Il malcostume di non rispondere

Viviamo in un tempo in cui la comunicazione è diventata immediata, istantanea, onnipresente. Ogni persona ha in tasca un telefono capace di collegarla al mondo intero, di ricevere e inviare messaggi, immagini, parole, emozioni, richieste. Eppure, mai come oggi si sperimenta il silenzio. Non il silenzio benefico della contemplazione o della pausa necessaria alla riflessione, ma quello freddo, impalpabile e disinteressato di chi non risponde. È il nuovo malcostume del nostro tempo: il non rispondere.

Non rispondere a un messaggio, a una mail, a una telefonata non è un semplice gesto neutro o una dimenticanza innocua; è spesso l’espressione di un atteggiamento più profondo, di una cultura della distrazione e dell’indifferenza che si è insinuata nel tessuto delle relazioni. Di tutte le relazioni, tra coniugi, genitori e figli, parenti, amici, colleghi, conoscenti. Tutti, insomma, personalmente e professionalmente parlando.

Si vive immersi in mille notifiche, ma si perde il senso della reciprocità. L’altro diventa un’icona sullo schermo, una presenza sfocata, un contatto da ignorare. Ci si abitua all’idea che il tempo e l’attenzione siano beni esclusivamente nostri, da concedere o negare a piacimento. Ma quando la disponibilità a rispondere scompare, si spezza un filo sottile che tiene insieme la dignità della persona e il rispetto per gli altri.

Il non rispondere, in fondo, è una forma di potere. È il potere di chi sceglie di non riconoscere l’altro, di chi decide che l’altrui voce non merita ascolto. A volte si giustifica con la fretta, con lo stress, con l’idea che «Tanto, non c’era nulla da dire». Ma il silenzio che segue a una domanda, a un saluto, a un gesto di comunicazione non è mai neutro: pesa, lascia una ferita. Chi attende una risposta non cerca solo informazioni, ma riconoscimento. Rispondere significa dire: «Ti ho ascoltato, ti vedo, esisti per me». Non rispondere equivale a dire: «Non ho tempo per te, non conti abbastanza, non vali la mia attenzione». È una piccola morte della relazione, una sottile forma di disamore. Quando avviene tra fidanzati o coniugi, poi, è davvero terribile.

Dal punto di vista cristiano, questo malcostume assume una gravità ancora maggiore. Il Vangelo è, in fondo, una storia di risposte: Dio parla, l’uomo ascolta e risponde, e in questo dialogo nasce la salvezza. Quando Dio chiama Abramo, Abramo risponde “Eccomi” (Gn 22, 1). Quando Maria riceve l’annuncio dell’angelo, risponde “Avvenga di me secondo la tua parola” (Lc 1, 38). Tutta la vita cristiana si fonda sulla capacità di rispondere: a Dio, agli altri, ai genitori, al coniuge, ai figli, a chi incontriamo nella vita. Il cristiano che non risponde, che si sottrae al dialogo, che lascia l’altro sospeso nel vuoto di un messaggio ignorato, tradisce in piccolo quella vocazione alla relazione che è l’anima stessa della fede. Non rispondere significa non incarnare la Parola, che è sempre comunicazione, incontro, reciprocità.

In ambito di coppia, poi, questo malcostume può diventare devastante. La relazione amorosa vive di parole e gesti ma soprattutto di presenza. Non rispondere, nel contesto affettivo, non è solo una mancanza di cortesia quanto piuttosto una ferita profonda all’intimità e alla fiducia. Quando uno dei due tace, smette di partecipare alla costruzione del “noi”. Il silenzio diventa muro, e dietro il muro cresce l’incomprensione.

La non-risposta può essere un modo per punire, per difendersi, per affermare un’autonomia malintesa, ma alla fine lascia solo vuoti che difficilmente si colmano. L’amore, come la fede, vive del “sì” quotidiano, del rispondere anche quando è difficile, anche quando non si ha voglia. Chi ama non si sottrae: ascolta, partecipa, si espone.

Eppure, in questo panorama di silenzi e notifiche ignorate, resta una speranza. Ogni volta che scegliamo di rispondere — anche solo con poche parole, con un «ti ho letto», con un segno di attenzione — restituiamo umanità alla comunicazione. Rispondere è un atto di rispetto, un gesto di gratuità, una piccola forma di carità quotidiana. È dire all’altro: «Tu conti, la tua parola ha raggiunto il mio cuore». Ma anche, più semplicemente: «Tu vali. Il mio tempo, il mio rispetto, la mia considerazione».

Forse è proprio da qui che può ripartire la civiltà del dialogo: da una mail a cui non lasciamo morire in archivio, da una chiamata che scegliamo di richiamare, da un messaggio a cui dedichiamo un minuto di attenzione.

In un mondo che si illude di comunicare sempre, il vero miracolo è tornare a rispondere. Perché rispondere significa essere presenti, e la presenza è la più autentica forma d’amore. In fondo, anche Dio, quando l’uomo Lo invoca, risponde. E chi si fa immagine di Dio non può far altro che fare lo stesso: dare una risposta, sempre, con il cuore.

Fabrizia Perrachon

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