Quando una crisi arriva, la prima reazione è quasi sempre la stessa: aspettare che passi. Che si sistemi. Che qualcosa o qualcuno rimetta a posto i pezzi. Anche nella vita di fede funziona così. Pensiamo che Dio intervenga dopo, quando il dolore si è calmato, quando il caos ha trovato un ordine, quando finalmente torniamo respirabili. È un’idea rassicurante, ma non è cristiana.
La fede cristiana non nasce dall’esperienza di un Dio che arriva a cose risolte. Nasce dall’incontro con un Dio che entra nella frattura, che attraversa la notte, che sceglie di stare proprio lì dove noi vorremmo scappare. La crisi, allora, non è solo un problema da risolvere. È un luogo teologico. Un luogo in cui Dio si rende presente in modo spesso più vero, anche se meno consolante.
La crisi, infatti, non è semplicemente un momento negativo. È un passaggio evolutivo. Arriva quando una forma di vita non regge più, quando ciò che prima funzionava smette di funzionare, quando le soluzioni abituali non bastano. Nel matrimonio questo accade spesso: l’amore idealizzato lascia spazio alla realtà, i ruoli si incrinano, le aspettative non trovano più risposta.
In quel momento nasce una tentazione forte: aggiustare in fretta per tornare come prima. Rimettere a posto, tappare le falle, recuperare l’equilibrio precedente. Ma la crisi autentica non chiede di tornare indietro. Chiede di attraversare. Di lasciare ciò che non è più vitale. Di accettare che qualcosa debba morire perché altro possa nascere. Per questo la crisi non va solo risolta. Va abitata. Perché è lì che emergono le verità taciute, le ferite negate, i bisogni non ascoltati. Ed è proprio lì che Dio sceglie di stare.
Il Vangelo di Emmaus è forse il racconto più potente per comprendere questo dinamismo. Due discepoli camminano insieme, ma sono delusi, stanchi, svuotati. Hanno creduto, hanno sperato, hanno investito tutto, e ora sentono di aver perso. Non stanno litigando, ma non stanno nemmeno vivendo. Camminano, ma senza futuro. È l’immagine di tante coppie. Non si sono lasciate, ma si sono smarrite. Continuano il percorso, ma senza desiderio. Parlano, ma solo del passato. La crisi non è esplosa: si è sedimentata.
Gesù si avvicina e cammina con loro. Non li corregge subito, non li rimprovera, non offre soluzioni rapide. Sta. Ascolta. Entra nella loro delusione. E soprattutto non cancella il dolore, ma lo interpreta. Rilegge la loro storia alla luce di qualcosa di più grande, senza negarne la ferita. Questo è decisivo. Dio non elimina la crisi, la trasforma in luogo di comprensione. Non ripara semplicemente la relazione, la converte.
Noi vorremmo tornare come prima. Dio, invece, vuole portarci più in profondità. La logica del Vangelo non è quella della riparazione, ma della trasformazione. Dopo Emmaus, i discepoli non tornano alla vita di prima. Tornano a Gerusalemme diversi. Con un cuore che arde, con uno sguardo nuovo, con una fede meno ingenua e più incarnata. Così accade anche nel matrimonio. Dopo una crisi attraversata davvero, non si ritorna alla versione iniziale dell’amore. Si entra in una forma più vera, più sobria, meno idealizzata. Un amore che ha perso l’illusione, ma ha guadagnato profondità. Un amore scelto, non solo sentito.
Questo però richiede un passaggio difficile: smettere di chiedere a Dio di sistemare l’altro. E iniziare a chiedergli di trasformare noi. La crisi diventa luogo teologico quando smette di essere solo un problema e diventa una domanda: che tipo di amore sto vivendo? Chi sto diventando dentro questa relazione? Quale verità sto evitando?
Dio non arriva alla fine del processo come un premio. È già lì, nel mezzo, spesso silenzioso, ma presente. Non per evitare la ferita, ma per farne una soglia. Nel cristianesimo nulla di vero nasce senza passare da una morte. E nessuna crisi è inutile, se attraversata nella verità. Dio non arriva dopo. Ci sta dentro. E aspetta che smettiamo di fuggire per accorgercene.
Antonio e Luisa
Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti