È solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Fabrizia, in occasione della festa di San Giuseppe Lavoratore, ha scritto su questo blog delle bellissime riflessioni che mi hanno dato tanti spunti. Oggi, quindi, voglio parlare del lavoro che mi sta più a cuore: non quello che faccio fuori casa, ma quello che faccio dentro di me. È un lavoro silenzioso, nascosto, faticoso, ma profondamente liberante. È il lavoro di accogliere il mio bambino interiore, imparare ad ascoltarlo e a volergli bene. Solo così ho potuto iniziare davvero ad abbracciare anche i miei figli.

L’Analisi Transazionale, che tanto mi sta aiutando nel cammino spirituale e umano, parla di tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Per anni ho agito da Genitore Normativo Negativo: severo, giudicante, impaziente. Perché mio padre era così con me. Vedevo solo ciò che non funzionava, ciò che andava corretto. Mi arrabbiavo facilmente, convinto che fosse il modo giusto per educare.

Ma dentro di me c’era un bambino ferito, che non chiedeva altro che essere ascoltato. C’era un bisogno antico di tenerezza, di approvazione, di sentirsi visto. E non potevo davvero essere padre finché non ho permesso a quel bambino di esistere, finché non ho smesso di vergognarmi delle mie fragilità.

Scrive Luigi Maria Epicoco: “San Giuseppe è il santo della tenerezza silenziosa. Non fa grandi discorsi, ma custodisce. E custodire vuol dire anche accettare le proprie ferite senza nasconderle, senza scappare.”

Ecco, in questo tempo ho imparato che per custodire i miei figli, dovevo prima custodire me stesso. Accogliere le mie emozioni, anche quelle scomode. Riconoscere le paure, il senso di inadeguatezza, la fatica di essere uomo. È un lavoro interiore che mi chiede tempo, coraggio e tanta grazia. Ma è anche il lavoro che dà più frutto. Un terapeuta di Analisi Transazionale, Muriel James, scriveva: “Il Bambino interiore è la parte più viva, creativa e vulnerabile di noi. Se non lo accogliamo, rischiamo di diventare adulti efficienti ma emotivamente vuoti.”

Ed è proprio accogliendo quel bambino in me che ho potuto cambiare come padre. Sto imparando a passare da un Genitore Normativo a un Genitore Empatico. A vedere non solo gli errori, ma anche le difficoltà e l’impegno dei miei figli. A dire loro grazie per quello che sono, a incoraggiarli invece di correggerli continuamente. E da lì… vedo che stanno cambiando le cose. Vedo nei loro occhi una fiducia nuova, una gioia che prima era soffocata. Vedo che la relazione si fa più vera, più libera, più reciproca.

E oggi, con commozione, voglio dire grazie ai miei figli. Grazie perché, senza saperlo, mi hanno aiutato a rimettermi in cammino. La relazione con loro, all’inizio, è stata difficile. Hanno mostrato disagio, ferite, silenzi che mi hanno interrogato nel profondo. Mi sono posto delle domande, domande vere, scomode. E proprio da quelle domande è nato il lavoro su me stesso. Non per cercare colpe da espiare, ma perché non volevo lasciare che il dolore diventasse destino.

Perché – e questo lo sento profondamente – non è importante avere rimorsi o rimpianti, ma riconoscere che c’è ancora tutto un futuro su cui lavorare. Un futuro da costruire insieme, giorno per giorno, con gesti nuovi, parole vere, e quella tenerezza che non è debolezza, ma forza redenta.

E qui, nel mio cammino da padre, riscopro la figura di Dio Padre. Non come un giudice severo, pronto a punire, ma come quel Padre tenero e accogliente che Gesù ci ha rivelato. Un Padre che ci viene incontro quando siamo ancora lontani, che ci rialza quando cadiamo, che ci guarda con amore anche quando sbagliamo.

“Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9). E in Gesù, uomo mite e forte, accolgo ogni giorno un riflesso di ciò che anch’io, nella mia piccolezza, posso diventare: un padre che ama senza condizioni, come San Giuseppe. Come Dio.

Il lavoro su di sé non si vede, non si misura, non si paga. Ma cambia tutto. Perché è solo da un cuore guarito che può nascere un amore che guarisce.

Antonio e Luisa

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Via, verità e vita per gli sposi

Nel Vangelo di Giovanni di oggi, Gesù si presenta come “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Questa auto-rivelazione di Cristo getta luce anche sulla vocazione degli sposi cristiani e sulla dimensione spirituale della loro intimità.

Cristo Via

Egli è la via ossia il cammino che i coniugi sono chiamati a percorrere insieme. Il matrimonio non è un percorso auto-referenziale, chiuso in due, ma un viaggio verso Dio, in cui marito e moglie si aiutano a vicenda a progredire nella fede e nell’amore. Gesù è la strada maestra sulla quale la coppia cammina, soprattutto nei momenti difficili: imitando il suo amore sacrificiale, gli sposi imparano a portare la croce l’uno dell’altro, a perdonarsi settanta volte sette, a servire con umiltà lavandosi i piedi. Nella vita quotidiana, “seguire Gesù via” significa mettere al centro i suoi insegnamenti – come il rispetto, la fedeltà, il “dare la vita” per l’altro – orientando così anche la vita sessuale secondo il disegno divino e non secondo le mode del mondo. In questo senso la via del matrimonio è un cammino di santificazione: la coppia, passo dopo passo, attraverso le gioie e le prove, si avvicina insieme a Dio.

Cristo Verità

Egli è la verità che illumina il senso del matrimonio e della sessualità. In un’epoca di confusione etica e relativismo, gli sposi cristiani trovano in Gesù la verità su cosa sia l’amore vero. Io sono la Verità – dice il Signore – e questa Verità rende liberi (cfr. Gv 8,32): liberi dalle menzogne che il mondo spesso racconta sul sesso (ridotto a gioco o consumo) e sul matrimonio (visto come contratto revocabile). Riferirsi a Cristo Verità significa per la coppia accogliere il progetto originario di Dio sull’amore umano: “maschio e femmina li creò” (Gen 1,27) per una comunione fedele e aperta alla vita.

Significa riconoscere che vi è una verità inscritta nella differenza sessuale e nella complementarità, che l’atto coniugale ha una verità intrinseca (unitiva-procreativa) da rispettare​. Gli sposi sono chiamati a vivere nella luce della verità di Cristo, cioè nell’autenticità, senza ipocrisie né doppiezze: verità reciproca (onestà, trasparenza, fiducia) e verità interiore (retta coscienza davanti a Dio). Applicato all’intimità, questo implica vivere la sessualità in modo autentico, come linguaggio di amore sincero e fedele, senza cadere in pratiche contrarie alla dignità dell’altro o alla natura dell’atto (come la contraccezione deliberata che chiude all’accoglienza della vita). La verità di Cristo insegna anche la dignità della persona: l’altro non è un oggetto per il mio piacere, ma un figlio di Dio affidato al mio amore. Così, i coniugi che si lasciano guidare da Gesù Verità costruiscono la loro intimità sulla roccia (cfr. Mt 7,24-25) dei valori evangelici, immuni ai venti delle false ideologie.

Cristo Vita

Egli è la vita, colui che porta la pienezza della vita divina. Un matrimonio cristiano autentico è radicalmente aperto alla vita, non solo perché genera figli, ma perché vive di quella vitalità spirituale che proviene da Cristo risorto.

Io sono la Vita – dice Gesù – e infatti insegna: “sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Questa abbondanza di vita si manifesta nella coppia in vari modi. Anzitutto con l’apertura alla trasmissione della vita: la fecondità fisica (e, quando non è possibile, quella spirituale e adottiva) è il segno evidente di un amore che trabocca e vuole condividere il dono ricevuto. Ogni nuova vita concepita è un miracolo che testimonia la presenza vivificante di Dio tra gli sposi.

Ma anche al di là dei figli, Cristo-Vita anima l’amore coniugale dall’interno: con la grazia del sacramento, Egli rende gli sposi capaci di amare oltre le proprie forze naturali, infondendo vitalità alle virtù (pazienza, mansuetudine, perdono, creatività…). Quando i coniugi pregano insieme, quando partecipano all’Eucaristia, attingono linfa da Cristo vite (cfr. Gv 15,5) e il “circolo” del loro amore si apre per accogliere la vita di Dio.

Questa vita divina li aiuta, ad esempio, a superare momenti di “morte” relazionale (crisi, aridità, noia) con rinnovata speranza; li guarisce da ferite interiori che impediscono l’intimità; li spinge ad uscire da sé per fare il bene (la carità verso altre famiglie, il servizio in parrocchia…). In sintesi, se Cristo è davvero al centro del matrimonio, la coppia sperimenta una fecondità a tutto tondo: “coopera con Dio non soltanto nel generare alla vita naturale, ma anche nel coltivare i germi della vita divina” nei cuori​.

Apertura alla vita, dunque, non significa solo apertura ai figli, ma anche apertura alla “vita eterna” già ora: gli sposi comunicano tra loro la vita di Cristo (santificante) attraverso l’amore reciproco, e insieme la trasmettono ai figli e alla comunità. In questo senso la coppia cristiana è chiamata a essere un segno pasquale nel mondo: con l’amore fecondo e gioioso testimonia che Cristo vive.

In definitiva, l’affermazione “Io sono la via, la verità e la vita” applicata al matrimonio richiama gli sposi a fondare la loro intimità in Cristo. Egli è la Via da seguire (il modello e la guida del loro amore), la Verità da accogliere (il criterio per discernere il bene autentico nella vita sessuale e familiare) e la Vita da condividere (la fonte di grazia che rende fecondo e santo il loro amore). Così, la comunione coniugale diventa un luogo teologico: una piccola strada verso Dio (via), uno spazio di manifestazione della verità su Dio-Amore (verità) e un focolare in cui arde la vita di Cristo (vita).

Antonio e Luisa

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La Separazione: Perdita di Legami Familiari e Amicali

Oggi voglio parlare di un aspetto della separazione che non ho mai trattato: quando ci si divide dal coniuge, non è l’unica separazione che avviene. Infatti, quando la coppia si frantuma, tipicamente avviene anche una frattura con parenti e amici.

In prima impressione può sembrare qualcosa di normale e di poco conto, rispetto all’importanza della moglie o del marito: in realtà, almeno personalmente, ma anche secondo tante altre persone con cui ho parlato, è stato qualcosa di molto doloroso e difficile da accettare.

Ad esempio, consideravo i mie suoceri come la mia famiglia, condividevo con loro molti pranzi della domenica e poiché erano anziani, li aiutavo nei lavori di campagna, come la vendemmia o la raccolta delle olive. Trovarsi all’improvviso a non poter più frequentarli e ridursi a qualche telefonata ogni tanto (poi eliminate anche quelle) è stato difficile da digerire: ho provato a cercare di andarli a trovare ogni tanto, ma mi è stato detto che era meglio non farlo più, vista la situazione.

Analogo discorso per tutti gli altri parenti da parte di mia moglie e gli amici in comune che ad un certo punto si sono schierati da una delle due parti, come se fosse una guerra. Addirittura qualcuno mi ha bloccato telefonate e messaggi, proprio per non ricevere nemmeno più gli auguri di Natale, Pasqua e compleanno. Questo ha influito anche sulla vita delle figlie, perché comunque si sono trovate a vivere questo cambiamento ed è stato detto loro anche di non farmi sapere ciò che non mi riguardava più.

Io ritengo che, al di là della parentela, se c’è una relazione di amicizia e affetto che dura da tempo, sia importante coltivarla, siamo tutti fratelli e sorelle sempre o solo quando ci fa comodo? Da una parte questo è stato anche un test anche per capire chi effettivamente mi voleva bene e chi no.

Quando vivevo ancora con mia moglie c’era una parente/amica con una figlia che aveva delle difficoltà in matematica e, sapendo che potevo aiutarla, mi ha chiesto se ero disponibile per farle delle ripetizioni: così per un certo periodo, quando uscivo la sera dal lavoro, la figlia veniva a casa mia e facevamo matematica, fino a quando è riuscita a recuperare le insufficienze.

Naturalmente io l’ho fatto per dare una mano e quando mi ha chiesto il conto, non ho voluto assolutamente niente, ero solo contento di essere stato utile in qualcosa e di aver fatto del bene a una ragazza.

Dopo poco che mia moglie mi aveva chiesto la separazione, ho trovato (casualmente) questa parente/amica a fare la spesa e ci siamo messi a parlare. Ho chiesto se avesse saputo di quello che stava succedendo e, dopo una sua risposta affermativa, le ho chiesto: ”Potresti farmi il favore di scambiare due parole con mia moglie, visto che hai ottimi rapporti col lei, per cercare di aiutarla?”. Lei: “Mi dispiace, ma io non voglio intromettermi nei vostri rapporti”. E io: “Capisco, grazie comunque”.

Ho ripensato tante volte a questo fatto e per me è stata come una pugnalata: ma come, quando hai avuto bisogno tu, io mi sono fatto in quattro per aiutarti, non ti ho preso un euro e ora che ti chiedo dieci minuti per parlare con una persona, non ne vuoi sapere? E questo è solo un esempio, ce ne sono stati anche peggiori che però non voglio raccontare, visto che riguardano delle persone a me vicine.

Che un coniuge, a un certo punto della vita, viva un momento di difficoltà e crisi, dovuti a vari fattori, ci può stare, capisco e comprendo un attimo di sbandamento; mi risulta difficile da accettare la spaccatura con tutte le altre persone che ruotano intorno e che, invece di fregarsene, dovrebbero stringersi intorno alla coppia e fare il possibile per tenerla unita.

Forse ingenuamente mi fidavo di tante persone/parenti che al momento del bisogno si sono rivelate veramente, ma al contrario ho incontrato persone sconosciute che mi hanno aiutato come un fratello, in particolare all’interno della Fraternità Sposi per Sempre.

Quando l’anno scorso ho ricevuto un sms in cui mi si comunicava la morte di mio suocero, mi è dispiaciuto veramente tanto non averlo potuto salutare in vita, poiché da tanto tempo non lo rivedevo, non sapevo nemmeno che si era ammalato: ad ogni modo sono andato al suo funerale mettendomi in fondo alla chiesa per dare meno fastidio possibile, lontano anche dalle figlie che erano in prima fila; penso che alla fine la preghiera sia la cosa più importante e so che lui ora sa quanto gli volevo bene.

Purtroppo ovunque c’è divisione, è sicuro che lì c’è il diavolo che appunto si traduce con “divisore”; al contrario Dio è comunione e amore: questo articolo, se ce ne fosse stato ancora bisogno, conferma ancora una volta quanto le separazioni siano un male non solo per la coppia, ma per tutta la società.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un fremito mi ha sconvolta: Amore e Vulnerabilità Femminile

Dopo l’interruzione per il periodo di Pasqua, riprendiamo oggi le riflessioni sul Cantico dei Cantici. E partiamo alla grande. Con dei versetti audaci edespliciti. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il mio dôdì ha introdotto la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più audaci della Bibbia. Come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Nel Cantico la sessualità non è mai banalizzata né ridotta a istinto: è elevata a linguaggio dell’amore, spazio della tenerezza e della reciprocità.” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 2005)

Qui l’amore non è idealizzato né nascosto dietro veli di imbarazzo: è concreto, ardente, appassionato. Il diletto cerca l’amata, ma la porta è chiusa. Lei sente la sua presenza, ne avverte il desiderio, e insieme prova paura. Paura di lasciarsi andare. Paura di perdere il controllo. Perché abbandonarsi è sempre un rischio: è permettere all’altro di entrare, non solo nel corpo, ma nel luogo più sacro della propria intimità.

Molte donne vivono questa tensione interiore. Come osserva padre Giovanni Cucci, psicologo e gesuita: “L’amore vero espone alla vulnerabilità: chi ama si mette in una condizione di rischio. Questo spaventa, soprattutto quando si portano cicatrici profonde.” (G. Cucci, La forza della fragilità, 2018)

Storie di ferite, tradimenti, delusioni possono irrigidire il cuore e il corpo. Anche quando il desiderio di abbandonarsi è forte, qualcosa trattiene: una paura sottile, radicata. Questa dinamica, pur toccando anche gli uomini, nella donna trova una manifestazione fisica più evidente. Nel rapporto sessuale la donna è chiamata ad accogliere dentro di sé l’uomo. Non è solo una questione anatomica: è un atto emotivamente e spiritualmente impegnativo. Come sottolinea Marco Scarmagnani, consulente familiare cattolico: “Accogliere è un gesto di fiducia totale: significa dire all’altro ‘ti accolgo dentro di me’, non solo nel corpo, ma nel cuore e nell’anima.” (M. Scarmagnani, Amore grande, 2022)

La cultura pornografica, che molti hanno assorbito inconsapevolmente fin dall’adolescenza, banalizza l’intimità fisica, riducendola a divertimento o a sfogo. Ma la verità è diversa. Il rapporto fisico tra sposi è un sacramento vissuto nel corpo: una finestra sull’invisibile, un’icona del dono totale.

È falso che il desiderio si consumi col tempo. Se l’amore cresce, anche l’unione fisica si fa più intensa, più vera, più profonda. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “La fedeltà nel tempo non spegne la passione, ma la purifica, la rafforza e la rende capace di toccare le radici dell’essere.” (L.M. Epicoco, La forza della mitezza, 2021)

Se invece la paura domina, il corpo si chiude, l’intimità si spegne e il piacere stesso viene meno. L’atto che dovrebbe essere dono diventa tensione e sofferenza. Ma il matrimonio cristiano, vissuto nella verità e nella pazienza, può guarire anche le ferite più profonde. È necessario però un doppio cammino:

  • La donna è chiamata a un lento e coraggioso lavoro su sé stessa: imparare a fidarsi, a riconoscere e accogliere la propria vulnerabilità come una forza e non come una minaccia.
  • L’uomo è chiamato a educare il suo desiderio: imparare a non violare, ma a rispettare; imparare a corteggiare con tenerezza; imparare a cercare l’unione e non il possesso.

Il dono fisico tra sposi, se vissuto con rispetto, fiducia e abbandono, diventa una porta spalancata sul mistero stesso di Dio. Non una fuga dalla fatica della vita, ma un anticipo della comunione eterna. Aprire quella porta non è mai facile. Ma chi ha il coraggio di aprirla, scopre la gioia di essere, finalmente, accolto e amato per sempre.

Antonio e Luisa

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Fede e Matrimonio: Gettare le Reti con Fiducia

Il Vangelo di ieri mi ha riportato al percorso dei 10 comandamenti di don Fabio Rosini. Probabilmente per chi ha fatto quel corso dirò qualcosa che già sa. Cercherò di rielaborarlo in chiave sponsale.

Pietro e altri discepoli sono usciti a pescare. Tutta la notte non hanno preso nulla. Tornano sconsolati quando un uomo gli chiede di tornare in mare e di gettare le reti a destra. Perché un pescatore, che conosce il proprio lavoro, che sa come si pesca, che sa che di giorno è molto difficile pescare, decide di dar retta a quell’uomo? Per giunta, che gli chiede di gettare le reti a destra. Cioè di lanciarle con il braccio sinistro, il più debole. È una richiesta assurda. Eppure Pietro lo fa. E pesca una gran quantità di pesci: ben 153 grossi pesci. Un numero non casuale: 153 erano i pesci allora conosciuti. Indica la pienezza. Solo dopo Pietro riconosce in quell’uomo il suo Maestro: Gesù.

Questo racconto credo possa rappresentare la storia di resurrezione di tante coppie che non hanno voluto cedere al fallimento del loro matrimonio. A volte, nel buio della vita coniugale, non “peschi” nulla. Ti sembra di affannarti invano: il dialogo non funziona, l’intimità si spegne, la tenerezza scompare. Cominci a pensare che forse è meglio mollare, andarsene, accettare il fallimento.

Ma c’è qualcuno che non molla. Uno dei due, a volte entrambi, ascoltano quella promessa fatta il giorno delle nozze. Non perché sentono ancora emozioni, ma perché si fidano. E allora gettano di nuovo le reti. Non a sinistra, con la forza, con la logica umana, ma a destra con il braccio debole, cioè con quella parte di sé che accetta di fidarsi anche senza capire, anche quando si è stanchi, anche quando l’amore sembra esaurito.

È lì che Gesù può fare il miracolo.

Anche la sessualità — spesso vista solo come piacere o prestazione — può diventare una rete piena, se lasciamo che Gesù entri nella barca della nostra intimità. Nella crisi, nel silenzio, nel rifiuto reciproco, si può gettare di nuovo la rete… non per dovere, ma per fede. Perché Gesù è capace di trasformare una sessualità sterile in una sessualità redenta, dove il corpo non è solo strumento di piacere, ma linguaggio di dono e riconciliazione.

Don Luigi Maria Epicoco, parlando dell’amore coniugale, scrive: “La carne, nel cristianesimo, non è mai un ostacolo alla santità, ma il suo luogo. Non si ama davvero se non si ama anche con il corpo. Ma il corpo può dire amore solo quando è attraversato dalla verità, dalla fedeltà, dalla castità, cioè dalla capacità di non prendere, ma di donare”.

Ecco allora la chiave sponsale: gettare le reti “a destra” significa anche questo. Fidarsi che l’amore passa per la carne, ma non si esaurisce nella carne. Che la tenerezza coniugale, anche fisica, quando è offerta come dono e non come pretesa, può diventare uno spazio sacro, uno dei luoghi in cui Cristo risorge nelle nostre vite.

Non è la prima volta che Gesù chiede qualcosa di apparentemente folle. Alle nozze di Cana, la gioia stava per finire: il vino era finito. Eppure, quei servi, obbedendo a Maria, riempirono le giare d’acqua. Una richiesta assurda. Ma fu quell’obbedienza, quell’atto “inutile” agli occhi del mondo, che permise il primo miracolo di Gesù. L’acqua diventò vino. La tristezza diventò festa. La mancanza diventò abbondanza.

Ecco: a volte la Chiesa propone per il matrimonio una via che sembra folle. Il perdono anche quando l’altro non cambia, la fedeltà anche quando la passione si spegne. Ma se getti la rete dove Lui ti dice, anche se non capisci, la pienezza arriva. Forse non subito, forse non come ti aspettavi. Ma arriva.

E allora, quella rete piena di pesci, quella carne che prima era solo stanchezza e chiusura, può diventare corpo donato, può diventare luogo di comunione, può diventare luogo santo.

Chi riesce ad andare oltre la follia apparente e ad ascoltare quanto Gesù dice attraverso la sua Chiesa può davvero sperimentare una gioia e una pienezza che pochi riescono a raggiungere.

Una gioia data dalla resurrezione. Dall’incontro con Gesù risorto… proprio lì, nel cuore del proprio matrimonio.

Antonio e Luisa

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Accoglienza e Verità: Un dialogo possibile tra Francesco e Giovanni Paolo II

Mi sono immaginato l’incontro in cielo tra due grandi del nostro tempo. In un’immaginaria sala colma di luce, due figure si incontrano: Papa Francesco, volto di una Chiesa che accoglie e abbraccia, e San Giovanni Paolo II, custode ardente della verità e della dottrina cattolica. Tra loro non vi è contrapposizione, ma un dialogo profondo, nato dall’amore per Cristo e la sua Chiesa. Si confrontano, si ascoltano, si interrogano. Perché l’accoglienza e la verità non si escludono, ma si richiamano reciprocamente in un’armonia che solo lo Spirito sa orchestrare.

Francesco apre con tono sereno: “La Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.” La sua voce è quella di un pastore che ha camminato nelle periferie del mondo, che ha visto il dolore, la solitudine, le fragilità dell’uomo moderno. “Non possiamo aspettare che le persone siano perfette per annunciare loro il Vangelo. L’ospedale da campo si allestisce dove i feriti si trovano, non dopo che sono guariti.

Giovanni Paolo II lo guarda con affetto, ma anche con fermezza. “L’uomo non può vivere senza verità. È la verità che lo libera, che gli dà senso, che gli dona dignità.” La sua voce è solida, radicata in anni di lotta contro il relativismo e i totalitarismi. “L’amore vero – dice – non si oppone mai alla verità. Anzi, solo chi ama davvero dice la verità, anche quando costa.

Francesco annuisce, ma rilancia: “Certo, ma come possiamo trasmettere la verità a cuori feriti, se non passiamo prima dalla porta della misericordia?” Parla di una Chiesa che sa piangere, che sa attendere i tempi di Dio nelle persone. “Il tempo è superiore allo spazio – ripete spesso – e la realtà è superiore all’idea. Non possiamo ingabbiare la grazia in schemi rigidi.

Giovanni Paolo II sorride appena, poi risponde: “È vero, ma senza la luce della dottrina, rischiamo di confondere misericordia con permissivismo. La verità evangelica non è un peso, è una luce sul cammino.” Ricorda le parole pronunciate a Veritatis Splendor: “Non c’è libertà senza verità. La coscienza non crea la verità, la scopre.”

Nel dialogo, i due si avvicinano. Francesco riconosce: “Senza dottrina, l’accoglienza diventa generica, quasi sentimentale. La misericordia stessa ha bisogno di una struttura che la sostenga.” E Giovanni Paolo II riconosce a sua volta: “La dottrina che non si fa carne nella compassione, rischia di diventare sterile, giudicante. Cristo non ha condannato l’adultera, ma l’ha sollevata e poi le ha detto: ‘Va’ e non peccare più.’”

La sintonia cresce. Entrambi ammettono che la sfida non è scegliere tra accoglienza e verità, ma tenerle insieme in un equilibrio vitale, che solo la preghiera e il discernimento possono custodire. In fondo, Gesù stesso è la perfetta sintesi di questa tensione: pieno di grazia e di verità (Gv 1,14).

Due approcci, una sola Chiesa

Il falso dilemma tra misericordia e dottrina si dissolve nel riconoscere che ogni epoca ha bisogno di accenti diversi. Giovanni Paolo II ha parlato a un mondo confuso dopo le ideologie del Novecento. Aveva bisogno di stabilità, di identità, di ancoraggi profondi. La sua dottrina, solida e luminosa, ha offerto un faro a intere generazioni. Papa Francesco, invece, parla a un mondo ferito, sradicato, disorientato dall’individualismo e dalla cultura dello scarto. Il suo linguaggio di accoglienza, ascolto, prossimità, è balsamo per chi si sente escluso.

Non è questione di “migliore” o “peggiore”, ma di discernere ciò che lo Spirito chiede alla Chiesa in un dato tempo storico. In un mondo in cui tanti si allontanano non perché hanno dubbi sulla dottrina, ma perché non si sentono amati o compresi, l’accoglienza è la prima porta della verità. Ma una volta entrati, serve anche la fermezza di un annuncio che non tradisce il Vangelo, che non relativizza il bene e il male, che osa ancora dire “no” e “sì” con chiarezza.

Discernere con fiducia

Come capire cosa richiede oggi la Chiesa? Come evitare di cadere o nel dogmatismo freddo o nel buonismo vago? La risposta non è nel gusto personale o nella reazione emotiva. Serve discernimento spirituale, ascolto dello Spirito, preghiera comunitaria. E serve fiducia: fiducia nella Chiesa, che, pur tra fragilità umane, è guidata da Cristo; fiducia nei Papi, che non sono padroni della verità ma suoi servitori; fiducia che Dio scrive diritto anche sulle righe storte della storia.

In un tempo in cui la verità viene talvolta strumentalizzata e l’accoglienza svuotata di contenuto, la Chiesa è chiamata a essere madre e maestra: tenera nel cuore, salda nel fondamento. E noi, figli di questo tempo, camminiamo insieme. Non scegliamo tra Francesco o Giovanni Paolo. Preghiamo per saperli ascoltare entrambi. Perché in ciascuno di loro c’è qualcosa dello Spirito che parla oggi alla nostra vita.

Antonio e Luisa

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Papa Francesco e il matrimonio cristiano: amore e verità

Come le parole e i gesti di Papa Francesco hanno trasformato il mio modo di vivere e testimoniare il sacramento del matrimonio.

Ci sono parole che non solo ci parlano, ma ci cambiano dentro. Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco sul matrimonio e la famiglia cristiana, per me è stata una di queste. Non un semplice documento da studiare, ma una luce gentile e salda che ha rivoluzionato – passo dopo passo – il mio modo di vivere e raccontare il matrimonio cristiano.

Papa Francesco non è stato un Papa facile per me

Devo confessarlo: per me Papa Francesco, all’inizio, è stato un Papa difficile. Provenivo da una formazione molto dottrinale, quasi rigida. Mi sentivo al sicuro nella chiarezza dei principi, nelle definizioni nette, nel timore che “accogliere” significasse tradire la verità.

Poi è arrivato lui. Con parole nuove, con gesti sorprendenti, con una pastorale più tenera che assertiva. All’inizio ho fatto resistenza. Ma non ho chiuso il cuore. Ho ascoltato, ho letto, ho pregato. E mi sono accorto di qualcosa di profondo: Papa Francesco non annacqua la dottrina, ma la immerge nella storia concreta delle persone. Non abbassa l’ideale, ma ci cammina accanto mentre lo rincorriamo.

Ogni Papa parla alla sua epoca

Non è una questione di “meglio” o “peggio”. I Papi che lo hanno preceduto non sono stati da meno: San Giovanni Paolo II mi ha insegnato la grandezza antropologica del matrimonio, Benedetto XVI la profondità spirituale dell’amore coniugale. Ma ogni Papa parla a una società diversa. E ogni epoca ha bisogno di uno stile, di un tono, di un linguaggio specifico.

Papa Francesco è il Papa della misericordia incarnata. Il Papa che ha portato il Vangelo nelle crepe della realtà, senza sconti ma con una compassione disarmante. Con lui, la verità è rimasta intatta, ma ha assunto il volto della tenerezza.

Il matrimonio cristiano: fragile, reale, bellissimo

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa” (Amoris Laetitia, 1). Questa frase ha cambiato tutto. Papa Francesco non idealizza il matrimonio: lo abbraccia per quello che è. Un sacramento vero, vissuto tra litigi e perdoni, tra la stanchezza e la speranza, tra i piatti da lavare e le carezze prima di dormire.

Il sacramento del matrimonio non è una vetta da scalare con le forze umane, ma una chiamata alla santità da vivere ogni giorno, con l’aiuto della grazia. Le parole del Papa mi hanno aiutato a rivedere la mia relazione con mia moglie, a riscoprire che i piccoli gesti quotidiani sono spesso più sacramenti della celebrazione stessa.

Dottrina e misericordia: un equilibrio possibile

Una delle frasi che più mi ha colpito è: “Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo” (AL 297).

Non è relativismo. È Vangelo puro. È il cuore stesso del cristianesimo. La dottrina del matrimonio cristiano non viene mai negata, ma proposta come ideale alto, verso il quale tendere con l’accompagnamento della comunità ecclesiale.

In questi anni, ho imparato a riconoscere in Papa Francesco il volto di un pastore che ascolta. Non è un teologo che parla dall’alto, ma un padre che si siede accanto alle famiglie, le guarda negli occhi, le benedice nei loro slanci e anche nei loro fallimenti.

Durante i Sinodi sulla famiglia ha ascoltato voci di tutto il mondo. Ha celebrato matrimoni in volo, ha stretto mani rugose, ha baciato bambini, ha pianto con chi piangeva. Ha riportato il sacramento del matrimonio alla sua forma più vera: un cammino di santità quotidiana.

Papa Francesco nel solco dei suoi predecessori

Con il tempo ho capito: Papa Francesco è in piena continuità con i suoi predecessori, ma con un cuore che parla alla nostra epoca ferita. Non contraddice, ma completa. Non rimpiazza, ma amplia. Ogni Papa è un dono per il tempo che vive, e il suo stile pastorale è una risposta a quello che il mondo, oggi, ha più sete di sentire: amore, verità, accoglienza.

Grazie, Papa Francesco

Oggi posso dire con gratitudine che Amoris Laetitia ha cambiato il mio modo di essere marito, credente, testimone. Mi ha insegnato che l’amore vero non è solo un sogno da inseguire, ma una realtà fragile e divina da custodire con coraggio, giorno dopo giorno.

E per questo, Papa Francesco, ti dico grazie. Anche se all’inizio ti ho fatto resistenza, oggi ti riconosco come uno dei doni più preziosi che Dio ha fatto alla mia fede e alla mia famiglia.

Antonio e Luisa

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Nel cuore di chi ama: la resurrezione vista dagli sposi

Il mattino della resurrezione non fu accompagnato da fanfare, né da cieli squarciati dalla gloria. Fu un mattino come tanti. Grigio, incerto, intriso ancora del dolore dei giorni precedenti. Ma proprio in quell’alba silenziosa, due discepoli correvano verso un sepolcro. Uno era Pietro, il primo chiamato. L’altro… non ha nome. Il Vangelo lo chiama soltanto così: il discepolo amato.

È sorprendente che proprio lui, tra i pochissimi rimasti sotto la Croce, tra coloro che hanno visto morire l’Amore, sia anche il primo a “vedere e credere”. Non c’era nulla da vedere, se non delle bende piegate. Eppure, il suo cuore vide oltre. Vide qualcosa che gli altri non potevano ancora comprendere. Perché?

Forse proprio perché lui aveva amato. E forse perché aveva lasciato che Gesù lo amasse fino in fondo. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore autentico ci fa vedere cose che altri non vedono. È l’amore che ci permette di intuire, di leggere tra le righe, di credere anche quando non tutto è chiaro.

Il discepolo amato non ha un nome, e questa non è una dimenticanza dell’evangelista. Sappiamo che è lo stesso Giovanni. È una scelta teologica, spirituale. Quel discepolo sei tu. Quel discepolo posso essere io. Ogni volta che scegliamo di vivere da amati, ogni volta che il nostro cuore si lascia toccare dall’amore di Cristo e rimane con Lui anche nella sofferenza, allora iniziamo a vedere la resurrezione.

Questa esperienza interroga profondamente anche la vita matrimoniale. Nel matrimonio si corre spesso verso un sepolcro. Verso una ferita aperta. Verso una distanza che non si sa più come colmare. Quante volte si ha la sensazione che qualcosa sia morto: la tenerezza, la fiducia, la complicità. Eppure, proprio in quelle situazioni, se si è vissuta un’intimità profonda con Gesù, si può imparare a vedere anche nel buio. A credere anche senza prove. A riconoscere che l’amore, quando è vero, non finisce.

È solo attraverso l’esperienza dell’intimità — quella dell’Ultima Cena, quando il discepolo posa il capo sul petto del Maestro — che nasce la capacità di restare anche sotto la Croce. E chi rimane sotto la Croce, può riconoscere la resurrezione.

Gli sposi che, nel tempo, hanno costruito una relazione con Dio, che hanno pregato insieme, perdonato insieme, lottato insieme, diventano come quel discepolo amato. Non necessariamente più intelligenti o più spirituali degli altri. Ma abitati da una memoria d’amore che li tiene in piedi quando tutto intorno vacilla.

Don Fabio Rosini dice: “La fedeltà è la forma più alta dell’amore, perché dice: ‘Io sto. Anche se tu non ci sei, io sto’. E solo così si attraversa la morte per vedere la vita.” Nel matrimonio cristiano, la fedeltà non è una costrizione, ma una forma di visione: è lo sguardo che rimane quando tutti se ne vanno. È l’alleanza che non si spezza, nemmeno quando i sentimenti si fanno fragili, nemmeno quando l’altro sembra lontano. È la scelta di restare amati, anche quando non si riesce ad amare.

E questa fedeltà — che è spesso silenziosa, fatta di piccoli gesti quotidiani, di rinunce non dette, di dolori custoditi — è la condizione perché anche noi, come il discepolo amato, possiamo “vedere e credere”. Anche se non capiamo tutto. Anche se le Scritture — come dice Giovanni — non sono ancora pienamente comprese. Perché l’amore precede la comprensione. L’amore apre la porta della fede.

Scrive ancora Epicoco: “Il sepolcro vuoto è il segno che l’amore non muore. Ma solo chi ha amato davvero può crederci, anche senza vedere.Questo vale anche per ogni coppia che si sente stanca, smarrita, sfinita. Il sepolcro vuoto non è solo il simbolo della resurrezione di Cristo, ma anche del fatto che l’Amore, quello vero, può sempre rinascere. Anche dopo ferite profonde. Anche dopo errori gravi. Anche quando tutto sembra perduto.

Il discepolo amato non ha nome, perché quel nome possiamo metterlo noi. Possiamo scrivere il nostro — quello di una sposa che ha scelto di perdonare, quello di uno sposo che ha scelto di rimanere, quello di una coppia che nonostante tutto ha detto: “Noi ci siamo ancora”.

Ed è lì, proprio lì, che il Signore si fa vedere. E la fede diventa visione. E il cuore riconosce, come quel mattino lontano: è tutto vero, l’Amore è risorto.

Antonio e Luisa

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Lezioni di Amore dalla Croce: Sette Parole per gli Sposi

Siamo giunti così al sabato santo. Questa sera vivremo la veglia pasquale. Senza la Pasqua nulla avrebbe senso. Pochi ci riflettono, ma su quella croce Cristo ha celebrato le sue nozze con noi. La croce è stata il talamo consacrato, l’altare del dono totale. È lì che Gesù ha offerto tutto di sé, fino all’estremo sacrificio della sua vita. Questo amore, inchiodato alla croce, rappresenta un modello supremo che ogni coppia di sposi dovrebbe guardare e imitare. In quel momento drammatico e solenne, Gesù ci lascia sette ultime parole che possiamo declinare concretamente nella vita matrimoniale.

1. «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
L’amore autentico perdona sempre, anzi, va oltre: intercede presso Dio e offre la propria vita per la salvezza del coniuge. Noi sposi viviamo così, o ci lasciamo dominare da rancore e orgoglio?

«Non stancatevi mai di chiedervi perdono. Non lasciate che una giornata finisca senza fare pace» – Papa Francesco

2. «Oggi sarai con me in Paradiso».
L’amore vero non si ferma al passato, dimentica facilmente il male subito e ricorda con gratitudine il bene ricevuto. Chi ama davvero, di fronte al pentimento, rinnova sempre la fiducia nel proprio coniuge.

«L’amore non serba rancore, non tiene conto del male ricevuto» – 1Corinzi 13,5

3. «Donna, ecco tuo figlio…».
Chi ama veramente ha lo sguardo sempre rivolto verso l’altro. Gesù, morendo sulla croce, pensa ancora ai bisogni delle persone che ama, non ai propri. Questo è l’atteggiamento che ogni coppia dovrebbe coltivare.

«L’amore vero si manifesta proprio nel momento in cui, potendo scegliere se salvare sé stessi o donarsi per gli altri, si sceglie di donarsi. È questa la logica della Croce, la logica che Gesù ci insegna: amare significa morire ai propri egoismi per far vivere l’altro. È ciò che rende autentica ogni relazione e in particolare il matrimonio cristiano.» – Luigi Maria Epicoco, La forza della mitezza)

4. «Ho sete».
Ognuno di noi è fatto per amare ed essere amato. Gesù sulla croce ha sete, sete fisica e sete d’amore. Anche noi sposi non dobbiamo smettere mai di dissetarci alla fonte autentica dell’amore, che è Dio stesso. Niente altro può soddisfare davvero il cuore.

«Il cuore umano ha sete d’infinito, perché è stato creato per l’Infinito» – Benedetto XVI

5. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
Tutti viviamo, prima o poi, momenti di solitudine e dolore profondo. Ci saranno tempi in cui il nostro matrimonio diventerà una croce pesante, dove Dio sembrerà assente. Non perdiamo coraggio! Anche Gesù ha vissuto questo, insegnandoci a resistere e confidare.

«Quando attraverserai le acque sarò con te; i fiumi non ti sommergeranno» – Isaia 43,2

6. «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito».
È essenziale riconoscere che il nostro coniuge non è Dio. Non è lui o lei che può colmare totalmente il nostro cuore o dare senso assoluto alla nostra vita. Solo affidandoci completamente a Dio possiamo amare liberamente e incondizionatamente.

«Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te» – Sant’Agostino

7. «È compiuto».
Il nostro amore trova compimento quando riesce a superare egoismi e difficoltà. Solo così ogni nostra sofferenza, ogni nostra “piccola morte”, diventa occasione di resurrezione e di nuova vita per noi, per il nostro coniuge e per la nostra relazione.

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» – Giovanni 12,24

Antonio e Luisa

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Venerdì Santo: Riflessioni sulla Sofferenza e sull’Amore

Il Venerdì Santo ci costringe a guardare in faccia il dolore. Non quello ideale, simbolico, poetico. Ma quello vero, nudo, spesso incomprensibile. E ci chiede: come lo affronti? Da che parte di te rispondi?

Mi ha colpito una riflessione di don Fabio Rosini: Gesù non è stato l’uomo che ha subito il supplizio più crudele della storia. E allora cos’è che rende così unica la Sua sofferenza? La risposta non sta nel “quanto” ha sofferto, ma nel “come” ha scelto di attraversare quella sofferenza. Non come vittima passiva o martire solitario, ma come uomo radicato in una relazione d’amore con il Padre, capace di fidarsi fino alla fine. Come ha scritto don Luigi Maria Epicoco: “Non è la sofferenza a salvarci, ma l’amore con cui si soffre. Ed è per questo che la Croce di Cristo è diversa da tutte le altre.” (La forza della mitezza, 2020)

In termini di Analisi Transazionale, possiamo dire che Gesù non ha agito da “Bambino adattato” che subisce, né da “Genitore punitivo” che si impone, ma da Adulto pienamente libero, sorretto da un Genitore affettivo interiore — il Padre. Non ha cercato un capro espiatorio, scegliendo invece la via della verità e della fiducia.

Anche il Getsemani non è un intermezzo secondario. È un momento chiave, dove Gesù vive un vero contatto con la propria umanità. È lì che affronta la paura, la solitudine, il senso di abbandono. È lì che “sceglie” consapevolmente. Anche per noi, ogni Getsemani è una palestra spirituale: o scappiamo, oppure entriamo in contatto profondo con noi stessi e con Dio.

Molti pensano che la fede serva a evitare il dolore. Ma Dio non è un “Genitore Magico” che esaudisce ogni desiderio purché si preghi abbastanza. Non funziona così. Se viviamo la fede come se fosse un contratto (“io faccio il bravo, tu mi proteggi dal dolore”), stiamo mettendo in atto un copione infantile. È la fede magica, che spesso si trasmette come un’eredità inconsapevole.

Ma non è fede: è superstizione spirituale. È un modo per evitare il contatto col dolore, non per attraversarlo. Come ha detto Papa Francesco: “La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma è una lampada che guida i nostri passi nella notte.” (Lumen Fidei, 57) E ancora Benedetto XVI: “Il cristiano sa che il dolore non è l’ultima parola, ma una porta che, se vissuta con amore, conduce alla gloria.” (Spe Salvi, 39)

Se viviamo la fede come un contratto — io ti prego, tu mi proteggi — stiamo operando da un copione infantile. Questo è uno dei nodi più forti dell’Analisi Transazionale: molte sofferenze diventano insopportabili non per il dolore in sé, ma per l’interpretazione che ne diamo, spesso filtrata da uno stato dell’Io Bambino, ferito, bisognoso, non ascoltato.

Il dolore che viviamo nel matrimonio, ad esempio, può diventare una fucina di crescita o una trappola. Tutto dipende da quale parte di noi lo affronta. E da quale idea di Dio ci portiamo dentro. “Se pensiamo che Dio sia un contabile celeste che ci punisce quando sbagliamo, allora la sofferenza ci sembrerà una condanna. Ma se ci scopriamo figli amati, anche la Croce diventa occasione di risurrezione.” (La scelta di Etty, 2016)

Ecco perché non si può improvvisare. Come Gesù si è preparato al Venerdì Santo, anche noi dobbiamo farlo. La preghiera, i sacramenti, l’adorazione, la Parola sono strumenti per allenare il nostro Io Adulto spirituale. Non bastano le emozioni o i buoni propositi. Serve una relazione viva, concreta, quotidiana, con Dio. Un Padre che ci parla, ci sostiene, ci corregge e ci ama.

E poi ci sono testimoni che ci illuminano. Penso a Chiara Corbella Petrillo, una giovane moglie e madre che ha attraversato il Venerdì Santo più di una volta. Non era un’eroina. Era una donna reale, fragile, ma con una fede radicata in Dio. Non ha evitato il dolore. Lo ha abitato da figlia. E così l’ha trasformato.

Le parole che scrive per il piccolo Davide Giovanni sono uno squarcio potente sulla verità: “Ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini… Io invece ringrazio Dio di essere stata sconfitta dal piccolo Davide, ringrazio Dio che il Golia che era dentro di me ora è finalmente morto.

Sono parole che demoliscono i copioni e ci riportano all’essenziale. Chiara non nega il dolore. Ma non lo adora nemmeno. Lo riconosce, lo attraversa, e lascia che la grazia di Dio ne faccia qualcosa di nuovo. È la logica della Croce.

Il Venerdì Santo non si può cancellare. Ma si può vivere come figli. E questo fa tutta la differenza. Perché chi attraversa il Venerdì Santo da figlio, può risorgere. Anche il suo matrimonio può risorgere. Anche la sua fede può rifiorire. E allora sì, capiamo che nulla ci appartiene. Ma tutto è grazia.

Antonio e Luisa

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Lavarsi i piedi nel matrimonio. L’amore inginocchiato e libero

Un gesto così semplice, un Vangelo così profondo

Nella sera dell’ultima cena, quando l’aria era carica di attesa e mistero, Gesù compie un gesto che ancora oggi spiazza, interroga, commuove: si alza da tavola, si cinge un asciugamano, versa dell’acqua in un catino e lava i piedi ai suoi discepoli. È il Maestro che si inginocchia davanti agli amici. È Dio che si abbassa per servire.

Nel gesto della lavanda dei piedi, il Vangelo diventa corpo. E in quel corpo piegato, inginocchiato, noi sposi possiamo vedere un’icona luminosa del nostro amore: non un amore in piedi, rivendicativo o calcolatore, ma un amore che si china, che serve, che si sporca le mani e il cuore per il bene dell’altro.

L’amore con il grembiule: la vocazione degli sposi

Il matrimonio cristiano non è un palcoscenico su cui brillare, ma un grembiule da indossare. Chi ama veramente sa mettersi in ginocchio: non per sottomettersi, ma per sollevare l’altro; non per perdere dignità, ma per restituirla all’altro quando vacilla.

Quando uno sposo lava i piedi alla propria sposa, lo fa con gesti concreti: ascoltandola quando è stanca, tenendole la mano quando ha paura, portando pazienza quando le parole diventano pungenti. E lei, allo stesso modo, lava i piedi del marito ogni volta che lo sostiene nelle sue fragilità, che crede in lui anche quando lui stesso vacilla, che lo ama senza misura anche quando non lo meriterebbe. L’amore vero è un inginocchiarsi quotidiano, è un piegarsi che non umilia ma innalza.

Gesù lo ha fatto nella libertà: il dono non è mai schiavitù

C’è però un aspetto che spesso viene taciuto o frainteso, soprattutto da chi guarda al Vangelo con l’occhio del sospetto o con le lenti distorte di certe letture religiose sbilanciate e bigotte: Gesù lava i piedi nella piena libertà. Nessuno glielo chiede. Nessuno lo obbliga. Non lo fa perché si sente inferiore. Non lo fa per manipolare. Non lo fa per essere approvato. Lo fa perché ama. E l’amore, quando è vero, è libero. Pienamente libero.

Nel matrimonio, servire l’altro non è mai diventare zerbini, non è subire umiliazioni, non è spegnersi per evitare il conflitto. Il gesto della lavanda dei piedi dice: io voglio il tuo bene, anche a costo di scomodarmi, anche a costo di piegarmi, ma non perderò mai la mia libertà interiore. Lo sposo e la sposa che si servono a vicenda non sono in catene, ma scelgono ogni giorno di donarsi. Il dono è autentico solo se nasce da un cuore libero, non da un obbligo, da un ricatto o da una paura.

Quando il gesto viene strumentalizzato: attenzione ai falsi profeti

Purtroppo, ci sono voci – anche in ambito religioso – che distorcono questo gesto meraviglioso. Alcuni lo usano per giustificare relazioni squilibrate, dinamiche tossiche, ruoli stereotipati. Altri insinuano che dietro il “servire” ci sia sempre un meccanismo di potere, una fragilità irrisolta, una strategia di controllo.

Ma Gesù non ha lavato i piedi per ottenere qualcosa. Lo ha fatto sapendo bene chi era. L’evangelista Giovanni lo sottolinea con forza: “Gesù, sapendo che era venuta la sua ora… e che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani, si alzò da tavola e lavò i piedi ai discepoli”. Lo fa sapendo chi è. Solo chi è libero e consapevole può amare davvero. Non lasciamo che il cinismo o le paure di chi guarda solo con gli occhi della ferita intacchino la bellezza del Vangelo. Chi ama non si annulla, ma si dona. Chi serve non si svende, ma si offre. E chi si inginocchia per amore, non perde dignità: la ritrova, la moltiplica.

Il matrimonio è un catino d’acqua condiviso

In ogni casa cristiana dovrebbe esserci, almeno simbolicamente, un catino e un asciugamano. Non come cimeli sacri, ma come promemoria quotidiano: hai lavato oggi i piedi a tua moglie? Hai lavato oggi i piedi a tuo marito? E se un giorno uno dei due è troppo stanco, troppo ferito, troppo chiuso per farlo… l’altro può iniziare. Può chinarsi per primo. Non perché è migliore, ma perché crede nel potere disarmante dell’amore. Il matrimonio è questo: due persone che si alternano a lavare i piedi l’uno all’altra. E ogni volta che lo fanno, il Vangelo torna a farsi carne tra le mura domestiche.

Inginocchiarsi non per essere piccoli, ma per far grande l’altro

Sposarsi non è dirsi “ti amo” una volta sola, ma rinnovare ogni giorno quel “ti servirò”. Con pazienza, con dolcezza, con umiltà. Inginocchiarsi davanti all’altro non è umiliarsi, ma esaltarlo. È dire: “la tua vita conta più del mio orgoglio”. Gesù ci ha mostrato la via. Ci ha lasciato un catino, un asciugamano e un gesto. Non per obbligarci, ma per liberarci. E allora, cari sposi, non abbiate paura di inginocchiarvi. Fatelo nella verità, nella libertà, nella tenerezza. È lì che l’amore fiorisce.

Antonio e Luisa

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Speranza: Promessa Compiuta

L’immagine allegata all’articolo di oggi è la locandina del XII Convegno Nazionale della Fraternità Sposi per Sempre, che si terrà a Morlupo (Roma) dal 18 al 22 agosto, sotto la guida di Padre Andrea Giustiniani; il titolo del Convegno è Speranza: promessa compiuta”. Noi lo chiamiamo “convegno”, ma nel tempo lo abbiamo trasformato da una serie di catechesi con diversi relatori, a un ritiro spirituale in cui alterniamo momenti di riflessione e preghiera a laboratori e serate ludiche: questo infatti è quello che ci aiuta di più nel nostro cammino (fra l’altro dedicheremo una giornata intera all’attraversamento della porta santa e alla visita di San Pietro).

Sicuramente chi sta leggendo conoscerà persone separate o divorziate e può valutare se informarli di questo evento che potrebbe cambiare positivamente la loro vita, com’è successo a me diversi anni fa.

Approfitto del titolo del convegno per parlare un po’ della speranza, uno dei termini più usati in quest’anno, proprio per il giubileo dedicato a questo tema. Che cosa è per me la speranza?

In passato significava il compimento dei miei desideri ed era quasi un’illusione consolatoria: prima o poi verrò soddisfatto e le mie attese saranno ripagate. Però, quando ti ritrovi a perdere un familiare stretto per il quale avevi tanto pregato, oppure vedi che la persona che hai amato di più nella vita ti considera sempre più un estraneo, capisci che forse non è questa la speranza vera.

Infatti, ritengo che la speranza sia la certezza che Dio mantiene ciò che promette, perché è un Dio fedele. Dio promette che non andrà tutto bene, ma che la nostra vita ha un senso, una missione, uno scopo unico che conduce al bene e misteriosamente s’intreccia con tutte le strade delle persone che incontriamo. Anche quando sembra che la notte sia sempre più buia e che davvero non ci sia un limite al male che avanza, Dio semina la speranza che non è “umana”, basata sulla probabilità che qualcosa cambi, ma una speranza (teologale), ancorata nella croce e risurrezione di Cristo.

Lui ha promesso che non ci avrebbe mai lasciati soli, e se vogliamo, possiamo sentire la Sua presenza, anche se non vediamo niente. In un primo tempo speravo che mia moglie cambiasse idea, che tornasse sui suoi passi e poiché questo non accadeva, pensavo che fossi io il problema, magari non me lo meritavo, oppure pregavo poco, oppure mi comportavo male. In realtà stavo seguendo solo un mio desiderio che, per quanto oggettivamente buono e giusto, non può prevaricare la libertà di un’altra persona.

Inoltre devo ammettere che in alcuni casi non è possibile che ci sia un ricongiungimento dei coniugi dopo tanto tempo dalla separazione, se non c’è una vera conversione e degli aiuti esterni validi: sarebbe come voler far unire due rette che oramai sono parallele.

Ricordo che l’obiettivo del matrimonio è essere segno e testimonianza dell’amore di Dio e che la missione va avanti anche se il coniuge non vive più con noi e che anzi, proprio la sua mancanza può richiamare ancora di più la Presenza.

La mia speranza quindi, in questo momento, non è quella di riunire la famiglia, come nei finali felici dei film romantici, della serie “e vissero tutti felici e contenti”, ma sapere che c’è un Padre che mi ama e che sicuramente agisce per il mio bene. Un padre non risolve le difficoltà al figlio, ma gli insegna come superarle e a fidarsi completamente; quante volte ho rassicurato le mie figlie sullo scivolo o altri giochi: “Stai tranquilla, ci sono qui io a prenderti, non avere paura!

Ogni giorno la nostra speranza riprende vigore e forza davanti all’altare, nell’Eucarestia troviamo la forza per camminare, la luce per capire, la pace per accettare. Gesù Eucarestia è il nostro Sposo fedele, colui che non ci lascia mai, è lì che impariamo che l’amore vero non è fatto solo di emozioni, ma di fedeltà, sacrificio e dono.

Il Signore non ci ha promesso una vita senza lacrime, ma ci ha promesso che ogni lacrima sarà asciugata. Noi crediamo che un giorno, quella promessa di tornare al Padre, cominciata con il nostro battesimo, sarà pienamente compiuta.

Viviamo già un anticipo di quella pienezza ogni volta che perdoniamo, ogni volta che scegliamo di non restituire male per male, ogni volta che invochiamo lo Spirito per trasformare la nostra solitudine in preghiera. In questo modo, la nostra speranza non è vana, ma reale, concreta, viva.

La speranza è vedere le persone cambiare, partecipare a una cena con altre coppie dopo una testimonianza, circondati da bambini che giocano, è osservare un piccolo che s’inginocchia quando gli dici: “Guarda, lì c’è Gesù”. Continuiamo a camminare, con la certezza che la promessa fatta da Dio si compirà.

Clicca per scaricare la locandina

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Un Rumore! È il mio Dôdì che Bussa

Iniziamo oggi il quarto poema del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Mi sono addormentata, ma veglia il mio cuore. Un rumore…! È il mio dôdì che bussa!

L’amato: Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia; perché il mio capo è bagnato di rugiada, i miei riccioli di brina della notte.

L’amata: Mi sono tolta la veste; come indossarla di nuovo? Mi sono lavata i piedi; come sporcarli di nuovo?

Nel Cantico dei Cantici, dopo la gioia dell’unione amorosa tra i due amati, il quarto poema ci introduce in una nuova stagione dell’amore: quella della distanza, del silenzio, dell’attesa. Non è una contraddizione, ma un’altra faccia dell’amore vero.

Chi vive un matrimonio autentico lo sa bene: ci sono stagioni di fusione profonda, in cui ci si sente una sola carne e un solo cuore; ma ci sono anche stagioni in cui ci si smarrisce, ci si perde, ci si chiude. L’amore non è una linea retta. È fatto di ritorni, di cadute, di risalite.

Quando il cuore veglia anche nel sonno

La sposa dorme, ma il suo cuore veglia. Questo versetto esprime un’esperienza profonda e misteriosa: anche quando il corpo è stanco, anche quando sembra che l’amore si sia spento, il cuore — cioè la parte più vera di noi — continua ad attendere, a sperare, a desiderare.

Nel mondo biblico, il cuore è il centro della persona: sede dell’intelligenza, della volontà, degli affetti. Dire che il cuore veglia significa riconoscere che, nonostante tutto, l’amore non è morto. È semplicemente entrato in una fase più silenziosa.

Il ritorno dell’Amato

Improvvisamente, un rumore. Un bussare nella notte. È l’amato che torna, i capelli bagnati di rugiada. È stato via, forse trattenuto dalla vita o dal tempo. Ma il suo desiderio per lei è rimasto intatto: “Aprimi, sorella mia, amica mia, colomba mia, perfetta mia…”

Parole piene di tenerezza, che mostrano un amore ancora vivo, capace di cercare, di ritornare. Eppure l’amata esita. “Mi sono tolta la veste… mi sono lavata i piedi…” Le sue parole sembrano scuse, piccoli ostacoli. Ma parlano di qualcosa di più profondo.

Quando l’amore esita

Quante volte, nella vita di coppia, ci sorprendiamo a non rispondere più con prontezza all’altro? Non perché non lo amiamo, ma perché siamo stanchi, feriti, o semplicemente svuotati. Anche il sentimento più autentico conosce la tentazione della chiusura.

Don Carlo Rocchetta ha proposto una lettura molto profonda di questo passaggio: l’esitazione della sposa è il segno di un conflitto interiore. Da un lato il desiderio di donarsi, dall’altro la paura. La paura di perdersi, di essere delusa, usata, ferita. Molte donne — e anche molti uomini — vivono questo timore: che l’amore chiesto si trasformi in dolore. E così, ci si chiude.

Le dieci vergini e il mistero dell’attesa

In questo senso, l’immagine della sposa vigilante si collega perfettamente alla parabola evangelica delle dieci vergini (Mt 25,1-13). Tutte attendono lo sposo, ma solo cinque hanno l’olio necessario per tenere accesa la lampada fino al suo arrivo. Le altre, impreparate, restano escluse dalla festa.

Non è una questione di moralismo o di efficienza. È una questione di cuore: saper attendere, saper restare desti. Avere olio significa custodire ogni giorno l’amore con gesti piccoli ma veri. Avere olio significa scegliere, anche nei momenti bui, di tenere accesa la speranza che lo sposo verrà. Che l’altro tornerà. Che la comunione è ancora possibile.

L’amore si gioca nel quotidiano

Nel matrimonio cristiano, non è l’intensità del sentimento a garantire la fedeltà, ma la profondità della vigilanza. È la volontà di riaprire la porta anche quando si è stanchi. È il coraggio di alzarsi dal letto interiore in cui ci si era adagiati. È il desiderio di ricominciare, nonostante tutto.

Ci saranno sempre momenti in cui l’amore non ci attirerà, in cui l’altro non ci sembrerà più “perfetto” ma solo distante. Eppure, proprio in quei momenti, possiamo scegliere di amare con la forza della volontà e non solo con l’entusiasmo dei sensi. Possiamo rispondere all’Amato che bussa, anche se tardi, anche se con fatica.

L’amore vero non è fatto solo di fuochi d’artificio. È fatto di perseveranza, di attesa, di piccoli “sì” detti anche quando non se ne ha voglia. È fatto di cuore che veglia, anche quando il corpo dorme. Come nella parabola, anche nella vita il nostro Amato può arrivare nella notte. La domanda è: ci troverà pronti? Troverà ancora una porta che si apre, anche se lentamente? Troverà una lampada accesa, anche se tremolante?

È questa la bellezza e la sfida dell’amore cristiano: non essere perfetti, ma vigilanti.

Antonio e Luisa

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Amore e Intimità: La Chiave per Superare l’Ansia

L’ansia da prestazione trova terreno fertile soprattutto dove non c’è amore o, almeno, dove manca la sicurezza di essere amati. Questa insicurezza si manifesta in molte aree della vita, ma diventa particolarmente evidente nell’intimità di coppia, che rappresenta una sintesi profonda del legame affettivo.

Quando la relazione si basa su un continuo bisogno di dimostrare il proprio valore, anche l’incontro fisico si trasforma in una sorta di “esame da superare”, minando la naturalezza e la bellezza del donarsi reciproco.

Don Fabio Rosini ci ricorda che “l’amore vero è sempre gratuito e si nutre della certezza di essere accolti per ciò che siamo, non per le nostre performance“. Questo principio è essenziale per comprendere come l’ansia da prestazione si annidi in quelle relazioni in cui l’amore sembra condizionato a risultati o a impressioni da suscitare.

Il legame tra ansia e disfunzioni sessuali

Spesso le disfunzioni sessuali non sono il risultato di cause organiche, ma di fattori psicologici. Gli studi degli analisti transazionali confermano che le persone che soffrono meno di problemi come l’eiaculazione precoce, il vaginismo o altre difficoltà nell’intimità, sono proprio quelle che vivono relazioni stabili e caratterizzate da un amore autentico e sicuro.

Secondo il sessuologo John Bancroft, “la sicurezza emotiva è uno dei fattori chiave per una sana risposta sessuale: l’ansia e la paura del giudizio interferiscono direttamente con la capacità di lasciarsi andare nell’intimità“. In modo simile, la psicoterapeuta Esther Perel afferma che “la vera intimità non nasce dalla perfezione della prestazione, ma dalla capacità di creare uno spazio di fiducia e apertura reciproca“.

Queste persone sanno di essere amate senza dover dimostrare nulla. La loro sicurezza affettiva li libera dal bisogno di “performare”, permettendo loro di concentrarsi interamente sul dono di sé. Durante il rapporto fisico, non pensano alla prestazione, ma al piacere di amare e di essere amati. Questa libertà interiore consente loro di abbandonarsi e di vivere l’intimità come un incontro profondo e autentico.

Don Luigi Maria Epicoco afferma che “l’amore autentico è un atto di fiducia: fiducia che l’altro mi accolga così come sono, senza bisogno di maschere o perfezioni artificiali“. In questa prospettiva, la vera sicurezza nell’intimità nasce dalla consapevolezza di essere accolti, non giudicati.

La fiducia come fondamento dell’intimità

L’intimità più profonda si costruisce nella fiducia reciproca. Quando ci sentiamo accolti e amati senza condizioni, impariamo ad abbandonarci all’altro con serenità. Questo vale non solo per l’incontro fisico, ma per tutta la vita di coppia: nei gesti quotidiani, nei momenti di difficoltà e nelle scelte condivise.

Padre Serafino Tognetti sottolinea che “la vera intimità si costruisce con il coraggio di mostrarsi vulnerabili, perché solo così possiamo permettere all’altro di conoscerci davvero“. In questo senso, l’intimità non è mai solo un incontro di corpi, ma è una comunione profonda che coinvolge anima e spirito.

La psicoterapeuta Maria Rita Parsi aggiunge che “la capacità di vivere una sessualità appagante è strettamente collegata al senso di sicurezza emotiva nella coppia: chi si sente accolto e amato ha meno timore di esporsi e di lasciarsi andare“.

Chi vive una relazione autentica non teme il giudizio del partner e sa che il valore del proprio amore non si misura in base a una prestazione, ma nella capacità di donarsi sinceramente.

L’intimità come espressione dell’amore coniugale

Non è forse questo ciò che promettiamo il giorno del matrimonio? “Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia…“. In queste parole risuona una promessa di accoglienza incondizionata, che crea uno spazio di sicurezza dove l’intimità può sbocciare in tutta la sua bellezza.

Quando un marito e una moglie si donano reciprocamente nel rapporto fisico, quell’incontro diventa il sigillo concreto di questa promessa. Un dono che non si misura sulla performance, ma sulla sincerità dell’amore che si manifesta.

Superare l’ansia da prestazione: alcuni consigli pratici

Per vincere l’ansia da prestazione, è fondamentale lavorare su tre dimensioni principali:

  1. Dialogo aperto: Comunicare con sincerità i propri timori e insicurezze, senza vergogna. Il partner può offrire sostegno e rassicurazione se comprende ciò che stiamo vivendo.
  2. Riscoprire la tenerezza: L’intimità non è solo attrazione fisica, ma anche carezze, sguardi e gesti d’amore che rafforzano il legame.
  3. Vivere la fede come fonte di sicurezza: Pregare insieme, affidarsi a Dio e costruire una spiritualità coniugale solida aiuta a riconoscere che l’amore vero non è mai fondato sulla prestazione, ma sulla grazia.

Conclusione

L’ansia da prestazione si dissolve laddove cresce la certezza di essere amati così come siamo. L’amore coniugale autentico si nutre di fiducia, sincerità e accoglienza. E nell’incontro intimo, questa sicurezza si manifesta nel dono libero e gioioso di sé.

Perché alla fine, come diceva san Giovanni Paolo II, “l’amore non è mai qualcosa che si conquista, ma sempre qualcosa che si accoglie e si custodisce con umiltà“.

Antonio e Luisa

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Non Preoccupatevi di Arrivare, ma di Arrivare Insieme

Abbiamo iniziato il pellegrinaggio all’interno della nostra relazione sponsale e familiare guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” e, ricevendo dal Signore la forza interiore, proseguiamo oggi con il secondo passo.  

Quando si programma qualsiasi viaggio si sceglie una metà, si sa dove arrivare. Anche Dio, ad Abramo, aveva detto «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. […] Abram prese la moglie Sarài e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso la terra di Canaan»  (Gen 12,1; 5)

Abramo infatti fece il suo pellegrinaggio fisico verso Canaan ma, approfondendo la Scrittura, vediamo che l’espressione ebraica lekh lekhà generalmente tradotta con «vattene» possiamo tradurla meglio con «va’ verso di te» cioè «trova te stesso», «ritrovati». Il movimento di lasciare la propria terra (il proprio Io) per andare verso Dio è in realtà un andare verso sé stessi. In sostanza, Dio chiama Abram (e in lui l’uomo) a ritrovare la propria identità e Abram (non da solo ma con la moglie) si fida e obbedisce.

Così anche noi sposi siamo chiamati, ogni giorno, a ricordarci chi siamo. Siamo chiamati, ogni giorno, a preoccuparci di custodire la nostra identità sponsale:  il giorno delle nozze, con la consacrazione della nostra relazione, abbiamo iniziato una nuova vita e siamo stati costituiti “sposi pellegrini sulla strada dell’amore” per arrivare insieme dal nostro Sposo Gesù, è Lui la meta sicura.

Cari sposi, in questo tempo quaresimale e giubilare, vi invitiamo a fare “un’inversione di marcia”: entrando in preghiera, state in intimità con Lui e troverete il vostro vero “Io di coppia”. Pregate insieme:

«Dio di Abramo, tu ci inviti ad andare a noi stessi, a guardare dentro la nostra coppia, ad occupare lo spazio familiare dell’essenziale, abbandonando i troppi idoli che ci ingombrano il cuore e la vita; Gesù, nostro Sposo, rendici sempre viandanti nel nostro matrimonio anche quando pensiamo di essere arrivati. Amen»

Solo allora potrete, con profitto, uscire, rivolgervi agli altri e portare loro la Verità e l’Amore che avete incontrato nel profondo.

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

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L’Amore Nella Preghiera: Un Abbraccio Spirituale

Negli ultimi capitoli di questo libro dedicato al Cantico dei Cantici, abbiamo scelto di soffermarci sulla tenerezza tra gli sposi, un linguaggio profondo e autentico dell’amore. Ma esiste anche una tenerezza rivolta a Dio: è la preghiera. Un gesto dell’anima, un abbraccio spirituale che unisce cielo e terra, proprio come l’amore coniugale. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il terzo poema del Cantico dei Cantici occupa una posizione centrale, non solo nell’indice del libro, ma soprattutto nella dinamica dell’amore umano e spirituale che racconta. È il momento dell’incontro, della tenerezza, dello sguardo che riconosce e accoglie l’altro come dono. È il momento della gioia che nasce dall’unione tra l’uomo e la donna, espressa nel linguaggio degli abbracci, dei baci e dell’amplesso, fino alla comunione dei corpi.

Questo modo di vivere l’amore è profondamente umano e allo stesso tempo spirituale, perché risponde a uno dei bisogni più radicati nel nostro cuore: essere amati per ciò che siamo. Amati fino in fondo. È proprio questa esperienza che ci trasforma. Luigi Maria Epicoco scrive: “L’amore vero non ti lascia com’eri, ma ti trasfigura, ti fa diventare più te stesso di quanto tu abbia mai immaginato.” E il matrimonio, quando è vissuto nella luce di Dio, è esattamente questo: un cammino di trasfigurazione a due, dove l’altro non è un limite, ma un’opportunità di pienezza.

L’unione sponsale: una benedizione a tre

Nel cuore di questa esperienza di comunione non può mancare Colui che è la fonte dell’amore: Gesù. Per noi cristiani, vivere la tenerezza non significa solo vivere la dolcezza dei gesti, ma anche condividere lo spirito della preghiera, perché siamo sposati in tre. Il matrimonio cristiano, infatti, è un’alleanza che coinvolge anche Dio. Non come spettatore, ma come protagonista invisibile e presente.

Quante volte, la sera, quando tutto si fa silenzioso e i bambini dormono, ci siamo ritrovati marito e moglie nella penombra di una stanza, non da soli, ma alla presenza del Signore. In quei momenti, iniziare un dialogo a tre è come spalancare le finestre della nostra intimità sull’eternità. Lodare Dio, ringraziarlo per la giornata, per le gioie condivise, e affidargli le fatiche… tutto questo diventa un gesto d’amore. Un amore che non finisce sulla soglia del corpo, ma che abbraccia anche l’anima.

Epicoco, parlando della preghiera nella vita matrimoniale, scrive: “La preghiera non è un dovere da compiere, ma un respiro da condividere. Pregare insieme è respirare insieme il Cielo.”

La tenerezza della preghiera

Questa preghiera, che non è mai scontata, diventa carezza per l’anima. Un abbraccio che attraversa la fatica, il non detto, persino le ferite della giornata. È bellissimo, ad esempio, chiedere perdono davanti a Dio per le mancanze avute verso il proprio sposo o la propria sposa. Non c’è gesto più umile e al tempo stesso più grande di due sposi che si guardano negli occhi davanti al Signore e si dicono: “Mi dispiace. Ti benedico.”

Anche prima dell’unione fisica, mettersi in preghiera può sembrare controcultura, ma in realtà è un gesto che amplifica la bellezza del dono reciproco. Benedire quel momento significa ricordare che il nostro corpo non è solo carne, ma tempio dello Spirito. E che l’unione sessuale, vissuta nella luce dell’amore, è sacramento vivente.

Don Carlo Rocchetta dice: “Il linguaggio delle carezze è possibile solo se gli sposi imparano a pregare insieme, a benedire Dio e a benedirsi l’un l’altro.” Una carezza, quando è benedetta, diventa sacramento. Non è solo gesto, ma vocazione.

La preghiera degli sposi: una tradizione biblica

Non siamo i primi a pregare insieme prima di unirci. La Bibbia ci offre un esempio stupendo: la preghiera di Tobia e Sara nella prima notte di nozze. Non si abbandonano alla paura, né si lasciano travolgere dal desiderio, ma si affidano a Dio. Un gesto semplice e potente, che eleva l’unione a liturgia dell’amore.

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: «Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza»…
«Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». E dissero insieme: «Amen, amen!» (Tb 8,4-8)

Non è una preghiera moralista. È una preghiera d’amore, di quella rettitudine che vuole amare per costruire, non per consumare. Per durare, non per possedere.

La preghiera: sorgente di un amore che dura

Nel cammino matrimoniale, la preghiera è ciò che tiene insieme. È l’unico spazio in cui due persone così diverse possono trovare una lingua comune più profonda delle parole. Senza preghiera, la tenerezza rischia di ridursi a emozione. Con la preghiera, la tenerezza diventa comunione.

E allora, non smettiamo mai di pregare insieme. Anche quando non ne abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Perché lì, proprio lì, può sbocciare un amore che non finisce. Come scrive don Renzo Bonetti: “La preghiera coniugale è il letto nuziale dell’anima. È lì che si rinnova il sì, che si custodisce l’alleanza, che si rigenera la passione.”

Antonio e Luisa

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Le carezze nutrono il matrimonio

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv 13,34-35).

Gesù ci chiama ad un amore tenero, un amore che si manifesta con gesti concreti e quotidiani, capaci di parlare al cuore. In particolare, il matrimonio cristiano è il sacramento della tenerezza, luogo in cui l’amore di Cristo si fa carne nella vita coniugale.

La tenerezza come linguaggio dell’amore

Nel vivere la vita matrimoniale ho compreso che Dio mi ha affidato una missione speciale: essere segno del Suo amore tenero per mia moglie. Questa non è una semplice ispirazione spirituale, ma un impegno concreto, quotidiano. Ogni giorno sono chiamato ad apprendere l’arte della tenerezza, che richiede attenzione, ascolto e cura.

La tenerezza, come spiega Carlo Rocchetta, si manifesta attraverso una “polifonia di carezze”. Queste carezze sono essenziali per nutrire la relazione di coppia e mantenere viva la fiamma dell’amore.

Le carezze secondo l’Analisi Transazionale

Eric Berne, ha approfondito il concetto delle “carezze” come unità fondamentali di riconoscimento. Secondo Berne, le carezze sono fondamentali per la nostra salute psico-emotiva e il nostro senso di identità. Esse possono essere fisiche, verbali o simboliche e rappresentano messaggi di apprezzamento e amore che nutrono l’autostima e rafforzano i legami affettivi.

Il matrimonio, come ogni relazione profonda, si costruisce su queste carezze che, se sincere e incondizionate, alimentano la sicurezza emotiva della coppia.

Tipologie di carezze

1. Carezze verbali

Le carezze verbali sono parole che esprimono amore, stima e riconoscimento. Dire al proprio coniuge: “Sei bellissima“, “Sei speciale“, o “Apprezzo molto quello che hai fatto per me” rafforza il legame emotivo.

Berne sottolineava che la fame di riconoscimento è una delle esigenze fondamentali dell’essere umano. Le parole hanno un potere enorme: una parola dolce può risanare una ferita emotiva, mentre una parola dura può ferire profondamente. Nel matrimonio, le parole gentili e incoraggianti sono essenziali per costruire un clima di fiducia e amore.

2. Carezze gestuali

Le carezze gestuali comprendono il tono della voce, lo sguardo, il sorriso, il bacio e l’abbraccio. Questi gesti comunicano vicinanza e intimità senza bisogno di parole. La psicologia ci insegna che il linguaggio non verbale è spesso più potente delle parole stesse. Un abbraccio dato con sincerità può sciogliere tensioni e malumori più di mille parole.

3. Carezze comportamentali

Queste si esprimono attraverso azioni concrete che dimostrano cura e attenzione per il coniuge. Preparare il caffè al mattino, aiutare nelle faccende domestiche o prendersi cura dei figli sono esempi di gesti che esprimono amore e dedizione. Berne definiva queste attenzioni come “carezze comportamentali” che, se fatte con spontaneità e sincerità, rafforzano il legame coniugale.

4. Carezze simboliche

I doni, le sorprese, i piccoli gesti inattesi sono forme di riconoscimento simbolico che hanno un grande valore emotivo. Offrire un fiore, scrivere una lettera d’amore o lasciare un biglietto affettuoso sono esempi di carezze simboliche che danno senso e valore al rapporto. Questi segni rafforzano la consapevolezza che il coniuge è amato e considerato speciale.

L’importanza delle carezze incondizionate

Una condizione fondamentale, però, è che queste carezze siano autentiche e incondizionate. L’amore manipolativo, che cerca di ottenere qualcosa in cambio, non costruisce relazioni solide. Le carezze vere sono gratuite e spontanee.

Carlo Rocchetta mette in guardia da un atteggiamento che, purtroppo, si verifica talvolta nella coppia: il marito che diventa improvvisamente tenero e affettuoso solo quando ha uno scopo, ad esempio desiderare intimità fisica. Queste carezze “condizionate” perdono di valore e rischiano di spezzare la fiducia del coniuge. La vera tenerezza è costante e non strumentale.

La tenerezza come cammino di crescita

Essere teneri non è solo una predisposizione caratteriale, ma un cammino di maturazione personale e spirituale. San Paolo ci invita a rivestirci di “sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo richiede uno sforzo consapevole e quotidiano.

Per crescere nella tenerezza occorre:

  • Saper ascoltare: L’ascolto attento è la prima forma di riconoscimento dell’altro.
  • Essere pazienti: La pazienza aiuta a non reagire impulsivamente e ad accogliere i limiti dell’altro.
  • Curare la comunicazione: Parole gentili, toni calmi e sguardi affettuosi creano un clima di serenità.
  • Essere creativi nell’amore: Sorprendere il coniuge con gesti semplici ma significativi mantiene viva la gioia di stare insieme.

Conclusione

La tenerezza nel matrimonio è un linguaggio essenziale che riflette l’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ogni carezza, ogni gesto d’amore autentico è un’eco del comando di Gesù: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri“. Impegnarsi ogni giorno per essere epifania di questo amore tenero è la sfida più bella e nobile per ogni sposo e sposa che desiderano costruire un matrimonio saldo e felice.

Antonio e Luisa

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Il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista: la riscoperta della virilità

Perché la violenza maschile non si combatte reprimendo la virilità, ma educandola. Un percorso tra statistiche, psicologia e fede per riscoprire il cuore dell’uomo.

Siamo ancora tutti scossi dal recente duplice omicidio di due giovani ragazze, vittime della violenza di coetanei. Eventi come questo ci lasciano senza parole, soprattutto quando si è genitori: ho tre figli maschi di 21, 20 e 16 anni e una figlia di 18, e non riesco a non immedesimarmi nel dolore di quelle famiglie. Il termine “femminicidio” è corretto, ma spesso rischia di oscurare il vero dramma: una cultura che ha smarrito il senso dell’umano, in particolare nella relazione tra uomo e donna.

La mentalità pornografica che disumanizza

Viviamo in un tempo in cui la sessualità è stata svuotata del suo significato più profondo. La pornografia – oggi accessibile in maniera immediata e massiva – ha educato intere generazioni a vedere la donna come un oggetto, una presenza sempre disponibile, sempre accondiscendente. Non solo attraverso siti espliciti, ma anche tramite social, pubblicità, musica e persino videogiochi.

Questa mentalità pornografica non educa alla relazione, ma al consumo. E quando questi giovani uomini incontrano ragazze reali, con desideri, limiti e personalità proprie, si scontrano con qualcosa che non sanno gestire: la realtà del rifiuto, della libertà dell’altro. È lì che, senza strumenti interiori, può emergere la frustrazione, e nei casi più estremi, la violenza.

I dati: meno femminicidi, ma più attenzione

Nonostante la giusta attenzione dei media, i dati mostrano che i femminicidi in Italia sono in calo. Secondo l’Istat, nel 2023 si sono registrati 117 omicidi con vittime donne, in diminuzione del 7,1% rispetto al 2022. Nel 2002 le vittime erano 187: una riduzione significativa nel corso di vent’anni.

Questo non sminuisce il problema, ma ci invita a leggerlo con maggiore profondità. Il fenomeno resta drammatico, ma può essere affrontato con intelligenza, cultura e prevenzione.

La repressione non è la risposta: l’uomo ha bisogno di vivere la sua virilità

Una parte della cultura contemporanea, nel tentativo di correggere gli abusi del passato, ha proposto una risposta sbagliata: reprimere la virilità maschile, ridicolizzarla, confonderla con l’aggressività. Ma l’uomo non diventa meno pericoloso se rinuncia a se stesso: diventa fragile, confuso e a volte pericolosamente instabile. L’uomo ha bisogno di vivere in pienezza la propria virilità per non trasformarla in violenza.

Virilità non è dominio. È forza sotto controllo, è energia orientata al bene, è responsabilità. Come scrive John Eldredge in Wild at Heart, «ogni uomo è stato creato con il desiderio di combattere per ciò che è giusto, vivere un’avventura e amare una donna». Quando questi desideri vengono repressi, si deformano in rabbia, isolamento o possesso.

Secondo il dott. Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile, «la fragilità emotiva dei giovani maschi è il grande rimosso della nostra cultura». Crescono senza padri presenti, senza modelli affettivi sani, senza strumenti per affrontare la frustrazione. Ed è lì che esplodono i drammi.

Cristo: il volto pieno dell’uomo

La risposta a questa crisi non è la repressione, ma la redenzione. Ed è proprio Gesù Cristo a mostrarci la pienezza dell’essere uomo. Forte e mite, determinato e compassionevole, Gesù è capace di indignarsi per l’ingiustizia e di piangere per l’amico. Non possiede, ma si dona. Non conquista, ma custodisce.

Nella mia esperienza personale, è stato proprio l’incontro con Cristo – attraverso la relazione con mia moglie Luisa – a farmi riscoprire cosa significa essere uomo. Da giovane, appena fidanzati, la guardavo come un corpo. Un corpo da usare. Ero concentrato sulle mie pulsioni e su quello che io volevo. Solo dopo, attraverso un cammino di fede, ho capito che lei era una persona, un mistero, una figlia di Dio. L’amore è diventato dono, e non pretesa. Se volete approfondire la sessualità come gesto sacro e di donazione vi propongo il nostro nuovo libro.

Educare i figli all’amore vero

Per costruire una società più giusta, dobbiamo ripartire dall’educazione affettiva. Insegnare ai ragazzi che la donna non è un oggetto, ma una persona. Che amare significa rispettare. Che il “no” di una ragazza è sacro quanto il “sì”. Che il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista.

Abbiamo bisogno di padri, educatori, maestri, catechisti, uomini veri che mostrino con la propria vita che essere uomini non significa dominare, ma donarsi. Che la virilità non è qualcosa da temere, ma da vivere con cuore integro e volontà formata.

Conclusione: generare uomini nuovi

Per le ragazze uccise possiamo solo pregare. Ma per i nostri figli – e per le figlie che dovranno incontrarli – possiamo fare molto. Possiamo insegnare loro che amare significa lasciare liberi. Possiamo testimoniare che esiste un modo bello, pieno e santo di essere uomini. Un modo che non ha paura della forza, ma la sa orientare al bene. Un modo che somiglia – in tutto – a Gesù.

Antonio e Luisa

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La mia continenza: un sacrificio d’amore

Pochi giorni fa Antonio mi ha chiesto di realizzare un video per rispondere a un marito, così ho deciso anche di scrivere una risposta un po’ più articolata; la domanda è questa:Se mia moglie mi ha lasciato perché si vuole divertire con altri uomini, io gli devo stare fedele anche con la castità?”.

A gennaio avevo risposto ad una domanda simile, ma ora voglio parlare di altro. Secondo la mentalità del mondo, però, la risposta alla tentazione sarebbe: “Cosa aspetti? Goditi la vita anche tu!”. Ma peccare non è mai un vero divertimento. Può sembrarlo all’inizio, perché il male spesso si presenta mascherato di dolcezza — come veleno coperto di miele — ma alla fine mostra sempre le sue conseguenze amare.

Io credo che invece questa brutta situazione possa essere sfruttata come un momento di crescita nella fede, come uno step da fare per passare al livello successivo, cioè da un amore corrisposto e quindi dove do qualcosa, ma anche ricevo, a un amore totalmente disinteressato e gratuito, come quello di Cristo.

Finché non affronti una prova concreta, non puoi sapere davvero se sei capace di superare le difficoltà. Puoi anche pensare di farcela, ma è solo il test che lo dimostra. È per questo che ho sempre sostenuto l’importanza degli esami, anche a scuola. Ricordo ancora, ad esempio, l’interrogazione finale in quinta elementare: un momento formativo che oggi, purtroppo, è stato eliminato.

In questo caso c’è in gioco la fede, ci crediamo davvero o siamo solo capaci a biascicare qualche preghiera, giusto per accontentare la nostra coscienza?

Nessuno vorrebbe affrontare le prove della vita, ci immaginiamo sempre che la nostra strada sia in discesa, dimenticando che sono le salite quelle che temprano il corpo e lo spirito; d’altra parte la porta stretta richiede uno sforzo per entrare.

Tornando alla domanda: fare l’amore al di fuori di un legame che sia davvero un “per sempre”, senza una donazione totale e aperta alla vita, non è vero amore, ma solo un atto genitale, uno sfogo dell’istinto. Può sembrare che ci sia amore sincero, ma in realtà manca sempre qualcosa: quella pienezza e verità che solo l’impegno totale può garantire.

La fedeltà è un terreno sacro: quando un coniuge resta fedele nonostante l’abbandono dell’altro, sta mantenendo aperta la porta alla grazia e alla potenza di Dio, permettendoGli di agire nella storia della coppia. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche sfruttare gli altri e svendersi, ma noi cristiani sappiamo che dobbiamo aver cura del nostro corpo, perché è il tempio di Dio. Quindi la fedeltà nella prova diventa fecondità nella grazia per noi e per chi ci sta intorno.

Se una moglie (in questo caso, ma vale ovviamente anche per il marito) se ne va, il marito può scegliere di comportarsi allo stesso modo, oppure restare fedele per fede e in forza del Sacramento (non perché è bravo).

Il coniuge è, su questa terra, la persona che ha il potere spirituale più grande sull’altro, perché il sacramento del matrimonio ha consacrato la loro unione. Nemmeno un sacerdote o un vescovo possono intercedere presso Dio più profondamente di un marito per sua moglie, o di una moglie per suo marito. Questo significa che la mia vita, le mie scelte, la mia fedeltà possono influenzare l’eternità di mia moglie. È facile pensare che non lo meriti, che debba pagare per ciò che ha fatto — per le ferite, per il male arrecato anche ai figli — ma quando ragiono così, sto guardando tutto con occhi umani, secondo la logica della giustizia terrena. Dio però non ragiona così: ama mia moglie quanto ama me e vuole salvarla. Ma ha bisogno della mia collaborazione per farlo.

Quindi se io cerco di amare davvero, mettendomi dalla parte di Chi si sarebbe meritato più bene di tutti nella storia ed è stato messo in croce, sto rispettando il mio impegno di dare la vita, nonostante il suo comportamento. E quando si perde la vita per gli altri, sappiamo che invece si guadagna quella eterna, la più importante e che Dio non ci farà mancare la pace e tanto altro.

Una vita vissuta nella castità — che, più propriamente, è continenza, poiché la castità riguarda ogni stato di vita ed è molto più profonda del solo aspetto sessuale — non va intesa come un sacrificio fine a se stesso, né come una croce insopportabile. Al contrario, è una forma di donazione, una scelta d’amore. E quando sei tu a scegliere, non ti senti schiacciato da un’imposizione, ma libero e leggero nel portare avanti la tua missione.

La continenza, in questo contesto, non è privazione, ma pienezza. È la libertà di amare senza cercare compensazioni, di restare saldi nella promessa fatta, non per obbligo, ma per scelta consapevole. Chi rimane fedele non è uno sconfitto, ma un vincitore nella logica del Vangelo.

Un’ultima cosa: nei giorni nostri sembra che una persona non possa vivere bene e felice se non ha rapporti sessuali. Certamente fare l’amore è una grande fonte di piacere e appagamento, ma non è l’unica: garantisco che si può avere una vita bellissima e felice anche vivendo nella continenza. Questo avviene anche attraverso piaceri sani, come un abbraccio, una passeggiata nella natura, la visione di un film, la lettura di un libro, una pizza con gli amici, aiutare gli altri, stare insieme ai figli, gioire delle loro conquiste, un viaggio e anche pregare. Sarò strano, ma io preferisco divertirmi così e non mi manca niente, perché amando, sono insieme allo Sposo Gesù e a tanti amici.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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Parlarsi con il cuore: la forza dell’intimità e del dialogo nella coppia

La luce soffusa del tramonto entra in salotto, e io e mio marito siamo seduti uno accanto all’altro sul divano. Eppure, nonostante la vicinanza fisica, a volte mi sembra che tra di noi ci sia una distanza infinita. Il silenzio pesa come un macigno: vorrei parlare, ma non trovo le parole e temo che lui non riesca a capire quello che provo. In questi istanti mi chiedo come siamo arrivati qui, così lontani pur essendo così vicini.

Abbattere il muro del silenzio

Forse è la stanchezza dopo una lunga giornata, o la paura di disturbare una quiete apparente; così rimaniamo in silenzio entrambi, ciascuno perso nei propri pensieri. Ma quel silenzio non è pace, è un muro invisibile che ci separa. Ho imparato che tacere per evitare i conflitti a lungo andare fa più male che bene. Meglio una discussione sincera che un rancore taciuto: come dice Papa Francesco, “Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli volare. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!“. Queste parole mi incoraggiano a non temere il confronto: anche se volano i proverbiali piatti, l’importante è saperli raccogliere insieme, chiedersi scusa a vicenda e tornare ad abbracciarsi prima di dormire. Così, una sera ho deciso di rompere quel silenzio.

La voce mi tremava mentre gli chiedevo cosa non andasse e, con mia sorpresa, i suoi occhi si sono riempiti di una vulnerabilità che non gli conoscevo. Era quasi sollevato dal fatto che ne parlassimo. Entrambi temevamo di ferirci a vicenda con le nostre preoccupazioni, ma in realtà con quel silenzio ci stavamo ferendo di più.

Imparare a comprendersi

Parlando a cuore aperto, abbiamo iniziato a riscoprire un dialogo sincero. All’inizio non era facile: bisognava imparare ad ascoltare senza interrompere, ad accogliere le critiche senza mettersi sulla difensiva. Ho capito che dovevo provare a vedere le cose dal suo punto di vista, mettermi nei suoi panni. Il noto psichiatra e sessuologo Willy Pasini descrive bene questo concetto quando afferma che “Intimità vuol dire mettersi nella pelle dell’altro senza smarrire il senso della propria identità. Vuole dire ricevere l’altro nel proprio territorio intimo senza sentirsi invasi o contaminati“. In altre parole, per comprenderci davvero dovevamo entrare l’uno nel mondo emotivo dell’altro, mantenendo però ciascuno la propria autenticità.

Col tempo, esercitando questa empatia reciproca, ho visto mio marito sotto una luce nuova. Dietro il suo silenzio c’era spesso l’insicurezza, il timore di non essere all’altezza delle mie aspettative; dietro la mia chiusura c’era la paura di non essere compresa. Parlandone, ascoltandoci con pazienza e dolcezza, ci siamo sentiti gradualmente più vicini. Ogni confessione sincera e ogni emozione condivisa diventavano un mattone in più a rafforzare la nostra intimità. Quando mi raccontava delle sue ansie, invece di giudicarlo lo abbracciavo, e lui faceva lo stesso con me. Abbiamo scoperto che la vera comunicazione richiede coraggio e vulnerabilità, ma ripaga con una rinnovata complicità.

Oltre la semplice vicinanza fisica

La nostra relazione non è mai mancata di gesti affettuosi o momenti di vicinanza fisica. Eppure in passato capitava di sentirci lontani anche mentre ci tenevamo per mano. Ho realizzato che l’intimità non coincide solo con la prossimità corporea o con la sessualità. Si può dormire nello stesso letto e risvegliarsi più distanti nel cuore di quanto si immagini. Del resto, come scrive lo psicologo Erich Fromm, “L’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due umane creature“. Solo l’amore e una presenza autentica possono colmare veramente quel vuoto. Per sentirci davvero uniti, dovevamo nutrire la tenerezza e la comprensione almeno quanto l’attrazione fisica.

Da quando abbiamo iniziato a dialogare davvero, anche i momenti di intimità fisica tra noi hanno acquisito un significato più profondo. Non erano più un tentativo di mascherare un distacco, ma l’espressione sincera di un legame che si stava rinsaldando. Sentirmi emotivamente vicina a lui faceva sì che ogni abbraccio e ogni bacio fossero più caldi e carichi di senso. Ci guardavamo negli occhi e sapevamo di esserci l’uno per l’altra, con tutte le nostre fragilità, ma senza più quei muri di incomprensione.

L’amore come scelta quotidiana

Dopo anni insieme, stiamo comprendendo una lezione fondamentale: amare non significa vivere per sempre in un idillio privo di problemi, ma scegliere ogni giorno di esserci l’uno per l’altra nonostante le difficoltà. San Giovanni Paolo II ricordava che “Amare non è soltanto un sentimento; è un atto di volontà che consiste nel preferire in maniera costante, al proprio, il bene altrui“. Questa frase risuona in me ogni volta che devo decidere se chiudermi nel mio orgoglio oppure fare un passo verso mio marito per il bene del nostro rapporto. L’amore maturo richiede impegno: significa mettere il bene dell’altro al centro anche quando l’entusiasmo iniziale lascia il posto alla routine.

Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo un’altra opportunità per dialogare, capirci e sostenerci a vicenda. Ci chiediamo a vicenda: “Come stai oggi?” e ascoltiamo davvero la risposta. Ci teniamo per mano non per abitudine, ma per confermarci che siamo uniti, pronti ad affrontare insieme ciò che la giornata ci porterà. E la sera, prima di dormire, non importa se c’è stato qualche battibecco: troviamo sempre il modo di dirci “ti voglio bene” e di ringraziarci per la comprensione reciproca.

La nostra è diventata una storia quotidiana di piccole riconciliazioni e di grandi gesti d’amore silenziosi. Non saremo mai una coppia perfetta, ma ci sentiamo più forti e uniti. Abbiamo scoperto che l’intimità e il dialogo sincero sono davvero la chiave per restare vicini: due cuori che imparano, giorno dopo giorno, a parlarsi con sincerità e ad amarsi con coraggio.

Antonio e Luisa

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Spinte e Dinamiche nel Matrimonio

La relazione tra marito e moglie non è solo una questione di sentimenti, ma anche di dinamiche psicologiche profonde che influenzano il modo in cui ci si relaziona l’uno all’altro. Una delle chiavi di lettura più interessanti per comprendere queste dinamiche è offerta dall’Analisi Transazionale (AT), teoria psicologica sviluppata da Eric Berne. In particolare, il concetto delle “spinte” (o drivers) rivela molto sulle motivazioni inconsce che influenzano il comportamento degli sposi. Comprendere queste spinte è essenziale per costruire un matrimonio più consapevole e armonioso.

Cosa sono le spinte nell’Analisi Transazionale?

Claude Steiner, uno degli allievi di Berne, definisce le spinte come messaggi interiorizzati durante l’infanzia che spingono la persona ad agire in un certo modo per ottenere riconoscimento e accettazione. Secondo Steiner, “i drivers influenzano profondamente la nostra capacità di stabilire relazioni sane, spesso senza che ne siamo consapevoli”. Le principali spinte individuate dalla AT sono:

  • Sii perfetto
  • Sii forte
  • Compiaci (o “Fa’ piacere”)
  • Sbrigati
  • Sforzati

Queste spinte, se non riconosciute e gestite, possono generare tensioni e incomprensioni nella coppia.

Come le spinte influenzano la relazione coniugale

Ogni coniuge porta con sé una storia di vita che include messaggi inconsci ricevuti nell’infanzia. Quando questi messaggi diventano regole rigide, possono trasformarsi in fonte di stress e frustrazione nel matrimonio. Vediamo alcuni esempi pratici.

Il peso della perfezione

Uno sposo con la spinta “Sii perfetto” tenderà a volere che tutto sia impeccabile, dalla casa alla gestione delle finanze, fino al modo di educare i figli. Questo può generare pressione nel coniuge, specialmente se questi non condivide lo stesso standard di perfezione. Se non gestita, questa spinta può portare a critiche continue e a un senso di insoddisfazione cronica.

La rigidità del “Sii forte”

Chi ha interiorizzato la spinta “Sii forte” tenderà a reprimere le proprie emozioni per dimostrare di poter affrontare tutto senza cedimenti. Nel matrimonio, però, la vulnerabilità è essenziale per costruire intimità. Se un coniuge si mostra sempre invulnerabile, l’altro può sentirsi escluso emotivamente, portando a una distanza affettiva crescente.

Il rischio del compiacere sempre

La spinta “Compiaci” è particolarmente presente in chi ha imparato che il proprio valore dipende dalla soddisfazione degli altri. Uno sposo con questa spinta tenderà a sacrificare i propri bisogni per evitare conflitti, ma alla lunga questo atteggiamento può generare frustrazione e risentimento.

L’ansia del “Sbrigati”

Una moglie con la spinta “Sbrigati” sentirà di dover sempre fare tutto di corsa, senza mai prendersi il tempo per vivere i momenti con calma. Questo può creare tensione con un marito più riflessivo, portando a incomprensioni e irritazioni frequenti.

Lo stress del “Sforzati”

Chi si sente spinto a “Sforzarsi” vive ogni compito come una prova di resistenza. Nel matrimonio, questo può tradursi in una continua fatica nel dimostrare amore, nel crescere i figli o nel portare avanti gli impegni quotidiani, con il rischio di esaurimento e frustrazione.

L’importanza di riconoscere e trasformare le spinte

Papa Francesco, parlando della coppia cristiana, afferma: “Amare non è solo un sentimento, è un’opera artigianale, è un lavoro continuo”. Questo significa che per costruire una relazione solida è necessario conoscersi in profondità, comprese le dinamiche interiori che condizionano il nostro modo di amare.

Come si possono allora gestire queste spinte per farle diventare un punto di forza nella relazione?

1. Diventare consapevoli della propria spinta dominante

Riconoscere qual è la spinta che ci guida è il primo passo per modificarne gli effetti. Un marito che si accorge di voler sempre essere forte può iniziare a lavorare sulla condivisione delle proprie emozioni.

2. Comunicare con il coniuge

Spesso l’altro subisce le nostre spinte senza capire da dove derivano. Parlare apertamente delle proprie difficoltà può favorire una maggiore comprensione reciproca e ridurre i conflitti.

3. Integrare il Vangelo nella relazione

San Giovanni Paolo II diceva: “La famiglia è il luogo dove si impara a donarsi”. Comprendere le nostre dinamiche interiori ci aiuta a vivere il matrimonio come un luogo di crescita reciproca, trasformando le spinte in strumenti di amore anziché in ostacoli.

Conclusione

L’Analisi Transazionale offre una prospettiva preziosa per comprendere le dinamiche profonde che influenzano la relazione coniugale. Le spinte, se riconosciute e trasformate, possono diventare occasioni di crescita e maturazione per entrambi i coniugi. Come cristiani, siamo chiamati a lavorare sul nostro cuore, lasciando che la grazia di Dio trasformi le nostre rigidità in occasioni di amore autentico.

Antonio e Luisa

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Sì, più Inebrianti del Vino sono le tue Carezze

Dopo voce, sguardo e baci, ecco il quarto canale dell’amore tenero che si fa visibile: la carezza. Un gesto, che nella sua forma più completa diventa abbraccio, non può assolutamente mancare tra due sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Sono piccoli gesti che nutrono l’amore e rendono tangibile la presenza dell’altro nella nostra vita. Non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze esprimono il desiderio di contatto fisico con l’amato o con l’amata, ma senza prevaricazione, senza prepotenza: sono il linguaggio della tenerezza, la via privilegiata per esprimere amore nella reciprocità e nella libertà.

La Carezza: Un Linguaggio dell’Amore

La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’altro, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato diventa concreta, diventa carne. Come scrive Don Carlo Rocchetta, citando Jean-Paul Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perché allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Questa visione profonda ci aiuta a comprendere che la carezza non è solo un gesto istintivo, ma una comunicazione affettiva che esprime la volontà di conoscere e farsi conoscere attraverso il contatto fisico.

L’Abbraccio: L’Incontro delle Anime

Se la carezza è espressione della tenerezza, l’abbraccio ne è la forma più completa e coinvolgente. Nell’abbraccio si coglie la corporeità dell’amato in modo totale: il corpo intero è avvolto e circondato, permettendo di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione e dedizione in maniera diretta e intensa.

Un abbraccio con la persona amata offre sensazioni meravigliose: sentire il suo respiro, il calore del suo corpo, il suo abbandono fiducioso tra le nostre braccia genera un senso di pienezza e di pace. Non a caso, la nota terapeuta statunitense Virginia Satir affermava:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente.

Questa “terapia del contatto” è una medicina gratuita e senza controindicazioni, che nutre l’anima e rafforza l’intimità nella coppia.

L’Importanza della Tenerezza nella Vita Matrimoniale

La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi può generare gravi problemi nella coppia. Insoddisfazione, incomunicabilità, senso di solitudine e frustrazione sono spesso le conseguenze di una carenza di gesti affettuosi. Il contatto fisico rappresenta una delle forme più immediate e sincere di comunicazione affettiva: è il linguaggio del corpo che conferma l’amore quando le parole non bastano.

Secondo San Giovanni Paolo II, il corpo umano, nel contesto dell’amore coniugale, “diventa epifania della persona“, rivelando l’intimità profonda del cuore. Gli sposi che si abituano a privarsi di carezze e abbracci rischiano di perdere una parte essenziale della loro capacità di comunicare amore e tenerezza, impoverendo così la loro relazione.

L’Abbraccio: Segno della Sponsalità

L’abbraccio, in particolare, diventa una sorta di “liturgia nuziale quotidiana”. Attraverso l’abbraccio, gli sposi si riconoscono reciprocamente come dono, alimentando quella comunione di anime e corpi che è alla base del matrimonio cristiano.

Non esistono regole fisse per l’abbraccio: a volte è un gesto lungo e avvolgente, altre volte un breve e intenso stringersi. Può avvolgere l’intero corpo, oppure solo la testa o il ventre, ma in ogni caso rappresenta un linguaggio segreto che solo gli sposi comprendono.

Un abbraccio tra sposi è un incontro profondo, uno scambio di emozioni, un’espressione di “esserci” totale. Come affermava il cardinale Angelo Scola: “L’abbraccio è l’immagine concreta dell’essere ‘una carne sola’. Nell’abbraccio il corpo parla la lingua dell’amore.

La Geografia del Corpo: Un Amore che si Fa Carne

Nel matrimonio cristiano, l’amore non è astratto: si incarna nei gesti quotidiani, nel modo di prendersi cura l’uno dell’altro, e in particolare attraverso la tenerezza fisica. L’amore diventa carne e il corpo dell’altro diventa geografia dell’amore che doniamo e riceviamo.

Questa dimensione fisica dell’amore non è mai banale o secondaria: è uno dei modi più autentici per rafforzare il vincolo coniugale e per rinnovare la promessa di donarsi ogni giorno con generosità e fedeltà.

Conclusione: Non Dimentichiamo le Carezze

Le carezze e gli abbracci sono il respiro dell’amore. Sono piccoli gesti che custodiscono e nutrono il legame matrimoniale. In un tempo in cui la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane rischiano di allontanarci, è importante riscoprire la forza di una carezza e il calore di un abbraccio.

Non lasciamo che la routine ci privi di questa medicina dell’anima: regaliamoci ogni giorno quei momenti di contatto che fanno sentire l’altro amato, desiderato e riconosciuto. Così facendo, custodiremo la bellezza del nostro matrimonio e manterremo vivo il nostro amore.

Antonio e Luisa

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La nostra scelta controcorrente e vincente

Luisa ed io abbiamo scelto la castità. Ciò significa che io ho fatto l’amore solo con lei e lei solo con me. Come raccontare questa scelta? L’abbiamo romanzata. La racconterà Giulia ma nella sua storia ci sarà tanto di noi e ne approfitteremo per dare dati scientifici e statistici reali. Mi chiamo Giulia (nome di fantasia) e ho scelto di aspettare il matrimonio prima di avere rapporti sessuali. È stata una decisione controcorrente, nata da un desiderio profondo di vivere l’amore in modo autentico e totale. Ricordo ancora le occhiate incredule di alcuni amici quando, da adolescente, confidai loro questa mia intenzione. In un’epoca in cui tutto sembra accadere in fretta, aspettare sembrava a molti un’assurdità. Eppure, dentro di me sentivo che la castità prematrimoniale non era una rinuncia sterile, ma un investimento su qualcosa di più grande.

Nei momenti difficili, mi sono chiesta spesso se stessi sbagliando tutto. Mi domandavo se aspettare avrebbe davvero fatto bene alla mia relazione futura, o se invece mi stessi privando inutilmente di esperienze che “tutti” ritenevano normali. In certe sere, il dubbio bussava prepotente: e se poi non fossimo compatibili? E se questa scelta costruisse muri invece di ponti? Non nego di aver provato un po’ di paura di fronte all’ignoto. Ma in fondo al cuore una voce mi ripeteva: “Se è vero amore, saprà attendere”. Oggi, dopo anni, posso dire che quella voce aveva ragione – e non lo dico solo per fede o idealismo, ma anche grazie a ciò che ho scoperto dalla scienza e dall’esperienza.

Il sostegno degli esperti: cosa dice la scienza?

Col tempo, ho cercato conferme esterne a ciò che intuivo. Con mia sorpresa, ho trovato sostegno nelle ricerche di psicologi e sessuologi. Uno studio condotto su 3750 persone dai ricercatori della Brigham Young University (Stati Uniti) – ateneo noto per le ricerche sulla famiglia – ha rilevato risultati sorprendenti. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (tre volte di più) di avere una relazione stabile e duratura, rispetto a chi ha avuto esperienze sessuali prematrimoniali. In pratica, i dati mostrano che la stabilità di coppia cresce enormemente con l’astinenza prematrimoniale. Non solo: tra coloro che avevano avuto un solo partner (il futuro coniuge), ben il 45% descriveva la propria vita matrimoniale come “molto soddisfacente”. Questa percentuale cala di circa un 6,5% per ogni partner sessuale aggiuntivo avuto prima delle nozze. Considerando che oggi in America una persona ha in media 6-7 partner prima di sposarsi, si capisce quanto accumulare esperienze possa erodere la futura soddisfazione.

Un altro aspetto che mi ha colpito è il legame con la soddisfazione sessuale nella vita coniugale. Contro il mito secondo cui “se aspetti poi il sesso sarà deludente”, lo stesso studio ha scoperto l’opposto: chi non ha avuto altri partner sperimenta una gratificazione sessuale doppia nel matrimonio rispetto a chi arriva da numerose esperienze. È come se la fiducia esclusiva e la scoperta reciproca rendessero l’intimità più intensa, libera da paragoni col passato o insicurezze. Questi dati smentiscono il luogo comune per cui bisognerebbe “provare” la compatibilità a letto prima di impegnarsi: non è così, e la ricerca lo conferma. L’intesa sessuale si può costruire nel tempo, su basi di amore, fiducia e comunicazione – elementi che, secondo i terapeuti, sono ben più determinanti di un’eventuale performance iniziale.

Non è solo uno studio a dirlo. Ricerche autorevoli in ambito psicologico hanno evidenziato tendenze simili. Un’analisi pubblicata sul Journal of Family Psychology ha confrontato coppie che avevano avuto rapporti fin da subito con coppie che avevano aspettato fino al matrimonio. I risultati? Chi aveva atteso fino alle nozze riportava una soddisfazione di relazione più alta del 20%, una comunicazione migliore del 12%, una minore propensione al divorzio (-22%) e persino una qualità della vita intima superiore del 15%. Insomma, sul lungo termine la scelta di aspettare sembrava premiare le coppie con maggiore armonia e solidità. Un altro studio sociologico, condotto su scala nazionale (USA), ha osservato che le persone con un solo partner sessuale in tutta la vita risultavano le più felici nel matrimonio: ad esempio, il 65% delle donne che avevano conosciuto intimamente solo il marito si dichiarava “molto felice” della propria unione, contro appena il 52% di quelle con svariati partner alle spalle. Come ha spiegato l’autore di quello studio, il sociologo Nicholas Wolfinger, avere pochi o nessun partner prematrimoniale si associa a matrimoni più felici indipendentemente dalla religiosità. È interessante notare che questi dati restano validi anche al netto di fattori come la fede religiosa: significa che i benefici della castità prematrimoniale non sono solo per chi è credente, ma valgono per tutti.

Leggere queste ricerche mi ha dato grande incoraggiamento. Immaginate la mia gioia nello scoprire che la scienza stava confermando ciò che avevo sempre sperato: ossia che aspettare fa bene alla coppia, alla qualità del rapporto e persino alla sfera fisica della relazione. Ho realizzato di non essere “strana” o sola, ma anzi in buona compagnia di esperti che sostengono, con dati alla mano, che la scelta della castità può contribuire a un amore più stabile e soddisfacente. Questa consapevolezza ha rafforzato la mia fiducia e mi ha aiutata a spiegare meglio la mia scelta anche a chi la metteva in dubbio.

La prospettiva della fede: un’alleata dell’amore

Sin da piccola la mia educazione cristiana mi aveva parlato del valore della castità. Da adolescente, devo ammettere che a volte consideravo questi insegnamenti come restrittivi; col tempo però ho iniziato a vederli sotto una luce diversa, più positiva. La fede descrive la castità non come una negazione dell’amore, ma come la sua “autentica alleata”, un modo per custodirlo e viverlo in pienezza (Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale). Queste parole, riprese anche da papa Francesco, mi hanno fatto capire che nell’attesa c’è un significato profondo: non si tratta di “reprimere” qualcosa, ma di orientare l’energia dell’amore verso il bene dell’altro, senza egoismi.

Ricordo di aver letto un giorno un documento della Chiesa che diceva: “La castità è energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività” (pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 16). Questa frase mi colpì al cuore. Pensai a quante volte, nelle relazioni moderne, il desiderio può diventare possesso, e il piacere fine a se stesso può far perdere di vista l’altro come persona. La castità, invece, educa il cuore alla pazienza, al rispetto e al dono sincero di sé. Imparare a moderare le proprie pulsioni significa imparare ad amare in maniera più libera e generosa, senza ridurre l’altro a oggetto di soddisfazione. Nella mia esperienza, pregare e affidarmi a questi ideali mi ha dato la forza nei momenti di debolezza e mi ha ricordato il perché della mia scelta: non paura del sesso, ma amore per una visione più grande del sesso stesso, inserito in una promessa di vita condivisa.

Non sono mancate le incomprensioni. Qualcuno ha insinuato che la religione mi “imponesse” questa strada. In realtà io mi sono sentita profondamente libera nella mia decisione, e anzi sostenuta dalle parole di guide spirituali che sottolineavano la bellezza dell’attesa. Papa Giovanni Paolo II, ad esempio, incoraggiava i giovani alla purezza con fiducia, affermando che solo imparando la padronanza di sé si può vivere l’amore vero come dono totale. E nelle omelie del mio padre spirituale sentivo spesso ripetere che “la castità prematrimoniale va riscoperta come un bene per la coppia”, mai come un tabù opprimente. Col tempo ho capito che, per me, fede e ragione andavano a braccetto: da un lato i dati concreti degli esperti, dall’altro la saggezza antica della mia tradizione religiosa, entrambi puntavano nella stessa direzione. Questo duplice appoggio mi ha dato una serenità incredibile nel proseguire.

Un esempio dalla letteratura: l’ideale della purezza

Nelle mie riflessioni, ho trovato conforto e ispirazione anche nella letteratura. Un esempio significativo si trova nel romanzo Ragione e Sentimento di Jane Austen. La protagonista, Elinor Dashwood, rappresenta la personificazione della “ragione” e dimostra come la pazienza e l’autocontrollo possano portare a una relazione solida e duratura. Nonostante le difficoltà e le delusioni, Elinor attende con compostezza e fiducia, e alla fine il suo amore viene ricambiato, premiando la sua costanza e integrità. Questo esempio letterario evidenzia come l’attesa e la moderazione possano rafforzare i legami affettivi, portando a un amore più maturo e consapevole.

Conclusione: verso un amore più autentico

Oggi, guardando indietro, sono felice di aver vissuto la castità prematrimoniale. Ho sposato l’uomo che amo – anche lui ha condiviso questa scelta con me – e posso dire che la nostra intesa, costruita prima sull’affetto e sul rispetto, ora fiorisce anche nella complicità. Non abbiamo termini di paragone se non noi stessi, e questo lungi dall’essere un limite, si sta rivelando una bellissima scoperta reciproca giorno dopo giorno. Ogni gesto intimo è nostro, esclusivo, carico di un significato che affonda le radici negli anni di attesa e di amore coltivato in altri modi.

Difendere il valore della castità prematrimoniale nella mia vita non è stato facile: ho dovuto spiegarmi, talvolta giustificarmi, e non sempre sono stata compresa. Ma rifarei questa scelta altre mille volte. Ho capito che aspettare non significa reprimere l’amore, significa dargli il tempo di maturare. Nel mio percorso ho sentito dire che “se ami davvero qualcuno, vuoi il suo bene, non solo il tuo piacere immediato”. E credo sia vero. Per noi, aspettare ha voluto dire imparare altri linguaggi dell’amore: il dialogo profondo, la tenerezza nei gesti semplici, la pazienza nelle difficoltà. Abbiamo costruito un’intimità emotiva e spirituale così forte che, quando è arrivato il momento di unirci anche nel corpo, ci siamo sentiti pronti a donarci completamente l’uno all’altra, senza paure né riserve.

Scrivo questa testimonianza personale con il cuore colmo di gratitudine. La castità prima del matrimonio è stata per me un cammino di crescita, una palestra di fiducia reciproca e di autodisciplina, che ci ha preparati ad affrontare insieme le sfide della vita matrimoniale. Le voci della scienza e quelle della fede, ciascuna a suo modo, mi hanno aiutata a tener duro e a capire il valore di quello che stavo facendo. E oggi, nel vivere un rapporto che considero felice e stabile, posso dire che ne è valsa la pena.

Se c’è una cosa che vorrei trasmettere a chi legge, è questa: non abbiate paura di andare controcorrente per qualcosa in cui credete. Nel mio caso era la castità prematrimoniale, per altri potrà essere altro. All’inizio ci si sente soli, ma poi scopri che non sei il solo a credere in certi valori profondi. E scopri, soprattutto, che quell’impegno sincero verso l’amore ti restituisce cento volte tanto in serenità, rispetto e complicità con la persona che hai accanto. Io l’ho vissuto sulla mia pelle. E, citando ancora quelle parole che mi hanno guidata, la castità è davvero un’alleata dell’amore, perché lo libera da tante paure e superficialità, aiutandoci a viverlo nella sua forma più pura e duratura. Con il senno di poi, non posso che dire: grazie a quella me stessa giovane che ha avuto il coraggio di scegliere una strada meno battuta. Quella strada mi ha portato dove desideravo: a un amore autentico, felice e fedele, che dura nel tempo. E di questo non posso che rendere testimonianza con gioia.

Antonio e Luisa

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Il Perdono Nella Relazione: Un Percorso Quotidiano

Qualche giorno fa abbiamo avuto una discussione di quelle intense, in perfetto stile “vecchi tempi”, antecedente al nostro percorso con Retrouvaille e al cammino di guarigione e ricostruzione del nostro matrimonio.

Sapete quei giorni in cui l’altro vi appare in tutta la sua fastidiosa diversità? Quei momenti in cui la frase più gentile che ci si rivolge è “tu non capisci e proprio non vuoi ragionare” e dire “stai calmo” ha l’effetto esattamente opposto? Ecco, appunto… Peccato che quella sera ci aspettava una testimonianza in un corso per fidanzati, il cui tema era proprio il perdono.

Silenzio e Domande

Il viaggio in auto si è svolto nel silenzio più totale e l’abitacolo si è riempito di domande mute:

  • Non abbiamo ancora capito nulla noi… cosa andiamo a dire a venti (dico venti!) coppie che si stanno preparando al matrimonio ed avranno gli occhi a cuore?
  • Non cambieremo mai… non è servito a nulla toccare il fondo… io non ce la faccio, non ho voglia di fare un passo…

Provvidenziale, nel senso letterale del termine, è stata una tappa a Caravaggio prima di raggiungere il luogo della testimonianza. Sebbene uno dei motivi della discussione fosse proprio la smania di uno dei due (una dei due, per la precisione) di fare mille cose, di andare di qui e poi di là con l’illusione del dono dell’ubiquità, il Santuario era proprio di strada. Mettere nelle mani di Maria la nostra pochezza ha aiutato e ha aperto la strada a ciò che sarebbe avvenuto dopo.

La Testimonianza

Arrivati dai fidanzati, abbiamo iniziato a leggere, come di consueto, la nostra storia. Condividerla non è mai indolore, ma certi passaggi, quella volta, hanno assunto un significato ancora più profondo. Con la voce rotta dall’emozione ci siamo detti nuovamente:

Sono consapevole e sempre più certo che il lavoro iniziato vada fatto ogni giorno e che ogni giorno io debba decidere di amare e di perdonare. Grazie alle testimonianze di molte coppie di Retrouvaille e all’impegno messo quotidianamente per la ricostruzione, ho compreso che posso ricominciare in ogni istante e di fronte a ogni difficoltà.

E ancora:

Ogni giorno ora nasce, alla luce della decisione presa ed anche nei momenti di sconforto, la consapevolezza di aver trovato strumenti nuovi, un metodo e un modo di comunicare efficaci mi aiuta ad avere speranza. Io non voglio più stare male e far stare male gli altri come facevo prima, e questo mi spinge, con l’aiuto del Buon Dio e degli amici di Retrouvaille, a camminare, piano piano, senza correre, ma senza fermarmi.

Un Momento di Grazia

La serata è proseguita con tantissime domande da parte delle coppie che hanno assistito alla nostra riconciliazione in diretta. Del resto, se non si parte raccontando la propria vita e ciò che ci accade, cosa si ha da offrire?

Ci siamo scoperti ancora una volta ironici e capaci di scherzare sull’accaduto, tanto da suscitare spesso l’ilarità del gruppo. Abbiamo sperimentato quanto sia facile tornare alle vecchie abitudini: alla pretesa che sia l’altro a cedere, a innalzare muri tra di noi e a colpire proprio dove sappiamo che l’altro è più vulnerabile e fragile.

La Lezione Appresa

Abbiamo dovuto ricordare a noi stessi che siamo in cammino, che lo saremo sempre, ogni giorno della nostra vita insieme. Pensare di essere arrivati e smettere di prendersi cura del proprio matrimonio sono la stessa cosa.

L’aiuto “da casa” è arrivato puntuale come sempre, mettendo sulla nostra strada la Vergine di Caravaggio e una testimonianza in un corso fidanzati.

Un Epilogo Quotidiano

Tornando a casa in auto, sotto il diluvio, tutto è tornato come prima, anzi meglio di prima: “Stai attento, frena, frena, ti ho detto frena… riesco a leggere la targa di quello davanti…” – e ancora – “Se dici ancora una parola ti lascio sul ciglio della strada.

Giovanni e Silvia (Retrouvaille Italia)

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San Giuseppe: Un Modello di Stabilità e Amore

Oggi è una festa particolarmente bella, quella di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù e conseguentemente di tutti i papà: è una ricorrenza che mi riporta alla mente tutti i regalini fatti a scuola, le poesie recitate dalle figlie in questo giorno, quando erano più piccole e i ricordi con il mio babbo andato in cielo ormai venticinque anni fa. Su san Giuseppe hanno scritto libri su libri, ma vorrei oggi brevemente soffermarmi su alcune sue caratteristiche che si agganciano particolarmente alla mia vita in questo momento. In un tempo in cui tutto sembra fluido, precario, e provvisorio, Giuseppe ci insegna il valore della stabilità, della fedeltà quotidiana, dell’esserci senza clamore, senza bisogno di apparire: egli non ha compiuto gesti spettacolari, non ha pronunciato nemmeno una parola, ha semplicemente scelto di restare e obbedire.

Quando Maria, sua promessa sposa, si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe prova il dolore del tradimento: aveva un progetto originario per la sua vita, era giovane (il matrimonio a quei tempi era fortemente consigliato sotto i ventiquattro anni), era innamorato di Maria. Così si trova davanti a un bivio esistenziale e secondo la legge, avrebbe potuto farla lapidare: ancora prima di conoscere la verità, decide di ripudiarla in segreto, senza accusarla pubblicamente e senza vendicarsi. Forse proprio per questo suo atteggiamento, Dio invia l’angelo a svelargli il mistero nascosto; l’amore autentico non cerca scappatoie e Giuseppe, sceglie di restarle accanto, obbedendo al messaggero e, rimanendo, diventa custode dell’Emmanuele, del Dio con noi. Io avevo un progetto, una famiglia con tanti figli, ma a un certo punto della mia vita è stato interrotto e anch’io ho dovuto scegliere se restare fedele alla promessa e allo Spirito Santo che parlava al mio cuore, oppure prendere altre strade, sicuramente più facili.

Anche dopo la nascita di Gesù, Giuseppe continua a restare, nella povertà della grotta, nella fuga in Egitto, nella quotidianità silenziosa di Nazaret: non ci viene raccontato nulla di eroico, nulla di eclatante, lavora, protegge, accompagna, guida, semplicemente rimane fedele alla sua missione. Neanche quando Gesù rimane da solo per tre giorni e i suoi genitori lo ritrovano nel tempio, Giuseppe apre bocca, è solo Maria che esprime la sofferenza di entrambi: io, come minimo, avrei detto qualcosa del tipo “Dopo a casa facciamo i conti!”.

Ciò che rende ancora più grande la sua fedeltà è il fatto che, a differenza di Maria, non era stato preservato dal peccato originale, egli ha vissuto nella fragilità umana, con le paure, i dubbi e le difficoltà che ciascuno di noi sperimenta. Eppure, proprio nella sua umanità limitata, ha saputo affidarsi completamente a Dio, lasciandosi guidare dalla Sua volontà, anche lui ha detto il suo “Si”.

In una società in cui molti fuggono di fronte alle difficoltà, abbandonano relazioni al primo ostacolo, Giuseppe ci mostra la bellezza della sua virilità e la forza del rimanere: restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida.

La fedeltà non è staticità, ma una scelta continua, un atto d’amore che si rinnova ogni giorno; restare non significa subire, ma abbracciare con amore e responsabilità la vita che ci è affidata. Così Giuseppe ha amato Maria, così ha amato Gesù, così ci insegna ad amare.

La Fraternità Sposi per Sempre è stata costituita sotto il patrocinio di san Giuseppe: era stato proposto anche san Giovanni Battista che ha perso la vita per difendere il matrimonio, dicendo a Erode che non era lecito che tenesse con sé la moglie del fratello, ma san Giuseppe è lo sposo fedele, quindi più calato nella vita, nella nostra scelta, nella fedeltà nonostante tutto.

I separati fedeli sono chiamati a testimoniare con la vita questa fedeltà a Gesù, nel silenzio, senza tanto sbraitare, controbattere, nella semplicità, questo silenzio che dice tutto e che san Giuseppe proprio rappresenta.

San Giuseppe è stato il custode nell’amore di Gesù, nella sua solitudine di fede, perché è vissuto accanto a Lui sapendo che non l’ha generato, con dubbi, domande, e paure. Secondo la tradizione ebraica il figlio rimaneva con la madre fino a tre anni, dopodiché spettava al padre l’educazione morale e religiosa: Giuseppe ha insegnato a Gesù le preghiere, raccontato tutto ciò che Dio aveva fatto per il suo popolo, Gli hai mostrato come ogni gesto, ogni usanza, aveva un significato sacro.

Qui avviene il compimento della sua paternità, basata su un comportamento e un’educazione pieni di amore. Anch’io, per la mia parte, mi sento custode delle figlie, non potrò farlo ancora per tanto tempo, poiché quella più grande sta finendo le scuole superiori, però fino a quando riesco, non voglio perdere l’occasione di educarle con tenerezza, cercando d’imitare questo grande santo. Rispetto alla solitudine poi, per me riguarda non solo quella di non avere un coniuge accanto, ma anche quella di non essere compreso, a volte anche da tanti cristiani.

San Giuseppe è chiamato anche sposo castissimo, non solo nell’aspetto affettivo, ma per la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso: la felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma di un cuore che si dona, un dono autentico (è una maturazione che supera il sacrificio).

D’altra parte Giuseppe rimane in ombra proprio perché lui è soltanto il riflesso del Padre celeste, non poteva occupare troppo spazio nelle scritture, altrimenti avremmo potuto confonderci su Chi avere come nostro riferimento; tuttavia è bello pensare che tutte le volte in cui Gesù ci parla di suo padre Dio, quello che dice è anche frutto dell’esempio e della relazione avuta con Giuseppe. Anche i separati fedeli dovrebbero essere l’ombra che mette in risalto la luce di cosa sono le nozze. San Giuseppe è un modello assoluto per ogni uomo, compresi sacerdoti e religiosi, ma anche per le donne è un soccorritore come nessun altro: infatti, si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ed è vero, ma io aggiungerei che dietro ogni grande donna c’è stato un grande padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Mi Baci con i Baci della Tua Bocca

La terza modalità che il Cantico dei Cantici ci suggerisce, dopo la voce e lo sguardo, per esprimere tenerezza e amore è il bacio. Un gesto non per tutti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

I mille significati del bacio

Il bacio non ha un significato univoco. Dipende dal contesto, dalla cultura e dalla relazione che intercorre tra coloro che se lo scambiano. Come afferma lo psicoterapeuta Willy Pasini: «Il bacio è una finestra sull’anima e riflette la natura della relazione che viviamo». Sicuramente, si tratta di un gesto impegnativo e profondamente coinvolgente.

Esiste infatti il bacio di amicizia, quello affettuoso dei genitori, il bacio drammatico del tradimento, come quello di Giuda a Gesù, e naturalmente il bacio della coppia innamorata. Generalmente, nella nostra cultura, il bacio presuppone un minimo di conoscenza e intimità: gli sconosciuti raramente si scambiano questo gesto.

Il bacio degli sposi: un gesto unico

Tra tutte queste forme, il bacio degli sposi occupa una posizione speciale. Non è solo espressione culturale, ma prende forza dalla stessa natura del matrimonio. Come afferma don Luigi Maria Epicoco: «Il matrimonio cristiano è vocazione all’unione profonda, è segno della comunione divina. Il bacio degli sposi esprime visibilmente questa chiamata ad essere una cosa sola».

Vi è infatti un simbolismo profondo dietro questo gesto: gli sposi, baciandosi, esprimono il desiderio di unione delle loro anime, vogliono entrare reciprocamente l’uno nell’altra, donarsi in maniera totale. Questo rimanda direttamente alla Scrittura, dove lo Spirito di Dio è rappresentato dal soffio vitale donato nella bocca dell’uomo (Genesi 2,7). È come se Dio avesse donato l’anima all’uomo attraverso un “bacio d’amore” e gli sposi replicano, più o meno consapevolmente, proprio questo dono originario.

Corpo e anima uniti nel bacio

Ricordo quando, alcuni anni fa, visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani, sacerdote impegnato nella pastorale familiare. Un dipinto molto suggestivo catturò la nostra attenzione: rappresentava una coppia di sposi nell’atto di unirsi intimamente e al contempo scambiarsi un bacio profondo. Quell’immagine sottolineava l’unità totale, fisica e spirituale, degli sposi. In quel momento, infatti, essi diventano “una sola carne” (Matteo 19,5) e desiderano permanere in questo abbraccio che li unifica e li avvicina a Dio stesso.

La sessuologa cristiana Mariolina Ceriotti Migliarese sostiene che: «il bacio coniugale esprime una comunione che supera la fisicità e diventa espressione di una totalità. Chi si ama non desidera solo possedere, ma donarsi integralmente». Proprio questo desiderio di dono totale viene espresso attraverso il gesto apparentemente semplice di un bacio.

Paradossi del bacio: fidanzati e sposi

La nostra società, tuttavia, presenta un paradosso singolare: il bacio dei fidanzati, che ancora non condividono quella piena unità sancita dal sacramento matrimoniale, appare carico di intensità, passione e desiderio di unione profonda. Al contrario, il bacio degli sposi che già vivono tale unità, rischia spesso di perdere forza, diventando un gesto abitudinario, privo di significato profondo.

Quando il bacio coniugale perde forza e passione significa che la coppia rischia di dimenticare la propria vocazione all’intimità profonda e autentica, riducendo la relazione ad un’abitudine.

Rinnovare il significato del bacio

Per contrastare questo pericolo, è necessario che gli sposi riscoprano continuamente il valore simbolico del bacio, come un atto che rinnova e ravviva la loro unione spirituale e fisica. Papa Francesco stesso invita gli sposi a riscoprire continuamente la tenerezza del bacio, ricordando che «la tenerezza e il calore di un bacio sono gesti che mantengono viva la fiamma del matrimonio, segni concreti di quell’amore quotidiano che si rinnova continuamente».

In conclusione, il bacio coniugale rappresenta molto più di un semplice gesto di affetto o passione. È un segno sacramentale di unione spirituale, espressione concreta di quel dono totale che gli sposi si sono promessi davanti a Dio. Gli sposi che non si baciano rischiano di perdere il senso profondo della loro unione, riducendosi a semplici compagni di viaggio. Al contrario, coloro che vivono consapevolmente questo gesto rafforzano continuamente il loro legame e si avvicinano al mistero di Dio, sorgente di ogni autentico amore.

Antonio e Luisa

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Lei non ha Fede. Come Affrontare le Divergenze nell’Educazione dei Figli?

Un lettore ci ha chiesto un consiglio su come affrontare le divergenze con la moglie, che è atea e preferirebbe un’educazione neutrale per i figli, senza favorire un cammino di fede in oratorio e in chiesa.

In un contesto familiare in cui uno dei genitori è credente e l’altro non lo è, le divergenze nell’educazione dei figli possono facilmente trasformarsi in fonte di conflitto e tensione. Tuttavia, attraverso un approccio fondato sul rispetto, la carità e il dialogo, è possibile creare un ambiente sereno e costruttivo per la crescita dei bambini. Gli insegnamenti di don Luigi Maria Epicoco, don Serafino Tognetti e don Fabio Rosini offrono spunti preziosi per orientarsi in queste situazioni complesse. Di seguito approfondiremo cinque punti fondamentali per affrontare questa sfida: testimoniare la fede con la vita, evitare gli scontri attraverso il dialogo, affidarsi al tempo e alla libertà dei figli, trovare valori comuni e pregare con costanza e speranza.

1. Testimoniare la fede con la vita, non con le parole

Don Epicoco sottolinea che la fede autentica non si trasmette attraverso imposizioni o prediche, ma mediante un comportamento coerente e illuminante. Vivere la propria fede significa incarnare quotidianamente i valori cristiani: l’amore, la misericordia, la giustizia e la solidarietà. Quando un genitore credente agisce in modo autentico e coerente, diventa un modello di riferimento per i figli, che percepiscono nei gesti quotidiani la bellezza di una vita orientata verso Dio. Come afferma Epicoco, “la fede non si impone, ma si vive e si trasmette con il cuore“, lasciando che la luce interiore parli più forte di qualsiasi parola.

La ricerca in psicologia dell’educazione evidenzia come il comportamento degli adulti influisca profondamente sullo sviluppo emotivo e morale dei bambini. Studi dell’American Psychological Association, ad esempio, indicano che i modelli di comportamento autentici e coerenti favoriscono la formazione di un’identità solida e resiliente nei giovani. In questo senso, testimoniare la fede con la vita diventa un potente strumento educativo, capace di ispirare e guidare i figli senza forzarne la scelta.

2. Evitare gli scontri, puntando sul dialogo e sulla carità

Le divergenze di visione, se non gestite con attenzione, possono sfociare in scontri aperti che compromettono non solo la serenità del nucleo familiare, ma anche lo sviluppo emotivo dei figli. Don Tognetti ricorda l’importanza del dialogo caritatevole: “un coniuge non credente non è un ostacolo, ma un’occasione per vivere più profondamente la fede“. Il dialogo deve essere improntato alla comprensione reciproca, evitando di trasformare le differenze in battaglie di volontà. È fondamentale mantenere sempre un atteggiamento di ascolto, cercando di capire le ragioni dell’altro senza giudizio, e riconoscere che, al di là delle divergenze, entrambi condividono l’amore per i figli e il desiderio di vederli crescere in armonia.

La psicoterapeuta Susan Johnson, esperta in terapia di coppia, sottolinea come la comunicazione empatica rappresenti la chiave per risolvere conflitti all’interno della famiglia. In particolare, quando si evitano gli scontri e si privilegia un dialogo aperto, si crea un clima di fiducia che permette di affrontare anche le tematiche più delicate. Questo approccio, basato sulla carità e sulla comprensione, non solo riduce le tensioni, ma offre ai figli un esempio prezioso di come si possano gestire le differenze con maturità ed equilibrio.

3. Affidarsi al tempo e alla libertà dei figli di scegliere

Don Fabio Rosini invita a considerare i figli come individui autonomi, capaci di percorrere il proprio cammino nel tempo. Secondo questo insegnamento, è importante riconoscere che il compito dei genitori non è quello di imporre una visione, ma di creare le condizioni affinché i bambini possano crescere in libertà e consapevolezza. In questo senso, “affidarsi al tempo” significa riconoscere che i bambini hanno il diritto di esplorare, di dubitare e di scegliere la propria strada, anche in ambito spirituale.

Sant’Agostino, riflettendo sul libero arbitrio, ci ricorda che “Dio non costringe la sua luce, ma la dona a chi ha il coraggio di cercarla“. Questa prospettiva invita i genitori a non forzare i figli verso una fede che non sentono autentica, ma a fornire loro un esempio e un ambiente ricco di valori, nel quale la spiritualità possa germogliare spontaneamente. La libertà di scelta, supportata dal tempo e dalla maturazione personale, rappresenta un elemento essenziale per lo sviluppo di una fede consapevole e autentica.

4. Trovare valori comuni per educare insieme

Nonostante le differenze, spesso esiste un terreno comune su cui fondare l’educazione dei figli. Valori come il rispetto, l’onestà, la solidarietà, la giustizia e l’amore sono condivisi da molti, indipendentemente dal fatto di credere o meno. Entrambi i genitori desiderano il benessere e la crescita armoniosa dei loro figli, e questo obiettivo condiviso può diventare il punto di partenza per costruire un percorso educativo integrato.

Papa Francesco, in numerose occasioni, ha sottolineato l’importanza del dialogo interculturale e interreligioso, evidenziando come il rispetto per l’altro e la ricerca del bene comune siano fondamentali in una società pluralista. In quest’ottica, anche in ambito familiare, è possibile individuare quegli aspetti comuni che permettono di educare i figli ad essere cittadini responsabili e consapevoli. Creare momenti di condivisione, stabilire regole e valori che riflettano l’amore e il rispetto reciproco, può rafforzare la coesione familiare e dare ai figli strumenti preziosi per la loro crescita personale.

5. Pregare con costanza e speranza

La preghiera rappresenta un alleato fondamentale per chi crede e per chi desidera affrontare le difficoltà con fiducia. Pregare non significa imporre una visione religiosa all’altro, ma piuttosto rivolgersi a Dio per cercare sostegno, saggezza e serenità. La costanza nella preghiera permette di rinnovare quotidianamente lo spirito e di affrontare con speranza le sfide della vita familiare.

Papa Giovanni Paolo II, nel suo insegnamento, ha affermato: “La preghiera è l’arma più potente che abbiamo contro le difficoltà della vita“. Questa idea si traduce nel riconoscere che, anche in presenza di divergenze, la preghiera può creare un ponte di speranza e di rinnovamento, capace di unire il cuore dei membri della famiglia. Pregare per il proprio coniuge, per i figli e per l’armonia familiare non deve essere un atto di imposizione, ma un invito alla riflessione e alla ricerca della pace interiore.

Conclusioni

Quando in famiglia esistono differenze di visione in ambito spirituale ed educativo, il dialogo aperto e la carità diventano elementi essenziali per costruire un ambiente sano e accogliente. Testimoniare la fede con la vita, evitando scontri e promuovendo un confronto sereno, permette di dare ai figli un esempio positivo che va oltre le parole. Affidarsi al tempo e riconoscere la libertà dei figli di scegliere il proprio percorso significa rispettare la loro crescita personale, offrendo loro al contempo un modello di vita ricco di valori autentici. Trovare valori comuni su cui basare l’educazione, come il rispetto, la giustizia e l’amore, rafforza il legame familiare e crea le basi per una convivenza armoniosa. Infine, pregare con costanza e speranza diventa un gesto di fede e di fiducia in un futuro migliore, unendo i cuori nella ricerca della verità e della luce.

Questo approccio, che integra gli insegnamenti di Epicoco, Tognetti e Rosini, non solo aiuta a mitigare i conflitti, ma offre anche ai figli l’opportunità di crescere in un ambiente ricco di spunti per diventare cittadini responsabili, capaci di discernere e di scegliere con consapevolezza il proprio cammino di vita. In definitiva, il rispetto reciproco, il dialogo costruttivo e la condivisione di valori universali rappresentano la chiave per superare le differenze e per crescere insieme, nella speranza e nella fiducia in un domani luminoso.

Antonio e Luisa

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Fiducia e intimità

Nel tempo della nostra crisi di coppia ci sentivamo soli e disperati, ma il cammino intrapreso con Retrouvaille ci ha ridato la speranza di ricostruire la nostra relazione.

La rinascita della fiducia
Abbiamo compreso che la fiducia è una delle chiavi dell’intimità. Nella nostra relazione, avere fiducia reciproca significa riuscire a condividere sentimenti, bisogni ed aspettative, anche quelli più intimi, senza il timore di essere giudicati. Impegnarci in questo percorso ha migliorato il nostro stare insieme: oggi siamo più sereni e desiderosi l’uno dell’altra, giochiamo e scherziamo, trascorriamo più tempo insieme ed abbiamo ritrovato l’intimità.

Intimità e sessualità: due concetti distinti
Abbiamo inoltre compreso che esiste una differenza tra intimità e sessualità: la prima rappresenta la condivisione dei sentimenti, mentre la seconda si manifesta come il dono reciproco dei nostri corpi in un amplesso d’amore. Questo ci ha permesso di ricominciare e ricostruire la nostra relazione attraverso piccoli gesti quotidiani e una maggiore apertura l’uno verso l’altra. Nel momento in cui ci siamo aperti reciprocamente attraverso il dialogo, la nostra comunicazione è migliorata e abbiamo cominciato a ricostruire l’intimità perduta.

Gesti quotidiani di affetto
Ad esempio, alzarci prima al mattino per avere il tempo di fare colazione insieme, salutarci con un bacio e un abbraccio, organizzare uscite solo per noi, scriverci un messaggio d’amore oppure telefonare per avvisare di un eventuale ritardo. Raccontarci la giornata soffermandoci, non tanto sui fatti accaduti, quanto sui sentimenti provati, ringraziare per le attenzioni ricevute e chiedere perdono.

Perdono e impegno reciproco
Abbiamo deciso di perdonarci vicendevolmente per le responsabilità e i comportamenti sbagliati che, in passato, avevano causato ferite e incomprensioni, per poter tornare ad avere fiducia. A questa nostra decisione immediata è seguito un periodo di grande impegno, che tuttora ci accompagna, perché le vecchie abitudini sono sempre lì, pronte a riaffiorare.

Il valore della vulnerabilità
Abbiamo deciso di darci fiducia reciproca, accantonando ogni timore. Avendo instaurato la fiducia, ci sentiamo sicuri, come la certezza del giorno e della notte. Abbiamo imparato la tecnica del dialogo e dell’ascolto e siamo riusciti a recuperare fiducia e intimità. Crediamo che questo sentimento sia determinante per essere felici e per poter avere una sana relazione di coppia. Essere tornati intimi ha significato superare la paura di essere vulnerabili e di mostrarsi sinceri l’uno verso l’altra.

Rinascita e continuità del percorso
All’inizio di questo percorso ci siamo sentiti fragili e insicuri, come quando vieni sorpreso da un temporale e non sai come ripararti. Ora, in cammino, ci sentiamo fiduciosi e sereni, come un bambino tra le braccia dei suoi genitori. Il fatto di aver capito che mollare significherebbe tornare indietro alle vecchie abitudini ci spinge a continuare il percorso intrapreso.

Conclusioni
Grazie al programma di Retrouvaille, abbiamo iniziato a parlare delle nostre difficoltà, dei nostri errori e delle nostre mancanze, a comunicarci i bisogni, le aspettative e i sentimenti mai espressi perché ritenuti scontati o poco importanti. Abbiamo cominciato ad apprezzarci vicendevolmente. Questa apertura ha influito positivamente sulla nostra relazione, aiutandoci nella ricostruzione del nostro matrimonio.

Caroline e Federico Conti (Retrouvaille Italia)

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Routine o rituale?

Di primo acchito, non è difficile distinguerli: fare colazione insieme ogni sabato, andare per mercatini la domenica, passare una settimana all’anno partecipando a qualche iniziativa spirituale per coppie. Tutte cose che possono non aver nulla di straordinario, in sé e per sé. Eppure, una cosa differenzia la routine dal rituale: l’intenzione che ci si mette.

È quanto afferma il sociologo Jean-Claude Kaufmann, specialista in dinamiche di coppia e della vita quotidiana, autore de La trame conjugale. Secondo lui, il rituale è una routine vissuta come portatrice di senso: un “momento di costruzione”, un attimo di vita più intensa che permette alle coppie di trasformare la routine in momento di gioia. La potenza del rituale viene dal fatto che «nasce da sé», con naturalità, e diventa un segno che la coppia si armonizza sulla visione della propria vita coniugale.

Routine: il rischio della ripetizione meccanica

La routine è necessaria: regola i tempi, crea stabilità, offre sicurezza. Tuttavia, se vissuta senza consapevolezza, rischia di diventare una ripetizione meccanica, priva di coinvolgimento emotivo. A volte può diventare un peso. Penso alle coppie che, dopo anni di matrimonio, continuano a cenare insieme ogni sera senza più scambiarsi parole significative, con la televisione accesa come unico sottofondo.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, mette in guardia le coppie dal pericolo di un matrimonio che diventi routine priva di amore autentico: «L’amore coniugale autentico tende sempre a crescere». Se una coppia smette di nutrire il proprio legame con gesti di cura e attenzione, rischia di vedere il proprio matrimonio inaridirsi.

Il rituale: quando la routine si riempie di significato

Il rituale, invece, è un gesto che conserva il suo valore simbolico e relazionale. Può essere una semplice abitudine, ma con un’intenzione profonda.

Ad esempio, recitare una breve preghiera insieme prima di dormire, se fatta con il cuore, non è solo un’abitudine, ma un vero e proprio rito. È un modo per affidare, giorno dopo giorno, il matrimonio nelle mani di Dio. In quei pochi minuti, ci si riconnette l’uno all’altro e, soprattutto, al Signore, che è il cuore della nostra unione.

Noi abbiamo un rituale ormai fisso da anni. Il lunedì lavoro in smart. Ne approfitto per accompagnare Luisa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ci sentiamo coppia, sentiamo che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa meta. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. È un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia.

Anche Sant’Ignazio di Loyola sottolineava l’importanza dei piccoli rituali quotidiani, affermando che essi aiutano l’anima a orientarsi verso Dio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi Spirituali). Un rituale, dunque, non è solo un atto ripetuto, ma un gesto che ci aiuta a vivere più intensamente il presente.

Come trasformare le routine in rituali di coppia

La differenza tra routine e rituale sta quindi nella consapevolezza e nell’intenzione con cui si vive un gesto quotidiano. Ma come trasformare le abitudini in momenti significativi?

  1. Dare valore al momento: Non lasciare che le azioni si svuotino di significato. Un bacio prima di uscire di casa non è solo un gesto automatico, ma un segno d’amore. Una cena insieme può diventare un momento di condivisione, spegnendo la TV e raccontandosi la giornata.
  2. Creare spazi sacri nel quotidiano: Pregare insieme, benedire la tavola prima di mangiare, ringraziare Dio per la giornata alla sera. Sono piccoli rituali che rafforzano il legame coniugale.
  3. Scegliere consapevolmente alcune tradizioni: Un’uscita fissa al mese, una passeggiata la domenica mattina, una serata a settimana dedicata solo a noi. Non per dovere, ma per desiderio di stare insieme.
  4. Lasciarsi ispirare dalla liturgia: La Chiesa stessa vive di rituali, che danno forma alla fede. Anche nella vita coniugale, le celebrazioni (anniversari, feste, momenti di preghiera) possono diventare occasioni per rinnovare il patto d’amore.

Il valore sacramentale del rituale

Nel matrimonio cristiano, il rituale assume una dimensione ancora più profonda. San Tommaso d’Aquino parlava del matrimonio come di un “sacramento vissuto”, un segno concreto della grazia di Dio. Non è un caso che la liturgia nuziale sia ricca di simboli e gesti: l’anello, la benedizione, il consenso scambiato pubblicamente. Tutto ciò ci insegna che i rituali non sono solo formalità, ma strumenti per rendere visibile l’invisibile.

Anche Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, esorta le coppie a non trascurare i gesti quotidiani che danno forza all’amore: «Non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. E come si fa? Con un piccolo gesto, con uno sguardo, con una carezza». Questo ci ricorda che i rituali possono essere semplici, ma se carichi di amore e intenzione, diventano potenti strumenti di unione.

Conclusione

Routine e rituale, dunque, non sono sinonimi. La routine è necessaria, ma senza consapevolezza può diventare un peso. Il rituale, invece, trasforma la quotidianità in una celebrazione d’amore. Sta a noi scegliere di vivere il matrimonio non come un susseguirsi di giorni uguali, ma come un viaggio in cui ogni gesto può diventare un segno d’amore e di grazia. E tu, quali rituali vivi nel tuo matrimonio?

Antonio e Luisa

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