Tu per me sei un profeta o un faraone?

Esiste qualcosa della nostra persona che è fondamentale, qualcosa di cui anche il Signore ha un profondo rispetto ed è la nostra libertà. Non sempre nel corso della storia l’uomo ha potuto godere della libertà. Nella Parola leggiamo che il popolo d’Israele ha sperimentato da vicino la schiavitù: nella terra d’Egitto, infatti, gli Israeliti erano schiavi del faraone che li obbligava a fabbricare mattoni. Se il faraone rappresenta colui che rende l’uomo schiavo, nella Parola leggiamo anche di tanti profeti, uomini che ebbero il coraggio di testimoniare la verità e annunciare le opere di Dio.

Tempo fa ascoltai la testimonianza di una giovane sposa di nome Sara, attraverso di essa ho compreso che la figura del profeta e quella del faraone possono rivelare qualcosa di molto importante a ciascuno di noi. Sara raccontò di quando frequentava quello che all’epoca era il suo fidanzato e poi sarebbe diventato suo marito. Durante uno dei loro primi incontri lui le disse: “Sara, sembri uno zombie! L’ansia ti sta divorando”. Sara si era appena trasferita in una nuova città per lavoro, aveva già affrontato diversi trasferimenti e non sapeva quanto tempo sarebbe rimasta lì. Proprio in quel frangente aveva conosciuto lui, Maurizio.

I primi incontri furono un vero e proprio bagno di realtà per i due: subito dopo essersi baciati per la prima volta, Sara ebbe un attacco di panico. Il suo corpo stava reagendo a quello che turbava la sua interiorità: per la condizione di precarietà in cui si trovava, Sara aveva un’enorme paura di legarsi a qualcuno. Di fronte a questo Maurizio le era rimasto accanto e l’aveva messa di fronte alla verità di sé stessa: in questo senso per lei era stato come un profeta. Non le aveva chiesto qualcosa che prosciugasse le sue energie o che la consumasse: in questo caso sarebbe stato come un faraone.

Ho vissuto in prima persona diversi trasferimenti e conosco bene la sensazione di smarrimento che si prova all’idea di doversi ambientare in un posto che non si conosce. In quei momenti diventa ancora più prezioso avere accanto una persona che ti sostiene, che vede le tue paure e decide di affrontarle insieme a te. Non con giudizio ma con misericordia, non con l’atteggiamento di chi ti rimprovera di essere ansiosa ma piuttosto con lo sguardo dolce di chi vuole proteggerti e sostenerti.

In un momento tanto delicato in cui cambiano tutte le coordinate intorno a te – la città, il lavoro, la casa in cui vivi – la presenza di chi hai accanto e non ti fa sentire fuori posto ma ti aiuta concretamente, ti fa capire che l’amore spesso non si realizza nel provare emozioni travolgenti ma si costruisce proprio in quei momenti di fatica.

Forse per Maurizio sarebbe stato più semplice scappare di fronte all’ansia costante di Sara, eppure aveva avuto il coraggio di restare, di farsi presente. Di sostenere Sara in un momento delicato. E restando, aveva permesso alla relazione di diventare più solida. Sara e Maurizio si erano conosciuti subito nella fragilità ma proprio questa aveva permesso che si realizzasse la loro vocazione.

Siamo cresciuti con la favola del “e vissero tutti felici e contenti”, come se l’amore vero comportasse uno stato di felicità perenne. Ma non è cosi: amare significa scegliere di restare, farsi dono per l’altro, anche nei momenti di fatica. È un cammino da imparare, passo dopo passo, a partire proprio dalle nostre fragilità.

Sara e Maurizio si erano affidati l’uno all’altro. Pur conoscendosi da poco, avevano attraversato insieme la fase delicata del trasferimento di Sara e avevano compreso che si trattava di un momento di passaggio. Viverlo insieme aveva permesso loro di crescere e rafforzare la relazione. La testimonianza di Sara si concluse con queste parole: “Anche oggi Maurizio continua a mostrarmi la verità di me stessa, anche quando è scomoda. E in questo per me è come un profeta”.

Ascoltare questa testimonianza mi ha interrogata profondamente: quante volte siamo scandalizzati dalle fragilità dell’altro e permettiamo che le mancanze che avvertiamo si trasformino in accusa. Il risultato è che, invece di creare comunione fra noi, ci allontaniamo sempre di più dall’altro. Abbiamo paura di scoprirci fragili e non ci rendiamo conto che sono proprio le nostre fragilità a poter sostenere e rafforzare l’amore per l’altro. Dio non ci chiede di essere perfetti e nemmeno di rinnegare la nostra essenza di creatura, ci chiede di amare e di portare “i pesi gli uni degli altri”. (1 Gal 6,2)

Non lasciamoci ingannare allora dalla favola del “e vissero tutti felici e contenti”, non lasciamoci sedurre dall’idea che l’amore debba coincidere con un’emozione costante ma chiediamoci quale atteggiamento stiamo adottando nella nostra relazione. Mi comporto come il faraone, che pretende che l’altro cambi e faccia quello che voglio, oppure come un profeta, che ha il coraggio di restare accanto nella fragilità e dire la verità con carità?

Francesca Parlangeli

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Quando finisce l’amore

Tutti sogniamo un amore che possa resistere alle tempeste della vita, un amore eterno, che sia per noi un porto sicuro. E spesso si ha la convinzione che questo amore debba arrivare a noi quasi senza sforzo. La vita, in realtà, ci insegna che nulla si ottiene senza fatica. E questo lo sappiamo bene in altri ambiti: sappiamo che per avere un buon lavoro, occorre impegnarsi ogni giorno. Sappiamo che per conseguire un diploma o una laurea, dobbiamo essere costanti nello studio.

Ma per quanto riguarda l’amore, sembra che questo debba arrivare a noi quasi senza sforzo. Nessuna cosa può continuare a vivere se noi per primi non la alimentiamo. E questo ci mette di fronte ad una realtà chiara: l’amore, se non cresce, muore. Nella fase iniziale, quella dell’innamoramento, siamo rapiti dalla bellezza dell’altra persona, tutto in lei ci sembra dolce e magico e siamo entusiasti all’idea di aver trovato una persona con cui condividere la nostra prospettiva di vita. Dopo poco tempo, però, iniziamo a scorgere le differenze, i limiti di quella persona.

E molte relazioni finiscono proprio qui, perché non ci si pone nella condizione di alimentare e rinnovare l’amore. La verità è che l’amore finisce quando smettiamo di curarlo.

L’amore finisce quando rinuncio a vedere l’altra persona come il dono di Dio per me, quando dimentico la bellezza che mi ha fatto innamorare di lei, quando dentro di me si insinua l’accusa, silenziosa e potente. L’amore finisce quando preferisco vedere quello che ci divide rispetto a quello che ci unisce, quando mi chiudo nelle mie ragioni e non investo più nel progetto da costruire. Sono le mie ragioni ad avere la meglio sull’edificazione dell’amore.

La Parola ci dice che colui che divide è l’accusatore, il demonio. Non a caso talvolta la relazione diventa un vero e proprio campo di battaglia in cui non si fa altro che accusarsi delle proprie mancanze. Serve tanta forza di volontà per spezzare quel circuito e tornare al bene che ci unisce. A volte basta un solo sguardo, una parola dolce che ci ricorda quanto di bello abbiamo costruito insieme; altre volte servono più tempo e tanta delicatezza nell’accostarsi all’altro. Abbiamo bisogno di ricordarci quanto di bello stavamo costruendo, quanto stavamo crescendo insieme, nonostante i nostri limiti e le nostre mancanze.

Quando orientiamo il nostro sguardo al bene che ci unisce, allora tutto cambia: ogni divergenza nella relazione è un’occasione da superare, ogni difficoltà diventa la possibilità per crescere insieme, mano nella mano. Affrontare tutto questo insieme regalerà alla coppia dei memoriali preziosi da custodire, momenti in cui facciamo memoria delle prove che abbiamo attraversato e di cui Dio è il testimone prezioso. Il mondo ci insegna che le separazioni sono all’ordine del giorno e la vera magia sta nel custodire l’amore per chi ho accanto, nel preservare l’amore che Dio ci ha messo nel cuore.

Il libro dell’Ecclesiaste ci dice: “Meglio essere in due che uno solo, perché otterranno migliore ricompensa per la loro fatica. Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi. Inoltre, se si dorme in due, si sta caldi; ma uno solo come fa a riscaldarsi? Se uno è aggredito, in due possono resistere: una corda a tre capi non si rompe tanto presto”. (Eccle 4, 9- 12)

Questo passo ci ricorda quanto sia prezioso affrontare la vita insieme ad un’altra persona, ci ricorda che se affidiamo il nostro amore a Dio, esso diviene così radicato da non potersi spezzare tanto presto. “Se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani?” (Mt 5,46): Gesù nel Vangelo non ci chiede di amare chi ci ama ma ci chiede di amare proprio quando costa fatica.

Se siamo in grado di amare solo la bellezza dell’altro, in realtà stiamo amando solo le nostre comodità. Non possiamo lamentarci di non vedere l’amore fiorire nelle nostre vite se noi per primi non siamo disposti a far morire i nostri schematismi e il nostro egoismo. Se non siamo disposti ad accogliere l’altro anche nelle sue fragilità. L’amore vero è quello che accoglie nella sua totalità, quello che “tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”. (1 Cor 13, 7)

Possiamo passare una vita intera a rincorrere la nostra idea di amore, finendo per rimanere intrappolati in una rotatoria in cui riproponiamo, con persone differenti, lo stesso schema comportamentale. Senza imboccare mai una strada, possiamo continuare a sperare che la situazione cambi da sé. Ma nulla può cambiare se noi per primi non cambiamo il nostro sguardo. Attribuire la responsabilità degli eventi agli altri o a quello che accade ci rende spettatori della nostra stessa vita.

Quando realizziamo nel nostro cuore una vera conversione, ovvero un cambiamento di rotta, allora saremo in grado di vedere che le mancanze che imputo all’altro sono anche le mie, che le sue fatiche possono essere strumento di crescita per me e per noi. E allora il nostro sguardo cambierà. Chiediamo a Dio di donarci uno sguardo limpido, uno sguardo nuovo, che non sia più accusatorio ma che possa accogliere e proteggere le fragilità altrui come un tesoro prezioso. Uno sguardo che accolga e preservi la bellezza di chi abbiamo accanto e la relazione che Lui ci ha donato.

Francesca Parlangeli

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“Ricostruisci il cuore” con i Frati Passionisti

In Abruzzo, presso il Santuario di San Gabriele dell’Addolorata, nella località di Isola del Gran Sasso, è nato un percorso promosso dai Frati Passionisti pensato per giovani e famiglie. Tante sono le proposte realizzate nel corso dell’anno: corsi rivolti a single e fidanzati sui fondamenti dell’amore, weekend di discernimento vocazionale, momenti di fraternità rivolti alle famiglie e tanto altro ancora. 

Dal 16 al 19 aprile ho partecipato ad un nuovo percorso promosso dai Frati Passionisti, dal titolo “Ricostruisci il cuore”, che ha visto la partecipazione anche di Francesco e Alessandra di 5pani2pesci e Nicoletta Musso, mediatrice familiare e consulente in sessuologia, assieme a suo marito, Davide Oreglia. Il tema centrale è stato la sessualità ferita: il corso vuole essere un’occasione per guardare alle ferite che ognuno di noi porta nel proprio cuore, alla luce della Parola di Dio. Hanno partecipato circa cinquanta giovani di età compresa tra i 18 e i 40 anni provenienti da diverse zone d’Italia, tra cui single, fidanzati e coppie sposate, tutti desiderosi di scoprire una Parola e di mettersi in cammino.

Il corso si è aperto con un’immagine molto forte: una serie di cocci disseminati ai piedi della Croce di Cristo. Quei cocci stavano a rappresentare le ferite che ognuno di noi ha. Ogni nostra ferita può diventare uno spiraglio prezioso attraverso il quale passa la luce di Dio. Ed è proprio quella luce che permette di guardare alla nostra sofferenza con uno sguardo nuovo. Non più come una condanna ma come una possibilità, un’occasione di crescita. Di fronte al dolore spesso rimaniamo bloccati di fronte ad una domanda: “Perché a me, Signore?”. Il nostro sguardo cambia quando ci chiediamo: “Per chi, Signore? Cosa posso fare ora con questa sofferenza?”

È stato un weekend di grazia, di preghiera e di condivisione, un momento prezioso per fermarsi, per dare voce a tutte quelle domande che ognuno di noi porta nel proprio cuore e che rischiano talvolta di rimanere sospese, presi dalla vita ordinaria e dai ritmi frenetici che viviamo ogni giorno. Un momento per riflettere su quanto sia importante la relazione con l’altro nella nostra vita, a partire proprio dalla dimensione corporale. 

Così scrive San Paolo : “Il Dio della pace vi santifichi interamente e la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo”. (1 Ts 5,23) Questa Parola ci mostra come la nostra persona sia composta da tre parti fondamentali tra loro interconnesse: corpo, anima e spirito. Il corpo è la parte di noi che per prima mostriamo all’altro e conserva la memoria di ogni gesto, di ogni carezza e abbraccio ricevuto. Se un bambino da piccolo viene accarezzato e coccolato, il suo corpo lo ricorderà per sempre. Il corpo spesso rivela anche ciò che le nostre parole non dicono ed è importante prendersene cura ogni giorno perché è “tempio dello Spirito Santo”. (1 Cor 6,19) Tutto ciò che tocca il nostro corpo tocca anche la nostra anima.

L’anima è il luogo della coscienza, la sede della volontà, delle emozioni mentre lo spirito è ciò che ci permette di dare senso alla nostra vita ed è guarito dall’incontro con Dio. Quando fallisce un fidanzamento, c’è sempre una ferita dell’anima di cui prendersi cura. E come si guarisce l’anima? Imparando ad amare e lasciarsi amare perché – è bene ricordarlo – da soli tutto pesa e non ci si salva. Non siamo fatti per stare da soli ma per entrare in comunione con l’altro. Quando allora non riusciamo a far sedimentare l’amore nella nostra vita, occorre capire quali sono i nostri blocchi, quali ostacoli ci impediscono di realizzare una comunione autentica con l’altro. 

Spesso abbiamo l’idea di un amore magico, l’idea che se l’amore è vero, allora tutto deve avvenire in modo spontaneo ma non è così. Spesso, senza accorgercene, nella coppia ci lasciamo affondare dalla coppia stessa. È fondamentale, invece, saper ricreare quell’energia, anche da soli, da investire nella relazione. L’amore ha sempre bisogno di essere ricreato, alimentato e curato. 

Quando siamo tentati di chiuderci di fronte all’altro o di porre fine alla relazione, dimentichiamo che abbiamo accanto il nostro compagno di cordata e il nostro bene sta proprio lì. Nel poter scalare la montagna insieme. Se spezzo la corda che mi tiene accanto al mio amato, non farò che propagare dolore intorno a me. Prendiamoci cura allora di chi il Signore ci ha messo affianco in modo da poter diventare generativi. Solo realizzando la nostra vocazione, potremo seminare frutti di eternità.

Per far questo è importante capire che l’uomo e la donna comunicano e interagiscono in modo completamente differente. La donna tendenzialmente è analitica mentre l’uomo ha un approccio sintetico. Diverso è anche il modo in cui ci si innamora: la donna è conquistata da quello che ascolta attraverso l’udito mentre l’uomo è attratto da ciò che vede con la vista. E questo comporta bisogni differenti: l’uomo cerca la bellezza mentre la donna cerca la rassicurazione. Talvolta tale divergenza può essere fonte di incomprensioni ma se impariamo a leggere la differenza come un arricchimento, allora tutto cambia. 

Il percorso “Ricostruisci il cuore” è stato suddiviso in tre diversi corsi, ciascuno dei quali vuole approfondire un tipo di ferita diversa. Il tema centrale di questo corso è stato la sessualità ferita mentre quello svoltosi lo scorso gennaio si è incentrato sulle ferite legate all’autostima. L’ultima tappa del percorso di quest’anno vuole approfondire le ferite legate alla relazione con Dio e si svolgerà dal prossimo 30 maggio al 2 giugno 2026. Non è necessario aver partecipato ai corsi precedenti dato che ogni tappa del percorso è indipendente dalle altre.

Francesca Parlangeli

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Il fuori schema di Dio

Nelle relazioni affettive può capitare spesso che si ripresenti una stessa dinamica, anche se ci troviamo a vivere in tempi e luoghi differenti. Per un attimo si ha come la sensazione di essere vittima del destino che ci fa rivivere le stesse scene… Ma in realtà questi sono momenti importanti che ci vogliono dire qualcosa di molto prezioso. In psicologia si chiama coazione a ripetere e sta ad intendere la tendenza a ripetere uno stesso schema comportamentale dietro il quale, spesso, si nasconde una ferita non elaborata, un irrisolto che chiede di essere sanato.

Quando ci troviamo a ripetere le stesse dinamiche relazionali, in tempi e luoghi differenti, è possibile che stiamo riproponendo il nostro copione. Se mi rendo conto che nelle mie relazioni ho un atteggiamento accudente verso l’altro, tendo sempre a giustificarlo e faccio fatica ad aprirmi, allora sto mettendo in atto un preciso copione. Se mi rendo conto che tutte le mie relazioni, con persone differenti, hanno sempre breve durata, allora sto mettendo in atto un preciso copione.

Nell’Analisi Transazionale il copione è quel modo di stare al mondo, quello schema di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanziaLa genesi del copione è fortemente legata alle figure di accudimento, a come ci siamo sentiti amati da loro. Di per sé il copione è qualcosa che ci ha protetti e comprendere quanto esso ci condizioni nel rapporto con l’altro può cambiarci profondamente. A volte, infatti, all’interno della relazione si rischia di leggere i comportamenti e le parole dell’altro alla luce delle nostre ferite, alla luce della nostra storia e questo può generare conflitti.

È fondamentale allora distinguere tra quanto nella relazione è una mia proiezione, frutto della mia storia, e quanto, invece, è la realtà. Spesso si proietta nell’altro quello che è dentro di noi e rifiutiamo di riconoscere. Spesso ciò che imputo all’altro – possono essere l’aggressività, l’ansia o altri comportamenti – è qualcosa già presente dentro di me e che proietto fuori di me, in chi mi sta accanto. Il margine è sottile e per fare un buon discernimento occorre che entrambi abbiano la volontà di fare verità su sé stessi. Occorre un lavoro di squadra instancabile. 

Stando in relazione, posso scoprire che quello che più mi ferisce, a volte, non è l’evento in sé, non è quella mancanza di attenzione del mio compagno o quel gesto mancato… ma quello che risveglia nel mio inconscio, quella vecchia ferita non sanata che ancora brucia… e allora tutto cambia! Si smette di fare la lotta con l’altro e anzi, posso ringraziare chi ho accanto perché mi permette di fare luce sulle mie ferite… E posso lavorarci per guarirle! La relazione così diventa un luogo prezioso di crescita e possiamo essere luce l’uno per l’altro. La preghiera in questo senso può dare nutrimento e sostentamento alla relazione. Si tratta di un passaggio molto delicato, un lavoro instancabile che ci permette di aprirci all’altro con occhi nuovi. 

Mentre ognuno di noi, spesso inconsapevolmente, è legato al proprio copione, nel Vangelo vediamo che Gesù va costantemente fuori schema. Pensiamo, ad esempio, a quando Gesù guarisce gli ammalati di sabato, giorno dedicato al riposo, lasciando così interdetti i farisei. Inoltre la prima persona a cui Gesù appare, dopo la sua morte, è una donna: Maria di Magdala. Grazie a Gesù era stata guarita da sette demoni e, insieme alla madre di Gesù, era rimasta ai piedi della Croce.

Maria aveva avuto la prontezza di recarsi al sepolcro “di buon mattino, quando era ancora buio”. (Gv 20, 1) Subito si accorge che la pietra era stata tolta dal sepolcro e corre dai discepoli, Simon Pietro e un altro, a darne notizia. Per due volte ripete la stessa frase – “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” (Gv 20, 2) – prima ai discepoli e poi agli angeli. Inizialmente Maria non riconosce Gesù quando si avvicina, lo riconosce solo quando Gesù la chiama per nome. E proprio a Maria Gesù affida il compito di testimoniare: “Non mi trattenere – le dice – perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e dì loro: «Salgo al Padre mio e al Padre vostro, mio e Dio vostro»”. (Gv 20, 17)

Nella cultura ebraica la testimonianza di una donna non aveva valore legale, eppure Gesù affida proprio ad una donna l’atto coraggioso di testimoniare. Maria di Magdala ha avuto il coraggio di non scappare di fronte all’assenza e questo ha fatto sì che diventasse testimone della Resurrezione, ha fatto sì che il suo dolore diventasse gioia della testimonianza. Ricordiamolo ogni giorno: il Signore vuole renderci testimoni del fatto che la morte è stata vinta. Seguiamo allora le orme di Maria di Magdala che non ha avuto paura di restare nel silenzio dell’assenza, sapendo che ci attende una gioia più grande, quella della Resurrezione!

Francesca Parlangeli

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Il dono di saper custodire, come Maria

Oggi la Chiesa celebra l’Annunciazione, il momento in cui Maria ricevette la notizia della nascita di Gesù. Si tratta di un momento che diversi artisti hanno voluto rappresentare, da Giotto sino a Leonardo Da Vinci. Nel Vangelo è riportata subito l’umanità di Maria che, di fronte all’angelo Gabriele che la salutò definendola “piena di grazia”, (Lc 1,28) “fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo”. (Lc 1,29) L’angelo subito le disse:

«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo». […] Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». (Lc 1, 30-38)

Di fronte ad un simile annuncio Maria non esita a consegnare tutta sé stessa a Dio, affinché realizzi il Suo progetto. Non resta in una posizione contemplativa ma si mette in viaggio per andare a far visita ad Elisabetta e con lei rimase tre mesi circa. Subito dopo aver salutato Elisabetta, Maria cantò le lodi di Dio in quello che oggi conosciamo come il “Magnificat” ed esclamerà a gran voce: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il Suo nome”. (Lc 1,49) Maria rende gloria a Dio per quanto sta realizzando, perché ha donato un figlio ad Elisabetta, che era detta sterile, e per la nascita imminente di Gesù.

Maria ha il coraggio dell’umiltà, non cerca la gloria né lo splendore: fa nascere Suo figlio nella semplicità di una mangiatoia. Alcuni pastori, venuti a conoscenza della Sua nascita, si misero in cammino e trovarono Maria, Giuseppe e un bambino avvolto in fasce. Proprio questo era il segno annunciato loro da un angelo: un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. La Parola ci dice che ci fu grande stupore tra loro e “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. (Lc 2,19)

Maria possiede un grande dono, quello di saper custodire. Probabilmente dentro di sé era presa dallo stupore, si chiedeva perché Dio avesse scelto proprio lei, non comprende pienamente ma rimane nel silenzio, custodisce quanto ha nel cuore e medita quanto sta accadendo. Il silenzio ha il compito prezioso di custodire un mistero molto più grande di lei. Maria ha il compito di indicarci la strada verso Gesù. Con discrezione fa presente a Suo figlio che il vino è terminato così da permettere a Gesù di realizzare il miracolo delle nozze di Cana, trasformando l’acqua in vino. Maria resterà in silenzio anche ai piedi della Croce, il suo è un silenzio che medita e custodisce il mistero dell’Incarnazione.

Maria ci guida verso Gesù e ci ricorda che nulla è impossibile a Dio. I nostri limiti umani, come la sterilità di Elisabetta, diventano l’occasione per testimoniare la potenza creatrice di Dio. Maria oggi ci ricorda proprio questo: l’apertura di cuore al Signore, la disponibilità a realizzare il Suo progetto e la capacità di saper custodire la relazione e i doni del Signore. Seguiamo i suoi passi affinché anche noi, prendendo esempio da Lei, possiamo dare testimonianza delle grandi cose che il Signore ha fatto per noi.

Francesca Parlangeli

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