Nelle relazioni affettive può capitare spesso che si ripresenti una stessa dinamica, anche se ci troviamo a vivere in tempi e luoghi differenti. Per un attimo si ha come la sensazione di essere vittima del destino che ci fa rivivere le stesse scene… Ma in realtà questi sono momenti importanti che ci vogliono dire qualcosa di molto prezioso. In psicologia si chiama coazione a ripetere e sta ad intendere la tendenza a ripetere uno stesso schema comportamentale dietro il quale, spesso, si nasconde una ferita non elaborata, un irrisolto che chiede di essere sanato.
Quando ci troviamo a ripetere le stesse dinamiche relazionali, in tempi e luoghi differenti, è possibile che stiamo riproponendo il nostro copione. Se mi rendo conto che nelle mie relazioni ho un atteggiamento accudente verso l’altro, tendo sempre a giustificarlo e faccio fatica ad aprirmi, allora sto mettendo in atto un preciso copione. Se mi rendo conto che tutte le mie relazioni, con persone differenti, hanno sempre breve durata, allora sto mettendo in atto un preciso copione.
Nell’Analisi Transazionale il copione è quel modo di stare al mondo, quello schema di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia. La genesi del copione è fortemente legata alle figure di accudimento, a come ci siamo sentiti amati da loro. Di per sé il copione è qualcosa che ci ha protetti e comprendere quanto esso ci condizioni nel rapporto con l’altro può cambiarci profondamente. A volte, infatti, all’interno della relazione si rischia di leggere i comportamenti e le parole dell’altro alla luce delle nostre ferite, alla luce della nostra storia e questo può generare conflitti.
È fondamentale allora distinguere tra quanto nella relazione è una mia proiezione, frutto della mia storia, e quanto, invece, è la realtà. Spesso si proietta nell’altro quello che è dentro di noi e rifiutiamo di riconoscere. Spesso ciò che imputo all’altro – possono essere l’aggressività, l’ansia o altri comportamenti – è qualcosa già presente dentro di me e che proietto fuori di me, in chi mi sta accanto. Il margine è sottile e per fare un buon discernimento occorre che entrambi abbiano la volontà di fare verità su sé stessi. Occorre un lavoro di squadra instancabile.
Stando in relazione, posso scoprire che quello che più mi ferisce, a volte, non è l’evento in sé, non è quella mancanza di attenzione del mio compagno o quel gesto mancato… ma quello che risveglia nel mio inconscio, quella vecchia ferita non sanata che ancora brucia… e allora tutto cambia! Si smette di fare la lotta con l’altro e anzi, posso ringraziare chi ho accanto perché mi permette di fare luce sulle mie ferite… E posso lavorarci per guarirle! La relazione così diventa un luogo prezioso di crescita e possiamo essere luce l’uno per l’altro. La preghiera in questo senso può dare nutrimento e sostentamento alla relazione. Si tratta di un passaggio molto delicato, un lavoro instancabile che ci permette di aprirci all’altro con occhi nuovi.
Mentre ognuno di noi, spesso inconsapevolmente, è legato al proprio copione, nel Vangelo vediamo che Gesù va costantemente fuori schema. Pensiamo, ad esempio, a quando Gesù guarisce gli ammalati di sabato, giorno dedicato al riposo, lasciando così interdetti i farisei. Inoltre la prima persona a cui Gesù appare, dopo la sua morte, è una donna: Maria di Magdala. Grazie a Gesù era stata guarita da sette demoni e, insieme alla madre di Gesù, era rimasta ai piedi della Croce.
Maria aveva avuto la prontezza di recarsi al sepolcro “di buon mattino, quando era ancora buio”. (Gv 20, 1) Subito si accorge che la pietra era stata tolta dal sepolcro e corre dai discepoli, Simon Pietro e un altro, a darne notizia. Per due volte ripete la stessa frase – “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv 20, 2) – prima ai discepoli e poi agli angeli. Inizialmente Maria non riconosce Gesù quando si avvicina, lo riconosce solo quando Gesù la chiama per nome. E proprio a Maria Gesù affida il compito di testimoniare: “Non mi trattenere – le dice – perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: «Salgo al Padre mio e al Padre vostro, mio e Dio vostro»”. (Gv 20, 17)
Nella cultura ebraica la testimonianza di una donna non aveva valore legale, eppure Gesù affida proprio ad una donna l’atto coraggioso di testimoniare. Maria di Magdala ha avuto il coraggio di non scappare di fronte all’assenza e questo ha fatto sì che diventasse testimone della Resurrezione, ha fatto sì che il suo dolore diventasse gioia della testimonianza. Ricordiamolo ogni giorno: il Signore vuole renderci testimoni del fatto che la morte è stata vinta. Seguiamo allora le orme di Maria di Magdala che non ha avuto paura di restare nel silenzio dell’assenza, sapendo che ci attende una gioia più grande, quella della Resurrezione!
Francesca Parlangeli
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