«Dov’è dunque la tua elemosina? Dove sono le tue opere buone? Ecco, ora si vede come stanno le cose!» (Tb 2,14)
Nel terzo modulo affrontiamo la difficoltà di raccontare il dolore e la paura. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita di coppia in cui non si discute davvero per ciò che sembra. Si litiga per una parola, per un gesto, per qualcosa di apparentemente piccolo, ma sotto si muove molto di più. Il dialogo tra Anna e Tobi, raccontato nel libro di Tobia, è uno di quei passaggi biblici sorprendentemente realistici che mostrano quanto il dolore possa trasformarsi in distanza invece che in vicinanza. Non c’è nulla di romantico in questa scena. Non ci sono grandi insegnamenti spirituali pronunciati con calma. C’è solo una coppia ferita che reagisce come reagirebbero molti di noi.
Tobi è diventato cieco, ha perso autonomia, sicurezza, ruolo. Anna si trova a dover sostenere la famiglia, lavorare, reggere il peso quotidiano di una situazione improvvisamente cambiata. Quando porta a casa un capretto ricevuto come compenso, Tobi sospetta che possa essere stato rubato. La sua reazione non nasce necessariamente da sfiducia verso Anna, ma dalla paura e dal bisogno di controllo che spesso emergono quando la vita sfugge di mano. Anna, però, non sente una domanda, sente un’accusa. E reagisce con parole dure. Non è più solo una conversazione su un capretto: è il dolore accumulato che trova finalmente una voce.
Questa dinamica è profondamente umana. La Bibbia non idealizza gli sposi, non li rende modelli perfetti, ma li mostra vulnerabili e reali. Anna e Tobi non smettono di amarsi in quel momento, ma smettono di riuscire a vedersi. E qui emerge una verità fondamentale per ogni coppia: non sempre il conflitto nasce dal disamore; spesso nasce dal dolore non riconosciuto. Quando la fatica resta senza parole, quando la paura non trova spazio per essere detta, quando la stanchezza non viene nominata, allora prende altre strade. Una delle più frequenti è l’accusa.
La scena mostra bene l’attivarsi di ciò che vengono chiamati giochi psicologici: sequenze relazionali automatiche in cui uno accusa e l’altro si difende, poi contrattacca, creando un circolo che sembra inevitabile. Non è manipolazione consapevole; è una strategia difensiva appresa per proteggersi dal contatto con emozioni più vulnerabili. In superficie si vede rabbia, ma sotto si nascondono spesso paura e tristezza. Sono quelle che Eric Berne definirebbe emozioni autentiche, mentre la rabbia può diventare un’emozione parassita, più facile da esprimere perché meno esposta.
Anna probabilmente non sta dicendo soltanto: “Non ti fidi di me”. Forse sta dicendo, senza riuscire a formularlo: “Sto reggendo tutto da sola, sono stanca, non mi vedi?”. Tobi, a sua volta, non sta semplicemente sospettando un furto; forse sta dicendo: “Ho perso il controllo della mia vita, ho paura, ho bisogno di sentirmi ancora capace di giudicare”. Ma queste parole restano implicite, e ciò che emerge sono frasi taglienti che feriscono invece di avvicinare.
Quante coppie riconoscono questa dinamica. Si vive sotto lo stesso tetto, si condividono responsabilità e giorni pieni, eppure a un certo punto ci si sente soli accanto all’altro. Le discussioni si ripetono, sembrano sempre le stesse, e ogni volta aumentano la distanza. Non perché l’amore sia finito, ma perché nessuno riesce più a dire ciò che davvero prova. E allora il conflitto diventa il linguaggio del dolore.
La forza del racconto biblico sta nel non nascondere questa realtà. Non c’è una morale immediata che risolve tutto. Non c’è una correzione divina che ristabilisce subito l’armonia. C’è solo la verità di una coppia che attraversa un momento di crisi. Ed è proprio qui che si apre uno spazio importante per gli sposi: comprendere che il conflitto non è necessariamente il segno di una relazione sbagliata, ma può essere il segnale di un carico emotivo troppo grande per essere contenuto in silenzio.
Quando uno accusa e l’altro si difende, spesso non si sta combattendo contro il partner, ma contro la propria paura. Il problema è che questo non viene riconosciuto. Il Genitore critico interno prende il sopravvento, giudica, irrigidisce, interpreta tutto come attacco. L’Adulto, la parte capace di osservare e comprendere, si indebolisce. E senza Adulto, il dialogo diventa scontro.
Il passaggio decisivo, allora, non è stabilire chi ha ragione, ma tornare a chiedersi cosa sta accadendo sotto le parole. Cosa sto provando davvero? Quale bisogno non sto riuscendo a esprimere? Quale dolore sto difendendo con la rabbia? Non è un percorso semplice, perché significa esporsi, rinunciare alla sicurezza della difesa e accettare la vulnerabilità. Ma è proprio lì che la relazione può tornare a respirare.
Anna e Tobi ci insegnano che la sofferenza può dividere quando non viene riconosciuta, ma può anche diventare un passaggio verso una verità più profonda. Il conflitto non è necessariamente il contrario dell’amore; a volte è l’amore che non trova ancora le parole per dirsi. Non sempre litighiamo per ciò che diciamo. Spesso litighiamo per ciò che non sappiamo dire, per ciò che resta nascosto e chiede di essere finalmente visto. E forse la domanda più vera non è: “Chi ha sbagliato?”, ma: “Quale dolore sta chiedendo di essere ascoltato?”.
Antonio e Luisa
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