Ci sono cambiamenti che riconosciamo soltanto quando ci troviamo davanti a una situazione già vissuta tante volte e, improvvisamente, ci accorgiamo di essere più liberi. L’altro ci dice qualcosa che un tempo ci avrebbe ferito e noi riusciamo ad ascoltarlo. È successo a me qualche giorno fa, con Luisa. Un episodio semplice, quotidiano, che mi ha lasciato una gioia grande: mi sono accorto che qualcosa, dentro di me, sta guarendo.
Ho uno stile compiacente. Faccio fatica a dirlo senza pensare subito alla disponibilità, all’attenzione, al desiderio di rendermi utile. Tutte cose belle, certamente. Ma dentro questa disponibilità può nascondersi una paura: devo soddisfare le aspettative dell’altro per sentirmi amato. Come se l’amore fosse qualcosa da guadagnare ogni giorno attraverso il mio comportamento.
Il ragionamento, spesso inconsapevole, è più o meno questo: se ti faccio stare bene, se rispondo alle tue richieste, se sono abbastanza bravo, continuerai ad amarmi. Quando invece ti deludo, rischio di perdere il mio posto nel tuo cuore. Questo modo di vivere lascia poco spazio alla serenità. Anche quando fai tante cose buone, una parte di te rimane impegnata a controllare se sono state sufficienti.
Credo che qui si riconosca bene quello che, nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, chiamiamo copione: una storia che abbiamo imparato fin dalla nostra infanzia a raccontarci su noi stessi e sulle relazioni, e che continuiamo a ripetere. Nel mio caso, una convinzione era particolarmente forte: per essere amato devo essere all’altezza.
Ecco perché, quando Luisa mi muoveva una critica, facevo fatica ad ascoltare ciò che mi stava dicendo. Lei magari voleva parlarmi di un gesto che l’aveva ferita. Io, dentro, sentivo qualcosa di molto più minaccioso: non vado bene, l’ho delusa, adesso potrebbe amarmi di meno. A quel punto mi difendevo. A volte mi ritiravo, mi chiudevo, rispondevo offeso. Altre volte contrattaccavo: «Però anche tu…». Tiravo fuori qualcosa che lei aveva sbagliato, quasi per ristabilire un equilibrio. Se eravamo entrambi in difetto, forse il mio errore sarebbe diventato meno pericoloso.
Intanto, però, il suo dolore rimaneva lì. Luisa cercava ascolto e si trovava davanti le mie giustificazioni. Io cercavo rassicurazione, ma la cercavo difendendomi proprio dalla persona dalla quale desideravo riceverla.
Qualche sera fa non sono andato a prenderla a scuola perché avevo un altro impegno. È tornata con i mezzi, impiegando molto tempo. Il giorno dopo mi ha detto che si era sentita trascurata. Durante quel tragitto, avvenuto di sera su bus non sempre sicuri, non l’avevo neppure chiamata per sapere se stesse andando tutto bene.
In un altro momento avrei cominciato subito a spiegare: «Non potevo venire, te l’avevo detto, eravamo d’accordo così». Avrei messo sul tavolo tutte le mie ragioni. E probabilmente, mentre lei cercava di raccontarmi la sua solitudine, io avrei cercato di dimostrarle la mia innocenza.
Questa volta è successo qualcosa di diverso. Sono riuscito ad ascoltarla. Ho accolto il fatto che si fosse sentita poco considerata, inascoltata. Le ho chiesto scusa, senza aggiungere subito una spiegazione che alleggerisse la mia responsabilità. Avevo un impegno, certo. Ma avrei potuto telefonarle, interessarmi al suo ritorno, farle sentire la mia vicinanza.
La cosa più bella è stata accorgermi che quelle scuse non mi facevano sentire più piccolo. Non stavo perdendo valore ai suoi occhi. Potevo riconoscere una mia mancanza rimanendo suo marito, un uomo amato da lei. Ho potuto smettere di difendermi perché mi sono sentito sicuro del suo amore.
Negli anni Luisa mi ha fatto sperimentare una gratuità che sta entrando, lentamente, anche nelle parti più impaurite di me. Mi ama quando sono disponibile e quando sono stanco, quando capisco e quando sbaglio. Può essere delusa da un mio comportamento e continuare ad amarmi. Può chiedermi di cambiare qualcosa senza mettere in discussione il mio valore. Questo amore mi sta aiutando ad andare contro il mio copione. Sta liberando capacità che forse erano già presenti, ma che la paura teneva bloccate: ascoltare, riconoscere un errore, rimanere vicino al dolore dell’altra senza doverlo immediatamente respingere.
Da cristiano, in questa esperienza riconosco anche qualcosa della grazia del matrimonio. Attraverso l’amore concreto di Luisa, fatto di pazienza e verità, imparo che posso lasciarmi conoscere anche nelle mie mancanze. Posso assumermi la responsabilità di crescere senza dover prima diventare perfetto per meritare amore.
Non penso di avere risolto tutto. Conosco le mie fatiche e so che potrò ancora reagire come prima. Ma quel giorno ho sperimentato una possibilità nuova, e questo mi ha dato gioia. La nostra relazione, piano piano, sta guarendo. Me ne accorgo anche da questo: riesco a chiedere scusa con più libertà, perché comincio a credere davvero che, dentro un errore, posso continuare a essere amato.
Antonio e Luisa