In lotta assieme per la libertà

Cari sposi, può sembrare un incipit pro Che Guevara e rivoluzioni politiche ma oggi, prima domenica di Quaresima, inizia qualcosa di ben più importante e trascendente: il nostro cammino verso la Pasqua, l’inizio della vera liberazione, quella eterna.

Dire Pasqua per noi cristiani rimanda giustamente alla Risurrezione, ma guardando l’Antico Testamento, la Pasqua è considerata dal popolo ebraico anzitutto una liberazione da vincoli materiali. È solo con Cristo, che Essa, in virtù della Nuova Vita, segna l’esito definitivo della nostra fede, che ci rende liberi nel più profondo del nostro cuore, addirittura quand’anche una persona non fosse fisicamente sciolto da impedimenti.

Vediamo allora cos’ha da dirci a tale riguardo la Parola odierna. Anzitutto partiamo dalla Genesi in cui ci è presentato “Paradiso” un po’ strano dal momento che i nostri Progenitori hanno avuto comunque dei divieti e pare non fossero poi così autonomi. A ben vedere, come ci insegna il Catechismo, la nostra non è una libertà assoluta ma, in quanto persone limitate per struttura e condizione fisica, abbiamo bisogno di avere limiti che ci ricordino chi siamo e da dove veniamo. Dunque, il limite non azzera la mia libertà ma, anzi, mi affranca dall’illusione di decidere da solo cosa è bene e cosa è male. Che impressione mi fece, da seminarista, ascoltare un esorcista che affermava che il massimo obiettivo del diavolo non è farci compiere chissà quale misfatto ma convincerci che l’ideale di vita sia… “fa’ ciò che vuoi”!

Ecco allora che le tentazioni sono tutte azioni – diremmo – alquanto “adolescenziali”, di chi vuole sentirsi onnipotente e senza alcun vincolo con niente e nessuno: sul cibo (piaceri della vita), davanti agli altri (vanità e ostentazione), riguardo ai beni (soldi e potere). Peccato che chi le pratica va esattamente nella direzione opposta…

Difatti, il demonio vuole rendere ogni persona un eterno “adolescente”, cioè una persona in balìa dei propri istinti e pulsioni e in fin dei conti, perennemente schiava di qualcosa. Ecco perché la Quaresima è precisamente il contrario: è una via verso la liberazione integrale, non per nulla i suoi Quaranta giorni (da cui Quadragesima in latino) ricordano i 40 anni di viaggio del popolo ebraico verso la terra in cui sarebbero stati finalmente liberi, a casa propria, senza il giogo di un popolo oppressore.

Allora le tentazioni sono quella lotta, quell’allenamento che ci fa liberi e Gesù, che le ha vissute nel silenzio del suo cuore, ce le ha volute raccontare per insegnarci a batterci senza paura e senza indugio, al fine di raggiungere la stessa mèta: la libertà dei figli di Dio. Cosa possono dire le 3 tentazioni agli sposi?

Anzitutto che l’essere in due a lottare è senz’altro un punto di vantaggio. Gesù ci insegna a chiamare le cose per nome e sulla stessa scia i Padri del deserto, come S. Antonio, Evagrio Pontico, Pacomio… ci ricordano che il dare un nome a quello che sto sperimentando (attacco di ira, senso di tristezza, desiderio di vendetta…) è già un inizio di vittoria sul male. Ecco allora che il dialogo aperto e sincero del cuore può aiutarvi a collaborare nella lotta contro lo spirito del maligno che vuole trasformare la vostra relazione in un rapporto immaturo e sentimentale, un vivere assieme fatto più su impegni condivisi e responsabilità verso i figli che di una missione a due, in cammino verso Cristo.

Gesù Sposo vuole condurvi alla vera libertà dell’amore, la libertà filiale di chi cerca di diventare un dono totale per l’altro. Tutto ciò che vi impedisce di incarnare questo stile di vita non è da Dio ma dal nemico. Cari sposi, è veramente bello sapere che la Quaresima è un lungo allenamento verso la vera libertà interiore, del cuore, quella libertà che qui è solo un tenue assaggio di quando saremo figli nel Figlio. Vale allora la pena di lottare assieme, con la Grazia, per raggiungere la Terra Promessa.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci ha dato diversi spunti. Il matrimonio è una scuola di libertà autentica, anche se spesso non lo riconosciamo subito. Viviamo in una cultura che identifica la libertà con il “fare ciò che voglio”, senza limiti né legami. Ma molte volte ciò che chiamiamo libertà è semplicemente la reazione alle nostre ferite: evitare ciò che ci spaventa, inseguire ciò che ci consola subito, difenderci per non sentirci vulnerabili. Le tentazioni di cui parli – il piacere senza misura, la ricerca dello sguardo degli altri, il desiderio di potere o controllo – hanno qualcosa di adolescenziale perché promettono un’onnipotenza illusoria: nessun vincolo, nessuna dipendenza, nessuna responsabilità. Eppure chi vive così spesso finisce più schiavo di prima.

Il matrimonio, invece, educa a una libertà più profonda. Non perché imponga catene, ma perché mette davanti a uno specchio vivo: l’altro. Nella relazione stabile non possiamo fuggire continuamente; siamo chiamati a guardare le nostre fragilità, a scegliere il bene anche quando non coincide con l’impulso del momento. Amare significa spesso andare contro le proprie ferite, non assecondarle. È lì che nasce la vera libertà: non fare tutto ciò che passa per la mente, ma diventare capaci di amare davvero. Nel sì quotidiano all’altro, l’uomo e la donna imparano a non essere dominati dalle proprie paure o dai propri bisogni, ma a trasformarli in dono. Ed è proprio questo passaggio che rende il matrimonio un cammino di maturazione e di liberazione autentica.

Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti

Lascia un commento