Il limite di Tobi: quando il bene fatto diventa rigidità

«Tornato a casa, mi preparai il pranzo; ma prima di mangiare, mi alzai e dissi a mio figlio: “Figlio, va’ a vedere se tra i nostri fratelli deportati c’è qualche povero che si ricorda del Signore con tutto il cuore, e conducilo qui perché mangi con me”».

Nell’undicesimo modulo sul libro di Tobia affrontiamo la rigidità. Fare il bene senza amore ti fa avere ragione… ma ti fa perdere la relazione. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. C’è un passaggio nel libro di Tobia che rischiamo di leggere troppo in fretta. Tobi compie un gesto profondamente buono: trova un morto abbandonato e decide di seppellirlo, mettendo a rischio la propria vita. È un atto di misericordia, di fedeltà, di coraggio. Eppure, proprio lì dentro, si nasconde qualcosa che nella vita di coppia può diventare pericoloso.

Perché Tobi non è solo un uomo che fa il bene. È un uomo che si identifica con il bene che fa. E quando succede questo, il rischio è sottile ma reale: il bene smette di essere una scelta viva e diventa una posizione. Non sei più uno che ama, ma uno che ha ragione. E questo, dentro una relazione, cambia completamente il clima.

All’inizio, essere “giusti” sembra una sicurezza. Essere coerenti, fedeli, affidabili costruisce fiducia. Ma col tempo può accadere qualcosa: il bene si irrigidisce. Diventa uno standard. Diventa misura. Diventa criterio con cui giudichi te stesso e, inevitabilmente, anche l’altro. Senza accorgertene, passi da “voglio amare” a “io faccio le cose giuste”. E quando dentro di te si forma questa posizione, nasce anche un confronto implicito. Se io sono quello che fa giusto, l’altro diventa quello che non è all’altezza. Magari non lo dici apertamente, ma si sente. Si percepisce nel tono, negli sguardi, nei silenzi. E l’altro non si sente più amato. Si sente osservato, corretto, misurato.

Qui entra in gioco una dinamica molto chiara dell’Analisi Transazionale: il Genitore Critico. È quella parte di noi che giudica, che stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato, che pretende coerenza e ordine. Non è una parte cattiva in sé, ma quando prende il sopravvento diventa rigida. E soprattutto, perde la relazione. Perché il Genitore Critico non dialoga. Valuta. Non accoglie. Corregge. Non si mette in gioco. Si pone sopra. E nella coppia questo crea distanza, anche quando le intenzioni sono buone.

Tobi rischia proprio questo. Il suo gesto è giusto, ma il modo in cui quel gesto lo definisce può allontanarlo dagli altri. Può renderlo incapace di vedere chi ha accanto. E nella coppia succede spesso. Uno dei due prende su di sé il peso del “fare bene”, del tenere insieme tutto, del restare fedele a ogni costo. E piano piano smette di incontrare davvero l’altro. L’altro, a quel punto, si sente in difetto. Sempre un passo indietro. E reagisce come può: si chiude, si difende, oppure attacca. Non perché non ami, ma perché non si sente più visto. Non si sente accolto per quello che è, ma per quello che dovrebbe essere.

E allora accade una cosa paradossale: stai facendo il bene, ma stai perdendo la relazione. E questo è difficile da accettare, perché il bene, di per sé, non si mette in discussione. Ma qui il punto non è il gesto. È il cuore da cui nasce. È il modo in cui quel bene si inserisce nella relazione. Anche nella vita cristiana questo è un rischio reale. Si può usare il bene per irrigidirsi. Si può usare la fede per giudicare. Si può usare Dio per rafforzare la propria posizione. Ma Dio non entra nella coppia così. Non entra per dare ragione a uno contro l’altro. Non entra come giudice.

Dio entra come Raffaele. Entra come compagno di viaggio. E questo cambia tutto. Perché un compagno di viaggio non ti schiaccia con la verità, ma cammina con te dentro la verità. Non ti umilia quando sbagli, ma ti aiuta a crescere. Non ti guarda dall’alto, ma si mette accanto. Allora la domanda diventa molto concreta: nella mia relazione, io come sto? Quando l’altro sbaglia, mi irrigidisco o resto in relazione? Correggo per avere ragione o parlo per costruire? Riesco a vedere l’altro nella sua fatica o lo riduco al suo errore?

Qui entra in gioco l’Io Adulto, che nell’Analisi Transazionale è lo spazio della libertà. È quella parte di te che non reagisce automaticamente, che non parte subito dal giudizio, ma si ferma. Ascolta. Cerca di capire. E poi sceglie come stare dentro la relazione. Essere adulti non significa relativizzare tutto. Non significa dire che va bene qualsiasi cosa. Significa però tenere insieme verità e relazione. Dire le cose vere senza distruggere l’altro. Restare presenti anche quando l’altro è fragile. Non trasformare ogni errore in una prova contro di lui.

Perché il rischio, altrimenti, è diventare impeccabili ma soli. E il matrimonio non è il luogo della perfezione morale. È il luogo dove due persone imparano a salvarsi a vicenda, dentro i propri limiti. La salvezza non passa dalla rigidità. Passa dalla misericordia. Non da un bene imposto, ma da un bene condiviso. Non da una verità usata per vincere, ma da una verità che costruisce.

Forse allora la conversione oggi è semplice e radicale insieme: continuare a fare il bene, ma smettere di usarlo per avere ragione. Continuare a cercare la verità, ma senza trasformarla in un’arma. Imparare da Raffaele significa questo: camminare accanto. Non sopra. Perché l’amore vero non ha bisogno di dimostrare di essere giusto. Ha bisogno di restare in relazione.

Antonio e Luisa

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