E tu, a chi appartieni?

Cari sposi, già lo diceva il celebre filosofo americano Benjamin Franklin: “In questo mondo nulla è certo, tranne la morte e le tasse”. Queste ultime, quindi, hanno vita lunghissima e in effetti vediamo nel Vangelo che già 2000 anni fa vessavano i cittadini dell’allora Impero Romano. Difatti, alcuni decenni prima della nascita di Gesù, il popolo ebraico si era trovato ancora una volta sottomesso ad un potere straniero e stavolta erano le “aquile” romane ad aver messo gli artigli su Gerusalemme e sulla Palestina.

L’oggetto in questione, la tassa da pagare, era una moneta, un dēnárion, che recava l’effigie di Tiberio, imperatore dal 14 al 37 d.C. Lo sappiamo bene perché ne conserviamo ancora oggi vari esemplari nei musei. Ma come mai gli imperatori romani a un certo punto iniziano a far mettere il loro volto sulle monete? In un impero vastissimo che andava dall’Atlantico al Golfo Persico, la stragrande maggioranza dei sudditi non avrebbe mai visto l’imperatore di persona e quindi, stampare il volto del sovrano su un oggetto che ogni giorno era in mano al popolo serviva a rendere tangibile la sua autorità. Della serie: qui comando io, e tu abitante o della Hispania, o Gallia, o Cirenaica o Pannonia… mi appartieni!

Bypassiamo il tentativo di trabocchetto orchestrato ad arte da farisei ed erodiani per trovare un valido motivo di accusa e andiamo al cuore della risposta di Gesù. Come in altri casi (questione sul divorzio, disputa sul matrimonio nella vita eterna, accusa alla donna adultera…) Gesù va molto, molto più in profondità del modo con cui sono impostati i problemi. È chiaro che le tasse vanno pagate al potere di turno, sia romano o ebraico, ma in realtà Gesù sta rigirando la domanda agli stessi interlocutori: e voi, in cambio, a chi appartenete?

La stessa cosa chiedeva Papa Francesco commentando questo passaggio: “Gesù ricava, dalla domanda postagli dai farisei, un interrogativo più radicale e vitale per ognuno di noi, un interrogativo che noi possiamo farci: a chi appartengo io? Alla famiglia, alla città, agli amici, alla scuola, al lavoro, alla politica, allo Stato? Sì, certo. Ma prima di tutto – ci ricorda Gesù – tu appartieni a Dio. Questa è l’appartenenza fondamentale” (Angelus, 22 ottobre 2017).

Cara coppia, tu appartieni a Dio e non solo in senso generico: tu sei riflesso dell’immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,27). Così, la Trinità ha voluto farsi conoscere principalmente tramite una coppia uomo/donna e tutto ciò è semplicemente sbalorditivo! Quanto Dio abbia osato fare e si sia fidato di creature fallibili nel depositare in loro una così grande dignità ma anche una tale responsabilità.

Ed è bello qui ricordare quanto dice il rituale del matrimonio: “O Dio, in te, la donna e l’uomo si uniscono, e la prima comunità umana, la famiglia, riceve in dono quella benedizione che nulla poté cancellare, né il peccato originale né le acque del diluvio” (Rituale matrimonio, 85). Cioè, questa immagine divina non è cancellabile, resta come dono perenne per voi sposi, talento da far fruttificare, anche in mezzo alle proprie fragilità e limiti, perché è una dignità che resiste anche al peccato e alla mediocrità di vita, trattandosi di un dono divino.

Però, dire moneta significa denaro, quindi possesso e ricchezza, mentre l’immagine e la somiglianza che divina che la coppia riflette non sono un merito o un guadagno ma un dono gratuito di amore. Se gli imperatori romani, tramite le tasse, ambivano ad aumentare l’erario e così ostentare la loro gloria, in cambio Dio si vanta piuttosto nel vedere moltiplicarsi la Sua presenza tramite coppie i cui tratti riverberano quelli divini: la mascolinità e la femminilità portati a pienezza dalla grazia nuziale e il loro amore fedele e fecondo. In effetti, Dio viene “esaltato” e comunicato dalla capacità di donazione di ciascuna di voi coppie, ovunque siate e qualsiasi lavoro facciate.

L’immagine e somiglianza di Dio trapela e si condivisa al mondo se comprendete bene e contemplate chi siete agli occhi di Dio. Ve lo dice bene San Giovanni Paolo II: “l’uomo e la donna, creati come «unità dei due» nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione d’amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio, per la quale le tre Persone si amano nell’intimo mistero dell’unica vita divina” (Mulieris Dignitatem 7).

Quindi, cari sposi, valete più di un semplice denaro romano, valete l’amore sconfinato di Dio. Un dono ricevuto e un dono da condividere.

ANTONIO E LUISA

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Quel verbo, “rendere”, ci interroga come sposi: a chi appartiene il nostro matrimonio? Dove attinge la sua vita? Se lo consideriamo soltanto nostro, rischiamo di misurarlo sul vantaggio personale: resto finché mi appaghi, finché corrispondi alle mie aspettative. E quando arriva la fatica, perché continuare?

Noi, Antonio e Luisa, impariamo che il nostro amore ha una sorgente più grande: Dio. Il matrimonio gli appartiene perché a Lui abbiamo affidato il nostro sì. Per questo, nelle difficoltà, “rendere” diventa tornare alla fonte: pregare, chiedere aiuto, lasciarci correggere, ricominciare a donarci. Non significa fingere che il dolore non esista. Significa attraversarlo cercando insieme sostegno nella sua grazia. La fedeltà non nasce dal sentirci sempre forti, ma dal riconoscerci bisognosi del suo amore. È tornando a Lui che ritroviamo forza per custodire e rinnovare ogni giorno il nostro noi.

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