Nulla vale più dell’amore

Siamo ormai alla fine del Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.

Sono parole durissime. Parole che non lasciano sconti. Il Cantico dei Cantici va dritto al centro della questione: l’amore non si compra. Mai. Con nulla. Neppure con tutto.

Questo versetto dialoga in modo sorprendente con l’Inno alla carità di san Paolo: «E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (1Cor 13,3). È come se la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, ci dicesse la stessa cosa con parole diverse: puoi avere tutto, puoi anche perdere tutto, ma se non ami davvero non hai nulla.

Se credo che l’amore possa essere equiparato alle ricchezze materiali, allora non ho capito né la vita né me stesso. Non posso comprare neppure un grammo d’amore con tutte le ricchezze del mondo. L’amore sta su un altro piano. È realtà eterna, perché viene da Dio. «Dio è amore» (1Gv 4,8). Tutto il resto passa.

I beni materiali, quando diventano un fine, creano l’illusione di riempire il vuoto che portiamo dentro. Ma qualcosa di finito non potrà mai colmare un desiderio di infinito. È una legge dell’anima. Possiamo riempire le giornate, non il cuore. Possiamo saziare i sensi, non il desiderio profondo di essere amati per davvero.

Per questo questo versetto del Cantico non parla solo ai ricchi. Parla a tutti. Tutti abbiamo le nostre “ricchezze”. Non sono sempre lingotti d’oro. A volte sono molto più piccole e molto più pericolose: la carriera, l’immagine, il successo, l’indipendenza, il tempo per noi, la partita di calcetto, le uscite con gli amici. Possono persino essere cose buone: un servizio in parrocchia, un gruppo di preghiera, un impegno ecclesiale. Ma quando diventano un alibi per fuggire dalla relazione che Dio ci ha affidato, allora smettono di essere un dono e diventano una fuga.

L’amore di Dio va cercato prima in casa. Prima nel volto della moglie, del marito, dei figli. Poi fuori. Altrimenti rischiamo una forma sottile di spiritualità disincarnata: cerchiamo Dio ovunque tranne lì dove Lui ci ha già messi. È una tentazione antica: cercare il sacro per non affrontare il concreto.

Il Cantico è spietato: alla fine, di tutte queste “ricchezze”, non ne avremo che disprezzo. Non perché siano cattive in sé, ma perché non possono reggere il confronto con ciò che conta davvero.

Questo versetto ci invita a un cambio di logica: dalla logica del possesso alla logica del dono. L’amore, se non è messo al primo posto, non è amore. Diventa uno strumento tra gli altri per cercare la nostra soddisfazione. E allora la relazione sponsale finisce sullo stesso piano della carriera, del tempo libero, degli interessi personali. Ma un amore così, prima o poi, non regge la fatica. Quando il costo supera il beneficio, si scappa. E la separazione diventa una conseguenza “logica”. Ma è davvero amore questo?

Anche io, lo dico con molta verità, sono partito male con Luisa. Avevo un desiderio sincero di vivere il matrimonio secondo Dio, secondo la Sua legge, mettendo l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava tutto faticoso. Attraversavo momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. A un certo punto ho messo in discussione tutto: la mia scelta, la relazione, perfino la decisione di avere subito due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato.

Mi ero sposato a 27 anni. Un’età normale, ma non più tanto nei nostri tempi. Guardavo i miei amici: vivi, spensierati, senza responsabilità, spesso ancora “serviti e riveriti” in casa. Io invece tornavo la sera stanco, carico di doveri. E non riuscivo più a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui avevo creduto quando avevo detto il mio sì.

Poi, a un certo punto, ho visto una differenza che mi ha disarmato. Ho visto in Luisa una pace. Una pace che non veniva da me. Anzi, in quel periodo probabilmente ero per lei più motivo di preoccupazione che di gioia. Era una pace che nasceva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il nostro matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, proprio allora dava ancora di più.

Ed è lì che ho capito. Io ero un po’ come il giovane ricco del Vangelo: «Gesù, fissandolo, lo amò… ma quello se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze» (cfr. Mc 10,21-22). Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai privilegi della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze: gli amici, il calcetto, la tranquillità quando rientravo a casa.

Guardavo la mia vita come una lunga rinuncia a ciò che avevo prima. Ero così concentrato su ciò a cui avevo detto di no, da non assaporare ciò che avevo detto di sì. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me, che faceva di Cristo il centro di tutto. Il dono più grande che Dio mi aveva fatto io lo vivevo come una perdita.

Solo quando ho fatto anch’io quel salto interiore, tutto è cambiato. Non ho dovuto rinunciare a tutto, come temevo. Ho mantenuto il mio sport, gli amici. Ma hanno trovato il loro posto giusto. Non più al centro. La priorità è diventata la mia famiglia.

Ed è qui che il Cantico diventa carne nella vita: quando l’amore passa davvero al primo posto, tutto il resto si ordina. Quando invece l’amore viene dopo, anche le cose buone diventano un peso. Alla fine, il versetto dice una verità semplice e vertiginosa: puoi dare tutto per avere molte cose, ma non potrai mai dare qualcosa per comprare l’amore. L’amore non si compra, si accoglie. Non si possiede, si riceve. Non si trattiene, si dona. E solo chi ha il coraggio di mettere l’amore prima delle proprie “ricchezze” scopre che non sta perdendo nulla, ma sta finalmente cominciando a vivere.

Antonio e Luisa

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Le grandi acque non possono spegnere l’amore

Nei versetti di oggi leggiamo che l’amore vero attraversa le crisi come un mare aperto: soffre, cammina, si affida a Dio e diventa più forte insieme. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le grandi acque non possono spegnere l’amore,
né i fiumi travolgerlo» (Ct 8,7).

Questa frase del Cantico dei Cantici è una delle dichiarazioni più potenti sull’amore che la Scrittura ci consegna. Non è una frase romantica nel senso superficiale del termine. È una frase drammatica, realistica, incarnata nella vita. L’amata non sta dicendo allo sposo che andrà sempre tutto bene. Sta dicendo qualcosa di molto più vero: verranno le tempeste, verranno le acque, verranno i fiumi impetuosi… ma se l’amore è autentico, nulla potrà spegnerlo.

Qui l’amore smette di essere solo sentimento e diventa scelta, alleanza, fedeltà nella prova. Le “grandi acque” non sono un’immagine poetica astratta. Sono la sofferenza, le crisi, la fatica, le delusioni, le ferite, tutto ciò che prima o poi ogni coppia incontra nel cammino. Non esiste un amore vero che non abbia attraversato le sue acque.

Per il popolo ebraico l’immagine delle grandi acque è fortissima. Il mare era il luogo del caos, del pericolo, della morte. Evocava paura e smarrimento. Le inondazioni distruggono, travolgono, cancellano. Le acque non accarezzano: mettono alla prova. Eppure l’amata dice: neanche questo potrà spegnere l’amore.

Questo significa una cosa sola: l’amore vero non protegge dalla sofferenza, ma protegge nella sofferenza. Non ci evita il dolore, ma ci impedisce di essere schiacciati dal dolore. Quando l’amore è vissuto nel dono, nella fiducia, nella fedeltà reciproca e davanti a Dio, allora anche ciò che ferisce non ha l’ultima parola. Si può soffrire, si può piangere, si può anche vacillare… ma non si crolla dentro. Perché l’amore dà una forza che non viene solo da noi.

L’amore sponsale, in modo particolare, diventa una forza spirituale: dà pace anche nella tempesta, dà direzione quando tutto sembra confuso, dà senso quando la realtà sembra incomprensibile. Non elimina il male, ma lo attraversa.

E qui l’immagine delle grandi acque ci riporta inevitabilmente al Mar Rosso. Il popolo di Israele è davanti al mare. Dietro l’esercito del faraone. Davanti l’impossibile. Tornare indietro significherebbe tornare schiavi. Andare avanti significa attraversare le acque. Dio apre la via, ma la paura resta. Il popolo cammina con il cuore che batte forte, con il terrore negli occhi, con i passi pesanti. Non è stata una passeggiata. È stata una prova di fede.

Dio apre il mare, ma non cammina al posto loro. La fatica di attraversare la devono fare loro. E così è nella vita. Così è nel matrimonio. Così è nell’amore. Ci sono momenti in cui ti trovi davanti a una situazione che ti supera: una malattia, una crisi, una perdita, un tradimento, una ferita profonda, un fallimento che non avevi previsto. Ti senti piccolo. Ti senti senza forze. Vorresti tornare indietro. Vorresti evitare quella strada.

E invece a volte Dio non ci chiede di evitare il mare, ma di attraversarlo. Non perché la sofferenza sia desiderabile. La sofferenza non è mai un bene in sé. Ma perché a volte è inevitabile. E allora la vera libertà non è scegliere se soffrire oppure no, ma scegliere come soffrire. Con chi soffrire. Con quale cuore attraversare quella prova.

Dietro c’è l’Egitto: le sicurezze, le abitudini, le illusioni, le false protezioni, anche quelle dinamiche che sembrano rassicuranti ma in realtà ci tengono prigionieri. Davanti c’è l’ignoto. Ma è un ignoto abitato da Dio. «Il Signore combatteva per Israele» (Es 14,25). Non sempre lo vediamo, ma Lui è lì.

Ogni crisi nella vita di coppia è un Mar Rosso. Può diventare il luogo in cui l’amore si spegne, oppure il luogo in cui l’amore si purifica, si rafforza, si rende adulto. Può renderci più schiavi della paura oppure più liberi. Può farci chiudere oppure aprire a una fiducia più profonda. Nella prova emergono le vere radici dell’amore: se è fondato solo sul bisogno, si spezza; se è fondato sul dono, attraversa.

Il Cantico ci dice una cosa sconvolgente: se scegliamo di attraversare insieme le grandi acque, nulla potrà spegnere quell’amore. Non perché diventiamo invincibili, ma perché diventiamo affidati. Non perché diventiamo forti da soli, ma perché smettiamo di essere soli. Gesù stesso lo conferma: «Nella vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,19). Non nella fuga, non nell’evitamento, ma nel restare, nel camminare, nel fidarsi.

E qui la testimonianza di Chiara Corbella diventa una delle incarnazioni più luminose di questa Parola. Lei ha conosciuto davvero le grandi acque. Ha seppellito due figli. Ha attraversato il dolore più grande che una madre possa vivere. Eppure non si è lasciata travolgere. Ha lasciato il suo Egitto. Ha attraversato il suo mare. Parlando del piccolo Davide, scrive parole che sono un Vangelo vissuto:

«Davide ha abbattuto il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui.
Ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio per noi, perché lui era solo per Dio.
Ha smascherato la fede magica di chi chiede a Dio solo ciò che corrisponde ai propri desideri.
Ha mostrato che Dio fa miracoli, ma non secondo le nostre logiche.
Ha abbattuto l’idea di chi cerca in Dio solo la salvezza del corpo e non quella dell’anima
».

Davide, vissuto pochi minuti, ha attraversato le grandi acque prima ancora di noi. E attraverso di lui Chiara e suo marito hanno imparato che l’amore non è possesso, non è pretesa, non è diritto. È offerta. Le grandi acque non hanno spento il loro amore. Lo hanno reso più nudo, più vero, più consegnato a Dio.

E allora questa Parola oggi parla a noi, alle nostre coppie, alle nostre famiglie. Verranno le acque. Verranno i momenti in cui ti sembrerà di non farcela. Verranno i giorni in cui pensi che l’amore sia finito. Ma se scegli di restare, se scegli di camminare, se scegli di affidarti, scoprirai che l’amore è più forte di quello che ti spaventa. «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). E se è più forte della morte, allora è più forte anche di tutte le acque che incontreremo lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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Intimità e Sacralità: La Fiamma dell’Amore Coniugale

Nei versetti che approfondiamo con questo capitolo per la prima volta in tutto il Cantico viene citato il Signore. Come a mettere la Sua firma. Siamo infatti verso la fine. E si parla di passione, di vampe di fuoco, di fiamma. Perchè così è l’amore di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!

Queste parole arrivano quasi alla fine del Cantico dei Cantici. È come se, dopo un lungo cammino dentro il mistero dell’amore umano, la Scrittura decidesse di mostrare l’ultima verità: l’amore autentico non è tiepido, non è neutro, non è una via di mezzo. L’amore brucia. E brucia sul serio.

1. Amore e passione: non un sentimentalismo, ma una forza

Il testo non parla più semplicemente di “amore”, ma di “passione”. Alcuni esegeti rendono il termine con “gelosia ardente”, quasi a dire che l’amore vero non resta indifferente, non osserva da lontano. L’amore prende posizione. Sceglie. Rimane. La Bibbia non ha paura di usare immagini forti. Gesù stesso, nel libro dell’Apocalisse, dice:

«Poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo,
sto per vomitarti dalla mia bocca.»
(Ap 3,16)

L’amore non tollera la tiepidezza. O scalda… o non è amore. E qui c’è una prima grande verità psicologica: il cuore umano è fatto per relazioni totali, non parziali. Chi ama “un po’” non ama: usa, controlla, trattiene. La persona, per essere viva, ha bisogno di un amore che coinvolga corpo, mente, emozioni, scelte, futuro. Per questo la Scrittura dice: «le sue vampe sono vampe di fuoco». Un fuoco che non distrugge, ma trasforma.

2. Il fuoco dello Spirito: la Trinità dentro l’amore umano

Non è un caso che la Bibbia associ l’amore al fuoco. Lo Spirito Santo, l’Amore tra il Padre e il Figlio, si manifesta come fiamma: «Apparvero loro lingue come di fuoco» (At 2,3). E quando Mosè incontra Dio, lo vede in un roveto che brucia senza consumarsi (Es 3,2). Il fuoco di Dio non distrugge: illumina, purifica, scalda, attira.

Allo stesso modo, l’amore tra gli sposi è chiamato a bruciare senza bruciare: a consumarsi senza consumare l’altro. Questo è un punto teologico meraviglioso: l’amore umano, quando è vissuto nella verità, partecipa dell’amore di Dio stesso.

Per questo, alla fine del Cantico, appare finalmente il nome di Dio: è come se il Signore mettesse la firma su tutto il poema. Tutto ciò che gli sposi si sono detti, cercati, scambiati — desiderio, abbracci, sguardi, baci, unione dei corpi — è via attraverso cui Dio stesso si rivela. Sì: l’amore umano parla di Dio.

3. Il matrimonio: un sacramento che passa attraverso i gesti quotidiani

Se guardiamo questo testo con uno sguardo psicologico, capiamo che l’amore non vive solo di emozioni. Vive di gesti concreti: cura, tenerezza, ascolto, verità, rispetto dei tempi dell’altro.

Quando un marito abbraccia sua moglie con dedizione, senza pretendere nulla, lì passa una scintilla del fuoco divino. Quando una moglie accoglie la vulnerabilità del marito senza giudicarlo, Dio si fa presente. Quando gli sposi vivono la loro intimità come dono, e non come ricerca di piacere egoistico, lì l’amore si fa fiamma che illumina tutto.

Ogni gesto di amore coniugale — psicologicamente sano (libero) e teologicamente vero — è gesto sacro. «Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1Cor 6,20).Lo dice la Scrittura: non c’è niente di banale nel nostro corpo. Tutto è luogo di rivelazione.

4. L’intimità fisica: la fiamma che rende visibile Dio

Arriviamo a un punto spesso frainteso. Quanti dicono che la Chiesa è contraria al sesso! E quanti cristiani, al contrario, vivono l’unione fisica come una concessione, quasi un “male necessario” alla procreazione. In realtà, il Cantico e tutta la Bibbia raccontano l’opposto. L’unione fisica degli sposi è un sacramento vissuto nel corpo. È Eucaristia domestica. Non perché sia “santa” in modo puritano, ma perché è vera, concreta, carnale, ardente. Perché è un gesto di dono totale: io mi consegno a te, e tu a me.

Quando due sposi si uniscono con amore, libertà e verità, riattualizzano il sacramento del matrimonio. Rendono presente Dio nella loro carne. E psicologicamente? L’intimità vissuta così nutre i livelli più profondi della persona:

  • il bisogno di appartenenza,
  • il bisogno di intimità profonda
  • il bisogno di sicurezza,
  • il bisogno di fiducia,
  • il bisogno di essere visti e scelti.

È un gesto che genera vita anche quando non genera un bambino: genera vita morale, vita emotiva, vita spirituale, vita relazionale. È per questo che la Chiesa chiama gli sposi “ministri del sacramento”: sono loro che lo celebrano, nella vita reale, nella casa, nella carne.

5. L’amore come via di salvezza

Il Cantico dice: «È una fiamma del Signore». Non è metafora. È teologia pura. L’amore degli sposi non è solo per loro. È luce nel mondo. È annuncio. È profezia.

Quando una coppia vive il proprio amore in modo autentico — tra dialoghi, incomprensioni, perdono, tenerezza, ripartenze — sta mostrando al mondo come ama Dio.
Sta compiendo una missione. Sta diventando sacramento vivente. E allora comprendiamo una cosa enorme: l’amore umano, vissuto bene, porta in sé la forza della salvezza.

Il figlio che nasce da un amplesso d’amore è una creatura che viene da Dio attraverso gli sposi. Il matrimonio non è solo simbolo della Trinità: è collaborazione con la Trinità.

Il roveto di Mosè arde senza consumarsi. Così è l’amore quando è vissuto nella verità. Non distrugge. Non brucia l’altro. Non annulla la libertà. Non svuota la persona. È un amore che arde e fa ardere. È una fiamma del Signore dentro la carne umana.

Ogni sposo e ogni sposa è chiamato a custodire questa fiamma, a ravvivarla, a celebrarla, a viverla con rispetto, con coraggio, con verità. Perché in quella fiamma passa Dio. Perché in quella fiamma si rivela il cielo. Perché quella fiamma — l’amore — è la via nella quale Lui ha deciso di farsi trovare.

Antonio e Luisa

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Le tre morti che fanno vivere l’amore sponsale

Prima di proseguire con i versetti dell’Epilogo ci preme approfondire un concetto importante: quello di morte – non quella fisica tranquilli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una morte silenziosa che nessun corso prematrimoniale riesce a spiegare fino in fondo: la morte necessaria che ogni sposo e ogni sposa devono attraversare se vogliono vivere un amore maturo. Non è la morte che si oppone all’amore, ma quella che ne diventa conseguenza. Perché solo morendo a certe parti di me posso rinascere come marito e come padre, come moglie e come madre.

Gesù lo dice con una chiarezza disarmante: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). E nel matrimonio questo versetto diventa metodo quotidiano: se voglio trovare la mia vita insieme a te, devo accettare di perdere qualcosa di me.

La verità è che ogni matrimonio passa attraverso fasi psicologiche naturali, sane, necessarie.
C’è la fase dell’innamoramento, dove proiettiamo sull’altro il “meglio di noi” e viviamo come se tutto fosse semplice. È la fase in cui io vedo in te quasi un “angelo custode” fatto su misura per me. Poi arriva la fase della disillusione, quando l’altro si rivela diverso da come lo avevo immaginato e io scopro che l’amore non è un sentimento, ma un lavoro. Infine c’è la fase della scelta adulta: quella in cui capisco che posso amare solo se accetto di cambiare, di rinunciare, di crescere. È qui che entrano in gioco le tre morti del matrimonio: tre passaggi interiori che trasformano la coppia da due innamorati a due sposi veri.

1. Morire al mio egoismo: dall’innamoramento alla scelta dell’altro

La prima morte è la più complessa perché tocca ciò che di più infantile abita in noi: l’egoismo strutturale con cui nasciamo tutti. All’inizio della relazione questo egoismo è mascherato. Quando sono innamorato, tutto mi viene spontaneo: ascoltarti, essere gentile, rinunciare, sorridere. Perché?

Perché in fondo, senza accorgermene, sto ancora cercando la mia gratificazione. Sono spinto dal desiderio, dall’entusiasmo, dal bisogno di essere amato. Ma quando la fase dell’illusione svanisce, emerge la parte vera: chi sono quando non ho più gratificazione immediata?

È lì che nasce la morte dell’egoismo. Significa imparare a leggere le situazioni non più con il metro del “mi conviene?”, ma del “ci fa bene?”. Gesù lo ricorda con forza: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). E il mio “più piccolo” non è un gruppo generico di persone: è mia moglie, è mio marito. L’altro, proprio quello con cui vivo ogni giorno.

Ricordo bene quando, anni fa, correre con un’amica stava diventando qualcosa di pericoloso. Non era successo nulla. Ma i segnali c’erano. Dentro di me si apriva quella tensione sottile tra il desiderio di piacere e la coscienza che stavo entrando in un territorio che avrebbe devastato tutto. Avrei potuto concedermi un piacere immediato. Ma poi? Avrei perso tutto ciò che conta.

Ho scelto la via più umile: fuggire. Come Giuseppe davanti alla moglie di Putifarre (Gen 39,12). Ho scelto di rinunciare prima che fosse troppo tardi. Quella rinuncia ha nutrito il nostro matrimonio più di mille gesti romantici. Perché l’amore vero non sempre si vede. Spesso è ciò che non facciamo.

2. Morire al mio orgoglio: dalla disillusione alla relazione vera

La seconda morte è quella dell’orgoglio. Il passaggio che avviene nella fase di disillusione, quando ci accorgiamo che l’altro non è come lo avevamo idealizzato. All’inizio vedo in te la parte più bella. Poi arrivano le prime frustrazioni:

  • “Non mi capisce.”
  • “Non è come me.”
  • “Sbaglia.”
  • “Mi ferisce.”

E l’orgoglio si alza come un muro invisibile. L’orgoglio è la parte di noi che vuole avere sempre ragione, che non sopporta critiche, che vive ogni divergenza come un attacco personale. È quella voce interiore che dice: “Lui deve cambiare”, “Lei deve capire”. San Paolo, quando descrive l’amore, non parla di emozioni. Dice: «L’amore non si gonfia» (1Cor 13,4). Ecco: l’orgoglio gonfia. L’amore sgonfia.

Morire al mio orgoglio significa accettare che anch’io sono fragile. Che io non sono migliore. Che l’altro non mi deve nulla. È un passaggio psicologico essenziale: dalla relazione simmetrica (“io valgo più di te”) alla relazione adulta (“siamo entrambi limitati e ci scegliamo lo stesso”).

Nella coppia tutto cambia quando capiamo che non è importante vincere, ma restare uniti.
La famiglia non è un tribunale dove qualcuno deve essere assolto. È un luogo in cui entrambi possiamo sbagliare, chiedere scusa, ricominciare.

3. Morire alla mia volontà: dalla dipendenza alla libertà reciproca

La terza morte è la più adulta: morire alla mia volontà. È il passaggio che permette alla coppia di entrare nella fase matura: quella dell’autentica intimità. Non intimità fisica — quella è solo un linguaggio. Ma intimità psicologica: quando so accettare che tu sei diversa da me e non ho bisogno che tu sia come vorrei.

Questa morte riguarda il bisogno di controllo. Il desiderio che tutto funzioni secondo i miei piani. La pretesa che l’altro soddisfi le mie aspettative. Gesù nel Getsemani dice: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Lc 22,42). Non è rassegnazione: è affidamento. È la scelta di credere che l’Amore costruisce qualcosa anche quando non lo capisco.

Morire alla mia volontà significa riconoscere che:

  • ho quel lavoro, e lì posso amare;
  • ho quella famiglia, e lì posso servire;
  • ho quella storia, e lì posso crescere;
  • ho quella sposa, con i suoi limiti e i suoi doni, e lì posso diventare santo.

La tua diversità non è un fastidio: è la strada attraverso cui Dio mi educa, mi purifica, mi libera. È così che la coppia passa dalla fase di dipendenza (“ho bisogno che tu sia così”) alla fase adulta (“ti amo nella tua libertà”).

La grande rinascita

Le tre morti — dell’egoismo, dell’orgoglio e della volontà — non tolgono nulla. Creano spazio. Sono le morti che permettono alla coppia di passare:

  • dall’illusione all’amore realistico,
  • dalla fusione infantile alla comunione adulta,
  • dal “ti amo perché mi fai stare bene” al “ti amo perché insieme cresciamo”.

Gesù usa un’immagine potentissima: «Se il seme non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Quello che muore in noi — l’egoismo, la pretesa, la superbia — diventa terreno fertile. Diventa spazio per l’Amore. Diventa il modo concreto con cui, ogni giorno, diventiamo sposi. Perché alla fine solo chi sa morire…sa amare davvero.
Antonio e Luisa

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Come l’Amore Supera la Morte

In questo capitolo affronteremo dei versetti che ci introducono nel mistero dell’amore e della morte. L’amore, come la morte, è mistero divino: travolge, purifica e, scelto ogni giorno, diventa più forte della morte stessa. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Ci sono parole della Scrittura che, ogni volta che le ascolti, sembrano non finire mai di scavare dentro. Una di queste è: Forte come la morte è l’amore (Ct 8,6). Da sempre mi colpisce questa frase. Mi sarei aspettato di leggere “più forte della morte”, e invece no. Il testo sacro non dice che l’amore la vince, ma che le è pari. Perché?

Forse perché l’amore, come la morte, è una realtà che l’uomo non può dominare. Ci travolge, ci supera, ci porta in un altrove che non controlliamo. La morte e l’amore sono due abissi che ci mettono davanti al mistero di Dio. Sono due soglie. La prima ci conduce a Lui attraverso la fine, la seconda attraverso la donazione.

L’amore non è di questo mondo

Nel Cantico dei Cantici, l’uomo e la donna cercano paragoni per descriversi: il giardino, la colomba, la torre, il profumo, il vino. Tutte immagini terrene, concrete, che però a un certo punto non bastano più. L’amore va oltre le cose, oltre i corpi, oltre la natura. L’amore non appartiene al mondo: viene da Dio. San Giovanni lo dirà in modo chiarissimo: Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (1Gv 4,8).

Ecco perché ogni amore autentico è un varco aperto sul divino. È un’esperienza di limite e di infinito insieme. Ci ricorda che siamo fatti per amare, ma non per possedere. Per dare, ma non per dominare. Per unire, ma non per cancellare l’altro.

“Ti amo” significa “voglio che tu viva per sempre”

C’è un’etimologia antica, forse non filologicamente perfetta ma spiritualmente potentissima: amore come a-mors, cioè “senza morte”. Ogni volta che diciamo “ti amo” a nostro marito o a nostra moglie, stiamo in fondo dicendo: voglio che tu viva per sempre. Non che tu non muoia nel corpo, ma che tu non muoia mai nel mio cuore.

Questo è straordinario: l’amore diventa il luogo dove l’altro può continuare a vivere, anche quando delude, anche quando cade, anche quando si allontana. Perché l’amore vero non cancella, non riscrive, ma custodisce. È la scelta di non lasciar morire l’altro dentro di me.

In termini psicologici, è la maturità dell’Adulto che sceglie di non farsi guidare dalle emozioni immediate — la rabbia, la paura, l’orgoglio — ma da una decisione profonda e libera: restare fedele al legame che abbiamo scelto.

L’amore come cammino di guarigione

Quando nel matrimonio attraversiamo la fatica, la noia, i malintesi, non stiamo semplicemente vivendo un “problema di coppia”. Stiamo toccando il mistero stesso della redenzione. Ogni conflitto diventa un crocevia tra due forze: l’amore e la morte. Da una parte c’è la tendenza a chiudersi, a difendersi, a punire. Dall’altra, c’è la possibilità di aprirsi, di perdonare, di ricominciare.

Ogni volta che scegliamo di ricucire invece che accusare, l’amore dentro di noi diventa più forte. Ogni volta che rinunciamo a “vincere” per restare in comunione, l’amore cresce di potenza spirituale. È la stessa logica del Vangelo: Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà (Lc 9,24). Nel matrimonio, amare significa perdere un po’ di sé per salvare l’altro, e così salvare il noi. È morire a qualcosa per far nascere qualcosa di nuovo.

Quando l’amore diventa più forte della morte

Allora perché il Cantico non dice che l’amore è più forte della morte? Perché di per sé non lo è. È solo con la nostra libera scelta che può diventarlo. Don Carlo Rocchetta, citando Chouraqui, scrive: Eccoli l’uno di fronte all’altro, questi eterni nemici, l’amore e la morte. Sulla bilancia dell’eternità hanno entrambi lo stesso peso. La libera scelta situa l’uomo di qua o di là, nella luce dell’amore o nell’ombra della morte.

In altre parole: tutto dipende da dove scegliamo di stare. L’amore e la morte hanno la stessa forza, ma solo l’amore scelto consapevolmente, custodito nella grazia, può spezzare l’equilibrio e vincere. Ogni giorno, in ogni gesto — una carezza, un perdono, una parola detta o taciuta — noi scegliamo da che parte inclinare la bilancia.

L’amore coniugale e il mistero dello Spirito

Nel Sacramento del matrimonio, lo Spirito Santo entra dentro questa lotta tra amore e morte. E non come spettatore. Lui diventa il collante invisibile che tiene uniti gli sposi anche quando l’amore umano sembra esaurito. Il legame coniugale cristiano non è solo una promessa morale: è una realtà spirituale. Lo Spirito, dice la teologia, saldando i cuori, unisce i due in un solo amore per Dio. E quando uno dei due non ce la fa più, l’altro può amarlo con la forza che viene da Cristo.

È un mistero bellissimo: i meriti di uno diventano grazia per l’altro. L’amore di uno può sostenere la fede, la speranza e perfino la salvezza dell’altro. Così il matrimonio diventa una piccola chiesa domestica dove la redenzione continua a compiersi, giorno dopo giorno. San Paolo lo dice in modo mirabile: Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo (Gal 6,2).

Il miracolo quotidiano

Amare nel matrimonio non è solo un sentimento, ma una forma di ascesi. È il luogo dove si impara a morire al proprio egoismo per lasciar vivere l’altro. Ogni “ti amo” detto sinceramente è una piccola risurrezione, un anticipo di eternità.

Quando due sposi scelgono di restare uniti anche nella notte della crisi, quando continuano a pregare insieme, a parlarsi, a perdonarsi, stanno affermando — con la vita — che l’amore è davvero più forte della morte. Non per merito loro, ma perché dentro quell’amore c’è Dio.

Ed è solo lì che la parola del Cantico si compie: Forte come la morte è l’amore. Ma, nella luce di Cristo, possiamo aggiungere: e più forte della morte diventa, quando amiamo fino in fondo.

Antonio e Luisa

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Mettimi come sigillo sul tuo cuore

Siamo arrivati agli ultimi versetti del Cantico dei Cantici, e come accade spesso nella Scrittura, è la donna a chiudere la storia. Non l’uomo, ma la donna. È lei la voce che resta, il canto che rimane sospeso nell’aria dopo che tutto sembra già detto. È lei a pronunciare l’ultima parola sull’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Già questo è un capovolgimento rispetto alla Genesi. Là era stata la donna ad aprire la storia del peccato, a dare inizio al disordine del mondo. Qui, invece, la donna apre la porta della redenzione, canta l’amore come Dio lo aveva pensato all’inizio, puro e libero, fedele e fecondo. Nel Cantico l’amore umano viene restituito alla sua bellezza originaria, quella che il peccato aveva oscurato ma che la grazia può far rinascere. È una prefigurazione dell’opera di Cristo, che attraverso il suo amore totale e fedele riconduce l’umanità alla comunione con Dio.

L’uomo, nei versetti precedenti, aveva già riconosciuto: Tu sei l’amore. È come se, dopo aver scoperto il mistero, cedesse la parola a lei. Perché solo chi ama davvero può dire cosa sia l’amore. E la donna, che per natura accoglie e custodisce la vita, sa parlarne con un linguaggio che nasce dal corpo e dal cuore insieme. È lei a pronunciare le parole più celebri e più vere: Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio. (Ct 8,6)

Il sigillo è un’immagine fortissima. Nel mondo antico, il “sigillo” era il marchio impresso per indicare un’appartenenza. Serviva nei campi, per segnare gli animali di un gregge, ma anche nell’esercito, per indicare i soldati di un medesimo re. Chi portava quel segno, diceva con la sua vita: Io appartengo. Era un segno di identità, di fedeltà, di solidarietà.

Quando l’amata dice mettimi come sigillo, sta dicendo qualcosa di molto più profondo di un semplice “ti amo”. Sta chiedendo di entrare nell’intimità più profonda dell’altro: nel cuore, dove abitano i sentimenti e le scelte; e sul braccio, dove si manifestano le azioni. È come dire: Voglio essere presente nei tuoi pensieri e nelle tue opere, nel tuo mondo interiore e nel tuo agire quotidiano. Voglio che il tuo amore per me guidi il tuo cuore e le tue mani.

Nel linguaggio della coppia questo versetto tocca il nucleo più profondo della vocazione sponsale: diventare una sola carne (Gen 2,24). È la stessa dinamica che san Paolo esprimerà in termini spirituali: Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (Gal 2,20). L’amore umano, quando è vero, ha dentro di sé questa stessa logica: non sono più io che vivo solo per me, ma tu vivi in me e io in te. È l’amore come comunione, come dono reciproco, come vita condivisa.

Ogni coppia sperimenta quanto questo sia esigente. L’amore non si mantiene vivo da solo: ha bisogno di essere nutrito, custodito, rinnovato. E per farlo, è necessario un continuo movimento interiore di decentramento: uscire dal proprio ego per fare spazio all’altro. È il passaggio più difficile e più fecondo di ogni relazione. Quando ci sentiamo feriti, o non riconosciuti, la tentazione è quella di chiuderci, di difenderci. Ma l’amore maturo — quello di cui parla il Cantico — è un amore che non reagisce in base all’umore o all’istinto. È un amore che sceglie, che sa restare. E questa capacità di restare, di amare anche quando non si riceve immediatamente in cambio, è segno di una maturità affettiva e spirituale che solo la grazia può rendere stabile.

Nella prospettiva psicologica, l’immagine del sigillo ci parla anche di identità e sicurezza. Chi ama veramente non teme di “appartenere”. Solo chi ha un sé stabile, riconciliato, può donarsi senza paura di perdersi. Il sigillo non è un marchio di possesso che limita, ma un segno di fiducia che libera. L’amore che si fa alleanza non imprigiona, ma radica. È la differenza tra dipendenza e appartenenza: nella prima ci si perde, nella seconda ci si ritrova.

Il cuore e il braccio: due luoghi simbolici che racchiudono tutta la persona. Il cuore rappresenta l’interiorità, i sentimenti, la memoria, la coscienza. Il braccio rappresenta la forza, l’azione, la concretezza della vita quotidiana. Quando l’amata chiede di essere “sigillo” su entrambi, chiede di essere parte di tutto: del pensare e del fare, dell’amare e del lavorare, della preghiera e della fatica. È un’immagine totalizzante, ma non invadente: è la pienezza della comunione, dove l’altro non viene assorbito ma accolto.

“Le grandi acque non possono spegnere l’amore, né i fiumi travolgerlo.” (Ct 8,7)

L’amore autentico, quello che nasce da Dio, non è un sentimento passeggero. È un fuoco che brucia senza consumare, come quello del roveto ardente davanti a Mosè. È la presenza stessa di Dio dentro la relazione. Per questo l’amata può dire: mettimi come sigillo, perché l’amore vero diventa sacramento, segno visibile di una realtà invisibile. Nel matrimonio cristiano, questo versetto trova la sua pienezza: l’uomo e la donna diventano segno dell’amore di Cristo per la Chiesa (Ef 5,32). In questo senso, ogni gesto di tenerezza, ogni fedeltà quotidiana, ogni perdono diventa un frammento di eternità.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore significa anche: Ricordami quando non mi vedrai. Custodiscimi dentro di te, perché l’amore non è solo vicinanza fisica, ma memoria viva. È ciò che permette di restare uniti anche quando le prove della vita — il tempo, la malattia, la fatica — tentano di separare.

Alla fine del Cantico, l’amore umano non è più solo desiderio o eros, ma diventa agape: dono di sé, pienezza di relazione. È un amore fedele, indissolubile, fecondo. Non perché perfetto, ma perché redento. È l’amore che dice ogni giorno: Tu sei il mio sigillo, e io sono il tuo. Ecco il cuore del messaggio: l’amore, quando è vero, diventa sigillo di Dio impresso nella carne degli sposi. È il luogo dove la fragilità umana incontra la forza della grazia, dove la promessa non è solo un patto tra due, ma un’alleanza a tre: l’uomo, la donna e Dio.

Antonio e Luisa

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Sotto il melo ti ho svegliata

Nei versetti di questo capitolo il Cantico dei Cantici canta la donna. Nell’amore la donna si risveglia, accoglie, genera e dona vita. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Sotto il melo ti ho svegliata; là dove ti concepì tua madre, là dove ti concepì colei che ti ha partorito. (Ct 8,5)

C’è un’intimità profonda in queste parole del Cantico dei Cantici. Sono parole che toccano il cuore della femminilità, un inno alla donna vista non come oggetto, ma come mistero e presenza viva d’amore. Il melo, nella Bibbia, è l’albero dell’amore. Non a caso, la tradizione artistica ha rappresentato il “frutto proibito” di Adamo ed Eva proprio come una mela: simbolo del desiderio, dell’unione, dell’apertura di sé all’altro.

Ma nel Cantico il frutto non è più “proibito”: è benedetto. È l’amore che salva, quello che fa crescere, che risveglia la vita. Sotto il melo ti ho svegliata significa: nell’amore ti ho fatto scoprire chi sei. Nell’incontro autentico, la donna si risveglia a se stessa. Non perché l’uomo le dia un’identità, ma perché, nel suo sguardo di meraviglia, lei impara a vedersi bella, degna, viva.

Il risveglio dell’essere amati

Ogni relazione autentica nasce quando smettiamo di difenderci. L’amore vero non è il luogo del giudizio, ma della rivelazione: tu sei preziosa ai miei occhi. È questo lo sguardo che trasforma, che risveglia. E nella prospettiva psicologica – anche se non lo diciamo apertamente – è lo sguardo del “Genitore affettivo”: quello che non chiede di meritare, ma accoglie, nutre, valorizza. La donna del Cantico si risveglia non davanti a un giudice, ma davanti a un amante che la guarda con stupore. È quel tipo di amore che libera, che non schiaccia, che ti fa sentire intera. Solo quando una persona si sente davvero accolta, può a sua volta accogliere.

Nel linguaggio del corpo, la donna esprime questa accoglienza in modo unico: non come debolezza, ma come forza che genera. Essere accogliente non significa essere vulnerabile.
Significa essere consapevole di custodire un dono, di essere spazio in cui la vita si apre, in cui l’altro può sentirsi a casa.

Là dove ti concepì tua madre

Questa frase ci riporta al mistero della generazione. Nel momento in cui la donna scopre sé stessa nell’amore, ritrova anche la sua radice più profonda: la capacità di dare la vita. Non solo biologicamente, ma spiritualmente. Ogni donna, quando ama, genera vita attorno a sé.
Il suo grembo, fisico e simbolico, diventa il luogo in cui qualcosa può nascere: un figlio, un sogno, una speranza, una guarigione.

Nella società di oggi, la maternità è spesso presentata come un ostacolo alla realizzazione personale. Eppure, il Cantico dei Cantici la canta come la più alta forma di pienezza: Là dove ti concepì tua madre – come a dire: Là dove la vita ti è stata donata, lì sei tornata a scoprire chi sei.

Nel corpo della donna, Dio ha scritto la grammatica dell’amore: accogliere, custodire, generare. Non c’è nulla di passivo in questo, ma una forza creativa immensa. Il grembo femminile è il primo santuario della vita. Lì, dove tutto sembra buio, si forma una luce. E quella luce porterà il nome di un figlio, di una creatura nuova, di una promessa di futuro.

Là dove ti concepì colei che ti ha partorito

La terza immagine è la nascita. Il mistero dell’amore non si chiude su sé stesso, ma si apre al mondo. Ogni nascita è un atto di speranza: un “sì” alla vita nonostante tutto. È come se Dio, attraverso ogni madre, dicesse di nuovo: «Sia la luce.» E anche qui, il Cantico parla dell’amore come di un’esperienza che fa nascere. Quando una coppia vive la propria intimità nella verità, senza maschere e senza egoismo, qualcosa nasce. Nasce una nuova consapevolezza di sé, dell’altro, di Dio. L’amore coniugale diventa così un luogo teologico: un piccolo tempio dove si manifesta la presenza di Dio.

Per questo l’uomo del Cantico canta la donna. Non la domina, non la riduce a possesso, ma la contempla con stupore: In te, amata mia, c’è il luogo dell’amore e la sorgente della vita. È la stessa contemplazione che ogni uomo è chiamato ad avere verso la donna che ama: riconoscerla come dono, come luogo santo, come rivelazione del volto materno di Dio.

Maria, la più umile e la più alta

In queste parole il pensiero non può che andare a Maria, la donna che si è fatta grembo per dare alla luce il Figlio di Dio. Dante la chiama la più umile e la più alta di tutte le creature. In lei si compie pienamente ciò che il Cantico annuncia: la donna che accoglie, che genera, che dona al mondo la Vita stessa. La Genesi ricorda che “partorirai con dolore”, ma nel Cantico il dolore è trasfigurato: non è più maledizione, ma partecipazione alla creazione di Dio. La maternità non è più un peso, ma un canto. Papa Francesco ha affermato: La donna è l’armonia del creato. È il grande dono di Dio, capace di portare armonia nel mondo. Mi piace pensare che Dio abbia creato la donna perché noi tutti avessimo una madre. È la donna che ci insegna ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella.

La gratitudine di essere donna

Essere donna oggi non significa rinunciare ai propri talenti o alla propria realizzazione. Significa portare, in tutto ciò che si fa, quella sapienza del cuore che è solo femminile. Come scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera alle donne (1995): Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica… per l’indispensabile contributo che dai a una cultura capace di coniugare ragione e sentimento.

Il mondo ha bisogno di donne che sappiano ancora accarezzare, generare, custodire. Di donne che sappiano dire “eccomi” alla vita, come Maria, come la sposa del Cantico, come ogni moglie che, accogliendo il proprio sposo, ridice con il corpo e con il cuore: Sotto il melo mi hai svegliata, e lì ho scoperto di essere viva.

Antonio e Luisa

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Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

Iniziamo con questo capitolo l’ultima parte del Cantico dei Cantici. La parte forse più bella e la parte più forte che rscchiude tutta la potenza dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto?

L’Epilogo del Cantico dei Cantici è come l’ultima nota di una sinfonia: racchiude tutto il cammino percorso, ma lo apre anche a un orizzonte nuovo. Quelle parole — Chi è colei che sale dal deserto, appoggiata al suo diletto? — non descrivono solo un momento poetico, ma la sintesi di un’intera storia d’amore che, passando per il deserto, è diventata più vera, più umana e più divina.

Questo non è il racconto di Salomone e della Sulamita, ma la storia di ogni coppia che ha attraversato la prova e ha scelto di restare insieme. È la storia di Antonio e Luisa, ma anche quella di chi, leggendo queste righe, sente di essere ancora in cammino, con le mani strette a quelle del proprio sposo o della propria sposa.

Il deserto e la salita

Il deserto, nella Scrittura, è un simbolo ambivalente. È il luogo della solitudine e della fatica, ma anche quello dell’incontro e della rivelazione. Israele ha conosciuto Dio nel deserto; Gesù vi è stato condotto dallo Spirito per affrontare le tentazioni; e ogni amore autentico, prima o poi, deve passare di lì. Quando il Cantico dice che la sposa “sale dal deserto”, ci parla di un amore che ha conosciuto la prova e non è fuggito. È un amore purificato, che non cerca più soltanto l’emozione o la fusione, ma la comunione profonda che nasce dalla fedeltà.

Salire dal deserto significa camminare verso Gerusalemme, la città di Dio. Non a caso Gerusalemme è posta in alto, circondata da paesaggi aridi. L’immagine è potente: gli sposi camminano insieme verso la pienezza, verso la vita, verso Dio. Non sono più soli. Lei si appoggia a lui, ma anche lui si appoggia a lei. Entrambi escono dalla solitudine per diventare un “noi” che cresce nella prova. Il deserto rappresenta le fatiche quotidiane, le delusioni, le incomprensioni, le stagioni in cui non si sente più la passione dei primi tempi. Ma chi attraversa il deserto insieme scopre che l’amore non è fatto per essere perfetto: è fatto per essere fedele.

Appoggiarsi: il verbo dell’amore maturo

“Appoggiarsi” è un verbo semplice, ma racchiude un intero mondo relazionale. Appoggiarsi significa riconoscere di avere bisogno dell’altro, lasciarsi sostenere, accettare di non bastare a sé stessi. È la vittoria sull’orgoglio, il passaggio dall’amore romantico all’amore reale. La Bibbia ci ricorda: Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. (Gen 2,18)

L’aiuto non è un accessorio, ma una parte di sé. Quando ci appoggiamo al coniuge, riconosciamo che l’altro non è il nostro nemico, ma il nostro alleato. È colui o colei che ci permette di scoprire il volto di Dio dentro la nostra umanità. In questa immagine della sposa che risale dal deserto, sostenuta dallo sposo, si riflette il cammino di ogni matrimonio cristiano: un’alleanza dove la fragilità diventa forza, dove l’amore non elimina la fatica, ma la trasforma in un luogo di incontro.

Il deserto che entra in casa

Non serve andare lontano per trovarsi nel deserto. A volte entra nel cuore di casa, silenzioso, quando ci si sente svuotati, incompresi, quando la routine spegne la tenerezza e il dialogo si riduce a poche parole pratiche. Ci si ama ancora, ma non si sa più come dirlo. Anch’io ho conosciuto quel deserto. Prima del matrimonio e anche dopo. Ci sono momenti in cui ti senti mancare la forza, in cui ogni gesto quotidiano sembra pesare. A volte la famiglia appare più come un peso che come una gioia. È umano. Nessuno è immune da queste stagioni.

Ricordo un periodo particolarmente difficile: avevamo già Pietro e Tommaso, piccoli e pieni di vita. Io mi sentivo oppresso, inadeguato, prigioniero della responsabilità. Mi rifugiavo nel lavoro, nelle uscite, in tutto ciò che mi permettesse di fuggire dal disagio. A casa ero distante, freddo. Eppure, Luisa non ha smesso di starmi accanto. Non ha reagito con durezza, anche se ne avrebbe avuto motivo. Ha scelto di essere presenza silenziosa e forte, di farmi sentire che potevo ancora appoggiarmi a lei, anche se non lo meritavo.

Il caffè nel deserto

Un gesto, piccolo e semplice, ha cambiato tutto. Avevamo litigato, come capita a tante coppie. Me ne ero andato in camera, pieno di orgoglio e amarezza. Dopo qualche minuto, Luisa entrò. In mano aveva un caffè, e mentre lo teneva, continuava a girare il cucchiaino. Non disse nulla. Me lo porse, con dolcezza, e se ne andò.

Quel caffè è stato per me un sacramento dell’amore. In quel momento ho sentito tutta la forza di un amore che non chiede spiegazioni, che non misura chi ha ragione o torto, ma che sceglie di amare e basta. È stato come se Dio mi avesse parlato attraverso il gesto della mia sposa. Ho capito che l’amore vero non è fatto di parole grandi, ma di gesti piccoli e costanti. È fatto di caffè portati nel silenzio, di mani che si riaprono dopo una lite, di uno sguardo che perdona.

Come scrive San Paolo: L’amore tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (1Cor 13,7)

Quel gesto mi ha fatto crollare l’orgoglio. Ho sentito che, in quel momento, era lei la più forte. Mi ha insegnato che chi ama per primo non è debole: è il più libero. È stato il punto di svolta del mio deserto.

Uscire insieme dal deserto

Da allora ho capito che il matrimonio non è un traguardo, ma un cammino. Un continuo risalire dal deserto, un continuo appoggiarsi l’uno all’altro, un continuo lasciarsi guidare verso Gerusalemme, la città dell’incontro con Dio. L’amore cristiano è questo: due fragilità che diventano una forza, due libertà che imparano a camminare insieme. Non si tratta di non cadere mai, ma di rialzarsi sempre insieme.

Quando uno dei due vacilla, l’altro diventa bastone e sostegno. Quando entrambi sono stanchi, è Dio che li rialza. Meglio essere in due che uno solo, perché se cadono, l’uno rialza l’altro. (Qo 4,9-10)

Ecco allora la grande immagine finale del Cantico: una coppia che sale dal deserto, appoggiata. Non perfetta, ma perseverante. Non trionfante, ma fedele. Perché ogni coppia che sceglie di restare, di perdonare, di ricominciare, sta già salendo verso Gerusalemme, la città dove Dio abita tra gli uomini.

Antonio e Luisa

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“Sorella mia, sposa” – l’amicizia che fonda l’amore

Prima di proseguire con l’ultima parte del Cantico dei Cantici, vale la pena fermarsi su una parola che ricorre più volte: sorella. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). L’amato chiama così la sua sposa: “Sorella mia, sposa”. Non è un modo di dire poetico, ma una rivelazione. In quelle parole è custodito un segreto profondo sull’amore umano, che vale per ogni coppia, per ogni matrimonio.

L’amato non chiama la sposa “mia donna”, “mia amante”, “mia compagna”, ma “sorella”. È un linguaggio che ci disarma e ci eleva insieme. Significa che l’amore coniugale non può ridursi all’attrazione o all’innamoramento, ma si fonda su qualcosa di più profondo: un legame di amicizia. Un’amicizia che non nasce solo dalla simpatia o dalla condivisione, ma da una comunione interiore che coinvolge l’anima.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, scrive che “dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la più grande amicizia”. Un’amicizia che racchiude tutto ciò che rende belle le relazioni: la ricerca del bene dell’altro, la reciprocità, l’intimità, la tenerezza, la stabilità. Eppure, nel matrimonio, a tutto questo si aggiunge qualcosa di unico: l’indissolubilità. Non si tratta di una prigione, ma di un progetto comune, stabile, che dà alla vita una direzione. “Essi non sono più due, ma una carne sola” (Mt 19,6).

L’amore di amicizia

Gesù stesso ci ha insegnato che l’amore più grande è quello di amicizia: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. […] Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,13-15). Essere amici, allora, non è una condizione iniziale del matrimonio, ma un cammino. È un continuo conoscersi e scegliersi, ogni giorno, nel bene e nelle difficoltà. In un rapporto autentico, non serve mascherarsi o mostrarsi sempre forti: ci si può permettere di essere fragili, veri, sinceri.

Dal punto di vista umano e psicologico, l’amicizia coniugale nasce quando entrambi gli sposi si sentono accolti, non giudicati, liberi di mostrarsi. Ogni volta che la comunicazione diventa sincera, il cuore si apre e si costruisce fiducia. Ogni volta che uno dei due si sente ascoltato e non corretto, amato e non analizzato, l’amore cresce di radice.

La confidenza che costruisce la fiducia

È importante che il coniuge sia la prima persona a cui confidiamo le nostre paure, i nostri pensieri, le nostre gioie. Quando iniziamo a confidare emozioni o segreti ad altri, e non al nostro sposo o alla nostra sposa, si accende un piccolo campanello d’allarme: forse qualcosa si è incrinato nella fiducia.

Un consiglio agli uomini: quando vostra moglie vi racconta le sue giornate, i suoi pensieri, anche ripetendosi, non spazientitevi. Quel bisogno di raccontarsi è un segno di amore. Significa che vi considera il suo rifugio, il luogo più sicuro. Non cerca soluzioni, cerca ascolto. E l’ascolto, nel matrimonio, è la prima forma di tenerezza.

Il matrimonio, in fondo, è il luogo dove possiamo mostrarci per ciò che siamo, senza paura. È lo spazio dove le nostre ferite vengono accolte e non scartate. Dove siamo amati non per quello che facciamo, ma per quello che siamo. È lì che l’amore diventa una scuola di umanità.

Eros, agape e filìa

L’amore sponsale cristiano non è solo sentimento o passione. È un intreccio di tre amori:

  • Eros, la forza del desiderio che ci spinge verso l’altro;
  • Agape, la gratuità del dono che sa rinunciare a sé;
  • Filìa, l’amicizia che dà stabilità e dolcezza.

Quando queste tre dimensioni si uniscono, l’amore diventa pieno, maturo, fecondo. Ma mantenerle in equilibrio non è facile. Richiede vigilanza, preghiera e, soprattutto, Grazia.

L’amore come sfida e vocazione

L’amore sponsale cristiano è una sfida, perché chiede tutto. Ti chiede di donarti senza riserve, di perdonare, di ricominciare, di credere che l’altro valga sempre la pena. Ma è anche un’esperienza di cielo. Ogni volta che due sposi scelgono di amarsi nonostante tutto, lì passa Dio. È come se in quel momento si aprisse una finestra sull’eternità.

Gesù, parlando del matrimonio, non lo definisce mai un compromesso umano, ma un mistero divino: “Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,6). Quando i discepoli ascoltano queste parole, reagiscono con realismo: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”. E Gesù risponde: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso” (Mt 19,10-11).

Ecco il punto: il matrimonio non si vive senza Grazia. Senza il dono del Sacramento, rischiamo di arrenderci alla cultura del “provvisorio”, quella che preferisce l’emozione all’impegno, il piacere alla fedeltà, l’io al noi.

Un amore che somiglia a Dio

Dio ha creato l’uomo e la donna “a sua immagine” (Gen 1,27). Non solo per generare vita, ma per rivelare qualcosa del Suo amore. Ogni volta che due sposi si scelgono, si perdonano, si abbracciano dopo una fatica, mostrano al mondo un frammento del volto di Dio. È in quel “sorella mia, sposa” che risplende il sogno originario del Creatore: un amore fatto di amicizia, di libertà e di dono reciproco.

Il matrimonio, vissuto nella fede, diventa così un santuario. Un luogo dove Dio abita, parla, educa. E dove due persone imparano, passo dopo passo, ad amarsi come Lui ci ha amati: non per bisogno, ma per scelta.

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L’amore che sa aspettare il tempo di Dio

L’amore che attende non è un amore spento o trattenuto. È l’amore che sa aspettare il tempo di Dio, che non brucia in fretta ma si lascia purificare e maturare. Il Cantico dei Cantici ci racconta questa attesa fatta di desiderio e di fiducia: l’amata arde d’amore, ma sceglie di custodire il suo desiderio finché diventa dono.Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Oh, se tu fossi un fratello per me, allattato al seno di mia madre! Incontrandoti per strada ti potrei baciare e nessuno potrebbe disprezzarmi…

L’ultimo canto del Cantico dei Cantici è forse uno dei più intensi di tutta la Scrittura. L’amata parla con un linguaggio pieno di passione, di desiderio, di attesa. Ma, dietro la poesia, c’è una verità profonda sull’amore umano e sul suo compimento.

Questi versi erano cantati nei matrimoni e parlano di una coppia di promessi sposi, non ancora uniti nella loro intimità. Erano ancora nel tempo dell’attesa, in quell’anno che separava la promessa nuziale dal matrimonio vero e proprio. Un tempo sospeso, fatto di sguardi, sogni, desiderio… e autocontrollo.

Nell’Israele antico, prima delle nozze, non erano permesse effusioni affettive. L’amata sa che non può ancora toccare, ma può desiderare. Brucia d’amore, ma sa che quell’amore deve essere custodito, perché ha un senso più grande.

Il desiderio che non brucia ma illumina

In queste parole della sposa risuona una tensione che tutti, in modi diversi, conosciamo: la tensione tra il desiderio e il tempo dell’attesa. È la stessa dinamica che attraversa ogni relazione umana: ciò che si desidera profondamente, per diventare fecondo, ha bisogno di tempo.

In psicologia diremmo che l’“Adulto” interiore custodisce l’impeto del “Bambino”, senza spegnerlo. Non lo reprime, ma lo orienta. Anche nella coppia credente, la maturità affettiva nasce quando si impara a trasformare l’impulso in promessa, l’istinto in dono.

L’amata desidera baciare il suo sposo per strada, senza vergogna, ma riconosce che non è ancora il momento. È la libertà di chi sa attendere per amore, non per paura. L’amore vero, infatti, non è mai pretesa: è fiducia nel tempo di Dio.

Maria, la donna dell’attesa e del rischio

In questa donna del Cantico possiamo scorgere un’immagine di quella che sarà Maria di Nazaret, la giovane promessa a Giuseppe. Anche lei vive un tempo sospeso, un “quasi matrimonio”. E proprio lì, in quel tempo incompiuto, Dio entra nella storia.

Quando Maria dice “sì” all’angelo, si espone a tutto: alla perdita dell’onore, al giudizio, persino alla condanna. In un contesto dove una gravidanza prima delle nozze era punita con la lapidazione, Maria offre tutta sé stessa alla volontà di Dio.

Il suo “fiat” è un atto di fede coraggiosa e affettiva: non un atto intellettuale, ma una consegna d’amore totale. Come l’amata del Cantico, anche Maria attende, ma non da passiva: attende con il cuore aperto e pieno di fiducia. Maria è la donna dell’attesa operosa, della speranza attiva, della tenerezza che custodisce la vita prima ancora che nasca.” (Papa Francesco, Angelus 2015)

Il matrimonio: la tenda di Dio tra due cuori

Il desiderio dell’amata non è peccato, ma promessa. È come un fuoco che Dio ha messo nel cuore dell’uomo e della donna perché imparino a donarsi totalmente. Ma questa donazione ha bisogno di un “luogo sacro”: il matrimonio. Nel matrimonio cristiano, Dio pone la sua tenda nel “noi” degli sposi. Lo Spirito Santo salda i due cuori in una comunione reale: non sono più due, ma una carne sola (Mt 19,6).

Quando questo accade, anche il corpo diventa linguaggio teologico: la carezza, l’abbraccio, la tenerezza diventano segni della grazia. L’unione fisica degli sposi non è più solo gesto umano, ma rito d’amore, sacramento vissuto nella carne. Come scrive san Giovanni Paolo II nella Teologia del corpo: “L’uomo e la donna, unendosi nel matrimonio, partecipano al mistero dell’amore creativo di Dio. Nel loro dono reciproco, il corpo parla il linguaggio della verità.

Quando l’amore raggiunge questo livello di consapevolezza, l’intimità diventa casta. Non nel senso povero o negante che a volte si attribuisce alla parola, ma nel senso più pieno: pura, vera, integra. La castità non è assenza, ma pienezza. È la capacità di unire corpo e spirito in una sola intenzione d’amore.

Il vino aromatico e il succo di melograno

L’amata dice: «Ti farei bere vino aromatico e succo del mio melograno». Sono immagini simboliche, ma profondissime. Conferma quanto abbiamo già letto nei versetti precedenti. Il melograno è frutto fresco, vivo, pieno di semi: rappresenta la fecondità immediata, la gioia del primo amore, l’ebbrezza del desiderio. Il vino aromatico, invece, richiede tempo. Non nasce in un giorno. È l’amore che si affina, che sa aspettare, che diventa più buono col passare degli anni.

Nel linguaggio simbolico, possiamo dire che il vino è l’amore maturo, quello che attraversa le stagioni, le ferite, le prove. È il frutto del tempo e della fedeltà. È il passaggio dal “Bambino innamorato” al “Bambino libero e integrato”: non un amore che brucia e consuma, ma un amore che matura e costruisce. L’amore vero, come il vino buono, ha bisogno di tempo, di luce e di buio, di fermentazione e di pazienza. Non è mai istantaneo: nasce dal quotidiano, dalla scelta ripetuta di amare anche quando l’emozione si spegne.

L’abbraccio che non passa

La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.

Questo abbraccio racchiude tutta la tenerezza di Dio. È l’immagine dello sposo che sostiene e custodisce. La mano sotto il capo è il gesto di chi solleva, non schiaccia. È l’amore che sostiene la fragilità dell’altro. Nelle coppie di oggi, questo versetto ci ricorda che l’amore vero è sostegno reciproco, non possesso. È dire “sono qui” quando l’altro è stanco, quando non ha più forza, quando sembra distante.

Ogni matrimonio attraversa momenti di desiderio e momenti di distanza. Ma chi sa amare come l’amato del Cantico sa anche rispettare il ritmo dell’altro. Per questo egli dice: Non destate, non scuotete dal sonno l’amore, finché non lo desideri. L’amore non si impone. Non si forza. Si lascia fiorire nel tempo giusto, come un germoglio che cresce al sole e nella notte.

Il Cantico dei Cantici non è solo una poesia d’amore. È una profezia del matrimonio come cammino di salvezza. L’attesa dell’amata è l’attesa di ogni credente, di ogni coppia che desidera amare come Dio ama: con passione, ma anche con pazienza; con desiderio, ma anche con rispetto. Alla fine, l’amore umano non è solo un sentimento, ma una vocazione. È chiamata a trasformare il desiderio in dono, la passione in comunione, il tempo dell’attesa in eternità condivisa.

Antonio e Luisa

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L’amata: eros, agape e la fedeltà che matura nel tempo

Nei versetti che afforntiamo in questo capitolo il Cantico dei Cantici mostra l’amore sponsale come integrazione di eros e agape: passione e fedeltà, freschezza e maturità, dono reciproco che, nutrito, diventa profezia dell’amore eterno di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le mandragore fanno sentire il loro profumo. Alle nostre porte ci sono tutti i frutti più squisiti, quelli freschi e quelli stagionati che ho conservato per te, amore mio.» (Ct 7,14)

Queste parole del Cantico dei Cantici aprono uno squarcio affascinante sul mistero dell’amore sponsale. Il linguaggio è poetico, ma racchiude in sé una sapienza profonda, capace di parlare tanto al cuore quanto alla mente. Le immagini bibliche non sono semplici ornamenti, ma chiavi interpretative per entrare nel mistero dell’amore umano, che è corpo e spirito, eros e agape, passione e fedeltà.

La mandragora: tra attrazione e ambiguità

Il testo nomina la mandragora, pianta che, nella tradizione antica, è legata al desiderio, alla fertilità e persino alla magia. La Bibbia stessa la ricorda come oggetto di contesa tra Rachele e Lia, mogli di Giacobbe, che vedevano in essa una promessa di fecondità (cf. Gen 30,14-16). La mandragora, infatti, è pianta ambivalente: può essere medicina o veleno, dono o inganno, a seconda dell’uso che se ne fa.

Questa ambivalenza diventa un simbolo perfetto dell’eros. L’attrazione erotica tra uomo e donna è una forza potente, capace di condurre alla comunione più profonda o, se deformata, di trasformarsi in possesso e distruzione. Come nota San Giovanni Paolo II:

«L’uomo è diventato dono per la donna, e la donna per l’uomo. Nell’esperienza del corpo, l’uomo e la donna scoprono il significato sponsale della loro esistenza.» (Udienza generale, 9 gennaio 1980).

In chiave psicologica, potremmo dire che l’eros è quella spinta originaria che permette di uscire dal proprio “io” chiuso e autoreferenziale per cercare l’altro. Non è quindi, come spesso viene ridotto, una forza cieca di possesso. È, piuttosto, un motore che spinge a superare l’egoismo e a scoprire la gioia dell’incontro.

Estasi e dono

La parola greca éxtasis significa letteralmente “essere fuori da sé”. L’estasi amorosa è dunque il movimento che porta oltre i propri confini, verso l’altro. In un mondo segnato dal peccato, questo movimento rischia di degenerare in volontà di dominio, ma nel disegno originario di Dio esso è chiamato a fiorire come dono

L’eros, se purificato dall’agape, diventa una via per imparare l’amore vero, quello che non si esaurisce nel piacere, ma che si apre al servizio, alla fedeltà, alla vita generata insieme. È come un “motorino di avviamento”: accende la passione, ma non basta a portare avanti il viaggio. Occorre il motore più grande dell’agape, l’amore che si fa dono quotidiano.

I frutti freschi e i frutti stagionati

Il Cantico prosegue con un’immagine altrettanto suggestiva: i frutti freschi e quelli stagionati conservati “alle porte” per l’amato. È il simbolo dell’amore coniugale che conosce diverse stagioni.

I frutti freschi sono la passione, la sorpresa, l’attrazione immediata che caratterizza i primi tempi. I frutti stagionati, invece, parlano della fedeltà, della maturità che nasce dalla vita condivisa, dalle prove superate, dalle ferite trasformate in cicatrici. Entrambi sono preziosi e necessari.

Cristiane Singer osserva con finezza: «Il matrimonio nasce dalla pazienza che Dio ha nei riguardi dell’uomo: Io ti dono una vita per realizzare la tua opera. La passione invece nasce dalla sua impazienza: Come, stai ancora dormendo?» (Elogio del matrimonio, della passione e della fedeltà).

Nelle coppie che hanno costruito un rapporto sano, passione e fedeltà non si escludono, ma si alimentano a vicenda. La passione non è un capriccio passeggero, ma può essere educata, custodita, rigenerata. Ogni gesto di tenerezza, di cura, di ascolto diventa come acqua che irriga le radici dell’amore, mantenendo viva la fiamma.

Una dinamica psicologica e spirituale

Qui possiamo cogliere un parallelo con le dinamiche interiori dell’uomo. Ogni relazione vive della tensione tra spontaneità e stabilità, tra desiderio e responsabilità. Quando uno dei due poli viene escluso, l’amore si impoverisce: senza passione, rischia di diventare routine fredda; senza fedeltà, si riduce a consumare emozioni senza costruire nulla.

La Bibbia mostra che Dio stesso ama con passione e fedeltà. «Con amore eterno ti ho amato» (Ger 31,3), dice il Signore a Israele. E al tempo stesso Gesù parla dello sposo che arde di desiderio per la sua sposa, che è la Chiesa (cf. Mc 2,19).

Nell’esperienza matrimoniale, allora, gli sposi sono chiamati a riflettere questa immagine di Dio: vivere la pazienza dell’amore che dura e, insieme, custodire l’impazienza della passione che rinnova.

Recuperare la passione perduta

Molte coppie, dopo anni, si chiedono se la passione sia definitivamente tramontata. Ma il Cantico insegna che i frutti freschi possono sempre ritornare, se vengono conservati e custoditi. Non è una forza cieca che sfugge al nostro controllo: è un dono che si alimenta.

Come dice Papa Francesco: «L’amore che non cresce in modo dinamico rischia di essere un amore malato. Cresce e matura man mano che la vita diventa più fragile.» (Amoris Laetitia, 134).

La coppia che investe nella cura reciproca, nel dialogo, nella preghiera condivisa, nei gesti concreti di servizio, non perde la passione, ma la trasfigura. Anche quando sembra spenta, essa può essere ravvivata, come brace che torna fuoco vivo se alimentata.

L’immagine della mandragora e dei frutti freschi e stagionati ci mostra che l’amore coniugale è un cammino di integrazione. È eros che diventa agape, è passione che si trasforma in fedeltà, è dono che si rinnova ogni giorno.

Il matrimonio non elimina la passione, ma le dà una casa. Non soffoca l’eros, ma lo orienta al dono. Non teme il tempo, perché sa che l’amore vero, come il vino buono, matura e diventa più gustoso. Ecco perché il Cantico ci offre non solo poesia, ma profezia: l’amore umano, con le sue fragilità e le sue grandezze, è segno di quell’amore eterno e fedele che Dio ha per noi.

Antonio e Luisa

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L’amata: il desiderio che salva

Un amore che redime il peccato originale trasformando il dominio in dono reciproco. Ne parliamo i versetti del Cantico che approfondiamo in questo capitolo. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio»

È la terza volta che nel Cantico dei Cantici troviamo un’affermazione di mutua appartenenza. Ma qui la formula cambia: non si tratta solo di dire “io sono tua” o “tu sei mio”, bensì di riconoscere che il desiderio dell’altro non è più un potere che domina, ma una forza che custodisce. È la formula più vicina al patto coniugale, a quell’alleanza in cui l’uomo e la donna si donano reciprocamente senza riserve.

La ferita delle origini

Il testo richiama volutamente Genesi 3,16, quando Dio dice alla donna dopo la caduta: «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ma egli ti dominerà». È una delle frasi più drammatiche della Scrittura. Esprime la rottura dell’armonia originaria: non più relazione di dono, ma rapporto segnato dal sospetto, dal possesso, dal dominio.

Questa ferita non appartiene solo alla coppia delle origini: la portiamo dentro tutti. È il disordine che si manifesta ogni volta che l’amore si sporca di egoismo. Quante volte, nelle nostre relazioni, scambiamo il bisogno di possedere per amore? Quante volte il desiderio di tenere stretto l’altro nasce dalla paura di perderlo, e non da una libertà che lo accoglie?

La cronaca ci racconta di delitti “per amore”. Ma l’amore non uccide, mai. San Paolo è netto: «L’amore non cerca il proprio interesse» (1Cor 13,5). Dietro molte parole che chiamano “amore” si nasconde in realtà un io ferito, che confonde l’altro con un oggetto utile alla propria sopravvivenza emotiva. L’altro vale finché soddisfa i miei bisogni, poi diventa scarto. Non serve arrivare all’estremo del delitto: basta osservare tante dinamiche familiari quotidiane, dove il rancore si accumula, i conflitti nascono da orgoglio ferito e incapacità di empatia. Non c’è dono, ma pretesa. Non c’è accoglienza, ma consumo reciproco.

Dal dominio al dono

Il Cantico osa di più. Prende le stesse parole della Genesi e le capovolge:

  • «Verso tuo marito sarà il tuo desiderio» (Genesi) diventa «Io sono del mio diletto» (Cantico).
  • «Egli ti dominerà» (Genesi) diventa «Verso di me è il suo desiderio» (Cantico).

È un ribaltamento radicale. Non c’è più dominio, ma desiderio reciproco. Non più una donna che tende all’uomo senza ricevere che possesso, ma una sposa che scopre che il suo sposo la desidera come persona intera. Il desiderio non è più catena, ma linguaggio di comunione.

Psicologicamente, questo passaggio è enorme. Significa che nella coppia non ci si limita a ripetere copioni antichi di possesso e paura, ma si può scegliere un’altra direzione. In analisi si direbbe: il vecchio copione del “tu vali se mi servi” può essere interrotto per aprire a un nuovo modo di stare insieme, basato sul riconoscimento reciproco. Biblicamente, è la redenzione che guarisce la ferita delle origini.

Il Cantico, qualche pagina più avanti, dirà: «Forte come la morte è l’amore». La morte entrata nel mondo col peccato non ha l’ultima parola. L’amore vero è capace di vincerla. Qui lo vediamo in atto: il desiderio dell’uomo non si traduce in possesso, ma in gioia di appartenenza. «Verso di me è il suo desiderio»: è lui che la desidera, non per dominarla, ma per accoglierla.

E lei risponde con una formula di totalità: «Io sono del mio diletto». Non “una parte di me”, non “finché mi conviene”, ma “io tutta”. È la logica dell’alleanza, la stessa che Dio usa con Israele: «Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,33).

Questa è la buona notizia per gli sposi: il matrimonio non è condanna a rivivere il dramma di Genesi 3, ma possibilità di riscoprire l’armonia del principio. Gesù stesso lo ricorda: «Dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina» (Mc 10,6). Il sacramento del matrimonio diventa allora una via concreta per guarire le ferite del peccato originale, permettendo all’uomo e alla donna di non ridursi a strumenti l’uno dell’altra, ma di essere tempio l’uno per l’altra.

Recuperare il giardino perduto

Ogni coppia conosce la fatica di cadere nella logica del possesso. Ma ogni coppia può anche sperimentare che l’amore di Cristo apre una strada diversa. San Paolo scrive: «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). È questo amore crocifisso e risorto che rende possibile ciò che da soli non riusciamo: trasformare il desiderio in dono, la paura in fiducia, la solitudine in comunione.

In termini relazionali, significa imparare a vedere nell’altro non una proiezione dei miei bisogni, ma un soggetto con la sua dignità. Non dire più: “Ti prendo per colmare il mio vuoto”, ma: “Ti accolgo perché con te posso crescere e diventare più vero”.

Questa trasformazione non avviene una volta per tutte. È un cammino quotidiano, fatto di scelte piccole e concrete: ascoltare invece di reagire, perdonare invece di accumulare rancore, donare tempo invece di difenderlo gelosamente. È lì che il Cantico diventa vita.

«Io sono del mio diletto e verso di me è il suo desiderio» non è solo una poesia romantica. È la rivelazione che il matrimonio, vissuto nella grazia di Cristo, è il luogo in cui il disordine delle origini viene guarito. Dove il dominio lascia spazio al dono, e il desiderio diventa lingua di alleanza.

Non c’è coppia che non porti in sé la ferita del peccato. Ma non c’è coppia che, se lo vuole, non possa sperimentare la forza di un amore più grande delle sue ferite. Lì, davvero, il matrimonio diventa non solo un contratto umano, ma un sacramento che trasfigura.

E forse, ogni volta che un uomo e una donna riescono a dirsi sinceramente «Io sono tuo» e «verso di me è il tuo desiderio», si riapre per un istante il giardino delle origini. Non un’illusione, ma un anticipo di quel paradiso che Cristo è venuto a restituirci.

Antonio e Luisa

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Il tuo palato è come vino squisito

In questo capitolo scopriremo che il Cantico mostra l’amore sponsale come dono reciproco, non possesso: sguardo che custodisce, grazia sacramentale, fiamma divina redentrice. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il tuo palato è come vino squisito, che scorre dolcemente per il mio amore, fluendo sulle labbra e sui denti!

Chi parla a chi in questo versetto? È lui? È lei? Gli studiosi non sono concordi, e forse non è nemmeno necessario saperlo con esattezza. A me piace pensare che sia un dialogo a due voci, quasi un duetto: lui inizia, lei completa. Un intreccio che dice già molto: l’amore vero non è un monologo, ma un canto corale, dove ciascuno porta la sua parte e lascia spazio all’altro.

Provate a leggerlo così:
Lui: “Il tuo palato è come vino squisito”
Lei: “che scorre dolcemente per il mio amore”

Non è poesia astratta, ma esperienza di concretezza. Lui contempla, lei si dona. Lui guarda, lei accoglie. E in questo scambio si intravede la verità dell’amore umano voluto da Dio: “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gen 2,18).

Un amore che è dono, non possesso

L’uomo ha appena finito di esaltare la bellezza della sua amata. Ma ciò che colpisce è la risposta della donna: tutta quella bellezza è per lui. Non come una costrizione, ma come scelta libera. La donna afferma: “Io sono tutta per te”. E questo non la diminuisce, ma la rende più gioiosa, perché sa che il suo amato è a sua volta tutto per lei.

Si tratta di un dinamismo psicologico profondo: quando ci sentiamo visti davvero, accolti senza paura di giudizio, allora nasce la libertà di donarci. La donna si abbandona allo sguardo del suo sposo perché in quello sguardo percepisce di essere preziosa. Non teme di essere ridotta a oggetto, perché sa che lui non la vuole possedere, ma accogliere. È lo sguardo che Benedetto XVI descrive in Deus Caritas est: «Non è più l’io che cerca se stesso, ma l’io che si lascia conquistare dall’altro e diventa dono per lui» (n. 6).

Oltre il peccato originale

Il Cantico dei Cantici è spesso letto come un ritorno al “principio”, a quella nudità originaria in cui Adamo ed Eva “erano nudi e non ne provavano vergogna” (Gen 2,25). Gli sposi del Cantico sembrano aver superato la ferita del peccato originale. Non devono coprirsi, perché lo sguardo reciproco non ferisce ma custodisce.

È un invito anche per noi sposi. Non possiamo cancellare da soli la nostra paura di essere giudicati, rifiutati, inadeguati. Ma con la grazia del sacramento del matrimonio possiamo cominciare a recuperare quello sguardo redento. È la grazia del Crocifisso risorto che ci rende possibile ciò che umanamente non riusciamo. Come dice san Paolo: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20).

Alla luce di questo, comprendiamo diversamente anche parole difficili di san Paolo: “La moglie non è padrona del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è padrone del proprio corpo, ma lo è la moglie” (1Cor 7,4). Lette con la mentalità odierna, suonano come possesso. Ma se lette con lo sguardo del Cantico, acquistano un altro significato: nessuno è padrone, entrambi sono dono. Non c’è dominio, ma reciprocità. È il linguaggio della comunione, non della prevaricazione.

Un esercizio per gli sposi

Il Cantico suggerisce un esercizio semplice e potente: contemplarsi. Guardarsi negli occhi, dirsi con le parole la bellezza che si vede, anche a distanza di anni di matrimonio. Non è un gioco superficiale, ma un atto che cura le ferite interiori e i blocchi che ci impediscono di donarci.

Provate a farlo: uno di fronte all’altro, senza maschere, senza paura. Ditevi: “Sei bella, sei bello per me”. Non perché siete perfetti, ma perché siete dono. Come scrive Giovanni Paolo II: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore» (Redemptor Hominis, 10).

Per molti uomini non è spontaneo esprimere a parole ciò che provano. Eppure è vitale: la donna ha bisogno di sentirsi nominata bella, desiderata, unica. Non basta pensarlo: bisogna dirlo. Questo esercizio, praticato con perseveranza, diventa terapeutico: piano piano guarisce, apre alla fiducia, rende capace di uno sguardo nuovo.

Dio nelle vampe dell’amore

Curiosamente, in tutto il Cantico non si nomina mai esplicitamente Dio. Tranne una volta, quando si afferma che “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio” (Ct 8,6). È un dettaglio sorprendente. Significa che Dio non è fuori dalla passione, non è estraneo al desiderio. È già dentro, perché l’amore umano è immagine dell’amore divino.

Lo diceva Dietrich Bonhoeffer: sarebbe di cattivo gusto pensare che l’amore diventi “sacro” solo se i due pensano a Dio durante l’atto d’amore. Dio è presente perché l’amore stesso, in quanto tale, è sua immagine e sua fiamma. Non bisogna aggiungerlo artificialmente: Lui c’è già, come autore di quella passione e custode di quella totalità.

Il Cantico dei Cantici ci consegna una visione integrale dell’amore: corpo e spirito, eros e agape, desiderio e dono. Non c’è contrapposizione, ma integrazione. Il palato che sa di vino squisito non è solo sensualità: è segno sacramentale di un amore che diventa linguaggio del cuore e icona della fedeltà di Dio.

In un tempo in cui spesso la relazione si riduce a consumo, il Cantico ci ricorda che lo sguardo reciproco può guarire, liberare, ridare fiducia. È un cammino che costa fatica, ma che porta a gustare la bellezza di sentirsi dono l’uno per l’altra. Perché – come dice la Scrittura – “le vampe dell’amore sono fiamma di Dio”.

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L’eros e l’agape: due volti di un unico amore

Nei versetti che andiamo ora ad approndire il Cantico mostra come l’amore sponsale, secondo la Bibbia, unisca eros e agape: il desiderio corporeo e la dedizione spirituale si completano, diventando icona dell’amore stesso di Dio. Solo intrecciati insieme rendono il matrimonio luogo di comunione, bellezza e crescita reciproca.

L’amato Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino squisito. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di una gazzella. Il tuo collo come una torre d’avorio, i tuoi occhi come i laghetti di Chesbon presso la porta di Bat-Rabbìm, il tuo naso come la Torre del Libano orientata verso Damasco. Il tuo capo si erge su di te come il Carmelo, la chioma del tuo capo è come porpora; un re è rimasto avvinto dalle tue trecce. Quanto sei incantevole, quanto sei affascinante, o amore, piena di delizie! La tua statura è slanciata come una palma e i tuoi seni sembrano grappoli. Ho detto: «Salirò sulla palma, coglierò i grappoli di datteri»; mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva e il profumo del tuo respiro come mele.

L’immaginario biblico non smette mai di sorprenderci. Nel Cantico dei Cantici leggiamo parole che ci sembrano quasi eccessive, ardite, cariche di sensualità:

«Il tuo ombelico è una coppa rotonda che non manca mai di vino squisito. Il tuo ventre è un covone di grano, circondato da gigli. I tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di una gazzella…» (Ct 7,3-4).

Un uomo che descrive con entusiasmo il corpo della sua amata. Un testo che, pur essendo parola di Dio, non teme di parlare di eros, di carne, di desiderio. Forse ci spiazza, perché siamo stati educati a pensare la Bibbia come un libro tutto “spirito” e nulla “carne”. Eppure, la Scrittura ci mostra che Dio non teme l’eros: al contrario, lo assume, lo purifica e lo innalza.

La bellezza dell’eros

Per molti l’eros è qualcosa di sospetto, quasi un istinto animalesco. Si pensa che l’agape – l’amore che dona e si sacrifica – sia la forma più alta, mentre l’eros resti un amore inferiore, legato al corpo. Alcuni – mi riferisco anche a sacerdoti – arrivano a dire che l’unione fisica sia frutto del peccato originale, come se Dio avesse creato l’uomo e la donna “senza corpo” e solo dopo avesse pensato alla sessualità. Ma è un’assurdità.

Il corpo umano, con tutta la sua capacità erotica, è stato creato “molto buono” (Gen 1,31). Non è un’aggiunta posticcia, ma parte integrante della nostra identità. L’eros è dono di Dio. Non è un nemico della spiritualità, ma una via per incontrare l’altro nella sua alterità. Papa Benedetto XVI scriveva:

«L’eros inizialmente è soprattutto bramosia, caduta e discesa; ma nella misura in cui cerca l’altro e rinuncia al proprio io, si purifica e si innalza, fino a trovare la sua vera grandezza» (Deus Caritas est, 4).

L’eros dunque è chiamato a diventare non possesso, ma dono. Non annullamento dell’altro, ma ricerca di comunione.

Gesù e la carne come luogo dell’amore

Anche l’amore di Dio si è espresso nella carne. Gesù ha toccato, guardato, abbracciato. Ha amato con un corpo umano fino all’estremo, fino a donare se stesso sulla croce. E nell’Eucaristia ha voluto che il nostro incontro con Lui fosse un incontro di carne e sangue: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Mt 26,26).

Gli apostoli, davanti a queste parole, saranno rimasti sbalorditi. Avranno capito solo dopo la Pentecoste che Dio ama con un amore che non esclude l’eros, ma lo redime, lo trasfigura.

Eros e agape: due incompletezze che si completano

Nella vita di coppia, eros e agape non sono due amori separati, ma due dimensioni che si intrecciano. L’eros senza agape rischia di diventare egoismo, pura ricerca di piacere che consuma l’altro. L’agape senza eros diventa sterile, freddo, incapace di scaldare. Padre Raniero Cantalamessa lo spiega con un’immagine potente:

«L’amore vero e integrale è una perla racchiusa dentro due valve: eros e agape. Non si possono separare queste due dimensioni senza distruggere l’amore, come non si possono separare idrogeno e ossigeno senza privarsi dell’acqua stessa».

L’eros infiamma, l’agape disseta. L’eros ha la forma di un cuore, l’agape la forma della croce. Uniti insieme rendono l’amore sponsale dimora accogliente per Dio.

Un intreccio psicologico e spirituale

Sul piano psicologico, si può dire che eros e agape rappresentino due bisogni fondamentali della persona: il bisogno di essere riconosciuti e il bisogno di donarsi. L’eros cerca l’intimità, la fusione, l’esperienza del “non essere più due ma una sola carne” (Gen 2,24). L’agape cerca di costruire, di custodire, di proteggere l’altro. Nella dinamica di coppia, l’uomo e la donna custodiscono in modo particolare uno dei due poli:

  • L’uomo tende a custodire l’eros: se si sente accolto e desiderato, trova slancio per gesti di dedizione e cura.
  • La donna custodisce l’agape: se si sente amata e servita con attenzione, si apre con desiderio all’incontro erotico.

Non si tratta di stereotipi rigidi, ma di una complementarità che genera un circolo virtuoso. Quando eros e agape si intrecciano, il matrimonio diventa un laboratorio di crescita continua, un cammino di perfezione reciproca.

Il Cantico dei Cantici ci insegna anche un altro aspetto fondamentale: l’importanza della parola nell’amore. L’amato non tace, non dà per scontato, ma descrive la bellezza della sua sposa. Non si limita a guardare: dice. E nel dire, costruisce, alimenta, rafforza. Anche noi, come coppie, dovremmo imparare a farlo. Dire all’altro quanto è bello, ricordare le caratteristiche fisiche, caratteriali e spirituali che ci hanno fatto innamorare e che ancora ci affascinano. La parola crea, ed è un modo di custodire l’eros e l’agape insieme.

Sant’Ambrogio ricordava: «L’amore non cresce se non nell’amore, e l’amore non si conserva se non con l’amore». Ogni parola di stima, ogni gesto di cura, ogni sguardo che riconosce il valore dell’altro è un modo per dire “tu sei il mio amato, tu sei la mia amata”.

L’amore sponsale, vissuto come intreccio di eros e agape, diventa icona dell’amore stesso di Dio. Non è un amore che divide corpo e spirito, ma che li integra. Non è un amore ridotto al sacrificio né alla passione, ma un cammino che unisce desiderio e dono, attrazione e fedeltà. San Giovanni Paolo II lo ha espresso così:

«L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non incontra l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio» (Redemptor Hominis, 10).

Il matrimonio è il luogo dove questa rivelazione diventa carne: un amore che brucia come fiamma e che si dona come croce, un amore che ha il respiro dell’eros e la profondità dell’agape. Per questo, almeno ogni tanto, ditevelo: quanto siete belli, quanto siete amabili, quanto siete dono l’uno per l’altro. Perché il vostro amore è il luogo dove Dio stesso abita.

Antonio e Luisa

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La contemplazione che salva l’amore

Riprendiamo dai versetti: ancora una volta troviamo Salomone che non si stanca di contemplare la sua Sulamita. E noi, siamo capaci di custodire questo sguardo di meraviglia verso chi amiamo? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Come sono belli i tuoi piedi nei sandali, figlia di principe! Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, capolavoro di mani d’artista.

L’amato torna ancora una volta ad elogiare la sua sposa. È una descrizione che non nasce dalla fretta, ma dalla contemplazione: egli la guarda, e nel guardarla la descrive. Non è un elenco oggettivo, è un canto. Nel Cantico dei Cantici, infatti, non assistiamo a una narrazione cronologica, ma a un itinerario di coppia, fatto di ritorni, cadute e riscoperte. È un percorso sponsale che si ripete, come accade nella vita matrimoniale: ci si perde e ci si ritrova, ci si stanca e ci si rinnova. La contemplazione non è un evento unico, ma una disciplina che salva l’amore dal logorarsi.

Qui l’amato parte dai piedi e risale verso l’alto, quasi a dire: non mi basta averti guardata una volta, ti voglio rivedere sempre, ancora e ancora. È il desiderio di ripetizione che non annoia, ma che rigenera. Chi ama davvero non si stanca mai di tornare a sorprendersi dell’altro. La domanda allora ci interpella: noi siamo capaci di questo sguardo? Oppure ci fermiamo al già conosciuto, pensando di non avere più nulla da scoprire?

La regalità dell’altro

Figlia di principe. Salomone riconosce la dignità regale della sua sposa. Non è un possesso, non è un oggetto: è una regina che si dona liberamente. Qui sta un punto decisivo per ogni coppia: io non posso amare davvero se non riconosco la regalità dell’altro. Se penso che mi appartenga, tradisco la logica dell’amore. Il corpo e il cuore del coniuge non si prendono, si accolgono. Non posso pretendere nulla: posso solo donarmi e sperare di essere accolto.

Ogni volta che questo accade, ogni giorno in cui la libertà dell’altro sceglie di donarsi, dovremmo saper ringraziare. Non solo il coniuge, ma anche Dio, che ha reso possibile quell’incontro. “L’amore vero non è mai possesso, ma gratitudine” scrive don Luigi Maria Epicoco, ricordandoci che la gratitudine è l’unico terreno fertile in cui l’amore può crescere.

Il testo biblico parla dei fianchi come di capolavoro di mani d’artista. L’amato riconosce che la bellezza della sposa non è solo sua, ma rimanda a un Altro, all’opera creatrice di Dio. È la stessa esclamazione di Adamo in Genesi: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gen 2,23).

L’uomo, davanti alla donna, non può che meravigliarsi. Eppure, proprio lì si nasconde un rischio: quello di dimenticare che non è stato lui a trovarla, ma Dio a condurgliela. Il Signore Dio plasmò la donna e la condusse all’uomo (Gen 2,22). La relazione sponsale è quindi dono che proviene da Dio, non frutto di una semplice iniziativa umana.

Quando invece ci illudiamo di conoscere già tutto dell’altro, lo riduciamo a proiezione di noi stessi. È il pericolo di confondere la somiglianza con l’identità: l’uomo è definito dal testo biblico ish e la donna è ishah, simili ma non identici. L’altro non è un duplicato di sé, ma un mistero da rispettare.

Il rischio della fusione

Qui tocchiamo un punto psicologico delicato. Quante coppie cadono nella tentazione di sovrapporre all’altro i propri desideri, interessi, sensibilità? In questo modo non incontrano più la persona amata, ma un’immagine di sé stessi. L’altro diventa specchio, non alterità. È la dinamica del possesso: io ti assimilo, ti inglobo, ti annullo.

Eppure l’amore, per essere vero, ha bisogno del contrario: non di fusione, ma di incontro. Non di possesso, ma di accoglienza. Papa Francesco lo ricorda con forza: L’amore autentico non annulla le differenze, ma le valorizza, perché l’altro non è un nemico da domare, ma un dono da accogliere (Amoris Laetitia, 139).

Per questo la Genesi aggiunge subito: Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie (Gen 2,24). È un versetto apparentemente illogico, eppure è la chiave che impedisce il possesso. Lasciare significa non restare prigionieri delle proiezioni della propria storia familiare, né delle proprie idee preconcette di amore. Significa uscire dal nido delle abitudini e dalla pretesa di conoscere già tutto. Solo chi lascia può davvero incontrare.

Unirsi, allora, non è fusione, ma alleanza: riconoscere che non si è arrivati, ma che si deve camminare insieme, sempre oltre. L’altro non lo possederò mai del tutto, ma lo scoprirò di continuo. E diventare “una sola carne” non indica la perfezione assoluta, ma la capacità di riconoscersi fragili insieme. La carne, nella Bibbia, è il luogo della debolezza: essere una sola carne vuol dire riconoscere il limite e aprirsi alla generazione, non solo dei figli, ma di nuova vita nella relazione.

La meraviglia che custodisce

Alla fine, il Cantico ci ricorda che l’amore vive di meraviglia. Dove non c’è più stupore, l’altro diventa invisibile. Ma se imparo a guardare il coniuge come figlio di principe, come capolavoro di Dio, ogni giorno posso rinnovare la mia scelta. Non è facile, perché richiede di lottare contro l’egoismo che vorrebbe possedere, contro la paura che vorrebbe difendersi, contro la tentazione di ridurre l’altro a un oggetto.

Eppure, proprio lì, nel riconoscere il mistero dell’altro, si apre l’esperienza di Dio. Perché Dio stesso ha messo nell’amore umano il segno della sua presenza. Come scrive San Giovanni Paolo II: L’uomo non può vivere senza amore. Rimane per se stesso un essere incomprensibile se non gli viene rivelato l’amore (Redemptor Hominis, 10).

Così, il Cantico non è solo un poema d’amore umano, ma un invito a ritrovare lo sguardo originario: quello che sa dire, ancora oggi, davanti al proprio sposo o alla propria sposa, con cuore stupito e grato: Tu sei dono. Tu sei mistero. Tu sei capolavoro nelle mani di Dio.

Antonio e Luisa

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Il mistero della bellezza e il dono del pudore

In questo capitolo non proseguiamo con i versetti. Mi fermo per evidenziare una caratteristica della relazione tra Salomone e l’amata. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Dopo l’ammirazione del coro per la bellezza della Sulamita, è ora l’amato a soffermarsi sui particolari della sua amata. Il coro, nei versetti precedenti del Cantico dei Cantici, aveva celebrato una bellezza che trabocca dalla Sulamita, una bellezza che sembra toccare tutti coloro che la vedono e la contemplano. Ma lo sguardo dell’amato è diverso: non si ferma alla superficie, penetra nell’intimità, cerca i dettagli. La bellezza della Sulamita non è più patrimonio collettivo, ma tesoro custodito nello sguardo dello sposo.

Questa distinzione è fondamentale: ciò che tutti possono ammirare è solo un riflesso, mentre la profondità è riservata a chi ama davvero. È l’immagine dell’intimità autentica: la Sulamita desidera svelarsi solo al suo sposo. Ma, anche in questo, rimane un mistero. Nessuno di noi, infatti, può conoscere se stesso fino in fondo. Perfino la Sulamita non può donare ciò che ancora le resta oscuro, eppure è proprio nel desiderio di donarsi che si conosce di più.

Nasce così un circolo virtuoso: l’abbandono fiducioso allo sposo permette alla donna di scoprire se stessa, e questa conoscenza accresciuta la rende più capace di donarsi. È l’immagine viva del matrimonio: nell’amore reciproco non solo ci si dona, ma ci si scopre, ci si plasma, ci si fa crescere. Papa Francesco, parlando ai fidanzati nel 2014, sintetizzava così: «Il marito ha il compito di far più donna la moglie, e la moglie ha il compito di far più uomo il marito». Non significa cambiare l’altro a nostro piacimento, ma permettere all’altro di diventare ciò che è chiamato ad essere.

Conoscersi attraverso l’altro: uno sguardo psicologico

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, potremmo dire che la relazione coniugale sana consente un dialogo costante tra le parti adulte dei coniugi. Quando marito e moglie si accolgono e si rispettano, si attiva un processo di “ristrutturazione del copione”: ciascuno scopre parti di sé che non conosceva, smette di vivere ruoli infantili o genitoriali distorti e si apre alla libertà di amare da adulto.

Nella simbiosi iniziale della coppia, spesso domina il bisogno di fusione: “Io e te siamo uno”. Con il tempo, però, cresce la necessità di riconoscere l’altro come persona distinta. La Sulamita non si dissolve nello sposo, ma resta se stessa. L’amore vero non annulla, ma fa emergere l’identità. È qui che l’intimità diventa feconda, perché si fonda sulla libertà e non sulla dipendenza.

Il pudore: non debolezza, ma forza

Un aspetto prezioso che il Cantico ci consegna è il pudore della Sulamita. Ella mostra ciò che conosce di sé solo al suo sposo. Questo non è segno di complesso o paura, ma di consapevolezza. Il pudore è spesso frainteso nella cultura contemporanea, che lo vede come un ostacolo da abbattere o come un residuo di tabù moralistici. Ma in realtà il pudore è custodia, è protezione della propria intimità, è consapevolezza che il corpo non è un oggetto da esibire, ma un linguaggio da condividere.

San Giovanni Paolo II, nella Teologia del corpo, sottolinea che il pudore “custodisce l’interiorità della persona” e impedisce che essa sia trattata come cosa. In altre parole, il pudore non reprime, ma difende la verità dell’amore. È un confine sacro che dice: “Io non sono merce, io sono dono”. Chi non conosce il pudore, spesso non vive libertà ma mendica amore e riconoscimento: è alla ricerca disperata di conferme, disposto a svendere la propria intimità per ottenere attenzione. È il paradosso di un’epoca in cui il corpo è esposto ovunque, ma raramente custodito. L’assenza di pudore non genera libertà, ma dipendenza dallo sguardo degli altri.

Figli di Re, non mendicanti

Il linguaggio biblico è chiaro: non siamo mendicanti, siamo figli di Re. “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato” (1 Pt 2,9). Questa dignità si riflette anche nel corpo, che non è per tutti, ma per uno solo. Il pudore, allora, non è un limite ma un’affermazione di regalità: custodire la propria bellezza significa riconoscere che essa è destinata a chi sa assumersi la responsabilità di un amore per sempre.

Il corpo, nel progetto di Dio, non è mai ridotto a oggetto. È sacramento, cioè segno visibile dell’invisibile. Nel matrimonio, l’uomo e la donna diventano per l’altro segno vivo dell’amore di Cristo. “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?” (1 Cor 6,19). Chi guarda con occhi puri scopre un santuario, non un oggetto.

Il pudore non si limita al nascondere, ma apre al dono. Non è paura, è attesa. È dire: “Io custodisco me stesso per colui/colei che saprà guardarmi con verità, senza violarmi, ma facendomi specchiare nei suoi occhi”. È l’attesa di uno sguardo che non possiede, ma accoglie; che non consuma, ma custodisce. È in questo che la Sulamita diventa simbolo di ogni sposa e, in fondo, di ogni cristiano: la sua intimità è destinata a chi sa promettere per sempre. In un mondo che teme la promessa, il pudore diventa profezia: solo chi osa il “per sempre” merita di entrare in quel santuario.

Una lezione per oggi

Questa visione biblica e teologica trova riscontro anche in un’osservazione psicologica: la persona che custodisce la propria intimità non lo fa per paura, ma per amore. È una persona adulta, capace di gestire i propri confini, che non mendica attenzioni ma sa attendere e scegliere. Il matrimonio, allora, è la cornice in cui questo dono trova il suo compimento. È il luogo dove il pudore si trasforma in libertà, perché l’altro è diventato casa, rifugio sicuro, promessa mantenuta. Papa Francesco in Amoris laetitia lo dice con forza: «Il corpo dei coniugi, con i segni dell’amore, diventa linguaggio della vita donata». Il pudore non è un ostacolo, ma la condizione perché il corpo parli in verità.

Il Cantico dei Cantici ci ricorda che la bellezza non è mai solo esteriore: la vera bellezza è quella che si svela nel dono reciproco, nella custodia del mistero, nella capacità di far crescere l’altro. La Sulamita e l’amato ci insegnano che l’intimità non si improvvisa né si svende, ma si costruisce passo dopo passo, nell’abbandono e nel rispetto, nel pudore e nella promessa. Non siamo mendicanti che elemosinano sguardi. Siamo re e regine che custodiscono un mistero: il nostro corpo, il nostro amore, la nostra promessa. E questo mistero, custodito nel pudore, diventa splendore di un amore che riflette la stessa luce di Dio.

Antonio e Luisa

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Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti

Proseguiamo con la lettura del Cantico dei Cantici. La scena acquista dinamicità. I due amanti non sono più soli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Volgiti, volgiti, Sulammita, volgiti, volgiti: vogliamo ammirarti. L’amato: Che ammirate nella Sulammita durante la danza a due schiere?

Immaginiamo la Sulamita che volteggia con grazia. La sua danza ricorda quella festosa di re Davide quando portò l’Arca dell’Alleanza: un ballo sacro, simbolo di gioia pura e di lode, in cui tutto il corpo partecipa all’entusiasmo. Nella Bibbia la danza è spesso espressione di gioia profonda e gratitudine. In questo contesto nuziale, la Sulamita danza perché il suo cuore trabocca di felicità: sta vivendo l’amore vero ed è in pace.

Già il suo nome suggerisce qualcosa di essenziale: Sulamita deriva da shalom, che significa pace. La Sulamita è “la donna della pace”, e la sua bellezza risplende proprio per la pace interiore che la pervade. Mentre danza, tutti rimangono affascinati: è incantevole vederla così serena e gioiosa. Il coro insiste che si volta da ogni lato, per poterla ammirare pienamente. Ciò che rende attraente questa giovane sposa non è solo l’esteriorità, ma il riflesso di ciò che ha nel cuore. La donna della pace è colei (e vale anche per l’uomo) che sa amare e sa di essere amata. In lei vediamo concretamente un volto dell’Amore: un amore vissuto con gioia, pace e totalità.

La pace di chi si sa amato: niente più briciole d’amore

La Sulamita ci insegna che la vera pace nel rapporto di coppia nasce dal sentirsi amati in profondità. Nel suo cuore regna la sicurezza di essere preziosa: si sente regina, amata dal suo Dio e rivestita di dignità come figlia amata dal Padre. Questa fiducia la trasforma. Non è più una mendicante d’amore: non ha bisogno di accontentarsi di briciole affettive. Quante persone, per paura della solitudine o di perdere quel poco che hanno, si accontentano di rapporti mediocri o squilibrati! Quante donne (e uomini) rimangono in relazioni che offrono solo sprazzi di affetto, come molliche gettate sotto il tavolo, pur di non restare sole. La Sulamita, invece, non è disposta a compromessi sull’amore: avendo sperimentato cosa significhi amare ed essere amata davvero, non può accontentarsi di niente di meno che “tutto”.

Questo non significa avere aspettative irrealistiche, ma guardare l’amore da una prospettiva diversa. La Sulamita non è arrogante né pretende perfezione impossibile dal suo sposo. Al contrario, ha compreso un aspetto fondamentale dell’amore di coppia: solo chi si sente veramente amato può amare senza paura, e questo dona una grande pace. Dal punto di vista psicologico, infatti, la stima di sé e la sicurezza affettiva aiutano a evitare di elemosinare amore. Ci invita a chiederci: stiamo forse accettando troppo poco, accontentandoci delle briciole, per timore di restare soli? L’amore autentico, ci ricorda la Sulamita, merita pienezza e rispetto della propria dignità.

Cosa ci insegna dunque la Sulamita sull’amore autentico? Ecco alcuni punti chiave che ogni coppia può fare propri:

  • Pace interiore: chi ama davvero ed è consapevole di essere amato porta dentro di sé una pace profonda, che lo rende sereno e affascinante agli occhi degli altri.
  • Dignità e niente compromessi: sentirsi amati da Dio e dalla persona amata dà la forza di non accettare relazioni svalutanti. L’amore vero non è accontentarsi di “poco”; chi ama davvero desidera e offre il massimo, nel rispetto di sé e dell’altro.
  • Totalità del dono di sé: l’amore coniugale richiede di donarsi completamente. Solo nel donarsi senza riserve, nella verità e totalità del matrimonio, si può sperimentare quella pienezza che colma il cuore di senso.

Un amore che chiede tutto (ma che l’uomo da solo non può colmare)

Parlando di totalità, nasce spontanea una domanda: è davvero possibile donarsi completamente a un’altra persona? E, viceversa, può il mio coniuge soddisfare pienamente ogni mio bisogno d’amore? L’esperienza ci dice – e la Sulamita lo sa – che nessun essere umano finito può colmare il nostro desiderio infinito di amore. Nel Cantico, il partner della Sulamita è il re Salomone. Anche se Salomone si impegnasse a donarsi senza riserve, non basterebbe comunque a riempire ogni vuoto dell’amata. Ogni persona ha nel cuore un desiderio di amore infinito che solo l’Infinito può saziare. È importante allora, per la salute della coppia, non caricare il coniuge di aspettative irrealistiche: non possiamo chiedergli di riempire quel vuoto esistenziale che solo Dio colma. In termini concreti, questo significa non attribuire all’altro la colpa del nostro eventuale senso di incompletezza interiore.

La Sulamita non pretende che il suo amato le dia quella pienezza che cerca. Certo, lo desidera – chi non vorrebbe sentirsi amato totalmente dal proprio sposo? – e quando lui riesce a donarsi generosamente lei ne è felice e grata. Ma la differenza è che lei ha capito che quel “tutto” che cerca non riguarda lui, riguarda lei stessa. È lei che è chiamata a fare spazio alla pienezza dentro di sé, aprendosi a Dio che è la fonte dell’Amore. Se vuole mantenere la pace nel cuore, la Sulamita sa che deve donarsi completamente lei, vivendo con sincerità e totalità il patto matrimoniale.

Solo in questo dono totale di sé in coppia si può davvero incontrare la presenza di Dio che riempie ogni vuoto. Dal punto di vista spirituale e anche umano, quando entrambi i coniugi coltivano una vita interiore ricca (fatta di fede, ma anche di realizzazione personale e autodonazione), il rapporto trova un equilibrio migliore. Ognuno porta nel matrimonio non una domanda incolmabile rivolta all’altro, ma una ricchezza da condividere. Paradossalmente, è proprio rinunciando a cercare egoisticamente di essere “riempiti” dall’altro a tutti i costi, e scegliendo invece di riempire l’altro di amore, che entrambi sperimentano una gioia e una pienezza più grandi.

In cammino verso la santità insieme, nelle gioie e nelle prove

Ogni coppia, proprio come Salomone e la Sulamita, può diventare una “coppia della pace”. Questo non significa non attraversare mai difficoltà – ogni matrimonio conosce momenti di crisi, incomprensioni o dolore. La differenza la fa l’atteggiamento: la consapevolezza di essere in cammino insieme per la vita aiuta a superare i periodi difficili. Ci saranno momenti in cui bisogna fermarsi a chiarirsi, perdonarsi a vicenda, ricucire le ferite. Ma se entrambi ricordano di essere alleati e non nemici, di essere compagni di viaggio chiamati a raggiungere una meta comune, ritroveranno la pace.

Mi torna in mente un prezioso consiglio del nostro padre spirituale, Padre Raimondo, rivolto agli sposi: «Una volta sposati, non potete diventare santi da soli, ma solo insieme!» . In altre parole, il matrimonio è una strada di santità a due. La santità – intesa non in senso distante o “bigotto”, ma come pienezza di vita e di amore – o la si raggiunge insieme, o non si raggiunge affatto. Anche Papa Francesco ha sottolineato che il matrimonio è un cammino condiviso: Sei sposato o sposata? Sii santo e santa amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa.

Trovo incoraggiante questa visione: i coniugi non sono due individualità isolate che cercano ciascuna la propria perfezione personale ignorando l’altro, ma formano un “noi” inscindibile. Insieme possono aiutarsi a vicenda a crescere nell’amore, nella pazienza, nella fede. La Chiesa stessa riconosce sempre più che nessuno sposo è santo da solo e propone esempi di coniugalità santa, coppie che hanno vissuto l’ordinario in modo straordinario sostenendosi reciprocamente. Non è un ideale riservato a pochi eletti: tutti gli sposi cristiani sono chiamati a vivere il Vangelo giorno per giorno, fianco a fianco, nelle piccole scelte quotidiane di amore e fedeltà.

L’amore misericordioso che rende belli (e irresistibilmente attraenti)

Cosa succede quando una persona ama in questo modo totale e misericordioso? Succede che diventa bella agli occhi di chi la circonda, di una bellezza che va oltre l’aspetto fisico. Penso a quelle donne e a quegli uomini che restano fedeli alla promessa d’amore nonostante tutto, anche quando il coniuge li ha feriti o persino abbandonati. Ho avuto modo di parlare con alcune di queste persone – Ettore scrive su questo blog – e nei loro occhi ho visto tanta sofferenza, ma anche una pace e una dignità profonde. La loro fedeltà non è ingenuità né rassegnazione, ma la scelta coraggiosa di continuare a donare amore senza chiedere nulla in cambio. È il perdono in azione, è l’amore misericordioso che perdura oltre il tradimento o l’abbandono. Questa fedeltà alla propria vocazione matrimoniale, vissuta magari in solitudine ma con il cuore saldo nell’Amore di Dio, le rende simili alla Sulamita che si sta dando completamente, senza riserve. Sono testimonianze che mi lasciano ammirato e toccano corde profonde nell’animo umano.

Un amore così autentico esercita un fascino particolare. L’amore vero è attraente, di un’attrattiva ben diversa dalle effimere seduzioni esteriori. Quando vediamo qualcuno amare davvero, con generosità e sincerità, ne restiamo colpiti e ispirati. È come se dentro di noi riconoscessimo quell’amore come la cosa di cui abbiamo nostalgia e profondo desiderio. In fondo, ogni essere umano anela a un amore pieno, fedele, incondizionato. Per i credenti, l’amore umano vissuto in questa pienezza riflette l’amore stesso di Dio, che attira a sé in modo irresistibile ogni cuore. Ma anche chi non crede percepisce la bellezza di un amore così puro e totale: esso parla la lingua universale della compassione, della fedeltà, dell’unità profonda fra due persone.

La Sulamita del Cantico dei Cantici continua, attraverso i secoli, a invitarci: “Volgiti, volgiti… Vogliamo ammirarti”. È quasi una chiamata rivolta a ciascuna coppia credente: mostrate anche voi al mondo la bellezza dell’amore vissuto con pace, gioia e dedizione! Ogni matrimonio cristiano, anche con le sue imperfezioni, può diventare segno visibile di questo amore più grande. Lasciamoci allora ispirare da quella danza antica: facciamo in modo che la nostra vita di coppia sia una danza di lode e di gioia, dove l’amore misericordioso e autentico risplende e contagia chi ci guarda. In quella danza a due, vissuta insieme, troviamo la forza di superare ogni prova e gustare la vera pace. E proprio voltandoci l’uno verso l’altra, come la Sulamita, possiamo riflettere al mondo lo splendore dell’amore che Dio ha sognato per l’umanità fin dal principio.

Antonio e Luisa

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Sono sceso nel giardino dei noci

In questo capitolo ci lasceremo guidare da due chiavi: il giardino come metafora dell’amore da custodire e della donna stessa, e lo sguardo come atteggiamento di chi sa fermarsi, osservare con cura e restituire valore e riconoscimento. In particolare, ci soffermeremo sul misterioso “giardino dei noci”, un’immagine densa di significati nascosti. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato

«Sono sceso nel giardino dei noci, per vedere il verde della valle, per vedere se la vite ha messo germogli, se sono fioriti i melograni. Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.»

La scena che il Cantico ci presenta è carica di poesia e simbolismo. Il giardino, nella Scrittura, è spesso immagine della donna amata (cfr. Ct 4,12: «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa»). Qui l’uomo entra in quel giardino con sguardo attento e cuore vigile, per vedere se la vita in esso custodita sta portando frutto.

L’uomo come giardiniere, non padrone

L’amato non è il proprietario del giardino, ma il suo custode. È un’immagine potentissima anche dal punto di vista teologico: come Adamo fu posto in Eden «per coltivarlo e custodirlo» (Gen 2,15), così ogni sposo riceve sua moglie come un dono di Dio, da proteggere e far fiorire. Non per dominarla, ma per servirla.

In chiave relazionale è importante comprendere perchè è specificato che si tratta di un noceto. Il “giardino dei noci” rappresenta l’intimità più profonda della persona, protetta come il frutto da un guscio duro. L’amato “scende” — gesto di umiltà e intenzionalità — per avvicinarsi alla parte più autentica della sposa. Questo richiede un atteggiamento da Genitore affettivo positivo, capace di rispetto, pazienza e ascolto, evitando il Genitore Critico che invade o giudica. Solo con cura costante e gesti di fiducia il guscio si apre, permettendo al “Bambino Libero” dell’altro di emergere, portando freschezza, spontaneità e gioia nella relazione, e consolidando un legame affettivo stabile e generativo.

Un giardino lasciato a sé stesso si riempie presto di erbacce. Così il matrimonio. Senza cura, attenzione e gesti concreti di amore, anche i legami più forti si impoveriscono. San Paolo, parlando agli Efesini, ricorda: «Mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5,25). L’amore sponsale è, per sua natura, oblativo: non si limita a “non fare il male”, ma si impegna attivamente per il bene dell’altro.

Un amico una volta mi disse sorridendo: «Fai sentire la tua donna regina per un giorno, e lei sarà tua per tutto il mese». È una battuta, ma coglie un aspetto reale: la donna amata e rispettata si apre con fiducia e restituisce amore in misura moltiplicata.

Il testo prosegue con un versetto enigmatico: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso come un carro di Ammi-nadìb.» La figura di Ammi-nadìb, forse un capo delle tribù di Giuda o un riferimento a un carro regale, evoca potenza, onore, prontezza alla battaglia. L’amato, colpito dall’amore della sua sposa, si sente trasformato: l’insicurezza lascia spazio a una forza nuova.

Questa dinamica è evidente anche nella vita reale: l’uomo che si sente amato acquista fiducia, trova energie che non sospettava di avere. È come Pippo che, grazie alla “nocciolina” dell’amore, diventa SuperPippo. Non è romanticismo ingenuo: è psicologia concreta. L’amore autentico attiva in noi risorse nascoste, ci motiva a superare ostacoli, ci fa uscire dalla modalità “sopravvivenza” per entrare in quella di “donazione”.

Il potere dello sguardo che incoraggia

Donne, non sottovalutate mai il potere del vostro sguardo sul cuore di vostro marito. Un uomo può sopportare il peso di mille difficoltà, ma difficilmente regge il peso del disprezzo nella propria casa. San Giovanni Bosco diceva: «Il segreto dell’educazione è l’amore». Vale anche nel matrimonio: più di mille correzioni, spesso basta un sorriso, una parola di fiducia, un grazie sincero per riaccendere il desiderio di dare il meglio.

Al contrario, la critica costante — soprattutto se espressa nel tono del “Genitore Critico” — logora la relazione. Non perché la correzione non serva, ma perché senza amore e riconoscimento essa viene percepita come rifiuto personale.

Il ringraziamento come stile di vita

Ringraziare è un atto di umiltà e di riconoscimento. Maria, pur senza capire tutto, «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Anche noi, nel matrimonio, siamo chiamati a ringraziare non solo per ciò che comprendiamo, ma anche per ciò che resta misterioso. Perché il coniuge è, nel bene e nei limiti, un mistero di grazia affidato alla nostra custodia.

Dire grazie non è formalità: è una scelta che rompe la spirale della pretesa e apre alla gratitudine reciproca. È un modo per dire: «Ti vedo, riconosco ciò che fai per noi, apprezzo il tuo impegno». E quando ci si sente visti e apprezzati, il cuore si apre più facilmente alla donazione.

Uno dei rischi più grandi dopo anni di vita insieme è quello di dare l’altro per scontato. Il Cantico, invece, ci ricorda che l’amore è fatto di continua ricerca: «Sono sceso nel giardino…» significa non smettere mai di “scendere” nell’anima dell’altro per conoscerlo di nuovo.

Papa Francesco, in Amoris Laetitia (n. 134), scrive: «Il tempo che si dedica alla cura e all’attenzione verso l’altro non è tempo perso, ma tempo guadagnato, perché costruisce legami duraturi e profondi». È un invito a non fermarsi alla superficie, a non pensare di sapere già tutto dell’altro, ma a rimanere curiosi e attenti, come il giardiniere che ogni giorno scruta i segni di vita tra le foglie.

Questo passo del Cantico ci insegna che l’amore non è statico: è un giardino che chiede cura, è una forza che trasforma, è uno sguardo che incoraggia, è un grazie che rigenera. Dal punto di vista teologico, ci mostra il matrimonio come icona dell’amore di Cristo per la Chiesa: un amore fedele, oblativo, fecondo. Dal punto di vista relazionale, ci invita a coltivare la tenerezza, a parlare il linguaggio della fiducia, a creare spazi di gratitudine.

E allora, cari sposi, scendete ogni giorno nel “giardino” che vi è stato affidato. Osservate, custodite, irrigate con parole buone, con gesti di attenzione, con preghiera reciproca. Così, quando vi guarderete negli occhi, potrete dire anche voi: «Non mi riconosco più: il mio desiderio mi ha reso forte come un carro regale».

Antonio e Luisa

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Incantevole come la luna

Con oggi iniziamo il quinto poema del Cantico dei Cantici. E’ iniziamo con una descrizione dove vengono evocate immagini cosmiche e potenti – l’aurora, la luna, il sole – e infine un’immagine militare di grande impatto – un esercito schierato con vessilli alzati.

Chi è costei che sorge come l’aurora, incantevole come la luna, splendente come il sole, maestosa come schiere con i vessilli alzati? (Ct 6,10)

Il quinto poema del Cantico dei Cantici si apre con una contemplazione dell’amore che toglie il fiato. L’amato guarda la sua sposa con occhi pieni di stupore, e il suo cuore si nutre della sua bellezza, che sembra riassumere in sé tutta la creazione. L’immagine dell’aurora, della luna, del sole e di un esercito schierato ci presenta una donna luminosa, affascinante, misteriosa e forte. Ma cosa ci dice questa poesia sull’amore umano e sul mistero del matrimonio cristiano?

Sorge come l’aurora. L’aurora è segno di speranza e rinascita. L’amore, quando è autentico, ha questa capacità: fa nuove tutte le cose. Rinnova lo sguardo, apre orizzonti. Nell’Analisi Transazionale si direbbe che l’amore autentico aiuta a uscire da copioni rigidi: la presenza dell’altro ci spinge a cambiare, a guarire, a rinascere. Ogni sposa che ama diventa per lo sposo un inizio nuovo, una luce che rischiara. Ma questo è anche ciò che lo Spirito Santo opera: è Lui che rende nuove tutte le cose. Così, l’amore coniugale vissuto nella grazia diventa riflesso del Dio che crea e ricrea.

Incantevole come la luna. La luna è dolcezza, ma anche luce riflessa. Così è l’amore della donna: accarezza, illumina, consola. Ma soprattutto riflette. Come la luna riflette la luce del sole, così la donna può riflettere la luce di Dio. Nella sua tenerezza, nello sguardo, nei gesti, l’uomo può scorgere il volto di Dio. E in questo senso, nella teologia cristiana, ogni sposa diventa per lo sposo mediazione concreta dell’amore divino. Come Maria – figura della Chiesa e della sposa – riflette la luce di Cristo, così ogni donna amata e amante diventa specchio della tenerezza divina. Questo amore, fatto di carezze e ascolto, risponde a una fame profonda del cuore umano: quella fame di riconoscimento che l’Analisi Transazionale chiama bisogno di carezze. L’amore coniugale sano sa nutrire questo bisogno reciproco.

Splendente come il sole. Il sole è fuoco, passione, forza creatrice. Qui viene cantata la dimensione erotica dell’amore. Non come semplice istinto, ma come forza che attira e incendia. L’eros è parte del disegno di Dio: se purificato dall’agape, diventa via alla comunione più profonda. Benedetto XVI diceva che eros e agape non si escludono, ma si integrano. Così l’amore umano, nella sua corporeità, diventa immagine dell’Amore che è Dio. Il desiderio fisico, quando è accolto dentro una relazione di dono e fedeltà, non è peccato, ma fuoco che scalda e illumina. La donna, per l’amato, brucia come un sole, ed egli ne resta attratto come da una forza vitale.

Maestosa come schiere con i vessilli alzati. Qui emerge la dignità della donna. Non è solo dolce o bella: è forte. È un mistero che impone rispetto. È come un esercito schierato: non per combattere l’uomo, ma per rivelargli che lei non si lascia possedere. Giovanni Paolo II spiega che dopo il peccato originale l’uomo tende a dominare la donna. Ma nel Cantico accade il contrario: lo sposo onora la forza della sua amata. In lei riconosce una regalità. In termini psicologici, potremmo dire che il loro rapporto è fondato su una posizione di reciproco rispetto: «io sono OK, tu sei OK». Nessuno ha bisogno di mendicare amore. Anzi, chi si sa amato da Dio può amare con forza e libertà.

Eppure, questa forza non esclude la fragilità. Come ci ricorda John Gray, la donna è come un’onda»: anche quando si sente amata, la sua autostima segue un movimento oscillante. Quando è in basso, può emergere in lei una tempesta di emozioni represse. È allora che lo sposo deve amare di più. Non correggere, non fuggire, ma restare. Accogliere. Perché è in quei momenti che la donna ha più bisogno di sentirsi ascoltata e abbracciata. L’amore maturo sa accompagnare anche le discese dell’onda, senza spaventarsi. Proprio come Cristo con la sua Chiesa: la ama anche quando è ferita, la purifica con la pazienza.

Il Cantico dei Cantici ci consegna così un ritratto sublime della sposa, e attraverso di lei, dell’amore. La sposa è aurora, luna, sole, esercito. E lo sposo, guardandola, si scopre trasformato. L’amore lo cambia, lo risveglia, lo purifica. In questa dinamica d’amore reciproco si riflette il mistero della Trinità: un Dio che non è solitudine, ma relazione; un Dio che si dona, si accoglie, si ama.

Ogni sposo che contempla la propria sposa con occhi nuovi, ogni sposa che ama nella verità, diventa immagine vivente di questo amore eterno. E il matrimonio, così, diventa via alla santità, cammino in cui l’altro diventa specchio di Dio e scuola di amore vero.

Antonio e Luisa

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Quando il sogno cade, l’amore può finalmente nascere

Si conclude il quarto poema, e in esso troviamo uno degli insegnamenti più preziosi per la nostra vita di coppia. L’uomo e la donna del Cantico, in fondo, siamo proprio noi. Sono trascorsi millenni, viviamo in epoche e contesti culturali molto diversi dai loro, eppure portiamo nel cuore gli stessi desideri, e attraversiamo le stesse dinamiche d’amore, di attesa, di incontro e di distanza. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è un momento nella vita di ogni coppia in cui il sogno si rompe. Non è un fallimento. È un passaggio. Ed è sacro.

All’inizio dell’amore tutto è meraviglia. Ci si guarda e si pensa: “Siamo perfetti insieme. Finalmente ho trovato chi mi capisce, chi mi completa.” È la stagione della simbiosi. Un tempo dolce, appassionato, che serve per stringere il legame, per sentirsi finalmente a casa. Ma non può durare per sempre.

A un certo punto, qualcosa cambia. Uno dei due inizia a sentire che l’altro non è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Che non reagisce come ci si aspetterebbe. Che non sempre capisce, non sempre sostiene, non sempre è lì dove lo si desidererebbe. Nasce la distanza, il senso di estraneità. È il tempo della differenziazione. E può fare male.

Io l’ho vissuto questo passaggio con Luisa, anche se ci abbiamo messo tempo a riconoscerlo. All’inizio, pensavo che il mio amore sarebbe bastato per entrambi. Pensavo che, semplicemente, bastava volerci bene. Poi sono arrivate le fatiche, le differenze, le incomprensioni. E mi sono accorto che l’immagine che avevo di lei era mia, non sua. E che il sogno che avevo costruito era fatto della mia storia, delle mie ferite, delle mie aspettative.

Solo quando il sogno cade, può nascere la verità.

Come dicono i coniugi Gillini, arriva per tutti quel momento in cui bisogna lasciar cadere l’immagine idealizzata dell’altro. Quel momento in cui ci si rende conto che la persona che abbiamo accanto non è lì per colmare il nostro vuoto, ma per accompagnarci nel cammino della vita.

Ed è un momento difficile. Perché quando il sogno cade, si fa silenzio. Si avverte un vuoto. A volte si ha la tentazione di fuggire, di pensare: “Forse ho sbagliato persona.” Ma è proprio lì che comincia l’amore vero. Quello che non chiede di essere corrisposto in tutto, ma di essere donato. Quello che non cerca l’ideale, ma abbraccia la realtà.

È la fase della sperimentazione. Si impara a stare accanto all’altro senza perderci dentro, senza annullarci per piacere, senza forzare l’altro a essere ciò che non è. Si impara a dire: “Io sono io, tu sei tu. Eppure scelgo di restare.” Scrive don Luigi Maria Epicoco: “L’amore non è l’ebbrezza del cuore, ma la decisione della volontà. È stare anche quando il cuore trema, è scegliere anche quando l’altro non corrisponde.”

E proprio in questo tempo – fragile, vero, autentico – si può rinascere. È il momento in cui si inizia davvero a chiamare l’altro per nome, nel senso più profondo e biblico del termine. Non solo “Antonio” o “Luisa”, ma “tu, con la tua storia, con le tue ferite, con la tua bellezza concreta.”

È il tempo del riavvicinamento. Si torna a cercarsi, ma con occhi nuovi. Non per possedere, non per completare un’idea, ma per condividere il cammino. Si smette di pretendere e si comincia a custodire.

E lì, davvero, l’amore matura. Diventa interdipendenza. Non fusione, non dipendenza, non isolamento. Ma una danza in cui ciascuno può essere sé stesso, pur restando in relazione. Come scrive Papa Francesco in Amoris Laetitia: “Ogni persona, con la propria identità, diventa un dono per l’altra.”

Questo cammino non è sempre lineare. A volte si ricade, a volte si torna indietro. Ma ogni passo fatto insieme, anche quelli più faticosi, costruisce una relazione più forte. E ci si accorge che l’altro, con tutti i suoi limiti, è un dono prezioso. Non perché è perfetto, ma perché è reale.

L’amore non è una favola, ma è più bello della favola

Viviamo in un tempo che ci ha insegnato a rincorrere l’immagine perfetta: la casa in ordine, i figli sempre sorridenti, il partner che sa sempre cosa dire e quando dirlo. Ma la realtà è un’altra. La nostra famiglia è fatta di imperfezioni, di imprevisti, di giorni no. Ma è vera. E proprio per questo, è più bella della pubblicità.

Scrive il terapeuta cattolico Michele Ferraro: “La coppia non è fatta per essere perfetta, ma per diventare sempre più vera.” E io ringrazio Dio perché con Luisa abbiamo attraversato quel passaggio. Perché abbiamo visto il sogno cadere, ma non ci siamo lasciati. Perché abbiamo imparato ad amarci non per come eravamo nella testa, ma per come siamo, nella realtà.

Se stai attraversando questo tempo di crisi, se senti che l’altro non è più quello che avevi sognato, non spaventarti. Forse è proprio questo il momento più importante. È la soglia dove finisce l’illusione… e comincia l’amore vero. Non è facile. Ma è possibile. E quando si attraversa insieme questa piccola morte, si rinasce. Non si ama più per bisogno, ma per scelta. Non per quello che l’altro ci dà, ma per quello che è.

E a quel punto, ci si guarda davvero negli occhi. E si può dire, finalmente: “Io ti vedo. E ti amo.”

Antonio e Luisa

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Set tutta bella: come Tirza e Gerusalemme

Nei versetti che seguono, il Cantico si apre a una nuova contemplazione dell’amata: Salomone si sofferma sui suoi tratti fisici, ma ciò che egli realmente scorge è una bellezza che trabocca dall’anima e si riflette nel corpo. È la bellezza integrale della Sulamita, così intensa e luminosa da turbare profondamente il cuore dell’amato. Uno sguardo che disarma, un volto che parla, un corpo che racconta l’interezza di una persona amata con totalità. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amato: Tu sei incantevole, amica mia, come la città di Tirsa, affascinante come Gerusalemme, maestosa come schiere con i vessilli alzati. Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba. Le tue chiome sono come un gregge di capre distese sulle pendici del Gàlaad. I tuoi denti come un gregge di pecore che risalgono dal bagno; tutte procedono accoppiate, e nessuna è senza compagna. Come spicchi di melagrana sono le tue guance, dietro il tuo velo. Siano pure sessanta le mogli del re, ottanta le concubine, innumerevoli le ragazze! Ma unica è la mia colomba, la mia perfetta; unica è per sua madre, la prediletta di colei che l’ha generata. Al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano.

Nel testo biblico l’amato paragona l’amata a due città: Tirza (antica capitale del Regno d’Israele del Nord) e Gerusalemme (capitale del Regno di Giuda a Sud). Queste città rappresentano insieme la Terra Promessa intera, da nord a sud: è un modo per dire che la bellezza dell’amata è completa e armoniosa, “tutta bella” in ogni aspetto. Anche il significato dei nomi è simbolico: Gerusalemme evoca la “città della pace”, mentre Tirza in ebraico significa “piacere, delizia, bellezza” – il nome stesso suggerisce qualcosa di piacevole e amabile.

L’amata riunisce in sé pace e delizia, corpo e spirito, offrendo al suo amato una pienezza di vita. I suoi pregi e perfino i suoi difetti fanno parte di questa bellezza totale, perché sono parte di lei e vengono accolti dallo sguardo amante. Si delinea qui uno sguardo d’amore che abbraccia l’interezza della persona, senza ridurla a oggetto.

Di fronte a questo sguardo pieno di rispetto e meraviglia, si può contrapporre il “controsguardo” opposto, definito anche sguardo pornografico, che riduce la persona al solo corpo o addirittura a una sua parte. Come ha osservato San Giovanni Paolo II, il problema della pornografia non è che mostri “troppo” del corpo umano, bensì che ne mostra troppo poco: separa il corpo dalla persona, violandone il pudore e facendoci perdere il mistero dell’individuo. In altre parole, mentre lo sguardo d’amore del Cantico vede l’altro nella sua totalità unendo dimensione fisica e spirituale, lo sguardo riduttivo vede solo un corpo da usare, frammentando e disumanizzando la persona.

Nel Cantico, invece, il piacere e la bellezza tra uomo e donna non sono mai puro egoismo o utilizzo dell’altro; sono vissuti come gioia condivisa e donazione reciproca in un amore vero. È per questo che l’amato descrive la sua sposa con immagini così elevate: la vede “maestosa come schiere con vessilli”, perché riconosce che questo amore è la realtà più forte che esista – “forte come la morte”, dirà più avanti il Cantico (Ct 8,6) – e richiede rispetto quasi riverente. L’amore autentico ha una forza e una nobiltà intrinseche che sfidano ogni riduzione banalizzante.

Lo sguardo che turba: intimità e vulnerabilità

Dopo aver esaltato la bellezza complessiva dell’amata, l’amato esclama: “Distogli da me i tuoi occhi: il loro sguardo mi turba”. Questa frase così intensa rivela il potere dello sguardo nell’intimità. Gli occhi dell’amata sconvolgono dolcemente l’amato, toccandolo nel profondo e suscitando emozioni quasi incontenibili. È un turbamento che può riferirsi all’intensità dell’innamoramento nei primi tempi – quando ogni sguardo reciproco fa battere forte il cuore – ma anche all’amore maturo di una coppia di lunga data.

Anche dopo molti anni di matrimonio, uno sguardo autentico del coniuge può far vibrare corde interiori difficili da descrivere a parole. Quanti sposi possono testimoniare che, quando si guardano negli occhi con attenzione e amore, provano una commozione nuova, un sentimento di connessione che rinnova il loro legame! È come se attraverso gli occhi passasse l’anima dell’altro, ricordandoci che la persona amata rimane sempre un mistero da contemplare con rispetto.

Dal punto di vista psicologico, lo scambio di sguardi è uno degli atti più intimi e rivelatori in una relazione. Essere fissati intensamente negli occhi significa in un certo senso sentirsi guardati dentro: ci si sente esposti, vulnerabili, e questo può generare un turbamento emotivo profondo. Non a caso si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Uno sguardo prolungato comunica apertura e fiducia, ma mette anche a nudo: l’altro vede in noi qualcosa di vero, e noi vediamo l’altro in modo limpido.

Secondo gli esperti, guardarsi negli occhi a lungo è un’esperienza che può perfino alterare la percezione del tempo e dello spazio, proprio perché attiva emozioni intensissime e rompe le usuali barriere difensive.

In termini di analisi transazionale, potremmo dire che attraverso lo sguardo ci scambiamo “carezze” psicologiche (strokes) di riconoscimento profondo: l’altro ci conferma “ti vedo, esisti per me, ti accetto così come sei”. Questo scambio nutre il bisogno fondamentale di ogni persona di essere riconosciuta e amata per intero. Ecco perché il protagonista del Cantico quasi trema di fronte agli occhi dell’amata: vi coglie un amore così sincero da scuotere le sue difese e toccargli il cuore.

Unica al mondo: l’amore esclusivo e incondizionato

Nei versetti successivi l’amato continua a lodare la bellezza fisica della sposa (denti candidi, guance di melagrana) e proclama la sua unicità assoluta. Egli afferma che, pur potendo avere sessanta regine, ottanta concubine e fanciulle innumerevoli, “unica è la mia colomba, la mia perfetta”. Questa iperbole richiama l’uso, diffuso nell’antico Oriente, di grandi harem dove le donne erano classificate per rango (regine, concubine, giovani). Ma per l’amato del Cantico nessuna tra le tante potrebbe mai eguagliare la sua amata: per lui esiste solo lei.

In questa espressione appassionata riconosciamo una verità profonda dell’amore sponsale: chi ama davvero sceglie l’altro come unico e insostituibile, e da quel momento “non ha occhi che per l’amato o per l’amata”. L’amore vero tende per sua natura all’esclusività (l’unicità dell’altra persona) e alla definitività (un impegno per sempre). Come spiegato da Papa Benedetto XVI, fa parte della maturazione dell’amore arrivare a dire: “solo questa persona” e “per sempre”, perché l’amore pieno abbraccia tutta l’esistenza e anzi “mira all’eternità”.

Questa esclusività non è un limite, ma la condizione perché l’amore sia personale e totale. L’amato del Cantico paragona il suo amore esclusivo a quello di una madre per la figlia unica: “unica è per sua madre, la preferita di colei che l’ha generata”. Chi è genitore sa che il proprio figlio, anche se nel mondo ce ne sono miliardi, è amato come unico: l’amore materno (e paterno) vede il figlio o la figlia come “il più bello del mondo” a prescindere da tutto. È un amore che non dipende dal merito o dal confronto, ma è dato incondizionatamente. Allo stesso modo l’innamorato del Cantico ama la sua sposa non perché oggettivamente “non ci siano altre donne”, ma perché ai suoi occhi nessun’altra può prendere il suo posto. È un amore che dice: “tu sei tu, e nessun altro; ti amo per ciò che sei, nella tua irripetibilità”.

Questo è il cuore dell’amore coniugale: scegliersi reciprocamente, ogni giorno, come unici, e continuare a scegliersi anche di fronte alle prove o alle tentazioni. Un amore del genere rende testimonianza di una fedeltà e di una donazione che illuminano anche chi sta attorno: nel Cantico, “al vederla le giovani la proclamano beata, le regine e le concubine la lodano” – segno che tutti riconoscono la gioia speciale di chi è veramente amata in modo esclusivo. In fondo, ogni cuore umano desidera un amore così: totale, fedele, esclusivo, in cui sentirsi preferito e irripetibile.

In conclusione, la lettura del Cantico dei Cantici arricchita da riflessioni teologiche e psicologiche ci mostra l’alta vocazione dell’amore umano. Esso non è soltanto attrazione fisica o sentimento passeggero, ma può divenire incontro di persone nella loro totalità, unione di corpi e anime aperta alla trascendenza.

Nel Cantico, l’amato e l’amata sperimentano la bellezza di uno sguardo puro, di un amore forte ed esclusivo, segno in filigrana dell’Amore eterno di Dio per ogni creatura. Questo ideale ispira le coppie (in particolare le coppie cattoliche) a coltivare un amore poetico e insieme concreto, fatto di intimità rispettosa, dono sincero di sé e fedeltà gioiosa. È un percorso impegnativo ma esaltante, in cui gli sposi, accompagnati anche dall’aiuto di esperti (come i terapeuti familiari di scuola analitico-transazionale, attenti alle dinamiche relazionali profonde), possono crescere nell’arte di amarsi come Dio ama – con uno sguardo che vede l’altro nella sua verità e bellezza integrale, e un cuore che dice “tu sei unico per me” per tutta la vita. In questo modo, l’amore umano diventa davvero un canto sacro, una finestra spalancata sul Mistero dell’Amore infinito da cui tutti proveniamo e verso cui tutti tendiamo.

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Come l’Amore Coniugale è Influenzato da Chi ci Circonda

In questo capitolo possiamo riflettere sull’importanza delle persone che abbiamo accanto. Quanto bene o quanto male possono fare a una coppia di sposi. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Coro: Dov’è andato il tuo diletto, o incantevole tra le donne? Dove si è recato il tuo diletto? Noi lo cercheremo con te!
L’amata: Il mio dôdì è sceso nel suo giardino fra le aiuole di balsamo, per pascolare nei giardini e a cogliervi i gigli. Io sono del mio dôdì e il mio dôdì è mio; lui che pascola tra i gigli.

Questi versi del Cantico dei Cantici dipingono una scena intensa: un coro di amici domanda dove sia l’amato, e l’amata (la Sulamita) risponde con sorprendente sicurezza. In questo breve dialogo poetico si riflettono aspetti profondi dell’amore coniugale vissuto nella quotidianità.

Prima interpretazione – Fedeltà in un mondo scettico

La domanda maliziosa del coro ricorda la mentalità di tanta gente di oggi: molti pensano che l’amore fedele e indissolubile sia un’illusione, che il “per sempre” non esista davvero. Viviamo in una società disillusa, in cui si guarda con scetticismo all’idea di un amore gratuito e incondizionato. Eppure noi, come sposi cristiani, crediamo fermamente in questo ideale e cerchiamo di testimoniarlo con la nostra vita.

Proprio per questo sentiamo di avere una grande responsabilità: con il nostro matrimonio possiamo mostrare qualcosa di diverso e di bello al mondo. Un amore fedele, esclusivo e duraturo non solo è possibile, ma è fonte di gioia e stabilità. Di fronte alla provocazione insinuata dal coro, la Sulamita non si lascia turbare né trascinare nel gioco della gelosia. Risponde invece con piena fiducia, forte di aver costruito la sua casa sulla roccia solida della promessa reciproca. Senza esitazione afferma che il suo dôdì è con lei: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio.” Il suo cuore è tranquillo, perché conosce la fedeltà del dôdì: lui non ha cercato altrove, anzi “è tornato nel suo giardino”.

Quanta forza in queste parole semplici! È il trionfo della fiducia sull’insinuazione maligna. Anche a noi queste frasi risuonano nel cuore e ricordano che il nostro matrimonio, fondato sulla fedeltà, può resistere ai dubbi che ci circondano. Il giardino di cui parla il Cantico simboleggia proprio l’intimità protetta della coppia: lì i gigli dell’amore sbocciano al riparo dalle logiche effimere del mondo.

Seconda interpretazione – La forza della comunità

C’è però un’altra chiave di lettura per noi importante. In questa scena del Cantico l’amata non è più sola a cercare il suo diletto: “Noi lo cercheremo con te” dicono gli amici. La preoccupazione di ritrovare l’amato diventa condivisa. Ecco un messaggio profondo: anche noi sposi non siamo soli nelle difficoltà o nei momenti di smarrimento. Appartenere a una comunità – in particolare alla comunità della Chiesa – fa una grande differenza nella vita di coppia.

Quando attraversiamo periodi di deserto, di lontananza emotiva o di crisi, non dobbiamo esitare a chiedere aiuto. Possiamo attingere a un tesoro prezioso: l’esperienza e il sostegno che la Chiesa offre attraverso il suo magistero sulla famiglia, la guida di pastori e amici spirituali e – non ultimi – i sacramenti, fonte di grazia. Nella nostra storia personale questo ha contato moltissimo. Io e mia moglie abbiamo cercato spesso confronto e appoggio nei momenti difficili: abbiamo incontrato diversi sacerdoti, coppie guida e fratelli nella fede pronti ad ascoltarci e consigliarci. Qualcuno ci ha affiancato nel tempo, qualcun altro ci ha aiutato magari in un solo incontro, ma ognuno ci ha lasciato qualcosa di prezioso.

La cosa più bella – come sottolinea sempre con gratitudine mia moglie Luisa – è che tutte queste persone ci hanno aiutato gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, amandoci per quanto potevano e senza risparmiarsi. Quanta generosità abbiamo ricevuto! È una ricchezza immensa per noi, un vero dono di Gesù attraverso la sua Chiesa. Sentirci parte di questa “ricerca” comune dell’Amore – proprio come gli amici del Cantico con l’amata – ci ha ridato coraggio e speranza quando ne avevamo più bisogno.

In conclusione, entrambe queste prospettive arricchiscono la nostra visione dell’amore coniugale. Da un lato c’è la dimensione intima della fedeltà reciproca, dall’altro la dimensione comunitaria del sostegno reciproco. Un amore umano vissuto così, saldo e aperto all’aiuto degli altri, porta in sé – in filigrana – un riflesso dell’Amore divino. Quel “per sempre” che abbiamo promesso diventa possibile giorno dopo giorno grazie alla fiducia, alla grazia e all’impegno condiviso. Vivere questo amore con mia moglie, con passione e dedizione, è per noi un’esperienza straordinaria che ci riempie il cuore e che desideriamo testimoniare al mondo con umiltà e gioia.

Antonio e Luisa

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Amore e Riconoscimento nel Cantico dei Cantici

Con questa ultima riflessione completiamo la serie di quattro capitoli dedicati a cantare la differenza tra uomo e donna. Nel Cantico dei Cantici è un tema molto presente. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La voce poetica del Cantico dei Cantici, con il suo linguaggio di corpi e sensazioni, ci ricorda che l’attrazione fisica e il desiderio ardente non sono nemici dell’amore fedele, ma anzi ne fanno parte integrante. L’analisi simbolica del corpo dell’amato che la sposa compie – enumerando capo, occhi, mani, torso, gambe, bocca – non è semplice lussuria oggettificante, bensì espressione di ammirazione totale e dedizione.

In ogni tratto fisico ella coglie un significato interiore: la solidità delle gambe allude alla stabilità del carattere, la dolcezza del palato parla della dolcezza delle sue parole, lo splendore dorato del volto riflette la nobiltà d’animo che lei vi legge. In questo modo il corpo diventa sacramento dell’amore, segno tangibile di qualità invisibili.

Ciò risuona con una visione integrale della persona: amare qualcuno significa amare anche il suo corpo, perché è l’espressione visibile di chi egli è. La dedizione si manifesta dunque nel desiderare ogni parte dell’altro, nel trovare bellezza in ciò che forse agli occhi distratti del mondo è comune. La sposa del Cantico vede il suo diletto bello e desiderabile dalla testa ai piedi; potremmo dire che lo venera in senso laico, cioè lo valorizza totalmente. Questo sguardo genera una grande energia d’amore: fa sentire l’amato “riconosciuto”, accolto pienamente.

In conclusione, partendo da quel brano del Cantico dei Cantici abbiamo esplorato come l’amore di coppia possa essere insieme estasi sensuale e percorso di crescita. La forza dello sguardo femminile emerge nella capacità della sposa di trasfigurare il suo amato attraverso l’amore: ella lo vede come il più bello, il più degno, e così facendo ne alimenta la bontà e la bellezza.

La potenza del riconoscimento dell’altro si rivela nel modo in cui ciascun partner, sentendosi visto e apprezzato, fiorisce e si rinnova. E la capacità trasformativa dell’amore brilla sia nelle piccole metamorfosi quotidiane – i caratteri che si ammorbidiscono, le personalità che maturano a contatto reciproco – sia nelle grandi prove superate insieme, che rappresentano vere e proprie rigenerazioni del rapporto.

Uomo e donna, così diversi, scoprono nell’incontro amoroso la possibilità di diventare pienamente se stessi solo insieme. Come nei versi finali del nostro brano biblico, ciascuno può dire dell’altro: “Questo è l’amato mio, questo l’amico mio”. Amato e amico: eros e agape, passione e complicità. È la pienezza dell’amore umano, in cui il desiderio alimenta la dedizione e viceversa, in un circolo virtuoso che può durare tutta la vita e, anzi, renderla ogni giorno nuova. In questo misterioso incontro di corpi e anime, l’uno per l’altra diventano davvero “tutto delizie”, e lo sguardo d’amore dell’uno è specchio e luce per l’altra – trasformandoli e rigenerandoli di continuo nel dono reciproco.

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Effetto Michelangelo: L’Amore che Plasmiamo

Ci soffermiamo anche in questo capitolo sui versetti del Cantico in cui la donna canta la bellezza maschile e virile di Salomone. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo di vita cantato dalla Bibbia, riconosciamo dunque elementi universali e attualissimi della relazione uomo-donna. Lo sguardo amoroso, in particolare quello femminile qui descritto, possiede una sorprendente potenza trasformante. La riconoscenza e l’ammirazione sincere che la donna rivolge al suo uomo non solo lo descrivono per come egli è ai suoi occhi, ma in un certo senso lo plasmano, lo chiamano ad essere la versione migliore di sé.

C’è un effetto quasi creatore nel modo in cui l’amata dice: “egli è tutto delizie”: pronunciando questa frase, è come se lei vedesse già in lui tutto il bene possibile, la pienezza delle sue qualità. Amare qualcuno significa anche intuire il suo potenziale e incoraggiarlo a realizzarlo.

Gli psicologi relazionali hanno definito questo fenomeno “effetto Michelangelo”: i partner, attraverso il loro sguardo e le loro aspettative positive, si scolpiscono a vicenda, aiutandosi a tirar fuori il proprio ideale. Lo ha spiegato benissimo anche papa Francesco quando ha affermato che: Il matrimonio è un lavoro di tutti i giorni potrei dire un lavoro artigianale, un lavoro di oreficeria, perché il marito ha il compito di fare più donna la moglie e la moglie ha il compito di fare più uomo il marito.

Naturalmente occorre farlo con rispetto dell’altro e non con manipolazione – non si tratta di imporre un cambiamento, ma di ispirarlo. Se uno si sente amato e apprezzato per il meglio di sé, sarà più portato a diventare davvero migliore. In un rapporto sano ciascuno fiorisce anche grazie allo sguardo benevolo dell’altro. Possiamo immaginare che l’amato della nostra storia, ascoltando la voce della donna che lo descrive con toni così elevati, sorrida e senta nel cuore di voler essere all’altezza di quell’immagine dorata che lei ha di lui.

Del resto, lei lo chiama “amato” ma anche “amico”: in questo c’è la fiducia che lui saprà volerle bene con tenerezza e lealtà. Da parte sua, lo sguardo dell’uomo innamorato esalta la donna e la fa sentire bella e desiderata; lo vediamo in altri passi del Cantico e lo sappiamo dall’esperienza di tante coppie, in cui la femminilità si sboccia pienamente quando si sente vista e scelta dall’amore di lui. Insomma, gli occhi di chi ci ama finiscono per cambiarci: ci rivelano a noi stessi, ci danno una nuova identità. Come canta benissimo Gio Evan nella sua canzone Klimt:  Se c’è un posto bello, sei te. Ti ci devo portare.

Alla luce di tutto questo, il rapporto uomo-donna all’interno della coppia appare come una sorta di danza a due fatta di alterità e unità al tempo stesso. C’è la differenza, che crea attrazione e mistero – l’uno per l’altra rimangono in parte un enigma da scoprire, “altra cosa da sé” che non si possiede mai del tutto. E c’è la reciprocità, che crea invece intimità e comunione – i due si rispecchiano l’uno negli occhi dell’altra, diventando complici e appartenendosi liberamente.

In questa danza, a volte, i passi non sono sincronizzati: si pestano i piedi, entrano in collisione – è la crisi, il momento in cui sembra di non saper più andare a tempo insieme. Ma l’amore vero ha la capacità di ritrovare il ritmo, magari inventando nuovi passi. Serve la volontà di entrambi di non lasciare la pista. Serve quello sguardo amoroso di cui parlavamo: saper rivedere l’altro con occhi nuovi dopo ogni inciampo, come la sposa del Cantico che dopo la notte difficile rivede il suo amato e lo trova più bello che mai.

Quando c’è questo reciproco riconoscimento – “tu sei sempre tu, ti vedo, ti voglio ancora” – ogni riconciliazione diventa una piccola rigenerazione della relazione. I rancori si sciolgono e al loro posto rifiorisce la tenerezza. L’amore trasforma davvero: trasfigura l’immagine che abbiamo l’uno dell’altra, facendola evolvere con noi negli anni; trasforma noi stessi, perché impariamo dall’altro ed emergono aspetti nuovi del nostro carattere; trasforma perfino le ferite, perché un conflitto superato può diventare cicatrice che rende la coppia più forte e saggia.

Antonio e Luisa

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La Differenza: tra Conflitto e Opportunità

Siamo ancora lì, in quei versetti del Cantico dove la Sulamita si lascia andare. Non sta semplicemente parlando: lo contempla. È il suo re, il suo amato. Lo guarda e lo descrive con stupore, con una meraviglia che non è solo estetica ma profondamente affettiva, quasi adorante. Si sono ritrovati, dopo il buio della notte. E adesso lei lo vede di nuovo. Lo riconosce. Lo ama. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

In questo capitolo vogliamo restare qui, su quel confine misterioso tra il maschile e il femminile. Una differenza che, sì, a volte può sembrare notte – distanza, incomprensione, silenzio. Ma che in realtà è proprio ciò che rende possibile la luce, l’incontro, la rivelazione.

L’amore maturo richiede anche di accettare i limiti e le imperfezioni dell’altro, non solo di celebrarne i pregi. La differenza tra i due – temperamento, sensibilità, modi di comunicare – a volte genera incomprensioni. Uomini e donne, come sottolinea Costanza Miriano, sono differenti in molti aspetti del loro modo di pensare e sentire, ed è facile cadere in alcune trappole: “La tentazione femminile per eccellenza è quella di controllare tutto… essendo [la donna] l’elemento forte della coppia. … La tentazione per eccellenza dei maschi è invece quella dell’egoismo e di non mettere tutto di sé nella relazione… ritirarsi nella propria caverna”.

Questa osservazione, pur generale, riflette dinamiche comuni: spesso la donna, più attenta al dettaglio relazionale, vorrebbe plasmare il partner a sua immagine (“ti miglioro io”, ironizza la stessa Miriano altrove), mentre l’uomo tende a sfuggire quando il rapporto si fa impegnativo, chiudendosi in sé. Queste tendenze opposte possono essere fonte di attrito – lei si sente trascurata, lui si sente assediato – ma sono anche il frutto della complementarità con cui siamo fatti.

La donna è spesso dotata di una sensibilità particolare per le relazioni, una capacità di connessione emotiva e di cura che costituisce una forza per la coppia; l’uomo d’altro canto porta una stabilità diversa, un orientamento all’azione e alla protezione che completa e sostiene. Invece di essere motivo di conflitto perenne, le differenze possono diventare una ricchezza se vengono riconosciute e accolte con amore. “Dobbiamo imparare a volerci bene in questa differenza e a perdonarci quotidianamente”, esorta Miriano.

In fondo, il Cantico celebra proprio questa dinamica: due amanti diversi ma complementari, lui paragona lei a un giardino chiuso in fiore, lei paragona lui a un maestoso albero di cedro – immagini diverse ma entrambe poetiche e potenti, che messi insieme danno l’idea di un giardino dove convivono bellezza e solidità, delicatezza e forza.

Amarsi nella differenza richiede umiltà e ascolto: capire che l’altro non sarà mai un nostro doppio, ma proprio per questo può sorprenderci e arricchirci. Richiede anche quel perdono quotidiano di cui parla Miriano: saper sorvolare sui piccoli torti, o perdonare quelli grandi, mantenendo la rotta verso il bene che si vede nell’altro.

La crisi, allora, da minaccia diventa occasione. Come è accaduto alla sposa e allo sposo del Cantico, che dopo lo smarrimento della notte sembrano ritrovarsi con un amore ancor più forte, così ogni coppia può uscire da una tempesta più unita di prima. Costanza Miriano, parlando del matrimonio, lo descrive come “una chiamata alla conversione”, sottolineando che persino le difficoltà coniugali possono rappresentare “un’opportunità unica per il cambiamento personale e spirituale”.

Sono parole importanti: vuol dire che nell’affrontare i momenti difficili ciascuno dei due è chiamato a crescere, a limare il proprio egoismo, a tirare fuori una pazienza e un amore più grandi. “La diversità tra uomo e donna – afferma Miriano – è parte del disegno divino e la sfida per le coppie è imparare a crescere insieme, affrontando le difficoltà”. In tale prospettiva, ogni riconciliazione dopo un conflitto diventa un ri-partire insieme, su basi via via più solide.

L’amore non rimane statico: attraversa prove, cambia forma, ma può approfondirsi e rigenerarsi se i partner accettano di mettersi in gioco. Quante volte si sente dire da coppie mature che le crisi affrontate hanno insegnato loro qualcosa, rendendoli più uniti? Il matrimonio è un lavoro che va seguito ogni giorno… Sempre occorre ripartire e crederci perché l’amore non è un singolo atto, ma un processo vivo, un cammino a due che dura tutta la vita.

La scena del Cantico dei Cantici ci mostra proprio un momento di questo cammino: c’è stata una caduta, ma c’è anche una riparazione, e la passione rinnovata dei due amanti suggerisce che ora il loro legame è ancora più consapevole e saldo.

Antonio e Luisa

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Coltivare il Giardino dell’Amore

L’Eden è davvero una condizione perduta per sempre? In questo capitolo ci interroghiamo su questa domanda, prima di tornare ai versetti del Cantico dei Cantici. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La notte è passata e un nuovo giorno torna a illuminare il giardino dell’amore. Nel Cantico dei Cantici vediamo la sposa Sulamita contemplare con meraviglia il suo amato dopo averlo ritrovato: la luce ricompare dopo l’oscurità della distanza. «Perché, ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…» – canta lo sposo nel Cantico nel secondo poema, annunciando la fine dell’inverno relazionale. Questa dinamica di luce e ombra, di inverno e primavera, percorre tutta la narrazione sacra: il Cantico non è una storia lineare, senza inizio né fine definita, ma un ciclo d’amore fatto di partenze e ricongiungimenti, di notti buie e aurore luminose.

In questa poesia millenaria riconosciamo la trama delle nostre vite. Anche la nostra storia d’amore vive di alti e bassi, di distanze e riavvicinamenti, in un cerchio che sembra non chiudersi mai. Non esistono relazioni che restino sempre uguali a sé stesse: l’amore o cresce e si rafforza, oppure declina diventando più fragile, seguendo una spirale ascendente o discendente. È importante esserne consapevoli nel cammino di coppia: ogni crisi può essere seguita da una nuova crescita, ogni notte può conoscere una nuova alba se troviamo la forza di riscoprirci e abbracciarci di nuovo. L’amore vive di questa alternanza vitale e ci chiama a non arrenderci mai all’oscurità definitiva.

Un amore vivo da coltivare ogni giorno

Proprio perché l’amore non rimane mai uguale, esso non va mai dato per scontato. L’amore coniugale è una realtà viva e in continua evoluzione, che richiede cura costante. Potremmo essere tentati di trattare la relazione come un oggetto d’arredo – qualcosa che, una volta messo al suo posto, non richiede altro che una spolverata ogni tanto. Ma il matrimonio non è un armadio immobile: è una pianta delicata che ha bisogno di essere annaffiata e accudita ogni giorno. Papa Francesco lo ha espresso con un’efficace metafora: il matrimonio somiglia a una pianta viva da curare quotidianamente, non a un mobile vecchio che basta pulire di rado. Occorre vigilare sullo stato di questa pianta, “vedere come sta, darle acqua”, come suggerisce il Papa argentino, perché solo così essa può crescere forte e rigogliosa. Se invece lasciamo che la polvere dell’abitudine la ricopra, il rischio è che il nostro rapporto appassisca lentamente.

L’amore di coppia è un dono prezioso, una realtà viva che attraversa varie stagioni. Nessuna fase della vita familiare giustifica la negligenza: la fiamma dell’affetto va alimentata anche quando arrivano i figli, anche nelle difficoltà del lavoro e della routine. Ricordiamoci che “il dono più prezioso per i figli” – come sottolinea ancora Papa Francesco – “non sono le cose, ma l’amore dei genitori… cioè la relazione coniugale”. I bambini traggono sicurezza e gioia nel vedere mamma e papà amarsi sinceramente. Per questo siamo incoraggiati a non trascurare la famiglia, ma anzi a mettere la cura del legame sponsale al primo posto. In sostanza, coltivare ogni giorno la “pianta” del matrimonio significa prendersi cura di noi stessi in quanto coppia: dedicarsi tempo, ascoltarsi, giocare insieme, sostenersi a vicenda. Sono queste attenzioni quotidiane – semplici ma costanti – a mantenere verdeggiante il giardino dell’amore nel quale anche i figli possono trovare riparo e nutrimento emotivo.

Il giardino nuziale: dall’Eden al Cantico

Sin dall’inizio, la Bibbia presenta l’amore umano con l’immagine di un giardino fertile e luminoso. Nel racconto della Genesi, prima del peccato, l’unione tra l’uomo e la donna fioriva nel giardino dell’Eden, dove tutto era dono e delizia.

Adamo ed Eva vivevano un rapporto pieno e armonioso, circondati dalla bellezza di una creazione incontaminata e vivificante. In quel paradiso originario – “giardino di delizie” secondo il significato antico della parola Eden – ogni cosa era provvista in abbondanza e l’amore reciproco non costava fatica. L’uomo e la donna potevano godere l’uno dell’altra e dei frutti della terra senza sforzo, in una comunione spontanea con Dio, tra loro e con il creato. Quel giardino primordiale simboleggia l’ideale di un amore pieno di vita, gratuito e in perfetta sintonia con la volontà divina.

Anche nel Cantico dei Cantici ritorna potente questa simbologia del giardino. Salomone, celebrando l’amore sponsale, paragona la sua sposa a un giardino incantato, chiuso e prezioso, colmo di piante aromatiche e fonti d’acqua viva. La sposa è come un paradiso segreto in cui il suo diletto ama perdersi.

Queste parole poetiche evocano un luogo di meraviglia e di abbondanza. Non vi ricorda nulla questa descrizione? Anche a noi, come all’autore sacro, essa richiama alla mente il giardino perduto dell’Eden, il paradiso terrestre in cui l’amore era puro e totale. Nel Cantico, infatti, il giardino nuziale rappresenta l’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza: è immagine dell’amore erotico ma allo stesso tempo oblativo, fatto di tenerezza concreta nei gesti e dolcezza nelle parole.

Ogni frutto delizioso, ogni aroma e colore cantato nel brano biblico rimanda alla gioia, alla meraviglia, alla pienezza dei sensi e del cuore che l’amore autentico sa donare. È uno scenario di festa e di incanto, nel quale i due innamorati sperimentano una comunione profonda.

Eppure, sorge spontanea una domanda: come è possibile tutto ciò per noi, figli di Adamo? L’uomo e la donna del Cantico – proprio come ciascuno di noi – portano in sé l’eredità della caduta, della fragilità e dell’egoismo. Siamo nati dopo il peccato originale, conosciamo la fatica di amarci davvero e i limiti della nostra condizione. Come possiamo allora tornare a quel paradiso di intimità e di gioia simboleggiato dal giardino?

La Parola di Dio ci assicura che è possibile rivivere, almeno in parte, l’armonia delle origini. L’amore umano, pur ferito, può essere redento e condotto a una nuova pienezza. Nel Cantico dei Cantici Dio ci sussurra che possiamo ritrovare l’Eden nel nostro rapporto di coppia – ma, attenzione, non sarà più un dono automatico come quello delle origini. Dopo il peccato, quel giardino di beatitudine non si conserva da sé: va conquistato di nuovo e custodito con impegno.

Del resto, la dimensione sponsale del nostro amore è talmente profonda che la Scrittura la adopera per parlare dell’amore stesso di Dio verso l’umanità. In questo senso l’amore coniugale umano diviene segno e riflesso dell’amore divino: nel dono reciproco degli sposi si rispecchia il dono di Dio, e la Grazia scende ad arricchire e sostenere la loro unione. Proprio perché porta in sé l’impronta di Dio, l’amore sponsale è chiamato a una qualità “paradisiaca” – ed è la Grazia a renderlo possibile, senza però sostituirsi alla nostra libertà e responsabilità.

La fatica e la grazia nell’amore reciproco

Se l’Eden originario non richiedeva sforzo, il nuovo Eden dell’amore coniugale esige invece lavoro e dedizione quotidiana. Il “giardino” della nostra relazione va dissodato, seminato e irrigato ogni giorno con pazienza. Ogni fiore di tenerezza e ogni pianta aromatica di gentilezza vanno coltivati con gesti concreti: attenzione, ascolto, perdono, rispetto.

Ogni creatura che popola il giardino – i simbolici “animali” che rappresentano la vitalità e la ricchezza della vita insieme – va nutrita con attenzioni reciproche costanti. Non esiste più, dopo la caduta, un giardino dell’amore che si mantenga rigoglioso da solo, senza la nostra cura. Se smettiamo di impegnarci, quel giardino pian piano si inaridisce fino a diventare un deserto relazionale. Ma se invece ce ne prendiamo cura a due mani, con perseveranza e dolcezza, vedremo rifiorire paradisi di intimità nel cuore della vita quotidiana.

La nostra relazione di sposi è quel giardino affidato alle nostre cure. Solo coltivandolo giorno per giorno – insieme, in reciprocità – potremo evitare di smarrirci nella desolazione e davvero fare esperienza di un piccolo paradiso in terra. Certo, viviamo tutto ciò nei limiti della nostra umanità imperfetta e fragile. Ci saranno stagioni di siccità e momenti in cui zappare il terreno del cuore costerà fatica e sacrificio.

Ma proprio quando l’impegno sincero si unisce alla Grazia di Dio, il miracolo dell’amore si rinnova. La fatica condivisa diventa feconda; il perdono reciproco risana le ferite; la routine quotidiana si trasfigura in un cammino di santificazione. L’amore sponsale è davvero un dono e al contempo un compito: dono meraviglioso che Dio fa a una coppia chiamandola a unirsi, e compito affidato alla libertà dei coniugi di amarsi l’un l’altro come Lui li ha amati. Ogni giorno, con umiltà e creatività, siamo invitati a lavorare in questo giardino sapendo che ogni sforzo vale infinitamente la pena. Il frutto che ne scaturisce, infatti, è una comunione d’amore intensa e gioiosa, che vale ben più di tutta la fatica spesa – perché in essa palpita la presenza vivificante di Dio stesso, e il suo Amore rende possibile il nostro.

Antonio e Luisa

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Cosa ha Mai il Tuo Diletto più di Ogni Altro Amato

Perchè lui è diverso da tutti gli altri? In questo capitolo affrontiamo l’unicità dell’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

Il coro: Che cosa ha mai il tuo diletto più di ogni altro amato, o incantevole tra le donne? Che cosa ha mai tuo diletto più di ogni altro amato, perché tu ci scongiuri con tanta insistenza?

La notte è passata. Non che siano finiti i problemi, le fatiche, le incomprensioni. Ma la Sulamita ora ha uno sguardo nuovo. Come accade dopo ogni notte dell’anima, la luce torna piano, e ci accorgiamo che qualcosa dentro di noi è cambiato. La sposa del Cantico non è più la stessa: si è rivestita di un nuovo mantello, non quello che le avevano strappato le guardie nella notte, ma un mantello fatto di comprensione, di libertà, di amore maturo.

Il coro, intorno a lei, è spiazzato. «Ma che ci trovi in lui?» sembrano dire. Non è mica perfetto. Se n’è andato. Ti ha lasciata sola nella notte. Non ti ha capita. Eppure lei insiste: è lui il mio diletto. Non uno come tanti. Non uno qualsiasi.

In questo passaggio si gioca uno dei punti più alti della spiritualità dell’amore umano: l’unicità dell’altro. In una cultura dove tutto è sostituibile, anche le persone, la Sulamita ci dice che no, l’amore vero rende l’altro unico. Irripetibile. Non perché sia perfetto, ma perché è lì che ho deciso di fermare il mio sguardo. “Tutto di lui è amabile”, dirà poco dopo. Anche le sue fragilità, anche i suoi silenzi.

Lo psicologo Viktor Frankl diceva che l’amore è l’unico modo per cogliere in modo pieno l’essere più profondo dell’altro. Solo l’amore ci fa superare l’apparenza. Ed è quello che la Sulamita ha fatto: ha attraversato la notte, si è persa, ha cercato, è stata ferita. Ma ha scelto. Ha scelto di restare fedele all’immagine più vera del suo amato. Non a quella offuscata dalla delusione o dalla distanza.

Quante volte nel matrimonio arrivano domande simili. Ma chi te lo fa fare? Perché continui a credere in lui o in lei? Perché resti, se potresti rifarti una vita? Ed è proprio lì che si gioca la qualità del nostro amore. Quando smette di essere amore-contratto e diventa amore-alleanza. Quando non è più amore che cerca una gratificazione, ma amore che ha preso la forma della fedeltà.

Don Luigi Maria Epicoco in una sua catechesi lo dice così: «Non c’è amore vero se non c’è una croce nel mezzo». Non per esaltare il dolore, ma per dire che solo un amore che attraversa anche l’incomprensione, la noia, la fragilità, può fiorire davvero. La Sulamita non idealizza più il suo sposo: lo ama così com’è. Anzi, lo trova ancora più bello dopo la notte.

Mi ha colpito una frase di una catechesi: «La fede nuziale è un segno di clausura. Una coppia sposata è chiusa insieme». Come se il matrimonio fosse un monastero a due. Non una prigione, ma un luogo dove si entra e si resta, anche quando il vento soffia forte fuori. E dentro, ci si plasma. Ci si lima. Ci si ama davvero.

Quando smettiamo di pensare che il nostro partner debba rispondere a tutti i nostri bisogni, iniziamo ad amarlo davvero. Perché lo scegliamo. Perché vediamo in lui o in lei un dono. E perché sappiamo che anche attraverso quella sua fatica, quella sua parte che non ci piace, noi stiamo crescendo.

In Analisi Transazionale si direbbe che l’amore vero nasce dall’adulto interiore: non è una reazione automatica del bambino che ha paura di restare solo, né il giudizio rigido del genitore che ama solo se l’altro si comporta bene. È una scelta consapevole. Responsabile. Libera.

Ecco perché la Sulamita lascia a bocca aperta il coro. Perché in un mondo di amori usa e getta, lei resta. Lei ama. Lei testimonia che l’amore, quello vero, quello che ti cambia la vita, è fatto di perseveranza, di memoria, di fiducia oltre le prove.

Nel volto imperfetto del suo amato, lei vede qualcosa che gli altri non vedono. Vede l’uomo della promessa. L’uomo che, pur con le sue fughe, è stato scelto. L’uomo che può ancora rinascere nell’incontro con lei.

E allora l’amore umano torna ad essere quello che Dio ha pensato: un’avventura grande, fragile e bellissima, dove ci si prende per mano non perché tutto va bene, ma perché ci si riconosce dono. E ci si sceglie ogni giorno, anche nella notte.

Antonio e Luisa

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Spogliati per Amare Davvero: la Notte del Mantello

Siamo ancora immersi nella notte dell’anima. La relazione tra gli sposi, un tempo radiosa e vibrante, ora sembra persa tra ombre e silenzi. La vicinanza profonda dei corpi, l’intesa degli sguardi e la gioia dei primi abbracci sembrano appartenere a un altro tempo. È naturale che ciò avvenga: il matrimonio, come ogni vera storia d’amore, non cresce soltanto nei giorni di sole, ma soprattutto nelle notti oscure. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

La separazione, il sentirsi distanti, fa parte della vita di ogni coppia. Non è un incidente: è una tappa. Accade: l’altro non risponde più ai nostri richiami interiori. Diventa estraneo. Il suo silenzio brucia, la sua freddezza ci punge. E allora sorgono domande dolorose:
È davvero la persona giusta?
Perché è così chiuso, così lontano?
Perché non riesce più a vedermi, a capirmi?

In quei momenti, le nostre certezze diventano come “le guardie della città”: difese interne, costruite per proteggere l’immagine ideale che ci eravamo fatti del nostro sposo o della nostra sposa. Guardie che, invece di custodire, finiscono per ferire. Ci colpiscono. Ci spogliano. Ci strappano il mantello.

Il significato del mantello nelle relazioni

Il mantello, in una lettura spirituale e psicologica, rappresenta tutte quelle cure, attenzioni e sicurezze di cui ci avvolgiamo inconsapevolmente nel matrimonio. È il bisogno naturale di sentirsi amati, accolti, protetti. È la veste che riveste il nostro bisogno primario di essere visti e riconosciuti.

Quando le guardie ci strappano il mantello, quando l’altro non risponde più come vorremmo, viviamo una nudità interiore. Ci sentiamo esposti, vulnerabili, nudi non solo davanti al coniuge, ma anche davanti a noi stessi. È una notte, sì, ma anche un’opportunità: la possibilità di imparare ad amare senza appoggiarci più ai sostegni infantili che ci aspettavamo dall’altro. È la chiamata a rivestirci di un altro mantello: il mantello di Cristo.

San Paolo dice: “Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine e di pazienza” (Col 3,12). Questo nuovo mantello non è tessuto con le attese che abbiamo sul coniuge, ma con il dono gratuito di sé. Non amiamo più solo perché l’altro corrisponde, ma perché scegliamo di amare. Non amiamo più per ricevere, ma per donare.

Il matrimonio non è un mercato di affetti, è una scuola di gratuità. E in questa notte dell’anima, in questo essere percossi e spogliati, ci viene offerta la possibilità più alta dell’amore: amare come Cristo, senza condizioni.

Testimonianza di una notte vissuta

Anche nella nostra storia, Luisa ed io abbiamo attraversato una notte simile. L’inizio era stato luminoso: matrimonio da favola, primi figli arrivati come benedizioni immediate. Tutto sembrava perfetto. Ma forse, inconsciamente, correvamo troppo. La realtà, quella più profonda, bussava alla porta. Ero entrato, improvvisamente, in una crisi che non sapevo nemmeno spiegare. Come lo sposo del Cantico, me ne ero andato. Non fisicamente, ma con il cuore e con la mente. Mi sentivo soffocato, inadeguato, schiacciato dalle responsabilità. Mi allontanavo, cercando rifugio nel lavoro, nello sport, altrove.

Luisa, come la Sulamita, si trovò sola. Ferita. Spogliata del mantello delle sue certezze. Il marito su cui pensava di poter contare era diventato freddo, sfuggente. Ma non mollò. Con la forza dolce di chi ama davvero, mi continuava a trattare come il marito migliore del mondo. Non perché io lo fossi in quel momento, ma perché aveva scelto di amarmi così. Nonostante tutto. Era come se, spogliata della sicurezza del suo primo mantello, avesse deciso di cucirne uno nuovo: non fatto di aspettative, ma di misericordia.

E quella misericordia, giorno dopo giorno, ha compiuto un miracolo. Non c’è nulla di più forte al mondo che essere amati quando non lo meritiamo. Non c’è nulla che converta più profondamente del sentirsi accolti nella propria miseria. Alla fine, quella notte ci ha rigenerati. Alla fine, quel mantello strappato ci ha resi nudi davanti a noi stessi e davanti a Dio. E Dio ci ha rivestiti. Non più delle nostre illusioni, ma del Suo Amore.

Il dolore come fecondità

L’episodio delle “guardie che tolgono il mantello” nel Cantico non è semplicemente un momento di dolore: è una gestazione. Nella simbologia biblica, il mantello rappresenta anche l’identità, la dignità, il ruolo. Quando viene tolto, non perdiamo solo protezione, ma anche l’immagine che abbiamo di noi stessi. Quella notte non è sterile: è gravida di una nuova possibilità.

Nella logica dell’amore cristiano, la perdita, il fallimento apparente, la spogliazione sono vie attraverso cui si genera una nuova fecondità. Non la fecondità biologica, ma quella più profonda: la fecondità dell’amore che salva, che redime, che rinnova.

Malati d’amore

Alla fine, cosa resta? La Sulamita lo grida: “Scongiuro, figlie di Gerusalemme: se trovate il mio diletto, ditegli che sono malata d’amore!”
Non è un lamento. È un inno. Essere malati d’amore significa essere conquistati da un amore che non possiamo più possedere, ma solo desiderare. Essere malati d’amore è vivere nell’inquietudine benedetta di chi ha scoperto che l’altro non è un oggetto da trattenere, ma un mistero da accogliere. Solo chi ha attraversato la notte del mantello può amare davvero. Solo chi ha imparato a restare nudo può essere rivestito della veste più bella. La veste del vero amore.

Antonio e Luisa

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L’Amore Mio se n’era Andato

Ricordate dove ci siamo lasciati due settimane fa? Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice). È notte fonda. La Sposa del Cantico dorme, ma il suo cuore veglia inquieto. All’improvviso un bussare alla porta la desta: è l’Amato che chiama con tenerezza – “Aprimi, sorella mia, mia amica, mia colomba…” (Ct 5,2). E lei? Oggi affrontiamo la risposta della Sulamita. Il cuore di lei sobbalza nel riconoscere la voce amata. Eppure la Sposa esita dietro la porta chiusa, impreparata e timorosa. Si attarda un istante di troppo prima di aprire, forse per pigrizia o insicurezza.

Mi sono alzata per aprire al mio dôdì e le mie mani stillavano mirra; fluiva mirra dalle mie dita sulla maniglia del chiavistello. Ho aperto al mio dôdì, ma l’amore mio se n’era andato, era scomparso. L’anima mia è venuta meno per la sua scomparsa. L’ho cercato, ma non l’ho trovato, l’ho chiamato, ma non mi ha risposto.

Quell’attimo è fatale. Dopo alcuni momenti di silenzio, l’Amato si allontana col cuore ferito. Quando finalmente lei si decide ad aprire, trova solo buio e silenzio: “Ho aperto all’amato mio, ma l’amato mio se n’era andato, era scomparso” (Ct 5,6). L’aria è intrisa del suo profumo, ma lui non c’è più. Questo è il dramma di un’occasione perduta. È un’esperienza che tante coppie conoscono: uno dei due “bussa” al cuore dell’altro – cercando affetto, dialogo, vicinanza – ma l’altro esita e rimane chiuso in se stesso. Bastano pochi istanti di indecisione e l’intimità si infrange: chi si è sentito rifiutato si ritrae, lasciando dietro di sé solo il rimpianto. Quante volte, per orgoglio o paura, non rispondiamo in tempo a chi amiamo, ritrovandoci poi con il rimorso di averlo lasciato andare?

Alzarsi, aprire, profumare: i simboli dell’amore

Il brano offre alcuni simboli evocativi che illuminano il significato profondo di questa dinamica amorosa:

  • “Mi sono alzata” – La Sposa finalmente si alza per aprire (Ct 5,5). Questo verbo indica uno scatto di volontà: il superamento della comodità e dell’orgoglio per andare incontro all’altro. Nell’amore di coppia, ogni “alzarsi” rappresenta la scelta di amare attivamente, di mettersi in gioco. Solo così l’incontro può avvenire – restare fermi significa tenere chiusa la porta.
  • Il chiavistello – La porta ha un chiavistello da sbloccare, simbolo delle barriere del cuore. Ognuno di noi ha “serrature” interiori: difese, paure, ferite passate che possono impedirci di aprirci completamente. L’Amato bussa e infila la mano nella fessura (Ct 5,4), ma sta alla Sposa aprire dall’interno. Allo stesso modo, nell’intimità nessuno può essere costretto ad aprirsi se non lo vuole: ci vuole fiducia e coraggio per togliere i propri lucchetti interiori e permettere all’altro di entrare.
  • La mirra“Le mie mani stillavano mirra” (Ct 5,5): aprendo, la Sposa si ritrova le dita bagnate di olio profumato. La mirra, essenza preziosa dal profumo intenso e dal gusto amaro, rappresenta l’impronta dell’amore. Anche se l’Amato è andato via, la sua fragranza persiste sulle mani di lei: ogni incontro autentico lascia un segno indelebile. Quella scia di profumo è dolce perché le ricorda la presenza amata, ma porta con sé anche l’amarezza del rimpianto per averla persa. L’amore vero impregna la vita come un aroma inconfondibile, e la sua assenza brucia come un profumo amaro.

Alla ricerca dell’Amato perduto

Di fronte all’assenza improvvisa, la Sposa non rimane ferma. “L’ho cercato, ma non l’ho trovato; l’ho chiamato, ma non mi ha risposto” (Ct 5,6). Con il cuore in gola, esce nella notte a cercare l’Amato perduto. È un gesto di coraggio e di umiltà al tempo stesso: riconosce il proprio errore e tenta di rimediare. Quante volte anche noi, quando ci rendiamo conto di aver deluso o allontanato chi amiamo, proviamo angoscia e ci mettiamo alla ricerca dell’altro per ricucire lo strappo! L’amore autentico possiede questa forza: spinge a rincorrersi a vicenda quando ci si è smarriti.

Certo, la fragilità umana fa sì che nelle relazioni ci siano inciampi, esitazioni e ferite reciproche. Ma la bellezza dell’amore sta anche nella capacità di rialzarsi e ritrovarsi. Nel Cantico, dopo la notte della separazione gli sposi si ricongiungono, e la Sposa proclama: “Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (Ct 6,3). Allo stesso modo, ogni coppia che attraversa un periodo di distanza può, nel perdono e nell’abbraccio, riscoprire una rinnovata profondità di comunione.

In filigrana si può leggere in questa pagina anche un’allusione all’Amore divino: l’Amato che bussa richiama il Cristo che sta alla porta del cuore (cfr. Apocalisse 3,20), e la Sposa l’anima chiamata ad aprirgli. Sono risonanze spirituali che arricchiscono il testo, ma al centro rimane un messaggio universale: l’amore richiede attenzione e coraggio. Attenzione per accogliere subito chi ci ama quando bussa, senza dare l’altro per scontato. Coraggio per vincere la tentazione di chiuderci in noi stessi e, se necessario, raggiungere chi si è allontanato per ricucire la relazione. Così, nel vissuto quotidiano dell’amore sponsale, l’eco del Cantico risuona ancora: non temere di aprire la porta all’Amato. Solo nell’incontro sincero le mani torneranno a stillare mirra e il cuore si riempirà di quella fragranza che dà senso e bellezza al cammino d’amore.

Antonio e Luisa

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Un fremito mi ha sconvolta: Amore e Vulnerabilità Femminile

Dopo l’interruzione per il periodo di Pasqua, riprendiamo oggi le riflessioni sul Cantico dei Cantici. E partiamo alla grande. Con dei versetti audaci edespliciti. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Il mio dôdì ha introdotto la mano nello spiraglio e un fremito mi ha sconvolta.

Il Cantico dei Cantici è uno dei testi più audaci della Bibbia. Come scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Nel Cantico la sessualità non è mai banalizzata né ridotta a istinto: è elevata a linguaggio dell’amore, spazio della tenerezza e della reciprocità.” (G. Ravasi, Il Cantico dei Cantici, 2005)

Qui l’amore non è idealizzato né nascosto dietro veli di imbarazzo: è concreto, ardente, appassionato. Il diletto cerca l’amata, ma la porta è chiusa. Lei sente la sua presenza, ne avverte il desiderio, e insieme prova paura. Paura di lasciarsi andare. Paura di perdere il controllo. Perché abbandonarsi è sempre un rischio: è permettere all’altro di entrare, non solo nel corpo, ma nel luogo più sacro della propria intimità.

Molte donne vivono questa tensione interiore. Come osserva padre Giovanni Cucci, psicologo e gesuita: “L’amore vero espone alla vulnerabilità: chi ama si mette in una condizione di rischio. Questo spaventa, soprattutto quando si portano cicatrici profonde.” (G. Cucci, La forza della fragilità, 2018)

Storie di ferite, tradimenti, delusioni possono irrigidire il cuore e il corpo. Anche quando il desiderio di abbandonarsi è forte, qualcosa trattiene: una paura sottile, radicata. Questa dinamica, pur toccando anche gli uomini, nella donna trova una manifestazione fisica più evidente. Nel rapporto sessuale la donna è chiamata ad accogliere dentro di sé l’uomo. Non è solo una questione anatomica: è un atto emotivamente e spiritualmente impegnativo. Come sottolinea Marco Scarmagnani, consulente familiare cattolico: “Accogliere è un gesto di fiducia totale: significa dire all’altro ‘ti accolgo dentro di me’, non solo nel corpo, ma nel cuore e nell’anima.” (M. Scarmagnani, Amore grande, 2022)

La cultura pornografica, che molti hanno assorbito inconsapevolmente fin dall’adolescenza, banalizza l’intimità fisica, riducendola a divertimento o a sfogo. Ma la verità è diversa. Il rapporto fisico tra sposi è un sacramento vissuto nel corpo: una finestra sull’invisibile, un’icona del dono totale.

È falso che il desiderio si consumi col tempo. Se l’amore cresce, anche l’unione fisica si fa più intensa, più vera, più profonda. Come scrive don Luigi Maria Epicoco: “La fedeltà nel tempo non spegne la passione, ma la purifica, la rafforza e la rende capace di toccare le radici dell’essere.” (L.M. Epicoco, La forza della mitezza, 2021)

Se invece la paura domina, il corpo si chiude, l’intimità si spegne e il piacere stesso viene meno. L’atto che dovrebbe essere dono diventa tensione e sofferenza. Ma il matrimonio cristiano, vissuto nella verità e nella pazienza, può guarire anche le ferite più profonde. È necessario però un doppio cammino:

  • La donna è chiamata a un lento e coraggioso lavoro su sé stessa: imparare a fidarsi, a riconoscere e accogliere la propria vulnerabilità come una forza e non come una minaccia.
  • L’uomo è chiamato a educare il suo desiderio: imparare a non violare, ma a rispettare; imparare a corteggiare con tenerezza; imparare a cercare l’unione e non il possesso.

Il dono fisico tra sposi, se vissuto con rispetto, fiducia e abbandono, diventa una porta spalancata sul mistero stesso di Dio. Non una fuga dalla fatica della vita, ma un anticipo della comunione eterna. Aprire quella porta non è mai facile. Ma chi ha il coraggio di aprirla, scopre la gioia di essere, finalmente, accolto e amato per sempre.

Antonio e Luisa

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