Chi segue la pagina sa che io sono direttamente coinvolto. Sono separato ma non riaccompagnato. Ho scelto la fedeltà.
Quando si va a vedere come funzionano le pastorali della famiglia in Italia, si trovano situazioni completamente diverse, in particolare per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone separate.
È vero che ogni diocesi ha le sue situazioni e caratteristiche, ma è anche vero che in molti casi manca una preparazione adeguata per fronteggiare quello che sta succedendo alle famiglie; inoltre c’è anche tanta confusione su come rispondere a situazioni cosiddette “irregolari”, come nel caso di coppie risposate e riaccompagnate.
Ogni volta che si parla di comunione ai risposati o riaccompagnati, emergono sempre le stesse frasi, ripetute come slogan: “Gesù mangiava con i peccatori”, “Amoris Laetitia lo permette”, “La Chiesa deve essere inclusiva”. Sono frasi vere a metà, ed è proprio la mezza verità che diventa menzogna.
Qui non stiamo discutendo di regolamenti ecclesiastici o di strategie pastorali, stiamo parlando di salvezza eterna e quando è in gioco l’eternità, non ci si può permettere ambiguità.
Gesù mangiava con i peccatori, sì, ma per convertirli: nessuno di loro è rimasto uguale dopo averlo incontrato. All’adultera non dice: “Va tutto bene”, ma “Va’ e non peccare più”.
Oggi invece rischiamo di predicare un Gesù addomesticato, che consola senza convertire, che accoglie senza chiedere nulla, che perdona senza passare dalla croce. Ma quel Gesù non è quello del Vangelo.
Amoris Laetitia parla di discernimento, di cammino, di coscienza formata, di responsabilità, non parla mai di automatismi, né di diritti acquisiti. Chi usa Amoris Laetitia per giustificare una vita che resta oggettivamente in contraddizione con il Vangelo del matrimonio, vuol dire che non ha letto tutte quelle pagine in cui l’indissolubilità viene ribadita molte volte e nemmeno tutti i precedenti documenti della Chiesa.
La domanda decisiva non è “Posso fare la Comunione?”, ma “Mi sto convertendo?”. Perché allora dobbiamo chiederci con onestà: arrivare a fare la Comunione è un traguardo o un punto di partenza? Se è un punto di arrivo, non serve a niente, se è un punto di partenza, può, in casi molto specifici, diventare un aiuto reale, ma solo se non mente sulla verità.
Una misericordia che non chiama al cambiamento non salva, inganna; è come dire a uno che sta annegando: “Tranquillo, l’acqua è bassa”, mentre affonda. Ma proprio per questo la misericordia non può essere svuotata di verità. Dire a una persona: “Va tutto bene così, fai quello che vuoi, tanto Dio perdona” non è misericordia, è una menzogna pericolosa, questo non aiuta nessuno a cambiare vita.
I sacerdoti che fanno un uso sbagliato della misericordia si assumono una responsabilità enorme, da far tremare le gambe, perché quando parlano, lo fanno come rappresentanti della Chiesa e chi li ascolta ha il diritto di fidarsi.
Se un sacerdote rassicura una coscienza senza guidarla nella verità, il conto non verrà chiesto prima di tutto a chi si è fidato, ma a lui: del danno fatto, delle anime confuse, delle coscienze anestetizzate. I sacerdoti sono un dono immenso, un dono senza il quale la nostra vita cristiana semplicemente non esisterebbe così come la conosciamo. Senza di loro non avremmo la Santa Eucaristia, non avremmo i sacramenti, non avremmo quella Presenza reale che sostiene ogni giorno il nostro cammino di sposi, di genitori, di uomini e donne chiamati alla santità.
Esistono santi sacerdoti, ne ho incontrati, uomini che davvero danno la vita per gli altri, che si consumano nel silenzio, nella fedeltà, nell’offerta quotidiana. Ma i sacerdoti sono anche uomini e come tali portano con sé limiti, ferite, storie personali. Ci sono sacerdoti modernisti, altri che mettono tutto sotto la categoria della “misericordia”, altri ancora che vogliono fare gli psicologi, gli analisti, i counsellor; poi ci sono quelli che si trascinano grandi ferite, magari non guarite, che inevitabilmente influiscono sul loro modo di accompagnare.
E proprio perché li amo e li riconosco come dono, sento il bisogno di dire con chiarezza che cosa, come sposo cristiano, io chiedo a un sacerdote. Io non cerco principalmente un consiglio. Non cerco un’analisi transazionale. Non cerco qualcuno che mi aiuti a “stare meglio” abbassando l’asticella del Vangelo. Quello che domando è molto più scomodo, chiedo:
“Insegnami a stare in croce.”
“Insegnami a morire a me stesso per il bene di mia moglie e a risorgere.”
“Fammi capire come posso vivere cristianamente questa situazione.”
“Insegnami che senso ha quello che mi sta succedendo e come posso trasformarlo in qualcosa di buono.”
Perché a scendere dalla croce o a evitarla, sono bravissimo da solo, non ho bisogno di aiuto per questo, è l’istinto più naturale che ho. Ogni giorno mi viene spontaneo fuggire, giustificarmi, cercare scorciatoie, difendere il mio ego, proteggere le mie ferite. Ma io non voglio un cammino in discesa, non voglio un matrimonio di compromessi. Non voglio una fede che mi faccia semplicemente stare un po’ meglio.
Io voglio la santità, voglio imparare ad amare come Cristo ama la Sua Chiesa, voglio che il mio matrimonio diventi davvero via di salvezza, anche e soprattutto quando costa, quando fa male, quando passa dalla croce. Per questo ho bisogno di sacerdoti che non abbiano paura della croce, anche perché non esiste una vita senza sperimentare il dolore, la sofferenza e il lutto.
Ho bisogno di sacerdoti che mi dicano: “Resta, offri, ama, muori a te stesso, fidati di Cristo.” Perché solo così, misteriosamente, arriva anche la risurrezione. Preghiamo per i nostri sacerdoti, amiamoli, sosteniamoli, ma non smettiamo di desiderare e di chiedere guide che ci insegnino a vivere il Vangelo nella sua radicalità, anche dentro il matrimonio, anche dentro le ferite, anche dentro la croce. Perché è lì che passa la Vita.
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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