Fiducia e intimità

Nel tempo della nostra crisi di coppia ci sentivamo soli e disperati, ma il cammino intrapreso con Retrouvaille ci ha ridato la speranza di ricostruire la nostra relazione.

La rinascita della fiducia
Abbiamo compreso che la fiducia è una delle chiavi dell’intimità. Nella nostra relazione, avere fiducia reciproca significa riuscire a condividere sentimenti, bisogni ed aspettative, anche quelli più intimi, senza il timore di essere giudicati. Impegnarci in questo percorso ha migliorato il nostro stare insieme: oggi siamo più sereni e desiderosi l’uno dell’altra, giochiamo e scherziamo, trascorriamo più tempo insieme ed abbiamo ritrovato l’intimità.

Intimità e sessualità: due concetti distinti
Abbiamo inoltre compreso che esiste una differenza tra intimità e sessualità: la prima rappresenta la condivisione dei sentimenti, mentre la seconda si manifesta come il dono reciproco dei nostri corpi in un amplesso d’amore. Questo ci ha permesso di ricominciare e ricostruire la nostra relazione attraverso piccoli gesti quotidiani e una maggiore apertura l’uno verso l’altra. Nel momento in cui ci siamo aperti reciprocamente attraverso il dialogo, la nostra comunicazione è migliorata e abbiamo cominciato a ricostruire l’intimità perduta.

Gesti quotidiani di affetto
Ad esempio, alzarci prima al mattino per avere il tempo di fare colazione insieme, salutarci con un bacio e un abbraccio, organizzare uscite solo per noi, scriverci un messaggio d’amore oppure telefonare per avvisare di un eventuale ritardo. Raccontarci la giornata soffermandoci, non tanto sui fatti accaduti, quanto sui sentimenti provati, ringraziare per le attenzioni ricevute e chiedere perdono.

Perdono e impegno reciproco
Abbiamo deciso di perdonarci vicendevolmente per le responsabilità e i comportamenti sbagliati che, in passato, avevano causato ferite e incomprensioni, per poter tornare ad avere fiducia. A questa nostra decisione immediata è seguito un periodo di grande impegno, che tuttora ci accompagna, perché le vecchie abitudini sono sempre lì, pronte a riaffiorare.

Il valore della vulnerabilità
Abbiamo deciso di darci fiducia reciproca, accantonando ogni timore. Avendo instaurato la fiducia, ci sentiamo sicuri, come la certezza del giorno e della notte. Abbiamo imparato la tecnica del dialogo e dell’ascolto e siamo riusciti a recuperare fiducia e intimità. Crediamo che questo sentimento sia determinante per essere felici e per poter avere una sana relazione di coppia. Essere tornati intimi ha significato superare la paura di essere vulnerabili e di mostrarsi sinceri l’uno verso l’altra.

Rinascita e continuità del percorso
All’inizio di questo percorso ci siamo sentiti fragili e insicuri, come quando vieni sorpreso da un temporale e non sai come ripararti. Ora, in cammino, ci sentiamo fiduciosi e sereni, come un bambino tra le braccia dei suoi genitori. Il fatto di aver capito che mollare significherebbe tornare indietro alle vecchie abitudini ci spinge a continuare il percorso intrapreso.

Conclusioni
Grazie al programma di Retrouvaille, abbiamo iniziato a parlare delle nostre difficoltà, dei nostri errori e delle nostre mancanze, a comunicarci i bisogni, le aspettative e i sentimenti mai espressi perché ritenuti scontati o poco importanti. Abbiamo cominciato ad apprezzarci vicendevolmente. Questa apertura ha influito positivamente sulla nostra relazione, aiutandoci nella ricostruzione del nostro matrimonio.

Caroline e Federico Conti (Retrouvaille Italia)

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Routine o rituale?

Di primo acchito, non è difficile distinguerli: fare colazione insieme ogni sabato, andare per mercatini la domenica, passare una settimana all’anno partecipando a qualche iniziativa spirituale per coppie. Tutte cose che possono non aver nulla di straordinario, in sé e per sé. Eppure, una cosa differenzia la routine dal rituale: l’intenzione che ci si mette.

È quanto afferma il sociologo Jean-Claude Kaufmann, specialista in dinamiche di coppia e della vita quotidiana, autore de La trame conjugale. Secondo lui, il rituale è una routine vissuta come portatrice di senso: un “momento di costruzione”, un attimo di vita più intensa che permette alle coppie di trasformare la routine in momento di gioia. La potenza del rituale viene dal fatto che «nasce da sé», con naturalità, e diventa un segno che la coppia si armonizza sulla visione della propria vita coniugale.

Routine: il rischio della ripetizione meccanica

La routine è necessaria: regola i tempi, crea stabilità, offre sicurezza. Tuttavia, se vissuta senza consapevolezza, rischia di diventare una ripetizione meccanica, priva di coinvolgimento emotivo. A volte può diventare un peso. Penso alle coppie che, dopo anni di matrimonio, continuano a cenare insieme ogni sera senza più scambiarsi parole significative, con la televisione accesa come unico sottofondo.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, mette in guardia le coppie dal pericolo di un matrimonio che diventi routine priva di amore autentico: «L’amore coniugale autentico tende sempre a crescere». Se una coppia smette di nutrire il proprio legame con gesti di cura e attenzione, rischia di vedere il proprio matrimonio inaridirsi.

Il rituale: quando la routine si riempie di significato

Il rituale, invece, è un gesto che conserva il suo valore simbolico e relazionale. Può essere una semplice abitudine, ma con un’intenzione profonda.

Ad esempio, recitare una breve preghiera insieme prima di dormire, se fatta con il cuore, non è solo un’abitudine, ma un vero e proprio rito. È un modo per affidare, giorno dopo giorno, il matrimonio nelle mani di Dio. In quei pochi minuti, ci si riconnette l’uno all’altro e, soprattutto, al Signore, che è il cuore della nostra unione.

Noi abbiamo un rituale ormai fisso da anni. Il lunedì lavoro in smart. Ne approfitto per accompagnare Luisa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ci sentiamo coppia, sentiamo che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa meta. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. È un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia.

Anche Sant’Ignazio di Loyola sottolineava l’importanza dei piccoli rituali quotidiani, affermando che essi aiutano l’anima a orientarsi verso Dio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi Spirituali). Un rituale, dunque, non è solo un atto ripetuto, ma un gesto che ci aiuta a vivere più intensamente il presente.

Come trasformare le routine in rituali di coppia

La differenza tra routine e rituale sta quindi nella consapevolezza e nell’intenzione con cui si vive un gesto quotidiano. Ma come trasformare le abitudini in momenti significativi?

  1. Dare valore al momento: Non lasciare che le azioni si svuotino di significato. Un bacio prima di uscire di casa non è solo un gesto automatico, ma un segno d’amore. Una cena insieme può diventare un momento di condivisione, spegnendo la TV e raccontandosi la giornata.
  2. Creare spazi sacri nel quotidiano: Pregare insieme, benedire la tavola prima di mangiare, ringraziare Dio per la giornata alla sera. Sono piccoli rituali che rafforzano il legame coniugale.
  3. Scegliere consapevolmente alcune tradizioni: Un’uscita fissa al mese, una passeggiata la domenica mattina, una serata a settimana dedicata solo a noi. Non per dovere, ma per desiderio di stare insieme.
  4. Lasciarsi ispirare dalla liturgia: La Chiesa stessa vive di rituali, che danno forma alla fede. Anche nella vita coniugale, le celebrazioni (anniversari, feste, momenti di preghiera) possono diventare occasioni per rinnovare il patto d’amore.

Il valore sacramentale del rituale

Nel matrimonio cristiano, il rituale assume una dimensione ancora più profonda. San Tommaso d’Aquino parlava del matrimonio come di un “sacramento vissuto”, un segno concreto della grazia di Dio. Non è un caso che la liturgia nuziale sia ricca di simboli e gesti: l’anello, la benedizione, il consenso scambiato pubblicamente. Tutto ciò ci insegna che i rituali non sono solo formalità, ma strumenti per rendere visibile l’invisibile.

Anche Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, esorta le coppie a non trascurare i gesti quotidiani che danno forza all’amore: «Non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. E come si fa? Con un piccolo gesto, con uno sguardo, con una carezza». Questo ci ricorda che i rituali possono essere semplici, ma se carichi di amore e intenzione, diventano potenti strumenti di unione.

Conclusione

Routine e rituale, dunque, non sono sinonimi. La routine è necessaria, ma senza consapevolezza può diventare un peso. Il rituale, invece, trasforma la quotidianità in una celebrazione d’amore. Sta a noi scegliere di vivere il matrimonio non come un susseguirsi di giorni uguali, ma come un viaggio in cui ogni gesto può diventare un segno d’amore e di grazia. E tu, quali rituali vivi nel tuo matrimonio?

Antonio e Luisa

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Fammi sentire la tua voce

Dopo lo sguardo arriviamo ora alla voce. Un altro canale che può trasmettere tenerezza e amore, ma anche freddezza e distacco. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce non è solo suono, ma espressione del cuore. Basta una parola detta nel tono giusto per accendere un sorriso, sciogliere una tensione o trasmettere un abbraccio invisibile.Le parole amabili sono un favo di miele, dolcezza per l’anima e salute per le ossa” (Proverbi 16,24). Ecco perché il modo in cui parliamo al nostro coniuge è essenziale nel cammino del matrimonio.

La voce rivela il cuore

Quando ascolto mia moglie al telefono, capisco subito se è serena o preoccupata. Non servono troppe parole: il tono, il ritmo, il respiro tra le frasi parlano chiaro. La voce non trasmette solo informazioni, ma racconta il mondo interiore. Don Fabio Rosini dice: “Ci sono parole che edificano e parole che distruggono. Le prime sono le uniche che appartengono a Dio”. In un matrimonio, ogni frase può essere un mattone che costruisce o un colpo che sgretola.

Dillo, e dillo con amore

Uno degli errori più grandi che si possono commettere è amare in silenzio. Quanti mariti e mogli danno per scontato l’amore che provano, senza mai esprimerlo? “Non abbiate paura della tenerezza!” diceva Papa Francesco. E la tenerezza passa anche dalla voce: un tono dolce rassicura, un complimento sincero scalda, una parola di stima fortifica.

Quante volte sottolineiamo i difetti, le mancanze, le cose fatte male? Eppure, saremmo capaci di cogliere con la stessa prontezza anche i gesti d’amore del nostro coniuge? “Chi trova una moglie trova una cosa buona, una grazia che viene dal Signore” (Proverbi 18,22). Chi trova un marito fedele, trova una benedizione. Perché non dircelo più spesso?

Le parole che un marito ha bisogno di sentire

Uomini e donne hanno sensibilità diverse, e a volte ci si fraintende senza volerlo. Care mogli, il vostro sposo ha bisogno di sentirsi apprezzato. Ha bisogno di sapere che credete in lui. La vostra fiducia lo rende più forte. “Un uomo può scalare le montagne più alte se ha accanto una donna che lo incoraggia”, scrive padre Serafino Tognetti.

Una mia amica mi raccontava di come rimproverava sempre il marito sul suo modo di pulire casa. Col tempo, però, ha iniziato a cambiare approccio. Ora lo ringrazia per l’impegno, anziché criticarlo per i dettagli. Il risultato? Lui si sente valorizzato e fa le cose con più gioia. Un piccolo cambiamento nelle parole, un grande cambiamento nel matrimonio.

Le parole che una moglie ha bisogno di sentire

E voi, mariti, quando è stata l’ultima volta che avete detto a vostra moglie che è bella? Non solo nel giorno del matrimonio, non solo in occasioni speciali. Luigi Maria Epicoco scrive: “Una donna non smette mai di aver bisogno di sentirsi scelta, desiderata, amata”. La bellezza di una sposa non è solo esteriore, ma è quella luce che brilla quando si sente amata. Non basta amarla nel cuore, bisogna dirglielo. Con parole vere, sentite, dette con dolcezza. La voce del marito può essere per la moglie come l’acqua per una pianta: la nutre, la fa fiorire, la rende radiosa.

La voce che prepara all’amore

Il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore coniugale, e mostra come la parola sia preludio alla comunione dei corpi. “Soave è la tua voce“, dice lo sposo alla sposa. Un complimento detto con calore, una frase sussurrata con affetto, sono il linguaggio che crea intimità e fiducia.

Parlarsi con amore è il miglior modo per prepararsi all’abbraccio coniugale. Quando le parole sono tenere, anche il corpo si sente accolto. Il matrimonio non è solo unione di due persone, ma di due anime che si cercano e si riconoscono anche attraverso la voce.

La parola come dono

Ogni parola detta con amore è un dono. Un dono che non costa nulla, ma che arricchisce chi lo riceve. Un matrimonio che sa parlarsi con rispetto e tenerezza è un matrimonio che cresce. Papa Giovanni Paolo II diceva: “L’amore non è solo un sentimento. È un atto di volontà che si traduce in gesti concreti”. E le parole sono tra i gesti più concreti che possiamo donare ogni giorno.

Allora, oggi, fermati un attimo e pensa: cosa puoi dire al tuo coniuge per fargli sentire il tuo amore? Non aspettare. Dillo. E dillo con il cuore.

Antonio e Luisa

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Celebrare la Diversità: il Ruolo delle Donne

Donna e Maternità: Un Dono da Accogliere e Vivere

Dire “mamma” o “donna” è, in un certo senso, la stessa cosa. Ogni donna porta dentro di sé una vocazione materna, indipendentemente dal fatto che abbia figli biologici. Essere madri è molto più di un fatto biologico: è un modo di essere, un atteggiamento del cuore. Santa Teresa di Calcutta, che di figli biologici non ne ha avuti, ha espresso questa verità con la sua vita: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore”. L’amore materno non si misura con il numero di figli, ma con la capacità di accogliere, custodire, generare vita attorno a sé.

Viviamo in una società liquida, come direbbe Zygmunt Bauman, che cerca di eliminare le differenze tra uomo e donna. Si diffonde l’idea che amare sia uguale per tutti, che uomini e donne abbiano la stessa sensibilità, gli stessi desideri, lo stesso modo di vivere la sessualità. Ma non è così. “La differenza non è un problema, ma un dono,” diceva Edith Stein, filosofa e santa. “La donna ha un’intuizione particolare, un modo unico di entrare in relazione con il mondo.” Questa differenza è essenziale: è nella diversità che nasce l’attrazione, il completamento reciproco tra uomo e donna.

Maternità e Differenza Femminile

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Sono meno donne? No, perché la maternità non si riduce alla biologia. Madre Teresa non ha partorito, ma è stata madre per migliaia di persone. La Vergine Maria non è diventata madre il giorno dell’Annunciazione, ma lo era già nel suo cuore, nella sua capacità di accogliere e donarsi. L’essere madre è una vocazione spirituale, una disposizione interiore che si esprime nell’amore gratuito e nell’accoglienza dell’altro.

Il nostro stesso corpo ci parla di questa vocazione all’accoglienza. Il DNA femminile è differente da quello maschile, e non avere il cromosoma Y fa una grande differenza. Il nostro corpo è fatto per accogliere: nell’atto d’amore, la donna accoglie dentro di sé l’uomo, nel grembo accoglie la vita. Questo comporta un coinvolgimento più profondo, non solo fisico, ma anche emotivo e spirituale.

Giovanni Paolo I definì Dio come “padre e madre”. La Bibbia usa un termine particolare per descrivere la misericordia di Dio: in ebraico, “misericordioso” si dice rahum, che deriva da rehem, ovvero “grembo materno”. La donna porta in sé questa caratteristica divina: la capacità di accogliere, proteggere e generare. Non solo figli, ma anche speranza, fiducia, amore.

La Donna nella Società e nel Lavoro

Il dibattito sulla donna divisa tra carriera e famiglia è sterile se non si parte dal riconoscimento della sua autentica vocazione. Non si tratta di scegliere tra essere madre o professionista, ma di essere pienamente donna ovunque ci si trovi. Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana nello spazio, ha affrontato critiche per essere partita per una missione lasciando i figli a casa. Ma una madre è tale ovunque sia, se vive la sua maternità con consapevolezza. Non è il ruolo sociale a definire la donna, ma il modo in cui esprime la propria femminilità.

Le aziende che penalizzano la maternità non solo danneggiano le donne, ma privano la società di un contributo essenziale. Studi dimostrano che le aziende che valorizzano il talento femminile, anche in ruoli dirigenziali, ottengono migliori risultati economici e una maggiore capacità di innovazione. Come scriveva San Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità, arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Essere donna significa portare nel mondo una bellezza unica, una capacità di amare che rispecchia quella di Dio. E per questo, con tutto il cuore, possiamo dire: Grazie a te, donna!

Antonio e Luisa

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Il Regno del Tempo Perduto

C’era una volta, nel Regno di Sempre di Corsa, una coppia di sovrani molto amati: Re Filippo e Regina Eleonora. Il loro amore era forte come le montagne che circondavano il castello, e dal loro matrimonio erano nati tre splendidi principini. Tuttavia, col passare del tempo, la loro vita si riempì di impegni: il regno aveva bisogno di loro, i figli assorbivano ogni energia, e la sera crollavano nel letto senza neanche sfiorarsi.

Un giorno, mentre passeggiava nei giardini reali, la Regina incontrò la Fata Saggia, che la osservò con un sorriso dolce ma severo. Maestà, il vostro amore è come un fiore. Se non lo innaffiate, appassirà.

Eleonora sospirò: Lo so, ma non abbiamo tempo! Il regno ha bisogno di noi, i bambini sono piccoli, gli impegni sono tanti… Alla sera siamo troppo stanchi, e alla mattina c’è sempre qualcosa di più urgente.

Saggia scosse il capo. Amata Regina, l’amore tra un uomo e una donna è come il fuoco nel camino: se non lo alimenti, si spegne. Non basta parlarsi, non basta stare insieme. Bisogna toccarsi, abbracciarsi, desiderarsi. Bisogna fare l’amore, perché è il linguaggio segreto che tiene uniti i cuori.

La Regina rimase a riflettere e corse subito da Filippo. Amore mio, la nostra unione è un dono, ma lo stiamo trascurando. Se aspettiamo il momento giusto, non arriverà mai.

Il re annuì e le prese le mani. Hai ragione. Dobbiamo trovare un modo per essere marito e moglie, non solo re e regina, non solo mamma e papà.

Così presero una decisione: avrebbero scelto dei giorni speciali in cui dedicarsi completamente l’uno all’altra. Quando i bambini erano con il precettore, avrebbero lasciato le udienze e si sarebbero ritirati nelle stanze segrete della torre dorata, lontani da tutti, per ritrovarsi come all’inizio del loro amore.

Quando il primo giorno arrivò, si resero conto di quanto ne avessero bisogno. Si abbracciarono, risero, si baciarono come una volta, e si amarono con tutto il cuore. Si sentirono di nuovo uniti, complici, e felici.

E così fecero ogni mese. Il regno non crollò, anzi: la loro unione più forte portò pace e saggezza tra il popolo. Gli abitanti di Sempre di Corsa impararono che programmare il tempo per ciò che conta non significa perdere la spontaneità, ma proteggere ciò che si ama.

E il loro amore, innaffiato con cura e passione, fiorì per sempre.

Morale: L’amore si nutre di parole, ma anche di gesti. Non aspettare che accada, scegli di renderlo vivo.

Antonio e Luisa

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Un digiuno nutriente!

Oggi è un giorno particolare per la Chiesa, è il mercoledì delle Ceneri, il primo dei quaranta giorni di cammino che ci porteranno all’evento più importante per noi cristiani: la Pasqua.

Quando si deve affrontare un evento importante, che sia un esame, una gara o una presentazione, ci si prepara accuratamente in modo da non arrivare impreparati. Questi quaranta giorni servono proprio a questo, ad arrivare alla Pasqua un po’ più allenati di quando siamo partiti, magari lasciando qualche zavorra lungo la strada. Per farlo e per tornare all’essenziale ci sono degli strumenti che ci possono aiutare, come l’ascolto della Parola, la preghiera, la carità e il digiuno. Vorrei provare a fornire qualche spunto di riflessione su quest’ultimo punto.

Il mangiare è essenziale per vivere, se non lo facciamo, il nostro corpo pian piano deperisce e moriamo: ridurre quello che ingeriamo ci ricorda che sì, il cibo è  fondamentale per noi, ma che esiste un “cibo” ancora più importante, che è quello che alimenta la nostra anima, essenzialmente l’Eucarestia e che, anche se arriviamo a conquistare il mondo, prima o poi dobbiamo lasciare questa terra. Questo vale per tutti, ma per noi sposi, è solo una questione di cibo o un’opportunità per riscoprire l’essenziale nella vita di coppia e in famiglia?

Per qualcuno può essere facile mangiare di meno e per altri un’occasione per rimettersi in forma, ora che si allungano le giornate e in previsione della prova costume di quest’estate: non conta solo il cibo, la cosa importante è diminuire/togliere qualcosa che ci costa fatica, che ci appesantisce nel cammino e che così ci permette di crescere e salire più in alto. Alcuni esempi pratici:

Il digiuno dal superfluo per fare spazio all’essenziale.

Quante volte le giornate passano tra lavoro, impegni, telefonate e social media, lasciando poco tempo per il coniuge? Digiunare, per gli sposi, può significare fare una scelta concreta: spegnere il cellulare a cena per dedicarsi a un vero dialogo, senza distrazioni. Oppure rinunciare a una serata davanti alla TV per pregare insieme, condividere un pensiero, raccontarsi la giornata con attenzione e ascolto.

Il digiuno dalle parole che feriscono.

La vita di coppia non è sempre semplice, a volte, parole dette di fretta possono ferire più di quanto ci rendiamo conto. Un digiuno quaresimale che cambia il cuore potrebbe essere imparare a trattenere una critica, un commento sarcastico, una parola di troppo, scegliendo invece di rispondere con pazienza e amore. Ad esempio, se il marito lascia ancora una volta la tavoletta del bagno alzata, invece di sbottare, la moglie potrebbe semplicemente abbassarla e offrirgli un sorriso. Viceversa, il marito potrebbe scegliere di ringraziare, anziché dare per scontato il lavoro e le attenzioni della moglie.

Il digiuno dall’egoismo: servire l’altro con amore.

Digiunare significa anche privarsi di qualcosa per il bene dell’altro. Che bello sarebbe se, in questa Quaresima, ogni sposo facesse un piccolo gesto concreto per alleggerire la giornata dell’altro! Un marito che si alza dieci minuti prima per preparare il caffè alla moglie, una moglie che sceglie di ascoltare il marito prima di raccontare la sua giornata, un coniuge che accetta di fare un’attività che all’altro piace, anche se non è la sua preferita. Piccole cose, ma che cambiano il cuore!

Il digiuno dalla chiusura: aprirsi al bisogno degli altri.

La Quaresima non è solo un cammino personale, ma anche comunitario, gli sposi sono chiamati a vivere la carità insieme. Perché non trasformare un’uscita al ristorante in un’offerta per una famiglia in difficoltà? O scegliere di visitare una persona sola piuttosto che passare un pomeriggio tra negozi? Insegnare ai figli a condividere un giocattolo con un bambino che non ce l’ha è un modo concreto per trasmettere loro il valore della carità.

Un piccolo accenno anche per chi si trova come me nella situazione di separazione o divorzio: anche in questo caso, nonostante siamo un po’ abituati a digiunare dalla presenza del coniuge negli aspetti fisici e relazionali, possiamo sempre trovare degli aspetti da modificare e migliorare. Ad esempio, proprio ieri sera avrei potuto commentare un sms di mia moglie relativo al comportamento di una figlia, ricordandole che ha proprio preso da lei, ma, dopo essermi morso la lingua, non ho scritto nulla.

Questa Quaresima può diventare per gli sposi un tempo di rinnovamento, non solo personale, ma soprattutto di coppia. Il digiuno non è solo una rinuncia, ma un’opportunità per fare spazio all’amore reciproco.

Scegliamo oggi di iniziare questo cammino con piccoli gesti che ci avvicinano a Dio e tra di noi, vivendo la quotidianità come luogo privilegiato di santificazione e testimonianza cristiana; alla fine, scopriremo che la Pasqua non sarà solo una festa da celebrare, ma una resurrezione del nostro amore sponsale.

Quindi, buon digiuno e buona Quaresima!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La Pornografia Corrompe lo Sguardo

Nel capitolo precedente abbiamo approfondito uno dei modi più immediati per esprimere tenerezza attraverso il corpo: lo sguardo. In questo capitolo, invece, affronteremo il più grande ostacolo alla formazione di uno sguardo capace di amare con autenticità e tenerezza: la pornografia. A tal proposito, diamo la parola a Luca Marelli, Presidente dell’associazione PURIdiCUORE. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso (…) incantevole” (Cantico 2,14)
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.” (Genesi 2,25)

Quando lo sguardo dell’uomo sulla donna e quello della donna sull’uomo possono posarsi sui corpi, così come Dio li creò, senza vergogna? Il Cantico dei Cantici descrive lo sguardo puro delle origini, ma oggi, in che circostanze può accadere? Vorrei riflettere sui momenti in cui lo sguardo sul corpo è libero dalla vergogna, analizzare come la pornografia lo corrompa e indicare possibili vie per recuperare e custodire la purezza dello sguardo e del cuore.

Lo sguardo puro tra i coniugi

Nell’intimità coniugale, si può vivere l’esperienza di uno sguardo che percepisce l’altro come dono, “come era in principio”. Questo sguardo può avvenire anche nella quotidianità, ad esempio quando ci si spoglia per andare a dormire o ci si riveste al mattino, contemplando il volto e il corpo del coniuge con gratitudine.

L’amore autentico non è un possesso, ma un dono che si rinnova nel tempo”, scrive Luigi Maria Epicoco. Questo sguardo puro è frutto della Grazia di Dio, che si inserisce nell’esperienza quotidiana grazie a un percorso di educazione del cuore, della mente, delle emozioni e del corpo.

Lo sguardo inquinato

Quali ostacoli si frappongono all’azione della Grazia? Immaginiamo un giovane che, per curiosità e ricerca di piacere, fa uso regolare di pornografia, associandola anche a pratiche autoerotiche sporadiche. Questo comportamento, seppur vissuto nel segreto, con il tempo si ripete, radicandosi nella sua vita.

Il cervello, come ci insegna la neuroscienza, è plastico: l’abitudine alla pornografia modifica il modo di percepire l’altro. Un giovane che inizia un fidanzamento con principi morali sani, ma con uno sguardo inquinato da ore di immagini sessualizzate, fatica a vivere la purezza. Nel matrimonio, atteso come “la liberazione”, può scoprire una fame insaziabile, che rende difficili persino le normali richieste di continenza periodica.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita che condizionano il nostro comportamento. L’uso della pornografia può diventare un copione inconsapevole che distorce il significato della sessualità, alimentando un bisogno compulsivo invece di un desiderio autentico di donarsi.

Con il tempo, il corpo del coniuge potrebbe non bastare più: si cercano artifici e stimoli esterni per accendere un piacere che in realtà è lussuria. La lussuria, come afferma Epicoco, “nasce quando si pretende di possedere ciò che invece dovrebbe essere accolto come dono”.

Un cammino di guarigione

La mia esperienza personale conferma questo percorso. Dopo anni di dipendenza dalla pornografia, a quasi cinquant’anni ho riconosciuto la mia schiavitù e ho iniziato un cammino di recupero. Il percorso ha richiesto tempo e non è stato privo di ricadute, ma ho affrontato tre aspetti fondamentali della dipendenza: fisico, emotivo e spirituale.

Nel 2012, attraverso la psicoterapia, ho compreso come le dinamiche del passato influenzassero il presente. Nel luglio 2014, un evento inatteso mi ha portato a riscoprire l’Amore di Dio, grazie a un’effusione dello Spirito Santo. Questo risveglio spirituale è diventato parte della mia vita quotidiana nella preghiera.

Fondamentali per la mia sobrietà sono stati:

  • Il sostegno di un gruppo di recupero, con cui ho condiviso un cammino di mutuo aiuto.
  • Il rinnovamento della vita spirituale, che mi ha fatto riscoprire il mio essere figlio amato di Dio.
  • L’impegno nel custodire lo sguardo, per non alimentare immagini distorte che inquinano il cuore.

La purezza dello sguardo non è negare la bellezza, ma imparare a vederla come un segno di Dio e non come un oggetto di consumo” (Epicoco).

Recuperare la purezza dello sguardo

In cosa consiste l’uso della pornografia? Nel posare lo sguardo su corpi estranei, dissociati dalla persona, ridotti a strumenti di piacere. Questo uso spezza l’unità tra corpo, mente e anima, trasformando il piacere in una dipendenza e alterando la percezione della sessualità come dono reciproco tra coniugi.

Usare pornografia è come amputarsi le gambe: non entrambe in un colpo solo, ma un po’ alla volta. Ci si rende conto, con il tempo, che anche nella quotidianità lo sguardo è contaminato e la realtà viene filtrata da fantasie autoindulgenti.

Ma la guarigione è possibile. Anche chi si è smarrito può ritrovare il cammino, grazie alla Grazia di Dio. Questo percorso richiede tre elementi essenziali:

  1. Cura psicologica per comprendere e smantellare i meccanismi della dipendenza.
  2. Il sostegno di un gruppo per spezzare la solitudine e la vergogna.
  3. Il rinnovamento spirituale per scoprire il vero significato dell’amore.

Con la preghiera, la meditazione e la disponibilità a rialzarsi dopo ogni caduta, lo sguardo sull’amato può tornare a essere quello puro delle origini. Solo allora si può dire l’uno all’altra: “Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Cantico 5,1).

Antonio e Luisa

Beati siete Voi, Sposi Pellegrini

Carissimi sposi e carissime famiglie, come saprete, da poco siamo entrati nell’Anno Santo del Giubileo.

Sicuramente, quando pensiamo all’ anno giubilare ci viene subito in mente l’immagine della Chiesa chiamata a mettersi in cammino, in pellegrinaggio; una Chiesa itinerante nel tempo e nella storia. Del resto tutta la nostra vita non è che una metafora del viaggio.

La parola pellegrinaggio, nel suo significato etimologico deriva dal termine latino peregrinus, a sua volta composto da per+ager cioè attraverso i campi. Contiene quindi, in modo implicito, il significato di intraprendere un viaggio o perché si è costretto o per scelta. Per i campi va colui che non abita in città, è quindi straniero, colui che non è a casa propria e si trova costretto a pellegrinare.

Il pellegrinaggio però può nascere da una scelta personale, data da una precisa motivazione spirituale. In tal caso, chi parte non è costretto a una condizione sfavorevole estrema ma si fa straniero, assumendo fatiche e rischi interiori e materiali pur di raggiungere l’obiettivo spirituale o penitenziale.

Quando ci si mette per via ci si stacca dalla propria casa e dalle proprie cose, si sceglie di portare sulle spalle solo ciò che davvero serve e si tralascia ciò che rende pesante il cammino.

Soffermandoci sul pellegrinaggio cristiano vediamo che esso comporta diversi momenti che definiamo “interiori”: la decisione di partire, la partenza, l’itinerario, l’arrivo alla meta e il ritorno a casa.

Il primo momento, quello della decisione, è il momento più importante dal quale poi dipende tutto il resto. Esso dovrebbe coincidere con il desiderio di convertirsi e andare più decisamente verso Dio. Una decisione simile a quella di Gesù che si dirige “decisamente” verso Gerusalemme (Lc 9,51). Tale momento di decisione può essere comunitario, familiare o personale, e comunque finalizzato a far nascere dentro ogni persona il desiderio profondo di pellegrinare nel senso vero della parola, per non rischiare di ridurre il pellegrinaggio a un viaggio turistico come tanti.

Ecco che, guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, come sposi cristiani e pellegrini, vogliamo condividere con voi durante tutto quest’anno giubilare le Beatitudini che scaturiscono dall’intraprendere insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare.

PRIMA BEATITUDINE:

“BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, QUANDO SCOPRITE CHE CAMMINARE INSIEME VI APRE GLI OCCHI A QUELLO CHE DA SOLI NON VEDETE”

Ma non è questo è il matrimonio? Il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che abbiamo tra noi e ciò lo portiamo avanti facendo riconoscere all’altro la bellezza della reciprocità delle differenze.

Certamente non è un cammino facile, senza conflitti. Non sarebbe umano. È un viaggio invece impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita reale.

Vi invitiamo allora a decidervi di partire insieme, chiedendo al Signore che “Illumini gli occhi del vostro cuore, affinché sappiate a quale speranza vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi riserva tra i santi”(Ef 1,18), per attraversare il vostro matrimonio con speranza!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

L’intelligenza emotiva nel matrimonio cristiano

Nel cammino del matrimonio, l’amore non è fatto solo di emozioni intense e momenti straordinari, ma anche di una quotidianità che richiede pazienza, ascolto e crescita reciproca. La maggior parte delle coppie si sposa con il desiderio di vivere una relazione bella e feconda, ma poi le cose non funzionano. Perché? Una delle chiavi per vivere un’unione stabile e feconda è l’intelligenza emotiva, ossia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle del coniuge.

L’intelligenza emotiva: una risorsa per il matrimonio

Daniel Goleman, psicologo che ha reso popolare il concetto di intelligenza emotiva, afferma: “Le persone con un’elevata intelligenza emotiva sono in grado di gestire meglio le relazioni, poiché sanno comprendere le proprie emozioni e quelle altrui”. Questo principio si applica perfettamente alla vita coniugale: chi impara a riconoscere e gestire le proprie emozioni evita incomprensioni, risentimenti e conflitti distruttivi. Nel contesto della relazione matrimoniale, l’intelligenza emotiva si manifesta in tre aspetti fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé: sapere cosa proviamo, comprendere le nostre reazioni emotive e saperle esprimere in modo sano e costruttivo.
  2. Empatia: saper leggere e comprendere le emozioni del coniuge, mettendosi nei suoi panni senza giudicare.
  3. Gestione delle emozioni: imparare a rispondere alle emozioni negative con maturità, evitando reazioni impulsive e dannose per la relazione.

L’analisi transazionale: gli stati dell’Io nel matrimonio

Ne ho già parlato diverse volte, ma meglio ribadire il concetto. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha individuato tre stati dell’Io che condizionano le relazioni: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Nel matrimonio, questi stati influenzano profondamente la comunicazione tra i coniugi.

  • Lo stato Genitore porta a giudicare, criticare o proteggere eccessivamente il coniuge.
  • Lo stato Bambino reagisce con emozioni impulsive, come rabbia, paura o euforia.
  • Lo stato Adulto cerca di comprendere la realtà con obiettività e maturità, gestendo le emozioni con equilibrio.

Un matrimonio sano si basa su un dialogo prevalentemente Adulto-Adulto, in cui entrambi i coniugi si ascoltano e rispondono in modo maturo, senza cadere in dinamiche di critica, manipolazione o dipendenza emotiva.

L’intelligenza emotiva alla luce della teologia cattolica

La teologia cristiana offre una prospettiva profonda sull’importanza della maturità emotiva nella relazione di coppia. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32). Questa esortazione implica un lavoro interiore sulle proprie emozioni, che non devono essere negate, ma comprese e trasformate in gesti di amore e misericordia.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, sottolinea che “la famiglia cristiana è chiamata a una continua conversione, che implica anche la crescita nell’amore maturo e responsabile”. Ciò significa che l’amore coniugale non è solo un sentimento, ma una decisione quotidiana che coinvolge mente, cuore e volontà.

Strumenti pratici per coltivare l’intelligenza emotiva nel matrimonio

  1. Ascolto attivo: imparare ad ascoltare il coniuge senza interrompere o giudicare, ma cercando di comprendere ciò che realmente prova.
  2. Gestione della rabbia e dei conflitti: invece di reagire impulsivamente, è utile prendersi un momento per riflettere prima di rispondere.
  3. Espressione dei bisogni e delle emozioni: dire al coniuge cosa si prova in modo chiaro e rispettoso, senza accusare o manipolare.
  4. Preghiera e vita spirituale condivisa: la preghiera aiuta a trasformare le emozioni negative e ad attingere alla grazia per amare con un cuore rinnovato.

Conclusione

L’intelligenza emotiva non è un’abilità innata, ma un cammino di crescita personale e coniugale che si costruisce giorno dopo giorno. Integrare la consapevolezza emotiva con la saggezza della fede cristiana permette di vivere il matrimonio come un’alleanza d’amore autentica e duratura. Come diceva San Francesco di Sales: “Un santo triste è un triste santo”. Questo vale anche per il matrimonio: un coniuge emotivamente maturo, capace di gestire con serenità le difficoltà, costruisce una relazione più forte, serena e felice.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Perché scelgo sempre l’uomo sbagliato?

Pochi giorni fa ci ha scritto una ragazza. Ci ha raccontato della propria sofferenza. Trova sempre uomini sbagliati con cui soffre e non conclude mai nulla. Si sente fallita e si chiede perché le vada sempre male. Vorrebbe un uomo diverso che la amasse davvero. Che è un desiderio sano ma perchè poi non succede? Solo sfortuna? La fortuna è cieca, invece le nostre ferite ci vedono benissimo. Questa ragazza vive una situazione molto comune. Questa ragazza cerca volutamente (ma non consapevolmente) ragazzi che la trattino in quel modo. Cosa intendo? Ora provo a spiegarlo.

L’Analisi Transazionale di Eric Berne ci insegna che ognuno di noi costruisce, fin dall’infanzia, un copione di vita, ovvero una storia inconscia che guida le nostre scelte, relazioni e comportamenti. Questo copione nasce dalle esperienze precoci, dai messaggi impliciti dei genitori e dal modo in cui ci siamo adattati al mondo per ottenere amore e riconoscimento. Se il nostro copione è sano, sceglieremo relazioni funzionali; se invece è disfunzionale, tenderemo a ripetere schemi di sofferenza, anche nelle scelte affettive. Ma perché ci accade questo?

Don Luigi Maria Epicoco ci offre una chiave di lettura profonda: “Non scegliamo sempre ciò che è giusto per noi, ma ciò che ci è familiare. E spesso la familiarità è il luogo dove il nostro cuore è stato ferito.”

La nostra mente cerca conferme, non verità. Se siamo cresciuti in un ambiente dove l’amore era condizionato, dove l’affetto si otteneva a prezzo di sacrifici, tenderemo a scegliere partner che ricreano quel medesimo scenario, pur soffrendone. È come se il nostro inconscio cercasse di risolvere, attraverso la ripetizione, un enigma mai davvero affrontato.

Il ruolo dei messaggi genitoriali e dei giochi psicologici

L’Analisi Transazionale individua tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Il nostro copione è alimentato soprattutto dai messaggi genitoriali interiorizzati, che possono essere sia positivi che limitanti. Frasi come “Non fidarti degli altri”, “Devi sempre dimostrare il tuo valore”, “L’amore è sofferenza” modellano le nostre scelte, portandoci a confermare ciò che abbiamo imparato da piccoli.

In questo processo, spesso mettiamo in atto giochi psicologici: schemi ripetitivi di relazione in cui alterniamo ruoli di Vittima, Persecutore e Salvatore. Ad esempio, chi ha vissuto con un genitore emotivamente distante potrebbe scegliere un partner freddo, nella speranza inconscia di riuscire finalmente a “scaldarlo”, riscattando così la propria infanzia. Ma il risultato è quasi sempre lo stesso: il copione si ripete, confermando la nostra sofferenza anziché liberarcene.

Epicoco lo descrive con lucidità: “Dio non ci vuole incatenati a una storia che si ripete all’infinito, ma liberi di riscriverla con il Suo aiuto. Eppure, a volte preferiamo il dolore conosciuto alla libertà sconosciuta.”

Come spezzare il copione e scegliere diversamente

Uscire da un copione disfunzionale richiede consapevolezza e volontà di cambiamento. L’Analisi Transazionale suggerisce tre passi fondamentali:

  1. Riconoscere il copione – Interrogarsi sui propri schemi relazionali, individuare i messaggi limitanti ricevuti e capire come questi influenzano le nostre scelte.
  2. Attivare l’Io Adulto – Il cambiamento avviene quando smettiamo di reagire automaticamente (da Bambino o da Genitore interiorizzato) e iniziamo a decidere consapevolmente, facendo scelte nuove e più sane.
  3. Accogliere la Grazia del cambiamento – Da un punto di vista spirituale, Epicoco ci ricorda che il cambiamento non è solo uno sforzo umano: “Convertirsi significa accettare di essere amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. È l’amore ricevuto gratuitamente che ci permette di uscire dai copioni di sofferenza.”

La necessità di un sostegno psicologico oltre alla fede

Molti cristiani credono che la preghiera e la fede siano sufficienti per guarire dalle ferite emotive e dai copioni disfunzionali. Tuttavia, pur essendo la fede un elemento fondamentale di sostegno e speranza, è essenziale anche un percorso psicologico adeguato. La grazia divina opera nella nostra vita, ma Dio stesso ci invita a usare tutti gli strumenti a nostra disposizione per crescere e guarire.

Epicoco sottolinea: “La fede non è una bacchetta magica che cancella il dolore, ma una luce che ci guida nel processo di guarigione. E a volte, per guarire davvero, abbiamo bisogno anche di qualcuno che ci accompagni nel cammino.”

Affidarsi a un terapeuta, esplorare le proprie dinamiche interiori e imparare strumenti psicologici di gestione delle emozioni non significa avere poca fede, ma accogliere il dono della conoscenza e della cura. La psicologia e la spiritualità non sono in opposizione, ma possono integrarsi per offrire un percorso di liberazione più completo.

Conclusione

Tendiamo a scegliere chi conferma il nostro copione perché la mente umana preferisce il conosciuto, anche se doloroso. Ma questa non è una condanna. Possiamo interrompere i cicli di sofferenza attraverso la consapevolezza, la crescita interiore e, per chi crede, l’apertura alla grazia divina. Come ci ricorda Epicoco: “L’amore vero non è ripetizione del passato, ma un’apertura nuova, capace di sorprenderci.”

Forse il primo passo per cambiare è proprio questo: permettere alla vita di sorprenderci, scegliendo finalmente con il cuore libero e con il giusto supporto, sia spirituale che psicologico. Ne approfitto – non per fare pubblicità a un workshop ma per condividere un percorso che mi ha fatto davvero bene – per pubblicizzare il weekend Cambiamente, organizzato dagli amici di Amati per Amare. Vi lascio il link.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Lo sguardo: il linguaggio d’amore più immediato

Oggi affrontiamo lo sguardo. Lo sguardo è il modo più immediato per esprimere amore. Anche il Cantico dei Cantici lo evidenzia in diversi passaggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Lo sguardo tra due sposi è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parole: basta un’occhiata per capirsi profondamente. Dopo anni di matrimonio, lo sguardo diventa un dialogo silenzioso che comunica tutto: tristezza, gioia, stanchezza, desiderio, attrazione. Lo sguardo arriva prima di ogni gesto, può avvicinare o allontanare, può far sentire l’altro amato o respinto. San Giovanni Paolo II ci ricorda che: “L‘uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli è rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Redemptor Hominis). Nel matrimonio, lo sguardo è la prima forma di partecipazione a questo amore.

Uno sguardo che rivela bellezza

Se ci si conosce profondamente, uno sguardo dice tutto. Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Per mantenere uno sguardo limpido e sincero sulla propria sposa, bisogna educarlo, proteggendolo da immagini degradanti che trasformano le persone in oggetti. Papa Francesco ci mette in guardia: “L’amore ha bisogno di tempo e di spazio; tutto il resto è strumentale all’amore vero, che rispetta e riconosce la dignità dell’altro” (Amoris Laetitia).

Se lo sguardo è nutrito di rispetto e tenerezza, la sposa vedrà nei tuoi occhi la propria bellezza e non il desiderio egoistico di possederla.

Guardarsi per ritrovarsi

Uno sguardo che nasce dal profondo, arricchito dall’amore e dalla tenerezza vissuti, fa sentire la sposa bellissima e permette al marito di meravigliarsi ogni giorno della sua donna. Don Oreste Benzi scrive: “Sentirete, guardandovi negli occhi, di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona“.

Per questo, ogni tanto, è utile fermarsi e fare un esercizio di meraviglia reciproca:

  1. Prendetevi qualche minuto solo per voi.
  2. Sedetevi l’uno di fronte all’altra, abbastanza vicini da potervi sfiorare.
  3. Guardatevi: osservate il viso, il corpo, i segni del tempo. Non distogliete lo sguardo.
  4. Riempitevi della bellezza dell’altro.
  5. Ripetete dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici: “Quanto sei bella, amica mia, quanto sei bella!” “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!”

Se non ci riuscite, forse avete bisogno di ritrovare un’intesa perduta e di imparare nuovamente il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo. Don Luigi Maria Epicoco ci incoraggia a farlo: “Amare significa riconoscere l’altro e lasciarsi riconoscere. Non c’è niente di più grande di due sguardi che si incontrano e si riconoscono, perché in quell’attimo l’amore prende corpo“.

Lasciamo che il nostro sguardo diventi una preghiera silenziosa, capace di esprimere l’amore di Dio dentro la nostra vocazione matrimoniale.

Antonio e Luisa

Processo di nullità: un servizio alla salus animarum

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel recente Discorso alla Rota Romana del 2025, ci offrono un punto di partenza fondamentale per riflettere sulla grandezza e sulla responsabilità del matrimonio cristiano. Egli ci ricorda che la famiglia è il riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità (cfr. Amoris Laetitia, 11) e che l’indissolubilità del matrimonio non è un peso imposto, ma un dono, una promessa di Dio che rende possibile la fedeltà tra i coniugi.

L’indissolubilità: un dono divino, non solo un impegno umano

L’indissolubilità matrimoniale è spesso percepita come un ideale da raggiungere con fatica, una prova di resistenza. In realtà, come sottolinea Papa Francesco, essa è prima di tutto un dono: è la partecipazione a una fedeltà che ha la sua origine in Dio stesso. San Giovanni Paolo II, nel suo Discorso alla Rota Romana del 2002, affermava che ogni decisione giusta sulla validità o nullità di un matrimonio è un contributo alla cultura dell’indissolubilità. Questa cultura non è semplicemente un insieme di regole da seguire, ma una verità che illumina la vita e la vocazione dei coniugi.

San Tommaso d’Aquino insegnava che il matrimonio è un sacramento in quanto segno dell’unione tra Cristo e la Chiesa (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 1). Se Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, il vincolo matrimoniale, sigillato nella grazia, partecipa di questa stessa indissolubilità. L’amore coniugale, quindi, non è solo una realtà umana, ma un’icona vivente di un amore più grande, che trova in Dio la sua fonte e il suo modello.

Il discernimento sulla validità del matrimonio: un servizio alla verità

Se da un lato l’indissolubilità è un dono, dall’altro la Chiesa ha anche il dovere di discernere se un matrimonio sia stato effettivamente contratto validamente. Questo non è un atto di rigidità burocratica, ma un servizio alla salus animarum, la salvezza delle anime, come ha sottolineato il Papa.

Sant’Agostino ci ricorda che “la verità non muta secondo il nostro volere, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci ad essa” (Confessioni, X, 23). Accertare se un matrimonio sia stato validamente contratto significa aiutare i fedeli a vivere nella verità della loro situazione. Se un matrimonio è nullo, riconoscerlo non significa negare l’indissolubilità, ma piuttosto confermarla: solo ciò che è stato realmente unito da Dio è indissolubile. Un’unione viziata da impedimenti o da un consenso difettoso non può essere considerata autentico matrimonio sacramentale.

San Giovanni Paolo II, nella sua allocuzione alla Rota Romana del 1990, avvertiva del pericolo di due estremi opposti: da un lato, un lassismo che svuota di significato il matrimonio dichiarandolo nullo con troppa facilità; dall’altro, un rigorismo che impedisce di riconoscere situazioni in cui effettivamente non vi è stato un vero consenso matrimoniale.

Un cammino di verità e misericordia

Discernere la validità di un matrimonio richiede una grande delicatezza. Si tratta di un compito che richiede non solo competenza giuridica, ma anche una profonda sensibilità pastorale. Ogni persona che si avvicina a un tribunale ecclesiastico porta con sé sofferenze, dubbi, speranze. Come scriveva il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI: “La verità senza amore è cieca, ma l’amore senza verità è vuoto” (Caritas in Veritate, 3).

La Chiesa non può rinunciare alla verità sull’indissolubilità del matrimonio, perché essa è parte della sua missione. Tuttavia, deve sempre annunciarla con amore, accompagnando le persone nel loro cammino, aiutandole a scoprire la bellezza della vocazione matrimoniale e, quando necessario, riconoscendo con giustizia e carità eventuali situazioni di nullità.

Conclusione

L’indissolubilità del matrimonio non è una catena che imprigiona, ma un dono che libera, perché è fondata sulla fedeltà di Dio. Al tempo stesso, il discernimento sulla validità del matrimonio è un servizio alla verità e alla salvezza delle anime. Solo nella luce della verità si può costruire una cultura matrimoniale che sia veramente cristiana, capace di testimoniare al mondo la bellezza e la forza dell’amore coniugale.

San Francesco di Sales diceva: “La verità che non è caritatevole viene dalla crudeltà; la carità che non è vera viene dalla debolezza”. La Chiesa, nel suo discernimento matrimoniale, è chiamata a tenere insieme verità e misericordia, perché solo così potrà davvero servire il Vangelo dell’amore coniugale.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Affrontare le crisi: Rompere il copione delle relazioni

Siamo Pietro e Orietta. Durante una vacanza estiva comunitaria abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra e, dopo qualche anno di fidanzamento, abbiamo deciso di sposarci.

La Scoperta dell’Amore
Ci sentivamo certi della nostra scelta, come alpinisti pronti a iniziare una difficile salita sapendo di avere tutto l’occorrente nello zaino. Tuttavia, lungo il percorso ci siamo accorti che ognuno di noi portava nello zaino elementi diversi, frutto delle esperienze vissute nelle famiglie di origine.

Le Nostre Radici Familiari

Il Mio Percorso: Pietro
Io, Pietro, ero figlio unico. I miei genitori, lavorando in proprio, erano molto impegnati nella loro attività. Mia mamma sembrava ricordarsi di me quasi esclusivamente per darmi ordini. Sicuramente mi volevano bene, ma non lo dimostravano, perché per loro era scontato: trasmettere sentimenti non era necessario. Non ricordo gesti di tenerezza tra di loro. Per fortuna, viveva con noi mia nonna materna, che si faceva in quattro per me, facendomi sentire al centro del mondo. Ero combattuto tra il sentirmi insignificante e il considerarmi un principe. Nel mio matrimonio, come conseguenza di quanto vissuto nella mia famiglia di origine, ho portato con me insicurezza, egocentrismo e una certa freddezza nell’esprimere i sentimenti. Inoltre, non mi accorgevo che mia mamma, rimasta vedova, applicava nei rapporti con mia moglie la stessa modalità impositiva e invadente che era solita usare con me.

Il Mio Percorso: Orietta
Io, Orietta, mi sono resa conto di aver portato con me la stessa modalità che mia mamma usava con mio papà, creando difficoltà nella nostra relazione, ovvero la mia tendenza a impormi con Pietro, dicendogli cosa doveva o non doveva fare. Mio papà era un gran lavoratore e, in questo modo, esprimeva il suo amore, anche se non gliel’ho mai sentito dire. Passava molto tempo fuori casa, delegando a mia mamma la gestione della casa e delle figlie. Lei, casalinga, era presente fisicamente, ma non affettivamente, ed era molto rigida nell’educazione di noi figlie. Sicuramente ci voleva bene, ma anche lei, ai miei occhi, non lo sapeva dimostrare: tra di loro non esisteva una vera relazione. Il grande bisogno di sentirmi amata e considerata non ha trovato nella mia famiglia di origine la soddisfazione che cercavo. Non mi consideravo abbastanza brava; mia mamma, pur pretendendo il massimo, non mi gratificava. Così ho sviluppato insicurezza e ho pensato che solo compiacendo gli altri mi sarei fatta amare.

La Crisi e la Rinascita
Durante la nostra vita insieme questi aspetti – che ognuno di noi riteneva normali e assodati per sé, ma sbagliati nel coniuge – hanno contribuito a generare una pesante crisi, portandoci quasi alla separazione. Prima che ciò potesse accadere, un’amica ci ha parlato del programma Retrouvaille. All’interno di questo percorso abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la nostra relazione di coppia, partendo anche dalle esperienze nelle nostre famiglie d’origine. Tale scoperta ci ha permesso di accoglierci maggiormente, rendendoci conto che i comportamenti che ci infastidivano non erano dettati da malanimo nei confronti dell’altro. Questa consapevolezza ci ha reso, inoltre, un po’ più capaci di comunicare i sentimenti spiacevoli che tali atteggiamenti provocavano, dandoci, almeno tentativamente, la possibilità di modificarli.

Nel tempo ci siamo anche resi conto di essere, a nostra volta, una famiglia di origine per i nostri figli. Questo fatto, invece di spaventarci per quanto involontariamente potremmo aver trasmesso loro un modello non adeguato, ci ha reso più certi dell’utilità dell’esperienza che stiamo vivendo in Retrouvaille.

Guardando al Futuro
Non è facendo finta di essere perfetti che possiamo aiutare i nostri figli, ma dimostrando loro che non ci si deve arrendere e che, dietro ogni persona, c’è un’esperienza originaria che, una volta compresa, può essere usata in modo costruttivo.

Pietro e Orietta (Retrouvaille Italia)

Essere Con. Anche nella Separazione

Mi sono imbattuto in questa frase di Jean‑Luc Nancy che mi ha fatto molto riflettere: “Una singola entità non può essere portatrice di significato; è solo attraverso l’essere-con, solo attraverso la presenza dell’altro che il significato è possibile.

Il Concetto di “Essere‑Con”
Jean‑Luc Nancy (filosofo francese, morto nel 2021), pur non essendo stato un credente praticante una religione, ha scritto qualcosa che reputo profondamente vero: l’essere è intrinsecamente un essere‑con, nel senso che l’esistenza individuale è sempre in relazione con gli altri. Secondo Nancy, il significato e l’identità emergono attraverso la co‑esistenza e l’interazione con l’altro, piuttosto che da un’entità isolata.

La Fedeltà nel Matrimonio Cristiano
Questa visione filosofica, che insiste sull’essenza relazionale dell’essere, trova una risonanza profonda nel Sacramento del matrimonio, dove il “con” diventa un elemento non accessorio, ma essenziale. Infatti, la persona che mi è complementare, sia a livello fisico/biologico/sessuale sia mentale/sentimentale, dà significato e spiegazione alla mia identità ed esistenza. Senza l’esistenza della donna non saprei di essere maschio, non conoscierei le differenze e, di conseguenza, le mie caratteristiche; non capirei la funzione dei miei genitali e, così via, fino ad arrivare al modo di ragionare e di prendere decisioni. È l’essere‑con che genera vita e fecondità a tutti i livelli.

Relazioni Orizzontali e Verticali
Il fondamento concreto dell’essere‑con, nel matrimonio cristiano, è la fedeltà. È nella fedeltà che la relazione tra due sposi acquista consistenza e significato: un amore che non si limita a un’emozione passeggera o a un’utilità reciproca, ma si radica nella scelta libera e consapevole di donarsi completamente l’uno all’altro in ogni circostanza della vita. La fedeltà diventa, dunque, un atto di custodia della relazione, proteggendo e alimentando quella comunione di vita e amore che non si esaurisce in un solo istante, ma si costruisce giorno dopo giorno. Essa è il modo concreto con cui gli sposi continuano a dire “sì” l’uno all’altro, anche nelle difficoltà, negli imprevisti e nelle fragilità che il tempo porta con sé.

Parallelamente alla relazione orizzontale con il coniuge, di cui possiamo fare esperienza anche a livello corporeo, deve esistere, anzi prima di tutto, una relazione verticale con Dio. Questa si manifesta ogni volta che partecipiamo alla Santa Comunione o ci mettiamo in adorazione: essere‑con Dio dà significato alla mia vita, facendomi comprendere chi sono, da dove vengo e dove andrò.

Il Legame Esclusivo e Sacramentale
L’essere umano non è fatto per l’isolamento, ma per la comunione. Non esiste una vocazione cristiana che non coinvolga uno sposo terreno oppure lo Sposo: anche le scelte di clausura non possono durare senza una relazione che riempia la vita e dia significato. Nell’ambito delle coppie, l’essere‑con non è un legame che può contemplare più persone, ma solo una: è un rapporto esclusivo, quello che ci fa scegliere la persona con cui vogliamo trascorrere tutta la vita. Ricordo ancora il momento in cui mi sono innamorato di mia moglie: avrebbe potuto passare anche Miss Mondo, ma io avevo solo lei nel mio cuore. Anche ora, quando viviamo fisicamente separati, non posso ipotizzare che questo legame sia venuto meno o pensare di potermi ritrovare in un’altra donna. In realtà, mai come ora ho avuto una così profonda consapevolezza della mia identità di marito, padre e, soprattutto, figlio di Dio.

Posso scegliere di ignorare questa realtà, di chiudere il cuore alla Grazia che scaturisce dal Sacramento, ma il legame sacramentale rimane. Esso non dipende dal mio stato d’animo, dalle mie fragilità o dalle circostanze avverse: è un dono che mi supera e che mi chiama a guardare oltre me stesso. Posso anche essere abbandonato da tutti, ma nessuno potrà bloccare o limitare il mio amore verso gli altri e verso Dio. Si tratta solo di dare la precedenza alla relazione sull’individualismo.

L’Amore che si Rinnova e il Rispetto Reciproco
L’amore si rinnova ogni giorno nell’essere‑con l’altro, anche quando la vita porta il peso della sofferenza e della separazione. Questo avviene, per esempio, attraverso la preghiera per l’ex coniuge e offrendo la propria vita come segno di amore fedele. L’essere‑con si esprime anche nella capacità di mantenere vivo il rispetto per l’altro, soprattutto quando ci sono figli. Un genitore separato, fedele, sa che il significato della propria missione educativa non può prescindere dall’altra figura genitoriale. Anche quando il dialogo diretto risulta difficile o impossibile, il rispetto e la cura per l’altro genitore diventano un modo concreto per testimoniare che l’altro continua ad avere un posto imprescindibile nella propria esistenza.

Conclusione: L’Incarnazione e il “Dio con Noi”
D’altra parte, con l’Incarnazione, l’Emmanuele – cioè “Dio con noi” – è venuto a comunicarci che non siamo mai soli e che l’essenziale è proprio l’essere‑con Lui.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La Tenerezza: Linguaggio d’Amore e Via di Libertà

Come anticipato nel precedente articolo, prima di proseguire con i versetti del Cantico, ci soffermeremo qualche settimana sulla tenerezza e sui gesti che la caratterizzano. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La tenerezza non è solo un’emozione passeggera, ma uno stile di vita, un modo autentico di amare che riflette la dolcezza di Dio. Per gli sposi cristiani, essa rappresenta la via privilegiata per donarsi reciprocamente e contrastare il desiderio di possesso. Come affermava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore vero è dono di sé” e la tenerezza ne è l’espressione più pura e vera. In un mondo in cui l’amore viene spesso confuso con il possesso, imparare a vivere la tenerezza diventa un atto rivoluzionario.

La Tenerezza: Un Linguaggio Corporeo

La tenerezza non è solo un sentimento, ma un vero e proprio linguaggio che si esprime attraverso il corpo. Il corpo, infatti, non è un elemento estraneo all’anima, ma ne è parte integrante. Come sottolineano in tanti tra cui Luigi Maria Epicoco, “noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo“. La corporeità è lo strumento attraverso cui possiamo manifestare amore e accoglienza, rendendoci disponibili all’altro in un dialogo d’amore continuo.

Tuttavia, questo processo non è sempre immediato. Don Carlo Rocchetta osserva che ogni persona ha due possibilità: “fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio, facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile“. Spesso, le ferite del passato, le insicurezze e le esperienze vissute rendono difficile questa apertura. Solo attraverso un percorso di fiducia, rispetto e abbandono reciproco, gli sposi possono imparare ad accogliersi pienamente, superando le barriere interiori che ostacolano l’intimità. Spesso è utile anche della terapia per fare luce.

La Castità: Scuola di Tenerezza

Un elemento fondamentale in questo cammino è la castità, intesa non solo come astinenza prima del matrimonio, ma come un continuo affinamento del rapporto fisico nella vita coniugale. Essa permette di mantenere un’unità profonda tra anima e corpo, favorendo la crescita nella tenerezza. Come spiegava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore casto non è rinuncia, ma un modo per possedere se stessi per potersi donare completamente all’altro“.

I fidanzati che vivono un cammino di castità imparano a esprimere l’affetto attraverso la tenerezza, creando così una base solida per un matrimonio fondato sulla vera intimità. La castità nel fidanzamento insegna ad essere teneri anche quando non è previsto un rapporto intimo. Cosa che diventa importantissima anche nel matrimonio quando ci saranno giorni settimane o anche mesi che non si potranno avere rapporti per i più disparati motivi. La tenerezza diventa allora un ponte tra il rapporto con il coniuge e l’intimità con Dio. Quando gli sposi si amano con dolcezza e rispetto, rispecchiano il modo in cui Dio ama ogni creatura. Come afferma Epicoco, “la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo“.

La Tenerezza Come Via di Libertà

L’amore autentico non è mai un vincolo, ma una liberazione. Papa Francesco, nel suo discorso del 2018, preparato per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta, ha detto: “Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.”

La tenerezza ci educa a donare noi stessi, a non chiuderci nell’individualismo, ma a condividere la nostra vita con l’altro. Non è un semplice gesto affettuoso, ma un vero e proprio impegno quotidiano. Gli sposi che scelgono di vivere la tenerezza costruiscono un rapporto solido, capace di resistere alle difficoltà e di rinnovarsi nel tempo.

Conclusione

Nel matrimonio cristiano, la tenerezza è il segno visibile dell’amore di Dio. Essa non è debolezza, ma forza; non è sentimentalismo, ma linguaggio dell’anima.

Vivere la tenerezza significa imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a rispettarne il mistero e ad accoglierlo senza riserve. Come ho sperimentato nel mio matrimonio, il cammino verso un amore maturo passa attraverso la fiducia reciproca, il dialogo sincero e la costante ricerca della bellezza nell’altro. Solo così l’unione coniugale può diventare specchio dell’amore divino, una testimonianza viva e autentica della gioia dell’amore donato e ricevuto.

Antonio e Luisa

Dostoevskij, Bridget Jones e il Dilemma dell’Amore

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij, il cui genio letterario continua a illuminare il nostro pensiero anche a 200 anni dalla sua nascita, ci offre in L’eterno marito (1870) una profonda riflessione sul mistero dell’amore e dell’attrazione. In quest’opera, la figura di Natalia Vasilievna emerge come una fonte inesauribile di fascino, capace di incidere sulla vita dei personaggi e di trascendere persino i confini della morte. Essa diventa il fulcro attorno al quale ruotano le passioni contrastanti di due uomini: Aleksej Velchaninov, l’amante, e Pavel Trusotsky, l’eterno marito.

Natalia, con il suo magnetismo ineguagliabile, non rappresenta soltanto un volto o un nome, ma incarna quel mistero femminile che attira gli sguardi e infiamma i cuori. Aleksej, attratto dalla sua dimensione passionale e trasgressiva, la percepisce come un oggetto del desiderio, mentre Pavel la contempla con occhi colmi di responsabilità e di un amore che guarda oltre il presente, proiettandosi nel futuro famigliare. Come scrive Dostoevskij ne L’eterno marito:

“Non si può non essere incantati dalla sua presenza, da quell’aura che le conferisce un senso di eternità e di verità, capace di far vacillare la ragione degli uomini.”

Questa citazione non solo conferma l’idea che Natalia eserciti un’attrazione irrefrenabile, ma evidenzia anche la duplice natura dell’amore: da un lato, il desiderio passionale che conduce all’immediatezza dell’istinto, e dall’altro, il richiamo di un amore che aspira alla comunione e al dono totale di sé.

Questa dinamica amorosa trova sorprendenti parallelismi con la moderna Bridget Jones’s Diary. Bridget si trova anch’essa contesa tra due uomini dalle caratteristiche opposte: Daniel Cleaver, affascinante ma superficiale, e Mark Darcy, serio e affidabile. Come Natalia, anche Bridget è divisa tra il desiderio di passione e la ricerca di un amore autentico e sicuro. La tensione tra la superficialità del piacere e la profondità dell’impegno si riflette in entrambi i racconti, dimostrando che, a prescindere dal contesto storico, il cuore umano è attraversato dalle stesse lotte interiori.

È in questo contesto che la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II si fa luce, offrendoci una visione in cui il corpo umano non è soltanto materia o semplice oggetto di desiderio, ma diventa segno e strumento del mistero divino. Il Pontefice ci insegna che il corpo è un dono, un simbolo dell’amore che Dio ha per noi e che ci chiama a vivere la nostra sessualità in maniera integrata e responsabile. Come afferma con passione Giovanni Paolo II:

“Il dono del corpo è il dono dell’amore.”

In questo insegnamento, ogni atto d’amore autentico si configura come un’offerta totale di sé, un cammino di comunione che trascende il mero piacere fisico per elevarsi al livello del sacro. La differenza fra Aleksej e Pavel, dunque, si evidenzia come il contrasto fra un amore consumistico e un amore donativo, tra il desiderio egoistico e il vero atto di dono reciproco.

Dostoevskij stesso, nel delineare le figure di Aleksej e Pavel, ci offre una chiave di lettura per comprendere questa dicotomia. Un’altra citazione significativa del romanzo recita:

“Il cuore dell’uomo si divide tra la passione che lo spinge verso l’effimero e la speranza di una comunione che lo renda eterno; in questo conflitto, ogni scelta è una rivelazione di se stessi.”

Queste parole risuonano fortemente con il messaggio della Teologia del Corpo, secondo cui l’amore, per essere pienamente realizzato, deve essere un cammino di auto-donazione e di responsabilità. Non si tratta semplicemente di cedere ai propri impulsi, ma di saperli trasformare in un atto d’amore che unisce due anime in un patto di vita e di fede.

Nel romanzo, Pavel incarna quella dimensione sacramentale del rapporto coniugale: egli vede in Natalia non solo una compagna, ma la madre dei suoi futuri figli, il simbolo di un’unione che dà vita e che trascende la dimensione terrena. Questo ideale richiama fortemente la visione di Giovanni Paolo II, secondo cui il matrimonio è il contesto privilegiato in cui il dono del corpo diventa un atto di creazione e di testimonianza dell’amore divino. Il corpo, in questo senso, si fa strumento di una grazia che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando veicolo di una verità che unisce le persone nella loro totalità.

Al contrario, Aleksej rappresenta quel lato dell’amore che si perde nell’esteriorità, nella ricerca del piacere immediato, senza la consapevolezza del dovere del dono. Il suo sguardo, pur essendo attratto dalla bellezza di Natalia, non riesce a cogliere quella dimensione profonda che trasforma l’amore in un cammino di crescita e di responsabilità. Come osserva Dostoevskij,

“L’attrazione che suscita Natalia non è soltanto una fiamma passeggera, ma un’eco che risuona nell’anima, rivelando i desideri più nascosti e le fragilità dell’essere umano.”

Questa riflessione evidenzia come ogni atto d’amore comporti una scelta: quella di abbracciare il dono del corpo in tutta la sua dimensione, oppure di lasciarsi trascinare da impulsi che possono condurre a una frammentazione dell’essere. La scelta, in definitiva, diventa un atto di fede, un cammino verso la pienezza della vita.

In sintesi, l’incontro tra la visione letteraria di Dostoevskij, la moderna Bridget Jones e la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II ci offre una prospettiva profonda e appassionata sull’amore. Natalia Vasilievna e Bridget Jones, con le loro insicurezze e desideri, diventano il simbolo di un’eterna lotta tra il fascino della passione e la solidità dell’amore vero. I personaggi di Aleksej, Pavel, Daniel Cleaver e Mark Darcy ci mostrano due percorsi possibili: uno che si perde nell’effimero e uno che, pur riconoscendo la passione, la trasforma in un atto di responsabilità e comunione.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Simone Cristicchi: Riconoscersi Dentro una Storia d’Amore

Perché la canzone di Simone Cristicchi sta riscuotendo tanto successo e toccando trasversalmente il cuore di tutti, giovani e anziani, uomini e donne? Certo, lui è un poeta nel vero senso della parola, un uomo con una profondità interiore straordinaria che riesce a esprimere attraverso la sua arte. Non ha una voce perfetta, ma comunica con le parole emozioni autentiche, e forse questo è ancora più importante. Ci fa sentire fratelli tutti! Ma in questo caso c’è di più. Simone ha toccato una corda fondamentale della nostra umanità: ha risvegliato quella nostalgia di un amore autentico che tutti portiamo dentro.

Probabilmente non lo avete mai notato. Il quarto comandamento del Decalogo non è posizionato a caso. C’è una motivazione precisa, e comprenderla è fondamentale per la nostra vita, per il nostro matrimonio e per i nostri figli.

I dieci comandamenti si dividono in due parti: i primi tre riguardano la nostra relazione con Dio, mentre i successivi sette concernono i rapporti con le altre persone. Relazione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli: come una croce. Il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, non è solo il primo della seconda parte, ma è il trait d’union tra le due sezioni. Esso rappresenta, come in una croce, il punto di incontro tra la trave orizzontale e il palo verticale.

Perché onorare il padre e la madre viene prima di “Non uccidere”? Non è scontato. Non rispettare i genitori è un comportamento indegno, ma uccidere una persona è enormemente più grave. Eppure, il motivo di questa scelta è chiaro: è fondamentale riconoscerci figli per poter poi accogliere tutti gli altri comandamenti e relazionarci in modo positivo e amorevole con il nostro prossimo.

Riconoscerci figli di Dio e dei nostri genitori. Riconoscerci parte di una storia che ci precede. Anselm Grün dice che chi disonora il padre e la madre sta disonorando anche se stesso, perché rinnega le proprie radici. Siamo venuti al mondo perché due persone si sono amate, e noi siamo frutto di quell’amore. Non siamo qui per caso. Siamo stati voluti e siamo tuttora amati profondamente.

Come canta Cristicchi in “Quando sarai piccola”: “Quando sarai piccola, io sarò con te, quando il tuo passo stanco tremerà vicino a me, quando sarai piccola, e il mondo andrà più in fretta, non preoccuparti, io rallenterò.

Queste parole raccontano una verità profonda: l’amore che ci ha generati non ci abbandona. Ci ha sostenuto nella nostra fragilità di bambini e, con il tempo, sono i nostri genitori a diventare fragili, affinché possiamo prenderci cura di loro. Un cerchio che insegna a donare e ad accogliere, a essere forti per sostenere e deboli per avere bisogno degli altri.

Papa Francesco, parlando dei nonni, ci ricorda che “un popolo che non custodisce i nonni e non tratta bene i nonni, è un popolo che non ha futuro“. Onorare il padre e la madre non è solo una questione di rispetto, ma il fondamento della continuità della nostra storia e identità.

Il quarto comandamento ci dice che la nostra vita è un dono d’amore. Chi si comporta male, spesso, ha alle spalle grandi sofferenze dovute proprio alla mancanza di questa consapevolezza. Non sa di essere amato. Franco Nembrini racconta di un confronto con alcuni studenti quindicenni. Chiese loro quale fosse il senso della vita. Uno rispose: “Non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata.” Nembrini rimase spiazzato e amareggiato, pensando al dolore che quel giovane doveva avere dentro di sé.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e poter amare gli altri. Per questo fare esperienza di Dio e permetterGli di entrare nella nostra vita cambia tutto. Sentirci amati e perdonati è l’unico modo per accogliere il Decalogo non come una lista di divieti, ma come un dono che Dio ci fa per vivere da amati e da amanti, da persone che sanno donarsi senza usare l’altro. Sentirci amati ci fa vivere da persone felici, perché l’amore è la sola cosa che davvero desideriamo.

Ancora Cristicchi ci offre un’immagine potente dell’amore che ci lega ai nostri genitori e ai nostri figli: “E quando sarai piccola e il tempo sembrerà svanire, negli occhi miei ti specchierai, e ti accarezzerò.

Questo amore che ci tiene uniti, che ci accompagna lungo il cammino della vita, è la più grande testimonianza di chi siamo: figli amati, chiamati ad amare. Onorare il padre e la madre non è solo un comandamento, ma la chiave per comprendere la nostra esistenza, il ponte che ci collega a Dio e agli altri, la radice che ci permette di crescere e di dare frutti d’amore.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Nàaman ed Eliseo: Il Miracolo di Dio nelle Piccolezze e il Mistero Sponsale

L’episodio biblico di Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, narrato nel secondo libro dei Re (2 Re 5, 1-19), è una storia intrisa di profondi significati spirituali. Questo racconto non solo illustra la potenza di Dio, ma invita a riflettere su come Egli si manifesti nelle piccolezze della vita. In chiave sponsale, l’episodio suggerisce che anche nel matrimonio, spesso ritenuto il luogo della quotidianità e delle piccole cose, si cela un miracolo divino, se vissuto con fede e umiltà.

La Storia di Nàaman: Una Lezione di Umiltà

Nàaman era un uomo potente, un capo militare rispettato, ma colpito dalla lebbra, una malattia che lo rendeva impuro agli occhi del popolo. Nonostante la sua posizione, era impotente di fronte alla sua condizione. Su consiglio di una giovane serva israelita, Nàaman si reca dal profeta Eliseo per cercare guarigione. Eliseo, tuttavia, non lo accoglie con cerimonie grandiose, ma gli invia un messaggio: “Va’, lavati sette volte nel Giordano; il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai puro” (2 Re 5, 10).

Inizialmente, Nàaman rifiuta indignato, aspettandosi un miracolo spettacolare degno del suo rango. Solo quando i suoi servi lo convincono a seguire l’indicazione di Eliseo, egli si immerge nel Giordano e viene guarito. Nàaman impara così una lezione fondamentale: il miracolo di Dio si manifesta nell’obbedienza fiduciosa e nelle cose semplici.

Il Miracolo nelle Piccolezze del Matrimonio

Questo episodio biblico può essere declinato in chiave sponsale per illuminare il mistero del matrimonio. Anche nel cammino coniugale, le coppie possono essere tentate di cercare la felicità in gesti grandiosi o in momenti straordinari, dimenticando che il vero miracolo si trova nella fedeltà quotidiana, nei piccoli gesti di amore e servizio.

San Giovanni Paolo II, nella sua “Familiaris Consortio”, scrive: “L’amore coniugale […] è un amore che porta gli sposi a donarsi reciprocamente ogni giorno, senza grandi clamori”. Come Nàaman ha dovuto immergersi umilmente nelle acque del Giordano per sperimentare la guarigione, così gli sposi sono chiamati a immergersi nelle piccolezze della vita quotidiana per scoprire la presenza trasformante di Dio.

L’Umiltà come Chiave del Miracolo

La guarigione di Nàaman è avvenuta solo quando ha abbandonato il suo orgoglio e si è affidato con umiltà alle parole del profeta. Nel matrimonio, l’umiltà gioca un ruolo cruciale. Accettare le proprie fragilità e quelle del coniuge è il primo passo verso una relazione autentica e duratura. Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, afferma: “Non esiste la famiglia perfetta. Bisogna essere umili e realistici, riconoscendo che ognuno di noi è un lavoro in corso” (AL 325).

Questo riconoscimento delle proprie debolezze apre le porte alla grazia divina, che opera attraverso l’accettazione reciproca e la volontà di crescere insieme. Come le acque ordinarie del Giordano si sono trasformate in uno strumento di guarigione, così i piccoli gesti quotidiani, se vissuti con amore e umiltà, diventano strumenti di grazia nel matrimonio.

La Simbologia dell’Acqua

L’acqua del Giordano, simbolo di purificazione e rinascita, richiama il sacramento del Battesimo, in cui si entra in una nuova vita in Cristo. Nel matrimonio, l’acqua può essere vista come metafora della quotidianità: quella stessa acqua che cuoce i pasti, che pulisce la casa, che lava via la stanchezza della giornata. Santa Teresa di Lisieux, nel suo piccolo cammino, esorta a trovare Dio nelle cose più semplici: “Amare è tutto donare e donarsi, senza tenere conto di sé”.

Questo invito si applica perfettamente alla vita matrimoniale, dove ogni gesto ordinario può diventare un atto straordinario di amore.

Nàaman e la Fedeltà nel Matrimonio

La guarigione di Nàaman non è stata un atto istantaneo, ma ha richiesto la ripetizione del gesto di immersione sette volte. Questo numero, nella Bibbia, simboleggia la perfezione e la pienezza. Analogamente, nel matrimonio, la fedeltà quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno, costruisce una relazione forte e duratura. Come scrive Dietrich Bonhoeffer: “Non è il tuo amore che sostiene il matrimonio, ma è il tuo matrimonio che sostiene il tuo amore”.

La Testimonianza degli Sposi

Molte coppie testimoniano che il vero miracolo del matrimonio si trova nel saper accogliere le difficoltà con fede e perseveranza. Chiara Corbella ed Enrico Petrillo, ad esempio, hanno vissuto il loro matrimonio come un’immersione continua nella grazia di Dio. Nonostante le prove, Chiara diceva: “Il Signore mette sempre tutto a posto, basta fidarsi di Lui”. La loro esperienza richiama l’episodio di Nàaman: la fiducia nell’azione di Dio, anche quando essa si manifesta in modo semplice e inaspettato.

Conclusione

La storia di Nàaman ed Eliseo ci insegna che Dio opera nelle piccolezze e che il miracolo si trova nell’umiltà e nella fedeltà. In chiave sponsale, questo episodio illumina il cammino di noi sposi, invitandoci a scoprire la grazia divina nei gesti quotidiani e ordinari. Come Nàaman è stato guarito immergendosi nel Giordano, così noi siamo chiamati a immergerci nell’amore reciproco e nella grazia sacramentale del matrimonio. Alla fine, il miracolo di Dio è sempre presente: non nelle grandi manifestazioni, ma nelle piccole scelte di ogni giorno, che trasformano la vita ordinaria in un capolavoro divino.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa

Papa Francesco: La Castità è la Guarigione del Cuore!

Papa Francesco, nei giorni scorsi, ha parlato con grande chiarezza. In un contesto sociale, cristiano ed ecclesiale in cui il celibato sacerdotale e la castità vengono spesso messi in discussione e criticati, il Santo Padre ha pronunciato parole forti e dirompenti. Ha ribadito con fermezza la necessità della castità per vivere un amore autentico, libero da distorsioni e superficialità.

Il Papa ha affermato:

Sappiamo bene che viviamo in un mondo spesso segnato da affettività distorte, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo. Questo atteggiamento genera relazioni superficiali e precarie, caratterizzate da egocentrismo, edonismo, immaturità e irresponsabilità morale. Si sostituiscono lo sposo e la sposa di tutta la vita con il partner del momento; i figli, che dovrebbero essere accolti come un dono, vengono invece pretesi come un ‘diritto’ o eliminati come un ‘disturbo’. In un contesto del genere, di fronte al ‘crescente bisogno di limpidezza interiore nei rapporti umani’ (Vita consecrata, 88) e di relazioni più umane e autentiche, la castità consacrata offre all’uomo e alla donna del XXI secolo una via di guarigione dal male dell’isolamento. Essa insegna ad amare in modo libero e liberante, senza costrizioni né esclusioni. Che sollievo per l’anima incontrare religiosi e religiose capaci di una relazionalità matura e gioiosa! Sono un riflesso dell’amore divino (cfr. Lc 2,30-32). Affinché la castità sia vissuta nella sua bellezza e non degeneri in aridità del cuore o in ambiguità nelle scelte – fonte di tristezza e insoddisfazione, e talvolta causa di doppie vite – è fondamentale curare la crescita spirituale e affettiva delle persone. Questo deve avvenire fin dalla formazione iniziale e proseguire anche nella formazione permanente. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana. È quotidiana.

Il Papa si rivolge ai consacrati, ma il suo messaggio è attuale per tutti. Non si tratta di un richiamo bigotto a una consuetudine ormai fuori moda. Qui c’è il significato dell’amore. La sostanza dell’amore. La castità non si riduce all’astinenza sessuale, né è una semplice questione di fare o non fare qualcosa. È molto di più: è una scelta consapevole, spesso fraintesa o trascurata. Essa riguarda non solo i religiosi, ma anche gli sposi.

La castità è, prima di tutto, una scelta morale nella sua forma più alta e bella. È la decisione di scegliere il bene, di volere il meglio per sé e per l’altro. Ma cosa significa essere casti nel matrimonio? Il Cantico dei Cantici esprime bene questa armonia tra cuore e corpo con le parole: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio.”

Questi versetti sono profondamente significativi: evocano l’unione tra cuore e corpo, tra l’interiorità e l’azione concreta. L’amore custodito nel cuore si manifesta attraverso il corpo, attraverso le scelte e i gesti quotidiani. Entrambi sono essenziali.

Dire “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” significa affermare: “Ti appartengo, e tu appartieni a me. Non posso essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne.” San Paolo lo esprime con altre parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” Lo stesso concetto, letto in chiave sponsale, si traduce in: “Non sono più io che vivo, ma tu, mio amato sposo, vivi in me, e io in te.”

Questa è la nostra vocazione: essere pienamente prossimi all’altro, spostando il centro della nostra attenzione dalla nostra individualità alla gioia e al bene dell’amato.

“Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio.” L’appartenenza reciproca coinvolge tutta la persona, sia nella dimensione fisica che in quella più profonda e interiore: nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. Tutto ciò che siamo porta l’impronta di chi amiamo.

Ed è proprio qui che la castità assume il suo valore più alto anche nel matrimonio. Lungi dall’essere una negazione del piacere, essa educa gli sposi a un amore più grande e maturo. Aiuta a superare la ricerca di un piacere meramente fisico, basato su fantasie da mettere in pratica e sull’uso dell’altro come mezzo di gratificazione personale.

La castità nel matrimonio guida gli sposi verso un piacere più profondo: quello che nasce dalla vera comunione dei corpi, che non è solo unione fisica, ma diventa unione dei cuori. È il piacere di essere uno, di appartenersi pienamente, di donarsi reciprocamente senza egoismi, nella gioia di condividere tutto. È il piacere della totalità, della fedeltà, della fecondità.

Questo è l’amore sponsale autentico: un amore che desidera tutto dell’altro e si dona interamente. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico. Solo così può essere meraviglioso e pieno. È un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo vivendo così potremo davvero evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Una Tradizionale Pratica Africana da Importare

Pochi giorni fa mi sono incontrato con un sacerdote africano per organizzare, insieme alla parrocchia che lui gestisce, il ritiro dei ragazzi che si preparano alla Cresima e che unirà più zone pastorali.

Un’usanza africana sorprendente

Durante la chiacchierata su cosa dire ai genitori riguardo alla scelta dei padrini e delle madrine, ho piacevolmente scoperto questo: in quasi tutta l’Africa, una coppia di sposi accompagna un ragazzo o una ragazza dal Battesimo fino al matrimonio, Cresima compresa. Marito e moglie diventano padrino e madrina per tutta la vita di questo giovane e per tutti i Sacramenti.

Una proposta da considerare

Subito ho pensato: “Perché una cosa così bella non viene fatta anche da noi?”. So che questi articoli sono letti anche da sacerdoti, catechisti, collaboratori della Pastorale della Famiglia e altri operatori pastorali. Credo sia importante prendere in considerazione questa tipologia di accompagnamento cristiano, che non solo è innovativa, ma anche profondamente sensata.

Possibili obiezioni e difficoltà

Immagino già alcune obiezioni: “Ma le coppie oggi sono già piene d’impegni” o “Non è facile trovare sposi disponibili”, oppure è possibile che, per motivi di lavoro, sia necessario andare a vivere lontano e così non riuscire più ad avere un contatto diretto con il giovane per anni. Certamente possono nascere delle difficoltà; tuttavia, credo che se presentiamo quest’opportunità come una missione significativa e arricchente, molte coppie potrebbero rispondere con generosità.

Oltre il semplice rito formale

Troppo spesso il compito di padrini e madrine è relegato a un semplice rito formale, limitato a presenziare durante la celebrazione dei Sacramenti, e per ogni Sacramento vengono generalmente scelte persone differenti. Quanto sarebbe rilevante per un giovane poter contare su una coppia di riferimento che conosce la sua storia personale e spirituale fin dall’infanzia!

Un legame che sostiene la crescita

Questo legame può offrire una guida concreta nelle scelte importanti della vita, come quella della vocazione, la preparazione al matrimonio o la gestione delle difficoltà quotidiane: è una testimonianza preziosa di fedeltà, stabilità e amore cristiano. Penso al potenziale di crescita spirituale di un ragazzo o di una ragazza che riceve, anno dopo anno, il sostegno costante di due persone che vivono il Sacramento del matrimonio come una vocazione autentica.

Un punto di riferimento stabile

Non solo: il bambino, crescendo, avrà – in aggiunta ai genitori – una figura di riferimento maschile o femminile in base alla necessità, una sorta di angeli custodi che, a differenza dei nonni, hanno il vantaggio di appartenere a una generazione più vicina. Ovviamente i genitori rimangono i primi educatori, però è anche vero che con loro non è sempre facile affrontare alcuni argomenti delicati. Una coppia amica che ti invita a casa sua per parlare e che ha già vissuto quell’esperienza sulla propria pelle può fare la differenza.

La fede vissuta nella quotidianità

Inoltre, quanti genitori mandano i ragazzi al catechismo più per tradizione che per fede? Li accompagnano alla Messa e poi li vengono a riprendere appena finita, senza stare con loro, dimostrando così che per loro non ha valore. Invece, se una coppia di sposi sceglie di seguire un giovane, sicuramente lo fa perché ne comprende il valore. Questo cammino diventa un modo per approfondire la propria fede, condividere l’esperienza dell’amore coniugale, prendersi cura di un’altra persona: una sorta di “adozione spirituale”.

Un’opportunità di crescita per tutti

Tale servizio, vissuto con gioia e responsabilità, potrebbe rafforzare il loro stesso matrimonio, rendendolo una testimonianza viva per gli altri fedeli. Questa pratica africana ha anche il pregio di rendere evidente il ruolo fondamentale degli sposi nella trasmissione della fede.

Un segno tangibile della presenza di Dio

In un contesto culturale in cui la fede rischia di essere percepita come qualcosa di isolato e individuale, e con grandi sfide educative e spirituali, un accompagnamento costante e di qualità rappresenterebbe un segno tangibile della presenza di Dio nella vita delle persone e potrebbe portare frutti straordinari nelle nostre parrocchie.

Ettore Leandri

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa

Un’immagine bellissima. Giardino chiuso tu sei, sorella mia. Cosa vuol dire? In queste parole c’è tutta la potenza di un eros casto. Due parole che sembrano un ossimoro, ma che esprimono la verità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa; giardino chiuso, fontana sigillata! I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, fiori di cipro e di nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con tutte le specie di alberi da incenso, mirra e aloe, con i più preziosi balsami. Fontana che irrora i giardini, sorgente d’acqua viva, ruscelli che scendono dal Libano.

L’amata

Déstati, vento del nord; vieni vento del sud; soffia sul mio giardino, si spandano i suoi profumi. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

L’amato

Sono entrato nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte.

Il coro

Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.

Il Giardino dell’Amore: Un Luogo Sacro

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’amplesso fisico. San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale autentico si esprime e si realizza nella donazione totale e reciproca dei coniugi”.

Il Re e la Chiave del Giardino

Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

È bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perché loro hanno un cuore puro e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. È solo per il re.

Il Re e l’Amore Autentico

Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre.

La Gioia Piena dell’Amore Coniugale

Un amore impegnativo, che costa fatica. Nel giardino, però, il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono alle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perché vuole possedere la sposa, ma perché vuole darsi totalmente a lei. Papa Benedetto XVI scriveva in Deus Caritas Est: “L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni”.

L’Importanza della Castità

Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale, ma vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. San Giovanni Paolo II diceva: “La castità non è il rifiuto della sessualità, ma il suo fuoco autentico”.

La Cura del Giardino dell’Amore

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo).

Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come un ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come un re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza!

Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma di amare la propria sposa.

Nei prossimi capitoli andremo ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

Cari genitori, volete che i vostri figli completino l’iniziazione?

L’articolo di oggi (che segue i precedenti) è una “cerniera” con l’intento di chiudere le riflessioni mistagogiche battesimali ma anche di aprirne altre sull’accompagnamento dei cresimandi. Mi scuso se queste considerazioni potrebbero sembrarci molto teoriche e poco interessanti per il vivere concreto. Sono convinto che riflettere sulle nostre azioni sia un investire a vantaggio di future riformulazioni delle prassi quotidiani ed ecclesiali che avverranno però ancor prima nella nostra mente. Tra teoria e prassi c’è un circolo virtuoso. A maggior ragione se si tratta di quelle parole e quei gesti che riguardano i “punti (Luce) di incontro con Dio”.

La separazione tra battesimo e cresima nella prassi pastorale

La prassi pastorale attorno ai sacramenti del battesimo e della confermazione (da qui IC) ci ha abituato involontariamente a considerarli due realtà diverse, distinte e separate, senza continuità. Il popolo di Dio si è formato una serie di idee “separazioniste”.

Le idee sul battesimo

Tra quelle riferite al battesimo sicuramente ci sono: la necessità di battezzare i bambini nei primi mesi di vita, la sua importanza per “cancellare il peccato originale”, la preparazione catechetica alla famiglia del battezzando, la pastorale battesimale da 0 a 6 anni.

Le idee sulla cresima

Tra quelle della confermazione ci sono: il significato di confermare la fede personale, la necessità per sposarsi in chiesa, il padrino scelto dal cresimando tra i suoi amici e meglio ancora se un familiare, il catechismo esperienziale. Ci sono tante altre convinzioni che variano da comunità a comunità, da persona a persona, e si trasmettono di situazioni in situazioni.

L’importanza dell’unitarietà dell’Iniziazione cristiana

Volendo individuarne una, che è necessaria e allo stesso tempo poco presente nel patrimonio popolare della fede sacramentale, mi riferisco alla cosiddetta unitarietà dell’Iniziazione cristiana in vista dell’Eucaristia. Non spaventiamoci della parolona! Si tratta cioè di considerare innanzitutto i due sacramenti nel loro quadro generale, nell’insieme, prima ancora del loro specifico spirituale e pastorale, e poi si tratta di tenere a cuore il loro scopo ultimo dell’Eucaristia importante per la costruzione familiare della Chiesa ma ancor prima del primato della singola persona.

Riflessioni sul concetto di persona

Per le considerazioni che seguono mi rifaccio in linea generale a G. Busca, attuale vescovo di Mantova, che qualche anno fa ha scritto un bel libro La riconciliazione «sorella del battesimo». Come vivi tornati dai morti, Lipa, Roma 2011.

La persona e la relazione

Chi è la persona? La persona è “ciò che ha il volto rivolto a qualcuno”. Per diventare persona è necessaria la relazione con l’alterità, non si può vivere come un’isola. Per cui è l’intera vita il luogo nel quale si diventa persona, servono tutte le fasi dell’esistenza, le infinite circostanze, servono incontri personali e personalizzati, la prossimità con tutte le continue sfide e fragilità.

La formazione della persona nel cristianesimo

Se la modernità suggerisce di formare la persona secondo il metodo dell’io – scienze umane e antropologiche concentrate sull’analisi dell’io – il cristianesimo sin dall’inizio del suo accadimento ha pensato di formarla con l’Alterità di Dio: Cristo svela l’uomo all’uomo. Il Volto di Cristo è il volto dell’uomo nuovo. La Sua Chiesa diventa perciò lo “spazio” educativo divino-umano animato dallo Spirito che mediante l’Iniziazione Cristiana plasma la persona secondo la forma di Cristo. A maggior ragione questo compito educativo spetta alla chiesa domestica. Solo lei potrà mettere insieme la singola persona in tutte le sue peculiarità e le esigenze evangeliche del Regno, solo lei potrà guardare la prole con gli occhi di Cristo e Cristo presente negli occhi della prole, solo lei potrà decidere quale intervento più educativo nel cantiere artigianale della formazione.

Il ministero coniugale e i sacramenti dell’iniziazione

Il ministero coniugale dovrà mettere a fuoco l’unitarietà e la distinzione dei rispettivi sacramenti dell’iniziazione: il battesimo dona l’immagine di Cristo a cui la cresima offre la grazia per la somiglianza in vista del bacio nuziale – e i due saranno una carne sola – dell’Eucaristia.

Il battesimo

Il battesimo dona l’essere creatura nuova in Cristo. Con il battesimo siamo con-morti, con-sepolti, con-risorti insieme a Cristo. Il battesimo è una piccola risurrezione dell’uomo vecchio, di quello che è chiuso a Dio, le cui componenti sono frammentate e disordinate. Con il battesimo la persona riceve una struttura d’essere nuova. È innestata in Cristo per ricevere un’identità relazionale come dice san Paolo: «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

L’identità relazionale

Papa Benedetto XVI commentando questo versetto ci aiuta a scoprire il significato di “identità relazionale” quando disse: «Il mio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande nel quale il mio io c’è di nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo». Nel battesimo è data l’immagine come forza iniziale infusa da Dio di cui l’uomo potrà disporre per la sua vita e la sua attività creatrice, eppure invoca un perfezionamento per concretizzarsi quotidianamente.

La cresima

La cresima fa crescere nella somiglianza a Cristo. «La cresima pone il suo sigillo al battesimo con quell’unzione invisibile in cui lo Spirito Santo è presente in persona e si unisce a ciascun battezzato in maniera del tutto personale e unica diventando il co-soggetto della vita in Cristo».

La somiglianza come cammino

La somiglianza è il dato-da-compiere. Al dono del battesimo si “aggiunge” quello crismale affinché l’esistenza cristiana sia un cammino di somiglianza all’immagine restaurata in Cristo. Un secondo dono da parte di Dio, quello dello Spirito, e il medesimo compito da parte del battezzato, quello di vivere come creatura in Cristo. Dio nel cammino della persona per diventare cristiana dona l’unzione crismale quale pegno dello Spirito, quale garanzia per realizzare pienamente il suo essere nuova creatura in Cristo.

L’Eucaristia

Unione e trasformazione in Cristo

L’Eucaristia: uniti e trasformati in Cristo. S. Ambrogio commentando il libro biblico del Cantico dei Cantici paragona i due sacramenti dell’iniziazione all’innamoramento dell’anima, o del fidanzamento tra Cristo e l’anima dell’uomo. Nel bagno battesimale l’anima è ripulita, nell’unzione crismale l’anima è adornata con il profumo dello Spirito. Questa preparazione tende alle nozze eucaristiche quando la Sposa sarà introdotta nella stanza nuziale per ricevere il bacio dello Sposo. Quando Cristo introduce alla sua mensa eucaristica e dona da mangiare il proprio corpo trasforma interamente il battezzato in un’anima ecclesiale.

Trasformazione continua

L’Eucaristia celebrata ogni domenica come Pasqua del Signore ci fa diventare come Lui, vuole farci diventare alter Christus per fare della nostra esistenza una caro con Lui.

Un invito alla chiesa domestica

Carissima chiesa domestica, perché vuoi che i tuoi figli completino l’iniziazione? Per togliersi un pensiero, per sposarsi, per farli crescere, perché professino la loro fede, per avvicinarsi alla comunità cristiana, per rispondere alla vocazione, per essere testimoni di Cristo, per diventare soldati di Cristo …? Queste e tutte le altre possibili risposte potranno mai trasmettere il Grande Mistero simbolico nuziale dell’Iniziazione Cristiana? Potrà sopperirvi la testimonianza nuziale della chiesa domestica!

Don Antonio Marotta

I figli distruggono l’intimità della coppia?

Seguivo il mio amico Vittorio – un papà con quattro figlie – su TikTok. Un giorno, sotto uno dei suoi video, un utente ha scritto: “I figli distruggono l’intimità della coppia”. Vittorio ha risposto con grande equilibrio e saggezza, ma questa affermazione mi ha spinto a riflettere. La domanda non è banale e merita di essere approfondita.

Mi sento di rispondere con due idee principali: i figli sono per la coppia sia crisi che frutto.

Crisi

Partiamo dalla parola “crisi”, spesso connotata negativamente. In realtà, la crisi è una componente naturale della crescita, personale e relazionale. Il termine deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta” o “decisione”. Diventare genitori inevitabilmente porta a una rottura degli equilibri precedenti.

Un figlio ti mette in crisi: ti senti impreparato, inadeguato e spesso sopraffatto. Per la mamma, il legame con il neonato è fortissimo e in buona parte istintivo. Questo istinto materno – comune anche nel regno animale – la porta a concentrare quasi tutte le energie sul bambino. Studi neuroscientifici, come quello pubblicato su Current Biology, mostrano che il cervello materno subisce modifiche significative durante e dopo la gravidanza, aumentando l’empatia e l’attenzione verso i bisogni del neonato. Questo processo è noto come “plasticità materna” e si traduce in una naturale priorità al figlio. Il padre, invece, vive questa fase in modo diverso. Per lui, la transizione è più complessa, perché non smette mai di sentirsi marito e desidera continuare a coltivare l’intimità con la moglie.

E qui nasce la crisi di coppia: due bisogni che sembrano confliggere. Non è colpa di nessuno, ma la qualità del legame precedente farà la differenza. Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Family Psychology sottolinea che le coppie con una comunicazione aperta e una forte intimità emotiva prima della nascita dei figli affrontano meglio i cambiamenti. Se il dialogo, l’empatia e l’attenzione reciproca sono già parte della relazione, questa crisi può diventare un trampolino di lancio per una crescita reciproca.

In questa fase, il marito deve essere paziente e comprendere la nuova dimensione materna della moglie. Allo stesso tempo, la moglie può fare uno sforzo per non dimenticare la mascolinità del marito, bilanciando il suo ruolo di madre con quello di compagna. Come suggerisce Esther Perel nel libro Intelligenza Erotica, “l’amore cerca la vicinanza, ma il desiderio necessita anche di spazio”. Trovare questo equilibrio nei primi mesi dopo il parto è cruciale per mantenere viva l’intimità.

Un esempio pratico è quello di pianificare momenti di coppia, anche brevi, nonostante la stanchezza. Una passeggiata insieme o una cena a casa dopo che il bambino si è addormentato possono fare la differenza. Questo non significa tornare immediatamente alla normalità pre-figli, ma costruire una nuova normalità che tenga conto delle necessità di tutti.

Frutto

Dall’altra parte, i figli sono il frutto tangibile dell’amore tra i due sposi. Rappresentano l’incarnazione di un legame profondo, un amore che diventa visibile e concreto. Questa “incarnazione” dell’amore spinge la coppia a sviluppare nuove capacità, come la creatività. Quando hai figli per casa, trovare momenti per la coppia non è facile. Tuttavia, questa sfida può trasformarsi in un’opportunità. Pianificare un appuntamento serale o semplicemente trovare dieci minuti per parlare da soli diventa un atto d’amore intenzionale. E qui sta la grande trasformazione: l’amore non è più solo passione spontanea, ma diventa una scelta consapevole, voluta e cercata.

Inoltre, l’amore, anche sessuale, tra due persone che condividono molti anni insieme, si trasforma in qualcosa di più bello e profondo. La maturità della relazione permette di vivere l’intimità con una ricchezza emotiva e una complicità che solo il tempo può costruire. Questa dimensione rappresenta un vero e proprio tesoro per le coppie che sanno coltivarlo.

Un altro aspetto importante è il ruolo educativo che i figli possono giocare nella vita di coppia. Crescere un bambino insieme richiede collaborazione, pazienza e capacità di negoziazione. Queste qualità non solo rafforzano il legame, ma aiutano entrambi i genitori a crescere come individui. I figli diventano così non solo il frutto dell’amore, ma anche un mezzo attraverso il quale la coppia può maturare e svilupparsi ulteriormente.

Conclusione

La nascita di un figlio non distrugge l’intimità di una coppia, ma la mette alla prova. Può essere una crisi che porta distanza o un momento di crescita che rafforza il legame. Come dice il personaggio di Sam in Il Signore degli Anelli: “C’è del buono in questo mondo, ed è giusto combattere per esso”. Allo stesso modo, l’amore coniugale vale lo sforzo di affrontare le difficoltà che i figli inevitabilmente portano.

Con il giusto impegno, la crisi si trasforma in una nuova fioritura e il frutto di questo amore – i figli – diventa il simbolo più bello e duraturo di una coppia che cresce insieme. Il segreto sta nel non dimenticare mai che l’amore è un viaggio, non una destinazione. La presenza dei figli può aggiungere profondità e significato a questo viaggio, rendendolo ancora più ricco e gratificante.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La bellezza trasfigurata non teme il tempo

Oggi affrontiamo uno dei versetti più famosi del Cantico dei Cantici. Affrontiamo la contemplazione del corpo che diventa un’esperienza di infinito. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Vieni con me dal Libano, o sposa / vieni con me dal Libano! / Avanza, discendi dalla cima dell’Amanah / dalla cima del Senir e dell’Hermon32 / dalle tane dei leoni / dalle montagne dei leopardi! / Tu mi hai rapito il cuore / sorella mia, mia sposa / mi hai rapito il cuore / con uno solo dei tuoi sguardi / con una sola perla della tua collana! / Quanto sono soavi le tue carezze / sorella mia, mia sposa / molto più deliziose del vino le tue carezze / più di ogni balsamo i tuoi profumi! / Le tue labbra stillano nettare, o sposa; / miele e latte è sotto la tua lingua; / il profumo delle tue vesti / è come quello del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato, il quale, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina profondamente desiderata. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». La donna, in quegli istanti, prova una gioia che colma, anche se solo per un momento, il suo desiderio innato d’amore.

Lo sguardo dell’uomo va oltre la semplice fisicità della donna, che, per quanto bella, non può saziare gli occhi di chi cerca la bellezza assoluta, di chi cerca l’infinito. In un passo che sembra echeggiare le parole di Sant’Agostino – «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» – si rivela che l’innamoramento è l’illusione di aver toccato quella bellezza infinita. Ma il corpo da solo non basta: sarebbe una risposta troppo limitata per il desiderio umano. L’uomo, infatti, anela a un’esperienza di infinito, a un legame in cui il corpo diventa la porta d’accesso allo spirito immortale della persona amata.

Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e la passione d’amore di Salomone per la sua amata, in un intreccio di cuore e corpo, desiderio e trascendenza. È il sentimento che Dante descrive nella Divina Commedia, quando vede Beatrice e proclama: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Lo sposo è rapito dalla sua sposa, in un’esperienza totalizzante che pervade ogni dimensione dell’essere, trasformando il desiderio in contemplazione.

Uno sguardo contemplativo così profondo e potente che, come San Giovanni Paolo II ricordava, può motivare l’uomo a donarsi totalmente alla donna amata. Questo amore non si esaurisce con il tempo, ma cresce e si perfeziona. Non è il sentimento fugace degli sposi novelli, travolti dall’innamoramento, ma una relazione curata giorno dopo giorno con dolcezza e dedizione. E per questo ancora più profonda e consapevole.

Se l’unione sponsale viene nutrita, quello sguardo contemplativo non sbiadisce con gli anni. Al contrario, diventa più profondo, permettendo allo sposo di vedere nella sua sposa la regina della propria vita, anche quando il tempo lascia i suoi segni: rughe, capelli bianchi, mani che tremano. Gli anni trascorsi insieme non spengono la meraviglia, ma la rendono eterna. La bellezza dell’amata si arricchisce di anni di quotidianità fatta di abbracci, carezze, ascolto, litigi, perdoni, incomprensioni, silenzi, intimità, complicità e tanto altro ancora.

Questa relazione totalizzante, nel suo crescendo di intimità e profondità, tocca il mistero stesso del divino. Come ricordava Santa Teresa d’Avila, «Dove c’è amore, lì c’è Dio». Ogni incontro d’amore, anche con le sue difficoltà e imperfezioni, diventa un’esperienza mistica, un riflesso della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto, anche un corpo che invecchia. Per chi vive il matrimonio come un cammino verso l’eterno, quell’amore diventa lo specchio dell’Amore assoluto, in cui ogni cosa appare nuova e luminosa.

Antonio e Luisa

Matrimoni brutti e convivenze belle. Come si spiegano?

Il tema del fallimento di molti matrimoni sacramentali e del confronto con relazioni apparentemente più serene tra conviventi senza sacramento è complesso e tocca diverse dimensioni della fede, della cultura e della natura umana. Non esistono risposte facili per un tema così complesso. Proveremo ad offrirvi alcuni punti su cui riflettere

Il mistero della grazia nel matrimonio sacramentale

Un primo punto da considerare è il significato stesso della grazia nel sacramento del matrimonio. Come spiega don Fabio Rosini, il sacramento è un dono che opera in profondità, ma richiede la collaborazione attiva degli sposi. La grazia non è una magia che garantisce automaticamente il successo del matrimonio, ma una forza che sostiene e orienta la coppia verso la santità. Il fallimento non dipende dalla grazia, ma dall’incapacità o dalla mancata volontà di attingere a questa risorsa divina. Molte coppie, pur ricevendo il sacramento, vivono come se Dio non fosse una presenza reale nella loro relazione, relegando il matrimonio a un contratto sociale anziché a un cammino di fede condivisa. Faccio un esempio concreto. Posso essere sposato in chiesa e andare a Messa ma poi nel segreto guardare di continuo contenuti pornografici. Cosa porterò nella relazione? Quello che ho nel cuore. E non sarà la Grazia di Cristo ma la povertà delle mie fantasia di possedere mia moglie come ho visto fare in tanti video.

La cultura contemporanea e il disincanto del sacramento

Don Luigi Maria Epicoco sottolinea come la cultura contemporanea abbia svuotato di significato i sacramenti, riducendoli a meri rituali. Questo fenomeno si riflette anche nel matrimonio: molte coppie celebrano il sacramento senza una reale consapevolezza del suo significato. La società promuove un modello di amore basato sull’emozione e sulla gratificazione immediata, mentre il sacramento del matrimonio chiede fedeltà, sacrificio e una visione a lungo termine. Quando la realtà del quotidiano mette alla prova la relazione, il rischio è di sentirsi traditi dalle aspettative irrealistiche generate dalla cultura dominante.

Il ruolo della formazione e dell’accompagnamento

Padre Serafino Tognetti evidenzia l’importanza della formazione e dell’accompagnamento spirituale delle coppie, sia prima che dopo il matrimonio. In molte comunità cristiane la preparazione al matrimonio è superficiale e insufficiente per affrontare le sfide della vita coniugale. Senza un radicamento profondo nella preghiera, nella Parola di Dio e nella vita sacramentale, gli sposi rischiano di trovarsi disarmati di fronte alle crisi. Inoltre, manca spesso un accompagnamento continuativo: le coppie vengono lasciate sole dopo il matrimonio, senza un supporto pastorale che le aiuti a crescere nella fede e nell’amore reciproco. Noi abbiamo avuto nel fidanzamento una guida meravigliosa come padre Raimondo Bardelli. Ma non sarebbe bastata se poi nel proseguo del matrimonio non avessimo trovato delle coppie con cui condividere la fede e il percorso verso un matrimonio pieno e autentico. Da soli saremmo crollati di fronte alle difficoltà della vita e ai nostri limiti umani.

La differenza con le coppie conviventi

Ora un secondo punto fondamentale ma che è strettamente collegato a quanto già detto. Molti si chiedono come mai alcune coppie conviventi sembrino vivere relazioni più belle ed edificanti rispetto a tante sposate sacramentalmente. Don Luigi Maria Epicoco offre una riflessione interessante: la serenità apparente di queste relazioni può derivare dal fatto che non portano sulle spalle il peso della promessa sacramentale, che implica una responsabilità verso Dio oltre che verso il partner. Tuttavia, questa serenità non è necessariamente segno di un amore più autentico. Il matrimonio sacramentale chiama gli sposi a un livello di profondità e donazione che va oltre la semplice coabitazione o il reciproco piacere. La difficoltà sta proprio nel vivere all’altezza di questa chiamata. Ma io credo che ci sia anche altro.

UNA FEDE INCARNATA

Tanti conviventi trasmettono bellezza perché incarnano l’amore. Noi Cristo lo abbiamo dentro, perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Anche senza il Battesimo, portiamo l’impronta di Dio: siamo creati a Sua immagine. Questa consapevolezza rende il cristianesimo unico tra le religioni, poiché proclama che chiunque può salvarsi. La salvezza non è riservata a pochi, ma si apre a chiunque accolga nel proprio cuore la Parola di Dio, impressa nel DNA stesso di ogni uomo e donna.

Chiunque decida di amare, che ne sia consapevole o meno, appartiene a Dio. Come diceva Victor Hugo ne I Miserabili: “Amare un altro essere umano è vedere il volto di Dio.Così, un ateo o un credente in un altro dio, che vive il dono sincero della propria relazione, è più vicino a Dio e alla verità dell’amore rispetto a chi, pur avendo ricevuto tutti i sacramenti, ha il cuore chiuso alla Grazia e all’amore.

Perché la grazia sembra non bastare?

La grazia sacramentale è reale e potente, ma, come ricordano don Fabio Rosini e Padre Tognetti, opera solo in chi si dispone ad accoglierla. Questo richiede apertura, umiltà e perseveranza. Molte coppie si trovano in difficoltà perché non sono state educate a vivere una vita spirituale intensa e condivisa. Senza la preghiera comune, la partecipazione all’Eucaristia e la confessione frequente, la grazia rimane come un seme che non può germogliare. Inoltre, la grazia non elimina la fragilità umana: la tendenza all’egoismo, alla chiusura e alla mancanza di perdono può prevalere se non viene combattuta con determinazione.

La via del rinnovamento

Per prevenire il fallimento dei matrimoni sacramentali e valorizzarne la bellezza, è necessario un rinnovamento a vari livelli. Innanzitutto, come suggerisce don Fabio Rosini, è fondamentale ripartire dalla relazione personale con Cristo. Gli sposi devono essere discepoli prima di essere coniugi, trovando in Gesù la fonte della loro unità. Inoltre, è urgente una pastorale matrimoniale più incisiva, che accompagni le coppie in tutte le fasi della loro vita insieme.

Padre Serafino Tognetti insiste sull’importanza della comunità cristiana come sostegno per le famiglie. La Chiesa deve diventare un luogo dove gli sposi possano trovare incoraggiamento, testimonianze e aiuto concreto nei momenti di difficoltà. Infine, è necessario educare i giovani a una visione autentica dell’amore e del matrimonio, che non si basi solo sul sentimento, ma sulla volontà di donarsi e costruire insieme una vita che rifletta l’amore di Dio.

In conclusione, il fallimento di molti matrimoni sacramentali non è un fallimento della grazia, ma della risposta umana a essa. Quando gli sposi imparano ad attingere alla fonte della grazia e a vivere il loro matrimonio come una vocazione, anche le difficoltà più grandi possono diventare occasioni di crescita e santificazione. L’esempio di coppie che vivono pienamente il sacramento può essere una testimonianza potente per il mondo, mostrando che l’amore autentico è possibile solo in Cristo. Potranno raggiungere livelli di amore che nessuna coppia convivente potrà mai eguagliare. Perchè un cuore aperto abitato dallo Spirito Santo non è più qualcosa di solo umano ma diventa immagine di un amore divino.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il Matrimonio su Piazza Affari

Si è concluso un anno ed è tempo di bilanci, tempo di guardare cosa ci ha lasciato l’anno passato ed in questi giorni stavamo osservando i grafici del 2024 relativi ai sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, funerali e in particolare su tutti: i MATRIMONI. Vi riportiamo anche a voi, nell’immagine dell’articolo quella che è la foto del grafico matrimoniale di una parrocchia della nostra diocesi che ci ha toccato profondamente. Non siamo degli analisti, ma di fronte ad una simile fotografia vorremmo condividere con voi delle considerazioni perché vedere il matrimonio in profondo rosso fa male, ferisce, rattrista. A noi ha lasciato spiazzati, tristi, affranti.

Che i matrimoni fossero in calo, lo sapevamo, non è certo la novità del 2025. Ma se volessimo guardare il grafico con un occhio borsistico, da azionista, sapere che il matrimonio cristiano in cui noi crediamo, in cui i nostri genitori credevano, che abbiamo celebrato in chiesa otto anni fa, sta crollando su tutti i listini di Piazza Affari da così tanti anni, è un duro colpo.

Come se quel patto di amore scivolasse verso un fallimento continuo inarrestabile, e noi, e tu, folli che ci abbiamo scommesso, che abbiamo deciso di investire non 1.000 euro del nostro capitale ma la nostra vita, il nostro quotidiano, tutti i nostri giorni, il nostro tempo, il nostro vivere insieme, il nostro progettare, costruire, il nostro vivere la sponsalità, il nostro diventare genitori, che rotola sempre più giù come se nessuno credesse più al matrimonio.

Mi sembra di rivedere, scrivendo queste righe, le scene di alcuni film di Natale dove le persone iniziano a non credere più a Babbo Natale o a non credere più alla gioia, all’amore e piano piano le lucine di bene sul pianeta terra si spengono, portando la nostra terra a diventare una sfera spenta dove regna il grigiore ed il male in una lotta tra male e bene, dove poi per fortuna vince il bene.

Purtroppo però quelli son i film di animazione di Natale qui si sta parlando della realtà del matrimonio, di quel sacramento che ti è stato dato in dono dalla chiesa, che hai scelto di vivere liberamente con la persona che ti sta accanto. Fortunatamente possiamo ancora affermare che ad essere in crisi sia “solo” l’aspetto matrimoniale – per ora – perché l’amore vive ancora tra di noi. Sono ancora tanti i giovani che scelgono di amarsi, che decidono di intraprendere la strada difficile ma certamente bellissima dell’amore. Lo fanno scegliendo magari la via della convivenza, che li porta comunque a vivere insieme, comunque ad amarsi, a generare figli.

Sorgono allora spontanee delle domande: perché oggi non scegliamo più di vivere un sacramento come quello del matrimonio, perché non scegliamo più di sposarci in Chiesa? Fra tutte la risposta è una: è un costo. È vero, per un matrimonio oggi servono dai 20/25.000 euro ai 50.000. Ognuno scelga il suo budget, scelga la sua spesa. Ma se questo è il motivo, mi verrebbe da dire che non abbiamo capito la domanda o – scusate la critica – ma non abbiamo proprio capito niente.

Cos’è il matrimonio in termini pratici? Abbiamo preso il codice di diritto canonico al 1108 ma ve la riportiamo più semplicemente: una celebrazione in chiesa alla presenza di un sacerdote e di alcuni testimoni. Costano così tanto queste persone? Un sacerdote e dei testimoni possono costare 20/30/40.ooo euro? E allora come posso dire che sposarsi costa?

Nella sua natura pratica la celebrazione del matrimonio non ha un costo. Ma direte voi, se il matrimonio voglio che sia bello c’è da pagare il fiorista per rendere bella la chiesa, bisognerà acquistare dei vestiti nuovi e idonei alla celebrazione, c’è da pagare i fotografi per immortalare il momento e devono essere professionisti con drone e telecamere, impianti di registrazione, e poi ci vuole che arriviamo in chiesa con una macchina bella magari d’epoca e poi è giusto festeggiare con tutti gli amici e parenti e quindi c’è il costo del pranzo e della location che non può essere il ristorante sotto casa e poi .. e poi.. vuoi non avere i fuochi d’artificio che partono al taglio della torta con sullo sfondo la vallata più romantica d’Italia al tramonto. Mettiamoci tutto quello che volete aggiungere. Dalla camera per la prima notte di nozze, al viaggio di nozze stesso. Una volta ordinato tutto, domandatevi se le avete volute voi queste cose o Cristo Gesù. Chi li ha volute? Le hai volute te! Allora il matrimonio non costa, sei te che lo fai costare.

Provocatoriamente viene da chiedersi: hanno più valore e ti renderanno felice tutti questi orpelli o costi extra, come li vuoi chiamare, che inserisci per un solo giorno della tua vita o ha più valore e ti sarà più utile vivere tutto il resto della tua vita con Gesù affianco? Scegliamo: un giorno da principe o una vita matrimoniale con Gesù? Purtroppo, mi spiace dirlo, ma oggi non stiamo scegliendo nessuna delle due strade. Scegliamo di non sposarci perché per vivere un giorno da principi non abbiamo i soldi in banca o perchè abbiamo semplicemente la paura di quel per sempre perché ci insegnano che un domani potrebbe finire tutto e allora non vogliamo investire così tanti soldi su qualcosa che dicono finirà e ha perso certezza. Scartiamo però da sempre anche la seconda strada che è quella che mi fa stare con Gesù.

Penso che oggi la scelta più bella cari giovani è quella di vivere un matrimonio il più casto possibile, che mi riempia solo di una cosa: la RELAZIONE CON GESÙ da lì iniziare a vivere la SANTITA’ con lo sposo o con la sposa che il Signore ci ha posto accanto. Cambiamo il paragone allora: meglio un giorno da principe acquistato o una vita verso la santità? Ci vuole coraggio, molto, ma il coraggio è nel contratto dell’amore totale.

Certo forse la domanda che ora verrebbe da porsi è perché dovrei sposarmi? Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbe però ahime una giornata ma in poche semplici righe proviamo a dirvi che dentro quella grazia e benedizione che ricevete c’è una promessa di amore che il Signore sigilla tra voi e con voi.

Il catechismo della chiesa cattolica al num. 1603 scrive: “La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di questa istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza, esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale. « La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare »

Riduttivo provare a rispondere con queste righe ma comprendete che c’è una grandezza enorme dietro il sacramento del matrimonio, un mistero grande che dobbiamo ricercare ogni giorno, che purtroppo non ci viene più rivelato che non ci viene più raccontato e mostrato.

Se sapeste la bellezza, la grandezza, il dono grande, la perla prezioso che si riceve celebrando il sacramento del matrimonio, tutti vi sposereste. Tutti! Perché se una cosa è bella, è importante, tutti la vogliono. Anche se costa, per quello che son saliti in tutti questi anni i costi dei catering, dei fotografi, etc. perché pur di avere quel tesoro grande che ricevereste il giorno del matrimonio i venditori sapevano che avreste pagato anche quel poco in più. L’aumento ha però mandato in crisi il sistema, perché se il prezzo sale troppo il cliente non compra più ma così facendo ha tolto anche importanza al tesoro grande che è il matrimonio.

Ci auguriamo che come tutti gli andamenti borsistici dopo questa profonda discesa ci sarà un tempo di risalita non data da una discesa dei prezzi, quella non l’avremo più, ma data da una consapevolezza diversa che avremo nel diventare sposi cristiani. Un consulente finanziario suggerirebbe che forse è proprio questo il momento di investire sul matrimonio, con il titolo a ribasso. Aiutaci Chiesa a farlo, aiutiamoci insieme sposi, laici, religiosi e risollevare la cellula vitale della società: la famiglia, l’uomo e la donna nella loro unicità e complementarietà all’amore, la vita frutto dell’amore stesso tra gli sposi.

Ricerchiamo la bellezza del matrimonio e testimoniamola cari sposi, non con le parole ma con il gesto più bello che siamo chiamati a vivere: l’amore, l’amarci! Un caro saluto.

Anna e Ste
Cercatori di bellezza

Mio marito se n’è andato. Perchè restare fedele?

In questi giorni mi sono sentito con il mitico Vittorio Scarpelli, perché ha ricevuto una domanda e mi ha chiesto un consiglio su cosa rispondere, visto che è quello che ho vissuto e con cui ho a che fare quotidianamente. Poiché è una domanda che ricorre spesso, provo ora a esprimere qualche sottolineatura, secondo la mia esperienza: Mio marito se n’è andato di casa nel 2023 dicendo che non mi amava più; abbiamo tre figli e ad oggi sto ancora rispettando il Sacramento che abbiamo ricevuto diciassette anni fa, ma a cosa serve?”.

Certamente, quando finisce una relazione, viene naturale pensare che sia tutto finito e che non abbia più senso ostinarsi a credere in qualcosa che non c’è più o peggio, rimanere fedeli: due persone si lasciano e quindi come finisce l’amore, automaticamente, anche il Sacramento scompare e perde di significato.

In realtà le cose sono completamente diverse, perché umanamente le cose possono anche andare male, ma le due persone rimangono legate per sempre, anche se i nostri occhi e i nostri sensi non lo possono vedere. Infatti, il Sacramento del matrimonio è l’unico dei sette sacramenti che viene dato alla coppia e non alla singola persona, perché non è un fattore individuale, ma viene consacrata (ripeto, consacrata) la relazione, per cui qualsiasi cosa accada su questa terra, non sono più due, ma una carne sola.

Capisco perfettamente che questo discorso possa apparire privo di senso e confesso che anch’io avevo molti dubbi in proposito, quando ancora non ci avevo capito niente sul Sacramento del matrimonio.

Faccio un esempio che credo possa aiutare a capire: quando un’ostia viene consacrata, diventa il corpo di Gesù, anche se noi vediamo sempre un pezzo di pane, ma per fede sappiamo che niente Lo potrà riportare alla sua sostanza originale (da qui deriva tutta la grande attenzione e devozione nel ricevere la Santa Comunione e nel custodire il corpo di Cristo dentro un tabernacolo).

Allo stesso modo, quando un uomo e una donna ricevono il Sacramento del matrimonio, non sono più come prima, sono diventati qualcosa di diverso e in particolare Gesù è in mezzo a loro e li tiene per mano, senza lasciarli mai: si possono firmare separazioni, divorzi, qualsiasi tipo di documento, ma non cambia assolutamente niente per Dio.

Detto questo e tornando alla domanda, una persona può chiedersi cosa fare e come andare avanti quando il coniuge ti lascia e la risposta è “esattamente quello che faceva prima (o avrebbe dovuto fare), perché non è cambiato nulla, si modifica soltanto la modalità con cui si vive il Sacramento”.

Quando una persona si sposa in chiesa, non lo fa principalmente per sé stessa, ma per dare la vita, imparare ad amare e testimoniare come Dio ama e ci ama.

Questa missione non cambia se il coniuge se ne va, si rimane comunque maschi e femmine, padri e madri indipendentemente dalla presenza o no dei figli, fratelli e sorelle di tutti e annunciatori di una realtà invisibile; quello che si modifica, invece, rimanendo da soli, è il ritorno, in particolare vengono a mancare la tenerezza, la sessualità, la reciprocità, e la corrispondenza.

Essere fedeli (fedeltà ha la stessa radice di fede e fiducia) non è un accessorio, un qualcosa di facoltativo, ma è Sacramento in atto, fa parte del pacchetto che abbiamo scelto il giorno in cui ci siamo sposati: “Prometto di esserti fedele sempre, per tutta la vita, qualsiasi cosa accada”. E “per qualsiasi cosa” non mi sto riferendo solo alla separazione, ma anche a situazioni umane varie, dalle semplici incomprensioni/differenze, fino alle realtà lavorative e di malattia.

Ad esempio, una situazione che mi ha beneficato tanto e che probabilmente ho già citato altre volte, è stata quella di una mia amica il cui marito, in seguito a un incidente, è rimasto paralizzato per tanti anni e poi è morto; lei lo ha accudito e accompagnato fino all’ultimo. Sicuramente alcuni le avranno detto di metterlo in un istituto e trovarsi qualcun altro, che stava sprecando la sua vita, ma lei invece ha voluto portare avanti la missione, certamente con sacrificio e sofferenza, ma anche con tanta fede e dimostrando una qualità di amore davvero pura.

Ma la cosa bella è che in palio non c’è solo il Paradiso fra tot anni, ma il Paradiso, per chi vuole, comincia già ora, oggi, perché quando si ama senza confini, cosa volete che conti tutto il resto? Una moglie che non ti parla o ti offende? Un figlio che manifesta evidenti difficoltà? Non fare più l’amore?

Pazienza, si va avanti lo stesso: se Dio ci concede ancora tempo su questa terra, vuol dire che non abbiamo ultimato la nostra missione e la nostra preparazione. Quando umanamente si fa il possibile, Dio dà i doni necessari ad andare avanti, in particolare pace, sapienza, fortezza e farà i giusti miracoli a tempo opportuno, così tanti che un giorno ci meraviglieremo di quante persone ne hanno beneficiato!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lo sguardo dell’amore

Stiamo giungendo alla fine del terzo poema. Il corteo nuziale è arrivato. Finalmente gli sposi sono da soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Quanto sei bella, amica mia quanto sei incantevole!/I tuoi occhi sono colombe, dietro il tuo velo./Le tue chiome sono come un gregge di capre, distese sulle pendici dal monte Gàlaad!/I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno;/procedono tutte appaiate, e nessuna è senza compagna./Come un nastro di porpora sono le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/come spicchi di melagrana le tue guance dietro il velo./Il tuo collo è come la torre di Davide,costruita a guisa di fortezza./Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di guerrieri./I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli./Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre,/me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso./Tutta incantevole sei, amica mia, nessun difetto è in te.

Dopo aver meditato nel capitolo precedente sul corteo nuziale, giungiamo finalmente all’incontro tra gli sposi. Entrano nella casa nuziale, e lo sposo, colmo di trepidazione, può finalmente togliere il velo alla sua amata, disvelandone la bellezza. Come ricorda Giovanni Paolo II, “l’amore è sempre una rivelazione di bellezza; una bellezza che, per chi ama, non è mai solo esteriore, ma si radica nel mistero dell’altro” (Uomo e donna lo creò).

Questo momento richiama alla mente l’ingresso della sposa in chiesa, il primo atto del rito del matrimonio, ma ci conduce ora alla prima notte di nozze, il sigillo dell’unione, il compimento sacramentale dell’amore degli sposi. È un momento che, come descrive il Cantico dei Cantici, è segnato dallo sguardo meravigliato dello sposo davanti alla sua sposa. Giovanni Paolo II lo esprime così: Lo sguardo dell’uomo, purificato dal dono dello Spirito, scopre nella donna non un oggetto, ma una persona, una sorella in Cristo e, nel matrimonio, una compagna della vita e dell’amore.

La meraviglia dello sposo non è mai uno sguardo di concupiscenza, che riduce l’altro a mero oggetto di piacere. Al contrario, è uno sguardo che rivela la dignità e la bellezza della sposa, un “eros trasfigurato”, come lo definisce Giovanni Paolo II, capace di unire corpo e anima in un’esperienza di stupore autentico: Il corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, è chiamato a diventare manifestazione dello spirito e dono di sé nell’amore.

Lo sguardo dello sposo nel Cantico è uno sguardo casto, che non mortifica la corporeità, ma la esalta nella purezza. È uno sguardo che non viola, ma accoglie; non domina, ma invita; non ferisce, ma guarisce. Questo sguardo prepara l’incontro totale tra gli sposi, corpo e anima, in un’unione che è segno dell’amore di Dio per l’umanità. Un amore che non si ferma all’apparenza, ma penetra in profondità, cercando l’anima dell’altro. Solo un cuore puro sa amare in modo autentico, ci ricorda Giovanni Paolo II.

Il Cantico ci invita a riflettere: quale tipo di sposo vogliamo essere per nostra moglie? Il re che la fa sentire regina, bella, desiderata e amata, o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie? L’invito è a vivere l’eros non come ricerca egoistica, ma come dono reciproco. L’amore vero è un’esigenza profonda dell’anima umana; è un riflesso dell’amore di Dio, scrive Giovanni Paolo II. Solo così, purificando il nostro sguardo e il nostro cuore, potremo vivere il matrimonio come segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

Antonio e Luisa

Riscoprire l’intimità: attesa, comunione e amore vero

La voglia può dirigere sempre bene le nostre azioni?

Non tutto ciò che è lecito è utile (1 Corinzi 10,23). Spesso, il desiderio immediato sembra essere una bussola infallibile: “Ho voglia di mangiare tutto il pacco da un chilo di patatine, perché negarmi questo piacere?” o “Sto così bene a letto, perché dovrei alzarmi e andare a lavorare“. Tuttavia, assecondare ogni impulso senza discernimento può portarci a una vita disordinata e poco soddisfacente. La spontaneità, se non regolata, rischia di renderci schiavi dei nostri desideri. Rischiamo di farci del male. A volte in modo evidente e chiaro altre volte in modo non immediato e pienamente consapevole. Come scrive Sant’Agostino: La libertà è obbedire alla verità, non al proprio capriccio.

L’intimità: un dono pensato per un contesto speciale

Arriviamo a noi. Dio ha voluto la relazione sessuale come un’espressione unica e sacra di donazione e accoglienza reciproca tra marito e moglie, all’interno del matrimonio. Anche tra coniugi, non sempre ogni momento è opportuno per l’intimità. Riconoscere ciò non reprime l’amore, ma lo raffina. Lo rende una scelta d’amore e non un semplice abbandono a un istinto fisico. San Giovanni Paolo II ha scritto: La castità coniugale non è una negazione, ma un sì più grande: un sì all’amore vero.

Quando i coniugi scelgono insieme di posticipare un rapporto, si aprono a una comunicazione più profonda, rafforzando la connessione emotiva e spirituale.

L’amore ha mille volti

L’amore vero non dice mai: ‘basta’ (San Francesco di Sales). Spesso si considera l’atto sessuale come l’apice dell’amore coniugale. L’abbiamo detto e scritto tante volte anche noi. Bisogna però stare attenti; la realtà è più ricca e complessa. Amarsi significa anche saper trovare altre vie per esprimere il proprio affetto: una parola gentile, un abbraccio inaspettato, un gesto di cura.

Questa pluralità di modi rende l’amore creativo e sorprendente. Diventa come la terra bagnata di pioggia che feconda non solo l’amore ma anche il desiderio della coppia di vivere una comunione profonda anche fisica. I Metodi Naturali, lungi dal soffocare l’amore, insegnano ai coniugi ad accogliere ogni fase della vita con pazienza e generosità.

Aspettare: un esercizio di amore

Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Giovanni 15,13). Quando una coppia sceglie di rispettare i tempi fertili per rimandare una gravidanza, non nega l’amore, ma lo amplifica. Rinunciare a un momento di intimità per il bene dell’altro diventa un atto di dono totale. Significa dire all’altro con la nostra scelta consapevole che siamo disposti ad aspettare di poterlo avere tutto. Accogliere tutto il corpo del marito o della moglie senza artifici chimici o fisici che possano limitarne la fecondità. Perchè accogliendo completamente l’altro attraverso il suo corpo possiamo entrare in una piena comunione di tutta la persona (corpo, mente e cuore). Questa attesa trasforma ogni incontro successivo in un evento speciale, preparato con cura e vissuto con gioia. Come scrive Dante nel Paradiso: E ‘n la sua volontade è nostra pace.

Giovanni Paolo II afferma con forza questa verità con delle parole molto chiare: La dimensione unitiva e quella procreativa dell’atto coniugale non possono essere separate senza alterare la verità intima dell’atto stesso. Quando i coniugi si uniscono nell’amplesso, essi sono chiamati a un dono reciproco totale, che include l’apertura alla trasmissione della vita. Ogni atto che escluda intenzionalmente questa apertura rischia di ridurre la comunione tra gli sposi a una semplice ricerca di piacere e non al segno della donazione totale di sé.

Preparare l’amore

Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint-Exupéry). La preparazione di un rapporto coniugale non è meno bella o meno spontanea dell’atto stesso. È un momento di dialogo, di sogni condivisi, di intesa profonda. Come un pasto cucinato con amore, l’attesa aumenta il piacere e rende tutto più intenso.

Vivere secondo la “spontaneità” intesa come seguire ogni impulso può impoverire l’amore. Al contrario, imparare ad amare con consapevolezza arricchisce il matrimonio, rendendolo un cammino di crescita continua. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, coppia di sposi santi, hanno scritto: La castità è il linguaggio che permette agli sposi di vivere l’intimità come un dono che si rinnova continuamente, una comunione di anime e corpi che riflette l’amore di Dio per noi. Come ci ricorda San Tommaso d’Aquino: Amare è volere il bene dell’altro. E quale bene più grande possiamo volere per il nostro coniuge, se non quello di crescere insieme nella capacità di amarci ogni giorno di più? Diventare capaci insieme di riflettere un amore che sia divino oltre che umano? Molto dipende anche da come viviamo l’intimità e come facciamo l’amore.

Antonio e Luisa

Per acquistare il nostro libro clicca qui