Negli ultimi tempi ha fatto discutere una riflessione di Don Alberto Ravagnani, secondo cui la conoscenza reciproca dei partner, anche attraverso l’esperienza della sessualità, potrebbe aiutare a “compromettersi”, a desiderare una vita insieme. A questo si aggiunge l’idea che forse la Chiesa dovrebbe dare più valore al piacere e non solo al dovere. È una posizione che, a prima vista, può sembrare equilibrata, persino attenta alla realtà delle persone. E in parte lo è, perché intercetta un bisogno vero: quello di recuperare il significato positivo del piacere dentro la relazione. Tuttavia, proprio qui si nasconde un equivoco profondo, perché il punto non è negare il piacere, ma capire quale posto occupa dentro l’amore.
Dal punto di vista psicologico, pensare che la sessualità aiuti a costruire un amore stabile è un’idea fragile. La sessualità coinvolge profondamente la persona, attiva emozioni intense, crea connessione, fa sentire vicini. Ma tutto questo non coincide automaticamente con una scelta matura. Potremmo dire, usando il linguaggio dell’Analisi Transazionale, che il sesso attiva facilmente il bisogno di fusione, di riconoscimento, di appartenenza, ma non necessariamente quella parte di noi capace di scegliere, valutare e costruire nel tempo. Il rischio allora è molto concreto: si crea una percezione di intimità che però non è ancora stata verificata nella realtà della vita. Ci si sente già uniti, ma non ci si è ancora scelti davvero. E così si finisce per restare in relazioni non perché si è deciso di amare, ma perché si ha paura di perdere ciò che si è già vissuto. Non è il sesso che costruisce il legame, al massimo può anticiparlo, e quando lo anticipa spesso lo confonde.
Qui entra anche qualcosa di molto personale, che conosco bene. Mi ricordo quando avevo vent’anni e partivo con i miei amici per la Grecia. Nello zaino non mancava mai una scatola di preservativi, quasi come fosse il simbolo di un’estate da vivere senza limiti, con l’idea di fare chissà quali esperienze. C’era l’aspettativa, l’eccitazione, la promessa di una libertà piena. Eppure ogni volta tornavo con una sensazione completamente diversa: una specie di vuoto, una voragine nel cuore che non riuscivo a spiegarmi fino in fondo. Avevo cercato il piacere, ma non avevo trovato senso. Avevo vissuto momenti, ma non avevo costruito nulla. E quel vuoto, invece di riempirsi, si faceva più evidente.
La svolta è arrivata quando ho conosciuto Luisa e, attraverso l’incontro con padre Raimondo Bardelli, ho iniziato a vivere una relazione diversa, più vera, più stabile, fondata sulla castità e sulla verità. All’inizio non è stato facile, perché significava rinunciare a qualcosa che sembrava immediato per scegliere qualcosa di più profondo. Ma è stato proprio lì che ho scoperto una cosa che prima non avevo mai capito davvero: che nel dono c’è una pienezza che il piacere da solo non potrà mai dare. Non era più una corsa a prendere qualcosa dall’altro, ma un cammino per diventare dono l’uno per l’altra. E in questo ho trovato una pace, una consistenza, una gioia che prima non conoscevo.
Questo ci porta a un livello ancora più profondo, quello spirituale. La sessualità non è solo un’esperienza fisica o emotiva, è un linguaggio. È il linguaggio del corpo che dice: “mi dono completamente a te”. Ma il dono vero ha bisogno di verità, ha bisogno di essere totale, fedele, stabile. Se questo non c’è ancora nella vita concreta, allora il corpo sta dicendo qualcosa che la persona non è ancora in grado di sostenere. E qui nasce una frattura interiore. Non si tratta di moralismo, ma di unità della persona. Quando il corpo esprime un “per sempre” che la vita non ha ancora scelto, dentro si genera una tensione, una confusione che spesso si traduce in ferita. Non è un caso che molte persone, dopo esperienze sessuali vissute senza un impegno stabile, non si sentano più libere, ma più legate, più vulnerabili. Perché si sono donate senza avere ancora la capacità di custodire quel dono.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: spesso il piacere sessuale, vissuto fuori da un amore vero, diventa un palliativo. Non cura la ferita, la copre. Non riempie il vuoto, lo anestetizza. Serve a non sentire, per qualche momento, quella solitudine profonda che ci portiamo dentro quando la nostra vita non ha ancora trovato un senso pieno. Ma proprio perché è un anestetico, l’effetto passa, e il dolore torna, a volte anche più forte di prima.
Arriviamo così al nodo teologico, che è il più decisivo. L’idea che il piacere possa aiutare ad arrivare all’amore stabile capovolge l’ordine delle cose. La visione cristiana, espressa con una profondità straordinaria nella Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II, afferma esattamente il contrario: non è il piacere che fonda l’amore, ma è l’amore che dà verità al piacere. Il piacere è un bene, è voluto da Dio, non è mai stato il problema. Il problema nasce quando lo si trasforma nel punto di partenza, quando gli si chiede di sostenere qualcosa che non può sostenere. Il piacere è instabile, cambia, non regge la prova del tempo e delle crisi. L’amore invece è una decisione, è una scelta che attraversa il tempo, che resiste, che si rinnova. Se si parte dal piacere per arrivare all’amore, si costruisce su qualcosa di fragile. Se invece si parte da una scelta d’amore vera, allora il piacere diventa pieno, autentico, liberante.
Dire che la Chiesa parla solo di dovere e poco di piacere, in fondo, è una semplificazione che rischia di creare più confusione che chiarezza. La Chiesa non propone un amore freddo o imposto, ma un amore totale, che coinvolge tutta la persona, anche il corpo e il piacere. Il problema è che oggi si è creato un equivoco culturale molto forte: il dovere viene percepito come qualcosa che limita, mentre il piacere come qualcosa che libera. In realtà, dentro una visione matura dell’amore, il dovere non è altro che la forma concreta del dono, mentre il piacere è il frutto di quel dono. Non sono in opposizione, ma profondamente uniti.
Alla fine, la questione si può riassumere in modo molto semplice, ma decisivo. Non è la sessualità che insegna ad amare. È l’amore che rende vera la sessualità. Se invertiamo questo ordine, rischiamo di illuderci di amare mentre in realtà stiamo solo cercando di non sentirci soli. E così perdiamo entrambe le cose: sia l’amore vero, sia il piacere autentico. Oggi non abbiamo bisogno di dare più spazio al piacere separandolo dall’amore. Abbiamo bisogno di riscoprire la verità dell’amore, perché solo lì anche il piacere trova finalmente il suo posto giusto.
Antonio e Luisa
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