Questa fiaba nasce per raccontare, in modo semplice e simbolico, una verità profonda: nel matrimonio le carezze positive sono nutrimento essenziale dell’amore. Ogni persona ha una fame di riconoscimento, e senza carezze – parole, gesti, attenzioni – anche l’amore più sincero rischia di inaridirsi. Attraverso una storia, questa fiaba vuole mostrare come le carezze autentiche, gratuite e quotidiane possano diventare il linguaggio concreto della tenerezza, riflesso dell’amore di Cristo nel sacramento del matrimonio.
C’era una volta, in un piccolo villaggio ai piedi di una collina luminosa, una casa con una porta azzurra. Non era una casa speciale per grandezza o ricchezza, ma tutti dicevano che, quando si passava davanti, si respirava pace. In quella casa vivevano Elia e Miriam, sposi da molti anni.
La collina che sovrastava il villaggio si chiamava Monte delle Carezze. Si raccontava che, sulla sua cima, crescesse una sorgente invisibile: non dava acqua, ma riconoscimento. Chi beveva da quella sorgente imparava ad amare davvero.
All’inizio del loro matrimonio, Elia e Miriam non conoscevano il segreto del Monte. Si volevano bene, certo, ma spesso si sentivano stanchi, non visti, come se qualcosa mancasse. Miriam, a volte, pensava: “Faccio tanto, ma nessuno se ne accorge”. Elia, dal canto suo, sentiva un vuoto che non sapeva spiegare: “Sono qui, ma è come se non contassi abbastanza”.
Un giorno, bussò alla loro porta una donna anziana, con un mantello chiaro e uno sguardo profondissimo. «Sono la Custode delle Carezze», disse. «Ogni cuore umano ha fame. Non di pane, ma di riconoscimento». Li invitò a sedersi e tracciò quattro segni sul tavolo. «Queste», spiegò, «sono le carezze. Senza di esse l’amore si spegne, anche se le persone restano insieme».
La prima carezza era fatta di parole. La Custode disse: «Le parole costruiscono o distruggono. Quando dici: “Ti vedo, ti apprezzo, sei preziosa”, l’altro fiorisce». Da quel giorno, Elia iniziò a dire a Miriam: «Grazie per quello che fai» e Miriam rispose: «Mi fai sentire al sicuro». Non erano frasi solenni, ma vere. E qualcosa cambiò.
La seconda carezza non aveva voce. «È lo sguardo, il tono, la mano che cerca l’altra», spiegò la donna. Miriam cominciò a sorridere a Elia quando rientrava stanco. Elia imparò ad abbracciarla senza motivo. Scoprirono che un gesto sincero può guarire ferite che le parole non sanno toccare.
La terza carezza viveva nelle azioni. «L’amore», disse la Custode, «si vede in ciò che fate l’uno per l’altra». Elia iniziò a preparare il caffè al mattino. Miriam si prendeva cura di lui nei giorni difficili. Non come dovere, ma come dono. Ogni gesto diceva: “Tu conti per me”.
La quarta carezza era invisibile ma potentissima. «Sono i segni simbolici», spiegò la donna. «Un fiore, un biglietto, una sorpresa. Dicono: ti penso anche quando non ci sei». Miriam trovò un giorno una lettera sotto il cuscino. Elia ricevette un piccolo sasso a forma di cuore, con scritto: “Casa”.
La Custode però li ammonì: «Attenzione. Le carezze muoiono se diventano scambio. Se ami solo per ottenere, l’altro lo sente». Spiegò loro che esistono carezze condizionate e carezze libere. Solo queste ultime fanno crescere. Prima di andarsene, disse ancora: «Gesù vi ha dato un comandamento nuovo: amarvi come Lui vi ha amati. Questo significa amare per primi, senza calcoli».
Da quel giorno, Elia e Miriam non furono perfetti. Ma avevano imparato il linguaggio della tenerezza. Quando uno dei due si chiudeva, l’altro offriva una carezza. Quando il silenzio faceva paura, una parola gentile apriva uno spiraglio. La casa dalla porta azzurra rimase semplice, ma divenne un segno per il villaggio. Perché dove le carezze sono vere, l’amore di Cristo passa, silenzioso e concreto.
E così, ancora oggi, si dice che chi impara l’arte delle carezze non solo custodisce il proprio matrimonio, ma diventa luce per il mondo.
Antonio e Luisa
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