Affrontare le crisi: Rompere il copione delle relazioni

Siamo Pietro e Orietta. Durante una vacanza estiva comunitaria abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra e, dopo qualche anno di fidanzamento, abbiamo deciso di sposarci.

La Scoperta dell’Amore
Ci sentivamo certi della nostra scelta, come alpinisti pronti a iniziare una difficile salita sapendo di avere tutto l’occorrente nello zaino. Tuttavia, lungo il percorso ci siamo accorti che ognuno di noi portava nello zaino elementi diversi, frutto delle esperienze vissute nelle famiglie di origine.

Le Nostre Radici Familiari

Il Mio Percorso: Pietro
Io, Pietro, ero figlio unico. I miei genitori, lavorando in proprio, erano molto impegnati nella loro attività. Mia mamma sembrava ricordarsi di me quasi esclusivamente per darmi ordini. Sicuramente mi volevano bene, ma non lo dimostravano, perché per loro era scontato: trasmettere sentimenti non era necessario. Non ricordo gesti di tenerezza tra di loro. Per fortuna, viveva con noi mia nonna materna, che si faceva in quattro per me, facendomi sentire al centro del mondo. Ero combattuto tra il sentirmi insignificante e il considerarmi un principe. Nel mio matrimonio, come conseguenza di quanto vissuto nella mia famiglia di origine, ho portato con me insicurezza, egocentrismo e una certa freddezza nell’esprimere i sentimenti. Inoltre, non mi accorgevo che mia mamma, rimasta vedova, applicava nei rapporti con mia moglie la stessa modalità impositiva e invadente che era solita usare con me.

Il Mio Percorso: Orietta
Io, Orietta, mi sono resa conto di aver portato con me la stessa modalità che mia mamma usava con mio papà, creando difficoltà nella nostra relazione, ovvero la mia tendenza a impormi con Pietro, dicendogli cosa doveva o non doveva fare. Mio papà era un gran lavoratore e, in questo modo, esprimeva il suo amore, anche se non gliel’ho mai sentito dire. Passava molto tempo fuori casa, delegando a mia mamma la gestione della casa e delle figlie. Lei, casalinga, era presente fisicamente, ma non affettivamente, ed era molto rigida nell’educazione di noi figlie. Sicuramente ci voleva bene, ma anche lei, ai miei occhi, non lo sapeva dimostrare: tra di loro non esisteva una vera relazione. Il grande bisogno di sentirmi amata e considerata non ha trovato nella mia famiglia di origine la soddisfazione che cercavo. Non mi consideravo abbastanza brava; mia mamma, pur pretendendo il massimo, non mi gratificava. Così ho sviluppato insicurezza e ho pensato che solo compiacendo gli altri mi sarei fatta amare.

La Crisi e la Rinascita
Durante la nostra vita insieme questi aspetti – che ognuno di noi riteneva normali e assodati per sé, ma sbagliati nel coniuge – hanno contribuito a generare una pesante crisi, portandoci quasi alla separazione. Prima che ciò potesse accadere, un’amica ci ha parlato del programma Retrouvaille. All’interno di questo percorso abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la nostra relazione di coppia, partendo anche dalle esperienze nelle nostre famiglie d’origine. Tale scoperta ci ha permesso di accoglierci maggiormente, rendendoci conto che i comportamenti che ci infastidivano non erano dettati da malanimo nei confronti dell’altro. Questa consapevolezza ci ha reso, inoltre, un po’ più capaci di comunicare i sentimenti spiacevoli che tali atteggiamenti provocavano, dandoci, almeno tentativamente, la possibilità di modificarli.

Nel tempo ci siamo anche resi conto di essere, a nostra volta, una famiglia di origine per i nostri figli. Questo fatto, invece di spaventarci per quanto involontariamente potremmo aver trasmesso loro un modello non adeguato, ci ha reso più certi dell’utilità dell’esperienza che stiamo vivendo in Retrouvaille.

Guardando al Futuro
Non è facendo finta di essere perfetti che possiamo aiutare i nostri figli, ma dimostrando loro che non ci si deve arrendere e che, dietro ogni persona, c’è un’esperienza originaria che, una volta compresa, può essere usata in modo costruttivo.

Pietro e Orietta (Retrouvaille Italia)

Essere Con. Anche nella Separazione

Mi sono imbattuto in questa frase di Jean‑Luc Nancy che mi ha fatto molto riflettere: “Una singola entità non può essere portatrice di significato; è solo attraverso l’essere-con, solo attraverso la presenza dell’altro che il significato è possibile.

Il Concetto di “Essere‑Con”
Jean‑Luc Nancy (filosofo francese, morto nel 2021), pur non essendo stato un credente praticante una religione, ha scritto qualcosa che reputo profondamente vero: l’essere è intrinsecamente un essere‑con, nel senso che l’esistenza individuale è sempre in relazione con gli altri. Secondo Nancy, il significato e l’identità emergono attraverso la co‑esistenza e l’interazione con l’altro, piuttosto che da un’entità isolata.

La Fedeltà nel Matrimonio Cristiano
Questa visione filosofica, che insiste sull’essenza relazionale dell’essere, trova una risonanza profonda nel Sacramento del matrimonio, dove il “con” diventa un elemento non accessorio, ma essenziale. Infatti, la persona che mi è complementare, sia a livello fisico/biologico/sessuale sia mentale/sentimentale, dà significato e spiegazione alla mia identità ed esistenza. Senza l’esistenza della donna non saprei di essere maschio, non conoscierei le differenze e, di conseguenza, le mie caratteristiche; non capirei la funzione dei miei genitali e, così via, fino ad arrivare al modo di ragionare e di prendere decisioni. È l’essere‑con che genera vita e fecondità a tutti i livelli.

Relazioni Orizzontali e Verticali
Il fondamento concreto dell’essere‑con, nel matrimonio cristiano, è la fedeltà. È nella fedeltà che la relazione tra due sposi acquista consistenza e significato: un amore che non si limita a un’emozione passeggera o a un’utilità reciproca, ma si radica nella scelta libera e consapevole di donarsi completamente l’uno all’altro in ogni circostanza della vita. La fedeltà diventa, dunque, un atto di custodia della relazione, proteggendo e alimentando quella comunione di vita e amore che non si esaurisce in un solo istante, ma si costruisce giorno dopo giorno. Essa è il modo concreto con cui gli sposi continuano a dire “sì” l’uno all’altro, anche nelle difficoltà, negli imprevisti e nelle fragilità che il tempo porta con sé.

Parallelamente alla relazione orizzontale con il coniuge, di cui possiamo fare esperienza anche a livello corporeo, deve esistere, anzi prima di tutto, una relazione verticale con Dio. Questa si manifesta ogni volta che partecipiamo alla Santa Comunione o ci mettiamo in adorazione: essere‑con Dio dà significato alla mia vita, facendomi comprendere chi sono, da dove vengo e dove andrò.

Il Legame Esclusivo e Sacramentale
L’essere umano non è fatto per l’isolamento, ma per la comunione. Non esiste una vocazione cristiana che non coinvolga uno sposo terreno oppure lo Sposo: anche le scelte di clausura non possono durare senza una relazione che riempia la vita e dia significato. Nell’ambito delle coppie, l’essere‑con non è un legame che può contemplare più persone, ma solo una: è un rapporto esclusivo, quello che ci fa scegliere la persona con cui vogliamo trascorrere tutta la vita. Ricordo ancora il momento in cui mi sono innamorato di mia moglie: avrebbe potuto passare anche Miss Mondo, ma io avevo solo lei nel mio cuore. Anche ora, quando viviamo fisicamente separati, non posso ipotizzare che questo legame sia venuto meno o pensare di potermi ritrovare in un’altra donna. In realtà, mai come ora ho avuto una così profonda consapevolezza della mia identità di marito, padre e, soprattutto, figlio di Dio.

Posso scegliere di ignorare questa realtà, di chiudere il cuore alla Grazia che scaturisce dal Sacramento, ma il legame sacramentale rimane. Esso non dipende dal mio stato d’animo, dalle mie fragilità o dalle circostanze avverse: è un dono che mi supera e che mi chiama a guardare oltre me stesso. Posso anche essere abbandonato da tutti, ma nessuno potrà bloccare o limitare il mio amore verso gli altri e verso Dio. Si tratta solo di dare la precedenza alla relazione sull’individualismo.

L’Amore che si Rinnova e il Rispetto Reciproco
L’amore si rinnova ogni giorno nell’essere‑con l’altro, anche quando la vita porta il peso della sofferenza e della separazione. Questo avviene, per esempio, attraverso la preghiera per l’ex coniuge e offrendo la propria vita come segno di amore fedele. L’essere‑con si esprime anche nella capacità di mantenere vivo il rispetto per l’altro, soprattutto quando ci sono figli. Un genitore separato, fedele, sa che il significato della propria missione educativa non può prescindere dall’altra figura genitoriale. Anche quando il dialogo diretto risulta difficile o impossibile, il rispetto e la cura per l’altro genitore diventano un modo concreto per testimoniare che l’altro continua ad avere un posto imprescindibile nella propria esistenza.

Conclusione: L’Incarnazione e il “Dio con Noi”
D’altra parte, con l’Incarnazione, l’Emmanuele – cioè “Dio con noi” – è venuto a comunicarci che non siamo mai soli e che l’essenziale è proprio l’essere‑con Lui.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La Tenerezza: Linguaggio d’Amore e Via di Libertà

Come anticipato nel precedente articolo, prima di proseguire con i versetti del Cantico, ci soffermeremo qualche settimana sulla tenerezza e sui gesti che la caratterizzano. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La tenerezza non è solo un’emozione passeggera, ma uno stile di vita, un modo autentico di amare che riflette la dolcezza di Dio. Per gli sposi cristiani, essa rappresenta la via privilegiata per donarsi reciprocamente e contrastare il desiderio di possesso. Come affermava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore vero è dono di sé” e la tenerezza ne è l’espressione più pura e vera. In un mondo in cui l’amore viene spesso confuso con il possesso, imparare a vivere la tenerezza diventa un atto rivoluzionario.

La Tenerezza: Un Linguaggio Corporeo

La tenerezza non è solo un sentimento, ma un vero e proprio linguaggio che si esprime attraverso il corpo. Il corpo, infatti, non è un elemento estraneo all’anima, ma ne è parte integrante. Come sottolineano in tanti tra cui Luigi Maria Epicoco, “noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo“. La corporeità è lo strumento attraverso cui possiamo manifestare amore e accoglienza, rendendoci disponibili all’altro in un dialogo d’amore continuo.

Tuttavia, questo processo non è sempre immediato. Don Carlo Rocchetta osserva che ogni persona ha due possibilità: “fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio, facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile“. Spesso, le ferite del passato, le insicurezze e le esperienze vissute rendono difficile questa apertura. Solo attraverso un percorso di fiducia, rispetto e abbandono reciproco, gli sposi possono imparare ad accogliersi pienamente, superando le barriere interiori che ostacolano l’intimità. Spesso è utile anche della terapia per fare luce.

La Castità: Scuola di Tenerezza

Un elemento fondamentale in questo cammino è la castità, intesa non solo come astinenza prima del matrimonio, ma come un continuo affinamento del rapporto fisico nella vita coniugale. Essa permette di mantenere un’unità profonda tra anima e corpo, favorendo la crescita nella tenerezza. Come spiegava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore casto non è rinuncia, ma un modo per possedere se stessi per potersi donare completamente all’altro“.

I fidanzati che vivono un cammino di castità imparano a esprimere l’affetto attraverso la tenerezza, creando così una base solida per un matrimonio fondato sulla vera intimità. La castità nel fidanzamento insegna ad essere teneri anche quando non è previsto un rapporto intimo. Cosa che diventa importantissima anche nel matrimonio quando ci saranno giorni settimane o anche mesi che non si potranno avere rapporti per i più disparati motivi. La tenerezza diventa allora un ponte tra il rapporto con il coniuge e l’intimità con Dio. Quando gli sposi si amano con dolcezza e rispetto, rispecchiano il modo in cui Dio ama ogni creatura. Come afferma Epicoco, “la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo“.

La Tenerezza Come Via di Libertà

L’amore autentico non è mai un vincolo, ma una liberazione. Papa Francesco, nel suo discorso del 2018, preparato per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta, ha detto: “Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.”

La tenerezza ci educa a donare noi stessi, a non chiuderci nell’individualismo, ma a condividere la nostra vita con l’altro. Non è un semplice gesto affettuoso, ma un vero e proprio impegno quotidiano. Gli sposi che scelgono di vivere la tenerezza costruiscono un rapporto solido, capace di resistere alle difficoltà e di rinnovarsi nel tempo.

Conclusione

Nel matrimonio cristiano, la tenerezza è il segno visibile dell’amore di Dio. Essa non è debolezza, ma forza; non è sentimentalismo, ma linguaggio dell’anima.

Vivere la tenerezza significa imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a rispettarne il mistero e ad accoglierlo senza riserve. Come ho sperimentato nel mio matrimonio, il cammino verso un amore maturo passa attraverso la fiducia reciproca, il dialogo sincero e la costante ricerca della bellezza nell’altro. Solo così l’unione coniugale può diventare specchio dell’amore divino, una testimonianza viva e autentica della gioia dell’amore donato e ricevuto.

Antonio e Luisa

Dostoevskij, Bridget Jones e il Dilemma dell’Amore

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij, il cui genio letterario continua a illuminare il nostro pensiero anche a 200 anni dalla sua nascita, ci offre in L’eterno marito (1870) una profonda riflessione sul mistero dell’amore e dell’attrazione. In quest’opera, la figura di Natalia Vasilievna emerge come una fonte inesauribile di fascino, capace di incidere sulla vita dei personaggi e di trascendere persino i confini della morte. Essa diventa il fulcro attorno al quale ruotano le passioni contrastanti di due uomini: Aleksej Velchaninov, l’amante, e Pavel Trusotsky, l’eterno marito.

Natalia, con il suo magnetismo ineguagliabile, non rappresenta soltanto un volto o un nome, ma incarna quel mistero femminile che attira gli sguardi e infiamma i cuori. Aleksej, attratto dalla sua dimensione passionale e trasgressiva, la percepisce come un oggetto del desiderio, mentre Pavel la contempla con occhi colmi di responsabilità e di un amore che guarda oltre il presente, proiettandosi nel futuro famigliare. Come scrive Dostoevskij ne L’eterno marito:

“Non si può non essere incantati dalla sua presenza, da quell’aura che le conferisce un senso di eternità e di verità, capace di far vacillare la ragione degli uomini.”

Questa citazione non solo conferma l’idea che Natalia eserciti un’attrazione irrefrenabile, ma evidenzia anche la duplice natura dell’amore: da un lato, il desiderio passionale che conduce all’immediatezza dell’istinto, e dall’altro, il richiamo di un amore che aspira alla comunione e al dono totale di sé.

Questa dinamica amorosa trova sorprendenti parallelismi con la moderna Bridget Jones’s Diary. Bridget si trova anch’essa contesa tra due uomini dalle caratteristiche opposte: Daniel Cleaver, affascinante ma superficiale, e Mark Darcy, serio e affidabile. Come Natalia, anche Bridget è divisa tra il desiderio di passione e la ricerca di un amore autentico e sicuro. La tensione tra la superficialità del piacere e la profondità dell’impegno si riflette in entrambi i racconti, dimostrando che, a prescindere dal contesto storico, il cuore umano è attraversato dalle stesse lotte interiori.

È in questo contesto che la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II si fa luce, offrendoci una visione in cui il corpo umano non è soltanto materia o semplice oggetto di desiderio, ma diventa segno e strumento del mistero divino. Il Pontefice ci insegna che il corpo è un dono, un simbolo dell’amore che Dio ha per noi e che ci chiama a vivere la nostra sessualità in maniera integrata e responsabile. Come afferma con passione Giovanni Paolo II:

“Il dono del corpo è il dono dell’amore.”

In questo insegnamento, ogni atto d’amore autentico si configura come un’offerta totale di sé, un cammino di comunione che trascende il mero piacere fisico per elevarsi al livello del sacro. La differenza fra Aleksej e Pavel, dunque, si evidenzia come il contrasto fra un amore consumistico e un amore donativo, tra il desiderio egoistico e il vero atto di dono reciproco.

Dostoevskij stesso, nel delineare le figure di Aleksej e Pavel, ci offre una chiave di lettura per comprendere questa dicotomia. Un’altra citazione significativa del romanzo recita:

“Il cuore dell’uomo si divide tra la passione che lo spinge verso l’effimero e la speranza di una comunione che lo renda eterno; in questo conflitto, ogni scelta è una rivelazione di se stessi.”

Queste parole risuonano fortemente con il messaggio della Teologia del Corpo, secondo cui l’amore, per essere pienamente realizzato, deve essere un cammino di auto-donazione e di responsabilità. Non si tratta semplicemente di cedere ai propri impulsi, ma di saperli trasformare in un atto d’amore che unisce due anime in un patto di vita e di fede.

Nel romanzo, Pavel incarna quella dimensione sacramentale del rapporto coniugale: egli vede in Natalia non solo una compagna, ma la madre dei suoi futuri figli, il simbolo di un’unione che dà vita e che trascende la dimensione terrena. Questo ideale richiama fortemente la visione di Giovanni Paolo II, secondo cui il matrimonio è il contesto privilegiato in cui il dono del corpo diventa un atto di creazione e di testimonianza dell’amore divino. Il corpo, in questo senso, si fa strumento di una grazia che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando veicolo di una verità che unisce le persone nella loro totalità.

Al contrario, Aleksej rappresenta quel lato dell’amore che si perde nell’esteriorità, nella ricerca del piacere immediato, senza la consapevolezza del dovere del dono. Il suo sguardo, pur essendo attratto dalla bellezza di Natalia, non riesce a cogliere quella dimensione profonda che trasforma l’amore in un cammino di crescita e di responsabilità. Come osserva Dostoevskij,

“L’attrazione che suscita Natalia non è soltanto una fiamma passeggera, ma un’eco che risuona nell’anima, rivelando i desideri più nascosti e le fragilità dell’essere umano.”

Questa riflessione evidenzia come ogni atto d’amore comporti una scelta: quella di abbracciare il dono del corpo in tutta la sua dimensione, oppure di lasciarsi trascinare da impulsi che possono condurre a una frammentazione dell’essere. La scelta, in definitiva, diventa un atto di fede, un cammino verso la pienezza della vita.

In sintesi, l’incontro tra la visione letteraria di Dostoevskij, la moderna Bridget Jones e la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II ci offre una prospettiva profonda e appassionata sull’amore. Natalia Vasilievna e Bridget Jones, con le loro insicurezze e desideri, diventano il simbolo di un’eterna lotta tra il fascino della passione e la solidità dell’amore vero. I personaggi di Aleksej, Pavel, Daniel Cleaver e Mark Darcy ci mostrano due percorsi possibili: uno che si perde nell’effimero e uno che, pur riconoscendo la passione, la trasforma in un atto di responsabilità e comunione.

Antonio e Luisa

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Simone Cristicchi: Riconoscersi Dentro una Storia d’Amore

Perché la canzone di Simone Cristicchi sta riscuotendo tanto successo e toccando trasversalmente il cuore di tutti, giovani e anziani, uomini e donne? Certo, lui è un poeta nel vero senso della parola, un uomo con una profondità interiore straordinaria che riesce a esprimere attraverso la sua arte. Non ha una voce perfetta, ma comunica con le parole emozioni autentiche, e forse questo è ancora più importante. Ci fa sentire fratelli tutti! Ma in questo caso c’è di più. Simone ha toccato una corda fondamentale della nostra umanità: ha risvegliato quella nostalgia di un amore autentico che tutti portiamo dentro.

Probabilmente non lo avete mai notato. Il quarto comandamento del Decalogo non è posizionato a caso. C’è una motivazione precisa, e comprenderla è fondamentale per la nostra vita, per il nostro matrimonio e per i nostri figli.

I dieci comandamenti si dividono in due parti: i primi tre riguardano la nostra relazione con Dio, mentre i successivi sette concernono i rapporti con le altre persone. Relazione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli: come una croce. Il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, non è solo il primo della seconda parte, ma è il trait d’union tra le due sezioni. Esso rappresenta, come in una croce, il punto di incontro tra la trave orizzontale e il palo verticale.

Perché onorare il padre e la madre viene prima di “Non uccidere”? Non è scontato. Non rispettare i genitori è un comportamento indegno, ma uccidere una persona è enormemente più grave. Eppure, il motivo di questa scelta è chiaro: è fondamentale riconoscerci figli per poter poi accogliere tutti gli altri comandamenti e relazionarci in modo positivo e amorevole con il nostro prossimo.

Riconoscerci figli di Dio e dei nostri genitori. Riconoscerci parte di una storia che ci precede. Anselm Grün dice che chi disonora il padre e la madre sta disonorando anche se stesso, perché rinnega le proprie radici. Siamo venuti al mondo perché due persone si sono amate, e noi siamo frutto di quell’amore. Non siamo qui per caso. Siamo stati voluti e siamo tuttora amati profondamente.

Come canta Cristicchi in “Quando sarai piccola”: “Quando sarai piccola, io sarò con te, quando il tuo passo stanco tremerà vicino a me, quando sarai piccola, e il mondo andrà più in fretta, non preoccuparti, io rallenterò.

Queste parole raccontano una verità profonda: l’amore che ci ha generati non ci abbandona. Ci ha sostenuto nella nostra fragilità di bambini e, con il tempo, sono i nostri genitori a diventare fragili, affinché possiamo prenderci cura di loro. Un cerchio che insegna a donare e ad accogliere, a essere forti per sostenere e deboli per avere bisogno degli altri.

Papa Francesco, parlando dei nonni, ci ricorda che “un popolo che non custodisce i nonni e non tratta bene i nonni, è un popolo che non ha futuro“. Onorare il padre e la madre non è solo una questione di rispetto, ma il fondamento della continuità della nostra storia e identità.

Il quarto comandamento ci dice che la nostra vita è un dono d’amore. Chi si comporta male, spesso, ha alle spalle grandi sofferenze dovute proprio alla mancanza di questa consapevolezza. Non sa di essere amato. Franco Nembrini racconta di un confronto con alcuni studenti quindicenni. Chiese loro quale fosse il senso della vita. Uno rispose: “Non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata.” Nembrini rimase spiazzato e amareggiato, pensando al dolore che quel giovane doveva avere dentro di sé.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e poter amare gli altri. Per questo fare esperienza di Dio e permetterGli di entrare nella nostra vita cambia tutto. Sentirci amati e perdonati è l’unico modo per accogliere il Decalogo non come una lista di divieti, ma come un dono che Dio ci fa per vivere da amati e da amanti, da persone che sanno donarsi senza usare l’altro. Sentirci amati ci fa vivere da persone felici, perché l’amore è la sola cosa che davvero desideriamo.

Ancora Cristicchi ci offre un’immagine potente dell’amore che ci lega ai nostri genitori e ai nostri figli: “E quando sarai piccola e il tempo sembrerà svanire, negli occhi miei ti specchierai, e ti accarezzerò.

Questo amore che ci tiene uniti, che ci accompagna lungo il cammino della vita, è la più grande testimonianza di chi siamo: figli amati, chiamati ad amare. Onorare il padre e la madre non è solo un comandamento, ma la chiave per comprendere la nostra esistenza, il ponte che ci collega a Dio e agli altri, la radice che ci permette di crescere e di dare frutti d’amore.

Antonio e Luisa

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Nàaman ed Eliseo: Il Miracolo di Dio nelle Piccolezze e il Mistero Sponsale

L’episodio biblico di Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, narrato nel secondo libro dei Re (2 Re 5, 1-19), è una storia intrisa di profondi significati spirituali. Questo racconto non solo illustra la potenza di Dio, ma invita a riflettere su come Egli si manifesti nelle piccolezze della vita. In chiave sponsale, l’episodio suggerisce che anche nel matrimonio, spesso ritenuto il luogo della quotidianità e delle piccole cose, si cela un miracolo divino, se vissuto con fede e umiltà.

La Storia di Nàaman: Una Lezione di Umiltà

Nàaman era un uomo potente, un capo militare rispettato, ma colpito dalla lebbra, una malattia che lo rendeva impuro agli occhi del popolo. Nonostante la sua posizione, era impotente di fronte alla sua condizione. Su consiglio di una giovane serva israelita, Nàaman si reca dal profeta Eliseo per cercare guarigione. Eliseo, tuttavia, non lo accoglie con cerimonie grandiose, ma gli invia un messaggio: “Va’, lavati sette volte nel Giordano; il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai puro” (2 Re 5, 10).

Inizialmente, Nàaman rifiuta indignato, aspettandosi un miracolo spettacolare degno del suo rango. Solo quando i suoi servi lo convincono a seguire l’indicazione di Eliseo, egli si immerge nel Giordano e viene guarito. Nàaman impara così una lezione fondamentale: il miracolo di Dio si manifesta nell’obbedienza fiduciosa e nelle cose semplici.

Il Miracolo nelle Piccolezze del Matrimonio

Questo episodio biblico può essere declinato in chiave sponsale per illuminare il mistero del matrimonio. Anche nel cammino coniugale, le coppie possono essere tentate di cercare la felicità in gesti grandiosi o in momenti straordinari, dimenticando che il vero miracolo si trova nella fedeltà quotidiana, nei piccoli gesti di amore e servizio.

San Giovanni Paolo II, nella sua “Familiaris Consortio”, scrive: “L’amore coniugale […] è un amore che porta gli sposi a donarsi reciprocamente ogni giorno, senza grandi clamori”. Come Nàaman ha dovuto immergersi umilmente nelle acque del Giordano per sperimentare la guarigione, così gli sposi sono chiamati a immergersi nelle piccolezze della vita quotidiana per scoprire la presenza trasformante di Dio.

L’Umiltà come Chiave del Miracolo

La guarigione di Nàaman è avvenuta solo quando ha abbandonato il suo orgoglio e si è affidato con umiltà alle parole del profeta. Nel matrimonio, l’umiltà gioca un ruolo cruciale. Accettare le proprie fragilità e quelle del coniuge è il primo passo verso una relazione autentica e duratura. Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, afferma: “Non esiste la famiglia perfetta. Bisogna essere umili e realistici, riconoscendo che ognuno di noi è un lavoro in corso” (AL 325).

Questo riconoscimento delle proprie debolezze apre le porte alla grazia divina, che opera attraverso l’accettazione reciproca e la volontà di crescere insieme. Come le acque ordinarie del Giordano si sono trasformate in uno strumento di guarigione, così i piccoli gesti quotidiani, se vissuti con amore e umiltà, diventano strumenti di grazia nel matrimonio.

La Simbologia dell’Acqua

L’acqua del Giordano, simbolo di purificazione e rinascita, richiama il sacramento del Battesimo, in cui si entra in una nuova vita in Cristo. Nel matrimonio, l’acqua può essere vista come metafora della quotidianità: quella stessa acqua che cuoce i pasti, che pulisce la casa, che lava via la stanchezza della giornata. Santa Teresa di Lisieux, nel suo piccolo cammino, esorta a trovare Dio nelle cose più semplici: “Amare è tutto donare e donarsi, senza tenere conto di sé”.

Questo invito si applica perfettamente alla vita matrimoniale, dove ogni gesto ordinario può diventare un atto straordinario di amore.

Nàaman e la Fedeltà nel Matrimonio

La guarigione di Nàaman non è stata un atto istantaneo, ma ha richiesto la ripetizione del gesto di immersione sette volte. Questo numero, nella Bibbia, simboleggia la perfezione e la pienezza. Analogamente, nel matrimonio, la fedeltà quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno, costruisce una relazione forte e duratura. Come scrive Dietrich Bonhoeffer: “Non è il tuo amore che sostiene il matrimonio, ma è il tuo matrimonio che sostiene il tuo amore”.

La Testimonianza degli Sposi

Molte coppie testimoniano che il vero miracolo del matrimonio si trova nel saper accogliere le difficoltà con fede e perseveranza. Chiara Corbella ed Enrico Petrillo, ad esempio, hanno vissuto il loro matrimonio come un’immersione continua nella grazia di Dio. Nonostante le prove, Chiara diceva: “Il Signore mette sempre tutto a posto, basta fidarsi di Lui”. La loro esperienza richiama l’episodio di Nàaman: la fiducia nell’azione di Dio, anche quando essa si manifesta in modo semplice e inaspettato.

Conclusione

La storia di Nàaman ed Eliseo ci insegna che Dio opera nelle piccolezze e che il miracolo si trova nell’umiltà e nella fedeltà. In chiave sponsale, questo episodio illumina il cammino di noi sposi, invitandoci a scoprire la grazia divina nei gesti quotidiani e ordinari. Come Nàaman è stato guarito immergendosi nel Giordano, così noi siamo chiamati a immergerci nell’amore reciproco e nella grazia sacramentale del matrimonio. Alla fine, il miracolo di Dio è sempre presente: non nelle grandi manifestazioni, ma nelle piccole scelte di ogni giorno, che trasformano la vita ordinaria in un capolavoro divino.

Antonio e Luisa

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La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa

Papa Francesco: La Castità è la Guarigione del Cuore!

Papa Francesco, nei giorni scorsi, ha parlato con grande chiarezza. In un contesto sociale, cristiano ed ecclesiale in cui il celibato sacerdotale e la castità vengono spesso messi in discussione e criticati, il Santo Padre ha pronunciato parole forti e dirompenti. Ha ribadito con fermezza la necessità della castità per vivere un amore autentico, libero da distorsioni e superficialità.

Il Papa ha affermato:

Sappiamo bene che viviamo in un mondo spesso segnato da affettività distorte, in cui il principio del ‘ciò che piace a me’ spinge a cercare nell’altro più la soddisfazione dei propri bisogni che la gioia di un incontro fecondo. Questo atteggiamento genera relazioni superficiali e precarie, caratterizzate da egocentrismo, edonismo, immaturità e irresponsabilità morale. Si sostituiscono lo sposo e la sposa di tutta la vita con il partner del momento; i figli, che dovrebbero essere accolti come un dono, vengono invece pretesi come un ‘diritto’ o eliminati come un ‘disturbo’. In un contesto del genere, di fronte al ‘crescente bisogno di limpidezza interiore nei rapporti umani’ (Vita consecrata, 88) e di relazioni più umane e autentiche, la castità consacrata offre all’uomo e alla donna del XXI secolo una via di guarigione dal male dell’isolamento. Essa insegna ad amare in modo libero e liberante, senza costrizioni né esclusioni. Che sollievo per l’anima incontrare religiosi e religiose capaci di una relazionalità matura e gioiosa! Sono un riflesso dell’amore divino (cfr. Lc 2,30-32). Affinché la castità sia vissuta nella sua bellezza e non degeneri in aridità del cuore o in ambiguità nelle scelte – fonte di tristezza e insoddisfazione, e talvolta causa di doppie vite – è fondamentale curare la crescita spirituale e affettiva delle persone. Questo deve avvenire fin dalla formazione iniziale e proseguire anche nella formazione permanente. La lotta contro la tentazione della doppia vita è quotidiana. È quotidiana.

Il Papa si rivolge ai consacrati, ma il suo messaggio è attuale per tutti. Non si tratta di un richiamo bigotto a una consuetudine ormai fuori moda. Qui c’è il significato dell’amore. La sostanza dell’amore. La castità non si riduce all’astinenza sessuale, né è una semplice questione di fare o non fare qualcosa. È molto di più: è una scelta consapevole, spesso fraintesa o trascurata. Essa riguarda non solo i religiosi, ma anche gli sposi.

La castità è, prima di tutto, una scelta morale nella sua forma più alta e bella. È la decisione di scegliere il bene, di volere il meglio per sé e per l’altro. Ma cosa significa essere casti nel matrimonio? Il Cantico dei Cantici esprime bene questa armonia tra cuore e corpo con le parole: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio.”

Questi versetti sono profondamente significativi: evocano l’unione tra cuore e corpo, tra l’interiorità e l’azione concreta. L’amore custodito nel cuore si manifesta attraverso il corpo, attraverso le scelte e i gesti quotidiani. Entrambi sono essenziali.

Dire “Mettimi come sigillo sul tuo cuore” significa affermare: “Ti appartengo, e tu appartieni a me. Non posso essere di nessun altro. Desidero essere carne della tua carne.” San Paolo lo esprime con altre parole: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.” Lo stesso concetto, letto in chiave sponsale, si traduce in: “Non sono più io che vivo, ma tu, mio amato sposo, vivi in me, e io in te.”

Questa è la nostra vocazione: essere pienamente prossimi all’altro, spostando il centro della nostra attenzione dalla nostra individualità alla gioia e al bene dell’amato.

“Sigillo sul tuo cuore e sul tuo braccio.” L’appartenenza reciproca coinvolge tutta la persona, sia nella dimensione fisica che in quella più profonda e interiore: nei sentimenti, nella volontà, nel desiderio sessuale ed affettivo, nella tenerezza. Tutto ciò che siamo porta l’impronta di chi amiamo.

Ed è proprio qui che la castità assume il suo valore più alto anche nel matrimonio. Lungi dall’essere una negazione del piacere, essa educa gli sposi a un amore più grande e maturo. Aiuta a superare la ricerca di un piacere meramente fisico, basato su fantasie da mettere in pratica e sull’uso dell’altro come mezzo di gratificazione personale.

La castità nel matrimonio guida gli sposi verso un piacere più profondo: quello che nasce dalla vera comunione dei corpi, che non è solo unione fisica, ma diventa unione dei cuori. È il piacere di essere uno, di appartenersi pienamente, di donarsi reciprocamente senza egoismi, nella gioia di condividere tutto. È il piacere della totalità, della fedeltà, della fecondità.

Questo è l’amore sponsale autentico: un amore che desidera tutto dell’altro e si dona interamente. Un amore fedele, indissolubile, fecondo, unico. Solo così può essere meraviglioso e pieno. È un amore esigente, ma proprio per questo vero. Solo vivendo così potremo davvero evangelizzare il mondo.

Antonio e Luisa

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Una Tradizionale Pratica Africana da Importare

Pochi giorni fa mi sono incontrato con un sacerdote africano per organizzare, insieme alla parrocchia che lui gestisce, il ritiro dei ragazzi che si preparano alla Cresima e che unirà più zone pastorali.

Un’usanza africana sorprendente

Durante la chiacchierata su cosa dire ai genitori riguardo alla scelta dei padrini e delle madrine, ho piacevolmente scoperto questo: in quasi tutta l’Africa, una coppia di sposi accompagna un ragazzo o una ragazza dal Battesimo fino al matrimonio, Cresima compresa. Marito e moglie diventano padrino e madrina per tutta la vita di questo giovane e per tutti i Sacramenti.

Una proposta da considerare

Subito ho pensato: “Perché una cosa così bella non viene fatta anche da noi?”. So che questi articoli sono letti anche da sacerdoti, catechisti, collaboratori della Pastorale della Famiglia e altri operatori pastorali. Credo sia importante prendere in considerazione questa tipologia di accompagnamento cristiano, che non solo è innovativa, ma anche profondamente sensata.

Possibili obiezioni e difficoltà

Immagino già alcune obiezioni: “Ma le coppie oggi sono già piene d’impegni” o “Non è facile trovare sposi disponibili”, oppure è possibile che, per motivi di lavoro, sia necessario andare a vivere lontano e così non riuscire più ad avere un contatto diretto con il giovane per anni. Certamente possono nascere delle difficoltà; tuttavia, credo che se presentiamo quest’opportunità come una missione significativa e arricchente, molte coppie potrebbero rispondere con generosità.

Oltre il semplice rito formale

Troppo spesso il compito di padrini e madrine è relegato a un semplice rito formale, limitato a presenziare durante la celebrazione dei Sacramenti, e per ogni Sacramento vengono generalmente scelte persone differenti. Quanto sarebbe rilevante per un giovane poter contare su una coppia di riferimento che conosce la sua storia personale e spirituale fin dall’infanzia!

Un legame che sostiene la crescita

Questo legame può offrire una guida concreta nelle scelte importanti della vita, come quella della vocazione, la preparazione al matrimonio o la gestione delle difficoltà quotidiane: è una testimonianza preziosa di fedeltà, stabilità e amore cristiano. Penso al potenziale di crescita spirituale di un ragazzo o di una ragazza che riceve, anno dopo anno, il sostegno costante di due persone che vivono il Sacramento del matrimonio come una vocazione autentica.

Un punto di riferimento stabile

Non solo: il bambino, crescendo, avrà – in aggiunta ai genitori – una figura di riferimento maschile o femminile in base alla necessità, una sorta di angeli custodi che, a differenza dei nonni, hanno il vantaggio di appartenere a una generazione più vicina. Ovviamente i genitori rimangono i primi educatori, però è anche vero che con loro non è sempre facile affrontare alcuni argomenti delicati. Una coppia amica che ti invita a casa sua per parlare e che ha già vissuto quell’esperienza sulla propria pelle può fare la differenza.

La fede vissuta nella quotidianità

Inoltre, quanti genitori mandano i ragazzi al catechismo più per tradizione che per fede? Li accompagnano alla Messa e poi li vengono a riprendere appena finita, senza stare con loro, dimostrando così che per loro non ha valore. Invece, se una coppia di sposi sceglie di seguire un giovane, sicuramente lo fa perché ne comprende il valore. Questo cammino diventa un modo per approfondire la propria fede, condividere l’esperienza dell’amore coniugale, prendersi cura di un’altra persona: una sorta di “adozione spirituale”.

Un’opportunità di crescita per tutti

Tale servizio, vissuto con gioia e responsabilità, potrebbe rafforzare il loro stesso matrimonio, rendendolo una testimonianza viva per gli altri fedeli. Questa pratica africana ha anche il pregio di rendere evidente il ruolo fondamentale degli sposi nella trasmissione della fede.

Un segno tangibile della presenza di Dio

In un contesto culturale in cui la fede rischia di essere percepita come qualcosa di isolato e individuale, e con grandi sfide educative e spirituali, un accompagnamento costante e di qualità rappresenterebbe un segno tangibile della presenza di Dio nella vita delle persone e potrebbe portare frutti straordinari nelle nostre parrocchie.

Ettore Leandri

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa

Un’immagine bellissima. Giardino chiuso tu sei, sorella mia. Cosa vuol dire? In queste parole c’è tutta la potenza di un eros casto. Due parole che sembrano un ossimoro, ma che esprimono la verità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa; giardino chiuso, fontana sigillata! I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti, fiori di cipro e di nardo, nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo, con tutte le specie di alberi da incenso, mirra e aloe, con i più preziosi balsami. Fontana che irrora i giardini, sorgente d’acqua viva, ruscelli che scendono dal Libano.

L’amata

Déstati, vento del nord; vieni vento del sud; soffia sul mio giardino, si spandano i suoi profumi. Venga il mio diletto, entri nel suo giardino, e ne mangi i frutti squisiti.

L’amato

Sono entrato nel mio giardino, sorella mia, mia sposa, e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo; mangio il mio favo e il mio miele, bevo il mio vino e il mio latte.

Il coro

Mangiate, amici, bevete; inebriatevi d’amore.

Il Giardino dell’Amore: Un Luogo Sacro

Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’amplesso fisico. San Giovanni Paolo II affermava: “L’amore coniugale autentico si esprime e si realizza nella donazione totale e reciproca dei coniugi”.

Il Re e la Chiave del Giardino

Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.

È bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perché loro hanno un cuore puro e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. È solo per il re.

Il Re e l’Amore Autentico

Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre.

La Gioia Piena dell’Amore Coniugale

Un amore impegnativo, che costa fatica. Nel giardino, però, il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono alle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perché vuole possedere la sposa, ma perché vuole darsi totalmente a lei. Papa Benedetto XVI scriveva in Deus Caritas Est: “L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni”.

L’Importanza della Castità

Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale, ma vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore. San Giovanni Paolo II diceva: “La castità non è il rifiuto della sessualità, ma il suo fuoco autentico”.

La Cura del Giardino dell’Amore

Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo).

Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come un ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come un re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza!

Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma di amare la propria sposa.

Nei prossimi capitoli andremo ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.

Antonio e Luisa

Cari genitori, volete che i vostri figli completino l’iniziazione?

L’articolo di oggi (che segue i precedenti) è una “cerniera” con l’intento di chiudere le riflessioni mistagogiche battesimali ma anche di aprirne altre sull’accompagnamento dei cresimandi. Mi scuso se queste considerazioni potrebbero sembrarci molto teoriche e poco interessanti per il vivere concreto. Sono convinto che riflettere sulle nostre azioni sia un investire a vantaggio di future riformulazioni delle prassi quotidiani ed ecclesiali che avverranno però ancor prima nella nostra mente. Tra teoria e prassi c’è un circolo virtuoso. A maggior ragione se si tratta di quelle parole e quei gesti che riguardano i “punti (Luce) di incontro con Dio”.

La separazione tra battesimo e cresima nella prassi pastorale

La prassi pastorale attorno ai sacramenti del battesimo e della confermazione (da qui IC) ci ha abituato involontariamente a considerarli due realtà diverse, distinte e separate, senza continuità. Il popolo di Dio si è formato una serie di idee “separazioniste”.

Le idee sul battesimo

Tra quelle riferite al battesimo sicuramente ci sono: la necessità di battezzare i bambini nei primi mesi di vita, la sua importanza per “cancellare il peccato originale”, la preparazione catechetica alla famiglia del battezzando, la pastorale battesimale da 0 a 6 anni.

Le idee sulla cresima

Tra quelle della confermazione ci sono: il significato di confermare la fede personale, la necessità per sposarsi in chiesa, il padrino scelto dal cresimando tra i suoi amici e meglio ancora se un familiare, il catechismo esperienziale. Ci sono tante altre convinzioni che variano da comunità a comunità, da persona a persona, e si trasmettono di situazioni in situazioni.

L’importanza dell’unitarietà dell’Iniziazione cristiana

Volendo individuarne una, che è necessaria e allo stesso tempo poco presente nel patrimonio popolare della fede sacramentale, mi riferisco alla cosiddetta unitarietà dell’Iniziazione cristiana in vista dell’Eucaristia. Non spaventiamoci della parolona! Si tratta cioè di considerare innanzitutto i due sacramenti nel loro quadro generale, nell’insieme, prima ancora del loro specifico spirituale e pastorale, e poi si tratta di tenere a cuore il loro scopo ultimo dell’Eucaristia importante per la costruzione familiare della Chiesa ma ancor prima del primato della singola persona.

Riflessioni sul concetto di persona

Per le considerazioni che seguono mi rifaccio in linea generale a G. Busca, attuale vescovo di Mantova, che qualche anno fa ha scritto un bel libro La riconciliazione «sorella del battesimo». Come vivi tornati dai morti, Lipa, Roma 2011.

La persona e la relazione

Chi è la persona? La persona è “ciò che ha il volto rivolto a qualcuno”. Per diventare persona è necessaria la relazione con l’alterità, non si può vivere come un’isola. Per cui è l’intera vita il luogo nel quale si diventa persona, servono tutte le fasi dell’esistenza, le infinite circostanze, servono incontri personali e personalizzati, la prossimità con tutte le continue sfide e fragilità.

La formazione della persona nel cristianesimo

Se la modernità suggerisce di formare la persona secondo il metodo dell’io – scienze umane e antropologiche concentrate sull’analisi dell’io – il cristianesimo sin dall’inizio del suo accadimento ha pensato di formarla con l’Alterità di Dio: Cristo svela l’uomo all’uomo. Il Volto di Cristo è il volto dell’uomo nuovo. La Sua Chiesa diventa perciò lo “spazio” educativo divino-umano animato dallo Spirito che mediante l’Iniziazione Cristiana plasma la persona secondo la forma di Cristo. A maggior ragione questo compito educativo spetta alla chiesa domestica. Solo lei potrà mettere insieme la singola persona in tutte le sue peculiarità e le esigenze evangeliche del Regno, solo lei potrà guardare la prole con gli occhi di Cristo e Cristo presente negli occhi della prole, solo lei potrà decidere quale intervento più educativo nel cantiere artigianale della formazione.

Il ministero coniugale e i sacramenti dell’iniziazione

Il ministero coniugale dovrà mettere a fuoco l’unitarietà e la distinzione dei rispettivi sacramenti dell’iniziazione: il battesimo dona l’immagine di Cristo a cui la cresima offre la grazia per la somiglianza in vista del bacio nuziale – e i due saranno una carne sola – dell’Eucaristia.

Il battesimo

Il battesimo dona l’essere creatura nuova in Cristo. Con il battesimo siamo con-morti, con-sepolti, con-risorti insieme a Cristo. Il battesimo è una piccola risurrezione dell’uomo vecchio, di quello che è chiuso a Dio, le cui componenti sono frammentate e disordinate. Con il battesimo la persona riceve una struttura d’essere nuova. È innestata in Cristo per ricevere un’identità relazionale come dice san Paolo: «non sono più io che vivo ma Cristo vive in me» (Gal 2,20).

L’identità relazionale

Papa Benedetto XVI commentando questo versetto ci aiuta a scoprire il significato di “identità relazionale” quando disse: «Il mio io mi viene tolto e viene inserito in un nuovo soggetto più grande nel quale il mio io c’è di nuovo, e il nostro io viene liberato dal suo isolamento. ‘Io, ma non più io’: è questa la formula dell’esistenza cristiana fondata nel battesimo». Nel battesimo è data l’immagine come forza iniziale infusa da Dio di cui l’uomo potrà disporre per la sua vita e la sua attività creatrice, eppure invoca un perfezionamento per concretizzarsi quotidianamente.

La cresima

La cresima fa crescere nella somiglianza a Cristo. «La cresima pone il suo sigillo al battesimo con quell’unzione invisibile in cui lo Spirito Santo è presente in persona e si unisce a ciascun battezzato in maniera del tutto personale e unica diventando il co-soggetto della vita in Cristo».

La somiglianza come cammino

La somiglianza è il dato-da-compiere. Al dono del battesimo si “aggiunge” quello crismale affinché l’esistenza cristiana sia un cammino di somiglianza all’immagine restaurata in Cristo. Un secondo dono da parte di Dio, quello dello Spirito, e il medesimo compito da parte del battezzato, quello di vivere come creatura in Cristo. Dio nel cammino della persona per diventare cristiana dona l’unzione crismale quale pegno dello Spirito, quale garanzia per realizzare pienamente il suo essere nuova creatura in Cristo.

L’Eucaristia

Unione e trasformazione in Cristo

L’Eucaristia: uniti e trasformati in Cristo. S. Ambrogio commentando il libro biblico del Cantico dei Cantici paragona i due sacramenti dell’iniziazione all’innamoramento dell’anima, o del fidanzamento tra Cristo e l’anima dell’uomo. Nel bagno battesimale l’anima è ripulita, nell’unzione crismale l’anima è adornata con il profumo dello Spirito. Questa preparazione tende alle nozze eucaristiche quando la Sposa sarà introdotta nella stanza nuziale per ricevere il bacio dello Sposo. Quando Cristo introduce alla sua mensa eucaristica e dona da mangiare il proprio corpo trasforma interamente il battezzato in un’anima ecclesiale.

Trasformazione continua

L’Eucaristia celebrata ogni domenica come Pasqua del Signore ci fa diventare come Lui, vuole farci diventare alter Christus per fare della nostra esistenza una caro con Lui.

Un invito alla chiesa domestica

Carissima chiesa domestica, perché vuoi che i tuoi figli completino l’iniziazione? Per togliersi un pensiero, per sposarsi, per farli crescere, perché professino la loro fede, per avvicinarsi alla comunità cristiana, per rispondere alla vocazione, per essere testimoni di Cristo, per diventare soldati di Cristo …? Queste e tutte le altre possibili risposte potranno mai trasmettere il Grande Mistero simbolico nuziale dell’Iniziazione Cristiana? Potrà sopperirvi la testimonianza nuziale della chiesa domestica!

Don Antonio Marotta

I figli distruggono l’intimità della coppia?

Seguivo il mio amico Vittorio – un papà con quattro figlie – su TikTok. Un giorno, sotto uno dei suoi video, un utente ha scritto: “I figli distruggono l’intimità della coppia”. Vittorio ha risposto con grande equilibrio e saggezza, ma questa affermazione mi ha spinto a riflettere. La domanda non è banale e merita di essere approfondita.

Mi sento di rispondere con due idee principali: i figli sono per la coppia sia crisi che frutto.

Crisi

Partiamo dalla parola “crisi”, spesso connotata negativamente. In realtà, la crisi è una componente naturale della crescita, personale e relazionale. Il termine deriva dal greco “krisis”, che significa “scelta” o “decisione”. Diventare genitori inevitabilmente porta a una rottura degli equilibri precedenti.

Un figlio ti mette in crisi: ti senti impreparato, inadeguato e spesso sopraffatto. Per la mamma, il legame con il neonato è fortissimo e in buona parte istintivo. Questo istinto materno – comune anche nel regno animale – la porta a concentrare quasi tutte le energie sul bambino. Studi neuroscientifici, come quello pubblicato su Current Biology, mostrano che il cervello materno subisce modifiche significative durante e dopo la gravidanza, aumentando l’empatia e l’attenzione verso i bisogni del neonato. Questo processo è noto come “plasticità materna” e si traduce in una naturale priorità al figlio. Il padre, invece, vive questa fase in modo diverso. Per lui, la transizione è più complessa, perché non smette mai di sentirsi marito e desidera continuare a coltivare l’intimità con la moglie.

E qui nasce la crisi di coppia: due bisogni che sembrano confliggere. Non è colpa di nessuno, ma la qualità del legame precedente farà la differenza. Uno studio pubblicato sulla rivista Journal of Family Psychology sottolinea che le coppie con una comunicazione aperta e una forte intimità emotiva prima della nascita dei figli affrontano meglio i cambiamenti. Se il dialogo, l’empatia e l’attenzione reciproca sono già parte della relazione, questa crisi può diventare un trampolino di lancio per una crescita reciproca.

In questa fase, il marito deve essere paziente e comprendere la nuova dimensione materna della moglie. Allo stesso tempo, la moglie può fare uno sforzo per non dimenticare la mascolinità del marito, bilanciando il suo ruolo di madre con quello di compagna. Come suggerisce Esther Perel nel libro Intelligenza Erotica, “l’amore cerca la vicinanza, ma il desiderio necessita anche di spazio”. Trovare questo equilibrio nei primi mesi dopo il parto è cruciale per mantenere viva l’intimità.

Un esempio pratico è quello di pianificare momenti di coppia, anche brevi, nonostante la stanchezza. Una passeggiata insieme o una cena a casa dopo che il bambino si è addormentato possono fare la differenza. Questo non significa tornare immediatamente alla normalità pre-figli, ma costruire una nuova normalità che tenga conto delle necessità di tutti.

Frutto

Dall’altra parte, i figli sono il frutto tangibile dell’amore tra i due sposi. Rappresentano l’incarnazione di un legame profondo, un amore che diventa visibile e concreto. Questa “incarnazione” dell’amore spinge la coppia a sviluppare nuove capacità, come la creatività. Quando hai figli per casa, trovare momenti per la coppia non è facile. Tuttavia, questa sfida può trasformarsi in un’opportunità. Pianificare un appuntamento serale o semplicemente trovare dieci minuti per parlare da soli diventa un atto d’amore intenzionale. E qui sta la grande trasformazione: l’amore non è più solo passione spontanea, ma diventa una scelta consapevole, voluta e cercata.

Inoltre, l’amore, anche sessuale, tra due persone che condividono molti anni insieme, si trasforma in qualcosa di più bello e profondo. La maturità della relazione permette di vivere l’intimità con una ricchezza emotiva e una complicità che solo il tempo può costruire. Questa dimensione rappresenta un vero e proprio tesoro per le coppie che sanno coltivarlo.

Un altro aspetto importante è il ruolo educativo che i figli possono giocare nella vita di coppia. Crescere un bambino insieme richiede collaborazione, pazienza e capacità di negoziazione. Queste qualità non solo rafforzano il legame, ma aiutano entrambi i genitori a crescere come individui. I figli diventano così non solo il frutto dell’amore, ma anche un mezzo attraverso il quale la coppia può maturare e svilupparsi ulteriormente.

Conclusione

La nascita di un figlio non distrugge l’intimità di una coppia, ma la mette alla prova. Può essere una crisi che porta distanza o un momento di crescita che rafforza il legame. Come dice il personaggio di Sam in Il Signore degli Anelli: “C’è del buono in questo mondo, ed è giusto combattere per esso”. Allo stesso modo, l’amore coniugale vale lo sforzo di affrontare le difficoltà che i figli inevitabilmente portano.

Con il giusto impegno, la crisi si trasforma in una nuova fioritura e il frutto di questo amore – i figli – diventa il simbolo più bello e duraturo di una coppia che cresce insieme. Il segreto sta nel non dimenticare mai che l’amore è un viaggio, non una destinazione. La presenza dei figli può aggiungere profondità e significato a questo viaggio, rendendolo ancora più ricco e gratificante.

Antonio e Luisa

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La bellezza trasfigurata non teme il tempo

Oggi affrontiamo uno dei versetti più famosi del Cantico dei Cantici. Affrontiamo la contemplazione del corpo che diventa un’esperienza di infinito. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Vieni con me dal Libano, o sposa / vieni con me dal Libano! / Avanza, discendi dalla cima dell’Amanah / dalla cima del Senir e dell’Hermon32 / dalle tane dei leoni / dalle montagne dei leopardi! / Tu mi hai rapito il cuore / sorella mia, mia sposa / mi hai rapito il cuore / con uno solo dei tuoi sguardi / con una sola perla della tua collana! / Quanto sono soavi le tue carezze / sorella mia, mia sposa / molto più deliziose del vino le tue carezze / più di ogni balsamo i tuoi profumi! / Le tue labbra stillano nettare, o sposa; / miele e latte è sotto la tua lingua; / il profumo delle tue vesti / è come quello del Libano.

Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato, il quale, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina profondamente desiderata. Come scriveva Antoine de Saint-Exupéry ne Il piccolo principe: «Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». La donna, in quegli istanti, prova una gioia che colma, anche se solo per un momento, il suo desiderio innato d’amore.

Lo sguardo dell’uomo va oltre la semplice fisicità della donna, che, per quanto bella, non può saziare gli occhi di chi cerca la bellezza assoluta, di chi cerca l’infinito. In un passo che sembra echeggiare le parole di Sant’Agostino – «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» – si rivela che l’innamoramento è l’illusione di aver toccato quella bellezza infinita. Ma il corpo da solo non basta: sarebbe una risposta troppo limitata per il desiderio umano. L’uomo, infatti, anela a un’esperienza di infinito, a un legame in cui il corpo diventa la porta d’accesso allo spirito immortale della persona amata.

Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e la passione d’amore di Salomone per la sua amata, in un intreccio di cuore e corpo, desiderio e trascendenza. È il sentimento che Dante descrive nella Divina Commedia, quando vede Beatrice e proclama: «L’amor che move il sole e l’altre stelle». Lo sposo è rapito dalla sua sposa, in un’esperienza totalizzante che pervade ogni dimensione dell’essere, trasformando il desiderio in contemplazione.

Uno sguardo contemplativo così profondo e potente che, come San Giovanni Paolo II ricordava, può motivare l’uomo a donarsi totalmente alla donna amata. Questo amore non si esaurisce con il tempo, ma cresce e si perfeziona. Non è il sentimento fugace degli sposi novelli, travolti dall’innamoramento, ma una relazione curata giorno dopo giorno con dolcezza e dedizione. E per questo ancora più profonda e consapevole.

Se l’unione sponsale viene nutrita, quello sguardo contemplativo non sbiadisce con gli anni. Al contrario, diventa più profondo, permettendo allo sposo di vedere nella sua sposa la regina della propria vita, anche quando il tempo lascia i suoi segni: rughe, capelli bianchi, mani che tremano. Gli anni trascorsi insieme non spengono la meraviglia, ma la rendono eterna. La bellezza dell’amata si arricchisce di anni di quotidianità fatta di abbracci, carezze, ascolto, litigi, perdoni, incomprensioni, silenzi, intimità, complicità e tanto altro ancora.

Questa relazione totalizzante, nel suo crescendo di intimità e profondità, tocca il mistero stesso del divino. Come ricordava Santa Teresa d’Avila, «Dove c’è amore, lì c’è Dio». Ogni incontro d’amore, anche con le sue difficoltà e imperfezioni, diventa un’esperienza mistica, un riflesso della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto, anche un corpo che invecchia. Per chi vive il matrimonio come un cammino verso l’eterno, quell’amore diventa lo specchio dell’Amore assoluto, in cui ogni cosa appare nuova e luminosa.

Antonio e Luisa

Matrimoni brutti e convivenze belle. Come si spiegano?

Il tema del fallimento di molti matrimoni sacramentali e del confronto con relazioni apparentemente più serene tra conviventi senza sacramento è complesso e tocca diverse dimensioni della fede, della cultura e della natura umana. Non esistono risposte facili per un tema così complesso. Proveremo ad offrirvi alcuni punti su cui riflettere

Il mistero della grazia nel matrimonio sacramentale

Un primo punto da considerare è il significato stesso della grazia nel sacramento del matrimonio. Come spiega don Fabio Rosini, il sacramento è un dono che opera in profondità, ma richiede la collaborazione attiva degli sposi. La grazia non è una magia che garantisce automaticamente il successo del matrimonio, ma una forza che sostiene e orienta la coppia verso la santità. Il fallimento non dipende dalla grazia, ma dall’incapacità o dalla mancata volontà di attingere a questa risorsa divina. Molte coppie, pur ricevendo il sacramento, vivono come se Dio non fosse una presenza reale nella loro relazione, relegando il matrimonio a un contratto sociale anziché a un cammino di fede condivisa. Faccio un esempio concreto. Posso essere sposato in chiesa e andare a Messa ma poi nel segreto guardare di continuo contenuti pornografici. Cosa porterò nella relazione? Quello che ho nel cuore. E non sarà la Grazia di Cristo ma la povertà delle mie fantasia di possedere mia moglie come ho visto fare in tanti video.

La cultura contemporanea e il disincanto del sacramento

Don Luigi Maria Epicoco sottolinea come la cultura contemporanea abbia svuotato di significato i sacramenti, riducendoli a meri rituali. Questo fenomeno si riflette anche nel matrimonio: molte coppie celebrano il sacramento senza una reale consapevolezza del suo significato. La società promuove un modello di amore basato sull’emozione e sulla gratificazione immediata, mentre il sacramento del matrimonio chiede fedeltà, sacrificio e una visione a lungo termine. Quando la realtà del quotidiano mette alla prova la relazione, il rischio è di sentirsi traditi dalle aspettative irrealistiche generate dalla cultura dominante.

Il ruolo della formazione e dell’accompagnamento

Padre Serafino Tognetti evidenzia l’importanza della formazione e dell’accompagnamento spirituale delle coppie, sia prima che dopo il matrimonio. In molte comunità cristiane la preparazione al matrimonio è superficiale e insufficiente per affrontare le sfide della vita coniugale. Senza un radicamento profondo nella preghiera, nella Parola di Dio e nella vita sacramentale, gli sposi rischiano di trovarsi disarmati di fronte alle crisi. Inoltre, manca spesso un accompagnamento continuativo: le coppie vengono lasciate sole dopo il matrimonio, senza un supporto pastorale che le aiuti a crescere nella fede e nell’amore reciproco. Noi abbiamo avuto nel fidanzamento una guida meravigliosa come padre Raimondo Bardelli. Ma non sarebbe bastata se poi nel proseguo del matrimonio non avessimo trovato delle coppie con cui condividere la fede e il percorso verso un matrimonio pieno e autentico. Da soli saremmo crollati di fronte alle difficoltà della vita e ai nostri limiti umani.

La differenza con le coppie conviventi

Ora un secondo punto fondamentale ma che è strettamente collegato a quanto già detto. Molti si chiedono come mai alcune coppie conviventi sembrino vivere relazioni più belle ed edificanti rispetto a tante sposate sacramentalmente. Don Luigi Maria Epicoco offre una riflessione interessante: la serenità apparente di queste relazioni può derivare dal fatto che non portano sulle spalle il peso della promessa sacramentale, che implica una responsabilità verso Dio oltre che verso il partner. Tuttavia, questa serenità non è necessariamente segno di un amore più autentico. Il matrimonio sacramentale chiama gli sposi a un livello di profondità e donazione che va oltre la semplice coabitazione o il reciproco piacere. La difficoltà sta proprio nel vivere all’altezza di questa chiamata. Ma io credo che ci sia anche altro.

UNA FEDE INCARNATA

Tanti conviventi trasmettono bellezza perché incarnano l’amore. Noi Cristo lo abbiamo dentro, perché “in lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (Atti 17,28). Anche senza il Battesimo, portiamo l’impronta di Dio: siamo creati a Sua immagine. Questa consapevolezza rende il cristianesimo unico tra le religioni, poiché proclama che chiunque può salvarsi. La salvezza non è riservata a pochi, ma si apre a chiunque accolga nel proprio cuore la Parola di Dio, impressa nel DNA stesso di ogni uomo e donna.

Chiunque decida di amare, che ne sia consapevole o meno, appartiene a Dio. Come diceva Victor Hugo ne I Miserabili: “Amare un altro essere umano è vedere il volto di Dio.Così, un ateo o un credente in un altro dio, che vive il dono sincero della propria relazione, è più vicino a Dio e alla verità dell’amore rispetto a chi, pur avendo ricevuto tutti i sacramenti, ha il cuore chiuso alla Grazia e all’amore.

Perché la grazia sembra non bastare?

La grazia sacramentale è reale e potente, ma, come ricordano don Fabio Rosini e Padre Tognetti, opera solo in chi si dispone ad accoglierla. Questo richiede apertura, umiltà e perseveranza. Molte coppie si trovano in difficoltà perché non sono state educate a vivere una vita spirituale intensa e condivisa. Senza la preghiera comune, la partecipazione all’Eucaristia e la confessione frequente, la grazia rimane come un seme che non può germogliare. Inoltre, la grazia non elimina la fragilità umana: la tendenza all’egoismo, alla chiusura e alla mancanza di perdono può prevalere se non viene combattuta con determinazione.

La via del rinnovamento

Per prevenire il fallimento dei matrimoni sacramentali e valorizzarne la bellezza, è necessario un rinnovamento a vari livelli. Innanzitutto, come suggerisce don Fabio Rosini, è fondamentale ripartire dalla relazione personale con Cristo. Gli sposi devono essere discepoli prima di essere coniugi, trovando in Gesù la fonte della loro unità. Inoltre, è urgente una pastorale matrimoniale più incisiva, che accompagni le coppie in tutte le fasi della loro vita insieme.

Padre Serafino Tognetti insiste sull’importanza della comunità cristiana come sostegno per le famiglie. La Chiesa deve diventare un luogo dove gli sposi possano trovare incoraggiamento, testimonianze e aiuto concreto nei momenti di difficoltà. Infine, è necessario educare i giovani a una visione autentica dell’amore e del matrimonio, che non si basi solo sul sentimento, ma sulla volontà di donarsi e costruire insieme una vita che rifletta l’amore di Dio.

In conclusione, il fallimento di molti matrimoni sacramentali non è un fallimento della grazia, ma della risposta umana a essa. Quando gli sposi imparano ad attingere alla fonte della grazia e a vivere il loro matrimonio come una vocazione, anche le difficoltà più grandi possono diventare occasioni di crescita e santificazione. L’esempio di coppie che vivono pienamente il sacramento può essere una testimonianza potente per il mondo, mostrando che l’amore autentico è possibile solo in Cristo. Potranno raggiungere livelli di amore che nessuna coppia convivente potrà mai eguagliare. Perchè un cuore aperto abitato dallo Spirito Santo non è più qualcosa di solo umano ma diventa immagine di un amore divino.

Antonio e Luisa

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Il Matrimonio su Piazza Affari

Si è concluso un anno ed è tempo di bilanci, tempo di guardare cosa ci ha lasciato l’anno passato ed in questi giorni stavamo osservando i grafici del 2024 relativi ai sacramenti: battesimi, comunioni, cresime, funerali e in particolare su tutti: i MATRIMONI. Vi riportiamo anche a voi, nell’immagine dell’articolo quella che è la foto del grafico matrimoniale di una parrocchia della nostra diocesi che ci ha toccato profondamente. Non siamo degli analisti, ma di fronte ad una simile fotografia vorremmo condividere con voi delle considerazioni perché vedere il matrimonio in profondo rosso fa male, ferisce, rattrista. A noi ha lasciato spiazzati, tristi, affranti.

Che i matrimoni fossero in calo, lo sapevamo, non è certo la novità del 2025. Ma se volessimo guardare il grafico con un occhio borsistico, da azionista, sapere che il matrimonio cristiano in cui noi crediamo, in cui i nostri genitori credevano, che abbiamo celebrato in chiesa otto anni fa, sta crollando su tutti i listini di Piazza Affari da così tanti anni, è un duro colpo.

Come se quel patto di amore scivolasse verso un fallimento continuo inarrestabile, e noi, e tu, folli che ci abbiamo scommesso, che abbiamo deciso di investire non 1.000 euro del nostro capitale ma la nostra vita, il nostro quotidiano, tutti i nostri giorni, il nostro tempo, il nostro vivere insieme, il nostro progettare, costruire, il nostro vivere la sponsalità, il nostro diventare genitori, che rotola sempre più giù come se nessuno credesse più al matrimonio.

Mi sembra di rivedere, scrivendo queste righe, le scene di alcuni film di Natale dove le persone iniziano a non credere più a Babbo Natale o a non credere più alla gioia, all’amore e piano piano le lucine di bene sul pianeta terra si spengono, portando la nostra terra a diventare una sfera spenta dove regna il grigiore ed il male in una lotta tra male e bene, dove poi per fortuna vince il bene.

Purtroppo però quelli son i film di animazione di Natale qui si sta parlando della realtà del matrimonio, di quel sacramento che ti è stato dato in dono dalla chiesa, che hai scelto di vivere liberamente con la persona che ti sta accanto. Fortunatamente possiamo ancora affermare che ad essere in crisi sia “solo” l’aspetto matrimoniale – per ora – perché l’amore vive ancora tra di noi. Sono ancora tanti i giovani che scelgono di amarsi, che decidono di intraprendere la strada difficile ma certamente bellissima dell’amore. Lo fanno scegliendo magari la via della convivenza, che li porta comunque a vivere insieme, comunque ad amarsi, a generare figli.

Sorgono allora spontanee delle domande: perché oggi non scegliamo più di vivere un sacramento come quello del matrimonio, perché non scegliamo più di sposarci in Chiesa? Fra tutte la risposta è una: è un costo. È vero, per un matrimonio oggi servono dai 20/25.000 euro ai 50.000. Ognuno scelga il suo budget, scelga la sua spesa. Ma se questo è il motivo, mi verrebbe da dire che non abbiamo capito la domanda o – scusate la critica – ma non abbiamo proprio capito niente.

Cos’è il matrimonio in termini pratici? Abbiamo preso il codice di diritto canonico al 1108 ma ve la riportiamo più semplicemente: una celebrazione in chiesa alla presenza di un sacerdote e di alcuni testimoni. Costano così tanto queste persone? Un sacerdote e dei testimoni possono costare 20/30/40.ooo euro? E allora come posso dire che sposarsi costa?

Nella sua natura pratica la celebrazione del matrimonio non ha un costo. Ma direte voi, se il matrimonio voglio che sia bello c’è da pagare il fiorista per rendere bella la chiesa, bisognerà acquistare dei vestiti nuovi e idonei alla celebrazione, c’è da pagare i fotografi per immortalare il momento e devono essere professionisti con drone e telecamere, impianti di registrazione, e poi ci vuole che arriviamo in chiesa con una macchina bella magari d’epoca e poi è giusto festeggiare con tutti gli amici e parenti e quindi c’è il costo del pranzo e della location che non può essere il ristorante sotto casa e poi .. e poi.. vuoi non avere i fuochi d’artificio che partono al taglio della torta con sullo sfondo la vallata più romantica d’Italia al tramonto. Mettiamoci tutto quello che volete aggiungere. Dalla camera per la prima notte di nozze, al viaggio di nozze stesso. Una volta ordinato tutto, domandatevi se le avete volute voi queste cose o Cristo Gesù. Chi li ha volute? Le hai volute te! Allora il matrimonio non costa, sei te che lo fai costare.

Provocatoriamente viene da chiedersi: hanno più valore e ti renderanno felice tutti questi orpelli o costi extra, come li vuoi chiamare, che inserisci per un solo giorno della tua vita o ha più valore e ti sarà più utile vivere tutto il resto della tua vita con Gesù affianco? Scegliamo: un giorno da principe o una vita matrimoniale con Gesù? Purtroppo, mi spiace dirlo, ma oggi non stiamo scegliendo nessuna delle due strade. Scegliamo di non sposarci perché per vivere un giorno da principi non abbiamo i soldi in banca o perchè abbiamo semplicemente la paura di quel per sempre perché ci insegnano che un domani potrebbe finire tutto e allora non vogliamo investire così tanti soldi su qualcosa che dicono finirà e ha perso certezza. Scartiamo però da sempre anche la seconda strada che è quella che mi fa stare con Gesù.

Penso che oggi la scelta più bella cari giovani è quella di vivere un matrimonio il più casto possibile, che mi riempia solo di una cosa: la RELAZIONE CON GESÙ da lì iniziare a vivere la SANTITA’ con lo sposo o con la sposa che il Signore ci ha posto accanto. Cambiamo il paragone allora: meglio un giorno da principe acquistato o una vita verso la santità? Ci vuole coraggio, molto, ma il coraggio è nel contratto dell’amore totale.

Certo forse la domanda che ora verrebbe da porsi è perché dovrei sposarmi? Per rispondere esaustivamente a questa domanda non basterebbe però ahime una giornata ma in poche semplici righe proviamo a dirvi che dentro quella grazia e benedizione che ricevete c’è una promessa di amore che il Signore sigilla tra voi e con voi.

Il catechismo della chiesa cattolica al num. 1603 scrive: “La vocazione al matrimonio è iscritta nella natura stessa dell’uomo e della donna, quali sono usciti dalla mano del Creatore. Il matrimonio non è un’istituzione puramente umana, malgrado i numerosi mutamenti che ha potuto subire nel corso dei secoli, nelle varie culture, strutture sociali e attitudini spirituali. Queste diversità non devono far dimenticare i tratti comuni e permanenti. Sebbene la dignità di questa istituzione non traspaia ovunque con la stessa chiarezza, esiste tuttavia in tutte le culture un certo senso della grandezza dell’unione matrimoniale. « La salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare »

Riduttivo provare a rispondere con queste righe ma comprendete che c’è una grandezza enorme dietro il sacramento del matrimonio, un mistero grande che dobbiamo ricercare ogni giorno, che purtroppo non ci viene più rivelato che non ci viene più raccontato e mostrato.

Se sapeste la bellezza, la grandezza, il dono grande, la perla prezioso che si riceve celebrando il sacramento del matrimonio, tutti vi sposereste. Tutti! Perché se una cosa è bella, è importante, tutti la vogliono. Anche se costa, per quello che son saliti in tutti questi anni i costi dei catering, dei fotografi, etc. perché pur di avere quel tesoro grande che ricevereste il giorno del matrimonio i venditori sapevano che avreste pagato anche quel poco in più. L’aumento ha però mandato in crisi il sistema, perché se il prezzo sale troppo il cliente non compra più ma così facendo ha tolto anche importanza al tesoro grande che è il matrimonio.

Ci auguriamo che come tutti gli andamenti borsistici dopo questa profonda discesa ci sarà un tempo di risalita non data da una discesa dei prezzi, quella non l’avremo più, ma data da una consapevolezza diversa che avremo nel diventare sposi cristiani. Un consulente finanziario suggerirebbe che forse è proprio questo il momento di investire sul matrimonio, con il titolo a ribasso. Aiutaci Chiesa a farlo, aiutiamoci insieme sposi, laici, religiosi e risollevare la cellula vitale della società: la famiglia, l’uomo e la donna nella loro unicità e complementarietà all’amore, la vita frutto dell’amore stesso tra gli sposi.

Ricerchiamo la bellezza del matrimonio e testimoniamola cari sposi, non con le parole ma con il gesto più bello che siamo chiamati a vivere: l’amore, l’amarci! Un caro saluto.

Anna e Ste
Cercatori di bellezza

Mio marito se n’è andato. Perchè restare fedele?

In questi giorni mi sono sentito con il mitico Vittorio Scarpelli, perché ha ricevuto una domanda e mi ha chiesto un consiglio su cosa rispondere, visto che è quello che ho vissuto e con cui ho a che fare quotidianamente. Poiché è una domanda che ricorre spesso, provo ora a esprimere qualche sottolineatura, secondo la mia esperienza: Mio marito se n’è andato di casa nel 2023 dicendo che non mi amava più; abbiamo tre figli e ad oggi sto ancora rispettando il Sacramento che abbiamo ricevuto diciassette anni fa, ma a cosa serve?”.

Certamente, quando finisce una relazione, viene naturale pensare che sia tutto finito e che non abbia più senso ostinarsi a credere in qualcosa che non c’è più o peggio, rimanere fedeli: due persone si lasciano e quindi come finisce l’amore, automaticamente, anche il Sacramento scompare e perde di significato.

In realtà le cose sono completamente diverse, perché umanamente le cose possono anche andare male, ma le due persone rimangono legate per sempre, anche se i nostri occhi e i nostri sensi non lo possono vedere. Infatti, il Sacramento del matrimonio è l’unico dei sette sacramenti che viene dato alla coppia e non alla singola persona, perché non è un fattore individuale, ma viene consacrata (ripeto, consacrata) la relazione, per cui qualsiasi cosa accada su questa terra, non sono più due, ma una carne sola.

Capisco perfettamente che questo discorso possa apparire privo di senso e confesso che anch’io avevo molti dubbi in proposito, quando ancora non ci avevo capito niente sul Sacramento del matrimonio.

Faccio un esempio che credo possa aiutare a capire: quando un’ostia viene consacrata, diventa il corpo di Gesù, anche se noi vediamo sempre un pezzo di pane, ma per fede sappiamo che niente Lo potrà riportare alla sua sostanza originale (da qui deriva tutta la grande attenzione e devozione nel ricevere la Santa Comunione e nel custodire il corpo di Cristo dentro un tabernacolo).

Allo stesso modo, quando un uomo e una donna ricevono il Sacramento del matrimonio, non sono più come prima, sono diventati qualcosa di diverso e in particolare Gesù è in mezzo a loro e li tiene per mano, senza lasciarli mai: si possono firmare separazioni, divorzi, qualsiasi tipo di documento, ma non cambia assolutamente niente per Dio.

Detto questo e tornando alla domanda, una persona può chiedersi cosa fare e come andare avanti quando il coniuge ti lascia e la risposta è “esattamente quello che faceva prima (o avrebbe dovuto fare), perché non è cambiato nulla, si modifica soltanto la modalità con cui si vive il Sacramento”.

Quando una persona si sposa in chiesa, non lo fa principalmente per sé stessa, ma per dare la vita, imparare ad amare e testimoniare come Dio ama e ci ama.

Questa missione non cambia se il coniuge se ne va, si rimane comunque maschi e femmine, padri e madri indipendentemente dalla presenza o no dei figli, fratelli e sorelle di tutti e annunciatori di una realtà invisibile; quello che si modifica, invece, rimanendo da soli, è il ritorno, in particolare vengono a mancare la tenerezza, la sessualità, la reciprocità, e la corrispondenza.

Essere fedeli (fedeltà ha la stessa radice di fede e fiducia) non è un accessorio, un qualcosa di facoltativo, ma è Sacramento in atto, fa parte del pacchetto che abbiamo scelto il giorno in cui ci siamo sposati: “Prometto di esserti fedele sempre, per tutta la vita, qualsiasi cosa accada”. E “per qualsiasi cosa” non mi sto riferendo solo alla separazione, ma anche a situazioni umane varie, dalle semplici incomprensioni/differenze, fino alle realtà lavorative e di malattia.

Ad esempio, una situazione che mi ha beneficato tanto e che probabilmente ho già citato altre volte, è stata quella di una mia amica il cui marito, in seguito a un incidente, è rimasto paralizzato per tanti anni e poi è morto; lei lo ha accudito e accompagnato fino all’ultimo. Sicuramente alcuni le avranno detto di metterlo in un istituto e trovarsi qualcun altro, che stava sprecando la sua vita, ma lei invece ha voluto portare avanti la missione, certamente con sacrificio e sofferenza, ma anche con tanta fede e dimostrando una qualità di amore davvero pura.

Ma la cosa bella è che in palio non c’è solo il Paradiso fra tot anni, ma il Paradiso, per chi vuole, comincia già ora, oggi, perché quando si ama senza confini, cosa volete che conti tutto il resto? Una moglie che non ti parla o ti offende? Un figlio che manifesta evidenti difficoltà? Non fare più l’amore?

Pazienza, si va avanti lo stesso: se Dio ci concede ancora tempo su questa terra, vuol dire che non abbiamo ultimato la nostra missione e la nostra preparazione. Quando umanamente si fa il possibile, Dio dà i doni necessari ad andare avanti, in particolare pace, sapienza, fortezza e farà i giusti miracoli a tempo opportuno, così tanti che un giorno ci meraviglieremo di quante persone ne hanno beneficiato!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

Lo sguardo dell’amore

Stiamo giungendo alla fine del terzo poema. Il corteo nuziale è arrivato. Finalmente gli sposi sono da soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

Quanto sei bella, amica mia quanto sei incantevole!/I tuoi occhi sono colombe, dietro il tuo velo./Le tue chiome sono come un gregge di capre, distese sulle pendici dal monte Gàlaad!/I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, che risalgono dal bagno;/procedono tutte appaiate, e nessuna è senza compagna./Come un nastro di porpora sono le tue labbra/ e la tua bocca è soffusa di grazia;/come spicchi di melagrana le tue guance dietro il velo./Il tuo collo è come la torre di Davide,costruita a guisa di fortezza./Mille scudi vi sono appesi, tutte armature di guerrieri./I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella, che pascolano tra i gigli./Prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre,/me ne andrò sul monte della mirra e sul colle dell’incenso./Tutta incantevole sei, amica mia, nessun difetto è in te.

Dopo aver meditato nel capitolo precedente sul corteo nuziale, giungiamo finalmente all’incontro tra gli sposi. Entrano nella casa nuziale, e lo sposo, colmo di trepidazione, può finalmente togliere il velo alla sua amata, disvelandone la bellezza. Come ricorda Giovanni Paolo II, “l’amore è sempre una rivelazione di bellezza; una bellezza che, per chi ama, non è mai solo esteriore, ma si radica nel mistero dell’altro” (Uomo e donna lo creò).

Questo momento richiama alla mente l’ingresso della sposa in chiesa, il primo atto del rito del matrimonio, ma ci conduce ora alla prima notte di nozze, il sigillo dell’unione, il compimento sacramentale dell’amore degli sposi. È un momento che, come descrive il Cantico dei Cantici, è segnato dallo sguardo meravigliato dello sposo davanti alla sua sposa. Giovanni Paolo II lo esprime così: Lo sguardo dell’uomo, purificato dal dono dello Spirito, scopre nella donna non un oggetto, ma una persona, una sorella in Cristo e, nel matrimonio, una compagna della vita e dell’amore.

La meraviglia dello sposo non è mai uno sguardo di concupiscenza, che riduce l’altro a mero oggetto di piacere. Al contrario, è uno sguardo che rivela la dignità e la bellezza della sposa, un “eros trasfigurato”, come lo definisce Giovanni Paolo II, capace di unire corpo e anima in un’esperienza di stupore autentico: Il corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, è chiamato a diventare manifestazione dello spirito e dono di sé nell’amore.

Lo sguardo dello sposo nel Cantico è uno sguardo casto, che non mortifica la corporeità, ma la esalta nella purezza. È uno sguardo che non viola, ma accoglie; non domina, ma invita; non ferisce, ma guarisce. Questo sguardo prepara l’incontro totale tra gli sposi, corpo e anima, in un’unione che è segno dell’amore di Dio per l’umanità. Un amore che non si ferma all’apparenza, ma penetra in profondità, cercando l’anima dell’altro. Solo un cuore puro sa amare in modo autentico, ci ricorda Giovanni Paolo II.

Il Cantico ci invita a riflettere: quale tipo di sposo vogliamo essere per nostra moglie? Il re che la fa sentire regina, bella, desiderata e amata, o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie? L’invito è a vivere l’eros non come ricerca egoistica, ma come dono reciproco. L’amore vero è un’esigenza profonda dell’anima umana; è un riflesso dell’amore di Dio, scrive Giovanni Paolo II. Solo così, purificando il nostro sguardo e il nostro cuore, potremo vivere il matrimonio come segno visibile dell’amore invisibile di Dio.

Antonio e Luisa

Riscoprire l’intimità: attesa, comunione e amore vero

La voglia può dirigere sempre bene le nostre azioni?

Non tutto ciò che è lecito è utile (1 Corinzi 10,23). Spesso, il desiderio immediato sembra essere una bussola infallibile: “Ho voglia di mangiare tutto il pacco da un chilo di patatine, perché negarmi questo piacere?” o “Sto così bene a letto, perché dovrei alzarmi e andare a lavorare“. Tuttavia, assecondare ogni impulso senza discernimento può portarci a una vita disordinata e poco soddisfacente. La spontaneità, se non regolata, rischia di renderci schiavi dei nostri desideri. Rischiamo di farci del male. A volte in modo evidente e chiaro altre volte in modo non immediato e pienamente consapevole. Come scrive Sant’Agostino: La libertà è obbedire alla verità, non al proprio capriccio.

L’intimità: un dono pensato per un contesto speciale

Arriviamo a noi. Dio ha voluto la relazione sessuale come un’espressione unica e sacra di donazione e accoglienza reciproca tra marito e moglie, all’interno del matrimonio. Anche tra coniugi, non sempre ogni momento è opportuno per l’intimità. Riconoscere ciò non reprime l’amore, ma lo raffina. Lo rende una scelta d’amore e non un semplice abbandono a un istinto fisico. San Giovanni Paolo II ha scritto: La castità coniugale non è una negazione, ma un sì più grande: un sì all’amore vero.

Quando i coniugi scelgono insieme di posticipare un rapporto, si aprono a una comunicazione più profonda, rafforzando la connessione emotiva e spirituale.

L’amore ha mille volti

L’amore vero non dice mai: ‘basta’ (San Francesco di Sales). Spesso si considera l’atto sessuale come l’apice dell’amore coniugale. L’abbiamo detto e scritto tante volte anche noi. Bisogna però stare attenti; la realtà è più ricca e complessa. Amarsi significa anche saper trovare altre vie per esprimere il proprio affetto: una parola gentile, un abbraccio inaspettato, un gesto di cura.

Questa pluralità di modi rende l’amore creativo e sorprendente. Diventa come la terra bagnata di pioggia che feconda non solo l’amore ma anche il desiderio della coppia di vivere una comunione profonda anche fisica. I Metodi Naturali, lungi dal soffocare l’amore, insegnano ai coniugi ad accogliere ogni fase della vita con pazienza e generosità.

Aspettare: un esercizio di amore

Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici (Giovanni 15,13). Quando una coppia sceglie di rispettare i tempi fertili per rimandare una gravidanza, non nega l’amore, ma lo amplifica. Rinunciare a un momento di intimità per il bene dell’altro diventa un atto di dono totale. Significa dire all’altro con la nostra scelta consapevole che siamo disposti ad aspettare di poterlo avere tutto. Accogliere tutto il corpo del marito o della moglie senza artifici chimici o fisici che possano limitarne la fecondità. Perchè accogliendo completamente l’altro attraverso il suo corpo possiamo entrare in una piena comunione di tutta la persona (corpo, mente e cuore). Questa attesa trasforma ogni incontro successivo in un evento speciale, preparato con cura e vissuto con gioia. Come scrive Dante nel Paradiso: E ‘n la sua volontade è nostra pace.

Giovanni Paolo II afferma con forza questa verità con delle parole molto chiare: La dimensione unitiva e quella procreativa dell’atto coniugale non possono essere separate senza alterare la verità intima dell’atto stesso. Quando i coniugi si uniscono nell’amplesso, essi sono chiamati a un dono reciproco totale, che include l’apertura alla trasmissione della vita. Ogni atto che escluda intenzionalmente questa apertura rischia di ridurre la comunione tra gli sposi a una semplice ricerca di piacere e non al segno della donazione totale di sé.

Preparare l’amore

Amare non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione. (Antoine de Saint-Exupéry). La preparazione di un rapporto coniugale non è meno bella o meno spontanea dell’atto stesso. È un momento di dialogo, di sogni condivisi, di intesa profonda. Come un pasto cucinato con amore, l’attesa aumenta il piacere e rende tutto più intenso.

Vivere secondo la “spontaneità” intesa come seguire ogni impulso può impoverire l’amore. Al contrario, imparare ad amare con consapevolezza arricchisce il matrimonio, rendendolo un cammino di crescita continua. Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, coppia di sposi santi, hanno scritto: La castità è il linguaggio che permette agli sposi di vivere l’intimità come un dono che si rinnova continuamente, una comunione di anime e corpi che riflette l’amore di Dio per noi. Come ci ricorda San Tommaso d’Aquino: Amare è volere il bene dell’altro. E quale bene più grande possiamo volere per il nostro coniuge, se non quello di crescere insieme nella capacità di amarci ogni giorno di più? Diventare capaci insieme di riflettere un amore che sia divino oltre che umano? Molto dipende anche da come viviamo l’intimità e come facciamo l’amore.

Antonio e Luisa

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L’Accoglienza nella Vita di Coppia: Una Nuova Speranza

Oggi sentiamo spesso nominare la parola “accoglienza”, coniugata nei vari contesti sociali.  Noi abbiamo provato a risalire all’origine di questa parola, per scoprire quanto di vero e profondo c’è dentro e vedere questa bellezza nella relazione di coppia. I latini ci dicono che A + CUM + LEGERE ci riporta al “legare insieme con un strumento”.

Quando ci siamo conosciuti è stato facile accoglierci, ci siamo legati l’uno all’altra con il nostro volerci bene, tutto veniva facile, era divertente e stimolante stare insieme. Quello che ci attraeva, forse inconsapevolmente, era l’essere così diversi. Ci siamo accolti per la bellezza che vedevamo l’uno nell’altra e per quello che ci faceva stare bene. Ci siamo girati attorno come amici per parecchi anni, per poi innamorarci. Venivamo entrambi dagli oratori parrocchiali, condividevamo gli stessi ideali cristiani e il desiderio di costruire una bella famiglia numerosa. Ci sembrava di essere in paradiso, di aver trovato la fantomatica “metà della mela”. Era entusiasmante anche provare esperienze distanti da noi stessi, proprio per venirsi incontro e far piacere all’altro. Con queste premesse abbiamo deciso di sposarci, certi di essere una coppia consolidata e capace di resistere a qualsiasi cosa.

Appena sposati ci siamo accorti subito che vivere insieme non era come sognare di vivere insieme. Le nostre diversità sono affiorate e poi esplose nel giro di poco, il nostro entusiasmo iniziale era sparito, come pure la spontaneità nello stare insieme; quelle diversità che ci avevano tanto avvicinati, ora ci stavano allontanando; erano diventate intollerabili e inaccettabili con il nuovo stile di vita matrimoniale. Le cose si sono ulteriormente complicate quando abbiamo “accolto” i figli che Dio ha voluto donarci. Una famiglia numerosa, una casa tutta nostra, un gruppo di amici con figli dell’età dei nostri, un cammino spirituale condiviso, tutto come avevamo desiderato, ma allora cosa non funzionava? La metà della mela non combaciava più?!

Per tanti anni abbiamo proseguito in questa apatia, fingevamo di vivere fino in fondo il nostro matrimonio, impegnandoci nei gruppi famiglia, organizzando campi famiglie, frequentando corsi di formazione per coppie, ma tutto questo rimaneva una bella teoria che non si incarnava nella nostra relazione, rimanendo una vuota raccolta di nozioni. Fino ad arrivare a non parlarci più, a non accoglierci più, ma a respingerci; quello spazio che avevamo creato dentro di noi per l’altro, era stato riempito dal nostro egoismo e dalle nostre pretese di cambiarci. Abbiamo dovuto toccare il fondo per capire che da soli non ce l’avremmo mai fatta. Nella sera della quasi separazione, dopo l’ennesima lite, ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso di partecipare al programma Retrouvaille. Già questa decisione ha aperto uno spiraglio, era il periodo di Natale e l’abbiamo visto come un dono che Gesù ci stava offrendo, come un’altra occasione di accoglierci nuovamente.

Con Retrouvaille abbiamo appreso strumenti efficaci per vivere al meglio la nostra relazione. Siamo partiti da noi stessi, dai nostri pregi e difetti, dai nostri sentimenti per imparare a guardarci dentro con occhi nuovi e a conoscere e poi ad accogliere prima di tutto noi stessi. Abbiamo capito che entrambi siamo membri attivi della nostra relazione, che non siamo chiamati ad attendere, ma ad andare incontro all’altro. Amare è un verbo di azione, come anche accogliere. L’accoglienza parte dal riconoscere noi stessi fragili e fallibili, prima di guardare l’errore nell’altro; questo ci porta a dare una nuova possibilità ogni volta che si cade. Ci siamo accorti che la metà della mela non è reale, ognuno di noi è “uno” e unico. Non dobbiamo completarci, ma aprirci l’un l’altro e metterci in gioco.

L’accoglienza ci insegna che l’altro è un dono, un dono che Dio ha voluto per me e come tale va custodito, senza pretendere di cambiarlo. In tutto questo noi sposi cristiani sappiamo che non siamo soli, che non dobbiamo contare soltanto sulle nostre forze limitate. Quello strumento che ci lega e ci fa stare insieme è il nostro sacramento, che è più prezioso dell’oro e nessuno può portarcelo via; e insieme agli strumenti di Retrouvaille, possiamo costruire, come dice Papa Francesco “la logica del noi”.

Ora possiamo accogliere con una speranza nuova altre coppie, nei gruppi di giovani sposi, negli itinerari dei fidanzati, nel servizio in Retrouvaille, mostrando le nostre cicatrici senza paura, perché sono segno delle prove superate insieme. Possiamo e desideriamo portare ad altri la nostra esperienza di dolore guarito, che ha migliorato la nostra relazione e che ci permette di non fare più finta di vivere il nostro matrimonio. Abbiamo accolto la nostra storia come un dono per noi e per gli altri.

Barbara e Alessandro – Retrouvaille Italia

Il Copione di Vita e il Matrimonio: Un Viaggio verso la Libertà Emotiva

Il Copione di Vita secondo l’Analisi Transazionale

L’analisi transazionale, sviluppata dallo psichiatra Eric Berne negli anni ’50, ci offre uno strumento prezioso per comprendere le dinamiche che influenzano le nostre relazioni. Berne definisce il copione di vita come «un piano di vita che un bambino decide in base ai messaggi dei genitori». Questo piano, formato nell’infanzia, si costruisce sulla base delle esperienze vissute e dei messaggi espliciti o impliciti ricevuti dai genitori e dalle figure significative.

Il copione nasce come strategia di sopravvivenza emotiva: un bambino cerca di adattarsi all’ambiente per ottenere accettazione e amore. Tuttavia, queste strategie, che erano utili e necessarie in tenera età, possono trasformarsi in schemi rigidi e limitanti nell’età adulta. Come sottolinea Berne, «gli individui spesso non si rendono conto che stanno vivendo un copione predefinito, perché esso agisce a livello inconscio».

Il Copione nel Contesto delle Relazioni

Nel contesto delle relazioni interpersonali, il copione di vita può essere causa di sofferenza. Spesso, infatti, ripetiamo comportamenti appresi nell’infanzia, anche quando questi non sono più funzionali o appropriati. In particolare, nel matrimonio, il copione può portare a dinamiche distruttive: aspettative irrealistiche, difficoltà nell’esprimere autenticamente i propri sentimenti e paura di essere rifiutati.

Quando due persone si uniscono in matrimonio, portano con sé non solo le proprie esperienze passate, ma anche i loro copioni di vita. Come afferma il terapeuta Claude Steiner, collaboratore di Berne: «Le relazioni intime sono il terreno fertile in cui i copioni vengono messi alla prova, e spesso sono anche il luogo in cui possono essere riscritti».

La Forza dell’Amore Incondizionato

Nonostante le difficoltà che il copione può generare, il matrimonio può diventare un luogo di trasformazione. L’amore incondizionato – quello che accetta l’altro nella sua interezza, senza giudizio – ha il potere di interrompere gli schemi rigidi del copione, aprendo la strada alla libertà e all’autenticità.

Un esempio di questa forza trasformativa è narrato attraverso una testimonianza personale. Nei primi anni di matrimonio mi sono sentito in gabbia. Io sentivo forte la pressione. Ero convinto che per essere amato e non abbandonato dovevo sempre comportarmi come gli altri si aspettavano che facessi. Non potevo mai deludere nessuno o per me sarebbe stata la fine. Questo era in sintesi il mio copione. Con l’arrivo dei nostri primi due figli mi sono sentito troppo impreparato e inadeguato. Mi sono sentito un peso addosso troppo grande. Temevo di deludere mia moglie e di perdere tutto. Questo mi ha portato a comportarmi in modo freddo con lei. Questo mio modo di ragionare mi ha spesso intrappolato in comportamenti poco amorevoli e distaccati. Cercavo di stare più tempo possibile fuori casa. Un episodio in particolare rimane impresso nella mia memoria: dopo un litigio, mi sono chiuso in camera con il muso lungo, sbattendo la porta.

Dieci minuti dopo, Luisa entrò con un caffè in mano. Con un gesto semplice ma profondamente dolce – almeno io lo avvertii così – mi porse la tazza, accompagnata da un sorriso pieno di tenerezza. Questo gesto, privo di recriminazioni o parole dure, esprimeva un amore che andava oltre l’orgoglio e il bisogno di avere ragione. Mi lasciò senza parole facendomi sentire tutto il suo amore immeritato e mostrandomi la sua bellezza e forza. Mi amava anche se la stavo deludendo. Allora era possibile!

Quando il Copione si Riscrive

Quel gesto di amore incondizionato segnò un momento di svolta. Questo evento dimostra come l’amore, espresso in modo autentico e disinteressato, possa sciogliere le rigidità del copione, permettendo una connessione più profonda. Con me ha funzionato.

Mia moglie, con quel caffè, non solo ha mostrato compassione e comprensione, ma anche una capacità di amare che andava oltre il copione di entrambi. Già perchè anche lei ha contravvenuto al suo copione. Lo ha forzato comportandosi diversamente. Questo esempio dimostra come il matrimonio possa essere un luogo di crescita reciproca, dove ci si impara ad amare davvero, lasciando andare il bisogno di controllare o manipolare l’altro.

Conclusione

Il copione di vita, pur essendo un’eredità dell’infanzia, non è una condanna definitiva. Come suggerisce Berne, «È possibile riscrivere il proprio copione e scegliere un finale diverso». Nel contesto del matrimonio, questa riscrittura avviene spesso attraverso l’amore incondizionato, che offre uno spazio sicuro per essere autentici.

Il matrimonio, vissuto con verità e amore, può diventare uno strumento potente per interrompere i vecchi schemi e costruire una relazione basata sulla libertà e sulla connessione autentica. La storia del caffè – un gesto semplice ma straordinariamente significativo – ne è una prova concreta: l’amore vero non giudica, ma accoglie, trasformando e liberando chi lo vive.

Antonio e Luisa

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Il nostro matrimonio è come il cedro del Libano

Proseguiamo con il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. Lo sposo è trepidante. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Ecco, è il suo trono, quello di Salomone! / Lo scortano sessanta prodi / tra i più valorosi d’Israele. / Tutti sono armati di spada, e addestrati alla guerra; / ciascuno porta al fianco la spada / contro i pericoli della notte. / Un padiglione nuziale s’è costruito il re Salomone / con il legno del Libano. / Le sue colonne sono d’argento, / il suo tetto è d’oro; / il suo sedile di porpora; / l’interno ricamato con amore / delle figlie di Gerusalemme. / Uscite, figlie di Sion, / guardate il re Salomone, / con la corona con cui lo incoronò sua madre / nel giorno del suo sposalizio, / nel giorno della gioia del suo cuore.

Lo sposo è impaziente. L’abbiamo visto nei versetti precedenti a questi. Dietro quell’iniziale “Che cos’è?”, si nasconde tutto il desiderio di vedere, di conoscere la sposa in tutta la sua bellezza. Ogni sposo, in fondo, ha provato questa impazienza. Lo siamo stati anche noi, il giorno del nostro matrimonio. Sapevamo che il matrimonio avrebbe rappresentato qualcosa di completamente nuovo, una relazione unica, diversa da qualsiasi altra vissuta prima. Ora, con anni di matrimonio alle spalle, posso vedere chiaramente come quel momento abbia segnato l’inizio di una meravigliosa novità, ma già allora il mio cuore lo percepiva. Lei era – e continua a essere – la mia regina.

La sposa è regina per ogni sposo. Non è una persona da possedere, ma un dono prezioso da custodire. San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, ci ricorda: “La donna è affidata all’uomo, e l’uomo è affidato alla donna, non semplicemente come oggetto di possesso o di consumo, ma come un dono incommensurabile e reciproco”. Le guardie armate che accompagnano la sposa nel Cantico dei Cantici simboleggiano questa sua preziosità, ma anche la responsabilità dello sposo: custodire questo dono come la perla più preziosa della sua vita.

Dio ci ha preparati per il matrimonio, per questo meraviglioso percorso a due. È un cammino sacro, da difendere contro le insidie del mondo, dal peccato e dalla concupiscenza. Non è sempre facile. Tuttavia, come insegna ancora Giovanni Paolo II: “L’amore vero è esigente. Non è un’attrazione passeggera, un’illusione romantica o una semplice emozione. È un impegno che chiama a crescere e a donarsi continuamente”.

Un altro significato profondo del matrimonio è la guarigione e l’apertura all’altro. Se vissuto in Cristo, il matrimonio può liberarci dalle nostre paure, dalle difese che ci tengono prigionieri e dalle ferite che ci impediscono di accogliere l’altro in pienezza. La sposa, come nel Cantico, non avrà più bisogno di guerrieri armati: con il suo sposo si sentirà al sicuro, accolta, amata. Questo è il nostro compito, la nostra vocazione matrimoniale. Anche se sbaglieremo, il nostro desiderio di volerci bene non dovrà mai venire meno.

Il baldacchino di Salomone, fatto con il profumato cedro del Libano, simboleggia una relazione duratura e immortale. Allo stesso modo, il nostro matrimonio è radicato nella Parola fatta carne, che non passerà mai. La relazione matrimoniale, come il Santo dei Santi che custodiva l’Arca dell’Alleanza, è abitata da Dio stesso. Noi, come sposi, siamo il tabernacolo dell’amore di Cristo: nella nostra limitata capacità di amare, portiamo l’infinito amore di Dio.

Ritorno al giorno del nostro matrimonio. Quando Luisa è entrata in chiesa con il suo abito bianco e si è avvicinata all’altare, verso di me, non riuscivo a contenere l’emozione. In quel momento, mi sentivo come lo sposo del Cantico, che pregustava l’inizio di qualcosa di immenso. È come dice Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: “Tu mi hai stregato anima e corpo, e ti amo, ti amo, ti amo”. In quel momento non capivo ancora tutta la realtà che il matrimonio avrebbe dischiuso, ma già il mio cuore gioiva per qualcosa che intuivo essere grande, troppo grande.

Antonio e Luisa

Il matrimonio cristiano: una realtà divina e umana secondo i Padri della Chiesa

Il matrimonio cristiano è una realtà divina e umana insieme, un mistero che unisce l’uomo e la donna in un vincolo indissolubile davanti a Dio. I Padri della Chiesa hanno approfondito questa verità di fede, offrendo riflessioni che ancora oggi illuminano la comprensione del sacramento del matrimonio. Attraverso le loro opere, possiamo scoprire come il matrimonio sia stato considerato non solo un’unione naturale, ma anche un segno della presenza di Dio nella vita degli sposi.

Ed è bello constatare come ognuno di loro, secondo la propria sensibilità, abbia approfondito realtà diverse del matrimonio. Solo nell’insieme si trova un’analisi completa della complessità di questa relazione fatta di cielo e di terra.

Sant’Agostino e il carattere sacramentale del matrimonio

Uno dei più grandi contributi alla teologia del matrimonio è quello di Sant’Agostino. Nel suo scritto De bono coniugali, Agostino descrive il matrimonio come un bene intrinseco, dotato di tre caratteristiche principali: la prole, la fedeltà e il sacramentum. Quest’ultimo elemento è particolarmente importante, poiché sottolinea la natura indissolubile e sacra del matrimonio cristiano. Per Agostino, il matrimonio è un segno visibile della grazia di Dio e una partecipazione al mistero dell’unione tra Cristo e la Chiesa. Egli scrive: “Nel matrimonio cristiano, il vincolo coniugale non può essere sciolto, poiché esso rappresenta l’amore eterno di Cristo per la sua Chiesa”.

San Giovanni Crisostomo: il matrimonio come via di santificazione

San Giovanni Crisostomo, noto per la sua eloquenza e profondità spirituale, ha parlato del matrimonio come un cammino di santificazione. In uno dei suoi discorsi, afferma: “Il matrimonio è una scuola di virtù, dove gli sposi imparano la pazienza, l’umiltà e il sacrificio reciproco”. Egli sottolinea che l’amore tra i coniugi deve riflettere l’amore di Cristo per la Chiesa, un amore che è disposto a dare tutto, persino la vita.

Crisostomo vede nel matrimonio un mezzo per crescere nella fede e nella santità. Gli sposi, vivendo le sfide quotidiane con spirito cristiano, possono purificare i loro cuori e avvicinarsi a Dio. Questo approccio spirituale eleva il matrimonio a una dimensione divina, dove l’amore umano diventa strumento della grazia divina.

Sant’Ambrogio: il simbolismo dell’unità

Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, ha enfatizzato l’unità del matrimonio come riflesso dell’unità trinitaria. Egli scrive: “Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, così l’uomo e la donna, uniti nel matrimonio, formano una sola carne”. Questo parallelo con la Trinità mostra come il matrimonio non sia solo una realtà umana, ma anche una partecipazione al mistero divino.

Ambrogio insiste anche sull’importanza della castità e della purezza all’interno del matrimonio. Per lui, l’amore coniugale è chiamato a essere un amore ordinato, in cui l’affetto umano si unisce alla volontà divina, creando un legame che trascende la mera dimensione terrena.

Tertulliano e la dimensione comunitaria del matrimonio

Tertulliano, uno dei primi autori cristiani, ha parlato del matrimonio come una comunità spirituale tra i coniugi. Nel suo scritto Ad uxorem, descrive il matrimonio cristiano come una “chiesa domestica”, dove marito e moglie pregano insieme, digiunano insieme e si sostengono a vicenda nella fede. Egli scrive: “Che cosa c’è di più bello che vedere due cristiani uniti nel matrimonio, condividere le stesse speranze, gli stessi desideri e la stessa devozione a Dio?”

Questa visione comunitaria mette in luce come il matrimonio cristiano sia anche una testimonianza per la società. Gli sposi, vivendo la loro unione secondo i valori del Vangelo, diventano un segno visibile dell’amore di Dio nel mondo.

Conclusione

I Padri della Chiesa hanno raccontato il matrimonio cristiano come una realtà divina e umana insieme, un sacramento che eleva l’amore umano a un livello soprannaturale. Attraverso le loro opere, ci insegnano che il matrimonio non è solo una scelta personale, ma una vocazione che riflette il mistero dell’amore di Dio. Come affermava Sant’Agostino, “il matrimonio è un bene”, un bene che illumina la strada verso la santità e la vita eterna.

Antonio e Luisa

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La Nudità del Cuore

Nel libro della Genesi, leggiamo: “Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Genesi 2,25). Questo versetto, spesso associato alla dimensione fisica, contiene un significato più profondo: la nudità come trasparenza totale, non solo del corpo, ma soprattutto del cuore. Prima del peccato originale, Adamo ed Eva vivevano in una condizione di perfetta armonia con Dio, con se stessi e tra di loro. Questa nudità rappresentava una totale apertura, senza maschere, senza paura di essere giudicati o rifiutati. Ma cosa significa questo concetto nella vita moderna e nelle relazioni umane?

La nudità emotiva come trasparenza

Essere “nudi” nel cuore significa mostrarsi per come si è, con pregi e fragilità, senza celare le proprie emozioni o pensieri più profondi. La trasparenza emotiva richiede coraggio: implica abbattere le difese costruite per proteggerci dal dolore o dal rifiuto. Nel matrimonio o in qualsiasi relazione autentica, questa nudità è la base per costruire fiducia e intimità.

San Giovanni Paolo II, nelle sue Catechesi sull’amore umano, afferma che la nudità originaria non è semplicemente fisica, ma “è il segno di una comunione personale autentica, in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente nella totalità del loro essere”. Questa riflessione sottolinea che la vera intimità è spirituale ed emotiva, prima ancora che corporea.

La paura di essere visti

Dopo il peccato originale, la prima reazione di Adamo ed Eva fu coprirsi e nascondersi da Dio (Genesi 3,7-8). Questo gesto simboleggia la perdita dell’innocenza e la nascita della paura: paura di essere scoperti, giudicati, rifiutati. Questa dinamica si ripete ancora oggi nelle relazioni. Molti di noi temono di essere completamente “visibili” agli altri, preoccupati che le nostre debolezze possano allontanare chi amiamo.

Santa Teresa d’Avila scrive: “La verità sofferta con umiltà è un fuoco che purifica l’anima”. Questa affermazione ci invita a non nasconderci dietro le nostre paure, ma ad accettare la nostra fragilità come parte del nostro cammino spirituale e umano.

Gesù ci offre un esempio luminoso di questa apertura nel racconto del Vangelo di Giovanni (20,19-20): “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato”. Gesù si presenta ai discepoli con parole di pace, nonostante il loro tradimento e abbandono. Mostra loro le ferite della passione, segni evidenti del dolore subito, ma anche della vittoria della resurrezione. Questo gesto insegna che la vera riconciliazione passa attraverso la trasparenza e l’accettazione delle proprie ferite.

deNudarsi emotivamente nella coppia

Nel matrimonio, la nudità emotiva è un elemento cruciale per costruire una relazione profonda e duratura. Come sottolinea Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi: “L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13,7). Questo tipo di amore richiede di mettere da parte l’orgoglio e la paura per aprirsi all’altro.

Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, invita le coppie a coltivare la fiducia e l’onestà reciproca: “L’amore autentico valorizza la trasparenza, così che l’altro possa sempre leggere nel nostro cuore, senza sotterfugi”. Questo implica un lavoro quotidiano per abbattere le barriere che ci separano.

Anche noi, come Gesù, portiamo ferite. Alcune sono aperte e sanguinanti, altre hanno lasciato cicatrici profonde. Mostrare queste ferite al coniuge significa non nascondere il dolore o le difficoltà vissute, ma condividerle come parte integrante del proprio essere. Nascondere le ferite, invece, rischia di creare incomprensioni e tensioni. Abbiamo già scritto in un altro articolo: “Quando vi accostate a vostro marito o vostra moglie fatelo come ha fatto Gesù. Portate la vostra parola di pace e il vostro sguardo d’amore, ma fatelo non nascondendo le ferite. Mostrandoci nudi nelle nostre fragilità potremo essere accolti ed amati. E’ lì che comincia per noi la vera resurrezione”.

La nudità come cammino spirituale

La trasparenza emotiva non riguarda solo le relazioni interpersonali, ma è anche un aspetto chiave della relazione con Dio. Nel Salmo 139, il salmista proclama: “Signore, tu mi scruti e mi conosci… Da ogni parte mi circondi” (Salmo 139,1-5). Dio ci conosce profondamente, ben oltre ciò che siamo disposti a mostrare. Eppure, Egli ci ama incondizionatamente.

San Francesco di Sales ci esorta: “Non temete le vostre fragilità; abbandonatevi alla misericordia di Dio, che vi accoglie così come siete”. Questo cammino di autenticità con Dio si riflette poi nelle nostre relazioni, rendendole più vere e profonde.

Conclusione

La nudità emotiva è un dono prezioso che richiede coraggio e fiducia. Tornare a quella condizione di trasparenza originaria descritta in Genesi 2,25 non significa essere perfetti, ma essere autentici. È un processo di crescita che coinvolge tanto la relazione con gli altri quanto quella con Dio.

In un mondo spesso dominato da maschere e superficialità, scegliere di vivere nella trasparenza emotiva è un atto di fede e amore. Come Adamo ed Eva prima della caduta, possiamo ritrovare una condizione di armonia e accoglienza reciproca, riconoscendo che la vera bellezza sta nel mostrarsi per come si è, senza vergogna. Seguendo l’esempio di Cristo e ispirati dagli insegnamenti dei santi e della Chiesa, possiamo imparare a vivere relazioni basate sull’autenticità, sull’amore e sulla misericordia.

Antonio e Luisa

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Innamorato del matrimonio

In questi giorni, cominciando già a preparare alcuni importanti incontri di quest’anno appena iniziato, sto riflettendo su questo: “Come mai, anche di fronte al fallimento, resto innamorato del matrimonio?”.

Effettivamente è una cosa un po’ illogica, non è normale, perché quando vieni ferito da qualcosa o qualcuno, l’istinto è quello di allontanarsi, abbandonare, lasciar perdere. Per questo in tanti gruppi, nei social, molti affermano che, se potessero tornare indietro, farebbero scelte diverse e non pronuncerebbero quel famoso “sì”, considerando così il coniuge un peso di cui si sono liberati.

Da una parte comprendo il loro modo di ragionare, ma io rifarei tutto, perché quello che sono ora, deriva da tutto ciò che è successo prima, sbagli compresi; poi, anche solo per le figlie, passerei nuovamente attraverso la tragedia della separazione.

Molto dipende da come si reagisce di fronte alle sfide della vita; a volte, solo quando perdi qualcosa, ne apprezzi la bellezza e l’importanza e capisci quante cose non siano scontate: ricordo all’inizio della separazione, quando tornavo nella nuova abitazione, la casa era silenziosa, vuota, priva del calore e della vivacità che avevano sempre caratterizzato la nostra famiglia. In quel momento, mi resi conto di quanto mi mancassero le piccole cose: il profumo della cena in preparazione, la confusione generata dalle figlie e persino le discussioni che facevano parte della vita quotidiana.

Quando avviene una separazione, è facile cadere nella tentazione di vedere il matrimonio come un fallimento irrimediabile, ma se ci si ferma a guardare con gli occhi della fede, si può scorgere in quel dolore una chiamata a vivere la fedeltà in modo nuovo.

Ritengo che la mia non sia semplicemente testardaggine, ma la risposta a una vocazione che ho sempre avuto e che mi porta a lottare per le famiglie, ad amare il Sacramento in qualsiasi condizione, a fare il tifo per le coppie in difficoltà e a stare bene con i bambini e le persone.

Spesso mi chiedono: “Ma come fai a rimanere fedele a un matrimonio che non esiste più nella pratica?”. La mia risposta è semplice: il matrimonio non è solo un progetto umano, se lo fosse, sarebbe facile abbandonarlo quando le cose vanno male.

Infatti, umanamente i conti non tornano, c’è una gioia profonda nel sapere che sto vivendo una vocazione che trascende le mie debolezze/difficoltà e ogni giorno è una nuova opportunità per affidarmi a Dio, per crescere nella fede e nell’amore.

Questo è accompagnato da miracoli nella mia vita, a cominciare da aspetti caratteriali/personali come il saper gestire la rabbia, il perdono e la castità che non so spiegarmi, per proseguire con tutte le persone che conosco, fino ad arrivare a proposte, collaborazioni e momenti di crescita che mai mi sarei aspettato.

Il matrimonio, anche se ferito, continua a essere un dono che illumina la mia vita: il Sacramento è più grande di ogni difficoltà e conduce alla pienezza dell’amore; e io, nonostante tutto, sono sempre più innamorato del matrimonio.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

I Doni dei Magi e il Matrimonio: Un’Amore Sacro

Oggi è l’Epifania del Signore. Mi permette di soffermarmi non tanto sul significato di questa festa, ma in particolare sui doni che i Magi offrono a Gesù. Non sono doni scelti a caso, ma racchiudono significati profondi. Immagino Giuseppe quando ha visto arrivare mirra e incenso: non deve essere stato facile comprendere subito il valore di quei doni. L’oro, invece, probabilmente è stato accolto con più immediatezza. Ma cosa vogliono ricordare questi doni? E cosa possono insegnare a noi sposi?

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono per il re e simboleggia la preziosità e la centralità della persona amata. Quando mi sono sposato, stavo dicendo a Luisa che lei sarebbe stata per sempre la creatura più preziosa per me, seconda solo a Dio. Sant’Agostino ci ricorda: “Ama e fa’ ciò che vuoi”, perché quando amiamo veramente, tutto si ordina secondo il bene. Il matrimonio funziona solo se entrambi gli sposi riconoscono questa regalità reciproca, mettendo il coniuge prima di qualsiasi altra cosa: famiglia d’origine, lavoro, interessi o persino i figli. Come insegna Papa Francesco: “Amare significa avere cura e rispettare, costruire legami concreti che resistano anche quando la tempesta tenta di spezzarli”. Solo amando il nostro sposo o la nostra sposa come priorità, tutto il resto troverà il suo giusto ordine.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono sacerdotale, il simbolo del sacro. Il nostro matrimonio è un sacramento, e dal momento del nostro “sì”, il nostro amore non ci appartiene più solo a noi: diventa di Dio. Come sposi, diventiamo segni vivi del Suo amore. San Giovanni Paolo II, parlando del sacramento del matrimonio, afferma: “Il matrimonio cristiano è un segno dell’amore di Cristo e della Chiesa, amore che trova la sua più alta espressione nel dono totale di sé”. Ogni gesto d’amore, ogni carezza, ogni parola di incoraggiamento diventa un gesto sacro, un atto di Dio che passa attraverso di noi. Anche l’intimità fisica acquisisce un significato liturgico, perché è espressione di un amore che si dona, non che si usa. È per questo che dobbiamo viverla con purezza di cuore e rispetto reciproco.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra, forse il dono più difficile da comprendere, simboleggia il sacrificio. Nel donarla, diciamo al nostro sposo o alla nostra sposa che siamo pronti a morire per lui o per lei. Non si tratta solo della morte fisica, ma della morte del nostro egoismo e del nostro orgoglio. La morte di una volontà incentrata su noi stessi per aprirsi al bene dell’altro. San Francesco d’Assisi ci esorta: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge a vita eterna”. Allo stesso modo, il matrimonio ci chiama a morire al nostro egocentrismo, per fare spazio all’altro.

Morire al proprio orgoglio significa accettare di non avere sempre ragione e abbattere le barriere che dividono. Il matrimonio non è un luogo di rivendicazioni, ma una comunità d’amore dove si vive la libertà di mostrarsi fragili, sicuri di essere perdonati. Morire alla propria volontà significa accettare che l’altro non sarà mai perfetto secondo i nostri schemi. Come diceva Santa Teresa di Lisieux: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Ho sposato Luisa, che è meravigliosa proprio perché diversa da me, perché libera di essere se stessa. Il mio compito è amarla nella sua unicità, non cercando di cambiarla, ma accogliendola come dono prezioso di Dio.

Alla luce dei doni dei Magi, possiamo vedere che il matrimonio è una chiamata alta e sacra: è regalità, sacerdozio e sacrificio, tutto intrecciato nell’amore che riflette quello di Dio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto i doni dei Magi, così anche noi siamo chiamati a vivere il nostro matrimonio come un dono prezioso, offerto a Dio e custodito nella grazia del sacramento.

Antonio e Luisa

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Il sesso esprime pienamente l’amore solo nel matrimonio

Il sesso è per il matrimonio: un dono di Dio da vivere pienamente

Per me e Luisa è sempre stata una certezza su cui costruire la nostra relazione, e più passa il tempo, più ci convinciamo che sia così. Il sesso non è un “istinto” incontrollabile né qualcosa di necessario allo sviluppo della persona. È invece un dono sacro, un linguaggio dell’amore che trova il suo pieno significato e la sua bellezza all’interno del matrimonio. Quanto è diventato più bello e più profondo con il crescere della nostra relazione tutta, vissuta all’interno di una promessa di fedeltà e di esclusività che è per la vita.

Troppe persone oggi vedono il matrimonio come un di più, qualcosa di vecchio che non serve più. Altri che si credono moralmente migliori vedono nel matrimonio un modo per regolare il desiderio sessuale e finalmente dare sfogo alle proprie voglie senza sensi di colpa. Ma queste visioni impoveriscono entrambe il significato profondo del sacramento matrimoniale. Come scriviamo ne L’ecologia dell’amore, “la sessualità è un’energia che può essere orientata verso un amore fecondo, non è mai una condanna né un dovere”.

Fiducia nella persona e nella vocazione matrimoniale

Considerare il matrimonio unicamente come un rimedio alle passioni è avere poca fiducia nella capacità dell’essere umano di vivere virtuosamente e sottovalutare la bellezza della vocazione matrimoniale. Chi non sperimenta il sesso prima del matrimonio non è un supereroe né un santo per definizione. La castità, vissuta con libertà e consapevolezza, è una virtù possibile per tutti, come lo è la pazienza, la generosità o l’umiltà.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del Corpo, affermava: “L’amore umano diventa il luogo privilegiato della rivelazione di Dio quando è vissuto nella verità del dono totale di sé.Questo significa che la sessualità non deve essere ridotta a un problema morale, ma accolta come una dimensione dell’amore che si realizza pienamente solo nel dono reciproco e totale.

La chiave per vivere bene la sessualità

Vivere la sessualità bene non è più difficile che vivere altre virtù, come quella di non giudicare o di essere pazienti. La chiave è comprendere a cosa serve il sesso: non è un fine, ma un mezzo per esprimere amore e per costruire unità nel matrimonio. Fuori dal matrimonio, il sesso perde il suo significato profondo e la sua capacità di essere un linguaggio duraturo.

San Paolo VI, nell’enciclica Humanae Vitae, ci ricorda: “L’amore coniugale è, per sua natura, totale: una forma di comunione che non è momentanea, ma continua per tutta la vita.” Questo amore totale si riflette nella sessualità vissuta come dono e impegno reciproco.

Non disprezzare il dono di Dio

Spesso si rischia di considerare il sesso come qualcosa di sporco o, al contrario, di idolatrarlo come se fosse l’unico mezzo per essere felici. Entrambe queste visioni sono sbagliate. Il sesso è un dono di Dio, pensato per unire i coniugi e aprirli alla fecondità.

Sant’Agostino affermava: “L’amore che unisce marito e moglie in una carne sola è un grande mistero, riflesso dell’amore tra Cristo e la Chiesa.” Questo mistero ci invita a vivere il sesso come un atto sacro, senza disprezzarlo né banalizzarlo.

Vocazione e discernimento

La vocazione matrimoniale non è scontata. Come per ogni vocazione, è necessario un discernimento profondo, che coinvolga il cuore, la mente e lo spirito. Sempre ne L’ecologia dell’amore scriviamo: “Il matrimonio non è un sentimento o una decisione improvvisa, ma una chiamata personale di Dio a vivere un amore che diventa fecondo.” Il discernimento aiuta a comprendere se siamo chiamati a questa vocazione e come viverla in pienezza.

Godetevi il sesso e i figli nel matrimonio

Una sessualità vissuta con amore e rispetto nel matrimonio rafforza l’unione tra i coniugi e li rende collaboratori di Dio nella generazione e nell’educazione dei figli. Papa Francesco, nell’esortazione Amoris Laetitia, sottolinea: “La sessualità non è un mezzo di sfruttamento né di possesso, ma una realtà meravigliosa data da Dio per esprimere amore.

Una coppia che vive questa dimensione con gioia e consapevolezza non solo si unisce di più, ma trasmette ai figli un modello di amore autentico, fondato sul rispetto e sulla comunione.

In conclusione, vivere il sesso nel matrimonio è un modo per glorificare Dio, coltivare l’amore coniugale e crescere insieme come famiglia. Non disprezziamo questo dono, ma accogliamolo con gratitudine e responsabilità.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo: un dono originario per la comunione

Il Senso Profondo della Creaturalità Umana
In Genesi veniamo trasportati in un viaggio ontologico dentro al senso profondo della nostra creaturalità come figli di Dio e della differenza sessuale uomo-donna. Il senso profondo di quest’ultima è proprio la Comunione d’Amore. Partecipiamo come immagine e somiglianza di Dio non soltanto nel corpo, ma anche alla Trinità nella relazione sponsale che si genera tra ISH (il maschio nella Genesi) e ISHA (la femmina nella Genesi).

Dio Creatore e la Creazione come Dono
Dio Creatore e Padre ha creato (barà, verbo ebraico del creare di Dio che indicherebbe di per sé l’opera del taglialegna o dello scultore) attraverso la sua Paola Creatrice la Creazione come un Dono per l’essere umano (adam in Genesi) affinché lo custodisse e con il suo lavoro (che non è entrato nella vita umana come una maledizione successiva al peccato originale, ma era già presente prima, e anzi era un nobile incarico affidatogli) se ne prendesse cura, traendone nutrimento, adducendo bene a ciò che era già buono (“Dio vide che era cosa buona”).

Lo Sguardo Benedícente di Dio
Proprio quest’ultimo versetto, “Dio vide che era cosa buona”, ci mostra come Dio utilizza il senso della vista sotto la veste di SGUARDO BENEDICENTE nei confronti delle creature; sguardo che non scomparirà nemmeno dopo l’avvenimento del peccato originale.

L’Essere Umano come Immagine di Dio Trinità
Dio crea l’essere umano non in un giorno a se stante, ma al termine del sesto giorno, quando già aveva dato alla luce altre creature, appartenenti al mondo animale, ma a differenza degli altri esseri, Dio riserva all’adam una cura particolare. Infatti entra in gioco il plurale trinitario rispetto al singolare divino usato fino ad ora, insieme a parole di benedizione più esplicite, affinché l’adam, nella sua declinazione maschile e femminile, già presente, sia l’immagine e somiglianza di Dio Trinità nel mondo, allo scopo di vicariarLo nel prendersi cura della Natura (“dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi 1,26)).

Unità nella Differenza Sessuale
Pertanto, il senso profondo legato al maschile e al femminile, creati insieme in adam ma diversi fin dall’origine, mostra come essi siano chiamati all’unità nella differenza sessuale per manifestare l’immagine di Dio nel mondo prendendosene cura.

La Promessa di Dio all’Essere Umano
Tornando alle parole esplicite che Dio riserva all’essere umano, esse sono una Promessa e non un patto di alleanza con delle condizioni, come avverrà in seguito con Noè. Promessa che non revocherà nemmeno dopo il peccato, dopo l’adulterio della coppia nei Suoi confronti: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate…”.

Lo Sguardo Benedícente verso il Maschile e il Femminile
Questo SGUARDO BENEDICIENTE Dio lo elargisce anche all’essere umano in due declinazioni diverse. Il maschile riceve lo sguardo stesso, o più precisamente riceve la capacità di guardare all’altro cogliendone la Bellezza profonda. Il femminile, analogamente, riceve la sensibilità allo sguardo dell’altro per poter entrare in relazione intima con lui, ricevendone sicurezza e quindi protezione e cura. È primariamente attraverso lo sguardo, infatti, che passa il primo contatto con l’altro, specialmente in una relazione tra uomo e donna, che segna profondamente il tipo e la qualità di rapporto che si instaurerà tra i due. All’origine questa comunione era perfetta, improntata all’Amore, alla Vita Feconda e alla Custodia.

Il Significato dello Sguardo
A cosa serve all’uomo questo sguardo? Serve a riconoscere il Prodigio che Dio ha fatto nel Creato e nelle creature, che appare come Bellezza, che non ha necessariamente a che fare con quella fisica-estetica, anche se sicuramente ne partecipa, ma afferisce a qualcosa di molto più profondo. Dio ha impresso nell’essere umano la Sua Vita e lo ha chiamato all’esistenza come qualcosa di “molto buono”, perciò esso ha una dignità che nessuno ha il diritto di sottrargli o di scalfirla in qualche modo. Quindi questo sguardo sensibile alla Bellezza dell’altro e alla Bellezza del Creato porta l’uomo, in primo luogo a lodare Dio, e in secondo luogo, proprio mosso dalla commozione e dalla gratitudine per questa Bellezza, a prendersene cura, custodirla e ad arrivare a dare la sua stessa vita per proteggerLa. Questa è la chiamata dell’uomo ed è per viverla che ha ricevuto anche un altro dono da Dio: la forza. Forza che è sia fisico-muscolare ma, molto di più, interiore-spirituale. È proprio la Bellezza ad essere la forza del cuore dell’uomo, capace di muoverlo al dono totale di sé.

Il Significato dello Sguardo per la Donna
A cosa serve alla donna questo sguardo? La donna è sensibile allo sguardo dell’altro, che le serve per aprirsi alla sua accoglienza e riempirsi di vita, per sentirsi guardata da uno sguardo benedicente, che dice bene di lei, di cui si può fidare, proprio perchè guardata nella sua Bellezza originariamente impressa in lei da Dio stesso. La donna è fatta per vivere dello sguardo di qualcuno che rifletta lo sguardo che Dio le riserva. Ed è in questo sguardo, dentro ad esso, che ella può esprimere, insieme al maschio, tutta la sua fecondità generativa femminile.

La Ferita dello Sguardo dopo il Peccato
Cosa succede a questo sguardo dopo il peccato? Per quanto riguarda l’uomo, il peccato va a ferirne gli occhi, il suo stesso sguardo, rendendolo uno sguardo disordinato, che lo porta, da un lato, a diventare ipovedente di fronte alla Bellezza e, seguentemente, a volersi impadronire della Bellezza, o di ciò che gli appare erroneamente per tale, riducendola ad oggetto di consumo, a suo esclusivo vantaggio e profitto egoista.

Molte delle fatiche dell’uomo, infatti, nascono proprio dal suo sguardo, basti pensare all’esempio più eclatante costituito dalla pornografia, ma tale ferita lavora anche in modo molto più subdolo e la cultura attuale, purtroppo, invece che promuovere l’uomo nella sua originaria natura di custode, lo svantaggia amaramente, riducendolo a “surrogato animale” preda dei suoi istinti, con tutte le conseguenze che questo comporta e che popolano la cronaca odierna. La ferita, dicevamo sopra, non riguarda solo l’altro da sé, ma anche la Natura, portandolo a non adempiere al compito che Dio gli ha affidato, ossia di custodia, ma a servirsene per un guadagno immediato e personale.

La Ferita dello Sguardo nella Donna dopo il Peccato
Per quanto riguarda la donna, invece, il peccato entra in lei deformando la sua sapiente scelta su a chi rivolgere la richiesta di essere guardata, per trovare riflesso in quello sguardo, la sua amabilità, la sua essenza e la sua missione. La rende mendicante di sguardi. Questua nelle relazioni che vive l’affermazione di ciò che lei è. Ma lo fa, sia in modo sbagliato, che alle persone talvolta inadeguate. In modo sbagliato: elemosina sguardi che richiamano l’attenzione sulla sua carne invece che al suo spirito-corpo, vera sede della sua Bellezza.

Permette una facile oggettivazione attraverso comportamenti spicciolamene seduttivi e presentazioni di sé superficiali e esteticamente snaturanti (ad esempio le chirurgie plastiche correttive) od omologanti (ad esempio una moda e un trucco che non ne esaltano l’originalità soggettiva ma appiattiscono su un unico modello di apparente compiacimento estetico).

Agendo in questo modo è essa stessa a operare un pericoloso riduzionismo sulla sua natura femminile. Alle persone inadeguate: il primo errore lo commette quando rivolge la richiesta di tale sguardo, prima agli esseri viventi che a Dio, fonte da cui trarrebbe la consapevolezza della sua Bellezza originaria, e in seguito volendo essere guardata da coloro che le portano ferite e morte invece che guarigione e vita.

Come Uscire dalla Ferita?
La Redenzione avvenuta attraverso il sacrificio della Croce di Cristo ha riportato l’ordine originario e la guarigione dalle ferite, ma molto di più la possibilità di assumere la stessa natura umana-divina di Cristo. Realtà a cui è possibile accedere solo attraverso l’esercizio della nostra libertà, pronunciando lo stesso fiat di Maria. Attraverso questo “si”, non solo uomini e donne possono recuperare i loro doni originali, ma assumere su se stessi la natura di Cristo, sia in termini di sguardo, che in termini di coscienza imperturbabile della propria essenziale Bellezza. Solo questo può permettere agli uomini e alle donne del nostro tempo di entrare davvero in comunione vicendevole e mostrare l’immagine trinitaria d’Amore di Dio nel mondo, per poter collaborare con Cristo nel trasfigurarlo secondo il Suo Piano d’Amore.

Giorgia Sartori

Vuoi essere felice? Abbraccia le tue ferite

Siamo nel 2025. Il 2024 è finito. Un anno difficile ma bellissimo. Quest’anno è stato per me un viaggio profondo, un percorso che mi ha portato a guardare dentro le parti più fragili e dimenticate di me stesso. Come mai prima, mi sono preso cura della mia parte più debole. Ho affrontato i fantasmi del mio passato, quelli legati alla mia infanzia e alla mia adolescenza, che per troppo tempo ho ignorato. Ho guardato le mie ferite, le ho riconosciute, e infine le ho abbracciate. Questo gesto, così semplice e allo stesso tempo così complesso, ha cambiato il mio cuore.

Ciò che non si guarda in faccia ci domina. Ciò che si guarda in faccia si supera”, scrive Luigi Maria Epicoco ne La forza della mitezza. Per anni ho cercato di nascondere quelle ferite in un angolo oscuro del mio cuore, credendo che riguardassero solo il passato e che non avessero potere sul presente. Ma era un’illusione. Quelle ferite non erano altro che il grido di un bambino dentro di me, un bambino che voleva essere amato, accolto, compreso, incoraggiato e sostenuto. I miei genitori non sono riusciti a farlo, non perché non mi amassero, ma perché non erano capaci di darmi ciò che non avevano mai ricevuto.

Ho iniziato un percorso terapeutico e mi sono messo in gioco per diventare counsellor. Questo mi ha permesso di fare pace con quel bambino interiore, di abbracciarlo e di dargli finalmente quell’amore che aspettava da tanto tempo. Roberto e Claudia, di Amati per amare, mi hanno guidato in questo cammino. Mi hanno fatto comprendere che quelle ferite non vanno silenziate ma ascoltate, perché abbracciando loro, riesci finalmente ad abbracciare quel bambino che è ancora dentro di te. Queste parole risuonano profondamente nel mio cuore.

Il cambiamento non è stato solo interiore. Abbracciando le mie ferite, ho aperto un canale emotivo che sembrava bloccato da anni. Questo mi ha permesso di essere un padre diverso. Prima, nella mia freddezza e nel mio distacco, credevo che i miei figli dovessero cavarsela da soli, così come io ero stato costretto a fare. Ora, invece, provo empatia per loro, li ascolto di più e sono più presente nelle loro vite. Ho imparato a trasmettere l’amore tenero e concreto che vivo ogni giorno con Luisa anche nell’ambito genitoriale. Scrivere queste parole mi commuove, perché sento che sto diventando la versione migliore di me stesso, non solo per me ma per la mia famiglia.

Uno degli aspetti più profondi di quest’anno è stato il perdono. Sono riuscito a vedere i miei genitori con occhi nuovi. Li ho perdonati per il male che, involontariamente, mi hanno fatto, e li ho ringraziati per il bene che, con tutto l’amore possibile, hanno cercato di darmi. Luigi Maria Epicoco scrive: “Il perdono non è negare il male ricevuto, ma smettere di esserne prigionieri”. Ed è proprio questo che ho vissuto. Perdonare i miei genitori ha liberato non solo loro, ma anche me. Mi sono sentito leggero, come se un macigno fosse stato tolto dal mio cuore.

Ho chiesto scusa ai miei figli più grandi per le volte in cui sono stato distante. Ringrazio Dio per avermi dato questa opportunità di guarigione e riconciliazione. Le ferite, una volta accolte, non sono più solo fonte di dolore, ma diventano un’occasione per fare esperienza di amore, misericordia e bisogno. Ho capito che non mi basto, che ho bisogno degli altri e, soprattutto, di Dio.

In questo tempo di riflessione, ho imparato a ringraziare non solo per le cose belle, come mia moglie, i miei figli, gli amici e il mio lavoro, ma anche per le difficoltà e le fragilità. “La croce non è il fallimento di Dio, ma il suo modo di stare accanto a noi nel nostro fallimento”, scrive ancora Epicoco. Ogni fallimento che ho vissuto nella mia vita è stato un passo verso una maggiore consapevolezza della mia debolezza e del mio bisogno di un Salvatore. Mi ha avvicinato a Dio più di quanto abbiano fatto i successi o i riconoscimenti.

Oggi, alla fine di questo anno, voglio augurare a chiunque legga queste parole di non vergognarsi delle proprie ferite. Non nascondetele, non cercate di dimenticarle. Prendetevene cura, abbracciatele, perché solo così potrete incamminarvi verso un amore autentico, libero, e verso relazioni profonde e vere. Dio non ci ama nonostante le nostre fragilità, ma proprio attraverso di esse. E in questo amore possiamo trovare la forza per continuare a crescere, ad amare e a sperare.

Grazie, 2024, per le lezioni che mi hai insegnato. Grazie a Dio per essere stato accanto a me in ogni passo di questo cammino.

Antonio

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Il deserto è un passaggio necessario

Iniziamo oggi il terzo poema. Il corteo nuziale sta giungendo. La sposa sta per incontrare il suo sposo. Ricordate che non c’è un ordine cronologico nel Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro

Che cos’è quel che sale dal deserto

come una colonna di fumo,

esalante fragranza di mirra e d’incenso

con profumi di ogni genere?

Il Corteo della Sposa: Un Incontro Atteso

Finalmente l’attesa è finita! Il corteo della sposa sta arrivando e gli sposi possono finalmente incontrarsi. Questa scena richiama la gioia profonda dell’incontro nuziale, che non è solo un evento sociale, ma un sacramento e un simbolo dell’amore di Dio per l’umanità. Come diceva San Giovanni Crisostomo: “Il matrimonio è il mistero dell’amore di Cristo per la sua Chiesa”. L’arrivo della sposa, accompagnata dal corteo, è un’immagine che coinvolge tutti i sensi: la vista – la colonna di fumo che si alza all’orizzonte; l’olfatto – il profumo di essenze e fiori; l’udito – i canti e le risa di gioia. Questo incontro è segno di una pienezza raggiunta, di un amore che si dona totalmente.

Il Deserto: Un Luogo di Trasformazione

Il corteo sale dal deserto, un luogo che, nella tradizione biblica, rappresenta l’aridità e la prova, ma anche la trasformazione. Il deserto è dove Israele ha incontrato Dio e dove ogni anima incontra se stessa. Santa Teresa d’Avila, nel suo cammino spirituale, parlava spesso del deserto interiore: “Per arrivare alla sorgente di Dio, bisogna passare attraverso la sete”. Anche la Sulamita, nel Cantico dei Cantici, rappresenta ognuno di noi: fragile, smarrita, ma desiderosa di un incontro d’amore.

Anch’io sono dovuto passare dal deserto, dall’aridità dell’anima e del cuore. Ho dovuto fare esperienza della fame e della sete e della mia incapacità di sfamarmi e dissetarmi. Ho tradito la legge di Dio con le opere e nel mio cuore. Questo mi ha allontanato, mi ha fatto smarrire nel deserto fino quasi a perdere ogni speranza di poterne uscire.

Ogni coppia, nel matrimonio, affronta momenti di deserto: difficoltà, incomprensioni, crisi. Come ricorda Papa Francesco: “Non esiste famiglia perfetta. Non abbiamo paura della fragilità, perché la grazia di Dio è più forte delle nostre debolezze”. Il deserto, dunque, non è la fine, ma un passaggio necessario per riscoprire il senso profondo del dono reciproco.

Lasciare l’Egitto: Un Atto di Libertà

Anche io ci sono passato ed è stato un passaggio verso la liberazione. Ho abbandonato il mio Egitto, che era vita sicura, ma vita di schiavitù… Serve coraggio per lasciare ciò che è noto, ma che ci imprigiona, per intraprendere un cammino verso la libertà. San Giovanni Paolo II, nella sua “Teologia del Corpo”, spiegava: “L’amore autentico è esigente. Esso richiede sacrificio e rinuncia”. Come il popolo di Israele, ogni sposo è chiamato a lasciare l’“Egitto” dell’egoismo e dell’autosufficienza per vivere una vita di donazione e comunione.

Questa scelta comporta sfide, ma anche grandi ricompense. Santa Gianna Beretta Molla, parlando del matrimonio, diceva: “L’amore coniugale richiede una totale dedizione e il coraggio di affrontare insieme ogni prova”. Solo abbandonando le catene del passato si può costruire un futuro di autentica libertà e unità.

La Sposa Pronta: La Pienezza dell’Amore

Dopo aver attraversato il deserto, la Sulamita è pronta per il suo sposo. Ha riconosciuto la propria fragilità e si è aperta alla misericordia di Dio. Questo momento di pienezza e verità è l’essenza del matrimonio cristiano. San Tommaso d’Aquino definiva il matrimonio “una comunione di vita orientata alla perfezione dell’amore”. Il matrimonio non serve a darci ciò che non abbiamo. Serve a donare ciò che siamo.

Questo amore non è statico, ma dinamico. Papa Benedetto XVI, nella “Deus Caritas Est”, affermava: “L’amore non è mai qualcosa di già dato, ma qualcosa che matura e cresce”. Gli sposi, accogliendosi nelle loro imperfezioni, diventano segno visibile dell’amore di Dio, che è fedele e inesauribile.

Il Matrimonio: Un Sacrificio Gioioso

La festa del matrimonio, con i suoi colori, profumi e suoni, celebra non solo l’unione degli sposi, ma anche il loro sacrificio gioioso. San Francesco di Sales descriveva il matrimonio come “una danza, dove ognuno cerca il bene dell’altro”. Questa danza, però, richiede armonia, pazienza e perdono.

Dal Deserto alla Festa

Il corteo della Sulamita, che attraversa il deserto e arriva alla festa, è un invito alla speranza. San Giovanni Paolo II incoraggiava i giovani e gli sposi a “non avere paura dell’amore”, ricordando che “L’amore è la vocazione fondamentale di ogni uomo”. Anche nei momenti più difficili, l’amore è capace di rifiorire.

Il matrimonio cristiano è, dunque, un cammino di santità. Come diceva Sant’Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”, perché nell’amore vero – sottolineo vero – c’è sempre la presenza di Dio. Affrontare insieme il deserto e celebrare la festa è ciò che rende il matrimonio un sacramento di speranza e un segno visibile della grazia divina.

Conclusione

Il matrimonio è un viaggio che inizia con l’attesa e si compie nell’amore. Attraverso il deserto delle difficoltà e la festa della celebrazione, gli sposi sono chiamati a vivere un amore che riflette quello di Cristo per la Chiesa. Come ha detto Papa Giovanni Paolo II: “Non c’è gioia più grande che vivere per chi si ama”. Nel dono reciproco, gli sposi diventano segno della presenza di Dio nel mondo, trasformando ogni momento in un’occasione di grazia e santificazione.

Antonio e Luisa

Il mio Natale da separato? Mai da solo ma sempre per gli altri

In queste feste natalizie Antonio mi ha chiesto di scrivere un articolo su come un papà separato (fedele) passa il Natale, quindi eccomi qui a raccontare la mia esperienza.

Natale e Pasqua rappresentano i momenti più importanti dell’anno per noi cristiani e per questo richiedono un periodo di preparazione adeguato, rispettivamente l’Avvento (quattro domeniche) e la Quaresima (quaranta giorni). Il Natale è la festa della famiglia e mi piace tantissimo, ma, per me (anche se credo di poter parlare in nome di tutti i separati) è accompagnata anche da un sottile velo di tristezza, specialmente quando è l’anno in cui le figlie non sono con me (in genere, infatti, i figli passano un Natale con la mamma e uno con il papà ad anni alterni). Si prova un po’ di malinconia, anche se è passato tanto tempo dalla separazione, perché il Sacramento del matrimonio ci chiama all’unità e, quando questa non c’è, manca qualcosa, almeno sotto l’aspetto umano-terreno (anche se so che in Dio siamo una carne sola).

Naturalmente, quando ci sono le figlie, si decide insieme cosa fare e dove andare: ad esempio quest’anno, nella vigilia, siamo andati a fare un giro a San Marino, in modo da tornare in tempo per la messa notturna nella nostra parrocchia; poi di consueto, il pranzo di Natale con i parenti, lo scambio dei regali e i giochi a carte insieme.

Nell’anno in cui invece sono senza figlie, cerco di non rimanere da solo, perché in una notte così speciale anche noi separati possiamo trasmettere la bellezza del matrimonio. Bellezza che si esprime in tutte le relazioni e che ci permette così di collaborare a costruire la Chiesa, famiglia grande.

Quello che ho fatto negli ultimi anni è stato interpretare il “Babbo Natale” per la parrocchia: le famiglie con bambini comunicavano al parroco la via e l’orario indicativo (dalle 21 alle 23) e con alcune persone disponibili ci dividevamo le zone da raggiungere dopo cena.

La parrocchia metteva a disposizione gli abiti, le barbe e le parrucche e ognuno di noi aveva un autista (avremmo avuto difficoltà a guidare vestiti in quel modo) che portava anche una bottiglia di spumante a ogni famiglia raggiunta; chi ci aveva chiamato faceva quasi sempre un’offerta per i più bisognosi della zona e questo era un grande stimolo a impegnarmi.

Quanto mi sono divertito! Ho passato delle vigilie di Natale indimenticabili. Appena arrivavamo, ci aspettavano i genitori o i parenti per consegnarci i regali di nascosto, ad esempio in sacchi pieni di giocattoli. A volte trovavo anche più famiglie riunite per il tradizionale cenone, io entravo in casa con le solite frasi di Babbo Natale “Oh-Oh-Oh, Merry Christmas” o “Buon Natale” sotto gli sguardi meravigliati di tutti i bambini (anche se qualcuno si spaventava e scappava).

Poi mi davano una sedia (Babbo Natale è anziano e stanco), da seduto tiravo fuori tutti regali, uno per uno, leggendo il nome che c’era scritto sopra e così i bambini si avvicinavano, chi mi tirava la barba, chi mi abbracciava, chi mi diceva la poesia imparata a scuola, chi una lettera indirizzata a Gesù bambino, mentre ovviamente tutti scattavano foto o realizzavano video (qualcuno addirittura mi ha consegnato dei disegni che conservo con cura, in uno c’è scritto “Babbo Natale ti voglio bene”). Secondo la situazione, facevo domande ai bambini, parlavo delle renne parcheggiate con la slitta sul tetto della casa o assecondavo qualche loro curiosità.

Devo dire che in alcuni casi ho fatto fatica a non commuovermi e non è mancato di consegnare anche il regalo alla nonna novantenne, seduta vicino al camino o alla stufa. Una volta mi avevano fatto trovare una carretta stracarica di regali, in bilico uno sopra l’altro e dopo aver fatto pochi passi, tra il terreno sconnesso, il vestito e il buio, li ho fatti cadere tutti in terra!

Qualche anno sono venute con me anche le figlie vestite da elfo, anche loro si sono divertite tanto e mi hanno dato una mano importante a trasportare tutti i regali e a creare atmosfera.

I bambini hanno una capacità unica di stupirsi, di amare e di esercitare la tenerezza, tutte cose che noi adulti spesso perdiamo o facciamo fatica a mettere in pratica, forse anche per non essere giudicati o presi in giro: loro non hanno filtri, quello che provano è puro, senza doppi fini. Far sorridere un bambino e generare gioia e stupore, è qualcosa che ti scalda il cuore e alimenta la pace e la serenità.

Visitare queste case ed entrare in contatto con tutte queste famiglie prima della messa di Natale, mi ha aiutato a entrare nel modo giusto in questa festa del Bambino-Dio che nasce per noi.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)