, è bellissima. Ma è spenta. Non scalda, non illumina. Una candela accesa invece perde la sua forma, cola, si accorcia, si segna. Eppure diventa viva. Diventa utile. Diventa bella.

Sapete quando una sposa o uno sposo sono davvero belli? Non quando sono impeccabili, ma quando sono stanchi e ancora capaci di tenerezza. Quando la giornata li ha consumati eppure non ha indurito il cuore. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza: preferisco famiglie con il volto stanco per i sacrifici piuttosto che volti imbellettati incapaci di compassione.

La bellezza autentica non teme il tempo che passa, le rughe, i segni lasciati dalla vita. È la bellezza di chi si è lasciato consumare dall’amore. Una luce che non viene solo dalla persona, ma è riflesso della luce di Dio. Essere fuoco significa questo: consumarsi per amore. Per il coniuge, per i figli, per chi incontriamo. Solo così il matrimonio diventa profezia. Solo così racconta Dio. In un mondo stanco, disilluso e spesso tiepido, una coppia che arde davvero può ancora illuminare la strada e ridare speranza.

Antonio e Luisa

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