Criticare o Amare? La Scelta dei Credenti

C’è un atteggiamento che ogni tanto vediamo ripetersi: si abbandona la propria missione, volendo così uscire dalla Chiesa, magari interiormente, prima ancora che fisicamente, poi ci si mette a criticare tutto ciò che non va. Si prende distanza, si commenta, si analizza, si denuncia: talvolta lo si fa con tono acceso, talvolta con apparente lucidità, ma il risultato è lo stesso, ci si colloca fuori e da lì si giudica.

Comprendo la fatica, comprendo anche la delusione che a volte può nascere davanti a parole, tradizioni, scelte pastorali o comportamenti che non condividiamo, anche se non capisco questo voler per forza cambiare quello che si è fatto fino ad ora, forse pensando di aumentare le persone che credono, oppure quelle che ci seguono. Certamente i linguaggi possono cambiare, così come i luoghi dove intercettare le persone (ad esempio i social non esistevano pochi anni fa), ma percepisco la tentazione del “modificando, tutto andrà meglio”, come quando nei videogiochi  aspettiamo freneticamente l’update con nuovi personaggi, livelli e funzionalità.

Eppure il kerigma, cioè il nucleo fondamentale del messaggio cristiano (salvezza attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo) è sempre lo stesso da più di 2000 anni, perché cambiano la società, i costumi e le scoperte, ma il cuore dell’uomo ha comunque gli stessi desideri, inquietudini e tentazioni (Gesù Cristo ieri, oggi e sempre). Ci possono essere aspetti della Chiesa o addirittura della dottrina che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando e divenendo diffusori, moltiplicatori di divisione e contestazioni che possiamo pensare di fare del bene.

Qui gli sposi dovrebbero mostrare come si ama davvero: si discute dicendo la verità e anche quello che ci ha ferito, ma rimanendo e facendo capire che alla base c’è un amore che non può venire meno, anche se a volte volano parolacce. Per coerenza sacramentale, i coniugi, come amano la propria sposa (o sposo), sono chiamati ad amare la Chiesa Sposa, anche quando tradisce, perché Gesù ha dato la vita per lei; se l’ha fatto Lui, allora vuol dire che anche noi dobbiamo seguire il Suo esempio (e di tradimenti ne ha subiti tanti, basti pensare a Giuda, Pietro e a tutti gli altri).

E’ come se io parlassi male di mia moglie che se n’è andata: certo, mi confronto con chi fa il mio stesso cammino, cercando anche di farlo con amore, ma non vado dai colleghi di lavoro o dagli amici a sparlare di lei, a raccontare ogni dettaglio che non funziona, sapendo che inevitabilmente innescherei critiche e giudizi nei suoi confronti (anche se ammetto che a volte la tentazione è forte e avrei voglia di sfogarmi).

Non lo faccio perché, nonostante tutto, resta mia moglie, siamo una carne sola e sarebbe come ricevere offese rivolte anche a me stesso; di fronte a una soddisfazione momentanea di “avere ragione”, non avrei nessun vantaggio, semmai qualche peccato in più). La Chiesa è la Sposa di Cristo, non è un’istituzione qualsiasi da valutare come si fa con un’organizzazione, è una realtà sacramentale, è casa, è famiglia, è mistero di comunione. Per questo non è corretto uscire e poi mettersi a criticare, perché quando parlo male della Chiesa davanti a chi non la ama o non la comprende, sto contribuendo a ferirla ulteriormente, sto facendo esattamente ciò che non farei con la persona che amo.

Criticare da fuori è facile, restare dentro è più faticoso, ma è cristiano. Se voglio migliorare qualcosa nella Chiesa, posso farlo solo facendone parte, solo impegnandomi con pazienza, solo lavorando sodo nella mia comunità, nel mio servizio, nella mia fraternità, nella mia preghiera; non andandomene, non prendendo le distanze, non assumendo una posizione di superiorità morale.

La Chiesa non si rinnova con i commenti, ma con la santità, non si purifica con le polemiche, ma con la conversione personale, non cresce grazie a chi si mette fuori a giudicare, ma grazie a chi rimane dentro ad amare. Noi separati fedeli diciamo che la fedeltà non dipende dalla perfezione dell’altro, ma dalla nostra risposta alla Grazia: e allora possiamo applicare un criterio diverso alla Chiesa? Se resto fedele a un coniuge che mi ha ferito, come potrei non restare fedele alla Chiesa quando attraversa momenti di fragilità? Se credo che l’amore vero non si interrompe davanti al limite, perché dovrei interrompere la mia appartenenza quando qualcosa non mi convince?

Questo non significa tacere sempre o accettare tutto passivamente, esiste un modo evangelico di affrontare le difficoltà: confrontarsi con fratelli che condividono il cammino, parlare con rispetto ai pastori, esprimere dubbi e sofferenze nei luoghi giusti, ma è cosa ben diversa dall’usare i mezzi di comunicazione per fare l’elenco di quello che con va e che andrebbe cambiato (e questo anche se uno fosse pienamente nella ragione e tutti gli altri in torto).

Noi non siamo, non possiamo e non vogliamo essere di parte, così come non si può scegliere di sposare mezza moglie o mezzo marito, di prendere solo la parte buona che ci piace! Questo significa scegliere di rimanere: restare dentro la Chiesa significa non ridurre tutto a schieramenti, significa non cedere alla tentazione di dire: “Io ho capito, gli altri no”, significa scegliere di amare la Chiesa tutta intera, non solo quello che ci va bene, significa accettare la fatica della comunione. Se ce ne andiamo, creiamo una frattura, se restiamo, possiamo contribuire.

Non siamo noi a salvare la Chiesa, è Cristo che la guida, ma possiamo decidere se essere parte della costruzione o parte del rumore. Per gli sposi e soprattutto per i separati fedeli questa non è una questione marginale, è coerenza sacramentale, perché l’amore vero non si dimostra andandosene quando qualcosa non va, ma lavorando, con umiltà e perseveranza, perché ciò che amiamo diventi più bello.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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