Il Cantico dei Cantici: Un Amore Vivo e Reale

C’è sempre un momento, alla fine di un percorso intenso, in cui nasce una tentazione sottile: chiudere il libro, tornare alla propria vita e pensare che ciò che abbiamo letto sia bello, profondo, persino commovente… ma non reale. Una storia affascinante, sì, ma lontana dalla concretezza delle nostre giornate, dalle fatiche della coppia, dalla stanchezza, dai silenzi, dalle ferite che conosciamo fin troppo bene.

È qui che rischiamo di liquidare tutto come una favola. Un amore così? Troppo alto, troppo esigente. Roba da ingenui, da sognatori, da chi non ha mai fatto davvero i conti con la vita. E invece no. Qui sta il punto decisivo: noi siamo stati creati per un amore così. Non per una versione ridotta, prudente, difensiva dell’amore, ma per un amore pieno, totale, incarnato.

Dio non sbaglia i suoi doni. Non è avaro. Non ci ha messi accanto “quell’uomo” o “quella donna” per sopravvivere emotivamente o per accontentarci di stare un po’ meno soli. Ci ha pensati per la felicità. Una felicità reale, concreta, attraversata dal limite ma non schiacciata da esso. Se spesso il matrimonio ci appare povero, spento o deludente, non è perché il sogno di Dio sia irrealistico, ma perché noi, lentamente, abbiamo smesso di crederci. Ci siamo adattati. Abbiamo abbassato l’orizzonte. Abbiamo perso lo sguardo sulla bellezza e sulle potenzialità della relazione che ci è stata affidata. E così, quasi senza accorgercene, dilapidiamo il tesoro più grande della nostra vita.

Il Cantico dei Cantici non è un libro romantico nel senso superficiale del termine. È un testo profetico. Profetico nel significato più autentico: rivela il desiderio di Dio sull’uomo e sulla donna. Racconta un amore già redento. Un amore che non nega il corpo, il desiderio, la passione, ma li riporta alla loro verità più profonda. Dopo Cristo, nessun amore umano è più “solo umano”. Con la sua morte e risurrezione, Gesù ha redento il mondo e ha redento anche il nostro modo di amarci.

Il matrimonio, allora, non è semplicemente una cornice religiosa data a un legame affettivo. È il luogo concreto in cui la redenzione prende carne. Attraverso il matrimonio, Dio entra nella relazione e la guarisce dall’interno. Ci riporta alle origini, a quell’Eden in cui Adamo ed Eva vivevano una comunione piena, non perché fossero perfetti, ma perché erano trasparenti, affidati, uniti.

Questo non significa che il matrimonio sia una magia. Non esistono formule automatiche. La grazia non sostituisce la libertà né l’impegno umano. Gesù non fa tutto al posto nostro. Chiede collaborazione. Chiede scelte. Chiede uno stile. Vivere il matrimonio “alla presenza di Gesù” significa assumere il suo modo di amare: la tenerezza che non possiede, la misericordia che non umilia, la volontà ostinata di donarsi anche quando costa.

Dal punto di vista psicologico, questo significa uscire dalle dinamiche difensive, smettere di vivere la relazione come un campo di battaglia o come un contratto di reciproca soddisfazione. Significa imparare a riparare, a chiedere perdono, a rialzarsi. L’errore non diventa più motivo di rottura, ma occasione di crescita. La ferita non genera distanza, ma può trasformarsi in luogo di incontro. Il peccato è sconfitto non perché non sbagliamo più, ma perché non ha più l’ultima parola.

Allora potrò dire: io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me. Non come slogan, ma come esperienza possibile. Imperfetta, certo, ma reale. Un amore che desidera, che cerca, che ricomincia.

Fare della propria vita un Cantico incarnato significa questo: permettere a Dio di rendere la nostra coppia una profezia vivente. Il mondo non ha bisogno di coppie perfette, ma di coppie vere, riconciliate, capaci di mostrare che l’amore può attraversare il limite senza spegnersi.

Un sacerdote ha detto una frase che coglie l’essenza del sacramento del matrimonio: Il matrimonio è un sacramento perché è il segno visibile del sogno invisibile di Dio. Dio ha scelto l’amore degli sposi per raccontare se stesso. Per questo gli sposi sono chiamati a vivere il loro “sacerdozio”: offrire la propria relazione come luogo di servizio, di cura, di sacrificio reciproco. Solo così diventano profeti dell’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II lo ripete con forza: Famiglia, diventa ciò che sei. Sta a noi scegliere se restare due persone che stanno bene insieme o diventare davvero ciò che siamo chiamati a essere: luce, speranza, fuoco. Chiara Corbella Petrillo lo dice senza sconti: La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla. Altrimenti non è vocazione, ma semplice accompagnarsi fino alla morte.

Sta a noi decidere se vivere o semplicemente sopravvivere. Se essere fuoco o accontentarci delle ceneri.

Antonio e Luisa

Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti

Vai al nostro store

Lascia un commento