Matrimonio e spiritualità: la metafora degli alberi da frutto secondo Ezechiele

In questi giorni di vacanza abbiamo scelto di dedicare più tempo alla nostra coppia. I nonni si stanno occupando del nostro piccolo Pietro. Ci siamo presi del tempo per pregare insieme lo Spirito Santo e per meditare sul sacramento che, come sposi cristiani, costituiamo. Solo qualche mese fa abbiamo ricevuto la preghiera di effusione nel Rinnovamento nello Spirito.

È stato bello essere cullati tra le braccia del Padre. Ci siamo sentiti di volare sorretti dalle Sue ali. Siamo usciti da quella chiesa talmente euforici. Ci sentivamo così tanto felici. Avevamo il desiderio di abbracciare ogni persona che incontravamo. Volevamo dirgli: ”gioisci perché Dio ti ama!

Abbiamo capito facendone esperienza. Abbiamo provato ciò che hanno provato i discepoli a Pentecoste. Quando sono usciti dal cenacolo, li hanno visti come ubriachi. Abbiamo sentito proprio tutto l’amore dello Spirito Santo in un solo momento, un amore troppo grande. Abbiamo avuto la percezione che i nostri piedi si staccassero da terra.

Quella sensazione poi si esaurisce col tempo. Chi ha ricevuto l’effusione dello Spirito Santo lo sa bene. Non si vive sul monte della trasfigurazione ma si torna a casa. Le sofferenze e i problemi della vita quotidiana hanno un forte impatto sul nostro umore. Però non svanisce quella sete di Lui e di preghiera che lo Spirito Santo ha messo nei nostri cuori.

E così, tornando a questi nostri giorni di vacanza, abbiamo pregato insieme lo Spirito Santo con la preghiera di lode sia cantata che no. Il Signore ci ha donato una parola molto bella dal libro del profeta Ezechiele, capitolo 47 versetto 12 in cui è scritto:

Lungo il fiume, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui fronde non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina.

Questi versetti vengono scritti dal profeta Ezechiele in un momento di grande patimento per il popolo ebraico, quello della deportazione. E in questo contesto il profeta ci dona un’immagine suggerita dallo Spirito Santo di ciò che avverrà. Un angelo mostra ad Ezechiele un tempio da cui nasce un rivolo d’acqua diretto verso oriente.

Il tempio in questione non è stato edificato sulla roccia, bensì sulla sabbia. Quindi non può essere luogo di salvezza per il popolo. Lo Spirito Santo si rivela come fonte di acqua viva che cresce sempre più. Dall’essere molto meno di un fiumiciattolo andando verso est (da dove spunta il sole) si ingrandisce sempre più. Diventa percorribile solo nuotandovi.

L’acqua che è lo Spirito Santo si dirige verso l’Araba. L’Araba è una terra calda e arida di deserto che si affaccia sul Mar Morto. Questa acqua è un’acqua che porta alla risurrezione facendo rifiorire ogni albero che porterà molto frutto. I loro frutti matureranno sempre più e non termineranno mai e le loro foglie non seccheranno mai. Le foglie poi, ci comunica infine Ezechiele, saranno medicina.

Questo passo, in apparenza molto enigmatico, parla direttamente a noi sposi. Quella che ci presenta Ezechiele nell’antico testamento è una immagine che rimanda alle nozze di Cana del nuovo testamento.

Nelle nozze di Cana, Gesù è identificato con il vino nuovo. Questo vino rende gli sposi capaci di amarsi di un amore sempre più vero e sincero. Con il passare degli anni, però, l’onda delle emozioni tende a modificarsi e ad esaurirsi. In questa visione metaforica del profeta Ezechiele gli sposi si trovano in una situazione di deserto. Quale coppia non si è mai trovata o non si troverà a camminare lungo sentieri desolati in determinati tempi di questo nostro peregrinare terreno?

Svariati possono essere i motivi. Possono essere problemi sul lavoro o di salute. Possono esserci difficoltà legate all’educazione dei figli, lutti familiari o ferite delle famiglie di origine che emergono. Allora Ezechiele ci invita a non disperare. Quel terreno sterile, grazie alla alleanza di Dio con gli sposi che si rinnova ogni giorno, diventa incredibilmente fertile.

L’acqua che disseta la valle di Araba è Gesù stesso. Nel sacramento dell’Eucarestia, Gesù ci permette di vivere giornalmente quella comunione d’amore con Lui. Questo ci consente di entrare in comunione tra noi. Ci fa sentire amati da Lui di un amore profondo come lo sono le acque che scorrono verso l’Araba. Ci rende come quegli alberi che portano molto frutto. Quali frutti?

I frutti dello Spirito, come afferma San Paolo nella sua lettera ai Galati, sono: carità, gioia, pace, magnanimità, benevolenza. Sono anche bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé. Restando uniti a Cristo Gesù con il sacramento dell’Eucarestia abbiamo la possibilità di far maturare questi frutti. Lo Spirito Santo che abita in noi li sta già facendo germogliare, ma sono ancora acerbi.

Poi, con la nostra meditazione, ci siamo soffermati molto sul segno delle foglie. Esse sono medicina degli alberi della valle della Araba. Noi sposi siamo le piante da frutto. Gesù è l’acqua che ci nutre. La terra prima è spoglia e poi feconda le varie “stagioni” della vita di una coppia. Ci siamo domandati: E le foglie che significato hanno in questa visione di Ezechiele?

Lo Spirito Santo, durante la nostra preghiera, ci ha sussurrato una caratteristica benefica delle foglie. Esse sono i polmoni delle piante (un albero senza foglie non può portare frutto). Ma sono anche i polmoni di tutto il mondo. Le piante ci donano l’ossigeno senza cui non possiamo vivere. Una caratteristica delle foglie è proprio la generosità. Le foglie, afferma Ezechiele, sono medicina. Ci permettono di morire al nostro ego per poter amare in maniera totale. Senza questo passaggio non possiamo nutrirci come le piante di ciò che Dio ci dona nel Suo Santo Spirito. Di conseguenza, i nostri frutti non possono maturare e diventare sostentamento per l’altro.

Non saremmo cioè capaci di avere tutti quei gesti di amore e servizio. Quelle parole dolci e di incoraggiamento. Quelle attenzioni per il nostro sposo o per la nostra sposa attraverso i quali ci rendiamo pane spezzato per l’altro. Ovvero frutto che è cibo.

Le foglie possiamo pertanto associarle al sacramento della riconciliazione. Attraverso questo sacramento riscopriamo la voce di Dio nei nostri cuori. Questo ci permette di agire secondo la Sua volontà.

I sacramenti della Comunione, della Riconciliazione e del Matrimonio sono strettamente connessi tra loro. Per accostarci all’Eucarestia non dobbiamo essere perfetti altrimenti saremo già santi in paradiso. Sentendoci uno con Cristo, ricevendolo come pane di vita, siamo in grado di comprendere se ci sono degli errori che la nostra coscienza ci rimprovera. Questi ci rendono difficile sentirci avvolti dalle ali dello Spirito. Allora ritorniamo in ginocchio davanti al Padre. Gli chiediamo il dono della guarigione da tutto ciò che non viene da Lui. Chiediamo il dono della guarigione da ciò che è di ostacolo al processo di perfezionamento dei nostri frutti.

Senza voler togliere nulla all’esame di coscienza che facciamo privatamente, davanti a Lui eucarestia, non possiamo mentire a noi stessi. Lo Spirito di verità ci riempie.

Alessandra e Riccardo

Salomone e la Sulamita: un simbolo di armonia e uguaglianza (4 puntata)

Ultima riflessione prima di entrare nel cuore del libro. Per leggere i precedenti articoli clicca qui

Chi sono i due protagonisti del canto d’amore? Non hanno un nome specifico, non sono identificati. Restano un po’ anonimi. Questo cosa suggerisce? Che in quell’uomo e quella donna possono rispecchiarsi tutti gli sposi. La coppia del Cantico è un esempio e un’immagine di tutte le coppie del mondo.

In altre letterature famose possiamo trovare la vicenda di Romeo e Giulietta, di Paolo e Francesca, di Orfeo ed Euridice, di Tristano e Isotta e così via. Quella raccontata è la loro storia. Nel Cantico non si racconta la storia di qualcun altro, ma la nostra storia. Siamo noi i protagonisti. Ognuno di noi si può identificare.

Gli unici appellativi utilizzati nel testo non sono identificativi dei due protagonisti, ma hanno un forte richiamo simbolico. Lui Salomone, lei la Sulamita. Poi, nel proseguo, vedremo il perché di questi nomi. Posso subito anticipare la radice comune dei due nomi: la parola ebraica shalom, cioè pace. I due protagonisti sono l’uomo e la donna della pace. Adamo ed Eva invece, dopo il peccato originale, sperimentano tra loro distanza e incomprensione. Per contro, nel Cantico Salomone è l’uomo della pace per la Sulamita e lei è la donna della pace per lui. Si torna alle origini. All’armonia delle origini.

Altra considerazione importantissima e per nulla scontata: i due amanti sono posti sullo stesso piano di dignità. Un testo poetico di 500 anni prima di Cristo, quando la donna era considerata inferiore all’uomo, equipara la donna all’uomo. Un particolare spesso trascurato.

Viene proposta una donna attiva, che ha desideri e volontà indipendenti e con pari dignità dell’uomo, in una società che invece era maschilista. Probabilmente questo è stato uno dei motivi che hanno provocato tante opposizioni all’introduzione di questo testo nel canone sacro. La Sulamita appariva troppo spregiudicata, tanto da essere vista quasi come una poco di buono per l’epoca.

Un’ultima riflessione prima di iniziare con il Prologo del Cantico. C’è un’altra storia della Bibbia dove ci sono un uomo e una donna non identificati. Noi li chiamiamo Adamo ed Eva, ma il testo di Genesi li identifica come Ish e Isha. Anche in questo caso non sono nomi propri, ma hanno una forte valenza simbolica. Siamo sempre noi Ish e Isha. Salomone e la Sulamita sono Ish e Isha e sono Antonio e Luisa. Molti potrebbero pensare che l’amore narrato nel Cantico sia meraviglioso, ma non per loro.

Sono pienamente d’accordo che per tanti, troppi sposi è così. Il matrimonio è spesso fatica, divisione, rottura e sofferenza. Dimentichiamo le divergenze e lasciamoci trasportare e meravigliare dai versi del Cantico. Cerchiamo di contemplare a cosa tutti siamo chiamati. Cosa potremmo avere se solo ci abbandonassimo a Cristo nel nostro matrimonio.

Dalla prossima puntata incominceremo ad approfondire il testo partendo dal Prologo. Non mancate!

Antonio e Luisa

Contemplare per riparare l’amore ferito

Carissimi sposi, nel bel mezzo dell’estate, nel continuare il nostro cammino, desideriamo soffermarci sulla penultima lettera della parola CONTEMPLARE che ci riporta all’azione del RIPARARE.

Come sempre, se facciamo riferimento al vocabolario troviamo che questa parola deriva dal latino reparare, ovvero porre rimedio almeno in parte a un male, a un danno, a un errore o, ancora, aggiustare qualcosa di rotto.

Ma in modo particolare oggi, nella festa di santa Chiara d’Assisi, non possiamo non fare memoria di ciò che Cristo, nella chiesetta diroccata di San Damiano, chiese a san Francesco: «và e ripara la mia Casa, che come vedi è tutta in rovina».

Sappiamo bene che ciò che a Francesco veniva chiesto di riparare non era l’edificio fisico ma la Chiesa, intesa come l’intero popolo di Dio, amandola cos’ì com’era senza scandalizzarsi delle sue povertà e delle sue piaghe e cominciando da se stesso.

Anche a noi, Quel Crocifisso Vivente rivolge lo stesso invito: «Famiglia và e ripara la mia Chiesa Domestica, per rimostrare all’uomo di oggi il volto del Risorto, mediante la santità e la testimonianza dell’unione sacramentale di voi sposi».

Ma in che modo? Innanzitutto, accettando di far diventare la nostra casa anche “luogo di consolazione” in cui far riposare il cuore di chi cerca quell’Amore che guarisce dall’esperienza del non amore, del fallimento e della divisione.

Ed ecco che, proprio per questa missione, ci viene in aiuto la nostra sorella Chiara, grande maestra di contemplazione. Se Francesco era stato inviato per il mondo, a Chiara Cristo aveva chiesto di sostenere le membra deboli e vacillanti della Chiesa mediante la preghiera. Ed è con Chiara che anche noi, da dentro le mura domestiche, vogliamo raggiungere tutti i poveri d’amore con la nostra semplice preghiera (intensificata in questo Anno della Preghiera voluto da papa Francesco in preparazione al Giubileo) che diventa riparatrice solo se è alimentata dall’amore di Colui che ci ha sedotti: il nostro Sposo Gesù.

Specchiandoci, ogni giorno, nei Suoi occhi (aperti, parlanti, luminosi, attenti, vivi, dolcissimi) sentiamo di seguirne la direzione, di guardare dove guarda l’Amato e osservare gli orizzonti di vita che Lui vede. Dall’alto della croce, Egli vede sicuramente ogni ferita e l’infinito bisogno di amore e di misericordia dell’umanità ma è proprio da lì che dona Amore senza misura. È già solo questa contemplazione che ripara il nostro sguardo di sposi e ci fa desiderare di raggiungere le ferite dell’altro.

Come Chiara e Francesco, e mediante gli occhi di Cristo, ogni coppia di sposi cristiani può contemplare nelle stesse piaghe del Crocifisso ogni sua ferita che, una volta riparata col balsamo della consolazione e da uno sguardo nuovo, può diventare sanante per altre famiglie e per ogni uomo.

ESERCIZIO PER RIPARARE L’AMORE

Offriamo le sofferenze, anche le più piccole, che come coppia vivremo in questa giornata in riparazione ad una crisi coniugale di un’altra famiglia (anche se non la conosciamo).

PREGHIERA AL CROCIFISSO PER RIPARARE L’AMORE FAMILIARE FERITO

O alto e glorioso Dio, illumina le tenebredi ogni famiglia ferita. Dà ad ogni coppia di sposi fede retta, che alimenti la guarigione del loro cuore; speranza certa, per guardare con i Tuoi occhi il loro amore; carità perfetta, per donarsi l’uno all’altro senza pregiudizi e umiltà profonda per accogliere le reciproche ferite. Dà ad ogni membro della famiglia, senno e discernimento per compiere la tua vera e santa volontà e annunciare al mondo quella Pace e quel Bene che sono radicati solo nel Tuo Cuore. O Sposo celeste, ripara il nostro amore familiare. Amen.

Buona festa di santa Chiara!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

Mistagogia del lavacro battesimale: significato e simbolismo

In questo articolo condivido una mistagogia del lavacro battesimale. Nelle precedenti riflessioni ci siamo soffermati, come un preludio, sui momenti dell’accoglienza, dell’ascolto della Parola di Dio e dell’unzione pre-battesimale, della rinuncia e della confessione di fede.

Al momento del lavacro il celebrante invita la famiglia e i padrini ad avvicinare il battezzando al fonte. In realtà è Gesù che invita: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Giovanni 7, 38). In quel tempo Gesù disse queste parole per indicare il dono «dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Giovanni 7,39).

L’acqua contenuta dal fonte battesimale è stata santificata durante i riti della veglia pasquale o, se questo non fosse possibile, all’inizio della liturgia del sacramento del battesimo. Il sacerdote in quel momento ha invocato lo Spirito Santo affinché avvenga una meraviglia di salvezza come avvenuto nel passato. La preghiera di benedizione fa memoria dei momenti in cui l’acqua è stata preparata per il battesimo: l’acqua della creazione, l’acqua del diluvio, l’acqua del mare dell’esodo, l’acqua del Giordano nel battesimo di Gesù, l’acqua dal fianco trafitto di Gesù.

Durante il momento del lavacro, quando il capo è bagnato con quest’acqua, il battezzando partecipa alla vita trinitaria perciò il sacerdote dice: «Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Ogni battezzato dovrà narrare la meraviglia ricevuta in dono dal lavacro: «il Padre ci ha riplasmati, per mezzo del Figlio siamo stati riplasmati, e lo Spirito è vivificante. Anche nella prima creazione la Trinità era come adombrata in figure: il Padre plasmava, il Figlio era la mano del plasmatore, il Paraclito il soffio di chi inspirava la vita» (N. CABASILLAS, La vita in Cristo, Roma 2002, 117).  

Da oltre un millennio, la rinascita dall’acqua e dallo Spirito (cfr Gv 3,6) ha sostituito, nella quasi totalità, l’antica tradizione d’immersione totale della persona mantenendo la medesima significazione: «quest’acqua distrugge una vita e ne suscita un’altra, annega l’uomo vecchio e fa risorgere il nuovo … il gesto di immergersi nell’acqua e scomparire sembra un fuggire la vita nell’aria, ma fuggire la vita vuol dire morire. Riemergere invece e trovarsi di nuovo all’aria e alla luce è come un andare in cerca della vita e conseguirla» (N. CABASILLAS, 116).

Sull’architrave del battistero della Basilica del Laterano c’è un’iscrizione di papa Sisto III (432-440) che attribuisce al fonte battesimale la simbologia dell’utero materno: «Qui nasce al cielo un popolo di stirpe divina, cui genera lo Spirito fecondatore di queste acque. La Madre Chiesa, la virginea prole concepita per virtù dello Spirito Santo, partorisce in queste onde … Né v’ha alcuna differenza tra coloro che qui rinascono: li pareggia la medesima sorgente vitale, un identico Spirito, un’unica fede». Per la rigenerazione battesimale avvenuta nel fonte, come seno materno della Chiesa, ogni battezzato avrà la Chiesa per Madre per avere Dio come padre.

Può sorgere a questo punto la domanda: quali sono i bisogni di un nascituro nell’attimo in cui viene alla luce? Piange, ha fame, vuole essere coperto, invoca protezione, è in cerca di affetto; ancor prima ha bisogno della recisione del cordone ombelicale che come un ‘canale’ fino a quel momento ha trasmesso le sostanze necessarie per il suo sviluppo. Questo taglio pur se avviene materialmente non farà mai venire meno il legame esistenziale tra la mamma e suo figlio, ugualmente accadrà tra la Chiesa e ogni singolo battezzato.  

Fino a quando il cristiano vive sulla terra ha bisogno delle cure materne ecclesiali con i canali sacramentali per ricevere i tesori della vita spirituale, quando poi egli nascerà alla vita in Cielo non ne avrà più bisogno. Ecco perché la Chiesa deve essere amata e chiamata lietamente con il nome di ‘madre’: «non ci ha generati per poi abbandonarci e lasciarci correre da soli la nostra avventura: ci custodisce e ci tiene tutti uniti nel suo seno materno; viviamo sempre del suo spirito, ‘come i bambini nel seno della madre vivono della vita di lei’. Ogni cattolico nutre per essa un sentimento di tenera pietà filiale» (H. DE LUBAC, Meditazioni sulla Chiesa, Milano 2011, 182).

La Chiesa domestica, che poco prima del lavacro si è impegnata ad insegnare l’arte dell’amare Dio e il prossimo, dovrà chiedersi: è proprio difficile amare questa Chiesa-madre?

Forse se ciascuno avrà imparato ad amarla sulle ginocchia della propria madre non le sarà difficile neppure insegnare a fare altrettanto. «Sia sempre benedetta questa grande Madre augusta, sulle cui ginocchia ho tutto appreso» (P. Claudel). Ho imparato da lei a parlare e anche a pregare con la parola umana e quella del Vangelo, a guardare e forse anche a interpretare la realtà degli uomini e quella del divino, a ringraziare e a chiedere perdono … Così la Chiesa mi ha insegnato ad amare: quando ero sulle ginocchia della mia giovane madre ma anche quando, divenuta anziana, le rughe per le tante esperienze amare come un velo sul suo volto si sono posate. «Quante tentazioni proviamo verso questa Madre che dovremmo soltanto amare!» (H. De Lubac).

Don Antonio Marotta

Una vacanza al servizio del matrimonio

Nella terza e quarta settimana di luglio anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga in Val di Fassa, dedicata alle coppie entro i dieci anni di matrimonio (ogni coppia rimane solo una settimana).

Per il quarto anno consecutivo, io e altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max, Sergio, che ho conosciuto nella Fraternità Sposi per Sempre) insieme ai figli (Carolina, Diletta, Elisa (Big e Junior), Emanuele, Matilde e Miriam), oltre ai “nonni” Natalino e Maddalena, abbiamo fatto animazione a 42 bambini (in età compresa tra 0 e 13 anni) nella seconda settimana di vacanza.

I bambini stavano con noi durante la mattina, mentre i genitori si dedicavano alla formazione con don Renzo Bonetti, Annalisa, vari sacerdoti e l’equipe di Mistero Grande; per il pranzo i genitori venivano a riprendere i figli e dopo avevamo la giornata libera per le escursioni o altre attività. È sempre un’esperienza che arricchisce sotto tanti punti di vista, provo soltanto a fare qualche breve riflessione.

Innanzitutto, è un tempo di qualità che posso trascorrere con le figlie, perché, anche se i ragazzi alla fine stanno per conto loro (camere comprese), condividiamo un “servizio” comune, oltre ai pasti della giornata e tutte le numerose attività che noi papà organizziamo nel pomeriggio e dopo cena.

Infatti, durante l’anno, tra la scuola, il lavoro e tutti gli impegni, non capita mai di essere così a lungo in contatto con loro e devo ammettere che tutti i figli hanno preso questo impegno seriamente, senza mai lamentarsi e anzi proponendosi per consolare il bambino di turno o per spingere un passeggino. Come genitore è un aspetto che mi rende orgoglioso e mi conferma che questi giovani, nonostante le ferite che si portano dietro, nel loro cuore hanno tutte le risorse necessarie per andare oltre e fare del bene a sé stessi e agli altri; addirittura, qualcuno dei nostri ragazzi è voluto venire con noi papà nella stanza adibita allo scopo, per imparare a cambiare un pannolino.

Ogni anno poi accade che qualcuno dei bambini si leghi in maniera particolare a uno dei nostri figli per il tempo passato insieme a giocare, colorare, andare sull’altalena o sullo scivolo.

In questo mondo così complesso e tormentato da venti di guerra, vedere dei bambini giocare e divertirsi con una palla, le bolle di sapone o altre cose semplici, è una bella ricarica di speranza e di fiducia sul futuro. Persino alcune bambine più grandi, tra i dieci e i tredici anni, vedendo noi animatori, si sono responsabilizzate così tanto, da creare, con tanto di etichette personali, uno “sportello” di aiuto per tutti i bambini che erano in difficoltà e piangevano, l’“Agenzia tante coccole”: avevano fatto la lista dei bambini più piccoli e mettevano una spunta ogni qual volta qualcuno di loro si addormentava nel passeggino o era sotto controllo nella piscina con le palline. Non voglio fare nomi, ma ci tengo a ringraziare le ragazze per questo prezioso aiuto e questa dimostrazione di amore che mi rimarrà fra i ricordi più belli di questa vacanza.

Quest’anno, oltre ai due eventi di baby dance, su richiesta dell’equipe, una sera abbiamo cenato all’aperto con i bambini nel piazzale davanti all’albergo (pizza, patatine fritte e gelato), mentre le coppie all’interno cenavano a lume di candela per dare l’opportunità, almeno una volta, di mangiare da soli, guardandosi negli occhi, senza doversi occupare dei figli. Credo sia stata una trovata molto apprezzata, perché effettivamente, magari con tre o quattro figli, la coppia non ha mai un tempo di qualità da dedicare a sé stessa, per confrontarsi, parlare liberamente e ricaricare un po’ le energie.

Con gli altri papà abbiamo commentato che, se avessimo potuto partecipare a una vacanza formativa del genere e avessimo così capito qualcosa in più del Sacramento del matrimonio, forse, la nostra famiglia non si sarebbe sfasciata. È un dubbio che rimarrà, nessuno lo può sapere, ma certamente un errore grave è stato quello di sposarsi, “viva gli sposi” e poi tanti saluti! Non eravamo formati bene e soprattutto non abbiamo fatto niente per recuperare dopo il matrimonio.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, troveranno sempre delle difficoltà da superare nella vita, anche solo lo sconvolgimento e il cambio totale degli equilibri con l’arrivo di un figlio: se le coppie hanno chi le aiuta e chi continuamente le guida ad approfondire il Sacramento del matrimonio, ci sono buone speranze, altrimenti è probabile che, prima o poi, le cose vadano male o si rimanga insieme solo per una sorta di compromesso.

Un medico che si laureasse e che poi non si aggiornasse continuamente, per tutta la vita, sulle nuove scoperte, i farmaci e le terapie esistenti, non credo che riuscirebbe a curare bene i suoi pazienti: allo stesso modo una coppia che dicesse di aver capito finalmente il Sacramento, vuol dire che non ci ha capito proprio niente!

Per la mia esperienza sono convinto che molte famiglie si trovino in situazioni difficili perché la coppia non ha mai deciso di crescere insieme e quindi di leggere libri, partecipare a seminari, convegni, eventi e di camminare insieme con altre famiglie. Purtroppo, in pochissime parrocchie o realtà c’è questa sensibilità e consapevolezza che il matrimonio non è un punto di arrivo, ma di partenza; pertanto, un appuntamento come la prima edizione della scuola nuziale on line (clicca qui per info) ideata da Antonio e Luisa con Mistero Grande, è un’occasione importante per approfondire diverse tematiche.

Faccio un’ultima sottolineatura: qualcuno potrebbe pensare che vedere e frequentare delle belle famiglie come abbiamo fatto a Soraga, possa suscitare in noi papà separati un sentimento d’invidia, ma in realtà è proprio il contrario: noi siamo felicissimi che esistano delle coppie preparate che vivono in armonia e si vogliono bene, sono una bella testimonianza di come ama Dio e un segno di speranza. L’ho detto chiaramente alle coppie durante la breve testimonianza che mi hanno chiesto di fare l’ultimo giorno: “non so se l’avete capito, ma il futuro non della Chiesa, ma dell’intera umanità, dipende anche da voi e da come svolgerete la vostra missione”.

È stato bello conoscere e parlare con nuove coppie, rivedere alcune degli anni precedenti, darci l’appuntamento al prossimo anno e anche superare alcune difficoltà iniziali, come la titubanza dei genitori di lasciare per la prima volta bambini molto piccoli a questi strani papà, che alla fine, nonostante le raccomandazioni, sono degli sconosciuti.

Abbiamo anche ricevuto dei messaggi scritti di ringraziamento dalle coppie per la luce e l’amore che hanno visto nei loro figli dopo la vacanza: hanno capito che è un piccolo seme dell’amore di Dio che sicuramente, a tempo debito, fiorirà!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cantico dei Cantici: un corpo sessuato per mostrare Dio (3 puntata)

Proseguiamo oggi con l’introduzione al testo. Clicca qui per rileggere le puntate già pubblicate.

Nel Cantico dei Cantici viene cantato l’amore. L’amore umano. È un libro che narra un’esperienza d’amore, concreta, tra un uomo e una donna. Un amore di tipo sponsale. Tutto il contesto lo fa credere. Non è solo un amore oblativo, di dono. Non è un amore platonico. È un amore prevalentemente carnale. È un amore completo, totale. Un amore passionale con risvolti erotici, per nulla velati, ma molto espliciti. Dove, seppur in modo poetico e mai volgare, non viene tralasciato nulla del corpo dell’amato e dell’amata.

Non viene tralasciato nulla di sensazioni, emozioni, sapori, odori e colori. Una bellezza che piano piano si svela, proporzionalmente allo svelarsi e all’accogliersi vicendevole dei due sposi, in un crescendo di esperienza sempre più concreta ed intima dell’uno con l’altra.

Per vivere questo amore cantato nel Cantico, dobbiamo purificare il nostro sguardo. Dobbiamo essere capaci di eliminare una certa malizia, che spesso si nasconde dietro certe idee di amore erotico. Dobbiamo eliminare anche un falso pudore, che spesso nasconde la nostra chiusura all’altro e incapacità di farci dono.

L’amore erotico tra due sposi non è nulla di vergognoso o di sporco. Certo possiamo sporcarlo noi con il nostro egoismo. L’amore erotico che Dio ha pensato per noi è qualcosa che apre alla meraviglia dell’amore, che diventa esperienza concreta vissuta nel corpo. Lo sguardo di Dio sulla sessualità umana, da sempre, è uno sguardo buono e positivo. L’espressione che troviamo nella Genesi al cap.1 E Dio vide che era cosa molto buona è posta proprio al termine della creazione dove aveva appena formato uomo e donna. Due creature sessuate, diverse e complementari, che, nell’unione intima, diventano una sola carne e diventano fecondi.

Due creature fatte a somiglianza di Dio, che nella loro relazione sponsale riproducono la relazione d’amore di Dio Trinità in se stesso. Detto in altre parole, Dio ci ha voluto sessuati, perché nell’unione intima e completa di due sposi si potesse scorgere, in maniera diversa e limitata ma concreta, la relazione perfetta delle persone della Trinità1.

Il corpo, che non solo ci appartiene ma ci costituisce come persone insieme all’anima, diventa strumento per esprimere in modo chiaro e netto quell’amore che abbiamo nel profondo di noi. Il corpo rende visibile ciò che non è visibile. Una realtà non solo lecita, ma santissima. Santissima come lo è il Cantico. Il Cantico parla di questo amore. Un libro da leggere con lo stupore di chi si addentra nella profondità del pensiero di Dio. Un libro che apre alle meraviglie di un’esperienza, che noi sposi possiamo e dobbiamo vivere nella concretezza della nostra relazione e della nostra vita insieme.

Antonio e Luisa

  1. E come tutti sappiamo, la differenza sessuale è presente in tante forme di vita, nella lunga scala dei viventi. Ma solo nell’uomo e nella donna essa porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio: il testo biblico lo ripete per ben tre volte in due versetti (26-27): uomo e donna sono immagine e somiglianza di Dio. Questo ci dice che non solo l’uomo preso a sé è immagine di Dio, non solo la donna presa a sé è immagine di Dio, ma anche l’uomo e la donna, come coppia, sono immagine di Dio. La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio. (Udienza di Papa Francesco del 15/4/2015) ↩︎

Essere Single: Un Cammino di Conoscenza e Preparazione

Il mondo ci insegna che essere single e non avere impegni è la cosa migliore, perché significa essere un’anima libera. Ci si può dedicare ai propri interessi, alla propria formazione. Si può dedicare molto più tempo alla professione che piace. Insomma la famiglia è spesso considerata un intralcio alla realizzazione personale. E questo vale soprattutto per la donna. Il desiderio di famiglia è davvero solo una conseguenza della nostra cultura patriarcale? O c’è anche un desiderio del cuore di spendere la propria vita per qualcuno? Fino in fondo, senza sconti. Gesù lo dice: Chi perde la sua vita per me la troverà. Noi abbiamo bisogno di donarci per sentirci vivi. Per dare senso al nostro essere, al nostro essere qui. E sposarsi è uno dei modi per nutrire quel bisogno che ci costituisce. E chi vorrebbe e non riesce?

Chi ha nel cuore il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere la propria vita e non riesce a trovarlo? E’ bene ricordare che la nostra vocazione primaria non è sposarci ma diventare santi. Ricordiamo che Dio ci chiama alla santità e ci chiede di impegnarci per questo. Il matrimonio è fatto di impegno e di volontà. Il matrimonio è un cammino ma anche prima camminiamo. Essere single non significa stare fermi. Il single non è una persona che semplicemente attende. Il single dovrebbe prepararsi ad accogliere una relazione profonda con un’alterità. Come? L’abbiamo scritto prima. Impegno e volontà. Il single cerca di conoscere sè stesso, le proprie difficoltà, i propri limiti, le proprie ferite. Ma anche i propri punti di forza. Il single non dovrebbe piangersi addosso ma cercare di comprendere e di interiorizzare quanto sia prezioso, quanto sia bello, quanto sia desiderabile. Comprendo che in un mondo fatto tanto di apparenza e di canoni estetici, diventa tutto più difficile, ma noi siamo cristiani. Abbiamo un Dio che è morto per ognuno di noi. Un Dio che ci trova meravigliosi. Se ti senti immobile ed incapace di vedere spiragli è il momento di riprendere in mano la tua vita. Solo quando tu ti sentirai almeno un po’ bello e desiderabile allora anche gli altri potranno intravedere la tua bellezza. Ora vi daremo alcuni consigli concreti.

Discernere

Senza dubbio, ognuno ha una vocazione e Dio sicuramente desidera che la scopriamo e la viviamo. Perchè desidera il nostro bene e ha pensato a una vita piena e buona per noi. Dobbiamo avere fiducia nel piano divino, anche se non possiamo vederlo. Accompagnate dunque il discernimento con molta preghiera, formazione e conoscenza di sé. Aggiungerei di non tralasciare anche dei percorsi psicologici. Siamo tutti feriti e spesso le nostre feriti ci impediscono di discernere liberamente e di aprirci al progetto di Dio su di noi. Io non sono single ma non mi vergogno di dire che sto lavorando ancora sulle mie ferite. Non si finisce mai.

Sii un dono per gli altri

Essere single è una grande opportunità per dare frutto. A volte, quando siamo single, possiamo avere più tempo per gli altri rispetto a quando abbiamo una famiglia. Probabilmente ci sono molte persone che hanno bisogno di te in questo momento. Hanno bisogno della tua presenza, del tuo ascolto, della tua parola, del tuo servizio. Tu puoi dare tanto. Non concentrarti solo su una relazione che desideri ma che ancora non c’è. Vivi le relazioni con chi hai intorno: amici, parenti, colleghi, volontariato ecc. Questo non solo ti rende prezioso per gli altri ma rende visibile la tua bellezza e la tua importanza anche a te stesso. Donarsi agli altri quando si è single porta frutti anche nel matrimonio.

Preparati

Abbiamo già parlato di conoscenza di sé, formazione e discernimento. Ma conoscere la persona che ti accompagnerà per tutta la vita, se è la tua vocazione, richiede molto di più. Dato che hai lavorato sugli aspetti più profondi di te stesso, cerca di maturare. Quali abitudini hai che non ti aiutano? Come puoi essere migliore ogni giorno? Cioè, se avessi già quella persona speciale davanti a te, come vorresti che ti trovasse? Insomma lavora sugli spigoli del tuo carattere e cerca di smussare quegli atteggiamenti meno amabili di te. Renditi amabile. Una persona amabile è una persona che è facile da amare. Cura non solo il carattere ma anche l’aspetto esteriore. Essere trasandati non è un pregio che dice quanto siamo staccati dalle cose del mondo ma dice semplicemente che non ci riteniamo preziosi. E se non lo pensiamo noi perchè dovrebbero pensarlo gli altri?

Termino con una breve testimonianza personale. Ho incontrato Luisa che lei aveva 35 anni e io 26. Lei non aveva mai avuto storie importanti. Solo qualche piccolo flirt. Mai un rapporto intimo con un uomo. Eppure io ho visto in lei una bellezza grande. Questo perchè lei da alcuni anni aveva smesso di piangersi addosso e aveva deciso di vivere. Di donarsi per come le era possibile e aveva cercato di approfondire e fortificare le propria fede. E questo lavoro ha dato frutti. Sono sicuro che non avrei visto quella bellezza se lei stessa non l’avesse interiorizzata e trovato il modo di renderla visibile.

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Piccole volpi grandi problemi

Prendeteci le volpi, le volpi piccoline che guastano le vigne, perché le nostre vigne sono in fiore. (Ct 2,15)

Si tratta di un versetto tratto dal Cantico dei Cantici. Io e Luisa, come molti che ci seguono sanno, abbiamo scritto un libro su questo meraviglioso testo dell’Antico Testamento. Quindi si tratta di un passo che abbiamo già affrontato altre volte nei nostri articoli. Ho scelto di tornarci perché sono parole troppo importanti e che offrono davvero una prospettiva illuminante da cui partire per riflettere sulla nostra relazione. Le piccole volpi sono un’immagine fantastica. Le piccole volpi non sembrano essere un pericolo. Così carine, così piccoline. Eppure proprio le piccole volpi possono distruggere la vigna. Possono distruggere la nostra relazione.

Le piccole volpi sono tutti quegli atteggiamenti che consideriamo in fin dei conti veniali, poco importanti, quasi banali, ma che possono, quando vengono reiterati nel tempo e diventano abitudine, spogliare la relazione di intimità, di complicità e di gioia. Possono allontanarci. Attenzione quindi, non si scherza su queste cose. Vi cito alcuni comportamenti che sono delle vere piccole volpi che attentano la nostra vigna. Scrivo al maschile ma vale per entrambi.

Non mi incoraggia mai. 

Solitamente se ci sposiamo è perchè la persona che abbiamo scelto non ci piace solo fisicamente. Abbiamo anche grande stima di lei. E’ importante il suo parere. Una delle ricchezze dell’essere coppia sta proprio nel poter condividere la gioia e i successi con l’altro e trovare una spalla su cui appoggiarsi e magari anche piangere quando ci sono fallimenti o sofferenze. Essere indifferenti a tutto questo, al mondo interiore dell’altro non lo fa sentire amato. Peggio ancora se siamo sempre pronti a criticare gli errori e siamo invece meno attenti a sostenere con una buona parola. Ecco la prima piccola volpe.

Cerca di cambiarmi in tutti i modi. 

Si, mi piaci, ma sarebbe meglio se tu fossi un po’ diverso, devi cambiare quell’atteggiamento che proprio non mi piace, e poi cambia idea su questa cosa. Insomma diventa come io ti voglio. Ogni tanto, ammettiamolo, abbiamo la tentazione di fare questi pensieri. Come tutte le persone di questo mondo l’altro ha dei difetti. Spesso usiamo dei mezzucci per ottenere ciò che vogliamo. Facciamo leva sul senso di colpa. Con il risultato che quando si affronterà una discussione su quel suo difetto l’altro si sentirà giudicato, non amato, attaccato, ci vedrà come un “nemico” e non come un alleato. Si chiuderà e fuggirà ogni occasione di dialogo su quell’argomento. Ci terrà nascosti i suoi sentimenti e i suoi errori. Creando di fatto una barriera tra noi e lui o lei. Solo accogliendola nel suo essere com’è senza pretesa di cambiarla, la persona amata sentirà il desiderio di attenuare i suoi difetti. Non per costrizione o sfinimento ma per amore. Non dobbiamo tacere ciò che non ci piace dell’altro ma è importante non far dipendere il nostro amore dal suo comportamento. Ricordate, poi, che se la plasmate a vostra immagine poi non sarà più la persona di cui vi siete innamorati. Insistere per cambiarlo è una grande piccola volpe. Attenzione. Cacciatela per tempo dalla vostra vigna.

Non mi dice mai quanto io sia bello e bravo per lei.

Non so perchè ma esiste un ambito in cui spesso siamo molto avari. Dovremmo dirci più spesso l’uno l’altra quanto siamo belli, quanto ancora ci piacciamo e quanto ci desideriamo. Non dovremmo perdere occasione per fare un complimento. Cose semplici: Che buono il risotto che hai cucinato. Oggi sei proprio bella! Grazie per aver risolto quel problema con la banca, io non avrei saputo da che parte cominciare. Sei un marito eccezionale. Sei una moglie meravigliosa. Cose molto semplici ma che ripetute nella nostra quotidianità costruiscono la nostra casa comune. Costruiscono la nostra relazione. Invece spesso perdiamo tante occasioni dando per scontato tante cose. Dando per scontato il nostro amore. Questa si che è una piccola volpe enormemente pericolosa. Non a caso nel rito matrimoniale promettiamo di amarci tutti i giorni della vita proprio per evidenziare come l’amore abbia bisogno di essere confermato ogni giorno.

Mi “bastona” per ogni errore

Nella nostra relazione gli errori dell’altro ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. D’altronde non sbaglia solo l’altro. Anche noi ne commettiamo a dozzine. Ci può stare avere delle discussioni e dei litigi ma mai mettere in discussione la persona e il rispetto per la persona. E’ importante riuscire a dividere l’errore da chi lo commette. Solo così potremo essere di aiuto e sostegno. Solo così l’altro avrà desiderio e non paura di confidarsi con noi, senza fare l’errore di tenere nascosti i suoi sbagli. Non è perfetto. Per fortuna che non è perfetto. Come dico spesso a Luisa: grazie a Dio non sei perfetta! Altrimenti come farei a dimostrarti il mio amore incondizionato se tu lo meritassi sempre? Naturalmente vale anche viceversa.

Questi sono dei piccoli comportamenti sbagliati che sembrano, presi singolarmente, banali e sopportabili. In realtà con il tempo possono causare grandi problemi di coppia. Possono portare fino al fallimento della relazione. Cacciate quindi le piccole volpi. Basta poco.

Antonio e Luisa

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Il senso di colpa non viene da Dio

Il senso di colpa non viene da Dio. Ne sono certo di questa affermazione. Il senso di colpa non è mai buono. Bisogna intendersi però. Il senso di colpa non va confuso con il senso del peccato. Sono due cose completamente diverse.

Il senso di colpa ti imprigiona. Il senso di colpa ti fa credere che tu sei il tuo errore. Che non puoi cambiare, che sei così e sempre lo sarai. Che è inutile impegnarsi e cercare di modificare quel tuo atteggiamento o comportamento perché tornerai inesorabilmente a caderci. Perché è parte di te. E’ radicato in te. Il senso di colpa si manifesta con pensieri del tipo: ecco l’ho fatto di nuovo, sono proprio irrecuperabile, non sono capace di fare nulla, faccio solo disastri, sono una frana. Tutti pensieri che si possono riassumere in sono fatto così. Mi faccio schifo. Il senso di colpa è sempre frutto di una mancanza di amore che induce a credere di non valere, di non essere abbastanza. Spesso i peggiori giudici di noi stessi siamo proprio noi. Sentenze definitive e senza appello.

Il senso del peccato è diverso. Il peccato è altro rispetto a noi. Questa situazione esistenziale viene dall’amore. Siamo consci di essere amati da un Padre misericordioso e ci dispiace esserci comportati in un certo modo non buono. Ma in questo caso non ci sentiamo condannati e non ci sentiamo brutti. Siamo preziosi agli occhi del Padre e questa è una certezza che ci riempie di autostima e di consapevolezza su chi siamo. Non ci facciamo schifo, ci fa schifo quello che abbiamo fatto, ci fa schifo il peccato. Peccato che non è parte di noi. Questo ci dà la motivazione per contrastare in futuro il ripetersi di certi comportamenti che non sono buoni e non fanno bene a noi e a chi ci vuole bene.

Il senso di colpa viene da Satana, il senso del peccato viene dallo Spirito Santo. E noi come ci comportiamo con nostro marito o nostra moglie? Riusciamo a dare voce allo Spirito Santo?

Come non pensare all’episodio evangelico dell’adultera. Lei era piena di senso di colpa, era stata giudicata dai farisei ma ancor prima da sé stessa. Non si piaceva. Non si era mai sentita davvero amata. Per questo peccava! Gesù ha saputo guardare quella donna non con il disprezzo dei farisei, ma con lo sguardo dell’innamorato che scorge tutto il valore della sua amata. Questo ha permesso all’adultera di separare il peccato da sé stessa. Non si è più sentita brutta e sporca ma ha visto, forse per la prima volta, tutta la meraviglia che era. Questo attraverso lo sguardo di Cristo.

Ciò che siamo chiamati a fare noi sposi l’uno con l’altra. Quante volte abbiamo commesso peccati ed errori. Quante volte ci siamo sentiti brutte persone. Lo sguardo della persona amata può aiutarci a ritrovare la nostra bellezza e il nostro valore. Siamo preziosi e l’altro ci permette di comprenderlo.

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio, per essere capace di scrivere sulla sabbia le mancanze della mia sposa e non di lanciarle pietre, come magari facevo all’inizio della nostra storia insieme, è proprio essere capace di fare memoria. Memoria di tutte le volte che ho sentito l’amore misericordioso di Gesù su di me e sulla mia storia e memoria di tutte le volte che ho mancato nell’amare la mia sposa e lei mi ha perdonato. La cosa bella è che più passano gli anni e più la mia memoria si riempie di perdoni dati e ricevuti e questo mi lega sempre più alla mia sposa in una relazione toccata dalla fragilità e dagli errori e per questo capace di far sperimentare un amore gratuito e benedetto da Dio.

Antonio e Luisa

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Cantico dei Cantici: un libro spregiudicato (2 puntata)

Seconda puntata per leggere le precedenti clicca qui

L’arte di amare con tutto il cuore e tutto il corpo ci viene insegnata da Dio, Dio si fa maestro, attraverso un libro della Bibbia: il Cantico dei Cantici. Se non entriamo in questo modo di amare, non entriamo nella vita vera, non vivremo mai appieno il nostro matrimonio. L’intimità sessuale è un mezzo privilegiato per gli sposi per perseguire la santità. L’intimità sessuale va rivalutata, liberando questo gesto dalle incrostazioni del passato e dagli inquinamenti del presente. Per questo gli sposi dovrebbero leggere e meditare spesso il Cantico dei Cantici, per immergere il loro cuore e la loro mente sempre più intensamente nell’educazione sessuale elargita loro da Dio stesso.

Se è vero che il nostro sacerdozio si concretizza nell’amare sempre più il nostro sposo o la nostra sposa, non possiamo che meditare e approfondire questo libro della Bibbia, dove Dio ci mostra il modo per poterlo fare in pienezza. Il matrimonio spesso è fatica, divisione, rottura e sofferenza. Ma Dio non ha pensato questo per noi. Non ha voluto che ci unissimo per sempre ad una persona affinché fossimo tristi e sofferenti, ma al contrario perché potessimo realizzarci in pienezza, recuperare quella parte di figliolanza divina che il peccato ci ha tolto e ci ha nascosto agli occhi. Sentite questo commento ebraico al Cantico dei Cantici:

Quando Adamo peccò, la Shekinah, la dimora di Dio, salì al primo cielo, allontanandosi dalla terra e dagli uomini. Quando peccò Caino, salì al secondo cielo. Con la generazione di Enoch, salì al terzo; con quella del diluvio, al quarto; con quella di Babele al quinto; con quella di Sodoma, al sesto; con la schiavitù di Egitto, al settimo, l’ultimo e il più lontano dagli uomini. Ma il giorno in cui il Cantico dei Cantici fu donato ad Israele, la Shekinah ritornò sulla terra.

Cosa significa questa bellissima riflessione? Possiamo riportare Dio nella nostra casa o, meglio, possiamo tornare ad abitare la dimora di Dio, amando come Dio ci ha insegnato sapientemente nel Cantico in modo carnale e passionale, ma puro, senza sguardo di possesso e concupiscenza che rovina tutto e avvizzisce l’amore tra gli sposi amanti. Il peccato rovina tutto, fa sì che l’essere nudi davanti al nostro amato o alla nostra amata diventi fastidioso e odioso, perché ci sentiamo vulnerabili e trasparenti, non possiamo nasconderci e il nostro egoismo è evidente a tutti.

Gesù ci ha redento, ha sconfitto il peccato e la morte con la sua morte e resurrezione e nel sacramento del matrimonio, attraverso la Sua Grazia, possiamo liberarci delle catene del peccato e amare con lo stile di Gesù, che non tiene nulla per sé, ma si mette totalmente a nudo per noi donando tutto di Lui a noi che siamo la Chiesa e quindi la Sua sposa. Se riusciremo ad amarci come gli amanti del Cantico dei Cantici, la nudità non sarà più motivo di disagio, ma sarà via di donazione e relazione vera e piena. Dio potrà scendere nella nostra casa dalle altezze del cielo, dove era finito a causa del nostro peccato, e potremo finalmente vivere nella pace e nell’amore di Dio.

Prima di leggere e meditare i canti di questo testo è necessaria una breve introduzione. Cosa è il Cantico dei Cantici? Di cosa tratta? Perché è stato inserito nella Bibbia? Il Cantico dei Cantici è uno dei libri sacri della Bibbia. È collocato nel cuore della Bibbia, cioè al centro. È uno dei libri più brevi di tutta la Sacra Scrittura eppure, qualunque sia la versione che voi usate, il Cantico è sempre posto al centro della Bibbia.

È un libro entrato nel canone sacro, prima per gli ebrei e poi anche per noi cristiani, non senza divisioni, discussioni e polemiche. È un testo che scotta, che parla dell’amore umano, anzi tratta dell’amore erotico umano. Alcuni passaggi potrebbero sembrare imbarazzanti e spregiudicati. Molti si sono chiesti cosa c’entra un testo del genere con la Sacra Scrittura. Lo Spirito Santo, che fa bene ogni cosa, alla fine ha trovato il modo affinché il Cantico fosse inserito nel canone sacro.

Non c’è un autore conosciuto ed unico per il Cantico. È una raccolta di canti d’amore. Canti conosciuti e usati in Israele molti secoli fa, durante le celebrazioni delle feste nuziali. Feste che duravano parecchi giorni. Canti antichi, tramandati, tradizionali, ma non sacri, fino al concilio ebraico di Javne della fine del I secolo d.C., quando un rabbino molto autorevole del tempo, Rabbi Akiva, ruppe gli indugi e spinse con convinzione per l’introduzione di questi canti all’interno dei testi sacri.

Per convincere i presenti disse: Il mondo intero non vale quanto il giorno in cui il Cantico fu dato ad Israele, poiché tutti gli scritti sono santi, ma il Cantico è santissimo. Rabbi Akiva aveva intuito la grandezza di questo testo. Non solo poteva entrare a pieno titolo nei libri sacri, ma ne aveva più motivo degli altri. Aveva intuito la grandezza di questo dono che Dio aveva fatto al suo popolo e, attraverso Israele, all’umanità intera.

Il Cantico è stato composto presumibilmente verso il quinto secolo avanti Cristo e ci sono voluti circa 600 anni per farlo entrare nel novero dei libri sacri. È considerato santissimo, perché il popolo d’Israele ha letto nel Cantico dei Cantici, e precisamente nello sposo e nella sposa, la figura di Dio e del popolo d’Israele stesso. Nel cristianesimo resta questa lettura, però, lo sposo non è più Yahweh ma Gesù e la sposa è la sua Chiesa. Non sono letture sbagliate. Sono letture legittime, profonde e autentiche. Ciò non toglie che anche la lettura che cercherò di proporre è altrettanto legittima e autentica. Non sono io a dirlo, ma tanti e autorevoli esegeti cristiani. Noi siamo sposi e dobbiamo cercare di incarnare nella nostra vita tutti quei significati che il Cantico può avere nella sua lettura teologica e mistica. Le letture più profonde di questo testo non lo rendono astratto e meno adatto agli sposi, ma al contrario, lo arricchiscono della dimensione profetica a cui gli sposi sono chiamati. Attraverso la vita di noi sposi quei versetti possono prendere vita e rendere concreta l’immagine dell’amore di Dio e la vicenda d’amore dei protagonisti. Procederemo quindi nei prossimi capitoli alla lettura più semplice e diretta, quella che vede la relazione d’amore tra uno sposo e una sposa. Relazione meravigliosa che apre alla pienezza dell’amore e consente di recuperare l’autenticità e la purezza delle origini.

Antonio e Luisa

Quando la moda racconta un sacramento

Mi chiamo Arianna e scrivo questo articolo in una veste particolare. Sono cristiana e credo nel matrimonio ma vorrei parlarvi di questo sacramento da una prospettiva originale, partendo dalla professione che ho scelto, quella della moda. Vorrei trattare di matrimonio partendo dall’abito nuziale. Ho voluto unire la mia fede alla professione che amo. Per questo il mio è certamente un libro sulla moda – si ho scritto un libro intitolato Moda sposi 2.0 – ma dove ho scelto di approfondire anche la parte relazionale e spirituale del matrimonio.

L’abito ha sempre avuto un significato che va oltre, non è mai solo un accessorio, trascende l’uso che se ne fa. Racconta chi siamo. Vale anche e soprattutto nel matrimonio. L’abito nuziale racconta moltissimo. Ci sono tantissimi riferimenti che è bello conoscere.

Nel mio libro La moda sposi 2.0 affronto la situazione della donna in Italia fin dall’antichità e racconto le evoluzioni delle tradizioni intorno alla cerimonia più importante nella vita di una coppia.

Nel mio libro l’aspetto della moda e dei trend è centrale ma di certo non manco di trattare di amore e della dimensione del sogno e della famiglia che si viene a creare. Perché tutto è legato in un intreccio di moda, di tradizione, di speranze e di amore. Non esiste un testo simile al momento e avevo piacere di condividere con voi e con i vostri lettori il mio messaggio di divulgazione e di supporto al vincolo/sacramento del matrimonio. 

Il matrimonio cristiano è un legame sacro che unisce amore, fede e tradizione, e rappresenta un’opportunità di crescita e di testimonianza per entrambi gli sposi. Sicuramente la dimensione del matrimonio secondo l’ottica cristiana non è solo una ricerca di abiti belli e di fiori ma un vero sacramento – segno sensibile della grazia – che avviene in chiesa, che unisce la comunità tutta e che sancisce l’inizio di un nuovo nucleo familiare. I cristiani vivono la scelta del matrimonio come una delle modalità più radicali e profonde per vivere la stessa fede e la relazione con Gesù. L’abito racconta questa realtà di intenti e di affidamento a Gesù.

Nel mio libro c’è tanto della nostra cultura e della nostra storia e purtroppo non posso tacere anche le difficoltà della donna nel corso dei secoli. È spesso stata vittima di prepotenze e violenze. Mi fa piacere che nella Chiesa, attraverso Papa Francesco, stia maturando una sensibilità maggiore verso la donna e si stia prendendo coscienza della dignità e della ricchezza della presenza femminile in ambito ecclesiale, sociale e lavorativo.

Un percorso che si è manifestato sin dal Concilio Vaticano II. Come dimenticare le bellissime parole di Giovanni Paolo II sulla ricchezza che può dare una donna alla società tutta. Che nel 1995 nella sua Lettera alle donne scrisse: Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Sono molto felice che gli ultimi Papi abbiano esortato i mariti ad amare le loro mogli come Cristo ama la Chiesa, ricordando che il matrimonio è davvero un impegno molto serio. Hanno semplicemente ricordato quello che il Vangelo afferma da sempre. Ricordiamo spesso il versetto dove San Paolo in Efesini 5 raccomanda la moglie di essere sottomessa al marito ma quasi mai come il Vangelo continua, dove possiamo leggere appunto che gli sposi sono chiamati ad amare la moglie come Cristo cioè dando la vita. Ad entrambi è richiesto il dono totale di sé, semplicemente declinato in modo diverso.

L’amore chiede reciprocità e rispetto della donna. Senza questo non può esserci amore e di conseguenza un vero matrimonio. E tutto ciò si può leggere anche da come è cambiato l’abito nuziale e il rito stesso.

Inoltre, la Bibbia sottolinea l’importanza di rispettare il matrimonio e di vivere secondo principi cristiani. Ad esempio, in Ebrei 13,4, si afferma: Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. Questo ci ricorda che il matrimonio è prima di tutto un atto di fede e amore. E l’abito racconta esattamente questo. Perché l’abito della sposa nella tradizione italiana è bianco? Non dappertutto è così. Perché ricorda la vestina battesimale. Quando siamo stati rivestiti della purezza di Cristo lavati da ogni peccato, anche quello originale. La sposa indossando l’abito bianco trasmette il suo desiderio di vivere il matrimonio in modo puro ed autentico.

L’abito da sposa, non sempre in modo consapevole, esprime un desiderio del cuore della donna (e anche dell’uomo). Vuole dire: Voglio tornare ad avere questo sguardo, voglio essere rivestita di Dio, voglio essere bellissima per te. Il bianco è la trasfigurazione di Cristo. Vestirsi di bianco è voler mostrarsi al proprio sposo in una bellezza trasfigurata. Significa chiedere al proprio sposo di essere guardata, da quel giorno, non più con lo sguardo del mondo, ma con lo sguardo di Dio, guardarsi con la bellezza dei figli di Dio, una bellezza percepibile non a tutti, ma che è solo degli sposi e che rimarrà un tesoro da custodire e proteggere.

Nel mio libro celebro, allineandomi alla visione cattolica, l’amore tra un uomo e una donna, utilizzando immagini e metafore per esprimere la passione e l’intimità coniugale: sottolineo la bellezza dell’amore coniugale, che diventa fonte di ispirazione Papa Francesco esplora il valore del matrimonio cristiano affermando che il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Quando due persone celebrano il sacramento del matrimonio, Dio si “rispecchia” in loro, imprimendo i propri lineamenti e l’amore indelebile. 

Gli sposi hanno una missione ed è quella di essere testimoni dell’amore di Cristo. Il sacramento del matrimonio richiede coraggio e fede. È un atto di amore che va oltre sé stessi e la famiglia, testimoniando la forza dell’amore che supera i limiti come quello di Dio.

In sintesi, nel mio libro promuovo l’amore, il rispetto reciproco e l’unità nel matrimonio ed in ogni capitolo offro una prospettiva sulla relazione coniugale e su una scelta di vita che diventa vocazione e che attraverso di essa apre a una relazione più vera e profonda con Dio che è l’amore perfetto e la relazione piena.

Arianna Geronzi

La mia separazione? Un male che Dio può trasformare in bene

Lo scorso mese Ersilia (vicepresidente della Fraternità Sposi per Sempre) ed io, siamo andati a fare una testimonianza in un convegno per coppie sposate vicino a Roma e alla fine mi è stata rivolta questa domanda: Quando ti sei separato, non ti sei arrabbiato con Dio? Non hai visto questa cosa come una punizione da parte di Dio e anche dallo Stato che penalizza gli uomini nelle separazioni?

E’ una domanda interessante e riporto ora all’incirca quello che ho risposto e quello che non ho esposto per motivi di tempo. Quando una persona subisce un’ingiustizia o così la percepisce, è normale che nasca dentro di lui la rabbia e di conseguenza un sentimento di rivalsa o di vendetta: è quello che accade ad esempio quando a scuola prendiamo un voto basso rispetto al nostro impegno, oppure quando in ambito lavorativo, qualcuno prende un aumento di stipendio, non per merito, ma perché è diventato amico del capo. 

La vita è piena d’ingiustizie, di torti e di situazioni inferiori alle nostre attese: chi è un po’ grandicello come me, si ricorderà certamente del cartone animato Calimero, che ripeteva spesso È un’ingiustizia però! per la sua condizione di “piccolo e nero”.

Effettivamente, quando mia moglie se n’è andata, mi sono arrabbiato con Dio, perché, in base a quello che ritenevo di aver fatto, non lo meritavo, anche riguardo alla mia vita spirituale, come il catechismo in parrocchia che non ho mai lasciato. Le domande che mi facevo in continuazione erano due: Perché? e Che cosa ho fatto di male?

Solo con il tempo ho capito che sono domande inutili e senza senso, perché non possono avere, qui sulla terra, una risposta: le cose accadono per vari motivi, per la nostra fragilità fisica, per motivi naturali, per la nostra libertà che ci permette di fare del bene o del male e per errori umani.

Se avviene una frana e alcune persone muoiono, non è che è colpa di Dio che voleva punire qualcuno: certamente Dio sapeva che sarebbe avvenuta e avrebbe potuto evitarla, ma sulla prescienza di Dio hanno scritto biblioteche intere ed è completamente al di fuori dalla mia comprensione.

Di sicuro non è Dio che mi ha “mandato” la separazione, perché sicuramente avrebbe preferito che io in questo momento fossi insieme a mia moglie, anche solo per tutto il male che ha portato la separazione, verso i figli, i parenti, gli amici e tutti i conoscenti.

Venire a conoscenza poi, che a livello legale, sarei stato fortemente penalizzato per la casa, le figlie e i soldi, ha ulteriormente peggiorato le cose (questo contesto, purtroppo, è spesso anche alla base di tanti episodi di violenza).

Non nego che all’inizio è stato durissimo accettare la nuova situazione, si apriva un nuovo cammino della mia vita che io non volevo assolutamente percorrere e quindi, come un bambino bizzoso, battevo i piedi, mi lamentavo e piangevo. Avrei potuto certamente maledire Dio, bestemmiare e perdere quella poca fede che avevo, ma per grazia di Dio, così non è stato.

Conosco tante persone, alcune che scrivono anche qui sul blog che, per motivi vari, drammatici, come un lutto, la perdita di un figlio, un aborto spontaneo, una malattia, si sono trovate come me davanti a un bivio, ad un certo punto della loro vita e sono state in grado di trasformare una cosa brutta che li avrebbe potuti schiacciare, in qualcosa di positivo, di bene, di aiuto agli altri, di crescita umana e di fede.

Alla fine si tratta di una conversione: fino a quando non sei chiamato a scelte difficili, puoi dire tante belle parole, ma contano i fatti, non le chiacchiere! Io credo che il segreto del successo della nostra esistenza risieda sul come affrontiamo le sfide della vita e quello che ci capita, sia nel bene che nel male, che poi è quella fedeltà che gli sposi si promettono l’un l’altra e verso Dio.

Qualche volta mi capita di guardare indietro, dopo dieci anni e penso: Se non fosse successo niente, avrei conosciuto così tante persone? Avrei avuto così tanti amici? Avrei pregato di più? Avrei intrapreso un cammino costante di approfondimento del Sacramento del matrimonio? Avrei avuto un po’ di fede in più? Avrei approfondito la mia relazione con Gesù? Saprei affidarmi in questo modo? Sarei così proteso verso gli altri? Avrei cominciato a scrivere articoli, libri e fare testimonianze per aiutare chi si trova nella mia condizione? Sarei così in pace e sereno, nonostante la sofferenza?

Assolutamente no! Pertanto, mi trovo a riflettere che la separazione, che è un male, sempre, per me è stato un evento tragico, ma alla fine trasformato grazie a Dio in positivo, perché ha cambiato la direzione della mia vita, certamente verso un tratto in salita, ma in direzione di Dio!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Sacerdoti dell’amore: riflessioni sul Cantico dei Cantici (1 puntata)

Alcuni anni fa Luisa ed io abbiamo pubblicato un libro sul Cantico dei Cantici. Un libro che ci è piaciuto tantissimo scrivere perché la stesura del testo ci ha motivato a conoscere questo breve e bellissimo libro biblico. Abbiamo scoperto una profondità unica e una narrazione dell’amore umano che è attualissima anche oggi. Il libro non è più in stampa, visto l’elevato numero di pagine e il costo per produrlo. Abbiamo deciso quindi di pubblicare un capitolo ogni lunedì, perché è bello e perché non vogliamo disperdere un lavoro che ci è costato impegno, tempo e fatica, ma che ci ha dato molta soddisfazione.

Una meraviglia da recuperare

Potremmo azzardare una definizione della dimensione sacerdotale degli sposi: siamo sacerdoti dell’amore. Cerchiamo quindi di chiarirci le idee su cosa significhi amore e amare nella realtà cristiana. Sappiamo che questa parola è abusata e inflazionata e può acquisire significati molto soggettivi e diversi tra di loro. Per un cristiano non può essere così. Abbiamo visto come il gesto più alto di amore di Gesù, gesto sacerdotale, sia stato il suo dono totale sulla croce. Dono accolto dalla sua Chiesa, da ognuno di noi. L’amore è quindi: donarsi ed accogliersi reciproco di due persone, che determina un’unione profonda coinvolgente la totalità del loro essere, cioè cuore-anima-corpo, in modo diverso secondo la finalità del dono.1 Un coinvolgimento, però, che pur conservando sempre sia la dimensione del dono che quella dell’accoglienza, assume caratteristiche diverse a seconda del tipo di relazione di amore che si sta vivendo. Ovviamente un amore di amicizia è diverso da quello tra fidanzati, tra genitori e figli, tra sposi e così via. Sono diversi i gesti, le modalità e l’intensità. Questo è il significato oggettivo e naturale della parola amore. Tutte le diverse relazioni d’amore che possiamo intrecciare con altre persone mirano a rispondere al desiderio di socialità. Solo l’amore sponsale (nel quale inserisco anche la chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata) risponde al desiderio di sessualità. La sessualità è un desiderio che richiede un’unione totale, fedele, feconda e indissolubile con una persona complementare e diversa da noi.

Dio ci ha donato un libro dove ci insegna ad essere sacerdoti, si fa maestro dell’amore sponsale. È il Cantico dei Cantici. Ecco perché questo Libro della Bibbia sarà la base delle nostre riflessioni, una volta terminata questa introduzione. Dobbiamo farci provocare e interrogare dal testo. Noi siamo a livello di quanto descritto? Viviamo quel tipo di amore naturale, anche erotico e carnale, che è la base dell’amore soprannaturale e della Grazia del nostro sacramento?

Non dobbiamo avere la presunzione di essere troppo spirituali. Spesso scappare nella spiritualità, nella preghiera e nella trascendenza nasconde una incapacità di farsi dono nel corpo. Non si può costruire una casa dal tetto. Bisogna partire dalle fondamenta e poi si potrà arrivare anche al tetto. Se l’amore naturale è il concetto che ho espresso sopra, cosa sarà l’amore dei figli di Dio? L’amore dei battezzati e dei consacrati nel matrimonio? È l’amore naturale perfezionato, aumentato e plasmato dal fuoco consacratorio dello Spirito Santo.2

Se non abbiamo consolidato, compreso e vissuto l’amore naturale, non esiste la base per l’azione dello Spirito Santo nella nostra unione sponsale. Dio ci rende capaci di amare come la Trinità. Gli sposi sono icona della Trinità. Certo, non siamo che una pallida immagine finita e imperfetta della Trinità. Possiamo però assumere lo stile di Dio, se ci impegniamo e ci abbandoniamo a Lui e al suo progetto su di noi. Noi, come genere umano, siamo stati creati per amare così. Siamo creati ad immagine di Dio.

Il peccato originale ha distrutto questa armonia creata che da soli non possiamo recuperare, ma che con la Grazia del sacramento possiamo rivivere nella nostra relazione sponsale.3 Il Cantico dei Cantici esprime pienamente l’amore delle origini, di cui noi abbiamo nostalgia e che possiamo riconquistare con il matrimonio. Il Cantico dei Cantici, secondo alcuni esegeti, è la prosecuzione della Genesi. Ricordiamo che Adamo, davanti ad Eva, esclama: Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta (Genesi 2,23). Non sappiamo la risposta di Eva. La possiamo però trovare nel Cantico dei Cantici dove ritroviamo quella meraviglia e quello stupore di Adamo. Meraviglia e stupore recuperati.4 Adesso stiamo davvero entrando in concetti meno astratti e più concreti. Stiamo entrando nella bellezza della nostra realtà di sposi che si esprime in un modo di amare, in atteggiamenti e gesti, che diventano non solo gesti d’amore, ma gesti sacerdotali.

Antonio e Luisa

  1. Da L’amore sponsale vita vera di Dio e degli uomini, Padre Raimondo Bardelli, Elledici. ↩︎
  2. Dio aumenta e infiamma il nostro amore umano e naturale con la Sua Grazia. La Grazia santificante è un amore creato in tutto simile a quello di Dio, che lo Spirito Santo effonde nei cuori degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. (da L’amore sponsale vita vera di Dio e degli uomini, Padre Raimondo Bardelli, Elledici) ↩︎
  3. L’armonia nella quale essi erano posti, grazie alla giustizia originale, è distrutta; la padronanza delle facoltà spirituali dell’anima sul corpo è infranta; l’unione dell’uomo e della donna è sottoposta a tensioni; i loro rapporti saranno segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza all’asservimento. (CCC 400) ↩︎
  4. Ma Gesù, nella sua riflessione sul matrimonio, ci rimanda a un’altra pagina del Libro della Genesi, il capitolo 2, dove appare un mirabile ritratto della coppia con dettagli luminosi. Ne scegliamo solo due. Il primo è l’inquietudine dell’uomo che cerca «un aiuto che gli corrisponda» (vv. 18.20), capace di risolvere quella solitudine che lo disturba e che non è placata dalla vicinanza degli animali e di tutto il creato. L’espressione originale ebraica ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: «Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio» (2,16; 6,3). (Esortazione Apostolica Amoris Laetitia di Papa Francesco n. 12) ↩︎

L’intimità serve per conoscere profondamente (Seconda parte)

Riprendiamo il discorso interrotto nell’articolo di ieri. Abbiamo cercato di raccontare come l’intimità consenta una conoscenza profonda, come l’amplesso permetta agli sposi di fare esperienza di Trinità e di come l’amplesso sia manifestazione di un dono radicale di sè, come l’Eucarestia.

Un mistero.

Nell’amplesso non solo conosciamo meglio l’altro ma anche noi stessi. Uomo e donna sono differenti. Hanno sensibilità e modi differenti di vivere il sesso e la relazione tutta. Vivere l’intimità nel dono reciproco permette di aprirsi all’altro. L’eros è l’amore prorompente. È quella forza che ci spinge ad uscire da noi stessi per incontrare l’altro. La donna, secondo la Genesi, è stata creata prendendo dall’uomo. Il torace da cui viene prelevata la costola è la parte nobile dell’uomo, dove c’è il cuore. La donna viene creata con il meglio dell’uomo. Questo brano andrebbe letto in ebraico. Della donna si parla proprio come della costruzione di un edificio. Viene edificata. La donna è la casa dell’uomo. La sua protezione. Luogo dove viene custodito il cuore dell’uomo.

Per me è stato davvero così e lo è tuttora. Proprio la femminilità della mia sposa, il suo essere donna fino in fondo mi permette e mi dà forza e determinazione per dare il meglio di me. Accogliere la sua diversità è qualcosa di estremamente affascinante e meraviglioso. Qualcosa che mi porta a rispettare quel mistero così bello che è Luisa per me, che è la donna per l’uomo. So che finché il mio cuore appartiene a lei è al sicuro dall’egoismo che sempre mi tenta. Lei mi ha insegnato a fare l’amore in modo rispettoso. Mi ha spinto a cercare di comprendere sempre di più la sua sensibilità per essere sempre più capace di manifestare l’amore. Questo mi ha educato pian piano a spostare lo sguardo. Mi ha aiutato a combattere le ferite che mi spingevano ad usarla per riuscire finalmente a donarmi. Ed è bellissimo vivere la nostra intimità così. La capacità di connettersi fisicamente ed emotivamente offre la possibilità di esplorare nuovi livelli di comprensione di sé stessi e dell’altro, aprendo la strada a un’intimità ancora più profonda e significativa. Ora, dopo ventidue anni di matrimonio, è molto meglio che all’inizio, ma perché ci conosciamo meglio. Conosciamo meglio chi siamo e cosa desideriamo davvero.

L’intimità è generativa.

Ho sentito delle narrazioni davvero fantasiose. Alcuni sacerdoti sono arrivati ad affermare che la modalità che uomo e donna hanno per generare sia successiva al peccato originale. Che Dio aveva previsto altro. Mi verrebbe da chiedere a questi sacerdoti, di cui non faccio il nome per correttezza e carità, se anche pene e vagina sono spuntati fuori dopo il peccato originale. Non voglio polemizzare ma riportare queste affermazioni è utile per comprendere quanto spiritualismo ci sia ancora nella Chiesa e quanto il rapporto fisico sia ancora tollerato e non valorizzato all’interno della spiritualità cristiana. Don Carlo Rocchetta ha spiegato benissimo l’importanza del corpo nel sacramento del matrimonio. Nella misura in cui si amano (gli sposi), amano Dio, e viceversa. Il sì iniziale è un sì a diventare una sola carne a immagine dell’una caro Cristo-Chiesa, al punto da poter dire che l’essere dei due in una sola carne (Gen. 2,24) fa nascere l’esistenza di una nuova personalità mistica. Di qui la conseguenza: una sposa che diverte il corpo, cioè lo sottrae o tenta di sottrarlo alla piena donazione fisica al consorte, sia pure per un falso concetto di castità nuziale o che vorrebbe unirsi come un angelo senza corpo, viene meno alla perfezione della sintesi dell’attuazione nuziale in senso naturale. Gli sposi devono donarsi con tutta l’anima, tutto il cuore, con tutto il corpo, senza sottrazioni e limitazioni.

Il concepimento di un bambino è il dono del creatore più bello e concreto per la coppia che si ama, ma ogni rapporto intimo – vissuto nella verità del gesto e del dono totale senza barriere fisiche o chimiche – genera sempre vita-amore ed è indispensabile per crescere nella relazione e per preparare o mantenere vivo l’amore su cui poggia il sacramento. Essere aperti alla vita non significa cercare un bambino ogni volta che si fa l’amore, ma significa vivere l’intimità nel dono e nella comunione. Apertura alla vita va intesa non solo come una semplice apertura alla procreazione, ma come apertura all’amore stesso.  Il concepimento di un bambino avviene quindi attraverso un gesto sacramentale. Esso è quindi frutto meraviglioso del sacramento del matrimonio, perciò quando una coppia genera una nuova vita è Cristo stesso che, attraverso la collaborazione degli sposi, dona la vita a una nuova creatura. L’intimità degli sposi è come l’Eucarestia della famiglia e, come tale, gli sposi la devono vivere. In essa esercitano al massimo la dimensione sacerdotale del loro sacerdozio (il sacerdozio comune è dono battesimale per tutti i battezzati, da non confondere con il sacerdozio ordinato), estendendone gli effetti ai figli e a tutta l’umanità. Può essere questo gesto tollerato e facoltativo oppure è un gesto specifico del matrimonio scelto dal Creatore per concretizzare il matrimonio, per renderlo generativo e per donare anche il piacere sensibile agli sposi di sentirsi uno nel cuore attraverso il corpo? Basta il buon senso per capire!

Tiriamo le somme.

Capite come il rapporto sessuale sia molto di più di quello che racconta il mondo banalizzandolo. E come sia molto più importante di quello che credono e vogliono credere alcune persone che nascondono dietro una parvenza di spiritualismo solo le proprie paure e difficoltà ad aprirsi completamente all’altro.

Antonio e Luisa

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L’intimità serve per conoscere profondamente (Prima parte)

Se seguite il blog, sapete già che Luisa ed io trattiamo spesso il tema del sesso e dell’intimità nel matrimonio. A volte veniamo accusati di essere fissati. Se trattiamo questo ambito è principalmente perché è tra i più sottovalutati tra i cattolici e perché è proprio lì che si annidano tanti problemi.

No! Non possiamo vivere un matrimonio autentico senza vivere una intimità sana e vera. Poi certamente esistono fasi della vita dove forse non si può fare l’amore per tanti motivi, ma deve essere un sacrificio non poterlo fare e non una liberazione. Esistono poi stagioni della vita, anche solo per questioni di età, dove il sesso sarà più o meno presente, ma resta parte integrante del matrimonio. Proprio perché il matrimonio per sua natura è una relazione che chiede tutto di noi. Il corpo ne è parte fondamentale e irrinunciabile.

Quindi quando qualcuno ci scrive per contestare le nostre affermazioni e obietta che il matrimonio è soprattutto altro, a nostro avviso non ha compreso molto di questa unione che è così grande e profonda da essere elevata a sacramento. Non ha compreso molto neanche dell’incarnazione di Dio e di come siamo fatti. Vi diamo solo qualche spunto.

Conoscenza biblica

Il verbo conoscere è biblicamente accostato all’intimità fisica. Gianfranco Ravasi la spiega così:

Adamo conobbe (jada‘) Eva sua moglie, che concepì e partorì Caino… Giuseppe prese con sé la sua sposa e, senza che egli la conoscesse (ghinóskein), ella diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù». Abbiamo unito due passi biblici molto distanti tra loro: l’uno ha per protagonisti Adamo ed Eva (Genesi 4,1), e l’altro Giuseppe e Maria (Matteo 1,24-25). Ma entrambi i testi hanno al centro il verbo «conoscere», in ebraico e in greco, sempre con un’accezione per noi inattesa.

Nel nostro uso comune il verbo conoscere ha un significato strettamente intellettuale. Per conoscere devo osservare, leggere, elaborare e infine fare mio un concetto o un’idea. Anche conoscere una persona per noi significa semplicemente farci un’idea su come sia fatta da un punto di vista estetico e caratteriale. Ma sempre resta un esercizio del nostro intelletto. Per la Bibbia, il concetto di conoscenza va oltre l’ambito intellettuale e raggiunge una profondità spirituale e relazionale che trascende la mera comprensione razionale.

Conoscere, nel significato biblico, significa penetrare quella persona che è altro da noi a più livelli. Sicuramente intellettuale ma anche esperienziale, sensoriale, spirituale. Per questo il verbo conoscere è associato al sesso. Perché attraverso il sesso i due sposi fanno esperienza profonda di conoscenza. Questo tipo di conoscenza non riguarda soltanto il corpo, ma coinvolge anche le emozioni, i pensieri e lo spirito. È un’esperienza che permette di aprirsi completamente all’altro, di comprendere la sua essenza in modo completo e autentico. In questo senso, il sesso diventa un mezzo attraverso cui due persone possono connettersi in maniera profonda e spirituale, andando oltre la dimensione fisica e aprendosi a una intimità totale.

Dio è amore

L’intimità permette di entrare nel mood di Dio. Dio è amore. Dio è tre Persone distinte ma unite dall’Amore. Per questo l’immagine più somigliante di Dio non può essere una singola persona ma solo la coppia di sposi. Gli sposi fanno esperienza di Dio attraverso la loro unione. Fanno esperienza sensibile di Dio attraverso il loro corpo sessuato che, creato maschio e femmina, permette loro di entrare l’uno nell’altra e sentirsi distinti ma uniti in un’unica realtà che è l’amore. Essere una sola carne è un’esperienza meravigliosa di Dio. Due sposi che fanno l’amore bene sapranno che il momento in cui vivono il Cielo sulla Terra è esattamente il momento dopo l’amplesso, quando uniti e abbracciati sentono di avere tutto. Sentono di essere immersi in una pienezza che non è di questo mondo. Un istante di eternità.

Gesù è dono totale

Altra esperienza unica che possono fare due sposi attraverso l’intimità fisica è quella dell’Eucarestia. Certo non è la stessa cosa ma Eucarestia e intimità degli sposi si fondano entrambi sullo stesso dono totale. Gesù nell’ultima cena si è donato completamente in corpo e sangue ai suoi apostoli e al mondo intero. Dono e sacrificio vissuto durante la Passione e la morte in croce. Noi facciamo esperienza dello stesso dono l’uno per l’altra. Luisa si dona totalmente a me e io mi dono totalmente a lei. Gesù si fa mangiare per essere uno con i suoi “amici”. Ecco noi ci amiamo così tanto che desideriamo essere uno con l’altro e l’intimità ci permette di farne esperienza. Meraviglioso! Io mi commuovo pensando al dono che Luisa mi fa ogni volta che facciamo l’amore. Mi si consegna completamente. Sento di dovermi meritare un dono tanto grande cercando di non sprecarlo con il mio egoismo e con la lussuria che ancora mi tenta. E attraverso il suo dono comprendo qualcosa di più del dono di Cristo Eucarestia.

Domani la seconda parte dell’articolo. Non perdetela!

Antonio e Luisa

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Abbiamo bisogno di testimoni

Dopo diciassette anni di matrimonio è esplosa tra di noi una crisi dirompente, ci è scoppiata tra le mani mettendo in discussione tutta la nostra storia. Insieme alla crisi, sicuramente ispirati da buoni propositi, sono arrivati i consigli di quanti ci stavano intorno. Molti si sono sentiti in dovere di dire la loro, di esprimere giudizi e sentenze, di prendere le parti dell’uno o dell’altra e di dirci cosa avremmo dovuto fare. Parole, parole, parole che avevano il solo effetto di confondere ulteriormente i nostri poveri cuori così turbati ed in grado, al massimo, di tirare a campare avendo come orizzonte ultimo il giorno successivo.

Grazie a Dio o, meglio, per Grazia di Dio, Giovanni, invitato da una collega ad un incontro in parrocchia dove si parlava di Retrouvaille, si è imbattuto in una “strana coppia”, che senza troppi giri di parole, andando subito al sodo, ha raccontato ai presenti la propria storia matrimoniale di fallimento e rinascita. Avevano fallito, ma non si erano arresi e si erano rimessi in cammino attraverso il programma proposto dall’Associazione.

Due sconosciuti, che si erano messi a nudo, in modo diretto e brutalmente sincero davanti a Giovanni, indicandogli che c’era una possibilità reale di cambiamento, di ricostruzione di una relazione distrutta. In quel momento avevamo bisogno di testimoni e non di maestri che ci suggerissero cosa fare e soprattutto cosa non fare. Avevamo bisogno di poter guardare a qualcuno che con la sua vita ci dicesse che la croce poteva essere portata e che ci avrebbe aiutato a farlo.

Da allora quanti testimoni sulla nostra strada perché, quando apri gli occhi, ti rendi conto di quanto il Signore sia generoso con te! Testimoni alla pari poiché non ci sono coppie arrivate, ma ci sono solo coppie in cammino.

Ripensando al periodo drammatico vissuto ed agli incontri fatti, sorridiamo commossi. Quante volte ci siamo detti: “Se ce l’hanno fatta loro, perché non dovremmo farcela noi?”. Siamo certi che, se avessimo avuto davanti agli occhi solo esempi irraggiungibili, persone che ti fanno la teoria, ci saremmo sentiti scoraggiati e tristi e probabilmente ci saremmo arresi.

Invece la Chiesa ci si è fatta compagna attraverso volti e storie ben precisi… ci siamo sentiti amati ed è nato in noi il desiderio di provarci, di non buttare a mare tutto ed abbiamo maturato la decisione di perdonarci e di darci da fare per rendere bella ed amabile la nostra vita insieme.

Oggi, ancora più di allora, poter guardare agli amici che ogni giorno si impegnano nella loro relazione è per noi un grande aiuto e di fronte a questo ci sentiamo riconoscenti e benedetti.

Giovanni ed io, abbiamo bisogno di concretezza, di carne, di vedere con i nostri occhi, di confrontarci, di domandare aiuto a chi non ha nulla da nascondere, a chi non ha paura di mostrarsi fragile ed affaticato, a chi condivide con noi i suoi passi…insomma di stare con chi, non ha scelto di diventare un testimone, ma ai nostri occhi lo è diventato vivendo appieno la propria vita.

Silvia e Giovanni

Potete contattare Retrouvaille e conoscere le attività dell’associazione attraverso il sito

Un amore maturo e bambino insieme

Cosa è l’amore maturo? Perché è superiore alla passione e all’innamoramento? Sto studiando un po’ di psicologia e sto mettendo insieme i pezzi. Mi è venuto questo paragone che secondo me è molto intuitivo e di facile comprensione.

La psicologia ci insegna che noi abbiamo tre componenti nella nostra sfera più intima. Nell’analisi transazionale sono denominati stati dell’Io. Abbiamo tra questi la parte bambina. Il nostro bambino interiore è una parte che può essere positiva o negativa. Dipende se quello che esprime è congruente alla realtà che sto vivendo. È la nostra parte più creativa, primitiva, impulsiva, espressiva, giocosa, leggera che è presente in ogni persona. Dovrebbe esprimere la nostra parte più emotiva ed istintiva. I nostri bisogni di affetto, considerazione, di essere amati e di essere importanti per qualcuno. Tutti bisogni naturali, per chi come noi vive di relazioni. Però spesso quel bambino non è libero. Le esperienze infantili, sia positive che negative, plasmano il nostro bambino interiore e influenzano i modi in cui percepiamo il mondo e ci rapportiamo agli altri. Quando il bambino interiore è ferito, può manifestarsi attraverso comportamenti reattivi e difensivi in determinate situazioni, anche nell’età adulta. Quindi, sintetizzando, il nostro bambino interiore è la parte di noi più istintiva e meno razionale, più influenzata dalle nostre ferite e dalle nostre relazioni. Quindi difficilmente è libera. Non c’è nulla di sbagliato nell’ascoltare quel bambino. Dobbiamo ascoltarlo ma non farci dominare da esso. Mi spiego meglio.

Ecco mi sembra abbastanza logico e facile comprendere come l’innamoramento e la passione siano una condizione che riguarda il nostro stato bambino. L’innamoramento è un insieme di emozioni e sensazioni che parlano direttamente al nostro bambino interiore. Non è un caso che una persona innamorata abbia atteggiamenti un po’ infantili: vocine e nomignoli sono abbastanza comuni tra gli innamorati. Anche i dialoghi fatti di mi vuoi bene? Quanto mi ami? Sono arrabbiata non mi hai mandato la buonanotte. E cose così. E’ evidente come sia il bambino in noi a parlare. Il bambino che ha bisogno di considerazione, rassicurazione, di sentirsi bello e importante. Il bambino però, come ho già scritto, può essere ferito e quindi capriccioso, egocentrico, volubile, in cerca del mero piacere, disimpegnato, irresponsabile. E ripeto questo non significa essere cattivi ma essere feriti. Il problema nasce quando la relazione è vissuta solo a quel livello.

Un amore maturo non silenzia quel bambino ma non gli lascia l’ultima parola. Il nostro io bambino va ascoltato ma va anche educato ed accompagnato. È qui entra in gioco un secondo stato del nostro Io. Un amore maturo non è solo istintivo. Lascia spazio a un altro stato dell’Io che è l’adulto. La nostra parte adulta elabora e valuta la situazione cercando di riportarla alla realtà. All’oggi ed ora. La parte adulta inserisce in un determinato contesto e condizione presente tutta la parte più razionale fatta dei valori e delle scelte fondanti della nostra vita. È questa parte adulta che ci permette di restare nel matrimonio, è questa parte che discrimina una fede profonda da una superficiale. È in questa parte che possiamo trovare il senso della nostra vita fatto di scelte definitive e radicali. Scelgo di stare con mia moglie anche quando il bambino in me mi spinge verso altro. Perché so che il mio bene è stare con lei.

Faccio un esempio concreto. Mi è successo che un amico mi confidasse di essere invaghito di una collega. Come tra loro ci fosse una simpatia reciproca. Era già sposato. La sua parte bambina lo spingeva a stare con lei. C’erano tutte le componenti. E guardate che non c’è nulla di male in questo. Il suo bambino stava esprimendo un suo bisogno. Ma era congruente questo bisogno con la realtà che stava vivendo? Ragionevolmente no! Ho cercato di far ragionare questo amico senza sensi di colpa. Se avesse seguito il bambino, non so come sarebbe finita, ma sicuramente si sarebbe comportato in modo egocentrico, superficiale ed impulsivo. Ho aiutato il mio amico a mettere in relazione il suo bambino interiore con la sua parte adulta che ha letto quelle sensazioni alla luce dei suoi valori e della sua fede. E ci è arrivato da solo a una scelta. Ha preso la decisione di non uscire più con quella collega. Mi ha ringraziato perché ha compreso come il suo posto fosse accanto alla moglie e come lui volesse stare accanto a lei. Ha scelto di amare la moglie in modo maturo. Ci sono problemi tra loro? Si impegnerà a risolverli ma standole accanto. Come? Non dovrebbe silenziare i bisogni espressi dal suo bambino ma dovrebbe contestualizzarli in modo adulto. Sente il bisogno di fare qualche pazzia, di sentirsi vivo, di emozioni e sensazioni che sente mancare nel matrimonio? Che renda la moglie la sua amante. Che prendano e partano per un weekend insieme dove riscoprire un po’ di romanticismo e passione. Dove fare l’amore bene, dove esprimersi l’amore. È congruente questo con la sua relatà? Assolutamente si! Il suo bambino interiore ha manifestato un bisogno, la sua parte adulta lo aiuterà a trovare il modo di soddisfarlo nel modo giusto, conforme alle sue scelte di vita. Solo così si può essere felici.

Quanti si rovinano invece perché trasformano il bambino interiore in un dittatore. E poi si soffre. Si fa soffrire. Viviamo in una società che mette l’emozione e l’individualismo al primo posto. Vuol dire vivere male e far vivere male gli altri. Perché ci facciamo guidare dalla parte più ferita e meno matura di noi. Quel bambino va amato e ascoltato ma va accompagnato. Ha bisogno della nostra parte adulta o si perderà e non starà comunque bene. E non bisogna neanche zittire quel bambino altrimenti tutto sarà dovere e perderemo ogni gioia nella relazione. Il nostro matrimonio diventerà un peso dove adattarci a situazioni che non ci piacciono e allora sì che cercheremo al di fuori quello che non abbiamo più nel matrimonio. Magari con un amante dove finalmente possiamo dare voce al nostro bambino.

Quando sentiamo dire che l’amore cristiano non è sentimento ma è scelta si intende proprio questo. Elevare l’amore a un livello più alto. Non ricordo chi l’ha detto ma c’è un’affermazione che ritengo molto vera. Non è l’amore che custodisce un matrimonio ma è il matrimonio che custodisce l’amore.

Antonio e Luisa

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Spogliarsi è vera libertà?

Elodie, nota cantante tra le più popolari del momento, sta portando avanti una sua personale battaglia. Questo a suo dire. Per cosa? Per l’emancipazione della donna, per la libertà di espressione. Sembra magnifico. Ma cosa propone? Lo dice lei stessa in un’intervista: La gente ancora si indigna perché mi spoglio. E allora io mi spoglio di più. 

Il problema è che poi molte ragazze pensano che sia quella la strada per essere donne indipendenti, apprezzate e libere. Tante influencer sono passate dal mostrarsi su Instagram non molto vestite a proporre contenuti molto più espliciti su Onlyfans. Tutto questo con il solito neologismo che cerca di cambiare la realtà. Non sono prostitute ma sexworker o content creator. Suona molto meglio così! Fa più imprenditrice e donna in carriera ma la sostanza non cambia. Voi penserete che io stia esagerando. Che si tratti di una mia personale opinione forse esagerata. Veniamo quindi a un’indagine che può dare dei dati oggettivi.

Il 15% delle adolescenti e il 10% degli adolescenti ammette di aver postato sui propri profili social, almeno una volta, proprie foto o video dal contenuto sessualmente provocante. E la percentuale, se ci spostiamo nella fascia 17-19 anni arriva al 18%. Cioè praticamente 1 su 5. Questi i risultati dell’indagine annuale espletata dal Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, in collaborazione con Corriere Salute, su un campione nazionale rappresentativo di 3427 studenti tra i 13 e i 19 anni.

Tutto questo è vera libertà?

Inutile dire che frequentando Instagram per “lavoro” mi succede di imbattermi in gallerie fotografiche di ragazze anche molto giovani che sono al limite del porno. Pose provocanti ed ammiccanti e coperte il minimo per non incorrere nella censura del social media. Quando scorrendo mi succede di imbattermi in foto così, mi impongo di non soffermarmi, e ammetto che mi costa fatica, perchè sono immagini che non mi fanno bene e anche perché non vorrei indurre l’algoritmo a ripropormele in futuro (l’algoritmo di un social media funziona così: ricorda quello che guardi e quei post con cui interagisci per proportene di simili). Purtroppo tanti giovani non hanno la consapevolezza di un adulto che ha fatto un certo percorso come posso essere io. Quindi molte ragazze sono seguite da centinaia di migliaia di follower, qualcuna ne ha addirittura milioni, e non sono seguite certamente per i loro discorsi interessanti e culturalmente elevati. Sono seguite per quello che mostrano. Io credo, senza essere ipocrita, che, se da ragazzo avessi avuto i social, avrei fatto altrettanto. Serve una consapevolezza che solo un cammino personale ti può dare. Sono immagini che solleticano le nostre pulsioni ed è difficile chiudere gli occhi.

Ma è vera libertà tutto questo? È libera una donna, più o meno giovane, che deve mostrarsi nelle proprie parti più intime e sessualmente provocanti per ottenere popolarità e gradimento? Non è piuttosto libera quella donna che decide a chi mostrarsi senza veli, che decide di farlo solo con chi merita quel dono di sè così grande? Che non significa mettersi il burqa, ma significa essere una donna gelosa del proprio corpo e del proprio valore, che non si svende. Instagram – come anche tiktok – è diventato una vetrina. Le vetrine di solito contengono della merce. Ed è così che queste ragazze sono guardate. Ed è così che si genera il cortocircuito. Ragazze che pensano che in questo modo possono dominare gli uomini ma in realtà diventano semplicemente merce che si può acquistare. C’è qualcosa di più maschilista e svilente di questo?

Certo, per le più seguite questa scelta è diventata un modo per fare soldi ma per tantissime ragazze “normali” è solo un modo, se andiamo a scavare nell’intimo della persona, per dire: guardami, esisto anche io, dimmi che sono bella! Perché io non ne sono così sicura. E ogni like è una piccola conferma, una piccola monetina data alla mendicante che non ha nulla.

Una donna libera è colei che non è povera, ma è rivestita della consapevolezza del proprio valore. Che non ha bisogno di queste conferme effimere e false. Perchè chi di solito mette il like non vede una bella donna, una donna che vale, ma riduce quella donna meravigliosamente bella – tutte le persone lo sono – a un pezzo di carne, vede un seno prosperoso o un sedere sodo. E su quello fantastica con pensieri non proprio puri. La trasforma – è importante ripeterlo – in un pezzo di carne. E basta!

La libertà è lasciarsi guardare da chi merita quel dono

 Tutto cambia quando la relazione diviene profonda, stabile e caratterizzata da un amore gratuito. In quel caso lo sguardo si arricchisce di tutta la relazione fatta di dono reciproco e, in un certo senso, si redime. Il sacramento del matrimonio redime il nostro amore sicuramente per l’azione dello Spirito Santo ma non solo. Il matrimonio anche solo su un piano strettamente umano racconta un amore di un livello superiore. Perchè solo quando si riesce ad entrare in relazione, che col tempo diventa comunione, si riesce a vedere nel nell’amato o nell’amata una bellezza più profonda. Una bellezza di cui desideriamo fare parte e non dominare. Allora e solo allora avremo la capacità di uno sguardo puro. E si desidera essere uno nell’altro per godere di quella comunione che è il piacere più grande ed autentico della sessualità.

Per questo una donna libera – ma vale anche per l’uomo – è colei che, consapevole della debolezza e delle pulsioni umane e consapevole del proprio valore, non svende il proprio corpo a sguardi di persone che lo cosificano o lo riducono a un mero strumento sessuale, ma dona sè stessa solo a chi vede in quel corpo la parte visibile di una bellezza molto più completa, una bellezza che contempla tutta la persona e che ne fa il centro di un amore sempre più profondo ed autentico.

Antonio e Luisa

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Come gli Sposi Sono Profeti del Regno di Dio: Riflessioni dal Convegno Teologico Pastorale

Il 30 giugno scorso si è concluso il 13° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Matrimonio e Regno di Cristo: la dimensione profetica degli sposi” (La famiglia cristiana proclama ad alta voce allo stesso tempo le virtù presenti del regno di Dio e la speranza della vita beata” – LG 35). 

È stato un convegno molto bello, per vari motivi: innanzitutto essere insieme a 380 persone (bambini/ragazzi esclusi) che credono nel Sacramento del matrimonio e vogliono crescere nell’amore, è sempre un momento particolare e arricchente; ho avuto anche il privilegio di conoscere fisicamente diverse persone e coppie con cui avevo parlato o collaborato per varie iniziative, mi ha fatto molto piacere.

Mi ha colpito la presenza di una trentina di sacerdoti e di alcune consacrate che evidentemente hanno compreso la centralità della famiglia nell’evangelizzazione e la sua importanza per il futuro della società, della chiesa e del mondo intero.

È un aspetto molto importante, perché veniamo da un periodo storico in cui, i profeti sono stati identificati con i personaggi del vecchio testamento, ad esempio Isaia o Elia che parlavano al popolo, oppure al massimo i sacerdoti/consacrati sono stati visti come gli unici che con la loro presenza ricordano che esiste un’altra vita: così gli sposi sono finiti a collaborare con i preti, magari svolgendo compiti o ruoli nella parrocchia, come il catechismo dei bambini o l’animazione della liturgia/messa domenicale.

I coniugi non sono quasi mai stati visti come un segno profetico in quanto sposi e le conseguenze sono evidenti: se domandi a qualcuno chi è la Chiesa, ti risponderanno che sono i sacerdoti, i vescovi e il papa. Abbiamo delegato tutto ai preti: se le chiese sono vuote, ci deve pensare lui a invitare le persone, se ci sono problemi fra le coppie, i problemi li deve risolvere lui e dell’evangelizzazione se ne deve occupare lui.

Ci ha fatto anche comodo qualche volta non essere protagonisti della missione e rimanere chiusi nella nostra “comfort zone”, un impegno in meno e tempo guadagnato, ma ci sono posti dove solo gli sposi possono arrivare e non il sacerdote: dove lavoriamo, ci siamo solo noi, quando camminiamo in giro o andiamo a fare la spesa, siamo solo noi che possiamo creare relazioni, trasmettere la bellezza e seminare la fede. Per gli sposi qualsiasi luogo è idoneo per mostrare “qualcosa” di Dio.

Dai contenuti del convegno è risultato ben evidente che, gli sposi sono profeti del regno di Dio perché rendono visibile, attraverso la quotidianità, come Dio ama: sono tabernacoli ambulanti, presenza tangibile di Gesù, nonostante le fragilità, i litigi e tutte le mancanze e imperfezioni che si portano dietro. Non dobbiamo pensare che ci siano coppie di un certo livello in cui sembra tutto perfetto e che non abbiano anche loro difficoltà, alti e bassi e problemi da risolvere: è una visione fuori dalla realtà e non corrispondente alla nostra condizione umana; infatti, le coppie che hanno il coraggio di aprirsi con altre scoprono spesso che condividono le stesse problematiche.

Profeta è chi parla/testimonia a nome di Qualcun Altro, ma al contrario del sacerdote, non è necessario fare omelie o trattati teologici, basta mostrare l’amore, quello vero, quello che ci ha insegnato Gesù: un amore fatto di tenerezza, ma anche di perdono, di sacrificio, di pazienza e anche di sofferenza, a volte.

Tutti si lamentano della mancanza di vocazioni, ma se nessuno in famiglia fa toccare con mano questo tipo di amore, come possiamo pretendere che qualcuno s’innamori dello Sposo e decida di dedicargli la vita?

Le nozze sono segno delle nozze che Gesù vuole fare con ogni singola persona e con tutta la comunità: quindi gli sposi sono profeti e costruttori del regno di Dio che già ora, su questa terra comincia a crescere e che vedremo compiuto un giorno in cielo. Ovviamente i coniugi sono un segno imperfetto, ma questo non ne diminuisce l’importanza.

Non posso non fare un richiamo alle persone separate che, nonostante il fallimento umano, rimangono fedeli al Sacramento: la profezia, in questo caso, passa attraverso una testimonianza gioiosa, ma anche ferita, perché richiama Gesù fedele, nonostante i nostri tradimenti, abbandoni e tutte le cavolate che possiamo fare; mostrano il volto dello Sposo lasciato solo, il non amato e sottolineano che il Sacramento non è un francobollo, ma corpo dato per amore.

Il prossimo anno il convegno di Mistero Grande sarà dedicato al secondo regalo che gli sposi ricevono il giorno delle nozze, quello sacerdotale, mentre nel 2026 verrà affrontato l’ultimo dono, quello regale.

I tre doni (profetico, sacerdotale, regale) implicano anche una grande responsabilità e impegno; infatti, al convegno è stata detta questa frase che mi è rimasta impressa: con ciò che sai, insegni, con ciò che sei, incidi, proprio a sottolineare che gli sposi riescono a mostrare Dio in proporzione a come si amano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Misericordia io voglio e non sacrifici

Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13)

Mi soffermo su questo versetto perché fa tutta la differenza del mondo in un matrimonio. Cosa significa questa affermazione? Sicuramente ci viene chiesto di non vivere una religiosità di facciata, fatta di riti e di celebrazioni che restano in superficie senza toccare il cuore. Infatti Gesù la rivolge ai farisei e riprende un brano di Osea che a sua volta si rivolgeva agli israeliti accusandoli, per l’appunto, di innalzare a Dio preghiere ipocrite e vuote. E fino qui nulla di nuovo, chissà quante volte l’avete sentita questa spiegazione.

Io vorrei dare un senso diverso. No in realtà il senso è lo stesso ma declinato in modo più concreto con un significato più umano/antropologico. Perché come tutte le richieste di Dio non servono a Lui ma a noi. Partiamo dalla nostra vita di tutti i giorni. Cosa significa avere misericordia e non semplicemente sacrificarci l’uno per l’altra? Cerchiamo di leggere questo versetto in chiave sponsale.

Un significato sbagliato.

La parola sacrificio ha assunto nel tempo un significato negativo. È spesso associata alla fatica, all’impegno, alle difficoltà. È vista come un peso. Il sacrificio più grande a cui possiamo pensare è senza dubbio quello di Cristo sulla croce. Un amore che non ha nulla di sentimentale. Un amore che non è fatto di sensazioni ed emozioni ma è fatto di una scelta portata avanti in modo radicale fino alla fine. Gesù è morto per sacrificarsi per noi che lo abbiamo tradito mille volte e più. Too much! Cosa c’è di bello e desiderabile in questo? All’apparenza nulla. E fortunatamente noi non siamo chiamati a una scelta così radicale. Dobbiamo però dare alla parola sacrificio il giusto significato.

Sacrificio è amare da Dio.

Noi sposi non siamo chiamati ad accettare tutto come un peso che ci siamo presi il giorno delle nozze. Chi è quel pazzo che si sposerebbe con questi presupposti? Noi siamo chiamati ad altro. Trsformiamo il significato negativo della croce in quello positivo. Gesù donandosi per amore ha salvato e redento il mondo. Ha salvato ognuno di noi. E’ questa la forza della croce, del sacrificio. Che qui assume un significato nuovo. Anzi riprende il suo vero significato. Infatti sacrificio viene dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”. Rendere di Dio. Nel matrimonio consegniamo noi stessi, la nostra vita e la nostra relazione a Dio. Detto così è tutta un’altra cosa. Detto così mi fa venir voglia di sposarmi.

Il sacrificio diventa misericordia

Ogni qualvolta riconosciamo questa realtà e rendiamo sacro il nostro amore attraverso gesti d’amore, di servizio, di accoglienza e di tenerezza l’uno verso l’altra, stiamo facendo un sacrificio. Non servono spesso grandi gesti. È vero che a volte ci vengono richiesti, ma non a tutti. Dio chiede però a tutti di amarlo nell’altro. Gesti semplici, concreti, ordinari di una vita insieme. Io stesso, spesso, sono “stressato” dagli impegni che la famiglia mi richiede. Mi innervosisco e mi agito. A volte ho voglia di mandare tutti a quel paese. Ma poi, basta poco: un pensiero. Penso a quello che sto scrivendo in queste righe. Penso alla mia sposa, alla mia famiglia e a Dio. Penso che mi viene chiesto di amarli nel servizio. Di amarli concretamente in servizi, che mi pesa fare, ma che sono importanti per prendermi cura e servire l’amore e la mia famiglia. Così diventa tutto più leggero. C’è un’altra consapevolezza. C’è gioia, senso e pace. E’ così, che pulire casa, fare una carezza o un sorriso a mia moglie, cambiare un pannolino, fare la spesa, fare il tassista, e tantissimi altri gesti che ognuno di noi compie ogni giorno, diventano tutti gesti sacri, gesti per Dio e di Dio. Ed ecco che il sacrificio diventa misericordia,

Il sacrificio vero è la misericordia

La lingua originale della Bibbia traduce il termine che per noi significa misericordia in modo completamente diverso. L’ho scoperto leggendo una riflessione di Robert Cheaib. In ebraico misericordioso si traduce con rahum. Rahum che deriva da rehem. Rehem è il grembo della donna. È l’utero. Quando viviamo davvero un amore di sacrificio diventiamo generativi. Siamo capaci di generare nostro marito e nostra moglie. Sappiamo accoglierci per quello che siamo, sappiamo vedere nell’altro la persona che può diventare, sappiamo scorgere la sua bellezza. Sappiamo guardarlo con gli occhi di Dio. Questo sguardo accogliente lo genera di nuovo, lo aiuta a diventare un vero uomo o la aiuta a diventare pienamente donna.

Conclusioni

Jovanotti in una sua canzone esprime benissimo questo concetto. Non so quanto consapevolmente, ma forse, qualcosa sull’amore lo ha capito da solo facendone esperienza. Nella canzone A te dice: A te che riesci a render la fatica un immenso piacere. È esattamente così. La fatica diventa bella e piena di significato, perchè diventa modo per vivere la nostra vocazione, per esercitare il nostro sacerdozio. Anche fare l’amore che è il gesto più sensibile e passionale tra due sposi assume un significato di vero sacrificio, inteso come lo abbiamo spiegato. Saremo capaci di fare l’amore da Dio, saremo cioè capaci di vivere quel gesto come gesto sacro che celebra e manifesta la nostra sponsalità. Un gesto che si arricchisce di tutti i gesti di cura e di servizio che ci siamo donati nella quotidianità. Gesti sacri che si riversano nel nostro gesto liturgico: l’amplesso. Molti sposi, dopo alcuni anni, vivono la sessualità come un peso, come un sacrificio o come un’assenza. Perché non si è dato il giusto significato. Trasformatelo in vero sacrificio e vedrete che passeranno anche i mal di testa serali.

Antonio e Luisa

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Scuola nuziale: una proposta unica!

A settembre partirà una vera scuola nuziale. Avrà la durata di circa sei mesi. Diciotto incontri online si terranno due mercoledì sera al mese, con cadenza quindicinale. È un’idea che avevo nel cuore da anni, un progetto che finalmente prende forma per offrire un sostegno concreto alle coppie di sposi o a quelle che stanno per sposarsi. Ora si sono verificate tutte le condizioni per poter rendere concreto il mio progetto. Un corso aperto a tutti coloro che desiderano approfondire il matrimonio sacramento. È aperto ai single, ai fidanzati, a chi è sposato sacramentalmente o civilmente, ai conviventi, ai separati, ma anche a sacerdoti, religiosi e religiose.

LA GENESI DI UN’IDEA

Papa Francesco ha più volte espresso la sua preoccupazione per le modalità con le quali i fidanzati sono accompagnati al matrimonio (corsi fidanzati) e per la mancanza di un percorso finalizzato a sostenere gli sposi durante i primi anni di matrimonio. Come non condividere questa preoccupazione del Santo Padre? Anche padre Luca Frontali – amico e parte fondamentale di questa scuola – sente le stesse preoccupazioni. Ho avuto modo più di una volta di affrontare questi temi con lui e pochi mesi fa gli ho proposto la mia idea. Idea che ora vi espongo.

UNA RICCA TRAMA DA TESSERE

Ormai curo questo blog da otto anni. Questo mi ha permesso nel tempo di entrare in contatto con tantissime persone che si dedicano all’evangelizzazione e in particolare all’accompagnamento delle coppie di fidanzati e di sposi. Ognuna di queste persone si occupa in modo molto efficace e spesso professionale di un aspetto specifico della relazione sponsale. Ognuno di loro propone già seminari o ha scritto libri. Ho pensato di fare da gancio per unire tutte queste grandi ricchezze ma che sono ricchezze parziali. Ho pensato di ideare un percorso per coppie che affrontasse tutti gli ambiti della relazione sponsale affidando ogni argomento a quelle persone che reputo le migliori in circolazione (almeno tra quelle che conosco io).

UN’ORGANIZZAZIONE CONDIVISA

Tutte le persone coinvolte mi hanno dato piena disponibilità. Ci saranno, per citarne alcune, Tommaso Lodi e Giulia Cavicchi, Claudia Viola e Roberto Reis, Simona Arcidiacono e Andrea Marcellino, Livia Carandente e Silvio Di Falco, Nicoletta Musso e Davide Oreglia, Cristina Righi e Giorgio Epicoco e tanti altri. Ci saranno associazioni come PuridiCuore, Retrouvaille, Intercomunione, Mistero Grande, Sposi per Sempre e INER. Ci saranno medici, sacerdoti, psicoterapeuti. Credo davvero una proposta di una ricchezza unica in Italia. E poi sarà un percorso condiviso con Mistero Grande. Padre Luca ha sottoposto questa idea a don Renzo Bonetti che ne è rimasto entusiasta e ha scelto di partecipare in prima persona. Sarà anche lui tra i relatori.

UN PERCORSO DI RISCOPERTA

Quello che abbiamo ideato vuole essere un percorso di scoperta o di riscoperta della grandezza e della bellezza del matrimonio cristiano. Un percorso che non escluda nessun aspetto della vita matrimoniale. Noi abbiamo una ricchezza di grazia enorme. Dobbiamo però conoscere il nostro sacramento. Ma non basta ancora. Dobbiamo conoscere il nostro corpo, la nostra sessualità, la nostra psiche, le nostre ferite, le nostre risorse naturali e spirituali. Solo così potremo affrontare il matrimonio nella giusta prospettiva e riconoscerne il valore anche in mezzo alle difficoltà. Vi aspettiamo! Per ogni dubbio siamo a disposizione.

Scarica la locandina o la brochure. Per iscrizioni clicca qui

Antonio e Luisa

Le vacanze non sono una fuga dalla quotidianità

Santificare le feste. Estendiamo questo concetto alle vacanze. In Esodo troviamo scritto “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo. Sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro, ma il settimo giorno è sabato in onore del Signore, tuo Dio. Non farai alcun lavoro: tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo servo e la tua serva, il tuo bestiame, il forestiero che sta dentro le tue porte. Perché in sei giorni il Signore fece il cielo, la terra e il mare, e tutto quello che è in essi, ma il settimo giorno si riposò. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato santo

Cosa vuole dirci la Parola? Che abbiamo un Dio geloso e che pretende che un giorno a settimana sia dedicato solo a Lui? Gli ebrei l’avevano intesa esattamente così! Tanto che Gesù ha dovuto chiarire che Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato (Mc 2,27).

Proprio così! Dio ci chiede di fermarci un giorno perché ne abbiamo bisogno noi e non Lui. Questo vale per il sabato ma vale anche per le nostre vacanze familiari. Ci rivolgiamo a tutte le coppie ma ancor di più a quelle che hanno bambini piccoli perché sappiamo lo scoraggiamento che a volte può appensantire i cuori. Noi ci siamo passati. Ormai abbiamo figli grandi ma ricordiamo ancora bene quando erano quattro piccoli in fila dai 6 ai pochi mesi. Un delirio.

Aspettavamo le vacanze con impazienza, pianificando ogni dettaglio per assicurarci di riuscire a rilassarci appieno. Dopo mesi di lavoro e dedizione alla cura della famiglia, sentivamo di meritare quel periodo di meritato riposo. Tuttavia, le aspettative troppo alte si trasformarono in delusione quando ci rendemmo conto che il cambiamento di ambiente e di routine non portava il beneficio sperato. I nostri figli, privi della solita routine e regolarità, diventavano sempre più irrequieti e difficili da gestire, generando tensioni e conflitti tra noi genitori. Invece di goderci quelle settimane di vacanza spensierata, ci ritrovavamo spesso a fronteggiare situazioni stressanti e a dover fare i conti con le nostre reazioni nervose e le litigate che ne derivavano. La realtà delle vacanze non corrispondeva affatto alle nostre aspettative, lasciandoci delusi e stanchi.

Qual è il fraintendimento? Le vacanze non sono il momento per scappare dalla fatica della famiglia ma il momento per contemplare la famiglia pur con tutte le fatiche che comporta. Usiamo le vacanze per riscoprirci belli! Belli come coppia e belli come famiglia!

Riappropriamoci della nostra bellezza, valorizzando ogni istante trascorso insieme, nutrendo la reciproca crescita e sostenendo la gioia di essere uniti. La bellezza della nostra famiglia non è solo il luogo della condivisione e dell’apertura all’altro, ma anche un rifugio di amore e comprensione. È naturale che ciò comporti fatica e, a volte, potenziali tensioni, ma è importante ricordare quanto sia preziosa la nostra unità familiare. In questi momenti frenetici della vita moderna, può accadere di perdere di vista la ricchezza intrinseca della nostra famiglia, lasciandoci sopraffare dagli impegni e dai doveri quotidiani. Tuttavia, è fondamentale riscoprire l’essenza del legame che ci unisce, riportando al centro dell’attenzione il valore della nostra relazione di coppia. Forse, tra le mille incombenze quotidiane, abbiamo trascurato la cura del legame con il nostro partner. È importante trovare il tempo per dialogare con sincerità, aprirsi reciprocamente e lasciare spazio ai sentimenti più profondi; concedersi momenti in cui dedicarsi l’un l’altro, perdersi negli sguardi, dolcemente accarezzarsi, abbracciarsi affettuosamente e soprattutto condividere momenti d’amore autentico. Talvolta, ci si lascia coinvolgere così tanto dalla vita frenetica che il lavoro e gli impegni quotidiani prendono il sopravvento, trasformandosi da mezzi di sostentamento della famiglia a fini esclusivi, a discapito della nostra relazione di coppia. Tuttavia, è importante trovare l’equilibrio e preservare il nucleo saldo della nostra unione, proteggendo la bellezza e la vitalità del legame familiare dall’assoggettamento alle richieste esterne.

Ricordate Marta e Maria le sorelle di Lazzaro? Ecco le vacanze servono a trovare del tempo per contemplare come Maria la presenza di Gesù nella nostra vita e nella nostra famiglia. Anche in mezzo al caos, ai litigi e allo stress. Solo così potremmo servire l’altro durante l’anno senza sentirlo come un peso insostenibile ma come il modo per costruire quel legame così profondo che è il matrimonio e che può aprire il nostro cuore alla bellezza infinita di Dio.

Antonio e Luisa

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Il vino buono viene dopo. Ma che ne sa il mondo!

Ho già scritto tanto delle Nozze di Cana. Non si finisce mai di imparare dal Vangelo. In questa stagione della mia vita con Luisa questo brano mi dice tanto. Per chi come noi è sposato da un po’ di anni, questo brano tocca alcune corde della relazione e della vita matrimoniale importanti e racconta tanto della promessa fatta il giorno delle nozze. Una promessa mantenuta. Fidatevi, datemi quello che avete e ne avrete il centuplo.

Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono

Vorrei soffermarmi in particolare su questo versetto che riporta l’esclamazione sorpresa del maestro di tavola. Il maestro di tavola rappresenta nell’esegesi il dottore della legge giudaica che non riconosce Gesù come Messia. Noi possiamo fare una piccola forzatura e identificare il maestro di tavola con un rappresentante della nostra società. Una società dove c’è sempre meno posto per Gesù e dove si fatica a comprendere la ricchezza di un matrimonio vissuto alla presenza di Gesù.

Il maestro di tavola esprime il pensiero comune di tanti dei nostri amici e parenti. L’amore è bello ma lo è finché dura. Soprattutto all’inizio quando la passione ci rende un po’ brilli. Quando siamo ubriachi di sentimenti e di emozioni. Dopo viene il vino cattivo, o quantomeno meno buono. Come a dire che dopo tanti anni la qualità della relazione cala, ci si accontenta un po’, bene che vada si resta insieme per abitudine e perché c’è dell’affetto ma non c’è può quella qualità dei primi tempi. Non è quello che credono tanti?

Invece noi sposi cristiani siamo chiamati a dire altro. Chi mette al centro della relazione Cristo non deve accontentarsi con il passare del tempo. Mettere al centro è una scelta molto concreta. Significa amarsi come ama Gesù. Significa donarsi ed accogliersi completamente in modo gratuito e incondizionato. Infatti, non tutti riescono. Perché per arrivare al vino buono c’è un passaggio fondamentale. Possiamo sempre leggere in questo brano del Vangelo: La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. 

Le giare sono vuote. Se non si riempiono – e questa fatica è solo nostra – non ci sarà vino buono da portare al maestro di tavola. Non ce ne sarà proprio. Ma come possiamo riempierle? Gesù non ci chiede sacrifici sterili ed inutili. Non ci chiede devozioni che sono solo formali o preghiere recitate senza cuore. Gesù ci chiede semplicemente di riamarlo. Di restituire parte del Suo amore a Lui tramite la persona che ci ha posto accanto. Riempiamo le giare di acqua con un abbraccio, con una carezza, facendo l’amore, con una parola di conforto o di apprezzamento, con un gesto tenero, con l’ascolto, con il perdono. E in tanti altri modi che solo voi conoscete. Ognuno di questi gesti è un bicchiere di acqua che riversiamo nelle giare. Ne servono tanti. Servono gesti quotidiani. Piccoli gesti come potete intuire. Che non richiedono grande impegno ma impegno continuo.

Solo così Gesù potrà trasformare la nostra acqua, il nostro impegno in un vino delizioso. Lo dico senza alcun dubbio. Tutto ora è più bello dell’inizio con Luisa. È più bello stare insieme, è più bello guardarci, è più bello ascoltarci, è più bello fare l’amore. Siamo più belli l’uno per l’altra. Ma questo non dipende solo da Gesù. Gesù vuole che un po’ di fatica la facciamo anche noi. Solo allora con impegno e con fede – ne hanno avuta tanta quei servi – potremo lasciare che Gesù faccia del nostro matrimonio una meraviglia. Tuttavia, è importante ricordare che la bellezza di un matrimonio non si limita solo ai momenti felici, ma anche alle sfide che si affrontano insieme e alla crescita che ne deriva. Ogni sacrificio e ogni gesto d’amore contribuiscono a tessere il legame coniugale, rendendolo sempre più forte e duraturo.

Auguri e buon lavoro. E’ ora di rimboccarsi le maniche e di riempire le giare!

Antonio e Luisa

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La donna libera è quella che si prende cura della propria ovulazione

Mai come nel nostro tempo la fertilità femminile è dipinta come un problema. La fertilità impedisce una vera parità di genere per quanto riguarda salari e lavoro. La fertilità è un problema quando funziona e anche quando non funziona. Quante donne ricorrono all’inseminazione e si sottopongono a terapie spesso pesanti. Viviamo in un mondo ostile alla fertilità. La fertilità è vista – in un senso o nell’altro – come un peso. Uomo e donna non saranno mai uguali in questo.  È la donna che soffre in modo più evidente di una separazione tra se stessa e il proprio corpo e la propria fertilità. Ed è incredibile che siano proprio le femministe a promuovere questa separazione nell’illusione di una maggior libertà ed emancipazione.  Ma deve essere così? Non è forse più corretto e buono avvicinarsi alla fertilità, nella sua complessità, apprezzandola e riconoscendo il valore del corpo della donna?

Il rispetto dovuto al corpo umano è ontologico, fa parte della verità che ci costituisce. Noi dobbiamo smettere di pensare che abbiamo un corpo da usare e possedere. Il corpo fa parte di noi, è parte della nostra persona e ciò che facciamo al nostro corpo lo stiamo facendo a noi stessi. In questo senso il rispetto per il corpo dovrebbe essere paritario, sia per gli uomini che per le donne.

Colpisce che culturalmente – a meno che non vi siano alterazioni o malattie – si presti poca attenzione alle funzioni svolte dal corpo della donna legate alla fertilità: ovulazione, gestazione e allattamento. L’importanza di queste tre funzioni risiede proprio nella prima: l’ovulazione.

L’ovulazione è processo femminile, che la maggior parte delle donne ignora. Sinceramente credo di conoscerlo meglio io di tante donne. L’ovulazione è qualcosa di meraviglioso e complesso che poggia su un equilibrio fisiologico e ormonale.  L’ovulazione è fondamentale per la salute di una donna, e lei non potrà mai essere veramente libera – né per quanto riguarda la sua salute né la sua sessualità – se ignora la centralità dell’ovulazione. Affidarsi ai soli contraccettivi impoverisce tutta la donna non solo per quanto concerne la capacità procreativa ma influisce anche sulla sua salute psicofisica. La parola “salute delle donne” è stata ridotta all’uso dei contraccettivi. Oggigiorno quando si parla di “salute della donna” sembra ci si riferisca all’eliminazione degli effetti dell’ovulazione. Anche per inibirli, come avviene con i contraccettivi ormonali.

Il paradosso si verifica nel fatto che l’ovulazione è l’unico modo in cui una donna può produrre gli ormoni femminili di cui il suo corpo ha bisogno, eppure è ciò che si cerca di inibire sinteticamente con la somministrazione dei contraccettivi ormonali. Così i contraccettivi sembrano essere entrati nel concetto di “salute”, venendo considerati addirittura come cura per le irregolarità del ciclo.

Questo tipo di approccio pone il corpo della donna in una visione miope e sbagliata. Considera infatti la salute come qualcosa di facoltativo, poiché la donna è indotta a credere di poter scegliere da sola se permettere al suo corpo di produrre ciò di cui ha bisogno: l’ovulazione. Nessun’altra funzione del corpo è considerata “facoltativa”, ma questa sì.

Alla fine, accade che le donne credono che avere il controllo del proprio corpo significhi scegliere se ovulare o meno. È vero il contrario. Riconoscere l’ovulazione come una parte essenziale del corpo di una donna permette di approcciarsi alla salute riproduttiva con una consapevolezza maggiore e con l’attenzione che un processo tanto bello e unico merita. Ad esempio, le irregolarità del ciclo verrebbero affrontate a partire dall’evento centrale dell’ovulazione, cercando trattamenti che portino alla produzione di un ciclo sano.

Una donna davvero libera ed emancipata non è quella che può decidere di annullare l’ovulazione, che ha il potere di cancellare parte di ciò che è. Una donna libera è colei che sa riconoscere il valore di sé stessa, del proprio corpo, e che sa prendersi cura di sé. Quindi sa prendersi cura anche della propria ovulazione e del proprio ciclo.

Questa analisi può essere estesa anche alla gestazione e all’allattamento; funzioni che sono spesso oggetto di controversie e di dibattito. Tutto ciò nasce da una ideologia che permea la nostra società, che dice di voler promuivere e difendere la donna ma che in realtà non fa che impoverirla e frammentarla. È necessario ritornare ad una visione complessiva, dove si assume il valore della persona nella sua integrità. In questa ricerca di valorizzare adeguatamente le donne, la comprensione del funzionamento del corpo può fornirci uno strumento chiave per la necessaria integralità, dove le donne possano riconoscersi e valorizzarsi con la ricchezza della loro femminilità.

Termino con un pensiero personale. Ma quanto sono belle le donne. Quanto è meravigliosa la mia sposa. È stato bello e faticoso scegliere i metodi naturali nel nostro rapporto. Faticoso perché a volte ho dovuto aspettare per unirmi a lei, ma nel contempo è stato meraviglioso perché, grazie a lei, ho fatto esperienza della bellezza incredibile della donna e del corpo femminile. Ho contemplato la sua femminilità che si manifesta anche attraverso la sua fertilità. Ed è stato importante conoscere e vivere la sua fertilità come un dono da governare insieme. Si vive davvero in modo più pieno e vero tutta la relazione e non solo l’intimità.

Antonio e Luisa

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Quante volte ho capito l’Eucarestia attraverso il tuo amore

Cara e amata Luisa, oggi è il 29 giugno. Sono passati 22 anni. Ventidue anni che sei diventata la donna. Già perché scegliendo te o conseguentemente escluso ogni altra. Almeno per quanto riguarda un rapporto tanto profondo e completo come il matrimonio. Sei mia moglie, la mia migliore amica, la mia amante, la madre dei miei figli. Tu sei la mia porta verso il mistero femminile. E più ti conosco e più comprendo come la donna sia davvero una creatura meravigliosa. Con te accade qualcosa di strano. Passa il tempo, il tuo corpo cambia, invecchia come invecchia il mio, ma sei sempre più bella, almeno ai miei occhi.

Non sono cieco, oggettivamente il tuo corpo non è quello di ventidue anni fa, ma anche la nostra relazione non lo è più, è cresciuta, è diventata sempre più profonda e libera. Tu sei la sola che mi conosce davvero e alla quale non ho paura di mostrare le mie debolezze perché so che in te posso rifugiarmi. Abbiamo passato più di ottomila giorni insieme. Ogni giorno abbiamo rinnovato il nostro sì. E io non mi sono ancora abituato. Non mi sono abituato alla tua dolcezza, al tuo essermi accanto in modo tenero, a volte paziente. Non mi sono abituato ai tuoi perdoni, alle tue carezze, a stare abbracciato con te. Non mi sono abituato all’intimità con te anche se l’abbiamo ripetuta mille e più volte. Ogni volta è bello perché rende concreto un amore vissuto quotidianamente. E non mi sono abituato neanche alla sensazione di gioia che mi pervade ogni volta che mi guardi negli occhi, è come se riscoprissi ogni volta un nuovo frammento di te che mi affascina e mi incanta.

Cara e amata Luisa, stamattina siamo andati a Messa per ringraziare Dio e per offrire a Lui il nostro amore. Nel momento in cui il sacerdote ha consacrato il pane e il vino e ha ripetuto le parole di Gesù Questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi, ho pensato a quante volte lo hai fatto tu con me. Quante volte hai offerto il tuo corpo, la tua tenerezza, i tuoi sguardi, la tua presenza. E questo è sacro. Il tuo è un vero sacrificio d’amore, come quello di Gesù. Attraverso il tuo amore ho davvero compreso cosa è l’Eucarestia. Quanto bella sia. Attraverso il tuo amore ho capito come mi ama Gesù. Per questo il tempo che passa non fa che renderti più bella.

Spero davvero di essere riuscito a restituirti almeno un po’ dell’amore che mi hai dato in questi anni e ringrazio Dio ogni giorno di avere accanto una donna come te.

Antonio per Luisa

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Il battesimo: un giorno da ricordare

Le date più importanti della mia vita, cioè quelle che ricordo particolarmente e che festeggio, sono tre: quella del compleanno, del battesimo e del giorno delle nozze.

Un po’ di anni fa, erano solo due, nemmeno conoscevo il giorno in cui i miei genitori avevano deciso di battezzarmi. Infatti, solo negli ultimi anni, ho compreso l’importanza del battesimo e di conseguenza, sono andato a ricercare i documenti e ho trovato così la data (per l’appunto la ricorrenza sarà domani, 27 giugno).

Noi siamo abituati ad aggiungere titoli di studio e competenze man mano che cresciamo; quindi, ad esempio la scuola ci conferisce, dopo le scuole elementari, il diploma di scuola media, poi quello delle superiori e a seguire la formazione prosegue con laurea, laurea specialistica e master.

Con il battesimo invece avviene esattamente il contrario, viene conferito subito il massimo livello che uno può raggiungere, cioè quello di figlio di Dio e tutto quello che viene fatto successivamente, può soltanto finalizzarlo per una missione specifica (come se venisse conferita una laurea in medicina e poi si dovesse scegliere la scuola di specializzazione per esercitare come cardiologo, neurologo, pediatra o altro).

D’altra parte, come sarebbe possibile diventare più di figli di Dio? (vorrebbe dire mettersi sopra Dio, cioè una cosa impossibile).

Così tutti i battezzati formano il popolo dei figli di Dio (una moltitudine di re, sacerdoti e profeti), tutti fratelli perché hanno un unico Padre; questo popolo però va servito, formato, aiutato, santificato e pertanto le due vocazioni principali, ordine e matrimonio, hanno proprio questa funzione, di mettersi a disposizione di tutta la comunità. Quindi una coppia che si sposa, non aggiunge niente al battesimo, va solo a specializzare la grazia ricevuta quel giorno e, se dovessimo rappresentarlo con un movimento, questo sarebbe in discesa (e non in salita, come si potrebbe erroneamente credere).

Ordine e matrimonio specificano il battesimo affinché il popolo riesca a vivere come popolo dei figli di Dio, testimoniando che Gesù è vivo e dando lode a Dio; tutti i sacramenti e i carismi servono per costruire la dignità del popolo.

Se ad esempio, per vari motivi, un matrimonio viene dichiarato nullo, cioè mai avvenuto, non è che a quella persona manca qualcosa per diventare santa, perché è sufficiente aver ricevuto il battesimo.

Allo stesso modo, chi è single e non è consacrato o sposato, ha già con il battesimo tutto quello di cui ha bisogno per vivere in pienezza la vita cristiana (ovviamente insieme agli altri sacramenti): il problema è che la ricchezza battesimale è spesso sconosciuta all’interno della Chiesa, forse anche per il fatto che, il sacramento del battessimo viene conferito da bambini e non da adulti, come avveniva nei tempi antichi.

Infatti, anche Gesù fu battezzato a circa trenta anni e nelle comunità cristiane era una scelta che veniva presa da adulti, dopo un periodo di preparazione rivolto appunto ai catecumeni che chiedevano di intraprendere questo cammino. Successivamente i genitori cristiani hanno pensato di chiedere il battesimo dei figli nati da poco per regalare loro la vita eterna, impegnandosi a educarli al cristianesimo (anche perché già dal parto ci possono essere complicazioni/malattie e battezzare il figlio significa scrivere il suo nome in cielo).

Non a caso la Cresima si chiama anche Confermazione, perché i ragazzi, in un’età in cui hanno la consapevolezza, confermano la scelta fatta dai genitori molti anni prima.  Per il battesimo il nostro corpo appartiene a Cristo, attraverso l’Eucarestia celebriamo questa unità con Cristo e nella confessione ci viene confermato che Dio non ci abbandonerà mai.

Queste cose che sto dicendo, forse per qualcuno possono sembrare banali, ma basta chiedere in giro e quasi tutti diranno che ad esempio un cardinale è superiore a un sacerdote o un consacrato ha qualcosa in più di una persona single.

Anche il Papa, che è a capo della Chiesa, viene chiamato “servus servorum Dei”, cioè servo dei servi di Dio, per sottolineare proprio il fatto che non è sopra, ma al servizio degli altri.

Non è pensabile procedere con la propria vocazione, se prima non si è compreso a fondo (o almeno approfondito) la potenza e la ricchezza del battesimo ricevuto.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Cari genitori, voi rinunciando … noi crederemo

Nel precedente articolo («Cari genitori, ascoltando … lotterete») abbiamo considerato “la preghiera di esorcismo e l’unzione sul petto” come un dono per il battezzato che, dalla prospettiva della chiesa domestica, diventa un compito nella virtù della giustizia. «Siate dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia» (Efesini 6,14).

Da ora in avanti rifletteremo sulla liturgia del sacramento che si compone dei seguenti momenti: preghiera e invocazione sull’acqua, rinuncia a satana, professione di fede, battesimo, unzione con il sacro crisma, consegna della veste bianca e del cero acceso, rito dell’effatà. In questo articolo ci soffermiamo sulla rinuncia e sulla professione di fede.

La chiesa domestica si impegna davanti la comunità parrocchiale a discernere le due vie come ci suggerisce il Salmo 1: «Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi, non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte. È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo: le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene. Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde; perciò non si alzeranno i malvagi nel giudizio né i peccatori nell’assemblea dei giusti, poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina».

Nella chiesa antica questo momento di rinuncia e di professione concludeva il cammino del catecumenato, il soggetto che rinunciava e professava era lo stesso battezzando. Qualche padre della chiesa (G. Crisostomo, C. Di Gerusalemme) descrive questo momento così: nella rinuncia rivolti ad occidente simbolo del luogo del diavolo, in ginocchio, senza calzari né vestiti ma con la tunica come gli schiavi, con le mani alzate in atteggiamento di preghiera e di arresa a Cristo; nella professione di fede invece rivolti ad oriente dove sorge il sole per esprimere l’attesa della venuta di Cristo. Oggi, per lo più bambini che ricevono il battesimo, è la chiesa domestica che rinuncia e professa. Non è la fede personale del battezzato ma quella della chiesa domestica ad impegnarsi.

Le tre rinunce nel loro complesso sono la dichiarazione di disponibilità a morire in un determinato modo di vivere per dare spazio alla modalità di risorgere. 

La prima rinuncia riguarda il peccato, per vivere nella libertà dei figli di Dio. È ancora frequente imbatterci nella convinzione che la legge di Dio sia una realtà limitante la libertà umana. Con la risposta affermativa a questa domanda, invece la chiesa domestica riconosce e lotta contro il peccato considerato la vera realtà schiavizzante la vita umana. Per cui rinunciare al peccato è rinunciare di camminare sulla via che ci porta in antagonismo a Dio. Questa rinuncia consente d’altro canto di vivere la professione della fede in Gesù Cristo, Giudice misericordioso, mediante il quale l’uom è trasformato nella condizione filiale. 

La seconda rinuncia riguarda le seduzioni del male, per non lasciarsi dominare dal peccato. In questa domanda si colloca ciò che anticamente erano chiamate le “pompe del diavolo”.  Con questo termine si indicava la fastosità che accompagnava le cerimonie sacre. Perciò, nella rinuncia si allude al culto degli idoli in tutte le diverse forme in uso nelle tradizioni pagane (atti di culto, spettacoli, processioni, onori pubblici, lusso). Tale culto distorce il rapporto con la gratuità, l’amore provvidenziale di Dio, preferendo l’illusione di poter controllare perfino il Mistero divino. Per cui, rinunciare alle seduzioni maligne è adoperarsi per vivere la professione della fede nella paternità di Dio.

La terza rinuncia riguarda satana, origine e causa di ogni peccato. Non si tratta di rinunciare alle espressioni specifiche dei possibili peccati, ma proprio all’origine e alla causa di ogni peccato. Rinunciare a questa origine diabolica significa accogliere la Rivelazione in Cristo e professare la fede nello Spirito Santo. D’altronde Gesù nel Vangelo ci ha messo in guarda dal bestemmiare contro lo Spirito Santo, unico peccato che non sarà rimesso e conducente alla dannazione eterna.

Dopo la rinuncia c’è la professione di fede in tre domande: credente in Dio Padre onnipotente, creatore, in Cristo e, infine nello Spirito Santo e la Chiesa?  Le risposte proclamano la signoria di Cristo, l’evento del Mistero Pasquale e Trinitario nonché il mistero della Chiesa. Le parole della formula trinitaria con cui si dona il battesimo riprenderanno sinteticamente questa triplice professione per annunciare la Realtà a cui si è resi “degni” di partecipare mediante il battesimo. «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).

Cara chiesa domestica,

tutti noi figli tuoi non potremo mai vivere da figli nel Figlio il nostro rapporto con il Padre, nella grande famiglia della Chiesa, se non ci sosterrai ogni giorno nel discernimento delle due vie, la via dei malvagi e il cammino dei giusti (Salmo 1). Il gesto più profondo e necessario è il tuo sostegno nell’imparare a fiutare e fuggire dalla seducente mentalità mondana che allontana dalla signoria di Cristo. La tua rinuncia e professione di fede nel giorno del nostro battesimo portala nei tuoi impegni educativi soprattutto quando il dolce-amaro dell’ingannatore ci confonde e non sappiamo come fare. Quando eravamo bambini sapevamo abbandonarci nelle tue mani, ora che siamo divenuti grandi d’età non ci è facile diventare come bambini per entrare nel regno dei cieli. Interrompi perciò i sentieri che vogliono renderci “autonomi” anche da te, perché la tua strada sarà anche la stessa che ci farà abbandonare l’autonomia da Dio e riprendere a vivere nella vita battesimale. Riporta i sentieri scoscesi di questo mondo sulla via dell’uomo, non mancheranno locande in cui troverai la caparra del Buon Samaritano.

Con immensa gratitudine, uno dei tanti tuoi guaritori feriti!

Don Antonio

Chi amare di più o chi amare prima?

Mi ha contattato Vittorio per chiedermi qualche articolo del blog che trattasse il tema amore genitoriale e sponsale. Qual è più grande? Detto in altre parole: è giusto amare maggiormente il coniuge o i figli? Lui è un tiktoker e ci mette la faccia sempre. In uno dei suoi ultimi video si è accesa una discussione molto calda tra chi sosteneva che l’amore per i figli è insuperabile in quanto sono parte di noi, hanno parte del nostro patrimonio genetico mentre il coniuge è biologicamente un estraneo. Mentre altri, tra cui lo stesso Vittorio, che sostenevano la priorità dell’amore sponsale. Un tema ricorrente e anche molto interessante. Mi permetto di evidenziare alcuni punti che possono fare chiarezza.

Non c’è competizione ma condivisione. Amore genitoriale e amore sponsale non sono in competizione tra loro. Sono due amori diversi, con finalità e modalità diverse. Non posso paragonarli. Posso paragonare per intensità l’amore per i miei amici. Con alcuni è più intenso, intimo e profondo con altri è assimilabile a una conoscenza e nulla più. Ma posso farlo perché sono lo stesso tipo di amore. Io non amo i miei figli nello stesso modo con cui amo mia moglie. Io ho quattro figli e non posso amarli in modo esclusivo. Ho una sola moglie che invece amo in modo esclusivo. L’amore per mia moglie è totale. Presuppone il dono totale di me stesso in anima e corpo. L’amore per i figli no. Ciò non significa che io amo di meno i miei figli ma che li amo diversamente. Sono piani diversi che non si ostacolano ma che anzi quando sono vissuti in modo sano si alimentano tra loro.

È giusto dare un ordine all’amore. Perché senza ordine ci troveremmo nel disordine relazionale ed esistenziale. Ed è ciò che succede a tanti. Qual è l’ordine giusto? È molto semplice. Ogni amore ne ha come sorgente un altro. Faccio un esempio per farmi capire. L’amore per i figli è come un lago. L’amore per il coniuge è il fiume che alimenta il lago. L’amore per Dio è la sorgente che dà origine e acqua al fiume. Quindi esiste l’ordine corretto per vivere relazioni sane e buone è semplice da comprendere. Amare Dio, la sorgente, da cui trarre forza per amare il marito o la moglie in modo gratuito, il fiume, da cui trarre amore per amare i figli in modo sano e non possessivo, il lago.

Proviamo ora a modificare l’ordine e proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere. Se dovessimo eliminare la sorgente, cioè Dio, andremmo a riversare tutte le nostre aspettative e desideri di essere amati nel coniuge. Metteremmo sulle spalle di una persona come noi un peso enorme. Chiederemmo ad una persona finita un amore infinito e senza condizioni. Nel giro di poco, senza la sorgente inesauribile dell’amore di Dio, il fiume si ridurrebbe a un torrente e poi a un deserto. Non è quello che accade in tante relazioni? Diffidate da chi vi dice sei il mio tutto, sei la ragione della mia vita. Lì non c’è amore libero ma dipendenza.

Se dovessimo eliminare anche il fiume e dovessimo cercare tutto l’amore nel lago, nei nostri figli, il disastro è assicurato. Per noi e per quei poveretti dei nostri figli. Cosa voglio dire? Che non solo elimineremmo l’aggancio con la sorgente Dio, ma anche con l’amore esclusivo e indissolubile del coniuge con il risultato che riverseremmo tutti i nostri bisogni affettivi e le nostre aspettative sui figli. Con il risultato di costruire una relazione genitore/figlio simbiotica e dipendente. Completamente fuori da ogni verità. Noi dobbiamo preparare i nostri figli a farcela senza di noi, a lasciare la nostra casa. Non dobbiamo tenerli stretti perché abbiamo bisogno di loro per sentirci amati. Che tristezza quelle madri, ad esempio, che sentono la fidanzata del figlio come una rivale in amore e fanno di tutto per entrare in competizione e parlare male di lei. Capite dove sta il problema?

Non possiamo riversare sui nostri figli il bisogno di attenzione e di affetto. Rischiamo davvero di rovinare tutto. Di rovinare il nostro matrimonio e di non permettere ai nostri figli una capacità di staccarsi da noi quando sarà il momento per loro di formare una nuova famiglia. Permettere loro di fare quel processo difficile e necessario di desatelizzazione. Smettere di orbitare intorno alla nostra stella e di trovare la loro. Non significa non amarli, ma amarli nel modo giusto.  La mia vocazione di sposo è prima di tutto amare la mia sposa. La vocazione della mia sposa è prima di tutto amare me. I figli sono il frutto dell’amore che ci unisce. È sbagliato quindi smettere di nutrire l’amore sponsale e la relazione di coppia per dedicarsi quasi esclusivamente al ruolo genitoriale. 

Non significa che l’amore per i figli venga dopo e valga di meno. Significa che i nostri figli hanno bisogno di nutrirsi non solo dell’amore diretto dei due singoli genitori ma anche di percepire l’amore che i due genitori provano tra loro, perché loro sono il frutto di quell’amore. È un errore gigantesco per gli sposi smettere di trovare momenti di intimità, di dialogo e di cura reciproca. Smettere magari anche di fare l’amore. Significa rovinare tutto. La stanchezza c’è, lo so bene. Abbiamo anche noi quattro figli nati a breve distanza l’uno dall’altro, e sono stati anche loro piccoli, ma non si può prescindere dalla nostra relazione sponsale. Ci occupiamo di tante cose anche quando siamo stanchi perché dovremmo trascurare la nostra relazione che dovrebbe essere messa al primo posto?  Poi i nodi vengono al pettine.

Antonio e Luisa

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Il conflitto non va nascosto sotto il tappeto

In Amoris Laetitia Papa Francesco scrive: “Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare o sanare per favorire il superamento del conflitto”.

Nella mia famiglia di origine il conflitto era vissuto come una grande tempesta, passata la quale tornava la tranquillità, ma non vedevo i miei genitori fare davvero pace. Non si risolvevano i problemi, venivano accantonati fino alla volta successiva ed io, di fronte alla tempesta, mi sentivo spaventata e triste.

Mi sono accorta di aver a lungo evitato il conflitto, memore dei sentimenti di paura provati, ma anche di aver adottato la stessa modalità dei miei genitori: faccio fatica a riparlare di quanto successo, a riparare e fare pace.

Francesco mi ha raccontato che i suoi genitori evitavano di mostrare davanti ai figli i conflitti presenti fra loro e di aver percepito che lo facessero per un forte senso del dovere, lasciando però crescere disagi e incomprensioni tra loro. Mio marito ha assorbito questa tendenza a voler evitare conflitti diretti, ma questo lo porta a covare malessere e a provare sentimenti di frustrazione.

Io e Francesco sulle grandi questioni ci troviamo d’accordo. I conflitti tra noi scaturiscono spesso dalla gestione della quotidianità. Nella nostra famiglia numerosa fatichiamo a trovare tempo, energia e tranquillità per affrontare i conflitti, ma ogni conflitto non gestito è come un sassolino che viene nascosto sotto il tappeto fino a creare una montagna che genera litigi molto accesi.

Abbiamo vissuto nel nostro matrimonio una grave crisi che ci ha portato a partecipare al Programma Retrouvaille e grazie al percorso fatto, stiamo imparando a modificare il nostro approccio alla gestione del conflitto: Francesco ora cerca di tenere conto del mio stato emotivo e dei bisogni che cerco di esprimere e non evita più il confronto ed io, che pensavo che in un conflitto ci dovesse essere un vincitore, ho compreso che vinciamo entrambi se impariamo qualcosa e non mi tengo sulle difensive, ma accetto la realtà che il mio sposo è diverso da me, che prova sentimenti differenti da quelli che io mi aspetterei e che a volte le mie supposizioni sul suo pensiero non coincidono con ciò che lui pensa veramente. Insomma, è necessario che ci ascoltiamo a vicenda con cuore aperto e soprattutto che siamo disponibili a cambiare quei comportamenti che hanno un effetto distruttivo sulla relazione.

Poco tempo fa abbiamo affrontato un argomento che ci creava parecchi attriti: l’alimentazione da seguire in famiglia. È stato molto utile poterci prendere un momento in serenità per dialogare in maniera costruttiva e affrontare la questione con meno chiusure e tensioni, ascoltando a vicenda i sentimenti e le ragioni dell’altro. Francesco per la prima volta mi ha espresso i suoi sentimenti spiacevoli e l’ho visto sollevato, come quando aspetti l’esito di un esame medico e improvvisamente ti arriva la notizia che è tutto a posto.

Quando riusciamo a parlarci con il cuore in mano, è bello vedere come le decisioni che ci siamo condivise vadano nella stessa direzione e che troviamo un accordo sulle cose da fare. Parlare in prima persona di ciò che si prova e di ciò che ci si aspetta da una situazione, ti educa ad assumerti le tue responsabilità, a desiderare di cambiare te stessa e non il tuo sposo.

Con questa consapevolezza mi sento sollevata, come una piuma che volteggia sospinta da una brezza leggera.

Mary e Francesco (Retrouvaille)

La percezione dell’amore

Oggi prendo spunto da un articolo all’apparenza banale. La tennista Katie Boulter, dopo aver giocato e vinto la finale di un torneo importante, si lamenta della mancanza del fidanzato Alex De Minaur, anche lui tennista top. Katie approfitta dei media per lanciare un messaggio al compagno: Non sei venuto a vedermi. Non so se staremo ancora insieme. Specifico che Alex aveva a sua volta giocato e vinto un torneo poche ore prima in un Paese diverso (lei era a Nottingham in UK mentre lui a Hertogenbosch in Olanda)

Questa è la notizia. Naturamente non so nulla della vita privata dei due giovani atleti e non credo sia neanche così interessante conoscerla. Probabilmente non parlava seriamente ma il fastidio era reale. È invece importante usare questa notizia per trattare un argomento più generale che ci riguarda tutti.

A molti di noi la reazione della giovane tennista sembra spropositata. Quasi un capriccio. D’altronde il fidanzato aveva appena terminato un torneo faticoso. Avrebbe dovuto preciparsi in aeroporto per raggiungere trafelato Nottingham. È piuttosto lei che avrebbe dovuto mostrarsi più empatica e comprensiva. Qualcun’altro potrebbe invece pensare che lui abbia dimostrato di non tenere abbastanza a quella relazione. Non abbastanza da fare un sacrificio alla fine sopportabile per chi passa l’anno viaggiando da un torneo all’altro. Percezioni diametralmente opposte.

Cosa discrimina la nostra percezione? Il nostro linguaggio dell’amore. Per chi non dovesse ancora conoscere i linguaggi dell’amore li sintetizzo in due righe. Ognuno di noi ha un linguaggio dell’amore primario. Esistono cinque linguaggi: parole di incoraggiamento, contatto fisico, gesti di servizio, momenti speciali e i doni/regali. Noi ci sentiamo amati se l’altro parla con noi il nostro linguaggio dell’amore. Io parlo il contatto fisico e mi sento amato quando sono abbracciato e accarezzato, non mi fa invece sentire particolarmente amato se mia moglie mi cucina un pasto delizioso o mi fa un complimento. Luisa parla le parole di incoraggiamento. Si sente quindi amata quando riceve parole positive di stima e di valore per quello che è e che fa. Non si sente invece particolarmente amata se l’abbraccio. Infatti mi succede ancora di abbracciarla in silenzio quando la vedo giù e lei mi risponde inevitabilmente che dopo più di vent’anni di matrimonio ancora non ho imparato a parlare il suo linguaggio. E io prendo e porto a casa perché ha ragione. E così via per tutti i linguaggi. Per approfondire vi consiglio il libro di Gary Chapman

Ora è chiaro che il linguaggio dell’amore di Katie è ricevere doni. Già perchè tra i doni non sono ricompresi solo i regali materiali ma anche donare il tempo e la presenza. Chi ha questo linguaggio dell’amore si sente amato quando l’altro fa di tutto per esserci nei momenti importanti della vita. Non per forza la finale di un torneo. Più banalmente anche la visita dal dottore. Mi sento amato se mi accompagni e stai con me.

Nostra figlia, che ha questo linguaggio, rinfaccia ancora alla mamma, Luisa, la delusione che ha provato quando mia moglie ha saltato la cena del ritiro prima della cresima per un altro impegno. Cosa sarà mai? Se fosse successo a me non ne avrei fatto un dramma, ma io ho un altro linguaggio dell’amore. Per Maria è stato un piccolo dramma perchè non ha letto la mancanza della mamma come una semplice assenza a una cena, ma come a una mancanza di interesse e di amore.

Tutto questo per ricordarvi e ricordarmi che la percezione dell’amore è davvero personale. Non giudichiamo secondo i nostri parametri ma cerchiamo di conoscere e comprendere quelli dell’altro. Soprattutto cerchiamo prima di tutto di capire e poi di parlare il linguaggio dell’altro, anche se è diverso dal nostro e anche se non ci viene spontaneo.

Antonio e Luisa

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