Anche noi separati fedeli possiamo testimoniare l’Amore

Nella terza e quarta settimana di luglio, anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga, in Val di Fassa, dedicata alle coppie nei primi dieci anni di matrimonio. Ogni coppia partecipa a una sola delle due settimane, vivendo un’esperienza intensa di ascolto, silenzio, confronto, preghiera, ma fatta anche natura, riposo e amicizia. Una formula ormai consolidata, che ogni anno si rinnova grazie alla presenza di sposi giovani e famiglie aperte a lasciarsi rigenerare nel cuore del loro cammino matrimoniale.

Per il quinto anno consecutivo, ho avuto la gioia di partecipare a questa esperienza insieme ad altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max e Sergio) che ho conosciuto all’interno della Fraternità Sposi per Sempre, insieme ai nostri figli (Carolina, Diletta, Elisa – Big e Junior – Emanuele e Matilde), e, con il preziosissimo aiuto dei “nonni” Natalino e Maddalena, ci siamo occupati dell’animazione di ben 47 bambini, dell’età compresa tra 1 e 14 anni, durante la seconda settimana di vacanza.

Ogni mattina, dalle 8:45 alle 12:30, i bambini stavano con noi, mentre i genitori partecipavano alla formazione tenuta da don Renzo Bonetti, da Annalisa, da vari sacerdoti e dall’equipe di Mistero Grande. Un tempo ricco e denso per le coppie, e altrettanto pieno e gioioso per i figli, impegnati in giochi vari, anche se quest’anno la pioggia ci ha costretto qualche volta a sfruttare il videoproiettore per guardare un film all’interno.

Era una sfida ogni giorno, ma anche un dono immenso: vedere i sorrisi dei bambini, giocare con loro, costruire relazioni che vanno oltre quella settimana. Per noi cinque papà, la mattina cominciava con la messa delle ore 7:00, insieme al sacerdote, era come iniziare la giornata sedendoci prima alla tavola del Signore, per poi sederci a quella della colazione. Subito dopo la messa, infatti, arrivavano i nostri figli: facevamo colazione tutti insieme, tra cornetti, uova strapazzate, risate e sguardi assonnati, ma felici. Le coppie avevano la messa subito prima di riprendere i figli.

Dal secondo giorno, però, è accaduto qualcosa che mi ha toccato profondamente: un bambino di dieci anni, che partecipava alla vacanza con la sua famiglia, ha deciso di svegliarsi presto per venire anche lui alla nostra messa. L’ha fatto spontaneamente, senza che nessuno glielo avesse chiesto, il giorno dopo era di nuovo lì, puntuale ed è stato anche invitato a servire la messa come chierichetto. Parlando con i genitori, abbiamo saputo che è stato un suo desiderio.

Mi ha colpito, perché mi ha ricordato quanto conta la testimonianza: i bambini osservano, non ascoltano solo le parole, ma vedono i gesti. Quel bambino ha capito l’importanza di quel momento, perché la sua mamma gli ha parlato più volte di Gesù e perché ha visto suo padre inginocchiarsi in chiesa e pregare.

Non come succede a volte durante il catechismo, in cui i genitori accompagnano i figli alla messa e li vengono a riprendere alla fine: che messaggio dai ai figli? Che bisogna andare alla messa, ma alla fine non è una cosa importante e ci sono molte altre cose che hanno la priorità. Dopo però ci lamentiamo se la cresima è diventata il sacramento del “Ciao ciao”: è normale, se passa il messaggio che va fatta perché la fanno tutti i compagni di classe e perché altrimenti non puoi sposarti. ù

Questo bambino, che poi passava la mattina a giocare al pallone e a impegnarsi in altri giochi, mi ha fatto venire in mente Carlo Acutis: anche lui in giovane età, grazie alle testimonianze che ha ricevuto in famiglia e a scuola, è stato attirato dalla Santa Eucarestia, frequentando quotidianamente la messa. Ringrazio questo bambino che, nonostante la sua giovane età, è stato una testimonianza per me.

Con gli altri papà ci siamo confidati, che se avessimo potuto vivere una vacanza del genere nei primi anni del nostro matrimonio, forse le nostre storie sarebbero andate in modo diverso. Magari avremmo evitato certi errori, certi silenzi, certe ferite. Nessuno lo può dire con certezza, ma quello che sappiamo è che non eravamo preparati.

Abbiamo pronunciato un “sì” solenne davanti all’altare, ma poi non abbiamo investito nulla per custodirlo, quel sì. La formazione era assente, o peggio, pensavamo che non fosse necessaria. “Ci amiamo, ci basta”, ma l’amore, se non è nutrito, si spegne, come una fiamma senza ossigeno. A Soraga, invece, abbiamo visto coppie che si rimettevano in gioco: alcune ci hanno confidato che, da anni, non riuscivano a ritagliarsi del tempo da soli, altre che non avevano mai parlato così tanto, così in profondità, come in quella settimana.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, è normale incontrare fatiche. A volte è solo la stanchezza, altre volte il peso di un passato non risolto, il ritmo dei figli piccoli, la fatica del lavoro, ma se una coppia non ha chi l’accompagna, chi la forma, chi la sostiene, si rischia di andare alla deriva e di rimanere insieme solo per forma, per abitudine, per paura del giudizio. Il Sacramento del Matrimonio è un mistero troppo grande per poterlo esaurire in qualche anno, va scoperto, approfondito, custodito ogni giorno, altrimenti è come piantare un seme e non innaffiarlo più.

A fine vacanza, una coppia mi ha lasciato un foglio con un commuovente messaggio che mi sono affrettato a condividere con gli altri, in particolare con i figli: “….I vostri sguardi luminosi e il vostro straordinario esempio sono un dono inestimabile per i nostri figli. Avete parlato ai loro cuori in modo profondo con un esempio di cuore che sa di “cielo…”. Ecco, questo messaggio per me vale tutto l’impegno e la fatica di quella settimana, perché questo è ciò che conta: un piccolo seme piantato nel cuore delle persone, un seme di amore, di luce, di Dio.

Non sappiamo quando germoglierà, ma sappiamo che il Signore è fedele e che ogni seme piantato con amore, un giorno darà frutto. Anche quest’anno abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato, quindi grazie di cuore a queste belle famiglie, che Dio guidi sempre il vostro cammino, ci rivediamo il prossimo anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Incantevole come la luna

Con oggi iniziamo il quinto poema del Cantico dei Cantici. E’ iniziamo con una descrizione dove vengono evocate immagini cosmiche e potenti – l’aurora, la luna, il sole – e infine un’immagine militare di grande impatto – un esercito schierato con vessilli alzati.

Chi è costei che sorge come l’aurora, incantevole come la luna, splendente come il sole, maestosa come schiere con i vessilli alzati? (Ct 6,10)

Il quinto poema del Cantico dei Cantici si apre con una contemplazione dell’amore che toglie il fiato. L’amato guarda la sua sposa con occhi pieni di stupore, e il suo cuore si nutre della sua bellezza, che sembra riassumere in sé tutta la creazione. L’immagine dell’aurora, della luna, del sole e di un esercito schierato ci presenta una donna luminosa, affascinante, misteriosa e forte. Ma cosa ci dice questa poesia sull’amore umano e sul mistero del matrimonio cristiano?

Sorge come l’aurora. L’aurora è segno di speranza e rinascita. L’amore, quando è autentico, ha questa capacità: fa nuove tutte le cose. Rinnova lo sguardo, apre orizzonti. Nell’Analisi Transazionale si direbbe che l’amore autentico aiuta a uscire da copioni rigidi: la presenza dell’altro ci spinge a cambiare, a guarire, a rinascere. Ogni sposa che ama diventa per lo sposo un inizio nuovo, una luce che rischiara. Ma questo è anche ciò che lo Spirito Santo opera: è Lui che rende nuove tutte le cose. Così, l’amore coniugale vissuto nella grazia diventa riflesso del Dio che crea e ricrea.

Incantevole come la luna. La luna è dolcezza, ma anche luce riflessa. Così è l’amore della donna: accarezza, illumina, consola. Ma soprattutto riflette. Come la luna riflette la luce del sole, così la donna può riflettere la luce di Dio. Nella sua tenerezza, nello sguardo, nei gesti, l’uomo può scorgere il volto di Dio. E in questo senso, nella teologia cristiana, ogni sposa diventa per lo sposo mediazione concreta dell’amore divino. Come Maria – figura della Chiesa e della sposa – riflette la luce di Cristo, così ogni donna amata e amante diventa specchio della tenerezza divina. Questo amore, fatto di carezze e ascolto, risponde a una fame profonda del cuore umano: quella fame di riconoscimento che l’Analisi Transazionale chiama bisogno di carezze. L’amore coniugale sano sa nutrire questo bisogno reciproco.

Splendente come il sole. Il sole è fuoco, passione, forza creatrice. Qui viene cantata la dimensione erotica dell’amore. Non come semplice istinto, ma come forza che attira e incendia. L’eros è parte del disegno di Dio: se purificato dall’agape, diventa via alla comunione più profonda. Benedetto XVI diceva che eros e agape non si escludono, ma si integrano. Così l’amore umano, nella sua corporeità, diventa immagine dell’Amore che è Dio. Il desiderio fisico, quando è accolto dentro una relazione di dono e fedeltà, non è peccato, ma fuoco che scalda e illumina. La donna, per l’amato, brucia come un sole, ed egli ne resta attratto come da una forza vitale.

Maestosa come schiere con i vessilli alzati. Qui emerge la dignità della donna. Non è solo dolce o bella: è forte. È un mistero che impone rispetto. È come un esercito schierato: non per combattere l’uomo, ma per rivelargli che lei non si lascia possedere. Giovanni Paolo II spiega che dopo il peccato originale l’uomo tende a dominare la donna. Ma nel Cantico accade il contrario: lo sposo onora la forza della sua amata. In lei riconosce una regalità. In termini psicologici, potremmo dire che il loro rapporto è fondato su una posizione di reciproco rispetto: «io sono OK, tu sei OK». Nessuno ha bisogno di mendicare amore. Anzi, chi si sa amato da Dio può amare con forza e libertà.

Eppure, questa forza non esclude la fragilità. Come ci ricorda John Gray, la donna è come un’onda»: anche quando si sente amata, la sua autostima segue un movimento oscillante. Quando è in basso, può emergere in lei una tempesta di emozioni represse. È allora che lo sposo deve amare di più. Non correggere, non fuggire, ma restare. Accogliere. Perché è in quei momenti che la donna ha più bisogno di sentirsi ascoltata e abbracciata. L’amore maturo sa accompagnare anche le discese dell’onda, senza spaventarsi. Proprio come Cristo con la sua Chiesa: la ama anche quando è ferita, la purifica con la pazienza.

Il Cantico dei Cantici ci consegna così un ritratto sublime della sposa, e attraverso di lei, dell’amore. La sposa è aurora, luna, sole, esercito. E lo sposo, guardandola, si scopre trasformato. L’amore lo cambia, lo risveglia, lo purifica. In questa dinamica d’amore reciproco si riflette il mistero della Trinità: un Dio che non è solitudine, ma relazione; un Dio che si dona, si accoglie, si ama.

Ogni sposo che contempla la propria sposa con occhi nuovi, ogni sposa che ama nella verità, diventa immagine vivente di questo amore eterno. E il matrimonio, così, diventa via alla santità, cammino in cui l’altro diventa specchio di Dio e scuola di amore vero.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo

Oggi desidero iniziare una nuova serie di articoli, nati – come sempre – dalla mia esperienza personale. La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II è un’opera straordinaria, ricchissima di bellezza e verità, ma ammettiamolo: non è facile da leggere. Per anni l’ho trovata affascinante ma ostica. Ho provato più volte a leggerla integralmente, ma ogni volta mi sembrava di arrancare tra concetti troppo densi, e finivo per arrendermi.

Così, con semplicità e senza pretese accademiche, ho deciso di riproporre alcuni passaggi fondamentali in modo più accessibile, rinunciando magari a una parte della profondità filosofica e teologica, ma cercando di rendere più chiari i concetti chiave per chi, come me, desidera lasciarsi toccare da queste parole senza scoraggiarsi.

In particolare, ci concentreremo su una serie di catechesi pronunciate da Giovanni Paolo II tra il 28 luglio 1982 e il 4 luglio 1984, in cui il Papa riflette sul sacramento del matrimonio: un tesoro prezioso per ogni coppia che desidera amare sul serio, alla luce del Vangelo.

Iniziamo con la catechesi del 28 luglio 1982 riguardante Il matrimonio come sacramento secondo la lettera di Paolo agli Efesini. Qui potete leggerla integralmente

C’è un passo della Lettera di San Paolo agli Efesini (5,22-33) che da secoli accompagna la riflessione cristiana sul matrimonio. È un testo forte, denso, ricco di immagini e significati: parla di sottomissione, di amore, di unione profonda tra uomo e donna, ma soprattutto lo fa mettendo in parallelo la relazione tra marito e moglie con quella tra Cristo e la Chiesa. Parole che, se lette solo in superficie, possono apparire dure o anacronistiche. Ma se ci si entra dentro con lo spirito giusto, si scopre un tesoro prezioso per ogni coppia cristiana.

San Paolo scrive che il marito è “capo” della moglie, ma subito precisa che il modello di questo “capo” è Cristo stesso, che ha dato la vita per amore. Non si tratta quindi di potere, ma di servizio. L’autorità vera nasce dall’amore che si sacrifica, non da chi alza la voce o impone la sua volontà. Il marito è chiamato ad amare la moglie come il proprio corpo: “chi ama la propria moglie, ama se stesso”.

Ma cosa significa tutto questo nella vita concreta di una coppia? E perché questo brano viene proclamato proprio durante la liturgia del matrimonio? Perché ci fa vedere il matrimonio come un sacramento, cioè un segno visibile dell’amore invisibile di Dio. Il corpo, che è la parte più visibile dell’uomo e della donna, diventa il linguaggio con cui Dio parla. Attraverso l’unione fisica e spirituale degli sposi, Dio continua a dire al mondo: “Io vi amo. Io sono fedele. Io vi dono la vita”.

Come abbiamo già visto in altre riflessioni, tutto parte dal “principio” — da quel “maschio e femmina li creò” della Genesi — e tutto tende verso la pienezza, verso l’eternità. Anche il matrimonio fa parte di questo cammino. È una chiamata non solo ad amarsi, ma a diventare segno di Cristo stesso: gli sposi sono chiamati a rendere visibile l’amore con cui Dio ama il suo popolo, con tenerezza, fedeltà e dono totale.

Papa Giovanni Paolo II, in questa udienza, ci invita a rileggere il brano degli Efesini non da soli, ma alla luce di tutto ciò che Gesù ha detto sul corpo, sull’amore e sulla redenzione. La teologia del corpo ci insegna che il corpo umano ha un linguaggio, una verità da comunicare, una vocazione a diventare dono. Ed è proprio in questa logica del dono che il matrimonio trova la sua verità più profonda: non è possesso, non è contratto, ma alleanza. È comunione, come quella tra Cristo e la Chiesa.

Quando due sposi si amano davvero, non si limitano a convivere: diventano “una carne sola”, una cosa sola in Cristo. E in questo mistero — Paolo lo dice chiaramente — c’è qualcosa di molto più grande: un “mistero grande”, che rimanda all’unione tra Dio e l’umanità.

Questo testo è diventato un classico della liturgia del matrimonio perché dice tutto quello che serve sapere: che l’amore vero è sempre un amore che salva, che purifica, che fa crescere. Un amore che sa passare attraverso le fatiche e le ferite, ma che si nutre di un desiderio profondo di bene per l’altro.

Nel sacramento, Dio non solo benedice l’amore degli sposi, ma si dona attraverso di esso. L’amore tra marito e moglie, vissuto nella fede, diventa luogo di salvezza, strada concreta di santità, via privilegiata per imparare ad amare come ama Dio: senza condizioni, senza calcoli, fino alla fine.

lo specchio del bagno

Immagina una scena molto quotidiana: la mattina, in bagno, uno dei due coniugi si guarda allo specchio. Si lava il viso, si pettina, si prende cura di sé. E mentre lo fa, non si disprezza, non si tratta con durezza: anzi, si dedica tempo, attenzione, cura. Perché? Perché nessuno odia se stesso, ma ciascuno, anche con i suoi limiti, si ama e desidera stare bene.

San Paolo dice qualcosa di molto simile parlando del matrimonio: “Chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura”.

Qui c’è il mistero sacramentale: amare la propria moglie (o il proprio marito) è come amarsi, perché nell’unione sacramentale i due sono una carne sola. Come Cristo ama la Chiesa — cioè noi — così il marito è chiamato ad amare la moglie, e la moglie a rispettarlo come si rispetta la presenza del Signore.

Allora possiamo dire che il sacramento del matrimonio è come uno specchio spirituale: ogni volta che ti prendi cura di tua moglie o di tuo marito, stai prendendoti cura di Cristo, e anche di te stesso, perché siete una cosa sola. Quando invece lo ignori, lo umili, lo trascuri… è come se rompessi quello specchio: non solo non vedi più l’altro, non vedi più nemmeno te.

Il sacramento è uno specchio che ti fa vedere come ama Dio. Ma è anche uno specchio che ti chiama a specchiarti ogni giorno e chiederti: “Sto amando come Cristo ama la Chiesa? Mi sto donando? Sto curando, nutrendo, rispettando l’altro come parte di me?

Antonio e Luisa

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Sarà davvero un Sigillo sul vostro Cuore

Abbiamo deciso di scrivervi con il cuore in mano. Perché quello che vi proponiamo non è semplicemente un “corso” per coppie. È un’esperienza. È un dono. È un sigillo sul cuore. Luisa ed io ci crediamo profondamente, perché questa proposta ha cambiato il nostro matrimonio. E oggi, dopo più di 10 edizioni, siamo ancora più certi che sia uno strumento prezioso per tante coppie, sposi e fidanzati, che desiderano vivere l’amore in modo pieno, felice, vero.

Viviamo immersi in mille impegni, affanni, corse. E a volte, senza accorgercene, perdiamo la meraviglia. Dimentichiamo che essere uomo e donna è una grazia, e che il nostro amore è un riflesso della bellezza di Dio. Ma come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.” (Redemptor Hominis, 10)

Ecco perché questo weekend è pensato per aiutarvi a riscoprire l’amore, a partire dal corpo, dal linguaggio degli sguardi, dei gesti, dell’intimità. Senza paura, senza tabù, con delicatezza, profondità e verità. Parleremo di amore e di tenerezza, di perdono e di desiderio, di liturgia e di piacere, di amplesso, di servizio e di libertà.

Lo guideremo noi, insieme ad altre quattro famiglie e a un sacerdote meraviglioso, padre Luca Frontali, esperto in teologia del matrimonio, laureato all’Istituto Giovanni Paolo II e formatore di Mistero Grande. Con noi anche una ginecologa cattolica, per accompagnare le domande più intime con competenza e rispetto.

Ma cosa rende questo corso unico? Affrontiamo ciò che troppo spesso la Chiesa trascura: il corpo, la sessualità, l’unità sponsale vissuta nella carne. Perché come ricorda papa Francesco: “Il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Anche la sessualità, il corpo, l’erotismo sono un dono di Dio, non un tabù.” (Amoris Laetitia, 74)

La sessualità non è solo un aspetto della vita di coppia: è il suo cuore pulsante, il luogo dove si rinnova il sacramento, dove ci si dona tutto, corpo e anima. E quando è vissuta alla luce della fede, diventa una vera liturgia dell’amore. Sì, perché l’amplesso, vissuto in grazia e verità, è un gesto sacramentale che unisce, guarisce, genera e rinnova. Vogliamo lasciarvi con alcune testimonianze che ci hanno profondamente toccati.

Terry, con le lacrime agli occhi, ci ha detto:

Attraverso il corso ho riscoperto la bellezza del sacramento e del mio sposo. È come se mi fossi risposata di nuovo.

Un’altra sposa, dopo un momento personale con Luisa, ha condiviso:

Abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi consigli. È stato meraviglioso. Ora sappiamo da dove partire.

Ecco cosa ci ha scritto Chiara, mamma di due bambini, dopo il corso:

Mi sentivo distante da mio marito, come se fossimo diventati coinquilini. Durante il weekend ho capito che la nostra intimità non era sbagliata, era solo smarrita. Parlarne insieme, alla luce della Parola e con voi accanto, ci ha ridato coraggio. Dopo anni, l’ho sentito di nuovo mio.

Giovanni e Marta, sposati da vent’anni, ci hanno confidato:

Pensavamo di venire per fare un’esperienza spirituale, ma ci siamo ritrovati nel corpo e nell’anima. Le vostre parole sull’amplesso come sacramento ci hanno toccato così tanto che ci siamo chiesti: ‘Ma perché nessuno ce l’ha mai detto così?’”

E infine, le parole semplici e vere di Davide:

Sono venuto un po’ per accontentare mia moglie. Ma poi, ascoltando gli insegnamenti e soprattutto guardandola mentre pregava con me, ho sentito una tenerezza nuova. Abbiamo fatto pace. Col cuore e col corpo.

Noi siamo certi che Dio abita nella verità del nostro amore umano, anche nelle sue fragilità. E come diceva don Luigi Maria Epicoco: “Dio non ha scelto di amarci in modo disincarnato, ma attraverso un corpo, attraverso una presenza viva e concreta.

Quindi: perché aspettare? I posti sono limitati. E la bellezza non va rimandata, va abbracciata. Perché la bellezza è il volto visibile dell’amore e il nostro cuore non desidera altro che essere amato così, fino in fondo.

Il corso è aperto a coppie di sposi, conviventi e fidanzati e si terrà dal 19 al 21 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme (BS). Se avete bambini potete portarli. Per informazioni o iscrizioni scriveteci, saremo felici di rispondervi: Antonio 3388575865

Clicca qui per andare alla pagina con tutte le informazioni. Ci vediamo lì. Con gioia. Con amore. Con la promessa che sarà davvero un sigillo sul vostro cuore.

Antonio e Luisa

Quando il sogno cade, l’amore può finalmente nascere

Si conclude il quarto poema, e in esso troviamo uno degli insegnamenti più preziosi per la nostra vita di coppia. L’uomo e la donna del Cantico, in fondo, siamo proprio noi. Sono trascorsi millenni, viviamo in epoche e contesti culturali molto diversi dai loro, eppure portiamo nel cuore gli stessi desideri, e attraversiamo le stesse dinamiche d’amore, di attesa, di incontro e di distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è un momento nella vita di ogni coppia in cui il sogno si rompe. Non è un fallimento. È un passaggio. Ed è sacro.

All’inizio dell’amore tutto è meraviglia. Ci si guarda e si pensa: “Siamo perfetti insieme. Finalmente ho trovato chi mi capisce, chi mi completa.” È la stagione della simbiosi. Un tempo dolce, appassionato, che serve per stringere il legame, per sentirsi finalmente a casa. Ma non può durare per sempre.

A un certo punto, qualcosa cambia. Uno dei due inizia a sentire che l’altro non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Che non reagisce come ci si aspetterebbe. Che non sempre capisce, non sempre sostiene, non sempre è lì dove lo si desidererebbe. Nasce la distanza, il senso di estraneità. È il tempo della differenziazione. E può fare male.

Io l’ho vissuto questo passaggio con Luisa, anche se ci abbiamo messo tempo a riconoscerlo. All’inizio, pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi. Pensavo che, semplicemente, bastava volerci bene. Poi sono arrivate le fatiche, le differenze, le incomprensioni. E mi sono accorto che l’immagine che avevo di lei era mia, non sua. E che il sogno che avevo costruito era fatto della mia storia, delle mie ferite, delle mie aspettative.

Solo quando il sogno cade, può nascere la verità.

Come dicono i coniugi Gillini, arriva per tutti quel momento in cui bisogna lasciar cadere l’immagine idealizzata dell’altro. Quel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto non è lì per colmare il nostro vuoto, ma per accompagnarci nel cammino della vita.

Ed è un momento difficile. Perché quando il sogno cade, si fa silenzio. Si avverte un vuoto. A volte si ha la tentazione di fuggire, di pensare: “Forse ho sbagliato persona.” Ma è proprio lì che comincia l’amore vero. Quello che non chiede di essere corrisposto in tutto, ma di essere donato. Quello che non cerca l’ideale, ma abbraccia la realtà.

È la fase della sperimentazione. Si impara a stare accanto all’altro senza perderci dentro, senza annullarci per piacere, senza forzare l’altro a essere ciò che non è. Si impara a dire: “Io sono io, tu sei tu. Eppure scelgo di restare.” Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore non è l’ebbrezza del cuore, ma la decisione della volontà. È stare anche quando il cuore trema, è scegliere anche quando l’altro non corrisponde.”

E proprio in questo tempo – fragile, vero, autentico – si può rinascere. È il momento in cui si inizia davvero a chiamare l’altro per nome, nel senso più profondo e biblico del termine. Non solo “Antonio” o “Luisa”, ma “tu, con la tua storia, con le tue ferite, con la tua bellezza concreta.”

È il tempo del riavvicinamento. Si torna a cercarsi, ma con occhi nuovi. Non per possedere, non per completare un’idea, ma per condividere il cammino. Si smette di pretendere e si comincia a custodire.

E lì, davvero, l’amore matura. Diventa interdipendenza. Non fusione, non dipendenza, non isolamento. Ma una danza in cui ciascuno può essere sé stesso, pur restando in relazione. Come scrive Papa Francesco in Amoris Laetitia: “Ogni persona, con la propria identità, diventa un dono per l’altra.”

Questo cammino non è sempre lineare. A volte si ricade, a volte si torna indietro. Ma ogni passo fatto insieme, anche quelli più faticosi, costruisce una relazione più forte. E ci si accorge che l’altro, con tutti i suoi limiti, è un dono prezioso. Non perché è perfetto, ma perché è reale.

L’amore non è una favola, ma è più bello della favola

Viviamo in un tempo che ci ha insegnato a rincorrere l’immagine perfetta: la casa in ordine, i figli sempre sorridenti, il partner che sa sempre cosa dire e quando dirlo. Ma la realtà è un’altra. La nostra famiglia è fatta di imperfezioni, di imprevisti, di giorni no. Ma è vera. E proprio per questo, è più bella della pubblicità.

Scrive il terapeuta cattolico Michele Ferraro: “La coppia non è fatta per essere perfetta, ma per diventare sempre più vera.” E io ringrazio Dio perché con Luisa abbiamo attraversato quel passaggio. Perché abbiamo visto il sogno cadere, ma non ci siamo lasciati. Perché abbiamo imparato ad amarci non per come eravamo nella testa, ma per come siamo, nella realtà.

Se stai attraversando questo tempo di crisi, se senti che l’altro non è più quello che avevi sognato, non spaventarti. Forse è proprio questo il momento più importante. È la soglia dove finisce l’illusione… e comincia l’amore vero. Non è facile. Ma è possibile. E quando si attraversa insieme questa piccola morte, si rinasce. Non si ama più per bisogno, ma per scelta. Non per quello che l’altro ci dà, ma per quello che è.

E a quel punto, ci si guarda davvero negli occhi. E si può dire, finalmente: “Io ti vedo. E ti amo.”

Antonio e Luisa

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Gesù, guida consapevole: moltiplicare l’amore con ordine e compassione

Dopo il secondo passo compiuto sabato scorso, dove abbiamo trattato le emozioni e i sentimenti, oggi entriamo nel terzo modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è Gesù che ci insegna cosa significa essere leader, come guidare gruppi con amore e verità. Nel racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44 e paralleli), troviamo un’immagine potente di Gesù come leader autentico, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, senza perdere mai il centro. Non si limita a compiere un miracolo: organizza, coinvolge, ascolta, nutre.

Dopo un’intensa attività apostolica, i discepoli tornano da Gesù stanchi e carichi. Egli li accoglie con compassione e propone: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. È il primo gesto da vero leader: riconoscere il bisogno di cura di chi lavora con te. Ma la folla li segue. E Gesù non si infastidisce: “Vedendoli, ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore”. Così decide di fermarsi, accoglierli, e insegnare.

Poi, nel tardo pomeriggio, emerge un bisogno pratico: hanno fame. I discepoli reagiscono con logica difensiva: “Congedali, vadano nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù no: “Date voi stessi da mangiare a loro”. Non è solo una richiesta, è una chiamata a responsabilità. È un modo per far crescere i suoi discepoli, coinvolgendoli nella soluzione.

A questo punto, Gesù organizza. “Fateli sedere a gruppi di cinquanta e di cento”. Non c’è fretta né confusione. Ogni cosa ha un ordine. I pani e i pesci non vengono moltiplicati a caso, ma passano di mano in mano, con fiducia e cooperazione. Il miracolo avviene dentro una struttura condivisa. Nessuno è lasciato solo. Tutti ricevono.

La lezione per noi: guidare con equilibrio e consapevolezza

Questo episodio ci offre una mistagogia concreta su come vivere relazioni e responsabilità in modo maturo e fecondo. Chi guida un gruppo — una famiglia, un’équipe, una comunità — spesso si trova a fronteggiare bisogni divergenti, emozioni intense, dinamiche complesse. Gesù ci mostra come farlo con equilibrio, discernimento e compassione.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, possiamo leggere questo episodio in chiave formativa:

  1. Stato dell’Adulto attivo – Gesù non agisce per reazione, ma valuta, osserva, sente e decide in modo lucido. Riconosce i bisogni (riposo, cibo, ascolto) e li gestisce in modo realistico. L’Adulto è la parte di noi capace di fare scelte fondate sui dati di realtà, e non sull’ansia o sulle aspettative.
  2. Genitore nutriente e normativo integrato – Gesù sa accogliere (compassione) ma anche dare limiti (organizza i gruppi, chiede ai discepoli di agire). Non si lascia manipolare né fagocitare: è presente, ma non travolto.
  3. Coinvolgimento e corresponsabilità – “Date voi stessi da mangiare a loro” è un invito a passare da spettatori a protagonisti. I discepoli devono imparare a non delegare tutto, ma a mettersi in gioco con ciò che hanno: “Cinque pani e due pesci”. Poco, ma dato con fiducia, diventa moltissimo.
  4. Ordine e struttura – Organizzare per gruppi significa non perdere nessuno, dare forma all’insieme, permettere che tutti possano essere visti e raggiunti. È la base di una leadership che costruisce appartenenza e visione comune, e non solo obbedienza o efficienza.

In relazione con te: diventare pane spezzato

Nel nostro percorso, “In relazione con te”, impareremo anche questo: gestire gruppi e relazioni con uno stile che integri compassione, fermezza e intelligenza relazionale. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni impulsive o sbilanciate a relazioni autentiche, generative, ordinate. Come Gesù, saremo invitati a diventare pane spezzato per gli altri, ma senza svuotarci. Al contrario: condividere moltiplica. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Amare o Possedere? Due modi opposti di stare in relazione

C’è un amore che non è amore, anche se usa le sue parole. È un amore che stringe, che controlla, che dice “ti amo” ma in realtà intende “sei mio”. È l’amore che nasce non dalla pienezza, ma dal vuoto; che non vuole l’altro così com’è, ma lo desidera come vorrebbe che fosse. È l’amore che nasce dal Bambino Interiore ferito che, non avendo ricevuto abbastanza amore gratuito, prova a procurarselo forzando l’altro a darglielo, a corrisponderlo, a non andarsene. Non è amore: è dipendenza emotiva, fame affettiva, bisogno travestito da passione.

Questo tipo di legame nasce quando vogliamo plasmare l’altro a nostra immagine, come se fosse un prolungamento del nostro sé. Lo vogliamo simile, disponibile, prevedibile, modellabile. Non sopportiamo le sue differenze, le sue libertà, le sue sorprese. In Analisi Transazionale diremmo che la relazione è inquinata da copioni disfunzionali: il Genitore Critico prende il controllo e giudica, oppure il Bambino Adattato pretende e si sottomette per paura di essere abbandonato. È un amore che non libera, ma incatena. L’altro non è un dono, ma un mezzo per riempire il mio vuoto.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “Ci sono amori che non amano, ma consumano. Ti stanno addosso come catene, e tu li chiami passione. Ma non è fuoco che scalda, è fuoco che brucia.” Queste parole risuonano vere in tante relazioni oggi: ci si ama senza essersi mai veramente incontrati, perché l’altro è stato ridotto a uno specchio deformante dei nostri bisogni. Si chiede all’altro di colmare ciò che solo Dio può riempire. Si chiama amore, ma è idolatria.

L’amore vero, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro movimento. Nasce non dal vuoto, ma dalla pienezza. Non cerca di modellare l’altro, ma di lasciarsi modellare da Dio. È un amore libero, che non pretende, che non trattiene. È l’amore di chi ha fatto esperienza di essere amato così com’è, e allora può amare l’altro senza volerlo cambiare. È un amore adulto, generato dal nostro Adulto interiore: quello che è presente, consapevole, responsabile. Un io che ha imparato a riconoscere i propri bisogni senza farli pagare all’altro.

In questa logica, l’amore è dono, non possesso. “Amare è lasciar essere l’altro, custodendo la sua libertà anche quando ci costa”, scrive ancora Epicoco. Ed è proprio così: l’amore che nasce da Dio è un amore che sa aspettare, che sa fare un passo indietro, che sa morire a sé stessi per far vivere l’altro. È un amore che si inginocchia, non per sottomettersi, ma per servire.

Il vero amore è sempre un’uscita da sé. È il contrario del bisogno. È entrare nella relazione portando un cuore già abitato da Qualcuno. Quando ci lasciamo amare da Dio, la nostra sete non diventa più una trappola per l’altro, ma una sorgente che disseta anche lui. In Analisi Transazionale, potremmo dire che si attiva un dialogo Adulto-Adulto: due persone libere, capaci di dirsi la verità, di sostenersi, di lasciarsi libere, anche nel dolore.

Ecco la grande differenza: o amo per bisogno, e allora divento tiranno, oppure amo per sovrabbondanza, e allora divento dono. O cerco nell’altro la mia salvezza, e finisco per perderlo, oppure la ricevo da Dio e posso finalmente amare l’altro nella sua verità.

L’amore vero non ha paura della libertà, perché sa che non può essere estorto, solo accolto. È l’amore che non dice: “Sii come voglio io”, ma “Sii te stesso, e io imparerò ad amarti ogni giorno”. È l’amore che sa benedire anche la distanza, anche il silenzio, anche le stagioni difficili. Perché non ha bisogno di vincere, ma solo di restare fedele.

Alla fine, ogni relazione è una scelta: voglio che l’altro mi appartenga, o voglio appartenere insieme a lui a Qualcuno che ci plasma entrambi? Solo il secondo amore è capace di durare. Perché è già eterno. E questo non è solo un ideale da predicare: è una verità che ho sperimentato nella mia carne, nel mio matrimonio con Luisa.

All’inizio, lo confesso, ero un tiranno. Avevo bisogno di lei, disperatamente. Non la vedevo per quella che era, ma per ciò che volevo che fosse: una presenza costante, prevedibile, capace di calmare i miei vuoti, di rassicurare le mie fragilità, di placare le mie paure. E quando non lo faceva, quando non corrispondeva al copione che avevo scritto nella mia testa, arrivavano i silenzi, le ripicche, i giudizi. Ero un bambino che chiedeva amore ma lo faceva come un re offeso, ferendo e chiudendosi.

Poi qualcosa è cambiato. Anzi, Qualcuno ha iniziato a cambiarmi. Ho iniziato a lasciarmi amare da Dio. A lasciarmi guardare da Lui nel mio disordine, senza sentirmi sbagliato. A poco a poco, il mio cuore si è allargato, e il bisogno è diventato dono. Ho cominciato a vedere Luisa, finalmente, non più come una protesi del mio ego, ma come un mistero da accogliere. E ogni giorno sto imparando, a volte con fatica, a non pretendere, a non usare il silenzio come punizione, a restare anche quando l’altro non mi riempie come vorrei.

Oggi, posso dire che sto imparando ad amare davvero. E ogni passo in più che faccio in questo cammino, mi conferma che il vero amore non è conquistare l’altro, ma convertirsi ogni giorno per essere degni della sua libertà.

Antonio e Luisa

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Benedetta Crisi!

Siamo Diego e Nadia e siamo sposati da 31 anni, abbiamo 2 figli di 29 e 25 anni. Per esperienza possiamo dire che la vita insieme non è facile. Anche noi, come tante altre coppie, ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare una crisi di relazione profonda. Vorremmo qui testimoniare quanto per noi l’impegno quotidiano sia stata la chiave per rimanere uniti, per ritrovare un amore che sembrava perduto.

I primi anni di matrimonio sono stati una scoperta continua, parlarsi e capirsi veniva facile e non c’erano incomprensioni. Tra noi c’era complicità ed entusiasmo. Poco alla volta i problemi e le fatiche quotidiane hanno reso meno spontaneo il dialogo e sono iniziati i primi conflitti. Pian piano tutto divenne motivo di scontro, sembrava talvolta di non essere più quelli di prima.

Abbiamo dato per scontato l’amore e finto che andasse tutto bene, mettendo davanti al matrimonio la casa, il lavoro, lo sport, i figli, per ultima la nostra relazione. E’ così che ci siamo allontanati sempre più, fino addirittura a tradirci. Tutto sembrava perduto e impossibile da rimediare, ma Dio non ci aveva abbandonato: un giorno ci fu indicato il percorso di Retrouvaille. Era l’ultima possibilità.

Partecipammo al weekend, dubbiosi e confusi ma, lì si accese una luce che non credevamo di poter vedere. Se altre coppie ce l’avevano fatta, forse anche noi avremmo potuto rinascere! E se fino ad allora non avevamo costruito, ora potevamo iniziare a farlo. Abbiamo deciso di non mollare. Entrambi avevamo il desiderio di ricostruire la nostra relazione ed entrambi abbiamo preso la decisione di impegnarci.

Certo, all’inizio l’impegno era un problema, una vera fatica, perché le ferite ancora sanguinavano e facevano male. Ma Retrouvaille ci ha fornito gli strumenti per ricostruire, partendo dal dialogo e l’ascolto, come gestire in maniera sana i nostri conflitti, il perdono, il ridarsi fiducia. Non siamo “studenti” modello, anzi molte volte ci siamo trovati impreparati ma abbiamo avuto fiducia nel programma e nelle coppie che ci hanno sostenuto lungo il cammino, quando siamo inciampati ed eravamo sconfortati.

Il tempo ha aiutato a consolidare i comportamenti positivi, l’impegno quotidiano ha aiutato a modificare anche gli atteggiamenti. Con pazienza e perseveranza abbiamo visto il nostro rapporto cambiare. Ora siamo carichi e pieni d’entusiasmo, come quando parti per le tanto desiderate ferie verso una meta da sogno. Siamo consapevoli che il risultato per una buona relazione, è dato dalla nostra volontà di impegnarci.

Ad oggi siamo una coppia attiva in Retrouvaille, doniamo la nostra storia perché possa essere un aiuto a chi desidera e vuole uscire da una crisi. In questi anni di servizio ci siamo accorti che sempre più emerge anche nel rapporto di coppia la mentalità “usa e getta”, che fa credere che non serve stare nella crisi e che la separazione risolve un rapporto che appare imperfetto.

Vediamo molte unioni finire di fronte ai primi problemi e difficoltà di comprensione, di comunicazione, ma soprattutto dicono di essere in crisi perché non provano più il sentimento d’amore iniziale. Così, si dichiarano stanchi, convinti che non ci sia amore e si chiedono, perché far tanta fatica per stare insieme? Noi abbiamo capito che la crisi è un’opportunità: per crescere nella relazione, per trasformare il sentimento d’amore iniziale in un sentimento d’amore più profondo e maturo. Ci è voluto un impegno quotidiano, anche contro-voglia talvolta; nella società odierna molti vedono l’impegno come un problema.

Dovete crederci, impegnarsi è la soluzione. Abbiamo pregato insieme. Quando ancora non riuscivamo ad avere un buon dialogo, era il rosario che ci univa. Abbiamo ritrovato la fede ed una energia nuova. Abbiamo sperimentato in questo percorso che la nostra crisi è stato un mezzo per ricostruire una relazione nuova, più forte e soprattutto per riscoprire Dio che ringraziamo per essere in comunione tra di noi e con Lui.

Nadia e Diego (Retrouvaille Italia)

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I sacerdoti mi dicono che devo compiacere mio marito

Oggi voglio condividere con voi la richiesta di una moglie che mi ha profondamente toccato. Nelle sue parole ho colto una grande tenerezza, ma anche tanta confusione. Non sa come orientarsi, e ciò che più mi addolora è che alcuni sacerdoti, anziché aiutarla a fare luce, l’hanno confusa ancora di più. Lei sente nel cuore dov’è la verità, ma chi le sta intorno la spinge verso scelte che non le appartengono, che non sente giuste, e che – con coraggio – rifiuta.

Molti sacerdoti mi dicono che la sessualità tra marito e moglie può comprendere anche sesso anale e rettale per compiacere a lui …. credimi ma io sapevo che non è così…. dov’è la verità? In attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale come mi devo comportare? Scusami se mi sono permessa di scriverti?

Carissima, grazie per il coraggio e la fiducia con cui poni questa domanda così intima. Non sei affatto bigotta, né sbagliata. La tua inquietudine è segno di un cuore che cerca la verità sull’amore, e questo è prezioso.

Ci sono sacerdoti che oggi, nel desiderio di non ferire o escludere nessuno, finiscono per dire che “tra marito e moglie tutto è lecito, purché vi sia consenso”. Ma la verità sull’amore sponsale cristiano è molto più grande e più bella di un semplice “se siete d’accordo, va bene tutto”. Quando ci si ama davvero, non basta acconsentire: bisogna domandarsi se ciò che si fa costruisce o distrugge, unisce o divide, nobilita o degrada.

La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II insegna che l’unione sessuale nel matrimonio è un linguaggio del corpo, che dice: “Io mi dono a te completamente, senza trattenere nulla, né nel corpo né nel cuore”. Ma quando si praticano atti che imitano comportamenti pornografici (come il sesso anale), spesso quel linguaggio viene stravolto. Non è più “mi dono a te”, ma diventa “ti uso per soddisfare un mio desiderio”. E questo cambia tutto.

2. Aspetti fisiologici e sessuologici: cosa dice il corpo

Anatomicamente, il corpo femminile è fatto per l’unione vaginale, che è l’unico tipo di rapporto che può coniugare piacere, apertura alla vita e comunione profonda. L’ano non è un organo sessuale: non produce lubrificazione, non ha la stessa elasticità dei tessuti vaginali, è altamente innervato per la sensibilità al dolore, non al piacere.

Il sesso anale può provocare microlesioni, infiammazioni, infezioni e, a lungo andare, problemi di incontinenza. Non sono parole da moralista, ma dati medici condivisi da molti ginecologi e sessuologi. La nostra amica Luisa, ginecologa, ci dice spesso che tante donne durante le visite piangono raccontando l’insistenza dei mariti su questo tipo di pratiche, vissute come violente, umilianti, non desiderate. Dove c’è amore, non può esserci forzatura. E non basta il consenso per trasformare un atto in qualcosa di buono.

3. Aspetti psicologici: il bisogno di “andare oltre” è un campanello d’allarme

Spesso, chi chiede al partner pratiche spinte o degradanti non è mosso dal desiderio di intimità, ma dalla noia, dalla ricerca di stimoli sempre più forti per provare piacere. È un meccanismo ben noto in psicologia, legato alla desensibilizzazione tipica dell’uso abituale della pornografia.

Quando il piacere viene scollegato dall’amore e dalla tenerezza, diventa un bisogno insaziabile, e la sessualità si svuota del suo senso più profondo. Non unisce più, ma isola. Spesso, questo circolo porta nel tempo all’insoddisfazione, all’astinenza e perfino alla rottura della relazione.

4. La verità del corpo, la bellezza dell’unità

Tu hai scritto una frase bellissima e centrale: “in attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale, come mi devo comportare?”. La tua domanda è già la risposta. Chi ama, accompagna. Ma non cede su ciò che è falso. Dire “no” a pratiche che umiliano, feriscono o degradano non è mancanza d’amore, ma il suo compimento. È difendere la bellezza del corpo e della comunione.

Può essere il momento di parlarne con chiarezza, magari anche con l’aiuto di un sacerdote che abbia a cuore il progetto di Dio sul matrimonio, o di un consulente esperto in sessuologia coniugale. Il punto non è dire: “questo è peccato, questo no”, ma riscoprire insieme una sessualità piena, tenera, creativa, che dia piacere senza mai perdere di vista l’altro come persona e non come strumento.

5. In attesa che lui cresca… non restare sola

Non portare da sola il peso di questo conflitto. Coinvolgilo con dolcezza ma anche con fermezza. Proponigli un cammino comune, un dialogo sincero, magari anche un percorso per coppie cristiane che approfondisca il significato profondo della sessualità. Se lui ti ama davvero, capirà. E se oggi non è pronto, la tua fedeltà alla verità lo aiuterà a maturare.

“La sessualità, vissuta secondo il cuore di Dio, è un linguaggio d’amore, non un luogo di sperimentazione”.

Non cedere alla paura di sembrare rigida. Sei libera di dire no a ciò che non parla d’amore, anche se oggi tanti — perfino alcuni sacerdoti — sembrano confusi. Il tuo corpo è sacro. Il tuo amore è degno di essere espresso in un linguaggio che unisce, non che divide.

E allora sì, abbi il coraggio di dire no. Non per giudicare, ma per custodire. Non per privare, ma per orientare verso un “sì” più pieno, bello e santo. E se oggi ti senti sola, sappi che non lo sei. Noi siamo con te. E Dio, che ha fatto dell’amore un sacramento, è il primo a lottare con te per questa bellezza.

Antonio e Luisa

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Brain Rot: il lato oscuro dei contenuti per bambini

Un amico mi ha suggerito un video su TikTok della pedagogista Katty Ciarallo (cercatela, è davvero in gamba). Quelle parole mi hanno colpito profondamente e, dopo una breve ricerca, ho sentito il desiderio di scriverci un articolo. Un bambino di quattro anni che bestemmia. Un altro che si sveglia la notte urlando perché un video gli ha detto: “Se non ti iscrivi, tua madre morirà davanti a te”. Non è una leggenda metropolitana. È ciò che sta accadendo, oggi, in molte case e scuole italiane. Il fenomeno si chiama “brain rot” — letteralmente “marciume cerebrale” — ed è il nuovo volto subdolo della manipolazione digitale sui più piccoli.

Cosa sono i contenuti Brain Rot

Sotto forma di video apparentemente buffi, colorati, senza senso (squali che ballano, Puffi che cantano, animali con scarpe o aerei), si nascondono contenuti pericolosi: linguaggio volgare, bestemmie, incitazione alla violenza, minacce dirette. E il tutto avvolto in filastrocche ipnotiche e ripetitive che si incollano al cervello, soprattutto a quello ancora in formazione.

Molti genitori non si accorgono di nulla: i bambini sembrano solo divertiti. Ma dietro quella risata c’è una programmazione inconscia. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco, “ciò che entra nel cuore di un bambino non va mai via. Ecco perché bisogna vigilare su ciò che guardano e ascoltano più che su ciò che mangiano.”

I danni sulla psiche infantile

I bambini sotto gli 8 anni non hanno ancora sviluppato pienamente la capacità di distinguere la finzione dalla realtà. Anche quando sanno che “è solo un cartone”, le emozioni che provano sono autentiche. Se il contenuto è disturbante ma presentato come “normale” o “divertente”, lo assorbono senza filtri.

Un bambino piccolo non è in grado di difendersi da contenuti tossici. Li subisce. E ciò che oggi provoca solo disagio, domani può trasformarsi in disordine del comportamento o dell’umore.”
Dott.ssa Maria Rita Parsi, psicoterapeuta

Il rischio maggiore è la desensibilizzazione: il male non fa più paura. La volgarità diventa routine. La violenza smette di essere riconosciuta come tale. Bambini che ridono davanti alla sofferenza altrui, che ripetono bestemmie senza capirle, che diventano più aggressivi, meno empatici, più esposti al bullismo o alla pornografia.

E nei casi più estremi, il fenomeno si evolve in dipendenza da contenuti disturbanti. Una spirale che può portare, secondo la Dott.ssa Nicoletta Daprati, neuropsicologa, a “una perdita precoce dell’innocenza e a un ritiro emotivo silenzioso che i genitori faticano a interpretare”.

Testimonianze allarmanti

Maestre della scuola dell’infanzia raccontano di bambini che arrivano bestemmiando, altri che piangono per minacce ascoltate nei video, altri ancora che diventano aggressivi con i compagni o si isolano senza motivo apparente. Papa Francesco ci mette in guardia:

“La mente dei bambini è tenera come cera: ciò che vi si imprime, resta. Dobbiamo proteggerli da ciò che può deformarli interiormente.”
(Angelus, 4 giugno 2023)

E San Giovanni Paolo II diceva:

“L’educazione dei figli è la prima missione dei genitori, ed è un compito che nessuno può delegare.”
(Familiaris Consortio, 36)

Cosa possono fare i genitori

  1. Controllare attivamente i contenuti. Non basta il parental control. Serve presenza e vigilanza.
  2. Guardare insieme i video. Se qualcosa disturba voi, disturba molto di più loro.
  3. Limitare il tempo sugli schermi. Non più di 30-60 minuti al giorno nei primi anni.
  4. Favorire giochi reali, letture, relazioni. La realtà è il miglior vaccino contro il digitale tossico.
  5. Parlare con i figli. Chiedere: “Cosa hai visto oggi?”, “Cosa ti ha fatto ridere o paura?”.
  6. Insegnare a dire di no. Anche i piccoli possono imparare a riconoscere ciò che non li fa stare bene.

Come ha affermato Papa Benedetto XVI, “educare è sempre un atto d’amore, ma anche un atto di coraggio. Non basta essere presenti: bisogna esserlo con verità.”

Non è allarmismo, è responsabilità

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di educarla. Di non accettare che lo schermo diventi il nuovo educatore silenzioso e invisibile dei nostri figli. Di svegliarci prima che sia troppo tardi.

Perché ciò che sembra solo un cartone “strano”, oggi, può generare un vuoto emotivo domani. Ma un bambino protetto e accompagnato, sarà un uomo capace di scegliere il bene, di ridere senza ferire, di dire no a ciò che è disumano.

Solo chi ha sperimentato l’amore vero è capace di dire un no deciso al male. È questo che dobbiamo offrire ai nostri figli: amore vero, che protegge.” Papa Francesco

Antonio e Luisa

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Riscoprire la Castità: Un Cammino di Libertà (anche per me sposo fedele e separato)

Oggi si parla sempre meno di castità. Anzi, in certi ambienti ecclesiali sembra quasi un argomento imbarazzante, fuori moda. So che alcuni sacerdoti non solo evitano di proporla, ma arrivano persino a considerarla una pratica ormai superata, non più realistica. Dicono: “Ma come si fa a parlare di castità a dei giovani nel 2025? Suvvia, cerchiamo di essere seri, non antiquati!
E così, anche nei percorsi per fidanzati, dove tanti arrivano già conviventi o con figli, la castità viene messa da parte, come se fosse un ideale irraggiungibile o un dettaglio secondario. Ma davvero vogliamo rinunciare a proporre un amore capace di dono totale, di attesa, di rispetto e di profondità solo perché il mondo corre in un’altra direzione?

La cosa più difficile ma giusta da fare, se davvero una coppia convivente vuole sposarsi in chiesa, sarebbe quella di tornare ognuno alla propria abitazione e vivere almeno il tempo fino al matrimonio senza rapporti, in modo da verificare la qualità dell’amore: attrazione fisica e soddisfazione dei sensi o donazione gratuita anche senza sesso? 

In un’epoca dove la sessualità è spesso trattata come un diritto da esercitare senza restrizioni, la castità viene vista da molti come un’imposizione e una rinuncia, qualcosa di incompatibile con le esigenze del mondo moderno. Tuttavia, è essenziale riscoprire il vero significato di questo concetto, che non si limita a un semplice divieto o a un sacrificio sterile. La castità, infatti, è un cammino di libertà, un viaggio che ci conduce a una vita più piena e autentica, dove l’amore e la purezza non sono negati, ma vissuti in un modo sano e profondo.

Innanzitutto, è necessario chiarire cosa s’intende per castità. Molti, infatti, sono convinti che castità voglia dire esclusivamente astenersi dai rapporti sessuali, ma questa è una visione riduttiva e incompleta. La castità, nel suo significato più profondo, riguarda la condotta di vita secondo la purezza: è un modo di vivere che implica un cuore e una mente puri, capaci di amare senza egoismo o sfruttamento dell’altro. La castità non è un concetto limitato per qualcuno, ma riguarda tutti, in qualsiasi condizione di vita, comprese le persone sposate (che non la concretizzano con l’astinenza ma donandosi nella verità, senza lussuria, egoismo o possesso).

La castità rappresenta un’azione controcorrente, una riscoperta della dignità della persona umana, ci libera dalla schiavitù dei desideri carnali, da quella tendenza a ridurre l’altro a un oggetto di piacere, e ci riporta al senso autentico dell’amore, che non è egoista, ma gratuito e generoso.

La castità ci insegna che non siamo schiavi dei nostri impulsi, ma esseri capaci di scegliere il bene, anche quando questo richiede sacrificio e rinuncia: lo so, sono due parole poco attraenti, ma solo perché non si conosce a fondo il significato della sessualità, un linguaggio che va usato in un certo modo e in certi momenti, altrimenti si rischia di allontanarsi dal fine voluto da Dio e soprattutto di farsi del male.

Sì, perché a meno di essere persone alienate, ogni rapporto sessuale non ci lascia indifferenti, anche se gli diamo poco valore e ritengo che molti problemi nascano dal vivere una sessualità all’opposto del progetto iniziale, penso alla superficialità, ai narcisisti, ai tradimenti e a tutta la violenza che ne deriva.

Molti pensano, a torto, che la castità non abbia nulla a che fare con il matrimonio. Eppure è proprio l’amore coniugale a richiederla in una forma ancora più profonda e consapevole. La castità nel matrimonio non significa assenza di sessualità, ma viverla come linguaggio autentico dell’amore: non una semplice unione fisica, ma una comunione profonda tra due persone che si donano con tutto sé stessi – corpo, mente e spirito.

Essere casti da sposati significa custodire l’intimità come luogo sacro, in cui il desiderio non prende il sopravvento sull’amore, ma ne diventa espressione. In concreto, vuol dire rispettare i tempi dell’altro, vivere la tenerezza anche nei gesti più semplici, essere aperti alla vita scegliendo con responsabilità i metodi naturali, e custodire gli occhi e il cuore evitando immagini o contenuti che svuotano l’altro della sua dignità. La castità, così intesa, non è rinuncia, ma pienezza. È la forma più alta di libertà: quella che ci rende capaci di amare davvero.

La strada della castità non è mai facile, le tentazioni, infatti, sono molteplici e possono manifestarsi sotto forme diverse: la solitudine, il desiderio di affetto, le immagini pornografiche, l’influenza di una società che spesso promuove la sessualità come fine a se stessa.

Da separato, ho sperimentato sulla mia pelle quanto possa essere difficile vivere l’astinenza, soprattutto nei primi tempi, quando la solitudine pesa e il desiderio fisico sembra travolgere ogni spazio della quotidianità. Ma con il tempo ho compreso una verità profonda: non si muore senza rapporti sessuali, e non si è meno uomini per questo. Al contrario, è proprio attraverso la castità che ho iniziato a scoprire un modo nuovo, più pieno, di essere uomo. Un uomo capace di governare sé stesso, di amare con libertà e senza possesso, di scegliere l’altro non per bisogno, ma per dono.

Ogni giorno è un’opportunità per rinforzare la nostra volontà, per allenare il nostro cuore e per crescere nella virtù. Umanamente, la castità è quasi impossibile se non ti affidi completamente a Dio: se non avessi avuto la grazia della messa quotidiana, della santa comunione e del rosario, non avrei resistito nemmeno un mese.

In conclusione, la castità ci porta a scoprire la bellezza della vita, a vivere in pienezza l’amore e la relazione con gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Set tutta bella: come Tirza e Gerusalemme

Nei versetti che seguono, il Cantico si apre a una nuova contemplazione dell’amata: Salomone si sofferma sui suoi tratti fisici, ma ciò che egli realmente scorge è una bellezza che trabocca dall’anima e si riflette nel corpo. È la bellezza integrale della Sulamita, così intensa e luminosa da turbare profondamente il cuore dell’amato. Uno sguardo che disarma, un volto che parla, un corpo che racconta l’interezza di una persona amata con totalità. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Tu sei incantevole, amica mia, come la città di Tirsa, affascinante come Gerusalemme, maestosa come schiere con i vessilli alzati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le tue chiome sono come un gregge di capre distese sulle pendici del Gàlaad. I tuoi denti come un gregge di pecore che risalgono dal bagno; tutte procedono accoppiate, e nessuna è senza compagna. Come spicchi di melagrana sono le tue guance, dietro il tuo velo. Siano pure sessanta le mogli del re, ottanta le concubine, innumerevoli le ragazze! Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica è per sua madre, la prediletta di colei che l’ha generata. Al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano.

Nel testo biblico l’amato paragona l’amata a due città: Tirza (antica capitale del Regno d’Israele del Nord) e Gerusalemme (capitale del Regno di Giuda a Sud). Queste città rappresentano insieme la Terra Promessa intera, da nord a sud: è un modo per dire che la bellezza dell’amata è completa e armoniosa, “tutta bella” in ogni aspetto. Anche il significato dei nomi è simbolico: Gerusalemme evoca la “città della pace”, mentre Tirza in ebraico significa “piacere, delizia, bellezza” – il nome stesso suggerisce qualcosa di piacevole e amabile.

L’amata riunisce in sé pace e delizia, corpo e spirito, offrendo al suo amato una pienezza di vita. I suoi pregi e perfino i suoi difetti fanno parte di questa bellezza totale, perché sono parte di lei e vengono accolti dallo sguardo amante. Si delinea qui uno sguardo d’amore che abbraccia l’interezza della persona, senza ridurla a oggetto.

Di fronte a questo sguardo pieno di rispetto e meraviglia, si può contrapporre il “controsguardo” opposto, definito anche sguardo pornografico, che riduce la persona al solo corpo o addirittura a una sua parte. Come ha osservato San Giovanni Paolo II, il problema della pornografia non è che mostri “troppo” del corpo umano, bensì che ne mostra troppo poco: separa il corpo dalla persona, violandone il pudore e facendoci perdere il mistero dell’individuo. In altre parole, mentre lo sguardo d’amore del Cantico vede l’altro nella sua totalità unendo dimensione fisica e spirituale, lo sguardo riduttivo vede solo un corpo da usare, frammentando e disumanizzando la persona.

Nel Cantico, invece, il piacere e la bellezza tra uomo e donna non sono mai puro egoismo o utilizzo dell’altro; sono vissuti come gioia condivisa e donazione reciproca in un amore vero. È per questo che l’amato descrive la sua sposa con immagini così elevate: la vede “maestosa come schiere con vessilli”, perché riconosce che questo amore è la realtà più forte che esista – “forte come la morte”, dirà più avanti il Cantico (Ct 8,6) – e richiede rispetto quasi riverente. L’amore autentico ha una forza e una nobiltà intrinseche che sfidano ogni riduzione banalizzante.

Lo sguardo che turba: intimità e vulnerabilità

Dopo aver esaltato la bellezza complessiva dell’amata, l’amato esclama: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”. Questa frase così intensa rivela il potere dello sguardo nell’intimità. Gli occhi dell’amata sconvolgono dolcemente l’amato, toccandolo nel profondo e suscitando emozioni quasi incontenibili. È un turbamento che può riferirsi all’intensità dell’innamoramento nei primi tempi – quando ogni sguardo reciproco fa battere forte il cuore – ma anche all’amore maturo di una coppia di lunga data.

Anche dopo molti anni di matrimonio, uno sguardo autentico del coniuge può far vibrare corde interiori difficili da descrivere a parole. Quanti sposi possono testimoniare che, quando si guardano negli occhi con attenzione e amore, provano una commozione nuova, un sentimento di connessione che rinnova il loro legame! È come se attraverso gli occhi passasse l’anima dell’altro, ricordandoci che la persona amata rimane sempre un mistero da contemplare con rispetto.

Dal punto di vista psicologico, lo scambio di sguardi è uno degli atti più intimi e rivelatori in una relazione. Essere fissati intensamente negli occhi significa in un certo senso sentirsi guardati dentro: ci si sente esposti, vulnerabili, e questo può generare un turbamento emotivo profondo. Non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Uno sguardo prolungato comunica apertura e fiducia, ma mette anche a nudo: l’altro vede in noi qualcosa di vero, e noi vediamo l’altro in modo limpido.

Secondo gli esperti, guardarsi negli occhi a lungo è un’esperienza che può perfino alterare la percezione del tempo e dello spazio, proprio perché attiva emozioni intensissime e rompe le usuali barriere difensive.

In termini di analisi transazionale, potremmo dire che attraverso lo sguardo ci scambiamo “carezze” psicologiche (strokes) di riconoscimento profondo: l’altro ci conferma “ti vedo, esisti per me, ti accetto così come sei”. Questo scambio nutre il bisogno fondamentale di ogni persona di essere riconosciuta e amata per intero. Ecco perché il protagonista del Cantico quasi trema di fronte agli occhi dell’amata: vi coglie un amore così sincero da scuotere le sue difese e toccargli il cuore.

Unica al mondo: l’amore esclusivo e incondizionato

Nei versetti successivi l’amato continua a lodare la bellezza fisica della sposa (denti candidi, guance di melagrana) e proclama la sua unicità assoluta. Egli afferma che, pur potendo avere sessanta regine, ottanta concubine e fanciulle innumerevoli, “unica è la mia colomba, la mia perfetta”. Questa iperbole richiama l’uso, diffuso nell’antico Oriente, di grandi harem dove le donne erano classificate per rango (regine, concubine, giovani). Ma per l’amato del Cantico nessuna tra le tante potrebbe mai eguagliare la sua amata: per lui esiste solo lei.

In questa espressione appassionata riconosciamo una verità profonda dell’amore sponsale: chi ama davvero sceglie l’altro come unico e insostituibile, e da quel momento “non ha occhi che per l’amato o per l’amata”. L’amore vero tende per sua natura all’esclusività (l’unicità dell’altra persona) e alla definitività (un impegno per sempre). Come spiegato da Papa Benedetto XVI, fa parte della maturazione dell’amore arrivare a dire: “solo questa persona” e “per sempre”, perché l’amore pieno abbraccia tutta l’esistenza e anzi “mira all’eternità”.

Questa esclusività non è un limite, ma la condizione perché l’amore sia personale e totale. L’amato del Cantico paragona il suo amore esclusivo a quello di una madre per la figlia unica: “unica è per sua madre, la preferita di colei che l’ha generata”. Chi è genitore sa che il proprio figlio, anche se nel mondo ce ne sono miliardi, è amato come unico: l’amore materno (e paterno) vede il figlio o la figlia come “il più bello del mondo” a prescindere da tutto. È un amore che non dipende dal merito o dal confronto, ma è dato incondizionatamente. Allo stesso modo l’innamorato del Cantico ama la sua sposa non perché oggettivamente “non ci siano altre donne”, ma perché ai suoi occhi nessun’altra può prendere il suo posto. È un amore che dice: “tu sei tu, e nessun altro; ti amo per ciò che sei, nella tua irripetibilità”.

Questo è il cuore dell’amore coniugale: scegliersi reciprocamente, ogni giorno, come unici, e continuare a scegliersi anche di fronte alle prove o alle tentazioni. Un amore del genere rende testimonianza di una fedeltà e di una donazione che illuminano anche chi sta attorno: nel Cantico, “al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano” – segno che tutti riconoscono la gioia speciale di chi è veramente amata in modo esclusivo. In fondo, ogni cuore umano desidera un amore così: totale, fedele, esclusivo, in cui sentirsi preferito e irripetibile.

In conclusione, la lettura del Cantico dei Cantici arricchita da riflessioni teologiche e psicologiche ci mostra l’alta vocazione dell’amore umano. Esso non è soltanto attrazione fisica o sentimento passeggero, ma può divenire incontro di persone nella loro totalità, unione di corpi e anime aperta alla trascendenza.

Nel Cantico, l’amato e l’amata sperimentano la bellezza di uno sguardo puro, di un amore forte ed esclusivo, segno in filigrana dell’Amore eterno di Dio per ogni creatura. Questo ideale ispira le coppie (in particolare le coppie cattoliche) a coltivare un amore poetico e insieme concreto, fatto di intimità rispettosa, dono sincero di sé e fedeltà gioiosa. È un percorso impegnativo ma esaltante, in cui gli sposi, accompagnati anche dall’aiuto di esperti (come i terapeuti familiari di scuola analitico-transazionale, attenti alle dinamiche relazionali profonde), possono crescere nell’arte di amarsi come Dio ama – con uno sguardo che vede l’altro nella sua verità e bellezza integrale, e un cuore che dice “tu sei unico per me” per tutta la vita. In questo modo, l’amore umano diventa davvero un canto sacro, una finestra spalancata sul Mistero dell’Amore infinito da cui tutti proveniamo e verso cui tutti tendiamo.

Antonio e Luisa

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Gesù da uomo libero non cade nel gioco psicologico di Marta. E noi?

Nel celebre episodio evangelico di Marta e Maria (Lc 10,38-42), siamo di fronte a una scena apparentemente semplice: una casa, due sorelle, un ospite d’onore. Eppure, tra le righe di questo racconto, si nascondono dinamiche interiori e relazionali molto profonde, che parlano direttamente al cuore delle nostre relazioni, specialmente di quelle più intime, come quella tra marito e moglie.

Marta è attiva, operosa, indaffarata nel servire. Maria è seduta ai piedi di Gesù, in ascolto. Marta, vedendosi sola nel fare, si lamenta con il Maestro: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Apparentemente Marta sta solo chiedendo aiuto. Ma chi ha occhi per vedere, può riconoscere una dinamica psicologica ben più sottile. Marta non sta semplicemente domandando collaborazione: sta giocando un gioco. E lo fa su uno schema che, se non riconosciuto, si ripete in tante relazioni affettive, soprattutto nella coppia.

Il gioco del “Io mi sacrifico e tu non capisci”

Dietro l’azione instancabile di Marta si cela una trappola: il desiderio di essere vista, riconosciuta, amata… ma attraverso il fare. Marta non dice apertamente il suo bisogno (“ho bisogno di sentirti accanto”, “vorrei un momento insieme”), ma lo esprime in modo indiretto, attraverso un’accusa: “non ti importa nulla di me”. Così facendo, genera senso di colpa, mettendosi nel ruolo della vittima e spingendo l’altro (in questo caso Gesù) nella posizione del colpevole.

Il suo atteggiamento nasconde un meccanismo comune: se faccio tanto per te, tu mi devi qualcosa. Il non detto è: “Mi merito il tuo amore, la tua attenzione, la tua presenza… perché mi sto facendo in quattro”. Ma quando il riconoscimento non arriva come lo desiderava, Marta si aggrappa all’unica moneta che sembra restarle: il risentimento. È la sua ricompensa amara. La rabbia trattenuta. Il rancore che le permette di sentirsi moralmente superiore, anche se affettivamente sola.

Gesù, però, non ci sta. Non gioca la partita. Non si lascia trascinare nel ruolo del colpevole. Non risponde come farebbe uno coinvolto nel gioco: non si giustifica, non si scusa, non ordina a Maria di aiutare Marta. Dice invece: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria”.

Con dolcezza, ma con fermezza, Gesù mostra che Marta ha perso il centro. E lo fa senza sminuire il suo impegno, ma liberandola dalla schiavitù di un fare che cerca amore nel modo sbagliato. Gesù non si fa colpire dal senso di colpa che Marta tenta di instillare: è libero, e in quella libertà chiama anche Marta a uscire dal suo schema.

Quando Marta e Maria vivono nello stesso matrimonio

Ora immagina Marta e Maria non come due sorelle, ma come due parti che vivono dentro ogni coppia. O, ancora più concretamente, dentro ciascun coniuge.

Nella vita matrimoniale capita spesso che uno dei due — o entrambi — cada nella tentazione di “fare per essere amato”. Faccio tutto io in casa. Tengo insieme la famiglia. Mi sacrifico per i figli. Non mi lamento mai. Ma dietro a questo comportamento, magari buono in sé, si annida una trappola: se non ricevo ciò che desidero (ascolto, affetto, intimità), allora mi sento in credito, e l’altro diventa colpevole.

È il momento in cui il “fare” perde la sua gratuità e diventa moneta affettiva. E se l’altro non paga, scatta la crisi: risentimento, recriminazione, distanza emotiva. Ma tutto questo nasce, spesso, da un bisogno non espresso, da una fragilità non condivisa.

Gesù ci insegna un’altra via: quella della verità affettiva. Marta avrebbe potuto dire: “Signore, ho bisogno anch’io di te. Mi sento sola”. E invece si rifugia nell’accusa. Ma l’amore maturo, in una coppia, nasce proprio quando si smette di giocare e si impara a comunicare il bisogno con sincerità, senza manipolazioni.

Uno sguardo personale

E qui non posso che ringraziare profondamente Luisa. Anche lei, come Marta, è sempre stata attiva, concreta, generosa nel fare. Ha fatto tanto per la nostra famiglia, per me, per i figli. Ma non me lo ha mai fatto pesare. Mai un gesto per rivendicare, mai una parola per colpevolizzare. Perché come Maria, sapeva nutrirsi alla presenza di Cristo. Il suo cuore era abitato da una Presenza più grande del bisogno di ricevere approvazione o riconoscimento umano. E questo ha fatto una differenza enorme.

Luisa non è mai caduta nei giochi psicologici che tante volte io invece mettevo in atto. Non si è mai lasciata tirare dentro le mie accuse sottili o i miei silenzi passivo-aggressivi. Ha scelto il silenzio che costruisce, lo sguardo che accoglie, la parola che guarisce. E questa sua libertà mi ha liberato. Mi ha permesso, piano piano, di uscire anch’io dai copioni appresi, di smettere di cercare amore in modo indiretto, e di iniziare a viverlo in modo più maturo, vero, reciproco.

In fondo, l’amore che dura è questo: non il fare per essere visti, ma il fare perché si è abitati. E quando l’uno dei due riesce a vivere così, l’altro può rinascere.

Antonio e Luisa

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Nel Getsemani con Gesù: imparare a sentire, riconoscere, maturare

Dopo il primo passo compiuto sabato scorso, oggi entriamo nel secondo modulo del percorso In relazione con te. Al centro ci sono le emozioni e i sentimenti, quella parte profonda di noi che troppo spesso ignoriamo, ma che può diventare via di libertà: riconoscerli, esprimerli, maturare.

C’è un luogo nel Vangelo che andrebbe meditato lentamente, a occhi chiusi e cuore aperto. È il Getsemani. Lì Gesù si fa vedere come forse non l’abbiamo mai visto: fragile, angosciato, profondamente umano. «La mia anima è triste fino alla morte» (Mt 26,38). Nonostante sia vero Dio, è anche un uomo attraversato da emozioni vere. E proprio per questo ci salva.

Nel Getsemani Gesù ci insegna qualcosa di radicalmente umano e profondamente divino: accogliere le emozioni, senza vergogna né fuga, e condividerle in modo autentico. È un invito a diventare liberi dentro, attraversando ciò che ci abita senza censura.

1. Emozioni e sentimenti: una grammatica da riscoprire

Molti di noi sono cresciuti senza un vero vocabolario emotivo. Ci è stato insegnato cosa fare, ma non cosa sentire. Alcuni sentimenti ci sono sembrati inaccettabili (“non devi essere triste”, “non devi avere paura”), e così abbiamo imparato a ignorarli o reprimerli. Ma ciò che viene represso non sparisce: resta lì, sotto la superficie, pronto a emergere nei momenti meno opportuni — in crisi improvvise, scoppi d’ira, o chiusure emotive che soffocano le relazioni.

Nel Getsemani, Gesù ci mostra la via contraria. Non si vergogna di avere paura. Non si isola nella solitudine del supereroe, ma chiama a sé gli amici più intimi: «Restate qui con me, vegliate». E quando loro si addormentano, non fa finta di nulla: esprime la sua delusione, ma non li rifiuta.

Riconoscere e nominare ciò che sentiamo è il primo passo verso la maturità affettiva. Le emozioni non sono ostacoli alla fede: sono le strade su cui Dio cammina per raggiungerci. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “anche la notte può diventare feconda, se vissuta nella verità di sé e nella preghiera”.

2. Dall’angoscia alla libertà interiore

Gesù non si ferma all’emozione: la attraversa. Passa dalla paura al “sia fatta la tua volontà”. Ma attenzione: non si tratta di rassegnazione passiva. È il frutto di un percorso interiore profondo, che va dall’autenticità alla libertà. Gesù non subisce la croce: la sceglie, dopo aver fatto verità su ciò che prova.

In termini psicologici, potremmo dire che Gesù non agisce da Bambino Spaventato né da Genitore Rigido, ma da Adulto libero. L’Adulto sa che ogni emozione è legittima, ma non è tutto. Sa che può ascoltarla, comprenderla, integrarla — senza esserne schiavo.

Questa libertà interiore è ciò che ci permette di non reagire d’impulso nei conflitti di coppia, di non chiuderci nel silenzio quando siamo delusi, di non aggredire quando ci sentiamo abbandonati. È la via per relazioni vere.

3. Condividere nella verità

Gesù nel Getsemani ci insegna anche un altro passaggio chiave: condividere il nostro sentire con qualcuno. La solitudine emotiva è una delle malattie più diffuse nel matrimonio e nella vita. Quando non condividiamo ciò che ci turba, finiamo per chiuderci, idealizzare o disprezzare l’altro. Eppure, nessuno può amarci se non ci mostriamo per ciò che siamo.

Gesù chiede compagnia. Non per essere salvato dalla croce, ma per non affrontare la notte da solo. Questo è l’amore vero: non chi risolve i tuoi problemi, ma chi resta con te quando tutto trema.

Cosa imparerete in questo modulo:

  • A riconoscere e dare nome alle vostre emozioni, senza paura né giudizio.
  • A esprimerle con autenticità, per costruire relazioni più profonde.
  • A maturare interiormente, imparando a stare nel dolore senza esserne schiacciati.

Nel mio cammino personale, questo passaggio è stato fondamentale. Per anni ho creduto che l’amore significasse “non far vedere le debolezze”. Ma era un copione. Quando ho iniziato a mostrare a Luisa anche le mie paure, le mie fatiche, qualcosa è cambiato. Lì ho iniziato ad amare davvero. Come Gesù, nel Getsemani. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Essere Pellegrini di Speranza: Una Guida Spirituale

Siamo in piena estate. E con l’estate ci sono le vacanze. Chi preferisce il mare, chi preferisce la montagna, ma essenzialmente tutti ci mettiamo in cammino per staccare per un po’ di tempo dalla fatica del lavoro, per ricaricare le pile, per stringere nuove amicizie. Però ognuno, quindi anche tu ed io, affronta le vacanze come affronta la vita normale. La modalità con cui affrontiamo la vita non va in vacanza. Francesco dei 5 pani e 2 pesci ha individuato 5 modalità di vivere la vita:

  1. Turista: “morde e va via”, ammirando ciò che lo circonda, scattando fotografie e assaggiando piatti tipici, ma non fa esperienza vera e profonda di ciò che vive. Le sue esperienze rimangono superficiali e non cambiano il corso della sua vita;
  1. Vagabondo: cerca risposte ma non ha una mèta, un obiettivo. Passa da un luogo all’altro, vivendo molte esperienze ma senza sapere quale direzione prendere;
  1. Esploratore: è motivato dalla sfida di provare cose nuove mettendosi alla prova. Tuttavia, una volta raggiunto l’obiettivo, è sempre pronto a ripartire per il viaggio successivo, senza aver trovato risposte profonde;
  1. Fuggitivo: scappa da qualcosa e non dà importanza a dove sta andando. Il suo obiettivo è non guardare indietro, allontanarsi da ciò che lo ha fatto soffrire, senza affrontare il passato;
  1. Pellegrino: modello ideale per la vita perché rappresenta il modo “principe” di vivere poiché:
    1. Cammina verso una mèta, un obiettivo chiaro;
    2. Cammina verso Dio, in un rapporto intimo con Gesù che è l’esperienza che cambia la vita.

E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (fralucabruno@gmail.com)

Pellegrini: coloro che cercano

Essere pellegrini significa essere in continua ricerca di una casa che ancora non conosciamo. Siamo pellegrini quando non ci basta ciò che abbiamo, quando non ci sazia ciò che il mondo offre. Siamo pellegrini quando abbiamo sete di qualcosa che non si può comprare, abbiamo fame di un amore che non si consuma, che non finisce, ma sempre si rinnova e si dona. Essere pellegrini significa cercare un senso, una direzione, un sapore. Essere pellegrini significa mettersi in cammino perché si ha ascoltato una voce che ci ha spinto a partire. Essere pellegrini significa accettare di non essere arrivati. Essere pellegrini significa accogliere le proprie domande senza paura.

Speranza: più forte della realtà

Ma se essere pellegrini significa essere in continua ricerca, la speranza è ciò che ci tiene in piedi. La speranza è ciò che ci salva dal cinismo, dalla rassegnazione, dalla fuga. La speranza è la forza interiore che nasce dalla certezza che qualcosa – o meglio Qualcuno – ci attende.

Chi spera non si accontenta. Chi spera sceglie, lotta, ama. Chi spera se cade, si rialza. La speranza è radicata nel futuro, ma agisce nel presente. È uno sguardo che vede oltre, anche quando tutto sembra fermo. Come scrive Charles Péguy:“La virtù che più mi piace, dice Dio, è la speranza.  Quella piccolina, che cammina da sola, tra le sue due sorelle maggiori, e che nessuno guarda.

Pellegrini di speranza: una vocazione

Quando si uniscono la condizione dell’essere pellegrini e la forza della speranza, quello che emerge è una vocazione: vivere con il cuore rivolto al Cielo, ma i piedi ben piantati per terra.

Essere pellegrini di speranza significa camminare ogni giorno sapendo che la mèta non è una conquista da ottenere, ma un dono da accogliere. Essere pellegrini di speranza significa portare luce dove c’è buio, significa non lasciarsi definire dal passato, significa guardare gli altri non come ostacoli, ma come compagni di viaggio. È questa la proposta di fondo: un cammino spirituale che porta in un’immersione più profonda nella realtà di ogni giorno, con uno zaino leggero e il cuore in ascolto.

Una serie per chi non si accontenta

Nei prossimi articoli esploreremo gli strumenti del pellegrino: oggetti concreti, atteggiamenti interiori, alleati per il viaggio. Perché camminare senza strumenti è poco prudente. Ma vivere senza senso, senza direzione, senza sapore è tragico. Se senti che non sei fatto/a per rimanere fermo/a, se percepisci che donare amore gratuito vale la pena, se hai voglia di riscoprire che la tua vita è vocazione, questa serie è per te.

Buon cammino, pellegrino. Ci rivediamo alla prossima tappa.

Fra Luca Bruno

Per domande e maggiori informazioni e chiarimenti puoi scrivermi su: fralucabruno@gmail.com

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L’autentico Cammino Insieme Inizia Quando Finisce il Giudizio

Nel fare il quarto passo di questo pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare, ecco che incontriamo un segnale circolare: 

“Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,1-5)

Sicuramenti tutti, almeno una volta, ci siamo chiesti cosa intendesse esattamente il Signore mettendo sulla strada dei Suoi discepoli questo “divieto di giudizio”. Forse che il Signore intendeva affermare che un Suo discepolo (quindi anche noi) non dovrebbe mai, in alcun modo e in nessuna occasione, giudicare? Gesù ci ha voluto dire che dovremmo sospendere la nostra capacità di giudizio, di discernimento? Che dovremmo pensare solo a noi stessi e “scollegare la mente” quando si tratta di valutare azioni o persone? Uhm… non può essere.

Interpretare così le parole di Gesù, infatti, ci porterebbe ad essere degli egoisti, delle persone superficiali. Sarebbe assurdo pensare alla sospensione delle nostre facoltà critiche, anche perché il giudizio ha a che fare con l’intelligenza, con la capacità di analisi che Dio ci ha donato e che vuole che esercitiamo per distinguere il bene dal male, la verità dall’errore! La Bibbia ci dice che “L’uomo spirituale… giudica ogni cosa…(1 Cor 2,15); in altre parole, il cristiano è un attento osservatore, qualcuno che si interroga costantemente sulla volontà di Dio. 

Che significano allora le parole di Gesù “Non giudicate”? E per noi sposi? Gesù ci porta a porre l’attenzione su una questione fondamentale, perché dal nostro genere di giudizio dipende la qualità di tutte le nostre relazioni, quindi anche quella sponsale, a partire dal nostro rapporto con Dio. La domanda di fondo è: come giudichiamo? Con quale presupposto, con quale animo?

Cerchiamo di capire meglio il senso delle parole di Cristo. Quando Gesù dice “Non giudicate”, bisogna intendere: “non date sentenze definitive”. Ciò è fondamentale nella vita di coppia e di famiglia.

In una relazione di coppia, è inevitabile che si verifichino dei momenti in cui ci si sente giudicati dal proprio coniuge. Questa sensazione può derivare da varie situazioni, come ad esempio quando si esprime un’opinione o si prende una decisione che non viene compresa o accettata.

Sentirsi giudicati può generare un senso di insicurezza e di inadeguatezza, mettendo a rischio la comunicazione e l’intesa all’interno della coppia. È importante però cercare di comprendere le ragioni che stanno dietro queste reazioni e trovare un modo per comunicare in maniera aperta e rispettosa, al fine di superare le divergenze e rafforzare il legame di reciproca fiducia e accettazione.

Abbiamo detto:

  1. Comunicazione aperta e sincera. Se è basilare che entrambi i coniugi, ma anche gli altri componenti della famiglia, si sentano liberi di esprimere i propri pensieri, sentimenti e preoccupazioni senza paura di essere giudicati, allora solo una comunicazione aperta e sincera permette di affrontare i problemi di giudizio e di lavorare insieme per superarli.
  2. Accettazione reciproca. Una comunicazione aperta e sincera avviene se si crea un’ambiente familiare dove ci si accetta reciprocamente per quello che si è, senza cercare di cambiarne la personalità altrui o il modo di essere. Accettare e rispettare l’altro senza giudicarlo permette di costruire una relazione basata sulla fiducia e sull’amore incondizionato.

Quindi, ritornando al monito di Gesù, cerchiamo di non emettiamo sentenze definitive

  • perché, innanzitutto, non siamo noi il Giudice ma solo Dio;
  • poi, perché la severità che usiamo verso gli altri sarà usata verso di noi;

Ciascuno esamini se stesso” (1 Cor 11,28), scrive l’apostolo Paolo. Quante volte abbiamo usato una certa unità di misura (o arrotondamento per difetto…) nel valutare noi stessi e un parametro o un’unità di misura completamene diversi nel valutare gli altri! Quante volte abbiamo misurato i nostri errori con il righello e gli errori di nostro marito, di nostra moglie, dei nostri figli con il contachilometri!

  • infine, perché sentenziare sugli altri è ridicolo.

L’esempio di Gesù della trave davanti ai propri occhi e della pagliuzza da voler togliere all’altro ci ricorda che soltanto chi è consapevole di dover rendere conto a Dio ed è onesto abbastanza da essere autocritico può avere l’obiettività e la sensibilità per aiutare il prossimo a liberarsi del corpo estraneo nell’occhio!

Chi ha la trave davanti rischia di accecare una persona tentando di fare distrattamente l’“oculista spirituale”, questo anche in famiglia. Guardiamoci sempre allo specchio della Parola di Dio! L’apostolo Paolo, infatti, scrive nella lettera ai Romani “Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?”  (Rm 14,4).

Attenzione: oggi, qui ed ora, ovunque siamo, ovunque andiamo, da casa nostra alla nostra comunità, in qualunque tipo di relazione (sponsale, familiare, lavorativa, comunitaria) Gesù ci invita a cominciare a valutare il nostro cuore e la nostra vita, non che dobbiamo “farci i fatti nostri”. Ci invita a non creare ambienti giudicanti ma accoglienti, popolati non da dita puntate ma da mani tese in nome Suo poiché, se siamo fratelli (anche tra coniugi), dobbiamo aiutarci a vicenda anche a rimuovere le fastidiose pagliuzze dagli occhi!

Che bruciore! Che fastidio tremendo! Immedesimiamoci, agiamo nell’ottica dell’amore. Non siamo chiamati ad indossare la toga del giudice, né la maschera dell’attore (ipocrita), ma i panni che dovremmo già indossare, del fratello: “Permettimi di aiutarti a rimuovere ciò che ti fa soffrire, che non ti aiuta, che non ti fa vedere”. E solo così potremo camminare insieme autenticamente…

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Come l’Amore Coniugale è Influenzato da Chi ci Circonda

In questo capitolo possiamo riflettere sull’importanza delle persone che abbiamo accanto. Quanto bene o quanto male possono fare a una coppia di sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Coro: Dov’è andato il tuo diletto, o incantevole tra le donne? Dove si è recato il tuo diletto? Noi lo cercheremo con te!
L’amata: Il mio dôdì è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, per pascolare nei giardini e a cogliervi i gigli. Io sono del mio dôdì e il mio dôdì è mio; lui che pascola tra i gigli.

Questi versi del Cantico dei Cantici dipingono una scena intensa: un coro di amici domanda dove sia l’amato, e l’amata (la Sulamita) risponde con sorprendente sicurezza. In questo breve dialogo poetico si riflettono aspetti profondi dell’amore coniugale vissuto nella quotidianità.

Prima interpretazione – Fedeltà in un mondo scettico

La domanda maliziosa del coro ricorda la mentalità di tanta gente di oggi: molti pensano che l’amore fedele e indissolubile sia un’illusione, che il “per sempre” non esista davvero. Viviamo in una società disillusa, in cui si guarda con scetticismo all’idea di un amore gratuito e incondizionato. Eppure noi, come sposi cristiani, crediamo fermamente in questo ideale e cerchiamo di testimoniarlo con la nostra vita.

Proprio per questo sentiamo di avere una grande responsabilità: con il nostro matrimonio possiamo mostrare qualcosa di diverso e di bello al mondo. Un amore fedele, esclusivo e duraturo non solo è possibile, ma è fonte di gioia e stabilità. Di fronte alla provocazione insinuata dal coro, la Sulamita non si lascia turbare né trascinare nel gioco della gelosia. Risponde invece con piena fiducia, forte di aver costruito la sua casa sulla roccia solida della promessa reciproca. Senza esitazione afferma che il suo dôdì è con lei: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio.” Il suo cuore è tranquillo, perché conosce la fedeltà del dôdì: lui non ha cercato altrove, anzi “è tornato nel suo giardino”.

Quanta forza in queste parole semplici! È il trionfo della fiducia sull’insinuazione maligna. Anche a noi queste frasi risuonano nel cuore e ricordano che il nostro matrimonio, fondato sulla fedeltà, può resistere ai dubbi che ci circondano. Il giardino di cui parla il Cantico simboleggia proprio l’intimità protetta della coppia: lì i gigli dell’amore sbocciano al riparo dalle logiche effimere del mondo.

Seconda interpretazione – La forza della comunità

C’è però un’altra chiave di lettura per noi importante. In questa scena del Cantico l’amata non è più sola a cercare il suo diletto: “Noi lo cercheremo con te” dicono gli amici. La preoccupazione di ritrovare l’amato diventa condivisa. Ecco un messaggio profondo: anche noi sposi non siamo soli nelle difficoltà o nei momenti di smarrimento. Appartenere a una comunità – in particolare alla comunità della Chiesa – fa una grande differenza nella vita di coppia.

Quando attraversiamo periodi di deserto, di lontananza emotiva o di crisi, non dobbiamo esitare a chiedere aiuto. Possiamo attingere a un tesoro prezioso: l’esperienza e il sostegno che la Chiesa offre attraverso il suo magistero sulla famiglia, la guida di pastori e amici spirituali e – non ultimi – i sacramenti, fonte di grazia. Nella nostra storia personale questo ha contato moltissimo. Io e mia moglie abbiamo cercato spesso confronto e appoggio nei momenti difficili: abbiamo incontrato diversi sacerdoti, coppie guida e fratelli nella fede pronti ad ascoltarci e consigliarci. Qualcuno ci ha affiancato nel tempo, qualcun altro ci ha aiutato magari in un solo incontro, ma ognuno ci ha lasciato qualcosa di prezioso.

La cosa più bella – come sottolinea sempre con gratitudine mia moglie Luisa – è che tutte queste persone ci hanno aiutato gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, amandoci per quanto potevano e senza risparmiarsi. Quanta generosità abbiamo ricevuto! È una ricchezza immensa per noi, un vero dono di Gesù attraverso la sua Chiesa. Sentirci parte di questa “ricerca” comune dell’Amore – proprio come gli amici del Cantico con l’amata – ci ha ridato coraggio e speranza quando ne avevamo più bisogno.

In conclusione, entrambe queste prospettive arricchiscono la nostra visione dell’amore coniugale. Da un lato c’è la dimensione intima della fedeltà reciproca, dall’altro la dimensione comunitaria del sostegno reciproco. Un amore umano vissuto così, saldo e aperto all’aiuto degli altri, porta in sé – in filigrana – un riflesso dell’Amore divino. Quel “per sempre” che abbiamo promesso diventa possibile giorno dopo giorno grazie alla fiducia, alla grazia e all’impegno condiviso. Vivere questo amore con mia moglie, con passione e dedizione, è per noi un’esperienza straordinaria che ci riempie il cuore e che desideriamo testimoniare al mondo con umiltà e gioia.

Antonio e Luisa

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L’incontro di Gesù con la Samaritana: un capolavoro di ascolto attivo

Prima Lezione del corso In relazione con te

Con questo articolo desidero introdurre la prima lezione del percorso che abbiamo creato per chi sente il desiderio di conoscersi più a fondo alla luce del Vangelo e dell’incontro con Cristo. Oggi parleremo di ascolto attivo.

Nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,1-42), l’incontro tra Gesù e la Samaritana non è solo un racconto di conversione, ma anche un vero e proprio manuale di relazione autentica. Gesù si ferma, ascolta e dialoga con una donna che, per il contesto sociale e religioso dell’epoca, sarebbe stata facilmente ignorata o giudicata. E invece, Gesù fa esattamente il contrario: si mette in relazione, con rispetto profondo e con un ascolto che sa accogliere senza condannare.

L’incontro avviene al pozzo, luogo simbolico di sete e ricerca. La Samaritana ha sete d’acqua, ma in realtà ha soprattutto sete di senso, di verità, di riconoscimento. Gesù intercetta questa sete senza umiliarla, senza mettersi in cattedra. Le parla con chiarezza, ma sempre con delicatezza. Non evita la verità, ma la porge in modo che possa essere accolta.

L’ascolto attivo secondo l’Analisi Transazionale

Se guardiamo questo episodio attraverso la lente dell’Analisi Transazionale, scopriamo che Gesù applica perfettamente ciò che oggi chiamiamo ascolto attivo. In AT, l’ascolto attivo è quella modalità di comunicazione in cui l’altro si sente realmente visto, sentito e accolto. Non è solo ascoltare le parole, ma è entrare in relazione con tutto ciò che l’altro è, compresi i suoi bisogni emotivi e le sue ferite.

Gesù non si limita ad ascoltare il racconto superficiale della Samaritana. Va più in profondità, senza invadere. Le restituisce con delicatezza ciò che intuisce: le sue fatiche, le sue relazioni fallite, la sua solitudine. Questo tipo di ascolto corrisponde, in Analisi Transazionale, al Genitore Affettivo e all’Adulto funzionale: da una parte accoglienza, empatia, protezione; dall’altra chiarezza, rispetto dei dati di realtà, comunicazione autentica.

Una comunicazione che integra verità ed empatia

Spesso ci troviamo a oscillare tra due estremi: dire la verità senza preoccuparci dell’altro, o al contrario accogliere l’altro senza mai avere il coraggio di dire la verità. Gesù ci insegna un equilibrio perfetto: dire la verità in modo accogliente. È la sintesi dell’ascolto attivo: non negare ciò che è, ma comunicarlo in modo che l’altro possa sentirsi amato e non distrutto.

In Analisi Transazionale questo è possibile quando siamo nello stato dell’Io Adulto, capaci di integrare le informazioni senza giudizio, ma anche quando sappiamo attingere al nostro Genitore Affettivo per creare uno spazio relazionale sicuro e accogliente.

Gesù non etichetta la Samaritana, non la definisce per i suoi fallimenti. Le offre una possibilità nuova, un’acqua viva che disseta per sempre: un nuovo sguardo su se stessa e sulla vita.

Cosa ci insegna questo per il percorso “In relazione con te”

Il percorso In relazione con te vuole proprio aiutare le persone a riscoprire questa modalità di comunicare e di ascoltare, partendo da sé, per imparare ad ascoltare l’altro senza giudizio e senza volerlo cambiare a tutti i costi. Troppo spesso nelle nostre relazioni siamo pieni di consigli, di risposte veloci, di etichette, ma incapaci di stare in silenzio e ascoltare davvero.

L’ascolto che Gesù ci mostra è uno spazio in cui l’altro può finalmente sentirsi accolto per quello che è, senza dover apparire migliore, senza difendersi. È uno spazio che trasforma.

Chi decide di intraprendere il percorso “In relazione con te” sperimenta proprio questo: un cammino di consapevolezza dove impariamo a prenderci cura del nostro dialogo interiore, dei nostri bisogni, per poi aprirci all’altro in modo nuovo, più libero, più vero. Gesù ci insegna che non è sufficiente parlare di amore, bisogna imparare a praticare un ascolto che diventa amore concreto.

E forse oggi anche noi, come la Samaritana, abbiamo sete di essere ascoltati così. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Gravidanza e Intimità: Mantenere Vivo l’Amore Coniugale

L’intimità di coppia durante la gravidanza: vivere con amore e serenità questo tempo speciale

L’arrivo di un figlio è un dono straordinario che porta con sé profondi cambiamenti, compresi quelli legati all’intimità coniugale. Molte coppie si interrogano su come vivere la sessualità durante la gravidanza, spesso con dubbi e paure. Eppure, con le giuste informazioni e un dialogo aperto, questo periodo può diventare un tempo di crescita e di profonda complicità.

Cambiamenti del corpo e desiderio sessuale

Durante la gravidanza il corpo della donna vive trasformazioni significative. Gli ormoni influenzano il desiderio in modo variabile: spesso diminuisce nel primo trimestre a causa della stanchezza e della nausea, per poi riemergere nel secondo trimestre, quando molte donne si sentono più energiche e a proprio agio con il corpo. Negli ultimi mesi, invece, il desiderio può calare di nuovo a causa della stanchezza e del peso del pancione.

È importante sapere che l’intimità sessuale è sicura in una gravidanza fisiologica. Il bambino è protetto dal liquido amniotico e dal tappo mucoso, e non corre alcun rischio durante i rapporti sessuali. Anzi, studi medici dimostrano che l’amore coniugale può avere effetti positivi sia sulla mamma che sul bambino, grazie al rilascio di ossitocina, l’ormone del benessere, che calma e rilassa.

La psiche della donna e i suoi bisogni emotivi

Oltre ai cambiamenti fisici, la gravidanza incide anche sulle emozioni della donna. L’aumento degli ormoni può amplificare l’ansia, la stanchezza e i timori legati alla maternità. Alcune donne si sentono meno attraenti o temono di non piacere più al partner.

Per questo è essenziale che il marito dimostri con gesti e parole che continua ad amare e desiderare la moglie, anche nelle sue nuove forme. Anche nei momenti di difficoltà, piccole attenzioni, come una carezza o una parola dolce, rafforzano la sicurezza emotiva della donna e alimentano la complicità.

Lo sguardo del futuro papà

Anche per l’uomo la gravidanza è un tempo di cambiamento. Alcuni uomini avvertono un calo del desiderio per timore di fare male al bambino o perché vedono nella moglie soprattutto la futura madre del loro figlio. Altri, al contrario, trovano la donna ancora più affascinante e attraente.

È importante che l’uomo si senta coinvolto e accolto. La futura mamma può aiutarlo coinvolgendolo nelle visite mediche, nelle decisioni pratiche e dedicandogli tempo esclusivo per vivere insieme la bellezza di questa attesa. La tenerezza reciproca è fondamentale: carezze, abbracci e piccoli gesti d’amore sono strumenti preziosi per mantenere viva l’intimità anche quando il desiderio sessuale attraversa momenti di calo.

Intimità fisica: trovare nuovi equilibri

Se il rapporto completo risulta difficile o faticoso, la coppia può riscoprire nuove modalità di stare insieme. Carezze, baci, abbracci e gesti affettuosi possono mantenere viva la connessione fisica. È utile scegliere posizioni che non comprimano la pancia e che rendano entrambi a proprio agio, come quella di fianco o con la donna sopra, in modo da avere più controllo sui movimenti. Inoltre, è importante ricordare che l’amore coniugale non si riduce all’atto sessuale: tenerezza, gioco e complicità sono le vere basi di una sessualità piena e soddisfacente.

Rimanere sposi e non solo genitori

Un rischio diffuso è che la coppia, concentrandosi sul figlio in arrivo, si percepisca solo come “mamma e papà”, trascurando il legame sponsale. È importante ritagliarsi del tempo esclusivo a due: una cena romantica, una passeggiata mano nella mano o momenti di preghiera condivisa sono fondamentali per alimentare l’amore coniugale.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “La comunione dei coniugi è il fondamento della famiglia”. Coltivare l’intimità con tenerezza e dedizione non solo rafforza il legame tra marito e moglie, ma crea anche un ambiente familiare sereno e amorevole per il bambino che nascerà.

La dimensione spirituale dell’intimità in gravidanza

La Chiesa insegna che la sessualità coniugale ha due dimensioni inscindibili: unitiva e procreativa. Durante la gravidanza, l’aspetto procreativo è già compiuto, ma il valore unitivo dell’atto sessuale rimane intatto. Come scriveva San Giovanni Paolo II, “La corporeità sessuale ha la capacità di esprimere l’amore, quell’amore nel quale la persona umana diventa dono”.

In questa prospettiva, l’amore fisico durante la gravidanza diventa un modo per i coniugi di rinnovare il loro “Sì” sacramentale, celebrando l’amore che li unisce e che ha già generato la vita.

Papa Francesco ci ricorda che “Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso”. Vissuta con rispetto, tenerezza e apertura al progetto di Dio, l’intimità coniugale diventa una fonte di grazia che rafforza l’amore e prepara la coppia ad accogliere la nuova vita con gioia.

La gravidanza è un tempo di cambiamento e di sfide, ma può diventare anche un tempo di profonda crescita nell’amore. Vivere con serenità l’intimità coniugale, comunicare con sincerità e coltivare la tenerezza sono gli ingredienti fondamentali per restare uniti come sposi e prepararsi ad accogliere con gioia la nuova vita che sta per nascere.

Antonio e Luisa

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Potevo Rifarmi una Vita, ho Scelto Cristo

Il 6 luglio si è concluso il 14° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Il sacerdozio degli sposi: trasformati per trasformare” (è nell’amore coniugale e familiare che si esprime e si realizza la partecipazione della famiglia cristiana alla missione sacerdotale di Gesù Cristo e della sua Chiesa – Familiaris consortio 50).

Già dal titolo si comprende che è un tema complesso e molti relatori sono andati in profondità, con diversi aspetti teologici che necessitano tempo per essere ben compresi e assimilati; oggi non voglio fare pertanto una sintesi del convegno, ma riportare la mia parte di testimonianza che ho fatto domenica mattina insieme ad Ersilia sul “celebrare la speranza oltre la separazione”, sperando – appunto – che possa aiutare le persone in difficoltà.

Mi chiamo Ettore, ho 49 anni, sono sposato da 23 anni e padre di due principesse adolescenti. La nostra storia d’amore comincia molto bene, entrambi avevamo il desiderio di creare una famiglia, di crescere nell’amore e nella fede: infatti, provenivamo da famiglie cattoliche e noi stessi eravamo calati in diverse realtà della zona, in particolare io terziario francescano, frequentavo (e frequento) attivamente una comunità che si occupa anche di accoglienza di ragazzi disabili gestita da frati cappuccini.

Anche dopo sposati, nel 2002, io e mia moglie abbiamo cominciato a fare catechismo insieme in parrocchia. Insomma, eravamo una bella coppia, ci volevamo bene e, nel paesino dove eravamo andati ad abitare, tutti ci consideravano come “una coppia modello”.

Nonostante queste belle premesse e dopo periodi di alti e bassi, nel 2014 mia moglie mi chiede la separazione: io mi oppongo in tutti i modi, ma è irremovibile e così devo abbandonare la casa coniugale, vedere le figlie in certi giorni e orari stabiliti e pagare un mantenimento mensile. Per correttezza devo dire che è stata sua l’iniziativa, ma anch’io ho commesso degli errori, anche solo il fatto di non essere sempre stato amabile e di non essere riuscito a intercettare tutti i suoi messaggi, i suoi disagi e le difficoltà che stava attraversando.

Mi è crollato il mondo addosso, non credevo sarebbe mai successo a noi, alla coppia modello, a noi cattolici praticanti (cioè della domenica) che dicevamo sempre: “Noi parliamo, noi ci vogliamo bene, i problemi li affronteremo insieme e non ci lasceremo mai”.

E’ stato un periodo davvero brutto: non dormivo la notte, mi facevo tante domande sul “perché tutto questo” e mi sembrava impossibile che la persona con la quale avevo condiviso tutto di me, avesse preso questa strada, senza motivi apparentemente validi; sono arrivato a pensare cose davvero brutte. Per me la separazione era inaccettabile, mi vergognavo, sia come persona, che come cristiano, tanto che l’ho tenuta nascosta per diverso tempo.

Mi sono trovato senza casa, con figlie piccole che soffrivano e che potevo vedere solo quando era stato deciso: mi chiedevo cosa avessi fatto di male o sbagliato, perché Dio mi toglieva tutto quello che ritenevo più importante, la mia famiglia. All’inizio le figlie mi hanno “salvato”, perché ho dovuto cercare di alleviare il loro disagio, come ad esempio il terrore di essere abbandonate, trascorrendo con loro meno tempo di prima, ma di qualità e mettendo in un secondo piano il terremoto che vivevo dentro.

Ho passato molto tempo a domandarmi cosa fare, perché tutti, amici, parenti e anche sacerdoti mi dicevano: “Sei giovane, hai 37 anni, trovati una bella ragazza e rifatti una vita!”. Io pregavo e cercavo di capire quale fosse la mia strada, ma subito ho sentito che non avrei mai potuto tradire mia moglie, non l’ho mai fatto e non lo potrei fare: ho promesso davanti agli uomini e soprattutto a Dio, di starle vicino nel bene e nel male; sapevo che la vita avrebbe potuto riservarci delle sorprese ed ero adulto e ben consapevole di quello che stavo facendo il giorno del matrimonio. Inoltre percepivo che anche per le nostre figlie, l’ingresso di una nuova donna avrebbe portato maggiori ferite: infatti in questi casi si pensa sempre agli adulti, tralasciando i figli che sono i più deboli e che avrebbero diritto ad una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene, perché è il giusto ambiente per una corretta crescita psico-fisica.

Le promesse matrimoniali non sono un contratto con clausole rescissorie, ma un patto, indipendente da quello che fa o decide l’altro, come Cristo ci ama e rimane ad aspettarci anche quando ce ne andiamo o lo tradiamo (l’indissolubilità, è data dalla presenza di Gesù che si unisce permanentemente agli sposi).

Quando ho capito che era il momento di smettere di lamentarsi e di farsi domande senza risposta, ma di cercare di far uscire il bene anche da una cosa brutta come la separazione, c’è stata la svolta: su consiglio di un assistente spirituale, nonostante il mio scetticismo, ho iniziato ad andare a messa tutte le mattine, prima di andare al lavoro e a recitare il rosario quotidiano.

Così, fidandomi completamente di Dio, pian piano le cose sono migliorate e anche gli aspetti che mi davano da pensare, come quello sessuale, hanno preso la giusta direzione: pensavo che la castità completa (o meglio, la castità vissuta nella continenza) fosse impossibile per un uomo e invece devo testimoniare, a distanza di più di 11 anni che è possibile senza sforzi eccessivi, lo considero un miracolo.

Inoltre mi sono accorto che questo non è merito mio, perché io non ne sarei capace, è Dio che opera attraverso di me, mi sono solo fidato e affidato a Lui. Contemporaneamente, tramite delle amiche, sono venuto in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre, guidata da Don Renzo Bonetti, un gruppo di persone separate o divorziate che scelgono di rimanere fedeli al Sacramento: ho cominciato a frequentarli, scoprendo così quanto poco avevo capito del matrimonio cristiano!

Con Dio nessun matrimonio fallisce, perché Lui è il primo separato fedele, che rimane con noi anche quando lo tradiamo: si entra in chiesa per sposarci in due e si esce in tre; è importante avere la consapevolezza che dobbiamo sempre attingere dall’alto e che il matrimonio non è nato solo per la coppia, ma per il servizio agli altri, per realizzare la famiglia grande dei figli di Dio.

La sofferenza (cioè il “morire” a quello che avevo pensato e sperato), è stata lo strumento attraverso il quale Dio ha plasmato e convertito il mio cuore e a distanza di diversi anni mi sono accorto che mia moglie, anche se mi ha lasciato, è stata il mio sicomoro, come è successo a Zaccheo, perché mi ha permesso involontariamente di salire, di crescere e di poter intercettare quello sguardo di Dio che ti cambia, ti fa sentire amato nonostante la tua piccolezza e ti fa vedere la sposa bella come lui l’ha pensata. Anche se sono solo, sono sposo al 100%, fratello, padre e quindi posso portare avanti la missione degli sposi, ovviamente con modalità diverse.

Ho visto miracoli nella mia vita e ho provato la vicinanza di Gesù in tanti momenti, ho imparato ad amare mia moglie in maniera diversa, completamente svincolata dal possesso e da qualsiasi ritorno che possa avere, anche di soddisfazione sessuale. Indubbiamente non è facile, perché ogni giorno è diverso: ci sono alti e bassi, è un cammino che finirà nel mio ultimo respiro, ma è davvero gratificante cercare di amare di un amore totalmente gratuito che non si aspetta niente, quello che Dio ha per noi, sempre, indifferentemente da come rispondiamo alla sua chiamata. Non posso che ringraziare Dio per tutto quello che mi ha dato e che continua a donarmi, è davvero una grande grazia!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il Suo Palato è Dolcezza

Dopo aver percorso con lo sguardo ogni dettaglio del suo amato, con occhi pieni di meraviglia e desiderio, la Sulamita non riesce più a trattenersi: si abbandona, si lascia travolgere, lo bacia con passione, senza più filtri, senza più distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il suo palato è dolcezza; egli è tutto delizie! Questo è il mio dôdì, questo è il mio amico, figlie di Gerusalemme!

La giovane sposa del Cantico dei Cantici esprime tutto il suo desiderio per l’amato. Nei versetti precedenti l’ha ammirato dalla testa ai piedi, con uno sguardo pieno di meraviglia che a poco a poco diventa contemplazione. Lei contempla ciò che è bello in lui, e quella bellezza rimanda a qualcosa di più grande: alla bellezza di Dio. Se Dio è amore, è l’amore che rende bello chi ama e chi è amato. Quella tra i due sposi non è quindi una semplice attrazione fisica: è un incontro che sfiora il mistero, un’esperienza quasi mistica. Nel loro amore essi percepiscono una Presenza che li supera, come se il loro abbraccio racchiudesse un riflesso dell’abbraccio infinito di Dio.

La Sulamita, la sposa del Cantico, a questo punto gli dice in sostanza: “Tu non sei solo un corpo splendido. Tu sei molto di più: tu sei tu. Sei il mio uomo, l’unico e il solo per me.” Quando esclama «egli è tutto delizie», la sposa afferma che la persona intera del suo amato è una meraviglia ai suoi occhi. Ogni aspetto di lui fa parte di ciò che lei ama, anche ciò che oggettivamente non è perfetto. Lei sa bene che il suo uomo ha dei difetti – tutti ne abbiamo. Amarlo non significa ignorarli o fingere che non esistano. Significa piuttosto non avere uno sguardo miope, fermo solo su quelle mancanze. Se ci fissiamo sui difetti dell’altro, rischiamo prima o poi di non sopportarlo più. Invece, la sposa del Cantico ci insegna a guardare i difetti del partner alla luce di tutta la persona. L’uomo di cui si è innamorata ha tante qualità e lati positivi; le ha mostrato in mille modi il suo amore, l’ha fatta sentire preziosa, l’ha saputa anche perdonare. È un uomo bello – anzi, ai suoi occhi è meraviglioso – nonostante le sue imperfezioni. Lei non dimentica chi è davvero quella persona che ama.

Questa prospettiva è fondamentale nella vita di coppia. Anch’io, come marito, imparo ogni giorno a non perdere questo modo di guardare mia moglie. Ci sono piccoli difetti o abitudini che potrebbero infastidirmi. Ma se mi lascio prendere da uno sguardo miope, che vede solo il negativo, rischio di rovinare la magia. Invece, quando ricordo chi è davvero mia moglie, tutto cambia: rivedo la donna straordinaria di cui mi sono innamorato, con il suo sorriso unico, la sua bontà, la forza con cui affronta la vita e anche le sue fragilità che la rendono umana e vera. Allora i difetti tornano ad essere semplici dettagli sullo sfondo. Il cuore si risveglia alla gratitudine e all’amore, e nei suoi occhi ritrovo quella scintilla che mi fa dire: “Tu sei tu, sei la mia unica, sei tutta bella per me.”

Quando guardiamo l’altro in questo modo – intero, unico, insostituibile – nasce in noi un desiderio rinnovato di intimità. La Sulamita lo esprime con ardore: «Il suo palato è dolcezza». È un’immagine poetica per dire che i baci del suo amato sono dolci come il miele, che la sua bocca le dona piacere e vita. In altre parole: lui è così bello ai suoi occhi che lei desidera baciarlo, entrare in comunione profonda con lui, assaporarne la presenza. Possiamo domandarci sinceramente: abbiamo ancora questo sguardo di meraviglia verso il nostro amato o la nostra amata? Non ne siamo sicuri? La prova è semplice. Abbiamo ancora desiderio di baciarlo o baciarla con slancio? Sentiamo ancora nel cuore quell’impulso di assaporare la sua essenza, di respirare con lui/lei, di condividere lo stesso respiro? In un bacio vero e profondo, infatti, due persone si scambiano il soffio vitale – unendo le labbra, i due respiri diventano uno solo. Quel gesto racchiude tutto: passione, tenerezza, fiducia e abbandono.

“Questo è il mio amato, questo è il mio amico,” conclude la sposa del Cantico. Amato e amico: amante appassionato e compagno fedele. È una definizione splendida dell’amore coniugale. Nell’amore autentico tra un uomo e una donna, la passione e la dolcezza vanno di pari passo con la complicità e il rispetto reciproco. I due sposi sono amanti, ma anche amici e alleati nella vita. Così, l’amore umano svela un frammento dell’Amore divino: nell’abbraccio quotidiano di un uomo e una donna possiamo intravedere – quasi in filigrana – l’abbraccio di Dio. Questo pensiero ci invita a custodire con cura il nostro amore: a tenere vivo lo stupore per l’altro e a coltivare la tenerezza giorno dopo giorno. In questo modo l’amato e l’amata rimangono davvero “tutto delizie” l’uno per l’altra, e la loro unione diventa riflesso di una bellezza più grande che non finisce mai.

Antonio e Luisa

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La Fabbrica della Tenerezza

Oggi un contributo molto gradito da parte di due coniugi impegnati da tanti anni a favore della famiglia e dell’amore. Si tratta di Maria Lubrano e Raimondo Scotto. Ci hanno scritto per arricchire il confronto nato da un articolo di alcuni mesi fa Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore. Il loro contributo prende spunto da ul libro che hanno publicato nel 2011 Inseguendo l’anima gemella. Nelle pagine che hanno deciso di condividere con noi c’è la storia di Elena e di suo marito.

Elena ha fame di amore ma fin dal fidanzamento si è accorta che il marito è anaffettivo perché nella sua famiglia nessuno gli aveva insegnato ad esprimere l’amore, mai abbracci, mai baci, mai empatia. C’erano stati dei primi segnali dolorosi. Tutte le coppie di fidanzati loro amici si tenevano per mano, oppure camminavano abbracciati ma per lei non c’erano abbracci.

Eppure lei stimava quell’uomo introverso ma seriamente impegnato a costruire il loro legame affettivo. Dopo il fidanzamento le nozze.  Elena vorrebbe lasciarlo dopo pochi mesi dal matrimonio ma  decide consapevolmente la via della fedelta al sacramento e di continuare ad amarlo per riempire quel serbatoio di amore che nel marito è rimasto vuoto. Nelle righe che seguono viene raccontato il momento cruciale in cui lei “sceglie” di restare con suo marito

LA FABBRICA DELLA TENEREZZA.  

Entra l’aria fresca del mattino dalle imposte accostate. Gui è andato via salutandola frettolosamente, la credeva forse  ancora un po’ addormentata, ma  Elena era ben sveglia. Si è alzata ed ha guardato il limoneto ancora in fiore. Quel verde l’ ha abbagliata,  stordita, ma solo per pochi istanti, subito è ritornata alla sera prima, all’odio che avevano saputo  generare tra loro. Nella sua  anima è sceso il gelo. Il suo meraviglioso mese di maggio che le piaceva tanto, adesso le è indifferente.

Si guarda intorno, le arance mature, la brocca rossa, il letto disfatto, le pareti immobili… tutto è senza vita, non c’è più lo smalto, manca la luce… Ha nel cuore una sensazione di sconfitta, di danno irreparabile…  Vorrebbe gridare : “Ti prego Gui, te lo chiedo in ginocchio, non distruggere così quello in cui abbiamo creduto… aiutami a ritrovarti”.

L’aria ancora un po’ pungente si colora di tenero verde, di giallo, di pallido viola. I tetti riflettono allegri il cielo luminoso. Elena si appoggia all’ inferriata del balcone, lo sguardo si perde nel limoneto. Quanti anni sono passati da quel giorno di aprile quando le campane di Sant’Antonio la chiamavano: sposa… sposa… sposa. Con quanto entusiasmo era cominciata la loro vita a due, poi, per quell’incapacità di Gui di esprimere le sue emozioni, per quella frequente mancanza di gentilezza, tutto aveva iniziato a sgretolarsi. Le sembra adesso di trovarsi in un vicolo cieco, le sembra di non trovare via d’uscita.  La tentazione di fuggire, di buttare all’aria la loro relazione, da mesi è forte.

Un pensiero imprevisto ad un tratto le attraversa la mente… forse ancora possono riprovarci? imparare a  volersi bene, arginando le piene del cuore, scavalcando gli ostacoli, evitando di farsi del male, urtando gli spigoli?

Qualche mese dopo

Elena e Gui sono ancora insieme, non sono cambiati, alcune ferite radicate nell’infanzia rimangono per sempre, alcune pieghe dell’anima sono indelebili ma è accaduto qualcosa di nuovo, di sorprendente. Sono cambiati quel poco che basta per guardarsi negli occhi senza rancori,  lui sempre incapace di esprimere sentimenti e emozioni, lei sempre assetata di gentilezza, di  tenerezza.

Elena si domanda stupita: come ha potuto sopravvivere, come le sono scivolati addosso tutti  quei giorni senza versare più lacrime? Ancora se lo chiede, ancora si stupisce di fronte alla voragine impensata delle potenzialità umane, alle straordinarie energie del cuore, al fedele aiuto di quel Dio in cui aveva ricominciato a credere.

Momenti di riflessioni  ce ne sono stati tanti  e tanti sono stati i  suoi propositi, le proposte accorate per Gui, per poter ricominciare a credere nel “noi”. Era come spostare una montagna appuntita, saltare da un muro alto nel vuoto, ma ogni volta era riconoscere orizzonti nuovi,  ampi panorami sconosciuti, e atterrare al suolo su di un tappeto erboso senza ferite, solo qualche leggera ammaccatura simile al dolore che si prova dopo una frizione rigenerante sul corpo. Nonostante i tanti momenti bui, ogni dolore, piccolo o grande, era stato sempre per loro due, uno spazio creativo, dove poter intravedere piccole strade nuove per incontrarsi.

Il miracolo era avvenuto, si era sciolto nel suo cuore il rancore, la pretesa, aveva accolto le fragilità di Gui, buttando all’aria,  lei per prima, la guerra fredda che avevano entrambi generata. La sua fame di amore si era saziata cibandosi dell’amore di Dio e Dio le aveva insegnato a dare tenerezza.

La tenerezza, la gentilezza di cui aveva bisogno, Elena aveva iniziato a fabbricarsela  da sé, la generava nel suo cuore e nasceva anche negli altri. Se lei si fermava, se si stancava di produrla, tutti si fermavano. A volte era stanca di essere quella sorta di fabbrica di gentilezza, a volte come oggi che si appoggia al balcone e si perde con lo sguardo nel limoneto per ritrovare energia, oggi che è senza forze. 

Un’idea le sfiora l’anima: ognuno nella vita in fondo, per essere utile, deve fabbricare qualcosa. C’è chi fabbrica musica, chi arte, chi studio, chi idee, chi poesie, chi cultura ecc…ella non può tradire la sua natura, gli ideali che l’hanno affascinata fin da quando era bambina… lei potrebbe fabbricare gentilezza. Ricorda di aver letto una volta la storia di una ragazza che si chiamava “Dona Musica”. Ella, dovunque entrava, doveva donare note per far felici i presenti…

Nell’impeto dei suoi tredici anni aveva deciso subito, con determinazione, di voler fare anche lei così. Le occasioni nella vita non le sono mancate, ed è contenta di non essersi tirata indietro, anche se la tentazione di farlo è stata a volte così forte come un vortice nel mare in tempesta; ma ogni volta una piccola cordicella, un’idea, un piccolo filo d’oro, l’hanno tirata fuori. Quell’ improvviso ricordo di “Dona Musica” quella storia sarà forse  il filo d’oro di oggi per ritrovare la forza di essere gentile?

Le foglie verdi ondeggiano piano, si sente il fischio di una nave, la brezza del mare vicino culla i suoi pensieri.

Quel giorno quando Gui ritorna dal lavoro, come sempre stanco, taciturno, schiacciato dai suoi pensieri, trova Elena, più accogliente del solito, che gli sorride  e lo blocca sulla porta di casa con un abbraccio coinvolgente. Come ormai  accade negli ultimi due mesi, si meraviglia di quel cambiamento, di quei suoi sorrisi inaspettati, di quell’abbraccio che scioglie tutta la tensione accumulata in quell’ufficio dove non c’è mai tregua, dove i problemi si accavallano, si accumulano senza soluzioni. La tenerezza di Elena scende nel suo cuore come una musica dolce che lo rasserena, che lo porta a sciogliere quel nodo che gli blocca le parole da sempre, da quando bambino si sentiva invisibile, davanti a un padre che sapeva solo lanciare messaggi di sfiducia. Allora, come un prodigio, fiorisce per la prima volta, sulla sua bocca una frase: Grazie Elena, tu non sai  quanto sei importante per me…

Raimondo e Maria Scotto

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Dove la Fede Incontra la Psicologia: Un Cammino di Libertà

Carissimi, viviamo in un tempo in cui l’amore non può più essere lasciato al caso. Le relazioni superficiali non reggono, la fragilità affettiva spesso ci disorienta, e la vita ci chiede radici profonde, sguardi autentici, e strumenti concreti per amare davvero. In questo contesto nasce “In relazione con Te”, (vai alla scheda del corso) un percorso formativo unico nel suo genere, pensato per chi desidera accompagnare sé stesso e gli altri – nella vita di coppia, in famiglia, nella pastorale – con competenza e profondità umana e spirituale.

Il cuore di questo corso è un’intuizione potente: la fede e la psicologia non sono mondi separati. Non dobbiamo più scegliere se approfondire l’uno o l’altra. È proprio la loro integrazione che può aprire spazi nuovi di crescita personale e relazionale. La fede ci rivela la bellezza e la dignità dell’uomo creato e redento; la psicologia ci aiuta a comprendere come funzioniamo nel concreto della nostra vita emotiva e delle nostre relazioni quotidiane.

Questa visione è al centro del progetto nato dalla collaborazione tra Amati per Amare e matrimoniocristiano.org, due realtà impegnate da anni nella formazione cristiana, con il desiderio di costruire percorsi che parlino al cuore, alla mente e alla vita reale delle persone. A guidare il corso ci saranno ad accompagnarmi in questo progetto, professionisti qualificati – oltre che cari amici – e profondamente radicati nella fede:

  • Claudia Viola, psicoterapeuta, Analista Transazionale ed EMDR practitioner
  • Roberto Reis, psicologo e terapeuta in formazione

Il percorso si rivolge a educatori, operatori pastorali, sacerdoti, sposi, genitori e a chiunque senta il desiderio di prendersi cura di sé e degli altri con uno sguardo integrale, che non separa l’anima dalla psiche, la spiritualità dalla vita concreta. Ma è anche un cammino prezioso per chi, in questo momento, sente il bisogno di conoscersi meglio e imparare a navigare nel proprio mondo interiore con maggiore consapevolezza.

La fede cristiana è, prima di tutto, incontro con una Persona viva: Gesù Cristo. Lui ci chiama a seguirlo non in modo disincarnato, ma diventando pienamente umani. La sequela di Cristo ci porta a integrare fede e vita, spirito e psiche, e questo corso ci aiuterà a farlo con l’aiuto dell’Analisi Transazionale, una chiave di lettura semplice, efficace e profondamente rispettosa della persona.

Attraverso sei moduli online, a cadenza mensile e in diretta, il corso ci accompagnerà in un viaggio concreto e trasformante, che unisce teoria e pratica, con esercizi, esempi e strumenti da applicare subito nella vita quotidiana. I contenuti nascono da episodi evangelici concreti, dove Gesù si rivela come il Maestro della relazione autentica.

  • Con la Samaritana (Gv 4,1-42), Gesù ci insegna l’arte dell’ascolto vero, senza giudizio, capace di accogliere l’altro con autenticità e rispetto. Impareremo a comunicare in modo efficace e a essere presenti, con tutto noi stessi, nei nostri dialoghi.
  • Nel Getsemani (Mt 26,36-46), Gesù ci mostra come vivere le emozioni profonde senza negarle né esserne schiacciati. Impareremo a riconoscere e ad esprimere i sentimenti, maturando una maggiore libertà interiore.
  • Nella moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44), Gesù guida i discepoli con equilibrio e compassione, mostrandoci come gestire un gruppo in modo sano e orientato al bene di tutti. Scopriremo strategie concrete per accompagnare e coordinare persone e comunità.
  • Nell’invio dei discepoli in missione (Lc 10,1-12.17-20), Gesù ci introduce all’apprendimento esperienziale: si cresce facendo, sbagliando, riflettendo insieme. Apprenderemo il modello di Kolb e Fry per imparare a crescere a partire dall’esperienza vissuta.
  • Con Marta e Maria (Lc 10,38-42), Gesù ci invita a integrare le diverse parti di noi: il Genitore Critico, il Bambino Libero, l’Adulto consapevole. Esploreremo come trasformare il nostro stile relazionale per costruire legami più autentici.
  • Con la donna adultera (Gv 8,1-11), Gesù ci libera dai giochi psicologici di colpa e punizione. Impareremo a riconoscere i copioni interiori che ci intrappolano e a scegliere risposte nuove e liberanti.

Voglio dirvelo in tutta sincerità: per me fare questo cammino di consapevolezza nella mia fede attraverso la psicologia ha rappresentato un vero salto di qualità nella mia vita. La mia immagine di Dio, il modo in cui lo percepisco come Padre, è stato profondamente influenzato dalle mie esperienze relazionali, fin dall’infanzia. Solo grazie a questo percorso, accompagnato con grande delicatezza e competenza sia da Claudia e Roberto, che anche da terapeuti che mi hanno consigliato, ho potuto riscrivere certe immagini interiori, guarire ferite antiche e scoprire un modo nuovo, più libero e più vero, di stare con Dio, con me stesso e con gli altri.

Questo percorso non è solo formazione. È un’inizio, un’opportunità per trasformare la tua vita e le tue relazioni, per crescere nella consapevolezza di te e per diventare un accompagnatore più autentico e competente nella Chiesa, nella famiglia, nella società.

Se senti che è tempo di fare un passo in più, di amare meglio, di prenderti cura di te per prenderti cura degli altri, questo corso è per te. Non perdere questa occasione: la vera formazione nasce quando fede e psicologia si incontrano per aiutarti a diventare pienamente umano e pienamente cristiano.

Antonio e Luisa

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Amore e Riconoscimento nel Cantico dei Cantici

Con questa ultima riflessione completiamo la serie di quattro capitoli dedicati a cantare la differenza tra uomo e donna. Nel Cantico dei Cantici è un tema molto presente. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce poetica del Cantico dei Cantici, con il suo linguaggio di corpi e sensazioni, ci ricorda che l’attrazione fisica e il desiderio ardente non sono nemici dell’amore fedele, ma anzi ne fanno parte integrante. L’analisi simbolica del corpo dell’amato che la sposa compie – enumerando capo, occhi, mani, torso, gambe, bocca – non è semplice lussuria oggettificante, bensì espressione di ammirazione totale e dedizione.

In ogni tratto fisico ella coglie un significato interiore: la solidità delle gambe allude alla stabilità del carattere, la dolcezza del palato parla della dolcezza delle sue parole, lo splendore dorato del volto riflette la nobiltà d’animo che lei vi legge. In questo modo il corpo diventa sacramento dell’amore, segno tangibile di qualità invisibili.

Ciò risuona con una visione integrale della persona: amare qualcuno significa amare anche il suo corpo, perché è l’espressione visibile di chi egli è. La dedizione si manifesta dunque nel desiderare ogni parte dell’altro, nel trovare bellezza in ciò che forse agli occhi distratti del mondo è comune. La sposa del Cantico vede il suo diletto bello e desiderabile dalla testa ai piedi; potremmo dire che lo venera in senso laico, cioè lo valorizza totalmente. Questo sguardo genera una grande energia d’amore: fa sentire l’amato “riconosciuto”, accolto pienamente.

In conclusione, partendo da quel brano del Cantico dei Cantici abbiamo esplorato come l’amore di coppia possa essere insieme estasi sensuale e percorso di crescita. La forza dello sguardo femminile emerge nella capacità della sposa di trasfigurare il suo amato attraverso l’amore: ella lo vede come il più bello, il più degno, e così facendo ne alimenta la bontà e la bellezza.

La potenza del riconoscimento dell’altro si rivela nel modo in cui ciascun partner, sentendosi visto e apprezzato, fiorisce e si rinnova. E la capacità trasformativa dell’amore brilla sia nelle piccole metamorfosi quotidiane – i caratteri che si ammorbidiscono, le personalità che maturano a contatto reciproco – sia nelle grandi prove superate insieme, che rappresentano vere e proprie rigenerazioni del rapporto.

Uomo e donna, così diversi, scoprono nell’incontro amoroso la possibilità di diventare pienamente se stessi solo insieme. Come nei versi finali del nostro brano biblico, ciascuno può dire dell’altro: “Questo è l’amato mio, questo l’amico mio”. Amato e amico: eros e agape, passione e complicità. È la pienezza dell’amore umano, in cui il desiderio alimenta la dedizione e viceversa, in un circolo virtuoso che può durare tutta la vita e, anzi, renderla ogni giorno nuova. In questo misterioso incontro di corpi e anime, l’uno per l’altra diventano davvero “tutto delizie”, e lo sguardo d’amore dell’uno è specchio e luce per l’altra – trasformandoli e rigenerandoli di continuo nel dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Scelte Quotidiane per un Matrimonio Cristiano Vivo

«Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove!»
Queste parole di Papa Leone, durante l’udienza generale del 25 giugno 2025, risuonano con forza, specialmente quando pensiamo al matrimonio cristiano. Troppe volte ci fermiamo all’apparenza: un matrimonio ben celebrato, una foto davanti all’altare, una cerimonia curata nei dettagli. Ma il vero matrimonio cristiano non è quello che si mostra: è quello che ogni giorno sceglie Cristo come suo centro vivo e operante.

Toccare Cristo nelle ferite del matrimonio

Il Papa, commentando il brano dell’emorroissa, ci offre un’immagine potente: una donna che, pur impura e piena di paure, osa toccare Gesù e, grazie alla sua fede, viene guarita. Il matrimonio, proprio come la vita di quella donna, attraversa stagioni di fatica, crisi, ferite non guarite. Eppure, il rischio di vivere una fede superficiale si insinua anche nella vita di coppia: essere presenti in chiesa la domenica, ma lasciare il cuore altrove, magari chiuso nella delusione o nel rancore.

Un matrimonio che attraversa le difficoltà non è quello che evita la fatica, ma quello che osa toccare Cristo proprio attraverso le sue ferite. È lì che si gioca la partita della fede coniugale: nel decidere ogni giorno di non scappare, di non chiudersi, di non vivere la relazione come un contratto o un dovere senz’anima.

La vera guarigione nasce dalla fede concreta

Il Papa ci ricorda che non basta calpestare le nostre chiese: serve toccare il cuore di Gesù, crederci davvero. Questo vale anche per la vita matrimoniale: non basta celebrare il sacramento, bisogna viverlo.

Quante coppie entrano in chiesa il giorno delle nozze senza una vera fede viva, senza il desiderio profondo di far sì che Cristo sia il centro reale della loro storia. Magari lo hanno detto quel giorno, ma poi, con il tempo, il cuore si è spostato altrove: verso il lavoro, verso la carriera, verso i figli vissuti come rifugio affettivo, e non più verso l’altro come compagno di vita.

Ma quando una coppia decide di tornare a Cristo, anche dopo anni di distanza, anche dopo ferite che sembrano insanabili, succede qualcosa di simile a quello che è accaduto all’emorroissa: si riapre la possibilità della guarigione. Perché, come dice Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace» (Mc 5,34).
Nel matrimonio possiamo sentirci rivolgere le stesse parole: figlio, figlia, la tua fede – anche piccola, anche stanca – ti salva. Puoi ricominciare, puoi andare in pace.

Per noi: mettere Gesù al centro è stato concreto

Nella nostra storia di coppia, mettere Gesù al centro non è mai stato un concetto astratto. È stato – ed è ancora oggi – un lavoro quotidiano fatto di scelte spesso non comprese, a volte derise.
Abbiamo scelto la castità prima del matrimonio, quando molti ci guardavano con sospetto o ci prendevano in giro. Abbiamo scelto di usare i metodi naturali per vivere la nostra fertilità in modo consapevole, mentre intorno a noi sembrava assurdo fidarsi così tanto l’uno dell’altro e della vita.
Abbiamo scelto di restare aperti alla vita anche quando questo significava accogliere la fatica, la rinuncia, il sacrificio. E ancora oggi, ogni giorno, ci troviamo a combattere contro l’orgoglio, contro la voglia di avere ragione, contro l’impulso di dominare l’altro e di chiuderci nel nostro ego.

Mettere Gesù al centro, per noi, significa tutto questo: scegliere l’amore quando è più difficile, scegliere il dono quando sarebbe più comodo chiudersi, scegliere di rialzarsi dopo ogni caduta.

Ogni giorno una scelta

Un matrimonio che attraversa le difficoltà e che resta fedele non è un matrimonio perfetto. È un matrimonio che ogni giorno compie una scelta: quella di credere che Gesù è lì, nella casa, nella fatica, nella crisi, e che vale la pena rimettere Lui al centro, anche quando sembra troppo tardi.

Il rischio più grande, come ha detto Papa Leone, è quello di vivere “calpestando la superficie”, in modo formale, ma con il cuore assente. Il dono del matrimonio cristiano, invece, è quello di poter vivere ogni giorno come un nuovo inizio, come una nuova occasione per toccare Gesù con le nostre mani fragili, per lasciarci guarire e per riscoprire che la pace non viene dall’assenza di problemi, ma dalla Sua presenza dentro le nostre storie.

Ecco allora il segreto: non basta sposarsi in chiesa. Bisogna sposarsi ogni giorno in Cristo. Bisogna toccarlo ogni giorno nella vita reale di coppia. Solo così un matrimonio diventa davvero una storia di fede, una storia di salvezza

Antonio e Luisa

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Un Legame Eterno Oltre la Separazione

In questi giorni ho festeggiato 23 anni di matrimonio, 11 dei quali vissuti senza mia moglie accanto; ho notato che purtroppo questo giorno così importante è sottovalutato: qualche coppia se ne ricorda quando è già passato, altri lo considerano un giorno più da dimenticare, per non parlare poi di chi si separa (conosco una donna che addirittura festeggia il giorno del divorzio perché, secondo lei, ha riottenuto la sua libertà).

Per il mio anniversario di matrimonio ho portato le paste al lavoro, un gesto semplice, spontaneo, per festeggiare con chi passo la maggior parte del tempo nella giornata. I colleghi hanno ovviamente apprezzato, ma qualcuno ha commentato con un sorriso ironico: “Sei un estremista religioso… ma che c’è da festeggiare se sei separato?”.

Li capisco, dal punto di vista del mondo, hanno perfettamente ragione. Che senso ha ricordare un’unione che non è più vissuta quotidianamente? Che senso ha celebrare un legame che sembra essersi interrotto? Ma, come diceva Chiara Corbella Petrillo, una donna che ha vissuto la fede fino all’ultimo respiro, “qualsiasi cosa farai, avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna”. Allora, sì, capisco che non possano comprendere, è normale, non mi meraviglia, non mi offende.

Il giorno dell’anniversario di matrimonio non è una data qualunque, è un giorno che mi ha segnato per sempre, è il memoriale di un “sì” eterno. Quel giorno ho pronunciato parole che non erano solo un impegno umano, ma partecipazione a un mistero più grande: il mistero dell’amore di Dio che si dona fino in fondo. Quel giorno è la mia Pasqua personale: sono “morto” a me stesso, ho donato tutta la mia vita, il mio corpo, la mia libertà, a mia moglie, non per un tempo, ma per sempre.

Questo, per me, è il cuore del matrimonio sacramentale: un amore che si fa dono irrevocabile. Come Cristo ha donato se stesso sulla croce per amore della sua Sposa, la Chiesa, anch’io, con tutta la mia debolezza, ho provato a dire: “Ecco, prendi la mia vita, è tua, per sempre.

Ogni anniversario è perciò un “memoriale”: non solo un ricordo, ma un riattualizzare quel dono, quell’offerta. È la mia piccola croce, ma anche la mia risurrezione, anniversario della Pasqua, com’è scritto in Familiaris Consortio n.13: Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce……il matrimonio è memoriale, attualizzazione e profezia della Pasqua.

E’ un giorno talmente importante che segna un prima e un dopo, non si può far finta che non sia cambiato niente o addirittura scordarselo o volutamente non festeggiarlo. Anche se sono separato, ogni anno questo giorno è speciale, lo vivo con la santa messa e facendo anche qualcosa di particolare: certo, c’è una punta di tristezza, com’è naturale, per quello che avrebbe potuto essere e non è, ma con gratitudine e pace per la grazia ricevuta.

Se mi fossi risposato, o anche solo “riaccompagnato”, avrei ripreso qualcosa che avevo donato per sempre e l’avrei dato a un’altra persona: in qualche modo, mi sarei “ripreso” il mio dono, ma io non ho voluto.

Per questo, a Dio piacendo, fra due anni, quando saranno le nozze d’argento, voglio organizzare una festa, come hanno fatto altri separati fedeli: sarà un inno alla speranza, alla gioia che nasce dal vivere per qualcosa di più grande, sarà, ancora una volta, una Pasqua.

Qualcuno mi dirà che è strano, che è fuori dal tempo, forse sì, ma anche la Croce, a ben vedere, è fuori dal tempo. Anche Gesù, quando ha lavato i piedi ai discepoli e ha offerto la sua vita, ha fatto qualcosa che il mondo non capiva, eppure, da lì è nata la salvezza.

Sento che oggi c’è bisogno di testimonianze così, non per accusare chi ha fatto scelte diverse, ma per dire che c’è un’altra possibilità, che si può vivere il dolore della separazione senza cedere alla logica del “ricominciare” a ogni costo, che si può trasformare una ferita in un’offerta e che si può amare ancora, senza possedere.

Il mio anniversario di matrimonio è un giorno santo e ogni anno che passa, anche se cammino da solo, è un anno in più di amore donato, di fedeltà vissuta, di speranza custodita, perché il mio matrimonio non è finito: è diventato invisibile agli occhi del mondo, ma resta vivo agli occhi di Dio.

Ho scoperto anche che fra i separati ci sono persone che addirittura buttano via nel cassonetto l’album con le foto del matrimonio, dimenticandosi che questo loro gesto non cancella niente. Anzi, io voglio che le mie figlie vedano quanto eravamo felici quel giorno e che da quella felicità sono nate loro; banalmente, se le guardo, nei loro volti e nelle loro caratteristiche fisiche, io e mia moglie, siamo sempre insieme.

Pertanto sposi, mi raccomando, non scordatevi del vostro anniversario di matrimonio, giorno in cui vi siete totalmente dati, dati per amore, dati per sempre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Effetto Michelangelo: L’Amore che Plasmiamo

Ci soffermiamo anche in questo capitolo sui versetti del Cantico in cui la donna canta la bellezza maschile e virile di Salomone. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo di vita cantato dalla Bibbia, riconosciamo dunque elementi universali e attualissimi della relazione uomo-donna. Lo sguardo amoroso, in particolare quello femminile qui descritto, possiede una sorprendente potenza trasformante. La riconoscenza e l’ammirazione sincere che la donna rivolge al suo uomo non solo lo descrivono per come egli è ai suoi occhi, ma in un certo senso lo plasmano, lo chiamano ad essere la versione migliore di sé.

C’è un effetto quasi creatore nel modo in cui l’amata dice: “egli è tutto delizie”: pronunciando questa frase, è come se lei vedesse già in lui tutto il bene possibile, la pienezza delle sue qualità. Amare qualcuno significa anche intuire il suo potenziale e incoraggiarlo a realizzarlo.

Gli psicologi relazionali hanno definito questo fenomeno “effetto Michelangelo”: i partner, attraverso il loro sguardo e le loro aspettative positive, si scolpiscono a vicenda, aiutandosi a tirar fuori il proprio ideale. Lo ha spiegato benissimo anche papa Francesco quando ha affermato che: Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito.

Naturalmente occorre farlo con rispetto dell’altro e non con manipolazione – non si tratta di imporre un cambiamento, ma di ispirarlo. Se uno si sente amato e apprezzato per il meglio di sé, sarà più portato a diventare davvero migliore. In un rapporto sano ciascuno fiorisce anche grazie allo sguardo benevolo dell’altro. Possiamo immaginare che l’amato della nostra storia, ascoltando la voce della donna che lo descrive con toni così elevati, sorrida e senta nel cuore di voler essere all’altezza di quell’immagine dorata che lei ha di lui.

Del resto, lei lo chiama “amato” ma anche “amico”: in questo c’è la fiducia che lui saprà volerle bene con tenerezza e lealtà. Da parte sua, lo sguardo dell’uomo innamorato esalta la donna e la fa sentire bella e desiderata; lo vediamo in altri passi del Cantico e lo sappiamo dall’esperienza di tante coppie, in cui la femminilità si sboccia pienamente quando si sente vista e scelta dall’amore di lui. Insomma, gli occhi di chi ci ama finiscono per cambiarci: ci rivelano a noi stessi, ci danno una nuova identità. Come canta benissimo Gio Evan nella sua canzone Klimt:  Se c’è un posto bello, sei te. Ti ci devo portare.

Alla luce di tutto questo, il rapporto uomo-donna all’interno della coppia appare come una sorta di danza a due fatta di alterità e unità al tempo stesso. C’è la differenza, che crea attrazione e mistero – l’uno per l’altra rimangono in parte un enigma da scoprire, “altra cosa da sé” che non si possiede mai del tutto. E c’è la reciprocità, che crea invece intimità e comunione – i due si rispecchiano l’uno negli occhi dell’altra, diventando complici e appartenendosi liberamente.

In questa danza, a volte, i passi non sono sincronizzati: si pestano i piedi, entrano in collisione – è la crisi, il momento in cui sembra di non saper più andare a tempo insieme. Ma l’amore vero ha la capacità di ritrovare il ritmo, magari inventando nuovi passi. Serve la volontà di entrambi di non lasciare la pista. Serve quello sguardo amoroso di cui parlavamo: saper rivedere l’altro con occhi nuovi dopo ogni inciampo, come la sposa del Cantico che dopo la notte difficile rivede il suo amato e lo trova più bello che mai.

Quando c’è questo reciproco riconoscimento – “tu sei sempre tu, ti vedo, ti voglio ancora” – ogni riconciliazione diventa una piccola rigenerazione della relazione. I rancori si sciolgono e al loro posto rifiorisce la tenerezza. L’amore trasforma davvero: trasfigura l’immagine che abbiamo l’uno dell’altra, facendola evolvere con noi negli anni; trasforma noi stessi, perché impariamo dall’altro ed emergono aspetti nuovi del nostro carattere; trasforma perfino le ferite, perché un conflitto superato può diventare cicatrice che rende la coppia più forte e saggia.

Antonio e Luisa

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“Vuoi guarire?” — Quando nel matrimonio restiamo fermi aspettando che l’altro ci salvi

In questo articolo ho cercato di rielaborare le parole di papa Leone che abbiamo ascoltato nell’Udienza Generale di mercoledì scorso.

C’è una domanda che Gesù fa a un uomo paralizzato da trentotto anni. È lì, steso accanto a una piscina che — si diceva — aveva il potere di guarire chi vi si immergeva. E Gesù, invece di prenderlo in braccio o confortarlo con una carezza, gli fa una domanda spiazzante: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6).

Sembra una provocazione. Ma nel matrimonio, quante volte siamo anche noi lì: fermi, frustrati, con il cuore pieno di attese disattese, e ci sentiamo paralizzati. E Gesù, con amore ma senza sconti, ci guarda e ci chiede: “Ma tu, davvero vuoi guarire la tua relazione? O ti stai accontentando di lamentarti, sperando che cambi tutto… l’altro?”

Quando nel matrimonio ci si ammala di passività

Il paralitico racconta a Gesù che non riesce a entrare nella piscina perché “non c’è nessuno che lo aiuti”. Quante volte, nelle coppie, sentiamo la stessa frase:

  • “Mio marito non mi capisce”
  • “Mia moglie non mi supporta”
  • “Io do tanto e non ricevo nulla”

Ecco che il matrimonio diventa una piscina dove si spera che “l’altro” arrivi prima di me, si accorga del mio bisogno, faccia lui o lei il primo passo. Ma questo — nella logica di Gesù — non è amore maturo, è paralisi emotiva. È il “gioco psicologico del vittimismo”, direbbe l’Analisi Transazionale: delegare la propria felicità alla buona volontà dell’altro.

L’amore non è aspettare, è scegliere

Gesù non consola. Gesù non si commuove. Gesù responsabilizza. Gli dice: “Alzati. Prendi la tua barella. Cammina.” Cioè: riprendi in mano la tua parte. Assumiti la responsabilità della tua storia. Non restare bloccato nella posizione passiva del “se solo l’altro cambiasse…”. Nel matrimonio cristiano, l’altro non è un salvatore. L’altro è compagno di cammino. E la guarigione avviene quando entrambi smettono di guardarsi come ostacolo o speranza, e si riconoscono come alleati nel Signore.

La barella non si butta: si porta con sé

Una delle immagini più potenti dell’episodio è la barella. Gesù non dice: “Lasciala lì, dimentica il passato.” No. Gli dice: “Prendila.” Perché anche nel matrimonio, la storia ferita non si cancella. Si integra. Le delusioni, gli sbagli, i litigi — non vanno rimossi. Vanno portati con dignità. Perché sono parte del cammino. Sono proprio quei momenti in cui non ci siamo capiti, in cui ci siamo feriti, che oggi possono diventare trampolino di guarigione, se scelgo di riprenderli in mano con uno sguardo nuovo.

Dalla paralisi al cammino condiviso: una questione di Adulto interiore

In chiave psicologica, questo passaggio è un cambio di stato dell’Io. Il paralitico era bloccato nel suo Bambino adattato, pieno di lamentele, paure, deleghe. Gesù lo chiama nel suo Adulto interiore, capace di prendere decisioni, di rientrare in alleanza con la propria libertà.

Nel matrimonio succede lo stesso: finché restiamo nei giochi del “tu hai sbagliato”, “io faccio tutto”, “tu non mi capisci”, siamo dentro un copione ripetitivo, sterile. Il cambiamento parte quando uno dei due (basta anche solo uno!) si alza dalla propria posizione e dice: “Io scelgo di amare. Io scelgo di guarire, oggi.”

La domanda resta: vuoi guarire davvero?

Molti matrimoni oggi non sono finiti perché ci si è traditi o fatti troppo male. Ma perché ci si è lasciati andare alla paralisi. All’inerzia. Al “tanto è sempre così”. E invece Gesù oggi guarda ogni coppia e pone la stessa domanda: Vuoi guarire? O preferisci rimanere lì, aspettando che sia l’altro a cambiare?

Il miracolo, nel Vangelo, accade solo dopo che l’uomo sceglie. Si alza. Cammina. Con la sua barella sotto il braccio. Non è la guarigione che porta al cammino. È il cammino scelto che apre la strada alla guarigione.

Nel matrimonio cristiano non ci salviamo a vicenda. Ma insieme possiamo rispondere alla chiamata di Cristo, che non ci vuole immobili ad aspettare, ma in piedi, decisi, con la nostra storia in spalla e lo sguardo rivolto avanti. E quando uno dei due comincia a camminare — anche se l’altro è ancora seduto — il Signore può fare il resto.

Antonio e Luisa

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Dialogo e Ascolto: Riscoprire l’Amore

Siamo Loreta e Gilberto,  ci siamo sposati molto giovani. Abbiamo due figlie e siamo già nonni di una nipotina e facciamo parte della comunità di Retrouvaille da più di vent’anni.

Quando ho conosciuto Loreta, sono stato colpito e assorbito dalla spontaneità con cui mi parlava e raccontava di sé e della sua famiglia. Di lei mi piaceva tutto e fin da subito ho sognato che potesse diventare la mia sposa. L’apertura  di entrambi ci ha portato in breve tempo ad una profonda conoscenza di noi stessi, arrivando ad avere un buon dialogo e un altrettanto buon ascolto.

Ho compreso fin dall’inizio che Gilberto sapeva ascoltarmi e notavo che, quando mi parlava, i suoi occhi brillavano. Ogni volta che ci incontravamo ero elettrizzata dal suo sguardo e dai suoi modi affettuosi. Mi sentivo felice e fortunata dato che avevo trovato un ragazzo solare ed entusiasta della vita.

Ci siamo frequentati per tre anni e quando ci siamo sposati avevamo tanti progetti da realizzare. Ci sentivamo forti, imbattibili.

Purtroppo invece dopo una decina di anni a causa di intromissioni familiari sono iniziate le discussioni fra noi. Il dialogo e l’ascolto reciproco non c’erano più e questo ci ha allontanati. Piano piano siamo diventati estranei, fino ad arrivare a parlarci solo per l’organizzazione familiare e per le necessità delle figlie.

 Io non capivo perché Loreta aveva un buon rapporto con  tutti fuorché con me e con i miei genitori, ed io per questo soffrivo molto. Mi sentivo solo e cercavo tra le coppie di amici la serenità che avevo perduto in casa. Ho provato tanta vergogna, perché abitando in un piccolo paese, gran parte delle persone era venuta a conoscenza dei nostri gravi problemi di coppia.

Le liti erano sempre più frequenti  e il nostro rapporto era diventato molto conflittuale. Ci trovammo quindi ad davanti a un bivio. Io addossavo a Gilberto tutte le responsabilità della nostra crisi. Non aveva più  senso continuare a vivere assieme. Il nostro matrimonio era fallito. Mi sentivo delusa e scoraggiata. Avevamo entrambi la consapevolezza che non eravamo riusciti a mantenere la promessa del “PER SEMPRE”  e stavo decidendo per la separazione.

 Io, in quel periodo, mi sono aggrappato a Dio e lo sentivo vicino. Ho colto come un segno prodigioso il momento in cui la nostra vicina di casa, che ci sentiva gridare  ci ha proposto di partecipare ad un percorso per coppie in difficoltà di relazione: Retrouvaille.

Con esitazione e dubbi ci siamo iscritti. Grazie al percorso vissuto con Retrouvaille, abbiamo riscoperto e approfondito l’importanza di coltivare nella nostra coppia un dialogo costante e un ascolto autentico: pilastri fondamentali per una comunicazione vera, profonda e capace di farci ritrovare ogni giorno. Ora non ci parliamo solo dei fatti che succedono, di servizi, scambi di idee, giudizi, etc… ma riusciamo a condividerci i nostri sentimenti, anche quelli spiacevoli, rivelandoci come stiamo e cosa abbiamo provato nelle diverse situazioni che incontriamo nel quotidiano.

E ancora oggi riusciamo ad ascoltarci con il “cuore” : scegliamo il momento opportuno, ci prendiamo del tempo, liberiamo la mente dalle proprie distrazioni e sperimentiamo che mettendoci in ascolto e riuscendo a mettersi nei panni dell’altro arriviamo a riconoscere le nostre più profonde gioie e preoccupazioni. Ciò ci fa sentire più “leggeri”  e crea nella nostra coppia accoglienza e una buona e forte complicità.

Ci rendiamo conto che non sempre abbiamo bisogno di una soluzione quando parliamo con l’altro di una nostra difficoltà che stiamo vivendo, ma abbiamo solo bisogno di essere ascoltati.

Il percorso a volte è stato faticoso, ma ci siamo affidati a Dio chiedendogli di aiutarci a portare il peso e le fatiche che man mano incontravamo. Ancora oggi dopo tanti anni ringraziamo il Signore che ci ha fatto incontrare  Retrouvaille perché  grazie a questa esperienza si è chiusa dietro di noi la porta della disperazione e si è aperta quella della speranza. La nostra relazione è cresciuta, ci percepiamo persone migliori e l’aver incontrato la crisi ci ha aiutato a fortificare il nostro amore.

Loreta e Gilberto (Retrouvaille Italia)

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Quando lo Sguardo Guarisce: Amore e Cambiamento nel Matrimonio

In un tempo in cui la bellezza è misurata in pixel e giovinezza, e il corpo femminile è spesso visto come oggetto da consumare più che mistero da contemplare, riscoprire il valore dello sguardo del marito è un atto rivoluzionario. Uno sguardo che non misura, ma ama. Che non paragona, ma riconosce. Che non pretende, ma accoglie. Questo sguardo ha il potere di trasfigurare il corpo della moglie, di renderlo luogo di rivelazione e non di vergogna, di farne sacramento e non oggetto.

Lo sguardo che rinvia a Dio

Nel libro della Genesi, Adamo, alla vista della donna, esclama: “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa” (Gen 2,23). È un grido di stupore, non di analisi. Non valuta. Non confronta. Si meraviglia. E la meraviglia è il primo passo verso l’amore vero.

Quando un marito guarda la moglie con questo sguardo, soprattutto nei momenti di trasformazione del suo corpo – durante la gravidanza, nel post-parto, o negli anni che segnano la pelle e scoloriscono i capelli – egli partecipa al mistero stesso di Dio che guarda la sua creatura e dice: “Ecco, è cosa molto buona” (Gen 1,31).

Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “L’amore vero sa riconoscere la bellezza anche quando il tempo l’ha coperta di rughe, perché vede ciò che l’occhio da solo non vede: il cuore, la fedeltà, la storia condivisa, la lotta fatta insieme.”

Quando lo sguardo guarisce

Molte donne, nel corso del matrimonio, si ritrovano a vivere un corpo che cambia, e con esso cambia anche la percezione che hanno di sé. I chili in più della maternità, le cicatrici del parto, il seno che non è più tonico come una volta, la stanchezza che si legge nei lineamenti: tutte queste cose rischiano di farle sentire meno desiderabili, meno donne, meno amate.

Eppure, proprio in quei momenti, il modo in cui il marito la guarda può diventare balsamo e profezia. Balsamo, perché lenisce la ferita dell’insicurezza; profezia, perché dice: “Tu sei ancora più bella, perché ora il tuo corpo racconta di amore dato, di vita donata, di fedeltà vissuta”.

Il terapeuta e autore Gary Thomas, nel suo libro Sacred Marriage, sottolinea che: “Il matrimonio non è stato pensato per renderci semplicemente felici, ma per renderci santi. E la santità passa anche da uno sguardo che accoglie il corpo dell’altro come terreno sacro, anche quando cambia.”

L’eros che si purifica

Lo sguardo del marito può essere erotico senza essere pornografico. L’eros purificato è la capacità di vedere l’altro non come corpo da possedere, ma come mistero da onorare. E quando questo avviene, la donna si sente scelta, amata, riconosciuta. Non solo per quello che appare, ma per quello che è: un dono.

Certo, anche il marito vive le sue fatiche. Anche lui può sentire il peso del tempo, la tentazione della fuga nel virtuale, il confronto con immagini irreali. Ma se sceglie di custodire il proprio sguardo, se decide di restare fedele anche con gli occhi, diventa canale della benedizione di Dio per la propria sposa. A tal riguardo Romano Guardini scrive: “L’amore vero rende bella la persona amata, perché la guarda non secondo criteri mondani, ma secondo lo sguardo di Dio.”

Una bellezza unica e soggettiva

Ogni marito che ama profondamente sa che la bellezza di sua moglie non è quella delle riviste o delle foto ritoccate dai filtri di Instagram. È fatta di tratti unici, imperfetti e meravigliosi. È quella bellezza soggettiva, cioè riconosciuta solo da chi ama. Perché solo l’amore trasfigura.

La moglie non ha bisogno di sapere se è “bella” nel senso oggettivo. Ha bisogno di sentirsi amata nella sua verità attuale, accolta nel suo corpo presente, anche se diverso da quello del giorno delle nozze. L’amore del marito può fare questo miracolo quotidiano: trasformare le rughe in memorie condivise, le smagliature in cicatrici di vita donata, la stanchezza in tenerezza reciproca.

Lo sguardo come sacramento

In una coppia cristiana, lo sguardo del marito può diventare sacramento: segno visibile di una grazia invisibile. Quando un marito guarda la moglie con amore casto, tenero e riconoscente, egli sta testimoniando il modo in cui Dio guarda ciascuno di noi. Con uno sguardo che non si scandalizza delle ferite, ma le trasforma in gloria.

Ecco allora che lo sguardo puro del marito diventa custode dell’intimità della moglie, protezione del suo valore, specchio del suo essere amata per sempre.

Una sfida e una vocazione

Ogni marito è chiamato a questo: a guardare la propria moglie come Dio guarda la Chiesa (cfr. Ef 5,25-27). A rispecchiare nel suo sguardo la tenerezza del Cristo che ama, purifica, solleva, consola.

Non è un compito facile. Ma è una vocazione meravigliosa. Una vocazione che passa da scelte piccole, quotidiane. Perché questo sguardo, così pieno di grazia, non nasce per caso. È frutto di una intimità coltivata con fedeltà, giorno dopo giorno. Senza tempo dedicato, senza gesti di cura, senza dialogo profondo, lo sguardo rischia di diventare distratto, opaco, superficiale.

Perché un marito possa continuare a vedere nella moglie la bellezza che il tempo non cancella, è necessario che i due non si perdano di vista. Non solo nello sguardo esteriore, ma in quello del cuore. Serve custodire momenti di tenerezza, di ascolto autentico, di presenza reciproca. Serve proteggere la dimensione dell’intimità – quella fisica e quella affettiva – come si custodisce una sorgente preziosa, perché da lì scaturisce la forza per attraversare ogni cambiamento.

Antonio e Luisa

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