In questo Venerdì Santo ho voluto fermarmi su una cosa scomoda, una di quelle che non si dicono spesso ma che tante coppie vivono davvero. Perché il Venerdì Santo è il giorno in cui Gesù muore, è il giorno del silenzio, è il giorno in cui sembra che Dio non faccia nulla. E, se siamo sinceri, è anche quello che succede in molte relazioni. Ci sono coppie che pregano sul serio. Non una preghiera ogni tanto, ma una preghiera fedele, quotidiana, sincera. Si affidano, chiedono, portano a Dio la loro relazione. Eppure non cambia nulla. Le stesse discussioni, le stesse ferite, le stesse distanze. E allora arriva una domanda che fa male: ma a cosa serve pregare?
Qualche tempo fa mi ha scritto una donna. Sposata da anni, credente, impegnata. Mi diceva: “Antonio, io prego. Prego ogni giorno per mio marito. Perché cambi, perché si apra, perché torni quello di prima. Ma lui è sempre distante, sempre chiuso. A volte sembra che non gli importi nulla. E io non ce la faccio più. Mi sento sola… anche davanti a Dio.” Questa frase torna spesso: mi sento sola anche davanti a Dio. Ed è una delle più dolorose, perché non riguarda solo la relazione di coppia, ma anche la fede.
Il punto è che molte volte viviamo la preghiera come un tentativo, anche inconsapevole, di cambiare l’altro. “Signore, cambia lui”, “Signore, falla smettere”, “Signore, sistema questa situazione”. È umano, è comprensibile. Ma dentro questa preghiera c’è un’aspettativa precisa: che il problema sparisca. E quando non succede, arriva la delusione. Non solo verso il coniuge, ma anche verso Dio. Qui bisogna avere il coraggio di dire una verità che non piace. La preghiera non è fatta per togliere la croce. Se guardiamo Gesù proprio nel Venerdì Santo, vediamo questo con chiarezza: Gesù prega, ma la croce resta. Non viene evitata, non viene accorciata, non viene spiegata. Resta. E questo cambia completamente il modo in cui possiamo guardare la nostra vita di coppia.
Allora a cosa serve pregare? Serve a qualcosa di molto più profondo e concreto di quello che immaginiamo. La preghiera non cambia subito la situazione, cambia te dentro la situazione. E non è una frase spirituale da dire per consolare, è un passaggio reale che ha conseguenze concrete. Quando una persona entra davvero nella preghiera, inizia piano piano a vedere meglio. Non solo quello che l’altro sbaglia, ma anche quello che si muove dentro di sé. Si accorge che sotto la rabbia c’è spesso paura, sotto l’accusa c’è bisogno, sotto la chiusura c’è una ferita.
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, è un passaggio decisivo. Si esce da un Bambino ferito che reagisce e si entra, lentamente, in un Adulto che resta nella realtà. Non significa diventare freddi o distaccati, ma smettere di vivere solo di reazioni automatiche. E questo cambia il modo di stare nella relazione. Ma c’è qualcosa di ancora più importante, ed è qui che si gioca tutto. Il dolore più grande nella coppia non è solo quello che l’altro fa o non fa, ma è sentirsi soli mentre lo si vive. E la preghiera, quando è vera, non elimina subito il dolore, ma toglie la solitudine dentro quel dolore.
Quella donna, dopo un po’ di tempo, mi ha riscritto. La situazione con il marito non era cambiata molto, lui era ancora chiuso, distante. Ma lei mi ha detto una cosa diversa: “Non so spiegarti bene, ma non mi sento più sola come prima. Quando sto male, non è più vuoto. È come se qualcuno fosse lì con me.” Questo è il cuore della preghiera. Non una soluzione immediata, ma una presenza reale.
E da qui può partire qualcosa di nuovo. Perché quando non sei più solo, quando non sei più schiacciato dalla reazione, quando inizi a stare in modo diverso dentro quello che vivi, cambia anche il tuo modo di relazionarti. Magari smetti di attaccare sempre nello stesso modo, magari impari a dire quello che provi davvero, magari riesci a non entrare in certi giochi ripetitivi fatti di attacco e difesa, accusa e giustificazione, chiusura e distanza. La preghiera non ti dà una tecnica, ma ti rende più libero.
E a volte, proprio da lì, qualcosa si muove anche nella relazione. Non perché hai pregato meglio, ma perché hai smesso di alimentare sempre le stesse dinamiche. E questo, lentamente, apre spazi nuovi. Ma bisogna essere onesti fino in fondo. Ci sono situazioni in cui, almeno per un tempo, non cambia nulla. L’altro resta chiuso, la relazione resta faticosa. E allora la preghiera diventa ancora più vera, perché non serve più a cambiare l’altro, ma a non perdere te stesso. A non indurirti, a non chiuderti, a restare capace di amare anche dentro la fatica.
Il Venerdì Santo è questo. Non è il giorno delle soluzioni, è il giorno della fedeltà nel buio. È il giorno in cui Dio non interviene come vorremmo, ma resta. E forse è proprio questo il punto più profondo. Pregare non è dire a Dio cosa deve fare. È permettere a Dio di stare con te dentro quello che stai vivendo. Anche quando non capisci, anche quando fa male, anche quando nulla cambia. E da lì, piano piano, qualcosa inizia a muoversi. Non sempre fuori, ma dentro sì. E, a volte, è proprio da lì che comincia la resurrezione.
Antonio e Luisa
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