Il 19 marzo la Chiesa celebra San Giuseppe e, insieme, la Festa del papà. Mi piace pensare che, al di là della semplice coincidenza di calendario, si nasconda una rivelazione profonda del modo in cui Dio ha voluto entrare nella nostra storia. Il Figlio eterno del Padre, Colui nel quale tutto è stato creato, ha scelto di crescere sotto lo sguardo vigile e amorevole di un uomo. Gesù ha avuto bisogno di un papà. Ha avuto bisogno di una presenza concreta, di una mano che lo guidasse, di una voce che gli insegnasse a chiamare il mondo per nome, di un cuore umano attraverso cui imparare cosa significhi obbedire, fidarsi, sentirsi custodito.
I Vangeli non ci hanno lasciato nemmeno una parola di Giuseppe. Eppure la sua paternità parla con una forza sorprendente. È una paternità fatta di silenzio operoso, di scelte rapide e coraggiose, di responsabilità assunte senza clamore. Giuseppe accoglie un figlio che non gli appartiene biologicamente, ma che gli è affidato totalmente. Lo protegge dalla minaccia di Erode, lo porta lontano, in Egitto, ricomincia da zero pur di salvargli la vita. Torna poi a Nazaret, dove Gesù cresce “in sapienza, età e grazia” (Lc 2, 52) anche per merito suo. In quella casa umile, Giuseppe insegna al Figlio di Dio il valore del lavoro, la dignità della fatica quotidiana, la fedeltà alle piccole cose.
Dire che Gesù ha avuto bisogno di un papà non diminuisce la sua divinità, ma esalta la verità della sua umanità. Dio non ha voluto fare a meno dell’amore di un padre terreno. Ha scelto di affidarsi a Giuseppe perché la paternità è una vocazione essenziale, capace di plasmare due cuore: quello del padre come quello del figlio. Gesù ha imparato a pregare guardando Giuseppe pregare, ha imparato ad ascoltare osservando Giuseppe obbedire alla volontà di Dio, ha imparato cosa significhi sentirsi al sicuro nel grembo di una famiglia. In Giuseppe, Gesù ha sperimentato una paternità che non domina, ma serve, che non possiede, ma dona.
In questo senso, San Giuseppe diventa il custode di ogni paternità. La sua figura illumina il senso profondo dell’essere padre oggi, in un tempo in cui questa vocazione è spesso ferita, sminuita o temuta. Essere un “buon” padre non significa essere perfetto, quanto essere presente. Non significa avere tutte le risposte, quanto rimanere accanto. Giuseppe non ha capito tutto, ma ha creduto. Non ha controllato il mistero, ma lo ha custodito. Così ogni papà è chiamato a essere segno di affidabilità, di protezione, di amore che resta anche quando costa.
Il 19 marzo, allora, è una festa che tocca il cuore di tutti. Dei padri che ogni giorno si spendono nel nascondimento della quotidianità, che lavorano, che si preoccupano, che a volte sbagliano ma non smettono di amare. Dei figli che hanno ricevuto una paternità solida e di quelli che ne portano una ferita, ma possono scoprire in San Giuseppe un padre spirituale, capace di colmare ciò che è mancato. È una giornata che ricorda alla Chiesa e al mondo che la paternità è un dono indispensabile, un riflesso concreto della paternità di Dio.
Anche Gesù ha avuto bisogno di un papà, e questo ci dice qualcosa di decisivo: nessuno cresce da solo. Neppure Dio fatto uomo. Abbiamo bisogno di un volto che ci accompagni, di mani che ci sostengano, di un cuore che ci insegni ad amare. San Giuseppe, padre giusto e silenzioso, continua a indicare la strada. E a ogni papà di oggi sussurra che il suo amore, anche quando sembra piccolo o insufficiente, può essere lo spazio in cui Dio sceglie di abitare. Che può essere veicolo dell’amore del Padre, il più grande che esiste. Può essere veicolo della voce che sussurra: «Non sei solo, ci sono qui io per te». A tutti i padri accanto a noi, come a quelli già in Cielo: grazie! San Giuseppe, vostro patrono e modello, vi protegga e benedica sempre e per sempre.
Fabrizia Perrachon
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