L’autentico Cammino Insieme Inizia Quando Finisce il Giudizio

Nel fare il quarto passo di questo pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare, ecco che incontriamo un segnale circolare: 

“Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell’occhio tuo c’è la trave? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7,1-5)

Sicuramenti tutti, almeno una volta, ci siamo chiesti cosa intendesse esattamente il Signore mettendo sulla strada dei Suoi discepoli questo “divieto di giudizio”. Forse che il Signore intendeva affermare che un Suo discepolo (quindi anche noi) non dovrebbe mai, in alcun modo e in nessuna occasione, giudicare? Gesù ci ha voluto dire che dovremmo sospendere la nostra capacità di giudizio, di discernimento? Che dovremmo pensare solo a noi stessi e “scollegare la mente” quando si tratta di valutare azioni o persone? Uhm… non può essere.

Interpretare così le parole di Gesù, infatti, ci porterebbe ad essere degli egoisti, delle persone superficiali. Sarebbe assurdo pensare alla sospensione delle nostre facoltà critiche, anche perché il giudizio ha a che fare con l’intelligenza, con la capacità di analisi che Dio ci ha donato e che vuole che esercitiamo per distinguere il bene dal male, la verità dall’errore! La Bibbia ci dice che “L’uomo spirituale… giudica ogni cosa…(1 Cor 2,15); in altre parole, il cristiano è un attento osservatore, qualcuno che si interroga costantemente sulla volontà di Dio. 

Che significano allora le parole di Gesù “Non giudicate”? E per noi sposi? Gesù ci porta a porre l’attenzione su una questione fondamentale, perché dal nostro genere di giudizio dipende la qualità di tutte le nostre relazioni, quindi anche quella sponsale, a partire dal nostro rapporto con Dio. La domanda di fondo è: come giudichiamo? Con quale presupposto, con quale animo?

Cerchiamo di capire meglio il senso delle parole di Cristo. Quando Gesù dice “Non giudicate”, bisogna intendere: “non date sentenze definitive”. Ciò è fondamentale nella vita di coppia e di famiglia.

In una relazione di coppia, è inevitabile che si verifichino dei momenti in cui ci si sente giudicati dal proprio coniuge. Questa sensazione può derivare da varie situazioni, come ad esempio quando si esprime un’opinione o si prende una decisione che non viene compresa o accettata.

Sentirsi giudicati può generare un senso di insicurezza e di inadeguatezza, mettendo a rischio la comunicazione e l’intesa all’interno della coppia. È importante però cercare di comprendere le ragioni che stanno dietro queste reazioni e trovare un modo per comunicare in maniera aperta e rispettosa, al fine di superare le divergenze e rafforzare il legame di reciproca fiducia e accettazione.

Abbiamo detto:

  1. Comunicazione aperta e sincera. Se è basilare che entrambi i coniugi, ma anche gli altri componenti della famiglia, si sentano liberi di esprimere i propri pensieri, sentimenti e preoccupazioni senza paura di essere giudicati, allora solo una comunicazione aperta e sincera permette di affrontare i problemi di giudizio e di lavorare insieme per superarli.
  2. Accettazione reciproca. Una comunicazione aperta e sincera avviene se si crea un’ambiente familiare dove ci si accetta reciprocamente per quello che si è, senza cercare di cambiarne la personalità altrui o il modo di essere. Accettare e rispettare l’altro senza giudicarlo permette di costruire una relazione basata sulla fiducia e sull’amore incondizionato.

Quindi, ritornando al monito di Gesù, cerchiamo di non emettiamo sentenze definitive

  • perché, innanzitutto, non siamo noi il Giudice ma solo Dio;
  • poi, perché la severità che usiamo verso gli altri sarà usata verso di noi;

Ciascuno esamini se stesso” (1 Cor 11,28), scrive l’apostolo Paolo. Quante volte abbiamo usato una certa unità di misura (o arrotondamento per difetto…) nel valutare noi stessi e un parametro o un’unità di misura completamene diversi nel valutare gli altri! Quante volte abbiamo misurato i nostri errori con il righello e gli errori di nostro marito, di nostra moglie, dei nostri figli con il contachilometri!

  • infine, perché sentenziare sugli altri è ridicolo.

L’esempio di Gesù della trave davanti ai propri occhi e della pagliuzza da voler togliere all’altro ci ricorda che soltanto chi è consapevole di dover rendere conto a Dio ed è onesto abbastanza da essere autocritico può avere l’obiettività e la sensibilità per aiutare il prossimo a liberarsi del corpo estraneo nell’occhio!

Chi ha la trave davanti rischia di accecare una persona tentando di fare distrattamente l’“oculista spirituale”, questo anche in famiglia. Guardiamoci sempre allo specchio della Parola di Dio! L’apostolo Paolo, infatti, scrive nella lettera ai Romani “Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo?”  (Rm 14,4).

Attenzione: oggi, qui ed ora, ovunque siamo, ovunque andiamo, da casa nostra alla nostra comunità, in qualunque tipo di relazione (sponsale, familiare, lavorativa, comunitaria) Gesù ci invita a cominciare a valutare il nostro cuore e la nostra vita, non che dobbiamo “farci i fatti nostri”. Ci invita a non creare ambienti giudicanti ma accoglienti, popolati non da dita puntate ma da mani tese in nome Suo poiché, se siamo fratelli (anche tra coniugi), dobbiamo aiutarci a vicenda anche a rimuovere le fastidiose pagliuzze dagli occhi!

Che bruciore! Che fastidio tremendo! Immedesimiamoci, agiamo nell’ottica dell’amore. Non siamo chiamati ad indossare la toga del giudice, né la maschera dell’attore (ipocrita), ma i panni che dovremmo già indossare, del fratello: “Permettimi di aiutarti a rimuovere ciò che ti fa soffrire, che non ti aiuta, che non ti fa vedere”. E solo così potremo camminare insieme autenticamente…

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Come l’Amore Coniugale è Influenzato da Chi ci Circonda

In questo capitolo possiamo riflettere sull’importanza delle persone che abbiamo accanto. Quanto bene o quanto male possono fare a una coppia di sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Coro: Dov’è andato il tuo diletto, o incantevole tra le donne? Dove si è recato il tuo diletto? Noi lo cercheremo con te!
L’amata: Il mio dôdì è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, per pascolare nei giardini e a cogliervi i gigli. Io sono del mio dôdì e il mio dôdì è mio; lui che pascola tra i gigli.

Questi versi del Cantico dei Cantici dipingono una scena intensa: un coro di amici domanda dove sia l’amato, e l’amata (la Sulamita) risponde con sorprendente sicurezza. In questo breve dialogo poetico si riflettono aspetti profondi dell’amore coniugale vissuto nella quotidianità.

Prima interpretazione – Fedeltà in un mondo scettico

La domanda maliziosa del coro ricorda la mentalità di tanta gente di oggi: molti pensano che l’amore fedele e indissolubile sia un’illusione, che il “per sempre” non esista davvero. Viviamo in una società disillusa, in cui si guarda con scetticismo all’idea di un amore gratuito e incondizionato. Eppure noi, come sposi cristiani, crediamo fermamente in questo ideale e cerchiamo di testimoniarlo con la nostra vita.

Proprio per questo sentiamo di avere una grande responsabilità: con il nostro matrimonio possiamo mostrare qualcosa di diverso e di bello al mondo. Un amore fedele, esclusivo e duraturo non solo è possibile, ma è fonte di gioia e stabilità. Di fronte alla provocazione insinuata dal coro, la Sulamita non si lascia turbare né trascinare nel gioco della gelosia. Risponde invece con piena fiducia, forte di aver costruito la sua casa sulla roccia solida della promessa reciproca. Senza esitazione afferma che il suo dôdì è con lei: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio.” Il suo cuore è tranquillo, perché conosce la fedeltà del dôdì: lui non ha cercato altrove, anzi “è tornato nel suo giardino”.

Quanta forza in queste parole semplici! È il trionfo della fiducia sull’insinuazione maligna. Anche a noi queste frasi risuonano nel cuore e ricordano che il nostro matrimonio, fondato sulla fedeltà, può resistere ai dubbi che ci circondano. Il giardino di cui parla il Cantico simboleggia proprio l’intimità protetta della coppia: lì i gigli dell’amore sbocciano al riparo dalle logiche effimere del mondo.

Seconda interpretazione – La forza della comunità

C’è però un’altra chiave di lettura per noi importante. In questa scena del Cantico l’amata non è più sola a cercare il suo diletto: “Noi lo cercheremo con te” dicono gli amici. La preoccupazione di ritrovare l’amato diventa condivisa. Ecco un messaggio profondo: anche noi sposi non siamo soli nelle difficoltà o nei momenti di smarrimento. Appartenere a una comunità – in particolare alla comunità della Chiesa – fa una grande differenza nella vita di coppia.

Quando attraversiamo periodi di deserto, di lontananza emotiva o di crisi, non dobbiamo esitare a chiedere aiuto. Possiamo attingere a un tesoro prezioso: l’esperienza e il sostegno che la Chiesa offre attraverso il suo magistero sulla famiglia, la guida di pastori e amici spirituali e – non ultimi – i sacramenti, fonte di grazia. Nella nostra storia personale questo ha contato moltissimo. Io e mia moglie abbiamo cercato spesso confronto e appoggio nei momenti difficili: abbiamo incontrato diversi sacerdoti, coppie guida e fratelli nella fede pronti ad ascoltarci e consigliarci. Qualcuno ci ha affiancato nel tempo, qualcun altro ci ha aiutato magari in un solo incontro, ma ognuno ci ha lasciato qualcosa di prezioso.

La cosa più bella – come sottolinea sempre con gratitudine mia moglie Luisa – è che tutte queste persone ci hanno aiutato gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, amandoci per quanto potevano e senza risparmiarsi. Quanta generosità abbiamo ricevuto! È una ricchezza immensa per noi, un vero dono di Gesù attraverso la sua Chiesa. Sentirci parte di questa “ricerca” comune dell’Amore – proprio come gli amici del Cantico con l’amata – ci ha ridato coraggio e speranza quando ne avevamo più bisogno.

In conclusione, entrambe queste prospettive arricchiscono la nostra visione dell’amore coniugale. Da un lato c’è la dimensione intima della fedeltà reciproca, dall’altro la dimensione comunitaria del sostegno reciproco. Un amore umano vissuto così, saldo e aperto all’aiuto degli altri, porta in sé – in filigrana – un riflesso dell’Amore divino. Quel “per sempre” che abbiamo promesso diventa possibile giorno dopo giorno grazie alla fiducia, alla grazia e all’impegno condiviso. Vivere questo amore con mia moglie, con passione e dedizione, è per noi un’esperienza straordinaria che ci riempie il cuore e che desideriamo testimoniare al mondo con umiltà e gioia.

Antonio e Luisa

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L’incontro di Gesù con la Samaritana: un capolavoro di ascolto attivo

Prima Lezione del corso In relazione con te

Con questo articolo desidero introdurre la prima lezione del percorso che abbiamo creato per chi sente il desiderio di conoscersi più a fondo alla luce del Vangelo e dell’incontro con Cristo. Oggi parleremo di ascolto attivo.

Nel Vangelo di Giovanni (Gv 4,1-42), l’incontro tra Gesù e la Samaritana non è solo un racconto di conversione, ma anche un vero e proprio manuale di relazione autentica. Gesù si ferma, ascolta e dialoga con una donna che, per il contesto sociale e religioso dell’epoca, sarebbe stata facilmente ignorata o giudicata. E invece, Gesù fa esattamente il contrario: si mette in relazione, con rispetto profondo e con un ascolto che sa accogliere senza condannare.

L’incontro avviene al pozzo, luogo simbolico di sete e ricerca. La Samaritana ha sete d’acqua, ma in realtà ha soprattutto sete di senso, di verità, di riconoscimento. Gesù intercetta questa sete senza umiliarla, senza mettersi in cattedra. Le parla con chiarezza, ma sempre con delicatezza. Non evita la verità, ma la porge in modo che possa essere accolta.

L’ascolto attivo secondo l’Analisi Transazionale

Se guardiamo questo episodio attraverso la lente dell’Analisi Transazionale, scopriamo che Gesù applica perfettamente ciò che oggi chiamiamo ascolto attivo. In AT, l’ascolto attivo è quella modalità di comunicazione in cui l’altro si sente realmente visto, sentito e accolto. Non è solo ascoltare le parole, ma è entrare in relazione con tutto ciò che l’altro è, compresi i suoi bisogni emotivi e le sue ferite.

Gesù non si limita ad ascoltare il racconto superficiale della Samaritana. Va più in profondità, senza invadere. Le restituisce con delicatezza ciò che intuisce: le sue fatiche, le sue relazioni fallite, la sua solitudine. Questo tipo di ascolto corrisponde, in Analisi Transazionale, al Genitore Affettivo e all’Adulto funzionale: da una parte accoglienza, empatia, protezione; dall’altra chiarezza, rispetto dei dati di realtà, comunicazione autentica.

Una comunicazione che integra verità ed empatia

Spesso ci troviamo a oscillare tra due estremi: dire la verità senza preoccuparci dell’altro, o al contrario accogliere l’altro senza mai avere il coraggio di dire la verità. Gesù ci insegna un equilibrio perfetto: dire la verità in modo accogliente. È la sintesi dell’ascolto attivo: non negare ciò che è, ma comunicarlo in modo che l’altro possa sentirsi amato e non distrutto.

In Analisi Transazionale questo è possibile quando siamo nello stato dell’Io Adulto, capaci di integrare le informazioni senza giudizio, ma anche quando sappiamo attingere al nostro Genitore Affettivo per creare uno spazio relazionale sicuro e accogliente.

Gesù non etichetta la Samaritana, non la definisce per i suoi fallimenti. Le offre una possibilità nuova, un’acqua viva che disseta per sempre: un nuovo sguardo su se stessa e sulla vita.

Cosa ci insegna questo per il percorso “In relazione con te”

Il percorso In relazione con te vuole proprio aiutare le persone a riscoprire questa modalità di comunicare e di ascoltare, partendo da sé, per imparare ad ascoltare l’altro senza giudizio e senza volerlo cambiare a tutti i costi. Troppo spesso nelle nostre relazioni siamo pieni di consigli, di risposte veloci, di etichette, ma incapaci di stare in silenzio e ascoltare davvero.

L’ascolto che Gesù ci mostra è uno spazio in cui l’altro può finalmente sentirsi accolto per quello che è, senza dover apparire migliore, senza difendersi. È uno spazio che trasforma.

Chi decide di intraprendere il percorso “In relazione con te” sperimenta proprio questo: un cammino di consapevolezza dove impariamo a prenderci cura del nostro dialogo interiore, dei nostri bisogni, per poi aprirci all’altro in modo nuovo, più libero, più vero. Gesù ci insegna che non è sufficiente parlare di amore, bisogna imparare a praticare un ascolto che diventa amore concreto.

E forse oggi anche noi, come la Samaritana, abbiamo sete di essere ascoltati così. Se vuoi saperbe di più vai alla scheda del corso.

Antonio e Luisa

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Gravidanza e Intimità: Mantenere Vivo l’Amore Coniugale

L’intimità di coppia durante la gravidanza: vivere con amore e serenità questo tempo speciale

L’arrivo di un figlio è un dono straordinario che porta con sé profondi cambiamenti, compresi quelli legati all’intimità coniugale. Molte coppie si interrogano su come vivere la sessualità durante la gravidanza, spesso con dubbi e paure. Eppure, con le giuste informazioni e un dialogo aperto, questo periodo può diventare un tempo di crescita e di profonda complicità.

Cambiamenti del corpo e desiderio sessuale

Durante la gravidanza il corpo della donna vive trasformazioni significative. Gli ormoni influenzano il desiderio in modo variabile: spesso diminuisce nel primo trimestre a causa della stanchezza e della nausea, per poi riemergere nel secondo trimestre, quando molte donne si sentono più energiche e a proprio agio con il corpo. Negli ultimi mesi, invece, il desiderio può calare di nuovo a causa della stanchezza e del peso del pancione.

È importante sapere che l’intimità sessuale è sicura in una gravidanza fisiologica. Il bambino è protetto dal liquido amniotico e dal tappo mucoso, e non corre alcun rischio durante i rapporti sessuali. Anzi, studi medici dimostrano che l’amore coniugale può avere effetti positivi sia sulla mamma che sul bambino, grazie al rilascio di ossitocina, l’ormone del benessere, che calma e rilassa.

La psiche della donna e i suoi bisogni emotivi

Oltre ai cambiamenti fisici, la gravidanza incide anche sulle emozioni della donna. L’aumento degli ormoni può amplificare l’ansia, la stanchezza e i timori legati alla maternità. Alcune donne si sentono meno attraenti o temono di non piacere più al partner.

Per questo è essenziale che il marito dimostri con gesti e parole che continua ad amare e desiderare la moglie, anche nelle sue nuove forme. Anche nei momenti di difficoltà, piccole attenzioni, come una carezza o una parola dolce, rafforzano la sicurezza emotiva della donna e alimentano la complicità.

Lo sguardo del futuro papà

Anche per l’uomo la gravidanza è un tempo di cambiamento. Alcuni uomini avvertono un calo del desiderio per timore di fare male al bambino o perché vedono nella moglie soprattutto la futura madre del loro figlio. Altri, al contrario, trovano la donna ancora più affascinante e attraente.

È importante che l’uomo si senta coinvolto e accolto. La futura mamma può aiutarlo coinvolgendolo nelle visite mediche, nelle decisioni pratiche e dedicandogli tempo esclusivo per vivere insieme la bellezza di questa attesa. La tenerezza reciproca è fondamentale: carezze, abbracci e piccoli gesti d’amore sono strumenti preziosi per mantenere viva l’intimità anche quando il desiderio sessuale attraversa momenti di calo.

Intimità fisica: trovare nuovi equilibri

Se il rapporto completo risulta difficile o faticoso, la coppia può riscoprire nuove modalità di stare insieme. Carezze, baci, abbracci e gesti affettuosi possono mantenere viva la connessione fisica. È utile scegliere posizioni che non comprimano la pancia e che rendano entrambi a proprio agio, come quella di fianco o con la donna sopra, in modo da avere più controllo sui movimenti. Inoltre, è importante ricordare che l’amore coniugale non si riduce all’atto sessuale: tenerezza, gioco e complicità sono le vere basi di una sessualità piena e soddisfacente.

Rimanere sposi e non solo genitori

Un rischio diffuso è che la coppia, concentrandosi sul figlio in arrivo, si percepisca solo come “mamma e papà”, trascurando il legame sponsale. È importante ritagliarsi del tempo esclusivo a due: una cena romantica, una passeggiata mano nella mano o momenti di preghiera condivisa sono fondamentali per alimentare l’amore coniugale.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “La comunione dei coniugi è il fondamento della famiglia”. Coltivare l’intimità con tenerezza e dedizione non solo rafforza il legame tra marito e moglie, ma crea anche un ambiente familiare sereno e amorevole per il bambino che nascerà.

La dimensione spirituale dell’intimità in gravidanza

La Chiesa insegna che la sessualità coniugale ha due dimensioni inscindibili: unitiva e procreativa. Durante la gravidanza, l’aspetto procreativo è già compiuto, ma il valore unitivo dell’atto sessuale rimane intatto. Come scriveva San Giovanni Paolo II, “La corporeità sessuale ha la capacità di esprimere l’amore, quell’amore nel quale la persona umana diventa dono”.

In questa prospettiva, l’amore fisico durante la gravidanza diventa un modo per i coniugi di rinnovare il loro “Sì” sacramentale, celebrando l’amore che li unisce e che ha già generato la vita.

Papa Francesco ci ricorda che “Dio stesso ha creato la sessualità, che è un regalo meraviglioso”. Vissuta con rispetto, tenerezza e apertura al progetto di Dio, l’intimità coniugale diventa una fonte di grazia che rafforza l’amore e prepara la coppia ad accogliere la nuova vita con gioia.

La gravidanza è un tempo di cambiamento e di sfide, ma può diventare anche un tempo di profonda crescita nell’amore. Vivere con serenità l’intimità coniugale, comunicare con sincerità e coltivare la tenerezza sono gli ingredienti fondamentali per restare uniti come sposi e prepararsi ad accogliere con gioia la nuova vita che sta per nascere.

Antonio e Luisa

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Potevo Rifarmi una Vita, ho Scelto Cristo

Il 6 luglio si è concluso il 14° Convegno Teologico Pastorale di Mistero Grande, “Il sacerdozio degli sposi: trasformati per trasformare” (è nell’amore coniugale e familiare che si esprime e si realizza la partecipazione della famiglia cristiana alla missione sacerdotale di Gesù Cristo e della sua Chiesa – Familiaris consortio 50).

Già dal titolo si comprende che è un tema complesso e molti relatori sono andati in profondità, con diversi aspetti teologici che necessitano tempo per essere ben compresi e assimilati; oggi non voglio fare pertanto una sintesi del convegno, ma riportare la mia parte di testimonianza che ho fatto domenica mattina insieme ad Ersilia sul “celebrare la speranza oltre la separazione”, sperando – appunto – che possa aiutare le persone in difficoltà.

Mi chiamo Ettore, ho 49 anni, sono sposato da 23 anni e padre di due principesse adolescenti. La nostra storia d’amore comincia molto bene, entrambi avevamo il desiderio di creare una famiglia, di crescere nell’amore e nella fede: infatti, provenivamo da famiglie cattoliche e noi stessi eravamo calati in diverse realtà della zona, in particolare io terziario francescano, frequentavo (e frequento) attivamente una comunità che si occupa anche di accoglienza di ragazzi disabili gestita da frati cappuccini.

Anche dopo sposati, nel 2002, io e mia moglie abbiamo cominciato a fare catechismo insieme in parrocchia. Insomma, eravamo una bella coppia, ci volevamo bene e, nel paesino dove eravamo andati ad abitare, tutti ci consideravano come “una coppia modello”.

Nonostante queste belle premesse e dopo periodi di alti e bassi, nel 2014 mia moglie mi chiede la separazione: io mi oppongo in tutti i modi, ma è irremovibile e così devo abbandonare la casa coniugale, vedere le figlie in certi giorni e orari stabiliti e pagare un mantenimento mensile. Per correttezza devo dire che è stata sua l’iniziativa, ma anch’io ho commesso degli errori, anche solo il fatto di non essere sempre stato amabile e di non essere riuscito a intercettare tutti i suoi messaggi, i suoi disagi e le difficoltà che stava attraversando.

Mi è crollato il mondo addosso, non credevo sarebbe mai successo a noi, alla coppia modello, a noi cattolici praticanti (cioè della domenica) che dicevamo sempre: “Noi parliamo, noi ci vogliamo bene, i problemi li affronteremo insieme e non ci lasceremo mai”.

E’ stato un periodo davvero brutto: non dormivo la notte, mi facevo tante domande sul “perché tutto questo” e mi sembrava impossibile che la persona con la quale avevo condiviso tutto di me, avesse preso questa strada, senza motivi apparentemente validi; sono arrivato a pensare cose davvero brutte. Per me la separazione era inaccettabile, mi vergognavo, sia come persona, che come cristiano, tanto che l’ho tenuta nascosta per diverso tempo.

Mi sono trovato senza casa, con figlie piccole che soffrivano e che potevo vedere solo quando era stato deciso: mi chiedevo cosa avessi fatto di male o sbagliato, perché Dio mi toglieva tutto quello che ritenevo più importante, la mia famiglia. All’inizio le figlie mi hanno “salvato”, perché ho dovuto cercare di alleviare il loro disagio, come ad esempio il terrore di essere abbandonate, trascorrendo con loro meno tempo di prima, ma di qualità e mettendo in un secondo piano il terremoto che vivevo dentro.

Ho passato molto tempo a domandarmi cosa fare, perché tutti, amici, parenti e anche sacerdoti mi dicevano: “Sei giovane, hai 37 anni, trovati una bella ragazza e rifatti una vita!”. Io pregavo e cercavo di capire quale fosse la mia strada, ma subito ho sentito che non avrei mai potuto tradire mia moglie, non l’ho mai fatto e non lo potrei fare: ho promesso davanti agli uomini e soprattutto a Dio, di starle vicino nel bene e nel male; sapevo che la vita avrebbe potuto riservarci delle sorprese ed ero adulto e ben consapevole di quello che stavo facendo il giorno del matrimonio. Inoltre percepivo che anche per le nostre figlie, l’ingresso di una nuova donna avrebbe portato maggiori ferite: infatti in questi casi si pensa sempre agli adulti, tralasciando i figli che sono i più deboli e che avrebbero diritto ad una famiglia in cui papà e mamma si vogliono bene, perché è il giusto ambiente per una corretta crescita psico-fisica.

Le promesse matrimoniali non sono un contratto con clausole rescissorie, ma un patto, indipendente da quello che fa o decide l’altro, come Cristo ci ama e rimane ad aspettarci anche quando ce ne andiamo o lo tradiamo (l’indissolubilità, è data dalla presenza di Gesù che si unisce permanentemente agli sposi).

Quando ho capito che era il momento di smettere di lamentarsi e di farsi domande senza risposta, ma di cercare di far uscire il bene anche da una cosa brutta come la separazione, c’è stata la svolta: su consiglio di un assistente spirituale, nonostante il mio scetticismo, ho iniziato ad andare a messa tutte le mattine, prima di andare al lavoro e a recitare il rosario quotidiano.

Così, fidandomi completamente di Dio, pian piano le cose sono migliorate e anche gli aspetti che mi davano da pensare, come quello sessuale, hanno preso la giusta direzione: pensavo che la castità completa (o meglio, la castità vissuta nella continenza) fosse impossibile per un uomo e invece devo testimoniare, a distanza di più di 11 anni che è possibile senza sforzi eccessivi, lo considero un miracolo.

Inoltre mi sono accorto che questo non è merito mio, perché io non ne sarei capace, è Dio che opera attraverso di me, mi sono solo fidato e affidato a Lui. Contemporaneamente, tramite delle amiche, sono venuto in contatto con la Fraternità Sposi per Sempre, guidata da Don Renzo Bonetti, un gruppo di persone separate o divorziate che scelgono di rimanere fedeli al Sacramento: ho cominciato a frequentarli, scoprendo così quanto poco avevo capito del matrimonio cristiano!

Con Dio nessun matrimonio fallisce, perché Lui è il primo separato fedele, che rimane con noi anche quando lo tradiamo: si entra in chiesa per sposarci in due e si esce in tre; è importante avere la consapevolezza che dobbiamo sempre attingere dall’alto e che il matrimonio non è nato solo per la coppia, ma per il servizio agli altri, per realizzare la famiglia grande dei figli di Dio.

La sofferenza (cioè il “morire” a quello che avevo pensato e sperato), è stata lo strumento attraverso il quale Dio ha plasmato e convertito il mio cuore e a distanza di diversi anni mi sono accorto che mia moglie, anche se mi ha lasciato, è stata il mio sicomoro, come è successo a Zaccheo, perché mi ha permesso involontariamente di salire, di crescere e di poter intercettare quello sguardo di Dio che ti cambia, ti fa sentire amato nonostante la tua piccolezza e ti fa vedere la sposa bella come lui l’ha pensata. Anche se sono solo, sono sposo al 100%, fratello, padre e quindi posso portare avanti la missione degli sposi, ovviamente con modalità diverse.

Ho visto miracoli nella mia vita e ho provato la vicinanza di Gesù in tanti momenti, ho imparato ad amare mia moglie in maniera diversa, completamente svincolata dal possesso e da qualsiasi ritorno che possa avere, anche di soddisfazione sessuale. Indubbiamente non è facile, perché ogni giorno è diverso: ci sono alti e bassi, è un cammino che finirà nel mio ultimo respiro, ma è davvero gratificante cercare di amare di un amore totalmente gratuito che non si aspetta niente, quello che Dio ha per noi, sempre, indifferentemente da come rispondiamo alla sua chiamata. Non posso che ringraziare Dio per tutto quello che mi ha dato e che continua a donarmi, è davvero una grande grazia!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il Suo Palato è Dolcezza

Dopo aver percorso con lo sguardo ogni dettaglio del suo amato, con occhi pieni di meraviglia e desiderio, la Sulamita non riesce più a trattenersi: si abbandona, si lascia travolgere, lo bacia con passione, senza più filtri, senza più distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il suo palato è dolcezza; egli è tutto delizie! Questo è il mio dôdì, questo è il mio amico, figlie di Gerusalemme!

La giovane sposa del Cantico dei Cantici esprime tutto il suo desiderio per l’amato. Nei versetti precedenti l’ha ammirato dalla testa ai piedi, con uno sguardo pieno di meraviglia che a poco a poco diventa contemplazione. Lei contempla ciò che è bello in lui, e quella bellezza rimanda a qualcosa di più grande: alla bellezza di Dio. Se Dio è amore, è l’amore che rende bello chi ama e chi è amato. Quella tra i due sposi non è quindi una semplice attrazione fisica: è un incontro che sfiora il mistero, un’esperienza quasi mistica. Nel loro amore essi percepiscono una Presenza che li supera, come se il loro abbraccio racchiudesse un riflesso dell’abbraccio infinito di Dio.

La Sulamita, la sposa del Cantico, a questo punto gli dice in sostanza: “Tu non sei solo un corpo splendido. Tu sei molto di più: tu sei tu. Sei il mio uomo, l’unico e il solo per me.” Quando esclama «egli è tutto delizie», la sposa afferma che la persona intera del suo amato è una meraviglia ai suoi occhi. Ogni aspetto di lui fa parte di ciò che lei ama, anche ciò che oggettivamente non è perfetto. Lei sa bene che il suo uomo ha dei difetti – tutti ne abbiamo. Amarlo non significa ignorarli o fingere che non esistano. Significa piuttosto non avere uno sguardo miope, fermo solo su quelle mancanze. Se ci fissiamo sui difetti dell’altro, rischiamo prima o poi di non sopportarlo più. Invece, la sposa del Cantico ci insegna a guardare i difetti del partner alla luce di tutta la persona. L’uomo di cui si è innamorata ha tante qualità e lati positivi; le ha mostrato in mille modi il suo amore, l’ha fatta sentire preziosa, l’ha saputa anche perdonare. È un uomo bello – anzi, ai suoi occhi è meraviglioso – nonostante le sue imperfezioni. Lei non dimentica chi è davvero quella persona che ama.

Questa prospettiva è fondamentale nella vita di coppia. Anch’io, come marito, imparo ogni giorno a non perdere questo modo di guardare mia moglie. Ci sono piccoli difetti o abitudini che potrebbero infastidirmi. Ma se mi lascio prendere da uno sguardo miope, che vede solo il negativo, rischio di rovinare la magia. Invece, quando ricordo chi è davvero mia moglie, tutto cambia: rivedo la donna straordinaria di cui mi sono innamorato, con il suo sorriso unico, la sua bontà, la forza con cui affronta la vita e anche le sue fragilità che la rendono umana e vera. Allora i difetti tornano ad essere semplici dettagli sullo sfondo. Il cuore si risveglia alla gratitudine e all’amore, e nei suoi occhi ritrovo quella scintilla che mi fa dire: “Tu sei tu, sei la mia unica, sei tutta bella per me.”

Quando guardiamo l’altro in questo modo – intero, unico, insostituibile – nasce in noi un desiderio rinnovato di intimità. La Sulamita lo esprime con ardore: «Il suo palato è dolcezza». È un’immagine poetica per dire che i baci del suo amato sono dolci come il miele, che la sua bocca le dona piacere e vita. In altre parole: lui è così bello ai suoi occhi che lei desidera baciarlo, entrare in comunione profonda con lui, assaporarne la presenza. Possiamo domandarci sinceramente: abbiamo ancora questo sguardo di meraviglia verso il nostro amato o la nostra amata? Non ne siamo sicuri? La prova è semplice. Abbiamo ancora desiderio di baciarlo o baciarla con slancio? Sentiamo ancora nel cuore quell’impulso di assaporare la sua essenza, di respirare con lui/lei, di condividere lo stesso respiro? In un bacio vero e profondo, infatti, due persone si scambiano il soffio vitale – unendo le labbra, i due respiri diventano uno solo. Quel gesto racchiude tutto: passione, tenerezza, fiducia e abbandono.

“Questo è il mio amato, questo è il mio amico,” conclude la sposa del Cantico. Amato e amico: amante appassionato e compagno fedele. È una definizione splendida dell’amore coniugale. Nell’amore autentico tra un uomo e una donna, la passione e la dolcezza vanno di pari passo con la complicità e il rispetto reciproco. I due sposi sono amanti, ma anche amici e alleati nella vita. Così, l’amore umano svela un frammento dell’Amore divino: nell’abbraccio quotidiano di un uomo e una donna possiamo intravedere – quasi in filigrana – l’abbraccio di Dio. Questo pensiero ci invita a custodire con cura il nostro amore: a tenere vivo lo stupore per l’altro e a coltivare la tenerezza giorno dopo giorno. In questo modo l’amato e l’amata rimangono davvero “tutto delizie” l’uno per l’altra, e la loro unione diventa riflesso di una bellezza più grande che non finisce mai.

Antonio e Luisa

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La Fabbrica della Tenerezza

Oggi un contributo molto gradito da parte di due coniugi impegnati da tanti anni a favore della famiglia e dell’amore. Si tratta di Maria Lubrano e Raimondo Scotto. Ci hanno scritto per arricchire il confronto nato da un articolo di alcuni mesi fa Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore. Il loro contributo prende spunto da ul libro che hanno publicato nel 2011 Inseguendo l’anima gemella. Nelle pagine che hanno deciso di condividere con noi c’è la storia di Elena e di suo marito.

Elena ha fame di amore ma fin dal fidanzamento si è accorta che il marito è anaffettivo perché nella sua famiglia nessuno gli aveva insegnato ad esprimere l’amore, mai abbracci, mai baci, mai empatia. C’erano stati dei primi segnali dolorosi. Tutte le coppie di fidanzati loro amici si tenevano per mano, oppure camminavano abbracciati ma per lei non c’erano abbracci.

Eppure lei stimava quell’uomo introverso ma seriamente impegnato a costruire il loro legame affettivo. Dopo il fidanzamento le nozze.  Elena vorrebbe lasciarlo dopo pochi mesi dal matrimonio ma  decide consapevolmente la via della fedelta al sacramento e di continuare ad amarlo per riempire quel serbatoio di amore che nel marito è rimasto vuoto. Nelle righe che seguono viene raccontato il momento cruciale in cui lei “sceglie” di restare con suo marito

LA FABBRICA DELLA TENEREZZA.  

Entra l’aria fresca del mattino dalle imposte accostate. Gui è andato via salutandola frettolosamente, la credeva forse  ancora un po’ addormentata, ma  Elena era ben sveglia. Si è alzata ed ha guardato il limoneto ancora in fiore. Quel verde l’ ha abbagliata,  stordita, ma solo per pochi istanti, subito è ritornata alla sera prima, all’odio che avevano saputo  generare tra loro. Nella sua  anima è sceso il gelo. Il suo meraviglioso mese di maggio che le piaceva tanto, adesso le è indifferente.

Si guarda intorno, le arance mature, la brocca rossa, il letto disfatto, le pareti immobili… tutto è senza vita, non c’è più lo smalto, manca la luce… Ha nel cuore una sensazione di sconfitta, di danno irreparabile…  Vorrebbe gridare : “Ti prego Gui, te lo chiedo in ginocchio, non distruggere così quello in cui abbiamo creduto… aiutami a ritrovarti”.

L’aria ancora un po’ pungente si colora di tenero verde, di giallo, di pallido viola. I tetti riflettono allegri il cielo luminoso. Elena si appoggia all’ inferriata del balcone, lo sguardo si perde nel limoneto. Quanti anni sono passati da quel giorno di aprile quando le campane di Sant’Antonio la chiamavano: sposa… sposa… sposa. Con quanto entusiasmo era cominciata la loro vita a due, poi, per quell’incapacità di Gui di esprimere le sue emozioni, per quella frequente mancanza di gentilezza, tutto aveva iniziato a sgretolarsi. Le sembra adesso di trovarsi in un vicolo cieco, le sembra di non trovare via d’uscita.  La tentazione di fuggire, di buttare all’aria la loro relazione, da mesi è forte.

Un pensiero imprevisto ad un tratto le attraversa la mente… forse ancora possono riprovarci? imparare a  volersi bene, arginando le piene del cuore, scavalcando gli ostacoli, evitando di farsi del male, urtando gli spigoli?

Qualche mese dopo

Elena e Gui sono ancora insieme, non sono cambiati, alcune ferite radicate nell’infanzia rimangono per sempre, alcune pieghe dell’anima sono indelebili ma è accaduto qualcosa di nuovo, di sorprendente. Sono cambiati quel poco che basta per guardarsi negli occhi senza rancori,  lui sempre incapace di esprimere sentimenti e emozioni, lei sempre assetata di gentilezza, di  tenerezza.

Elena si domanda stupita: come ha potuto sopravvivere, come le sono scivolati addosso tutti  quei giorni senza versare più lacrime? Ancora se lo chiede, ancora si stupisce di fronte alla voragine impensata delle potenzialità umane, alle straordinarie energie del cuore, al fedele aiuto di quel Dio in cui aveva ricominciato a credere.

Momenti di riflessioni  ce ne sono stati tanti  e tanti sono stati i  suoi propositi, le proposte accorate per Gui, per poter ricominciare a credere nel “noi”. Era come spostare una montagna appuntita, saltare da un muro alto nel vuoto, ma ogni volta era riconoscere orizzonti nuovi,  ampi panorami sconosciuti, e atterrare al suolo su di un tappeto erboso senza ferite, solo qualche leggera ammaccatura simile al dolore che si prova dopo una frizione rigenerante sul corpo. Nonostante i tanti momenti bui, ogni dolore, piccolo o grande, era stato sempre per loro due, uno spazio creativo, dove poter intravedere piccole strade nuove per incontrarsi.

Il miracolo era avvenuto, si era sciolto nel suo cuore il rancore, la pretesa, aveva accolto le fragilità di Gui, buttando all’aria,  lei per prima, la guerra fredda che avevano entrambi generata. La sua fame di amore si era saziata cibandosi dell’amore di Dio e Dio le aveva insegnato a dare tenerezza.

La tenerezza, la gentilezza di cui aveva bisogno, Elena aveva iniziato a fabbricarsela  da sé, la generava nel suo cuore e nasceva anche negli altri. Se lei si fermava, se si stancava di produrla, tutti si fermavano. A volte era stanca di essere quella sorta di fabbrica di gentilezza, a volte come oggi che si appoggia al balcone e si perde con lo sguardo nel limoneto per ritrovare energia, oggi che è senza forze. 

Un’idea le sfiora l’anima: ognuno nella vita in fondo, per essere utile, deve fabbricare qualcosa. C’è chi fabbrica musica, chi arte, chi studio, chi idee, chi poesie, chi cultura ecc…ella non può tradire la sua natura, gli ideali che l’hanno affascinata fin da quando era bambina… lei potrebbe fabbricare gentilezza. Ricorda di aver letto una volta la storia di una ragazza che si chiamava “Dona Musica”. Ella, dovunque entrava, doveva donare note per far felici i presenti…

Nell’impeto dei suoi tredici anni aveva deciso subito, con determinazione, di voler fare anche lei così. Le occasioni nella vita non le sono mancate, ed è contenta di non essersi tirata indietro, anche se la tentazione di farlo è stata a volte così forte come un vortice nel mare in tempesta; ma ogni volta una piccola cordicella, un’idea, un piccolo filo d’oro, l’hanno tirata fuori. Quell’ improvviso ricordo di “Dona Musica” quella storia sarà forse  il filo d’oro di oggi per ritrovare la forza di essere gentile?

Le foglie verdi ondeggiano piano, si sente il fischio di una nave, la brezza del mare vicino culla i suoi pensieri.

Quel giorno quando Gui ritorna dal lavoro, come sempre stanco, taciturno, schiacciato dai suoi pensieri, trova Elena, più accogliente del solito, che gli sorride  e lo blocca sulla porta di casa con un abbraccio coinvolgente. Come ormai  accade negli ultimi due mesi, si meraviglia di quel cambiamento, di quei suoi sorrisi inaspettati, di quell’abbraccio che scioglie tutta la tensione accumulata in quell’ufficio dove non c’è mai tregua, dove i problemi si accavallano, si accumulano senza soluzioni. La tenerezza di Elena scende nel suo cuore come una musica dolce che lo rasserena, che lo porta a sciogliere quel nodo che gli blocca le parole da sempre, da quando bambino si sentiva invisibile, davanti a un padre che sapeva solo lanciare messaggi di sfiducia. Allora, come un prodigio, fiorisce per la prima volta, sulla sua bocca una frase: Grazie Elena, tu non sai  quanto sei importante per me…

Raimondo e Maria Scotto

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Dove la Fede Incontra la Psicologia: Un Cammino di Libertà

Carissimi, viviamo in un tempo in cui l’amore non può più essere lasciato al caso. Le relazioni superficiali non reggono, la fragilità affettiva spesso ci disorienta, e la vita ci chiede radici profonde, sguardi autentici, e strumenti concreti per amare davvero. In questo contesto nasce “In relazione con Te”, (vai alla scheda del corso) un percorso formativo unico nel suo genere, pensato per chi desidera accompagnare sé stesso e gli altri – nella vita di coppia, in famiglia, nella pastorale – con competenza e profondità umana e spirituale.

Il cuore di questo corso è un’intuizione potente: la fede e la psicologia non sono mondi separati. Non dobbiamo più scegliere se approfondire l’uno o l’altra. È proprio la loro integrazione che può aprire spazi nuovi di crescita personale e relazionale. La fede ci rivela la bellezza e la dignità dell’uomo creato e redento; la psicologia ci aiuta a comprendere come funzioniamo nel concreto della nostra vita emotiva e delle nostre relazioni quotidiane.

Questa visione è al centro del progetto nato dalla collaborazione tra Amati per Amare e matrimoniocristiano.org, due realtà impegnate da anni nella formazione cristiana, con il desiderio di costruire percorsi che parlino al cuore, alla mente e alla vita reale delle persone. A guidare il corso ci saranno ad accompagnarmi in questo progetto, professionisti qualificati – oltre che cari amici – e profondamente radicati nella fede:

  • Claudia Viola, psicoterapeuta, Analista Transazionale ed EMDR practitioner
  • Roberto Reis, psicologo e terapeuta in formazione

Il percorso si rivolge a educatori, operatori pastorali, sacerdoti, sposi, genitori e a chiunque senta il desiderio di prendersi cura di sé e degli altri con uno sguardo integrale, che non separa l’anima dalla psiche, la spiritualità dalla vita concreta. Ma è anche un cammino prezioso per chi, in questo momento, sente il bisogno di conoscersi meglio e imparare a navigare nel proprio mondo interiore con maggiore consapevolezza.

La fede cristiana è, prima di tutto, incontro con una Persona viva: Gesù Cristo. Lui ci chiama a seguirlo non in modo disincarnato, ma diventando pienamente umani. La sequela di Cristo ci porta a integrare fede e vita, spirito e psiche, e questo corso ci aiuterà a farlo con l’aiuto dell’Analisi Transazionale, una chiave di lettura semplice, efficace e profondamente rispettosa della persona.

Attraverso sei moduli online, a cadenza mensile e in diretta, il corso ci accompagnerà in un viaggio concreto e trasformante, che unisce teoria e pratica, con esercizi, esempi e strumenti da applicare subito nella vita quotidiana. I contenuti nascono da episodi evangelici concreti, dove Gesù si rivela come il Maestro della relazione autentica.

  • Con la Samaritana (Gv 4,1-42), Gesù ci insegna l’arte dell’ascolto vero, senza giudizio, capace di accogliere l’altro con autenticità e rispetto. Impareremo a comunicare in modo efficace e a essere presenti, con tutto noi stessi, nei nostri dialoghi.
  • Nel Getsemani (Mt 26,36-46), Gesù ci mostra come vivere le emozioni profonde senza negarle né esserne schiacciati. Impareremo a riconoscere e ad esprimere i sentimenti, maturando una maggiore libertà interiore.
  • Nella moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mc 6,30-44), Gesù guida i discepoli con equilibrio e compassione, mostrandoci come gestire un gruppo in modo sano e orientato al bene di tutti. Scopriremo strategie concrete per accompagnare e coordinare persone e comunità.
  • Nell’invio dei discepoli in missione (Lc 10,1-12.17-20), Gesù ci introduce all’apprendimento esperienziale: si cresce facendo, sbagliando, riflettendo insieme. Apprenderemo il modello di Kolb e Fry per imparare a crescere a partire dall’esperienza vissuta.
  • Con Marta e Maria (Lc 10,38-42), Gesù ci invita a integrare le diverse parti di noi: il Genitore Critico, il Bambino Libero, l’Adulto consapevole. Esploreremo come trasformare il nostro stile relazionale per costruire legami più autentici.
  • Con la donna adultera (Gv 8,1-11), Gesù ci libera dai giochi psicologici di colpa e punizione. Impareremo a riconoscere i copioni interiori che ci intrappolano e a scegliere risposte nuove e liberanti.

Voglio dirvelo in tutta sincerità: per me fare questo cammino di consapevolezza nella mia fede attraverso la psicologia ha rappresentato un vero salto di qualità nella mia vita. La mia immagine di Dio, il modo in cui lo percepisco come Padre, è stato profondamente influenzato dalle mie esperienze relazionali, fin dall’infanzia. Solo grazie a questo percorso, accompagnato con grande delicatezza e competenza sia da Claudia e Roberto, che anche da terapeuti che mi hanno consigliato, ho potuto riscrivere certe immagini interiori, guarire ferite antiche e scoprire un modo nuovo, più libero e più vero, di stare con Dio, con me stesso e con gli altri.

Questo percorso non è solo formazione. È un’inizio, un’opportunità per trasformare la tua vita e le tue relazioni, per crescere nella consapevolezza di te e per diventare un accompagnatore più autentico e competente nella Chiesa, nella famiglia, nella società.

Se senti che è tempo di fare un passo in più, di amare meglio, di prenderti cura di te per prenderti cura degli altri, questo corso è per te. Non perdere questa occasione: la vera formazione nasce quando fede e psicologia si incontrano per aiutarti a diventare pienamente umano e pienamente cristiano.

Antonio e Luisa

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Amore e Riconoscimento nel Cantico dei Cantici

Con questa ultima riflessione completiamo la serie di quattro capitoli dedicati a cantare la differenza tra uomo e donna. Nel Cantico dei Cantici è un tema molto presente. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce poetica del Cantico dei Cantici, con il suo linguaggio di corpi e sensazioni, ci ricorda che l’attrazione fisica e il desiderio ardente non sono nemici dell’amore fedele, ma anzi ne fanno parte integrante. L’analisi simbolica del corpo dell’amato che la sposa compie – enumerando capo, occhi, mani, torso, gambe, bocca – non è semplice lussuria oggettificante, bensì espressione di ammirazione totale e dedizione.

In ogni tratto fisico ella coglie un significato interiore: la solidità delle gambe allude alla stabilità del carattere, la dolcezza del palato parla della dolcezza delle sue parole, lo splendore dorato del volto riflette la nobiltà d’animo che lei vi legge. In questo modo il corpo diventa sacramento dell’amore, segno tangibile di qualità invisibili.

Ciò risuona con una visione integrale della persona: amare qualcuno significa amare anche il suo corpo, perché è l’espressione visibile di chi egli è. La dedizione si manifesta dunque nel desiderare ogni parte dell’altro, nel trovare bellezza in ciò che forse agli occhi distratti del mondo è comune. La sposa del Cantico vede il suo diletto bello e desiderabile dalla testa ai piedi; potremmo dire che lo venera in senso laico, cioè lo valorizza totalmente. Questo sguardo genera una grande energia d’amore: fa sentire l’amato “riconosciuto”, accolto pienamente.

In conclusione, partendo da quel brano del Cantico dei Cantici abbiamo esplorato come l’amore di coppia possa essere insieme estasi sensuale e percorso di crescita. La forza dello sguardo femminile emerge nella capacità della sposa di trasfigurare il suo amato attraverso l’amore: ella lo vede come il più bello, il più degno, e così facendo ne alimenta la bontà e la bellezza.

La potenza del riconoscimento dell’altro si rivela nel modo in cui ciascun partner, sentendosi visto e apprezzato, fiorisce e si rinnova. E la capacità trasformativa dell’amore brilla sia nelle piccole metamorfosi quotidiane – i caratteri che si ammorbidiscono, le personalità che maturano a contatto reciproco – sia nelle grandi prove superate insieme, che rappresentano vere e proprie rigenerazioni del rapporto.

Uomo e donna, così diversi, scoprono nell’incontro amoroso la possibilità di diventare pienamente se stessi solo insieme. Come nei versi finali del nostro brano biblico, ciascuno può dire dell’altro: “Questo è l’amato mio, questo l’amico mio”. Amato e amico: eros e agape, passione e complicità. È la pienezza dell’amore umano, in cui il desiderio alimenta la dedizione e viceversa, in un circolo virtuoso che può durare tutta la vita e, anzi, renderla ogni giorno nuova. In questo misterioso incontro di corpi e anime, l’uno per l’altra diventano davvero “tutto delizie”, e lo sguardo d’amore dell’uno è specchio e luce per l’altra – trasformandoli e rigenerandoli di continuo nel dono reciproco.

Antonio e Luisa

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Scelte Quotidiane per un Matrimonio Cristiano Vivo

«Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove!»
Queste parole di Papa Leone, durante l’udienza generale del 25 giugno 2025, risuonano con forza, specialmente quando pensiamo al matrimonio cristiano. Troppe volte ci fermiamo all’apparenza: un matrimonio ben celebrato, una foto davanti all’altare, una cerimonia curata nei dettagli. Ma il vero matrimonio cristiano non è quello che si mostra: è quello che ogni giorno sceglie Cristo come suo centro vivo e operante.

Toccare Cristo nelle ferite del matrimonio

Il Papa, commentando il brano dell’emorroissa, ci offre un’immagine potente: una donna che, pur impura e piena di paure, osa toccare Gesù e, grazie alla sua fede, viene guarita. Il matrimonio, proprio come la vita di quella donna, attraversa stagioni di fatica, crisi, ferite non guarite. Eppure, il rischio di vivere una fede superficiale si insinua anche nella vita di coppia: essere presenti in chiesa la domenica, ma lasciare il cuore altrove, magari chiuso nella delusione o nel rancore.

Un matrimonio che attraversa le difficoltà non è quello che evita la fatica, ma quello che osa toccare Cristo proprio attraverso le sue ferite. È lì che si gioca la partita della fede coniugale: nel decidere ogni giorno di non scappare, di non chiudersi, di non vivere la relazione come un contratto o un dovere senz’anima.

La vera guarigione nasce dalla fede concreta

Il Papa ci ricorda che non basta calpestare le nostre chiese: serve toccare il cuore di Gesù, crederci davvero. Questo vale anche per la vita matrimoniale: non basta celebrare il sacramento, bisogna viverlo.

Quante coppie entrano in chiesa il giorno delle nozze senza una vera fede viva, senza il desiderio profondo di far sì che Cristo sia il centro reale della loro storia. Magari lo hanno detto quel giorno, ma poi, con il tempo, il cuore si è spostato altrove: verso il lavoro, verso la carriera, verso i figli vissuti come rifugio affettivo, e non più verso l’altro come compagno di vita.

Ma quando una coppia decide di tornare a Cristo, anche dopo anni di distanza, anche dopo ferite che sembrano insanabili, succede qualcosa di simile a quello che è accaduto all’emorroissa: si riapre la possibilità della guarigione. Perché, come dice Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace» (Mc 5,34).
Nel matrimonio possiamo sentirci rivolgere le stesse parole: figlio, figlia, la tua fede – anche piccola, anche stanca – ti salva. Puoi ricominciare, puoi andare in pace.

Per noi: mettere Gesù al centro è stato concreto

Nella nostra storia di coppia, mettere Gesù al centro non è mai stato un concetto astratto. È stato – ed è ancora oggi – un lavoro quotidiano fatto di scelte spesso non comprese, a volte derise.
Abbiamo scelto la castità prima del matrimonio, quando molti ci guardavano con sospetto o ci prendevano in giro. Abbiamo scelto di usare i metodi naturali per vivere la nostra fertilità in modo consapevole, mentre intorno a noi sembrava assurdo fidarsi così tanto l’uno dell’altro e della vita.
Abbiamo scelto di restare aperti alla vita anche quando questo significava accogliere la fatica, la rinuncia, il sacrificio. E ancora oggi, ogni giorno, ci troviamo a combattere contro l’orgoglio, contro la voglia di avere ragione, contro l’impulso di dominare l’altro e di chiuderci nel nostro ego.

Mettere Gesù al centro, per noi, significa tutto questo: scegliere l’amore quando è più difficile, scegliere il dono quando sarebbe più comodo chiudersi, scegliere di rialzarsi dopo ogni caduta.

Ogni giorno una scelta

Un matrimonio che attraversa le difficoltà e che resta fedele non è un matrimonio perfetto. È un matrimonio che ogni giorno compie una scelta: quella di credere che Gesù è lì, nella casa, nella fatica, nella crisi, e che vale la pena rimettere Lui al centro, anche quando sembra troppo tardi.

Il rischio più grande, come ha detto Papa Leone, è quello di vivere “calpestando la superficie”, in modo formale, ma con il cuore assente. Il dono del matrimonio cristiano, invece, è quello di poter vivere ogni giorno come un nuovo inizio, come una nuova occasione per toccare Gesù con le nostre mani fragili, per lasciarci guarire e per riscoprire che la pace non viene dall’assenza di problemi, ma dalla Sua presenza dentro le nostre storie.

Ecco allora il segreto: non basta sposarsi in chiesa. Bisogna sposarsi ogni giorno in Cristo. Bisogna toccarlo ogni giorno nella vita reale di coppia. Solo così un matrimonio diventa davvero una storia di fede, una storia di salvezza

Antonio e Luisa

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Un Legame Eterno Oltre la Separazione

In questi giorni ho festeggiato 23 anni di matrimonio, 11 dei quali vissuti senza mia moglie accanto; ho notato che purtroppo questo giorno così importante è sottovalutato: qualche coppia se ne ricorda quando è già passato, altri lo considerano un giorno più da dimenticare, per non parlare poi di chi si separa (conosco una donna che addirittura festeggia il giorno del divorzio perché, secondo lei, ha riottenuto la sua libertà).

Per il mio anniversario di matrimonio ho portato le paste al lavoro, un gesto semplice, spontaneo, per festeggiare con chi passo la maggior parte del tempo nella giornata. I colleghi hanno ovviamente apprezzato, ma qualcuno ha commentato con un sorriso ironico: “Sei un estremista religioso… ma che c’è da festeggiare se sei separato?”.

Li capisco, dal punto di vista del mondo, hanno perfettamente ragione. Che senso ha ricordare un’unione che non è più vissuta quotidianamente? Che senso ha celebrare un legame che sembra essersi interrotto? Ma, come diceva Chiara Corbella Petrillo, una donna che ha vissuto la fede fino all’ultimo respiro, “qualsiasi cosa farai, avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna”. Allora, sì, capisco che non possano comprendere, è normale, non mi meraviglia, non mi offende.

Il giorno dell’anniversario di matrimonio non è una data qualunque, è un giorno che mi ha segnato per sempre, è il memoriale di un “sì” eterno. Quel giorno ho pronunciato parole che non erano solo un impegno umano, ma partecipazione a un mistero più grande: il mistero dell’amore di Dio che si dona fino in fondo. Quel giorno è la mia Pasqua personale: sono “morto” a me stesso, ho donato tutta la mia vita, il mio corpo, la mia libertà, a mia moglie, non per un tempo, ma per sempre.

Questo, per me, è il cuore del matrimonio sacramentale: un amore che si fa dono irrevocabile. Come Cristo ha donato se stesso sulla croce per amore della sua Sposa, la Chiesa, anch’io, con tutta la mia debolezza, ho provato a dire: “Ecco, prendi la mia vita, è tua, per sempre.

Ogni anniversario è perciò un “memoriale”: non solo un ricordo, ma un riattualizzare quel dono, quell’offerta. È la mia piccola croce, ma anche la mia risurrezione, anniversario della Pasqua, com’è scritto in Familiaris Consortio n.13: Gli sposi sono pertanto il richiamo permanente per la Chiesa di ciò che è accaduto sulla Croce……il matrimonio è memoriale, attualizzazione e profezia della Pasqua.

E’ un giorno talmente importante che segna un prima e un dopo, non si può far finta che non sia cambiato niente o addirittura scordarselo o volutamente non festeggiarlo. Anche se sono separato, ogni anno questo giorno è speciale, lo vivo con la santa messa e facendo anche qualcosa di particolare: certo, c’è una punta di tristezza, com’è naturale, per quello che avrebbe potuto essere e non è, ma con gratitudine e pace per la grazia ricevuta.

Se mi fossi risposato, o anche solo “riaccompagnato”, avrei ripreso qualcosa che avevo donato per sempre e l’avrei dato a un’altra persona: in qualche modo, mi sarei “ripreso” il mio dono, ma io non ho voluto.

Per questo, a Dio piacendo, fra due anni, quando saranno le nozze d’argento, voglio organizzare una festa, come hanno fatto altri separati fedeli: sarà un inno alla speranza, alla gioia che nasce dal vivere per qualcosa di più grande, sarà, ancora una volta, una Pasqua.

Qualcuno mi dirà che è strano, che è fuori dal tempo, forse sì, ma anche la Croce, a ben vedere, è fuori dal tempo. Anche Gesù, quando ha lavato i piedi ai discepoli e ha offerto la sua vita, ha fatto qualcosa che il mondo non capiva, eppure, da lì è nata la salvezza.

Sento che oggi c’è bisogno di testimonianze così, non per accusare chi ha fatto scelte diverse, ma per dire che c’è un’altra possibilità, che si può vivere il dolore della separazione senza cedere alla logica del “ricominciare” a ogni costo, che si può trasformare una ferita in un’offerta e che si può amare ancora, senza possedere.

Il mio anniversario di matrimonio è un giorno santo e ogni anno che passa, anche se cammino da solo, è un anno in più di amore donato, di fedeltà vissuta, di speranza custodita, perché il mio matrimonio non è finito: è diventato invisibile agli occhi del mondo, ma resta vivo agli occhi di Dio.

Ho scoperto anche che fra i separati ci sono persone che addirittura buttano via nel cassonetto l’album con le foto del matrimonio, dimenticandosi che questo loro gesto non cancella niente. Anzi, io voglio che le mie figlie vedano quanto eravamo felici quel giorno e che da quella felicità sono nate loro; banalmente, se le guardo, nei loro volti e nelle loro caratteristiche fisiche, io e mia moglie, siamo sempre insieme.

Pertanto sposi, mi raccomando, non scordatevi del vostro anniversario di matrimonio, giorno in cui vi siete totalmente dati, dati per amore, dati per sempre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Effetto Michelangelo: L’Amore che Plasmiamo

Ci soffermiamo anche in questo capitolo sui versetti del Cantico in cui la donna canta la bellezza maschile e virile di Salomone. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo di vita cantato dalla Bibbia, riconosciamo dunque elementi universali e attualissimi della relazione uomo-donna. Lo sguardo amoroso, in particolare quello femminile qui descritto, possiede una sorprendente potenza trasformante. La riconoscenza e l’ammirazione sincere che la donna rivolge al suo uomo non solo lo descrivono per come egli è ai suoi occhi, ma in un certo senso lo plasmano, lo chiamano ad essere la versione migliore di sé.

C’è un effetto quasi creatore nel modo in cui l’amata dice: “egli è tutto delizie”: pronunciando questa frase, è come se lei vedesse già in lui tutto il bene possibile, la pienezza delle sue qualità. Amare qualcuno significa anche intuire il suo potenziale e incoraggiarlo a realizzarlo.

Gli psicologi relazionali hanno definito questo fenomeno “effetto Michelangelo”: i partner, attraverso il loro sguardo e le loro aspettative positive, si scolpiscono a vicenda, aiutandosi a tirar fuori il proprio ideale. Lo ha spiegato benissimo anche papa Francesco quando ha affermato che: Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito.

Naturalmente occorre farlo con rispetto dell’altro e non con manipolazione – non si tratta di imporre un cambiamento, ma di ispirarlo. Se uno si sente amato e apprezzato per il meglio di sé, sarà più portato a diventare davvero migliore. In un rapporto sano ciascuno fiorisce anche grazie allo sguardo benevolo dell’altro. Possiamo immaginare che l’amato della nostra storia, ascoltando la voce della donna che lo descrive con toni così elevati, sorrida e senta nel cuore di voler essere all’altezza di quell’immagine dorata che lei ha di lui.

Del resto, lei lo chiama “amato” ma anche “amico”: in questo c’è la fiducia che lui saprà volerle bene con tenerezza e lealtà. Da parte sua, lo sguardo dell’uomo innamorato esalta la donna e la fa sentire bella e desiderata; lo vediamo in altri passi del Cantico e lo sappiamo dall’esperienza di tante coppie, in cui la femminilità si sboccia pienamente quando si sente vista e scelta dall’amore di lui. Insomma, gli occhi di chi ci ama finiscono per cambiarci: ci rivelano a noi stessi, ci danno una nuova identità. Come canta benissimo Gio Evan nella sua canzone Klimt:  Se c’è un posto bello, sei te. Ti ci devo portare.

Alla luce di tutto questo, il rapporto uomo-donna all’interno della coppia appare come una sorta di danza a due fatta di alterità e unità al tempo stesso. C’è la differenza, che crea attrazione e mistero – l’uno per l’altra rimangono in parte un enigma da scoprire, “altra cosa da sé” che non si possiede mai del tutto. E c’è la reciprocità, che crea invece intimità e comunione – i due si rispecchiano l’uno negli occhi dell’altra, diventando complici e appartenendosi liberamente.

In questa danza, a volte, i passi non sono sincronizzati: si pestano i piedi, entrano in collisione – è la crisi, il momento in cui sembra di non saper più andare a tempo insieme. Ma l’amore vero ha la capacità di ritrovare il ritmo, magari inventando nuovi passi. Serve la volontà di entrambi di non lasciare la pista. Serve quello sguardo amoroso di cui parlavamo: saper rivedere l’altro con occhi nuovi dopo ogni inciampo, come la sposa del Cantico che dopo la notte difficile rivede il suo amato e lo trova più bello che mai.

Quando c’è questo reciproco riconoscimento – “tu sei sempre tu, ti vedo, ti voglio ancora” – ogni riconciliazione diventa una piccola rigenerazione della relazione. I rancori si sciolgono e al loro posto rifiorisce la tenerezza. L’amore trasforma davvero: trasfigura l’immagine che abbiamo l’uno dell’altra, facendola evolvere con noi negli anni; trasforma noi stessi, perché impariamo dall’altro ed emergono aspetti nuovi del nostro carattere; trasforma perfino le ferite, perché un conflitto superato può diventare cicatrice che rende la coppia più forte e saggia.

Antonio e Luisa

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“Vuoi guarire?” — Quando nel matrimonio restiamo fermi aspettando che l’altro ci salvi

In questo articolo ho cercato di rielaborare le parole di papa Leone che abbiamo ascoltato nell’Udienza Generale di mercoledì scorso.

C’è una domanda che Gesù fa a un uomo paralizzato da trentotto anni. È lì, steso accanto a una piscina che — si diceva — aveva il potere di guarire chi vi si immergeva. E Gesù, invece di prenderlo in braccio o confortarlo con una carezza, gli fa una domanda spiazzante: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6).

Sembra una provocazione. Ma nel matrimonio, quante volte siamo anche noi lì: fermi, frustrati, con il cuore pieno di attese disattese, e ci sentiamo paralizzati. E Gesù, con amore ma senza sconti, ci guarda e ci chiede: “Ma tu, davvero vuoi guarire la tua relazione? O ti stai accontentando di lamentarti, sperando che cambi tutto… l’altro?”

Quando nel matrimonio ci si ammala di passività

Il paralitico racconta a Gesù che non riesce a entrare nella piscina perché “non c’è nessuno che lo aiuti”. Quante volte, nelle coppie, sentiamo la stessa frase:

  • “Mio marito non mi capisce”
  • “Mia moglie non mi supporta”
  • “Io do tanto e non ricevo nulla”

Ecco che il matrimonio diventa una piscina dove si spera che “l’altro” arrivi prima di me, si accorga del mio bisogno, faccia lui o lei il primo passo. Ma questo — nella logica di Gesù — non è amore maturo, è paralisi emotiva. È il “gioco psicologico del vittimismo”, direbbe l’Analisi Transazionale: delegare la propria felicità alla buona volontà dell’altro.

L’amore non è aspettare, è scegliere

Gesù non consola. Gesù non si commuove. Gesù responsabilizza. Gli dice: “Alzati. Prendi la tua barella. Cammina.” Cioè: riprendi in mano la tua parte. Assumiti la responsabilità della tua storia. Non restare bloccato nella posizione passiva del “se solo l’altro cambiasse…”. Nel matrimonio cristiano, l’altro non è un salvatore. L’altro è compagno di cammino. E la guarigione avviene quando entrambi smettono di guardarsi come ostacolo o speranza, e si riconoscono come alleati nel Signore.

La barella non si butta: si porta con sé

Una delle immagini più potenti dell’episodio è la barella. Gesù non dice: “Lasciala lì, dimentica il passato.” No. Gli dice: “Prendila.” Perché anche nel matrimonio, la storia ferita non si cancella. Si integra. Le delusioni, gli sbagli, i litigi — non vanno rimossi. Vanno portati con dignità. Perché sono parte del cammino. Sono proprio quei momenti in cui non ci siamo capiti, in cui ci siamo feriti, che oggi possono diventare trampolino di guarigione, se scelgo di riprenderli in mano con uno sguardo nuovo.

Dalla paralisi al cammino condiviso: una questione di Adulto interiore

In chiave psicologica, questo passaggio è un cambio di stato dell’Io. Il paralitico era bloccato nel suo Bambino adattato, pieno di lamentele, paure, deleghe. Gesù lo chiama nel suo Adulto interiore, capace di prendere decisioni, di rientrare in alleanza con la propria libertà.

Nel matrimonio succede lo stesso: finché restiamo nei giochi del “tu hai sbagliato”, “io faccio tutto”, “tu non mi capisci”, siamo dentro un copione ripetitivo, sterile. Il cambiamento parte quando uno dei due (basta anche solo uno!) si alza dalla propria posizione e dice: “Io scelgo di amare. Io scelgo di guarire, oggi.”

La domanda resta: vuoi guarire davvero?

Molti matrimoni oggi non sono finiti perché ci si è traditi o fatti troppo male. Ma perché ci si è lasciati andare alla paralisi. All’inerzia. Al “tanto è sempre così”. E invece Gesù oggi guarda ogni coppia e pone la stessa domanda: Vuoi guarire? O preferisci rimanere lì, aspettando che sia l’altro a cambiare?

Il miracolo, nel Vangelo, accade solo dopo che l’uomo sceglie. Si alza. Cammina. Con la sua barella sotto il braccio. Non è la guarigione che porta al cammino. È il cammino scelto che apre la strada alla guarigione.

Nel matrimonio cristiano non ci salviamo a vicenda. Ma insieme possiamo rispondere alla chiamata di Cristo, che non ci vuole immobili ad aspettare, ma in piedi, decisi, con la nostra storia in spalla e lo sguardo rivolto avanti. E quando uno dei due comincia a camminare — anche se l’altro è ancora seduto — il Signore può fare il resto.

Antonio e Luisa

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Dialogo e Ascolto: Riscoprire l’Amore

Siamo Loreta e Gilberto,  ci siamo sposati molto giovani. Abbiamo due figlie e siamo già nonni di una nipotina e facciamo parte della comunità di Retrouvaille da più di vent’anni.

Quando ho conosciuto Loreta, sono stato colpito e assorbito dalla spontaneità con cui mi parlava e raccontava di sé e della sua famiglia. Di lei mi piaceva tutto e fin da subito ho sognato che potesse diventare la mia sposa. L’apertura  di entrambi ci ha portato in breve tempo ad una profonda conoscenza di noi stessi, arrivando ad avere un buon dialogo e un altrettanto buon ascolto.

Ho compreso fin dall’inizio che Gilberto sapeva ascoltarmi e notavo che, quando mi parlava, i suoi occhi brillavano. Ogni volta che ci incontravamo ero elettrizzata dal suo sguardo e dai suoi modi affettuosi. Mi sentivo felice e fortunata dato che avevo trovato un ragazzo solare ed entusiasta della vita.

Ci siamo frequentati per tre anni e quando ci siamo sposati avevamo tanti progetti da realizzare. Ci sentivamo forti, imbattibili.

Purtroppo invece dopo una decina di anni a causa di intromissioni familiari sono iniziate le discussioni fra noi. Il dialogo e l’ascolto reciproco non c’erano più e questo ci ha allontanati. Piano piano siamo diventati estranei, fino ad arrivare a parlarci solo per l’organizzazione familiare e per le necessità delle figlie.

 Io non capivo perché Loreta aveva un buon rapporto con  tutti fuorché con me e con i miei genitori, ed io per questo soffrivo molto. Mi sentivo solo e cercavo tra le coppie di amici la serenità che avevo perduto in casa. Ho provato tanta vergogna, perché abitando in un piccolo paese, gran parte delle persone era venuta a conoscenza dei nostri gravi problemi di coppia.

Le liti erano sempre più frequenti  e il nostro rapporto era diventato molto conflittuale. Ci trovammo quindi ad davanti a un bivio. Io addossavo a Gilberto tutte le responsabilità della nostra crisi. Non aveva più  senso continuare a vivere assieme. Il nostro matrimonio era fallito. Mi sentivo delusa e scoraggiata. Avevamo entrambi la consapevolezza che non eravamo riusciti a mantenere la promessa del “PER SEMPRE”  e stavo decidendo per la separazione.

 Io, in quel periodo, mi sono aggrappato a Dio e lo sentivo vicino. Ho colto come un segno prodigioso il momento in cui la nostra vicina di casa, che ci sentiva gridare  ci ha proposto di partecipare ad un percorso per coppie in difficoltà di relazione: Retrouvaille.

Con esitazione e dubbi ci siamo iscritti. Grazie al percorso vissuto con Retrouvaille, abbiamo riscoperto e approfondito l’importanza di coltivare nella nostra coppia un dialogo costante e un ascolto autentico: pilastri fondamentali per una comunicazione vera, profonda e capace di farci ritrovare ogni giorno. Ora non ci parliamo solo dei fatti che succedono, di servizi, scambi di idee, giudizi, etc… ma riusciamo a condividerci i nostri sentimenti, anche quelli spiacevoli, rivelandoci come stiamo e cosa abbiamo provato nelle diverse situazioni che incontriamo nel quotidiano.

E ancora oggi riusciamo ad ascoltarci con il “cuore” : scegliamo il momento opportuno, ci prendiamo del tempo, liberiamo la mente dalle proprie distrazioni e sperimentiamo che mettendoci in ascolto e riuscendo a mettersi nei panni dell’altro arriviamo a riconoscere le nostre più profonde gioie e preoccupazioni. Ciò ci fa sentire più “leggeri”  e crea nella nostra coppia accoglienza e una buona e forte complicità.

Ci rendiamo conto che non sempre abbiamo bisogno di una soluzione quando parliamo con l’altro di una nostra difficoltà che stiamo vivendo, ma abbiamo solo bisogno di essere ascoltati.

Il percorso a volte è stato faticoso, ma ci siamo affidati a Dio chiedendogli di aiutarci a portare il peso e le fatiche che man mano incontravamo. Ancora oggi dopo tanti anni ringraziamo il Signore che ci ha fatto incontrare  Retrouvaille perché  grazie a questa esperienza si è chiusa dietro di noi la porta della disperazione e si è aperta quella della speranza. La nostra relazione è cresciuta, ci percepiamo persone migliori e l’aver incontrato la crisi ci ha aiutato a fortificare il nostro amore.

Loreta e Gilberto (Retrouvaille Italia)

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Quando lo Sguardo Guarisce: Amore e Cambiamento nel Matrimonio

In un tempo in cui la bellezza è misurata in pixel e giovinezza, e il corpo femminile è spesso visto come oggetto da consumare più che mistero da contemplare, riscoprire il valore dello sguardo del marito è un atto rivoluzionario. Uno sguardo che non misura, ma ama. Che non paragona, ma riconosce. Che non pretende, ma accoglie. Questo sguardo ha il potere di trasfigurare il corpo della moglie, di renderlo luogo di rivelazione e non di vergogna, di farne sacramento e non oggetto.

Lo sguardo che rinvia a Dio

Nel libro della Genesi, Adamo, alla vista della donna, esclama: “Questa sì che è carne della mia carne, ossa delle mie ossa” (Gen 2,23). È un grido di stupore, non di analisi. Non valuta. Non confronta. Si meraviglia. E la meraviglia è il primo passo verso l’amore vero.

Quando un marito guarda la moglie con questo sguardo, soprattutto nei momenti di trasformazione del suo corpo – durante la gravidanza, nel post-parto, o negli anni che segnano la pelle e scoloriscono i capelli – egli partecipa al mistero stesso di Dio che guarda la sua creatura e dice: “Ecco, è cosa molto buona” (Gen 1,31).

Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “L’amore vero sa riconoscere la bellezza anche quando il tempo l’ha coperta di rughe, perché vede ciò che l’occhio da solo non vede: il cuore, la fedeltà, la storia condivisa, la lotta fatta insieme.”

Quando lo sguardo guarisce

Molte donne, nel corso del matrimonio, si ritrovano a vivere un corpo che cambia, e con esso cambia anche la percezione che hanno di sé. I chili in più della maternità, le cicatrici del parto, il seno che non è più tonico come una volta, la stanchezza che si legge nei lineamenti: tutte queste cose rischiano di farle sentire meno desiderabili, meno donne, meno amate.

Eppure, proprio in quei momenti, il modo in cui il marito la guarda può diventare balsamo e profezia. Balsamo, perché lenisce la ferita dell’insicurezza; profezia, perché dice: “Tu sei ancora più bella, perché ora il tuo corpo racconta di amore dato, di vita donata, di fedeltà vissuta”.

Il terapeuta e autore Gary Thomas, nel suo libro Sacred Marriage, sottolinea che: “Il matrimonio non è stato pensato per renderci semplicemente felici, ma per renderci santi. E la santità passa anche da uno sguardo che accoglie il corpo dell’altro come terreno sacro, anche quando cambia.”

L’eros che si purifica

Lo sguardo del marito può essere erotico senza essere pornografico. L’eros purificato è la capacità di vedere l’altro non come corpo da possedere, ma come mistero da onorare. E quando questo avviene, la donna si sente scelta, amata, riconosciuta. Non solo per quello che appare, ma per quello che è: un dono.

Certo, anche il marito vive le sue fatiche. Anche lui può sentire il peso del tempo, la tentazione della fuga nel virtuale, il confronto con immagini irreali. Ma se sceglie di custodire il proprio sguardo, se decide di restare fedele anche con gli occhi, diventa canale della benedizione di Dio per la propria sposa. A tal riguardo Romano Guardini scrive: “L’amore vero rende bella la persona amata, perché la guarda non secondo criteri mondani, ma secondo lo sguardo di Dio.”

Una bellezza unica e soggettiva

Ogni marito che ama profondamente sa che la bellezza di sua moglie non è quella delle riviste o delle foto ritoccate dai filtri di Instagram. È fatta di tratti unici, imperfetti e meravigliosi. È quella bellezza soggettiva, cioè riconosciuta solo da chi ama. Perché solo l’amore trasfigura.

La moglie non ha bisogno di sapere se è “bella” nel senso oggettivo. Ha bisogno di sentirsi amata nella sua verità attuale, accolta nel suo corpo presente, anche se diverso da quello del giorno delle nozze. L’amore del marito può fare questo miracolo quotidiano: trasformare le rughe in memorie condivise, le smagliature in cicatrici di vita donata, la stanchezza in tenerezza reciproca.

Lo sguardo come sacramento

In una coppia cristiana, lo sguardo del marito può diventare sacramento: segno visibile di una grazia invisibile. Quando un marito guarda la moglie con amore casto, tenero e riconoscente, egli sta testimoniando il modo in cui Dio guarda ciascuno di noi. Con uno sguardo che non si scandalizza delle ferite, ma le trasforma in gloria.

Ecco allora che lo sguardo puro del marito diventa custode dell’intimità della moglie, protezione del suo valore, specchio del suo essere amata per sempre.

Una sfida e una vocazione

Ogni marito è chiamato a questo: a guardare la propria moglie come Dio guarda la Chiesa (cfr. Ef 5,25-27). A rispecchiare nel suo sguardo la tenerezza del Cristo che ama, purifica, solleva, consola.

Non è un compito facile. Ma è una vocazione meravigliosa. Una vocazione che passa da scelte piccole, quotidiane. Perché questo sguardo, così pieno di grazia, non nasce per caso. È frutto di una intimità coltivata con fedeltà, giorno dopo giorno. Senza tempo dedicato, senza gesti di cura, senza dialogo profondo, lo sguardo rischia di diventare distratto, opaco, superficiale.

Perché un marito possa continuare a vedere nella moglie la bellezza che il tempo non cancella, è necessario che i due non si perdano di vista. Non solo nello sguardo esteriore, ma in quello del cuore. Serve custodire momenti di tenerezza, di ascolto autentico, di presenza reciproca. Serve proteggere la dimensione dell’intimità – quella fisica e quella affettiva – come si custodisce una sorgente preziosa, perché da lì scaturisce la forza per attraversare ogni cambiamento.

Antonio e Luisa

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La Differenza: tra Conflitto e Opportunità

Siamo ancora lì, in quei versetti del Cantico dove la Sulamita si lascia andare. Non sta semplicemente parlando: lo contempla. È il suo re, il suo amato. Lo guarda e lo descrive con stupore, con una meraviglia che non è solo estetica ma profondamente affettiva, quasi adorante. Si sono ritrovati, dopo il buio della notte. E adesso lei lo vede di nuovo. Lo riconosce. Lo ama. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo vogliamo restare qui, su quel confine misterioso tra il maschile e il femminile. Una differenza che, sì, a volte può sembrare notte – distanza, incomprensione, silenzio. Ma che in realtà è proprio ciò che rende possibile la luce, l’incontro, la rivelazione.

L’amore maturo richiede anche di accettare i limiti e le imperfezioni dell’altro, non solo di celebrarne i pregi. La differenza tra i due – temperamento, sensibilità, modi di comunicare – a volte genera incomprensioni. Uomini e donne, come sottolinea Costanza Miriano, sono differenti in molti aspetti del loro modo di pensare e sentire, ed è facile cadere in alcune trappole: “La tentazione femminile per eccellenza è quella di controllare tutto… essendo [la donna] l’elemento forte della coppia. … La tentazione per eccellenza dei maschi è invece quella dell’egoismo e di non mettere tutto di sé nella relazione… ritirarsi nella propria caverna”.

Questa osservazione, pur generale, riflette dinamiche comuni: spesso la donna, più attenta al dettaglio relazionale, vorrebbe plasmare il partner a sua immagine (“ti miglioro io”, ironizza la stessa Miriano altrove), mentre l’uomo tende a sfuggire quando il rapporto si fa impegnativo, chiudendosi in sé. Queste tendenze opposte possono essere fonte di attrito – lei si sente trascurata, lui si sente assediato – ma sono anche il frutto della complementarità con cui siamo fatti.

La donna è spesso dotata di una sensibilità particolare per le relazioni, una capacità di connessione emotiva e di cura che costituisce una forza per la coppia; l’uomo d’altro canto porta una stabilità diversa, un orientamento all’azione e alla protezione che completa e sostiene. Invece di essere motivo di conflitto perenne, le differenze possono diventare una ricchezza se vengono riconosciute e accolte con amore. “Dobbiamo imparare a volerci bene in questa differenza e a perdonarci quotidianamente”, esorta Miriano.

In fondo, il Cantico celebra proprio questa dinamica: due amanti diversi ma complementari, lui paragona lei a un giardino chiuso in fiore, lei paragona lui a un maestoso albero di cedro – immagini diverse ma entrambe poetiche e potenti, che messi insieme danno l’idea di un giardino dove convivono bellezza e solidità, delicatezza e forza.

Amarsi nella differenza richiede umiltà e ascolto: capire che l’altro non sarà mai un nostro doppio, ma proprio per questo può sorprenderci e arricchirci. Richiede anche quel perdono quotidiano di cui parla Miriano: saper sorvolare sui piccoli torti, o perdonare quelli grandi, mantenendo la rotta verso il bene che si vede nell’altro.

La crisi, allora, da minaccia diventa occasione. Come è accaduto alla sposa e allo sposo del Cantico, che dopo lo smarrimento della notte sembrano ritrovarsi con un amore ancor più forte, così ogni coppia può uscire da una tempesta più unita di prima. Costanza Miriano, parlando del matrimonio, lo descrive come “una chiamata alla conversione”, sottolineando che persino le difficoltà coniugali possono rappresentare “un’opportunità unica per il cambiamento personale e spirituale”.

Sono parole importanti: vuol dire che nell’affrontare i momenti difficili ciascuno dei due è chiamato a crescere, a limare il proprio egoismo, a tirare fuori una pazienza e un amore più grandi. “La diversità tra uomo e donna – afferma Miriano – è parte del disegno divino e la sfida per le coppie è imparare a crescere insieme, affrontando le difficoltà”. In tale prospettiva, ogni riconciliazione dopo un conflitto diventa un ri-partire insieme, su basi via via più solide.

L’amore non rimane statico: attraversa prove, cambia forma, ma può approfondirsi e rigenerarsi se i partner accettano di mettersi in gioco. Quante volte si sente dire da coppie mature che le crisi affrontate hanno insegnato loro qualcosa, rendendoli più uniti? Il matrimonio è un lavoro che va seguito ogni giorno… Sempre occorre ripartire e crederci perché l’amore non è un singolo atto, ma un processo vivo, un cammino a due che dura tutta la vita.

La scena del Cantico dei Cantici ci mostra proprio un momento di questo cammino: c’è stata una caduta, ma c’è anche una riparazione, e la passione rinnovata dei due amanti suggerisce che ora il loro legame è ancora più consapevole e saldo.

Antonio e Luisa

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Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie

Nella Genesi leggiamo: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie”. Un versetto che abbiamo sentito tante volte, soprattutto nei matrimoni. Ma ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero “lasciare padre e madre”? Non solo in senso pratico, ma anche interiore?

La verità è che ognuno di noi, quando ama, porta dentro una storia. E molto di quella storia si è scritta quando eravamo piccoli, nel rapporto con mamma e papà. Sono loro che, nel bene o nel male, hanno segnato il nostro modo di stare al mondo e di cercare amore.

In psicologia si parla di copione di vita: un insieme di esperienze, emozioni e decisioni interiori che abbiamo preso da bambini e che, spesso senza accorgercene, ci guidano anche da adulti. È come se dentro di noi ci fosse un bambino che ancora aspetta di essere visto, accolto, riconosciuto. E quando ci innamoriamo, quel bambino si risveglia.

L’innamoramento: dolce simbiosi

All’inizio di una storia, tutto sembra perfetto. Siamo felici, completi, pieni di entusiasmo. È la fase dell’innamoramento, in cui si vive una forte simbiosi: due persone che si fondono quasi in una sola. È come se finalmente avessimo trovato ciò che ci mancava. E in un certo senso è vero: inconsciamente, nel partner rivediamo tratti familiari, qualcosa di mamma o di papà che ci faceva sentire al sicuro… oppure che ci è mancato e ora cerchiamo di colmare.

Questa fase è bellissima, piena di emozione e idealizzazione. Anche la chimica ci mette del suo: la dopamina (un neurotrasmettitore del piacere) ci fa sentire su di giri, come se l’altro fosse la risposta a tutti i nostri bisogni. Ma questa simbiosi, seppur naturale all’inizio, non può durare per sempre.

Dopo l’idillio, la realtà

Dopo circa 18 mesi – a volte prima, a volte dopo – le differenze iniziano a emergere. L’altro non è più solo “quello che mi completa”, ma anche una persona diversa da me, con i suoi limiti, le sue fragilità. È qui che cominciano i conflitti.

E non è un caso. Quando la realtà si affaccia, vengono fuori quei copioni infantili che ci portiamo dentro. Una parola, un gesto, un silenzio possono riattivare vecchie ferite: la paura di non essere amati, il timore del rifiuto, la rabbia per non essere ascoltati. In quei momenti, non stiamo solo litigando con il partner: stiamo facendo i conti con il nostro bambino interiore, quello che – ancora oggi – cerca approvazione, attenzione, cura.

I conflitti parlano delle nostre ferite

Quante volte ci siamo trovati a discutere per cose apparentemente banali, ma con un’intensità che sembra esagerata? È perché, in quei momenti, non stiamo reagendo da adulti, ma da bambini feriti. Quel marito che si sente criticato e si chiude… magari è lo stesso bambino che si sentiva giudicato da un genitore troppo esigente. Quella moglie che si sente trascurata… forse è la stessa bambina che si sentiva invisibile in famiglia.

Senza rendercene conto, mettiamo in scena le stesse dinamiche vissute da piccoli. Ed è qui che può nascere un circolo vizioso: ci feriamo a vicenda, ci accusiamo, ci allontaniamo. Ma se diventiamo consapevoli di questi meccanismi, possiamo interrompere il copione e riscrivere la nostra storia.

L’amore che guarisce

Il conflitto non è per forza qualcosa da evitare. Al contrario, può diventare un’occasione di guarigione. Se impariamo a riconoscere il bambino ferito dentro di noi – e anche in chi ci sta accanto – allora possiamo iniziare a prenderci cura l’uno dell’altro in modo nuovo. Possiamo diventare per l’altro quel “buon genitore” che ascolta, accoglie, rassicura.

In psicologia si parla di self-reparenting, cioè il processo con cui impariamo a darci da soli, o a ricevere nella relazione, quell’amore incondizionato che magari ci è mancato da piccoli. Nella coppia, questo significa imparare ad ascoltarsi davvero, a validare le emozioni dell’altro, a offrire carezze emotive invece che giudizi. È un cammino che richiede tempo, ma che porta a una intimità più profonda.

Lasciare davvero padre e madre

Alla luce di tutto questo, il comando biblico “lasciare padre e madre” assume un significato ancora più profondo. Non si tratta solo di andare a vivere altrove. Si tratta di uscire dai copioni ereditati, da quei modi automatici di cercare amore e di reagire al dolore, per costruire insieme qualcosa di nuovo.

Significa riconoscere le proprie ferite senza esserne schiavi. Significa scegliere ogni giorno di amare non per bisogno, ma per libertà. Perché io ti vedo, ti accolgo, ti scelgo… non perché mi ricordi qualcuno che ho perso, ma perché con te posso crescere. Insieme.

L’amore, se vissuto con consapevolezza, è davvero – come diceva Eric Berne – la “psicoterapia della natura”. È un cammino che parte dalla simbiosi, passa attraverso il conflitto, e può arrivare a una nuova unione più matura. Una relazione in cui ci si ama non per colmare un vuoto, ma per condividere un cammino. Dove psicologia e fede non si escludono, ma si intrecciano. Dove ogni ferita può diventare occasione di guarigione, ogni crisi un’opportunità di rinascita.

E così, lasciando davvero padre e madre, impariamo ad essere adulti che sanno amare con cuore libero. Perché l’amore vero non è fusione, ma scelta quotidiana. È costruzione. È un “sì” che si rinnova, con pazienza, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Beati siete Voi, Sposi Pellegrini, quando Contemplate il vostro Cammino Familiare e lo scoprite pieno di Tenerezza

Cari sposi, proseguendo il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, facciamo il terzo passo.  

Questo terzo passo ci porta a contemplare, a guardare con gli occhi del cuore, il cammino che finora abbiamo percorso insieme.

Tra alti e bassi, tra salite e discese, tra pietre e buche, scorgiamo ancora bagliori di luce che illuminano la strada del nostro matrimonio facendoci scoprire tutta la tenerezza di cui siamo portatori. A tal proposito ci piace riportare ciò che dice don Carlo Rocchetta:

La strada del matrimonio è percorribile solo da coloro che custodiscono il dono della tenerezza e si impegnano a rimanervi fedeli ogni giorno. La patologia dell’amore nuziale comincia quando gli sposi non sono più capaci di tenerezza o non rinascono in essa a ogni stagione della loro vita.      

Gli sposi capaci tenerezza non sono deboli o tanto meno ingenui; al contrario, sono talmente forti e sicuri di sé da potersi permettere di non indossare alcuna maschera o copione. Gli sposi capaci di tenerezza sono sorridenti, trasparenti, liberi di essere vulnerabili e di provare emozioni, disposti a cambiare insieme e a camminare mano nella mano. Gli sposi capaci di tenerezza hanno occhi che brillano e tendono a volgersi l’ uno all’altro con struggente amabilità e verso l’Altissimo con giocosa gratitudine. La loro tenerezza si esprime come una passione delicata e sicura. E Dio vive nei loro cuori come un sole che sorge al mattino e li fa splendere della sua luce al cospetto del mondo.…

Molti confondono la “tenerezza” con il “tenerume”. La prima è sensibilità affettiva e richiede una grande fortezza d’animo. Il secondo è un sentimento debole, fatto solo di smancerie e svenevolezze superficiali.

Chi sceglie la tenerezza come progetto di vita è una persona matura, coraggiosa, che sa andare contro corrente…  La tenerezza è beatitudine. Siamo talmente costituiti come esseri di tenerezza che ogni briciola di tenerezza in noi, per quanto difettosa o limitata, ci fa avvertire la nostalgia di Dio e della suo infinito Amore. Dio è tenerezza amante: coloro che si lasciano avvolgere da Lui vivono, fin da questa terra, un’esperienza di beatitudine celeste. E che cosa c’è di più sublime?»

È tutto questo che ci conduce, come suggerì Tobi nel suo cantico di ringraziamento (Tb 13,7), a “contemplare ciò che (il Signore) ha operato con noi e ringraziatelo con tutta la voce; benediciamo il Signore della giustizia ed esaltiamo il re dei secoli”.

Che ognuna delle vostre coppie possa avere quello “sguardo di aquila” per scendere nella profondità del nostro amore e scoprire ciò che Dio vi dona ogni giorno.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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Gettare il Mantello: la Guarigione delle Relazioni passa per la Vulnerabilità

Nel corso dell’udienza generale dell’11 giugno 2025, Papa Leone XIV ha offerto una delle immagini più potenti della sua catechesi: Bartimeo, il cieco di Gerico, che per andare incontro a Gesù getta via il suo mantello. Un gesto semplice, ma carico di significato. Il Pontefice ha invitato le famiglie, le coppie, i fedeli, a meditare su cosa significhi “gettare il mantello” nella propria vita, specialmente nelle relazioni. Perché proprio lì, dove amiamo e dove soffriamo, si gioca la nostra più vera guarigione.

Il mantello: rifugio o prigione?

Nel mondo biblico, il mantello non era solo un capo d’abbigliamento. Era la casa del povero, la sua coperta di notte, la sua identità pubblica. Persino la Legge mosaica (Es 22,25-26) lo tutelava. Togliere il mantello a un mendicante significava spogliarlo della sua unica sicurezza.

Eppure – come ha sottolineato il Papa – Bartimeo lo getta via. Perché? Perché c’è un’urgenza più grande: quella di guarire. Perché ciò che fino a ieri ti ha protetto, può diventare oggi ciò che ti impedisce di camminare.

Nelle nostre relazioni accade lo stesso. Anche noi abbiamo “mantelli” che ci portiamo addosso: atteggiamenti di controllo, risentimenti accumulati, sarcasmi difensivi, silenzi ostili, copioni di coppia. Sono le corazze che ci siamo costruiti per sopravvivere, ma che – nel tempo – hanno finito per soffocarci.

L’Analisi Transazionale e il mantello del Copione

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita: decisioni prese nell’infanzia per adattarsi, per ottenere amore o evitare dolore. Il mantello è proprio questo: una strategia di sopravvivenza diventata identità. Ma nessuna relazione matura può fiorire finché restiamo nascosti sotto il nostro vecchio modo di reagire. Come Bartimeo, dobbiamo gettare il mantello del copione e scegliere la libertà adulta, l’incontro vero.

Vulnerabilità: la via della guarigione

Bartimeo non si alza “coperto”. Si alza nudo, vulnerabile, cieco e bisognoso. E proprio in quella nudità riceve la vista. Così è anche nel matrimonio cristiano: non ci si guarisce a colpi di ragione o di strategie, ma lasciandosi vedere nell’amore. Quando uno dei due coniugi ha il coraggio di dire “ho paura”, “mi sento solo”, “ho bisogno di te”, allora qualcosa si apre. La verità, se detta con amore, è sempre feconda.

Ma non si può essere vulnerabili se si resta legati alle proprie sicurezze. L’orgoglio, la rigidità, il bisogno di avere ragione, il passato non elaborato… sono tutti mantelli da gettare.

L’amore non si protegge, si espone

Papa Leone XIV ha ricordato che la fede non è una copertura per proteggerci dal dolore, ma una chiamata ad attraversarlo con speranza. Nella coppia questo significa non fuggire dal conflitto, non zittire le ferite, ma portarle a Gesù, insieme.

Il Vangelo ci mostra che la guarigione avviene solo dopo che Bartimeo si espone. Anche noi possiamo guarire quando smettiamo di mendicare l’amore e iniziamo a camminare nella verità. Gesù ci domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Ma non potrà farlo, finché noi non saremo disposti a lasciare andare ciò che ci tiene immobili.

In un tempo in cui le relazioni sono spesso bloccate da ferite non dette, da paure mascherate da rabbia, da automatismi emotivi, questa immagine evangelica diventa profezia per la coppia cristiana: guarire si può, ma solo a patto di gettare il mantello. Solo se scegliamo di non restare aggrappati a ciò che “funzionava” nel passato, ma non serve più oggi. Solo se ci lasciamo vedere. Solo se osiamo amare senza protezione.

E allora sì, come Bartimeo, potremo seguire Gesù lungo la via. Ma non più da mendicanti. Da guariti. Insieme.

Antonio e Luisa

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Scelte e Libertà Personale

Oggi mi ricollego a due articoli, Mio marito è anaffettivo e io ho fame d’amore e Trasformare la fame d’amore in libertà personale in cui Antonio e Luisa rispondono molto correttamente a una domanda di una donna: “Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore”. Desidero portare anche la mia esperienza di vita e il mio punto di vista, integrando quello che è stato già scritto con alcune sottolineature.

Resistere o scegliere.

È verissimo, anche se uno lo fa per buoni motivi, non si può passare una vita nel resistere, pensando che quello che sta succedendo sia un ingiustizia e una croce da sopportare e basta. Mi dispiace dirtelo cara sorella, ma per quanto tu sia forte e volenterosa, non potrai farlo per molto tempo, perché prima o poi questo peso ti sembrerà insostenibile e non più sopportabile: la strada invece da percorrere è quella della scelta, cioè io liberamente scelgo cosa fare e in questo caso di restare.

Può sembrare una sottigliezza, una differenza irrilevante, ma qui non si tratta di fare una scelta una volta per tutte, come quando vai a comprare una casa bellissima in cui decidi e quella sarà la tua abitazione per la maggior parte della tua vita: no, qui si tratta di alzarsi ogni mattina e scegliere da che parte stare e solo il sentirsi protagonisti, cambia molto le cose. Si passa così dal “devo fare” a “voglio fare”, cioè ci sono delle motivazioni importanti alla base del mio comportamento. Come ho detto anche altre volte, non si tratta di giocare in difesa e di opporsi agli eventi, ma di ribaltare il gioco e buttarsi in attacco.

Le persone non si possono cambiare.

Purtroppo questo è un errore in cui cadono in tanti e addirittura c’è chi si sposa con questa missione: “alla fine riuscirò a cambiarlo/a”; in realtà noi non abbiamo nessun potere sulle decisioni altrui, a malapena riusciamo a intervenire sulle nostre. Il nostro carattere, le nostre mancanze, i difetti e le tendenze probabilmente ce li porteremo dietro per tutta la vita, non riusciamo a modificare noi stessi e pretendiamo di cambiare gli altri. È assurdo! L’unica cosa che possiamo fare è agire su di noi, so che è una cosa faticosa e che richiede un grande sforzo, ma è l’unico terreno in cui possiamo lavorare (ovviamente è più facile attribuire la colpa ai comportamenti altrui).

Nella vita mi sono trovato a cambiare diverse volte i miei punti di vista e meno male! Bisogna anche avere il coraggio di dire “ho cambiato idea”, oppure “non avevo considerato alcuni aspetti”. Io credo che la maturità di una persona sia anche quella di ammettere questo e cambiare nel tempo.

La fame d’amore.

Giustamente dici che tu hai fame d’amore, hai ragione, il desiderio di essere amati è una caratteristica che ci accompagna sempre, fin da quando siamo piccoli e alla fine è probabilmente quello che ci rende felici. Tanto è vero che a volte, per racimolare un po’ d’amore, siamo disposti anche a fare cose che non ci piacciono e accettare relazioni non paritarie o basate su compromessi.

Ma il punto è proprio questo: possiamo vivere mendicando l’amore o possiamo imparare a nutrirci di amore in un altro modo, un modo più libero e più maturo; e qui vengo alla parte che mi sta più a cuore. Tu non sei solo una moglie che ha fame d’amore, tu sei una figlia di Dio e quella fame profonda che senti dentro, può essere nutrita da un amore che non dipende dal comportamento di tuo marito. Il tuo valore non dipende dal numero di carezze o di parole dolci che ricevi. Il tuo cuore non può essere in ostaggio delle carenze di tuo marito.

Certo, non è facile, non sto dicendo che devi farti bastare tutto o accettare ogni mancanza e che tuo marito non abbia delle responsabilità, ma sto affermando che c’è una via per vivere bene anche lì dove manca il calore umano: è la via del dono. Sto dicendo che prima di essere sposa, sei amata, non da un Dio lontano, freddo o astratto, ma da un Dio che si fa vicino, tenero, concreto, che ti guarda, ogni giorno, con occhi pieni di affetto.

Sì, tu sei amata, anche ora, anche in mezzo a questa tua frustrazione, anche nella tua solitudine e se questa verità diventa il tuo nutrimento quotidiano, allora cambia tutto. Non sarà più tuo marito a decidere se tu ti sentirai amata o meno, non sarà più il suo silenzio, la sua durezza, la sua distanza a determinare la tua gioia di vivere.

Ecco la libertà personale di cui parlano Antonio e Luisa, è una libertà vera, non teorica, è libertà di amare senza attendersi sempre qualcosa in cambio, di scegliere ogni giorno che tipo di persona vuoi essere, di camminare, anche tra le lacrime, senza perdere la dignità e la speranza.

Certo, è un cammino lungo e ci saranno giorni in cui ti sembrerà tutto inutile, in cui dirai: “Ma perché devo essere sempre io quella che si mette in discussione?”. Eppure, è proprio lì che nasce un amore nuovo, un amore libero, non schiavo del bisogno, non più impaurito o ricattato, ma saldo. Dove prima c’era solo angoscia, ora c’era una pace interiore, una serenità che nessuno può togliere. Smetti di chiederti se tuo marito ti ama, chiediti: “sono io un dono per lui?

Non sei sola

Infine, un ultimo pensiero: non sei sola. Nella tua solitudine, nella tua fame d’amore, nella tua stanchezza… Cristo è con te e con te c’è la Chiesa, ci siamo noi, c’è chi prega ogni giorno per le famiglie, specialmente quelle ferite e in cui gli sposi sono in difficoltà: in particolare tanti fratelli e sorelle lasciati dal coniuge che non hanno smesso di credere nell’amore.

Cara sorella, la tua fame d’amore non è una condanna, è un’opportunità ad amare più in profondità, ad affidarti totalmente, a diventare un segno vivo di Cristo Sposo, che ama anche quando è rifiutato, che resta anche quando viene ignorato, che dona se stesso fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Lo Spirito che Guarisce le Ferite e Apre Nuove Strade

Domenica scorsa, Papa Leone XIV ci ha regalato parole luminose sullo Spirito Santo. Parole che, se ascoltate con il cuore e non solo con le orecchie, diventano vita concreta. “Lo Spirito – ha detto – apre le frontiere anche nelle nostre relazioni… trasforma i pericoli nascosti che inquinano le relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni”.

Ecco, queste non sono solo belle immagini. Sono dinamiche vere, quotidiane. Sono gli ingorghi relazionali in cui spesso restiamo bloccati. Sono le gabbie interiori che ci impediscono di amare in modo pieno, libero, evangelico.

Non siamo liberi come pensiamo

La verità è che non basta desiderare il bene per viverlo. Non basta nemmeno avere una fede sincera. Se dentro di noi abitano ferite mai guarite, copioni inconsci che ci spingono a reagire in automatico, è come se fossimo prigionieri. Prigionieri di vecchie frasi, di dinamiche apprese, di emozioni congelate. Chi ha studiato un po’ di Analisi Transazionale lo sa: siamo pieni di “copioni” che risalgono all’infanzia e che continuano a condizionare il nostro modo di amare, di reagire, di scegliere.

Lo Spirito Santo non cancella tutto questo con una bacchetta magica. Ma ci dà la forza – e la grazia – di entrare in quel groviglio, senza esserne schiacciati, e di riscrivere con Dio una storia nuova. La libertà vera non è fare quello che ci viene spontaneo. La libertà vera è scegliere il bene anche quando tutto in noi ci porterebbe altrove.

Quando reagiamo, invece di amare

Succede spesso nelle relazioni: una parola sbagliata, uno sguardo storto, un silenzio… e scattano in noi meccanismi automatici. Reagiamo per ferire, ci chiudiamo, ci sentiamo rifiutati. Non stiamo decidendo: stiamo semplicemente “eseguendo” qualcosa che è stato scritto dentro di noi molto tempo fa.

Eppure – lo sappiamo – lo Spirito Santo non si impone. Si offre, si invoca, si accoglie. Ma non entra dove il cuore è murato. Ecco perché, se vogliamo davvero essere guidati da Lui, dobbiamo anche metterci a lavorare: psicologicamente, spiritualmente, emotivamente. Non per diventare perfetti, ma per diventare liberi. Liberi di amare davvero.

Pregare sì, ma anche guarire

C’è una spiritualità che rischia di diventare fuga. Una spiritualità che ci fa invocare lo Spirito, ma non ci porta mai a guardare in faccia le nostre ferite, la rabbia che ci abita, le paure che ci paralizzano. In realtà, lo Spirito Santo non bypassa il nostro vissuto: ci entra dentro. Vuole passare proprio da lì. Ma per farlo, ha bisogno che glielo permettiamo.

E questo è un lavoro che richiede umiltà e consapevolezza. Talvolta anche un accompagnamento psicologico serio. Non è segno di poca fede: è un atto di coraggio. È dire: “Signore, voglio che tu entri anche qui, dove mi vergogno, dove ho ancora rabbia, dove ho paura di essere debole”.

Amore e violenza: non basta dire “ti amo”

Papa Leone ha toccato un punto doloroso e verissimo: la violenza nelle relazioni. Ha parlato – con voce rotta – dei femminicidi, ma ha anche indicato l’origine spirituale di certe dinamiche malate. A volte, quella che chiamiamo “relazione d’amore” è in realtà un luogo di controllo, dominio, paura. Non sempre fisica, ma spesso psicologica, emotiva, verbale. E tutto questo, dice il Papa, lo Spirito può trasformarlo, ma solo se glielo permettiamo.

Se invochiamo il suo fuoco, ma non gli apriamo le stanze più buie del cuore, continueremo a ripetere gli stessi schemi. Continueremo a chiedere all’altro ciò che dovremmo chiedere solo a Dio: di riempire i nostri vuoti, di guarire le nostre ferite, di confermare il nostro valore.

Lo Spirito ci educa a scegliere

Educare le passioni, superare la paura del diverso, vincere la rigidità… sono tutte azioni spirituali e umane insieme. Non basta invocare lo Spirito come se fosse un sedativo: è un fuoco che illumina ma anche brucia ciò che è falso. È una presenza che ci accompagna, ma ci chiede anche di diventare adulti nella fede. Di smettere di reagire “a pelle” e cominciare a scegliere con amore, a discernere, a decidere.

Un cuore guarito ama meglio

Solo un cuore guarito può accogliere lo Spirito in pienezza. Solo un cuore guarito può amare senza pretendere, senza difendersi, senza manipolare. Solo un cuore guarito può diventare quel tempio vivente dove l’amore del Padre e del Figlio può davvero “prendere dimora”, come dice il Vangelo. E allora sì, tutto cambia. Le relazioni si aprono. Le ferite diventano canali di grazia. I conflitti si trasformano in occasioni di verità.

Lo Spirito non ci toglie la fatica, ma ci dà una forza nuova per affrontarla. E se ci lasciamo guarire – davvero, fino in fondo – ci accorgeremo che l’amore non è un rischio da evitare, ma una vocazione da vivere con libertà e profondità.

Antonio e Luisa

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La Bellezza dell’Amore Reciproco nel Cantico

Nei versetti che seguono la Sposa del Cantico si lascia andare a una descrizione meravigliosa e meravigliata dell’amato. Cosa possiamo dedurre? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata

Il mio dôdì è radioso e vermiglio, riconoscibile fra mille e mille. Il suo capo è oro, oro fino, i suoi riccioli fronde di palma, neri come il corvo. I suoi occhi come colombe su rivoli d’acqua; i suoi denti bagnati nel latte, ben ordinati tra loro. Le sue guance come aiuole di balsamo, aiuole di profumi; le sue labbra come gigli che stillano mirra fluida. Le sue mani impreziosite con anelli d’oro, adorne di gemme di Tarsis. Il suo petto come avorio levigato, ricoperto di zaffiri. Le sue gambe sono colonne di alabastro, posate su basi d’oro fino. Il suo aspetto come il Libano, magnifico come i cedri.

Mentre la sposa parla, tutto il corpo di lui è percorso dallo sguardo innamorato dell’amata. Gli occhi di lei scorrono sul volto di lui, soffermandosi su ogni particolare con stupore quasi sacro. Il capo del suo amato le appare come oro puro, simbolo di nobiltà e preziosità; i suoi capelli sono folti e neri, belli come grappoli di palma, segno di vigore giovanile. Lo sguardo di lei indugia poi sugli occhi di lui, che sono per lei profondi e placidi “come colombe su ruscelli d’acqua” – occhi limpidi in cui ci si potrebbe immergere e dolcemente naufragare. Le guance di lui profumano di aromi come giardini di balsamo in fiore, evocando tenerezza e conforto; le labbra, morbide come gigli, nascondono “aromi inebrianti” di mirra.

Ecco poi le mani dell’amato: solide e armoniose, simili ad anelli d’oro cesellato e tempestato di gemme – mani forti e al tempo stesso preziose, fatte per proteggere e accarezzare. Il petto e il ventre di lui appaiono alla donna come una scultura d’avorio lucente ornata di zaffiri, calda al tatto e levigata: il centro del suo essere le parla di purezza e dedizione, un cuore integro e luminoso.

Infine, le gambe dell’amato sono colonne di alabastro su basi d’oro, robuste e stabili, che lo sorreggono con la forza sicura di un pilastro. Nell’insieme, egli le sembra imponente e maestoso “come i cedri del Libano”, alberi giganti colmi di storia e mistero, forti ma eleganti.

Eppure, tutta questa possanza non intimorisce la sposa: al contrario, ella la celebra con compiacimento affettuoso, sapendo che dietro la statura imponente c’è il “tenero amante, pronto a donare… le delizie del suo palato”. Ogni metafora – oro, profumo, gigli, avorio, cedro – diventa espressione del desiderio che lei prova e della dedizione con cui lo onora.

Nominare le parti del corpo dell’amato, una ad una, equivale per la sposa a prendersi cura di lui con lo sguardo e con la parola: è un modo per dire “ti vedo, ti riconosco, ti amo in ogni tuo aspetto”. Attraverso questa lode minuziosa, la donna sembra quasi voler abbracciare l’intera persona dell’uomo amato, corpo e anima insieme, con gli occhi del cuore.

Questa scena del Cantico dei Cantici ci offre uno sguardo straordinariamente moderno e paritario sull’amore di coppia. In un testo antico ci aspetteremmo forse che fosse l’uomo a tessere le lodi della bellezza femminile – e infatti nel Cantico accade anche questo: altrove è lo sposo a descrivere il corpo di lei con immagini ardenti e vivide, esaltando i capelli della donna come un gregge di capre sulle colline, i suoi denti bianchi e perfetti come pecore appena tosate, le labbra come nastri scarlatti e il suo collo eretto come una torre. Ma qui i ruoli si ribaltano: nel brano di Ct 5,10-16 è la donna a prendere la parola, e il suo elogio dell’amato non è meno intenso o sensuale di quello dell’uomo.

C’è una differenza evidente tra le due descrizioni che esalta la complementarietà uomo-donna. La descrizione che canta la bellezza maschile è centrata su ciò che la donna non ha, ma che per lei è fonte di fascino e di attrattiva. È una descrizione di una bellezza virile e forte. La bellezza femminile, cantata da Salomone, era invece piena di dolcezza e sinuosità. Una bellezza forte contro una bellezza accogliente e feconda. Entrambe le descrizioni sono molto incentrate sul corpo e sulle parti dello stesso che riempiono gli occhi dei due amanti.

Amore reciproco, dunque, reciprocità di desiderio e di sguardi: entrambi i membri della coppia, l’uomo e la donna, si riconoscono a vicenda come preziosi e insostituibili. Questa reciprocità è al cuore dell’esperienza amorosa autentica. Ciascuno diventa, agli occhi dell’altro, “l’unico al mondo”, senza paragoni possibili. La sposa lo dice chiaramente: il suo diletto si distingue fra mille e mille, è unico tra una miriade di altri uomini. Allo stesso modo, per lui, anche lei è “unica al mondo” – come proclamerà più avanti il Cantico, «Una sola è la mia colomba, la mia perfetta» (Ct 6,9).

Questo riconoscersi unici e speciali l’un l’altro alimenta l’amore e lo rende saldo. In psicologia si sottolinea che l’ammirazione reciproca è davvero un ingrediente fondamentale dell’amore di coppia: “L’amore implica sempre una buona dose di ammirazione reciproca… L’ammirazione rappresenta il principio di ciò che potrebbe trasformarsi in una storia d’amore, perché implica che riconosciamo nell’altro delle qualità che lo rendono unico e diverso… È proprio questa diversità a far sì che la nostra attenzione si concentri su di lui/lei, e che il partner sia insostituibile per noi” (lamenteemeravigliosa.it).

Non è mera idealizzazione romantica: è un vedere l’altro in profondità, riconoscerne il valore intrinseco, la specifica bellezza che lo rende diverso da chiunque altro. È grazie a questo sguardo di ammirazione che l’amato e l’amata, nel Cantico, si chiamano a vicenda “amico mio” e “amica mia”, oltre che “amato” e “amata”: ciascuno trova nell’altro non solo attrazione sensuale, ma anche una risonanza profonda, una fiducia complice, un’amicizia amorosa fatta di stima e rispetto. In effetti, come suggerisce la psicologa Ana Villarrubia, avere un partner che ammiriamo ci riempie di orgoglio (in senso buono) e sicurezza, perché sentiamo di aver scelto qualcuno di grande valore – e sapere di essere a nostra volta ammirati dall’altro ci conferma nel nostro valore.

Nasce così un circolo virtuoso: l’amore nutre l’ammirazione e l’ammirazione rafforza l’amore. I due sguardi, maschile e femminile, diversi e complementari, costruiscono una visione reciproca positiva che protegge la relazione anche nelle prove.

Certo, l’idealizzazione assoluta dell’altro può essere rischiosa se rifiuta di vedere i difetti reali; ma il Cantico dei Cantici, pur nella sua esaltazione poetica, non è ingenuo riguardo alle difficoltà. Proprio la cornice narrativa dei versetti citati ci parla di una crisi attraversata dai due amanti: c’è stata una mancanza d’incontro, un momento di smarrimento e paura (Ct 5,2-8). L’amato è venuto a cercarla nel cuore della notte, lei esitava, e ora lui si è allontanato; la donna, colta dal rimorso, esce nella notte per ritrovarlo e subisce persino violenza da parte delle guardie urbane.

È un passaggio drammatico: perfino l’amore più bello può conoscere notti oscure, incomprensioni, il timore di perdersi. Tuttavia, ciò che colpisce è come la sposa reagisce a questa crisi. Ella non si chiude nel risentimento, non si dispera credendo l’amore finito: al contrario, rilancia l’amore con nuova forza, ricordando a se stessa e dichiarando agli altri chi è davvero per lei l’uomo che ama.

Questa risposta suggerisce qualcosa di profondo: nei momenti di distanza o conflitto, ricordare le qualità dell’altro, rivivere mentalmente (o a voce alta) ciò che ci ha fatti innamorare, può riaccendere il sentimento e la motivazione a ricongiungersi. È un atto di fedeltà e speranza che anticipa la riconciliazione. La sposa del Cantico, elencando le doti dell’amato, in fondo sta custodendo la presenza di lui nel cuore, finché potrà riabbracciarlo. E di fatto, subito dopo questa lode appassionata, i due amanti nel poema biblico si ritrovano e si riconciliano (Ct 6, che segue). Il potere di questa lode è stato di richiamare l’amato alla relazione, di ricucire lo strappo attraverso il riconoscimento dell’altro inteso come memoria attiva del bene.

Nella vita quotidiana delle coppie, anche noi possiamo vivere qualcosa di simile: dopo un litigio o un allontanamento, decidere di mettere a fuoco ciò che apprezziamo dell’altro – invece di rimuginare solo su ciò che non va – è spesso la chiave per sciogliere il ghiaccio e riavvicinarsi. Gli esperti di relazioni di coppia concordano su questo punto: mantenere vivo l’apprezzamento è essenziale per superare le crisi. Ad esempio, i noti studi di John Gottman mostrano che una delle antidoti più efficaci al disprezzo e alla negatività è coltivare tenerezza e ammirazione verso il partner, esprimendole attivamente.

Anche quando l’infatuazione iniziale – quella fase di passione cieca che gli psicologi chiamano limerenza – svanisce col tempo, l’amore può trasformarsi invece di spegnersi: diventa meno idealizzato forse, ma più profondo, più solido. Affinché ciò accada, è necessario nutrire il legame con gesti e parole di affetto sincero. Come scrive la terapeuta Carolina Traverso, “esprimere affetto e ammirazione è un modo per tenere con sé gli aspetti positivi della fase di innamoramento, una volta passata l’idealizzazione del partner”.

In pratica, continuare a dire “tu sei bello/bella ai miei occhi, ecco ciò che amo di te” mantiene accesa la fiamma anche quando la routine e i piccoli difetti quotidiani potrebbero offuscarla. È l’opposto del dare l’altro per scontato. Anche dopo anni, il potere del riconoscimento reciproco consiste nel vedere e apprezzare il partner come ineguagliabile e prezioso, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Quando l’Amore non Riempie più il Vuoto

“Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
In questa frase Gesù ci dice tutto. Ma spesso noi la ascoltiamo con le orecchie della devozione e non con quelle della vita quotidiana. Eppure, lì dentro c’è una svolta che può cambiare radicalmente il nostro modo di amare: l’amore vero non è prendere. È dare. Non è colmare un vuoto. È scegliere qualcuno, anche quando non ci consola più.

L’amore non nasce dal vuoto: nasce dalla libertà

Nel nostro cammino di coppia, spesso ci imbattiamo in questa dinamica: quando l’altro non fa quello che desideriamo, quando non ci consola, quando ci lascia inascoltati… ci arrabbiamo. Non perché non ci ama, ma perché non riempie quel buco profondo che ci portiamo dentro. Allora lo accuseremo. Lo rifiuteremo. Diremo: “non mi capisci, non mi ami”. Ma la verità è che stiamo chiedendo a lui o a lei ciò che nemmeno Dio chiede di essere.

E qui emerge un nodo cruciale anche nell’ottica dell’Analisi Transazionale: quando agiamo mossi dal nostro Bambino ferito, cerchiamo nell’altro una carezza, un conforto, un contenimento… e chiamiamo tutto questo “amore”. Ma l’amore vero nasce solo da una scelta dell’Adulto interiore: quella parte di noi che è libera, responsabile, capace di verità.

Usare gli altri non è amare

Abbiamo bisogno di smascherare una menzogna diffusa anche nei matrimoni cristiani: non tutto ciò che si chiama amore… è amore. Perché a volte usiamo le persone per non sentire la nostra solitudine. Per non guardarci dentro. Perché abbiamo paura del vuoto.

Ecco perché l’amore maturo – quello che somiglia a Cristo – non è lasciarsi evangelizzare dal proprio vuoto, ma disobbedire a quel vuoto, dicendo: “io sono una persona ferita… ma la cosa più interessante della mia vita, non sono le mie ferite. Sei tu”. Ci vuole santità per amare così. Ci vuole una libertà che solo Dio può donare.

La trappola della colpa: chi è il responsabile della mia infelicità?

Quando in un matrimonio si smette di essere felici, la prima reazione è spesso la ricerca del colpevole. È un meccanismo antico, presente già in Genesi: “La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero…” (Gen 3,12). È colpa tua. È colpa mia. È colpa di Dio.

Ma la verità è che la domanda è sbagliata. Non è “chi è il colpevole?”. È: “Come ne usciamo senza farci a pezzi?” Colpevolizzare non salva. Né l’altro né se stessi. E questo vale sia per il Genitore Normativo che giudica e punisce (“è tutta colpa sua”), sia per il Bambino Adattato che si umilia e si annulla (“sono io che sbaglio sempre”). In entrambi i casi… si esce dalla via dell’amore.

La santità non è perfezione: è resistenza al male

Gesù non ci ha mai promesso che le relazioni sarebbero state sempre felici. Ma ci ha insegnato come restare umani anche quando l’altro smette di esserlo. A volte non possiamo cambiare chi ci sta ferendo. Ma possiamo decidere come viverci quel dolore.
Possiamo scegliere di non lasciarci incattivire. Questa è la santità: non la fine del conflitto, ma la libertà di non lasciare che quel conflitto tiri fuori il peggio di noi.

È una santità che nasce nel quotidiano. Nella carne. Nei silenzi. Nei pianti nascosti in bagno. Nel perdono dato anche quando l’altro non chiede scusa. Non è facile. Ma è possibile… presso Dio.

L’amore cristiano non è una dipendenza reciproca, ma una reciprocità liberata

Gesù dice: “Anche i pagani amano quelli che li amano” (cfr. Mt 5,46). La reciprocità, in sé, è una cosa bellissima. Ma non può essere la base unica del nostro amore. Perché quando viene meno – e prima o poi, capita – resta solo una domanda: “Chi sono io, anche quando tu non mi ami come vorrei?”

Ed è lì che nasce il cristianesimo – la nostra sequela di Cristo – nel matrimonio: quando smetto di amare per ricevere qualcosa in cambio, e comincio ad amare perché Cristo mi ha amato per primo.

Conclusione: l’amore che resta, anche quando fa male

Forse ti aspettavi che l’altro ti rendesse felice. Ma la verità è che nessuno, da solo, può fare questo miracolo. Solo Dio può riempire il vuoto. Tu puoi amare. Puoi scegliere. E puoi lasciarti salvare dentro l’amore che resiste. La santità non è un ideale per supereroi. È un amore che resta. Che non smette. Che si affida. Che dice: “Io non sono il mio dolore. E tu… vali più delle mie ferite.”

Antonio e Luisa

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Restare Accanto. L’Amore che Accompagna

Nel Vangelo di Luca, l’episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è uno dei racconti pasquali più densi di tenerezza e rivelazione. Due uomini delusi, feriti, se ne vanno da Gerusalemme. Camminano via dalla città dove hanno visto morire le loro speranze, lontano dalla comunità, lontano da ciò che era stato annunciato come la salvezza. Eppure è proprio lungo quella strada di allontanamento che Gesù si fa vicino. Senza condannarli, senza rimproverarli, li raggiunge nel loro disincanto e comincia a camminare con loro.

Questa immagine ha qualcosa di profondamente umano e divinamente pedagogico: Gesù resta, cammina, ascolta, interpreta, condivide il pane. E così li conduce alla verità. Ma lo fa senza fretta, senza forzature. È la pedagogia dell’amore che non giudica, ma accompagna. È lo stile dell’amore di Dio.

Quando l’altro si allontana

All’interno del matrimonio cristiano, capita – e non raramente – che uno dei due sposi attraversi momenti di crisi. Crisi di fede, crisi di senso, crisi di desiderio. A volte questa crisi si manifesta in modo esplicito: l’allontanamento dalla Chiesa, dal sacramento, dalla preghiera. Altre volte è più sottile, nascosta: una freddezza interiore, una chiusura, uno sguardo spento che non sogna più. Sono momenti in cui sembra che l’altro si stia “allontanando da Gerusalemme”.

Ed è qui che il Vangelo ci offre una chiave preziosa: non sempre chi si allontana sta tradendo; spesso sta solo cercando di non morire dentro. Come i discepoli di Emmaus, si va via quando non si riesce più a credere, quando il dolore è più forte della speranza. Ma Gesù non si scandalizza. E l’amore coniugale cristiano, se vuole essere immagine dell’amore di Cristo, è chiamato a fare lo stesso.

L’amore che cammina insieme

C’è un verbo che dovrebbe essere scolpito nel cuore di ogni coppia: accompagnare. Non significa “sopportare passivamente” l’altro, né “aspettare che torni come prima”. Accompagnare, nella sua radice latina, significa “condividere il pane”. È un gesto quotidiano, semplice, concreto: essere lì, continuare a camminare insieme, anche quando non ci si capisce, anche quando si è delusi, anche quando si è stanchi. Il vero amore non scappa davanti alla crisi dell’altro, ma resta.

Gesù, sulla via di Emmaus, ascolta prima di parlare. Chiede: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?” (Lc 24,17). Non impone la verità, ma fa domande. Lascia che parlino, che sfoghino il dolore, che esprimano la loro confusione. Quante volte, invece, tra marito e moglie, si tende a giudicare, correggere, zittire, voler riportare l’altro alla “giusta via” con forza, invece che con compassione!

Dare tempo alla verità di farsi strada

Nel matrimonio cristiano, la verità non è un possesso da difendere, ma una luce da attendere insieme. La verità dell’amore, della fede, della vocazione si fa strada lentamente, come accade per quei due discepoli che solo alla fine riconoscono Gesù “nello spezzare il pane”. Fino a quel momento, erano ciechi. Ma Gesù non li ha lasciati. Ha atteso con pazienza, ha seminato con delicatezza, ha condiviso la strada.

Così anche tra sposi: ci saranno tempi in cui l’altro non crede più nel sacramento, non sente più la vicinanza di Dio, ha smesso di pregare o si rifugia in illusioni, chiusure, paure. Ma proprio in quel momento, l’amore fedele dell’altro sposo può diventare come la presenza silenziosa di Cristo: discreta, mite, perseverante. Non è il tempo di “insegnare”, ma di stare. Non di convertire, ma di restare.

L’arte dell’attesa

Amare come Cristo ha amato è anche saper attendere. È dare all’altro il tempo necessario perché torni a credere, anche quando la fede sembra morta. Questo tempo non è tempo perso, ma tempo seminato. In esso si nasconde la speranza pasquale. Come diceva Don Tonino Bello: “La speranza è come un bambino che si addormenta sereno, anche se attorno infuria la tempesta.” E non è forse così che si ama nel matrimonio? Sperando contro ogni speranza (Rm 4,18), anche quando l’altro sembra irriconoscibile.

La grazia del “restare”

Rimanere accanto a chi si allontana è una delle forme più alte della carità coniugale. È lì che l’amore si purifica da ogni pretesa e si fa dono puro. È lì che la fedeltà si trasforma in grazia. Quando non ci si ama più “perché”, ma “nonostante tutto”. Quando non si cerca l’altro per ricevere, ma per testimoniare che l’amore vero non si arrende.

E spesso accade un miracolo: come i discepoli di Emmaus, anche l’altro, a un certo punto, può riconoscere una Presenza proprio attraverso quella fedeltà discreta. “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci parlava lungo la via?” (Lc 24,32). L’amore fedele fa ardere il cuore anche quando tutto sembra freddo.

Antonio e Luisa

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Papa Leone: il Matrimonio è Canone dell’Amore

Domenica scorsa, rivolgendosi alle famiglie, Papa Leone ha sottolineato un aspetto di grande rilievo, passato forse troppo inosservato: il matrimonio non è solo un ideale da inseguire, ma un canone – cioè la forma concreta e piena dell’amore. Un’affermazione che merita di essere approfondita, perché cambia radicalmente il modo in cui guardiamo alla vocazione coniugale.

Papa Leone ha usato, sebbene pronunciate con sua consueta dolcezza, parole potenti. Perché un “canone” non è un’aspirazione, ma una regola viva. È l’insieme delle caratteristiche che definiscono qualcosa nella sua verità più piena. Il matrimonio, dunque, non è una bella idea, ma il “metro” con cui si misura l’amore vero. Non è l’ombra del sentimento, ma il suo corpo. E questo cambia tutto.

L’amore ha bisogno di un corpo

Nel mondo contemporaneo, l’amore è spesso ridotto a emozione passeggera, a spontaneità istintiva, a coerenza con il proprio sentire. Ma se l’amore non ha forma, se non ha un contenitore, se non ha un confine che lo protegga, rischia di svanire nel tempo. Il matrimonio sacramentale è quel “corpo” dato all’amore, quel limite che non mortifica ma custodisce.

Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore ha bisogno di una forma per restare fedele a se stesso. E questa forma non è una prigione, ma un grembo. Non è un recinto, ma un’alleanza.

Il matrimonio è l’alleanza che dà carne all’amore. È quella struttura che lo tiene in piedi anche quando la passione traballa, quando il desiderio si affievolisce, quando la stanchezza sembra spegnere l’incanto. È ciò che permette all’amore di superare il tempo e le sue intemperie.

Un amore che trasforma, non che consuma

Papa Francesco, in Amoris Laetitia, ci mette in guardia da un amore che consuma l’altro invece di donarsi. Parla di “una cultura del provvisorio” che ha svuotato di senso la fedeltà, e ci invita a recuperare un amore che sia scelta radicale, dono totale, percorso spirituale. Solo un amore così può davvero essere “canone”: cioè misura e non solo sogno.

Il matrimonio, infatti, non è il luogo dove si esaudiscono tutti i desideri, ma dove si purificano. È la fucina nella quale l’amore diventa adulto. Dove si passa dall’innamoramento all’amare. E questo richiede tempo, pazienza, perdono, sacrificio.

L’illusione dell’amore perfetto

Dal punto di vista psicologico, questa visione del matrimonio come canone risponde a un bisogno profondo dell’anima: quello di essere contenuta, strutturata, guidata. Come spiega l’Analisi Transazionale, ogni persona ha dentro di sé tre stati dell’Io: Genitore, Adulto e Bambino. L’amore immaturo è spesso dominato dal Bambino: desidera essere accolto senza condizioni, cerca emozioni forti, teme il rifiuto. Ma l’amore maturo deve passare attraverso l’Adulto, capace di scegliere, di restare, di integrare. Il matrimonio è lo spazio in cui questo passaggio può avvenire, se vissuto nella verità.

Molte coppie entrano nel matrimonio con l’idea che l’altro colmerà ogni loro vuoto. Ma come dice ancora Epicoco, “nessuno può essere il Salvatore dell’altro”. Solo Cristo salva. Il coniuge non è Dio, ma un compagno di pellegrinaggio, ferito e bisognoso di grazia. Il matrimonio non è il paradiso, ma il sentiero per arrivarci.

Quando la legge è grazia

Per questo il matrimonio è sì una legge, ma una legge redenta. Non imposta dall’esterno, ma accolta nel cuore. È come la liturgia: ripetitiva, sì, ma vitale. I riti della vita coniugale — il buongiorno, il pasto condiviso, l’atto di perdono, l’abbraccio della sera — sono i “riti liturgici” dell’amore che trovano il culmine nel gesto sacramentale che è l’amplesso. E come ci ricorda il Catechismo, “la grazia del sacramento è destinata a perfezionare l’amore dei coniugi” (CCC 1641). La grazia non elimina la fatica, ma la trasfigura.

Il matrimonio è canone dell’amore perché ci obbliga a uscire dal narcisismo, dalla logica del “finché mi va”, e ci educa alla comunione. Solo così l’amore non diventa un capriccio, ma una vocazione.

Una chiamata alla verità dell’amore

Allora il punto non è: “Questo matrimonio mi rende felice?”. Ma: “Questo matrimonio mi sta facendo diventare più vero, più libero, più capace di amare?”. È il passaggio dalla logica del bisogno a quella del dono.

Il matrimonio, dunque, non è la scenografia dell’amore, ma il suo canone. È il luogo dove l’amore diventa carne, si struttura, cresce, si purifica, e — se lasciamo entrare Dio — si trasfigura. Non sarà mai perfetto. Ma sarà reale. E sarà fecondo. Perché ciò che ha forma può durare. Ciò che ha radici può fiorire.

E questo è il vero miracolo del matrimonio: non essere il luogo delle emozioni perfette, ma delle scelte fedeli. Non essere il sogno dell’amore, ma la sua verità.

Antonio e Luisa

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Coltivare il Giardino dell’Amore

L’Eden è davvero una condizione perduta per sempre? In questo capitolo ci interroghiamo su questa domanda, prima di tornare ai versetti del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La notte è passata e un nuovo giorno torna a illuminare il giardino dell’amore. Nel Cantico dei Cantici vediamo la sposa Sulamita contemplare con meraviglia il suo amato dopo averlo ritrovato: la luce ricompare dopo l’oscurità della distanza. «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…» – canta lo sposo nel Cantico nel secondo poema, annunciando la fine dell’inverno relazionale. Questa dinamica di luce e ombra, di inverno e primavera, percorre tutta la narrazione sacra: il Cantico non è una storia lineare, senza inizio né fine definita, ma un ciclo d’amore fatto di partenze e ricongiungimenti, di notti buie e aurore luminose.

In questa poesia millenaria riconosciamo la trama delle nostre vite. Anche la nostra storia d’amore vive di alti e bassi, di distanze e riavvicinamenti, in un cerchio che sembra non chiudersi mai. Non esistono relazioni che restino sempre uguali a sé stesse: l’amore o cresce e si rafforza, oppure declina diventando più fragile, seguendo una spirale ascendente o discendente. È importante esserne consapevoli nel cammino di coppia: ogni crisi può essere seguita da una nuova crescita, ogni notte può conoscere una nuova alba se troviamo la forza di riscoprirci e abbracciarci di nuovo. L’amore vive di questa alternanza vitale e ci chiama a non arrenderci mai all’oscurità definitiva.

Un amore vivo da coltivare ogni giorno

Proprio perché l’amore non rimane mai uguale, esso non va mai dato per scontato. L’amore coniugale è una realtà viva e in continua evoluzione, che richiede cura costante. Potremmo essere tentati di trattare la relazione come un oggetto d’arredo – qualcosa che, una volta messo al suo posto, non richiede altro che una spolverata ogni tanto. Ma il matrimonio non è un armadio immobile: è una pianta delicata che ha bisogno di essere annaffiata e accudita ogni giorno. Papa Francesco lo ha espresso con un’efficace metafora: il matrimonio somiglia a una pianta viva da curare quotidianamente, non a un mobile vecchio che basta pulire di rado. Occorre vigilare sullo stato di questa pianta, “vedere come sta, darle acqua”, come suggerisce il Papa argentino, perché solo così essa può crescere forte e rigogliosa. Se invece lasciamo che la polvere dell’abitudine la ricopra, il rischio è che il nostro rapporto appassisca lentamente.

L’amore di coppia è un dono prezioso, una realtà viva che attraversa varie stagioni. Nessuna fase della vita familiare giustifica la negligenza: la fiamma dell’affetto va alimentata anche quando arrivano i figli, anche nelle difficoltà del lavoro e della routine. Ricordiamoci che “il dono più prezioso per i figli” – come sottolinea ancora Papa Francesco – “non sono le cose, ma l’amore dei genitori… cioè la relazione coniugale”. I bambini traggono sicurezza e gioia nel vedere mamma e papà amarsi sinceramente. Per questo siamo incoraggiati a non trascurare la famiglia, ma anzi a mettere la cura del legame sponsale al primo posto. In sostanza, coltivare ogni giorno la “pianta” del matrimonio significa prendersi cura di noi stessi in quanto coppia: dedicarsi tempo, ascoltarsi, giocare insieme, sostenersi a vicenda. Sono queste attenzioni quotidiane – semplici ma costanti – a mantenere verdeggiante il giardino dell’amore nel quale anche i figli possono trovare riparo e nutrimento emotivo.

Il giardino nuziale: dall’Eden al Cantico

Sin dall’inizio, la Bibbia presenta l’amore umano con l’immagine di un giardino fertile e luminoso. Nel racconto della Genesi, prima del peccato, l’unione tra l’uomo e la donna fioriva nel giardino dell’Eden, dove tutto era dono e delizia.

Adamo ed Eva vivevano un rapporto pieno e armonioso, circondati dalla bellezza di una creazione incontaminata e vivificante. In quel paradiso originario – “giardino di delizie” secondo il significato antico della parola Eden – ogni cosa era provvista in abbondanza e l’amore reciproco non costava fatica. L’uomo e la donna potevano godere l’uno dell’altra e dei frutti della terra senza sforzo, in una comunione spontanea con Dio, tra loro e con il creato. Quel giardino primordiale simboleggia l’ideale di un amore pieno di vita, gratuito e in perfetta sintonia con la volontà divina.

Anche nel Cantico dei Cantici ritorna potente questa simbologia del giardino. Salomone, celebrando l’amore sponsale, paragona la sua sposa a un giardino incantato, chiuso e prezioso, colmo di piante aromatiche e fonti d’acqua viva. La sposa è come un paradiso segreto in cui il suo diletto ama perdersi.

Queste parole poetiche evocano un luogo di meraviglia e di abbondanza. Non vi ricorda nulla questa descrizione? Anche a noi, come all’autore sacro, essa richiama alla mente il giardino perduto dell’Eden, il paradiso terrestre in cui l’amore era puro e totale. Nel Cantico, infatti, il giardino nuziale rappresenta l’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza: è immagine dell’amore erotico ma allo stesso tempo oblativo, fatto di tenerezza concreta nei gesti e dolcezza nelle parole.

Ogni frutto delizioso, ogni aroma e colore cantato nel brano biblico rimanda alla gioia, alla meraviglia, alla pienezza dei sensi e del cuore che l’amore autentico sa donare. È uno scenario di festa e di incanto, nel quale i due innamorati sperimentano una comunione profonda.

Eppure, sorge spontanea una domanda: come è possibile tutto ciò per noi, figli di Adamo? L’uomo e la donna del Cantico – proprio come ciascuno di noi – portano in sé l’eredità della caduta, della fragilità e dell’egoismo. Siamo nati dopo il peccato originale, conosciamo la fatica di amarci davvero e i limiti della nostra condizione. Come possiamo allora tornare a quel paradiso di intimità e di gioia simboleggiato dal giardino?

La Parola di Dio ci assicura che è possibile rivivere, almeno in parte, l’armonia delle origini. L’amore umano, pur ferito, può essere redento e condotto a una nuova pienezza. Nel Cantico dei Cantici Dio ci sussurra che possiamo ritrovare l’Eden nel nostro rapporto di coppia – ma, attenzione, non sarà più un dono automatico come quello delle origini. Dopo il peccato, quel giardino di beatitudine non si conserva da sé: va conquistato di nuovo e custodito con impegno.

Del resto, la dimensione sponsale del nostro amore è talmente profonda che la Scrittura la adopera per parlare dell’amore stesso di Dio verso l’umanità. In questo senso l’amore coniugale umano diviene segno e riflesso dell’amore divino: nel dono reciproco degli sposi si rispecchia il dono di Dio, e la Grazia scende ad arricchire e sostenere la loro unione. Proprio perché porta in sé l’impronta di Dio, l’amore sponsale è chiamato a una qualità “paradisiaca” – ed è la Grazia a renderlo possibile, senza però sostituirsi alla nostra libertà e responsabilità.

La fatica e la grazia nell’amore reciproco

Se l’Eden originario non richiedeva sforzo, il nuovo Eden dell’amore coniugale esige invece lavoro e dedizione quotidiana. Il “giardino” della nostra relazione va dissodato, seminato e irrigato ogni giorno con pazienza. Ogni fiore di tenerezza e ogni pianta aromatica di gentilezza vanno coltivati con gesti concreti: attenzione, ascolto, perdono, rispetto.

Ogni creatura che popola il giardino – i simbolici “animali” che rappresentano la vitalità e la ricchezza della vita insieme – va nutrita con attenzioni reciproche costanti. Non esiste più, dopo la caduta, un giardino dell’amore che si mantenga rigoglioso da solo, senza la nostra cura. Se smettiamo di impegnarci, quel giardino pian piano si inaridisce fino a diventare un deserto relazionale. Ma se invece ce ne prendiamo cura a due mani, con perseveranza e dolcezza, vedremo rifiorire paradisi di intimità nel cuore della vita quotidiana.

La nostra relazione di sposi è quel giardino affidato alle nostre cure. Solo coltivandolo giorno per giorno – insieme, in reciprocità – potremo evitare di smarrirci nella desolazione e davvero fare esperienza di un piccolo paradiso in terra. Certo, viviamo tutto ciò nei limiti della nostra umanità imperfetta e fragile. Ci saranno stagioni di siccità e momenti in cui zappare il terreno del cuore costerà fatica e sacrificio.

Ma proprio quando l’impegno sincero si unisce alla Grazia di Dio, il miracolo dell’amore si rinnova. La fatica condivisa diventa feconda; il perdono reciproco risana le ferite; la routine quotidiana si trasfigura in un cammino di santificazione. L’amore sponsale è davvero un dono e al contempo un compito: dono meraviglioso che Dio fa a una coppia chiamandola a unirsi, e compito affidato alla libertà dei coniugi di amarsi l’un l’altro come Lui li ha amati. Ogni giorno, con umiltà e creatività, siamo invitati a lavorare in questo giardino sapendo che ogni sforzo vale infinitamente la pena. Il frutto che ne scaturisce, infatti, è una comunione d’amore intensa e gioiosa, che vale ben più di tutta la fatica spesa – perché in essa palpita la presenza vivificante di Dio stesso, e il suo Amore rende possibile il nostro.

Antonio e Luisa

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Trasformare la Fame d’Amore in Libertà Personale

All’articolo di ieri mancava forse un pezzo. Un commento su facebook mi ha fatto infatti riflettere. Il commento conteneva una domanda:  Che se si resta da vittima o si resta da donna adulta e libera, la sostanza non cambia, penso che questa fame d’amore di cui lei parla resterà lo stesso se l’altra persona non vuol cambiare. E a questo punto faccio la domanda diretta, in che senso si può “curare e risorgere” e cioè in che modo questa donna può accettare ed essere felice se non riceve questo amore? Proverò a dare una risposta, consapevole che non potrà mai essere esauriente perché ogni storia è unica. E la fatica resta. Quella fa parte del pacchetto. Non esistono bacchette magiche, ma una libertà da conquistare con fatica e portando la croce.

Nell’articolo di ieri davo una risposta a una donna che si sentiva intrappolata in una relazione con un marito anaffettivo. Ce ne sono tante di queste storie. Ci sono donne che restano nel loro matrimonio, ma con il cuore spezzato. Fedeli alla promessa fatta, legate ai figli o alla coscienza cristiana, ma profondamente sole. Vivono accanto a un marito anaffettivo: silenzioso, distante, incapace di abbracciare o guardare con tenerezza. E si chiedono, spesso in segreto: “È peccato desiderare amore? È giusto rimanere, anche se lui non cambia? Posso essere nella pace e nella gioia, pur vivendo con questa fame d’amore non sfamata?”

A queste domande vogliamo rispondere con rispetto e verità, intrecciando luce del Vangelo, psicologia relazionale e il magistero della Chiesa. Perché si può restare, non da vittime, ma da donne adulte nella fede, capaci di scegliere nella libertà e di trovare, in Dio, quella gioia che non dipende solo da chi ci sta accanto.

1. Il desiderio d’amore è legittimo, non è peccato

Desiderare amore, tenerezza, ascolto, contatto non è una colpa. È un bisogno umano, profondamente inscritto nel nostro cuore. Dio stesso ha messo in noi questa sete. Il matrimonio non è un contratto freddo, ma una comunione di vita e di amore (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1601). Quando uno dei due coniugi non riesce a comunicare affetto, la relazione si svuota, e l’altro soffre.

Tuttavia, il desiderio legittimo non giustifica scorciatoie sbagliate: tradimenti, fantasie, o dipendenze affettive alternative. La sfida è più profonda: imparare a trasformare quella fame non soddisfatta in offerta e in libertà, evitando di restare prigioniere del dolore.

2. Restare da vittime o restare da donne adulte?

Sempre ieri abbiamo ribadito come restare nel matrimonio senza ricevere amore può essere vissuto in due modi:

  • Da vittime, adattate, mute, spente, convinte che “tanto non c’è altra scelta”. È il copione del Bambino Adattato, secondo l’Analisi Transazionale: quella parte di noi che accetta tutto, per paura del rifiuto o per senso del dovere. Rimanere in questa posizione logora l’anima e svilisce la dignità.
  • Oppure da donne adulte, libere e consapevoli, che scelgono ogni giorno di esserci, per fedeltà a un valore più grande. È lo stato dell’Adulto, che non si lascia guidare dal dolore ma dalla verità. È la donna che dice: “Soffro, ma non mi rassegno. Scelgo di restare, non perché devo, ma perché voglio essere fedele a Dio, a me stessa e alla mia vocazione”.

Come insegna san Giovanni Paolo II: “L’uomo è responsabile della propria vita: è chiamato a cercare la verità e ad attuarla liberamente” (Veritatis Splendor, n. 34). La fedeltà, se non è frutto di una scelta libera, non porta frutto.

3. Non si cambia l’altro, ma si può cambiare il proprio sguardo

Nel dolore di chi non è amato come vorrebbe, si nasconde una tentazione: pensare che solo se lui cambierà, allora io starò meglio. Ma questa attesa spesso è sterile. Nessuno può cambiare un altro essere umano contro la sua volontà. Invece, si può cambiare il proprio modo di stare nella relazione: non più nel risentimento o nella frustrazione, ma nell’accoglienza e nella verità.

Amoris Laetitia ci invita a vedere l’altro “così com’è” (n. 92): non per rassegnazione, ma per compassione. Non per rinunciare all’amore, ma per non aspettare da chi non può dare ciò che non sa nemmeno di non avere.

4. La croce accolta nel Signore genera una gioia diversa

Vivere accanto a un marito anaffettivo può diventare una croce quotidiana. Ma la croce, unita a Cristo, non schiaccia: trasfigura. Lo ricorda papa Francesco in Amoris Laetitia (n. 317): “Nei giorni amari della famiglia, c’è una unione con Gesù abbandonato… che trasforma le difficoltà in offerta d’amore.”

Quella fame di affetto può diventare una via di purificazione del cuore, che si apre sempre di più all’amore di Dio. Non come fuga, ma come sorgente inesauribile: un Amore che ci riconosce, ci guarda, ci tocca con misericordia. Non è la gioia rumorosa del benessere esterno, ma la pace profonda di chi sa di non essere mai sola.

5. Percorsi concreti per vivere da donne libere e in pace

Questa trasformazione richiede un cammino. Restare nel matrimonio non basta: bisogna restare da vive. Ecco alcune strade possibili:

  • Vita sacramentale costante, in particolare l’Eucaristia e la Riconciliazione: lì si riceve l’Amore che colma.
  • Accompagnamento spirituale: qualcuno che ascolti e accompagni, senza giudicare.
  • Percorso psicologico individuale: per curare le proprie ferite e uscire dal copione infantile.
  • Cura di sé: corpo, tempo, relazioni. La donna che si ama, risplende anche nel dolore.
  • Relazioni sane: amiche, comunità, gruppi di condivisione. L’amore circola, anche altrove.

Conclusione: una fedeltà che libera

Rimanere in un matrimonio dove l’amore non si sente più può essere una scelta di santità, ma solo se è fatta con libertà e verità. Non per paura. Non per masochismo. Ma per amore: di Dio, dell’altro e di sé. Chi resta così non è sconfitta, ma è già risorta. Perché sa amare senza essere amata come vorrebbe, e trova in Dio ciò che il cuore umano non riesce a donare. E questa, sì, è la pace vera. Quella che il mondo non dà, ma che lo Spirito sa custodire nel cuore delle donne forti.

Antonio e Luisa

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Mio Marito è Anaffettivo. E Io ho Fame d’Amore

Mio marito è anaffettivo. E io ho fame d’amore.” Una risposta a cuore aperto. Qualche giorno fa, sotto un nostro post, una donna ha scritto un commento che non posso ignorare. Lo tengo anonimo, per rispetto, ma lo riporto nella sua essenza, perché parla a tantissime altre:

“Sono sposata da anni. Ho sempre cercato di essere fedele, ma mio marito è freddo, distante. Non mi tocca, non mi abbraccia, non mi guarda. E io ho una fame d’amore che mi brucia dentro. È peccato desiderare una relazione in cui sentirmi amata?”

A questa donna – e a tante altre che si riconoscono – voglio rispondere con delicatezza, ma anche con verità. Come uomo di fede e come quanto ho appreso nei miei studi delle relazioni attraverso l’Analisi Transazionale, non posso tacere. Perché questa non è una semplice domanda: è una soglia sacra.

Il desiderio d’amore non è mai un peccato

Inizia tutto da qui: non è peccato desiderare amore. È umano, ed è santo. Dio stesso ha messo in noi la nostalgia della tenerezza, della reciprocità, della comunione profonda. Anche nel matrimonio, il desiderio di essere guardata, accarezzata, cercata, è parte della nostra vocazione. Essere sposa non significa essere un’ombra fedele ma muta. Significa essere viva, capace di amare e di essere amata. Il tuo desiderio, dunque, non va represso. Va ascoltato. È la tua bambina interiore che reclama amore e riconscimento, che vuole sentirsi preziosa per qualcuno. Ma poi bisogna decidere come rispondere.

Due modi di restare

Qui sta il cuore del discernimento. Quando sei sposata con un uomo che non ti offre più amore né relazione, puoi restare in due modi:

1. Restare da vittima. È quando ti dici: “È la mia croce. Dio vuole questo da me. Non posso cambiare nulla.” È il copione del Bambino Adattato, che dice sempre sì per paura, per senso del dovere, per non disubbidire al “genitore interiore” che impone regole senza amore. Questo tipo di fedeltà può sembrare eroica, ma non trasforma nulla. E alla lunga spegne anche te.

2. Restare da donna adulta e libera. È quando invece dici: “Io resto, ma non da rassegnata. Resto perché credo ancora nella promessa. Ma voglio essere vera. Voglio dire che soffro. Voglio che lui lo sappia. E se non cambia, allora io cresco. Io mi curo. Io risorgo.”

Questa è la fedeltà non come schiavitù, ma come scelta. La scelta dell’Adulto interiore, che non si vendica né fugge, ma affronta la realtà con coraggio, responsabilità e amore. È qui che la tua vita cambia. Perché restare con libertà è diverso da rimanere incatenata.

Il Vangelo non premia la finzione

Gesù non ha mai elogiato le maschere. Ha sempre amato chi aveva il coraggio di dire: “Signore, sto male”. E allora anche tu puoi – anzi, devi – dire al tuo sposo che il vostro matrimonio ha bisogno di una svolta. Non come accusa, ma come invito sincero: “Ho bisogno di sentirti vicino. Il nostro matrimonio ha bisogno di cure. Vuoi farlo con me?” Se lui accoglie, allora inizia un cammino terapeutico e spirituale. Magari di coppia. Se lui rifiuta, allora inizia comunque un cammino: il tuo. Perché Dio ti chiede di essere viva, non solo fedele.

La croce non è mai passiva

Sì, il matrimonio è anche croce. Ma la croce di Cristo è attiva, non subita. È una donazione piena, libera, consapevole. Non è rassegnazione. È amore che si dona fino in fondo, senza perdere la verità di sé. Rimanere in un matrimonio dove non c’è tenerezza non significa fingere che vada tutto bene. Significa, se lo scegli nella fede, trasformare quel vuoto in offerta viva. Ma solo se sei davvero libera di scegliere.

Per concludere: scegli la verità, non la rassegnazione

A te, donna che mi scrivi con il cuore stanco e affamato, dico: Dio ti ama. E ti vuole viva. Non sta dalla parte del gelo affettivo, né ti chiede di spegnerti per essere santa. Ti chiede di scegliere ogni giorno, nella libertà. Anche il dolore, anche la croce, se lo fai per amore. Ma non per paura.

Perché la fedeltà vera non è tacere. È restare nella verità, nella dignità, nella speranza. E questa, anche se lui non cambia, può cambiare te.

Antonio e Luisa

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Un Matrimonio Risorto ma che non Nasconde le Ferite

Siamo Antonio e Elsa, sposati da 28 anni, abbiamo 2 figli, e facciamo parte della comunità Retrouvaille Sud. Abbiamo partecipato al programma alcuni anni fa e dopo un cammino tortuoso, con frenate brusche e ripensamenti sul nostro futuro di vita insieme, ci siamo ritrovati.

La svolta, nella nostra relazione, è avvenuta, quando abbiamo compreso che la strada da intraprendere non era quella di aggiustare il nostro matrimonio lacerato, piuttosto la sfida che ci attendeva era quella di ricrearne uno nuovo, più intrigante e interessante, fatto su misura per noi, come un abito buono, quello delle grandi occasioni.

Abbiamo sperimentato la caduta, la miseria e la solitudine, attraverso una passione lunga e tormentata, fatta di incomprensioni, muri altissimi alzati tra di noi, indifferenza e silenzi assordanti, tutti ingredienti amplificati dalla morte della nostra relazione, della coppia. Dopo esserci smarriti, completamente soli, non riuscivamo più ad uscire dal torpore pregno di angoscia e senso di abbandono.

I miei errori (Antonio) avevano destabilizzato la mia famiglia e creato un vuoto enorme. Ho cominciato ad attraversare un deserto fatto di solitudine e di tristezza. Ho sperimentato la vergogna, la povertà spirituale, la morte sociale, lavorativa e intellettuale. Nulla aveva più un senso. Ho vissuto e subito, la passione e morte, nera di vergogna, grigia di sporcizia, rossa di sangue.

In quei momenti, dove tutto sembrava perduto, nello sconforto totale, ho percepito una presenza tangibile, una carezza amorevole. Ho sentito forte la presenza del Signore al mio fianco, tenero e accogliente, chinato non la mano tesa. Come ad esortarmi nel rialzarmi. Io, il misero, per terra, lui, a me vicino, la misericordia.

Lo stesso valeva per me, (Elsa). Antonio non poteva avermi fatto tutto questo. Non lui, non il mio principe azzurro. Tutto intorno mi diceva di lasciarlo, di abbandonarlo al suo destino, che in fondo se lo era meritato. Infatti, ci siamo separati. Mesi vissuti lontani dalle nostre aspettative, dai nostri progetti, a pensare e ripensare agli anni buttati al vento. Al tempo perduto e mai più recuperabile.

Ho sperimentato la rabbia, il rancore, il desiderio di vendetta, ma non bastava. Era come una spirale infinita, in un crescendo di cattiveria e delusione, sentimenti orrendi e dilanianti. Come stritolata da una morsa, che soffocava in me qualsiasi velleità di riconciliazione.

Abbiamo conosciuto Retrouvaille per caso, ma non abbiamo esitato un istante a partecipare al programma. Erano già passati alcuni mesi da quando avevamo iniziato a cercare di ricostruire il nostro matrimonio: ci stavamo impegnando, sì, ma sentivamo che mancava qualcosa. C’era come un limite invisibile, un blocco che non riuscivamo a superare. Non andava come speravamo.

È stato solo in un secondo momento, quando abbiamo scelto di rimanere all’interno della comunità come ‘servi inutili’, mettendoci in ascolto delle ferite di altre coppie, che qualcosa in noi è davvero cambiato. Offrendo tempo, accoglienza, presenza… abbiamo scoperto il valore del dono. Il valore profondo della gratuità.

Grazie al servizio reso alla comunità, ci capita oggi di incontrare altre coppie come noi, bisognose di conforto, assetate di parole buone. Essere per loro segno di speranza, speranza di rinascita a vita nuova, e vederle vivere in armonia la loro unione, ci stimola a fare di più. Ci piace “dire bene”, benedire la loro unione anche attraverso le nostre miserie e le ferite ormai rimarginate. Come Gesù, che per farsi riconoscere dai suoi discepoli – entrando a porte chiuse, lungo la strada con i due di Emmaus, o davanti a Tommaso – non ha esitato a mostrare le sue ferite.

Seguendo il suo esempio, non usiamo parole o formule magiche, parliamo con il cuore colmo di gioia, parliamo del nostro vissuto, fatto di contraddizioni, sofferenza e lacrime. Mettiamo a nudo le nostre iniquità, mostriamo le ferite, proprio come Gesù ha fatto con chi non lo ha riconosciuto. Raccontiamo con occhi accesi di speranza la nostra Pasqua. Un passaggio (Pasqua) vissuto dalla passione, attraversando la morte fino alla resurrezione.

Ci impegniamo nel portare un messaggio nuovo. Vogliamo raccontare la bellezza della coppia, con in mezzo lo Sposo. Raccontare lo stupore nel guardare il Signore attraverso gli occhi l’uno dell’altro. Riconoscere in Dio, l’autore dell’opera d’arte più bella da lui concepita e compiuta: la famiglia. Ci riconosciamo in lui, testimone d’onore della nostra unione, presente nel giorno delle nozze. Descrivere la meraviglia di una relazione nel matrimonio, diventa uno stimolo costante per andare avanti e continuare “il percorso rinnovato” grazie a quanto fatto con Retrouvaille e con la presenza di Dio nel nostro sacramento

Elsa & Antonio (Retrouvaille Italia)

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Amore: tra Sentimento e verità

Spesso leggo nei commenti, sui social, frasi del tipo: “La famiglia è dove c’è amore”, in genere riguardo a discorsi su relazioni di persone aventi lo stesso sesso o famiglie allargate. Certamente è vero, l’amore dovrebbe essere il centro di tutto, ma di quale amore stiamo parlando?

Perché io credo che ci sia molta confusione: oggi l’amore è percepito come sentimento soggettivo, emozione del momento, affinità emotiva o attrazione fisica. In nome dell’amore si giustifica tutto: scelte di vita, separazioni, trasgressioni, perfino il tradimento e omicidi. Eppure, se vogliamo parlare seriamente di amore, dobbiamo iniziare a riconoscerne l’origine, la verità e il fine (che essenzialmente è la santificazione nostra e di chi ci sta intorno).

Quando parliamo di “famiglia”, non possiamo ridurre il discorso a ciò che sentiamo, ma dobbiamo elevarci a ciò che Dio ha rivelato. L’amore che fonda la famiglia – quella vera, secondo il disegno di Dio – è un amore che genera, che si apre alla vita, che unisce un uomo e una donna nella complementarità dei sessi. È un amore fecondo che si realizza nella donazione totale e irrevocabile di sé all’altro, anche quando la vita coniugale attraversa momenti duri, persino quando si spezza nella convivenza, ma resta viva nella fedeltà della promessa.

Per noi cristiani, l’amore ha un volto: è Gesù Cristo. In Lui vediamo che l’amore vero è dono totale di sé, fino alla fine, fino alla croce. Non è sentimento passeggero, non è attrazione, non è bisogno, è un amore che si fa servizio, sacrificio, fedeltà.

Proprio domenica scorsa, Gesù nel vangelo diceva che “Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23), questo deve essere il filtro con cui testare quello che viviamo. Quello che provo, quello che faccio, quello verso cui vengo attratto è secondo l’insegnamento di Gesù, i comandamenti, tutte le numerose parole che ci ha detto e che la Chiesa continua a ricordarci dopo duemila anni?

Gesù ci dice chiaramente che se Gli vogliamo bene, la conseguenza diretta è seguirlo e mettere in pratica: detto così sembra quasi un’imposizione, in realtà dovrebbe essere la risposta ad un Amore sconfinato. Mi vengono in mente le prove d’amore che si chiedono a volte nella coppia e che sono più richieste egoistiche e dettate da ferite varie: “Se davvero mi ami, devi fare questo e quest’altro”.

In realtà Chi lo dice, per primo ci ha mostrato cosa è davvero l’Amore, morendo per noi e lasciandoci un manuale d’istruzione per la nostra felicità e per una vita in pienezza. Non è possibile affermare di credere in Dio e poi gestire la nostra vita secondo quello che vogliamo noi: mi sono accorto che in tante persone c’è questa profonda divisione tra il credere/devozione e la condotta di vita, come se fosse possibile svincolare le due cose. Tanti ritengono che amore è quello che mi fa stare bene, che mi soddisfa, che non crea problemi, che mi dà ragione, che esegue gli ordini: anche ammesso che fosse possibile, siamo all’opposto del Sacramento del matrimonio.

Ogni essere umano è chiamato all’amore, perché creato a immagine di Dio, ma la verità dell’amore dipende dalla sua conformità al disegno di Dio. Se due donne, tramite i soldi, i progressi della medicina e un donatore, riescono ad avere un figlio da crescere, dovranno comunque un giorno spiegargli che comunque un papà ce l’ha, anche se non lo conoscerà mai o è sconosciuto, perché la verità è che la vita può nascere solo dall’unione di un uomo e una donna (non entro poi nel merito sulla considerazione dei figli come diritto e non come dono immenso).

Non siamo noi a decidere cos’è l’amore, è Dio che ha scritto nel nostro cuore il desiderio di amare e di essere amati, ma questo desiderio, se non viene illuminato dalla grazia, può perdersi, deviare, confondersi. Non possiamo costruire l’amore vero senza Dio. Ogni tentativo umano, ogni ideologia che pretende di ridefinire la famiglia o il matrimonio, rischia di crollare, come una casa costruita sulla sabbia.

È tempo di tornare a parlare di verità, non solo di emozioni, di educare all’amore, non solo di assecondarlo, di proporre, con umiltà ma anche con coraggio, la bellezza del progetto di Dio sull’uomo, sulla donna, sulla famiglia. Allora sì, la famiglia è dove c’è amore: ma quell’amore deve avere un Nome, una forma, una verità e un obbiettivo, solo l’amore che si radica nella volontà di Dio può davvero costruire una casa che resiste alle tempeste.

Una cultura che smarrisce la verità dell’amore rischia di produrre generazioni fragili, incapaci di donarsi, abituate a sostituire la realtà con il desiderio; eppure, la verità non è nemica della libertà: la libera, la orienta, la rende piena. Anche quando questa verità è scomoda, anche quando ci chiede di rinunciare a qualcosa, perché alla fine, la vera libertà nasce dalla verità; e la verità è che non ogni unione può dirsi famiglia, non ogni sentimento è amore che salva, non ogni desiderio è giusto solo perché è forte.

Forse non tutti capiranno queste parole, ma non importa: l’importante è continuare a testimoniarle, con umiltà, ma senza paura, perché la verità, quando è vissuta con amore, parla da sola e può, un giorno, toccare il cuore anche di chi oggi la rifiuta.

L’Amore, quello vero, non si inventa, si scopre e, una volta scoperto, si custodisce, fino alla fine.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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