“C’eravamo tanto amati”

“C’eravamo tanto amati”. Oltre ad essere il titolo di un celeberrimo film degli anni Settanta, è una frase che sa di nostalgia, di promesse sussurrate e di fotografie ingiallite dal tempo. Sa pure di una ferita che brucia nel presente. La fine, parrebbe definitiva, del matrimonio tra Alice Campello e Álvaro Morata ha colpito molti più cuori di quanto si voglia ammettere. Non solo perché erano una coppia giovane, bella, apparentemente solida, spesso indicata come esempio di famiglia unita. Che si era riconciliata e sembrava veramente disposta a ricominciare in vista del “per sempre” della promessa nuziale. Ma perché quando si spezza un matrimonio, soprattutto uno così esposto e raccontato, non si rompe solo una storia privata: è un po’ come se si incrinasse una sorta di “speranza collettiva”.

In un’epoca in cui l’amore viene spesso ridotto a sentimento passeggero o a compatibilità momentanea, la loro unione sembrava dire altro. Sembrano i portavoce del “si può”, anche oggi, anche sotto i riflettori, anche con il peso delle fragilità personali, del lavoro, delle aspettative. Per questo la notizia della separazione non è solo cronaca rosa: è una domanda aperta rivolta a tutti noi, e in modo particolare a chi crede che il matrimonio non sia un contratto a tempo determinato, ma un sacramento.

Dal punto di vista cattolico, il matrimonio non è semplicemente il coronamento di un amore umano, ma un segno visibile di una grazia invisibile. È una vocazione, una strada stretta e luminosa insieme, sulla quale due persone si promettono fedeltà “nella gioia e nel dolore”. È Proprio nel dolore, infatti, che si misura la verità più profonda di quel sì. Non sono i soldi, la fama, la ricchezza, la visibilità mediatica a far da collante. Il chiacchierato – e troppo spesso finto e superficiale – mondo vip ce li dimostra spesso.

In questo blog non si fa gossip; si analizza, si ragiona, si riflette, si prega. Allora, ancora una volta, i fatti di cronaca diventano il mezzo per qualcosa di più, per spingersi oltre le chiacchiere e andare al nocciolo, andare al centro della fede. Non dobbiamo, allora, dimenticare che dietro ogni separazione c’è una storia che non conosciamo fino in fondo. Ci sono ferite, silenzi, stanchezze, incomprensioni che si accumulano come polvere negli angoli dell’anima. Ci sono fragilità psicologiche, pressioni esterne, paure antiche che riemergono. Ridurre tutto a un fallimento morale sarebbe non solo ingiusto, quanto limitato e limitante e non certo cristiano. Gesù, davanti alle cadute umane, non ha mai scelto la condanna, ma lo sguardo misericordioso.

Sarebbe altrettanto sbagliato, però, normalizzare la fine di un matrimonio come se fosse un passaggio neutro, inevitabile, privo di conseguenze. Non possiamo e non dobbiamo abituarcene. Non perché siamo dei moralisti. Non perché vogliamo giudicare. Ma perché il Vangelo ci chiama a parlare della Verità nella carità. E, dunque, non si può negare che un amore che finisce lasci sempre macerie, soprattutto quando ci sono figli, quando c’è una famiglia che aveva imparato a chiamarsi “noi”. La sofferenza non va né spettacolarizzata né anestetizzata. Va attraversata, con rispetto e con verità.

Forse la vicenda Campello-Morata ci interroga proprio qui: sulla nostra capacità di sostenere l’amore nel tempo. Siamo ancora disposti a credere che l’amore non sia solo emozione, ma decisione rinnovata ogni giorno? Che il matrimonio non sia la celebrazione di due perfezioni, ma l’alleanza di due fragilità affidate a Dio? E che, quando necessario, chiedere aiuto non sia una sconfitta, ma un atto di umiltà?

Come credenti, non possiamo limitarci al commento o al pettegolezzo. Siamo chiamati alla preghiera. Preghiera per loro, perché possano trovare pace, verità e bene, soprattutto come genitori. Preghiera per tutte le coppie in crisi, spesso invisibili, che lottano in silenzio tra le mura di casa. Preghiera anche per la Chiesa, perché sappia accompagnare senza sconti ma senza durezza, con quella carità che, come affermava San Paolo, “tutto crede, tutto spera” (1 Cor 13, 7).

C’eravamo tanto amati” non deve diventare solo l’epitaffio di una storia finita. Può essere anche un monito e un appello. A custodire l’amore quando è fragile. A non darlo per scontato quando sembra forte. A ricordare che, anche quando un matrimonio si spezza, Dio non smette di cercare i suoi figli tra le crepe del loro dolore. Perché nulla, nemmeno una fine, è definitivamente perduto agli occhi di Dio.

Fabrizia Perrachon

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