Quando lo Sguardo Guarisce: Amore e Cambiamento nel Matrimonio

In un tempo in cui la bellezza è misurata in pixel e giovinezza, e il corpo femminile è spesso visto come oggetto da consumare più che mistero da contemplare, riscoprire il valore dello sguardo del marito è un atto rivoluzionario. Uno sguardo che non misura, ma ama. Che non paragona, ma riconosce. Che non pretende, ma accoglie. Questo sguardo ha il potere di trasfigurare il corpo della moglie, di renderlo luogo di rivelazione e non di vergogna, di farne sacramento e non oggetto.

Lo sguardo che rinvia a Dio

Nel libro della Genesi, Adamo, alla vista della donna, esclama: “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa” (Gen 2,23). È un grido di stupore, non di analisi. Non valuta. Non confronta. Si meraviglia. E la meraviglia è il primo passo verso l’amore vero.

Quando un marito guarda la moglie con questo sguardo, soprattutto nei momenti di trasformazione del suo corpo – durante la gravidanza, nel post-parto, o negli anni che segnano la pelle e scoloriscono i capelli – egli partecipa al mistero stesso di Dio che guarda la sua creatura e dice: “Ecco, è cosa molto buona” (Gen 1,31).

Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “L’amore vero sa riconoscere la bellezza anche quando il tempo l’ha coperta di rughe, perché vede ciò che l’occhio da solo non vede: il cuore, la fedeltà, la storia condivisa, la lotta fatta insieme.”

Quando lo sguardo guarisce

Molte donne, nel corso del matrimonio, si ritrovano a vivere un corpo che cambia, e con esso cambia anche la percezione che hanno di sé. I chili in più della maternità, le cicatrici del parto, il seno che non è più tonico come una volta, la stanchezza che si legge nei lineamenti: tutte queste cose rischiano di farle sentire meno desiderabili, meno donne, meno amate.

Eppure, proprio in quei momenti, il modo in cui il marito la guarda può diventare balsamo e profezia. Balsamo, perché lenisce la ferita dell’insicurezza; profezia, perché dice: “Tu sei ancora più bella, perché ora il tuo corpo racconta di amore dato, di vita donata, di fedeltà vissuta”.

Il terapeuta e autore Gary Thomas, nel suo libro Sacred Marriage, sottolinea che: “Il matrimonio non è stato pensato per renderci semplicemente felici, ma per renderci santi. E la santità passa anche da uno sguardo che accoglie il corpo dell’altro come terreno sacro, anche quando cambia.”

L’eros che si purifica

Lo sguardo del marito può essere erotico senza essere pornografico. L’eros purificato è la capacità di vedere l’altro non come corpo da possedere, ma come mistero da onorare. E quando questo avviene, la donna si sente scelta, amata, riconosciuta. Non solo per quello che appare, ma per quello che è: un dono.

Certo, anche il marito vive le sue fatiche. Anche lui può sentire il peso del tempo, la tentazione della fuga nel virtuale, il confronto con immagini irreali. Ma se sceglie di custodire il proprio sguardo, se decide di restare fedele anche con gli occhi, diventa canale della benedizione di Dio per la propria sposa. A tal riguardo Romano Guardini scrive: “L’amore vero rende bella la persona amata, perché la guarda non secondo criteri mondani, ma secondo lo sguardo di Dio.”

Una bellezza unica e soggettiva

Ogni marito che ama profondamente sa che la bellezza di sua moglie non è quella delle riviste o delle foto ritoccate dai filtri di Instagram. È fatta di tratti unici, imperfetti e meravigliosi. È quella bellezza soggettiva, cioè riconosciuta solo da chi ama. Perché solo l’amore trasfigura.

La moglie non ha bisogno di sapere se è “bella” nel senso oggettivo. Ha bisogno di sentirsi amata nella sua verità attuale, accolta nel suo corpo presente, anche se diverso da quello del giorno delle nozze. L’amore del marito può fare questo miracolo quotidiano: trasformare le rughe in memorie condivise, le smagliature in cicatrici di vita donata, la stanchezza in tenerezza reciproca.

Lo sguardo come sacramento

In una coppia cristiana, lo sguardo del marito può diventare sacramento: segno visibile di una grazia invisibile. Quando un marito guarda la moglie con amore casto, tenero e riconoscente, egli sta testimoniando il modo in cui Dio guarda ciascuno di noi. Con uno sguardo che non si scandalizza delle ferite, ma le trasforma in gloria.

Ecco allora che lo sguardo puro del marito diventa custode dell’intimità della moglie, protezione del suo valore, specchio del suo essere amata per sempre.

Una sfida e una vocazione

Ogni marito è chiamato a questo: a guardare la propria moglie come Dio guarda la Chiesa (cfr. Ef 5,25-27). A rispecchiare nel suo sguardo la tenerezza del Cristo che ama, purifica, solleva, consola.

Non è un compito facile. Ma è una vocazione meravigliosa. Una vocazione che passa da scelte piccole, quotidiane. Perché questo sguardo, così pieno di grazia, non nasce per caso. È frutto di una intimità coltivata con fedeltà, giorno dopo giorno. Senza tempo dedicato, senza gesti di cura, senza dialogo profondo, lo sguardo rischia di diventare distratto, opaco, superficiale.

Perché un marito possa continuare a vedere nella moglie la bellezza che il tempo non cancella, è necessario che i due non si perdano di vista. Non solo nello sguardo esteriore, ma in quello del cuore. Serve custodire momenti di tenerezza, di ascolto autentico, di presenza reciproca. Serve proteggere la dimensione dell’intimità – quella fisica e quella affettiva – come si custodisce una sorgente preziosa, perché da lì scaturisce la forza per attraversare ogni cambiamento.

Antonio e Luisa

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La Differenza: tra Conflitto e Opportunità

Siamo ancora lì, in quei versetti del Cantico dove la Sulamita si lascia andare. Non sta semplicemente parlando: lo contempla. È il suo re, il suo amato. Lo guarda e lo descrive con stupore, con una meraviglia che non è solo estetica ma profondamente affettiva, quasi adorante. Si sono ritrovati, dopo il buio della notte. E adesso lei lo vede di nuovo. Lo riconosce. Lo ama. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo vogliamo restare qui, su quel confine misterioso tra il maschile e il femminile. Una differenza che, sì, a volte può sembrare notte – distanza, incomprensione, silenzio. Ma che in realtà è proprio ciò che rende possibile la luce, l’incontro, la rivelazione.

L’amore maturo richiede anche di accettare i limiti e le imperfezioni dell’altro, non solo di celebrarne i pregi. La differenza tra i due – temperamento, sensibilità, modi di comunicare – a volte genera incomprensioni. Uomini e donne, come sottolinea Costanza Miriano, sono differenti in molti aspetti del loro modo di pensare e sentire, ed è facile cadere in alcune trappole: “La tentazione femminile per eccellenza è quella di controllare tutto… essendo [la donna] l’elemento forte della coppia. … La tentazione per eccellenza dei maschi è invece quella dell’egoismo e di non mettere tutto di sé nella relazione… ritirarsi nella propria caverna”.

Questa osservazione, pur generale, riflette dinamiche comuni: spesso la donna, più attenta al dettaglio relazionale, vorrebbe plasmare il partner a sua immagine (“ti miglioro io”, ironizza la stessa Miriano altrove), mentre l’uomo tende a sfuggire quando il rapporto si fa impegnativo, chiudendosi in sé. Queste tendenze opposte possono essere fonte di attrito – lei si sente trascurata, lui si sente assediato – ma sono anche il frutto della complementarità con cui siamo fatti.

La donna è spesso dotata di una sensibilità particolare per le relazioni, una capacità di connessione emotiva e di cura che costituisce una forza per la coppia; l’uomo d’altro canto porta una stabilità diversa, un orientamento all’azione e alla protezione che completa e sostiene. Invece di essere motivo di conflitto perenne, le differenze possono diventare una ricchezza se vengono riconosciute e accolte con amore. “Dobbiamo imparare a volerci bene in questa differenza e a perdonarci quotidianamente”, esorta Miriano.

In fondo, il Cantico celebra proprio questa dinamica: due amanti diversi ma complementari, lui paragona lei a un giardino chiuso in fiore, lei paragona lui a un maestoso albero di cedro – immagini diverse ma entrambe poetiche e potenti, che messi insieme danno l’idea di un giardino dove convivono bellezza e solidità, delicatezza e forza.

Amarsi nella differenza richiede umiltà e ascolto: capire che l’altro non sarà mai un nostro doppio, ma proprio per questo può sorprenderci e arricchirci. Richiede anche quel perdono quotidiano di cui parla Miriano: saper sorvolare sui piccoli torti, o perdonare quelli grandi, mantenendo la rotta verso il bene che si vede nell’altro.

La crisi, allora, da minaccia diventa occasione. Come è accaduto alla sposa e allo sposo del Cantico, che dopo lo smarrimento della notte sembrano ritrovarsi con un amore ancor più forte, così ogni coppia può uscire da una tempesta più unita di prima. Costanza Miriano, parlando del matrimonio, lo descrive come “una chiamata alla conversione”, sottolineando che persino le difficoltà coniugali possono rappresentare “un’opportunità unica per il cambiamento personale e spirituale”.

Sono parole importanti: vuol dire che nell’affrontare i momenti difficili ciascuno dei due è chiamato a crescere, a limare il proprio egoismo, a tirare fuori una pazienza e un amore più grandi. “La diversità tra uomo e donna – afferma Miriano – è parte del disegno divino e la sfida per le coppie è imparare a crescere insieme, affrontando le difficoltà”. In tale prospettiva, ogni riconciliazione dopo un conflitto diventa un ri-partire insieme, su basi via via più solide.

L’amore non rimane statico: attraversa prove, cambia forma, ma può approfondirsi e rigenerarsi se i partner accettano di mettersi in gioco. Quante volte si sente dire da coppie mature che le crisi affrontate hanno insegnato loro qualcosa, rendendoli più uniti? Il matrimonio è un lavoro che va seguito ogni giorno… Sempre occorre ripartire e crederci perché l’amore non è un singolo atto, ma un processo vivo, un cammino a due che dura tutta la vita.

La scena del Cantico dei Cantici ci mostra proprio un momento di questo cammino: c’è stata una caduta, ma c’è anche una riparazione, e la passione rinnovata dei due amanti suggerisce che ora il loro legame è ancora più consapevole e saldo.

Antonio e Luisa

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Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie

Nella Genesi leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. Un versetto che abbiamo sentito tante volte, soprattutto nei matrimoni. Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero “lasciare padre e madre”? Non solo in senso pratico, ma anche interiore?

La verità è che ognuno di noi, quando ama, porta dentro una storia. E molto di quella storia si è scritta quando eravamo piccoli, nel rapporto con mamma e papà. Sono loro che, nel bene o nel male, hanno segnato il nostro modo di stare al mondo e di cercare amore.

In psicologia si parla di copione di vita: un insieme di esperienze, emozioni e decisioni interiori che abbiamo preso da bambini e che, spesso senza accorgercene, ci guidano anche da adulti. È come se dentro di noi ci fosse un bambino che ancora aspetta di essere visto, accolto, riconosciuto. E quando ci innamoriamo, quel bambino si risveglia.

L’innamoramento: dolce simbiosi

All’inizio di una storia, tutto sembra perfetto. Siamo felici, completi, pieni di entusiasmo. È la fase dell’innamoramento, in cui si vive una forte simbiosi: due persone che si fondono quasi in una sola. È come se finalmente avessimo trovato ciò che ci mancava. E in un certo senso è vero: inconsciamente, nel partner rivediamo tratti familiari, qualcosa di mamma o di papà che ci faceva sentire al sicuro… oppure che ci è mancato e ora cerchiamo di colmare.

Questa fase è bellissima, piena di emozione e idealizzazione. Anche la chimica ci mette del suo: la dopamina (un neurotrasmettitore del piacere) ci fa sentire su di giri, come se l’altro fosse la risposta a tutti i nostri bisogni. Ma questa simbiosi, seppur naturale all’inizio, non può durare per sempre.

Dopo l’idillio, la realtà

Dopo circa 18 mesi – a volte prima, a volte dopo – le differenze iniziano a emergere. L’altro non è più solo “quello che mi completa”, ma anche una persona diversa da me, con i suoi limiti, le sue fragilità. È qui che cominciano i conflitti.

E non è un caso. Quando la realtà si affaccia, vengono fuori quei copioni infantili che ci portiamo dentro. Una parola, un gesto, un silenzio possono riattivare vecchie ferite: la paura di non essere amati, il timore del rifiuto, la rabbia per non essere ascoltati. In quei momenti, non stiamo solo litigando con il partner: stiamo facendo i conti con il nostro bambino interiore, quello che – ancora oggi – cerca approvazione, attenzione, cura.

I conflitti parlano delle nostre ferite

Quante volte ci siamo trovati a discutere per cose apparentemente banali, ma con un’intensità che sembra esagerata? È perché, in quei momenti, non stiamo reagendo da adulti, ma da bambini feriti. Quel marito che si sente criticato e si chiude… magari è lo stesso bambino che si sentiva giudicato da un genitore troppo esigente. Quella moglie che si sente trascurata… forse è la stessa bambina che si sentiva invisibile in famiglia.

Senza rendercene conto, mettiamo in scena le stesse dinamiche vissute da piccoli. Ed è qui che può nascere un circolo vizioso: ci feriamo a vicenda, ci accusiamo, ci allontaniamo. Ma se diventiamo consapevoli di questi meccanismi, possiamo interrompere il copione e riscrivere la nostra storia.

L’amore che guarisce

Il conflitto non è per forza qualcosa da evitare. Al contrario, può diventare un’occasione di guarigione. Se impariamo a riconoscere il bambino ferito dentro di noi – e anche in chi ci sta accanto – allora possiamo iniziare a prenderci cura l’uno dell’altro in modo nuovo. Possiamo diventare per l’altro quel “buon genitore” che ascolta, accoglie, rassicura.

In psicologia si parla di self-reparenting, cioè il processo con cui impariamo a darci da soli, o a ricevere nella relazione, quell’amore incondizionato che magari ci è mancato da piccoli. Nella coppia, questo significa imparare ad ascoltarsi davvero, a validare le emozioni dell’altro, a offrire carezze emotive invece che giudizi. È un cammino che richiede tempo, ma che porta a una intimità più profonda.

Lasciare davvero padre e madre

Alla luce di tutto questo, il comando biblico “lasciare padre e madre” assume un significato ancora più profondo. Non si tratta solo di andare a vivere altrove. Si tratta di uscire dai copioni ereditati, da quei modi automatici di cercare amore e di reagire al dolore, per costruire insieme qualcosa di nuovo.

Significa riconoscere le proprie ferite senza esserne schiavi. Significa scegliere ogni giorno di amare non per bisogno, ma per libertà. Perché io ti vedo, ti accolgo, ti scelgo… non perché mi ricordi qualcuno che ho perso, ma perché con te posso crescere. Insieme.

L’amore, se vissuto con consapevolezza, è davvero – come diceva Eric Berne – la “psicoterapia della natura”. È un cammino che parte dalla simbiosi, passa attraverso il conflitto, e può arrivare a una nuova unione più matura. Una relazione in cui ci si ama non per colmare un vuoto, ma per condividere un cammino. Dove psicologia e fede non si escludono, ma si intrecciano. Dove ogni ferita può diventare occasione di guarigione, ogni crisi un’opportunità di rinascita.

E così, lasciando davvero padre e madre, impariamo ad essere adulti che sanno amare con cuore libero. Perché l’amore vero non è fusione, ma scelta quotidiana. È costruzione. È un “sì” che si rinnova, con pazienza, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Beati siete Voi, Sposi Pellegrini, quando Contemplate il vostro Cammino Familiare e lo scoprite pieno di Tenerezza

Cari sposi, proseguendo il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, facciamo il terzo passo.  

Questo terzo passo ci porta a contemplare, a guardare con gli occhi del cuore, il cammino che finora abbiamo percorso insieme.

Tra alti e bassi, tra salite e discese, tra pietre e buche, scorgiamo ancora bagliori di luce che illuminano la strada del nostro matrimonio facendoci scoprire tutta la tenerezza di cui siamo portatori. A tal proposito ci piace riportare ciò che dice don Carlo Rocchetta:

La strada del matrimonio è percorribile solo da coloro che custodiscono il dono della tenerezza e si impegnano a rimanervi fedeli ogni giorno. La patologia dell’amore nuziale comincia quando gli sposi non sono più capaci di tenerezza o non rinascono in essa a ogni stagione della loro vita.      

Gli sposi capaci tenerezza non sono deboli o tanto meno ingenui; al contrario, sono talmente forti e sicuri di sé da potersi permettere di non indossare alcuna maschera o copione. Gli sposi capaci di tenerezza sono sorridenti, trasparenti, liberi di essere vulnerabili e di provare emozioni, disposti a cambiare insieme e a camminare mano nella mano. Gli sposi capaci di tenerezza hanno occhi che brillano e tendono a volgersi l’ uno all’altro con struggente amabilità e verso l’Altissimo con giocosa gratitudine. La loro tenerezza si esprime come una passione delicata e sicura. E Dio vive nei loro cuori come un sole che sorge al mattino e li fa splendere della sua luce al cospetto del mondo.…

Molti confondono la “tenerezza” con il “tenerume”. La prima è sensibilità affettiva e richiede una grande fortezza d’animo. Il secondo è un sentimento debole, fatto solo di smancerie e svenevolezze superficiali.

Chi sceglie la tenerezza come progetto di vita è una persona matura, coraggiosa, che sa andare contro corrente…  La tenerezza è beatitudine. Siamo talmente costituiti come esseri di tenerezza che ogni briciola di tenerezza in noi, per quanto difettosa o limitata, ci fa avvertire la nostalgia di Dio e della suo infinito Amore. Dio è tenerezza amante: coloro che si lasciano avvolgere da Lui vivono, fin da questa terra, un’esperienza di beatitudine celeste. E che cosa c’è di più sublime?»

È tutto questo che ci conduce, come suggerì Tobi nel suo cantico di ringraziamento (Tb 13,7), a “contemplare ciò che (il Signore) ha operato con noi e ringraziatelo con tutta la voce; benediciamo il Signore della giustizia ed esaltiamo il re dei secoli”.

Che ognuna delle vostre coppie possa avere quello “sguardo di aquila” per scendere nella profondità del nostro amore e scoprire ciò che Dio vi dona ogni giorno.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Gettare il Mantello: la Guarigione delle Relazioni passa per la Vulnerabilità

Nel corso dell’udienza generale dell’11 giugno 2025, Papa Leone XIV ha offerto una delle immagini più potenti della sua catechesi: Bartimeo, il cieco di Gerico, che per andare incontro a Gesù getta via il suo mantello. Un gesto semplice, ma carico di significato. Il Pontefice ha invitato le famiglie, le coppie, i fedeli, a meditare su cosa significhi “gettare il mantello” nella propria vita, specialmente nelle relazioni. Perché proprio lì, dove amiamo e dove soffriamo, si gioca la nostra più vera guarigione.

Il mantello: rifugio o prigione?

Nel mondo biblico, il mantello non era solo un capo d’abbigliamento. Era la casa del povero, la sua coperta di notte, la sua identità pubblica. Persino la Legge mosaica (Es 22,25-26) lo tutelava. Togliere il mantello a un mendicante significava spogliarlo della sua unica sicurezza.

Eppure – come ha sottolineato il Papa – Bartimeo lo getta via. Perché? Perché c’è un’urgenza più grande: quella di guarire. Perché ciò che fino a ieri ti ha protetto, può diventare oggi ciò che ti impedisce di camminare.

Nelle nostre relazioni accade lo stesso. Anche noi abbiamo “mantelli” che ci portiamo addosso: atteggiamenti di controllo, risentimenti accumulati, sarcasmi difensivi, silenzi ostili, copioni di coppia. Sono le corazze che ci siamo costruiti per sopravvivere, ma che – nel tempo – hanno finito per soffocarci.

L’Analisi Transazionale e il mantello del Copione

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita: decisioni prese nell’infanzia per adattarsi, per ottenere amore o evitare dolore. Il mantello è proprio questo: una strategia di sopravvivenza diventata identità. Ma nessuna relazione matura può fiorire finché restiamo nascosti sotto il nostro vecchio modo di reagire. Come Bartimeo, dobbiamo gettare il mantello del copione e scegliere la libertà adulta, l’incontro vero.

Vulnerabilità: la via della guarigione

Bartimeo non si alza “coperto”. Si alza nudo, vulnerabile, cieco e bisognoso. E proprio in quella nudità riceve la vista. Così è anche nel matrimonio cristiano: non ci si guarisce a colpi di ragione o di strategie, ma lasciandosi vedere nell’amore. Quando uno dei due coniugi ha il coraggio di dire “ho paura”, “mi sento solo”, “ho bisogno di te”, allora qualcosa si apre. La verità, se detta con amore, è sempre feconda.

Ma non si può essere vulnerabili se si resta legati alle proprie sicurezze. L’orgoglio, la rigidità, il bisogno di avere ragione, il passato non elaborato… sono tutti mantelli da gettare.

L’amore non si protegge, si espone

Papa Leone XIV ha ricordato che la fede non è una copertura per proteggerci dal dolore, ma una chiamata ad attraversarlo con speranza. Nella coppia questo significa non fuggire dal conflitto, non zittire le ferite, ma portarle a Gesù, insieme.

Il Vangelo ci mostra che la guarigione avviene solo dopo che Bartimeo si espone. Anche noi possiamo guarire quando smettiamo di mendicare l’amore e iniziamo a camminare nella verità. Gesù ci domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Ma non potrà farlo, finché noi non saremo disposti a lasciare andare ciò che ci tiene immobili.

In un tempo in cui le relazioni sono spesso bloccate da ferite non dette, da paure mascherate da rabbia, da automatismi emotivi, questa immagine evangelica diventa profezia per la coppia cristiana: guarire si può, ma solo a patto di gettare il mantello. Solo se scegliamo di non restare aggrappati a ciò che “funzionava” nel passato, ma non serve più oggi. Solo se ci lasciamo vedere. Solo se osiamo amare senza protezione.

E allora sì, come Bartimeo, potremo seguire Gesù lungo la via. Ma non più da mendicanti. Da guariti. Insieme.

Antonio e Luisa

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Scelte e Libertà Personale

Oggi mi ricollego a due articoli, Mio marito è anaffettivo e io ho fame d’amore e Trasformare la fame d’amore in libertà personale in cui Antonio e Luisa rispondono molto correttamente a una domanda di una donna: “Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore”. Desidero portare anche la mia esperienza di vita e il mio punto di vista, integrando quello che è stato già scritto con alcune sottolineature.

Resistere o scegliere.

È verissimo, anche se uno lo fa per buoni motivi, non si può passare una vita nel resistere, pensando che quello che sta succedendo sia un ingiustizia e una croce da sopportare e basta. Mi dispiace dirtelo cara sorella, ma per quanto tu sia forte e volenterosa, non potrai farlo per molto tempo, perché prima o poi questo peso ti sembrerà insostenibile e non più sopportabile: la strada invece da percorrere è quella della scelta, cioè io liberamente scelgo cosa fare e in questo caso di restare.

Può sembrare una sottigliezza, una differenza irrilevante, ma qui non si tratta di fare una scelta una volta per tutte, come quando vai a comprare una casa bellissima in cui decidi e quella sarà la tua abitazione per la maggior parte della tua vita: no, qui si tratta di alzarsi ogni mattina e scegliere da che parte stare e solo il sentirsi protagonisti, cambia molto le cose. Si passa così dal “devo fare” a “voglio fare”, cioè ci sono delle motivazioni importanti alla base del mio comportamento. Come ho detto anche altre volte, non si tratta di giocare in difesa e di opporsi agli eventi, ma di ribaltare il gioco e buttarsi in attacco.

Le persone non si possono cambiare.

Purtroppo questo è un errore in cui cadono in tanti e addirittura c’è chi si sposa con questa missione: “alla fine riuscirò a cambiarlo/a”; in realtà noi non abbiamo nessun potere sulle decisioni altrui, a malapena riusciamo a intervenire sulle nostre. Il nostro carattere, le nostre mancanze, i difetti e le tendenze probabilmente ce li porteremo dietro per tutta la vita, non riusciamo a modificare noi stessi e pretendiamo di cambiare gli altri. È assurdo! L’unica cosa che possiamo fare è agire su di noi, so che è una cosa faticosa e che richiede un grande sforzo, ma è l’unico terreno in cui possiamo lavorare (ovviamente è più facile attribuire la colpa ai comportamenti altrui).

Nella vita mi sono trovato a cambiare diverse volte i miei punti di vista e meno male! Bisogna anche avere il coraggio di dire “ho cambiato idea”, oppure “non avevo considerato alcuni aspetti”. Io credo che la maturità di una persona sia anche quella di ammettere questo e cambiare nel tempo.

La fame d’amore.

Giustamente dici che tu hai fame d’amore, hai ragione, il desiderio di essere amati è una caratteristica che ci accompagna sempre, fin da quando siamo piccoli e alla fine è probabilmente quello che ci rende felici. Tanto è vero che a volte, per racimolare un po’ d’amore, siamo disposti anche a fare cose che non ci piacciono e accettare relazioni non paritarie o basate su compromessi.

Ma il punto è proprio questo: possiamo vivere mendicando l’amore o possiamo imparare a nutrirci di amore in un altro modo, un modo più libero e più maturo; e qui vengo alla parte che mi sta più a cuore. Tu non sei solo una moglie che ha fame d’amore, tu sei una figlia di Dio e quella fame profonda che senti dentro, può essere nutrita da un amore che non dipende dal comportamento di tuo marito. Il tuo valore non dipende dal numero di carezze o di parole dolci che ricevi. Il tuo cuore non può essere in ostaggio delle carenze di tuo marito.

Certo, non è facile, non sto dicendo che devi farti bastare tutto o accettare ogni mancanza e che tuo marito non abbia delle responsabilità, ma sto affermando che c’è una via per vivere bene anche lì dove manca il calore umano: è la via del dono. Sto dicendo che prima di essere sposa, sei amata, non da un Dio lontano, freddo o astratto, ma da un Dio che si fa vicino, tenero, concreto, che ti guarda, ogni giorno, con occhi pieni di affetto.

Sì, tu sei amata, anche ora, anche in mezzo a questa tua frustrazione, anche nella tua solitudine e se questa verità diventa il tuo nutrimento quotidiano, allora cambia tutto. Non sarà più tuo marito a decidere se tu ti sentirai amata o meno, non sarà più il suo silenzio, la sua durezza, la sua distanza a determinare la tua gioia di vivere.

Ecco la libertà personale di cui parlano Antonio e Luisa, è una libertà vera, non teorica, è libertà di amare senza attendersi sempre qualcosa in cambio, di scegliere ogni giorno che tipo di persona vuoi essere, di camminare, anche tra le lacrime, senza perdere la dignità e la speranza.

Certo, è un cammino lungo e ci saranno giorni in cui ti sembrerà tutto inutile, in cui dirai: “Ma perché devo essere sempre io quella che si mette in discussione?”. Eppure, è proprio lì che nasce un amore nuovo, un amore libero, non schiavo del bisogno, non più impaurito o ricattato, ma saldo. Dove prima c’era solo angoscia, ora c’era una pace interiore, una serenità che nessuno può togliere. Smetti di chiederti se tuo marito ti ama, chiediti: “sono io un dono per lui?

Non sei sola

Infine, un ultimo pensiero: non sei sola. Nella tua solitudine, nella tua fame d’amore, nella tua stanchezza… Cristo è con te e con te c’è la Chiesa, ci siamo noi, c’è chi prega ogni giorno per le famiglie, specialmente quelle ferite e in cui gli sposi sono in difficoltà: in particolare tanti fratelli e sorelle lasciati dal coniuge che non hanno smesso di credere nell’amore.

Cara sorella, la tua fame d’amore non è una condanna, è un’opportunità ad amare più in profondità, ad affidarti totalmente, a diventare un segno vivo di Cristo Sposo, che ama anche quando è rifiutato, che resta anche quando viene ignorato, che dona se stesso fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Lo Spirito che Guarisce le Ferite e Apre Nuove Strade

Domenica scorsa, Papa Leone XIV ci ha regalato parole luminose sullo Spirito Santo. Parole che, se ascoltate con il cuore e non solo con le orecchie, diventano vita concreta. “Lo Spirito – ha detto – apre le frontiere anche nelle nostre relazioni… trasforma i pericoli nascosti che inquinano le relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni”.

Ecco, queste non sono solo belle immagini. Sono dinamiche vere, quotidiane. Sono gli ingorghi relazionali in cui spesso restiamo bloccati. Sono le gabbie interiori che ci impediscono di amare in modo pieno, libero, evangelico.

Non siamo liberi come pensiamo

La verità è che non basta desiderare il bene per viverlo. Non basta nemmeno avere una fede sincera. Se dentro di noi abitano ferite mai guarite, copioni inconsci che ci spingono a reagire in automatico, è come se fossimo prigionieri. Prigionieri di vecchie frasi, di dinamiche apprese, di emozioni congelate. Chi ha studiato un po’ di Analisi Transazionale lo sa: siamo pieni di “copioni” che risalgono all’infanzia e che continuano a condizionare il nostro modo di amare, di reagire, di scegliere.

Lo Spirito Santo non cancella tutto questo con una bacchetta magica. Ma ci dà la forza – e la grazia – di entrare in quel groviglio, senza esserne schiacciati, e di riscrivere con Dio una storia nuova. La libertà vera non è fare quello che ci viene spontaneo. La libertà vera è scegliere il bene anche quando tutto in noi ci porterebbe altrove.

Quando reagiamo, invece di amare

Succede spesso nelle relazioni: una parola sbagliata, uno sguardo storto, un silenzio… e scattano in noi meccanismi automatici. Reagiamo per ferire, ci chiudiamo, ci sentiamo rifiutati. Non stiamo decidendo: stiamo semplicemente “eseguendo” qualcosa che è stato scritto dentro di noi molto tempo fa.

Eppure – lo sappiamo – lo Spirito Santo non si impone. Si offre, si invoca, si accoglie. Ma non entra dove il cuore è murato. Ecco perché, se vogliamo davvero essere guidati da Lui, dobbiamo anche metterci a lavorare: psicologicamente, spiritualmente, emotivamente. Non per diventare perfetti, ma per diventare liberi. Liberi di amare davvero.

Pregare sì, ma anche guarire

C’è una spiritualità che rischia di diventare fuga. Una spiritualità che ci fa invocare lo Spirito, ma non ci porta mai a guardare in faccia le nostre ferite, la rabbia che ci abita, le paure che ci paralizzano. In realtà, lo Spirito Santo non bypassa il nostro vissuto: ci entra dentro. Vuole passare proprio da lì. Ma per farlo, ha bisogno che glielo permettiamo.

E questo è un lavoro che richiede umiltà e consapevolezza. Talvolta anche un accompagnamento psicologico serio. Non è segno di poca fede: è un atto di coraggio. È dire: “Signore, voglio che tu entri anche qui, dove mi vergogno, dove ho ancora rabbia, dove ho paura di essere debole”.

Amore e violenza: non basta dire “ti amo”

Papa Leone ha toccato un punto doloroso e verissimo: la violenza nelle relazioni. Ha parlato – con voce rotta – dei femminicidi, ma ha anche indicato l’origine spirituale di certe dinamiche malate. A volte, quella che chiamiamo “relazione d’amore” è in realtà un luogo di controllo, dominio, paura. Non sempre fisica, ma spesso psicologica, emotiva, verbale. E tutto questo, dice il Papa, lo Spirito può trasformarlo, ma solo se glielo permettiamo.

Se invochiamo il suo fuoco, ma non gli apriamo le stanze più buie del cuore, continueremo a ripetere gli stessi schemi. Continueremo a chiedere all’altro ciò che dovremmo chiedere solo a Dio: di riempire i nostri vuoti, di guarire le nostre ferite, di confermare il nostro valore.

Lo Spirito ci educa a scegliere

Educare le passioni, superare la paura del diverso, vincere la rigidità… sono tutte azioni spirituali e umane insieme. Non basta invocare lo Spirito come se fosse un sedativo: è un fuoco che illumina ma anche brucia ciò che è falso. È una presenza che ci accompagna, ma ci chiede anche di diventare adulti nella fede. Di smettere di reagire “a pelle” e cominciare a scegliere con amore, a discernere, a decidere.

Un cuore guarito ama meglio

Solo un cuore guarito può accogliere lo Spirito in pienezza. Solo un cuore guarito può amare senza pretendere, senza difendersi, senza manipolare. Solo un cuore guarito può diventare quel tempio vivente dove l’amore del Padre e del Figlio può davvero “prendere dimora”, come dice il Vangelo. E allora sì, tutto cambia. Le relazioni si aprono. Le ferite diventano canali di grazia. I conflitti si trasformano in occasioni di verità.

Lo Spirito non ci toglie la fatica, ma ci dà una forza nuova per affrontarla. E se ci lasciamo guarire – davvero, fino in fondo – ci accorgeremo che l’amore non è un rischio da evitare, ma una vocazione da vivere con libertà e profondità.

Antonio e Luisa

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La Bellezza dell’Amore Reciproco nel Cantico

Nei versetti che seguono la Sposa del Cantico si lascia andare a una descrizione meravigliosa e meravigliata dell’amato. Cosa possiamo dedurre? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio dôdì è radioso e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille. Il suo capo è oro, oro fino, i suoi riccioli fronde di palma, neri come il corvo. I suoi occhi come colombe su rivoli d’acqua; i suoi denti bagnati nel latte, ben ordinati tra loro. Le sue guance come aiuole di balsamo, aiuole di profumi; le sue labbra come gigli che stillano mirra fluida. Le sue mani impreziosite con anelli d’oro, adorne di gemme di Tarsis. Il suo petto come avorio levigato, ricoperto di zaffiri. Le sue gambe sono colonne di alabastro, posate su basi d’oro fino. Il suo aspetto come il Libano, magnifico come i cedri.

Mentre la sposa parla, tutto il corpo di lui è percorso dallo sguardo innamorato dell’amata. Gli occhi di lei scorrono sul volto di lui, soffermandosi su ogni particolare con stupore quasi sacro. Il capo del suo amato le appare come oro puro, simbolo di nobiltà e preziosità; i suoi capelli sono folti e neri, belli come grappoli di palma, segno di vigore giovanile. Lo sguardo di lei indugia poi sugli occhi di lui, che sono per lei profondi e placidi “come colombe su ruscelli d’acqua” – occhi limpidi in cui ci si potrebbe immergere e dolcemente naufragare. Le guance di lui profumano di aromi come giardini di balsamo in fiore, evocando tenerezza e conforto; le labbra, morbide come gigli, nascondono “aromi inebrianti” di mirra.

Ecco poi le mani dell’amato: solide e armoniose, simili ad anelli d’oro cesellato e tempestato di gemme – mani forti e al tempo stesso preziose, fatte per proteggere e accarezzare. Il petto e il ventre di lui appaiono alla donna come una scultura d’avorio lucente ornata di zaffiri, calda al tatto e levigata: il centro del suo essere le parla di purezza e dedizione, un cuore integro e luminoso.

Infine, le gambe dell’amato sono colonne di alabastro su basi d’oro, robuste e stabili, che lo sorreggono con la forza sicura di un pilastro. Nell’insieme, egli le sembra imponente e maestoso “come i cedri del Libano”, alberi giganti colmi di storia e mistero, forti ma eleganti.

Eppure, tutta questa possanza non intimorisce la sposa: al contrario, ella la celebra con compiacimento affettuoso, sapendo che dietro la statura imponente c’è il “tenero amante, pronto a donare… le delizie del suo palato”. Ogni metafora – oro, profumo, gigli, avorio, cedro – diventa espressione del desiderio che lei prova e della dedizione con cui lo onora.

Nominare le parti del corpo dell’amato, una ad una, equivale per la sposa a prendersi cura di lui con lo sguardo e con la parola: è un modo per dire “ti vedo, ti riconosco, ti amo in ogni tuo aspetto”. Attraverso questa lode minuziosa, la donna sembra quasi voler abbracciare l’intera persona dell’uomo amato, corpo e anima insieme, con gli occhi del cuore.

Questa scena del Cantico dei Cantici ci offre uno sguardo straordinariamente moderno e paritario sull’amore di coppia. In un testo antico ci aspetteremmo forse che fosse l’uomo a tessere le lodi della bellezza femminile – e infatti nel Cantico accade anche questo: altrove è lo sposo a descrivere il corpo di lei con immagini ardenti e vivide, esaltando i capelli della donna come un gregge di capre sulle colline, i suoi denti bianchi e perfetti come pecore appena tosate, le labbra come nastri scarlatti e il suo collo eretto come una torre. Ma qui i ruoli si ribaltano: nel brano di Ct 5,10-16 è la donna a prendere la parola, e il suo elogio dell’amato non è meno intenso o sensuale di quello dell’uomo.

C’è una differenza evidente tra le due descrizioni che esalta la complementarietà uomo-donna. La descrizione che canta la bellezza maschile è centrata su ciò che la donna non ha, ma che per lei è fonte di fascino e di attrattiva. È una descrizione di una bellezza virile e forte. La bellezza femminile, cantata da Salomone, era invece piena di dolcezza e sinuosità. Una bellezza forte contro una bellezza accogliente e feconda. Entrambe le descrizioni sono molto incentrate sul corpo e sulle parti dello stesso che riempiono gli occhi dei due amanti.

Amore reciproco, dunque, reciprocità di desiderio e di sguardi: entrambi i membri della coppia, l’uomo e la donna, si riconoscono a vicenda come preziosi e insostituibili. Questa reciprocità è al cuore dell’esperienza amorosa autentica. Ciascuno diventa, agli occhi dell’altro, “l’unico al mondo”, senza paragoni possibili. La sposa lo dice chiaramente: il suo diletto si distingue fra mille e mille, è unico tra una miriade di altri uomini. Allo stesso modo, per lui, anche lei è “unica al mondo” – come proclamerà più avanti il Cantico, «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta» (Ct 6,9).

Questo riconoscersi unici e speciali l’un l’altro alimenta l’amore e lo rende saldo. In psicologia si sottolinea che l’ammirazione reciproca è davvero un ingrediente fondamentale dell’amore di coppia: “L’amore implica sempre una buona dose di ammirazione reciproca… L’ammirazione rappresenta il principio di ciò che potrebbe trasformarsi in una storia d’amore, perché implica che riconosciamo nell’altro delle qualità che lo rendono unico e diverso… È proprio questa diversità a far sì che la nostra attenzione si concentri su di lui/lei, e che il partner sia insostituibile per noi” (lamenteemeravigliosa.it).

Non è mera idealizzazione romantica: è un vedere l’altro in profondità, riconoscerne il valore intrinseco, la specifica bellezza che lo rende diverso da chiunque altro. È grazie a questo sguardo di ammirazione che l’amato e l’amata, nel Cantico, si chiamano a vicenda “amico mio” e “amica mia”, oltre che “amato” e “amata”: ciascuno trova nell’altro non solo attrazione sensuale, ma anche una risonanza profonda, una fiducia complice, un’amicizia amorosa fatta di stima e rispetto. In effetti, come suggerisce la psicologa Ana Villarrubia, avere un partner che ammiriamo ci riempie di orgoglio (in senso buono) e sicurezza, perché sentiamo di aver scelto qualcuno di grande valore – e sapere di essere a nostra volta ammirati dall’altro ci conferma nel nostro valore.

Nasce così un circolo virtuoso: l’amore nutre l’ammirazione e l’ammirazione rafforza l’amore. I due sguardi, maschile e femminile, diversi e complementari, costruiscono una visione reciproca positiva che protegge la relazione anche nelle prove.

Certo, l’idealizzazione assoluta dell’altro può essere rischiosa se rifiuta di vedere i difetti reali; ma il Cantico dei Cantici, pur nella sua esaltazione poetica, non è ingenuo riguardo alle difficoltà. Proprio la cornice narrativa dei versetti citati ci parla di una crisi attraversata dai due amanti: c’è stata una mancanza d’incontro, un momento di smarrimento e paura (Ct 5,2-8). L’amato è venuto a cercarla nel cuore della notte, lei esitava, e ora lui si è allontanato; la donna, colta dal rimorso, esce nella notte per ritrovarlo e subisce persino violenza da parte delle guardie urbane.

È un passaggio drammatico: perfino l’amore più bello può conoscere notti oscure, incomprensioni, il timore di perdersi. Tuttavia, ciò che colpisce è come la sposa reagisce a questa crisi. Ella non si chiude nel risentimento, non si dispera credendo l’amore finito: al contrario, rilancia l’amore con nuova forza, ricordando a se stessa e dichiarando agli altri chi è davvero per lei l’uomo che ama.

Questa risposta suggerisce qualcosa di profondo: nei momenti di distanza o conflitto, ricordare le qualità dell’altro, rivivere mentalmente (o a voce alta) ciò che ci ha fatti innamorare, può riaccendere il sentimento e la motivazione a ricongiungersi. È un atto di fedeltà e speranza che anticipa la riconciliazione. La sposa del Cantico, elencando le doti dell’amato, in fondo sta custodendo la presenza di lui nel cuore, finché potrà riabbracciarlo. E di fatto, subito dopo questa lode appassionata, i due amanti nel poema biblico si ritrovano e si riconciliano (Ct 6, che segue). Il potere di questa lode è stato di richiamare l’amato alla relazione, di ricucire lo strappo attraverso il riconoscimento dell’altro inteso come memoria attiva del bene.

Nella vita quotidiana delle coppie, anche noi possiamo vivere qualcosa di simile: dopo un litigio o un allontanamento, decidere di mettere a fuoco ciò che apprezziamo dell’altro – invece di rimuginare solo su ciò che non va – è spesso la chiave per sciogliere il ghiaccio e riavvicinarsi. Gli esperti di relazioni di coppia concordano su questo punto: mantenere vivo l’apprezzamento è essenziale per superare le crisi. Ad esempio, i noti studi di John Gottman mostrano che una delle antidoti più efficaci al disprezzo e alla negatività è coltivare tenerezza e ammirazione verso il partner, esprimendole attivamente.

Anche quando l’infatuazione iniziale – quella fase di passione cieca che gli psicologi chiamano limerenza – svanisce col tempo, l’amore può trasformarsi invece di spegnersi: diventa meno idealizzato forse, ma più profondo, più solido. Affinché ciò accada, è necessario nutrire il legame con gesti e parole di affetto sincero. Come scrive la terapeuta Carolina Traverso, “esprimere affetto e ammirazione è un modo per tenere con sé gli aspetti positivi della fase di innamoramento, una volta passata l’idealizzazione del partner”.

In pratica, continuare a dire “tu sei bello/bella ai miei occhi, ecco ciò che amo di te” mantiene accesa la fiamma anche quando la routine e i piccoli difetti quotidiani potrebbero offuscarla. È l’opposto del dare l’altro per scontato. Anche dopo anni, il potere del riconoscimento reciproco consiste nel vedere e apprezzare il partner come ineguagliabile e prezioso, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Quando l’Amore non Riempie più il Vuoto

“Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In questa frase Gesù ci dice tutto. Ma spesso noi la ascoltiamo con le orecchie della devozione e non con quelle della vita quotidiana. Eppure, lì dentro c’è una svolta che può cambiare radicalmente il nostro modo di amare: l’amore vero non è prendere. È dare. Non è colmare un vuoto. È scegliere qualcuno, anche quando non ci consola più.

L’amore non nasce dal vuoto: nasce dalla libertà

Nel nostro cammino di coppia, spesso ci imbattiamo in questa dinamica: quando l’altro non fa quello che desideriamo, quando non ci consola, quando ci lascia inascoltati… ci arrabbiamo. Non perché non ci ama, ma perché non riempie quel buco profondo che ci portiamo dentro. Allora lo accuseremo. Lo rifiuteremo. Diremo: “non mi capisci, non mi ami”. Ma la verità è che stiamo chiedendo a lui o a lei ciò che nemmeno Dio chiede di essere.

E qui emerge un nodo cruciale anche nell’ottica dell’Analisi Transazionale: quando agiamo mossi dal nostro Bambino ferito, cerchiamo nell’altro una carezza, un conforto, un contenimento… e chiamiamo tutto questo “amore”. Ma l’amore vero nasce solo da una scelta dell’Adulto interiore: quella parte di noi che è libera, responsabile, capace di verità.

Usare gli altri non è amare

Abbiamo bisogno di smascherare una menzogna diffusa anche nei matrimoni cristiani: non tutto ciò che si chiama amore… è amore. Perché a volte usiamo le persone per non sentire la nostra solitudine. Per non guardarci dentro. Perché abbiamo paura del vuoto.

Ecco perché l’amore maturo – quello che somiglia a Cristo – non è lasciarsi evangelizzare dal proprio vuoto, ma disobbedire a quel vuoto, dicendo: “io sono una persona ferita… ma la cosa più interessante della mia vita, non sono le mie ferite. Sei tu”. Ci vuole santità per amare così. Ci vuole una libertà che solo Dio può donare.

La trappola della colpa: chi è il responsabile della mia infelicità?

Quando in un matrimonio si smette di essere felici, la prima reazione è spesso la ricerca del colpevole. È un meccanismo antico, presente già in Genesi: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero…” (Gen 3,12). È colpa tua. È colpa mia. È colpa di Dio.

Ma la verità è che la domanda è sbagliata. Non è “chi è il colpevole?”. È: “Come ne usciamo senza farci a pezzi?” Colpevolizzare non salva. Né l’altro né se stessi. E questo vale sia per il Genitore Normativo che giudica e punisce (“è tutta colpa sua”), sia per il Bambino Adattato che si umilia e si annulla (“sono io che sbaglio sempre”). In entrambi i casi… si esce dalla via dell’amore.

La santità non è perfezione: è resistenza al male

Gesù non ci ha mai promesso che le relazioni sarebbero state sempre felici. Ma ci ha insegnato come restare umani anche quando l’altro smette di esserlo. A volte non possiamo cambiare chi ci sta ferendo. Ma possiamo decidere come viverci quel dolore.
Possiamo scegliere di non lasciarci incattivire. Questa è la santità: non la fine del conflitto, ma la libertà di non lasciare che quel conflitto tiri fuori il peggio di noi.

È una santità che nasce nel quotidiano. Nella carne. Nei silenzi. Nei pianti nascosti in bagno. Nel perdono dato anche quando l’altro non chiede scusa. Non è facile. Ma è possibile… presso Dio.

L’amore cristiano non è una dipendenza reciproca, ma una reciprocità liberata

Gesù dice: “Anche i pagani amano quelli che li amano” (cfr. Mt 5,46). La reciprocità, in sé, è una cosa bellissima. Ma non può essere la base unica del nostro amore. Perché quando viene meno – e prima o poi, capita – resta solo una domanda: “Chi sono io, anche quando tu non mi ami come vorrei?”

Ed è lì che nasce il cristianesimo – la nostra sequela di Cristo – nel matrimonio: quando smetto di amare per ricevere qualcosa in cambio, e comincio ad amare perché Cristo mi ha amato per primo.

Conclusione: l’amore che resta, anche quando fa male

Forse ti aspettavi che l’altro ti rendesse felice. Ma la verità è che nessuno, da solo, può fare questo miracolo. Solo Dio può riempire il vuoto. Tu puoi amare. Puoi scegliere. E puoi lasciarti salvare dentro l’amore che resiste. La santità non è un ideale per supereroi. È un amore che resta. Che non smette. Che si affida. Che dice: “Io non sono il mio dolore. E tu… vali più delle mie ferite.”

Antonio e Luisa

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Restare Accanto. L’Amore che Accompagna

Nel Vangelo di Luca, l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è uno dei racconti pasquali più densi di tenerezza e rivelazione. Due uomini delusi, feriti, se ne vanno da Gerusalemme. Camminano via dalla città dove hanno visto morire le loro speranze, lontano dalla comunità, lontano da ciò che era stato annunciato come la salvezza. Eppure è proprio lungo quella strada di allontanamento che Gesù si fa vicino. Senza condannarli, senza rimproverarli, li raggiunge nel loro disincanto e comincia a camminare con loro.

Questa immagine ha qualcosa di profondamente umano e divinamente pedagogico: Gesù resta, cammina, ascolta, interpreta, condivide il pane. E così li conduce alla verità. Ma lo fa senza fretta, senza forzature. È la pedagogia dell’amore che non giudica, ma accompagna. È lo stile dell’amore di Dio.

Quando l’altro si allontana

All’interno del matrimonio cristiano, capita – e non raramente – che uno dei due sposi attraversi momenti di crisi. Crisi di fede, crisi di senso, crisi di desiderio. A volte questa crisi si manifesta in modo esplicito: l’allontanamento dalla Chiesa, dal sacramento, dalla preghiera. Altre volte è più sottile, nascosta: una freddezza interiore, una chiusura, uno sguardo spento che non sogna più. Sono momenti in cui sembra che l’altro si stia “allontanando da Gerusalemme”.

Ed è qui che il Vangelo ci offre una chiave preziosa: non sempre chi si allontana sta tradendo; spesso sta solo cercando di non morire dentro. Come i discepoli di Emmaus, si va via quando non si riesce più a credere, quando il dolore è più forte della speranza. Ma Gesù non si scandalizza. E l’amore coniugale cristiano, se vuole essere immagine dell’amore di Cristo, è chiamato a fare lo stesso.

L’amore che cammina insieme

C’è un verbo che dovrebbe essere scolpito nel cuore di ogni coppia: accompagnare. Non significa “sopportare passivamente” l’altro, né “aspettare che torni come prima”. Accompagnare, nella sua radice latina, significa “condividere il pane”. È un gesto quotidiano, semplice, concreto: essere lì, continuare a camminare insieme, anche quando non ci si capisce, anche quando si è delusi, anche quando si è stanchi. Il vero amore non scappa davanti alla crisi dell’altro, ma resta.

Gesù, sulla via di Emmaus, ascolta prima di parlare. Chiede: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?” (Lc 24,17). Non impone la verità, ma fa domande. Lascia che parlino, che sfoghino il dolore, che esprimano la loro confusione. Quante volte, invece, tra marito e moglie, si tende a giudicare, correggere, zittire, voler riportare l’altro alla “giusta via” con forza, invece che con compassione!

Dare tempo alla verità di farsi strada

Nel matrimonio cristiano, la verità non è un possesso da difendere, ma una luce da attendere insieme. La verità dell’amore, della fede, della vocazione si fa strada lentamente, come accade per quei due discepoli che solo alla fine riconoscono Gesù “nello spezzare il pane”. Fino a quel momento, erano ciechi. Ma Gesù non li ha lasciati. Ha atteso con pazienza, ha seminato con delicatezza, ha condiviso la strada.

Così anche tra sposi: ci saranno tempi in cui l’altro non crede più nel sacramento, non sente più la vicinanza di Dio, ha smesso di pregare o si rifugia in illusioni, chiusure, paure. Ma proprio in quel momento, l’amore fedele dell’altro sposo può diventare come la presenza silenziosa di Cristo: discreta, mite, perseverante. Non è il tempo di “insegnare”, ma di stare. Non di convertire, ma di restare.

L’arte dell’attesa

Amare come Cristo ha amato è anche saper attendere. È dare all’altro il tempo necessario perché torni a credere, anche quando la fede sembra morta. Questo tempo non è tempo perso, ma tempo seminato. In esso si nasconde la speranza pasquale. Come diceva Don Tonino Bello: “La speranza è come un bambino che si addormenta sereno, anche se attorno infuria la tempesta.” E non è forse così che si ama nel matrimonio? Sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), anche quando l’altro sembra irriconoscibile.

La grazia del “restare”

Rimanere accanto a chi si allontana è una delle forme più alte della carità coniugale. È lì che l’amore si purifica da ogni pretesa e si fa dono puro. È lì che la fedeltà si trasforma in grazia. Quando non ci si ama più “perché”, ma “nonostante tutto”. Quando non si cerca l’altro per ricevere, ma per testimoniare che l’amore vero non si arrende.

E spesso accade un miracolo: come i discepoli di Emmaus, anche l’altro, a un certo punto, può riconoscere una Presenza proprio attraverso quella fedeltà discreta. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci parlava lungo la via?” (Lc 24,32). L’amore fedele fa ardere il cuore anche quando tutto sembra freddo.

Antonio e Luisa

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Papa Leone: il Matrimonio è Canone dell’Amore

Domenica scorsa, rivolgendosi alle famiglie, Papa Leone ha sottolineato un aspetto di grande rilievo, passato forse troppo inosservato: il matrimonio non è solo un ideale da inseguire, ma un canone – cioè la forma concreta e piena dell’amore. Un’affermazione che merita di essere approfondita, perché cambia radicalmente il modo in cui guardiamo alla vocazione coniugale.

Papa Leone ha usato, sebbene pronunciate con sua consueta dolcezza, parole potenti. Perché un “canone” non è un’aspirazione, ma una regola viva. È l’insieme delle caratteristiche che definiscono qualcosa nella sua verità più piena. Il matrimonio, dunque, non è una bella idea, ma il “metro” con cui si misura l’amore vero. Non è l’ombra del sentimento, ma il suo corpo. E questo cambia tutto.

L’amore ha bisogno di un corpo

Nel mondo contemporaneo, l’amore è spesso ridotto a emozione passeggera, a spontaneità istintiva, a coerenza con il proprio sentire. Ma se l’amore non ha forma, se non ha un contenitore, se non ha un confine che lo protegga, rischia di svanire nel tempo. Il matrimonio sacramentale è quel “corpo” dato all’amore, quel limite che non mortifica ma custodisce.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore ha bisogno di una forma per restare fedele a se stesso. E questa forma non è una prigione, ma un grembo. Non è un recinto, ma un’alleanza.

Il matrimonio è l’alleanza che dà carne all’amore. È quella struttura che lo tiene in piedi anche quando la passione traballa, quando il desiderio si affievolisce, quando la stanchezza sembra spegnere l’incanto. È ciò che permette all’amore di superare il tempo e le sue intemperie.

Un amore che trasforma, non che consuma

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ci mette in guardia da un amore che consuma l’altro invece di donarsi. Parla di “una cultura del provvisorio” che ha svuotato di senso la fedeltà, e ci invita a recuperare un amore che sia scelta radicale, dono totale, percorso spirituale. Solo un amore così può davvero essere “canone”: cioè misura e non solo sogno.

Il matrimonio, infatti, non è il luogo dove si esaudiscono tutti i desideri, ma dove si purificano. È la fucina nella quale l’amore diventa adulto. Dove si passa dall’innamoramento all’amare. E questo richiede tempo, pazienza, perdono, sacrificio.

L’illusione dell’amore perfetto

Dal punto di vista psicologico, questa visione del matrimonio come canone risponde a un bisogno profondo dell’anima: quello di essere contenuta, strutturata, guidata. Come spiega l’Analisi Transazionale, ogni persona ha dentro di sé tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. L’amore immaturo è spesso dominato dal Bambino: desidera essere accolto senza condizioni, cerca emozioni forti, teme il rifiuto. Ma l’amore maturo deve passare attraverso l’Adulto, capace di scegliere, di restare, di integrare. Il matrimonio è lo spazio in cui questo passaggio può avvenire, se vissuto nella verità.

Molte coppie entrano nel matrimonio con l’idea che l’altro colmerà ogni loro vuoto. Ma come dice ancora Epicoco, “nessuno può essere il Salvatore dell’altro”. Solo Cristo salva. Il coniuge non è Dio, ma un compagno di pellegrinaggio, ferito e bisognoso di grazia. Il matrimonio non è il paradiso, ma il sentiero per arrivarci.

Quando la legge è grazia

Per questo il matrimonio è sì una legge, ma una legge redenta. Non imposta dall’esterno, ma accolta nel cuore. È come la liturgia: ripetitiva, sì, ma vitale. I riti della vita coniugale — il buongiorno, il pasto condiviso, l’atto di perdono, l’abbraccio della sera — sono i “riti liturgici” dell’amore che trovano il culmine nel gesto sacramentale che è l’amplesso. E come ci ricorda il Catechismo, “la grazia del sacramento è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi” (CCC 1641). La grazia non elimina la fatica, ma la trasfigura.

Il matrimonio è canone dell’amore perché ci obbliga a uscire dal narcisismo, dalla logica del “finché mi va”, e ci educa alla comunione. Solo così l’amore non diventa un capriccio, ma una vocazione.

Una chiamata alla verità dell’amore

Allora il punto non è: “Questo matrimonio mi rende felice?”. Ma: “Questo matrimonio mi sta facendo diventare più vero, più libero, più capace di amare?”. È il passaggio dalla logica del bisogno a quella del dono.

Il matrimonio, dunque, non è la scenografia dell’amore, ma il suo canone. È il luogo dove l’amore diventa carne, si struttura, cresce, si purifica, e — se lasciamo entrare Dio — si trasfigura. Non sarà mai perfetto. Ma sarà reale. E sarà fecondo. Perché ciò che ha forma può durare. Ciò che ha radici può fiorire.

E questo è il vero miracolo del matrimonio: non essere il luogo delle emozioni perfette, ma delle scelte fedeli. Non essere il sogno dell’amore, ma la sua verità.

Antonio e Luisa

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Coltivare il Giardino dell’Amore

L’Eden è davvero una condizione perduta per sempre? In questo capitolo ci interroghiamo su questa domanda, prima di tornare ai versetti del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La notte è passata e un nuovo giorno torna a illuminare il giardino dell’amore. Nel Cantico dei Cantici vediamo la sposa Sulamita contemplare con meraviglia il suo amato dopo averlo ritrovato: la luce ricompare dopo l’oscurità della distanza. «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…» – canta lo sposo nel Cantico nel secondo poema, annunciando la fine dell’inverno relazionale. Questa dinamica di luce e ombra, di inverno e primavera, percorre tutta la narrazione sacra: il Cantico non è una storia lineare, senza inizio né fine definita, ma un ciclo d’amore fatto di partenze e ricongiungimenti, di notti buie e aurore luminose.

In questa poesia millenaria riconosciamo la trama delle nostre vite. Anche la nostra storia d’amore vive di alti e bassi, di distanze e riavvicinamenti, in un cerchio che sembra non chiudersi mai. Non esistono relazioni che restino sempre uguali a sé stesse: l’amore o cresce e si rafforza, oppure declina diventando più fragile, seguendo una spirale ascendente o discendente. È importante esserne consapevoli nel cammino di coppia: ogni crisi può essere seguita da una nuova crescita, ogni notte può conoscere una nuova alba se troviamo la forza di riscoprirci e abbracciarci di nuovo. L’amore vive di questa alternanza vitale e ci chiama a non arrenderci mai all’oscurità definitiva.

Un amore vivo da coltivare ogni giorno

Proprio perché l’amore non rimane mai uguale, esso non va mai dato per scontato. L’amore coniugale è una realtà viva e in continua evoluzione, che richiede cura costante. Potremmo essere tentati di trattare la relazione come un oggetto d’arredo – qualcosa che, una volta messo al suo posto, non richiede altro che una spolverata ogni tanto. Ma il matrimonio non è un armadio immobile: è una pianta delicata che ha bisogno di essere annaffiata e accudita ogni giorno. Papa Francesco lo ha espresso con un’efficace metafora: il matrimonio somiglia a una pianta viva da curare quotidianamente, non a un mobile vecchio che basta pulire di rado. Occorre vigilare sullo stato di questa pianta, “vedere come sta, darle acqua”, come suggerisce il Papa argentino, perché solo così essa può crescere forte e rigogliosa. Se invece lasciamo che la polvere dell’abitudine la ricopra, il rischio è che il nostro rapporto appassisca lentamente.

L’amore di coppia è un dono prezioso, una realtà viva che attraversa varie stagioni. Nessuna fase della vita familiare giustifica la negligenza: la fiamma dell’affetto va alimentata anche quando arrivano i figli, anche nelle difficoltà del lavoro e della routine. Ricordiamoci che “il dono più prezioso per i figli” – come sottolinea ancora Papa Francesco – “non sono le cose, ma l’amore dei genitori… cioè la relazione coniugale”. I bambini traggono sicurezza e gioia nel vedere mamma e papà amarsi sinceramente. Per questo siamo incoraggiati a non trascurare la famiglia, ma anzi a mettere la cura del legame sponsale al primo posto. In sostanza, coltivare ogni giorno la “pianta” del matrimonio significa prendersi cura di noi stessi in quanto coppia: dedicarsi tempo, ascoltarsi, giocare insieme, sostenersi a vicenda. Sono queste attenzioni quotidiane – semplici ma costanti – a mantenere verdeggiante il giardino dell’amore nel quale anche i figli possono trovare riparo e nutrimento emotivo.

Il giardino nuziale: dall’Eden al Cantico

Sin dall’inizio, la Bibbia presenta l’amore umano con l’immagine di un giardino fertile e luminoso. Nel racconto della Genesi, prima del peccato, l’unione tra l’uomo e la donna fioriva nel giardino dell’Eden, dove tutto era dono e delizia.

Adamo ed Eva vivevano un rapporto pieno e armonioso, circondati dalla bellezza di una creazione incontaminata e vivificante. In quel paradiso originario – “giardino di delizie” secondo il significato antico della parola Eden – ogni cosa era provvista in abbondanza e l’amore reciproco non costava fatica. L’uomo e la donna potevano godere l’uno dell’altra e dei frutti della terra senza sforzo, in una comunione spontanea con Dio, tra loro e con il creato. Quel giardino primordiale simboleggia l’ideale di un amore pieno di vita, gratuito e in perfetta sintonia con la volontà divina.

Anche nel Cantico dei Cantici ritorna potente questa simbologia del giardino. Salomone, celebrando l’amore sponsale, paragona la sua sposa a un giardino incantato, chiuso e prezioso, colmo di piante aromatiche e fonti d’acqua viva. La sposa è come un paradiso segreto in cui il suo diletto ama perdersi.

Queste parole poetiche evocano un luogo di meraviglia e di abbondanza. Non vi ricorda nulla questa descrizione? Anche a noi, come all’autore sacro, essa richiama alla mente il giardino perduto dell’Eden, il paradiso terrestre in cui l’amore era puro e totale. Nel Cantico, infatti, il giardino nuziale rappresenta l’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza: è immagine dell’amore erotico ma allo stesso tempo oblativo, fatto di tenerezza concreta nei gesti e dolcezza nelle parole.

Ogni frutto delizioso, ogni aroma e colore cantato nel brano biblico rimanda alla gioia, alla meraviglia, alla pienezza dei sensi e del cuore che l’amore autentico sa donare. È uno scenario di festa e di incanto, nel quale i due innamorati sperimentano una comunione profonda.

Eppure, sorge spontanea una domanda: come è possibile tutto ciò per noi, figli di Adamo? L’uomo e la donna del Cantico – proprio come ciascuno di noi – portano in sé l’eredità della caduta, della fragilità e dell’egoismo. Siamo nati dopo il peccato originale, conosciamo la fatica di amarci davvero e i limiti della nostra condizione. Come possiamo allora tornare a quel paradiso di intimità e di gioia simboleggiato dal giardino?

La Parola di Dio ci assicura che è possibile rivivere, almeno in parte, l’armonia delle origini. L’amore umano, pur ferito, può essere redento e condotto a una nuova pienezza. Nel Cantico dei Cantici Dio ci sussurra che possiamo ritrovare l’Eden nel nostro rapporto di coppia – ma, attenzione, non sarà più un dono automatico come quello delle origini. Dopo il peccato, quel giardino di beatitudine non si conserva da sé: va conquistato di nuovo e custodito con impegno.

Del resto, la dimensione sponsale del nostro amore è talmente profonda che la Scrittura la adopera per parlare dell’amore stesso di Dio verso l’umanità. In questo senso l’amore coniugale umano diviene segno e riflesso dell’amore divino: nel dono reciproco degli sposi si rispecchia il dono di Dio, e la Grazia scende ad arricchire e sostenere la loro unione. Proprio perché porta in sé l’impronta di Dio, l’amore sponsale è chiamato a una qualità “paradisiaca” – ed è la Grazia a renderlo possibile, senza però sostituirsi alla nostra libertà e responsabilità.

La fatica e la grazia nell’amore reciproco

Se l’Eden originario non richiedeva sforzo, il nuovo Eden dell’amore coniugale esige invece lavoro e dedizione quotidiana. Il “giardino” della nostra relazione va dissodato, seminato e irrigato ogni giorno con pazienza. Ogni fiore di tenerezza e ogni pianta aromatica di gentilezza vanno coltivati con gesti concreti: attenzione, ascolto, perdono, rispetto.

Ogni creatura che popola il giardino – i simbolici “animali” che rappresentano la vitalità e la ricchezza della vita insieme – va nutrita con attenzioni reciproche costanti. Non esiste più, dopo la caduta, un giardino dell’amore che si mantenga rigoglioso da solo, senza la nostra cura. Se smettiamo di impegnarci, quel giardino pian piano si inaridisce fino a diventare un deserto relazionale. Ma se invece ce ne prendiamo cura a due mani, con perseveranza e dolcezza, vedremo rifiorire paradisi di intimità nel cuore della vita quotidiana.

La nostra relazione di sposi è quel giardino affidato alle nostre cure. Solo coltivandolo giorno per giorno – insieme, in reciprocità – potremo evitare di smarrirci nella desolazione e davvero fare esperienza di un piccolo paradiso in terra. Certo, viviamo tutto ciò nei limiti della nostra umanità imperfetta e fragile. Ci saranno stagioni di siccità e momenti in cui zappare il terreno del cuore costerà fatica e sacrificio.

Ma proprio quando l’impegno sincero si unisce alla Grazia di Dio, il miracolo dell’amore si rinnova. La fatica condivisa diventa feconda; il perdono reciproco risana le ferite; la routine quotidiana si trasfigura in un cammino di santificazione. L’amore sponsale è davvero un dono e al contempo un compito: dono meraviglioso che Dio fa a una coppia chiamandola a unirsi, e compito affidato alla libertà dei coniugi di amarsi l’un l’altro come Lui li ha amati. Ogni giorno, con umiltà e creatività, siamo invitati a lavorare in questo giardino sapendo che ogni sforzo vale infinitamente la pena. Il frutto che ne scaturisce, infatti, è una comunione d’amore intensa e gioiosa, che vale ben più di tutta la fatica spesa – perché in essa palpita la presenza vivificante di Dio stesso, e il suo Amore rende possibile il nostro.

Antonio e Luisa

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Trasformare la Fame d’Amore in Libertà Personale

All’articolo di ieri mancava forse un pezzo. Un commento su facebook mi ha fatto infatti riflettere. Il commento conteneva una domanda:  Che se si resta da vittima o si resta da donna adulta e libera, la sostanza non cambia, penso che questa fame d’amore di cui lei parla resterà lo stesso se l’altra persona non vuol cambiare. E a questo punto faccio la domanda diretta, in che senso si può “curare e risorgere” e cioè in che modo questa donna può accettare ed essere felice se non riceve questo amore? Proverò a dare una risposta, consapevole che non potrà mai essere esauriente perché ogni storia è unica. E la fatica resta. Quella fa parte del pacchetto. Non esistono bacchette magiche, ma una libertà da conquistare con fatica e portando la croce.

Nell’articolo di ieri davo una risposta a una donna che si sentiva intrappolata in una relazione con un marito anaffettivo. Ce ne sono tante di queste storie. Ci sono donne che restano nel loro matrimonio, ma con il cuore spezzato. Fedeli alla promessa fatta, legate ai figli o alla coscienza cristiana, ma profondamente sole. Vivono accanto a un marito anaffettivo: silenzioso, distante, incapace di abbracciare o guardare con tenerezza. E si chiedono, spesso in segreto: “È peccato desiderare amore? È giusto rimanere, anche se lui non cambia? Posso essere nella pace e nella gioia, pur vivendo con questa fame d’amore non sfamata?”

A queste domande vogliamo rispondere con rispetto e verità, intrecciando luce del Vangelo, psicologia relazionale e il magistero della Chiesa. Perché si può restare, non da vittime, ma da donne adulte nella fede, capaci di scegliere nella libertà e di trovare, in Dio, quella gioia che non dipende solo da chi ci sta accanto.

1. Il desiderio d’amore è legittimo, non è peccato

Desiderare amore, tenerezza, ascolto, contatto non è una colpa. È un bisogno umano, profondamente inscritto nel nostro cuore. Dio stesso ha messo in noi questa sete. Il matrimonio non è un contratto freddo, ma una comunione di vita e di amore (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1601). Quando uno dei due coniugi non riesce a comunicare affetto, la relazione si svuota, e l’altro soffre.

Tuttavia, il desiderio legittimo non giustifica scorciatoie sbagliate: tradimenti, fantasie, o dipendenze affettive alternative. La sfida è più profonda: imparare a trasformare quella fame non soddisfatta in offerta e in libertà, evitando di restare prigioniere del dolore.

2. Restare da vittime o restare da donne adulte?

Sempre ieri abbiamo ribadito come restare nel matrimonio senza ricevere amore può essere vissuto in due modi:

  • Da vittime, adattate, mute, spente, convinte che “tanto non c’è altra scelta”. È il copione del Bambino Adattato, secondo l’Analisi Transazionale: quella parte di noi che accetta tutto, per paura del rifiuto o per senso del dovere. Rimanere in questa posizione logora l’anima e svilisce la dignità.
  • Oppure da donne adulte, libere e consapevoli, che scelgono ogni giorno di esserci, per fedeltà a un valore più grande. È lo stato dell’Adulto, che non si lascia guidare dal dolore ma dalla verità. È la donna che dice: “Soffro, ma non mi rassegno. Scelgo di restare, non perché devo, ma perché voglio essere fedele a Dio, a me stessa e alla mia vocazione”.

Come insegna san Giovanni Paolo II: “L’uomo è responsabile della propria vita: è chiamato a cercare la verità e ad attuarla liberamente” (Veritatis Splendor, n. 34). La fedeltà, se non è frutto di una scelta libera, non porta frutto.

3. Non si cambia l’altro, ma si può cambiare il proprio sguardo

Nel dolore di chi non è amato come vorrebbe, si nasconde una tentazione: pensare che solo se lui cambierà, allora io starò meglio. Ma questa attesa spesso è sterile. Nessuno può cambiare un altro essere umano contro la sua volontà. Invece, si può cambiare il proprio modo di stare nella relazione: non più nel risentimento o nella frustrazione, ma nell’accoglienza e nella verità.

Amoris Laetitia ci invita a vedere l’altro “così com’è” (n. 92): non per rassegnazione, ma per compassione. Non per rinunciare all’amore, ma per non aspettare da chi non può dare ciò che non sa nemmeno di non avere.

4. La croce accolta nel Signore genera una gioia diversa

Vivere accanto a un marito anaffettivo può diventare una croce quotidiana. Ma la croce, unita a Cristo, non schiaccia: trasfigura. Lo ricorda papa Francesco in Amoris Laetitia (n. 317): “Nei giorni amari della famiglia, c’è una unione con Gesù abbandonato… che trasforma le difficoltà in offerta d’amore.”

Quella fame di affetto può diventare una via di purificazione del cuore, che si apre sempre di più all’amore di Dio. Non come fuga, ma come sorgente inesauribile: un Amore che ci riconosce, ci guarda, ci tocca con misericordia. Non è la gioia rumorosa del benessere esterno, ma la pace profonda di chi sa di non essere mai sola.

5. Percorsi concreti per vivere da donne libere e in pace

Questa trasformazione richiede un cammino. Restare nel matrimonio non basta: bisogna restare da vive. Ecco alcune strade possibili:

  • Vita sacramentale costante, in particolare l’Eucaristia e la Riconciliazione: lì si riceve l’Amore che colma.
  • Accompagnamento spirituale: qualcuno che ascolti e accompagni, senza giudicare.
  • Percorso psicologico individuale: per curare le proprie ferite e uscire dal copione infantile.
  • Cura di sé: corpo, tempo, relazioni. La donna che si ama, risplende anche nel dolore.
  • Relazioni sane: amiche, comunità, gruppi di condivisione. L’amore circola, anche altrove.

Conclusione: una fedeltà che libera

Rimanere in un matrimonio dove l’amore non si sente più può essere una scelta di santità, ma solo se è fatta con libertà e verità. Non per paura. Non per masochismo. Ma per amore: di Dio, dell’altro e di sé. Chi resta così non è sconfitta, ma è già risorta. Perché sa amare senza essere amata come vorrebbe, e trova in Dio ciò che il cuore umano non riesce a donare. E questa, sì, è la pace vera. Quella che il mondo non dà, ma che lo Spirito sa custodire nel cuore delle donne forti.

Antonio e Luisa

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Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore

Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore.” Una risposta a cuore aperto. Qualche giorno fa, sotto un nostro post, una donna ha scritto un commento che non posso ignorare. Lo tengo anonimo, per rispetto, ma lo riporto nella sua essenza, perché parla a tantissime altre:

“Sono sposata da anni. Ho sempre cercato di essere fedele, ma mio marito è freddo, distante. Non mi tocca, non mi abbraccia, non mi guarda. E io ho una fame d’amore che mi brucia dentro. È peccato desiderare una relazione in cui sentirmi amata?”

A questa donna – e a tante altre che si riconoscono – voglio rispondere con delicatezza, ma anche con verità. Come uomo di fede e come quanto ho appreso nei miei studi delle relazioni attraverso l’Analisi Transazionale, non posso tacere. Perché questa non è una semplice domanda: è una soglia sacra.

Il desiderio d’amore non è mai un peccato

Inizia tutto da qui: non è peccato desiderare amore. È umano, ed è santo. Dio stesso ha messo in noi la nostalgia della tenerezza, della reciprocità, della comunione profonda. Anche nel matrimonio, il desiderio di essere guardata, accarezzata, cercata, è parte della nostra vocazione. Essere sposa non significa essere un’ombra fedele ma muta. Significa essere viva, capace di amare e di essere amata. Il tuo desiderio, dunque, non va represso. Va ascoltato. È la tua bambina interiore che reclama amore e riconscimento, che vuole sentirsi preziosa per qualcuno. Ma poi bisogna decidere come rispondere.

Due modi di restare

Qui sta il cuore del discernimento. Quando sei sposata con un uomo che non ti offre più amore né relazione, puoi restare in due modi:

1. Restare da vittima. È quando ti dici: “È la mia croce. Dio vuole questo da me. Non posso cambiare nulla.” È il copione del Bambino Adattato, che dice sempre sì per paura, per senso del dovere, per non disubbidire al “genitore interiore” che impone regole senza amore. Questo tipo di fedeltà può sembrare eroica, ma non trasforma nulla. E alla lunga spegne anche te.

2. Restare da donna adulta e libera. È quando invece dici: “Io resto, ma non da rassegnata. Resto perché credo ancora nella promessa. Ma voglio essere vera. Voglio dire che soffro. Voglio che lui lo sappia. E se non cambia, allora io cresco. Io mi curo. Io risorgo.”

Questa è la fedeltà non come schiavitù, ma come scelta. La scelta dell’Adulto interiore, che non si vendica né fugge, ma affronta la realtà con coraggio, responsabilità e amore. È qui che la tua vita cambia. Perché restare con libertà è diverso da rimanere incatenata.

Il Vangelo non premia la finzione

Gesù non ha mai elogiato le maschere. Ha sempre amato chi aveva il coraggio di dire: “Signore, sto male”. E allora anche tu puoi – anzi, devi – dire al tuo sposo che il vostro matrimonio ha bisogno di una svolta. Non come accusa, ma come invito sincero: “Ho bisogno di sentirti vicino. Il nostro matrimonio ha bisogno di cure. Vuoi farlo con me?” Se lui accoglie, allora inizia un cammino terapeutico e spirituale. Magari di coppia. Se lui rifiuta, allora inizia comunque un cammino: il tuo. Perché Dio ti chiede di essere viva, non solo fedele.

La croce non è mai passiva

Sì, il matrimonio è anche croce. Ma la croce di Cristo è attiva, non subita. È una donazione piena, libera, consapevole. Non è rassegnazione. È amore che si dona fino in fondo, senza perdere la verità di sé. Rimanere in un matrimonio dove non c’è tenerezza non significa fingere che vada tutto bene. Significa, se lo scegli nella fede, trasformare quel vuoto in offerta viva. Ma solo se sei davvero libera di scegliere.

Per concludere: scegli la verità, non la rassegnazione

A te, donna che mi scrivi con il cuore stanco e affamato, dico: Dio ti ama. E ti vuole viva. Non sta dalla parte del gelo affettivo, né ti chiede di spegnerti per essere santa. Ti chiede di scegliere ogni giorno, nella libertà. Anche il dolore, anche la croce, se lo fai per amore. Ma non per paura.

Perché la fedeltà vera non è tacere. È restare nella verità, nella dignità, nella speranza. E questa, anche se lui non cambia, può cambiare te.

Antonio e Luisa

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Un Matrimonio Risorto ma che non Nasconde le Ferite

Siamo Antonio e Elsa, sposati da 28 anni, abbiamo 2 figli, e facciamo parte della comunità Retrouvaille Sud. Abbiamo partecipato al programma alcuni anni fa e dopo un cammino tortuoso, con frenate brusche e ripensamenti sul nostro futuro di vita insieme, ci siamo ritrovati.

La svolta, nella nostra relazione, è avvenuta, quando abbiamo compreso che la strada da intraprendere non era quella di aggiustare il nostro matrimonio lacerato, piuttosto la sfida che ci attendeva era quella di ricrearne uno nuovo, più intrigante e interessante, fatto su misura per noi, come un abito buono, quello delle grandi occasioni.

Abbiamo sperimentato la caduta, la miseria e la solitudine, attraverso una passione lunga e tormentata, fatta di incomprensioni, muri altissimi alzati tra di noi, indifferenza e silenzi assordanti, tutti ingredienti amplificati dalla morte della nostra relazione, della coppia. Dopo esserci smarriti, completamente soli, non riuscivamo più ad uscire dal torpore pregno di angoscia e senso di abbandono.

I miei errori (Antonio) avevano destabilizzato la mia famiglia e creato un vuoto enorme. Ho cominciato ad attraversare un deserto fatto di solitudine e di tristezza. Ho sperimentato la vergogna, la povertà spirituale, la morte sociale, lavorativa e intellettuale. Nulla aveva più un senso. Ho vissuto e subito, la passione e morte, nera di vergogna, grigia di sporcizia, rossa di sangue.

In quei momenti, dove tutto sembrava perduto, nello sconforto totale, ho percepito una presenza tangibile, una carezza amorevole. Ho sentito forte la presenza del Signore al mio fianco, tenero e accogliente, chinato non la mano tesa. Come ad esortarmi nel rialzarmi. Io, il misero, per terra, lui, a me vicino, la misericordia.

Lo stesso valeva per me, (Elsa). Antonio non poteva avermi fatto tutto questo. Non lui, non il mio principe azzurro. Tutto intorno mi diceva di lasciarlo, di abbandonarlo al suo destino, che in fondo se lo era meritato. Infatti, ci siamo separati. Mesi vissuti lontani dalle nostre aspettative, dai nostri progetti, a pensare e ripensare agli anni buttati al vento. Al tempo perduto e mai più recuperabile.

Ho sperimentato la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta, ma non bastava. Era come una spirale infinita, in un crescendo di cattiveria e delusione, sentimenti orrendi e dilanianti. Come stritolata da una morsa, che soffocava in me qualsiasi velleità di riconciliazione.

Abbiamo conosciuto Retrouvaille per caso, ma non abbiamo esitato un istante a partecipare al programma. Erano già passati alcuni mesi da quando avevamo iniziato a cercare di ricostruire il nostro matrimonio: ci stavamo impegnando, sì, ma sentivamo che mancava qualcosa. C’era come un limite invisibile, un blocco che non riuscivamo a superare. Non andava come speravamo.

È stato solo in un secondo momento, quando abbiamo scelto di rimanere all’interno della comunità come ‘servi inutili’, mettendoci in ascolto delle ferite di altre coppie, che qualcosa in noi è davvero cambiato. Offrendo tempo, accoglienza, presenza… abbiamo scoperto il valore del dono. Il valore profondo della gratuità.

Grazie al servizio reso alla comunità, ci capita oggi di incontrare altre coppie come noi, bisognose di conforto, assetate di parole buone. Essere per loro segno di speranza, speranza di rinascita a vita nuova, e vederle vivere in armonia la loro unione, ci stimola a fare di più. Ci piace “dire bene”, benedire la loro unione anche attraverso le nostre miserie e le ferite ormai rimarginate. Come Gesù, che per farsi riconoscere dai suoi discepoli – entrando a porte chiuse, lungo la strada con i due di Emmaus, o davanti a Tommaso – non ha esitato a mostrare le sue ferite.

Seguendo il suo esempio, non usiamo parole o formule magiche, parliamo con il cuore colmo di gioia, parliamo del nostro vissuto, fatto di contraddizioni, sofferenza e lacrime. Mettiamo a nudo le nostre iniquità, mostriamo le ferite, proprio come Gesù ha fatto con chi non lo ha riconosciuto. Raccontiamo con occhi accesi di speranza la nostra Pasqua. Un passaggio (Pasqua) vissuto dalla passione, attraversando la morte fino alla resurrezione.

Ci impegniamo nel portare un messaggio nuovo. Vogliamo raccontare la bellezza della coppia, con in mezzo lo Sposo. Raccontare lo stupore nel guardare il Signore attraverso gli occhi l’uno dell’altro. Riconoscere in Dio, l’autore dell’opera d’arte più bella da lui concepita e compiuta: la famiglia. Ci riconosciamo in lui, testimone d’onore della nostra unione, presente nel giorno delle nozze. Descrivere la meraviglia di una relazione nel matrimonio, diventa uno stimolo costante per andare avanti e continuare “il percorso rinnovato” grazie a quanto fatto con Retrouvaille e con la presenza di Dio nel nostro sacramento

Elsa & Antonio (Retrouvaille Italia)

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Amore: tra Sentimento e verità

Spesso leggo nei commenti, sui social, frasi del tipo: “La famiglia è dove c’è amore”, in genere riguardo a discorsi su relazioni di persone aventi lo stesso sesso o famiglie allargate. Certamente è vero, l’amore dovrebbe essere il centro di tutto, ma di quale amore stiamo parlando?

Perché io credo che ci sia molta confusione: oggi l’amore è percepito come sentimento soggettivo, emozione del momento, affinità emotiva o attrazione fisica. In nome dell’amore si giustifica tutto: scelte di vita, separazioni, trasgressioni, perfino il tradimento e omicidi. Eppure, se vogliamo parlare seriamente di amore, dobbiamo iniziare a riconoscerne l’origine, la verità e il fine (che essenzialmente è la santificazione nostra e di chi ci sta intorno).

Quando parliamo di “famiglia”, non possiamo ridurre il discorso a ciò che sentiamo, ma dobbiamo elevarci a ciò che Dio ha rivelato. L’amore che fonda la famiglia – quella vera, secondo il disegno di Dio – è un amore che genera, che si apre alla vita, che unisce un uomo e una donna nella complementarità dei sessi. È un amore fecondo che si realizza nella donazione totale e irrevocabile di sé all’altro, anche quando la vita coniugale attraversa momenti duri, persino quando si spezza nella convivenza, ma resta viva nella fedeltà della promessa.

Per noi cristiani, l’amore ha un volto: è Gesù Cristo. In Lui vediamo che l’amore vero è dono totale di sé, fino alla fine, fino alla croce. Non è sentimento passeggero, non è attrazione, non è bisogno, è un amore che si fa servizio, sacrificio, fedeltà.

Proprio domenica scorsa, Gesù nel vangelo diceva che “Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23), questo deve essere il filtro con cui testare quello che viviamo. Quello che provo, quello che faccio, quello verso cui vengo attratto è secondo l’insegnamento di Gesù, i comandamenti, tutte le numerose parole che ci ha detto e che la Chiesa continua a ricordarci dopo duemila anni?

Gesù ci dice chiaramente che se Gli vogliamo bene, la conseguenza diretta è seguirlo e mettere in pratica: detto così sembra quasi un’imposizione, in realtà dovrebbe essere la risposta ad un Amore sconfinato. Mi vengono in mente le prove d’amore che si chiedono a volte nella coppia e che sono più richieste egoistiche e dettate da ferite varie: “Se davvero mi ami, devi fare questo e quest’altro”.

In realtà Chi lo dice, per primo ci ha mostrato cosa è davvero l’Amore, morendo per noi e lasciandoci un manuale d’istruzione per la nostra felicità e per una vita in pienezza. Non è possibile affermare di credere in Dio e poi gestire la nostra vita secondo quello che vogliamo noi: mi sono accorto che in tante persone c’è questa profonda divisione tra il credere/devozione e la condotta di vita, come se fosse possibile svincolare le due cose. Tanti ritengono che amore è quello che mi fa stare bene, che mi soddisfa, che non crea problemi, che mi dà ragione, che esegue gli ordini: anche ammesso che fosse possibile, siamo all’opposto del Sacramento del matrimonio.

Ogni essere umano è chiamato all’amore, perché creato a immagine di Dio, ma la verità dell’amore dipende dalla sua conformità al disegno di Dio. Se due donne, tramite i soldi, i progressi della medicina e un donatore, riescono ad avere un figlio da crescere, dovranno comunque un giorno spiegargli che comunque un papà ce l’ha, anche se non lo conoscerà mai o è sconosciuto, perché la verità è che la vita può nascere solo dall’unione di un uomo e una donna (non entro poi nel merito sulla considerazione dei figli come diritto e non come dono immenso).

Non siamo noi a decidere cos’è l’amore, è Dio che ha scritto nel nostro cuore il desiderio di amare e di essere amati, ma questo desiderio, se non viene illuminato dalla grazia, può perdersi, deviare, confondersi. Non possiamo costruire l’amore vero senza Dio. Ogni tentativo umano, ogni ideologia che pretende di ridefinire la famiglia o il matrimonio, rischia di crollare, come una casa costruita sulla sabbia.

È tempo di tornare a parlare di verità, non solo di emozioni, di educare all’amore, non solo di assecondarlo, di proporre, con umiltà ma anche con coraggio, la bellezza del progetto di Dio sull’uomo, sulla donna, sulla famiglia. Allora sì, la famiglia è dove c’è amore: ma quell’amore deve avere un Nome, una forma, una verità e un obbiettivo, solo l’amore che si radica nella volontà di Dio può davvero costruire una casa che resiste alle tempeste.

Una cultura che smarrisce la verità dell’amore rischia di produrre generazioni fragili, incapaci di donarsi, abituate a sostituire la realtà con il desiderio; eppure, la verità non è nemica della libertà: la libera, la orienta, la rende piena. Anche quando questa verità è scomoda, anche quando ci chiede di rinunciare a qualcosa, perché alla fine, la vera libertà nasce dalla verità; e la verità è che non ogni unione può dirsi famiglia, non ogni sentimento è amore che salva, non ogni desiderio è giusto solo perché è forte.

Forse non tutti capiranno queste parole, ma non importa: l’importante è continuare a testimoniarle, con umiltà, ma senza paura, perché la verità, quando è vissuta con amore, parla da sola e può, un giorno, toccare il cuore anche di chi oggi la rifiuta.

L’Amore, quello vero, non si inventa, si scopre e, una volta scoperto, si custodisce, fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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Amare con il Corpo: la Vocazione Visibile dell’Invisibile

Viviamo in un tempo in cui il corpo sembra avere significati ambivalenti: viene idolatrato o bistrattato, ostentato o nascosto, quasi mai ascoltato. Eppure, proprio il corpo veicola una delle domande più vere dell’esistenza: “Per chi sono io?”. È un interrogativo inevitabile, che nasce dall’esperienza stessa di essere persone umane: bio-psico-sociali e aperte alla trascendenza.

Sin dal libro della Genesi vediamo come l’uomo – Adamo – prende coscienza della propria identità grazie al suo corpo: scopre di appartenere al creato, ma anche di essere diverso dagli animalia. Scrive san Giovanni Paolo II: «l’uomo creato si trova, fin dal primo momento della sua esistenza, di fronte a Dio quasi alla ricerca […] della propria identità» (UDC 5,5). Solo quando il Creatore gli presenta Eva il suo stupore rivela che ha trovato il senso del proprio essere: «Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne» (Gen 2,23). Attraverso il corpo che li avvicina e li distingue i due si ri-conoscono: se la dualità è un punto di partenza, l’unità è il punto di arrivo.

Proprio a partire dall’uomo delle origini e da lì leggendo la realtà dell’uomo storico, il tesoro inestimabile della Teologia del corpo ci aiuta a comprendere il significato altissimo della corporeità. Proprio nella differenza sessuale ci si rivela il carattere sponsale del corpo e quindi l’ermeneutica del dono: l’uomo e la donna, nel loro essere compiuti e al contempo complementari, testimoniano che la pienezza dell’esistenza si raggiunge nella relazione. Questa dinamica, che trova una prima espressione nell’eros, trova il suo compimento quando si apre all’agape: se infatti quello muove i corpi a cercarsi quale forza che fa tendere l’uno verso l’altra, questo garantisce l’incontro.

L’amore oblativo trasforma il desiderio in dono e fa sì che la persona non resti confinata al piano dell’emozione e dell’istinto, ma si apra a una progettualità che diviene pienezza. Scrive il Papa della famiglia: «L’amore […] sprigiona una particolare esperienza del bello, che si accentra su ciò che è visibile, ma coinvolge contemporaneamente la persona intera» (UDC 108,6). Amare con il corpo significa, allora, vivere la propria corporeità come via per entrare in comunione con l’altro: è nella tenerezza, nella cura, nel cadenzare quotidiano di gesti di attenzione e servizio che il corpo diventa sacramento, luogo di rivelazione di Dio.

Per vivere questa promessa di compimento è però condizione necessaria avere nel cuore e nella mente il vero volto di Dio. Troppo spesso ci sono state veicolate immagini sbagliate e distorte, lontane dalla Rivelazione che il Figlio ci ha fatto del Padre. Pensiamo al Dio giudice, che osserva con severità le nostre colpe e punisce l’errore, generando paura e vergogna; al Dio contabile, che misura i nostri meriti e assegna premi o castighi, facendo dell’amore una prova da superare; al Dio efficiente, che esige perfezione e risultati, trasformando il nostro desiderio di essere amati in ansia da prestazione. C’è anche il Dio intellettuale, figlio di dimostrazioni e schemi, che esclude la dimensione affettiva, o il Dio magico, buono solo quando le cose vanno bene, ma pronto a essere rinnegato nei momenti difficili.

Queste immagini deformano non solo la nostra dimensione spirituale, ma anche quella sociale. Se il nostro volto di Dio è sospettoso, esigente o lontano, anche il nostro modo di amare sarà segnato dal controllo, dal timore o dal disincanto. Al contrario, il Dio rivelato da Gesù Cristo è un Dio vicino, che per primo ha scelto il corpo come modalità di relazione; è il Dio creatore e misericordioso, che ci ha voluti con amore eterno, che ci cerca instancabilmente, che ci guarda con tenerezza.

In questa prospettiva, l’intimità coniugale può diventare “un luogo sacramentale”, un’esperienza in cui Dio si rende presente come protagonista, insieme alla coppia. Non si tratta di atti meramente fisici, ma di un incontro che può sanare, rinnovare promesse e rafforzare legami. Lungi dall’essere un’idea romantica o un sotterfugio per legalizzare disordini e vizi, amare con il corpo è l’unico modo per essere persone sane e felici. Si tratta di scegliere ogni giorno di essere per l’altro: di non usare ma accogliere, di non consumare ma custodire. Facciamo esperienza di un cammino esigente, fatto di ascolto, di pazienza, di perdono, di continuo lavoro su se stessi, che conduce alla gioia piena. È la via ordinaria della santità, quella che passa per i gesti più semplici e autentici dell’amore umano.

In un tempo che tende a svuotare il corpo del suo significato, l’esperienza dell’amore vissuto nella carne ci restituisce una profezia di speranza. Ogni corpo, con la sua storia e le sue ferite, resta portatore di una bellezza inviolabile, di una verità che nessuna cultura dello scarto potrà mai cancellare. Amare con il corpo, allora, non è solo possibile: è urgente. È l’atto più umano e più divino che possiamo compiere.

Giovanna Valsecchi

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Salvare lui o salvare me? Il bivio della moglie ferita

Vi racconto una consulenza telefonica che ho offerto a una moglie che si trova in un momento di forte sconforto e di grande dolore. Credo sia importante raccontarla, preservando l’anonimato dei protagonisti, perchè ciò di cui parleremo è più comune di quanto si possa pensare. Forse con altre modalità ma con le stesse identiche spinte psicologiche.

Le mie conclusioni sono solo una ipotesi ponderata da quanto ho ascoltato. Ma credo possano fornire una chiave interessante sulla quale tutti possono riflettere. Su come le nostre ferite e il copione infantile possano influenzare le relazioni adulte. Lui ha deciso di sposarsi dopo un fidanzamento molto lungo, ma non per una vera convinzione, bensì perché lei è rimasta incinta. E ora, dopo tanti anni di matrimonio, tradisce ripetutamente sua moglie. Non con una sola donna, ma con tante: escort, prostitute, relazioni occasionali. Si può definire un’abitudine compulsiva, un meccanismo che non riesce (o non vuole) fermare.

Lei invece è lì. Ferma. In attesa. Svuotata. Umanamente distrutta da anni di distacco, freddezza, abbandono. Nessuna intimità. Nessun dialogo. Solo qualche gesto, a volte, quando lui torna a cercarla per avere un rapporto sessuale — poche volte all’anno. Cerca un senso e l’amore nella relazione e nella cura della figlia. Ha smesso di sentirsi moglie per essere soltanto mamma. Non c’è violenza fisica, ma una solitudine che grida vendetta al cielo. Lei per tanti anni non ha voluto vedere. Poi è scoppiata e non è riuscita più a far finta di niente. Eppure lui non se ne va. Resta lì, quasi come a rivendicare un ruolo che non vuole esercitare veramente: quello del marito.

Una storia come tante, ma unica nel dolore

Questa consulenza nasce da un grido, quello della moglie. Una donna credente, fedele, che non riesce a comprendere come sia possibile che un uomo prometta amore eterno e poi lo tradisca in modo così sistematico. Ma dietro ogni tradimento si nasconde una storia, e dietro ogni storia, un copione.

Il copione di vita e la spinta: “Sii forte”

Secondo l’Analisi Transazionale, ognuno di noi sviluppa da piccolo un copione di vita, cioè una storia che inconsciamente scriviamo su noi stessi e sul mondo, spesso per sopravvivere alle ferite dell’infanzia. In questo caso, l’uomo in questione ha vissuto un’infanzia con un padre che si comportava allo stesso modo: assente, infedele, anaffettivo. Quel modello paterno non solo ha generato sofferenza, ma ha anche trasmesso una spinta psicologica, quella del “Sii forte”.

La spinta “sii forte” impone di non mostrare emozioni, di non avere bisogno di nessuno, di non chiedere aiuto. Chi la riceve da piccolo, interiorizza l’idea che il valore della propria persona si misura nella capacità di resistere da solo, senza appoggiarsi a nessuno. Mostrare fragilità significherebbe, dunque, non valere abbastanza.

Ma il bambino interiore non sparisce. Resta lì, nascosto, e quando non trova spazi sani per esprimersi, esplode in comportamenti disordinati: come la compulsione sessuale, la trasgressione, la doppia vita. Il tradimento diventa allora un grido: “Amami! Guarda che io esisto!”.

Il corpo usato per colmare un vuoto

Il problema, però, è che quel bambino non vuole sesso: vuole essere visto, accolto, amato per come è. Eppure l’adulto ferito che porta dentro questa parte rifiutata cerca disperatamente conferme attraverso il corpo delle altre, consumando rapporti impersonali come anestetici contro il vuoto. Ma l’effetto svanisce subito. E allora si riparte, sempre più lontani dalla verità e dalla relazione autentica. È la dipendenza affettiva a freddo, quella in cui l’altro è solo uno strumento per calmare un dolore profondo, senza mai incontrarsi davvero.

Cosa può fare la moglie?

A questa donna non ho potuto consigliare solo pazienza e preghiera. Non perché non siano importanti, ma perché l’amore cristiano non è passivo. L’amore, quando è vero, cerca la verità, anche a costo di passare dalla croce.

Le ho proposto di interrompere il circolo vizioso dell’accomodamento. Di uscire dalla dinamica dove lei aspetta che lui cambi, mentre lui sa che può continuare a comportarsi così, perché tanto lei non lo lascerà mai. Non si tratta di abbandonare, ma di dare un segnale forte: “Io ci sono, ma non così. Non a queste condizioni. Non posso essere complice del tuo disordine e della tua fuga dalla tua parte più vera.”

La proposta concreta è stata questa: una terapia personale per entrambi, ancor prima che di coppia, dove lui possa iniziare a dare voce a quel bambino che non ha mai potuto dire: “Ho bisogno”, “Mi sento solo”, “Mi sento inadeguato”. E ne ha bisogno anche lei. Perché alla fine, non si tratta solo di salvare un matrimonio. Si tratta di salvare lei, farle comprendere che è un’anima amata, una figlia preziosa, una donna degna di essere vista, rispettata e amata — sul serio.

Ma — e questo è fondamentale — se lui rifiuta questo cammino, lei deve iniziare a pensare a una separazione, almeno temporanea. Non per vendetta, ma per amore. Per amore di sé stessa, della verità, della propria dignità. E forse anche per dare uno shock a lui, che ha anestetizzato la coscienza.

Non si salva chi non vuole essere salvato

Nel Vangelo, Gesù non forza mai nessuno. Chiede: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6). L’amore rispetta la libertà. Ecco perché la moglie non può rimanere eternamente nell’attesa che l’altro si converta. Anche Dio, quando il popolo di Israele gli è infedele, si ritira. Non per orgoglio, ma per rispetto della libertà dell’altro. Lasciando la porta aperta. Anche questo è essere fedeli. Lei non cerca un altro uomo, continuerà ad amare e ad essere fedele a suo marito.

Come dice Papa Francesco in Amoris Laetitia (§137): “L’amore si nutre di libertà. Non può esistere una forma di amore imposta. Occorre che ognuno sia libero di decidere di amare, anche a costo di pagare un prezzo.”

Riscoprire la propria vocazione all’amore

A questa donna ho detto che il suo valore non dipende dalla fedeltà del marito. Che lei non è “meno moglie” perché lui ha tradito, anzi. Lei è ancora oggi una testimone del Vangelo dell’amore. Ma deve anche capire che la carità verso sé stessi è parte della carità cristiana. Ha diritto a essere rispettata, ad amare senza umiliarsi, a scegliere una strada che le consenta di non smettere di amare, ma di farlo in verità.

Spesso pensiamo che l’amore vero debba sopportare tutto. Ed è vero, ma questo non significa accettare tutto. Significa trovare la strada che sia la più vera per amare. Stare con un marito così senza chiedere nessun cambiamento, non significa amare il marito ma significa avere un comportamento evitante. Sono forse io il custode di mio fratello?

A questa donna ho consigliato di proporre un cammino, ma anche di prendere una decisione, se necessario. Perché a volte, solo toccando il fondo, l’altro può decidere di risalire.

E allora sì, forse nascerà davvero qualcosa di nuovo. Non più sulle ceneri del dolore, ma sulla verità della propria fragilità finalmente accolta.

Antonio e Luisa

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Amore Familiare e Vocazione: Storie di Santi

La storia di molti santi e pastori della Chiesa ci insegna che la famiglia è la culla delle vocazioni. L’amore fedele tra madre e padre – vissuto nella quotidianità, spesso in mezzo a difficoltà e prove – può lasciare un’impronta decisiva nel cuore dei figli. Crescere avvolti da questo amore e da una fede vissuta in casa prepara a riconoscere e accogliere la chiamata di Dio. In questo articolo percorriamo le vicende familiari di alcuni santi e papi, scoprendo attraverso aneddoti e testimonianze come l’esempio dei genitori abbia orientato il loro cammino verso il sacerdozio o la vita consacrata.

San Giovanni Paolo II: il “seminario domestico” di papà

Karol Wojtyła perse la madre all’età di 9 anni e poi anche il fratello maggiore; rimase così solo col padre, un ex militare dal cuore profondamente religioso. La casa era modesta e segnata dal lutto, ma piena di fede. Karol ricordava di vedere suo padre pregare ogni giorno: “Mi capitava di svegliarmi di notte e di trovare mio padre in ginocchio, così come in ginocchio lo vedevo sempre nella chiesa parrocchiale”. Quell’uomo vedovo non parlò mai esplicitamente al figlio di diventare sacerdote, eppure con la sola testimonianza formò in lui il germe della vocazione. “Tra noi non si parlava di vocazione al sacerdozio, ma il suo esempio fu per me in qualche modo il primo seminario, una sorta di seminario domestico” – scrisse Giovanni Paolo II riferendosi al padre. In quel clima di preghiera familiare, silenzioso ma costante, maturò la chiamata che avrebbe portato Karol prima al sacerdozio e poi al soglio pontificio.

Santa Teresa di Lisieux: una famiglia come terra fertile

Nel caso di Santa Teresa di Gesù Bambino, la vocazione religiosa fu coltivata all’ombra di una famiglia straordinariamente santa. I suoi genitori, Louis Martin e Zélie Guérin, erano una coppia di sposi animati da profonda fede: primi coniugi canonizzati insieme nella storia, proclamati santi da Papa Francesco nel 2015. Le loro giornate erano scandite dalla preghiera, dal lavoro onesto e dalla carità, con il riposo della domenica sempre rispettato, e vissero molte prove affidandosi con fiducia alla Provvidenza. Zélie, prima di conoscer Louis, aveva persino chiesto al Signore di avere molti figli “e che essi vi siano tutti consacrati”. Dio prese sul serio quel desiderio: dei nove figli dei coniugi Martin, cinque sopravvissero all’infanzia e tutti e cinque abbracciarono la vita consacrata.

Teresa crebbe respirando fin da piccola questo clima di amore e fede. Rimase orfana di madre a soli 4 anni, ma trovò nel papà un esempio di tenerezza e devozione incrollabile. Più tardi, già carmelitana, riconobbe apertamente quanto doveva ai suoi genitori: «Il Buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del Cielo che della terra». Nell’autobiografia Storia di un’anima, Teresina lascia trasparire la gratitudine per l’educazione ricevuta in casa: ogni sera la famiglia pregava insieme, e l’amore tra i genitori – fondato sul Vangelo – infondeva nelle figlie la gioia di appartenere a Dio. Non sorprende che in tale terreno fertile sbocciassero vocazioni: l’esempio di papà e mamma fu per Teresa e le sorelle un richiamo vivente alla santità.

San Giovanni Bosco: la fede trasmessa nel dolore

L’infanzia di San Giovanni Bosco fu segnata dalla povertà e dalla perdita prematura del padre. Aveva soltanto due anni quando papà Francesco morì improvvisamente di polmonite, dopo aver raccomandato alla moglie Margherita di “aver fiducia in Dio” fino all’ultimo respiro. Mamma Margherita, rimasta vedova a 29 anni, si trovò a crescere da sola tre figli in tempi durissimi di carestia. Nonostante le lacrime e le fatiche, questa madre coraggiosa non perse mai la fede: insegnò ai bambini a pregare, a confidare nella Provvidenza e a vedere nei piccoli eventi quotidiani i segni dell’amore di Dio. Fu lei la prima catechista di Giovanni, trasmettendogli con semplicità di cuore i valori cristiani.

Quando Giovanni manifestò il desiderio di farsi prete, Margherita lo sostenne con saggezza. Anni dopo, nel giorno della sua prima Messa, gli parlò con il cuore di madre e di sposa fedele a Dio: «Ricordati che cominciare a dir Messa vuol dire cominciare a soffrire… Tu, da qui innanzi, pensa solamente alla salvezza delle anime e non prenderti nessun pensiero di me». In queste parole – quasi un testamento spirituale – c’è tutto l’amore di una genitrice che offre il figlio a Dio senza riserve, accettando di buon grado di “perderlo” perché altri abbiano vita. Mamma Margherita in effetti lasciò la sua casa e seguì don Bosco a Torino per aiutarlo nella missione con i ragazzi poveri, diventando per tutti “Mamma Margherita”. Con sacrificio estremo, arrivò perfino a vendere le amate memorie del suo matrimonio – i ricordi di una vita di sposa – per sostenere le opere del figlio sacerdote. L’esempio luminoso di questa madre e l’eco dell’amore coniugale dei suoi genitori (custodito nel ricordo) alimentarono in Giovanni Bosco uno zelo apostolico straordinario, facendone il santo educatore che il mondo conosce.

Papa Francesco: la fede appresa in famiglia

Anche nella vita di Jorge Mario Bergoglio – oggi Papa Francesco – l’ambiente familiare ebbe un ruolo chiave nel far germogliare la vocazione. Nato in Argentina da genitori di origini piemontesi, crebbe in una famiglia semplice, ricca di affetto e devozione popolare. In particolare fu fondamentale la presenza della nonna paterna, Rosa, con cui il piccolo Jorge trascorreva molto tempo. “Ho ricevuto il primo annuncio cristiano da una donna: mia nonna! È bellissimo questo: il primo annuncio in casa, con la famiglia!” ha ricordato Papa Francesco, testimonianza di come la trasmissione della fede inizi proprio tra le pareti domestiche. Rosa insegnò al nipotino le prime preghiere, gli parlava di Gesù e delle storie dei santi, accendendo in lui l’amore per Dio.

L’esempio dei nonni e dei genitori forgiò nel giovane Bergoglio un cuore sensibile ai bisognosi e attento alla voce del Signore. Da ragazzo serviva Messa con suo padre nelle domeniche mattina, respirando quel clima di fede semplice e solida tipico di tante famiglie immigrate. Da Papa ha spesso sottolineato l’importanza di questo patrimonio ricevuto: “I nonni sono il legame tra le generazioni, trasmettono l’esperienza della vita e della fede ai giovani”. Senza il fondamento di amore e preghiera vissuto in casa, probabilmente Jorge non avrebbe riconosciuto la chiamata al sacerdozio che sentì a 17 anni, un mattino di primavera entrando in chiesa per confessarsi. Anche molti anni dopo, Francesco conserva nel breviario un biglietto che gli scrisse nonna Rosa, a ricordargli che la fede appresa in famiglia è un tesoro prezioso nelle difficoltà della vita. La sua storia conferma che quando in casa regnano amore, preghiera e buon esempio, il terreno del cuore rimane aperto al progetto di Dio.

Altri esempi di vocazioni nate in famiglia

Gli episodi potrebbero continuare, perché davvero dietro a tanti santi c’è la luce di genitori santi o perlomeno virtuosi. Il Santo Curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, diceva che la preghiera e la virtù nei figli “dopo Dio, è opera di mia madre”, convinto che i bambini imitino spontaneamente ciò che vedono fare ai genitori. Un’altra scena toccante è tramandata della vita di Giuseppe Sarto, divenuto poi Papa Pio X: quando fu ordinato vescovo, mostrò con orgoglio alla madre l’anello pastorale appena ricevuto. Mamma Margherita gli fece allora vedere la propria fede nuziale al dito ed esclamò: «È molto bello il tuo anello, Giuseppe; ma tu non l’avresti se io non avessi questo». Quasi a dire: se tu sei diventato sacerdote e vescovo, è perché prima tuo padre ed io ci siamo amati cristianamente come sposi. Questo semplice gesto riassume una verità profonda: il sì che un uomo e una donna pronunciano davanti a Dio nel matrimonio genera una corrente di grazia che può portare frutto anche nelle vocazioni dei figli.

Lo sottolineava, in un suo ricordo, anche San Paolo VI. Da anziano, riflettendo sui doni ricevuti dai genitori, egli disse: «All’amore di mio padre e di mia madre, alla loro unione, devo il mio amore di Dio e del prossimo». Ecco il punto centrale: quando marito e moglie si amano davvero, con amore paziente, fedele, aperto alla vita e radicato in Cristo, trasmettono ai figli molto più che valori morali. Trasmettono una fede viva, un orientamento del cuore verso il bene. Non c’è meraviglia quindi che tanti figli cresciuti in queste famiglie sentano fiorire dentro di sé il desiderio di seguire il Signore più da vicino.

In conclusione, le vicende di Giovanni Paolo II, Teresa di Lisieux, Giovanni Bosco, Papa Francesco e altri mostrano come la santità domestica dei genitori sia spesso la chiave nascosta delle vocazioni. Non significa che Dio chiami alla vita consacrata solo chi ha alle spalle famiglie esemplari – lo Spirito soffia dove vuole – ma certamente un clima familiare di amore autentico e fede praticata dispone il terreno in modo speciale. La famiglia, chiesa domestica, è il luogo in cui s’impara ad amare e a scoprire di essere amati da Dio. Lì può germogliare la risposta generosa alla voce di Cristo. Ogni mamma e ogni papà, vivendo con fedeltà il proprio matrimonio, anche tra le lacrime e le prove, scrive nel cuore dei figli un Vangelo vivente che potrà fiorire un giorno in vocazione sacerdotale o religiosa, a gloria di Dio e a servizio degli uomini.

Antonio e Luisa

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Spogliati per Amare Davvero: la Notte del Mantello

Siamo ancora immersi nella notte dell’anima. La relazione tra gli sposi, un tempo radiosa e vibrante, ora sembra persa tra ombre e silenzi. La vicinanza profonda dei corpi, l’intesa degli sguardi e la gioia dei primi abbracci sembrano appartenere a un altro tempo. È naturale che ciò avvenga: il matrimonio, come ogni vera storia d’amore, non cresce soltanto nei giorni di sole, ma soprattutto nelle notti oscure. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La separazione, il sentirsi distanti, fa parte della vita di ogni coppia. Non è un incidente: è una tappa. Accade: l’altro non risponde più ai nostri richiami interiori. Diventa estraneo. Il suo silenzio brucia, la sua freddezza ci punge. E allora sorgono domande dolorose:
È davvero la persona giusta?
Perché è così chiuso, così lontano?
Perché non riesce più a vedermi, a capirmi?

In quei momenti, le nostre certezze diventano come “le guardie della città”: difese interne, costruite per proteggere l’immagine ideale che ci eravamo fatti del nostro sposo o della nostra sposa. Guardie che, invece di custodire, finiscono per ferire. Ci colpiscono. Ci spogliano. Ci strappano il mantello.

Il significato del mantello nelle relazioni

Il mantello, in una lettura spirituale e psicologica, rappresenta tutte quelle cure, attenzioni e sicurezze di cui ci avvolgiamo inconsapevolmente nel matrimonio. È il bisogno naturale di sentirsi amati, accolti, protetti. È la veste che riveste il nostro bisogno primario di essere visti e riconosciuti.

Quando le guardie ci strappano il mantello, quando l’altro non risponde più come vorremmo, viviamo una nudità interiore. Ci sentiamo esposti, vulnerabili, nudi non solo davanti al coniuge, ma anche davanti a noi stessi. È una notte, sì, ma anche un’opportunità: la possibilità di imparare ad amare senza appoggiarci più ai sostegni infantili che ci aspettavamo dall’altro. È la chiamata a rivestirci di un altro mantello: il mantello di Cristo.

San Paolo dice: “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo nuovo mantello non è tessuto con le attese che abbiamo sul coniuge, ma con il dono gratuito di sé. Non amiamo più solo perché l’altro corrisponde, ma perché scegliamo di amare. Non amiamo più per ricevere, ma per donare.

Il matrimonio non è un mercato di affetti, è una scuola di gratuità. E in questa notte dell’anima, in questo essere percossi e spogliati, ci viene offerta la possibilità più alta dell’amore: amare come Cristo, senza condizioni.

Testimonianza di una notte vissuta

Anche nella nostra storia, Luisa ed io abbiamo attraversato una notte simile. L’inizio era stato luminoso: matrimonio da favola, primi figli arrivati come benedizioni immediate. Tutto sembrava perfetto. Ma forse, inconsciamente, correvamo troppo. La realtà, quella più profonda, bussava alla porta. Ero entrato, improvvisamente, in una crisi che non sapevo nemmeno spiegare. Come lo sposo del Cantico, me ne ero andato. Non fisicamente, ma con il cuore e con la mente. Mi sentivo soffocato, inadeguato, schiacciato dalle responsabilità. Mi allontanavo, cercando rifugio nel lavoro, nello sport, altrove.

Luisa, come la Sulamita, si trovò sola. Ferita. Spogliata del mantello delle sue certezze. Il marito su cui pensava di poter contare era diventato freddo, sfuggente. Ma non mollò. Con la forza dolce di chi ama davvero, mi continuava a trattare come il marito migliore del mondo. Non perché io lo fossi in quel momento, ma perché aveva scelto di amarmi così. Nonostante tutto. Era come se, spogliata della sicurezza del suo primo mantello, avesse deciso di cucirne uno nuovo: non fatto di aspettative, ma di misericordia.

E quella misericordia, giorno dopo giorno, ha compiuto un miracolo. Non c’è nulla di più forte al mondo che essere amati quando non lo meritiamo. Non c’è nulla che converta più profondamente del sentirsi accolti nella propria miseria. Alla fine, quella notte ci ha rigenerati. Alla fine, quel mantello strappato ci ha resi nudi davanti a noi stessi e davanti a Dio. E Dio ci ha rivestiti. Non più delle nostre illusioni, ma del Suo Amore.

Il dolore come fecondità

L’episodio delle “guardie che tolgono il mantello” nel Cantico non è semplicemente un momento di dolore: è una gestazione. Nella simbologia biblica, il mantello rappresenta anche l’identità, la dignità, il ruolo. Quando viene tolto, non perdiamo solo protezione, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. Quella notte non è sterile: è gravida di una nuova possibilità.

Nella logica dell’amore cristiano, la perdita, il fallimento apparente, la spogliazione sono vie attraverso cui si genera una nuova fecondità. Non la fecondità biologica, ma quella più profonda: la fecondità dell’amore che salva, che redime, che rinnova.

Malati d’amore

Alla fine, cosa resta? La Sulamita lo grida: “Scongiuro, figlie di Gerusalemme: se trovate il mio diletto, ditegli che sono malata d’amore!”
Non è un lamento. È un inno. Essere malati d’amore significa essere conquistati da un amore che non possiamo più possedere, ma solo desiderare. Essere malati d’amore è vivere nell’inquietudine benedetta di chi ha scoperto che l’altro non è un oggetto da trattenere, ma un mistero da accogliere. Solo chi ha attraversato la notte del mantello può amare davvero. Solo chi ha imparato a restare nudo può essere rivestito della veste più bella. La veste del vero amore.

Antonio e Luisa

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Una Sola Carne non Significa Diventare una Sola Persona

Stabilire dei limiti all’interno della relazione di coppia può suonare, a un primo ascolto, come un gesto freddo, distante, quasi egoista. In un tempo in cui l’amore viene spesso concepito come fusione totale, l’idea di porre dei “confini” rischia di sembrare un atto contrario alla comunione. Eppure, proprio alla luce del Vangelo e della sapienza della Chiesa, scopriamo che i limiti — se vissuti nella carità — non sono muri che dividono, ma ponti che custodiscono. E nell’ottica della psicologia, possiamo dire che aiutano a rimanere adulti, liberi e responsabili nella relazione, evitando giochi psicologici che feriscono e logorano la coppia.

Custodire l’alleanza, non l’illusione della fusione

Nel sacramento del matrimonio, l’uomo e la donna diventano “una sola carne” (Genesi 2,24), ma non una sola persona. L’unione sponsale non abolisce l’identità, la arricchisce. San Giovanni Paolo II, nella sua Mulieris dignitatem, sottolineava come la reciprocità tra uomo e donna non si basi sull’annullamento, ma sul dono libero e consapevole di sé. Questo significa che per potersi donare autenticamente, è necessario sapere dove finisce il proprio io e dove comincia l’altro. La maturità di una coppia si misura nella capacità di onorare le differenze, di custodire l’individualità senza viverla come minaccia.

L’Analisi Transazionale ci offre un linguaggio prezioso per comprendere tutto ciò. Quando una relazione è carente di confini chiari, si attivano spesso dinamiche in cui un partner assume un ruolo genitoriale (“Ti dico io cosa è giusto per te”) e l’altro quello del bambino (“Mi annullo pur di essere accettato”). Ma l’amore maturo vive nella modalità “Adulto-Adulto”, dove ciascuno riconosce sé stesso, l’altro e la relazione come realtà distinte e preziose, da custodire con responsabilità.

I confini non sono muri, ma accordi

Mettere dei limiti non vuol dire chiudersi, ma esplicitare i bisogni in modo adulto. Significa dire: “Questo è ciò che per me è importante, e desidero che tu lo conosca, perché voglio costruire con te qualcosa di bello e stabile.” È un gesto di verità e di amore. Quando due persone si accordano su ciò che è accettabile e su ciò che può ferirle, stanno gettando le fondamenta per una relazione serena, onesta e rispettosa.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ci ricorda che “l’amore ha bisogno di tempo disponibile e gratuito, che metta altre cose in secondo piano” (AL 224), ma questo tempo non può essere invadente, totalizzante, privo di ascolto dei ritmi e dei bisogni dell’altro. I confini sono come le cornici che esaltano un dipinto: senza di esse, l’opera si perde. Con essi, viene protetta e valorizzata.

Rispetto e libertà: due nomi della carità

Una relazione senza rispetto è una relazione che prima o poi diventerà un campo di battaglia. E il rispetto si esercita anche — e forse soprattutto — nei piccoli dettagli: non leggere messaggi privati se non autorizzati, non pretendere l’adesione automatica a ogni scelta, non imporsi nelle emozioni dell’altro, non esigere spiegazioni dove non c’è trasparenza ma controllo.

Quando due persone si amano cristianamente, si rispettano perché vedono nell’altro un figlio di Dio, una persona libera, un mistero sacro. I limiti, in questo senso, sono come delle soglie: ricordano che l’altro è “altro”, e che la relazione non è possesso, ma alleanza.

Dal punto di vista psicologico, il rispetto dei confini aiuta a prevenire giochi distruttivi, come il vittimismo (“con tutto quello che faccio per te…”) o il salvataggio (“so io cosa è meglio per te”). I giochi nascono quando si smette di comunicare in modo chiaro, e si cerca di ottenere attenzione, affetto o potere in modo indiretto. La comunicazione adulta, invece, parte dalla consapevolezza di sé e si esprime in modo diretto, sereno, assertivo.

Intimità e privacy: non tutto va condiviso

Un altro aspetto spesso frainteso riguarda la privacy nella coppia. C’è una sottile, ma fondamentale, distinzione tra il non avere segreti e il pretendere di condividere tutto. Anche in una relazione molto unita, restano spazi personali: il diario interiore, il tempo per sé, alcune amicizie, alcuni oggetti o luoghi simbolici. San Tommaso d’Aquino ci ricorda che l’amore si nutre anche della distanza giusta, quella che permette alla libertà di respirare. Nessuno può amare davvero se si sente soffocato. Un amore che invade, che sorveglia, che pretende l’accesso a ogni angolo della vita dell’altro, è un amore fragile e possessivo. L’amore vero si fida. E, proprio perché si fida, non ha bisogno di controllare.

Quando mancano i limiti

Una relazione priva di confini è una relazione esposta a ogni vento. Quando non ci sono accordi chiari, l’equilibrio si rompe facilmente. L’uno può sentirsi invaso, l’altro trascurato. Si creano aspettative non dette, si accumulano rancori silenziosi. E spesso si cade nella dipendenza emotiva: si ama l’altro non per quello che è, ma per il bisogno che abbiamo di lui. In Analisi Transazionale, questo è il terreno fertile dei giochi e delle simbiosi: nessuno è davvero libero, perché ciascuno si appoggia sull’altro per definire sé stesso.

Ma il matrimonio cristiano è una chiamata alla libertà, non alla fusione. È il luogo in cui due persone imparano ad amare come Cristo ha amato: donandosi senza annullarsi, servendo senza perdere sé stessi, perdonando senza giustificare l’ingiustizia.

In definitiva, stabilire dei limiti nella coppia non è una forma di difesa, ma un atto d’amore consapevole. È dire all’altro: “Ti rispetto così tanto che non voglio invaderti, né essere invaso. Voglio camminare con te, fianco a fianco, liberi e responsabili, adulti nella fede e nell’amore.” Così si custodisce la bellezza dell’alleanza, e si diventa davvero segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Antonio e Luisa

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La Crisi Come Opportunità: Quando l’Amore Passa per la Croce

Siamo Katia e Marco, sposati da 25 anni e genitori di tre figli. La nostra storia, come quella di tante famiglie, è stata segnata da momenti di gioia, ma dopo 15 anni di matrimonio, una profonda crisi ha minato le basi della nostra unione.

Per molto tempo mi sono sentito smarrito, incapace di capire cosa stesse succedendo. La comunicazione con Katia era sparita, la distanza tra noi cresceva ogni giorno. Mi rifugiavo fuori casa, tra amici e attività, convinto che quello fosse il mio spazio di libertà. Ma dentro di me c’era solo confusione. Non riuscivo più a vedere mia moglie, la donna che avevo scelto, come alleata della mia felicità e la società in cui viviamo ci dice spesso che se qualcosa non funziona, possiamo buttarla via. Ci viene mostrato un modello di matrimonio “facile”, dove se non si è più felici, si può cambiare strada.

Divorzio, nuove relazioni, nuove emozioni. È questo il messaggio che arriva dalla televisione, dai social, dalla cultura popolare: “se soffri, guarda altrove, non devi sopportare”. E anche io, in quella confusione, ho pensato che forse era normale, che forse andava bene così, ma il vuoto che sentivo non si riempiva. E quando tutto sembrava davvero finito, in quel buio, Dio ha acceso una luce in me, in noi, attraverso il programma Retrouvaille, un percorso che ci ha insegnato a riscoprire il dialogo, a perdonarci e ad accettarci nelle nostre fragilità, In quel percorso ho riscoperto, tra alti e bassi, mia moglie. Abbiamo intrapreso un cammino che ci ha aiutati a rivederci con occhi nuovi, a riscoprire il valore del perdono, della fiducia, della tenerezza. Abbiamo capito che la crisi, se accolta con coraggio e fede, può diventare un’opportunità, da non vivere come una sconfitta, ma una tappa faticosa e necessaria per crescere nell’amore. Abbiamo imparato che l’amore vero passa anche per la croce. Non si costruisce solo nella felicità, ma soprattutto nelle prove, quando si sceglie ogni giorno di restare, di non mollare, di ricominciare.

Il perdono non è un sentimento: è una decisione concreta, spesso difficile, ma sempre liberante. È una scelta che guarisce e trasforma. Retrouvaille non è stata una scorciatoia, ma un cammino faticoso, sincero, profondo. Ora so che ogni crisi, anche la più buia, può essere un’opportunità di risurrezione, quando è vissuta nella luce della fede e con il coraggio del cuore, può diventare il luogo dove l’amore si purifica e si rafforza. Oggi ci capita di camminare insieme a coppie che attraversano la tempesta, perché sappiamo cosa significa cadere, toccare il fondo, sentire il peso della croce nel proprio matrimonio. Ma sappiamo anche che è possibile rialzarsi insieme, se ci si affida, se si sceglie di restare. Noi l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle: la croce che ci sembrava un fallimento si è rivelata una porta stretta, ma aperta alla grazia.“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10,8).

Quella che era una ferita, oggi è diventata per noi una feritoia, ed è proprio da lì che entra la luce. È in quella crepa che Dio ha fatto fiorire una speranza nuova.

Katia e Marco (Retrouvaille Italia)

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Liberarsi dalle Catene Interiori

Altre persone hanno già scritto della scuola nuziale e del weekend conclusivo che si è svolto a Loreto il 3-4 maggio. Devo ammettere che è stato un fine settimana molto bello, perché ho rivisto tanti amici, ho conosciuto fisicamente persone con cui avevo collaborato solo on line e mi ha fatto anche tanto piacere ritrovare alcune famiglie con i figli che già frequentavo da anni tramite la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga. Erano presenti più di 100 bambini/ragazzi e c’è stato un gruppo di animatori che ne ha gestito circa 80 da due anni e mezzo in su: la maggior parte di loro erano papà e mamme con figli (comprese le mie figlie) che fanno parte della Fraternità Sposi per Sempre.

Domenica mattina abbiamo proposto un laboratorio sull’indissolubilità e sulla missione degli sposi. Diverse coppie hanno partecipato, e insieme abbiamo condiviso frammenti delle nostre vite e spunti di riflessione. Esperienze come questa lasciano sempre qualcosa da portare a casa. Personalmente, ciò che più mi ha colpito è stata la gioia di tante famiglie che hanno riscoperto quanto sia fondamentale continuare a camminare e non restare fermi. È vero, le difficoltà non mancano: ci sono momenti bui, cadute, scoraggiamenti. Eppure, la bellezza di essere cristiani — e in particolare di vivere il Sacramento delle Nozze — è proprio questa: poter sempre ripartire. Non importa quante volte si cada; ogni volta possiamo rinascere dall’alto, ripartire, ricominciare, con quella forza che non viene solo da noi, ma dalla grazia di Dio.

Permettetemi una citazione colta, quella del maestro Oogway in Kung Fu Panda: “ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente!

Ecco, spesso ci concentriamo sul passato e pensiamo che nulla potrà cambiare, perché è successo questo o quest’altro, e così guardiamo al futuro condizionati dalla situazione in cui ci troviamo. Poche volte, invece, ci focalizziamo sul presente. Oggi voglio essere felice, oggi voglio fare la mia parte, oggi voglio provare ad amare senza guardare a ciò che è stato ieri. Oggi voglio migliorare, leggere, approfondire.

Vi è mai capitato di osservare un elefante da circo, nella sua dimora, con una zampa legata a un piccolo ceppo di ferro o di legno? È sorprendente pensare che un animale così imponente e potente non riesca a liberarsi da un vincolo tanto fragile. Eppure resta lì, immobile, prigioniero di qualcosa che, in realtà, non potrebbe mai davvero trattenerlo.

Non è perché sia ammaestrato — altrimenti non ci sarebbe bisogno di incatenarlo — ma perché, da cucciolo, ha provato e riprovato a spezzare quella corda, fallendo ogni volta, troppo piccolo e debole per riuscirci. Così, ora che è cresciuto e avrebbe tutta la forza per liberarsi con facilità, non tenta nemmeno. Crede ancora di non potercela fare. È prigioniero non della catena, ma dell’esperienza dei suoi fallimenti, che lo ha convinto che sia inutile anche solo provarci.

Anche noi, a volte, somigliamo a quell’elefante: viviamo convinti di non poter fare un sacco di cose, perché in passato ci siamo trovati incatenati a piccoli paletti, e allora non siamo riusciti a liberarci. Oggi, anche se siamo più forti, più preparati, più maturi — e sostenuti dalla Grazia del Sacramento del matrimonio — continuiamo a credere che certe cose siano fuori dalla nostra portata. E così, senza nemmeno tentare, limitiamo la nostra libertà, scolpendo nella mente l’idea che non possiamo, e che mai potremo farcela.

È vero, non possiamo fare tutto. Ma possiamo fare molto più di quanto crediamo, e dobbiamo avere il coraggio di crederci, oggi. A volte, i limiti che ci autoimponiamo diventano una comoda scusa per tirarci indietro di fronte alle sfide: “Non posso”, “Non sono capace”, “Non riesco”, “Non ho la forza.” Eppure, almeno provaci! Solo provando potrai scoprire che forse sei cresciuto, che forse quella catena che ieri ti tratteneva oggi non ha più il potere di fermarti. E che la libertà, quella vera, è più vicina di quanto immagini.

Anch’io, per molto tempo, credevo che non avrei potuto vivere senza una donna accanto. Mi sembrava impossibile, sotto tanti punti di vista. Eppure, sono andato oltre. Con l’aiuto e la forza della Grazia, ho spezzato tante catene. Non penso più al futuro, alla vecchiaia: mi concentro sul dono di questa giornata. In fondo, il “sì” che abbiamo pronunciato il giorno del matrimonio non è un evento passato, ma una scelta da rinnovare ogni giorno. L’indissolubilità e la fedeltà non sono una singola promessa, ma un’infinità di piccoli “sì” quotidiani, detti con cuore libero e fiducioso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Famiglia, sesso e amore nel pensiero di Papa Leone XIV

Papa Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost, è il 267° pontefice della Chiesa Cattolica, eletto nel maggio 2025 dopo il lungo pontificato di Francesco. Di seguito esaminiamo nel dettaglio il suo pensiero riguardo alla famiglia, al sesso e all’amore, con riferimenti a fonti ufficiali della Chiesa, testate giornalistiche e sue dichiarazioni pubbliche.

La visione di Leone XIV sulla Famiglia

Sin da prima della sua elezione a Papa, Robert Prevost ha espresso posizioni chiare sul valore della famiglia tradizionale. In un discorso del 2012 rivolto a confratelli vescovi, criticò apertamente la diffusione di modelli familiari alternativi considerati in contrasto con il Vangelo. In quell’occasione lamentò il fatto che i media occidentali promuovessero “stili di vita omosessuali e modelli di famiglia alternativi, comprese le coppie dello stesso sesso e i loro figli adottivi”. Tale affermazione lascia intendere che Prevost difende una concezione della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, in linea con la dottrina cattolica tradizionale.

Allo stesso tempo, il suo approccio pastorale verso le famiglie non è privo di apertura. Da vescovo e cardinale, Prevost ha sostenuto l’integrazione nella vita sacramentale dei fedeli in situazioni familiari difficili. Ad esempio, si è detto favorevole – seguendo il percorso tracciato da Amoris Laetitia di Papa Francesco – a consentire ai cattolici divorziati e risposati civilmente di accostarsi alla Comunione, dopo adeguato discernimento. Questa posizione indica una sensibilità pastorale nel cercare di tenere unite le famiglie e accompagnarle anche quando hanno vissuto fallimenti matrimoniali, piuttosto che escluderle definitivamente dai sacramenti.

Pur non avallando il matrimonio tra persone dello stesso sesso, da cardinale Prevost ha appoggiato – sia pure con cautela – la recente dichiarazione vaticana “Fiducia supplicans”, approvata da Papa Francesco, che apre alla possibilità di benedizioni per coppie omosessuali credenti. Questo supporto moderato lascia intendere la volontà di riconoscere elementi positivi anche nelle unioni non tradizionali, offrendo preghiera e benedizione senza equipararle al matrimonio sacramentale. Si tratta di un approccio in linea con l’accento sulla pastorale dell’accompagnamento: la Chiesa, secondo Prevost, deve poter benedire chi chiede aiuto a Dio, pur ribadendo l’insegnamento tradizionale sul matrimonio.

Le posizioni di Leone XIV su Sesso e morale sessuale

Sul piano della morale sessuale e delle questioni legate al sesso, Papa Leone XIV mostra orientamenti in gran parte allineati alla dottrina cattolica tradizionale, pur con qualche apertura pastorale recente. L’omosessualità è un tema su cui Prevost in passato si è espresso in termini critici: nel discorso del 2012 già citato, parlò di “stile di vita omosessuale” come esempio di pratica “in contrasto con il Vangelo”. Questa formulazione, pur riflettendo la posizione dottrinale classica che considera gli atti omosessuali peccaminosi, va letta nel contesto di un vescovo preoccupato per l’influenza culturale occidentale su valori considerati non negoziabili. D’altra parte, il fatto che egli abbia successivamente sostenuto (seppur indirettamente) le benedizioni per coppie dello stesso sesso indica un tentativo di distinguere il giudizio morale sull’atto dall’accoglienza delle persone: un equilibrio tra fermezza dottrinale e pastoralità misericordiosa.

Leone XIV si è anche pronunciato sul tema dell’identità di genere e della cosiddetta ideologia gender. Durante il suo episcopato in Perù, Prevost si è opposto all’introduzione di programmi educativi scolastici ispirati alla teoria del gender. In un’intervista locale dichiarò in modo esplicito: «La promozione dell’ideologia di genere crea confusione, perché tenta di creare generi che in realtà non esistono». Parole che confermano una visione antropologica autentica: per Prevost il genere coincide col sesso biologico e non va scisso da esso tramite costruzioni ideologiche. Questo lo allinea alla ferma critica che anche il magistero di Papa Francesco ha rivolto più volte alla “colonizzazione ideologica” in tema di gender.

Per quanto riguarda il ruolo della donna nella Chiesa – tematica connessa all’orizzonte della morale sessuale e delle strutture familiari – Prevost adotta una linea prudente e conservatrice. Intervenendo al Sinodo dei Vescovi nel 2023, da Prefetto del Dicastero per i Vescovi affermò che “estendere il sacerdozio alle donne non risolve necessariamente un problema, ma potrebbe crearne uno nuovo”, sottolineando al contempo che le donne possono già dare “un grande contributo su diversi livelli alla vita della Chiesa”. Questa posizione indica che Papa Leone XIV esclude l’ordinazione sacerdotale femminile, ritenendo semmai valorizzabili altri ruoli per le donne, in piena continuità con l’insegnamento vigente (confermato da tutti i Papi recenti da Paolo VI in poi).

Sui temi della vita e della sessualità in senso stretto – come aborto, contraccezione e bioetica – Prevost si colloca senza sorpresa nell’alveo della dottrina cattolica più rigorosa. Da vescovo e cardinale ha sostenuto inequivocabilmente il diritto alla vita fin dal concepimento e si è opposto alla legalizzazione dell’aborto, considerandolo in linea di principio una forma di omicidio e ribadendo che la vita va difesa dal grembo materno. Questa sua fedeltà all’insegnamento pro-life della Chiesa lo pone in contrasto con le opinioni prevalenti in alcuni paesi occidentali: è stato notato, ad esempio, che il neo-Papa dissente dalla maggioranza dei cattolici statunitensi sull’aborto e la contraccezione (9 cattolici USA su 10 hanno vedute più permissive).

Ciò non sorprende, dato che Prevost ha finora sempre sostenuto la linea morale tradizionale anche in materia di sessualità responsabile: aperto alla vita, contrario all’aborto e critico verso pratiche come la fecondazione artificiale non in linea con la visione cattolica della procreazione.

In sintesi, riguardo alle questioni di sesso e morale sessuale, Papa Leone XIV mantiene una posizione di fondo aderente alla dottrina: difesa della castità prematrimoniale, del matrimonio indissolubile eterosessuale, apertura alla vita e rifiuto dell’aborto. Tuttavia, il suo stile pastorale suggerisce una volontà di accompagnare e non di condannare senza appello. Lo si vede nell’attenzione a non escludere dal cammino di fede i conviventi more uxorio o i fedeli omosessuali, pur senza approvarne la scelta di vita; così come nella ricerca di percorsi di riconciliazione per i divorziati risposati. Leone XIV appare insomma intenzionato a coniugare verità e carità: da un lato ribadire con franchezza i valori cristiani in tema di sessualità, dall’altro prendersi cura pastoralmente delle persone concrete, con le loro fragilità e ferite.

Conclusione

In conclusione, Papa Leone XIV (Robert Prevost) porta nel suo magistero un ricco bagaglio di esperienze e una visione sfaccettata su famiglia, sesso e amore. Dai suoi pronunciamenti emerge un pontefice che riafferma i principi tradizionali – la centralità della famiglia fondata sul matrimonio, l’etica sessuale cattolica, la sacralità della vita e l’immutabilità di certi insegnamenti – ma che al contempo prosegue sulla strada pastorale tracciata dal suo predecessore, promuovendo inclusione, dialogo e misericordia. Le fonti ufficiali e giornalistiche concordano nel dipingerlo come un mediatore tra istanze progressiste e istanze conservative: capace di benedire coppie fuori dagli schemi tradizionali senza stravolgere la dottrina sul matrimonio, di tendere la mano ai “feriti della vita” (divorziati risposati, persone LGBT, ragazze madri) senza però rinunciare a proclamare la verità evangelica sulla famiglia e la sessualità.

La sfida del suo pontificato sarà proprio questa: tradurre il suo pensiero in azioni e riforme che coniughino fedeltà alla tradizione e slancio di rinnovamento pastorale. Se le premesse dei suoi discorsi iniziali verranno confermate, Papa Leone XIV guiderà la Chiesa con un tono fermo nei valori ma dolce nei modi, parlando al mondo contemporaneo di famiglia, sesso e amore con il linguaggio della verità che si fa carità. Come ha detto egli stesso citando Cristo Risorto: “La pace sia con voi” – una pace che nasce dall’amore e dalla giustizia, e che la Chiesa di Leone XIV cercherà di testimoniare in ogni ambito della vita sociale e spirituale.

Antonio e Luisa

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L’Amore Mio se n’era Andato

Ricordate dove ci siamo lasciati due settimane fa? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). È notte fonda. La Sposa del Cantico dorme, ma il suo cuore veglia inquieto. All’improvviso un bussare alla porta la desta: è l’Amato che chiama con tenerezza – “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…” (Ct 5,2). E lei? Oggi affrontiamo la risposta della Sulamita. Il cuore di lei sobbalza nel riconoscere la voce amata. Eppure la Sposa esita dietro la porta chiusa, impreparata e timorosa. Si attarda un istante di troppo prima di aprire, forse per pigrizia o insicurezza.

Mi sono alzata per aprire al mio dôdì e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto al mio dôdì, ma l’amore mio se n’era andato, era scomparso. L’anima mia è venuta meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.

Quell’attimo è fatale. Dopo alcuni momenti di silenzio, l’Amato si allontana col cuore ferito. Quando finalmente lei si decide ad aprire, trova solo buio e silenzio: “Ho aperto all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso” (Ct 5,6). L’aria è intrisa del suo profumo, ma lui non c’è più. Questo è il dramma di un’occasione perduta. È un’esperienza che tante coppie conoscono: uno dei due “bussa” al cuore dell’altro – cercando affetto, dialogo, vicinanza – ma l’altro esita e rimane chiuso in se stesso. Bastano pochi istanti di indecisione e l’intimità si infrange: chi si è sentito rifiutato si ritrae, lasciando dietro di sé solo il rimpianto. Quante volte, per orgoglio o paura, non rispondiamo in tempo a chi amiamo, ritrovandoci poi con il rimorso di averlo lasciato andare?

Alzarsi, aprire, profumare: i simboli dell’amore

Il brano offre alcuni simboli evocativi che illuminano il significato profondo di questa dinamica amorosa:

  • “Mi sono alzata” – La Sposa finalmente si alza per aprire (Ct 5,5). Questo verbo indica uno scatto di volontà: il superamento della comodità e dell’orgoglio per andare incontro all’altro. Nell’amore di coppia, ogni “alzarsi” rappresenta la scelta di amare attivamente, di mettersi in gioco. Solo così l’incontro può avvenire – restare fermi significa tenere chiusa la porta.
  • Il chiavistello – La porta ha un chiavistello da sbloccare, simbolo delle barriere del cuore. Ognuno di noi ha “serrature” interiori: difese, paure, ferite passate che possono impedirci di aprirci completamente. L’Amato bussa e infila la mano nella fessura (Ct 5,4), ma sta alla Sposa aprire dall’interno. Allo stesso modo, nell’intimità nessuno può essere costretto ad aprirsi se non lo vuole: ci vuole fiducia e coraggio per togliere i propri lucchetti interiori e permettere all’altro di entrare.
  • La mirra“Le mie mani stillavano mirra” (Ct 5,5): aprendo, la Sposa si ritrova le dita bagnate di olio profumato. La mirra, essenza preziosa dal profumo intenso e dal gusto amaro, rappresenta l’impronta dell’amore. Anche se l’Amato è andato via, la sua fragranza persiste sulle mani di lei: ogni incontro autentico lascia un segno indelebile. Quella scia di profumo è dolce perché le ricorda la presenza amata, ma porta con sé anche l’amarezza del rimpianto per averla persa. L’amore vero impregna la vita come un aroma inconfondibile, e la sua assenza brucia come un profumo amaro.

Alla ricerca dell’Amato perduto

Di fronte all’assenza improvvisa, la Sposa non rimane ferma. “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6). Con il cuore in gola, esce nella notte a cercare l’Amato perduto. È un gesto di coraggio e di umiltà al tempo stesso: riconosce il proprio errore e tenta di rimediare. Quante volte anche noi, quando ci rendiamo conto di aver deluso o allontanato chi amiamo, proviamo angoscia e ci mettiamo alla ricerca dell’altro per ricucire lo strappo! L’amore autentico possiede questa forza: spinge a rincorrersi a vicenda quando ci si è smarriti.

Certo, la fragilità umana fa sì che nelle relazioni ci siano inciampi, esitazioni e ferite reciproche. Ma la bellezza dell’amore sta anche nella capacità di rialzarsi e ritrovarsi. Nel Cantico, dopo la notte della separazione gli sposi si ricongiungono, e la Sposa proclama: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). Allo stesso modo, ogni coppia che attraversa un periodo di distanza può, nel perdono e nell’abbraccio, riscoprire una rinnovata profondità di comunione.

In filigrana si può leggere in questa pagina anche un’allusione all’Amore divino: l’Amato che bussa richiama il Cristo che sta alla porta del cuore (cfr. Apocalisse 3,20), e la Sposa l’anima chiamata ad aprirgli. Sono risonanze spirituali che arricchiscono il testo, ma al centro rimane un messaggio universale: l’amore richiede attenzione e coraggio. Attenzione per accogliere subito chi ci ama quando bussa, senza dare l’altro per scontato. Coraggio per vincere la tentazione di chiuderci in noi stessi e, se necessario, raggiungere chi si è allontanato per ricucire la relazione. Così, nel vissuto quotidiano dell’amore sponsale, l’eco del Cantico risuona ancora: non temere di aprire la porta all’Amato. Solo nell’incontro sincero le mani torneranno a stillare mirra e il cuore si riempirà di quella fragranza che dà senso e bellezza al cammino d’amore.

Antonio e Luisa

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La Sessualità è Energia di Comunione, non di Isolamento

La masturbazione nell’adulto: sollievo momentaneo o bisogno profondo di amore?

In un’epoca che celebra la libertà individuale e l’autonomia del corpo, la masturbazione è spesso presentata come un’attività neutra, persino salutare. Riduzione dello stress, miglioramento dell’umore, sollievo emotivo: sono solo alcuni dei benefici elencati. Ma davvero è solo questo? Una lettura più profonda, psicologicamente matura e spiritualmente lucida, ci invita a guardare oltre.

Utilizzando gli strumenti della psicologia e della teologia cristiana, possiamo scoprire che, soprattutto in età adulta, la masturbazione non è solo un gesto fisico, ma un sintomo: il grido inascoltato di una parte di noi che cerca amore.

Un bambino interiore che chiede amore

Come ho più volte scritto, secondo l’AT, la nostra personalità è strutturata in tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. La masturbazione, quando è vissuta come rifugio o consolazione – e in età adulta di solito avviene per questi motivi – è spesso un comportamento che nasce dal “Bambino interiore”, quella parte emotiva e fragile di noi che desidera tenerezza, accoglienza e contatto umano. Soprattutto se nell’infanzia sono mancati affetto, protezione o vicinanza, l’adulto può cercare forme di gratificazione solitaria che simulano quell’amore mai pienamente ricevuto. Il piacere fisico diventa così un surrogato, una risposta parziale a un bisogno più profondo. Il sollievo è reale ma effimero, e lascia dietro di sé un vuoto ancora più grande.

Il falso messaggio: “Mi basto da solo”

La cultura attuale ci spinge a credere che possiamo soddisfarci da soli, che l’autosufficienza sia maturità. Anche la sessualità viene privatizzata, gestita senza l’altro. Ma il corpo umano è stato creato per la relazione. La sessualità è energia di comunione, non di isolamento. La masturbazione abituale rompe l’orientamento relazionale del desiderio. Trasforma un linguaggio d’amore in un gesto autoreferenziale. Il messaggio interiore che si radica è sottile ma potente: “Non merito un amore vero. Mi accontento di un’illusione”.

Masturbazione: da “libertà” a sintomo di solitudine

Nel mondo contemporaneo, la masturbazione è ormai trattata con estrema leggerezza. Se ne parla liberamente, nei media, nei talk show, sui social, come fosse una cosa naturale, salutare, persino bella. Per le donne è stata assunta come segno di emancipazione. Si insegna ai giovani a viverla come strumento di benessere psicofisico e di conoscenza di sé. Ma questo sdoganamento, in realtà, non ci ha resi più felici. Al contrario, l’onnipresenza dell’autoerotismo come surrogato affettivo è il sintomo di una generazione sola, frammentata, profondamente ferita.

Dietro quella che viene chiamata “libertà” si nasconde spesso un grande dolore: l’incapacità di entrare in relazioni vere, la paura dell’intimità profonda, la difficoltà a farsi amare davvero. In questo senso, la masturbazione non è segno di maturità, ma manifestazione di un bisogno non guarito. E la cultura che la normalizza finisce per anestetizzare le coscienze, anziché guarire le ferite.

Quando anche lo sposo si masturba: il tradimento silenzioso della comunione

Un caso particolare e spesso sottovalutato riguarda alcuni uomini sposati che si masturbano pur avendo una vita sessuale attiva con la propria moglie. Apparentemente non c’è mancanza, eppure la scelta di “doppiare” l’intimità con una gratificazione solitaria rivela una dissociazione: una parte di sé cerca il piacere slegandolo dalla relazione.

Nell’ottica dell’AT, può trattarsi di un bisogno non elaborato del Bambino interiore che cerca conforto immediato, evitando la vulnerabilità e il dialogo che la sessualità coniugale comporta. È un gesto che comunica: “Non voglio dipendere, mi prendo ciò che mi serve”. Spiritualmente, è una forma silenziosa di autoesclusione dalla comunione. Anche se non è adulterio, spezza il significato profondo dell’unità coniugale: il corpo dell’altro non è più l’unico luogo della gioia e del dono.

Lo stigma che isola: un tabù nel mondo cattolico

Nel mondo cattolico, la masturbazione è ancora un tabù abbastanza forte, seppur influenzato dal pensiero comune. Se ne parla raramente, spesso solo in termini moralistici o come peccato da confessare, senza però offrire veri spazi di ascolto e discernimento. Questo silenzio genera vergogna, senso di colpa e isolamento. Anche tra sposi credenti e cristiani adulti, il disagio resta spesso nascosto. E ciò che è nascosto non può guarire. Occorre più misericordia e verità. Solo portando alla luce ciò che viviamo possiamo permettere a Dio di entrarci. Solo nella Chiesa che sa accogliere senza giudicare può nascere un cammino reale di conversione.

Il corpo non va giudicato, ma ascoltato

Non si tratta di colpevolizzare. La masturbazione è un grido del corpo. Va ascoltato: che cosa sto cercando davvero quando mi rifugio in questo gesto? Amore, riconoscimento, consolazione. Ma cercati nel luogo sbagliato, e in un modo che, alla lunga, ci isola di più. Per questo è importante la terapia. Non perchè chi pratica la masturbazione sia un pazzo dipendente dal sesso, ma perchè ha un cuore ferito che necessita di cure e di amore.

San Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del corpo, insegna che il corpo è sacramento della persona e che la sessualità è chiamata a essere linguaggio del dono. La masturbazione è una simulazione di comunione che in realtà esclude l’altro. È una finzione che protegge, ma non guarisce.

Verso la guarigione

La via non è la repressione cieca, ma l’ascolto del bisogno che si esprime nel gesto. La castità, lungi dall’essere negazione, è uno spazio libero dove il cuore può guarire e il corpo può tornare ad amare. Ogni desiderio, anche quello sessuale, porta inscritto in sé il bisogno di Dio. La masturbazione, se usata come fuga, può essere il sintomo di un cuore inquieto, che cerca un amore più grande. Solo la verità, la misericordia e una relazione viva con Dio – senza dimenticare il supporto di un bravo terapeuta – possono riempire quel vuoto. Solo così il corpo, da rifugio chiuso, può tornare a essere ponte verso l’altro. E verso l’Altro con la “A” maiuscola, che solo può guarire ogni fame d’amore.

Antonio e Luisa

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L’Amore come un Tango: Riflessione Inedita di Papa Francesco

«Il ballerino e la ballerina si corteggiano, vivono la vicinanza e la distanza, la sensualità, l’attenzione, la disciplina e la dignità. Gioiscono dell’amore e intuiscono cosa possa significare donarsi completamente» — scrive Papa Francesco in un testo inedito, usando la danza (il tango) come immagine potente dell’amore coniugale. In una sola frase ci ricorda che l’amore vero non è statico, non è fissato nella perfezione iniziale di un’emozione, ma è dinamico, vivo, in movimento. È un’arte che si impara, si costruisce, si affina nel tempo. E come ogni danza bella, esige fatica, ascolto, coordinazione, sacrificio e passione.

Viviamo in un’epoca in cui il legame matrimoniale sembra fragile, quasi un’opzione tra le tante. «Quanti matrimoni oggi falliscono dopo tre, cinque, sette anni? Non sarebbe meglio, allora, evitare il dolore, toccarsi soltanto come in una danza passeggera, godersi a vicenda, giocare insieme, e poi lasciarsi?» Papa Francesco pone una domanda vera, che molti giovani si fanno, spesso in buona fede. Ma subito risponde con la chiarezza di un pastore che conosce il cuore umano: «Non credetelo!». Non credetelo, perché l’amore non è un gioco. È una chiamata profonda che interpella tutto l’essere. È un atto radicale di libertà e responsabilità.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, ci ha insegnato che dentro di noi convivono tre stati dell’Io: il Bambino (che sente, desidera, cerca gratificazioni), il Genitore (che giudica, norma, protegge) e l’Adulto (che osserva, valuta e decide). Il vero amore nasce dallo stato dell’Io Adulto, capace di integrare le emozioni del Bambino con la saggezza del Genitore. Molte relazioni falliscono perché restano a livello di bisogno o di idealizzazione, restano a livello di bambino o di genitore: bambini innamorati che cercano solo di essere consolati e di trovare piacere e gratificazione; oppure genitori rigidi che vogliono avere il controllo e manipolare.

Nel matrimonio maturo, invece, è l’Adulto a prevalere: quello che sceglie ogni giorno di amare, anche quando l’altro non corrisponde alle aspettative. «L’amore non è ciò che provi, ma ciò che scegli di fare per l’altro» dice la psicoterapeuta Sue Johnson, ideatrice dell’Emotionally Focused Therapy. Non si tratta di negare le emozioni, ma di non esserne schiavi.

Quando il matrimonio è fondato sull’Adulto, non si rincorre la felicità immediata, ma la pienezza costruita nel tempo. E proprio qui si inserisce l’intuizione di Papa Francesco: l’essere umano desidera essere accolto senza riserve. È il bisogno fondamentale di ogni cuore, quello che nella AT viene chiamata “carezza fondamentale”: sentirsi visti, riconosciuti, amati.

La Teologia del Corpo: il corpo come linguaggio del dono

Giovanni Paolo II, nella sua Teologia del Corpo, ha espresso con straordinaria profondità ciò che il Papa oggi ci ripete in modo pastorale e semplice: il corpo umano ha una grammatica inscritta nella sua struttura. Quando un uomo e una donna si donano l’uno all’altra nell’atto sessuale, non stanno solo vivendo un’esperienza biologica o affettiva, ma stanno pronunciando un linguaggio: “io ti dono tutto me stesso, per sempre”.

«Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile l’invisibile: lo spirituale e il divino» (Udienza del 20 febbraio 1980). Per questo Giovanni Paolo II parlava della sessualità come sacramento del dono. Ma perché questo linguaggio sia vero, occorre che l’unione sia segno di un’alleanza, non solo di un sentimento.

Il dramma di molte relazioni oggi è che il corpo “dice” qualcosa (totalità, esclusività, eternità), mentre la volontà “intende” altro (prova, possesso, temporaneità). Ne nasce una ferita profonda, perché la persona si sente usata, anche se con consenso.

Donarsi completamente è possibile

Don Luigi Maria Epicoco, nel commentare il Vangelo di Matteo, scrive: «L’amore vero è quello che sa attraversare la croce. Chi ama solo quando è facile, non ha ancora capito cos’è l’amore. Solo chi rimane, anche quando non sente più, sta amando davvero». Il matrimonio è questo rimanere. Non perché si è obbligati, ma perché si è liberi di restare.

Il matrimonio è quindi un percorso radicale: chiede tutto. Ma è proprio in questo “tutto” che si riceve la grazia di una pienezza che nessuna altra forma d’amore può offrire. È l’unico cammino umano in cui due persone imparano davvero a farsi dono, ogni giorno, anche attraverso i conflitti, le crisi, la noia e il silenzio.

Come dice la terapeuta Marina Valcarenghi: «Nel vero amore, l’altro non è mai solo uno specchio in cui mi compiaccio, ma una soglia attraverso cui posso diventare più me stesso. L’amore vero è sempre anche un’evoluzione personale».

La preparazione è essenziale

Papa Francesco conclude con un monito che risuona forte: «Per l’unione matrimoniale è necessaria una preparazione adeguata, perché tutta la vita si svolge nell’amore, e con l’amore non si scherza». Troppe volte ci si sposa senza strumenti, senza consapevolezza, senza formazione. Ma il matrimonio cristiano non è per eroi: è per uomini e donne fragili che si lasciano guidare dalla Grazia, accompagnare da una comunità, e sostenere da una decisione rinnovata ogni giorno. Anche per questo abbiamo pensato il percorso di Scuola nuziale che si è appena concluso.

Il matrimonio è una danza. Ma non una danza qualsiasi: è quella tra due persone che si sono scelte per tutta la vita, e che ogni giorno decidono di riaccordarsi alla musica dell’amore di Dio. Non è un sogno ingenuo, né un progetto ideale: è una via concreta e radicale verso la pienezza. E come ogni cammino profondo, non è privo di croce. Ma proprio lì, nella croce, si compie il miracolo della Pasqua: un amore che non finisce.

Antonio e Luisa

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Trasformare le Ferite in un Nuovo Inizio

Quello che leggerai in questo articolo non è frutto dello studio, ma frutto di un’esperienza forte che mi ha fatto toccare con mano che le cose che leggiamo nella Sacra Scrittura sono Parole di vita. Magari hai sperimentato o sperimenterai il tuo momento di fragilità, il momento in cui la vita ti travolge quando meno te lo aspetti e con la cosa che non avevi né programmato, né mai minimamente pensato. E quando succede ti accorgi di quanto era solido ciò che avevi costruito o pensato di aver costruito, ma soprattutto su “chi” avevi costruito o lo stavi costruendo.

Mi presento.

Sono fra Luca, ho 44 anni e sono frate minore Cappuccino dal 12 Settembre 2014. Due anni fa sono stato ordinato sacerdote : 23 Aprile 2023. La data la scrivo affinché quello che stai per leggere lo potrai capire alla luce della grazia di Dio.

L’evento che ha travolto la mia vita, ma non solo la mia, è stata la scoperta del tumore e poi la morte di mio padre. Dall’infanzia alla fase matura sono stati anni in cui ho sentito la mancanza di papà perché era sempre al lavoro e quando tornava voleva sentire il telegiornale, quindi non c’era spazio per la condivisione. La domenica poi andava a prendersi cura degli olivi. Questa sua assenza mi faceva sentire un vuoto enorme dentro, come se per me papà non avesse né spazio, né tempo. Solo dopo l’entrata in convento nel 2012 miracolosamente c’è stato non solo un riavvicinamento, ma lui era il primo che mi veniva ad abbracciarmi quando tornavo a casa: quell’abbraccio che attendevo da una vita finalmente era arrivato.

Ma nel Gennaio del 2022 ecco che tutto incominciò a prendere una piega strana. All’inizio mamma trova strana la tosse che in quel periodo aveva papà, tanto che contatta il dottore che però sminuisce il problema. Solo con insistenza ha potuto fare una RX. Da lì viene fuori una piccola macchia nei polmoni, ma il dottore ci rassicura del fatto che con una semplice operazione si sarebbe risolto il problema. Passa qualche settimana e facciamo fare a papà una risonanza e il risultato ha aperto letteralmente il terreno sotto i nostri piedi. I dottori ci dissero che purtroppo per mio padre non c’era più tempo: solo tre settimane… facendo il conto sarebbe dovuto morire per Pasqua!!!

In quel frangente c’era poco da tempo per pensare. Ci siamo affidati alla Misericordia di Dio, termine non a caso: anche questo lo capirai andando avanti nella lettura. Io stavo terminando l’ultimo anno della Facoltà Teologica e chiedo al Ministro Provinciale di avvicinarmi a casa per passare almeno il pomeriggio a casa con papà. Anche se avevo da studiare, il mio desiderio era di passare tutto il tempo possibile con lui.

Passano i giorni e papà ovviamente si fa sempre più debole e magro… Finisce la sabbia nella clessidra, ma papà non vuole lasciarci soli… Passata la Pasqua, ci prepariamo perché ogni giorno potrebbe essere l’ultimo e quindi ogni gesto assume una lentezza, una cura unica.

Arriva la domenica della Divina Misericordia, il 24 Aprile 2022. Papà muore proprio in quel giorno. Il mio sguardo va ad un’icona regalata a mamma nel periodo dell’accoglienza (2012 – 2013) e che lei aveva messo proprio nella camera da letto : l’immagine della Divina Misericordia.

Nel frattempo decido di finire la Facoltà dando tutti gli esami e consegnando la tesi perché a settembre avrei iniziato la vita in un’altra fraternità. Finita la Facoltà vengo ordinato diacono nel Settembre del 2022. Passano un pò di mesi e vado a parlare con il Vescovo per fissare la data dell’ordinazione sacerdotale. Quando me la dice rimango pietrificato, non sapevo cosa dire… La data che mi propose era il 23 Aprile… quindi avrei celebrato la mia prima messa il 24 Aprile … ad un anno dalla morte di papà, io avrei celebrato la mia prima messa per cantare un canto di grazie al Padre … senza pensarci due volte accettai.

Che cosa ho imparato da questo evento?

  • Non importa cosa ti capita, ciò che conta è come lo affronti (cit. Francesco dei 5p2p);
  • Ogni ferita è la porta d’ingresso per Dio, per la Sua grazia, per la Sua Misericordia. Dio interviene, agisce nei momenti in cui non ce la fai, se Lo lasci entrare;
  • Ogni ferita è il luogo dove la Misericordia di Dio si rivela.

Che cosa ho vissuto dopo questo evento?

Una volta vissuta questa ferita con Dio è avvenuto un passaggio, una Pasqua: dal deserto, alla vita nuova. Il Signore mi ha fatto incontrare persone che hanno vissuto o che stavano vivendo la mia ferita, donandomi la forza e la capacità:

  • come fossi un novello Mosè, di accompagnare queste persone nel deserto che si vive durante un evento simile;
  • come fossi un novello Noè, di traghettare al porto sicuro queste persone nella tempesta delle emozioni e nella perdita di sogni, desideri.

Che cosa ti invito a vivere nelle tue ferite?

  • Fermati, ascoltati e dai un nome a quella ferita;
  • Apri il tuo cuore a Dio ed effondi su di Lui, come Maria di Betania con il vasetto di alabastro, ciò che ci sta dentro;
  • Lascia che Dio si prenda cura di te: lasciati guidare, accompagnare;
  • Chiedi preghiere per te ad una comunità, ad una fraternità;
  • Cerca momenti di preghiera per stare con Dio perché è Lui la vita, il futuro, la mèta
  • Apriti ai bisogni degli altri e noterai che non sei solo a vivere quella ferita.

Quindi :

  • se ti sembra di non trovare una via, ricordati che Dio apre il mare mentre cammini;
  • se la tempesta ti travolge, sappi che basta far salire Gesù sulla tua barca perché tutto si plachi;
  • se porti nel cuore una ferita, questa può diventare l’inizio di una vita nuova.

Fra Luca Bruno

Se vuoi, camminiamo insieme! Scrivimi su : fralucabruno@gmail.com

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È solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Fabrizia, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, ha scritto su questo blog delle bellissime riflessioni che mi hanno dato tanti spunti. Oggi, quindi, voglio parlare del lavoro che mi sta più a cuore: non quello che faccio fuori casa, ma quello che faccio dentro di me. È un lavoro silenzioso, nascosto, faticoso, ma profondamente liberante. È il lavoro di accogliere il mio bambino interiore, imparare ad ascoltarlo e a volergli bene. Solo così ho potuto iniziare davvero ad abbracciare anche i miei figli.

L’Analisi Transazionale, che tanto mi sta aiutando nel cammino spirituale e umano, parla di tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Per anni ho agito da Genitore Normativo Negativo: severo, giudicante, impaziente. Perché mio padre era così con me. Vedevo solo ciò che non funzionava, ciò che andava corretto. Mi arrabbiavo facilmente, convinto che fosse il modo giusto per educare.

Ma dentro di me c’era un bambino ferito, che non chiedeva altro che essere ascoltato. C’era un bisogno antico di tenerezza, di approvazione, di sentirsi visto. E non potevo davvero essere padre finché non ho permesso a quel bambino di esistere, finché non ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità.

Scrive Luigi Maria Epicoco: “San Giuseppe è il santo della tenerezza silenziosa. Non fa grandi discorsi, ma custodisce. E custodire vuol dire anche accettare le proprie ferite senza nasconderle, senza scappare.”

Ecco, in questo tempo ho imparato che per custodire i miei figli, dovevo prima custodire me stesso. Accogliere le mie emozioni, anche quelle scomode. Riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, la fatica di essere uomo. È un lavoro interiore che mi chiede tempo, coraggio e tanta grazia. Ma è anche il lavoro che dà più frutto. Un terapeuta di Analisi Transazionale, Muriel James, scriveva: “Il Bambino interiore è la parte più viva, creativa e vulnerabile di noi. Se non lo accogliamo, rischiamo di diventare adulti efficienti ma emotivamente vuoti.”

Ed è proprio accogliendo quel bambino in me che ho potuto cambiare come padre. Sto imparando a passare da un Genitore Normativo a un Genitore Empatico. A vedere non solo gli errori, ma anche le difficoltà e l’impegno dei miei figli. A dire loro grazie per quello che sono, a incoraggiarli invece di correggerli continuamente. E da lì… vedo che stanno cambiando le cose. Vedo nei loro occhi una fiducia nuova, una gioia che prima era soffocata. Vedo che la relazione si fa più vera, più libera, più reciproca.

E oggi, con commozione, voglio dire grazie ai miei figli. Grazie perché, senza saperlo, mi hanno aiutato a rimettermi in cammino. La relazione con loro, all’inizio, è stata difficile. Hanno mostrato disagio, ferite, silenzi che mi hanno interrogato nel profondo. Mi sono posto delle domande, domande vere, scomode. E proprio da quelle domande è nato il lavoro su me stesso. Non per cercare colpe da espiare, ma perché non volevo lasciare che il dolore diventasse destino.

Perché – e questo lo sento profondamente – non è importante avere rimorsi o rimpianti, ma riconoscere che c’è ancora tutto un futuro su cui lavorare. Un futuro da costruire insieme, giorno per giorno, con gesti nuovi, parole vere, e quella tenerezza che non è debolezza, ma forza redenta.

E qui, nel mio cammino da padre, riscopro la figura di Dio Padre. Non come un giudice severo, pronto a punire, ma come quel Padre tenero e accogliente che Gesù ci ha rivelato. Un Padre che ci viene incontro quando siamo ancora lontani, che ci rialza quando cadiamo, che ci guarda con amore anche quando sbagliamo.

“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E in Gesù, uomo mite e forte, accolgo ogni giorno un riflesso di ciò che anch’io, nella mia piccolezza, posso diventare: un padre che ama senza condizioni, come San Giuseppe. Come Dio.

Il lavoro su di sé non si vede, non si misura, non si paga. Ma cambia tutto. Perché è solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Antonio e Luisa

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