Il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista: la riscoperta della virilità

Perché la violenza maschile non si combatte reprimendo la virilità, ma educandola. Un percorso tra statistiche, psicologia e fede per riscoprire il cuore dell’uomo.

Siamo ancora tutti scossi dal recente duplice omicidio di due giovani ragazze, vittime della violenza di coetanei. Eventi come questo ci lasciano senza parole, soprattutto quando si è genitori: ho tre figli maschi di 21, 20 e 16 anni e una figlia di 18, e non riesco a non immedesimarmi nel dolore di quelle famiglie. Il termine “femminicidio” è corretto, ma spesso rischia di oscurare il vero dramma: una cultura che ha smarrito il senso dell’umano, in particolare nella relazione tra uomo e donna.

La mentalità pornografica che disumanizza

Viviamo in un tempo in cui la sessualità è stata svuotata del suo significato più profondo. La pornografia – oggi accessibile in maniera immediata e massiva – ha educato intere generazioni a vedere la donna come un oggetto, una presenza sempre disponibile, sempre accondiscendente. Non solo attraverso siti espliciti, ma anche tramite social, pubblicità, musica e persino videogiochi.

Questa mentalità pornografica non educa alla relazione, ma al consumo. E quando questi giovani uomini incontrano ragazze reali, con desideri, limiti e personalità proprie, si scontrano con qualcosa che non sanno gestire: la realtà del rifiuto, della libertà dell’altro. È lì che, senza strumenti interiori, può emergere la frustrazione, e nei casi più estremi, la violenza.

I dati: meno femminicidi, ma più attenzione

Nonostante la giusta attenzione dei media, i dati mostrano che i femminicidi in Italia sono in calo. Secondo l’Istat, nel 2023 si sono registrati 117 omicidi con vittime donne, in diminuzione del 7,1% rispetto al 2022. Nel 2002 le vittime erano 187: una riduzione significativa nel corso di vent’anni.

Questo non sminuisce il problema, ma ci invita a leggerlo con maggiore profondità. Il fenomeno resta drammatico, ma può essere affrontato con intelligenza, cultura e prevenzione.

La repressione non è la risposta: l’uomo ha bisogno di vivere la sua virilità

Una parte della cultura contemporanea, nel tentativo di correggere gli abusi del passato, ha proposto una risposta sbagliata: reprimere la virilità maschile, ridicolizzarla, confonderla con l’aggressività. Ma l’uomo non diventa meno pericoloso se rinuncia a se stesso: diventa fragile, confuso e a volte pericolosamente instabile. L’uomo ha bisogno di vivere in pienezza la propria virilità per non trasformarla in violenza.

Virilità non è dominio. È forza sotto controllo, è energia orientata al bene, è responsabilità. Come scrive John Eldredge in Wild at Heart, «ogni uomo è stato creato con il desiderio di combattere per ciò che è giusto, vivere un’avventura e amare una donna». Quando questi desideri vengono repressi, si deformano in rabbia, isolamento o possesso.

Secondo il dott. Stefano Vicari, neuropsichiatra infantile, «la fragilità emotiva dei giovani maschi è il grande rimosso della nostra cultura». Crescono senza padri presenti, senza modelli affettivi sani, senza strumenti per affrontare la frustrazione. Ed è lì che esplodono i drammi.

Cristo: il volto pieno dell’uomo

La risposta a questa crisi non è la repressione, ma la redenzione. Ed è proprio Gesù Cristo a mostrarci la pienezza dell’essere uomo. Forte e mite, determinato e compassionevole, Gesù è capace di indignarsi per l’ingiustizia e di piangere per l’amico. Non possiede, ma si dona. Non conquista, ma custodisce.

Nella mia esperienza personale, è stato proprio l’incontro con Cristo – attraverso la relazione con mia moglie Luisa – a farmi riscoprire cosa significa essere uomo. Da giovane, appena fidanzati, la guardavo come un corpo. Un corpo da usare. Ero concentrato sulle mie pulsioni e su quello che io volevo. Solo dopo, attraverso un cammino di fede, ho capito che lei era una persona, un mistero, una figlia di Dio. L’amore è diventato dono, e non pretesa. Se volete approfondire la sessualità come gesto sacro e di donazione vi propongo il nostro nuovo libro.

Educare i figli all’amore vero

Per costruire una società più giusta, dobbiamo ripartire dall’educazione affettiva. Insegnare ai ragazzi che la donna non è un oggetto, ma una persona. Che amare significa rispettare. Che il “no” di una ragazza è sacro quanto il “sì”. Che il corpo è il linguaggio dell’amore, non della conquista.

Abbiamo bisogno di padri, educatori, maestri, catechisti, uomini veri che mostrino con la propria vita che essere uomini non significa dominare, ma donarsi. Che la virilità non è qualcosa da temere, ma da vivere con cuore integro e volontà formata.

Conclusione: generare uomini nuovi

Per le ragazze uccise possiamo solo pregare. Ma per i nostri figli – e per le figlie che dovranno incontrarli – possiamo fare molto. Possiamo insegnare loro che amare significa lasciare liberi. Possiamo testimoniare che esiste un modo bello, pieno e santo di essere uomini. Un modo che non ha paura della forza, ma la sa orientare al bene. Un modo che somiglia – in tutto – a Gesù.

Antonio e Luisa

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La mia continenza: un sacrificio d’amore

Pochi giorni fa Antonio mi ha chiesto di realizzare un video per rispondere a un marito, così ho deciso anche di scrivere una risposta un po’ più articolata; la domanda è questa:Se mia moglie mi ha lasciato perché si vuole divertire con altri uomini, io gli devo stare fedele anche con la castità?”.

A gennaio avevo risposto ad una domanda simile, ma ora voglio parlare di altro. Secondo la mentalità del mondo, però, la risposta alla tentazione sarebbe: “Cosa aspetti? Goditi la vita anche tu!”. Ma peccare non è mai un vero divertimento. Può sembrarlo all’inizio, perché il male spesso si presenta mascherato di dolcezza — come veleno coperto di miele — ma alla fine mostra sempre le sue conseguenze amare.

Io credo che invece questa brutta situazione possa essere sfruttata come un momento di crescita nella fede, come uno step da fare per passare al livello successivo, cioè da un amore corrisposto e quindi dove do qualcosa, ma anche ricevo, a un amore totalmente disinteressato e gratuito, come quello di Cristo.

Finché non affronti una prova concreta, non puoi sapere davvero se sei capace di superare le difficoltà. Puoi anche pensare di farcela, ma è solo il test che lo dimostra. È per questo che ho sempre sostenuto l’importanza degli esami, anche a scuola. Ricordo ancora, ad esempio, l’interrogazione finale in quinta elementare: un momento formativo che oggi, purtroppo, è stato eliminato.

In questo caso c’è in gioco la fede, ci crediamo davvero o siamo solo capaci a biascicare qualche preghiera, giusto per accontentare la nostra coscienza?

Nessuno vorrebbe affrontare le prove della vita, ci immaginiamo sempre che la nostra strada sia in discesa, dimenticando che sono le salite quelle che temprano il corpo e lo spirito; d’altra parte la porta stretta richiede uno sforzo per entrare.

Tornando alla domanda: fare l’amore al di fuori di un legame che sia davvero un “per sempre”, senza una donazione totale e aperta alla vita, non è vero amore, ma solo un atto genitale, uno sfogo dell’istinto. Può sembrare che ci sia amore sincero, ma in realtà manca sempre qualcosa: quella pienezza e verità che solo l’impegno totale può garantire.

La fedeltà è un terreno sacro: quando un coniuge resta fedele nonostante l’abbandono dell’altro, sta mantenendo aperta la porta alla grazia e alla potenza di Dio, permettendoGli di agire nella storia della coppia. Ognuno è libero di fare ciò che vuole, anche sfruttare gli altri e svendersi, ma noi cristiani sappiamo che dobbiamo aver cura del nostro corpo, perché è il tempio di Dio. Quindi la fedeltà nella prova diventa fecondità nella grazia per noi e per chi ci sta intorno.

Se una moglie (in questo caso, ma vale ovviamente anche per il marito) se ne va, il marito può scegliere di comportarsi allo stesso modo, oppure restare fedele per fede e in forza del Sacramento (non perché è bravo).

Il coniuge è, su questa terra, la persona che ha il potere spirituale più grande sull’altro, perché il sacramento del matrimonio ha consacrato la loro unione. Nemmeno un sacerdote o un vescovo possono intercedere presso Dio più profondamente di un marito per sua moglie, o di una moglie per suo marito. Questo significa che la mia vita, le mie scelte, la mia fedeltà possono influenzare l’eternità di mia moglie. È facile pensare che non lo meriti, che debba pagare per ciò che ha fatto — per le ferite, per il male arrecato anche ai figli — ma quando ragiono così, sto guardando tutto con occhi umani, secondo la logica della giustizia terrena. Dio però non ragiona così: ama mia moglie quanto ama me e vuole salvarla. Ma ha bisogno della mia collaborazione per farlo.

Quindi se io cerco di amare davvero, mettendomi dalla parte di Chi si sarebbe meritato più bene di tutti nella storia ed è stato messo in croce, sto rispettando il mio impegno di dare la vita, nonostante il suo comportamento. E quando si perde la vita per gli altri, sappiamo che invece si guadagna quella eterna, la più importante e che Dio non ci farà mancare la pace e tanto altro.

Una vita vissuta nella castità — che, più propriamente, è continenza, poiché la castità riguarda ogni stato di vita ed è molto più profonda del solo aspetto sessuale — non va intesa come un sacrificio fine a se stesso, né come una croce insopportabile. Al contrario, è una forma di donazione, una scelta d’amore. E quando sei tu a scegliere, non ti senti schiacciato da un’imposizione, ma libero e leggero nel portare avanti la tua missione.

La continenza, in questo contesto, non è privazione, ma pienezza. È la libertà di amare senza cercare compensazioni, di restare saldi nella promessa fatta, non per obbligo, ma per scelta consapevole. Chi rimane fedele non è uno sconfitto, ma un vincitore nella logica del Vangelo.

Un’ultima cosa: nei giorni nostri sembra che una persona non possa vivere bene e felice se non ha rapporti sessuali. Certamente fare l’amore è una grande fonte di piacere e appagamento, ma non è l’unica: garantisco che si può avere una vita bellissima e felice anche vivendo nella continenza. Questo avviene anche attraverso piaceri sani, come un abbraccio, una passeggiata nella natura, la visione di un film, la lettura di un libro, una pizza con gli amici, aiutare gli altri, stare insieme ai figli, gioire delle loro conquiste, un viaggio e anche pregare. Sarò strano, ma io preferisco divertirmi così e non mi manca niente, perché amando, sono insieme allo Sposo Gesù e a tanti amici.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Venga il mio Diletto nel suo Giardino

Siamo al vertice. Dopo voce, sguardo e baci, e carezze, siamo pronti all’abbraccio dell’amplesso. Al gesto più profondo, bello e ricco di significato degli sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Siamo giunti al momento più intenso, quello che nel Cantico dei Cantici è desiderato, invocato, cercato come culmine dell’amore: l’unione piena tra l’amato e l’amata. «Mi baci con i baci della sua bocca!» (Ct 1,2) è la scintilla iniziale che apre il poema dell’amore. Ma quel bacio non è solo passione, è desiderio di comunione, inizio di un cammino fatto di sguardi, attese, parole sussurrate, carezze, profumi, abbracci. È una pedagogia della tenerezza, che conduce progressivamente verso l’incontro profondo tra i corpi, ma passando per l’intimità delle anime.

Come ogni sposo e ogni sposa della terra, anche i protagonisti del Cantico sognano l’amplesso d’amore: un momento in cui non sono più due, ma un noi che abbraccia anche la geografia del corpo. «Il mio diletto è per me e io per lui» (Ct 2,16), dice l’amata: non è possesso, ma reciproca appartenenza. L’unione fisica diventa così la manifestazione visibile di una comunione già coltivata nella tenerezza e nella cura.

Ecco la chiave: lo stesso gesto dell’unione può essere un altare d’amore oppure una farsa dolorosa. Può essere il sacramento della reciprocità o l’ombra dell’egoismo. Tutto dipende da ciò che lo precede. Se l’amplesso è il frutto maturo di una vita intrecciata di carezze, sguardi che parlano, parole buone, piccoli gesti quotidiani di attenzione, allora ha senso, profondità, bellezza. Come scrive il poeta del Cantico: «Tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo» (Ct 4,9). Lo sguardo è il primo abbraccio, il primo dono.

L’amplesso allora non è un premio, ma una conseguenza. Per l’uomo, i “preliminari” diventano una naturale continuazione di quell’amore già espresso durante il giorno; per la donna, non sarà difficile abbandonarsi, se si è sentita al centro dell’amore del suo sposo. Come nel Cantico, dove l’amata si descrive: «Bruna ma bella… guardate me!» (Ct 1,5-6), perché si è sentita guardata con amore, onorata, desiderata senza essere usata.

Costanza Miriano ha detto in un’intervista che «la maggior parte dei matrimoni arriva dopo pochi anni al deserto sessuale». Le statistiche lo confermano: i rapporti si diradano, si svuotano, diventano una fatica più che una gioia. Perché? Non perché non ci si ama più, ma perché è mancato il nutrimento della tenerezza. La sessualità senza tenerezza è come un fiore senza radici: si secca.

Don Carlo Rocchetta lo dice con lucidità: uomo e donna sono spesso “sfasati” nei tempi e nei bisogni. L’uomo cerca l’intimità fisica per sentirsi amato e quindi per potersi aprire alla tenerezza; la donna, al contrario, ha bisogno di sentirsi amata attraverso la tenerezza per poter desiderare l’unione sessuale. Ma quando si impara a conoscersi e ad amarsi, tutto cambia. Nasce un circolo virtuoso, in cui l’amplesso non è più solo un punto di arrivo, ma anche un punto di partenza. L’uomo, dopo l’incontro, colma di attenzione la sua sposa; la donna, amata e accolta, si sente più disposta a donarsi.

Nel Cantico, l’amata dice: «Il suo frutto è dolce al mio palato. Egli mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore» (Ct 2,3-4). L’amplesso è celebrato come una festa, ma una festa che viene dopo un lungo cammino d’amore, di desiderio custodito, di parole che hanno preparato il cuore.

Forse, come sposi, dovremmo rileggere insieme questo poema antico. Scopriremmo che Dio ha lasciato in quelle pagine una mappa del desiderio redento, dell’amore che si fa corpo, dell’intimità che nasce dalla tenerezza. In fondo, ogni vero amplesso è una liturgia: inizia con un “bacio della bocca” e si compie nel “vino dell’amore”, che è dono totale, reciproco, gioioso.

Antonio e Luisa

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Parlarsi con il cuore: la forza dell’intimità e del dialogo nella coppia

La luce soffusa del tramonto entra in salotto, e io e mio marito siamo seduti uno accanto all’altro sul divano. Eppure, nonostante la vicinanza fisica, a volte mi sembra che tra di noi ci sia una distanza infinita. Il silenzio pesa come un macigno: vorrei parlare, ma non trovo le parole e temo che lui non riesca a capire quello che provo. In questi istanti mi chiedo come siamo arrivati qui, così lontani pur essendo così vicini.

Abbattere il muro del silenzio

Forse è la stanchezza dopo una lunga giornata, o la paura di disturbare una quiete apparente; così rimaniamo in silenzio entrambi, ciascuno perso nei propri pensieri. Ma quel silenzio non è pace, è un muro invisibile che ci separa. Ho imparato che tacere per evitare i conflitti a lungo andare fa più male che bene. Meglio una discussione sincera che un rancore taciuto: come dice Papa Francesco, “Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli volare. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!“. Queste parole mi incoraggiano a non temere il confronto: anche se volano i proverbiali piatti, l’importante è saperli raccogliere insieme, chiedersi scusa a vicenda e tornare ad abbracciarsi prima di dormire. Così, una sera ho deciso di rompere quel silenzio.

La voce mi tremava mentre gli chiedevo cosa non andasse e, con mia sorpresa, i suoi occhi si sono riempiti di una vulnerabilità che non gli conoscevo. Era quasi sollevato dal fatto che ne parlassimo. Entrambi temevamo di ferirci a vicenda con le nostre preoccupazioni, ma in realtà con quel silenzio ci stavamo ferendo di più.

Imparare a comprendersi

Parlando a cuore aperto, abbiamo iniziato a riscoprire un dialogo sincero. All’inizio non era facile: bisognava imparare ad ascoltare senza interrompere, ad accogliere le critiche senza mettersi sulla difensiva. Ho capito che dovevo provare a vedere le cose dal suo punto di vista, mettermi nei suoi panni. Il noto psichiatra e sessuologo Willy Pasini descrive bene questo concetto quando afferma che “Intimità vuol dire mettersi nella pelle dell’altro senza smarrire il senso della propria identità. Vuole dire ricevere l’altro nel proprio territorio intimo senza sentirsi invasi o contaminati“. In altre parole, per comprenderci davvero dovevamo entrare l’uno nel mondo emotivo dell’altro, mantenendo però ciascuno la propria autenticità.

Col tempo, esercitando questa empatia reciproca, ho visto mio marito sotto una luce nuova. Dietro il suo silenzio c’era spesso l’insicurezza, il timore di non essere all’altezza delle mie aspettative; dietro la mia chiusura c’era la paura di non essere compresa. Parlandone, ascoltandoci con pazienza e dolcezza, ci siamo sentiti gradualmente più vicini. Ogni confessione sincera e ogni emozione condivisa diventavano un mattone in più a rafforzare la nostra intimità. Quando mi raccontava delle sue ansie, invece di giudicarlo lo abbracciavo, e lui faceva lo stesso con me. Abbiamo scoperto che la vera comunicazione richiede coraggio e vulnerabilità, ma ripaga con una rinnovata complicità.

Oltre la semplice vicinanza fisica

La nostra relazione non è mai mancata di gesti affettuosi o momenti di vicinanza fisica. Eppure in passato capitava di sentirci lontani anche mentre ci tenevamo per mano. Ho realizzato che l’intimità non coincide solo con la prossimità corporea o con la sessualità. Si può dormire nello stesso letto e risvegliarsi più distanti nel cuore di quanto si immagini. Del resto, come scrive lo psicologo Erich Fromm, “L’atto sessuale, senza amore, non riempie mai il baratro che divide due umane creature“. Solo l’amore e una presenza autentica possono colmare veramente quel vuoto. Per sentirci davvero uniti, dovevamo nutrire la tenerezza e la comprensione almeno quanto l’attrazione fisica.

Da quando abbiamo iniziato a dialogare davvero, anche i momenti di intimità fisica tra noi hanno acquisito un significato più profondo. Non erano più un tentativo di mascherare un distacco, ma l’espressione sincera di un legame che si stava rinsaldando. Sentirmi emotivamente vicina a lui faceva sì che ogni abbraccio e ogni bacio fossero più caldi e carichi di senso. Ci guardavamo negli occhi e sapevamo di esserci l’uno per l’altra, con tutte le nostre fragilità, ma senza più quei muri di incomprensione.

L’amore come scelta quotidiana

Dopo anni insieme, stiamo comprendendo una lezione fondamentale: amare non significa vivere per sempre in un idillio privo di problemi, ma scegliere ogni giorno di esserci l’uno per l’altra nonostante le difficoltà. San Giovanni Paolo II ricordava che “Amare non è soltanto un sentimento; è un atto di volontà che consiste nel preferire in maniera costante, al proprio, il bene altrui“. Questa frase risuona in me ogni volta che devo decidere se chiudermi nel mio orgoglio oppure fare un passo verso mio marito per il bene del nostro rapporto. L’amore maturo richiede impegno: significa mettere il bene dell’altro al centro anche quando l’entusiasmo iniziale lascia il posto alla routine.

Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo un’altra opportunità per dialogare, capirci e sostenerci a vicenda. Ci chiediamo a vicenda: “Come stai oggi?” e ascoltiamo davvero la risposta. Ci teniamo per mano non per abitudine, ma per confermarci che siamo uniti, pronti ad affrontare insieme ciò che la giornata ci porterà. E la sera, prima di dormire, non importa se c’è stato qualche battibecco: troviamo sempre il modo di dirci “ti voglio bene” e di ringraziarci per la comprensione reciproca.

La nostra è diventata una storia quotidiana di piccole riconciliazioni e di grandi gesti d’amore silenziosi. Non saremo mai una coppia perfetta, ma ci sentiamo più forti e uniti. Abbiamo scoperto che l’intimità e il dialogo sincero sono davvero la chiave per restare vicini: due cuori che imparano, giorno dopo giorno, a parlarsi con sincerità e ad amarsi con coraggio.

Antonio e Luisa

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Spinte e Dinamiche nel Matrimonio

La relazione tra marito e moglie non è solo una questione di sentimenti, ma anche di dinamiche psicologiche profonde che influenzano il modo in cui ci si relaziona l’uno all’altro. Una delle chiavi di lettura più interessanti per comprendere queste dinamiche è offerta dall’Analisi Transazionale (AT), teoria psicologica sviluppata da Eric Berne. In particolare, il concetto delle “spinte” (o drivers) rivela molto sulle motivazioni inconsce che influenzano il comportamento degli sposi. Comprendere queste spinte è essenziale per costruire un matrimonio più consapevole e armonioso.

Cosa sono le spinte nell’Analisi Transazionale?

Claude Steiner, uno degli allievi di Berne, definisce le spinte come messaggi interiorizzati durante l’infanzia che spingono la persona ad agire in un certo modo per ottenere riconoscimento e accettazione. Secondo Steiner, “i drivers influenzano profondamente la nostra capacità di stabilire relazioni sane, spesso senza che ne siamo consapevoli”. Le principali spinte individuate dalla AT sono:

  • Sii perfetto
  • Sii forte
  • Compiaci (o “Fa’ piacere”)
  • Sbrigati
  • Sforzati

Queste spinte, se non riconosciute e gestite, possono generare tensioni e incomprensioni nella coppia.

Come le spinte influenzano la relazione coniugale

Ogni coniuge porta con sé una storia di vita che include messaggi inconsci ricevuti nell’infanzia. Quando questi messaggi diventano regole rigide, possono trasformarsi in fonte di stress e frustrazione nel matrimonio. Vediamo alcuni esempi pratici.

Il peso della perfezione

Uno sposo con la spinta “Sii perfetto” tenderà a volere che tutto sia impeccabile, dalla casa alla gestione delle finanze, fino al modo di educare i figli. Questo può generare pressione nel coniuge, specialmente se questi non condivide lo stesso standard di perfezione. Se non gestita, questa spinta può portare a critiche continue e a un senso di insoddisfazione cronica.

La rigidità del “Sii forte”

Chi ha interiorizzato la spinta “Sii forte” tenderà a reprimere le proprie emozioni per dimostrare di poter affrontare tutto senza cedimenti. Nel matrimonio, però, la vulnerabilità è essenziale per costruire intimità. Se un coniuge si mostra sempre invulnerabile, l’altro può sentirsi escluso emotivamente, portando a una distanza affettiva crescente.

Il rischio del compiacere sempre

La spinta “Compiaci” è particolarmente presente in chi ha imparato che il proprio valore dipende dalla soddisfazione degli altri. Uno sposo con questa spinta tenderà a sacrificare i propri bisogni per evitare conflitti, ma alla lunga questo atteggiamento può generare frustrazione e risentimento.

L’ansia del “Sbrigati”

Una moglie con la spinta “Sbrigati” sentirà di dover sempre fare tutto di corsa, senza mai prendersi il tempo per vivere i momenti con calma. Questo può creare tensione con un marito più riflessivo, portando a incomprensioni e irritazioni frequenti.

Lo stress del “Sforzati”

Chi si sente spinto a “Sforzarsi” vive ogni compito come una prova di resistenza. Nel matrimonio, questo può tradursi in una continua fatica nel dimostrare amore, nel crescere i figli o nel portare avanti gli impegni quotidiani, con il rischio di esaurimento e frustrazione.

L’importanza di riconoscere e trasformare le spinte

Papa Francesco, parlando della coppia cristiana, afferma: “Amare non è solo un sentimento, è un’opera artigianale, è un lavoro continuo”. Questo significa che per costruire una relazione solida è necessario conoscersi in profondità, comprese le dinamiche interiori che condizionano il nostro modo di amare.

Come si possono allora gestire queste spinte per farle diventare un punto di forza nella relazione?

1. Diventare consapevoli della propria spinta dominante

Riconoscere qual è la spinta che ci guida è il primo passo per modificarne gli effetti. Un marito che si accorge di voler sempre essere forte può iniziare a lavorare sulla condivisione delle proprie emozioni.

2. Comunicare con il coniuge

Spesso l’altro subisce le nostre spinte senza capire da dove derivano. Parlare apertamente delle proprie difficoltà può favorire una maggiore comprensione reciproca e ridurre i conflitti.

3. Integrare il Vangelo nella relazione

San Giovanni Paolo II diceva: “La famiglia è il luogo dove si impara a donarsi”. Comprendere le nostre dinamiche interiori ci aiuta a vivere il matrimonio come un luogo di crescita reciproca, trasformando le spinte in strumenti di amore anziché in ostacoli.

Conclusione

L’Analisi Transazionale offre una prospettiva preziosa per comprendere le dinamiche profonde che influenzano la relazione coniugale. Le spinte, se riconosciute e trasformate, possono diventare occasioni di crescita e maturazione per entrambi i coniugi. Come cristiani, siamo chiamati a lavorare sul nostro cuore, lasciando che la grazia di Dio trasformi le nostre rigidità in occasioni di amore autentico.

Antonio e Luisa

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Sì, più Inebrianti del Vino sono le tue Carezze

Dopo voce, sguardo e baci, ecco il quarto canale dell’amore tenero che si fa visibile: la carezza. Un gesto, che nella sua forma più completa diventa abbraccio, non può assolutamente mancare tra due sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Sono piccoli gesti che nutrono l’amore e rendono tangibile la presenza dell’altro nella nostra vita. Non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze esprimono il desiderio di contatto fisico con l’amato o con l’amata, ma senza prevaricazione, senza prepotenza: sono il linguaggio della tenerezza, la via privilegiata per esprimere amore nella reciprocità e nella libertà.

La Carezza: Un Linguaggio dell’Amore

La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’altro, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato diventa concreta, diventa carne. Come scrive Don Carlo Rocchetta, citando Jean-Paul Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perché allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Questa visione profonda ci aiuta a comprendere che la carezza non è solo un gesto istintivo, ma una comunicazione affettiva che esprime la volontà di conoscere e farsi conoscere attraverso il contatto fisico.

L’Abbraccio: L’Incontro delle Anime

Se la carezza è espressione della tenerezza, l’abbraccio ne è la forma più completa e coinvolgente. Nell’abbraccio si coglie la corporeità dell’amato in modo totale: il corpo intero è avvolto e circondato, permettendo di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione e dedizione in maniera diretta e intensa.

Un abbraccio con la persona amata offre sensazioni meravigliose: sentire il suo respiro, il calore del suo corpo, il suo abbandono fiducioso tra le nostre braccia genera un senso di pienezza e di pace. Non a caso, la nota terapeuta statunitense Virginia Satir affermava:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente.

Questa “terapia del contatto” è una medicina gratuita e senza controindicazioni, che nutre l’anima e rafforza l’intimità nella coppia.

L’Importanza della Tenerezza nella Vita Matrimoniale

La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi può generare gravi problemi nella coppia. Insoddisfazione, incomunicabilità, senso di solitudine e frustrazione sono spesso le conseguenze di una carenza di gesti affettuosi. Il contatto fisico rappresenta una delle forme più immediate e sincere di comunicazione affettiva: è il linguaggio del corpo che conferma l’amore quando le parole non bastano.

Secondo San Giovanni Paolo II, il corpo umano, nel contesto dell’amore coniugale, “diventa epifania della persona“, rivelando l’intimità profonda del cuore. Gli sposi che si abituano a privarsi di carezze e abbracci rischiano di perdere una parte essenziale della loro capacità di comunicare amore e tenerezza, impoverendo così la loro relazione.

L’Abbraccio: Segno della Sponsalità

L’abbraccio, in particolare, diventa una sorta di “liturgia nuziale quotidiana”. Attraverso l’abbraccio, gli sposi si riconoscono reciprocamente come dono, alimentando quella comunione di anime e corpi che è alla base del matrimonio cristiano.

Non esistono regole fisse per l’abbraccio: a volte è un gesto lungo e avvolgente, altre volte un breve e intenso stringersi. Può avvolgere l’intero corpo, oppure solo la testa o il ventre, ma in ogni caso rappresenta un linguaggio segreto che solo gli sposi comprendono.

Un abbraccio tra sposi è un incontro profondo, uno scambio di emozioni, un’espressione di “esserci” totale. Come affermava il cardinale Angelo Scola: “L’abbraccio è l’immagine concreta dell’essere ‘una carne sola’. Nell’abbraccio il corpo parla la lingua dell’amore.

La Geografia del Corpo: Un Amore che si Fa Carne

Nel matrimonio cristiano, l’amore non è astratto: si incarna nei gesti quotidiani, nel modo di prendersi cura l’uno dell’altro, e in particolare attraverso la tenerezza fisica. L’amore diventa carne e il corpo dell’altro diventa geografia dell’amore che doniamo e riceviamo.

Questa dimensione fisica dell’amore non è mai banale o secondaria: è uno dei modi più autentici per rafforzare il vincolo coniugale e per rinnovare la promessa di donarsi ogni giorno con generosità e fedeltà.

Conclusione: Non Dimentichiamo le Carezze

Le carezze e gli abbracci sono il respiro dell’amore. Sono piccoli gesti che custodiscono e nutrono il legame matrimoniale. In un tempo in cui la vita frenetica e le preoccupazioni quotidiane rischiano di allontanarci, è importante riscoprire la forza di una carezza e il calore di un abbraccio.

Non lasciamo che la routine ci privi di questa medicina dell’anima: regaliamoci ogni giorno quei momenti di contatto che fanno sentire l’altro amato, desiderato e riconosciuto. Così facendo, custodiremo la bellezza del nostro matrimonio e manterremo vivo il nostro amore.

Antonio e Luisa

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La nostra scelta controcorrente e vincente

Luisa ed io abbiamo scelto la castità. Ciò significa che io ho fatto l’amore solo con lei e lei solo con me. Come raccontare questa scelta? L’abbiamo romanzata. La racconterà Giulia ma nella sua storia ci sarà tanto di noi e ne approfitteremo per dare dati scientifici e statistici reali. Mi chiamo Giulia (nome di fantasia) e ho scelto di aspettare il matrimonio prima di avere rapporti sessuali. È stata una decisione controcorrente, nata da un desiderio profondo di vivere l’amore in modo autentico e totale. Ricordo ancora le occhiate incredule di alcuni amici quando, da adolescente, confidai loro questa mia intenzione. In un’epoca in cui tutto sembra accadere in fretta, aspettare sembrava a molti un’assurdità. Eppure, dentro di me sentivo che la castità prematrimoniale non era una rinuncia sterile, ma un investimento su qualcosa di più grande.

Nei momenti difficili, mi sono chiesta spesso se stessi sbagliando tutto. Mi domandavo se aspettare avrebbe davvero fatto bene alla mia relazione futura, o se invece mi stessi privando inutilmente di esperienze che “tutti” ritenevano normali. In certe sere, il dubbio bussava prepotente: e se poi non fossimo compatibili? E se questa scelta costruisse muri invece di ponti? Non nego di aver provato un po’ di paura di fronte all’ignoto. Ma in fondo al cuore una voce mi ripeteva: “Se è vero amore, saprà attendere”. Oggi, dopo anni, posso dire che quella voce aveva ragione – e non lo dico solo per fede o idealismo, ma anche grazie a ciò che ho scoperto dalla scienza e dall’esperienza.

Il sostegno degli esperti: cosa dice la scienza?

Col tempo, ho cercato conferme esterne a ciò che intuivo. Con mia sorpresa, ho trovato sostegno nelle ricerche di psicologi e sessuologi. Uno studio condotto su 3750 persone dai ricercatori della Brigham Young University (Stati Uniti) – ateneo noto per le ricerche sulla famiglia – ha rilevato risultati sorprendenti. Chi arriva casto al matrimonio ha una probabilità maggiore del 200% (tre volte di più) di avere una relazione stabile e duratura, rispetto a chi ha avuto esperienze sessuali prematrimoniali. In pratica, i dati mostrano che la stabilità di coppia cresce enormemente con l’astinenza prematrimoniale. Non solo: tra coloro che avevano avuto un solo partner (il futuro coniuge), ben il 45% descriveva la propria vita matrimoniale come “molto soddisfacente”. Questa percentuale cala di circa un 6,5% per ogni partner sessuale aggiuntivo avuto prima delle nozze. Considerando che oggi in America una persona ha in media 6-7 partner prima di sposarsi, si capisce quanto accumulare esperienze possa erodere la futura soddisfazione.

Un altro aspetto che mi ha colpito è il legame con la soddisfazione sessuale nella vita coniugale. Contro il mito secondo cui “se aspetti poi il sesso sarà deludente”, lo stesso studio ha scoperto l’opposto: chi non ha avuto altri partner sperimenta una gratificazione sessuale doppia nel matrimonio rispetto a chi arriva da numerose esperienze. È come se la fiducia esclusiva e la scoperta reciproca rendessero l’intimità più intensa, libera da paragoni col passato o insicurezze. Questi dati smentiscono il luogo comune per cui bisognerebbe “provare” la compatibilità a letto prima di impegnarsi: non è così, e la ricerca lo conferma. L’intesa sessuale si può costruire nel tempo, su basi di amore, fiducia e comunicazione – elementi che, secondo i terapeuti, sono ben più determinanti di un’eventuale performance iniziale.

Non è solo uno studio a dirlo. Ricerche autorevoli in ambito psicologico hanno evidenziato tendenze simili. Un’analisi pubblicata sul Journal of Family Psychology ha confrontato coppie che avevano avuto rapporti fin da subito con coppie che avevano aspettato fino al matrimonio. I risultati? Chi aveva atteso fino alle nozze riportava una soddisfazione di relazione più alta del 20%, una comunicazione migliore del 12%, una minore propensione al divorzio (-22%) e persino una qualità della vita intima superiore del 15%. Insomma, sul lungo termine la scelta di aspettare sembrava premiare le coppie con maggiore armonia e solidità. Un altro studio sociologico, condotto su scala nazionale (USA), ha osservato che le persone con un solo partner sessuale in tutta la vita risultavano le più felici nel matrimonio: ad esempio, il 65% delle donne che avevano conosciuto intimamente solo il marito si dichiarava “molto felice” della propria unione, contro appena il 52% di quelle con svariati partner alle spalle. Come ha spiegato l’autore di quello studio, il sociologo Nicholas Wolfinger, avere pochi o nessun partner prematrimoniale si associa a matrimoni più felici indipendentemente dalla religiosità. È interessante notare che questi dati restano validi anche al netto di fattori come la fede religiosa: significa che i benefici della castità prematrimoniale non sono solo per chi è credente, ma valgono per tutti.

Leggere queste ricerche mi ha dato grande incoraggiamento. Immaginate la mia gioia nello scoprire che la scienza stava confermando ciò che avevo sempre sperato: ossia che aspettare fa bene alla coppia, alla qualità del rapporto e persino alla sfera fisica della relazione. Ho realizzato di non essere “strana” o sola, ma anzi in buona compagnia di esperti che sostengono, con dati alla mano, che la scelta della castità può contribuire a un amore più stabile e soddisfacente. Questa consapevolezza ha rafforzato la mia fiducia e mi ha aiutata a spiegare meglio la mia scelta anche a chi la metteva in dubbio.

La prospettiva della fede: un’alleata dell’amore

Sin da piccola la mia educazione cristiana mi aveva parlato del valore della castità. Da adolescente, devo ammettere che a volte consideravo questi insegnamenti come restrittivi; col tempo però ho iniziato a vederli sotto una luce diversa, più positiva. La fede descrive la castità non come una negazione dell’amore, ma come la sua “autentica alleata”, un modo per custodirlo e viverlo in pienezza (Itinerari catecumenali per la vita matrimoniale). Queste parole, riprese anche da papa Francesco, mi hanno fatto capire che nell’attesa c’è un significato profondo: non si tratta di “reprimere” qualcosa, ma di orientare l’energia dell’amore verso il bene dell’altro, senza egoismi.

Ricordo di aver letto un giorno un documento della Chiesa che diceva: “La castità è energia spirituale che libera l’amore dall’egoismo e dall’aggressività” (pontificio consiglio per la famiglia, Sessualità umana: verità e significato, 16). Questa frase mi colpì al cuore. Pensai a quante volte, nelle relazioni moderne, il desiderio può diventare possesso, e il piacere fine a se stesso può far perdere di vista l’altro come persona. La castità, invece, educa il cuore alla pazienza, al rispetto e al dono sincero di sé. Imparare a moderare le proprie pulsioni significa imparare ad amare in maniera più libera e generosa, senza ridurre l’altro a oggetto di soddisfazione. Nella mia esperienza, pregare e affidarmi a questi ideali mi ha dato la forza nei momenti di debolezza e mi ha ricordato il perché della mia scelta: non paura del sesso, ma amore per una visione più grande del sesso stesso, inserito in una promessa di vita condivisa.

Non sono mancate le incomprensioni. Qualcuno ha insinuato che la religione mi “imponesse” questa strada. In realtà io mi sono sentita profondamente libera nella mia decisione, e anzi sostenuta dalle parole di guide spirituali che sottolineavano la bellezza dell’attesa. Papa Giovanni Paolo II, ad esempio, incoraggiava i giovani alla purezza con fiducia, affermando che solo imparando la padronanza di sé si può vivere l’amore vero come dono totale. E nelle omelie del mio padre spirituale sentivo spesso ripetere che “la castità prematrimoniale va riscoperta come un bene per la coppia”, mai come un tabù opprimente. Col tempo ho capito che, per me, fede e ragione andavano a braccetto: da un lato i dati concreti degli esperti, dall’altro la saggezza antica della mia tradizione religiosa, entrambi puntavano nella stessa direzione. Questo duplice appoggio mi ha dato una serenità incredibile nel proseguire.

Un esempio dalla letteratura: l’ideale della purezza

Nelle mie riflessioni, ho trovato conforto e ispirazione anche nella letteratura. Un esempio significativo si trova nel romanzo Ragione e Sentimento di Jane Austen. La protagonista, Elinor Dashwood, rappresenta la personificazione della “ragione” e dimostra come la pazienza e l’autocontrollo possano portare a una relazione solida e duratura. Nonostante le difficoltà e le delusioni, Elinor attende con compostezza e fiducia, e alla fine il suo amore viene ricambiato, premiando la sua costanza e integrità. Questo esempio letterario evidenzia come l’attesa e la moderazione possano rafforzare i legami affettivi, portando a un amore più maturo e consapevole.

Conclusione: verso un amore più autentico

Oggi, guardando indietro, sono felice di aver vissuto la castità prematrimoniale. Ho sposato l’uomo che amo – anche lui ha condiviso questa scelta con me – e posso dire che la nostra intesa, costruita prima sull’affetto e sul rispetto, ora fiorisce anche nella complicità. Non abbiamo termini di paragone se non noi stessi, e questo lungi dall’essere un limite, si sta rivelando una bellissima scoperta reciproca giorno dopo giorno. Ogni gesto intimo è nostro, esclusivo, carico di un significato che affonda le radici negli anni di attesa e di amore coltivato in altri modi.

Difendere il valore della castità prematrimoniale nella mia vita non è stato facile: ho dovuto spiegarmi, talvolta giustificarmi, e non sempre sono stata compresa. Ma rifarei questa scelta altre mille volte. Ho capito che aspettare non significa reprimere l’amore, significa dargli il tempo di maturare. Nel mio percorso ho sentito dire che “se ami davvero qualcuno, vuoi il suo bene, non solo il tuo piacere immediato”. E credo sia vero. Per noi, aspettare ha voluto dire imparare altri linguaggi dell’amore: il dialogo profondo, la tenerezza nei gesti semplici, la pazienza nelle difficoltà. Abbiamo costruito un’intimità emotiva e spirituale così forte che, quando è arrivato il momento di unirci anche nel corpo, ci siamo sentiti pronti a donarci completamente l’uno all’altra, senza paure né riserve.

Scrivo questa testimonianza personale con il cuore colmo di gratitudine. La castità prima del matrimonio è stata per me un cammino di crescita, una palestra di fiducia reciproca e di autodisciplina, che ci ha preparati ad affrontare insieme le sfide della vita matrimoniale. Le voci della scienza e quelle della fede, ciascuna a suo modo, mi hanno aiutata a tener duro e a capire il valore di quello che stavo facendo. E oggi, nel vivere un rapporto che considero felice e stabile, posso dire che ne è valsa la pena.

Se c’è una cosa che vorrei trasmettere a chi legge, è questa: non abbiate paura di andare controcorrente per qualcosa in cui credete. Nel mio caso era la castità prematrimoniale, per altri potrà essere altro. All’inizio ci si sente soli, ma poi scopri che non sei il solo a credere in certi valori profondi. E scopri, soprattutto, che quell’impegno sincero verso l’amore ti restituisce cento volte tanto in serenità, rispetto e complicità con la persona che hai accanto. Io l’ho vissuto sulla mia pelle. E, citando ancora quelle parole che mi hanno guidata, la castità è davvero un’alleata dell’amore, perché lo libera da tante paure e superficialità, aiutandoci a viverlo nella sua forma più pura e duratura. Con il senno di poi, non posso che dire: grazie a quella me stessa giovane che ha avuto il coraggio di scegliere una strada meno battuta. Quella strada mi ha portato dove desideravo: a un amore autentico, felice e fedele, che dura nel tempo. E di questo non posso che rendere testimonianza con gioia.

Antonio e Luisa

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Il Perdono Nella Relazione: Un Percorso Quotidiano

Qualche giorno fa abbiamo avuto una discussione di quelle intense, in perfetto stile “vecchi tempi”, antecedente al nostro percorso con Retrouvaille e al cammino di guarigione e ricostruzione del nostro matrimonio.

Sapete quei giorni in cui l’altro vi appare in tutta la sua fastidiosa diversità? Quei momenti in cui la frase più gentile che ci si rivolge è “tu non capisci e proprio non vuoi ragionare” e dire “stai calmo” ha l’effetto esattamente opposto? Ecco, appunto… Peccato che quella sera ci aspettava una testimonianza in un corso per fidanzati, il cui tema era proprio il perdono.

Silenzio e Domande

Il viaggio in auto si è svolto nel silenzio più totale e l’abitacolo si è riempito di domande mute:

  • Non abbiamo ancora capito nulla noi… cosa andiamo a dire a venti (dico venti!) coppie che si stanno preparando al matrimonio ed avranno gli occhi a cuore?
  • Non cambieremo mai… non è servito a nulla toccare il fondo… io non ce la faccio, non ho voglia di fare un passo…

Provvidenziale, nel senso letterale del termine, è stata una tappa a Caravaggio prima di raggiungere il luogo della testimonianza. Sebbene uno dei motivi della discussione fosse proprio la smania di uno dei due (una dei due, per la precisione) di fare mille cose, di andare di qui e poi di là con l’illusione del dono dell’ubiquità, il Santuario era proprio di strada. Mettere nelle mani di Maria la nostra pochezza ha aiutato e ha aperto la strada a ciò che sarebbe avvenuto dopo.

La Testimonianza

Arrivati dai fidanzati, abbiamo iniziato a leggere, come di consueto, la nostra storia. Condividerla non è mai indolore, ma certi passaggi, quella volta, hanno assunto un significato ancora più profondo. Con la voce rotta dall’emozione ci siamo detti nuovamente:

Sono consapevole e sempre più certo che il lavoro iniziato vada fatto ogni giorno e che ogni giorno io debba decidere di amare e di perdonare. Grazie alle testimonianze di molte coppie di Retrouvaille e all’impegno messo quotidianamente per la ricostruzione, ho compreso che posso ricominciare in ogni istante e di fronte a ogni difficoltà.

E ancora:

Ogni giorno ora nasce, alla luce della decisione presa ed anche nei momenti di sconforto, la consapevolezza di aver trovato strumenti nuovi, un metodo e un modo di comunicare efficaci mi aiuta ad avere speranza. Io non voglio più stare male e far stare male gli altri come facevo prima, e questo mi spinge, con l’aiuto del Buon Dio e degli amici di Retrouvaille, a camminare, piano piano, senza correre, ma senza fermarmi.

Un Momento di Grazia

La serata è proseguita con tantissime domande da parte delle coppie che hanno assistito alla nostra riconciliazione in diretta. Del resto, se non si parte raccontando la propria vita e ciò che ci accade, cosa si ha da offrire?

Ci siamo scoperti ancora una volta ironici e capaci di scherzare sull’accaduto, tanto da suscitare spesso l’ilarità del gruppo. Abbiamo sperimentato quanto sia facile tornare alle vecchie abitudini: alla pretesa che sia l’altro a cedere, a innalzare muri tra di noi e a colpire proprio dove sappiamo che l’altro è più vulnerabile e fragile.

La Lezione Appresa

Abbiamo dovuto ricordare a noi stessi che siamo in cammino, che lo saremo sempre, ogni giorno della nostra vita insieme. Pensare di essere arrivati e smettere di prendersi cura del proprio matrimonio sono la stessa cosa.

L’aiuto “da casa” è arrivato puntuale come sempre, mettendo sulla nostra strada la Vergine di Caravaggio e una testimonianza in un corso fidanzati.

Un Epilogo Quotidiano

Tornando a casa in auto, sotto il diluvio, tutto è tornato come prima, anzi meglio di prima: “Stai attento, frena, frena, ti ho detto frena… riesco a leggere la targa di quello davanti…” – e ancora – “Se dici ancora una parola ti lascio sul ciglio della strada.

Giovanni e Silvia (Retrouvaille Italia)

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San Giuseppe: Un Modello di Stabilità e Amore

Oggi è una festa particolarmente bella, quella di san Giuseppe, il padre putativo di Gesù e conseguentemente di tutti i papà: è una ricorrenza che mi riporta alla mente tutti i regalini fatti a scuola, le poesie recitate dalle figlie in questo giorno, quando erano più piccole e i ricordi con il mio babbo andato in cielo ormai venticinque anni fa. Su san Giuseppe hanno scritto libri su libri, ma vorrei oggi brevemente soffermarmi su alcune sue caratteristiche che si agganciano particolarmente alla mia vita in questo momento. In un tempo in cui tutto sembra fluido, precario, e provvisorio, Giuseppe ci insegna il valore della stabilità, della fedeltà quotidiana, dell’esserci senza clamore, senza bisogno di apparire: egli non ha compiuto gesti spettacolari, non ha pronunciato nemmeno una parola, ha semplicemente scelto di restare e obbedire.

Quando Maria, sua promessa sposa, si ritrova incinta per opera dello Spirito Santo, Giuseppe prova il dolore del tradimento: aveva un progetto originario per la sua vita, era giovane (il matrimonio a quei tempi era fortemente consigliato sotto i ventiquattro anni), era innamorato di Maria. Così si trova davanti a un bivio esistenziale e secondo la legge, avrebbe potuto farla lapidare: ancora prima di conoscere la verità, decide di ripudiarla in segreto, senza accusarla pubblicamente e senza vendicarsi. Forse proprio per questo suo atteggiamento, Dio invia l’angelo a svelargli il mistero nascosto; l’amore autentico non cerca scappatoie e Giuseppe, sceglie di restarle accanto, obbedendo al messaggero e, rimanendo, diventa custode dell’Emmanuele, del Dio con noi. Io avevo un progetto, una famiglia con tanti figli, ma a un certo punto della mia vita è stato interrotto e anch’io ho dovuto scegliere se restare fedele alla promessa e allo Spirito Santo che parlava al mio cuore, oppure prendere altre strade, sicuramente più facili.

Anche dopo la nascita di Gesù, Giuseppe continua a restare, nella povertà della grotta, nella fuga in Egitto, nella quotidianità silenziosa di Nazaret: non ci viene raccontato nulla di eroico, nulla di eclatante, lavora, protegge, accompagna, guida, semplicemente rimane fedele alla sua missione. Neanche quando Gesù rimane da solo per tre giorni e i suoi genitori lo ritrovano nel tempio, Giuseppe apre bocca, è solo Maria che esprime la sofferenza di entrambi: io, come minimo, avrei detto qualcosa del tipo “Dopo a casa facciamo i conti!”.

Ciò che rende ancora più grande la sua fedeltà è il fatto che, a differenza di Maria, non era stato preservato dal peccato originale, egli ha vissuto nella fragilità umana, con le paure, i dubbi e le difficoltà che ciascuno di noi sperimenta. Eppure, proprio nella sua umanità limitata, ha saputo affidarsi completamente a Dio, lasciandosi guidare dalla Sua volontà, anche lui ha detto il suo “Si”.

In una società in cui molti fuggono di fronte alle difficoltà, abbandonano relazioni al primo ostacolo, Giuseppe ci mostra la bellezza della sua virilità e la forza del rimanere: restare nel matrimonio, restare nella paternità, restare nella missione che Dio ci affida.

La fedeltà non è staticità, ma una scelta continua, un atto d’amore che si rinnova ogni giorno; restare non significa subire, ma abbracciare con amore e responsabilità la vita che ci è affidata. Così Giuseppe ha amato Maria, così ha amato Gesù, così ci insegna ad amare.

La Fraternità Sposi per Sempre è stata costituita sotto il patrocinio di san Giuseppe: era stato proposto anche san Giovanni Battista che ha perso la vita per difendere il matrimonio, dicendo a Erode che non era lecito che tenesse con sé la moglie del fratello, ma san Giuseppe è lo sposo fedele, quindi più calato nella vita, nella nostra scelta, nella fedeltà nonostante tutto.

I separati fedeli sono chiamati a testimoniare con la vita questa fedeltà a Gesù, nel silenzio, senza tanto sbraitare, controbattere, nella semplicità, questo silenzio che dice tutto e che san Giuseppe proprio rappresenta.

San Giuseppe è stato il custode nell’amore di Gesù, nella sua solitudine di fede, perché è vissuto accanto a Lui sapendo che non l’ha generato, con dubbi, domande, e paure. Secondo la tradizione ebraica il figlio rimaneva con la madre fino a tre anni, dopodiché spettava al padre l’educazione morale e religiosa: Giuseppe ha insegnato a Gesù le preghiere, raccontato tutto ciò che Dio aveva fatto per il suo popolo, Gli hai mostrato come ogni gesto, ogni usanza, aveva un significato sacro.

Qui avviene il compimento della sua paternità, basata su un comportamento e un’educazione pieni di amore. Anch’io, per la mia parte, mi sento custode delle figlie, non potrò farlo ancora per tanto tempo, poiché quella più grande sta finendo le scuole superiori, però fino a quando riesco, non voglio perdere l’occasione di educarle con tenerezza, cercando d’imitare questo grande santo. Rispetto alla solitudine poi, per me riguarda non solo quella di non avere un coniuge accanto, ma anche quella di non essere compreso, a volte anche da tanti cristiani.

San Giuseppe è chiamato anche sposo castissimo, non solo nell’aspetto affettivo, ma per la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso: la felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma di un cuore che si dona, un dono autentico (è una maturazione che supera il sacrificio).

D’altra parte Giuseppe rimane in ombra proprio perché lui è soltanto il riflesso del Padre celeste, non poteva occupare troppo spazio nelle scritture, altrimenti avremmo potuto confonderci su Chi avere come nostro riferimento; tuttavia è bello pensare che tutte le volte in cui Gesù ci parla di suo padre Dio, quello che dice è anche frutto dell’esempio e della relazione avuta con Giuseppe. Anche i separati fedeli dovrebbero essere l’ombra che mette in risalto la luce di cosa sono le nozze. San Giuseppe è un modello assoluto per ogni uomo, compresi sacerdoti e religiosi, ma anche per le donne è un soccorritore come nessun altro: infatti, si dice che dietro ogni grande uomo ci sia sempre una grande donna, ed è vero, ma io aggiungerei che dietro ogni grande donna c’è stato un grande padre!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Mi Baci con i Baci della Tua Bocca

La terza modalità che il Cantico dei Cantici ci suggerisce, dopo la voce e lo sguardo, per esprimere tenerezza e amore è il bacio. Un gesto non per tutti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

I mille significati del bacio

Il bacio non ha un significato univoco. Dipende dal contesto, dalla cultura e dalla relazione che intercorre tra coloro che se lo scambiano. Come afferma lo psicoterapeuta Willy Pasini: «Il bacio è una finestra sull’anima e riflette la natura della relazione che viviamo». Sicuramente, si tratta di un gesto impegnativo e profondamente coinvolgente.

Esiste infatti il bacio di amicizia, quello affettuoso dei genitori, il bacio drammatico del tradimento, come quello di Giuda a Gesù, e naturalmente il bacio della coppia innamorata. Generalmente, nella nostra cultura, il bacio presuppone un minimo di conoscenza e intimità: gli sconosciuti raramente si scambiano questo gesto.

Il bacio degli sposi: un gesto unico

Tra tutte queste forme, il bacio degli sposi occupa una posizione speciale. Non è solo espressione culturale, ma prende forza dalla stessa natura del matrimonio. Come afferma don Luigi Maria Epicoco: «Il matrimonio cristiano è vocazione all’unione profonda, è segno della comunione divina. Il bacio degli sposi esprime visibilmente questa chiamata ad essere una cosa sola».

Vi è infatti un simbolismo profondo dietro questo gesto: gli sposi, baciandosi, esprimono il desiderio di unione delle loro anime, vogliono entrare reciprocamente l’uno nell’altra, donarsi in maniera totale. Questo rimanda direttamente alla Scrittura, dove lo Spirito di Dio è rappresentato dal soffio vitale donato nella bocca dell’uomo (Genesi 2,7). È come se Dio avesse donato l’anima all’uomo attraverso un “bacio d’amore” e gli sposi replicano, più o meno consapevolmente, proprio questo dono originario.

Corpo e anima uniti nel bacio

Ricordo quando, alcuni anni fa, visitammo la casa degli sposi di don Angelo Treccani, sacerdote impegnato nella pastorale familiare. Un dipinto molto suggestivo catturò la nostra attenzione: rappresentava una coppia di sposi nell’atto di unirsi intimamente e al contempo scambiarsi un bacio profondo. Quell’immagine sottolineava l’unità totale, fisica e spirituale, degli sposi. In quel momento, infatti, essi diventano “una sola carne” (Matteo 19,5) e desiderano permanere in questo abbraccio che li unifica e li avvicina a Dio stesso.

La sessuologa cristiana Mariolina Ceriotti Migliarese sostiene che: «il bacio coniugale esprime una comunione che supera la fisicità e diventa espressione di una totalità. Chi si ama non desidera solo possedere, ma donarsi integralmente». Proprio questo desiderio di dono totale viene espresso attraverso il gesto apparentemente semplice di un bacio.

Paradossi del bacio: fidanzati e sposi

La nostra società, tuttavia, presenta un paradosso singolare: il bacio dei fidanzati, che ancora non condividono quella piena unità sancita dal sacramento matrimoniale, appare carico di intensità, passione e desiderio di unione profonda. Al contrario, il bacio degli sposi che già vivono tale unità, rischia spesso di perdere forza, diventando un gesto abitudinario, privo di significato profondo.

Quando il bacio coniugale perde forza e passione significa che la coppia rischia di dimenticare la propria vocazione all’intimità profonda e autentica, riducendo la relazione ad un’abitudine.

Rinnovare il significato del bacio

Per contrastare questo pericolo, è necessario che gli sposi riscoprano continuamente il valore simbolico del bacio, come un atto che rinnova e ravviva la loro unione spirituale e fisica. Papa Francesco stesso invita gli sposi a riscoprire continuamente la tenerezza del bacio, ricordando che «la tenerezza e il calore di un bacio sono gesti che mantengono viva la fiamma del matrimonio, segni concreti di quell’amore quotidiano che si rinnova continuamente».

In conclusione, il bacio coniugale rappresenta molto più di un semplice gesto di affetto o passione. È un segno sacramentale di unione spirituale, espressione concreta di quel dono totale che gli sposi si sono promessi davanti a Dio. Gli sposi che non si baciano rischiano di perdere il senso profondo della loro unione, riducendosi a semplici compagni di viaggio. Al contrario, coloro che vivono consapevolmente questo gesto rafforzano continuamente il loro legame e si avvicinano al mistero di Dio, sorgente di ogni autentico amore.

Antonio e Luisa

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Lei non ha Fede. Come Affrontare le Divergenze nell’Educazione dei Figli?

Un lettore ci ha chiesto un consiglio su come affrontare le divergenze con la moglie, che è atea e preferirebbe un’educazione neutrale per i figli, senza favorire un cammino di fede in oratorio e in chiesa.

In un contesto familiare in cui uno dei genitori è credente e l’altro non lo è, le divergenze nell’educazione dei figli possono facilmente trasformarsi in fonte di conflitto e tensione. Tuttavia, attraverso un approccio fondato sul rispetto, la carità e il dialogo, è possibile creare un ambiente sereno e costruttivo per la crescita dei bambini. Gli insegnamenti di don Luigi Maria Epicoco, don Serafino Tognetti e don Fabio Rosini offrono spunti preziosi per orientarsi in queste situazioni complesse. Di seguito approfondiremo cinque punti fondamentali per affrontare questa sfida: testimoniare la fede con la vita, evitare gli scontri attraverso il dialogo, affidarsi al tempo e alla libertà dei figli, trovare valori comuni e pregare con costanza e speranza.

1. Testimoniare la fede con la vita, non con le parole

Don Epicoco sottolinea che la fede autentica non si trasmette attraverso imposizioni o prediche, ma mediante un comportamento coerente e illuminante. Vivere la propria fede significa incarnare quotidianamente i valori cristiani: l’amore, la misericordia, la giustizia e la solidarietà. Quando un genitore credente agisce in modo autentico e coerente, diventa un modello di riferimento per i figli, che percepiscono nei gesti quotidiani la bellezza di una vita orientata verso Dio. Come afferma Epicoco, “la fede non si impone, ma si vive e si trasmette con il cuore“, lasciando che la luce interiore parli più forte di qualsiasi parola.

La ricerca in psicologia dell’educazione evidenzia come il comportamento degli adulti influisca profondamente sullo sviluppo emotivo e morale dei bambini. Studi dell’American Psychological Association, ad esempio, indicano che i modelli di comportamento autentici e coerenti favoriscono la formazione di un’identità solida e resiliente nei giovani. In questo senso, testimoniare la fede con la vita diventa un potente strumento educativo, capace di ispirare e guidare i figli senza forzarne la scelta.

2. Evitare gli scontri, puntando sul dialogo e sulla carità

Le divergenze di visione, se non gestite con attenzione, possono sfociare in scontri aperti che compromettono non solo la serenità del nucleo familiare, ma anche lo sviluppo emotivo dei figli. Don Tognetti ricorda l’importanza del dialogo caritatevole: “un coniuge non credente non è un ostacolo, ma un’occasione per vivere più profondamente la fede“. Il dialogo deve essere improntato alla comprensione reciproca, evitando di trasformare le differenze in battaglie di volontà. È fondamentale mantenere sempre un atteggiamento di ascolto, cercando di capire le ragioni dell’altro senza giudizio, e riconoscere che, al di là delle divergenze, entrambi condividono l’amore per i figli e il desiderio di vederli crescere in armonia.

La psicoterapeuta Susan Johnson, esperta in terapia di coppia, sottolinea come la comunicazione empatica rappresenti la chiave per risolvere conflitti all’interno della famiglia. In particolare, quando si evitano gli scontri e si privilegia un dialogo aperto, si crea un clima di fiducia che permette di affrontare anche le tematiche più delicate. Questo approccio, basato sulla carità e sulla comprensione, non solo riduce le tensioni, ma offre ai figli un esempio prezioso di come si possano gestire le differenze con maturità ed equilibrio.

3. Affidarsi al tempo e alla libertà dei figli di scegliere

Don Fabio Rosini invita a considerare i figli come individui autonomi, capaci di percorrere il proprio cammino nel tempo. Secondo questo insegnamento, è importante riconoscere che il compito dei genitori non è quello di imporre una visione, ma di creare le condizioni affinché i bambini possano crescere in libertà e consapevolezza. In questo senso, “affidarsi al tempo” significa riconoscere che i bambini hanno il diritto di esplorare, di dubitare e di scegliere la propria strada, anche in ambito spirituale.

Sant’Agostino, riflettendo sul libero arbitrio, ci ricorda che “Dio non costringe la sua luce, ma la dona a chi ha il coraggio di cercarla“. Questa prospettiva invita i genitori a non forzare i figli verso una fede che non sentono autentica, ma a fornire loro un esempio e un ambiente ricco di valori, nel quale la spiritualità possa germogliare spontaneamente. La libertà di scelta, supportata dal tempo e dalla maturazione personale, rappresenta un elemento essenziale per lo sviluppo di una fede consapevole e autentica.

4. Trovare valori comuni per educare insieme

Nonostante le differenze, spesso esiste un terreno comune su cui fondare l’educazione dei figli. Valori come il rispetto, l’onestà, la solidarietà, la giustizia e l’amore sono condivisi da molti, indipendentemente dal fatto di credere o meno. Entrambi i genitori desiderano il benessere e la crescita armoniosa dei loro figli, e questo obiettivo condiviso può diventare il punto di partenza per costruire un percorso educativo integrato.

Papa Francesco, in numerose occasioni, ha sottolineato l’importanza del dialogo interculturale e interreligioso, evidenziando come il rispetto per l’altro e la ricerca del bene comune siano fondamentali in una società pluralista. In quest’ottica, anche in ambito familiare, è possibile individuare quegli aspetti comuni che permettono di educare i figli ad essere cittadini responsabili e consapevoli. Creare momenti di condivisione, stabilire regole e valori che riflettano l’amore e il rispetto reciproco, può rafforzare la coesione familiare e dare ai figli strumenti preziosi per la loro crescita personale.

5. Pregare con costanza e speranza

La preghiera rappresenta un alleato fondamentale per chi crede e per chi desidera affrontare le difficoltà con fiducia. Pregare non significa imporre una visione religiosa all’altro, ma piuttosto rivolgersi a Dio per cercare sostegno, saggezza e serenità. La costanza nella preghiera permette di rinnovare quotidianamente lo spirito e di affrontare con speranza le sfide della vita familiare.

Papa Giovanni Paolo II, nel suo insegnamento, ha affermato: “La preghiera è l’arma più potente che abbiamo contro le difficoltà della vita“. Questa idea si traduce nel riconoscere che, anche in presenza di divergenze, la preghiera può creare un ponte di speranza e di rinnovamento, capace di unire il cuore dei membri della famiglia. Pregare per il proprio coniuge, per i figli e per l’armonia familiare non deve essere un atto di imposizione, ma un invito alla riflessione e alla ricerca della pace interiore.

Conclusioni

Quando in famiglia esistono differenze di visione in ambito spirituale ed educativo, il dialogo aperto e la carità diventano elementi essenziali per costruire un ambiente sano e accogliente. Testimoniare la fede con la vita, evitando scontri e promuovendo un confronto sereno, permette di dare ai figli un esempio positivo che va oltre le parole. Affidarsi al tempo e riconoscere la libertà dei figli di scegliere il proprio percorso significa rispettare la loro crescita personale, offrendo loro al contempo un modello di vita ricco di valori autentici. Trovare valori comuni su cui basare l’educazione, come il rispetto, la giustizia e l’amore, rafforza il legame familiare e crea le basi per una convivenza armoniosa. Infine, pregare con costanza e speranza diventa un gesto di fede e di fiducia in un futuro migliore, unendo i cuori nella ricerca della verità e della luce.

Questo approccio, che integra gli insegnamenti di Epicoco, Tognetti e Rosini, non solo aiuta a mitigare i conflitti, ma offre anche ai figli l’opportunità di crescere in un ambiente ricco di spunti per diventare cittadini responsabili, capaci di discernere e di scegliere con consapevolezza il proprio cammino di vita. In definitiva, il rispetto reciproco, il dialogo costruttivo e la condivisione di valori universali rappresentano la chiave per superare le differenze e per crescere insieme, nella speranza e nella fiducia in un domani luminoso.

Antonio e Luisa

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Fiducia e intimità

Nel tempo della nostra crisi di coppia ci sentivamo soli e disperati, ma il cammino intrapreso con Retrouvaille ci ha ridato la speranza di ricostruire la nostra relazione.

La rinascita della fiducia
Abbiamo compreso che la fiducia è una delle chiavi dell’intimità. Nella nostra relazione, avere fiducia reciproca significa riuscire a condividere sentimenti, bisogni ed aspettative, anche quelli più intimi, senza il timore di essere giudicati. Impegnarci in questo percorso ha migliorato il nostro stare insieme: oggi siamo più sereni e desiderosi l’uno dell’altra, giochiamo e scherziamo, trascorriamo più tempo insieme ed abbiamo ritrovato l’intimità.

Intimità e sessualità: due concetti distinti
Abbiamo inoltre compreso che esiste una differenza tra intimità e sessualità: la prima rappresenta la condivisione dei sentimenti, mentre la seconda si manifesta come il dono reciproco dei nostri corpi in un amplesso d’amore. Questo ci ha permesso di ricominciare e ricostruire la nostra relazione attraverso piccoli gesti quotidiani e una maggiore apertura l’uno verso l’altra. Nel momento in cui ci siamo aperti reciprocamente attraverso il dialogo, la nostra comunicazione è migliorata e abbiamo cominciato a ricostruire l’intimità perduta.

Gesti quotidiani di affetto
Ad esempio, alzarci prima al mattino per avere il tempo di fare colazione insieme, salutarci con un bacio e un abbraccio, organizzare uscite solo per noi, scriverci un messaggio d’amore oppure telefonare per avvisare di un eventuale ritardo. Raccontarci la giornata soffermandoci, non tanto sui fatti accaduti, quanto sui sentimenti provati, ringraziare per le attenzioni ricevute e chiedere perdono.

Perdono e impegno reciproco
Abbiamo deciso di perdonarci vicendevolmente per le responsabilità e i comportamenti sbagliati che, in passato, avevano causato ferite e incomprensioni, per poter tornare ad avere fiducia. A questa nostra decisione immediata è seguito un periodo di grande impegno, che tuttora ci accompagna, perché le vecchie abitudini sono sempre lì, pronte a riaffiorare.

Il valore della vulnerabilità
Abbiamo deciso di darci fiducia reciproca, accantonando ogni timore. Avendo instaurato la fiducia, ci sentiamo sicuri, come la certezza del giorno e della notte. Abbiamo imparato la tecnica del dialogo e dell’ascolto e siamo riusciti a recuperare fiducia e intimità. Crediamo che questo sentimento sia determinante per essere felici e per poter avere una sana relazione di coppia. Essere tornati intimi ha significato superare la paura di essere vulnerabili e di mostrarsi sinceri l’uno verso l’altra.

Rinascita e continuità del percorso
All’inizio di questo percorso ci siamo sentiti fragili e insicuri, come quando vieni sorpreso da un temporale e non sai come ripararti. Ora, in cammino, ci sentiamo fiduciosi e sereni, come un bambino tra le braccia dei suoi genitori. Il fatto di aver capito che mollare significherebbe tornare indietro alle vecchie abitudini ci spinge a continuare il percorso intrapreso.

Conclusioni
Grazie al programma di Retrouvaille, abbiamo iniziato a parlare delle nostre difficoltà, dei nostri errori e delle nostre mancanze, a comunicarci i bisogni, le aspettative e i sentimenti mai espressi perché ritenuti scontati o poco importanti. Abbiamo cominciato ad apprezzarci vicendevolmente. Questa apertura ha influito positivamente sulla nostra relazione, aiutandoci nella ricostruzione del nostro matrimonio.

Caroline e Federico Conti (Retrouvaille Italia)

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Routine o rituale?

Di primo acchito, non è difficile distinguerli: fare colazione insieme ogni sabato, andare per mercatini la domenica, passare una settimana all’anno partecipando a qualche iniziativa spirituale per coppie. Tutte cose che possono non aver nulla di straordinario, in sé e per sé. Eppure, una cosa differenzia la routine dal rituale: l’intenzione che ci si mette.

È quanto afferma il sociologo Jean-Claude Kaufmann, specialista in dinamiche di coppia e della vita quotidiana, autore de La trame conjugale. Secondo lui, il rituale è una routine vissuta come portatrice di senso: un “momento di costruzione”, un attimo di vita più intensa che permette alle coppie di trasformare la routine in momento di gioia. La potenza del rituale viene dal fatto che «nasce da sé», con naturalità, e diventa un segno che la coppia si armonizza sulla visione della propria vita coniugale.

Routine: il rischio della ripetizione meccanica

La routine è necessaria: regola i tempi, crea stabilità, offre sicurezza. Tuttavia, se vissuta senza consapevolezza, rischia di diventare una ripetizione meccanica, priva di coinvolgimento emotivo. A volte può diventare un peso. Penso alle coppie che, dopo anni di matrimonio, continuano a cenare insieme ogni sera senza più scambiarsi parole significative, con la televisione accesa come unico sottofondo.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, mette in guardia le coppie dal pericolo di un matrimonio che diventi routine priva di amore autentico: «L’amore coniugale autentico tende sempre a crescere». Se una coppia smette di nutrire il proprio legame con gesti di cura e attenzione, rischia di vedere il proprio matrimonio inaridirsi.

Il rituale: quando la routine si riempie di significato

Il rituale, invece, è un gesto che conserva il suo valore simbolico e relazionale. Può essere una semplice abitudine, ma con un’intenzione profonda.

Ad esempio, recitare una breve preghiera insieme prima di dormire, se fatta con il cuore, non è solo un’abitudine, ma un vero e proprio rito. È un modo per affidare, giorno dopo giorno, il matrimonio nelle mani di Dio. In quei pochi minuti, ci si riconnette l’uno all’altro e, soprattutto, al Signore, che è il cuore della nostra unione.

Noi abbiamo un rituale ormai fisso da anni. Il lunedì lavoro in smart. Ne approfitto per accompagnare Luisa alla scuola dove lavora. Il paese dove portarla non è troppo lontano, ma lo è abbastanza per permetterci di recitare un rosario intero. Nonostante non sia ancora completamente sveglio e debba prestare attenzione alla strada, avverto un’unione con lei molto bella. Questi sono i momenti in cui ci sentiamo coppia, sentiamo che insieme stiamo cercando di camminare verso la stessa meta. La preghiera vissuta insieme diventa più ricca e feconda. Arrivati al paese entriamo in un bar, ordiniamo cappuccio e cornetto e ci sediamo a un tavolino abbastanza appartato. Quei minuti sono preziosi. È un momento solo nostro. Parliamo di tutto, ma alla fine non importa tanto quello che diciamo, la cosa bella è poter assaporare l’incontro, la presenza dell’altro che ci riempie e ci sazia.

Anche Sant’Ignazio di Loyola sottolineava l’importanza dei piccoli rituali quotidiani, affermando che essi aiutano l’anima a orientarsi verso Dio: «Non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente» (Esercizi Spirituali). Un rituale, dunque, non è solo un atto ripetuto, ma un gesto che ci aiuta a vivere più intensamente il presente.

Come trasformare le routine in rituali di coppia

La differenza tra routine e rituale sta quindi nella consapevolezza e nell’intenzione con cui si vive un gesto quotidiano. Ma come trasformare le abitudini in momenti significativi?

  1. Dare valore al momento: Non lasciare che le azioni si svuotino di significato. Un bacio prima di uscire di casa non è solo un gesto automatico, ma un segno d’amore. Una cena insieme può diventare un momento di condivisione, spegnendo la TV e raccontandosi la giornata.
  2. Creare spazi sacri nel quotidiano: Pregare insieme, benedire la tavola prima di mangiare, ringraziare Dio per la giornata alla sera. Sono piccoli rituali che rafforzano il legame coniugale.
  3. Scegliere consapevolmente alcune tradizioni: Un’uscita fissa al mese, una passeggiata la domenica mattina, una serata a settimana dedicata solo a noi. Non per dovere, ma per desiderio di stare insieme.
  4. Lasciarsi ispirare dalla liturgia: La Chiesa stessa vive di rituali, che danno forma alla fede. Anche nella vita coniugale, le celebrazioni (anniversari, feste, momenti di preghiera) possono diventare occasioni per rinnovare il patto d’amore.

Il valore sacramentale del rituale

Nel matrimonio cristiano, il rituale assume una dimensione ancora più profonda. San Tommaso d’Aquino parlava del matrimonio come di un “sacramento vissuto”, un segno concreto della grazia di Dio. Non è un caso che la liturgia nuziale sia ricca di simboli e gesti: l’anello, la benedizione, il consenso scambiato pubblicamente. Tutto ciò ci insegna che i rituali non sono solo formalità, ma strumenti per rendere visibile l’invisibile.

Anche Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, esorta le coppie a non trascurare i gesti quotidiani che danno forza all’amore: «Non bisogna mai finire la giornata senza fare pace in famiglia. E come si fa? Con un piccolo gesto, con uno sguardo, con una carezza». Questo ci ricorda che i rituali possono essere semplici, ma se carichi di amore e intenzione, diventano potenti strumenti di unione.

Conclusione

Routine e rituale, dunque, non sono sinonimi. La routine è necessaria, ma senza consapevolezza può diventare un peso. Il rituale, invece, trasforma la quotidianità in una celebrazione d’amore. Sta a noi scegliere di vivere il matrimonio non come un susseguirsi di giorni uguali, ma come un viaggio in cui ogni gesto può diventare un segno d’amore e di grazia. E tu, quali rituali vivi nel tuo matrimonio?

Antonio e Luisa

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Fammi sentire la tua voce

Dopo lo sguardo arriviamo ora alla voce. Un altro canale che può trasmettere tenerezza e amore, ma anche freddezza e distacco. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce non è solo suono, ma espressione del cuore. Basta una parola detta nel tono giusto per accendere un sorriso, sciogliere una tensione o trasmettere un abbraccio invisibile.Le parole amabili sono un favo di miele, dolcezza per l’anima e salute per le ossa” (Proverbi 16,24). Ecco perché il modo in cui parliamo al nostro coniuge è essenziale nel cammino del matrimonio.

La voce rivela il cuore

Quando ascolto mia moglie al telefono, capisco subito se è serena o preoccupata. Non servono troppe parole: il tono, il ritmo, il respiro tra le frasi parlano chiaro. La voce non trasmette solo informazioni, ma racconta il mondo interiore. Don Fabio Rosini dice: “Ci sono parole che edificano e parole che distruggono. Le prime sono le uniche che appartengono a Dio”. In un matrimonio, ogni frase può essere un mattone che costruisce o un colpo che sgretola.

Dillo, e dillo con amore

Uno degli errori più grandi che si possono commettere è amare in silenzio. Quanti mariti e mogli danno per scontato l’amore che provano, senza mai esprimerlo? “Non abbiate paura della tenerezza!” diceva Papa Francesco. E la tenerezza passa anche dalla voce: un tono dolce rassicura, un complimento sincero scalda, una parola di stima fortifica.

Quante volte sottolineiamo i difetti, le mancanze, le cose fatte male? Eppure, saremmo capaci di cogliere con la stessa prontezza anche i gesti d’amore del nostro coniuge? “Chi trova una moglie trova una cosa buona, una grazia che viene dal Signore” (Proverbi 18,22). Chi trova un marito fedele, trova una benedizione. Perché non dircelo più spesso?

Le parole che un marito ha bisogno di sentire

Uomini e donne hanno sensibilità diverse, e a volte ci si fraintende senza volerlo. Care mogli, il vostro sposo ha bisogno di sentirsi apprezzato. Ha bisogno di sapere che credete in lui. La vostra fiducia lo rende più forte. “Un uomo può scalare le montagne più alte se ha accanto una donna che lo incoraggia”, scrive padre Serafino Tognetti.

Una mia amica mi raccontava di come rimproverava sempre il marito sul suo modo di pulire casa. Col tempo, però, ha iniziato a cambiare approccio. Ora lo ringrazia per l’impegno, anziché criticarlo per i dettagli. Il risultato? Lui si sente valorizzato e fa le cose con più gioia. Un piccolo cambiamento nelle parole, un grande cambiamento nel matrimonio.

Le parole che una moglie ha bisogno di sentire

E voi, mariti, quando è stata l’ultima volta che avete detto a vostra moglie che è bella? Non solo nel giorno del matrimonio, non solo in occasioni speciali. Luigi Maria Epicoco scrive: “Una donna non smette mai di aver bisogno di sentirsi scelta, desiderata, amata”. La bellezza di una sposa non è solo esteriore, ma è quella luce che brilla quando si sente amata. Non basta amarla nel cuore, bisogna dirglielo. Con parole vere, sentite, dette con dolcezza. La voce del marito può essere per la moglie come l’acqua per una pianta: la nutre, la fa fiorire, la rende radiosa.

La voce che prepara all’amore

Il Cantico dei Cantici è una celebrazione dell’amore coniugale, e mostra come la parola sia preludio alla comunione dei corpi. “Soave è la tua voce“, dice lo sposo alla sposa. Un complimento detto con calore, una frase sussurrata con affetto, sono il linguaggio che crea intimità e fiducia.

Parlarsi con amore è il miglior modo per prepararsi all’abbraccio coniugale. Quando le parole sono tenere, anche il corpo si sente accolto. Il matrimonio non è solo unione di due persone, ma di due anime che si cercano e si riconoscono anche attraverso la voce.

La parola come dono

Ogni parola detta con amore è un dono. Un dono che non costa nulla, ma che arricchisce chi lo riceve. Un matrimonio che sa parlarsi con rispetto e tenerezza è un matrimonio che cresce. Papa Giovanni Paolo II diceva: “L’amore non è solo un sentimento. È un atto di volontà che si traduce in gesti concreti”. E le parole sono tra i gesti più concreti che possiamo donare ogni giorno.

Allora, oggi, fermati un attimo e pensa: cosa puoi dire al tuo coniuge per fargli sentire il tuo amore? Non aspettare. Dillo. E dillo con il cuore.

Antonio e Luisa

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Celebrare la Diversità: il Ruolo delle Donne

Donna e Maternità: Un Dono da Accogliere e Vivere

Dire “mamma” o “donna” è, in un certo senso, la stessa cosa. Ogni donna porta dentro di sé una vocazione materna, indipendentemente dal fatto che abbia figli biologici. Essere madri è molto più di un fatto biologico: è un modo di essere, un atteggiamento del cuore. Santa Teresa di Calcutta, che di figli biologici non ne ha avuti, ha espresso questa verità con la sua vita: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore”. L’amore materno non si misura con il numero di figli, ma con la capacità di accogliere, custodire, generare vita attorno a sé.

Viviamo in una società liquida, come direbbe Zygmunt Bauman, che cerca di eliminare le differenze tra uomo e donna. Si diffonde l’idea che amare sia uguale per tutti, che uomini e donne abbiano la stessa sensibilità, gli stessi desideri, lo stesso modo di vivere la sessualità. Ma non è così. “La differenza non è un problema, ma un dono,” diceva Edith Stein, filosofa e santa. “La donna ha un’intuizione particolare, un modo unico di entrare in relazione con il mondo.” Questa differenza è essenziale: è nella diversità che nasce l’attrazione, il completamento reciproco tra uomo e donna.

Maternità e Differenza Femminile

E le donne che non possono avere figli? E le suore? Sono meno donne? No, perché la maternità non si riduce alla biologia. Madre Teresa non ha partorito, ma è stata madre per migliaia di persone. La Vergine Maria non è diventata madre il giorno dell’Annunciazione, ma lo era già nel suo cuore, nella sua capacità di accogliere e donarsi. L’essere madre è una vocazione spirituale, una disposizione interiore che si esprime nell’amore gratuito e nell’accoglienza dell’altro.

Il nostro stesso corpo ci parla di questa vocazione all’accoglienza. Il DNA femminile è differente da quello maschile, e non avere il cromosoma Y fa una grande differenza. Il nostro corpo è fatto per accogliere: nell’atto d’amore, la donna accoglie dentro di sé l’uomo, nel grembo accoglie la vita. Questo comporta un coinvolgimento più profondo, non solo fisico, ma anche emotivo e spirituale.

Giovanni Paolo I definì Dio come “padre e madre”. La Bibbia usa un termine particolare per descrivere la misericordia di Dio: in ebraico, “misericordioso” si dice rahum, che deriva da rehem, ovvero “grembo materno”. La donna porta in sé questa caratteristica divina: la capacità di accogliere, proteggere e generare. Non solo figli, ma anche speranza, fiducia, amore.

La Donna nella Società e nel Lavoro

Il dibattito sulla donna divisa tra carriera e famiglia è sterile se non si parte dal riconoscimento della sua autentica vocazione. Non si tratta di scegliere tra essere madre o professionista, ma di essere pienamente donna ovunque ci si trovi. Samantha Cristoforetti, la prima astronauta italiana nello spazio, ha affrontato critiche per essere partita per una missione lasciando i figli a casa. Ma una madre è tale ovunque sia, se vive la sua maternità con consapevolezza. Non è il ruolo sociale a definire la donna, ma il modo in cui esprime la propria femminilità.

Le aziende che penalizzano la maternità non solo danneggiano le donne, ma privano la società di un contributo essenziale. Studi dimostrano che le aziende che valorizzano il talento femminile, anche in ruoli dirigenziali, ottengono migliori risultati economici e una maggiore capacità di innovazione. Come scriveva San Giovanni Paolo II nella Mulieris Dignitatem: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità, arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Essere donna significa portare nel mondo una bellezza unica, una capacità di amare che rispecchia quella di Dio. E per questo, con tutto il cuore, possiamo dire: Grazie a te, donna!

Antonio e Luisa

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Il Regno del Tempo Perduto

C’era una volta, nel Regno di Sempre di Corsa, una coppia di sovrani molto amati: Re Filippo e Regina Eleonora. Il loro amore era forte come le montagne che circondavano il castello, e dal loro matrimonio erano nati tre splendidi principini. Tuttavia, col passare del tempo, la loro vita si riempì di impegni: il regno aveva bisogno di loro, i figli assorbivano ogni energia, e la sera crollavano nel letto senza neanche sfiorarsi.

Un giorno, mentre passeggiava nei giardini reali, la Regina incontrò la Fata Saggia, che la osservò con un sorriso dolce ma severo. Maestà, il vostro amore è come un fiore. Se non lo innaffiate, appassirà.

Eleonora sospirò: Lo so, ma non abbiamo tempo! Il regno ha bisogno di noi, i bambini sono piccoli, gli impegni sono tanti… Alla sera siamo troppo stanchi, e alla mattina c’è sempre qualcosa di più urgente.

Saggia scosse il capo. Amata Regina, l’amore tra un uomo e una donna è come il fuoco nel camino: se non lo alimenti, si spegne. Non basta parlarsi, non basta stare insieme. Bisogna toccarsi, abbracciarsi, desiderarsi. Bisogna fare l’amore, perché è il linguaggio segreto che tiene uniti i cuori.

La Regina rimase a riflettere e corse subito da Filippo. Amore mio, la nostra unione è un dono, ma lo stiamo trascurando. Se aspettiamo il momento giusto, non arriverà mai.

Il re annuì e le prese le mani. Hai ragione. Dobbiamo trovare un modo per essere marito e moglie, non solo re e regina, non solo mamma e papà.

Così presero una decisione: avrebbero scelto dei giorni speciali in cui dedicarsi completamente l’uno all’altra. Quando i bambini erano con il precettore, avrebbero lasciato le udienze e si sarebbero ritirati nelle stanze segrete della torre dorata, lontani da tutti, per ritrovarsi come all’inizio del loro amore.

Quando il primo giorno arrivò, si resero conto di quanto ne avessero bisogno. Si abbracciarono, risero, si baciarono come una volta, e si amarono con tutto il cuore. Si sentirono di nuovo uniti, complici, e felici.

E così fecero ogni mese. Il regno non crollò, anzi: la loro unione più forte portò pace e saggezza tra il popolo. Gli abitanti di Sempre di Corsa impararono che programmare il tempo per ciò che conta non significa perdere la spontaneità, ma proteggere ciò che si ama.

E il loro amore, innaffiato con cura e passione, fiorì per sempre.

Morale: L’amore si nutre di parole, ma anche di gesti. Non aspettare che accada, scegli di renderlo vivo.

Antonio e Luisa

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Un digiuno nutriente!

Oggi è un giorno particolare per la Chiesa, è il mercoledì delle Ceneri, il primo dei quaranta giorni di cammino che ci porteranno all’evento più importante per noi cristiani: la Pasqua.

Quando si deve affrontare un evento importante, che sia un esame, una gara o una presentazione, ci si prepara accuratamente in modo da non arrivare impreparati. Questi quaranta giorni servono proprio a questo, ad arrivare alla Pasqua un po’ più allenati di quando siamo partiti, magari lasciando qualche zavorra lungo la strada. Per farlo e per tornare all’essenziale ci sono degli strumenti che ci possono aiutare, come l’ascolto della Parola, la preghiera, la carità e il digiuno. Vorrei provare a fornire qualche spunto di riflessione su quest’ultimo punto.

Il mangiare è essenziale per vivere, se non lo facciamo, il nostro corpo pian piano deperisce e moriamo: ridurre quello che ingeriamo ci ricorda che sì, il cibo è  fondamentale per noi, ma che esiste un “cibo” ancora più importante, che è quello che alimenta la nostra anima, essenzialmente l’Eucarestia e che, anche se arriviamo a conquistare il mondo, prima o poi dobbiamo lasciare questa terra. Questo vale per tutti, ma per noi sposi, è solo una questione di cibo o un’opportunità per riscoprire l’essenziale nella vita di coppia e in famiglia?

Per qualcuno può essere facile mangiare di meno e per altri un’occasione per rimettersi in forma, ora che si allungano le giornate e in previsione della prova costume di quest’estate: non conta solo il cibo, la cosa importante è diminuire/togliere qualcosa che ci costa fatica, che ci appesantisce nel cammino e che così ci permette di crescere e salire più in alto. Alcuni esempi pratici:

Il digiuno dal superfluo per fare spazio all’essenziale.

Quante volte le giornate passano tra lavoro, impegni, telefonate e social media, lasciando poco tempo per il coniuge? Digiunare, per gli sposi, può significare fare una scelta concreta: spegnere il cellulare a cena per dedicarsi a un vero dialogo, senza distrazioni. Oppure rinunciare a una serata davanti alla TV per pregare insieme, condividere un pensiero, raccontarsi la giornata con attenzione e ascolto.

Il digiuno dalle parole che feriscono.

La vita di coppia non è sempre semplice, a volte, parole dette di fretta possono ferire più di quanto ci rendiamo conto. Un digiuno quaresimale che cambia il cuore potrebbe essere imparare a trattenere una critica, un commento sarcastico, una parola di troppo, scegliendo invece di rispondere con pazienza e amore. Ad esempio, se il marito lascia ancora una volta la tavoletta del bagno alzata, invece di sbottare, la moglie potrebbe semplicemente abbassarla e offrirgli un sorriso. Viceversa, il marito potrebbe scegliere di ringraziare, anziché dare per scontato il lavoro e le attenzioni della moglie.

Il digiuno dall’egoismo: servire l’altro con amore.

Digiunare significa anche privarsi di qualcosa per il bene dell’altro. Che bello sarebbe se, in questa Quaresima, ogni sposo facesse un piccolo gesto concreto per alleggerire la giornata dell’altro! Un marito che si alza dieci minuti prima per preparare il caffè alla moglie, una moglie che sceglie di ascoltare il marito prima di raccontare la sua giornata, un coniuge che accetta di fare un’attività che all’altro piace, anche se non è la sua preferita. Piccole cose, ma che cambiano il cuore!

Il digiuno dalla chiusura: aprirsi al bisogno degli altri.

La Quaresima non è solo un cammino personale, ma anche comunitario, gli sposi sono chiamati a vivere la carità insieme. Perché non trasformare un’uscita al ristorante in un’offerta per una famiglia in difficoltà? O scegliere di visitare una persona sola piuttosto che passare un pomeriggio tra negozi? Insegnare ai figli a condividere un giocattolo con un bambino che non ce l’ha è un modo concreto per trasmettere loro il valore della carità.

Un piccolo accenno anche per chi si trova come me nella situazione di separazione o divorzio: anche in questo caso, nonostante siamo un po’ abituati a digiunare dalla presenza del coniuge negli aspetti fisici e relazionali, possiamo sempre trovare degli aspetti da modificare e migliorare. Ad esempio, proprio ieri sera avrei potuto commentare un sms di mia moglie relativo al comportamento di una figlia, ricordandole che ha proprio preso da lei, ma, dopo essermi morso la lingua, non ho scritto nulla.

Questa Quaresima può diventare per gli sposi un tempo di rinnovamento, non solo personale, ma soprattutto di coppia. Il digiuno non è solo una rinuncia, ma un’opportunità per fare spazio all’amore reciproco.

Scegliamo oggi di iniziare questo cammino con piccoli gesti che ci avvicinano a Dio e tra di noi, vivendo la quotidianità come luogo privilegiato di santificazione e testimonianza cristiana; alla fine, scopriremo che la Pasqua non sarà solo una festa da celebrare, ma una resurrezione del nostro amore sponsale.

Quindi, buon digiuno e buona Quaresima!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La Pornografia Corrompe lo Sguardo

Nel capitolo precedente abbiamo approfondito uno dei modi più immediati per esprimere tenerezza attraverso il corpo: lo sguardo. In questo capitolo, invece, affronteremo il più grande ostacolo alla formazione di uno sguardo capace di amare con autenticità e tenerezza: la pornografia. A tal proposito, diamo la parola a Luca Marelli, Presidente dell’associazione PURIdiCUORE. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

O mia colomba che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso (…) incantevole” (Cantico 2,14)
Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, e non provavano vergogna.” (Genesi 2,25)

Quando lo sguardo dell’uomo sulla donna e quello della donna sull’uomo possono posarsi sui corpi, così come Dio li creò, senza vergogna? Il Cantico dei Cantici descrive lo sguardo puro delle origini, ma oggi, in che circostanze può accadere? Vorrei riflettere sui momenti in cui lo sguardo sul corpo è libero dalla vergogna, analizzare come la pornografia lo corrompa e indicare possibili vie per recuperare e custodire la purezza dello sguardo e del cuore.

Lo sguardo puro tra i coniugi

Nell’intimità coniugale, si può vivere l’esperienza di uno sguardo che percepisce l’altro come dono, “come era in principio”. Questo sguardo può avvenire anche nella quotidianità, ad esempio quando ci si spoglia per andare a dormire o ci si riveste al mattino, contemplando il volto e il corpo del coniuge con gratitudine.

L’amore autentico non è un possesso, ma un dono che si rinnova nel tempo”, scrive Luigi Maria Epicoco. Questo sguardo puro è frutto della Grazia di Dio, che si inserisce nell’esperienza quotidiana grazie a un percorso di educazione del cuore, della mente, delle emozioni e del corpo.

Lo sguardo inquinato

Quali ostacoli si frappongono all’azione della Grazia? Immaginiamo un giovane che, per curiosità e ricerca di piacere, fa uso regolare di pornografia, associandola anche a pratiche autoerotiche sporadiche. Questo comportamento, seppur vissuto nel segreto, con il tempo si ripete, radicandosi nella sua vita.

Il cervello, come ci insegna la neuroscienza, è plastico: l’abitudine alla pornografia modifica il modo di percepire l’altro. Un giovane che inizia un fidanzamento con principi morali sani, ma con uno sguardo inquinato da ore di immagini sessualizzate, fatica a vivere la purezza. Nel matrimonio, atteso come “la liberazione”, può scoprire una fame insaziabile, che rende difficili persino le normali richieste di continenza periodica.

Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale, parlava di copioni di vita che condizionano il nostro comportamento. L’uso della pornografia può diventare un copione inconsapevole che distorce il significato della sessualità, alimentando un bisogno compulsivo invece di un desiderio autentico di donarsi.

Con il tempo, il corpo del coniuge potrebbe non bastare più: si cercano artifici e stimoli esterni per accendere un piacere che in realtà è lussuria. La lussuria, come afferma Epicoco, “nasce quando si pretende di possedere ciò che invece dovrebbe essere accolto come dono”.

Un cammino di guarigione

La mia esperienza personale conferma questo percorso. Dopo anni di dipendenza dalla pornografia, a quasi cinquant’anni ho riconosciuto la mia schiavitù e ho iniziato un cammino di recupero. Il percorso ha richiesto tempo e non è stato privo di ricadute, ma ho affrontato tre aspetti fondamentali della dipendenza: fisico, emotivo e spirituale.

Nel 2012, attraverso la psicoterapia, ho compreso come le dinamiche del passato influenzassero il presente. Nel luglio 2014, un evento inatteso mi ha portato a riscoprire l’Amore di Dio, grazie a un’effusione dello Spirito Santo. Questo risveglio spirituale è diventato parte della mia vita quotidiana nella preghiera.

Fondamentali per la mia sobrietà sono stati:

  • Il sostegno di un gruppo di recupero, con cui ho condiviso un cammino di mutuo aiuto.
  • Il rinnovamento della vita spirituale, che mi ha fatto riscoprire il mio essere figlio amato di Dio.
  • L’impegno nel custodire lo sguardo, per non alimentare immagini distorte che inquinano il cuore.

La purezza dello sguardo non è negare la bellezza, ma imparare a vederla come un segno di Dio e non come un oggetto di consumo” (Epicoco).

Recuperare la purezza dello sguardo

In cosa consiste l’uso della pornografia? Nel posare lo sguardo su corpi estranei, dissociati dalla persona, ridotti a strumenti di piacere. Questo uso spezza l’unità tra corpo, mente e anima, trasformando il piacere in una dipendenza e alterando la percezione della sessualità come dono reciproco tra coniugi.

Usare pornografia è come amputarsi le gambe: non entrambe in un colpo solo, ma un po’ alla volta. Ci si rende conto, con il tempo, che anche nella quotidianità lo sguardo è contaminato e la realtà viene filtrata da fantasie autoindulgenti.

Ma la guarigione è possibile. Anche chi si è smarrito può ritrovare il cammino, grazie alla Grazia di Dio. Questo percorso richiede tre elementi essenziali:

  1. Cura psicologica per comprendere e smantellare i meccanismi della dipendenza.
  2. Il sostegno di un gruppo per spezzare la solitudine e la vergogna.
  3. Il rinnovamento spirituale per scoprire il vero significato dell’amore.

Con la preghiera, la meditazione e la disponibilità a rialzarsi dopo ogni caduta, lo sguardo sull’amato può tornare a essere quello puro delle origini. Solo allora si può dire l’uno all’altra: “Venga l’amato mio nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Cantico 5,1).

Antonio e Luisa

Beati siete Voi, Sposi Pellegrini

Carissimi sposi e carissime famiglie, come saprete, da poco siamo entrati nell’Anno Santo del Giubileo.

Sicuramente, quando pensiamo all’ anno giubilare ci viene subito in mente l’immagine della Chiesa chiamata a mettersi in cammino, in pellegrinaggio; una Chiesa itinerante nel tempo e nella storia. Del resto tutta la nostra vita non è che una metafora del viaggio.

La parola pellegrinaggio, nel suo significato etimologico deriva dal termine latino peregrinus, a sua volta composto da per+ager cioè attraverso i campi. Contiene quindi, in modo implicito, il significato di intraprendere un viaggio o perché si è costretto o per scelta. Per i campi va colui che non abita in città, è quindi straniero, colui che non è a casa propria e si trova costretto a pellegrinare.

Il pellegrinaggio però può nascere da una scelta personale, data da una precisa motivazione spirituale. In tal caso, chi parte non è costretto a una condizione sfavorevole estrema ma si fa straniero, assumendo fatiche e rischi interiori e materiali pur di raggiungere l’obiettivo spirituale o penitenziale.

Quando ci si mette per via ci si stacca dalla propria casa e dalle proprie cose, si sceglie di portare sulle spalle solo ciò che davvero serve e si tralascia ciò che rende pesante il cammino.

Soffermandoci sul pellegrinaggio cristiano vediamo che esso comporta diversi momenti che definiamo “interiori”: la decisione di partire, la partenza, l’itinerario, l’arrivo alla meta e il ritorno a casa.

Il primo momento, quello della decisione, è il momento più importante dal quale poi dipende tutto il resto. Esso dovrebbe coincidere con il desiderio di convertirsi e andare più decisamente verso Dio. Una decisione simile a quella di Gesù che si dirige “decisamente” verso Gerusalemme (Lc 9,51). Tale momento di decisione può essere comunitario, familiare o personale, e comunque finalizzato a far nascere dentro ogni persona il desiderio profondo di pellegrinare nel senso vero della parola, per non rischiare di ridurre il pellegrinaggio a un viaggio turistico come tanti.

Ecco che, guidati dalle parole del Salmo 83,6 “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio”, come sposi cristiani e pellegrini, vogliamo condividere con voi durante tutto quest’anno giubilare le Beatitudini che scaturiscono dall’intraprendere insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare.

PRIMA BEATITUDINE:

“BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, QUANDO SCOPRITE CHE CAMMINARE INSIEME VI APRE GLI OCCHI A QUELLO CHE DA SOLI NON VEDETE”

Ma non è questo è il matrimonio? Il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che abbiamo tra noi e ciò lo portiamo avanti facendo riconoscere all’altro la bellezza della reciprocità delle differenze.

Certamente non è un cammino facile, senza conflitti. Non sarebbe umano. È un viaggio invece impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita reale.

Vi invitiamo allora a decidervi di partire insieme, chiedendo al Signore che “Illumini gli occhi del vostro cuore, affinché sappiate a quale speranza vi ha chiamati, qual è la ricchezza della gloria della sua eredità che vi riserva tra i santi”(Ef 1,18), per attraversare il vostro matrimonio con speranza!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposo

L’intelligenza emotiva nel matrimonio cristiano

Nel cammino del matrimonio, l’amore non è fatto solo di emozioni intense e momenti straordinari, ma anche di una quotidianità che richiede pazienza, ascolto e crescita reciproca. La maggior parte delle coppie si sposa con il desiderio di vivere una relazione bella e feconda, ma poi le cose non funzionano. Perché? Una delle chiavi per vivere un’unione stabile e feconda è l’intelligenza emotiva, ossia la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle del coniuge.

L’intelligenza emotiva: una risorsa per il matrimonio

Daniel Goleman, psicologo che ha reso popolare il concetto di intelligenza emotiva, afferma: “Le persone con un’elevata intelligenza emotiva sono in grado di gestire meglio le relazioni, poiché sanno comprendere le proprie emozioni e quelle altrui”. Questo principio si applica perfettamente alla vita coniugale: chi impara a riconoscere e gestire le proprie emozioni evita incomprensioni, risentimenti e conflitti distruttivi. Nel contesto della relazione matrimoniale, l’intelligenza emotiva si manifesta in tre aspetti fondamentali:

  1. Consapevolezza di sé: sapere cosa proviamo, comprendere le nostre reazioni emotive e saperle esprimere in modo sano e costruttivo.
  2. Empatia: saper leggere e comprendere le emozioni del coniuge, mettendosi nei suoi panni senza giudicare.
  3. Gestione delle emozioni: imparare a rispondere alle emozioni negative con maturità, evitando reazioni impulsive e dannose per la relazione.

L’analisi transazionale: gli stati dell’Io nel matrimonio

Ne ho già parlato diverse volte, ma meglio ribadire il concetto. Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, ha individuato tre stati dell’Io che condizionano le relazioni: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Nel matrimonio, questi stati influenzano profondamente la comunicazione tra i coniugi.

  • Lo stato Genitore porta a giudicare, criticare o proteggere eccessivamente il coniuge.
  • Lo stato Bambino reagisce con emozioni impulsive, come rabbia, paura o euforia.
  • Lo stato Adulto cerca di comprendere la realtà con obiettività e maturità, gestendo le emozioni con equilibrio.

Un matrimonio sano si basa su un dialogo prevalentemente Adulto-Adulto, in cui entrambi i coniugi si ascoltano e rispondono in modo maturo, senza cadere in dinamiche di critica, manipolazione o dipendenza emotiva.

L’intelligenza emotiva alla luce della teologia cattolica

La teologia cristiana offre una prospettiva profonda sull’importanza della maturità emotiva nella relazione di coppia. San Paolo, nella Lettera agli Efesini, esorta: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda, come Dio ha perdonato a voi in Cristo” (Ef 4,32). Questa esortazione implica un lavoro interiore sulle proprie emozioni, che non devono essere negate, ma comprese e trasformate in gesti di amore e misericordia.

San Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, sottolinea che “la famiglia cristiana è chiamata a una continua conversione, che implica anche la crescita nell’amore maturo e responsabile”. Ciò significa che l’amore coniugale non è solo un sentimento, ma una decisione quotidiana che coinvolge mente, cuore e volontà.

Strumenti pratici per coltivare l’intelligenza emotiva nel matrimonio

  1. Ascolto attivo: imparare ad ascoltare il coniuge senza interrompere o giudicare, ma cercando di comprendere ciò che realmente prova.
  2. Gestione della rabbia e dei conflitti: invece di reagire impulsivamente, è utile prendersi un momento per riflettere prima di rispondere.
  3. Espressione dei bisogni e delle emozioni: dire al coniuge cosa si prova in modo chiaro e rispettoso, senza accusare o manipolare.
  4. Preghiera e vita spirituale condivisa: la preghiera aiuta a trasformare le emozioni negative e ad attingere alla grazia per amare con un cuore rinnovato.

Conclusione

L’intelligenza emotiva non è un’abilità innata, ma un cammino di crescita personale e coniugale che si costruisce giorno dopo giorno. Integrare la consapevolezza emotiva con la saggezza della fede cristiana permette di vivere il matrimonio come un’alleanza d’amore autentica e duratura. Come diceva San Francesco di Sales: “Un santo triste è un triste santo”. Questo vale anche per il matrimonio: un coniuge emotivamente maturo, capace di gestire con serenità le difficoltà, costruisce una relazione più forte, serena e felice.

Antonio e Luisa

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Perché scelgo sempre l’uomo sbagliato?

Pochi giorni fa ci ha scritto una ragazza. Ci ha raccontato della propria sofferenza. Trova sempre uomini sbagliati con cui soffre e non conclude mai nulla. Si sente fallita e si chiede perché le vada sempre male. Vorrebbe un uomo diverso che la amasse davvero. Che è un desiderio sano ma perchè poi non succede? Solo sfortuna? La fortuna è cieca, invece le nostre ferite ci vedono benissimo. Questa ragazza vive una situazione molto comune. Questa ragazza cerca volutamente (ma non consapevolmente) ragazzi che la trattino in quel modo. Cosa intendo? Ora provo a spiegarlo.

L’Analisi Transazionale di Eric Berne ci insegna che ognuno di noi costruisce, fin dall’infanzia, un copione di vita, ovvero una storia inconscia che guida le nostre scelte, relazioni e comportamenti. Questo copione nasce dalle esperienze precoci, dai messaggi impliciti dei genitori e dal modo in cui ci siamo adattati al mondo per ottenere amore e riconoscimento. Se il nostro copione è sano, sceglieremo relazioni funzionali; se invece è disfunzionale, tenderemo a ripetere schemi di sofferenza, anche nelle scelte affettive. Ma perché ci accade questo?

Don Luigi Maria Epicoco ci offre una chiave di lettura profonda: “Non scegliamo sempre ciò che è giusto per noi, ma ciò che ci è familiare. E spesso la familiarità è il luogo dove il nostro cuore è stato ferito.”

La nostra mente cerca conferme, non verità. Se siamo cresciuti in un ambiente dove l’amore era condizionato, dove l’affetto si otteneva a prezzo di sacrifici, tenderemo a scegliere partner che ricreano quel medesimo scenario, pur soffrendone. È come se il nostro inconscio cercasse di risolvere, attraverso la ripetizione, un enigma mai davvero affrontato.

Il ruolo dei messaggi genitoriali e dei giochi psicologici

L’Analisi Transazionale individua tre stati dell’Io: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Il nostro copione è alimentato soprattutto dai messaggi genitoriali interiorizzati, che possono essere sia positivi che limitanti. Frasi come “Non fidarti degli altri”, “Devi sempre dimostrare il tuo valore”, “L’amore è sofferenza” modellano le nostre scelte, portandoci a confermare ciò che abbiamo imparato da piccoli.

In questo processo, spesso mettiamo in atto giochi psicologici: schemi ripetitivi di relazione in cui alterniamo ruoli di Vittima, Persecutore e Salvatore. Ad esempio, chi ha vissuto con un genitore emotivamente distante potrebbe scegliere un partner freddo, nella speranza inconscia di riuscire finalmente a “scaldarlo”, riscattando così la propria infanzia. Ma il risultato è quasi sempre lo stesso: il copione si ripete, confermando la nostra sofferenza anziché liberarcene.

Epicoco lo descrive con lucidità: “Dio non ci vuole incatenati a una storia che si ripete all’infinito, ma liberi di riscriverla con il Suo aiuto. Eppure, a volte preferiamo il dolore conosciuto alla libertà sconosciuta.”

Come spezzare il copione e scegliere diversamente

Uscire da un copione disfunzionale richiede consapevolezza e volontà di cambiamento. L’Analisi Transazionale suggerisce tre passi fondamentali:

  1. Riconoscere il copione – Interrogarsi sui propri schemi relazionali, individuare i messaggi limitanti ricevuti e capire come questi influenzano le nostre scelte.
  2. Attivare l’Io Adulto – Il cambiamento avviene quando smettiamo di reagire automaticamente (da Bambino o da Genitore interiorizzato) e iniziamo a decidere consapevolmente, facendo scelte nuove e più sane.
  3. Accogliere la Grazia del cambiamento – Da un punto di vista spirituale, Epicoco ci ricorda che il cambiamento non è solo uno sforzo umano: “Convertirsi significa accettare di essere amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. È l’amore ricevuto gratuitamente che ci permette di uscire dai copioni di sofferenza.”

La necessità di un sostegno psicologico oltre alla fede

Molti cristiani credono che la preghiera e la fede siano sufficienti per guarire dalle ferite emotive e dai copioni disfunzionali. Tuttavia, pur essendo la fede un elemento fondamentale di sostegno e speranza, è essenziale anche un percorso psicologico adeguato. La grazia divina opera nella nostra vita, ma Dio stesso ci invita a usare tutti gli strumenti a nostra disposizione per crescere e guarire.

Epicoco sottolinea: “La fede non è una bacchetta magica che cancella il dolore, ma una luce che ci guida nel processo di guarigione. E a volte, per guarire davvero, abbiamo bisogno anche di qualcuno che ci accompagni nel cammino.”

Affidarsi a un terapeuta, esplorare le proprie dinamiche interiori e imparare strumenti psicologici di gestione delle emozioni non significa avere poca fede, ma accogliere il dono della conoscenza e della cura. La psicologia e la spiritualità non sono in opposizione, ma possono integrarsi per offrire un percorso di liberazione più completo.

Conclusione

Tendiamo a scegliere chi conferma il nostro copione perché la mente umana preferisce il conosciuto, anche se doloroso. Ma questa non è una condanna. Possiamo interrompere i cicli di sofferenza attraverso la consapevolezza, la crescita interiore e, per chi crede, l’apertura alla grazia divina. Come ci ricorda Epicoco: “L’amore vero non è ripetizione del passato, ma un’apertura nuova, capace di sorprenderci.”

Forse il primo passo per cambiare è proprio questo: permettere alla vita di sorprenderci, scegliendo finalmente con il cuore libero e con il giusto supporto, sia spirituale che psicologico. Ne approfitto – non per fare pubblicità a un workshop ma per condividere un percorso che mi ha fatto davvero bene – per pubblicizzare il weekend Cambiamente, organizzato dagli amici di Amati per Amare. Vi lascio il link.

Antonio e Luisa

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Lo sguardo: il linguaggio d’amore più immediato

Oggi affrontiamo lo sguardo. Lo sguardo è il modo più immediato per esprimere amore. Anche il Cantico dei Cantici lo evidenzia in diversi passaggi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Lo sguardo tra due sposi è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parole: basta un’occhiata per capirsi profondamente. Dopo anni di matrimonio, lo sguardo diventa un dialogo silenzioso che comunica tutto: tristezza, gioia, stanchezza, desiderio, attrazione. Lo sguardo arriva prima di ogni gesto, può avvicinare o allontanare, può far sentire l’altro amato o respinto. San Giovanni Paolo II ci ricorda che: “L‘uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli è rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente” (Redemptor Hominis). Nel matrimonio, lo sguardo è la prima forma di partecipazione a questo amore.

Uno sguardo che rivela bellezza

Se ci si conosce profondamente, uno sguardo dice tutto. Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Per mantenere uno sguardo limpido e sincero sulla propria sposa, bisogna educarlo, proteggendolo da immagini degradanti che trasformano le persone in oggetti. Papa Francesco ci mette in guardia: “L’amore ha bisogno di tempo e di spazio; tutto il resto è strumentale all’amore vero, che rispetta e riconosce la dignità dell’altro” (Amoris Laetitia).

Se lo sguardo è nutrito di rispetto e tenerezza, la sposa vedrà nei tuoi occhi la propria bellezza e non il desiderio egoistico di possederla.

Guardarsi per ritrovarsi

Uno sguardo che nasce dal profondo, arricchito dall’amore e dalla tenerezza vissuti, fa sentire la sposa bellissima e permette al marito di meravigliarsi ogni giorno della sua donna. Don Oreste Benzi scrive: “Sentirete, guardandovi negli occhi, di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona“.

Per questo, ogni tanto, è utile fermarsi e fare un esercizio di meraviglia reciproca:

  1. Prendetevi qualche minuto solo per voi.
  2. Sedetevi l’uno di fronte all’altra, abbastanza vicini da potervi sfiorare.
  3. Guardatevi: osservate il viso, il corpo, i segni del tempo. Non distogliete lo sguardo.
  4. Riempitevi della bellezza dell’altro.
  5. Ripetete dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici: “Quanto sei bella, amica mia, quanto sei bella!” “Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!”

Se non ci riuscite, forse avete bisogno di ritrovare un’intesa perduta e di imparare nuovamente il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo. Don Luigi Maria Epicoco ci incoraggia a farlo: “Amare significa riconoscere l’altro e lasciarsi riconoscere. Non c’è niente di più grande di due sguardi che si incontrano e si riconoscono, perché in quell’attimo l’amore prende corpo“.

Lasciamo che il nostro sguardo diventi una preghiera silenziosa, capace di esprimere l’amore di Dio dentro la nostra vocazione matrimoniale.

Antonio e Luisa

Processo di nullità: un servizio alla salus animarum

Le parole di Papa Francesco, pronunciate nel recente Discorso alla Rota Romana del 2025, ci offrono un punto di partenza fondamentale per riflettere sulla grandezza e sulla responsabilità del matrimonio cristiano. Egli ci ricorda che la famiglia è il riflesso vivente della comunione d’amore che è Dio Trinità (cfr. Amoris Laetitia, 11) e che l’indissolubilità del matrimonio non è un peso imposto, ma un dono, una promessa di Dio che rende possibile la fedeltà tra i coniugi.

L’indissolubilità: un dono divino, non solo un impegno umano

L’indissolubilità matrimoniale è spesso percepita come un ideale da raggiungere con fatica, una prova di resistenza. In realtà, come sottolinea Papa Francesco, essa è prima di tutto un dono: è la partecipazione a una fedeltà che ha la sua origine in Dio stesso. San Giovanni Paolo II, nel suo Discorso alla Rota Romana del 2002, affermava che ogni decisione giusta sulla validità o nullità di un matrimonio è un contributo alla cultura dell’indissolubilità. Questa cultura non è semplicemente un insieme di regole da seguire, ma una verità che illumina la vita e la vocazione dei coniugi.

San Tommaso d’Aquino insegnava che il matrimonio è un sacramento in quanto segno dell’unione tra Cristo e la Chiesa (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 1). Se Cristo non abbandona mai la sua Chiesa, il vincolo matrimoniale, sigillato nella grazia, partecipa di questa stessa indissolubilità. L’amore coniugale, quindi, non è solo una realtà umana, ma un’icona vivente di un amore più grande, che trova in Dio la sua fonte e il suo modello.

Il discernimento sulla validità del matrimonio: un servizio alla verità

Se da un lato l’indissolubilità è un dono, dall’altro la Chiesa ha anche il dovere di discernere se un matrimonio sia stato effettivamente contratto validamente. Questo non è un atto di rigidità burocratica, ma un servizio alla salus animarum, la salvezza delle anime, come ha sottolineato il Papa.

Sant’Agostino ci ricorda che “la verità non muta secondo il nostro volere, ma siamo noi che dobbiamo adeguarci ad essa” (Confessioni, X, 23). Accertare se un matrimonio sia stato validamente contratto significa aiutare i fedeli a vivere nella verità della loro situazione. Se un matrimonio è nullo, riconoscerlo non significa negare l’indissolubilità, ma piuttosto confermarla: solo ciò che è stato realmente unito da Dio è indissolubile. Un’unione viziata da impedimenti o da un consenso difettoso non può essere considerata autentico matrimonio sacramentale.

San Giovanni Paolo II, nella sua allocuzione alla Rota Romana del 1990, avvertiva del pericolo di due estremi opposti: da un lato, un lassismo che svuota di significato il matrimonio dichiarandolo nullo con troppa facilità; dall’altro, un rigorismo che impedisce di riconoscere situazioni in cui effettivamente non vi è stato un vero consenso matrimoniale.

Un cammino di verità e misericordia

Discernere la validità di un matrimonio richiede una grande delicatezza. Si tratta di un compito che richiede non solo competenza giuridica, ma anche una profonda sensibilità pastorale. Ogni persona che si avvicina a un tribunale ecclesiastico porta con sé sofferenze, dubbi, speranze. Come scriveva il cardinale Ratzinger, poi Benedetto XVI: “La verità senza amore è cieca, ma l’amore senza verità è vuoto” (Caritas in Veritate, 3).

La Chiesa non può rinunciare alla verità sull’indissolubilità del matrimonio, perché essa è parte della sua missione. Tuttavia, deve sempre annunciarla con amore, accompagnando le persone nel loro cammino, aiutandole a scoprire la bellezza della vocazione matrimoniale e, quando necessario, riconoscendo con giustizia e carità eventuali situazioni di nullità.

Conclusione

L’indissolubilità del matrimonio non è una catena che imprigiona, ma un dono che libera, perché è fondata sulla fedeltà di Dio. Al tempo stesso, il discernimento sulla validità del matrimonio è un servizio alla verità e alla salvezza delle anime. Solo nella luce della verità si può costruire una cultura matrimoniale che sia veramente cristiana, capace di testimoniare al mondo la bellezza e la forza dell’amore coniugale.

San Francesco di Sales diceva: “La verità che non è caritatevole viene dalla crudeltà; la carità che non è vera viene dalla debolezza”. La Chiesa, nel suo discernimento matrimoniale, è chiamata a tenere insieme verità e misericordia, perché solo così potrà davvero servire il Vangelo dell’amore coniugale.

Antonio e Luisa

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Affrontare le crisi: Rompere il copione delle relazioni

Siamo Pietro e Orietta. Durante una vacanza estiva comunitaria abbiamo scoperto di essere fatti l’uno per l’altra e, dopo qualche anno di fidanzamento, abbiamo deciso di sposarci.

La Scoperta dell’Amore
Ci sentivamo certi della nostra scelta, come alpinisti pronti a iniziare una difficile salita sapendo di avere tutto l’occorrente nello zaino. Tuttavia, lungo il percorso ci siamo accorti che ognuno di noi portava nello zaino elementi diversi, frutto delle esperienze vissute nelle famiglie di origine.

Le Nostre Radici Familiari

Il Mio Percorso: Pietro
Io, Pietro, ero figlio unico. I miei genitori, lavorando in proprio, erano molto impegnati nella loro attività. Mia mamma sembrava ricordarsi di me quasi esclusivamente per darmi ordini. Sicuramente mi volevano bene, ma non lo dimostravano, perché per loro era scontato: trasmettere sentimenti non era necessario. Non ricordo gesti di tenerezza tra di loro. Per fortuna, viveva con noi mia nonna materna, che si faceva in quattro per me, facendomi sentire al centro del mondo. Ero combattuto tra il sentirmi insignificante e il considerarmi un principe. Nel mio matrimonio, come conseguenza di quanto vissuto nella mia famiglia di origine, ho portato con me insicurezza, egocentrismo e una certa freddezza nell’esprimere i sentimenti. Inoltre, non mi accorgevo che mia mamma, rimasta vedova, applicava nei rapporti con mia moglie la stessa modalità impositiva e invadente che era solita usare con me.

Il Mio Percorso: Orietta
Io, Orietta, mi sono resa conto di aver portato con me la stessa modalità che mia mamma usava con mio papà, creando difficoltà nella nostra relazione, ovvero la mia tendenza a impormi con Pietro, dicendogli cosa doveva o non doveva fare. Mio papà era un gran lavoratore e, in questo modo, esprimeva il suo amore, anche se non gliel’ho mai sentito dire. Passava molto tempo fuori casa, delegando a mia mamma la gestione della casa e delle figlie. Lei, casalinga, era presente fisicamente, ma non affettivamente, ed era molto rigida nell’educazione di noi figlie. Sicuramente ci voleva bene, ma anche lei, ai miei occhi, non lo sapeva dimostrare: tra di loro non esisteva una vera relazione. Il grande bisogno di sentirmi amata e considerata non ha trovato nella mia famiglia di origine la soddisfazione che cercavo. Non mi consideravo abbastanza brava; mia mamma, pur pretendendo il massimo, non mi gratificava. Così ho sviluppato insicurezza e ho pensato che solo compiacendo gli altri mi sarei fatta amare.

La Crisi e la Rinascita
Durante la nostra vita insieme questi aspetti – che ognuno di noi riteneva normali e assodati per sé, ma sbagliati nel coniuge – hanno contribuito a generare una pesante crisi, portandoci quasi alla separazione. Prima che ciò potesse accadere, un’amica ci ha parlato del programma Retrouvaille. All’interno di questo percorso abbiamo avuto l’opportunità di approfondire la nostra relazione di coppia, partendo anche dalle esperienze nelle nostre famiglie d’origine. Tale scoperta ci ha permesso di accoglierci maggiormente, rendendoci conto che i comportamenti che ci infastidivano non erano dettati da malanimo nei confronti dell’altro. Questa consapevolezza ci ha reso, inoltre, un po’ più capaci di comunicare i sentimenti spiacevoli che tali atteggiamenti provocavano, dandoci, almeno tentativamente, la possibilità di modificarli.

Nel tempo ci siamo anche resi conto di essere, a nostra volta, una famiglia di origine per i nostri figli. Questo fatto, invece di spaventarci per quanto involontariamente potremmo aver trasmesso loro un modello non adeguato, ci ha reso più certi dell’utilità dell’esperienza che stiamo vivendo in Retrouvaille.

Guardando al Futuro
Non è facendo finta di essere perfetti che possiamo aiutare i nostri figli, ma dimostrando loro che non ci si deve arrendere e che, dietro ogni persona, c’è un’esperienza originaria che, una volta compresa, può essere usata in modo costruttivo.

Pietro e Orietta (Retrouvaille Italia)

Essere Con. Anche nella Separazione

Mi sono imbattuto in questa frase di Jean‑Luc Nancy che mi ha fatto molto riflettere: “Una singola entità non può essere portatrice di significato; è solo attraverso l’essere-con, solo attraverso la presenza dell’altro che il significato è possibile.

Il Concetto di “Essere‑Con”
Jean‑Luc Nancy (filosofo francese, morto nel 2021), pur non essendo stato un credente praticante una religione, ha scritto qualcosa che reputo profondamente vero: l’essere è intrinsecamente un essere‑con, nel senso che l’esistenza individuale è sempre in relazione con gli altri. Secondo Nancy, il significato e l’identità emergono attraverso la co‑esistenza e l’interazione con l’altro, piuttosto che da un’entità isolata.

La Fedeltà nel Matrimonio Cristiano
Questa visione filosofica, che insiste sull’essenza relazionale dell’essere, trova una risonanza profonda nel Sacramento del matrimonio, dove il “con” diventa un elemento non accessorio, ma essenziale. Infatti, la persona che mi è complementare, sia a livello fisico/biologico/sessuale sia mentale/sentimentale, dà significato e spiegazione alla mia identità ed esistenza. Senza l’esistenza della donna non saprei di essere maschio, non conoscierei le differenze e, di conseguenza, le mie caratteristiche; non capirei la funzione dei miei genitali e, così via, fino ad arrivare al modo di ragionare e di prendere decisioni. È l’essere‑con che genera vita e fecondità a tutti i livelli.

Relazioni Orizzontali e Verticali
Il fondamento concreto dell’essere‑con, nel matrimonio cristiano, è la fedeltà. È nella fedeltà che la relazione tra due sposi acquista consistenza e significato: un amore che non si limita a un’emozione passeggera o a un’utilità reciproca, ma si radica nella scelta libera e consapevole di donarsi completamente l’uno all’altro in ogni circostanza della vita. La fedeltà diventa, dunque, un atto di custodia della relazione, proteggendo e alimentando quella comunione di vita e amore che non si esaurisce in un solo istante, ma si costruisce giorno dopo giorno. Essa è il modo concreto con cui gli sposi continuano a dire “sì” l’uno all’altro, anche nelle difficoltà, negli imprevisti e nelle fragilità che il tempo porta con sé.

Parallelamente alla relazione orizzontale con il coniuge, di cui possiamo fare esperienza anche a livello corporeo, deve esistere, anzi prima di tutto, una relazione verticale con Dio. Questa si manifesta ogni volta che partecipiamo alla Santa Comunione o ci mettiamo in adorazione: essere‑con Dio dà significato alla mia vita, facendomi comprendere chi sono, da dove vengo e dove andrò.

Il Legame Esclusivo e Sacramentale
L’essere umano non è fatto per l’isolamento, ma per la comunione. Non esiste una vocazione cristiana che non coinvolga uno sposo terreno oppure lo Sposo: anche le scelte di clausura non possono durare senza una relazione che riempia la vita e dia significato. Nell’ambito delle coppie, l’essere‑con non è un legame che può contemplare più persone, ma solo una: è un rapporto esclusivo, quello che ci fa scegliere la persona con cui vogliamo trascorrere tutta la vita. Ricordo ancora il momento in cui mi sono innamorato di mia moglie: avrebbe potuto passare anche Miss Mondo, ma io avevo solo lei nel mio cuore. Anche ora, quando viviamo fisicamente separati, non posso ipotizzare che questo legame sia venuto meno o pensare di potermi ritrovare in un’altra donna. In realtà, mai come ora ho avuto una così profonda consapevolezza della mia identità di marito, padre e, soprattutto, figlio di Dio.

Posso scegliere di ignorare questa realtà, di chiudere il cuore alla Grazia che scaturisce dal Sacramento, ma il legame sacramentale rimane. Esso non dipende dal mio stato d’animo, dalle mie fragilità o dalle circostanze avverse: è un dono che mi supera e che mi chiama a guardare oltre me stesso. Posso anche essere abbandonato da tutti, ma nessuno potrà bloccare o limitare il mio amore verso gli altri e verso Dio. Si tratta solo di dare la precedenza alla relazione sull’individualismo.

L’Amore che si Rinnova e il Rispetto Reciproco
L’amore si rinnova ogni giorno nell’essere‑con l’altro, anche quando la vita porta il peso della sofferenza e della separazione. Questo avviene, per esempio, attraverso la preghiera per l’ex coniuge e offrendo la propria vita come segno di amore fedele. L’essere‑con si esprime anche nella capacità di mantenere vivo il rispetto per l’altro, soprattutto quando ci sono figli. Un genitore separato, fedele, sa che il significato della propria missione educativa non può prescindere dall’altra figura genitoriale. Anche quando il dialogo diretto risulta difficile o impossibile, il rispetto e la cura per l’altro genitore diventano un modo concreto per testimoniare che l’altro continua ad avere un posto imprescindibile nella propria esistenza.

Conclusione: L’Incarnazione e il “Dio con Noi”
D’altra parte, con l’Incarnazione, l’Emmanuele – cioè “Dio con noi” – è venuto a comunicarci che non siamo mai soli e che l’essenziale è proprio l’essere‑con Lui.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

La Tenerezza: Linguaggio d’Amore e Via di Libertà

Come anticipato nel precedente articolo, prima di proseguire con i versetti del Cantico, ci soffermeremo qualche settimana sulla tenerezza e sui gesti che la caratterizzano. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La tenerezza non è solo un’emozione passeggera, ma uno stile di vita, un modo autentico di amare che riflette la dolcezza di Dio. Per gli sposi cristiani, essa rappresenta la via privilegiata per donarsi reciprocamente e contrastare il desiderio di possesso. Come affermava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore vero è dono di sé” e la tenerezza ne è l’espressione più pura e vera. In un mondo in cui l’amore viene spesso confuso con il possesso, imparare a vivere la tenerezza diventa un atto rivoluzionario.

La Tenerezza: Un Linguaggio Corporeo

La tenerezza non è solo un sentimento, ma un vero e proprio linguaggio che si esprime attraverso il corpo. Il corpo, infatti, non è un elemento estraneo all’anima, ma ne è parte integrante. Come sottolineano in tanti tra cui Luigi Maria Epicoco, “noi non abbiamo un corpo, noi siamo il nostro corpo“. La corporeità è lo strumento attraverso cui possiamo manifestare amore e accoglienza, rendendoci disponibili all’altro in un dialogo d’amore continuo.

Tuttavia, questo processo non è sempre immediato. Don Carlo Rocchetta osserva che ogni persona ha due possibilità: “fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio, facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile“. Spesso, le ferite del passato, le insicurezze e le esperienze vissute rendono difficile questa apertura. Solo attraverso un percorso di fiducia, rispetto e abbandono reciproco, gli sposi possono imparare ad accogliersi pienamente, superando le barriere interiori che ostacolano l’intimità. Spesso è utile anche della terapia per fare luce.

La Castità: Scuola di Tenerezza

Un elemento fondamentale in questo cammino è la castità, intesa non solo come astinenza prima del matrimonio, ma come un continuo affinamento del rapporto fisico nella vita coniugale. Essa permette di mantenere un’unità profonda tra anima e corpo, favorendo la crescita nella tenerezza. Come spiegava Papa Giovanni Paolo II, “l’amore casto non è rinuncia, ma un modo per possedere se stessi per potersi donare completamente all’altro“.

I fidanzati che vivono un cammino di castità imparano a esprimere l’affetto attraverso la tenerezza, creando così una base solida per un matrimonio fondato sulla vera intimità. La castità nel fidanzamento insegna ad essere teneri anche quando non è previsto un rapporto intimo. Cosa che diventa importantissima anche nel matrimonio quando ci saranno giorni settimane o anche mesi che non si potranno avere rapporti per i più disparati motivi. La tenerezza diventa allora un ponte tra il rapporto con il coniuge e l’intimità con Dio. Quando gli sposi si amano con dolcezza e rispetto, rispecchiano il modo in cui Dio ama ogni creatura. Come afferma Epicoco, “la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo“.

La Tenerezza Come Via di Libertà

L’amore autentico non è mai un vincolo, ma una liberazione. Papa Francesco, nel suo discorso del 2018, preparato per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta, ha detto: “Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana.”

La tenerezza ci educa a donare noi stessi, a non chiuderci nell’individualismo, ma a condividere la nostra vita con l’altro. Non è un semplice gesto affettuoso, ma un vero e proprio impegno quotidiano. Gli sposi che scelgono di vivere la tenerezza costruiscono un rapporto solido, capace di resistere alle difficoltà e di rinnovarsi nel tempo.

Conclusione

Nel matrimonio cristiano, la tenerezza è il segno visibile dell’amore di Dio. Essa non è debolezza, ma forza; non è sentimentalismo, ma linguaggio dell’anima.

Vivere la tenerezza significa imparare a guardare l’altro con gli occhi di Dio, a rispettarne il mistero e ad accoglierlo senza riserve. Come ho sperimentato nel mio matrimonio, il cammino verso un amore maturo passa attraverso la fiducia reciproca, il dialogo sincero e la costante ricerca della bellezza nell’altro. Solo così l’unione coniugale può diventare specchio dell’amore divino, una testimonianza viva e autentica della gioia dell’amore donato e ricevuto.

Antonio e Luisa

Dostoevskij, Bridget Jones e il Dilemma dell’Amore

Il grande scrittore russo Fëdor Dostoevskij, il cui genio letterario continua a illuminare il nostro pensiero anche a 200 anni dalla sua nascita, ci offre in L’eterno marito (1870) una profonda riflessione sul mistero dell’amore e dell’attrazione. In quest’opera, la figura di Natalia Vasilievna emerge come una fonte inesauribile di fascino, capace di incidere sulla vita dei personaggi e di trascendere persino i confini della morte. Essa diventa il fulcro attorno al quale ruotano le passioni contrastanti di due uomini: Aleksej Velchaninov, l’amante, e Pavel Trusotsky, l’eterno marito.

Natalia, con il suo magnetismo ineguagliabile, non rappresenta soltanto un volto o un nome, ma incarna quel mistero femminile che attira gli sguardi e infiamma i cuori. Aleksej, attratto dalla sua dimensione passionale e trasgressiva, la percepisce come un oggetto del desiderio, mentre Pavel la contempla con occhi colmi di responsabilità e di un amore che guarda oltre il presente, proiettandosi nel futuro famigliare. Come scrive Dostoevskij ne L’eterno marito:

“Non si può non essere incantati dalla sua presenza, da quell’aura che le conferisce un senso di eternità e di verità, capace di far vacillare la ragione degli uomini.”

Questa citazione non solo conferma l’idea che Natalia eserciti un’attrazione irrefrenabile, ma evidenzia anche la duplice natura dell’amore: da un lato, il desiderio passionale che conduce all’immediatezza dell’istinto, e dall’altro, il richiamo di un amore che aspira alla comunione e al dono totale di sé.

Questa dinamica amorosa trova sorprendenti parallelismi con la moderna Bridget Jones’s Diary. Bridget si trova anch’essa contesa tra due uomini dalle caratteristiche opposte: Daniel Cleaver, affascinante ma superficiale, e Mark Darcy, serio e affidabile. Come Natalia, anche Bridget è divisa tra il desiderio di passione e la ricerca di un amore autentico e sicuro. La tensione tra la superficialità del piacere e la profondità dell’impegno si riflette in entrambi i racconti, dimostrando che, a prescindere dal contesto storico, il cuore umano è attraversato dalle stesse lotte interiori.

È in questo contesto che la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II si fa luce, offrendoci una visione in cui il corpo umano non è soltanto materia o semplice oggetto di desiderio, ma diventa segno e strumento del mistero divino. Il Pontefice ci insegna che il corpo è un dono, un simbolo dell’amore che Dio ha per noi e che ci chiama a vivere la nostra sessualità in maniera integrata e responsabile. Come afferma con passione Giovanni Paolo II:

“Il dono del corpo è il dono dell’amore.”

In questo insegnamento, ogni atto d’amore autentico si configura come un’offerta totale di sé, un cammino di comunione che trascende il mero piacere fisico per elevarsi al livello del sacro. La differenza fra Aleksej e Pavel, dunque, si evidenzia come il contrasto fra un amore consumistico e un amore donativo, tra il desiderio egoistico e il vero atto di dono reciproco.

Dostoevskij stesso, nel delineare le figure di Aleksej e Pavel, ci offre una chiave di lettura per comprendere questa dicotomia. Un’altra citazione significativa del romanzo recita:

“Il cuore dell’uomo si divide tra la passione che lo spinge verso l’effimero e la speranza di una comunione che lo renda eterno; in questo conflitto, ogni scelta è una rivelazione di se stessi.”

Queste parole risuonano fortemente con il messaggio della Teologia del Corpo, secondo cui l’amore, per essere pienamente realizzato, deve essere un cammino di auto-donazione e di responsabilità. Non si tratta semplicemente di cedere ai propri impulsi, ma di saperli trasformare in un atto d’amore che unisce due anime in un patto di vita e di fede.

Nel romanzo, Pavel incarna quella dimensione sacramentale del rapporto coniugale: egli vede in Natalia non solo una compagna, ma la madre dei suoi futuri figli, il simbolo di un’unione che dà vita e che trascende la dimensione terrena. Questo ideale richiama fortemente la visione di Giovanni Paolo II, secondo cui il matrimonio è il contesto privilegiato in cui il dono del corpo diventa un atto di creazione e di testimonianza dell’amore divino. Il corpo, in questo senso, si fa strumento di una grazia che va oltre il semplice aspetto fisico, diventando veicolo di una verità che unisce le persone nella loro totalità.

Al contrario, Aleksej rappresenta quel lato dell’amore che si perde nell’esteriorità, nella ricerca del piacere immediato, senza la consapevolezza del dovere del dono. Il suo sguardo, pur essendo attratto dalla bellezza di Natalia, non riesce a cogliere quella dimensione profonda che trasforma l’amore in un cammino di crescita e di responsabilità. Come osserva Dostoevskij,

“L’attrazione che suscita Natalia non è soltanto una fiamma passeggera, ma un’eco che risuona nell’anima, rivelando i desideri più nascosti e le fragilità dell’essere umano.”

Questa riflessione evidenzia come ogni atto d’amore comporti una scelta: quella di abbracciare il dono del corpo in tutta la sua dimensione, oppure di lasciarsi trascinare da impulsi che possono condurre a una frammentazione dell’essere. La scelta, in definitiva, diventa un atto di fede, un cammino verso la pienezza della vita.

In sintesi, l’incontro tra la visione letteraria di Dostoevskij, la moderna Bridget Jones e la Teologia del Corpo di Giovanni Paolo II ci offre una prospettiva profonda e appassionata sull’amore. Natalia Vasilievna e Bridget Jones, con le loro insicurezze e desideri, diventano il simbolo di un’eterna lotta tra il fascino della passione e la solidità dell’amore vero. I personaggi di Aleksej, Pavel, Daniel Cleaver e Mark Darcy ci mostrano due percorsi possibili: uno che si perde nell’effimero e uno che, pur riconoscendo la passione, la trasforma in un atto di responsabilità e comunione.

Antonio e Luisa

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Simone Cristicchi: Riconoscersi Dentro una Storia d’Amore

Perché la canzone di Simone Cristicchi sta riscuotendo tanto successo e toccando trasversalmente il cuore di tutti, giovani e anziani, uomini e donne? Certo, lui è un poeta nel vero senso della parola, un uomo con una profondità interiore straordinaria che riesce a esprimere attraverso la sua arte. Non ha una voce perfetta, ma comunica con le parole emozioni autentiche, e forse questo è ancora più importante. Ci fa sentire fratelli tutti! Ma in questo caso c’è di più. Simone ha toccato una corda fondamentale della nostra umanità: ha risvegliato quella nostalgia di un amore autentico che tutti portiamo dentro.

Probabilmente non lo avete mai notato. Il quarto comandamento del Decalogo non è posizionato a caso. C’è una motivazione precisa, e comprenderla è fondamentale per la nostra vita, per il nostro matrimonio e per i nostri figli.

I dieci comandamenti si dividono in due parti: i primi tre riguardano la nostra relazione con Dio, mentre i successivi sette concernono i rapporti con le altre persone. Relazione verticale con Dio e orizzontale con i fratelli: come una croce. Il quarto comandamento, “Onora il padre e la madre”, non è solo il primo della seconda parte, ma è il trait d’union tra le due sezioni. Esso rappresenta, come in una croce, il punto di incontro tra la trave orizzontale e il palo verticale.

Perché onorare il padre e la madre viene prima di “Non uccidere”? Non è scontato. Non rispettare i genitori è un comportamento indegno, ma uccidere una persona è enormemente più grave. Eppure, il motivo di questa scelta è chiaro: è fondamentale riconoscerci figli per poter poi accogliere tutti gli altri comandamenti e relazionarci in modo positivo e amorevole con il nostro prossimo.

Riconoscerci figli di Dio e dei nostri genitori. Riconoscerci parte di una storia che ci precede. Anselm Grün dice che chi disonora il padre e la madre sta disonorando anche se stesso, perché rinnega le proprie radici. Siamo venuti al mondo perché due persone si sono amate, e noi siamo frutto di quell’amore. Non siamo qui per caso. Siamo stati voluti e siamo tuttora amati profondamente.

Come canta Cristicchi in “Quando sarai piccola”: “Quando sarai piccola, io sarò con te, quando il tuo passo stanco tremerà vicino a me, quando sarai piccola, e il mondo andrà più in fretta, non preoccuparti, io rallenterò.

Queste parole raccontano una verità profonda: l’amore che ci ha generati non ci abbandona. Ci ha sostenuto nella nostra fragilità di bambini e, con il tempo, sono i nostri genitori a diventare fragili, affinché possiamo prenderci cura di loro. Un cerchio che insegna a donare e ad accogliere, a essere forti per sostenere e deboli per avere bisogno degli altri.

Papa Francesco, parlando dei nonni, ci ricorda che “un popolo che non custodisce i nonni e non tratta bene i nonni, è un popolo che non ha futuro“. Onorare il padre e la madre non è solo una questione di rispetto, ma il fondamento della continuità della nostra storia e identità.

Il quarto comandamento ci dice che la nostra vita è un dono d’amore. Chi si comporta male, spesso, ha alle spalle grandi sofferenze dovute proprio alla mancanza di questa consapevolezza. Non sa di essere amato. Franco Nembrini racconta di un confronto con alcuni studenti quindicenni. Chiese loro quale fosse il senso della vita. Uno rispose: “Non c’è un senso. Sono al mondo per una scopata.” Nembrini rimase spiazzato e amareggiato, pensando al dolore che quel giovane doveva avere dentro di sé.

Riconoscersi dentro una storia d’amore è il primo passo per amare se stessi e poter amare gli altri. Per questo fare esperienza di Dio e permetterGli di entrare nella nostra vita cambia tutto. Sentirci amati e perdonati è l’unico modo per accogliere il Decalogo non come una lista di divieti, ma come un dono che Dio ci fa per vivere da amati e da amanti, da persone che sanno donarsi senza usare l’altro. Sentirci amati ci fa vivere da persone felici, perché l’amore è la sola cosa che davvero desideriamo.

Ancora Cristicchi ci offre un’immagine potente dell’amore che ci lega ai nostri genitori e ai nostri figli: “E quando sarai piccola e il tempo sembrerà svanire, negli occhi miei ti specchierai, e ti accarezzerò.

Questo amore che ci tiene uniti, che ci accompagna lungo il cammino della vita, è la più grande testimonianza di chi siamo: figli amati, chiamati ad amare. Onorare il padre e la madre non è solo un comandamento, ma la chiave per comprendere la nostra esistenza, il ponte che ci collega a Dio e agli altri, la radice che ci permette di crescere e di dare frutti d’amore.

Antonio e Luisa

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Nàaman ed Eliseo: Il Miracolo di Dio nelle Piccolezze e il Mistero Sponsale

L’episodio biblico di Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, narrato nel secondo libro dei Re (2 Re 5, 1-19), è una storia intrisa di profondi significati spirituali. Questo racconto non solo illustra la potenza di Dio, ma invita a riflettere su come Egli si manifesti nelle piccolezze della vita. In chiave sponsale, l’episodio suggerisce che anche nel matrimonio, spesso ritenuto il luogo della quotidianità e delle piccole cose, si cela un miracolo divino, se vissuto con fede e umiltà.

La Storia di Nàaman: Una Lezione di Umiltà

Nàaman era un uomo potente, un capo militare rispettato, ma colpito dalla lebbra, una malattia che lo rendeva impuro agli occhi del popolo. Nonostante la sua posizione, era impotente di fronte alla sua condizione. Su consiglio di una giovane serva israelita, Nàaman si reca dal profeta Eliseo per cercare guarigione. Eliseo, tuttavia, non lo accoglie con cerimonie grandiose, ma gli invia un messaggio: “Va’, lavati sette volte nel Giordano; il tuo corpo ti ritornerà sano e sarai puro” (2 Re 5, 10).

Inizialmente, Nàaman rifiuta indignato, aspettandosi un miracolo spettacolare degno del suo rango. Solo quando i suoi servi lo convincono a seguire l’indicazione di Eliseo, egli si immerge nel Giordano e viene guarito. Nàaman impara così una lezione fondamentale: il miracolo di Dio si manifesta nell’obbedienza fiduciosa e nelle cose semplici.

Il Miracolo nelle Piccolezze del Matrimonio

Questo episodio biblico può essere declinato in chiave sponsale per illuminare il mistero del matrimonio. Anche nel cammino coniugale, le coppie possono essere tentate di cercare la felicità in gesti grandiosi o in momenti straordinari, dimenticando che il vero miracolo si trova nella fedeltà quotidiana, nei piccoli gesti di amore e servizio.

San Giovanni Paolo II, nella sua “Familiaris Consortio”, scrive: “L’amore coniugale […] è un amore che porta gli sposi a donarsi reciprocamente ogni giorno, senza grandi clamori”. Come Nàaman ha dovuto immergersi umilmente nelle acque del Giordano per sperimentare la guarigione, così gli sposi sono chiamati a immergersi nelle piccolezze della vita quotidiana per scoprire la presenza trasformante di Dio.

L’Umiltà come Chiave del Miracolo

La guarigione di Nàaman è avvenuta solo quando ha abbandonato il suo orgoglio e si è affidato con umiltà alle parole del profeta. Nel matrimonio, l’umiltà gioca un ruolo cruciale. Accettare le proprie fragilità e quelle del coniuge è il primo passo verso una relazione autentica e duratura. Papa Francesco, in “Amoris Laetitia”, afferma: “Non esiste la famiglia perfetta. Bisogna essere umili e realistici, riconoscendo che ognuno di noi è un lavoro in corso” (AL 325).

Questo riconoscimento delle proprie debolezze apre le porte alla grazia divina, che opera attraverso l’accettazione reciproca e la volontà di crescere insieme. Come le acque ordinarie del Giordano si sono trasformate in uno strumento di guarigione, così i piccoli gesti quotidiani, se vissuti con amore e umiltà, diventano strumenti di grazia nel matrimonio.

La Simbologia dell’Acqua

L’acqua del Giordano, simbolo di purificazione e rinascita, richiama il sacramento del Battesimo, in cui si entra in una nuova vita in Cristo. Nel matrimonio, l’acqua può essere vista come metafora della quotidianità: quella stessa acqua che cuoce i pasti, che pulisce la casa, che lava via la stanchezza della giornata. Santa Teresa di Lisieux, nel suo piccolo cammino, esorta a trovare Dio nelle cose più semplici: “Amare è tutto donare e donarsi, senza tenere conto di sé”.

Questo invito si applica perfettamente alla vita matrimoniale, dove ogni gesto ordinario può diventare un atto straordinario di amore.

Nàaman e la Fedeltà nel Matrimonio

La guarigione di Nàaman non è stata un atto istantaneo, ma ha richiesto la ripetizione del gesto di immersione sette volte. Questo numero, nella Bibbia, simboleggia la perfezione e la pienezza. Analogamente, nel matrimonio, la fedeltà quotidiana, ripetuta giorno dopo giorno, costruisce una relazione forte e duratura. Come scrive Dietrich Bonhoeffer: “Non è il tuo amore che sostiene il matrimonio, ma è il tuo matrimonio che sostiene il tuo amore”.

La Testimonianza degli Sposi

Molte coppie testimoniano che il vero miracolo del matrimonio si trova nel saper accogliere le difficoltà con fede e perseveranza. Chiara Corbella ed Enrico Petrillo, ad esempio, hanno vissuto il loro matrimonio come un’immersione continua nella grazia di Dio. Nonostante le prove, Chiara diceva: “Il Signore mette sempre tutto a posto, basta fidarsi di Lui”. La loro esperienza richiama l’episodio di Nàaman: la fiducia nell’azione di Dio, anche quando essa si manifesta in modo semplice e inaspettato.

Conclusione

La storia di Nàaman ed Eliseo ci insegna che Dio opera nelle piccolezze e che il miracolo si trova nell’umiltà e nella fedeltà. In chiave sponsale, questo episodio illumina il cammino di noi sposi, invitandoci a scoprire la grazia divina nei gesti quotidiani e ordinari. Come Nàaman è stato guarito immergendosi nel Giordano, così noi siamo chiamati a immergerci nell’amore reciproco e nella grazia sacramentale del matrimonio. Alla fine, il miracolo di Dio è sempre presente: non nelle grandi manifestazioni, ma nelle piccole scelte di ogni giorno, che trasformano la vita ordinaria in un capolavoro divino.

Antonio e Luisa

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La tenerezza nuziale nel Cantico dei Cantici

Eros e Agape: Due Volti dell’Amore

Il terzo poema del Cantico dei Cantici ci ha permesso di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. Tuttavia, è fondamentale per trovare la gioia e il piacere di amare. Nel Cantico, Dio ci insegna ad amare e ci mostra che l’eros non è meno importante dell’agape:

L’eros vuole sollevarci ‘in estasi’ verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma per questo stesso motivo richiede un cammino di ascesi, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni.” (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, 5)

Tutto il Cantico è un elogio dell’amore erotico, che non è il fratello povero dell’agape. Essendo fatti di carne e di spirito, troviamo nell’eros una manifestazione di amore autentico. Perché la passione amorosa sia autentica, deve essere incanalata e trasformata in dono. L’eros va arricchito dall’agape per divenire piena espressione dell’amore. Questo è quello che distingue il semplice istinto dall’amore. Il primo è assecondare delle passioni, che esprimono una mancanza, un bisogno. Il secondo è trasformarle in comunione e dono reciproco. Don Carlo Rocchetta esprime benissimo questa realtà: La tenerezza è il segno che l’amore ha superato la fase del bisogno e si è trasformato in gratuità.

Il Linguaggio della Tenerezza

Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda: parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza?

La tenerezza è il desiderio di accogliere e lasciarsi accogliere. Nel matrimonio, essa diventa una via maestra per farsi dono anche nella dimensione corporea. Dio ci insegna che l’attrazione fisica, per essere vero amore e non mera concupiscenza o desiderio di possesso, deve essere arricchita di tenerezza. Papa Francesco ci ricorda: La tenerezza significa dare attenzione e trattare con rispetto, con delicatezza e con affetto le persone, specialmente quelle più deboli. (Amoris Laetitia, 28)

I Gesti della Tenerezza nel cantico

La tenerezza si esprime in gesti e atteggiamenti:

  • Sguardi: “Mi hai rapito il cuore con uno solo dei tuoi sguardi” (Ct 4,9).
  • Baci: “Mi baci con i baci della tua bocca” (Ct 1,2).
  • Abbracci: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2,6).
  • Parole dolci e sussurrate: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14).
  • Carezze: “Sì, più inebrianti del vino sono le tue carezze” (Ct 1,2).
  • L’unione sponsale: “Venga il mio diletto, entri nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti” (Ct 4,16).

Come afferma don Carlo Rocchetta, “la parola diventa corpo e il corpo diventa parola”, e questo linguaggio dell’amore si realizza pienamente in Cristo, che ha fatto della sua carne una Parola d’amore per noi.

L’Amore che Rinnova il Matrimonio

Leggendo il Cantico, viene spontaneo pensare al giardino dell’Eden. I due amanti sembrano proiettati in una dimensione nuova, dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato e a perdersi nell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in comunione tra loro e con Dio.

San Giovanni Paolo II ci insegna: L’uomo non può vivere senza amore. Egli resta per sé un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio. (Redemptor Hominis, 10)

La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova che non si esaurisce mai. Questo è il fine del matrimonio: ritornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarsi reciprocamente, vivendo così un’esperienza di Dio attraverso l’amore sponsale.

Nei prossimi capitoli esploreremo le più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza nuziale, segno della bellezza dell’amore autentico.

Antonio e Luisa