Mogli siate sottomesse. Una visione patriarcale o forse….rivoluzionaria?

Dopo aver affrontato le prime quattro catechesi della Teolgia del Corpo di Giovanni Paolo II riguardanti il matrimonio clicca qui per leggerle), mi fermo per condividere con voi una mia riflessione. Quando leggiamo il capitolo 5 della Lettera agli Efesini, spesso ci scontriamo con una frase che mette in difficoltà: “Le mogli siano sottomesse ai loro mariti come al Signore” (Ef 5,22). È una di quelle espressioni che, lette oggi, possono sembrare anacronistiche e maschiliste. Molti si fermano qui, giudicando Paolo come figlio di una cultura patriarcale e quindi poco attuale. Eppure, se entriamo nel cuore del testo, ci accorgiamo che proprio qui avviene una delle rivoluzioni più radicali della visione cristiana del matrimonio.

Il contesto patriarcale

Per capire la portata delle parole di Paolo bisogna ricordare che la società del suo tempo era fortemente patriarcale. La moglie era considerata, di fatto, una proprietà del marito, come i figli o i beni della casa. L’uomo decideva, comandava e possedeva. In questo contesto, parlare di “sottomissione” della donna non era affatto una novità: era la regola. La donna non aveva voce.

E allora, perché Paolo riprende proprio questa espressione? Non perché la condivida senza critica, ma perché la utilizza come punto di partenza, per poi rovesciarla dall’interno. Paolo non giustifica la cultura del suo tempo: la usa come trampolino per annunciare qualcosa di nuovo.

Il vero cuore del testo non è al versetto 22, ma al 21: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Qui Paolo introduce una novità assoluta: la reciprocità. Non è solo la moglie a dover “essere sottomessa”, ma entrambi i coniugi sono chiamati a una sottomissione reciproca. Questa è la chiave di lettura: non c’è un rapporto di potere, ma una dinamica di dono. Ed è qui che entra in gioco il verbo decisivo: donare. Paolo non chiede al marito di “dominare”, ma di “dare se stesso”, come Cristo ha dato se stesso per la Chiesa. Questa è una rivoluzione.

L’uomo che si fa dono

In un mondo in cui l’uomo era il padrone, Paolo dice: il marito deve amare la moglie “come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25). Non c’è nulla di maschilista in questo: al contrario, è una richiesta di responsabilità e di amore radicale. Il marito non è il padrone, ma colui che si sacrifica, che serve, che si dona fino alla fine. Se pensiamo alle parole di Gesù nel Vangelo – “Chi vuole essere il primo tra voi, sia il servo di tutti” – capiamo che Paolo non fa altro che applicarle al matrimonio. La vera autorità non è il comando, ma il servizio. Non è dominare, ma donarsi.

La donna che accoglie

E la moglie? Paolo non le chiede di essere passiva o sottomessa nel senso di schiava. Le chiede di accogliere, di fidarsi, di vivere una relazione di comunione. Se il marito è chiamato a donarsi, la moglie è chiamata ad accogliere quel dono, a rispondere con la stessa logica di amore e fiducia. È un reciproco scambio di donazione e accoglienza, dove ognuno rivela un volto del mistero di Cristo e della Chiesa.

Se proviamo a leggere questo passaggio con le categorie dell’Analisi Transazionale, vediamo che Paolo invita a uscire dalle dinamiche di potere – quelle tipiche dei “giochi psicologici” in cui uno domina e l’altro subisce – per entrare in una dinamica adulta, di reciprocità. Il marito non agisce da “Genitore severo”, la moglie non da “Bambino sottomesso”: entrambi sono chiamati a un dialogo da “Adulti liberi”. Questo è il senso profondo della “sottomissione reciproca”: non è annullamento, ma libertà vissuta nell’amore.

Oggi, in una cultura che ha superato il patriarcato ma rischia di cadere nell’individualismo, questo testo rimane profetico. Non dice: “Uno comanda e l’altro obbedisce”. Dice: “Amatevi donandovi reciprocamente, come Cristo ha amato la Chiesa”. È un invito a uscire dalla logica dell’egoismo e dell’orgoglio, per costruire un rapporto dove ciascuno si prende cura dell’altro. Nel matrimonio cristiano non c’è spazio per la sopraffazione: c’è spazio solo per la comunione. E la comunione si costruisce nel quotidiano, nei piccoli gesti che diventano sacramento.

Quando un marito, stanco dal lavoro, si siede ad ascoltare sua moglie senza fretta, lì si compie Efesini 5. Quando una moglie, ferita da una parola, sceglie di perdonare, lì si realizza Efesini 5. Quando entrambi si sostengono nelle difficoltà senza calcolare chi dà di più, lì si manifesta il mistero di Cristo e della Chiesa.

È in quelle piccole liturgie quotidiane – un piatto cucinato, un abbraccio, una parola di incoraggiamento – che si rivela la grandezza di questo testo. Paolo non voleva imprigionare la donna in un ruolo subalterno, ma liberare entrambi in un amore che non si misura sul potere, bensì sul dono.

Efesini 5 non è un manifesto del maschilismo, ma la rivelazione che il matrimonio è immagine viva del mistero di Cristo. San Paolo parte da un linguaggio patriarcale, perché era quello comprensibile ai suoi ascoltatori, ma lo trasforma dall’interno, proponendo una novità inaudita: l’amore sponsale come dono reciproco.

Il marito che ama donando se stesso e la moglie che ama accogliendo e donandosi a sua volta: questa è la vera rivoluzione cristiana. Ed è questa la strada perché ogni matrimonio diventi una piccola Chiesa domestica, dove l’ordinario si trasforma in straordinario, e la vita comune diventa via di salvezza.

Antonio e Luisa

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Il capo è quello che si dona per primo

Il 18 agosto 1982, papa Giovanni Paolo II, durante l’Udienza del mercoledì, continua la sua personale analisi della Lettera di san Paolo agli Efesini. Clicca qui per leggere gli approfondimenti delle catechesi già pubblicati.

In questa catechesi il santo polacco su cosa si è focalizzato? San Paolo, nella Lettera agli Efesini, ci consegna un testo che da secoli viene meditato per comprendere il matrimonio cristiano. Egli paragona il rapporto tra marito e moglie al legame tra Cristo e la Chiesa. Non è solo una bella immagine poetica, ma una verità profonda: il matrimonio, vissuto nella fede, diventa segno concreto del mistero eterno dell’amore di Dio per l’umanità.

L’analogia sponsale

San Paolo usa una grande analogia: come Cristo ama la Chiesa, così il marito deve amare sua moglie; e come la Chiesa si dona a Cristo, così la moglie deve vivere in piena relazione col marito. Non si tratta di un discorso di potere o di subordinazione, ma di amore reciproco che diventa segno sacramentale. È un’immagine che illumina in due direzioni: ci aiuta a capire meglio l’amore di Cristo, ma nello stesso tempo rivela la verità più profonda del matrimonio.

Un amore che salva

Il cuore del testo è chiaro: Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei. Questo dono totale, fino alla croce, non è solo un atto di redenzione, ma anche un gesto sponsale. La Chiesa diventa “corpo di Cristo” perché riceve questo dono, e da Lui prende vita. Così anche il matrimonio: non si fonda su sentimenti passeggeri, ma sulla decisione di donarsi l’uno all’altra, di appartenersi e di costruire insieme una comunione che dura tutta la vita.

Il matrimonio come vocazione

Il matrimonio cristiano è vocazione, cioè chiamata. Non basta volersi bene: occorre imparare a rispecchiare l’amore di Cristo. Questo significa che il marito non è “capo” nel senso del padrone, ma è colui che si assume la responsabilità di donarsi per primo, come Cristo che ha dato la vita. La moglie non è “sottomessa” come in una logica di inferiorità, ma come la Chiesa che liberamente si affida a Cristo. È un gioco di reciproca donazione, dove ciascuno diventa custode dell’altro.

L’essenza sacramentale

Paolo mostra che il matrimonio non è un semplice contratto sociale o una convenzione, ma un sacramento: un segno che rivela e realizza l’amore di Dio. Ogni gesto quotidiano di cura, di perdono, di fedeltà, diventa parte di questo mistero. Nella vita concreta, marito e moglie sono chiamati a rendere visibile ciò che Cristo fa con la Chiesa: custodirla, sostenerla, salvarla.

Una via di santità

Il matrimonio, quindi, è una strada di santità. Amare il proprio sposo o la propria sposa significa partecipare al mistero di Cristo che ama la sua Chiesa. Non è sempre facile: ci sono fragilità, ferite, incomprensioni. Ma proprio lì si manifesta la grazia: la forza di ricominciare, di perdonare, di donarsi ancora. Come Cristo non smette di amare la sua Chiesa nonostante i suoi limiti, così gli sposi sono chiamati ad amarsi con un amore fedele e tenace.

Fatti, non parole!

Immagina una coppia che, dopo una lunga giornata di lavoro e preoccupazioni, si ritrova a tavola stanca e silenziosa. Non ci sono discorsi spirituali, non ci sono gesti eclatanti, ma c’è un piatto preparato, una mano che accarezza, un sorriso che rompe la fatica. Ecco, lì si compie la lettera agli Efesini. Perché l’amore sponsale non è fatto solo di grandi dichiarazioni, ma di gesti quotidiani che diventano sacramento.

Il marito che si china ad ascoltare sua moglie, anche se è esausto, imita Cristo che ha dato se stesso per la Chiesa. La moglie che accoglie con fiducia e perdono, imita la Chiesa che si affida a Cristo. In questo scambio, apparentemente semplice, passa il mistero: Dio stesso si fa presente nella loro relazione.

Così il matrimonio diventa una piccola “chiesa domestica”. Non serve cercare esperienze straordinarie: basta vivere la quotidianità con lo sguardo di Cristo. Ogni gesto d’amore diventa un frammento dell’eterno “sì” di Dio all’umanità. Gli sposi che imparano a riconoscerlo trasformano la loro casa in un santuario, dove l’ordinario diventa straordinario e la vita comune diventa via di salvezza.

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Il mistero della bellezza e il dono del pudore

In questo capitolo non proseguiamo con i versetti. Mi fermo per evidenziare una caratteristica della relazione tra Salomone e l’amata. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Dopo l’ammirazione del coro per la bellezza della Sulamita, è ora l’amato a soffermarsi sui particolari della sua amata. Il coro, nei versetti precedenti del Cantico dei Cantici, aveva celebrato una bellezza che trabocca dalla Sulamita, una bellezza che sembra toccare tutti coloro che la vedono e la contemplano. Ma lo sguardo dell’amato è diverso: non si ferma alla superficie, penetra nell’intimità, cerca i dettagli. La bellezza della Sulamita non è più patrimonio collettivo, ma tesoro custodito nello sguardo dello sposo.

Questa distinzione è fondamentale: ciò che tutti possono ammirare è solo un riflesso, mentre la profondità è riservata a chi ama davvero. È l’immagine dell’intimità autentica: la Sulamita desidera svelarsi solo al suo sposo. Ma, anche in questo, rimane un mistero. Nessuno di noi, infatti, può conoscere se stesso fino in fondo. Perfino la Sulamita non può donare ciò che ancora le resta oscuro, eppure è proprio nel desiderio di donarsi che si conosce di più.

Nasce così un circolo virtuoso: l’abbandono fiducioso allo sposo permette alla donna di scoprire se stessa, e questa conoscenza accresciuta la rende più capace di donarsi. È l’immagine viva del matrimonio: nell’amore reciproco non solo ci si dona, ma ci si scopre, ci si plasma, ci si fa crescere. Papa Francesco, parlando ai fidanzati nel 2014, sintetizzava così: «Il marito ha il compito di far più donna la moglie, e la moglie ha il compito di far più uomo il marito». Non significa cambiare l’altro a nostro piacimento, ma permettere all’altro di diventare ciò che è chiamato ad essere.

Conoscersi attraverso l’altro: uno sguardo psicologico

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, potremmo dire che la relazione coniugale sana consente un dialogo costante tra le parti adulte dei coniugi. Quando marito e moglie si accolgono e si rispettano, si attiva un processo di “ristrutturazione del copione”: ciascuno scopre parti di sé che non conosceva, smette di vivere ruoli infantili o genitoriali distorti e si apre alla libertà di amare da adulto.

Nella simbiosi iniziale della coppia, spesso domina il bisogno di fusione: “Io e te siamo uno”. Con il tempo, però, cresce la necessità di riconoscere l’altro come persona distinta. La Sulamita non si dissolve nello sposo, ma resta se stessa. L’amore vero non annulla, ma fa emergere l’identità. È qui che l’intimità diventa feconda, perché si fonda sulla libertà e non sulla dipendenza.

Il pudore: non debolezza, ma forza

Un aspetto prezioso che il Cantico ci consegna è il pudore della Sulamita. Ella mostra ciò che conosce di sé solo al suo sposo. Questo non è segno di complesso o paura, ma di consapevolezza. Il pudore è spesso frainteso nella cultura contemporanea, che lo vede come un ostacolo da abbattere o come un residuo di tabù moralistici. Ma in realtà il pudore è custodia, è protezione della propria intimità, è consapevolezza che il corpo non è un oggetto da esibire, ma un linguaggio da condividere.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, sottolinea che il pudore “custodisce l’interiorità della persona” e impedisce che essa sia trattata come cosa. In altre parole, il pudore non reprime, ma difende la verità dell’amore. È un confine sacro che dice: “Io non sono merce, io sono dono”. Chi non conosce il pudore, spesso non vive libertà ma mendica amore e riconoscimento: è alla ricerca disperata di conferme, disposto a svendere la propria intimità per ottenere attenzione. È il paradosso di un’epoca in cui il corpo è esposto ovunque, ma raramente custodito. L’assenza di pudore non genera libertà, ma dipendenza dallo sguardo degli altri.

Figli di Re, non mendicanti

Il linguaggio biblico è chiaro: non siamo mendicanti, siamo figli di Re. “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2,9). Questa dignità si riflette anche nel corpo, che non è per tutti, ma per uno solo. Il pudore, allora, non è un limite ma un’affermazione di regalità: custodire la propria bellezza significa riconoscere che essa è destinata a chi sa assumersi la responsabilità di un amore per sempre.

Il corpo, nel progetto di Dio, non è mai ridotto a oggetto. È sacramento, cioè segno visibile dell’invisibile. Nel matrimonio, l’uomo e la donna diventano per l’altro segno vivo dell’amore di Cristo. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (1 Cor 6,19). Chi guarda con occhi puri scopre un santuario, non un oggetto.

Il pudore non si limita al nascondere, ma apre al dono. Non è paura, è attesa. È dire: “Io custodisco me stesso per colui/colei che saprà guardarmi con verità, senza violarmi, ma facendomi specchiare nei suoi occhi”. È l’attesa di uno sguardo che non possiede, ma accoglie; che non consuma, ma custodisce. È in questo che la Sulamita diventa simbolo di ogni sposa e, in fondo, di ogni cristiano: la sua intimità è destinata a chi sa promettere per sempre. In un mondo che teme la promessa, il pudore diventa profezia: solo chi osa il “per sempre” merita di entrare in quel santuario.

Una lezione per oggi

Questa visione biblica e teologica trova riscontro anche in un’osservazione psicologica: la persona che custodisce la propria intimità non lo fa per paura, ma per amore. È una persona adulta, capace di gestire i propri confini, che non mendica attenzioni ma sa attendere e scegliere. Il matrimonio, allora, è la cornice in cui questo dono trova il suo compimento. È il luogo dove il pudore si trasforma in libertà, perché l’altro è diventato casa, rifugio sicuro, promessa mantenuta. Papa Francesco in Amoris laetitia lo dice con forza: «Il corpo dei coniugi, con i segni dell’amore, diventa linguaggio della vita donata». Il pudore non è un ostacolo, ma la condizione perché il corpo parli in verità.

Il Cantico dei Cantici ci ricorda che la bellezza non è mai solo esteriore: la vera bellezza è quella che si svela nel dono reciproco, nella custodia del mistero, nella capacità di far crescere l’altro. La Sulamita e l’amato ci insegnano che l’intimità non si improvvisa né si svende, ma si costruisce passo dopo passo, nell’abbandono e nel rispetto, nel pudore e nella promessa. Non siamo mendicanti che elemosinano sguardi. Siamo re e regine che custodiscono un mistero: il nostro corpo, il nostro amore, la nostra promessa. E questo mistero, custodito nel pudore, diventa splendore di un amore che riflette la stessa luce di Dio.

Antonio e Luisa

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Dal degrado online alla sacralità del corpo

La chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie” – clicca qui se non conosci la vicenda – ha riportato al centro del dibattito un tema antico e sempre attuale: il corpo della donna trattato come oggetto da esibire. In quel gruppo venivano condivise, spesso senza consenso, foto di mogli e compagne in situazioni private, accompagnate da commenti volgari. Non era pornografia esplicita, ma una forma di esposizione che umiliava la persona, riducendola a merce per ottenere approvazione e riconoscimento da parte degli altri. È vero: non tutte le immagini pubblicate ritraevano davvero la moglie di chi le condivideva, alcune erano prese dai social di sconosciute o da profili di modelle. Ma il fatto che almeno una parte lo fossero davvero apre uno squarcio inquietante: significa che c’è chi sceglie di esporre la propria intimità più preziosa, tradendo la fiducia della persona amata.

La miseria di mettere in piazza l’intimità

Che cosa rivela un fenomeno simile? Prima di tutto, una povertà interiore: chi espone la propria moglie cerca conferme fuori dal rapporto, come se l’intimità non bastasse di per sé. È il segno di un legame vissuto più come possesso che come dono, più come trofeo da mostrare che come mistero da custodire. Dietro l’apparente leggerezza di un “gioco” si nasconde un meccanismo relazionale tossico: la persona amata viene svalutata, privata della sua dignità di soggetto e trasformata in oggetto di vanto. Così l’uomo non solo ferisce la propria compagna, ma tradisce anche se stesso, perché si condanna a relazioni superficiali, basate sul bisogno di approvazione e non sulla libertà.

La Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II offre un’alternativa radicale. Insegna che il corpo non è un accessorio, ma parte essenziale della persona. Attraverso il corpo, uomo e donna si rivelano e si donano. Il matrimonio cristiano è il luogo in cui questo dono trova pienezza: l’intimità fisica non è un dettaglio privato, ma un gesto sacramentale che rinnova le promesse fatte sull’altare. La camera nuziale è, per così dire, un altare domestico. Per questo il pudore non è un tabù antiquato, ma una forma di custodia: protegge la dignità del corpo e ricorda che esso appartiene solo all’amore degli sposi, non allo sguardo indiscreto della piazza.

Relazioni immature e relazioni adulte

Ampliando il discorso è consuetudine in molte coppie giocare inconsapevolmente con il corpo dell’altro come se fosse strumento di potere: “ti mostro se voglio”, “mi nego per punirti”, “ti espongo per vantarmi”. Sono giochi infantili che nascono da insicurezza e bisogno di controllo. È un modo immaturo di proteggersi dalla paura del rifiuto o dell’abbandono.

La maturità affettiva, invece, nasce quando si abbandonano questi giochi e si riconosce che l’altro non è un possesso, ma un dono. Gli sposi che custodiscono la propria intimità scoprono che l’amore non ha bisogno di testimoni: la gioia non sta nell’essere visti, ma nell’essere liberi di donarsi senza condizioni. È qui che fiorisce la vera libertà: quando amare non è più calcolo né strategia, ma scelta quotidiana di fiducia. In una relazione così, il corpo non è strumento di potere, ma linguaggio di tenerezza, segno di un “noi” che cresce e si rafforza nella discrezione, lontano dallo sguardo della piazza.

Il corpo, nella prospettiva cristiana, è linguaggio: attraverso di esso gli sposi si dicono “ti appartengo”, “mi dono”, “sono tutto per te”. Quando questo linguaggio viene portato fuori dal suo contesto – esibito, commentato, ridicolizzato – perde il suo significato e diventa caricatura. Come una lettera d’amore letta ad alta voce in piazza, l’intimità esposta smarrisce la sua bellezza. Ciò che era dono esclusivo diventa spettacolo, e il cuore dell’amore si svuota.

La differenza è tutta qui: nel matrimonio cristiano il corpo dell’altro non è mai possesso né trofeo, ma mistero da custodire. La custodia non è paura, ma scelta di amore. È dire: “tu sei troppo preziosa per essere esposta, troppo sacro per essere profanato”. In un mondo che confonde libertà con esibizionismo, custodire l’intimità appare controcorrente. Eppure è proprio questa discrezione a rendere il rapporto fecondo, capace di crescere negli anni. L’amore che si protegge diventa stabile, profondo, generativo. L’amore che si svende, invece, si consuma presto e lascia vuoto.

Conclusione

Il caso “Mia Moglie” è lo specchio di una miseria culturale che riduce il corpo a merce e l’intimità a spettacolo. La Teologia del Corpo ci ricorda invece che ogni gesto d’amore è sacramento, che il corpo dell’altro è tempio, che il pudore è linguaggio di rispetto e di verità. Lì dove c’è custodia, c’è amore maturo. Lì dove c’è ostentazione, c’è solo fragilità e paura. Per questo il matrimonio autentico non ha bisogno di piazze, ma di stanze segrete in cui due sposi si donano senza testimoni, trasformando l’intimità in un segno vivo della presenza di Dio.

Antonio e Luisa

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Una seconda possibilità scritta con le cicatrici

Ci sono storie che sembrano finite, amori che paiono spegnersi sotto il peso delle ferite, ma che invece sanno rinascere dalle proprie cicatrici. Questa è la nostra storia, quella di Annalisa e Marcelo, che oggi siamo sposati da 29 anni e abbiamo due figli: uno di 26 e uno di 21 anni. Nel nostro cammino c’è anche un figlio che vive in cielo, presenza silenziosa che ci accompagna e ci ricorda ogni giorno quanto l’amore sia fragile ma prezioso.

Ci siamo conosciuti in un cammino religioso, diventando amici inseparabili: organizzavamo attività, serate in allegria e condividevamo sogni. Nel 1993, durante un pellegrinaggio a Denver per la GMG, Marcelo trovò il coraggio di dichiararsi e lì nacque la nostra storia d’amore. Dopo tre anni di fidanzamento ci sposammo, pieni di entusiasmo e speranza. I primi anni furono ricchi di gioia e leggerezza: ci sembrava di poter affrontare tutto.

Poi arrivarono i figli e con loro le responsabilità e le fatiche. Io, Annalisa, sentivo il peso di tutto sulle mie spalle e non mi sentivo più ascoltata. Io, Marcelo, mi rifugiavo nel silenzio e nella fuga, fino a tradire la fiducia di mia moglie. Arrivammo persino al punto di firmare i documenti della separazione, convinti che fosse la fine.

Eppure, proprio lì, Dio ci donò una seconda possibilità. Un viaggio a Medjugorje, un consultorio e infine l’incontro con Retrouvaille: tappe che ci hanno restituito la speranza. Non fu semplice, ma altre coppie ferite come noi ci mostrarono che non si trattava di cancellare il passato, ma di guardarlo con onestà e ricostruire insieme. Abbiamo imparato che il dialogo è il nostro pane quotidiano, che la trasparenza conta più della perfezione e che l’amore non è un’emozione passeggera, ma una scelta rinnovata ogni giorno.

Oggi, dopo 29 anni di matrimonio, sappiamo che la nostra storia non è perfetta, ma è vera. Ogni cicatrice racconta cadute e rialzate, dolore e rinascita. I nostri figli sono la prova che l’amore, scelto con coraggio e perseveranza, può diventare più forte delle tempeste. Guardando indietro non vediamo solo il dolore, ma anche la forza che ci ha permesso di restare uniti e il dono di poter ripartire.

Se la tua storia sembra crollare, non arrenderti. Non sei solo. Anche quando tutto appare buio, una piccola luce può aprire un cammino nuovo. Forse oggi ti sembra impossibile, ma noi siamo testimoni che la speranza può rinascere anche dalle macerie. Lascia che il dialogo, il perdono e l’umiltà diventino i tuoi compagni di viaggio: scoprirai che ogni passo, anche il più faticoso, può avvicinarti a una vita nuova insieme.

Le nostre cicatrici ci ricordano che si può ricominciare. Se lo abbiamo fatto noi, puoi farlo anche tu. Non smettere di credere che l’amore, con la grazia e la volontà, può sempre sorprendere e rifiorire.

Annalisa e Marcelo (Retrouvaille Italia)

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La Comunione dopo il Divorzio: Sfide e Riflessioni Cristiane

Nelle nostre comunità c’è un tema che da qualche tempo provoca discussioni accese e che, purtroppo, tende a creare divisioni anche fra persone che vivono con grande serietà il sacramento del matrimonio: parlo dell’accesso alla comunione da parte di chi vive una nuova unione, dopo una separazione o un divorzio. E’ anche vero che rispetto a qualche anno fa l’argomento si è un po’ attenuato, probabilmente perché le chiese sono sempre meno frequentate, ma ciclicamente ritorna nelle discussioni.

Prima di entrare nel cuore della questione, desidero fare un passo indietro. Vi ricordo che io sono un separato fedele e, per questo, posso accostarmi all’Eucaristia. Questo, però, non significa che io abbia pregiudizi verso chi ha intrapreso una nuova unione. Ma allora chiediamoci: perché desideriamo l’Eucaristia? Per noi cristiani il fine non è un gesto sacramentale, per quanto santo, il fine è amare Dio, gli altri e andare in Paradiso; allora la domanda che dovremmo farci non è “posso o non posso comunicarmi?”, bensì: “questa scelta, questo cammino, questo modo di vivere, mi avvicina a Cristo? Mi fa amare di più il mio coniuge, i miei figli, i miei fratelli?

Ricordo ancora quel percorso che avevamo iniziato nella mia diocesi nel 2016, rivolto alle persone che vivevano una nuova unione. Al primo incontro la sala era piena, ero contento, perché vedevo nei loro occhi il desiderio di essere ascoltati e accompagnati. Dopo neanche mezz’ora, però, uno di loro alzò la mano e chiese: «Padre, ma alla fine di questo cammino potremo fare la comunione oppure no?». Il sacerdote rispose con sincerità, spiegando che non era previsto e da quel giorno non tornò più nessuno; questo mi è dispiaciuto, perché significa che tutto il resto, l’ascolto della Parola, il confronto fraterno, la preghiera condivisa, il riconoscersi peccatori, era percepito come secondario rispetto a una “concessione”.

Il problema allora non sta nella disciplina sacramentale della Chiesa, il problema è che spesso abbiamo perso il senso del dono. L’Eucaristia non è un premio per chi è bravo, non è un diritto da rivendicare, nessuno la merita, nemmeno chi da anni vive fedelmente il proprio matrimonio, partecipa alla Messa ogni giorno e si confessa regolarmente. Se solo ci fermassimo un momento a pensare che in quel pezzo di pane si fa presente il Figlio di Dio in persona, resteremmo senza parole. Ogni respiro che facciamo è già un dono infinito; quanto più lo è il ricevere il Corpo del Signore.

Qualcuno ancora oggi cita Amoris Laetitia per dire che “adesso va tutto bene”, che “la Chiesa ha cambiato idea”, ma questo non è vero. Nel capitolo VIII si parla della necessità di accompagnare, di discernere, di integrare, non di banalizzare. In alcuni casi, precisi e ben accompagnati, la Chiesa contempla la possibilità che una persona in nuova unione, dopo un serio cammino di conversione, possa accedere ai sacramenti, ma questo non è automatismo, non è un “liberi tutti”, è un lavoro serio del cuore e della vita.

Conosco persone che a un certo punto nella loro vita si sono trovate a un bivio: continuare una relazione dopo una separazione e non fare più la comunione o rimanere da soli scegliendo Gesù e hanno scelto la fedeltà. “Se devo ricevere Gesù, voglio esserne degno”, dicevano: non era un divieto che faceva cambiare la loro vita, ma il desiderio di un incontro più grande.

Poi ci sono coppie, risposate, che un giorno hanno avuto la Grazia di capire i loro errori e di riavvicinarsi a Dio, hanno iniziato a rileggere insieme la propria storia, sono andate a chiedere perdono ai rispettivi figli, hanno smesso di giustificarsi e piano piano, accompagnate pazientemente, hanno scelto di cambiare stile di vita (ricordo che per motivi davvero importanti, quali la crescita di figli molto piccoli, coppie riaccompagnate possono continuare a convivere come fratello e sorella e accedere così ai sacramenti, in accordo con un assistente spirituale e al di fuori della propria comunità, per non creare scandalo).

C’è poi un aspetto di cui non sento parlare quasi mai: le conseguenze che tutto questo ha sui nostri figli e sui giovani: i ragazzi sono già devastati dalle separazioni, dai tradimenti, dalla paura di impegnarsi. Se vedono che il sacramento del matrimonio può essere abbandonato e sostituito senza conseguenze, che testimonianza lasciamo loro? Se tolleriamo e giustifichiamo rapporti extra-matrimoniali in presenza di un sacramento valido, stiamo implicitamente dicendo che tutto è relativo; ma il sacramento è un segno reale, incarnato, dell’amore fedele di Cristo per la Chiesa, se perdiamo questo, non rimane più nulla.

Infine, per fortuna noi non siamo chiamati a giudicare nessuno, ma nemmeno possiamo scivolare in un buonismo che concede tutto senza proporre nulla. La vera carità non è “lasciar fare”, è accompagnare, dire la verità con amore, indicare un cammino esigente, ma liberante: se amo un fratello, desidero per lui ciò che conduce alla vita eterna, non ciò che gli evita una fatica temporanea.

Cari sposi cristiani, non vivete il vostro matrimonio in modo abitudinario, non date per scontata l’Eucaristia, non pensate che “essere a posto” significhi automaticamente camminare nella verità. Ogni volta che andiamo a fare la comunione dovremmo tremare e stupirci, invece, lo dico per me stesso, a volte sono preso da pensieri sulle cose che devo fare, su quelle da ricordare e altre distrazioni futili.

Sta a noi far comprendere l’importanza della santa comunione e non far sentire la Chiesa come un tribunale, ma come una casa dove si può tornare con verità e speranza, una casa dove l’abbraccio del Padre non manca mai.

Antonio e Luisa

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L’uno per l’altro, entrambi per Cristo

Nella sua terza catechesi sul matrimonio (Mercoledì, 11 agosto 1982), Giovanni Paolo II riprende la Lettera agli Efesini e, rispetto alla precedente, scende a un livello ancora più profondo di comprensione. Clicca qui per leggere l’approfondimento già pubblicato.

Quando San Paolo scrive agli Efesini sul matrimonio, non si limita a dare “consigli di coppia”. Quello che ci consegna è un vero tesoro: un modo nuovo di comprendere l’amore tra marito e moglie alla luce del mistero di Cristo e della Chiesa.

Il brano centrale è questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo” (Ef 5,21). È una frase che cambia tutto. Non si tratta di sottomissione come dominio o schiavitù, ma di pietas, cioè rispetto profondo, venerazione per ciò che è sacro. Il matrimonio, infatti, non è solo un contratto o un affetto privato: è un sacramento, un segno della presenza di Cristo. E il rapporto tra marito e moglie deve nascere da questa coscienza.

San Paolo parte da una logica reciproca: l’uno per l’altro, entrambi per Cristo. Questo è importante perché, se letto male, il versetto successivo — “Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore” — rischia di sembrare una giustificazione del dominio maschile. In realtà, Paolo chiarisce subito: “E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. L’amore del marito non è possesso ma dono totale, fino al sacrificio di sé.

In questo scambio, la “sottomissione” non è unilaterale ma vicendevole: ciascuno si dona all’altro, ciascuno è responsabile della felicità e della crescita dell’altro. Qui sta la rivoluzione cristiana: il matrimonio non è più una struttura gerarchica come spesso lo era nella cultura antica, ma diventa comunione di persone.

San Paolo insiste molto sugli sposi uomini: “Mariti, amate le vostre mogli…”. Sa che il rischio, in una società patriarcale, era di ridurre la donna a dipendenza o a proprietà. L’amore di Cristo, invece, rovescia ogni logica di potere: chi ama diventa servo, si abbassa, si dona. Perciò il marito non è padrone, ma immagine viva di Cristo che si sacrifica per la sua sposa.

Questo non annulla la diversità dei ruoli, che rimane, ma la purifica da ogni abuso. Paolo riconosce che nella sua epoca certi linguaggi e mentalità erano radicati, e infatti parla anche del “rispetto” che la moglie deve al marito. Ma introduce un criterio nuovo e permanente: la reciproca sottomissione nell’amore. È questo il cuore del matrimonio cristiano.

Possiamo dirlo in modo semplice: marito e moglie sono due persone che si chinano l’una sull’altra per lavarsi i piedi a vicenda, proprio come Gesù ha fatto con i suoi discepoli. Nessuno è sopra l’altro, ma ciascuno mette l’altro al centro.

La Lettera agli Efesini ci ricorda anche che questa unione non si esaurisce nei sentimenti: ha una dimensione sacramentale e mistica. Paolo usa un’analogia fortissima: il legame degli sposi è immagine del legame tra Cristo e la Chiesa. “Il marito è capo della moglie come Cristo è capo della Chiesa, suo corpo”. Non è un “capo” che comanda, ma un capo che guida servendo, che dà vita al corpo con la sua stessa vita.

Così, il matrimonio diventa icona vivente del mistero di Cristo: un amore fedele, fecondo, indissolubile. L’amore sponsale è fatto di gesti concreti — tenerezza, perdono, pazienza, sacrificio — ma racchiude una dimensione eterna: ogni volta che due sposi si donano l’uno all’altro, rendono visibile al mondo l’amore invisibile di Dio.

Oggi, certo, la sensibilità è diversa: la donna ha conquistato un ruolo paritario nella società, e parlare di “sottomissione” può urtare. Ma il principio di fondo non cambia: la reciprocità nell’amore rimane la colonna portante della coppia. È questa reciprocità che costruisce una comunione solida, capace di reggere le tempeste e di generare vita, non solo biologica ma anche spirituale.

Alla fine, Paolo ci mostra che nel matrimonio si incontrano due misteri: quello dell’amore umano e quello dell’amore divino. È per questo che dice: “Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa” (Ef 5,32). Ogni matrimonio cristiano diventa allora una piccola Chiesa domestica, un luogo dove si tocca con mano la fedeltà di Dio.

UNA DANZA A DUE

Quando danzi da solo, puoi muoverti come vuoi. Ma quando balli con il tuo sposo o la tua sposa, non puoi più pensare solo ai tuoi passi: devi ascoltare la musica, ma soprattutto devi ascoltare l’altro. Se uno cerca di imporre i suoi movimenti, il ballo diventa rigido e faticoso; se entrambi si sottomettono alla stessa melodia e si donano l’uno all’altro, allora la danza diventa armoniosa, bella da vedere e da vivere.

San Paolo, con parole che a volte ci suonano difficili, dice proprio questo: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Non vuol dire che uno comanda e l’altro subisce, ma che entrambi imparano a lasciarsi guidare dallo Spirito, a mettere al centro il bene dell’altro.

Il matrimonio è questa danza: Cristo è la musica che tiene il ritmo, e gli sposi sono chiamati ad affidarsi, a fidarsi e a muoversi insieme. È così che il loro amore diventa non solo un’esperienza privata, ma un segno concreto e visibile dell’amore di Dio.

Antonio e Luisa

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Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. La scena acquista dinamicità. I due amanti non sono più soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti. L’amato: Che ammirate nella Sulammita durante la danza a due schiere?

Immaginiamo la Sulamita che volteggia con grazia. La sua danza ricorda quella festosa di re Davide quando portò l’Arca dell’Alleanza: un ballo sacro, simbolo di gioia pura e di lode, in cui tutto il corpo partecipa all’entusiasmo. Nella Bibbia la danza è spesso espressione di gioia profonda e gratitudine. In questo contesto nuziale, la Sulamita danza perché il suo cuore trabocca di felicità: sta vivendo l’amore vero ed è in pace.

Già il suo nome suggerisce qualcosa di essenziale: Sulamita deriva da shalom, che significa pace. La Sulamita è “la donna della pace”, e la sua bellezza risplende proprio per la pace interiore che la pervade. Mentre danza, tutti rimangono affascinati: è incantevole vederla così serena e gioiosa. Il coro insiste che si volta da ogni lato, per poterla ammirare pienamente. Ciò che rende attraente questa giovane sposa non è solo l’esteriorità, ma il riflesso di ciò che ha nel cuore. La donna della pace è colei (e vale anche per l’uomo) che sa amare e sa di essere amata. In lei vediamo concretamente un volto dell’Amore: un amore vissuto con gioia, pace e totalità.

La pace di chi si sa amato: niente più briciole d’amore

La Sulamita ci insegna che la vera pace nel rapporto di coppia nasce dal sentirsi amati in profondità. Nel suo cuore regna la sicurezza di essere preziosa: si sente regina, amata dal suo Dio e rivestita di dignità come figlia amata dal Padre. Questa fiducia la trasforma. Non è più una mendicante d’amore: non ha bisogno di accontentarsi di briciole affettive. Quante persone, per paura della solitudine o di perdere quel poco che hanno, si accontentano di rapporti mediocri o squilibrati! Quante donne (e uomini) rimangono in relazioni che offrono solo sprazzi di affetto, come molliche gettate sotto il tavolo, pur di non restare sole. La Sulamita, invece, non è disposta a compromessi sull’amore: avendo sperimentato cosa significhi amare ed essere amata davvero, non può accontentarsi di niente di meno che “tutto”.

Questo non significa avere aspettative irrealistiche, ma guardare l’amore da una prospettiva diversa. La Sulamita non è arrogante né pretende perfezione impossibile dal suo sposo. Al contrario, ha compreso un aspetto fondamentale dell’amore di coppia: solo chi si sente veramente amato può amare senza paura, e questo dona una grande pace. Dal punto di vista psicologico, infatti, la stima di sé e la sicurezza affettiva aiutano a evitare di elemosinare amore. Ci invita a chiederci: stiamo forse accettando troppo poco, accontentandoci delle briciole, per timore di restare soli? L’amore autentico, ci ricorda la Sulamita, merita pienezza e rispetto della propria dignità.

Cosa ci insegna dunque la Sulamita sull’amore autentico? Ecco alcuni punti chiave che ogni coppia può fare propri:

  • Pace interiore: chi ama davvero ed è consapevole di essere amato porta dentro di sé una pace profonda, che lo rende sereno e affascinante agli occhi degli altri.
  • Dignità e niente compromessi: sentirsi amati da Dio e dalla persona amata dà la forza di non accettare relazioni svalutanti. L’amore vero non è accontentarsi di “poco”; chi ama davvero desidera e offre il massimo, nel rispetto di sé e dell’altro.
  • Totalità del dono di sé: l’amore coniugale richiede di donarsi completamente. Solo nel donarsi senza riserve, nella verità e totalità del matrimonio, si può sperimentare quella pienezza che colma il cuore di senso.

Un amore che chiede tutto (ma che l’uomo da solo non può colmare)

Parlando di totalità, nasce spontanea una domanda: è davvero possibile donarsi completamente a un’altra persona? E, viceversa, può il mio coniuge soddisfare pienamente ogni mio bisogno d’amore? L’esperienza ci dice – e la Sulamita lo sa – che nessun essere umano finito può colmare il nostro desiderio infinito di amore. Nel Cantico, il partner della Sulamita è il re Salomone. Anche se Salomone si impegnasse a donarsi senza riserve, non basterebbe comunque a riempire ogni vuoto dell’amata. Ogni persona ha nel cuore un desiderio di amore infinito che solo l’Infinito può saziare. È importante allora, per la salute della coppia, non caricare il coniuge di aspettative irrealistiche: non possiamo chiedergli di riempire quel vuoto esistenziale che solo Dio colma. In termini concreti, questo significa non attribuire all’altro la colpa del nostro eventuale senso di incompletezza interiore.

La Sulamita non pretende che il suo amato le dia quella pienezza che cerca. Certo, lo desidera – chi non vorrebbe sentirsi amato totalmente dal proprio sposo? – e quando lui riesce a donarsi generosamente lei ne è felice e grata. Ma la differenza è che lei ha capito che quel “tutto” che cerca non riguarda lui, riguarda lei stessa. È lei che è chiamata a fare spazio alla pienezza dentro di sé, aprendosi a Dio che è la fonte dell’Amore. Se vuole mantenere la pace nel cuore, la Sulamita sa che deve donarsi completamente lei, vivendo con sincerità e totalità il patto matrimoniale.

Solo in questo dono totale di sé in coppia si può davvero incontrare la presenza di Dio che riempie ogni vuoto. Dal punto di vista spirituale e anche umano, quando entrambi i coniugi coltivano una vita interiore ricca (fatta di fede, ma anche di realizzazione personale e autodonazione), il rapporto trova un equilibrio migliore. Ognuno porta nel matrimonio non una domanda incolmabile rivolta all’altro, ma una ricchezza da condividere. Paradossalmente, è proprio rinunciando a cercare egoisticamente di essere “riempiti” dall’altro a tutti i costi, e scegliendo invece di riempire l’altro di amore, che entrambi sperimentano una gioia e una pienezza più grandi.

In cammino verso la santità insieme, nelle gioie e nelle prove

Ogni coppia, proprio come Salomone e la Sulamita, può diventare una “coppia della pace”. Questo non significa non attraversare mai difficoltà – ogni matrimonio conosce momenti di crisi, incomprensioni o dolore. La differenza la fa l’atteggiamento: la consapevolezza di essere in cammino insieme per la vita aiuta a superare i periodi difficili. Ci saranno momenti in cui bisogna fermarsi a chiarirsi, perdonarsi a vicenda, ricucire le ferite. Ma se entrambi ricordano di essere alleati e non nemici, di essere compagni di viaggio chiamati a raggiungere una meta comune, ritroveranno la pace.

Mi torna in mente un prezioso consiglio del nostro padre spirituale, Padre Raimondo, rivolto agli sposi: «Una volta sposati, non potete diventare santi da soli, ma solo insieme!» . In altre parole, il matrimonio è una strada di santità a due. La santità – intesa non in senso distante o “bigotto”, ma come pienezza di vita e di amore – o la si raggiunge insieme, o non si raggiunge affatto. Anche Papa Francesco ha sottolineato che il matrimonio è un cammino condiviso: Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.

Trovo incoraggiante questa visione: i coniugi non sono due individualità isolate che cercano ciascuna la propria perfezione personale ignorando l’altro, ma formano un “noi” inscindibile. Insieme possono aiutarsi a vicenda a crescere nell’amore, nella pazienza, nella fede. La Chiesa stessa riconosce sempre più che nessuno sposo è santo da solo e propone esempi di coniugalità santa, coppie che hanno vissuto l’ordinario in modo straordinario sostenendosi reciprocamente. Non è un ideale riservato a pochi eletti: tutti gli sposi cristiani sono chiamati a vivere il Vangelo giorno per giorno, fianco a fianco, nelle piccole scelte quotidiane di amore e fedeltà.

L’amore misericordioso che rende belli (e irresistibilmente attraenti)

Cosa succede quando una persona ama in questo modo totale e misericordioso? Succede che diventa bella agli occhi di chi la circonda, di una bellezza che va oltre l’aspetto fisico. Penso a quelle donne e a quegli uomini che restano fedeli alla promessa d’amore nonostante tutto, anche quando il coniuge li ha feriti o persino abbandonati. Ho avuto modo di parlare con alcune di queste persone – Ettore scrive su questo blog – e nei loro occhi ho visto tanta sofferenza, ma anche una pace e una dignità profonde. La loro fedeltà non è ingenuità né rassegnazione, ma la scelta coraggiosa di continuare a donare amore senza chiedere nulla in cambio. È il perdono in azione, è l’amore misericordioso che perdura oltre il tradimento o l’abbandono. Questa fedeltà alla propria vocazione matrimoniale, vissuta magari in solitudine ma con il cuore saldo nell’Amore di Dio, le rende simili alla Sulamita che si sta dando completamente, senza riserve. Sono testimonianze che mi lasciano ammirato e toccano corde profonde nell’animo umano.

Un amore così autentico esercita un fascino particolare. L’amore vero è attraente, di un’attrattiva ben diversa dalle effimere seduzioni esteriori. Quando vediamo qualcuno amare davvero, con generosità e sincerità, ne restiamo colpiti e ispirati. È come se dentro di noi riconoscessimo quell’amore come la cosa di cui abbiamo nostalgia e profondo desiderio. In fondo, ogni essere umano anela a un amore pieno, fedele, incondizionato. Per i credenti, l’amore umano vissuto in questa pienezza riflette l’amore stesso di Dio, che attira a sé in modo irresistibile ogni cuore. Ma anche chi non crede percepisce la bellezza di un amore così puro e totale: esso parla la lingua universale della compassione, della fedeltà, dell’unità profonda fra due persone.

La Sulamita del Cantico dei Cantici continua, attraverso i secoli, a invitarci: “Volgiti, volgiti… Vogliamo ammirarti”. È quasi una chiamata rivolta a ciascuna coppia credente: mostrate anche voi al mondo la bellezza dell’amore vissuto con pace, gioia e dedizione! Ogni matrimonio cristiano, anche con le sue imperfezioni, può diventare segno visibile di questo amore più grande. Lasciamoci allora ispirare da quella danza antica: facciamo in modo che la nostra vita di coppia sia una danza di lode e di gioia, dove l’amore misericordioso e autentico risplende e contagia chi ci guarda. In quella danza a due, vissuta insieme, troviamo la forza di superare ogni prova e gustare la vera pace. E proprio voltandoci l’uno verso l’altra, come la Sulamita, possiamo riflettere al mondo lo splendore dell’amore che Dio ha sognato per l’umanità fin dal principio.

Antonio e Luisa

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Neanch’io ti condanno: uscire dai giochi psicologici e vivere in libertà. Sesto modulo In relazione con te

C’è un momento nel Vangelo in cui il tempo sembra fermarsi. Una donna viene trascinata con violenza davanti a Gesù. Non ha nome, solo un’etichetta: “adultera”. Non è una persona: è un caso da giudicare, un’occasione per incastrare un Maestro scomodo. I farisei e gli scribi le stanno attorno come giudici con pietre in mano. Ma in realtà la trappola è per Gesù.

Vogliono obbligarlo a scegliere tra legge e misericordia. Se dice di lapidarla, perde la coerenza con il suo messaggio d’amore. Se la lascia andare, va contro la legge di Mosè. È il perfetto esempio di un gioco psicologico.

Il gioco: “Colpevole!”

Secondo l’Analisi Transazionale, i giochi psicologici sono sequenze ripetitive di interazioni dove i partecipanti assumono ruoli precisi: il persecutore, la vittima, il salvatore. Ruoli che nel tempo e nella relazione poi si scambiano, più o meno inconsapevolmente, per soddisfare bisogni nascosti, spesso infantili.

Qui il gioco è chiaro: la donna è la vittima, i farisei sono i persecutori, e Gesù dovrebbe essere costretto a fare il salvatore…(strano eh!) ma alle loro condizioni. In realtà, tutti – tranne proprio Gesù – stanno recitando un copione, dettato non dalla verità, ma dalla paura, dal bisogno di controllo, dalla colpa.

La donna, schiacciata dallo sguardo degli accusatori, è come noi quando ci sentiamo sbagliati, inadatti, marchiati da un errore. Gesù, però, non si presta al gioco. Non risponde subito. Si china e scrive sulla sabbia. Fa una pausa. Uno spazio vuoto che disinnesca il meccanismo tossico della reazione impulsiva.

Poi si alza e pronuncia la frase più disarmante della storia: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”. Non giustifica il peccato, ma svela l’ipocrisia del gioco: chi accusa, lo fa da un piedistallo finto, da un ruolo infantile, inconsapevole delle proprie ombre. E uno a uno, gli accusatori se ne vanno.

Rompere il copione

Gesù fa ciò che l’adulto libero sa fare: non si lascia manipolare, non cede alla pressione, non entra nel gioco. Sceglie una strada diversa, matura, radicalmente nuova: la relazione vera. Si rivolge alla donna, che ora è finalmente sola con Lui. Le dice:

“Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”
“Nessuno, Signore.”
“Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare più.”

Non è solo perdono. È liberazione. Gesù la riconsegna alla sua dignità e la invita a una vita nuova. Le dice in pratica: “Tu non sei il tuo errore. Non sei il tuo passato. Sei una persona libera, capace di scegliere il bene”.

Cosa imparerai in questo modulo

Nel sesto modulo del percorso “In relazione con te”, l’episodio evangelico della donna adultera diventa la chiave per riconoscere i giochi psicologici che avvelenano ogni tipo di relazione — dal rapporto tra marito e moglie, a quello con i figli, fino alle dinamiche nei gruppi parrocchiali e comunitari. Quando uno dei due o dei membri assume il ruolo della vittima, dell’accusatore o del salvatore, si entra in un circolo vizioso fatto di colpa, paura e bisogno di controllo.

Imparerai a:

  • Riconoscere i giochi psicologici più comuni nelle coppie e nei gruppi;
  • Individuare il tuo copione di vita e le frasi interiori che ti intrappolano (“se non mi accusa, non mi ama”, “devo farmi compatire per essere visto”, ecc.);
  • Passare dallo stato dell’Io Bambino Adattato all’Adulto Libero, capace di scegliere in coscienza;
  • Scoprire come Gesù rompe i copioni e ci restituisce la libertà autentica: quella dell’amore che non condanna, ma chiama alla pienezza.

Come Gesù, anche tu puoi scrivere per terra

Forse anche tu ti trovi in situazioni in cui gli altri vogliono farti entrare in giochi di colpa o di accusa. Ti senti spinto a giustificarti, a reagire, a difenderti. Invece, puoi scrivere sulla sabbia anche tu: prenderti un tempo, fare silenzio, e scegliere una risposta nuova.

Gesù ci mostra che la libertà non sta nel reagire secondo copione, ma nel rispondere con verità e amore. E così facendo, non solo salvi te stesso, ma liberi anche l’altro. Se vuoi saperne di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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L’Assunzione di Maria: la vittoria dell’umiltà sull’orgoglio

Oggi la Chiesa celebra l’Assunzione di Maria al Cielo, “segno di sicura speranza e consolazione per il Popolo di Dio pellegrinante” (Lumen Gentium, 68). È il giorno in cui contempliamo non solo la gloria della Madre, ma il destino promesso a ciascuno di noi. In Maria vediamo compiuto ciò a cui tutti siamo chiamati: essere accolti nella vita eterna, anima e corpo, nella comunione piena con Dio.

Per questo Satana la teme tanto. Il demonio, che ha rovinato l’umanità spingendola nell’orgoglio di “voler essere come Dio” (cf. Gen 3,5), trova in Maria il suo completo opposto: una creatura totalmente consegnata a Dio, che ha vinto proprio perché si è fatta piccola.

Maria è stata preservata dal peccato originale, ma non per questo meno umana. È una donna vera, che ha tratto forza dalla sua umiltà. Nel Magnificat, ella proclama: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,48). Ma il testo greco originale è ancora più incisivo: tapeínōsis, cioè “bassezza”, “piccolezza estrema”. Prima di essere innalzata alla gloria del Cielo, Maria è scesa fino a terra, prostrandosi davanti a Dio con la consapevolezza di “non essere nulla” senza di Lui.

San Bernardo di Chiaravalle lo riassume così: “Dio si è compiaciuto dell’umiltà di Maria più di ogni altra virtù”. La grandezza di Maria sta nel fatto che, pur scelta come Madre di Dio, non si è mai impossessata di questo dono, ma l’ha vissuto nel nascondimento, nel silenzio, nella discrezione.

Eppure, la sua vita non fu esente da sofferenze e umiliazioni: dileggiata, sospettata, considerata “poco di buono” da chi non capiva la sua gravidanza, sostenuta solo da Giuseppe, che davanti al villaggio fece la figura dello stolto pur di difenderla.

La lezione di Maria per noi

Maria ci insegna che l’umiltà non è debolezza, ma forza interiore. La nostra cultura spesso ci educa al contrario: “Non farti mettere i piedi in testa”, “difendi sempre la tua ragione”. Eppure, come ricorda San Paolo, “quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Il coraggio vero sta nell’abbandonarsi all’amore, come Maria.

Abbandonarsi all’amore significa fidarsi della giustizia di Dio, che non è la nostra. Nella vita concreta, questo si traduce in gesti concreti:

  • Perdonare il coniuge che ci ha feriti, anche profondamente.
  • Fare il primo passo dopo un litigio, anche se “l’altro ha cominciato”.
  • Donarsi con tenerezza anche nei giorni in cui l’altro è freddo o distante.

Sono atteggiamenti che il mondo non comprende: il pensiero dominante ci spinge a “dare all’altro ciò che si merita” e a “non cedere mai il passo”. Maria ci propone un’altra via: amare senza misura, perché Dio stesso è la nostra ricompensa. Papa Francesco, in un’omelia per l’Assunta, ha detto: “Maria è la creatura che più di tutte assomiglia a Cristo, perché ha vissuto come Lui l’umiltà e la piccolezza”. Questa è la sua grandezza.

La fonte della nostra forza

La nostra forza non dipende da come gli altri ci trattano, ma da Chi ci ama. È Dio la sorgente della nostra dignità e bellezza, non il riconoscimento umano. Questa consapevolezza nasce solo quando, come Maria, ci prostriamo davanti a Lui e diciamo: “Hai guardato la bassezza del tuo servo”.

Allora anche noi, come lei, saremo capaci di salire verso il Cielo, non per le nostre forze, ma perché Dio innalza “gli umili” (Lc 1,52). Come scrive Sant’Ambrogio: “In Maria ciascuno di noi può contemplare il modello di ciò che deve essere la Chiesa e di ciò che può diventare ogni anima credente”. L’Assunzione non è solo la festa di Maria: è la nostra festa, il nostro destino.

Antonio e Luisa

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La vera sottomissione non è umiliazione, ma dono di sé

Nella catechesi del 4 agosto 1982, San Giovanni Paolo II torna a meditare sulla Lettera di San Paolo agli Efesini, offrendoci spunti profondi e ricchi di significato. Clicca qui per leggere l’approfondimento già pubblicato.

La lettera agli Efesini è uno dei testi più belli e potenti per capire cos’è il matrimonio cristiano. Non lo fa partendo dalle regole o dai problemi pratici, ma dal sogno di Dio per l’uomo e la donna. L’autore, fin dall’inizio, ci mostra un Dio che non improvvisa: “In Cristo ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati nell’amore”. Il matrimonio non è un’invenzione nostra: è dentro il piano eterno di Dio.

La Chiesa, ci dice Paolo, è il Corpo di Cristo, e Cristo ne è il Capo. Questa immagine non è solo teologica: prepara a capire il matrimonio come un riflesso vivo di questo legame. Il rapporto tra Cristo e la Chiesa è il modello dell’amore tra marito e moglie. Perciò, quando San Paolo parla agli sposi, non dà consigli di buon senso, ma indica un ideale altissimo: “Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei”. E alle mogli dice: accogliete e fidatevi di questo amore, come la Chiesa si affida a Cristo.

La frase centrale è: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”. Qui c’è la chiave: non c’è un padrone e un sottoposto, ma due persone che si mettono al servizio reciproco, che cercano prima il bene dell’altro e non il proprio. La vera sottomissione, in ottica cristiana, non è umiliazione, ma dono di sé. È scegliere ogni giorno di mettere al centro il “noi” e non l’“io”.

Questa visione non è astratta: tocca la vita concreta di una coppia. Significa perdonarsi in fretta, perché l’orgoglio separa. Significa imparare a leggere i bisogni dell’altro e non solo i propri. Significa che la tenerezza non è facoltativa, ma una parte essenziale dell’amore, perché Cristo non si è limitato a salvare la Chiesa: l’ha amata con gesti, parole e vicinanza.

Il capitolo 5 degli Efesini fa anche un confronto tra la vita “vecchia” e quella “nuova” in Cristo. Prima eravamo “tenebra”, ora siamo “luce nel Signore”. Applicato al matrimonio, vuol dire che l’amore non può vivere di egoismo, rancore, tradimenti emotivi o fisici. È luce quando si lascia spazio allo Spirito Santo, quando si prega insieme, quando si canta — anche stonati — la gratitudine per la vita ricevuta.

San Paolo, subito dopo, allarga il discorso alla famiglia: parla di genitori e figli, di come i padri debbano educare senza esasperare, di come i figli debbano rispettare i genitori. All’epoca la famiglia comprendeva anche servi e lavoratori: segno che la logica dell’amore cristiano non si ferma alla coppia, ma si estende a tutte le relazioni quotidiane.

Però il cuore del brano rimane il legame tra marito e moglie. Qui San Paolo è chiarissimo: il matrimonio non è solo un accordo civile o un patto affettivo. È un mistero grande (“mysterion” in greco), che rimanda direttamente all’amore tra Cristo e la Chiesa. È per questo che il matrimonio cristiano è indissolubile: non perché la Chiesa sia rigida, ma perché l’amore di Cristo non si ritira mai.

Infine, la lettera chiude con un appello alla “battaglia spirituale”. È realistico: l’amore, anche il più bello, è sotto attacco. Non basta avere buone intenzioni: serve “indossare l’armatura di Dio” — la fede, la verità, la giustizia, la preghiera — per difendere la comunione dagli egoismi, dalle ferite, dalle tentazioni di mollare.

In sintesi, Efesini ci ricorda che nel matrimonio cristiano l’uomo e la donna sono chiamati a essere un segno vivo dell’amore di Cristo: un amore fedele, esclusivo, fecondo. Non due persone che “si sopportano” o “vanno d’accordo”, ma due vite intrecciate che diventano una cosa sola, senza perdere la propria identità. Un amore che non si limita a “stare insieme finché si sta bene”, ma che, proprio come Cristo, rimane e si dona anche quando costa.

Due calici che si riempiono

Immagina il matrimonio come una Messa che non finisce mai. Il giorno delle nozze, sull’altare, marito e moglie sono come due calici vuoti che si offrono a Dio. Non portano solo emozioni e promesse: portano se stessi, con i loro limiti e desideri. Dio, in quel momento, versa il suo Spirito in quei calici. Da quel giorno, ogni gesto d’amore — una carezza, un perdono, un sacrificio — è come alzare di nuovo quel calice davanti a Lui. L’amore non è più solo “loro”, ma è intriso della forza di Cristo.

Ecco perché Paolo dice: “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo”: significa riconoscere che l’altro è un dono sacro, che il mio corpo, il mio tempo, la mia vita non mi appartengono più solo a me. Come nell’Eucaristia il pane e il vino diventano Corpo e Sangue di Cristo, così nell’amore coniugale il dono reciproco diventa sacramento vivo. Guardando una coppia che vive così, il mondo dovrebbe poter dire: “Qui Cristo è presente”.

Antonio e Luisa

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Stimolazione Orale e Intimità: Un Gesto di Amore?

Ho ricevuto l’ennesima richiesta. Purtroppo nella Chiesa difficilmente si trovano risposte chiare sull’argomento. Proverò a darla io. Nel dialogo sull’amore sponsale, spesso ci si ferma a elenchi di ciò che si può o non si può fare, quasi come se la moralità cristiana si riducesse a un prontuario di divieti. Ma l’amore vero, quello che nasce da Dio, chiede uno sguardo più profondo, capace di distinguere non tanto il gesto in sé, quanto il senso con cui è vissuto. Un esempio che spesso solleva domande, dubbi e persino scrupoli è quello della stimolazione orale dei genitali all’interno del rapporto di coppia. È lecito o no? È peccato? È amore o solo piacere egoistico?

La risposta, come abbiamo più volte sottolineato nei nostri percorsi e nel nostro libro L’ecologia dell’amore non può essere né un “sì” automatico né un “no” categorico. Dipende. Dipende dal contesto, dall’intenzione, dal rispetto reciproco, e soprattutto dalla comunione che quel gesto favorisce o, al contrario, ostacola.

Il corpo tutto è bellezza

Partiamo da un punto chiave, che il Cantico dei Cantici ci insegna con forza: non esistono parti del corpo più degne di altre. Tutto il corpo dell’amato, tutto il corpo dell’amata, è luogo di bellezza, di desiderio, di linguaggio d’amore. Il nostro padre spirituale ci raccontava spesso di sposi che si confessavano imbarazzati per aver vissuto i preliminari con intensità. E lui, con un sorriso, rispondeva: “Il peccato da confessare sarebbe stato non farli!”. Perché se l’amore è anche dono del corpo, allora prepararsi all’incontro sessuale con tenerezza, con fantasia, con cura, è parte integrante dell’atto d’amore stesso.

La stimolazione orale, se vissuta come gesto gratuito, rispettoso, condiviso, può essere un atto di profonda intimità e di reciproca donazione. Non ha nulla di impuro se inserita in quel tempo sacro dei preliminari che prepara il cuore e il corpo all’unione coniugale. È un’arte da coltivare, un talento da far crescere nel tempo, per entrare sempre più in comunione l’uno con l’altro.

Un aiuto concreto per l’unione

In particolare, per molte donne la stimolazione orale può essere un gesto che favorisce profondamente l’amplesso. Non è raro che alcune spose facciano fatica a eccitarsi o a raggiungere una sufficiente lubrificazione naturale. In questi casi, la stimolazione orale può rivelarsi un gesto di grande delicatezza e aiuto concreto per preparare il corpo ad accogliere l’altro, con dolcezza e rispetto dei suoi tempi. Spesso, l’uso delle mani può risultare troppo diretto o addirittura fastidioso per la sensibilità di alcune donne; al contrario, l’approccio orale, più morbido e sensibile, può creare le condizioni fisiche e affettive ideali per vivere l’unione piena in modo sereno e gioioso.

Il dottor Gregory Popcak, consulente familiare cattolico, afferma che “la stimolazione orale può essere goduta da entrambi i coniugi, a patto che sia integrata nel contesto dell’unione e non sostitutiva dell’atto coniugale vero e proprio“. San Giovanni Paolo II, nel suo libro Amore e responsabilità, insiste sulla necessità che il marito armonizzi i suoi ritmi con quelli della moglie e che sia premuroso nell’aiutarla a partecipare pienamente all’unione.

I due criteri fondamentali

Concretamente, i punti da tenere a mente sono due:

  1. I gesti devono essere graditi ad entrambi, mai imposti né subiti. La tenerezza sponsale si riconosce anche dalla libertà che custodisce il corpo e il cuore dell’altro, senza mai oltrepassare il suo pudore o la sua sensibilità.
  2. L’eiaculazione deve avvenire in vagina, come segno visibile dell’unione completa, aperta alla vita, che rappresenta il culmine dell’amplesso. Non perché il piacere sia sbagliato altrove, ma perché solo l’atto coniugale completo esprime fino in fondo il dono reciproco e la sua apertura alla fecondità.

Un vestito su misura

Come hanno scritto Nicoletta Musso e Davide Oreglia, coppia di formatori e studiosi della sessualità coniugale, i preliminari e l’incontro sessuale sono come un vestito cucito su misura. Non esistono regole rigide, ma l’arte paziente di conoscersi, ascoltarsi e adattarsi. Ogni coppia è unica, ogni corpo ha i suoi tempi, ogni desiderio va accolto e integrato nell’armonia di un amore che si costruisce nel tempo.

Quando invece non è amore

Il problema sorge quando il gesto si isola dal suo contesto naturale, che è la comunione sessuale completa. Se la stimolazione orale diventa fine a se stessa, se viene utilizzata per evitare l’atto coniugale vero e proprio o per trattenere il piacere a proprio uso e consumo, allora il suo significato cambia radicalmente. Non è più amore che si dona, ma piacere che si prende. Non c’è più reciprocità, né trascendenza, né apertura alla vita.

Papa Pio XII, già nel 1951, metteva in guardia da una visione edonistica del matrimonio, ricordando che “Dio ha posto il piacere nell’unione legittima dei coniugi, ma non come fine a se stesso, bensì al servizio della vita e dell’amore”.

Non ridurre l’amore a tecnica

La vera posta in gioco non è se “si può fare” o meno, ma se ciò che facciamo ci unisce o ci separa. L’amore sponsale non è un gioco erotico dove si sperimenta per curiosità, ma un cammino sacro dove il piacere non è scisso dalla comunione. La bellezza dell’eros cristiano sta proprio in questo: nel coniugare piacere e dono, desiderio e dignità, estasi e responsabilità.

Christopher West, interprete della teologia del corpo, riassume bene questo punto: “I gesti con cui i coniugi si preparano con amore al rapporto genitale sono onorevoli e buoni”, a patto che non siano separati dalla verità dell’amplesso completo.

Allora sì, anche la stimolazione orale può essere un gesto santo, se è immerso in un rapporto che tende all’amplesso, vissuto con pudore, rispetto, libertà e reciproco consenso. Ma può anche diventare un gesto che svuota il significato dell’amore, se diventa strumento di egoismo o di chiusura alla vita.

Nel corpo dell’altro si cammina in punta di piedi, con lo stupore che si ha davanti a un mistero. L’erotismo cristiano non è negazione del desiderio, ma sua trasfigurazione in amore. Per questo, ogni gesto — anche il più intenso — può essere bello, se è amore che guarda, che rispetta, che include, che prepara all’unione totale.

Là dove c’è comunione, là dove c’è amore, tutto è puro. Ma là dove il corpo dell’altro viene usato, anche il gesto più dolce può diventare ferita. Che ogni sposo impari allora a domandarsi, più che “posso farlo?”, “sto davvero amando?”. È questa la domanda che salva.

Antonio e Luisa

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Sono sceso nel giardino dei noci

In questo capitolo ci lasceremo guidare da due chiavi: il giardino come metafora dell’amore da custodire e della donna stessa, e lo sguardo come atteggiamento di chi sa fermarsi, osservare con cura e restituire valore e riconoscimento. In particolare, ci soffermeremo sul misterioso “giardino dei noci”, un’immagine densa di significati nascosti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

«Sono sceso nel giardino dei noci, per vedere il verde della valle, per vedere se la vite ha messo germogli, se sono fioriti i melograni. Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.»

La scena che il Cantico ci presenta è carica di poesia e simbolismo. Il giardino, nella Scrittura, è spesso immagine della donna amata (cfr. Ct 4,12: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa»). Qui l’uomo entra in quel giardino con sguardo attento e cuore vigile, per vedere se la vita in esso custodita sta portando frutto.

L’uomo come giardiniere, non padrone

L’amato non è il proprietario del giardino, ma il suo custode. È un’immagine potentissima anche dal punto di vista teologico: come Adamo fu posto in Eden «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2,15), così ogni sposo riceve sua moglie come un dono di Dio, da proteggere e far fiorire. Non per dominarla, ma per servirla.

In chiave relazionale è importante comprendere perchè è specificato che si tratta di un noceto. Il “giardino dei noci” rappresenta l’intimità più profonda della persona, protetta come il frutto da un guscio duro. L’amato “scende” — gesto di umiltà e intenzionalità — per avvicinarsi alla parte più autentica della sposa. Questo richiede un atteggiamento da Genitore affettivo positivo, capace di rispetto, pazienza e ascolto, evitando il Genitore Critico che invade o giudica. Solo con cura costante e gesti di fiducia il guscio si apre, permettendo al “Bambino Libero” dell’altro di emergere, portando freschezza, spontaneità e gioia nella relazione, e consolidando un legame affettivo stabile e generativo.

Un giardino lasciato a sé stesso si riempie presto di erbacce. Così il matrimonio. Senza cura, attenzione e gesti concreti di amore, anche i legami più forti si impoveriscono. San Paolo, parlando agli Efesini, ricorda: «Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). L’amore sponsale è, per sua natura, oblativo: non si limita a “non fare il male”, ma si impegna attivamente per il bene dell’altro.

Un amico una volta mi disse sorridendo: «Fai sentire la tua donna regina per un giorno, e lei sarà tua per tutto il mese». È una battuta, ma coglie un aspetto reale: la donna amata e rispettata si apre con fiducia e restituisce amore in misura moltiplicata.

Il testo prosegue con un versetto enigmatico: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.» La figura di Ammi-nadìb, forse un capo delle tribù di Giuda o un riferimento a un carro regale, evoca potenza, onore, prontezza alla battaglia. L’amato, colpito dall’amore della sua sposa, si sente trasformato: l’insicurezza lascia spazio a una forza nuova.

Questa dinamica è evidente anche nella vita reale: l’uomo che si sente amato acquista fiducia, trova energie che non sospettava di avere. È come Pippo che, grazie alla “nocciolina” dell’amore, diventa SuperPippo. Non è romanticismo ingenuo: è psicologia concreta. L’amore autentico attiva in noi risorse nascoste, ci motiva a superare ostacoli, ci fa uscire dalla modalità “sopravvivenza” per entrare in quella di “donazione”.

Il potere dello sguardo che incoraggia

Donne, non sottovalutate mai il potere del vostro sguardo sul cuore di vostro marito. Un uomo può sopportare il peso di mille difficoltà, ma difficilmente regge il peso del disprezzo nella propria casa. San Giovanni Bosco diceva: «Il segreto dell’educazione è l’amore». Vale anche nel matrimonio: più di mille correzioni, spesso basta un sorriso, una parola di fiducia, un grazie sincero per riaccendere il desiderio di dare il meglio.

Al contrario, la critica costante — soprattutto se espressa nel tono del “Genitore Critico” — logora la relazione. Non perché la correzione non serva, ma perché senza amore e riconoscimento essa viene percepita come rifiuto personale.

Il ringraziamento come stile di vita

Ringraziare è un atto di umiltà e di riconoscimento. Maria, pur senza capire tutto, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Anche noi, nel matrimonio, siamo chiamati a ringraziare non solo per ciò che comprendiamo, ma anche per ciò che resta misterioso. Perché il coniuge è, nel bene e nei limiti, un mistero di grazia affidato alla nostra custodia.

Dire grazie non è formalità: è una scelta che rompe la spirale della pretesa e apre alla gratitudine reciproca. È un modo per dire: «Ti vedo, riconosco ciò che fai per noi, apprezzo il tuo impegno». E quando ci si sente visti e apprezzati, il cuore si apre più facilmente alla donazione.

Uno dei rischi più grandi dopo anni di vita insieme è quello di dare l’altro per scontato. Il Cantico, invece, ci ricorda che l’amore è fatto di continua ricerca: «Sono sceso nel giardino…» significa non smettere mai di “scendere” nell’anima dell’altro per conoscerlo di nuovo.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia (n. 134), scrive: «Il tempo che si dedica alla cura e all’attenzione verso l’altro non è tempo perso, ma tempo guadagnato, perché costruisce legami duraturi e profondi». È un invito a non fermarsi alla superficie, a non pensare di sapere già tutto dell’altro, ma a rimanere curiosi e attenti, come il giardiniere che ogni giorno scruta i segni di vita tra le foglie.

Questo passo del Cantico ci insegna che l’amore non è statico: è un giardino che chiede cura, è una forza che trasforma, è uno sguardo che incoraggia, è un grazie che rigenera. Dal punto di vista teologico, ci mostra il matrimonio come icona dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore fedele, oblativo, fecondo. Dal punto di vista relazionale, ci invita a coltivare la tenerezza, a parlare il linguaggio della fiducia, a creare spazi di gratitudine.

E allora, cari sposi, scendete ogni giorno nel “giardino” che vi è stato affidato. Osservate, custodite, irrigate con parole buone, con gesti di attenzione, con preghiera reciproca. Così, quando vi guarderete negli occhi, potrete dire anche voi: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso forte come un carro regale».

Antonio e Luisa

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Marta genitore critico e Maria bambina libera. Quinto modulo In relazione con te

Dopo il terzo passo compiuto quindici giorni fa, dove abbiamo approfondito le dinamiche di una leadership consapevole e libera, e saltando il quarto modulo, oggi entriamo nel quinto modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è ancora una volta Gesù, che attraverso l’incontro con Marta e Maria (Lc 10,38-42) ci offre una chiave preziosa per comprendere il nostro mondo interiore e le relazioni più profonde. In questa scena intima e quotidiana, Gesù non compie miracoli, ma compie qualcosa di ancora più sottile e trasformante: guarda, ascolta, accoglie e orienta. Con dolce fermezza, ci insegna a distinguere tra l’agitazione del fare e la quiete dell’essere, tra il bisogno di controllo e la fiducia nell’ascolto. Un invito a integrare ciò che ci abita dentro, per vivere relazioni più consapevoli, libere e vere.

Nel Vangelo secondo Luca, troviamo un episodio familiare ma profondissimo: Gesù entra in un villaggio e viene accolto da due sorelle, Marta e Maria (Lc 10,38-42). È una scena apparentemente ordinaria, che si svolge tra le mura di una casa. Ma in realtà è un incontro denso di significato, che ci offre una chiave preziosa per comprendere le dinamiche interiori che viviamo ogni giorno, specialmente nelle relazioni più importanti.

Marta è affaccendata, operosa, piena di premure. Maria, invece, si ferma. Si siede ai piedi di Gesù e lo ascolta. Marta si lamenta e chiede l’intervento del Maestro. Ma Gesù, con amore, le risponde: Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.

Non è una condanna dell’agire né un elogio dell’inattività. È un invito a integrare, a ordinare il nostro cuore. È un richiamo a prendere consapevolezza di come stiamo vivendo dentro di noi.

Una chiave di lettura: gli stati dell’Io

Nella nostra vita interiore convivono diverse “modalità” di essere e di agire. Ogni essere umano possiede infatti tre grandi stati dell’Io che si alternano, si influenzano, si intrecciano:
Il Genitore,
L’Adulto,
Il Bambino.

Il Genitore è la parte di noi che custodisce le regole, le convinzioni ereditate, i doveri. È formato da tutto ciò che abbiamo interiorizzato fin da piccoli: le frasi dei genitori, degli insegnanti, dei modelli di riferimento. Ha due volti: può essere accogliente e protettivo, oppure critico ed esigente.

L’Adulto è la parte razionale e responsabile, capace di valutare, riflettere, prendere decisioni nel presente. Non giudica, non si lascia trascinare, ma osserva, comprende e sceglie.

Il Bambino è la dimensione più spontanea, emotiva, desiderante. Anche qui ci sono due aspetti: c’è un Bambino Libero, creativo e fiducioso, e un Bambino Adattato/ribelle, che si sottomette o si ribella, a seconda di quanto si è sentito accolto nella sua storia.

Questi tre stati si alternano anche nel nostro modo di relazionarci: con il partner, con i figli, con Dio. A volte rispondiamo da Genitori, altre da Bambini, a volte (raramente) restiamo nell’Adulto. Gesù, nel Vangelo, è sempre perfettamente Adulto: presente, lucido, empatico, capace di accogliere e correggere senza giudicare.

Marta e il Genitore Critico

Marta è nel suo stato del Genitore, e più precisamente nella versione Critica. Sta facendo, servendo, organizzando. Ma sotto la superficie dell’efficienza si nasconde una tensione. Il suo servizio è carico di aspettative, di regole interiori (“bisogna fare tutto per bene”, “non si sta con gli ospiti a mani in mano”, “non si lascia la sorella da sola a lavorare”). È come se Marta stesse dicendo a sé stessa: “Se non faccio tutto io, non valgo abbastanza”.

Quante volte, anche nelle relazioni affettive, uno dei due partner agisce così. Si prende tutto sulle spalle, convinto che solo facendo può meritarsi amore. Ma alla lunga, questo atteggiamento genera frustrazione e senso di solitudine.

Maria e il Bambino Libero

Maria, invece, si mette ai piedi di Gesù e ascolta. Non si sente in colpa, non si vergogna. Vive la relazione con autenticità, senza filtri. È nel suo Bambino Libero: quella parte che sa stare, ricevere, gioire della presenza dell’altro. È capace di farsi piccolo, non per infantilismo, ma per fiducia.

Questo non significa che Maria sia “migliore” di Marta. Ma che in quel momento ha colto ciò che conta davvero: la relazione. E ha avuto il coraggio di fermarsi. Anche nella vita di coppia, c’è bisogno di questa libertà. Di momenti in cui ci si siede e si ascolta l’altro con il cuore aperto. Senza fretta. Senza la paura di “dover fare” qualcosa per essere amati.

Gesù: integrazione e armonia

Gesù non condanna Marta. La chiama due volte – “Marta, Marta” – come a dire: ti vedo, ti amo, ma fermati un attimo. Il suo invito è un atto d’amore: non disprezza il servizio, ma lo vuole liberare dall’affanno. Lo vuole radicare nell’ascolto. Gesù è colui che armonizza. È Lui che può aiutarci a integrare il nostro Marta e la nostra Maria interiori. A riconciliare il Genitore Critico con il Bambino Libero. E a scegliere, nell’Adulto, ciò che davvero nutre la relazione.

Un passo per te

Nel nostro percorso, In relazione con te, impareremo anche questo: riconoscere e integrare le diverse parti che ci abitano – il bisogno di fare, il desiderio di essere accolti, la voce del dovere e quella dell’intimità. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni sbilanciate o inconsapevoli a relazioni più armoniose, libere, autentiche. Come Gesù con Marta e Maria, anche noi saremo invitati a guardare dentro di noi, ad ascoltare con verità e a scegliere la parte migliore. Se vuoi saperne di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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La mèta: destinazione Paradiso

Dal mese di Aprile fino a i primi di Ottobre molti sono quelli che partono come pellegrini: chi va a Santiago, chi va alla Verna, chi va ad Assisi, chi quest’anno visto l’anno giubilare è andato o andrà a Roma.

Infatti non basta mettersi in cammino per essere vivi, ma serve una direzione, una stella, una promessa. Se nel primo passo (leggi qui quanto già pubblicato) c’è il coraggio, nella mèta c’è il senso. E senza senso, ogni passo – anche quello più nobile – rischia di non ripetersi a causa della stanchezza.

Basta guardare a Colui chè si è fatto pellegrino per noi per mostrarci la via, che è la via, il Signore Gesù Cristo, il quale era venuto da Dio e a Dio ritornava (Gv 13,3) e proprio per questo si china e lava i piedi degli apostoli e si donerà sulla croce per la nostra salvezza.

Quindi guardando a Gesù, essere pellegrini di speranza significa camminare con un cuore rivolto verso il futuro, ma con una certezza ancorata nel presente: Dio Padre ci attende a braccia aperte.

Quindi la nostra mèta come pellegrini di speranza è il Paradiso, è l’abbraccio concreto, quotidiano e definitivo del Padre. Siamo tutti dei figli prodighi con la nostalgia nel cuore della tenerezza e della generosità del Padre.

La mèta cambia tutto

Senza una mèta, anche il cammino più bello si svuota. Senza una mèta, un obiettivo, ogni scelta sembrerà avere lo stesso valore, e quando due cose opposte per te che devi scegliere non fanno la differenza, significa che il risultato che otterrai non farà la differenza. Invece quando la mèta è chiara, ogni passo cambia sapore, ogni fatica assume senso, ogni bivio diventa occasione per scegliere ciò che avvicina alla mèta. Una scelta fatta in funzione della mèta non è più solo utile o comoda, ma è bella, vera, coerente con ciò che si è chiamati a essere.

Se davvero nel profondo credessimo che la mèta è l’abbraccio eterno del Padre, quell’abbraccio che guarisce ogni mancanza, che ricompone ogni frammento, che ci chiama per nome e non ci  fa sentire mai soli, forse faremmo scelte migliori, forse vivremmo vite migliori. Perché non camminiamo per raggiungere traguardi, ma per tornare a casa.

Paradiso: nostalgia di pienezza

Il Paradiso è la risposta al desiderio di infinito che ci abita. Credere nel Paradiso non significa rinunciare alla terra, ma viverla con occhi nuovi. Credere nel Paradiso significa riconoscere che ogni volto, ogni scelta, ogni storia, può essere anticipo di eternità. Simone Weil scriveva: “Non si desidera mai ciò che si ha già. Il desiderio è orientato a qualcosa che ci manca.”
Il Paradiso è ciò che manca a questo mondo. Eppure, è già presente in ogni gesto d’amore gratuito, in ogni passo fedele, in ogni sguardo che non giudica ma accoglie.

La mèta: uno strumento che non si tiene in mano

Tra gli strumenti del pellegrino, il primo è la direzione. Non la metti nello zaino. La custodisci nel cuore. È la voce che dice: “non fermarti qui”, anche quando sei stanco. È la luce che riaccende la strada quando tutto sembra confuso. Il desiderio di raggiungerla poiché è reale, ed è bella e vale la pena camminare. Gesù lo ha detto: “Vado a prepararvi un posto” (Gv 14,2). Quel posto è l’abbraccio del Padre che è per tutti. Nessuno è escluso.

La mèta libera l’amore

Chi vive senza una mèta rischia di chiedere troppo al presente, di pretendere dall’altro la salvezza, la pienezza, la perfezione. Ma nessuno può colmare, di guarire il cuore al posto di Dio.Camminando avendo un obiettivo, una mèta ci permette di amare senza possedere, di restare fedeli anche nella fragilità, di vivere ogni incontro non come un fine, ma come un segno.

E tu, dove stai andando?

La tua vita ha una direzione o stai girando in tondo? Hai una mèta che illumina le tue scelte? Non è troppo tardi per alzare lo sguardo e ricominciare. Ogni pellegrino/a ha diritto a un orizzonte. Ogni speranza ha bisogno di una destinazione.

Il Paradiso… ci aspetta. Buon cammino, pellegrino/a. Ci rivediamo alla prossima tappa. Per domande e maggiori informazioni e chiarimenti puoi scrivermi su:

fralucabruno@gmail.com

Fra Luca Bruno

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Anche noi separati fedeli possiamo testimoniare l’Amore

Nella terza e quarta settimana di luglio, anche quest’anno si è svolta la vacanza formativa di Mistero Grande a Soraga, in Val di Fassa, dedicata alle coppie nei primi dieci anni di matrimonio. Ogni coppia partecipa a una sola delle due settimane, vivendo un’esperienza intensa di ascolto, silenzio, confronto, preghiera, ma fatta anche natura, riposo e amicizia. Una formula ormai consolidata, che ogni anno si rinnova grazie alla presenza di sposi giovani e famiglie aperte a lasciarsi rigenerare nel cuore del loro cammino matrimoniale.

Per il quinto anno consecutivo, ho avuto la gioia di partecipare a questa esperienza insieme ad altri quattro papà (Daniele, Ermes, Max e Sergio) che ho conosciuto all’interno della Fraternità Sposi per Sempre, insieme ai nostri figli (Carolina, Diletta, Elisa – Big e Junior – Emanuele e Matilde), e, con il preziosissimo aiuto dei “nonni” Natalino e Maddalena, ci siamo occupati dell’animazione di ben 47 bambini, dell’età compresa tra 1 e 14 anni, durante la seconda settimana di vacanza.

Ogni mattina, dalle 8:45 alle 12:30, i bambini stavano con noi, mentre i genitori partecipavano alla formazione tenuta da don Renzo Bonetti, da Annalisa, da vari sacerdoti e dall’equipe di Mistero Grande. Un tempo ricco e denso per le coppie, e altrettanto pieno e gioioso per i figli, impegnati in giochi vari, anche se quest’anno la pioggia ci ha costretto qualche volta a sfruttare il videoproiettore per guardare un film all’interno.

Era una sfida ogni giorno, ma anche un dono immenso: vedere i sorrisi dei bambini, giocare con loro, costruire relazioni che vanno oltre quella settimana. Per noi cinque papà, la mattina cominciava con la messa delle ore 7:00, insieme al sacerdote, era come iniziare la giornata sedendoci prima alla tavola del Signore, per poi sederci a quella della colazione. Subito dopo la messa, infatti, arrivavano i nostri figli: facevamo colazione tutti insieme, tra cornetti, uova strapazzate, risate e sguardi assonnati, ma felici. Le coppie avevano la messa subito prima di riprendere i figli.

Dal secondo giorno, però, è accaduto qualcosa che mi ha toccato profondamente: un bambino di dieci anni, che partecipava alla vacanza con la sua famiglia, ha deciso di svegliarsi presto per venire anche lui alla nostra messa. L’ha fatto spontaneamente, senza che nessuno glielo avesse chiesto, il giorno dopo era di nuovo lì, puntuale ed è stato anche invitato a servire la messa come chierichetto. Parlando con i genitori, abbiamo saputo che è stato un suo desiderio.

Mi ha colpito, perché mi ha ricordato quanto conta la testimonianza: i bambini osservano, non ascoltano solo le parole, ma vedono i gesti. Quel bambino ha capito l’importanza di quel momento, perché la sua mamma gli ha parlato più volte di Gesù e perché ha visto suo padre inginocchiarsi in chiesa e pregare.

Non come succede a volte durante il catechismo, in cui i genitori accompagnano i figli alla messa e li vengono a riprendere alla fine: che messaggio dai ai figli? Che bisogna andare alla messa, ma alla fine non è una cosa importante e ci sono molte altre cose che hanno la priorità. Dopo però ci lamentiamo se la cresima è diventata il sacramento del “Ciao ciao”: è normale, se passa il messaggio che va fatta perché la fanno tutti i compagni di classe e perché altrimenti non puoi sposarti. ù

Questo bambino, che poi passava la mattina a giocare al pallone e a impegnarsi in altri giochi, mi ha fatto venire in mente Carlo Acutis: anche lui in giovane età, grazie alle testimonianze che ha ricevuto in famiglia e a scuola, è stato attirato dalla Santa Eucarestia, frequentando quotidianamente la messa. Ringrazio questo bambino che, nonostante la sua giovane età, è stato una testimonianza per me.

Con gli altri papà ci siamo confidati, che se avessimo potuto vivere una vacanza del genere nei primi anni del nostro matrimonio, forse le nostre storie sarebbero andate in modo diverso. Magari avremmo evitato certi errori, certi silenzi, certe ferite. Nessuno lo può dire con certezza, ma quello che sappiamo è che non eravamo preparati.

Abbiamo pronunciato un “sì” solenne davanti all’altare, ma poi non abbiamo investito nulla per custodirlo, quel sì. La formazione era assente, o peggio, pensavamo che non fosse necessaria. “Ci amiamo, ci basta”, ma l’amore, se non è nutrito, si spegne, come una fiamma senza ossigeno. A Soraga, invece, abbiamo visto coppie che si rimettevano in gioco: alcune ci hanno confidato che, da anni, non riuscivano a ritagliarsi del tempo da soli, altre che non avevano mai parlato così tanto, così in profondità, come in quella settimana.

Quando due persone si sposano e vanno a vivere insieme, è normale incontrare fatiche. A volte è solo la stanchezza, altre volte il peso di un passato non risolto, il ritmo dei figli piccoli, la fatica del lavoro, ma se una coppia non ha chi l’accompagna, chi la forma, chi la sostiene, si rischia di andare alla deriva e di rimanere insieme solo per forma, per abitudine, per paura del giudizio. Il Sacramento del Matrimonio è un mistero troppo grande per poterlo esaurire in qualche anno, va scoperto, approfondito, custodito ogni giorno, altrimenti è come piantare un seme e non innaffiarlo più.

A fine vacanza, una coppia mi ha lasciato un foglio con un commuovente messaggio che mi sono affrettato a condividere con gli altri, in particolare con i figli: “….I vostri sguardi luminosi e il vostro straordinario esempio sono un dono inestimabile per i nostri figli. Avete parlato ai loro cuori in modo profondo con un esempio di cuore che sa di “cielo…”. Ecco, questo messaggio per me vale tutto l’impegno e la fatica di quella settimana, perché questo è ciò che conta: un piccolo seme piantato nel cuore delle persone, un seme di amore, di luce, di Dio.

Non sappiamo quando germoglierà, ma sappiamo che il Signore è fedele e che ogni seme piantato con amore, un giorno darà frutto. Anche quest’anno abbiamo ricevuto molto più di quello che abbiamo dato, quindi grazie di cuore a queste belle famiglie, che Dio guidi sempre il vostro cammino, ci rivediamo il prossimo anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Incantevole come la luna

Con oggi iniziamo il quinto poema del Cantico dei Cantici. E’ iniziamo con una descrizione dove vengono evocate immagini cosmiche e potenti – l’aurora, la luna, il sole – e infine un’immagine militare di grande impatto – un esercito schierato con vessilli alzati.

Chi è costei che sorge come l’aurora, incantevole come la luna, splendente come il sole, maestosa come schiere con i vessilli alzati? (Ct 6,10)

Il quinto poema del Cantico dei Cantici si apre con una contemplazione dell’amore che toglie il fiato. L’amato guarda la sua sposa con occhi pieni di stupore, e il suo cuore si nutre della sua bellezza, che sembra riassumere in sé tutta la creazione. L’immagine dell’aurora, della luna, del sole e di un esercito schierato ci presenta una donna luminosa, affascinante, misteriosa e forte. Ma cosa ci dice questa poesia sull’amore umano e sul mistero del matrimonio cristiano?

Sorge come l’aurora. L’aurora è segno di speranza e rinascita. L’amore, quando è autentico, ha questa capacità: fa nuove tutte le cose. Rinnova lo sguardo, apre orizzonti. Nell’Analisi Transazionale si direbbe che l’amore autentico aiuta a uscire da copioni rigidi: la presenza dell’altro ci spinge a cambiare, a guarire, a rinascere. Ogni sposa che ama diventa per lo sposo un inizio nuovo, una luce che rischiara. Ma questo è anche ciò che lo Spirito Santo opera: è Lui che rende nuove tutte le cose. Così, l’amore coniugale vissuto nella grazia diventa riflesso del Dio che crea e ricrea.

Incantevole come la luna. La luna è dolcezza, ma anche luce riflessa. Così è l’amore della donna: accarezza, illumina, consola. Ma soprattutto riflette. Come la luna riflette la luce del sole, così la donna può riflettere la luce di Dio. Nella sua tenerezza, nello sguardo, nei gesti, l’uomo può scorgere il volto di Dio. E in questo senso, nella teologia cristiana, ogni sposa diventa per lo sposo mediazione concreta dell’amore divino. Come Maria – figura della Chiesa e della sposa – riflette la luce di Cristo, così ogni donna amata e amante diventa specchio della tenerezza divina. Questo amore, fatto di carezze e ascolto, risponde a una fame profonda del cuore umano: quella fame di riconoscimento che l’Analisi Transazionale chiama bisogno di carezze. L’amore coniugale sano sa nutrire questo bisogno reciproco.

Splendente come il sole. Il sole è fuoco, passione, forza creatrice. Qui viene cantata la dimensione erotica dell’amore. Non come semplice istinto, ma come forza che attira e incendia. L’eros è parte del disegno di Dio: se purificato dall’agape, diventa via alla comunione più profonda. Benedetto XVI diceva che eros e agape non si escludono, ma si integrano. Così l’amore umano, nella sua corporeità, diventa immagine dell’Amore che è Dio. Il desiderio fisico, quando è accolto dentro una relazione di dono e fedeltà, non è peccato, ma fuoco che scalda e illumina. La donna, per l’amato, brucia come un sole, ed egli ne resta attratto come da una forza vitale.

Maestosa come schiere con i vessilli alzati. Qui emerge la dignità della donna. Non è solo dolce o bella: è forte. È un mistero che impone rispetto. È come un esercito schierato: non per combattere l’uomo, ma per rivelargli che lei non si lascia possedere. Giovanni Paolo II spiega che dopo il peccato originale l’uomo tende a dominare la donna. Ma nel Cantico accade il contrario: lo sposo onora la forza della sua amata. In lei riconosce una regalità. In termini psicologici, potremmo dire che il loro rapporto è fondato su una posizione di reciproco rispetto: «io sono OK, tu sei OK». Nessuno ha bisogno di mendicare amore. Anzi, chi si sa amato da Dio può amare con forza e libertà.

Eppure, questa forza non esclude la fragilità. Come ci ricorda John Gray, la donna è come un’onda»: anche quando si sente amata, la sua autostima segue un movimento oscillante. Quando è in basso, può emergere in lei una tempesta di emozioni represse. È allora che lo sposo deve amare di più. Non correggere, non fuggire, ma restare. Accogliere. Perché è in quei momenti che la donna ha più bisogno di sentirsi ascoltata e abbracciata. L’amore maturo sa accompagnare anche le discese dell’onda, senza spaventarsi. Proprio come Cristo con la sua Chiesa: la ama anche quando è ferita, la purifica con la pazienza.

Il Cantico dei Cantici ci consegna così un ritratto sublime della sposa, e attraverso di lei, dell’amore. La sposa è aurora, luna, sole, esercito. E lo sposo, guardandola, si scopre trasformato. L’amore lo cambia, lo risveglia, lo purifica. In questa dinamica d’amore reciproco si riflette il mistero della Trinità: un Dio che non è solitudine, ma relazione; un Dio che si dona, si accoglie, si ama.

Ogni sposo che contempla la propria sposa con occhi nuovi, ogni sposa che ama nella verità, diventa immagine vivente di questo amore eterno. E il matrimonio, così, diventa via alla santità, cammino in cui l’altro diventa specchio di Dio e scuola di amore vero.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio come segno visibile dell’amore di Cristo

Oggi desidero iniziare una nuova serie di articoli, nati – come sempre – dalla mia esperienza personale. La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II è un’opera straordinaria, ricchissima di bellezza e verità, ma ammettiamolo: non è facile da leggere. Per anni l’ho trovata affascinante ma ostica. Ho provato più volte a leggerla integralmente, ma ogni volta mi sembrava di arrancare tra concetti troppo densi, e finivo per arrendermi.

Così, con semplicità e senza pretese accademiche, ho deciso di riproporre alcuni passaggi fondamentali in modo più accessibile, rinunciando magari a una parte della profondità filosofica e teologica, ma cercando di rendere più chiari i concetti chiave per chi, come me, desidera lasciarsi toccare da queste parole senza scoraggiarsi.

In particolare, ci concentreremo su una serie di catechesi pronunciate da Giovanni Paolo II tra il 28 luglio 1982 e il 4 luglio 1984, in cui il Papa riflette sul sacramento del matrimonio: un tesoro prezioso per ogni coppia che desidera amare sul serio, alla luce del Vangelo.

Iniziamo con la catechesi del 28 luglio 1982 riguardante Il matrimonio come sacramento secondo la lettera di Paolo agli Efesini. Qui potete leggerla integralmente

C’è un passo della Lettera di San Paolo agli Efesini (5,22-33) che da secoli accompagna la riflessione cristiana sul matrimonio. È un testo forte, denso, ricco di immagini e significati: parla di sottomissione, di amore, di unione profonda tra uomo e donna, ma soprattutto lo fa mettendo in parallelo la relazione tra marito e moglie con quella tra Cristo e la Chiesa. Parole che, se lette solo in superficie, possono apparire dure o anacronistiche. Ma se ci si entra dentro con lo spirito giusto, si scopre un tesoro prezioso per ogni coppia cristiana.

San Paolo scrive che il marito è “capo” della moglie, ma subito precisa che il modello di questo “capo” è Cristo stesso, che ha dato la vita per amore. Non si tratta quindi di potere, ma di servizio. L’autorità vera nasce dall’amore che si sacrifica, non da chi alza la voce o impone la sua volontà. Il marito è chiamato ad amare la moglie come il proprio corpo: “chi ama la propria moglie, ama se stesso”.

Ma cosa significa tutto questo nella vita concreta di una coppia? E perché questo brano viene proclamato proprio durante la liturgia del matrimonio? Perché ci fa vedere il matrimonio come un sacramento, cioè un segno visibile dell’amore invisibile di Dio. Il corpo, che è la parte più visibile dell’uomo e della donna, diventa il linguaggio con cui Dio parla. Attraverso l’unione fisica e spirituale degli sposi, Dio continua a dire al mondo: “Io vi amo. Io sono fedele. Io vi dono la vita”.

Come abbiamo già visto in altre riflessioni, tutto parte dal “principio” — da quel “maschio e femmina li creò” della Genesi — e tutto tende verso la pienezza, verso l’eternità. Anche il matrimonio fa parte di questo cammino. È una chiamata non solo ad amarsi, ma a diventare segno di Cristo stesso: gli sposi sono chiamati a rendere visibile l’amore con cui Dio ama il suo popolo, con tenerezza, fedeltà e dono totale.

Papa Giovanni Paolo II, in questa udienza, ci invita a rileggere il brano degli Efesini non da soli, ma alla luce di tutto ciò che Gesù ha detto sul corpo, sull’amore e sulla redenzione. La teologia del corpo ci insegna che il corpo umano ha un linguaggio, una verità da comunicare, una vocazione a diventare dono. Ed è proprio in questa logica del dono che il matrimonio trova la sua verità più profonda: non è possesso, non è contratto, ma alleanza. È comunione, come quella tra Cristo e la Chiesa.

Quando due sposi si amano davvero, non si limitano a convivere: diventano “una carne sola”, una cosa sola in Cristo. E in questo mistero — Paolo lo dice chiaramente — c’è qualcosa di molto più grande: un “mistero grande”, che rimanda all’unione tra Dio e l’umanità.

Questo testo è diventato un classico della liturgia del matrimonio perché dice tutto quello che serve sapere: che l’amore vero è sempre un amore che salva, che purifica, che fa crescere. Un amore che sa passare attraverso le fatiche e le ferite, ma che si nutre di un desiderio profondo di bene per l’altro.

Nel sacramento, Dio non solo benedice l’amore degli sposi, ma si dona attraverso di esso. L’amore tra marito e moglie, vissuto nella fede, diventa luogo di salvezza, strada concreta di santità, via privilegiata per imparare ad amare come ama Dio: senza condizioni, senza calcoli, fino alla fine.

lo specchio del bagno

Immagina una scena molto quotidiana: la mattina, in bagno, uno dei due coniugi si guarda allo specchio. Si lava il viso, si pettina, si prende cura di sé. E mentre lo fa, non si disprezza, non si tratta con durezza: anzi, si dedica tempo, attenzione, cura. Perché? Perché nessuno odia se stesso, ma ciascuno, anche con i suoi limiti, si ama e desidera stare bene.

San Paolo dice qualcosa di molto simile parlando del matrimonio: “Chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura”.

Qui c’è il mistero sacramentale: amare la propria moglie (o il proprio marito) è come amarsi, perché nell’unione sacramentale i due sono una carne sola. Come Cristo ama la Chiesa — cioè noi — così il marito è chiamato ad amare la moglie, e la moglie a rispettarlo come si rispetta la presenza del Signore.

Allora possiamo dire che il sacramento del matrimonio è come uno specchio spirituale: ogni volta che ti prendi cura di tua moglie o di tuo marito, stai prendendoti cura di Cristo, e anche di te stesso, perché siete una cosa sola. Quando invece lo ignori, lo umili, lo trascuri… è come se rompessi quello specchio: non solo non vedi più l’altro, non vedi più nemmeno te.

Il sacramento è uno specchio che ti fa vedere come ama Dio. Ma è anche uno specchio che ti chiama a specchiarti ogni giorno e chiederti: “Sto amando come Cristo ama la Chiesa? Mi sto donando? Sto curando, nutrendo, rispettando l’altro come parte di me?

Antonio e Luisa

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Sarà davvero un Sigillo sul vostro Cuore

Abbiamo deciso di scrivervi con il cuore in mano. Perché quello che vi proponiamo non è semplicemente un “corso” per coppie. È un’esperienza. È un dono. È un sigillo sul cuore. Luisa ed io ci crediamo profondamente, perché questa proposta ha cambiato il nostro matrimonio. E oggi, dopo più di 10 edizioni, siamo ancora più certi che sia uno strumento prezioso per tante coppie, sposi e fidanzati, che desiderano vivere l’amore in modo pieno, felice, vero.

Viviamo immersi in mille impegni, affanni, corse. E a volte, senza accorgercene, perdiamo la meraviglia. Dimentichiamo che essere uomo e donna è una grazia, e che il nostro amore è un riflesso della bellezza di Dio. Ma come diceva San Giovanni Paolo II: “L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore.” (Redemptor Hominis, 10)

Ecco perché questo weekend è pensato per aiutarvi a riscoprire l’amore, a partire dal corpo, dal linguaggio degli sguardi, dei gesti, dell’intimità. Senza paura, senza tabù, con delicatezza, profondità e verità. Parleremo di amore e di tenerezza, di perdono e di desiderio, di liturgia e di piacere, di amplesso, di servizio e di libertà.

Lo guideremo noi, insieme ad altre quattro famiglie e a un sacerdote meraviglioso, padre Luca Frontali, esperto in teologia del matrimonio, laureato all’Istituto Giovanni Paolo II e formatore di Mistero Grande. Con noi anche una ginecologa cattolica, per accompagnare le domande più intime con competenza e rispetto.

Ma cosa rende questo corso unico? Affrontiamo ciò che troppo spesso la Chiesa trascura: il corpo, la sessualità, l’unità sponsale vissuta nella carne. Perché come ricorda papa Francesco: “Il matrimonio è un’icona dell’amore di Dio per noi. Anche la sessualità, il corpo, l’erotismo sono un dono di Dio, non un tabù.” (Amoris Laetitia, 74)

La sessualità non è solo un aspetto della vita di coppia: è il suo cuore pulsante, il luogo dove si rinnova il sacramento, dove ci si dona tutto, corpo e anima. E quando è vissuta alla luce della fede, diventa una vera liturgia dell’amore. Sì, perché l’amplesso, vissuto in grazia e verità, è un gesto sacramentale che unisce, guarisce, genera e rinnova. Vogliamo lasciarvi con alcune testimonianze che ci hanno profondamente toccati.

Terry, con le lacrime agli occhi, ci ha detto:

Attraverso il corso ho riscoperto la bellezza del sacramento e del mio sposo. È come se mi fossi risposata di nuovo.

Un’altra sposa, dopo un momento personale con Luisa, ha condiviso:

Abbiamo fatto l’amore la notte stessa mettendo in pratica i tuoi consigli. È stato meraviglioso. Ora sappiamo da dove partire.

Ecco cosa ci ha scritto Chiara, mamma di due bambini, dopo il corso:

Mi sentivo distante da mio marito, come se fossimo diventati coinquilini. Durante il weekend ho capito che la nostra intimità non era sbagliata, era solo smarrita. Parlarne insieme, alla luce della Parola e con voi accanto, ci ha ridato coraggio. Dopo anni, l’ho sentito di nuovo mio.

Giovanni e Marta, sposati da vent’anni, ci hanno confidato:

Pensavamo di venire per fare un’esperienza spirituale, ma ci siamo ritrovati nel corpo e nell’anima. Le vostre parole sull’amplesso come sacramento ci hanno toccato così tanto che ci siamo chiesti: ‘Ma perché nessuno ce l’ha mai detto così?’”

E infine, le parole semplici e vere di Davide:

Sono venuto un po’ per accontentare mia moglie. Ma poi, ascoltando gli insegnamenti e soprattutto guardandola mentre pregava con me, ho sentito una tenerezza nuova. Abbiamo fatto pace. Col cuore e col corpo.

Noi siamo certi che Dio abita nella verità del nostro amore umano, anche nelle sue fragilità. E come diceva don Luigi Maria Epicoco: “Dio non ha scelto di amarci in modo disincarnato, ma attraverso un corpo, attraverso una presenza viva e concreta.

Quindi: perché aspettare? I posti sono limitati. E la bellezza non va rimandata, va abbracciata. Perché la bellezza è il volto visibile dell’amore e il nostro cuore non desidera altro che essere amato così, fino in fondo.

Il corso è aperto a coppie di sposi, conviventi e fidanzati e si terrà dal 19 al 21 settembre presso la Casa di Spiritualità Sant’Obizio ad Angolo Terme (BS). Se avete bambini potete portarli. Per informazioni o iscrizioni scriveteci, saremo felici di rispondervi: Antonio 3388575865

Clicca qui per andare alla pagina con tutte le informazioni. Ci vediamo lì. Con gioia. Con amore. Con la promessa che sarà davvero un sigillo sul vostro cuore.

Antonio e Luisa

Quando il sogno cade, l’amore può finalmente nascere

Si conclude il quarto poema, e in esso troviamo uno degli insegnamenti più preziosi per la nostra vita di coppia. L’uomo e la donna del Cantico, in fondo, siamo proprio noi. Sono trascorsi millenni, viviamo in epoche e contesti culturali molto diversi dai loro, eppure portiamo nel cuore gli stessi desideri, e attraversiamo le stesse dinamiche d’amore, di attesa, di incontro e di distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è un momento nella vita di ogni coppia in cui il sogno si rompe. Non è un fallimento. È un passaggio. Ed è sacro.

All’inizio dell’amore tutto è meraviglia. Ci si guarda e si pensa: “Siamo perfetti insieme. Finalmente ho trovato chi mi capisce, chi mi completa.” È la stagione della simbiosi. Un tempo dolce, appassionato, che serve per stringere il legame, per sentirsi finalmente a casa. Ma non può durare per sempre.

A un certo punto, qualcosa cambia. Uno dei due inizia a sentire che l’altro non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Che non reagisce come ci si aspetterebbe. Che non sempre capisce, non sempre sostiene, non sempre è lì dove lo si desidererebbe. Nasce la distanza, il senso di estraneità. È il tempo della differenziazione. E può fare male.

Io l’ho vissuto questo passaggio con Luisa, anche se ci abbiamo messo tempo a riconoscerlo. All’inizio, pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi. Pensavo che, semplicemente, bastava volerci bene. Poi sono arrivate le fatiche, le differenze, le incomprensioni. E mi sono accorto che l’immagine che avevo di lei era mia, non sua. E che il sogno che avevo costruito era fatto della mia storia, delle mie ferite, delle mie aspettative.

Solo quando il sogno cade, può nascere la verità.

Come dicono i coniugi Gillini, arriva per tutti quel momento in cui bisogna lasciar cadere l’immagine idealizzata dell’altro. Quel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto non è lì per colmare il nostro vuoto, ma per accompagnarci nel cammino della vita.

Ed è un momento difficile. Perché quando il sogno cade, si fa silenzio. Si avverte un vuoto. A volte si ha la tentazione di fuggire, di pensare: “Forse ho sbagliato persona.” Ma è proprio lì che comincia l’amore vero. Quello che non chiede di essere corrisposto in tutto, ma di essere donato. Quello che non cerca l’ideale, ma abbraccia la realtà.

È la fase della sperimentazione. Si impara a stare accanto all’altro senza perderci dentro, senza annullarci per piacere, senza forzare l’altro a essere ciò che non è. Si impara a dire: “Io sono io, tu sei tu. Eppure scelgo di restare.” Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore non è l’ebbrezza del cuore, ma la decisione della volontà. È stare anche quando il cuore trema, è scegliere anche quando l’altro non corrisponde.”

E proprio in questo tempo – fragile, vero, autentico – si può rinascere. È il momento in cui si inizia davvero a chiamare l’altro per nome, nel senso più profondo e biblico del termine. Non solo “Antonio” o “Luisa”, ma “tu, con la tua storia, con le tue ferite, con la tua bellezza concreta.”

È il tempo del riavvicinamento. Si torna a cercarsi, ma con occhi nuovi. Non per possedere, non per completare un’idea, ma per condividere il cammino. Si smette di pretendere e si comincia a custodire.

E lì, davvero, l’amore matura. Diventa interdipendenza. Non fusione, non dipendenza, non isolamento. Ma una danza in cui ciascuno può essere sé stesso, pur restando in relazione. Come scrive Papa Francesco in Amoris Laetitia: “Ogni persona, con la propria identità, diventa un dono per l’altra.”

Questo cammino non è sempre lineare. A volte si ricade, a volte si torna indietro. Ma ogni passo fatto insieme, anche quelli più faticosi, costruisce una relazione più forte. E ci si accorge che l’altro, con tutti i suoi limiti, è un dono prezioso. Non perché è perfetto, ma perché è reale.

L’amore non è una favola, ma è più bello della favola

Viviamo in un tempo che ci ha insegnato a rincorrere l’immagine perfetta: la casa in ordine, i figli sempre sorridenti, il partner che sa sempre cosa dire e quando dirlo. Ma la realtà è un’altra. La nostra famiglia è fatta di imperfezioni, di imprevisti, di giorni no. Ma è vera. E proprio per questo, è più bella della pubblicità.

Scrive il terapeuta cattolico Michele Ferraro: “La coppia non è fatta per essere perfetta, ma per diventare sempre più vera.” E io ringrazio Dio perché con Luisa abbiamo attraversato quel passaggio. Perché abbiamo visto il sogno cadere, ma non ci siamo lasciati. Perché abbiamo imparato ad amarci non per come eravamo nella testa, ma per come siamo, nella realtà.

Se stai attraversando questo tempo di crisi, se senti che l’altro non è più quello che avevi sognato, non spaventarti. Forse è proprio questo il momento più importante. È la soglia dove finisce l’illusione… e comincia l’amore vero. Non è facile. Ma è possibile. E quando si attraversa insieme questa piccola morte, si rinasce. Non si ama più per bisogno, ma per scelta. Non per quello che l’altro ci dà, ma per quello che è.

E a quel punto, ci si guarda davvero negli occhi. E si può dire, finalmente: “Io ti vedo. E ti amo.”

Antonio e Luisa

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Gesù, guida consapevole: moltiplicare l’amore con ordine e compassione

Dopo il secondo passo compiuto sabato scorso, dove abbiamo trattato le emozioni e i sentimenti, oggi entriamo nel terzo modulo del percorso In relazione con te. Al centro c’è Gesù che ci insegna cosa significa essere leader, come guidare gruppi con amore e verità. Nel racconto evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44 e paralleli), troviamo un’immagine potente di Gesù come leader autentico, capace di rispondere ai bisogni reali delle persone, senza perdere mai il centro. Non si limita a compiere un miracolo: organizza, coinvolge, ascolta, nutre.

Dopo un’intensa attività apostolica, i discepoli tornano da Gesù stanchi e carichi. Egli li accoglie con compassione e propone: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”. È il primo gesto da vero leader: riconoscere il bisogno di cura di chi lavora con te. Ma la folla li segue. E Gesù non si infastidisce: “Vedendoli, ebbe compassione, perché erano come pecore senza pastore”. Così decide di fermarsi, accoglierli, e insegnare.

Poi, nel tardo pomeriggio, emerge un bisogno pratico: hanno fame. I discepoli reagiscono con logica difensiva: “Congedali, vadano nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù no: “Date voi stessi da mangiare a loro”. Non è solo una richiesta, è una chiamata a responsabilità. È un modo per far crescere i suoi discepoli, coinvolgendoli nella soluzione.

A questo punto, Gesù organizza. “Fateli sedere a gruppi di cinquanta e di cento”. Non c’è fretta né confusione. Ogni cosa ha un ordine. I pani e i pesci non vengono moltiplicati a caso, ma passano di mano in mano, con fiducia e cooperazione. Il miracolo avviene dentro una struttura condivisa. Nessuno è lasciato solo. Tutti ricevono.

La lezione per noi: guidare con equilibrio e consapevolezza

Questo episodio ci offre una mistagogia concreta su come vivere relazioni e responsabilità in modo maturo e fecondo. Chi guida un gruppo — una famiglia, un’équipe, una comunità — spesso si trova a fronteggiare bisogni divergenti, emozioni intense, dinamiche complesse. Gesù ci mostra come farlo con equilibrio, discernimento e compassione.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, possiamo leggere questo episodio in chiave formativa:

  1. Stato dell’Adulto attivo – Gesù non agisce per reazione, ma valuta, osserva, sente e decide in modo lucido. Riconosce i bisogni (riposo, cibo, ascolto) e li gestisce in modo realistico. L’Adulto è la parte di noi capace di fare scelte fondate sui dati di realtà, e non sull’ansia o sulle aspettative.
  2. Genitore nutriente e normativo integrato – Gesù sa accogliere (compassione) ma anche dare limiti (organizza i gruppi, chiede ai discepoli di agire). Non si lascia manipolare né fagocitare: è presente, ma non travolto.
  3. Coinvolgimento e corresponsabilità – “Date voi stessi da mangiare a loro” è un invito a passare da spettatori a protagonisti. I discepoli devono imparare a non delegare tutto, ma a mettersi in gioco con ciò che hanno: “Cinque pani e due pesci”. Poco, ma dato con fiducia, diventa moltissimo.
  4. Ordine e struttura – Organizzare per gruppi significa non perdere nessuno, dare forma all’insieme, permettere che tutti possano essere visti e raggiunti. È la base di una leadership che costruisce appartenenza e visione comune, e non solo obbedienza o efficienza.

In relazione con te: diventare pane spezzato

Nel nostro percorso, “In relazione con te”, impareremo anche questo: gestire gruppi e relazioni con uno stile che integri compassione, fermezza e intelligenza relazionale. Lo faremo usando strumenti dell’Analisi Transazionale e della spiritualità cristiana, per passare da relazioni impulsive o sbilanciate a relazioni autentiche, generative, ordinate. Come Gesù, saremo invitati a diventare pane spezzato per gli altri, ma senza svuotarci. Al contrario: condividere moltiplica. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Amare o Possedere? Due modi opposti di stare in relazione

C’è un amore che non è amore, anche se usa le sue parole. È un amore che stringe, che controlla, che dice “ti amo” ma in realtà intende “sei mio”. È l’amore che nasce non dalla pienezza, ma dal vuoto; che non vuole l’altro così com’è, ma lo desidera come vorrebbe che fosse. È l’amore che nasce dal Bambino Interiore ferito che, non avendo ricevuto abbastanza amore gratuito, prova a procurarselo forzando l’altro a darglielo, a corrisponderlo, a non andarsene. Non è amore: è dipendenza emotiva, fame affettiva, bisogno travestito da passione.

Questo tipo di legame nasce quando vogliamo plasmare l’altro a nostra immagine, come se fosse un prolungamento del nostro sé. Lo vogliamo simile, disponibile, prevedibile, modellabile. Non sopportiamo le sue differenze, le sue libertà, le sue sorprese. In Analisi Transazionale diremmo che la relazione è inquinata da copioni disfunzionali: il Genitore Critico prende il controllo e giudica, oppure il Bambino Adattato pretende e si sottomette per paura di essere abbandonato. È un amore che non libera, ma incatena. L’altro non è un dono, ma un mezzo per riempire il mio vuoto.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “Ci sono amori che non amano, ma consumano. Ti stanno addosso come catene, e tu li chiami passione. Ma non è fuoco che scalda, è fuoco che brucia.” Queste parole risuonano vere in tante relazioni oggi: ci si ama senza essersi mai veramente incontrati, perché l’altro è stato ridotto a uno specchio deformante dei nostri bisogni. Si chiede all’altro di colmare ciò che solo Dio può riempire. Si chiama amore, ma è idolatria.

L’amore vero, invece, ha tutt’altra origine e tutt’altro movimento. Nasce non dal vuoto, ma dalla pienezza. Non cerca di modellare l’altro, ma di lasciarsi modellare da Dio. È un amore libero, che non pretende, che non trattiene. È l’amore di chi ha fatto esperienza di essere amato così com’è, e allora può amare l’altro senza volerlo cambiare. È un amore adulto, generato dal nostro Adulto interiore: quello che è presente, consapevole, responsabile. Un io che ha imparato a riconoscere i propri bisogni senza farli pagare all’altro.

In questa logica, l’amore è dono, non possesso. “Amare è lasciar essere l’altro, custodendo la sua libertà anche quando ci costa”, scrive ancora Epicoco. Ed è proprio così: l’amore che nasce da Dio è un amore che sa aspettare, che sa fare un passo indietro, che sa morire a sé stessi per far vivere l’altro. È un amore che si inginocchia, non per sottomettersi, ma per servire.

Il vero amore è sempre un’uscita da sé. È il contrario del bisogno. È entrare nella relazione portando un cuore già abitato da Qualcuno. Quando ci lasciamo amare da Dio, la nostra sete non diventa più una trappola per l’altro, ma una sorgente che disseta anche lui. In Analisi Transazionale, potremmo dire che si attiva un dialogo Adulto-Adulto: due persone libere, capaci di dirsi la verità, di sostenersi, di lasciarsi libere, anche nel dolore.

Ecco la grande differenza: o amo per bisogno, e allora divento tiranno, oppure amo per sovrabbondanza, e allora divento dono. O cerco nell’altro la mia salvezza, e finisco per perderlo, oppure la ricevo da Dio e posso finalmente amare l’altro nella sua verità.

L’amore vero non ha paura della libertà, perché sa che non può essere estorto, solo accolto. È l’amore che non dice: “Sii come voglio io”, ma “Sii te stesso, e io imparerò ad amarti ogni giorno”. È l’amore che sa benedire anche la distanza, anche il silenzio, anche le stagioni difficili. Perché non ha bisogno di vincere, ma solo di restare fedele.

Alla fine, ogni relazione è una scelta: voglio che l’altro mi appartenga, o voglio appartenere insieme a lui a Qualcuno che ci plasma entrambi? Solo il secondo amore è capace di durare. Perché è già eterno. E questo non è solo un ideale da predicare: è una verità che ho sperimentato nella mia carne, nel mio matrimonio con Luisa.

All’inizio, lo confesso, ero un tiranno. Avevo bisogno di lei, disperatamente. Non la vedevo per quella che era, ma per ciò che volevo che fosse: una presenza costante, prevedibile, capace di calmare i miei vuoti, di rassicurare le mie fragilità, di placare le mie paure. E quando non lo faceva, quando non corrispondeva al copione che avevo scritto nella mia testa, arrivavano i silenzi, le ripicche, i giudizi. Ero un bambino che chiedeva amore ma lo faceva come un re offeso, ferendo e chiudendosi.

Poi qualcosa è cambiato. Anzi, Qualcuno ha iniziato a cambiarmi. Ho iniziato a lasciarmi amare da Dio. A lasciarmi guardare da Lui nel mio disordine, senza sentirmi sbagliato. A poco a poco, il mio cuore si è allargato, e il bisogno è diventato dono. Ho cominciato a vedere Luisa, finalmente, non più come una protesi del mio ego, ma come un mistero da accogliere. E ogni giorno sto imparando, a volte con fatica, a non pretendere, a non usare il silenzio come punizione, a restare anche quando l’altro non mi riempie come vorrei.

Oggi, posso dire che sto imparando ad amare davvero. E ogni passo in più che faccio in questo cammino, mi conferma che il vero amore non è conquistare l’altro, ma convertirsi ogni giorno per essere degni della sua libertà.

Antonio e Luisa

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Benedetta Crisi!

Siamo Diego e Nadia e siamo sposati da 31 anni, abbiamo 2 figli di 29 e 25 anni. Per esperienza possiamo dire che la vita insieme non è facile. Anche noi, come tante altre coppie, ad un certo punto abbiamo dovuto affrontare una crisi di relazione profonda. Vorremmo qui testimoniare quanto per noi l’impegno quotidiano sia stata la chiave per rimanere uniti, per ritrovare un amore che sembrava perduto.

I primi anni di matrimonio sono stati una scoperta continua, parlarsi e capirsi veniva facile e non c’erano incomprensioni. Tra noi c’era complicità ed entusiasmo. Poco alla volta i problemi e le fatiche quotidiane hanno reso meno spontaneo il dialogo e sono iniziati i primi conflitti. Pian piano tutto divenne motivo di scontro, sembrava talvolta di non essere più quelli di prima.

Abbiamo dato per scontato l’amore e finto che andasse tutto bene, mettendo davanti al matrimonio la casa, il lavoro, lo sport, i figli, per ultima la nostra relazione. E’ così che ci siamo allontanati sempre più, fino addirittura a tradirci. Tutto sembrava perduto e impossibile da rimediare, ma Dio non ci aveva abbandonato: un giorno ci fu indicato il percorso di Retrouvaille. Era l’ultima possibilità.

Partecipammo al weekend, dubbiosi e confusi ma, lì si accese una luce che non credevamo di poter vedere. Se altre coppie ce l’avevano fatta, forse anche noi avremmo potuto rinascere! E se fino ad allora non avevamo costruito, ora potevamo iniziare a farlo. Abbiamo deciso di non mollare. Entrambi avevamo il desiderio di ricostruire la nostra relazione ed entrambi abbiamo preso la decisione di impegnarci.

Certo, all’inizio l’impegno era un problema, una vera fatica, perché le ferite ancora sanguinavano e facevano male. Ma Retrouvaille ci ha fornito gli strumenti per ricostruire, partendo dal dialogo e l’ascolto, come gestire in maniera sana i nostri conflitti, il perdono, il ridarsi fiducia. Non siamo “studenti” modello, anzi molte volte ci siamo trovati impreparati ma abbiamo avuto fiducia nel programma e nelle coppie che ci hanno sostenuto lungo il cammino, quando siamo inciampati ed eravamo sconfortati.

Il tempo ha aiutato a consolidare i comportamenti positivi, l’impegno quotidiano ha aiutato a modificare anche gli atteggiamenti. Con pazienza e perseveranza abbiamo visto il nostro rapporto cambiare. Ora siamo carichi e pieni d’entusiasmo, come quando parti per le tanto desiderate ferie verso una meta da sogno. Siamo consapevoli che il risultato per una buona relazione, è dato dalla nostra volontà di impegnarci.

Ad oggi siamo una coppia attiva in Retrouvaille, doniamo la nostra storia perché possa essere un aiuto a chi desidera e vuole uscire da una crisi. In questi anni di servizio ci siamo accorti che sempre più emerge anche nel rapporto di coppia la mentalità “usa e getta”, che fa credere che non serve stare nella crisi e che la separazione risolve un rapporto che appare imperfetto.

Vediamo molte unioni finire di fronte ai primi problemi e difficoltà di comprensione, di comunicazione, ma soprattutto dicono di essere in crisi perché non provano più il sentimento d’amore iniziale. Così, si dichiarano stanchi, convinti che non ci sia amore e si chiedono, perché far tanta fatica per stare insieme? Noi abbiamo capito che la crisi è un’opportunità: per crescere nella relazione, per trasformare il sentimento d’amore iniziale in un sentimento d’amore più profondo e maturo. Ci è voluto un impegno quotidiano, anche contro-voglia talvolta; nella società odierna molti vedono l’impegno come un problema.

Dovete crederci, impegnarsi è la soluzione. Abbiamo pregato insieme. Quando ancora non riuscivamo ad avere un buon dialogo, era il rosario che ci univa. Abbiamo ritrovato la fede ed una energia nuova. Abbiamo sperimentato in questo percorso che la nostra crisi è stato un mezzo per ricostruire una relazione nuova, più forte e soprattutto per riscoprire Dio che ringraziamo per essere in comunione tra di noi e con Lui.

Nadia e Diego (Retrouvaille Italia)

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I sacerdoti mi dicono che devo compiacere mio marito

Oggi voglio condividere con voi la richiesta di una moglie che mi ha profondamente toccato. Nelle sue parole ho colto una grande tenerezza, ma anche tanta confusione. Non sa come orientarsi, e ciò che più mi addolora è che alcuni sacerdoti, anziché aiutarla a fare luce, l’hanno confusa ancora di più. Lei sente nel cuore dov’è la verità, ma chi le sta intorno la spinge verso scelte che non le appartengono, che non sente giuste, e che – con coraggio – rifiuta.

Molti sacerdoti mi dicono che la sessualità tra marito e moglie può comprendere anche sesso anale e rettale per compiacere a lui …. credimi ma io sapevo che non è così…. dov’è la verità? In attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale come mi devo comportare? Scusami se mi sono permessa di scriverti?

Carissima, grazie per il coraggio e la fiducia con cui poni questa domanda così intima. Non sei affatto bigotta, né sbagliata. La tua inquietudine è segno di un cuore che cerca la verità sull’amore, e questo è prezioso.

Ci sono sacerdoti che oggi, nel desiderio di non ferire o escludere nessuno, finiscono per dire che “tra marito e moglie tutto è lecito, purché vi sia consenso”. Ma la verità sull’amore sponsale cristiano è molto più grande e più bella di un semplice “se siete d’accordo, va bene tutto”. Quando ci si ama davvero, non basta acconsentire: bisogna domandarsi se ciò che si fa costruisce o distrugge, unisce o divide, nobilita o degrada.

La Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II insegna che l’unione sessuale nel matrimonio è un linguaggio del corpo, che dice: “Io mi dono a te completamente, senza trattenere nulla, né nel corpo né nel cuore”. Ma quando si praticano atti che imitano comportamenti pornografici (come il sesso anale), spesso quel linguaggio viene stravolto. Non è più “mi dono a te”, ma diventa “ti uso per soddisfare un mio desiderio”. E questo cambia tutto.

2. Aspetti fisiologici e sessuologici: cosa dice il corpo

Anatomicamente, il corpo femminile è fatto per l’unione vaginale, che è l’unico tipo di rapporto che può coniugare piacere, apertura alla vita e comunione profonda. L’ano non è un organo sessuale: non produce lubrificazione, non ha la stessa elasticità dei tessuti vaginali, è altamente innervato per la sensibilità al dolore, non al piacere.

Il sesso anale può provocare microlesioni, infiammazioni, infezioni e, a lungo andare, problemi di incontinenza. Non sono parole da moralista, ma dati medici condivisi da molti ginecologi e sessuologi. La nostra amica Luisa, ginecologa, ci dice spesso che tante donne durante le visite piangono raccontando l’insistenza dei mariti su questo tipo di pratiche, vissute come violente, umilianti, non desiderate. Dove c’è amore, non può esserci forzatura. E non basta il consenso per trasformare un atto in qualcosa di buono.

3. Aspetti psicologici: il bisogno di “andare oltre” è un campanello d’allarme

Spesso, chi chiede al partner pratiche spinte o degradanti non è mosso dal desiderio di intimità, ma dalla noia, dalla ricerca di stimoli sempre più forti per provare piacere. È un meccanismo ben noto in psicologia, legato alla desensibilizzazione tipica dell’uso abituale della pornografia.

Quando il piacere viene scollegato dall’amore e dalla tenerezza, diventa un bisogno insaziabile, e la sessualità si svuota del suo senso più profondo. Non unisce più, ma isola. Spesso, questo circolo porta nel tempo all’insoddisfazione, all’astinenza e perfino alla rottura della relazione.

4. La verità del corpo, la bellezza dell’unità

Tu hai scritto una frase bellissima e centrale: “in attesa che lui cresca anche nell’amore sponsale, come mi devo comportare?”. La tua domanda è già la risposta. Chi ama, accompagna. Ma non cede su ciò che è falso. Dire “no” a pratiche che umiliano, feriscono o degradano non è mancanza d’amore, ma il suo compimento. È difendere la bellezza del corpo e della comunione.

Può essere il momento di parlarne con chiarezza, magari anche con l’aiuto di un sacerdote che abbia a cuore il progetto di Dio sul matrimonio, o di un consulente esperto in sessuologia coniugale. Il punto non è dire: “questo è peccato, questo no”, ma riscoprire insieme una sessualità piena, tenera, creativa, che dia piacere senza mai perdere di vista l’altro come persona e non come strumento.

5. In attesa che lui cresca… non restare sola

Non portare da sola il peso di questo conflitto. Coinvolgilo con dolcezza ma anche con fermezza. Proponigli un cammino comune, un dialogo sincero, magari anche un percorso per coppie cristiane che approfondisca il significato profondo della sessualità. Se lui ti ama davvero, capirà. E se oggi non è pronto, la tua fedeltà alla verità lo aiuterà a maturare.

“La sessualità, vissuta secondo il cuore di Dio, è un linguaggio d’amore, non un luogo di sperimentazione”.

Non cedere alla paura di sembrare rigida. Sei libera di dire no a ciò che non parla d’amore, anche se oggi tanti — perfino alcuni sacerdoti — sembrano confusi. Il tuo corpo è sacro. Il tuo amore è degno di essere espresso in un linguaggio che unisce, non che divide.

E allora sì, abbi il coraggio di dire no. Non per giudicare, ma per custodire. Non per privare, ma per orientare verso un “sì” più pieno, bello e santo. E se oggi ti senti sola, sappi che non lo sei. Noi siamo con te. E Dio, che ha fatto dell’amore un sacramento, è il primo a lottare con te per questa bellezza.

Antonio e Luisa

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Brain Rot: il lato oscuro dei contenuti per bambini

Un amico mi ha suggerito un video su TikTok della pedagogista Katty Ciarallo (cercatela, è davvero in gamba). Quelle parole mi hanno colpito profondamente e, dopo una breve ricerca, ho sentito il desiderio di scriverci un articolo. Un bambino di quattro anni che bestemmia. Un altro che si sveglia la notte urlando perché un video gli ha detto: “Se non ti iscrivi, tua madre morirà davanti a te”. Non è una leggenda metropolitana. È ciò che sta accadendo, oggi, in molte case e scuole italiane. Il fenomeno si chiama “brain rot” — letteralmente “marciume cerebrale” — ed è il nuovo volto subdolo della manipolazione digitale sui più piccoli.

Cosa sono i contenuti Brain Rot

Sotto forma di video apparentemente buffi, colorati, senza senso (squali che ballano, Puffi che cantano, animali con scarpe o aerei), si nascondono contenuti pericolosi: linguaggio volgare, bestemmie, incitazione alla violenza, minacce dirette. E il tutto avvolto in filastrocche ipnotiche e ripetitive che si incollano al cervello, soprattutto a quello ancora in formazione.

Molti genitori non si accorgono di nulla: i bambini sembrano solo divertiti. Ma dietro quella risata c’è una programmazione inconscia. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco, “ciò che entra nel cuore di un bambino non va mai via. Ecco perché bisogna vigilare su ciò che guardano e ascoltano più che su ciò che mangiano.”

I danni sulla psiche infantile

I bambini sotto gli 8 anni non hanno ancora sviluppato pienamente la capacità di distinguere la finzione dalla realtà. Anche quando sanno che “è solo un cartone”, le emozioni che provano sono autentiche. Se il contenuto è disturbante ma presentato come “normale” o “divertente”, lo assorbono senza filtri.

Un bambino piccolo non è in grado di difendersi da contenuti tossici. Li subisce. E ciò che oggi provoca solo disagio, domani può trasformarsi in disordine del comportamento o dell’umore.”
Dott.ssa Maria Rita Parsi, psicoterapeuta

Il rischio maggiore è la desensibilizzazione: il male non fa più paura. La volgarità diventa routine. La violenza smette di essere riconosciuta come tale. Bambini che ridono davanti alla sofferenza altrui, che ripetono bestemmie senza capirle, che diventano più aggressivi, meno empatici, più esposti al bullismo o alla pornografia.

E nei casi più estremi, il fenomeno si evolve in dipendenza da contenuti disturbanti. Una spirale che può portare, secondo la Dott.ssa Nicoletta Daprati, neuropsicologa, a “una perdita precoce dell’innocenza e a un ritiro emotivo silenzioso che i genitori faticano a interpretare”.

Testimonianze allarmanti

Maestre della scuola dell’infanzia raccontano di bambini che arrivano bestemmiando, altri che piangono per minacce ascoltate nei video, altri ancora che diventano aggressivi con i compagni o si isolano senza motivo apparente. Papa Francesco ci mette in guardia:

“La mente dei bambini è tenera come cera: ciò che vi si imprime, resta. Dobbiamo proteggerli da ciò che può deformarli interiormente.”
(Angelus, 4 giugno 2023)

E San Giovanni Paolo II diceva:

“L’educazione dei figli è la prima missione dei genitori, ed è un compito che nessuno può delegare.”
(Familiaris Consortio, 36)

Cosa possono fare i genitori

  1. Controllare attivamente i contenuti. Non basta il parental control. Serve presenza e vigilanza.
  2. Guardare insieme i video. Se qualcosa disturba voi, disturba molto di più loro.
  3. Limitare il tempo sugli schermi. Non più di 30-60 minuti al giorno nei primi anni.
  4. Favorire giochi reali, letture, relazioni. La realtà è il miglior vaccino contro il digitale tossico.
  5. Parlare con i figli. Chiedere: “Cosa hai visto oggi?”, “Cosa ti ha fatto ridere o paura?”.
  6. Insegnare a dire di no. Anche i piccoli possono imparare a riconoscere ciò che non li fa stare bene.

Come ha affermato Papa Benedetto XVI, “educare è sempre un atto d’amore, ma anche un atto di coraggio. Non basta essere presenti: bisogna esserlo con verità.”

Non è allarmismo, è responsabilità

Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di educarla. Di non accettare che lo schermo diventi il nuovo educatore silenzioso e invisibile dei nostri figli. Di svegliarci prima che sia troppo tardi.

Perché ciò che sembra solo un cartone “strano”, oggi, può generare un vuoto emotivo domani. Ma un bambino protetto e accompagnato, sarà un uomo capace di scegliere il bene, di ridere senza ferire, di dire no a ciò che è disumano.

Solo chi ha sperimentato l’amore vero è capace di dire un no deciso al male. È questo che dobbiamo offrire ai nostri figli: amore vero, che protegge.” Papa Francesco

Antonio e Luisa

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Riscoprire la Castità: Un Cammino di Libertà (anche per me sposo fedele e separato)

Oggi si parla sempre meno di castità. Anzi, in certi ambienti ecclesiali sembra quasi un argomento imbarazzante, fuori moda. So che alcuni sacerdoti non solo evitano di proporla, ma arrivano persino a considerarla una pratica ormai superata, non più realistica. Dicono: “Ma come si fa a parlare di castità a dei giovani nel 2025? Suvvia, cerchiamo di essere seri, non antiquati!
E così, anche nei percorsi per fidanzati, dove tanti arrivano già conviventi o con figli, la castità viene messa da parte, come se fosse un ideale irraggiungibile o un dettaglio secondario. Ma davvero vogliamo rinunciare a proporre un amore capace di dono totale, di attesa, di rispetto e di profondità solo perché il mondo corre in un’altra direzione?

La cosa più difficile ma giusta da fare, se davvero una coppia convivente vuole sposarsi in chiesa, sarebbe quella di tornare ognuno alla propria abitazione e vivere almeno il tempo fino al matrimonio senza rapporti, in modo da verificare la qualità dell’amore: attrazione fisica e soddisfazione dei sensi o donazione gratuita anche senza sesso? 

In un’epoca dove la sessualità è spesso trattata come un diritto da esercitare senza restrizioni, la castità viene vista da molti come un’imposizione e una rinuncia, qualcosa di incompatibile con le esigenze del mondo moderno. Tuttavia, è essenziale riscoprire il vero significato di questo concetto, che non si limita a un semplice divieto o a un sacrificio sterile. La castità, infatti, è un cammino di libertà, un viaggio che ci conduce a una vita più piena e autentica, dove l’amore e la purezza non sono negati, ma vissuti in un modo sano e profondo.

Innanzitutto, è necessario chiarire cosa s’intende per castità. Molti, infatti, sono convinti che castità voglia dire esclusivamente astenersi dai rapporti sessuali, ma questa è una visione riduttiva e incompleta. La castità, nel suo significato più profondo, riguarda la condotta di vita secondo la purezza: è un modo di vivere che implica un cuore e una mente puri, capaci di amare senza egoismo o sfruttamento dell’altro. La castità non è un concetto limitato per qualcuno, ma riguarda tutti, in qualsiasi condizione di vita, comprese le persone sposate (che non la concretizzano con l’astinenza ma donandosi nella verità, senza lussuria, egoismo o possesso).

La castità rappresenta un’azione controcorrente, una riscoperta della dignità della persona umana, ci libera dalla schiavitù dei desideri carnali, da quella tendenza a ridurre l’altro a un oggetto di piacere, e ci riporta al senso autentico dell’amore, che non è egoista, ma gratuito e generoso.

La castità ci insegna che non siamo schiavi dei nostri impulsi, ma esseri capaci di scegliere il bene, anche quando questo richiede sacrificio e rinuncia: lo so, sono due parole poco attraenti, ma solo perché non si conosce a fondo il significato della sessualità, un linguaggio che va usato in un certo modo e in certi momenti, altrimenti si rischia di allontanarsi dal fine voluto da Dio e soprattutto di farsi del male.

Sì, perché a meno di essere persone alienate, ogni rapporto sessuale non ci lascia indifferenti, anche se gli diamo poco valore e ritengo che molti problemi nascano dal vivere una sessualità all’opposto del progetto iniziale, penso alla superficialità, ai narcisisti, ai tradimenti e a tutta la violenza che ne deriva.

Molti pensano, a torto, che la castità non abbia nulla a che fare con il matrimonio. Eppure è proprio l’amore coniugale a richiederla in una forma ancora più profonda e consapevole. La castità nel matrimonio non significa assenza di sessualità, ma viverla come linguaggio autentico dell’amore: non una semplice unione fisica, ma una comunione profonda tra due persone che si donano con tutto sé stessi – corpo, mente e spirito.

Essere casti da sposati significa custodire l’intimità come luogo sacro, in cui il desiderio non prende il sopravvento sull’amore, ma ne diventa espressione. In concreto, vuol dire rispettare i tempi dell’altro, vivere la tenerezza anche nei gesti più semplici, essere aperti alla vita scegliendo con responsabilità i metodi naturali, e custodire gli occhi e il cuore evitando immagini o contenuti che svuotano l’altro della sua dignità. La castità, così intesa, non è rinuncia, ma pienezza. È la forma più alta di libertà: quella che ci rende capaci di amare davvero.

La strada della castità non è mai facile, le tentazioni, infatti, sono molteplici e possono manifestarsi sotto forme diverse: la solitudine, il desiderio di affetto, le immagini pornografiche, l’influenza di una società che spesso promuove la sessualità come fine a se stessa.

Da separato, ho sperimentato sulla mia pelle quanto possa essere difficile vivere l’astinenza, soprattutto nei primi tempi, quando la solitudine pesa e il desiderio fisico sembra travolgere ogni spazio della quotidianità. Ma con il tempo ho compreso una verità profonda: non si muore senza rapporti sessuali, e non si è meno uomini per questo. Al contrario, è proprio attraverso la castità che ho iniziato a scoprire un modo nuovo, più pieno, di essere uomo. Un uomo capace di governare sé stesso, di amare con libertà e senza possesso, di scegliere l’altro non per bisogno, ma per dono.

Ogni giorno è un’opportunità per rinforzare la nostra volontà, per allenare il nostro cuore e per crescere nella virtù. Umanamente, la castità è quasi impossibile se non ti affidi completamente a Dio: se non avessi avuto la grazia della messa quotidiana, della santa comunione e del rosario, non avrei resistito nemmeno un mese.

In conclusione, la castità ci porta a scoprire la bellezza della vita, a vivere in pienezza l’amore e la relazione con gli altri.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Set tutta bella: come Tirza e Gerusalemme

Nei versetti che seguono, il Cantico si apre a una nuova contemplazione dell’amata: Salomone si sofferma sui suoi tratti fisici, ma ciò che egli realmente scorge è una bellezza che trabocca dall’anima e si riflette nel corpo. È la bellezza integrale della Sulamita, così intensa e luminosa da turbare profondamente il cuore dell’amato. Uno sguardo che disarma, un volto che parla, un corpo che racconta l’interezza di una persona amata con totalità. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Tu sei incantevole, amica mia, come la città di Tirsa, affascinante come Gerusalemme, maestosa come schiere con i vessilli alzati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le tue chiome sono come un gregge di capre distese sulle pendici del Gàlaad. I tuoi denti come un gregge di pecore che risalgono dal bagno; tutte procedono accoppiate, e nessuna è senza compagna. Come spicchi di melagrana sono le tue guance, dietro il tuo velo. Siano pure sessanta le mogli del re, ottanta le concubine, innumerevoli le ragazze! Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica è per sua madre, la prediletta di colei che l’ha generata. Al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano.

Nel testo biblico l’amato paragona l’amata a due città: Tirza (antica capitale del Regno d’Israele del Nord) e Gerusalemme (capitale del Regno di Giuda a Sud). Queste città rappresentano insieme la Terra Promessa intera, da nord a sud: è un modo per dire che la bellezza dell’amata è completa e armoniosa, “tutta bella” in ogni aspetto. Anche il significato dei nomi è simbolico: Gerusalemme evoca la “città della pace”, mentre Tirza in ebraico significa “piacere, delizia, bellezza” – il nome stesso suggerisce qualcosa di piacevole e amabile.

L’amata riunisce in sé pace e delizia, corpo e spirito, offrendo al suo amato una pienezza di vita. I suoi pregi e perfino i suoi difetti fanno parte di questa bellezza totale, perché sono parte di lei e vengono accolti dallo sguardo amante. Si delinea qui uno sguardo d’amore che abbraccia l’interezza della persona, senza ridurla a oggetto.

Di fronte a questo sguardo pieno di rispetto e meraviglia, si può contrapporre il “controsguardo” opposto, definito anche sguardo pornografico, che riduce la persona al solo corpo o addirittura a una sua parte. Come ha osservato San Giovanni Paolo II, il problema della pornografia non è che mostri “troppo” del corpo umano, bensì che ne mostra troppo poco: separa il corpo dalla persona, violandone il pudore e facendoci perdere il mistero dell’individuo. In altre parole, mentre lo sguardo d’amore del Cantico vede l’altro nella sua totalità unendo dimensione fisica e spirituale, lo sguardo riduttivo vede solo un corpo da usare, frammentando e disumanizzando la persona.

Nel Cantico, invece, il piacere e la bellezza tra uomo e donna non sono mai puro egoismo o utilizzo dell’altro; sono vissuti come gioia condivisa e donazione reciproca in un amore vero. È per questo che l’amato descrive la sua sposa con immagini così elevate: la vede “maestosa come schiere con vessilli”, perché riconosce che questo amore è la realtà più forte che esista – “forte come la morte”, dirà più avanti il Cantico (Ct 8,6) – e richiede rispetto quasi riverente. L’amore autentico ha una forza e una nobiltà intrinseche che sfidano ogni riduzione banalizzante.

Lo sguardo che turba: intimità e vulnerabilità

Dopo aver esaltato la bellezza complessiva dell’amata, l’amato esclama: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”. Questa frase così intensa rivela il potere dello sguardo nell’intimità. Gli occhi dell’amata sconvolgono dolcemente l’amato, toccandolo nel profondo e suscitando emozioni quasi incontenibili. È un turbamento che può riferirsi all’intensità dell’innamoramento nei primi tempi – quando ogni sguardo reciproco fa battere forte il cuore – ma anche all’amore maturo di una coppia di lunga data.

Anche dopo molti anni di matrimonio, uno sguardo autentico del coniuge può far vibrare corde interiori difficili da descrivere a parole. Quanti sposi possono testimoniare che, quando si guardano negli occhi con attenzione e amore, provano una commozione nuova, un sentimento di connessione che rinnova il loro legame! È come se attraverso gli occhi passasse l’anima dell’altro, ricordandoci che la persona amata rimane sempre un mistero da contemplare con rispetto.

Dal punto di vista psicologico, lo scambio di sguardi è uno degli atti più intimi e rivelatori in una relazione. Essere fissati intensamente negli occhi significa in un certo senso sentirsi guardati dentro: ci si sente esposti, vulnerabili, e questo può generare un turbamento emotivo profondo. Non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Uno sguardo prolungato comunica apertura e fiducia, ma mette anche a nudo: l’altro vede in noi qualcosa di vero, e noi vediamo l’altro in modo limpido.

Secondo gli esperti, guardarsi negli occhi a lungo è un’esperienza che può perfino alterare la percezione del tempo e dello spazio, proprio perché attiva emozioni intensissime e rompe le usuali barriere difensive.

In termini di analisi transazionale, potremmo dire che attraverso lo sguardo ci scambiamo “carezze” psicologiche (strokes) di riconoscimento profondo: l’altro ci conferma “ti vedo, esisti per me, ti accetto così come sei”. Questo scambio nutre il bisogno fondamentale di ogni persona di essere riconosciuta e amata per intero. Ecco perché il protagonista del Cantico quasi trema di fronte agli occhi dell’amata: vi coglie un amore così sincero da scuotere le sue difese e toccargli il cuore.

Unica al mondo: l’amore esclusivo e incondizionato

Nei versetti successivi l’amato continua a lodare la bellezza fisica della sposa (denti candidi, guance di melagrana) e proclama la sua unicità assoluta. Egli afferma che, pur potendo avere sessanta regine, ottanta concubine e fanciulle innumerevoli, “unica è la mia colomba, la mia perfetta”. Questa iperbole richiama l’uso, diffuso nell’antico Oriente, di grandi harem dove le donne erano classificate per rango (regine, concubine, giovani). Ma per l’amato del Cantico nessuna tra le tante potrebbe mai eguagliare la sua amata: per lui esiste solo lei.

In questa espressione appassionata riconosciamo una verità profonda dell’amore sponsale: chi ama davvero sceglie l’altro come unico e insostituibile, e da quel momento “non ha occhi che per l’amato o per l’amata”. L’amore vero tende per sua natura all’esclusività (l’unicità dell’altra persona) e alla definitività (un impegno per sempre). Come spiegato da Papa Benedetto XVI, fa parte della maturazione dell’amore arrivare a dire: “solo questa persona” e “per sempre”, perché l’amore pieno abbraccia tutta l’esistenza e anzi “mira all’eternità”.

Questa esclusività non è un limite, ma la condizione perché l’amore sia personale e totale. L’amato del Cantico paragona il suo amore esclusivo a quello di una madre per la figlia unica: “unica è per sua madre, la preferita di colei che l’ha generata”. Chi è genitore sa che il proprio figlio, anche se nel mondo ce ne sono miliardi, è amato come unico: l’amore materno (e paterno) vede il figlio o la figlia come “il più bello del mondo” a prescindere da tutto. È un amore che non dipende dal merito o dal confronto, ma è dato incondizionatamente. Allo stesso modo l’innamorato del Cantico ama la sua sposa non perché oggettivamente “non ci siano altre donne”, ma perché ai suoi occhi nessun’altra può prendere il suo posto. È un amore che dice: “tu sei tu, e nessun altro; ti amo per ciò che sei, nella tua irripetibilità”.

Questo è il cuore dell’amore coniugale: scegliersi reciprocamente, ogni giorno, come unici, e continuare a scegliersi anche di fronte alle prove o alle tentazioni. Un amore del genere rende testimonianza di una fedeltà e di una donazione che illuminano anche chi sta attorno: nel Cantico, “al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano” – segno che tutti riconoscono la gioia speciale di chi è veramente amata in modo esclusivo. In fondo, ogni cuore umano desidera un amore così: totale, fedele, esclusivo, in cui sentirsi preferito e irripetibile.

In conclusione, la lettura del Cantico dei Cantici arricchita da riflessioni teologiche e psicologiche ci mostra l’alta vocazione dell’amore umano. Esso non è soltanto attrazione fisica o sentimento passeggero, ma può divenire incontro di persone nella loro totalità, unione di corpi e anime aperta alla trascendenza.

Nel Cantico, l’amato e l’amata sperimentano la bellezza di uno sguardo puro, di un amore forte ed esclusivo, segno in filigrana dell’Amore eterno di Dio per ogni creatura. Questo ideale ispira le coppie (in particolare le coppie cattoliche) a coltivare un amore poetico e insieme concreto, fatto di intimità rispettosa, dono sincero di sé e fedeltà gioiosa. È un percorso impegnativo ma esaltante, in cui gli sposi, accompagnati anche dall’aiuto di esperti (come i terapeuti familiari di scuola analitico-transazionale, attenti alle dinamiche relazionali profonde), possono crescere nell’arte di amarsi come Dio ama – con uno sguardo che vede l’altro nella sua verità e bellezza integrale, e un cuore che dice “tu sei unico per me” per tutta la vita. In questo modo, l’amore umano diventa davvero un canto sacro, una finestra spalancata sul Mistero dell’Amore infinito da cui tutti proveniamo e verso cui tutti tendiamo.

Antonio e Luisa

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Gesù da uomo libero non cade nel gioco psicologico di Marta. E noi?

Nel celebre episodio evangelico di Marta e Maria (Lc 10,38-42), siamo di fronte a una scena apparentemente semplice: una casa, due sorelle, un ospite d’onore. Eppure, tra le righe di questo racconto, si nascondono dinamiche interiori e relazionali molto profonde, che parlano direttamente al cuore delle nostre relazioni, specialmente di quelle più intime, come quella tra marito e moglie.

Marta è attiva, operosa, indaffarata nel servire. Maria è seduta ai piedi di Gesù, in ascolto. Marta, vedendosi sola nel fare, si lamenta con il Maestro: «Signore, non ti importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti».

Apparentemente Marta sta solo chiedendo aiuto. Ma chi ha occhi per vedere, può riconoscere una dinamica psicologica ben più sottile. Marta non sta semplicemente domandando collaborazione: sta giocando un gioco. E lo fa su uno schema che, se non riconosciuto, si ripete in tante relazioni affettive, soprattutto nella coppia.

Il gioco del “Io mi sacrifico e tu non capisci”

Dietro l’azione instancabile di Marta si cela una trappola: il desiderio di essere vista, riconosciuta, amata… ma attraverso il fare. Marta non dice apertamente il suo bisogno (“ho bisogno di sentirti accanto”, “vorrei un momento insieme”), ma lo esprime in modo indiretto, attraverso un’accusa: “non ti importa nulla di me”. Così facendo, genera senso di colpa, mettendosi nel ruolo della vittima e spingendo l’altro (in questo caso Gesù) nella posizione del colpevole.

Il suo atteggiamento nasconde un meccanismo comune: se faccio tanto per te, tu mi devi qualcosa. Il non detto è: “Mi merito il tuo amore, la tua attenzione, la tua presenza… perché mi sto facendo in quattro”. Ma quando il riconoscimento non arriva come lo desiderava, Marta si aggrappa all’unica moneta che sembra restarle: il risentimento. È la sua ricompensa amara. La rabbia trattenuta. Il rancore che le permette di sentirsi moralmente superiore, anche se affettivamente sola.

Gesù, però, non ci sta. Non gioca la partita. Non si lascia trascinare nel ruolo del colpevole. Non risponde come farebbe uno coinvolto nel gioco: non si giustifica, non si scusa, non ordina a Maria di aiutare Marta. Dice invece: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma una sola è necessaria”.

Con dolcezza, ma con fermezza, Gesù mostra che Marta ha perso il centro. E lo fa senza sminuire il suo impegno, ma liberandola dalla schiavitù di un fare che cerca amore nel modo sbagliato. Gesù non si fa colpire dal senso di colpa che Marta tenta di instillare: è libero, e in quella libertà chiama anche Marta a uscire dal suo schema.

Quando Marta e Maria vivono nello stesso matrimonio

Ora immagina Marta e Maria non come due sorelle, ma come due parti che vivono dentro ogni coppia. O, ancora più concretamente, dentro ciascun coniuge.

Nella vita matrimoniale capita spesso che uno dei due — o entrambi — cada nella tentazione di “fare per essere amato”. Faccio tutto io in casa. Tengo insieme la famiglia. Mi sacrifico per i figli. Non mi lamento mai. Ma dietro a questo comportamento, magari buono in sé, si annida una trappola: se non ricevo ciò che desidero (ascolto, affetto, intimità), allora mi sento in credito, e l’altro diventa colpevole.

È il momento in cui il “fare” perde la sua gratuità e diventa moneta affettiva. E se l’altro non paga, scatta la crisi: risentimento, recriminazione, distanza emotiva. Ma tutto questo nasce, spesso, da un bisogno non espresso, da una fragilità non condivisa.

Gesù ci insegna un’altra via: quella della verità affettiva. Marta avrebbe potuto dire: “Signore, ho bisogno anch’io di te. Mi sento sola”. E invece si rifugia nell’accusa. Ma l’amore maturo, in una coppia, nasce proprio quando si smette di giocare e si impara a comunicare il bisogno con sincerità, senza manipolazioni.

Uno sguardo personale

E qui non posso che ringraziare profondamente Luisa. Anche lei, come Marta, è sempre stata attiva, concreta, generosa nel fare. Ha fatto tanto per la nostra famiglia, per me, per i figli. Ma non me lo ha mai fatto pesare. Mai un gesto per rivendicare, mai una parola per colpevolizzare. Perché come Maria, sapeva nutrirsi alla presenza di Cristo. Il suo cuore era abitato da una Presenza più grande del bisogno di ricevere approvazione o riconoscimento umano. E questo ha fatto una differenza enorme.

Luisa non è mai caduta nei giochi psicologici che tante volte io invece mettevo in atto. Non si è mai lasciata tirare dentro le mie accuse sottili o i miei silenzi passivo-aggressivi. Ha scelto il silenzio che costruisce, lo sguardo che accoglie, la parola che guarisce. E questa sua libertà mi ha liberato. Mi ha permesso, piano piano, di uscire anch’io dai copioni appresi, di smettere di cercare amore in modo indiretto, e di iniziare a viverlo in modo più maturo, vero, reciproco.

In fondo, l’amore che dura è questo: non il fare per essere visti, ma il fare perché si è abitati. E quando l’uno dei due riesce a vivere così, l’altro può rinascere.

Antonio e Luisa

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Nel Getsemani con Gesù: imparare a sentire, riconoscere, maturare

Dopo il primo passo compiuto sabato scorso, oggi entriamo nel secondo modulo del percorso In relazione con te. Al centro ci sono le emozioni e i sentimenti, quella parte profonda di noi che troppo spesso ignoriamo, ma che può diventare via di libertà: riconoscerli, esprimerli, maturare.

C’è un luogo nel Vangelo che andrebbe meditato lentamente, a occhi chiusi e cuore aperto. È il Getsemani. Lì Gesù si fa vedere come forse non l’abbiamo mai visto: fragile, angosciato, profondamente umano. «La mia anima è triste fino alla morte» (Mt 26,38). Nonostante sia vero Dio, è anche un uomo attraversato da emozioni vere. E proprio per questo ci salva.

Nel Getsemani Gesù ci insegna qualcosa di radicalmente umano e profondamente divino: accogliere le emozioni, senza vergogna né fuga, e condividerle in modo autentico. È un invito a diventare liberi dentro, attraversando ciò che ci abita senza censura.

1. Emozioni e sentimenti: una grammatica da riscoprire

Molti di noi sono cresciuti senza un vero vocabolario emotivo. Ci è stato insegnato cosa fare, ma non cosa sentire. Alcuni sentimenti ci sono sembrati inaccettabili (“non devi essere triste”, “non devi avere paura”), e così abbiamo imparato a ignorarli o reprimerli. Ma ciò che viene represso non sparisce: resta lì, sotto la superficie, pronto a emergere nei momenti meno opportuni — in crisi improvvise, scoppi d’ira, o chiusure emotive che soffocano le relazioni.

Nel Getsemani, Gesù ci mostra la via contraria. Non si vergogna di avere paura. Non si isola nella solitudine del supereroe, ma chiama a sé gli amici più intimi: «Restate qui con me, vegliate». E quando loro si addormentano, non fa finta di nulla: esprime la sua delusione, ma non li rifiuta.

Riconoscere e nominare ciò che sentiamo è il primo passo verso la maturità affettiva. Le emozioni non sono ostacoli alla fede: sono le strade su cui Dio cammina per raggiungerci. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “anche la notte può diventare feconda, se vissuta nella verità di sé e nella preghiera”.

2. Dall’angoscia alla libertà interiore

Gesù non si ferma all’emozione: la attraversa. Passa dalla paura al “sia fatta la tua volontà”. Ma attenzione: non si tratta di rassegnazione passiva. È il frutto di un percorso interiore profondo, che va dall’autenticità alla libertà. Gesù non subisce la croce: la sceglie, dopo aver fatto verità su ciò che prova.

In termini psicologici, potremmo dire che Gesù non agisce da Bambino Spaventato né da Genitore Rigido, ma da Adulto libero. L’Adulto sa che ogni emozione è legittima, ma non è tutto. Sa che può ascoltarla, comprenderla, integrarla — senza esserne schiavo.

Questa libertà interiore è ciò che ci permette di non reagire d’impulso nei conflitti di coppia, di non chiuderci nel silenzio quando siamo delusi, di non aggredire quando ci sentiamo abbandonati. È la via per relazioni vere.

3. Condividere nella verità

Gesù nel Getsemani ci insegna anche un altro passaggio chiave: condividere il nostro sentire con qualcuno. La solitudine emotiva è una delle malattie più diffuse nel matrimonio e nella vita. Quando non condividiamo ciò che ci turba, finiamo per chiuderci, idealizzare o disprezzare l’altro. Eppure, nessuno può amarci se non ci mostriamo per ciò che siamo.

Gesù chiede compagnia. Non per essere salvato dalla croce, ma per non affrontare la notte da solo. Questo è l’amore vero: non chi risolve i tuoi problemi, ma chi resta con te quando tutto trema.

Cosa imparerete in questo modulo:

  • A riconoscere e dare nome alle vostre emozioni, senza paura né giudizio.
  • A esprimerle con autenticità, per costruire relazioni più profonde.
  • A maturare interiormente, imparando a stare nel dolore senza esserne schiacciati.

Nel mio cammino personale, questo passaggio è stato fondamentale. Per anni ho creduto che l’amore significasse “non far vedere le debolezze”. Ma era un copione. Quando ho iniziato a mostrare a Luisa anche le mie paure, le mie fatiche, qualcosa è cambiato. Lì ho iniziato ad amare davvero. Come Gesù, nel Getsemani. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Essere Pellegrini di Speranza: Una Guida Spirituale

Siamo in piena estate. E con l’estate ci sono le vacanze. Chi preferisce il mare, chi preferisce la montagna, ma essenzialmente tutti ci mettiamo in cammino per staccare per un po’ di tempo dalla fatica del lavoro, per ricaricare le pile, per stringere nuove amicizie. Però ognuno, quindi anche tu ed io, affronta le vacanze come affronta la vita normale. La modalità con cui affrontiamo la vita non va in vacanza. Francesco dei 5 pani e 2 pesci ha individuato 5 modalità di vivere la vita:

  1. Turista: “morde e va via”, ammirando ciò che lo circonda, scattando fotografie e assaggiando piatti tipici, ma non fa esperienza vera e profonda di ciò che vive. Le sue esperienze rimangono superficiali e non cambiano il corso della sua vita;
  1. Vagabondo: cerca risposte ma non ha una mèta, un obiettivo. Passa da un luogo all’altro, vivendo molte esperienze ma senza sapere quale direzione prendere;
  1. Esploratore: è motivato dalla sfida di provare cose nuove mettendosi alla prova. Tuttavia, una volta raggiunto l’obiettivo, è sempre pronto a ripartire per il viaggio successivo, senza aver trovato risposte profonde;
  1. Fuggitivo: scappa da qualcosa e non dà importanza a dove sta andando. Il suo obiettivo è non guardare indietro, allontanarsi da ciò che lo ha fatto soffrire, senza affrontare il passato;
  1. Pellegrino: modello ideale per la vita perché rappresenta il modo “principe” di vivere poiché:
    1. Cammina verso una mèta, un obiettivo chiaro;
    2. Cammina verso Dio, in un rapporto intimo con Gesù che è l’esperienza che cambia la vita.

E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (E quindi la domanda è che tipo di modalità di vivere applichi nella tua vita? In qualsiasi modalità ti trovi, spero che tu desideri diventare pellegrino, pellegrina. Se vuoi posso essere il tuo compagno di viaggio che ti fornisce strumenti e la propria esperienza iniziando un percorso insieme, scrivendomi una mail (fralucabruno@gmail.com)

Pellegrini: coloro che cercano

Essere pellegrini significa essere in continua ricerca di una casa che ancora non conosciamo. Siamo pellegrini quando non ci basta ciò che abbiamo, quando non ci sazia ciò che il mondo offre. Siamo pellegrini quando abbiamo sete di qualcosa che non si può comprare, abbiamo fame di un amore che non si consuma, che non finisce, ma sempre si rinnova e si dona. Essere pellegrini significa cercare un senso, una direzione, un sapore. Essere pellegrini significa mettersi in cammino perché si ha ascoltato una voce che ci ha spinto a partire. Essere pellegrini significa accettare di non essere arrivati. Essere pellegrini significa accogliere le proprie domande senza paura.

Speranza: più forte della realtà

Ma se essere pellegrini significa essere in continua ricerca, la speranza è ciò che ci tiene in piedi. La speranza è ciò che ci salva dal cinismo, dalla rassegnazione, dalla fuga. La speranza è la forza interiore che nasce dalla certezza che qualcosa – o meglio Qualcuno – ci attende.

Chi spera non si accontenta. Chi spera sceglie, lotta, ama. Chi spera se cade, si rialza. La speranza è radicata nel futuro, ma agisce nel presente. È uno sguardo che vede oltre, anche quando tutto sembra fermo. Come scrive Charles Péguy:“La virtù che più mi piace, dice Dio, è la speranza.  Quella piccolina, che cammina da sola, tra le sue due sorelle maggiori, e che nessuno guarda.

Pellegrini di speranza: una vocazione

Quando si uniscono la condizione dell’essere pellegrini e la forza della speranza, quello che emerge è una vocazione: vivere con il cuore rivolto al Cielo, ma i piedi ben piantati per terra.

Essere pellegrini di speranza significa camminare ogni giorno sapendo che la mèta non è una conquista da ottenere, ma un dono da accogliere. Essere pellegrini di speranza significa portare luce dove c’è buio, significa non lasciarsi definire dal passato, significa guardare gli altri non come ostacoli, ma come compagni di viaggio. È questa la proposta di fondo: un cammino spirituale che porta in un’immersione più profonda nella realtà di ogni giorno, con uno zaino leggero e il cuore in ascolto.

Una serie per chi non si accontenta

Nei prossimi articoli esploreremo gli strumenti del pellegrino: oggetti concreti, atteggiamenti interiori, alleati per il viaggio. Perché camminare senza strumenti è poco prudente. Ma vivere senza senso, senza direzione, senza sapore è tragico. Se senti che non sei fatto/a per rimanere fermo/a, se percepisci che donare amore gratuito vale la pena, se hai voglia di riscoprire che la tua vita è vocazione, questa serie è per te.

Buon cammino, pellegrino. Ci rivediamo alla prossima tappa.

Fra Luca Bruno

Per domande e maggiori informazioni e chiarimenti puoi scrivermi su: fralucabruno@gmail.com

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