Sacerdoti dell’amore: riflessioni sul Cantico dei Cantici (1 puntata)

Alcuni anni fa Luisa ed io abbiamo pubblicato un libro sul Cantico dei Cantici. Un libro che ci è piaciuto tantissimo scrivere perché la stesura del testo ci ha motivato a conoscere questo breve e bellissimo libro biblico. Abbiamo scoperto una profondità unica e una narrazione dell’amore umano che è attualissima anche oggi. Il libro non è più in stampa, visto l’elevato numero di pagine e il costo per produrlo. Abbiamo deciso quindi di pubblicare un capitolo ogni lunedì, perché è bello e perché non vogliamo disperdere un lavoro che ci è costato impegno, tempo e fatica, ma che ci ha dato molta soddisfazione.

Una meraviglia da recuperare

Potremmo azzardare una definizione della dimensione sacerdotale degli sposi: siamo sacerdoti dell’amore. Cerchiamo quindi di chiarirci le idee su cosa significhi amore e amare nella realtà cristiana. Sappiamo che questa parola è abusata e inflazionata e può acquisire significati molto soggettivi e diversi tra di loro. Per un cristiano non può essere così. Abbiamo visto come il gesto più alto di amore di Gesù, gesto sacerdotale, sia stato il suo dono totale sulla croce. Dono accolto dalla sua Chiesa, da ognuno di noi. L’amore è quindi: donarsi ed accogliersi reciproco di due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere, cioè cuore-anima-corpo, in modo diverso secondo la finalità del dono.1 Un coinvolgimento, però, che pur conservando sempre sia la dimensione del dono che quella dell’accoglienza, assume caratteristiche diverse a seconda del tipo di relazione di amore che si sta vivendo. Ovviamente un amore di amicizia è diverso da quello tra fidanzati, tra genitori e figli, tra sposi e così via. Sono diversi i gesti, le modalità e l’intensità. Questo è il significato oggettivo e naturale della parola amore. Tutte le diverse relazioni d’amore che possiamo intrecciare con altre persone mirano a rispondere al desiderio di socialità. Solo l’amore sponsale (nel quale inserisco anche la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata) risponde al desiderio di sessualità. La sessualità è un desiderio che richiede un’unione totale, fedele, feconda e indissolubile con una persona complementare e diversa da noi.

Dio ci ha donato un libro dove ci insegna ad essere sacerdoti, si fa maestro dell’amore sponsale. È il Cantico dei Cantici. Ecco perché questo Libro della Bibbia sarà la base delle nostre riflessioni, una volta terminata questa introduzione. Dobbiamo farci provocare e interrogare dal testo. Noi siamo a livello di quanto descritto? Viviamo quel tipo di amore naturale, anche erotico e carnale, che è la base dell’amore soprannaturale e della Grazia del nostro sacramento?

Non dobbiamo avere la presunzione di essere troppo spirituali. Spesso scappare nella spiritualità, nella preghiera e nella trascendenza nasconde una incapacità di farsi dono nel corpo. Non si può costruire una casa dal tetto. Bisogna partire dalle fondamenta e poi si potrà arrivare anche al tetto. Se l’amore naturale è il concetto che ho espresso sopra, cosa sarà l’amore dei figli di Dio? L’amore dei battezzati e dei consacrati nel matrimonio? È l’amore naturale perfezionato, aumentato e plasmato dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo.2

Se non abbiamo consolidato, compreso e vissuto l’amore naturale, non esiste la base per l’azione dello Spirito Santo nella nostra unione sponsale. Dio ci rende capaci di amare come la Trinità. Gli sposi sono icona della Trinità. Certo, non siamo che una pallida immagine finita e imperfetta della Trinità. Possiamo però assumere lo stile di Dio, se ci impegniamo e ci abbandoniamo a Lui e al suo progetto su di noi. Noi, come genere umano, siamo stati creati per amare così. Siamo creati ad immagine di Dio.

Il peccato originale ha distrutto questa armonia creata che da soli non possiamo recuperare, ma che con la Grazia del sacramento possiamo rivivere nella nostra relazione sponsale.3 Il Cantico dei Cantici esprime pienamente l’amore delle origini, di cui noi abbiamo nostalgia e che possiamo riconquistare con il matrimonio. Il Cantico dei Cantici, secondo alcuni esegeti, è la prosecuzione della Genesi. Ricordiamo che Adamo, davanti ad Eva, esclama: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta (Genesi 2,23). Non sappiamo la risposta di Eva. La possiamo però trovare nel Cantico dei Cantici dove ritroviamo quella meraviglia e quello stupore di Adamo. Meraviglia e stupore recuperati.4 Adesso stiamo davvero entrando in concetti meno astratti e più concreti. Stiamo entrando nella bellezza della nostra realtà di sposi che si esprime in un modo di amare, in atteggiamenti e gesti, che diventano non solo gesti d’amore, ma gesti sacerdotali.

Antonio e Luisa

  1. Da L’amore sponsale vita vera di Dio e degli uomini, Padre Raimondo Bardelli, Elledici. ↩︎
  2. Dio aumenta e infiamma il nostro amore umano e naturale con la Sua Grazia. La Grazia santificante è un amore creato in tutto simile a quello di Dio, che lo Spirito Santo effonde nei cuori degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. (da L’amore sponsale vita vera di Dio e degli uomini, Padre Raimondo Bardelli, Elledici) ↩︎
  3. L’armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell’anima sul corpo è infranta; l’unione dell’uomo e della donna è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all’asservimento. (CCC 400) ↩︎
  4. Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3). (Esortazione Apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco n. 12) ↩︎

L’intimità serve per conoscere profondamente (Seconda parte)

Riprendiamo il discorso interrotto nell’articolo di ieri. Abbiamo cercato di raccontare come l’intimità consenta una conoscenza profonda, come l’amplesso permetta agli sposi di fare esperienza di Trinità e di come l’amplesso sia manifestazione di un dono radicale di sè, come l’Eucarestia.

Un mistero.

Nell’amplesso non solo conosciamo meglio l’altro ma anche noi stessi. Uomo e donna sono differenti. Hanno sensibilità e modi differenti di vivere il sesso e la relazione tutta. Vivere l’intimità nel dono reciproco permette di aprirsi all’altro. L’eros è l’amore prorompente. È quella forza che ci spinge ad uscire da noi stessi per incontrare l’altro. La donna, secondo la Genesi, è stata creata prendendo dall’uomo. Il torace da cui viene prelevata la costola è la parte nobile dell’uomo, dove c’è il cuore. La donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo.

Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finché il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta. Lei mi ha insegnato a fare l’amore in modo rispettoso. Mi ha spinto a cercare di comprendere sempre di più la sua sensibilità per essere sempre più capace di manifestare l’amore. Questo mi ha educato pian piano a spostare lo sguardo. Mi ha aiutato a combattere le ferite che mi spingevano ad usarla per riuscire finalmente a donarmi. Ed è bellissimo vivere la nostra intimità così. La capacità di connettersi fisicamente ed emotivamente offre la possibilità di esplorare nuovi livelli di comprensione di sé stessi e dell’altro, aprendo la strada a un’intimità ancora più profonda e significativa. Ora, dopo ventidue anni di matrimonio, è molto meglio che all’inizio, ma perché ci conosciamo meglio. Conosciamo meglio chi siamo e cosa desideriamo davvero.

L’intimità è generativa.

Ho sentito delle narrazioni davvero fantasiose. Alcuni sacerdoti sono arrivati ad affermare che la modalità che uomo e donna hanno per generare sia successiva al peccato originale. Che Dio aveva previsto altro. Mi verrebbe da chiedere a questi sacerdoti, di cui non faccio il nome per correttezza e carità, se anche pene e vagina sono spuntati fuori dopo il peccato originale. Non voglio polemizzare ma riportare queste affermazioni è utile per comprendere quanto spiritualismo ci sia ancora nella Chiesa e quanto il rapporto fisico sia ancora tollerato e non valorizzato all’interno della spiritualità cristiana. Don Carlo Rocchetta ha spiegato benissimo l’importanza del corpo nel sacramento del matrimonio. Nella misura in cui si amano (gli sposi), amano Dio, e viceversa. Il sì iniziale è un sì a diventare una sola carne a immagine dell’una caro Cristo-Chiesa, al punto da poter dire che l’essere dei due in una sola carne (Gen. 2,24) fa nascere l’esistenza di una nuova personalità mistica. Di qui la conseguenza: una sposa che diverte il corpo, cioè lo sottrae o tenta di sottrarlo alla piena donazione fisica al consorte, sia pure per un falso concetto di castità nuziale o che vorrebbe unirsi come un angelo senza corpo, viene meno alla perfezione della sintesi dell’attuazione nuziale in senso naturale. Gli sposi devono donarsi con tutta l’anima, tutto il cuore, con tutto il corpo, senza sottrazioni e limitazioni.

Il concepimento di un bambino è il dono del creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo – vissuto nella verità del gesto e del dono totale senza barriere fisiche o chimiche – genera sempre vita-amore ed è indispensabile per crescere nella relazione e per preparare o mantenere vivo l’amore su cui poggia il sacramento. Essere aperti alla vita non significa cercare un bambino ogni volta che si fa l’amore, ma significa vivere l’intimità nel dono e nella comunione. Apertura alla vita va intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso.  Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Esso è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò quando una coppia genera una nuova vita è Cristo stesso che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e, come tale, gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità. Può essere questo gesto tollerato e facoltativo oppure è un gesto specifico del matrimonio scelto dal Creatore per concretizzare il matrimonio, per renderlo generativo e per donare anche il piacere sensibile agli sposi di sentirsi uno nel cuore attraverso il corpo? Basta il buon senso per capire!

Tiriamo le somme.

Capite come il rapporto sessuale sia molto di più di quello che racconta il mondo banalizzandolo. E come sia molto più importante di quello che credono e vogliono credere alcune persone che nascondono dietro una parvenza di spiritualismo solo le proprie paure e difficoltà ad aprirsi completamente all’altro.

Antonio e Luisa

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L’intimità serve per conoscere profondamente (Prima parte)

Se seguite il blog, sapete già che Luisa ed io trattiamo spesso il tema del sesso e dell’intimità nel matrimonio. A volte veniamo accusati di essere fissati. Se trattiamo questo ambito è principalmente perché è tra i più sottovalutati tra i cattolici e perché è proprio lì che si annidano tanti problemi.

No! Non possiamo vivere un matrimonio autentico senza vivere una intimità sana e vera. Poi certamente esistono fasi della vita dove forse non si può fare l’amore per tanti motivi, ma deve essere un sacrificio non poterlo fare e non una liberazione. Esistono poi stagioni della vita, anche solo per questioni di età, dove il sesso sarà più o meno presente, ma resta parte integrante del matrimonio. Proprio perché il matrimonio per sua natura è una relazione che chiede tutto di noi. Il corpo ne è parte fondamentale e irrinunciabile.

Quindi quando qualcuno ci scrive per contestare le nostre affermazioni e obietta che il matrimonio è soprattutto altro, a nostro avviso non ha compreso molto di questa unione che è così grande e profonda da essere elevata a sacramento. Non ha compreso molto neanche dell’incarnazione di Dio e di come siamo fatti. Vi diamo solo qualche spunto.

Conoscenza biblica

Il verbo conoscere è biblicamente accostato all’intimità fisica. Gianfranco Ravasi la spiega così:

Adamo conobbe (jada‘) Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino… Giuseppe prese con sé la sua sposa e, senza che egli la conoscesse (ghinóskein), ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». Abbiamo unito due passi biblici molto distanti tra loro: l’uno ha per protagonisti Adamo ed Eva (Genesi 4,1), e l’altro Giuseppe e Maria (Matteo 1,24-25). Ma entrambi i testi hanno al centro il verbo «conoscere», in ebraico e in greco, sempre con un’accezione per noi inattesa.

Nel nostro uso comune il verbo conoscere ha un significato strettamente intellettuale. Per conoscere devo osservare, leggere, elaborare e infine fare mio un concetto o un’idea. Anche conoscere una persona per noi significa semplicemente farci un’idea su come sia fatta da un punto di vista estetico e caratteriale. Ma sempre resta un esercizio del nostro intelletto. Per la Bibbia, il concetto di conoscenza va oltre l’ambito intellettuale e raggiunge una profondità spirituale e relazionale che trascende la mera comprensione razionale.

Conoscere, nel significato biblico, significa penetrare quella persona che è altro da noi a più livelli. Sicuramente intellettuale ma anche esperienziale, sensoriale, spirituale. Per questo il verbo conoscere è associato al sesso. Perché attraverso il sesso i due sposi fanno esperienza profonda di conoscenza. Questo tipo di conoscenza non riguarda soltanto il corpo, ma coinvolge anche le emozioni, i pensieri e lo spirito. È un’esperienza che permette di aprirsi completamente all’altro, di comprendere la sua essenza in modo completo e autentico. In questo senso, il sesso diventa un mezzo attraverso cui due persone possono connettersi in maniera profonda e spirituale, andando oltre la dimensione fisica e aprendosi a una intimità totale.

Dio è amore

L’intimità permette di entrare nel mood di Dio. Dio è amore. Dio è tre Persone distinte ma unite dall’Amore. Per questo l’immagine più somigliante di Dio non può essere una singola persona ma solo la coppia di sposi. Gli sposi fanno esperienza di Dio attraverso la loro unione. Fanno esperienza sensibile di Dio attraverso il loro corpo sessuato che, creato maschio e femmina, permette loro di entrare l’uno nell’altra e sentirsi distinti ma uniti in un’unica realtà che è l’amore. Essere una sola carne è un’esperienza meravigliosa di Dio. Due sposi che fanno l’amore bene sapranno che il momento in cui vivono il Cielo sulla Terra è esattamente il momento dopo l’amplesso, quando uniti e abbracciati sentono di avere tutto. Sentono di essere immersi in una pienezza che non è di questo mondo. Un istante di eternità.

Gesù è dono totale

Altra esperienza unica che possono fare due sposi attraverso l’intimità fisica è quella dell’Eucarestia. Certo non è la stessa cosa ma Eucarestia e intimità degli sposi si fondano entrambi sullo stesso dono totale. Gesù nell’ultima cena si è donato completamente in corpo e sangue ai suoi apostoli e al mondo intero. Dono e sacrificio vissuto durante la Passione e la morte in croce. Noi facciamo esperienza dello stesso dono l’uno per l’altra. Luisa si dona totalmente a me e io mi dono totalmente a lei. Gesù si fa mangiare per essere uno con i suoi “amici”. Ecco noi ci amiamo così tanto che desideriamo essere uno con l’altro e l’intimità ci permette di farne esperienza. Meraviglioso! Io mi commuovo pensando al dono che Luisa mi fa ogni volta che facciamo l’amore. Mi si consegna completamente. Sento di dovermi meritare un dono tanto grande cercando di non sprecarlo con il mio egoismo e con la lussuria che ancora mi tenta. E attraverso il suo dono comprendo qualcosa di più del dono di Cristo Eucarestia.

Domani la seconda parte dell’articolo. Non perdetela!

Antonio e Luisa

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Abbiamo bisogno di testimoni

Dopo diciassette anni di matrimonio è esplosa tra di noi una crisi dirompente, ci è scoppiata tra le mani mettendo in discussione tutta la nostra storia. Insieme alla crisi, sicuramente ispirati da buoni propositi, sono arrivati i consigli di quanti ci stavano intorno. Molti si sono sentiti in dovere di dire la loro, di esprimere giudizi e sentenze, di prendere le parti dell’uno o dell’altra e di dirci cosa avremmo dovuto fare. Parole, parole, parole che avevano il solo effetto di confondere ulteriormente i nostri poveri cuori così turbati ed in grado, al massimo, di tirare a campare avendo come orizzonte ultimo il giorno successivo.

Grazie a Dio o, meglio, per Grazia di Dio, Giovanni, invitato da una collega ad un incontro in parrocchia dove si parlava di Retrouvaille, si è imbattuto in una “strana coppia”, che senza troppi giri di parole, andando subito al sodo, ha raccontato ai presenti la propria storia matrimoniale di fallimento e rinascita. Avevano fallito, ma non si erano arresi e si erano rimessi in cammino attraverso il programma proposto dall’Associazione.

Due sconosciuti, che si erano messi a nudo, in modo diretto e brutalmente sincero davanti a Giovanni, indicandogli che c’era una possibilità reale di cambiamento, di ricostruzione di una relazione distrutta. In quel momento avevamo bisogno di testimoni e non di maestri che ci suggerissero cosa fare e soprattutto cosa non fare. Avevamo bisogno di poter guardare a qualcuno che con la sua vita ci dicesse che la croce poteva essere portata e che ci avrebbe aiutato a farlo.

Da allora quanti testimoni sulla nostra strada perché, quando apri gli occhi, ti rendi conto di quanto il Signore sia generoso con te! Testimoni alla pari poiché non ci sono coppie arrivate, ma ci sono solo coppie in cammino.

Ripensando al periodo drammatico vissuto ed agli incontri fatti, sorridiamo commossi. Quante volte ci siamo detti: “Se ce l’hanno fatta loro, perché non dovremmo farcela noi?”. Siamo certi che, se avessimo avuto davanti agli occhi solo esempi irraggiungibili, persone che ti fanno la teoria, ci saremmo sentiti scoraggiati e tristi e probabilmente ci saremmo arresi.

Invece la Chiesa ci si è fatta compagna attraverso volti e storie ben precisi… ci siamo sentiti amati ed è nato in noi il desiderio di provarci, di non buttare a mare tutto ed abbiamo maturato la decisione di perdonarci e di darci da fare per rendere bella ed amabile la nostra vita insieme.

Oggi, ancora più di allora, poter guardare agli amici che ogni giorno si impegnano nella loro relazione è per noi un grande aiuto e di fronte a questo ci sentiamo riconoscenti e benedetti.

Giovanni ed io, abbiamo bisogno di concretezza, di carne, di vedere con i nostri occhi, di confrontarci, di domandare aiuto a chi non ha nulla da nascondere, a chi non ha paura di mostrarsi fragile ed affaticato, a chi condivide con noi i suoi passi…insomma di stare con chi, non ha scelto di diventare un testimone, ma ai nostri occhi lo è diventato vivendo appieno la propria vita.

Silvia e Giovanni

Potete contattare Retrouvaille e conoscere le attività dell’associazione attraverso il sito

Un amore maturo e bambino insieme

Cosa è l’amore maturo? Perché è superiore alla passione e all’innamoramento? Sto studiando un po’ di psicologia e sto mettendo insieme i pezzi. Mi è venuto questo paragone che secondo me è molto intuitivo e di facile comprensione.

La psicologia ci insegna che noi abbiamo tre componenti nella nostra sfera più intima. Nell’analisi transazionale sono denominati stati dell’Io. Abbiamo tra questi la parte bambina. Il nostro bambino interiore è una parte che può essere positiva o negativa. Dipende se quello che esprime è congruente alla realtà che sto vivendo. È la nostra parte più creativa, primitiva, impulsiva, espressiva, giocosa, leggera che è presente in ogni persona. Dovrebbe esprimere la nostra parte più emotiva ed istintiva. I nostri bisogni di affetto, considerazione, di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Tutti bisogni naturali, per chi come noi vive di relazioni. Però spesso quel bambino non è libero. Le esperienze infantili, sia positive che negative, plasmano il nostro bambino interiore e influenzano i modi in cui percepiamo il mondo e ci rapportiamo agli altri. Quando il bambino interiore è ferito, può manifestarsi attraverso comportamenti reattivi e difensivi in determinate situazioni, anche nell’età adulta. Quindi, sintetizzando, il nostro bambino interiore è la parte di noi più istintiva e meno razionale, più influenzata dalle nostre ferite e dalle nostre relazioni. Quindi difficilmente è libera. Non c’è nulla di sbagliato nell’ascoltare quel bambino. Dobbiamo ascoltarlo ma non farci dominare da esso. Mi spiego meglio.

Ecco mi sembra abbastanza logico e facile comprendere come l’innamoramento e la passione siano una condizione che riguarda il nostro stato bambino. L’innamoramento è un insieme di emozioni e sensazioni che parlano direttamente al nostro bambino interiore. Non è un caso che una persona innamorata abbia atteggiamenti un po’ infantili: vocine e nomignoli sono abbastanza comuni tra gli innamorati. Anche i dialoghi fatti di mi vuoi bene? Quanto mi ami? Sono arrabbiata non mi hai mandato la buonanotte. E cose così. E’ evidente come sia il bambino in noi a parlare. Il bambino che ha bisogno di considerazione, rassicurazione, di sentirsi bello e importante. Il bambino però, come ho già scritto, può essere ferito e quindi capriccioso, egocentrico, volubile, in cerca del mero piacere, disimpegnato, irresponsabile. E ripeto questo non significa essere cattivi ma essere feriti. Il problema nasce quando la relazione è vissuta solo a quel livello.

Un amore maturo non silenzia quel bambino ma non gli lascia l’ultima parola. Il nostro io bambino va ascoltato ma va anche educato ed accompagnato. È qui entra in gioco un secondo stato del nostro Io. Un amore maturo non è solo istintivo. Lascia spazio a un altro stato dell’Io che è l’adulto. La nostra parte adulta elabora e valuta la situazione cercando di riportarla alla realtà. All’oggi ed ora. La parte adulta inserisce in un determinato contesto e condizione presente tutta la parte più razionale fatta dei valori e delle scelte fondanti della nostra vita. È questa parte adulta che ci permette di restare nel matrimonio, è questa parte che discrimina una fede profonda da una superficiale. È in questa parte che possiamo trovare il senso della nostra vita fatto di scelte definitive e radicali. Scelgo di stare con mia moglie anche quando il bambino in me mi spinge verso altro. Perché so che il mio bene è stare con lei.

Faccio un esempio concreto. Mi è successo che un amico mi confidasse di essere invaghito di una collega. Come tra loro ci fosse una simpatia reciproca. Era già sposato. La sua parte bambina lo spingeva a stare con lei. C’erano tutte le componenti. E guardate che non c’è nulla di male in questo. Il suo bambino stava esprimendo un suo bisogno. Ma era congruente questo bisogno con la realtà che stava vivendo? Ragionevolmente no! Ho cercato di far ragionare questo amico senza sensi di colpa. Se avesse seguito il bambino, non so come sarebbe finita, ma sicuramente si sarebbe comportato in modo egocentrico, superficiale ed impulsivo. Ho aiutato il mio amico a mettere in relazione il suo bambino interiore con la sua parte adulta che ha letto quelle sensazioni alla luce dei suoi valori e della sua fede. E ci è arrivato da solo a una scelta. Ha preso la decisione di non uscire più con quella collega. Mi ha ringraziato perché ha compreso come il suo posto fosse accanto alla moglie e come lui volesse stare accanto a lei. Ha scelto di amare la moglie in modo maturo. Ci sono problemi tra loro? Si impegnerà a risolverli ma standole accanto. Come? Non dovrebbe silenziare i bisogni espressi dal suo bambino ma dovrebbe contestualizzarli in modo adulto. Sente il bisogno di fare qualche pazzia, di sentirsi vivo, di emozioni e sensazioni che sente mancare nel matrimonio? Che renda la moglie la sua amante. Che prendano e partano per un weekend insieme dove riscoprire un po’ di romanticismo e passione. Dove fare l’amore bene, dove esprimersi l’amore. È congruente questo con la sua relatà? Assolutamente si! Il suo bambino interiore ha manifestato un bisogno, la sua parte adulta lo aiuterà a trovare il modo di soddisfarlo nel modo giusto, conforme alle sue scelte di vita. Solo così si può essere felici.

Quanti si rovinano invece perché trasformano il bambino interiore in un dittatore. E poi si soffre. Si fa soffrire. Viviamo in una società che mette l’emozione e l’individualismo al primo posto. Vuol dire vivere male e far vivere male gli altri. Perché ci facciamo guidare dalla parte più ferita e meno matura di noi. Quel bambino va amato e ascoltato ma va accompagnato. Ha bisogno della nostra parte adulta o si perderà e non starà comunque bene. E non bisogna neanche zittire quel bambino altrimenti tutto sarà dovere e perderemo ogni gioia nella relazione. Il nostro matrimonio diventerà un peso dove adattarci a situazioni che non ci piacciono e allora sì che cercheremo al di fuori quello che non abbiamo più nel matrimonio. Magari con un amante dove finalmente possiamo dare voce al nostro bambino.

Quando sentiamo dire che l’amore cristiano non è sentimento ma è scelta si intende proprio questo. Elevare l’amore a un livello più alto. Non ricordo chi l’ha detto ma c’è un’affermazione che ritengo molto vera. Non è l’amore che custodisce un matrimonio ma è il matrimonio che custodisce l’amore.

Antonio e Luisa

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Spogliarsi è vera libertà?

Elodie, nota cantante tra le più popolari del momento, sta portando avanti una sua personale battaglia. Questo a suo dire. Per cosa? Per l’emancipazione della donna, per la libertà di espressione. Sembra magnifico. Ma cosa propone? Lo dice lei stessa in un’intervista: La gente ancora si indigna perché mi spoglio. E allora io mi spoglio di più. 

Il problema è che poi molte ragazze pensano che sia quella la strada per essere donne indipendenti, apprezzate e libere. Tante influencer sono passate dal mostrarsi su Instagram non molto vestite a proporre contenuti molto più espliciti su Onlyfans. Tutto questo con il solito neologismo che cerca di cambiare la realtà. Non sono prostitute ma sexworker o content creator. Suona molto meglio così! Fa più imprenditrice e donna in carriera ma la sostanza non cambia. Voi penserete che io stia esagerando. Che si tratti di una mia personale opinione forse esagerata. Veniamo quindi a un’indagine che può dare dei dati oggettivi.

Il 15% delle adolescenti e il 10% degli adolescenti ammette di aver postato sui propri profili social, almeno una volta, proprie foto o video dal contenuto sessualmente provocante. E la percentuale, se ci spostiamo nella fascia 17-19 anni arriva al 18%. Cioè praticamente 1 su 5. Questi i risultati dell’indagine annuale espletata dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, in collaborazione con Corriere Salute, su un campione nazionale rappresentativo di 3427 studenti tra i 13 e i 19 anni.

Tutto questo è vera libertà?

Inutile dire che frequentando Instagram per “lavoro” mi succede di imbattermi in gallerie fotografiche di ragazze anche molto giovani che sono al limite del porno. Pose provocanti ed ammiccanti e coperte il minimo per non incorrere nella censura del social media. Quando scorrendo mi succede di imbattermi in foto così, mi impongo di non soffermarmi, e ammetto che mi costa fatica, perchè sono immagini che non mi fanno bene e anche perché non vorrei indurre l’algoritmo a ripropormele in futuro (l’algoritmo di un social media funziona così: ricorda quello che guardi e quei post con cui interagisci per proportene di simili). Purtroppo tanti giovani non hanno la consapevolezza di un adulto che ha fatto un certo percorso come posso essere io. Quindi molte ragazze sono seguite da centinaia di migliaia di follower, qualcuna ne ha addirittura milioni, e non sono seguite certamente per i loro discorsi interessanti e culturalmente elevati. Sono seguite per quello che mostrano. Io credo, senza essere ipocrita, che, se da ragazzo avessi avuto i social, avrei fatto altrettanto. Serve una consapevolezza che solo un cammino personale ti può dare. Sono immagini che solleticano le nostre pulsioni ed è difficile chiudere gli occhi.

Ma è vera libertà tutto questo? È libera una donna, più o meno giovane, che deve mostrarsi nelle proprie parti più intime e sessualmente provocanti per ottenere popolarità e gradimento? Non è piuttosto libera quella donna che decide a chi mostrarsi senza veli, che decide di farlo solo con chi merita quel dono di sè così grande? Che non significa mettersi il burqa, ma significa essere una donna gelosa del proprio corpo e del proprio valore, che non si svende. Instagram – come anche tiktok – è diventato una vetrina. Le vetrine di solito contengono della merce. Ed è così che queste ragazze sono guardate. Ed è così che si genera il cortocircuito. Ragazze che pensano che in questo modo possono dominare gli uomini ma in realtà diventano semplicemente merce che si può acquistare. C’è qualcosa di più maschilista e svilente di questo?

Certo, per le più seguite questa scelta è diventata un modo per fare soldi ma per tantissime ragazze “normali” è solo un modo, se andiamo a scavare nell’intimo della persona, per dire: guardami, esisto anche io, dimmi che sono bella! Perché io non ne sono così sicura. E ogni like è una piccola conferma, una piccola monetina data alla mendicante che non ha nulla.

Una donna libera è colei che non è povera, ma è rivestita della consapevolezza del proprio valore. Che non ha bisogno di queste conferme effimere e false. Perchè chi di solito mette il like non vede una bella donna, una donna che vale, ma riduce quella donna meravigliosamente bella – tutte le persone lo sono – a un pezzo di carne, vede un seno prosperoso o un sedere sodo. E su quello fantastica con pensieri non proprio puri. La trasforma – è importante ripeterlo – in un pezzo di carne. E basta!

La libertà è lasciarsi guardare da chi merita quel dono

 Tutto cambia quando la relazione diviene profonda, stabile e caratterizzata da un amore gratuito. In quel caso lo sguardo si arricchisce di tutta la relazione fatta di dono reciproco e, in un certo senso, si redime. Il sacramento del matrimonio redime il nostro amore sicuramente per l’azione dello Spirito Santo ma non solo. Il matrimonio anche solo su un piano strettamente umano racconta un amore di un livello superiore. Perchè solo quando si riesce ad entrare in relazione, che col tempo diventa comunione, si riesce a vedere nel nell’amato o nell’amata una bellezza più profonda. Una bellezza di cui desideriamo fare parte e non dominare. Allora e solo allora avremo la capacità di uno sguardo puro. E si desidera essere uno nell’altro per godere di quella comunione che è il piacere più grande ed autentico della sessualità.

Per questo una donna libera – ma vale anche per l’uomo – è colei che, consapevole della debolezza e delle pulsioni umane e consapevole del proprio valore, non svende il proprio corpo a sguardi di persone che lo cosificano o lo riducono a un mero strumento sessuale, ma dona sè stessa solo a chi vede in quel corpo la parte visibile di una bellezza molto più completa, una bellezza che contempla tutta la persona e che ne fa il centro di un amore sempre più profondo ed autentico.

Antonio e Luisa

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Come gli Sposi Sono Profeti del Regno di Dio: Riflessioni dal Convegno Teologico Pastorale

Il 30 giugno scorso si è concluso il 13° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Matrimonio e Regno di Cristo: la dimensione profetica degli sposi” (La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata” – LG 35). 

È stato un convegno molto bello, per vari motivi: innanzitutto essere insieme a 380 persone (bambini/ragazzi esclusi) che credono nel Sacramento del matrimonio e vogliono crescere nell’amore, è sempre un momento particolare e arricchente; ho avuto anche il privilegio di conoscere fisicamente diverse persone e coppie con cui avevo parlato o collaborato per varie iniziative, mi ha fatto molto piacere.

Mi ha colpito la presenza di una trentina di sacerdoti e di alcune consacrate che evidentemente hanno compreso la centralità della famiglia nell’evangelizzazione e la sua importanza per il futuro della società, della chiesa e del mondo intero.

È un aspetto molto importante, perché veniamo da un periodo storico in cui, i profeti sono stati identificati con i personaggi del vecchio testamento, ad esempio Isaia o Elia che parlavano al popolo, oppure al massimo i sacerdoti/consacrati sono stati visti come gli unici che con la loro presenza ricordano che esiste un’altra vita: così gli sposi sono finiti a collaborare con i preti, magari svolgendo compiti o ruoli nella parrocchia, come il catechismo dei bambini o l’animazione della liturgia/messa domenicale.

I coniugi non sono quasi mai stati visti come un segno profetico in quanto sposi e le conseguenze sono evidenti: se domandi a qualcuno chi è la Chiesa, ti risponderanno che sono i sacerdoti, i vescovi e il papa. Abbiamo delegato tutto ai preti: se le chiese sono vuote, ci deve pensare lui a invitare le persone, se ci sono problemi fra le coppie, i problemi li deve risolvere lui e dell’evangelizzazione se ne deve occupare lui.

Ci ha fatto anche comodo qualche volta non essere protagonisti della missione e rimanere chiusi nella nostra “comfort zone”, un impegno in meno e tempo guadagnato, ma ci sono posti dove solo gli sposi possono arrivare e non il sacerdote: dove lavoriamo, ci siamo solo noi, quando camminiamo in giro o andiamo a fare la spesa, siamo solo noi che possiamo creare relazioni, trasmettere la bellezza e seminare la fede. Per gli sposi qualsiasi luogo è idoneo per mostrare “qualcosa” di Dio.

Dai contenuti del convegno è risultato ben evidente che, gli sposi sono profeti del regno di Dio perché rendono visibile, attraverso la quotidianità, come Dio ama: sono tabernacoli ambulanti, presenza tangibile di Gesù, nonostante le fragilità, i litigi e tutte le mancanze e imperfezioni che si portano dietro. Non dobbiamo pensare che ci siano coppie di un certo livello in cui sembra tutto perfetto e che non abbiano anche loro difficoltà, alti e bassi e problemi da risolvere: è una visione fuori dalla realtà e non corrispondente alla nostra condizione umana; infatti, le coppie che hanno il coraggio di aprirsi con altre scoprono spesso che condividono le stesse problematiche.

Profeta è chi parla/testimonia a nome di Qualcun Altro, ma al contrario del sacerdote, non è necessario fare omelie o trattati teologici, basta mostrare l’amore, quello vero, quello che ci ha insegnato Gesù: un amore fatto di tenerezza, ma anche di perdono, di sacrificio, di pazienza e anche di sofferenza, a volte.

Tutti si lamentano della mancanza di vocazioni, ma se nessuno in famiglia fa toccare con mano questo tipo di amore, come possiamo pretendere che qualcuno s’innamori dello Sposo e decida di dedicargli la vita?

Le nozze sono segno delle nozze che Gesù vuole fare con ogni singola persona e con tutta la comunità: quindi gli sposi sono profeti e costruttori del regno di Dio che già ora, su questa terra comincia a crescere e che vedremo compiuto un giorno in cielo. Ovviamente i coniugi sono un segno imperfetto, ma questo non ne diminuisce l’importanza.

Non posso non fare un richiamo alle persone separate che, nonostante il fallimento umano, rimangono fedeli al Sacramento: la profezia, in questo caso, passa attraverso una testimonianza gioiosa, ma anche ferita, perché richiama Gesù fedele, nonostante i nostri tradimenti, abbandoni e tutte le cavolate che possiamo fare; mostrano il volto dello Sposo lasciato solo, il non amato e sottolineano che il Sacramento non è un francobollo, ma corpo dato per amore.

Il prossimo anno il convegno di Mistero Grande sarà dedicato al secondo regalo che gli sposi ricevono il giorno delle nozze, quello sacerdotale, mentre nel 2026 verrà affrontato l’ultimo dono, quello regale.

I tre doni (profetico, sacerdotale, regale) implicano anche una grande responsabilità e impegno; infatti, al convegno è stata detta questa frase che mi è rimasta impressa: con ciò che sai, insegni, con ciò che sei, incidi, proprio a sottolineare che gli sposi riescono a mostrare Dio in proporzione a come si amano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Misericordia io voglio e non sacrifici

Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13)

Mi soffermo su questo versetto perché fa tutta la differenza del mondo in un matrimonio. Cosa significa questa affermazione? Sicuramente ci viene chiesto di non vivere una religiosità di facciata, fatta di riti e di celebrazioni che restano in superficie senza toccare il cuore. Infatti Gesù la rivolge ai farisei e riprende un brano di Osea che a sua volta si rivolgeva agli israeliti accusandoli, per l’appunto, di innalzare a Dio preghiere ipocrite e vuote. E fino qui nulla di nuovo, chissà quante volte l’avete sentita questa spiegazione.

Io vorrei dare un senso diverso. No in realtà il senso è lo stesso ma declinato in modo più concreto con un significato più umano/antropologico. Perché come tutte le richieste di Dio non servono a Lui ma a noi. Partiamo dalla nostra vita di tutti i giorni. Cosa significa avere misericordia e non semplicemente sacrificarci l’uno per l’altra? Cerchiamo di leggere questo versetto in chiave sponsale.

Un significato sbagliato.

La parola sacrificio ha assunto nel tempo un significato negativo. È spesso associata alla fatica, all’impegno, alle difficoltà. È vista come un peso. Il sacrificio più grande a cui possiamo pensare è senza dubbio quello di Cristo sulla croce. Un amore che non ha nulla di sentimentale. Un amore che non è fatto di sensazioni ed emozioni ma è fatto di una scelta portata avanti in modo radicale fino alla fine. Gesù è morto per sacrificarsi per noi che lo abbiamo tradito mille volte e più. Too much! Cosa c’è di bello e desiderabile in questo? All’apparenza nulla. E fortunatamente noi non siamo chiamati a una scelta così radicale. Dobbiamo però dare alla parola sacrificio il giusto significato.

Sacrificio è amare da Dio.

Noi sposi non siamo chiamati ad accettare tutto come un peso che ci siamo presi il giorno delle nozze. Chi è quel pazzo che si sposerebbe con questi presupposti? Noi siamo chiamati ad altro. Trsformiamo il significato negativo della croce in quello positivo. Gesù donandosi per amore ha salvato e redento il mondo. Ha salvato ognuno di noi. E’ questa la forza della croce, del sacrificio. Che qui assume un significato nuovo. Anzi riprende il suo vero significato. Infatti sacrificio viene dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”. Rendere di Dio. Nel matrimonio consegniamo noi stessi, la nostra vita e la nostra relazione a Dio. Detto così è tutta un’altra cosa. Detto così mi fa venir voglia di sposarmi.

Il sacrificio diventa misericordia

Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. È vero che a volte ci vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso a mia moglie, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che ognuno di noi compie ogni giorno, diventano tutti gesti sacri, gesti per Dio e di Dio. Ed ecco che il sacrificio diventa misericordia,

Il sacrificio vero è la misericordia

La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. È l’utero. Quando viviamo davvero un amore di sacrificio diventiamo generativi. Siamo capaci di generare nostro marito e nostra moglie. Sappiamo accoglierci per quello che siamo, sappiamo vedere nell’altro la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo o la aiuta a diventare pienamente donna.

Conclusioni

Jovanotti in una sua canzone esprime benissimo questo concetto. Non so quanto consapevolmente, ma forse, qualcosa sull’amore lo ha capito da solo facendone esperienza. Nella canzone A te dice: A te che riesci a render la fatica un immenso piacere. È esattamente così. La fatica diventa bella e piena di significato, perchè diventa modo per vivere la nostra vocazione, per esercitare il nostro sacerdozio. Anche fare l’amore che è il gesto più sensibile e passionale tra due sposi assume un significato di vero sacrificio, inteso come lo abbiamo spiegato. Saremo capaci di fare l’amore da Dio, saremo cioè capaci di vivere quel gesto come gesto sacro che celebra e manifesta la nostra sponsalità. Un gesto che si arricchisce di tutti i gesti di cura e di servizio che ci siamo donati nella quotidianità. Gesti sacri che si riversano nel nostro gesto liturgico: l’amplesso. Molti sposi, dopo alcuni anni, vivono la sessualità come un peso, come un sacrificio o come un’assenza. Perché non si è dato il giusto significato. Trasformatelo in vero sacrificio e vedrete che passeranno anche i mal di testa serali.

Antonio e Luisa

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Scuola nuziale: una proposta unica!

A settembre partirà una vera scuola nuziale. Avrà la durata di circa sei mesi. Diciotto incontri online si terranno due mercoledì sera al mese, con cadenza quindicinale. È un’idea che avevo nel cuore da anni, un progetto che finalmente prende forma per offrire un sostegno concreto alle coppie di sposi o a quelle che stanno per sposarsi. Ora si sono verificate tutte le condizioni per poter rendere concreto il mio progetto. Un corso aperto a tutti coloro che desiderano approfondire il matrimonio sacramento. È aperto ai single, ai fidanzati, a chi è sposato sacramentalmente o civilmente, ai conviventi, ai separati, ma anche a sacerdoti, religiosi e religiose.

LA GENESI DI UN’IDEA

Papa Francesco ha più volte espresso la sua preoccupazione per le modalità con le quali i fidanzati sono accompagnati al matrimonio (corsi fidanzati) e per la mancanza di un percorso finalizzato a sostenere gli sposi durante i primi anni di matrimonio. Come non condividere questa preoccupazione del Santo Padre? Anche padre Luca Frontali – amico e parte fondamentale di questa scuola – sente le stesse preoccupazioni. Ho avuto modo più di una volta di affrontare questi temi con lui e pochi mesi fa gli ho proposto la mia idea. Idea che ora vi espongo.

UNA RICCA TRAMA DA TESSERE

Ormai curo questo blog da otto anni. Questo mi ha permesso nel tempo di entrare in contatto con tantissime persone che si dedicano all’evangelizzazione e in particolare all’accompagnamento delle coppie di fidanzati e di sposi. Ognuna di queste persone si occupa in modo molto efficace e spesso professionale di un aspetto specifico della relazione sponsale. Ognuno di loro propone già seminari o ha scritto libri. Ho pensato di fare da gancio per unire tutte queste grandi ricchezze ma che sono ricchezze parziali. Ho pensato di ideare un percorso per coppie che affrontasse tutti gli ambiti della relazione sponsale affidando ogni argomento a quelle persone che reputo le migliori in circolazione (almeno tra quelle che conosco io).

UN’ORGANIZZAZIONE CONDIVISA

Tutte le persone coinvolte mi hanno dato piena disponibilità. Ci saranno, per citarne alcune, Tommaso Lodi e Giulia Cavicchi, Claudia Viola e Roberto Reis, Simona Arcidiacono e Andrea Marcellino, Livia Carandente e Silvio Di Falco, Nicoletta Musso e Davide Oreglia, Cristina Righi e Giorgio Epicoco e tanti altri. Ci saranno associazioni come PuridiCuore, Retrouvaille, Intercomunione, Mistero Grande, Sposi per Sempre e INER. Ci saranno medici, sacerdoti, psicoterapeuti. Credo davvero una proposta di una ricchezza unica in Italia. E poi sarà un percorso condiviso con Mistero Grande. Padre Luca ha sottoposto questa idea a don Renzo Bonetti che ne è rimasto entusiasta e ha scelto di partecipare in prima persona. Sarà anche lui tra i relatori.

UN PERCORSO DI RISCOPERTA

Quello che abbiamo ideato vuole essere un percorso di scoperta o di riscoperta della grandezza e della bellezza del matrimonio cristiano. Un percorso che non escluda nessun aspetto della vita matrimoniale. Noi abbiamo una ricchezza di grazia enorme. Dobbiamo però conoscere il nostro sacramento. Ma non basta ancora. Dobbiamo conoscere il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra psiche, le nostre ferite, le nostre risorse naturali e spirituali. Solo così potremo affrontare il matrimonio nella giusta prospettiva e riconoscerne il valore anche in mezzo alle difficoltà. Vi aspettiamo! Per ogni dubbio siamo a disposizione.

Scarica la locandina o la brochure. Per iscrizioni clicca qui

Antonio e Luisa

Le vacanze non sono una fuga dalla quotidianità

Santificare le feste. Estendiamo questo concetto alle vacanze. In Esodo troviamo scritto “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore, tuo Dio. Non farai alcun lavoro: tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che sta dentro le tue porte. Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare, e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato santo

Cosa vuole dirci la Parola? Che abbiamo un Dio geloso e che pretende che un giorno a settimana sia dedicato solo a Lui? Gli ebrei l’avevano intesa esattamente così! Tanto che Gesù ha dovuto chiarire che Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27).

Proprio così! Dio ci chiede di fermarci un giorno perché ne abbiamo bisogno noi e non Lui. Questo vale per il sabato ma vale anche per le nostre vacanze familiari. Ci rivolgiamo a tutte le coppie ma ancor di più a quelle che hanno bambini piccoli perché sappiamo lo scoraggiamento che a volte può appensantire i cuori. Noi ci siamo passati. Ormai abbiamo figli grandi ma ricordiamo ancora bene quando erano quattro piccoli in fila dai 6 ai pochi mesi. Un delirio.

Aspettavamo le vacanze con impazienza, pianificando ogni dettaglio per assicurarci di riuscire a rilassarci appieno. Dopo mesi di lavoro e dedizione alla cura della famiglia, sentivamo di meritare quel periodo di meritato riposo. Tuttavia, le aspettative troppo alte si trasformarono in delusione quando ci rendemmo conto che il cambiamento di ambiente e di routine non portava il beneficio sperato. I nostri figli, privi della solita routine e regolarità, diventavano sempre più irrequieti e difficili da gestire, generando tensioni e conflitti tra noi genitori. Invece di goderci quelle settimane di vacanza spensierata, ci ritrovavamo spesso a fronteggiare situazioni stressanti e a dover fare i conti con le nostre reazioni nervose e le litigate che ne derivavano. La realtà delle vacanze non corrispondeva affatto alle nostre aspettative, lasciandoci delusi e stanchi.

Qual è il fraintendimento? Le vacanze non sono il momento per scappare dalla fatica della famiglia ma il momento per contemplare la famiglia pur con tutte le fatiche che comporta. Usiamo le vacanze per riscoprirci belli! Belli come coppia e belli come famiglia!

Riappropriamoci della nostra bellezza, valorizzando ogni istante trascorso insieme, nutrendo la reciproca crescita e sostenendo la gioia di essere uniti. La bellezza della nostra famiglia non è solo il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro, ma anche un rifugio di amore e comprensione. È naturale che ciò comporti fatica e, a volte, potenziali tensioni, ma è importante ricordare quanto sia preziosa la nostra unità familiare. In questi momenti frenetici della vita moderna, può accadere di perdere di vista la ricchezza intrinseca della nostra famiglia, lasciandoci sopraffare dagli impegni e dai doveri quotidiani. Tuttavia, è fondamentale riscoprire l’essenza del legame che ci unisce, riportando al centro dell’attenzione il valore della nostra relazione di coppia. Forse, tra le mille incombenze quotidiane, abbiamo trascurato la cura del legame con il nostro partner. È importante trovare il tempo per dialogare con sincerità, aprirsi reciprocamente e lasciare spazio ai sentimenti più profondi; concedersi momenti in cui dedicarsi l’un l’altro, perdersi negli sguardi, dolcemente accarezzarsi, abbracciarsi affettuosamente e soprattutto condividere momenti d’amore autentico. Talvolta, ci si lascia coinvolgere così tanto dalla vita frenetica che il lavoro e gli impegni quotidiani prendono il sopravvento, trasformandosi da mezzi di sostentamento della famiglia a fini esclusivi, a discapito della nostra relazione di coppia. Tuttavia, è importante trovare l’equilibrio e preservare il nucleo saldo della nostra unione, proteggendo la bellezza e la vitalità del legame familiare dall’assoggettamento alle richieste esterne.

Ricordate Marta e Maria le sorelle di Lazzaro? Ecco le vacanze servono a trovare del tempo per contemplare come Maria la presenza di Gesù nella nostra vita e nella nostra famiglia. Anche in mezzo al caos, ai litigi e allo stress. Solo così potremmo servire l’altro durante l’anno senza sentirlo come un peso insostenibile ma come il modo per costruire quel legame così profondo che è il matrimonio e che può aprire il nostro cuore alla bellezza infinita di Dio.

Antonio e Luisa

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Il vino buono viene dopo. Ma che ne sa il mondo!

Ho già scritto tanto delle Nozze di Cana. Non si finisce mai di imparare dal Vangelo. In questa stagione della mia vita con Luisa questo brano mi dice tanto. Per chi come noi è sposato da un po’ di anni, questo brano tocca alcune corde della relazione e della vita matrimoniale importanti e racconta tanto della promessa fatta il giorno delle nozze. Una promessa mantenuta. Fidatevi, datemi quello che avete e ne avrete il centuplo.

Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono

Vorrei soffermarmi in particolare su questo versetto che riporta l’esclamazione sorpresa del maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta nell’esegesi il dottore della legge giudaica che non riconosce Gesù come Messia. Noi possiamo fare una piccola forzatura e identificare il maestro di tavola con un rappresentante della nostra società. Una società dove c’è sempre meno posto per Gesù e dove si fatica a comprendere la ricchezza di un matrimonio vissuto alla presenza di Gesù.

Il maestro di tavola esprime il pensiero comune di tanti dei nostri amici e parenti. L’amore è bello ma lo è finché dura. Soprattutto all’inizio quando la passione ci rende un po’ brilli. Quando siamo ubriachi di sentimenti e di emozioni. Dopo viene il vino cattivo, o quantomeno meno buono. Come a dire che dopo tanti anni la qualità della relazione cala, ci si accontenta un po’, bene che vada si resta insieme per abitudine e perché c’è dell’affetto ma non c’è può quella qualità dei primi tempi. Non è quello che credono tanti?

Invece noi sposi cristiani siamo chiamati a dire altro. Chi mette al centro della relazione Cristo non deve accontentarsi con il passare del tempo. Mettere al centro è una scelta molto concreta. Significa amarsi come ama Gesù. Significa donarsi ed accogliersi completamente in modo gratuito e incondizionato. Infatti, non tutti riescono. Perché per arrivare al vino buono c’è un passaggio fondamentale. Possiamo sempre leggere in questo brano del Vangelo: La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. 

Le giare sono vuote. Se non si riempiono – e questa fatica è solo nostra – non ci sarà vino buono da portare al maestro di tavola. Non ce ne sarà proprio. Ma come possiamo riempierle? Gesù non ci chiede sacrifici sterili ed inutili. Non ci chiede devozioni che sono solo formali o preghiere recitate senza cuore. Gesù ci chiede semplicemente di riamarlo. Di restituire parte del Suo amore a Lui tramite la persona che ci ha posto accanto. Riempiamo le giare di acqua con un abbraccio, con una carezza, facendo l’amore, con una parola di conforto o di apprezzamento, con un gesto tenero, con l’ascolto, con il perdono. E in tanti altri modi che solo voi conoscete. Ognuno di questi gesti è un bicchiere di acqua che riversiamo nelle giare. Ne servono tanti. Servono gesti quotidiani. Piccoli gesti come potete intuire. Che non richiedono grande impegno ma impegno continuo.

Solo così Gesù potrà trasformare la nostra acqua, il nostro impegno in un vino delizioso. Lo dico senza alcun dubbio. Tutto ora è più bello dell’inizio con Luisa. È più bello stare insieme, è più bello guardarci, è più bello ascoltarci, è più bello fare l’amore. Siamo più belli l’uno per l’altra. Ma questo non dipende solo da Gesù. Gesù vuole che un po’ di fatica la facciamo anche noi. Solo allora con impegno e con fede – ne hanno avuta tanta quei servi – potremo lasciare che Gesù faccia del nostro matrimonio una meraviglia. Tuttavia, è importante ricordare che la bellezza di un matrimonio non si limita solo ai momenti felici, ma anche alle sfide che si affrontano insieme e alla crescita che ne deriva. Ogni sacrificio e ogni gesto d’amore contribuiscono a tessere il legame coniugale, rendendolo sempre più forte e duraturo.

Auguri e buon lavoro. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di riempire le giare!

Antonio e Luisa

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La donna libera è quella che si prende cura della propria ovulazione

Mai come nel nostro tempo la fertilità femminile è dipinta come un problema. La fertilità impedisce una vera parità di genere per quanto riguarda salari e lavoro. La fertilità è un problema quando funziona e anche quando non funziona. Quante donne ricorrono all’inseminazione e si sottopongono a terapie spesso pesanti. Viviamo in un mondo ostile alla fertilità. La fertilità è vista – in un senso o nell’altro – come un peso. Uomo e donna non saranno mai uguali in questo.  È la donna che soffre in modo più evidente di una separazione tra se stessa e il proprio corpo e la propria fertilità. Ed è incredibile che siano proprio le femministe a promuovere questa separazione nell’illusione di una maggior libertà ed emancipazione.  Ma deve essere così? Non è forse più corretto e buono avvicinarsi alla fertilità, nella sua complessità, apprezzandola e riconoscendo il valore del corpo della donna?

Il rispetto dovuto al corpo umano è ontologico, fa parte della verità che ci costituisce. Noi dobbiamo smettere di pensare che abbiamo un corpo da usare e possedere. Il corpo fa parte di noi, è parte della nostra persona e ciò che facciamo al nostro corpo lo stiamo facendo a noi stessi. In questo senso il rispetto per il corpo dovrebbe essere paritario, sia per gli uomini che per le donne.

Colpisce che culturalmente – a meno che non vi siano alterazioni o malattie – si presti poca attenzione alle funzioni svolte dal corpo della donna legate alla fertilità: ovulazione, gestazione e allattamento. L’importanza di queste tre funzioni risiede proprio nella prima: l’ovulazione.

L’ovulazione è processo femminile, che la maggior parte delle donne ignora. Sinceramente credo di conoscerlo meglio io di tante donne. L’ovulazione è qualcosa di meraviglioso e complesso che poggia su un equilibrio fisiologico e ormonale.  L’ovulazione è fondamentale per la salute di una donna, e lei non potrà mai essere veramente libera – né per quanto riguarda la sua salute né la sua sessualità – se ignora la centralità dell’ovulazione. Affidarsi ai soli contraccettivi impoverisce tutta la donna non solo per quanto concerne la capacità procreativa ma influisce anche sulla sua salute psicofisica. La parola “salute delle donne” è stata ridotta all’uso dei contraccettivi. Oggigiorno quando si parla di “salute della donna” sembra ci si riferisca all’eliminazione degli effetti dell’ovulazione. Anche per inibirli, come avviene con i contraccettivi ormonali.

Il paradosso si verifica nel fatto che l’ovulazione è l’unico modo in cui una donna può produrre gli ormoni femminili di cui il suo corpo ha bisogno, eppure è ciò che si cerca di inibire sinteticamente con la somministrazione dei contraccettivi ormonali. Così i contraccettivi sembrano essere entrati nel concetto di “salute”, venendo considerati addirittura come cura per le irregolarità del ciclo.

Questo tipo di approccio pone il corpo della donna in una visione miope e sbagliata. Considera infatti la salute come qualcosa di facoltativo, poiché la donna è indotta a credere di poter scegliere da sola se permettere al suo corpo di produrre ciò di cui ha bisogno: l’ovulazione. Nessun’altra funzione del corpo è considerata “facoltativa”, ma questa sì.

Alla fine, accade che le donne credono che avere il controllo del proprio corpo significhi scegliere se ovulare o meno. È vero il contrario. Riconoscere l’ovulazione come una parte essenziale del corpo di una donna permette di approcciarsi alla salute riproduttiva con una consapevolezza maggiore e con l’attenzione che un processo tanto bello e unico merita. Ad esempio, le irregolarità del ciclo verrebbero affrontate a partire dall’evento centrale dell’ovulazione, cercando trattamenti che portino alla produzione di un ciclo sano.

Una donna davvero libera ed emancipata non è quella che può decidere di annullare l’ovulazione, che ha il potere di cancellare parte di ciò che è. Una donna libera è colei che sa riconoscere il valore di sé stessa, del proprio corpo, e che sa prendersi cura di sé. Quindi sa prendersi cura anche della propria ovulazione e del proprio ciclo.

Questa analisi può essere estesa anche alla gestazione e all’allattamento; funzioni che sono spesso oggetto di controversie e di dibattito. Tutto ciò nasce da una ideologia che permea la nostra società, che dice di voler promuivere e difendere la donna ma che in realtà non fa che impoverirla e frammentarla. È necessario ritornare ad una visione complessiva, dove si assume il valore della persona nella sua integrità. In questa ricerca di valorizzare adeguatamente le donne, la comprensione del funzionamento del corpo può fornirci uno strumento chiave per la necessaria integralità, dove le donne possano riconoscersi e valorizzarsi con la ricchezza della loro femminilità.

Termino con un pensiero personale. Ma quanto sono belle le donne. Quanto è meravigliosa la mia sposa. È stato bello e faticoso scegliere i metodi naturali nel nostro rapporto. Faticoso perché a volte ho dovuto aspettare per unirmi a lei, ma nel contempo è stato meraviglioso perché, grazie a lei, ho fatto esperienza della bellezza incredibile della donna e del corpo femminile. Ho contemplato la sua femminilità che si manifesta anche attraverso la sua fertilità. Ed è stato importante conoscere e vivere la sua fertilità come un dono da governare insieme. Si vive davvero in modo più pieno e vero tutta la relazione e non solo l’intimità.

Antonio e Luisa

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Quante volte ho capito l’Eucarestia attraverso il tuo amore

Cara e amata Luisa, oggi è il 29 giugno. Sono passati 22 anni. Ventidue anni che sei diventata la donna. Già perché scegliendo te o conseguentemente escluso ogni altra. Almeno per quanto riguarda un rapporto tanto profondo e completo come il matrimonio. Sei mia moglie, la mia migliore amica, la mia amante, la madre dei miei figli. Tu sei la mia porta verso il mistero femminile. E più ti conosco e più comprendo come la donna sia davvero una creatura meravigliosa. Con te accade qualcosa di strano. Passa il tempo, il tuo corpo cambia, invecchia come invecchia il mio, ma sei sempre più bella, almeno ai miei occhi.

Non sono cieco, oggettivamente il tuo corpo non è quello di ventidue anni fa, ma anche la nostra relazione non lo è più, è cresciuta, è diventata sempre più profonda e libera. Tu sei la sola che mi conosce davvero e alla quale non ho paura di mostrare le mie debolezze perché so che in te posso rifugiarmi. Abbiamo passato più di ottomila giorni insieme. Ogni giorno abbiamo rinnovato il nostro sì. E io non mi sono ancora abituato. Non mi sono abituato alla tua dolcezza, al tuo essermi accanto in modo tenero, a volte paziente. Non mi sono abituato ai tuoi perdoni, alle tue carezze, a stare abbracciato con te. Non mi sono abituato all’intimità con te anche se l’abbiamo ripetuta mille e più volte. Ogni volta è bello perché rende concreto un amore vissuto quotidianamente. E non mi sono abituato neanche alla sensazione di gioia che mi pervade ogni volta che mi guardi negli occhi, è come se riscoprissi ogni volta un nuovo frammento di te che mi affascina e mi incanta.

Cara e amata Luisa, stamattina siamo andati a Messa per ringraziare Dio e per offrire a Lui il nostro amore. Nel momento in cui il sacerdote ha consacrato il pane e il vino e ha ripetuto le parole di Gesù Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi, ho pensato a quante volte lo hai fatto tu con me. Quante volte hai offerto il tuo corpo, la tua tenerezza, i tuoi sguardi, la tua presenza. E questo è sacro. Il tuo è un vero sacrificio d’amore, come quello di Gesù. Attraverso il tuo amore ho davvero compreso cosa è l’Eucarestia. Quanto bella sia. Attraverso il tuo amore ho capito come mi ama Gesù. Per questo il tempo che passa non fa che renderti più bella.

Spero davvero di essere riuscito a restituirti almeno un po’ dell’amore che mi hai dato in questi anni e ringrazio Dio ogni giorno di avere accanto una donna come te.

Antonio per Luisa

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Il battesimo: un giorno da ricordare

Le date più importanti della mia vita, cioè quelle che ricordo particolarmente e che festeggio, sono tre: quella del compleanno, del battesimo e del giorno delle nozze.

Un po’ di anni fa, erano solo due, nemmeno conoscevo il giorno in cui i miei genitori avevano deciso di battezzarmi. Infatti, solo negli ultimi anni, ho compreso l’importanza del battesimo e di conseguenza, sono andato a ricercare i documenti e ho trovato così la data (per l’appunto la ricorrenza sarà domani, 27 giugno).

Noi siamo abituati ad aggiungere titoli di studio e competenze man mano che cresciamo; quindi, ad esempio la scuola ci conferisce, dopo le scuole elementari, il diploma di scuola media, poi quello delle superiori e a seguire la formazione prosegue con laurea, laurea specialistica e master.

Con il battesimo invece avviene esattamente il contrario, viene conferito subito il massimo livello che uno può raggiungere, cioè quello di figlio di Dio e tutto quello che viene fatto successivamente, può soltanto finalizzarlo per una missione specifica (come se venisse conferita una laurea in medicina e poi si dovesse scegliere la scuola di specializzazione per esercitare come cardiologo, neurologo, pediatra o altro).

D’altra parte, come sarebbe possibile diventare più di figli di Dio? (vorrebbe dire mettersi sopra Dio, cioè una cosa impossibile).

Così tutti i battezzati formano il popolo dei figli di Dio (una moltitudine di re, sacerdoti e profeti), tutti fratelli perché hanno un unico Padre; questo popolo però va servito, formato, aiutato, santificato e pertanto le due vocazioni principali, ordine e matrimonio, hanno proprio questa funzione, di mettersi a disposizione di tutta la comunità. Quindi una coppia che si sposa, non aggiunge niente al battesimo, va solo a specializzare la grazia ricevuta quel giorno e, se dovessimo rappresentarlo con un movimento, questo sarebbe in discesa (e non in salita, come si potrebbe erroneamente credere).

Ordine e matrimonio specificano il battesimo affinché il popolo riesca a vivere come popolo dei figli di Dio, testimoniando che Gesù è vivo e dando lode a Dio; tutti i sacramenti e i carismi servono per costruire la dignità del popolo.

Se ad esempio, per vari motivi, un matrimonio viene dichiarato nullo, cioè mai avvenuto, non è che a quella persona manca qualcosa per diventare santa, perché è sufficiente aver ricevuto il battesimo.

Allo stesso modo, chi è single e non è consacrato o sposato, ha già con il battesimo tutto quello di cui ha bisogno per vivere in pienezza la vita cristiana (ovviamente insieme agli altri sacramenti): il problema è che la ricchezza battesimale è spesso sconosciuta all’interno della Chiesa, forse anche per il fatto che, il sacramento del battessimo viene conferito da bambini e non da adulti, come avveniva nei tempi antichi.

Infatti, anche Gesù fu battezzato a circa trenta anni e nelle comunità cristiane era una scelta che veniva presa da adulti, dopo un periodo di preparazione rivolto appunto ai catecumeni che chiedevano di intraprendere questo cammino. Successivamente i genitori cristiani hanno pensato di chiedere il battesimo dei figli nati da poco per regalare loro la vita eterna, impegnandosi a educarli al cristianesimo (anche perché già dal parto ci possono essere complicazioni/malattie e battezzare il figlio significa scrivere il suo nome in cielo).

Non a caso la Cresima si chiama anche Confermazione, perché i ragazzi, in un’età in cui hanno la consapevolezza, confermano la scelta fatta dai genitori molti anni prima.  Per il battesimo il nostro corpo appartiene a Cristo, attraverso l’Eucarestia celebriamo questa unità con Cristo e nella confessione ci viene confermato che Dio non ci abbandonerà mai.

Queste cose che sto dicendo, forse per qualcuno possono sembrare banali, ma basta chiedere in giro e quasi tutti diranno che ad esempio un cardinale è superiore a un sacerdote o un consacrato ha qualcosa in più di una persona single.

Anche il Papa, che è a capo della Chiesa, viene chiamato “servus servorum Dei”, cioè servo dei servi di Dio, per sottolineare proprio il fatto che non è sopra, ma al servizio degli altri.

Non è pensabile procedere con la propria vocazione, se prima non si è compreso a fondo (o almeno approfondito) la potenza e la ricchezza del battesimo ricevuto.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cari genitori, voi rinunciando … noi crederemo

Nel precedente articolo («Cari genitori, ascoltando … lotterete») abbiamo considerato “la preghiera di esorcismo e l’unzione sul petto” come un dono per il battezzato che, dalla prospettiva della chiesa domestica, diventa un compito nella virtù della giustizia. «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14).

Da ora in avanti rifletteremo sulla liturgia del sacramento che si compone dei seguenti momenti: preghiera e invocazione sull’acqua, rinuncia a satana, professione di fede, battesimo, unzione con il sacro crisma, consegna della veste bianca e del cero acceso, rito dell’effatà. In questo articolo ci soffermiamo sulla rinuncia e sulla professione di fede.

La chiesa domestica si impegna davanti la comunità parrocchiale a discernere le due vie come ci suggerisce il Salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».

Nella chiesa antica questo momento di rinuncia e di professione concludeva il cammino del catecumenato, il soggetto che rinunciava e professava era lo stesso battezzando. Qualche padre della chiesa (G. Crisostomo, C. Di Gerusalemme) descrive questo momento così: nella rinuncia rivolti ad occidente simbolo del luogo del diavolo, in ginocchio, senza calzari né vestiti ma con la tunica come gli schiavi, con le mani alzate in atteggiamento di preghiera e di arresa a Cristo; nella professione di fede invece rivolti ad oriente dove sorge il sole per esprimere l’attesa della venuta di Cristo. Oggi, per lo più bambini che ricevono il battesimo, è la chiesa domestica che rinuncia e professa. Non è la fede personale del battezzato ma quella della chiesa domestica ad impegnarsi.

Le tre rinunce nel loro complesso sono la dichiarazione di disponibilità a morire in un determinato modo di vivere per dare spazio alla modalità di risorgere. 

La prima rinuncia riguarda il peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio. È ancora frequente imbatterci nella convinzione che la legge di Dio sia una realtà limitante la libertà umana. Con la risposta affermativa a questa domanda, invece la chiesa domestica riconosce e lotta contro il peccato considerato la vera realtà schiavizzante la vita umana. Per cui rinunciare al peccato è rinunciare di camminare sulla via che ci porta in antagonismo a Dio. Questa rinuncia consente d’altro canto di vivere la professione della fede in Gesù Cristo, Giudice misericordioso, mediante il quale l’uom è trasformato nella condizione filiale. 

La seconda rinuncia riguarda le seduzioni del male, per non lasciarsi dominare dal peccato. In questa domanda si colloca ciò che anticamente erano chiamate le “pompe del diavolo”.  Con questo termine si indicava la fastosità che accompagnava le cerimonie sacre. Perciò, nella rinuncia si allude al culto degli idoli in tutte le diverse forme in uso nelle tradizioni pagane (atti di culto, spettacoli, processioni, onori pubblici, lusso). Tale culto distorce il rapporto con la gratuità, l’amore provvidenziale di Dio, preferendo l’illusione di poter controllare perfino il Mistero divino. Per cui, rinunciare alle seduzioni maligne è adoperarsi per vivere la professione della fede nella paternità di Dio.

La terza rinuncia riguarda satana, origine e causa di ogni peccato. Non si tratta di rinunciare alle espressioni specifiche dei possibili peccati, ma proprio all’origine e alla causa di ogni peccato. Rinunciare a questa origine diabolica significa accogliere la Rivelazione in Cristo e professare la fede nello Spirito Santo. D’altronde Gesù nel Vangelo ci ha messo in guarda dal bestemmiare contro lo Spirito Santo, unico peccato che non sarà rimesso e conducente alla dannazione eterna.

Dopo la rinuncia c’è la professione di fede in tre domande: credente in Dio Padre onnipotente, creatore, in Cristo e, infine nello Spirito Santo e la Chiesa?  Le risposte proclamano la signoria di Cristo, l’evento del Mistero Pasquale e Trinitario nonché il mistero della Chiesa. Le parole della formula trinitaria con cui si dona il battesimo riprenderanno sinteticamente questa triplice professione per annunciare la Realtà a cui si è resi “degni” di partecipare mediante il battesimo. «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Cara chiesa domestica,

tutti noi figli tuoi non potremo mai vivere da figli nel Figlio il nostro rapporto con il Padre, nella grande famiglia della Chiesa, se non ci sosterrai ogni giorno nel discernimento delle due vie, la via dei malvagi e il cammino dei giusti (Salmo 1). Il gesto più profondo e necessario è il tuo sostegno nell’imparare a fiutare e fuggire dalla seducente mentalità mondana che allontana dalla signoria di Cristo. La tua rinuncia e professione di fede nel giorno del nostro battesimo portala nei tuoi impegni educativi soprattutto quando il dolce-amaro dell’ingannatore ci confonde e non sappiamo come fare. Quando eravamo bambini sapevamo abbandonarci nelle tue mani, ora che siamo divenuti grandi d’età non ci è facile diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli. Interrompi perciò i sentieri che vogliono renderci “autonomi” anche da te, perché la tua strada sarà anche la stessa che ci farà abbandonare l’autonomia da Dio e riprendere a vivere nella vita battesimale. Riporta i sentieri scoscesi di questo mondo sulla via dell’uomo, non mancheranno locande in cui troverai la caparra del Buon Samaritano.

Con immensa gratitudine, uno dei tanti tuoi guaritori feriti!

Don Antonio

Chi amare di più o chi amare prima?

Mi ha contattato Vittorio per chiedermi qualche articolo del blog che trattasse il tema amore genitoriale e sponsale. Qual è più grande? Detto in altre parole: è giusto amare maggiormente il coniuge o i figli? Lui è un tiktoker e ci mette la faccia sempre. In uno dei suoi ultimi video si è accesa una discussione molto calda tra chi sosteneva che l’amore per i figli è insuperabile in quanto sono parte di noi, hanno parte del nostro patrimonio genetico mentre il coniuge è biologicamente un estraneo. Mentre altri, tra cui lo stesso Vittorio, che sostenevano la priorità dell’amore sponsale. Un tema ricorrente e anche molto interessante. Mi permetto di evidenziare alcuni punti che possono fare chiarezza.

Non c’è competizione ma condivisione. Amore genitoriale e amore sponsale non sono in competizione tra loro. Sono due amori diversi, con finalità e modalità diverse. Non posso paragonarli. Posso paragonare per intensità l’amore per i miei amici. Con alcuni è più intenso, intimo e profondo con altri è assimilabile a una conoscenza e nulla più. Ma posso farlo perché sono lo stesso tipo di amore. Io non amo i miei figli nello stesso modo con cui amo mia moglie. Io ho quattro figli e non posso amarli in modo esclusivo. Ho una sola moglie che invece amo in modo esclusivo. L’amore per mia moglie è totale. Presuppone il dono totale di me stesso in anima e corpo. L’amore per i figli no. Ciò non significa che io amo di meno i miei figli ma che li amo diversamente. Sono piani diversi che non si ostacolano ma che anzi quando sono vissuti in modo sano si alimentano tra loro.

È giusto dare un ordine all’amore. Perché senza ordine ci troveremmo nel disordine relazionale ed esistenziale. Ed è ciò che succede a tanti. Qual è l’ordine giusto? È molto semplice. Ogni amore ne ha come sorgente un altro. Faccio un esempio per farmi capire. L’amore per i figli è come un lago. L’amore per il coniuge è il fiume che alimenta il lago. L’amore per Dio è la sorgente che dà origine e acqua al fiume. Quindi esiste l’ordine corretto per vivere relazioni sane e buone è semplice da comprendere. Amare Dio, la sorgente, da cui trarre forza per amare il marito o la moglie in modo gratuito, il fiume, da cui trarre amore per amare i figli in modo sano e non possessivo, il lago.

Proviamo ora a modificare l’ordine e proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere. Se dovessimo eliminare la sorgente, cioè Dio, andremmo a riversare tutte le nostre aspettative e desideri di essere amati nel coniuge. Metteremmo sulle spalle di una persona come noi un peso enorme. Chiederemmo ad una persona finita un amore infinito e senza condizioni. Nel giro di poco, senza la sorgente inesauribile dell’amore di Dio, il fiume si ridurrebbe a un torrente e poi a un deserto. Non è quello che accade in tante relazioni? Diffidate da chi vi dice sei il mio tutto, sei la ragione della mia vita. Lì non c’è amore libero ma dipendenza.

Se dovessimo eliminare anche il fiume e dovessimo cercare tutto l’amore nel lago, nei nostri figli, il disastro è assicurato. Per noi e per quei poveretti dei nostri figli. Cosa voglio dire? Che non solo elimineremmo l’aggancio con la sorgente Dio, ma anche con l’amore esclusivo e indissolubile del coniuge con il risultato che riverseremmo tutti i nostri bisogni affettivi e le nostre aspettative sui figli. Con il risultato di costruire una relazione genitore/figlio simbiotica e dipendente. Completamente fuori da ogni verità. Noi dobbiamo preparare i nostri figli a farcela senza di noi, a lasciare la nostra casa. Non dobbiamo tenerli stretti perché abbiamo bisogno di loro per sentirci amati. Che tristezza quelle madri, ad esempio, che sentono la fidanzata del figlio come una rivale in amore e fanno di tutto per entrare in competizione e parlare male di lei. Capite dove sta il problema?

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra stella e di trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. È sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale. 

Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perché loro sono il frutto di quell’amore. È un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, e sono stati anche loro piccoli, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perché dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

Antonio e Luisa

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Il conflitto non va nascosto sotto il tappeto

In Amoris Laetitia Papa Francesco scrive: “Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare o sanare per favorire il superamento del conflitto”.

Nella mia famiglia di origine il conflitto era vissuto come una grande tempesta, passata la quale tornava la tranquillità, ma non vedevo i miei genitori fare davvero pace. Non si risolvevano i problemi, venivano accantonati fino alla volta successiva ed io, di fronte alla tempesta, mi sentivo spaventata e triste.

Mi sono accorta di aver a lungo evitato il conflitto, memore dei sentimenti di paura provati, ma anche di aver adottato la stessa modalità dei miei genitori: faccio fatica a riparlare di quanto successo, a riparare e fare pace.

Francesco mi ha raccontato che i suoi genitori evitavano di mostrare davanti ai figli i conflitti presenti fra loro e di aver percepito che lo facessero per un forte senso del dovere, lasciando però crescere disagi e incomprensioni tra loro. Mio marito ha assorbito questa tendenza a voler evitare conflitti diretti, ma questo lo porta a covare malessere e a provare sentimenti di frustrazione.

Io e Francesco sulle grandi questioni ci troviamo d’accordo. I conflitti tra noi scaturiscono spesso dalla gestione della quotidianità. Nella nostra famiglia numerosa fatichiamo a trovare tempo, energia e tranquillità per affrontare i conflitti, ma ogni conflitto non gestito è come un sassolino che viene nascosto sotto il tappeto fino a creare una montagna che genera litigi molto accesi.

Abbiamo vissuto nel nostro matrimonio una grave crisi che ci ha portato a partecipare al Programma Retrouvaille e grazie al percorso fatto, stiamo imparando a modificare il nostro approccio alla gestione del conflitto: Francesco ora cerca di tenere conto del mio stato emotivo e dei bisogni che cerco di esprimere e non evita più il confronto ed io, che pensavo che in un conflitto ci dovesse essere un vincitore, ho compreso che vinciamo entrambi se impariamo qualcosa e non mi tengo sulle difensive, ma accetto la realtà che il mio sposo è diverso da me, che prova sentimenti differenti da quelli che io mi aspetterei e che a volte le mie supposizioni sul suo pensiero non coincidono con ciò che lui pensa veramente. Insomma, è necessario che ci ascoltiamo a vicenda con cuore aperto e soprattutto che siamo disponibili a cambiare quei comportamenti che hanno un effetto distruttivo sulla relazione.

Poco tempo fa abbiamo affrontato un argomento che ci creava parecchi attriti: l’alimentazione da seguire in famiglia. È stato molto utile poterci prendere un momento in serenità per dialogare in maniera costruttiva e affrontare la questione con meno chiusure e tensioni, ascoltando a vicenda i sentimenti e le ragioni dell’altro. Francesco per la prima volta mi ha espresso i suoi sentimenti spiacevoli e l’ho visto sollevato, come quando aspetti l’esito di un esame medico e improvvisamente ti arriva la notizia che è tutto a posto.

Quando riusciamo a parlarci con il cuore in mano, è bello vedere come le decisioni che ci siamo condivise vadano nella stessa direzione e che troviamo un accordo sulle cose da fare. Parlare in prima persona di ciò che si prova e di ciò che ci si aspetta da una situazione, ti educa ad assumerti le tue responsabilità, a desiderare di cambiare te stessa e non il tuo sposo.

Con questa consapevolezza mi sento sollevata, come una piuma che volteggia sospinta da una brezza leggera.

Mary e Francesco (Retrouvaille)

La percezione dell’amore

Oggi prendo spunto da un articolo all’apparenza banale. La tennista Katie Boulter, dopo aver giocato e vinto la finale di un torneo importante, si lamenta della mancanza del fidanzato Alex De Minaur, anche lui tennista top. Katie approfitta dei media per lanciare un messaggio al compagno: Non sei venuto a vedermi. Non so se staremo ancora insieme. Specifico che Alex aveva a sua volta giocato e vinto un torneo poche ore prima in un Paese diverso (lei era a Nottingham in UK mentre lui a Hertogenbosch in Olanda)

Questa è la notizia. Naturamente non so nulla della vita privata dei due giovani atleti e non credo sia neanche così interessante conoscerla. Probabilmente non parlava seriamente ma il fastidio era reale. È invece importante usare questa notizia per trattare un argomento più generale che ci riguarda tutti.

A molti di noi la reazione della giovane tennista sembra spropositata. Quasi un capriccio. D’altronde il fidanzato aveva appena terminato un torneo faticoso. Avrebbe dovuto preciparsi in aeroporto per raggiungere trafelato Nottingham. È piuttosto lei che avrebbe dovuto mostrarsi più empatica e comprensiva. Qualcun’altro potrebbe invece pensare che lui abbia dimostrato di non tenere abbastanza a quella relazione. Non abbastanza da fare un sacrificio alla fine sopportabile per chi passa l’anno viaggiando da un torneo all’altro. Percezioni diametralmente opposte.

Cosa discrimina la nostra percezione? Il nostro linguaggio dell’amore. Per chi non dovesse ancora conoscere i linguaggi dell’amore li sintetizzo in due righe. Ognuno di noi ha un linguaggio dell’amore primario. Esistono cinque linguaggi: parole di incoraggiamento, contatto fisico, gesti di servizio, momenti speciali e i doni/regali. Noi ci sentiamo amati se l’altro parla con noi il nostro linguaggio dell’amore. Io parlo il contatto fisico e mi sento amato quando sono abbracciato e accarezzato, non mi fa invece sentire particolarmente amato se mia moglie mi cucina un pasto delizioso o mi fa un complimento. Luisa parla le parole di incoraggiamento. Si sente quindi amata quando riceve parole positive di stima e di valore per quello che è e che fa. Non si sente invece particolarmente amata se l’abbraccio. Infatti mi succede ancora di abbracciarla in silenzio quando la vedo giù e lei mi risponde inevitabilmente che dopo più di vent’anni di matrimonio ancora non ho imparato a parlare il suo linguaggio. E io prendo e porto a casa perché ha ragione. E così via per tutti i linguaggi. Per approfondire vi consiglio il libro di Gary Chapman

Ora è chiaro che il linguaggio dell’amore di Katie è ricevere doni. Già perchè tra i doni non sono ricompresi solo i regali materiali ma anche donare il tempo e la presenza. Chi ha questo linguaggio dell’amore si sente amato quando l’altro fa di tutto per esserci nei momenti importanti della vita. Non per forza la finale di un torneo. Più banalmente anche la visita dal dottore. Mi sento amato se mi accompagni e stai con me.

Nostra figlia, che ha questo linguaggio, rinfaccia ancora alla mamma, Luisa, la delusione che ha provato quando mia moglie ha saltato la cena del ritiro prima della cresima per un altro impegno. Cosa sarà mai? Se fosse successo a me non ne avrei fatto un dramma, ma io ho un altro linguaggio dell’amore. Per Maria è stato un piccolo dramma perchè non ha letto la mancanza della mamma come una semplice assenza a una cena, ma come a una mancanza di interesse e di amore.

Tutto questo per ricordarvi e ricordarmi che la percezione dell’amore è davvero personale. Non giudichiamo secondo i nostri parametri ma cerchiamo di conoscere e comprendere quelli dell’altro. Soprattutto cerchiamo prima di tutto di capire e poi di parlare il linguaggio dell’altro, anche se è diverso dal nostro e anche se non ci viene spontaneo.

Antonio e Luisa

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La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Seconda parte.

Se sabato non avete letto la prima parte vi lascio il link. Riprendo ora da dove ho interrotto la precedente riflessione.

Quando riconosciamo il Creatore come origine e partecipe del nostro amore, la sessualità assume un significato che è più grande di se stessa, che la trascende e che è capace di riempire il cuore degli sposi. In questo modo, al piacere provato nell’atto coniugale fa seguito la gioia nel cuore di entrambi. Una gioia che dura nel tempo, e che li riempie. Questo perché gli sposi entrano in comunione tra loro, ma entrano anche in comunione con il Creatore, fonte inesauribile nella quale le anime cercano la gioiosa pienezza. Per noi è così! Dopo ventidue anni di matrimonio l’intimità diventa sempre più bella e piena. Non parlo di prestazione ma di comunione e nutrimento.

Solo quando viviamo la nostra sessualità così comprendiamo allora che l’atto coniugale non è un atto che riguarda solo i coniugi e che rimane unicamente in loro, ma che, vissuto nella sua verità, è un atto di abbandono a Dio. Possiamo affermare con assoluta certezza che l’amore dei coniugi non è questione di due, ma di tre: la moglie, il marito e Dio. Pertanto, poiché l’amore deve essere vissuto nell’integrazione di tutte le dimensioni, anche l’unione sessuale è, se gli sposi lo consentono, un momento di unione con il Creatore.

La meravigliosa Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II ci ha lasciato un dono enorme quando approfondiamo questo argomento. Egli spiega che nell’unione sessuale dei coniugi si sperimenta una vera “liturgia dei corpi”. In esso gli sposi esprimono fisicamente ciò che fanno anche con l’anima. Nell’atto coniugale si ascolta il linguaggio del corpo poiché esso è stato creato per essere sacramento della persona, cioè per manifestare in modo visibile – nella carne – una realtà invisibile – l’anima.

Per questo, quando i coniugi si aprono alla conoscenza di questa verità e al suo rispetto, vivono la loro intimità sessuale come un momento sacro di liturgia e di preghiera. Ciò non significa che sia noioso o monotono, ma al contrario: implica che la gioia della comunione sia vissuta nel quadro dell’eterno amore divino, che si rinnova continuamente con gioia e creatività. Gli sposi si donano nella loro totalità di corpo e anima, così come Cristo Sposo ha fatto per la sua Sposa, la Chiesa sulla croce.

Qui vediamo chiaramente che si tratta davvero di una “liturgia dell’amore”, con i suoi momenti ben definiti e la propria trascendenza. L’atto coniugale è una preghiera autentica che gli sposi elevano a Dio con tutto il loro essere, ringraziando per il dono d’amore ricevuto. È un momento sacro, in cui il letto nuziale diventa luogo di parto e di donazione. E lì sperimentiamo una piccola anteprima di ciò che ci aspetta in Paradiso.

L’atto coniugale è cammino di santità perché in esso gli sposi si trasmettono reciprocamente la Grazia. Come abbiamo più volte ricordato l’intimità fisica rinnova il sacramento del matrimonio con una nuova effusione di Spirito Santo. Nel rito del sacramento del matrimonio è la prima unione sessuale degli sposi a consumare (cum-summare portare alla sommità) il sacramento e il mezzo attraverso il quale entrambi si trasmettono reciprocamente la Grazia. I coniugi si rivolgono a Dio nel loro amore e comunicano tra loro i doni che Egli dona loro. Sempre Noriega afferma che: Il coniuge cristiano potrà trasmettere all’amato nella sessualità non solo una una presenza reciproca, ma anche il dono dello Spirito. Dio diventa protagonista anche della formazione dell’amore tra i coniugi, poiché non è estraneo a nulla di umano, compresa la sessualità, che Egli stesso ha creato.

Sappiamo che il matrimonio costituisce una vocazione, nella quale ciascuno dei coniugi aiuta l’altro a percorrere il cammino della santità. Ciò avviene attraverso i numerosi atti d’amore che hanno l’uno verso l’altro. Non sfugge a questo l’atto coniugale, che, vissuto nel rispetto dei suoi significati e della sua verità intrinseca, diventa occasione di crescita nella santità, poiché i coniugi crescono nella virtù della carità, ricercando il bene dell’altro e compiendo la volontà di Dio che cresce nell’amicizia con lui.

Antonio e Luisa

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La sessualità promette molto, ma raccoglie poco. Prima parte.

È diffusissima l’idea che il sesso sia del tutto estraneo alla nostra parte spirituale, alla parte di noi più nobile. come se Dio non c’entrasse nulla e come se fosse un’affare puramente umano e naturale, lontano dall’ordine soprannaturale e trascendente. Insomma quella parte di noi più istintiva che ci accumuna agli animali. Spesso anima e corpo sono considerati come opposti, pensando che il desiderio carnale non abbia nulla a che fare con la vita spirituale. Questa visione è molto comune, anche tra i credenti.

La Chiesa – lo esprime molto bene Giovanni Paolo II nella Teologia del Corpo – non afferma affatto che corpo e spirito siano disgiunti e su livelli diversi. La sessualità è strettamente legata alla nostra sfera spirituale e il modo in cui la viviamo può aiutarci a crescere come persone e ad avvicinarci alla santità. Attenzione la sessualità non è la genitalità, non è solo il sesso, ma una realtà molto più ampia. E’ il nostro essere maschio e femmina, individui sessuati che si mettono in relazione attraverso il corpo. La sessualità esprime la necessità di trovare un tu diverso e complementare che risponde al nostro bisogno innato di vivere una comunione profonda e piena che abbraccia tutta la persona e non solo il corpo. Il corpo esprime – cioè da un’immagine visibile – a tutta la persona fatta di tantissime componenti (corpo, anima, psiche, sensibilità, tenerezza, volontà, atteggiamento, valori, ecc). In questo articolo ci riferiamo soprattutto al matrimonio e all’importanza dell’esperienza sessuale che questa relazione fedele, indissolubile e esclusiva comporta.

La sessualità è un elemento intrinseco della persona. Non è qualcosa di aggiunto che può essere presente o meno. Non è nemmeno una dimensione. Ma è costitutivo dell’essere umano, e ne attraversa tutte le dimensioni: corpo, mente, spirito e relazione. Pertanto, poiché siamo un’unità, siamo spiriti incarnati, il modo in cui viviamo la sessualità avrà sempre un impatto sulla nostra spiritualità. E viceversa, la profondità che abbiamo nella nostra vita spirituale e di fede avrà un forte impatto sul modo in cui affrontiamo la sessualità. A questo punto parliamo di sessualità in senso ampio, sia riferendoci alla nostra esistenza nel mondo come uomo o donna, sia all’esperienza del desiderio sessuale che ogni essere umano sperimenta ad un certo punto.

Avvicinandoci alla dimensione spirituale, sappiamo che secondo la nostra particolare vocazione e il nostro stato di vita siamo chiamati da Cristo a vivere la sessualità in modo concreto e diverso per ciascuno. Questo perché Dio ci rivela che il fine della differenza sessuale è l’invito a lasciare se stessi, a donarsi all’altro in una comunione d’amore a immagine e somiglianza di Dio Trinità.

C’è una connessione importante da mettere in evidenza. Nel rapporto sessuale portiamo ciò che siamo. Riveliamo la grandezza o la povertà del nostro animo, il nostro egoismo o la nostra capacità di donarci e di mettere l’altro al centro delle nostre attenzioni. Il nostro amore o la nostra volontà di dominare e di usare. Ciò che esprimiamo nel sesso esprime ciò che abbiamo nel cuore. Esprime ciò che siamo.

Questo perché la sessualità è talmente costitutiva della persona che, qualunque cosa ne facciamo, rivelerà chi siamo. Il nostro comportamento in riferimento alla sessualità è come un vetro trasparente che ci permette di vedere cosa c’è nel nostro cuore. Attraverso di esso si manifestano le nostre luci e le nostre ombre. José Noriega – che è stato professore all’Istituto Giovanni Paolo II per tanti anni – afferma: La sessualità promette molto, ma raccoglie poco.

In una frase ha detto tutta la miseria del nostro tempo. Nell’attrazione sessuale leggiamo una promessa grande. La promessa di un piacere immenso, una felicità completa che inonda tutta la persona. Rimaniamo abbagliati dalla presenza di qualcuno che ci sembra enormemente attraente, che ci affascina, ci attrae e ci fa uscire da noi stessi. All’origine dell’innamoramento, tutta la nostra vita, nel suo insieme, è monopolizzata dal desiderio di essere non solo con l’altro, ma nell’altro.

Spesso però questa promessa viene infranta. E lo conferma la povertà di tante relazioni. Quante persone conosciamo che vivono o hanno vissuto grandi sofferenze e delusioni cocenti per relazioni sbagliate? Noi tante. In definitiva l’esperienza sessuale non soddisfa appieno. Il piacere provato non soddisfa il desiderio inesauribile che era stato risvegliato dall’altro. Né è soddisfatto dalla persona a cui ci uniamo. Cosa si nasconde, allora, dietro questo desiderio, questa attrazione tra uomo e donna che nemmeno l’ei stessa’esperienza sessuale, una volta giunta al culmine, riesce a spegnere?

Nella sessualità ci si rivela il mistero della persona, il mistero dell’Altro. Perché la differenza sessuale ci dice quanto poco bastiamo a noi stessi. Della nostra povertà, della nostra solitudine. Ma, allo stesso tempo, ci parla della pienezza e della comunione che ci viene promessa. Ci rivelano in modo inesorabile il nostro essere corpo e anche la nostra anima, che esige la trascendenza. L’incontro tra l’uomo e la donna rivela una promessa di pienezza nella comunione di entrambi. Il cuore umano cerca assetato una felicità che non può raggiungere con la sola sessualità, se non è vissuta nella ricerca di quella Presenza che è origine e fine di ogni amore umano: Dio.

Cosa possiamo quindi comprendere e concludere? Lo vedremo lunedì con il proseguo di questa riflessione.

Antonio e Luisa

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Io sono prezioso e tu sei preziosa. Solo così c’è amore.

Tanti dei problemi dell’essere umano – maschio o femmina non fa differenza – nascono dalla percezione del limite. Uomini e donne sono limitati, incompleti, fallibili. Questa è una verità che ci caratterizza tutti. Fa parte della nostra umanità. La differenza tra chi ha una visione positiva di sé e chi invece non riesce a volersi bene sta proprio lì. Il primo accetta il limite e riesce a dirsi: io vado bene così. Il secondo no. Il secondo tende ad assolutizzare il limite e per questo a non sentirsi bene con sé stesso e con gli altri.

Non a caso Gesù dice nel Vangelo di Matteo: Ama il tuo prossimo come te stesso. Non perché ci vuole egocentrici ma proprio perché se non ci accettiamo per come siamo, se non ci riconosciamo belli e preziosi nonostante i nostri limiti, non saremo in grado di amare liberamente gli altri. Ancor di più quando si tratta di relazioni profonde come quella matrimoniale.

Nella psicologia esistono degli schemi precisi che raccontano questa dinamica attraverso quelle che sono chiamate posizioni esistenziali. Collocando voi stessi e il vostro coniuge all’interno di questi schemi potete già farvi un’idea sulla vostra relazione.

Ci sono libertà e amore sano e autentico quando i due vivono in una relazione +/+. Cosa significa? Vado bene io e vai bene tu. Questo è uno dei fattori determinanti per la riuscita di una relazione positiva e feconda. Un matrimonio si basa certamente sulla Grazia ma anche sulla consapevolezza di essere preziosi e belli. Come fai a donarti se non ti piaci?

In questo articolo voglio però prendere in esame una delle situazioni più comuni di amore inquinato se non addirittura falso. Attenzione: non è detto che la relazione non possa sembrare funzionale e i due non possano sembrare complementari. In realtà sono due disordini relazionali che si incastrano perfettamente. E possono andare avanti tutta la vita ma sempre con sofferenza e senza una vera comunione d’amore.

Il primo dei due è un +/-. È uno che pensa: Io vado bene e tu non vai bene. Di solito una persona di questo tipo ha un comportamento autoritario e paranoide. Una persona che tende a svalutare l’altro e a supervalutare sé stesso. È una persona molto critica e giudicante. Tende a dominare l’altro. A volte questo comportamento vessatorio è mascherato di bene. Può essere manifestato anche attraverso il servizio per l’altro e per la famiglia. Un servizio però reso per svalutare l’altro. Faccio io perché tu non sei capace! Lascia perdere non lo capisci. Ci penso io! Una persona così si può anche prendere cura della famiglia e del coniuge ma facendo sentire quest’ultimo un peso e inutile. Salvo poi sentirsi oppressa per l’incapacità dell’altro e diventare, di conseguenza, intollerante e aggressiva. Diventando appunto paranoide. Da persecutrice si sente una vittima dell’incapacità del coniuge. Naturalmente non avviene per tutti con la stessa intensità e gravità. Ci sono livelli diversi. Il narcisista rientra in questa categoria.

Di solito una persona descritta come sopra si incastra perfettamente con una -/+. Io non vado bene mentre tu . Questa posizione indica una personalità sottomessa. Chi si sente così solitamente svaluta sé stesso e supervaluta l’altro. È dipendente dall’altro. Si sente spesso inadeguato alle situazioni e alle persone. Ha solitamente un ascolto compiacente. Crede che l’altro possa capire meglio e avere idee ed opinioni migliori rispetto alle proprie, idee che tende quindi a non esternare. Una persona così è portata ad avere una tendenza depressiva. A non stare bene né con sé né nella relazione.

Questa è una relazione totalmente disfunzionale. E se diventasse un matrimonio potrebbe portare tanta sofferenza. Il problema è che lo stesso insegnamento della Chiesa potrebbe giustificare una persona di tipo -/+ (sottomessa) nel perseverare in quella sopportazione e quella sottomissione non libere e quindi non vere. Attenzione! Non voglio mettere in discussione il matrimonio nella sua gratuità e indissolubilità. Vi faccio solo una domanda: Perché state nel matrimonio quando ci sono difficoltà? Se lo fate solo perché vi riconoscete nella situazione sopradescritta allora è il momento di una psicoterapia, di cambiare la vostra relazione e di trovare il modo di comprendere che andate bene così! Solo trasformandovi da -/+ a +/+ sarete capaci di scegliere nella libertà di restare. Solo in quel caso sarebbe amore gratuito e incondizionato e non una dipendenza affettiva che alla lunga può causare solo rabbia e malessere psicofisico. Che poi è quello che ci raccontano tanti sposi e spose che ci contattano.

Antonio e Luisa

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Chiara: difficilissima ma liberante

Oggi si ricorda Chiara Corbella. Sono passati dodici anni dalla sua morte, da quando – come crediamo noi cristiani – è entrata nella vita eterna. Ma perché dopo tutto questo tempo l’amore della gente per Chiara non è mai venuto meno, anzi cresce sempre di più? Perché la sua testimonianza continua a toccare il cuore di chi la incontra? Qual è il segreto di Chiara? Anche Luisa ed io la sentiamo come una sorella maggiore. Più piccola d’età ma molto più grande nella fede. Ecco la fede! Credo che il segreto sia tutto lì. Lei ci mostra che si può credere e che è bello credere. Cosa di cui noi forse non siamo convinti fino in fondo e trovare chi ci mostra la strada è liberante. Per questo l’amiamo! Ma andiamo un po’ più a fondo.

Credo che il segreto risieda nella sua straordinaria normalità. Non era una mistica, né una suora fondatrice di un ordine, o una benefattrice che trascorreva le giornate tra gli ultimi e i perseguitati. In sostanza, era molto distante dall’immagine convenzionale di una santa. Non era madre Teresa o Faustina Kowalska. Era una ragazza come molte altre, cresciuta in una normale famiglia romana, che si è fidanzata. Anche durante il fidanzamento, era esattamente come noi, piena di dubbi, ripensamenti e momenti di incertezza con Enrico, il suo futuro marito. Era come noi. Era come noi quando ha deciso di sposarsi e di donarsi completamente a lui.

DIO NON TOGLIE IL DOLORE MA DA UN SENSO. Poi questa giovane moglie ha stavolto tutto. Soprattutto la nostra fede spesso più simile a scaramanzia che a una relazione con Gesù. Vorremmo un Dio che se pregato e messo sul piedistallo ci togliesse ogni male. Chiara è faticosissima perchè ti mette davanti a tutto ciò che non hai voglia di guardare: lutto, malattia e dolore. Lei ci ha mostrato che Dio non toglie il dolore e la sofferenza anche quando ci sono centinaia di persone che pregano per la tua guarigione. Ci ha mostrato che però in quel dolore e quella sofferenza non siamo da soli ma Lui è più presente che mai. Una consapevolezza difficile da digerire. Nessuno di noi ama stare male e morire. La malattia e la morte sono e restano un mistero. Però Chiara è faticosissima ma è liberante. Però Chiara ci dice che non è l’ultima parola. Ci dice che l’amore è più forte della morte, ci dice che Gesù non ci abbandona, basta avere il desiderio di condividere con Lui la vita, il matrimonio e anche la malattia. Chiara ci aiuta a comprendere il senso del dolore. Questo per noi è una scandalo e nel contempo un sollievo perchè abbiamo bisogno di vedere qualcuno che riesce ad andare oltre la morte, che riesce ad abbandonarsi come lei ha fatto nelle braccia del suo Gesù. Non può non toccarci il cuore perchè risponde ad una delle più grandi domande che abbiamo dentro.

BASTA DIRE SI’. Chiara ci insegna che la santità non è un talento innato, che spetta a qualcuno di predestinato, la santità è per tutti, la santità non è nello straordinario, ma è nel fare in modo straordinario le cose ordinarie della vita. Chiara ed Enrico hanno solo detto sì e lo straordinario si è manifestato nel gesto ordinario di accogliere la vita sempre. Chiara ci insegna che possiamo essere come lei se solo riusciamo ad aprire il nostro cuore a Gesù. Chiara non ci lascia scuse. Non importa se abbiamo difetti, paure, imperfezioni e fragilità, Dio può fare meraviglie in noi attraverso la Grazia. Chiara, sono sicuro, si è vista con gli occhi di Dio, ha visto tutta la meraviglia della sua imperfezione umana, perché proprio in quella imperfezione si è lasciata amare ed ha imparato ad amare. Chiara è tutto questo ed è per questo che tante persone trovano conforto dalla sua vita e la pregano già come santa. Come?

PICCOLI PASSI POSSIBILI. Tutti ci chiediamo come sia possibile raggiungere un abbandono così estremo e totale a Dio. Chiara non è santa per aver fatto qualcosa. Chiara è santa per come ha accolto Dio in ogni momento della sua vita, anche i più difficili e dolorosi. Come disse lei: L’importante non è fare qualcosa, ma amare e lasciarsi amare. La verità è che non si può improvvisare. Chiara, come ho scritto appena qualche riga prima di questa, era una ragazza normale. Non si può però credere di vivere lontani da Dio e poi, quando arriva il momento, riuscire a tirar fuori fede e forza non comuni. Chiara si è preparata tutta la vita. Gira una bellissima frase che Chiara ha scritto a 7 anni. Chiara scrisse: Maria e Gesù vi prego fate che io diventi santa. Chiara cresciuta nel Rinnovamento nello Spirito. Chiara che ha conosciuto Enrico a Medjugorje durante un pellegrinaggio. Chiara che ha scoperto la sua vera vocazione attraverso i francescani di Assisi. Chiara che ha preso, con Enrico, la decisione si sposarsi durante la Marcia Francescana.  Chiara era permeata da una vita fatta di relazione con Dio. Era una ragazza normalissima ma che era entrata in intimità con Gesù. Lo conosceva, ci parlava, si affidava. Questo fa tutta la differenza del mondo. Insomma, una ragazza normalissima, ma che aveva costruito nel tempo il suo rapporto con Gesù. Gesù non era un estraneo per lei. Chiara è arrivata ad essere la nostra Chiara, ad essere un dono grande per ognuno di noi, attraverso questa regola. La regola delle tre p. Ogni volta che lei ed Enrico hanno dovuto affrontare un problema o compiere una scelta, l’hanno fatto con e per Gesù. 

Chiara ed Enrico non sono speciali, non hanno giocato a fare i cristiani perfetti, nè si sono costretti in vuoti fondamentalismi. Non ci sono stati eroismi eclatanti. Ma una serie costante e consistente di scelte per e con il Signore. Ciò che ad Assisi vengono spesso chiamati i piccoli passi possibili. Don Fabio Rosini disse una cosa simile durante una catechesi spiegando la frase del vangelo il Regno di Dio è vicino. Come è vicino? Fabio diceva che la volontà di Dio non sta in qualcosa di lontano o di grande, ma è il passo successivo da compiere. È di fronte a te. È la coscienza che te ne parla. La domanda che ti aiuta a capirlo è questa: “se oggi stesso dovessi morire, moriresti sazio dei tuoi giorni?”. Sazio, cioè senza rimpianti, senza recriminazioni.  (da 5p2p.it)

Chiara prega per tutti noi e aiutaci ad accogliere l’Amore quello che hai incontrato tu.

Antonio e Luisa

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La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?

L’immagine allegata all’articolo di oggi riproduce la locandina dell’XI Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Loreto dal 13 al 16 agosto, sotto la guida di don Renzo Bonetti, Don Salvatore Bucolo e Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è: ”La Fedeltà: un’utopia o la verità dell’amore?” Certamente la parola “fedeltà” è fortemente in disuso, non solo nelle relazioni uomo/donna (basta guardare quello che offre la TV), ma in tutti gli ambiti, fra amici, fra colleghi e anche verso impegni presi e promesse.

C’è il rischio, però, di considerare il concetto di fedeltà come il fine e non come un mezzo: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge a tutti i costi per una motivazione umana. Una persona può, ad esempio, rimanere fedele al coniuge perché ha fatto una promessa, oppure perché vuole far sentire il coniuge in colpa, o perché è sfiduciato nei confronti del sesso opposto.

Intendiamoci, essere coerenti e rispettare una promessa fatta a un’altra persona è una cosa bella e una dimostrazione di serietà, ma se fosse solo questo perché ci siamo sposati in chiesa? Se due persone non vanno più d’accordo e si separano, per quale motivo dovrebbero rimanere fedeli? Avrebbe poco senso fuori da un contesto di fede e sarebbe una motivazione certamente lodevole, ma non sufficiente per offrire la vita intera.

Cristo mi chiama a vivere ogni giorno con Lui, il senso della mia vita è primariamente la fedeltà a Gesù, da cui scaturiscono tutte le scelte, tra le quali anche la fedeltà al marito/moglie e alla Chiesa, sposa di Cristo. La fedeltà di Gesù non viene mai meno, neanche per un istante, si vede chiaramente nel Sacramento della confessione: Dio perdona sempre (ovviamente se chiediamo perdono pentiti, con la giusta apertura del cuore), nonostante ne combiniamo di tutti i colori; questo perché Dio non può rinnegare se’ stesso, perché Lui è per definizione il Dio fedele (2Tm 2,13).

Ma la fedeltà non è solo una condizione personale, perché nella nostra fede tutto è in relazione con gli altri e con Dio; pertanto, tutto il senso della Chiesa è la fedeltà a Gesù.

La Chiesa siamo noi e, come noi non siamo sempre fedeli, anche la Chiesa commette delle infedeltà: sì, perché essere fedeli, non vuol dire solo non avere rapporti intimi con altre persone diverse dal marito o dalla moglie. Magari fosse solo così! Non siamo fedeli innumerevoli volte, nella vita di tutti i giorni. Non siamo fedeli tutte le volte che viviamo a modo nostro, senza curarci di Gesù, limitando la nostra fede a quell’ora domenicale durante la Messa. Non siamo fedeli quando pensiamo di fare tutto con le nostre forze, oppure quando non viviamo nell’amore verso il prossimo ma mettendo il nostro egoismo e i nostri interessi al primo posto.

Ci proclamiamo fedeli a Gesù, a Messa facciamo l’amore con Lui (l’Eucarestia non è forse essere uno con Lui?), poi, però usciamo dalla chiesa e Lo “tradiamo” poco dopo dimenticandoci di Lui presente negli altri, oppure schierandoci a favore di aborto, eutanasia e gender. E’ inutile negarlo, siamo spesso ipocriti e rimaniamo fedeli solo a tratti, decidendo noi quando esserlo, oppure no.

Ecco che allora va bene essere fedele a mia moglie, certo, ma nel contesto di una fedeltà più ampia a Dio stesso. se ruotasse tutto intorno alla sola fedeltà coniugale sarei fedele solo a una creatura e non al Creatore. Il senso della mia scelta di separato fedele deve essere la fedeltà a Gesù. Altrimenti non regge.

Sono stato recentemente a un matrimonio e mi sono meravigliato di trovare, nella bomboniera, insieme ai confetti, un biglietto scritto a mano: La fedeltà è quel terreno per accogliere la Grazia di Dio”. Ho ringraziato gli sposi per questa sorpresa che mi ha tanto beneficato: è proprio così, quando siamo infedeli, ci allontaniamo dal nostro Sposo e, infatti, sappiamo che non siamo più in Grazia di Dio. Al contrario, quando chiediamo perdono attraverso la confessione e ci impegniamo a vivere la fedeltà, apriamo le porte del nostro cuore per accogliere lo Spirito Santo e tutti i suoi doni.

Il fatto che Dio susciti nei cuori un desiderio di fedeltà in varie persone e durante questi anni quando è così poco praticata, è probabilmente per richiamare l’attenzione sulla direzione in cui stiamo andando riguardo a questo tema. Non vedo l’ora che cominci questo Convegno, dove in particolare le catechesi di Don Salvatore Bucolo ci faranno riflettere su questo tema così complesso, ma anche centrale per la nostra vita di sposi e cristiani.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il tradimento ci fa sentire nudi

Dalla prima lettura di ieri: Dopo che Adamo ebbe mangiato dell’albero, il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: “Dove sei?”. Rispose: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto”.

Perchè i due si sono nascosti? Dio è cattivo? Dio è un Padre che fa paura? Dal comportamento che hanno Adamo ed Eva sembra proprio di sì. Chiunque non conosce il nostro Dio e legge questo passo non può che farsi questa idea. In realtà questo passo della Genesi cela una verità che ci caratterizza tutti. Adamo ed Eva come sapete ci rappresentano, possiamo identificarci con loro. L’uomo e la donna si nascondono non perchè Dio sia cattivo e vendicativo, ma perchè si specchiano nello sguardo di Dio. Trasferiscono il malessere che il peccato ha generato in loro nello sguardo di chi li guarda. Dio non li guarda con malignità, ma con quello sguardo di amore misericordioso che Gesù ha incarnato perfettamente. E allora?

Non è Dio che mi sta giudicando, ma sono io che di fronte all’amore di Dio provo vergogna e paura. Paura di perdere quell’amore e vergogna di esserne indegno. Questo è il sentimento di Adamo ed Eva che viene descritto nel versetto che ho riportato. Questo è quello che caratterizza tutte le persone. Quando amiamo e siamo amati da qualcuno e tradiamo questo amore proviamo paura e vergogna. Quando tradiamo la fiducia proviamo paura e vergogna. Questo vale in tutte le relazioni, a partire chiaramente da quella con Dio. Vale anche per il nostro matrimonio.

Cosa c’entra tutto questo discorso? C’entra tantissimo. Dio non smette di amare i suoi figli. Non smette di amare l’uomo e la donna. La condanna verso Adamo ed Eva non è una sentenza ma semplicemente una presa di coscienza che Dio offre all’uomo. Sta dicendo che proprio per la loro umanità imperfetta ma libera andranno incontro a sofferenze ed errori. Sta a loro trasformare i limiti in opportunità.   

Questo vale sempre. Vale anche e soprattutto per il matrimonio. I limiti diventano occasione. È capitato che io abbia dovuto confessare alla mia sposa alcuni miei comportamenti sbagliati. Ho provato esattamente vergogna e paura. Lei è stata capace di non giudicarmi, di guardarmi con gli occhi di Dio. Questo ha trasformato tutto. La vergogna si trasforma in riconoscenza. La paura in voglia di ricominciare. La rottura in nuova sorgente di amore gratuito. Genesi racconta come siamo fatti. Non possiamo pensare di recuperare una perfezione che non abbiamo mai avuto. O meglio: possiamo essere perfetti nella nostra imperfezione quando lasciamo spazio a Dio nella nostra vita, nella nostra relazione e nella nostra famiglia.

Il matrimonio è immagine dell’amore di Dio che è perfetto. Non perchè siamo perfetti noi sposi, ma perchè la nostra imperfezione, i nostri errori, i nostri limiti e le nostre debolezze, quando vissuti nell’abbandono a Dio e nella Grazia di Dio, sono motivo per perdonare, per amare gratuitamente e senza merito alcuno il nostro coniuge. Questo è l’amore misericordioso di Dio. Questo è quell’amore di cui noi sposi siamo chiamati ad essere immagine.

Antonio e Luisa

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Chi ama non usa la bilancia

Io sono ragioniere. Ragioniere programmatore che è anche peggio. Sono abituato a giudicare le situazioni come fossero una partita doppia. Dare e avere, costi e benefici, valutare se l’investimento sia conveniente o meglio pensare ad altro. Così sempre in termini di profitto. Sempre a pensare se ne valesse la pena oppure no.

In tutto quello che facevo c’era questa dinamica sbagliata. Il matrimonio ti ribalta. Se non vuoi fallire devi abbandonare questa logica. Devi uscire dalla logica del profitto. Quello che ti viene chiesto è un amore incondizionato, senza pretesa di contraccambio. Non è un baratto, altrimenti non sarebbe amore ma una transazione commerciale. Un dare per avere.

Invece dobbiamo dare semplicemente per dare, perchè già lì c’è il senso. Mi viene in mente quando alcune volte Luisa perde la sua consueta accoglienza e amorevolezza verso di me. Capita che per qualche problema sul lavoro o per qualche preoccupazione che danno i figli non sia la solita, ma sia più nervosa e di cattivo umore. All’inizio del matrimonio questo era oggetto di discussioni e di insoddisfazione. Io non solo non l’aiutavo, ma le rendevo la vita ancora più difficile con i miei comportamenti da bambino capriccioso ed infantile. Lei mi rinfacciava, a ragione, che non l’amavo per chi era, ma per quello che mi dava.

Probabilmente lei soffriva tanto di questo mio modo di non accoglierla sempre, con tutte le sue fragilità e difficoltà. Poi ho capito. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto. Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni, occuparmi della casa, darle una carezza, sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perchè il matrimonio è così, è questo.

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione. Sono stato capace di liberarmi dal ragioniere che è dentro di me e ho dato tutto fregandomene della convenienza.

Lei aveva bisogno e io l’ho sposata per esserci sempre al suo fianco. La sua santità è il mio impegno quotidiano e se riesco ad aiutarla a migliorarsi e perfezionarsi sto migliorando anche me stesso. Diceva madre Teresa che non esiste povertà maggiore che non avere amore da dare. Proprio vero. Non esiste matrimonio più povero di quello dove l’amore ha un prezzo e non è gratuito ed incondizionato.

Antonio e Luisa

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La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. 

Ieri la liturgia proponeva un brano del Vangelo fantastico, dei versetti che noi sposi dovremmo meditare e interiorizzare.

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: . Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questo passo è stato spesso abusato. Viene usato per dare un’immagine di Gesù come se fosse uno di quei pacifisti-hippie alla Peace & Love. Abusato come la parola amore, completamente svuotata di ogni significato e sostanza e riempita solo di farfalle svolazzanti nella pancia e di pulsioni e passioni da soddisfare.

Gesù, nella giusta interpretazione di questo brano, risulta essere molto più esigente di quanto può sembrare. Ha perfezionato il decalogo consegnato a Mosè rendendolo ancora più difficile perché ci chiede di andare in profondità. Non per farci un dispetto ma perché nella pienezza della comprensione della Legge dell’Amore possiamo anche trovare la pienezza della nostra vita. Dio si è fatto uomo per questo. Per dare carne all’Amore. Gesù, infatti, ha detto anche: “Non pensate che io sia venuto per abolire la legge o i profeti; io sono venuto non per abolire ma per portare a compimento”.

Il comandamento nuovo di Gesù è molto più esigente di tutta la Legge conosciuta fino a quel momento. Gesù ha incarnato l’amore pieno e autentico nella Sua vita. Pensateci! Le altre religioni si basano su una serie di precetti e regole da rispettare formalmente. La nostra no, la nostra è prima di tutto l’incontro con il Cristo, e da lì tutto cambia, perché quando ti senti perdonato, amato, desiderato, cercato, voluto e servito in quel modo dal tuo Dio, non sei più lo stesso. Rispondere a quell’amore diventa un’esigenza del cuore e l’unica via per vivere in pienezza.

Ed è così che i comandamenti acquistano un valore positivo, diventano una bussola, un libretto delle istruzioni, per non sprecare la nostra vita e per aiutarci a comprendere come rispondere a quell’Amore. 

Facciamo un esempio: è più facile non uccidere o amare il prossimo tuo come te stesso? Sinceramente il primo mi è molto facile, non ho mai ucciso nessuno. Quante volte invece ho infranto il secondo uccidendo i fratelli con le mie parole, con un giudizio affrettato, con una condanna, con il mio disprezzo. Quante volte ho ucciso la mia sposa con una parola di troppo?

Lo stesso gioco si può applicare a tutti i comandamenti. Le richieste di Gesù sono molto più alte della Legge di Mosè, ma riempiono la vita e il cuore. I farisei, spesso criticati da Gesù, non sbagliavano ad applicare le leggi, ma si fermavano all’applicazione formale senza capirne la finalità. Rispettare una legge, pur giusta, senza che questo porti ad una conversione verso l’amore autentico, non serve a nulla, se non a sentirci migliori di altri e giustificati. Ci rende superbi e sprezzanti verso gli altri. Come i farisei, appunto. Sepolcri imbiancati ed ipocriti.

Vorrei fermarmi ora sul sesto comandamento. Cosa cambia, come si perfeziona il non commettere atti impuri con Amerai il prossimo tuo come te stesso? Cambia tutto. Si passa dalla forma al contenuto. Nel matrimonio l’amplesso fisico è un atto lecito anzi voluto e reso sacro da Dio. La forma, quindi, è salva ma lo sono anche il contenuto, la sostanza e il cuore? Quel gesto è sempre frutto dell’amore? La legge dell’amore di Gesù non si accontenta, vuole di più. Vuole che in quel gesto ci sia tutto il nostro amore. Esige una purificazione del cuore e della mente, esige una lotta continua con l’egoismo e la lussuria. Esige che quel gesto non sia l’appagamento di due egoismi, ma l’incontro di due persone che nell’amore desiderano donarsi ed accogliersi reciprocamente. Capite la differenza? Quante volte nell’amplesso gli sposi hanno non si amano ma si usano. Questi sono tutti adulteri del cuore. È un peccato perché si getta via un’occasione grande per fare un’esperienza meravigliosa di comunione e di Dio.

Antonio e Luisa

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Il Pride? Una richiesta di aiuto

Possiamo davvero liquidare tutti i cortei e le manifestazioni dell’orgoglio LGBTQ+ semplicemente come una carnevalata satanica? Ho tanti amici che credono che tutto ciò che ruota attorno al Pride sia diabolico. A me sembra troppo superficiale. Non nego certo che Satana ci sia e che cerchi di attaccare ognuno di noi proprio penetrando il nostro cuore dove siamo più vulnerabili, attraverso le nostre ferite. E il sesso c’entra moltissimo perché noi spesso sessualizziamo le nostre ferite. Diamo loro voce attraverso il nostro corpo e la nostra sessualità. Alla fine, le nostre ferite raccontano il nostro desiderio di essere amati e il sesso può illudere. Per cui la sessualizzazione delle nostre ferite non riguarda solo le persone del mondo LGBTQ+, riguarda tutti. Io in gioventù ho sessualizzato le mie ferite attraverso la pornografia, altri attraverso il sesso occasionale e compulsivo, altri attraverso la frequentazione di prostitute. Altri ancora attraverso il tradimento. E così via. Molto spesso, i problemi relativi all’orientamento e all’identità sessuale non sono altro che questo, una ferita sessualizzata. Quindi ci siamo dentro più o meno tutti. La gente del Pride non è distante da noi. Possiamo comprendere la loro sofferenza.

Questo per dire che non possiamo ridurre le richieste che gridano quei ragazzi, attraverso il Pride, semplicemente come un’opera del diavolo. Quelli sono tutti ragazzi che nella vita di tutti i giorni potrebbero essere i nostri figli, i nostri alunni (se siete insegnanti come lo è Luisa), gli amici dei vostri figli. Sono giovani del nostro tempo che hanno la necessità di urlare al mondo la propria sofferenza. Non a caso i cortei del pride sono sempre esageratamente gioiosi, colorati e festanti. Troppo per essere vero. Chiaramente quell’entusiasmo serve a quei giovani per coprire la loro sofferenza, la solitudine e l’incapacità a comprendere chi sono e perché stanno al mondo.

Dietro quella gioia c’è tanta rabbia. Si percepisce dagli slogan urlati, dai manifesti e dai cartelloni. La rabbia di una generazione tradita. La rabbia di una generazione cresciuta nel transumanesimo dove l’uomo crede di poter plasmare la propria natura grazie alle scoperte in campo scientifico e medico. Ci si illude di potersi autodeterminare. Si vive una sorta di onnipotenza. Dove ci si illude di poter modellare la propria vita e il proprio corpo per poter essere finalmente felici. Ma è solo un’illusione Tutto intorno dice a quei ragazzi: Tu non sei quello che il tuo corpo racconta in ogni tua cellula, nei tuoi organi genitali, nei tuoi ormoni ma sei quello che percepisci e vuoi essere. Non c’è una natura che ti costituisce. Una confusione enorme che distrugge questi ragazzi. Ragazzi cresciuti in una cultura fluida dove non esistono ruoli e dove papà e mamma sono raccontati come una costruzione sociale. Ragazzi cresciuti in famiglie disastrate dove i genitori si separano e si uniscono in nuove famiglie con altri figli rendendoli di fatto orfani della propria famiglia. Una sofferenza enorme che si nasconde dietro la maschera colorata e gioiosa di quei cortei.

E questi ragazzi, che compongono i cortei arcobaleno, urlano tutta la propria rabbia contro Dio e contro la Chiesa perché alla fine sono arrabbiati con Dio. Perché si sentono orfani di Dio. Avrebbero bisogno di un Dio che sappia amarli come sono, nelle loro fragilità. Un Dio che sappia accompagnarli verso la pienezza e verso la verità della loro vita. Un Dio che li guardi e dica loro che sono bellissimi anche quando fanno di tutto per non esserlo. Quel Dio c’è ma probabilmente non ci sono genitori e educatori chi sappiano indicare loro dove volgere lo sguardo per incontrarlo. Non hanno bisogno di un Dio che dica loro che va tutto bene, perché non va tutto bene. Non tutte le scelte vanno bene. Di questo hanno bisogno quei ragazzi.

Per questo quando vedo i cortei del Pride non provo indignazione, non mi sento di respingere quei ragazzi. Mi sento invece molto provocato e chiamato. Io non sono diverso da loro, io non sono meglio di loro. Io ho espresso la mia rabbia e la mia inadeguatezza in altro modo ma ero come loro.

Noi, che abbiamo trovato Cristo che ci ha accolti e guariti attraverso delle persone che ci hanno voluto bene e accompagnato, siamo chiamati a testimoniare la bellezza dell’amore vissuto nella pienezza della verità antropologica, naturale, morale e teologica. Crediamo in un Dio che è vero uomo e la morale ci guida verso la pienezza della nostra umanità, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Capire come vivere appieno la nostra vita nella condizione in cui ci troviamo non implica che qualcuno debba essere “curato”. Significa, piuttosto, cercare di comprendere e vivere appieno le nostre vite. La castità, vissuta in relazioni pure, è un cammino a cui siamo tutti chiamati: preti, suore, gay, etero, single, sposati, separati. Ognuno in base alla propria condizione. Significa non permettere alle nostre ferite di comandare la nostra vita.

E’ importante quindi raccontare questa bellezza. Attraverso testimonianze, catechesi, seminari oppure online come sto facendo io. E’ ancora più importante però vivere questa bellezza nella nostra vita per poter essere una piccola fiammella che illumini almeno un po’ il buio e la confusione in cui si trovano quei ragazzi che appaiono tanto festanti esterirmente ma che hanno nel cuore tanta sofferenza e bisogno di aiuto.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio: croce luminosa

Il Matrimonio celebrato in chiesa ha un valore diverso rispetto a quello in Comune o al semplice convivere; è qualcosa di molto più profondo e grande, due persone si dichiarano amore per tutta la vita nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, consapevoli che ciò è possibile solo unendosi in sodalizio con Gesù Cristo.

Si suggella un rapporto che durerà per sempre, un amore a tre consistente nell’amare Gesù e con quell’amore perfetto e trinitario amare il coniuge. Io e Barbara abbiamo risposto ad una chiamata speciale: dedicare la nostra vita a chi è in difficoltà, con la consapevolezza che senza Gesù non si può fare niente (GV 15, 5: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”).

Agli inizi della nostra relazione lavoravo in politica, seguivo vari organi istituzionali, ma quando ho sentito la chiamata ho cambiato vita. Barbara invece lavorava in un negozio di arredo casa e quando possibile faceva volontariato; ha sentito di seguirmi in questa nuova vita per gli altri ed ora da sposi, dopo aver lasciato prima io, poi lei, i nostri rispettivi lavori, viviamo di sola provvidenza.

Ma bisogna sempre tenere presente che, indipendentemente dalla nostra occupazione o vocazione, la prima chiamata che abbiamo quando ci sposiamo è al matrimonio, al dono verso il proprio coniuge, ai figli; ciò però non significa che dobbiamo chiuderci nella nostra famiglia, ma dedicarci anche con tanto impegno al nostro prossimo.

Il periodo storico che stiamo vivendo non è facile, possiamo dire senza dubbio che siamo in piena Apocalisse e le famiglie ne sono state sommerse, sono sempre più nell’occhio del ciclone; qui al sud circa il 50% di chi si sposa, si separa, a Verona, città dove vive la mia famiglia di origine, addirittura in pochissimi si sposano in chiesa e la maggior parte di queste poi si separano.

Nel matrimonio abbiamo tre grandi nemici: il nostro io, l’idea che abbiamo del matrimonio, e il demonio, in questi tempi è sempre più presente. Noi, come cristiani, nella nostra vita – e quindi anche nel matrimonio – vogliamo cercare di porre al centro il Vangelo, mettendolo in pratica; ciò significa amare in maniera incondizionata, piena e non aspettandoci nulla in cambio. Perdonando. 

Col tempo nasceranno tante prove da superare: malattie, crisi, differenze di carattere, lutti familiari, incidenti etc. La nostra misura per affrontare tutto deve essere una sola, l’amore, che può sfociare anche nel sacrificio. Il nostro riferimento vuole essere la Croce, in cui crocifiggere il nostro io. La Croce fonde le volontà di entrambi, spesso diverse e la fa scorrere in una volontà nuova, perché dalla morte di quelle due volontà nella Croce, uscirà la Volontà Divina luminosa, gloriosa: quella croce di Luce attraverso cui regnerà l’armonia, la pace, la concordia, la lealtà, l’altruismo, il rinnegamento di sé stesso per l’esaltazione dell’altro, in una sola parola l’Avvento del Regno di Dio.  

In sintesi, vogliamo cercare di rendere felice il nostro coniuge!  Dobbiamo fare noi il primo passo e diventare noi, fusi in Gesù e Maria, il cambiamento che vogliamo nell’altro, solo diventando amore donato tutto diventa nuovo!

Anche noi ogni giorno lottiamo con i nostri limiti, miserie, fragilità, tante sono state le cadute, le incomprensioni. Siamo in cammino, e cerchiamo di abbandonarci totalmente alla Divina Volontà, in modo da diventare un matrimonio di Luce e quella Luce donarla a tutti!

Altro ostacolo da non sottovalutare è il demonio che interviene nei matrimoni in maniera devastante; bisogna conoscere i suoi attacchi (lettura che consiglio – Fra Benigno: “Diavolo e i suoi attacchi al Matrimonio” – Edizioni Amen), e reagire nell’unico modo possibile, indossando le armi della fede e meditando la Passione di Cristo. A tal proposito Gesù ci dice: “Il mondo si è squilibrato perché ha perduto il pensiero della mia Passione”; “Sicché, se si ricorda venti, cento, mille volte della mia Passione, tante volte di più godrà gli effetti di essa”. Tutti i rimedi che ci vogliono a tutta l’umanità, nella mia Vita e Passione ci sono”.1

Per meditare la Passione di Cristo e per fondersi in Gesù ho letto un prezioso libro che mi ha regalato tanto e che consiglio:” Le 24 Ore della Passione di Nostro Signore Gesù Cristo”, di Luisa Piccarreta, Piccola Figlia della Divina Volontà.

Per proseguire in questo meraviglioso cammino di fede bisogna approcciare anche alla lettura dei Libri di Cielo, della stessa autrice. Si tratta di numerosi volumi, in cui vengono riportate nuove esagerazioni di amore di Gesù, verità rivelate all’autrice da Gesù stesso, che ci danno gli strumenti per prendere il “posto” che nella notte dei tempi Dio ha pensato per noi.

Posso dirvi che ho già avuto vari doni: una più profonda adesione alla Parola di Dio, la capacità di leggere i segni, maggiore pazienza, più collaborazione nelle faccende domestiche, il dono di leggere insieme a Barbara i Libri di Cielo; questi scritti ci danno la consapevolezza che ogni avversità è una predilezione d’amore di Cristo, per mondarci e camminare verso la fusione con Gesù e Maria.

In Missione, grazie a queste letture, ho provato gioia quando è morto Fratel Biagio, e non dolore: avevo la certezza che era in Cielo e potevo solo essere felice per lui; perdevo un amico ma trovavo la Speranza di una vita eterna. Sono convinto che le esortazioni che ricevevo da Fratel Biagio, mentre si curava dal cancro, a fidarmi solo di Dio, mi abbiano aiutato a ricevere il dono della conoscenza della Divina Volontà. Gesù ci vuole felici e di nuovo uniti a Lui per sempre, come ci pensò in principio! 

Riccardo Rossi in collaborazione con mia moglie Barbara

  1. : 2 Febbraio 1917 -Libro di Cielo volume 11,
      21 Ottobre, 1921 -Libro di Cielo volume 13. ↩︎

Un amore che salva

Il matrimonio non è come le altre relazioni. Nel matrimonio c’è il per sempre, l’indissolubilità. L’indissolubilità non è una catena ma è una carezza al cuore ferito di tanti di noi. Io sono stato salvato dal per sempre che mi ha donato Luisa. Non è vero che l’uomo deve essere forte ma lo può diventare. E il per sempre del matrimonio può aiutare tanto. Io sicuramente lo sono oggi più di ieri. Quando Luisa mi ha conosciuto ero un ragazzo di venticinque anni pieno di paure anche se in apparenza cercavo di non farle vedere. Avevo una voragine nel cuore.

Solo con la terapia ho compreso molto di più della sofferenza di quel ragazzo, da cosa era causata. All’epoca non ne ero consapevole. Sentivo solo un grande vuoto e sapevo che ciò che avevo non mi rendeva felice. Mi sentivo sempre meno degli altri. Uscivo con gli amici e mi succedeva di bere troppo o di fumare qualche spinello. Lo facevano tutti. Mi faceva sentire come gli altri. Ma non mi bastava. Mi mancava l’amore. Non il sesso. Io cercavo il sesso ma non era quello che mi mancava. Mi mancava sapere di essere importante per qualcuno. Mi mancava sapere che per qualcuno potessi essere il più importante. Non uno dei tanti. Non importante per quello che potevo fare, ma semplicemente perché c’ero, perché esistevo.

Purtroppo sono insicurezze che ho maturato fin da piccolo nella mia famiglia. Non voglio imputare nulla ai miei genitori. Loro mi hanno dato l’amore per come sono riusciti. Hanno cercato di volermi bene al meglio delle loro possibilità, ma per tante ragioni questo amore non è passato del tutto. Perché mancava il calore. Non mi facevano mancare nulla di materiale. Si sono sempre presi cura di me ma mai un abbraccio da mio padre. Non ne era capace. Mai una parola di apprezzamento ma piuttosto una critica quando sbagliavo. Avevo bisogno di carezze positive e ricevevo solo riscontri negativi perché ciò che facevo di buono era dato per scontato. Quel bambino non è sparito con il tempo, ma è rimasto dentro di me, in una persona diventata adulta.

Quando ho incontrato Luisa quel bambino continuava a credere di poter essere amato solo quando si comportava come credeva che volessero gli altri. Per questo avevo paura di perderla. Perché pensavo, come sempre, di non essere abbastanza. Luisa mi ha scelto. Non solo mi ha scelto ma ha deciso di puntare su di me. Ha scelto di scommettere tutta la sua vita su di me. E quel bambino ha finalmente fatto esperienza di un amore così grande, non meritato. Quel bambino ha pensato per la prima volta di valere qualcosa, di essere prezioso perché Luisa me lo stava dicendo con la sua scelta di impegnarsi com me per tutta la vita. Di scegliere me e di rinunciare a tutti gli altri. Mi riconosco nelle parole di Jovanotti quando in “A te” scrive: A te che mi hai trovato all’angolo coi pugni chiusi. Con le mie spalle contro il muro pronto a difendermi. Con gli occhi bassi stavo in fila con i disillusi. Tu mi hai raccolto come un gatto e mi hai portato con te.

In questo il matrimonio mi ha salvato. Perchè la scelta di Luisa mi ha permesso di credere che anche Dio potesse volermi bene così. Potesse vedere in me una persona bella e preziosa. Di solito la relazione con Dio ci aiuta a costruire un matrimonio cristiano. Nel mio caso inizialmente è stato l’opposto. Sapere che Luisa mi ha scelto per la vita mi ha permesso di aprire il cuore anche a Dio. Prima pensavo che non fosse possibile che Dio potesse amare proprio me. Io così imperfetto e incapace. Non facevo abbastanza per meritare il Suo Amore. Luisa mi ha fatto comprendere che non serve essere bravi per essere amati. Mi sono sentito accolto senza condizioni. Per me è stata una vera liberazione e guarigione.

Vedo tanti ragazzi che mi ricordano quello che ero io. Anche i miei figli non sono immuni. Anche io probabilmente ho commesso degli errori con loro. Sto cercando di recuperare. Più ne divento consapevole e più comprendo cosa fare con loro. La cosa più importante è però fare esperienza di questo amore gratuito. L’amore non si deve meritare o non è amore.

Antonio e Luisa

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L’intimità è come vivere l’Eucarestia

Voglio condividere con tutti voi una testimonianza di una coppia di sposi. Ho chiesto loro il permesso di pubblicarla e sono felice me l’abbiano concesso. Perché dalla loro testimonianza traspare la bellezza. La bellezza di una sessualità piena e vissuta nella verità della persona umana. Siamo chiamati ad avere delle relazioni così, dove c’è tutto. C’è il cuore, lo spirito e il corpo e dove non c’è solo la fatica ma c’è tanta gioia, tanta intimità e c’è la vera comunione. Pur con tutte le difficoltà di una famiglia normale. Siamo tutti chiamati a questa bellezza. È anche per ognuno di voi che leggete. Non nello stesso modo, non siamo fotocopie, ma con la stessa intensità e la stessa pienezza. Non accontentiamoci di un compromesso al ribasso.

Ci chiamiamo…… Siamo sposati da 11 anni e abbiamo 6 figli. Abbiamo trovato il vostro blog molto interessante e volevamo condividere con voi un nostro pensiero. Sentiamo spesso questa parola “faccio/facciamo l’amore “.

Noi, piano piano, stiamo scoprendo che ogni volta che ci uniamo intimamente, non siamo noi che facciamo l’amore, ma è Dio che crea l’amore. Noi crediamo così, perché ogni volta che noi due diventiamo uno nell’ intimità, ci uniamo non semplicemente a un corpo ma a una persona che è parte della nostra storia, storia che Dio sta facendo con noi.

Per noi l’intimità coniugale è trasporre sul talamo nunziale l’Eucarestia che celebriamo in Chiesa. Per questo a noi piace andare a Messa il sabato sera, in modo che la sera stessa possiamo unirci intimamente e concretizzare, lì nel talamo nunziale, l’invito del sacerdote a fine Messa: andate ad annunziare il Vangelo con la vostra vita.

Vivere l’intimità coniugale è il primo modo per noi di uscire e andare ad annunziare il Vangelo. Usciamo non da un posto fisico per andare a un altro, ma usciamo dai nostri schemi e dal nostro egoismo per far nascere Cristo in noi e fare decrescere il nostro io. I nostri figli sono i sigilli di questa crescita di Dio e della nostra decrescita.

Tante volte ci pensiamo al fatto che mentre noi due stiamo nel mezzo di un atto coniugale dove sperimentiamo gioia, unione e carità, ci sono persone nel nostro condominio o che conosciamo che forse in quel preciso momento stanno sperimentando il peccato, la separazione e l’odio. Per questo prima dei rapporti intimi preghiamo non solo per noi ma anche per tutte le persone che soffrono. Con l’unione intima nel sacramento matrimoniale, noi siamo convinti che evangelizziamo. Come direbbe san Francesco d’Assisi: usa le parole quando è necessario e porta il Vangelo con la tua vita.

Per noi l’intimità non è una serie di regole che ci dicono cosa si può fare o no. Noi rispettiamo solo la chiamata ad essere aperti alla vita e di compiere i gesti intimi in maniera casta. Questo, tuttavia, non ci toglie il piacere. Anzi direi che i nostri rapporti intimi sono molto appaganti. Per noi l’intimità è indispensabile, anche per l’educazione dei nostri figli. Se insegnassimo ai nostri figli che è bello affidarsi al Signore e poi noi usassimo contraccettivi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che si devono perdonare, e poi noi la sera ci rigirassimo dall’altra parte del letto senza riconciliarsi, saremmo dei falsi. Se dicessimo ai nostri figli che devono condividere la loro vita con i fratelli, e poi noi non facessimo l’amore, saremmo dei falsi.

Troviamo importante i rapporti intimi dopo le litigate. Dietro le nostre litigate c’è il maligno che vuole rompere questa alleanza. Un rapporto intimo dopo un litigio, ci aiuta a rinnovare questa alleanza. Per quanto vogliamo bene ai nostri figli, il nostro matrimonio viene prima di loro. Per questo una volta al mese, lasciamo i nostri figli con i nonni e andiamo a dedicarci una notte d’ amore. Anche la nostra stanza è off limits. Nessuno viene a dormire nel nostro letto. Questo siamo noi e volevamo condividere con voi. Grazie.