Per l’articolo di oggi prendo spunto da una frase detta dal mio parroco durante una recente omelia, in cui commentava il numero bassissimo di battesimi celebrati quest’anno in parrocchia. Con tono ironico ma amaro, ha detto: Di nuovi nati se ne vedono pochi, ma in giro è pieno di cani e gatti.
Effettivamente, se si guardano i dati, siamo al minimo storico come numero medio di figli per donna. Mai così pochi, nemmeno durante la prima e la seconda guerra mondiale, quando la vita era incerta, la fame diffusa e il futuro fragile….eppure, allora si generava più vita. Non voglio fare qui un elenco di tutte le cause — economiche, culturali, psicologiche e spirituali — ma condividere con voi alcune riflessioni da uomo, da marito e da padre.
Il giorno del nostro matrimonio è stato il più bello della mia vita fino a quando non sono nate le nostre figlie. In particolare, il momento in cui, per primo, ho preso in collo la nostra primogenita, appena venuta al mondo: non esistono parole per descrivere quella sensazione di tenere tra le braccia un’anima nuova, affidata da Dio.
Chi non ha potuto avere figli o ha difficoltà ad averne, sa meglio di chiunque altro quanto sia grande questo dono; trasmettere la vita è partecipare al mistero stesso di Dio Creatore. Quando guardo le figlie, mi piace pensare che anche quando non ci sarò più, una parte di me continuerà a vivere: non solo biologicamente, ma nei loro gesti, nelle loro scelte e nella loro fede, se saprò trasmetterla. Se avessi potuto, avrei voluto una famiglia numerosa. I figli costano, è vero, e impegnano tanto, ma niente nella vita dà più gioia. Oggi che sono cresciute, spesso mi fermo a guardarle e mi domando: Cosa staranno sognando? Quali desideri coltivano nel cuore?
Io amo i bambini, mi piace stare in mezzo a loro, ascoltarli, riflettere sul loro potenziale e futuro, parlargli di Gesù che sentono così vicino perché in qualche modo provengono da Lui e a Lui ritorneranno. Ma com’è possibile che oggi, in uno stato con tanti difetti, ma dove, alla fine, siamo liberi e stiamo bene, si scelga sempre più spesso di non generare vita?
Credo che dietro questa crisi di natalità ci sia molto di più di motivi economici o sociali: c’è un vuoto spirituale profondo, una solitudine esistenziale che cresce nel cuore delle persone. Abbiamo smesso di investire in Dio, e quando l’uomo smette di farlo, deve riempire quel vuoto in qualche modo. C’è chi cerca rifugio nel lavoro o nella carriera, chi negli animali, chi nell’alcool, nella droga, nel sesso o nei social network, tutte strade surrogate dell’amore vero, che anestetizzano la mancanza, ma non la guariscono. Quanti oggi vivono soli perché hanno paura di legarsi, di fidarsi, di soffrire!
E allora si creano rapporti “a rischio zero”, dove l’altro non chiede nulla, non delude, non ti costringe a donarti: è il rapporto con l’animale, con l’oggetto, con lo schermo; ma così facendo, l’uomo si disumanizza, perché l’amore, quello vero, implica sempre libertà, fatica e responsabilità. Nulla contro cagnolini o gattini, se si prendono vanno curati e anche amati, ma un figlio è un’altra cosa.
Poi mi chiedo: come mai, durante le guerre mondiali, quando si viveva nella paura, si facevano il doppio dei figli di oggi? Credo che la risposta si possa riassumere in una frase semplice ma essenziale: La risposta al male e alla morte è sempre la vita e l’amore. I nostri nonni, pur in mezzo alle rovine, avevano capito che l’unico modo per vincere la disperazione era generare speranza, mettere al mondo un figlio, continuare la vita. Oggi invece sembra che abbiamo smarrito questa consapevolezza.
Si mettono davanti gli studi, la carriera, la stabilità economica, la casa, i viaggi, la palestra, il cane; e così l’età media delle neomamme si alza, oggi è attorno ai 32 anni, quando spesso la fertilità inizia già a diminuire. La missione della donna è generare, trasmettere, custodire la vita. e questo può avvenire sia con una gravidanza che senza, ma alla fine la strada è questa: tuttavia questo avviene sempre meno; poi, come dice la mia amica Stefania queste donne non ascoltano il proprio corpo che le parla?
Non voglio essere frainteso: amo gli animali, fanno parte del creato e bisogna averne cura: se trovo un ragnetto in casa, cerco di portarlo fuori senza ucciderlo. Ma, e qui qualcuno magari si scandalizzerà, tutti gli animali del mondo insieme non valgono un solo essere umano. L’uomo è l’unico creato a immagine e somiglianza di Dio, l’unico ad avere un’anima immortale, creata da Dio prima delle stelle, che si unisce al corpo al momento del concepimento: in quell’istante, nasce la vita, un atto sacro, misterioso, irripetibile.
Oggi invece assistiamo a un fenomeno che fa riflettere: tante coppie scelgono di non avere figli, ma si riempiono la vita di animali trattati come bambini, cani vestiti con maglioncini, passeggini per gatti, compleanni con torte personalizzate e molto altro. Un mio amico ha un cane che porta perfino dal dietologo: poco tempo fa gli era stato prescritto un coniglio intero ogni due giorni, e lui tornava a casa per cucinarlo a pranzo. Davvero siamo arrivati a questo punto, quando ci sono tanti bambini che muoiono di fame e di sete? Dopo mi dicono che non si fanno figli per motivi economici, quando per gli animali se ne spendono di più!
Alcuni arrivano perfino a dire: “Gli animali non ti tradiscono, gli uomini sì”. Ma questa è una semplificazione; è vero che un cane non ti mente, ma non ti ama nemmeno con libertà: l’amore umano è l’unico capace di scelta, di sacrificio, di fedeltà. Di libero arbitrio. Un cavallo può morderti per gelosia, il figlio di un mio amico ne porta ancora una cicatrice sulla spalla perché lo cavalcava meno di un altro, ma un uomo o una donna possono perdonare, rialzarsi, ricominciare e in questo, siamo infinitamente più grandi degli animali.
Il rischio è che, rifiutando la fatica delle relazioni vere, ci rifugiamo in surrogati che non feriscono, ma neppure salvano. E così, a poco a poco, l’umanità si spegne, perché senza figli, senza amore, senza rischiare l’incontro con l’altro, diventiamo isole. Quando una parrocchia resta senza battesimi, non è solo segno di crisi demografica, ma segno di una crisi spirituale: abbiamo smesso di credere che la vita valga la pena, che Dio ne sia l’autore e il custode.
Forse, dobbiamo tornare a stupirci di fronte alla vita, come fa un bambino quando vede un fiore o una stella. Dobbiamo riscoprire che ogni figlio è una benedizione, non un peso; un mistero, non un calcolo; una donazione, non un ostacolo. Generare un figlio è un atto di fede e battezzarlo è il segno più alto di fiducia in Dio. Chi sceglie la vita, anche in un mondo che la rifiuta, diventa davvero profeta di speranza.
Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)
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