Siamo ormai alla fine del Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).
L’amata: Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.
Sono parole durissime. Parole che non lasciano sconti. Il Cantico dei Cantici va dritto al centro della questione: l’amore non si compra. Mai. Con nulla. Neppure con tutto.
Questo versetto dialoga in modo sorprendente con l’Inno alla carità di san Paolo: «E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (1Cor 13,3). È come se la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, ci dicesse la stessa cosa con parole diverse: puoi avere tutto, puoi anche perdere tutto, ma se non ami davvero non hai nulla.
Se credo che l’amore possa essere equiparato alle ricchezze materiali, allora non ho capito né la vita né me stesso. Non posso comprare neppure un grammo d’amore con tutte le ricchezze del mondo. L’amore sta su un altro piano. È realtà eterna, perché viene da Dio. «Dio è amore» (1Gv 4,8). Tutto il resto passa.
I beni materiali, quando diventano un fine, creano l’illusione di riempire il vuoto che portiamo dentro. Ma qualcosa di finito non potrà mai colmare un desiderio di infinito. È una legge dell’anima. Possiamo riempire le giornate, non il cuore. Possiamo saziare i sensi, non il desiderio profondo di essere amati per davvero.
Per questo questo versetto del Cantico non parla solo ai ricchi. Parla a tutti. Tutti abbiamo le nostre “ricchezze”. Non sono sempre lingotti d’oro. A volte sono molto più piccole e molto più pericolose: la carriera, l’immagine, il successo, l’indipendenza, il tempo per noi, la partita di calcetto, le uscite con gli amici. Possono persino essere cose buone: un servizio in parrocchia, un gruppo di preghiera, un impegno ecclesiale. Ma quando diventano un alibi per fuggire dalla relazione che Dio ci ha affidato, allora smettono di essere un dono e diventano una fuga.
L’amore di Dio va cercato prima in casa. Prima nel volto della moglie, del marito, dei figli. Poi fuori. Altrimenti rischiamo una forma sottile di spiritualità disincarnata: cerchiamo Dio ovunque tranne lì dove Lui ci ha già messi. È una tentazione antica: cercare il sacro per non affrontare il concreto.
Il Cantico è spietato: alla fine, di tutte queste “ricchezze”, non ne avremo che disprezzo. Non perché siano cattive in sé, ma perché non possono reggere il confronto con ciò che conta davvero.
Questo versetto ci invita a un cambio di logica: dalla logica del possesso alla logica del dono. L’amore, se non è messo al primo posto, non è amore. Diventa uno strumento tra gli altri per cercare la nostra soddisfazione. E allora la relazione sponsale finisce sullo stesso piano della carriera, del tempo libero, degli interessi personali. Ma un amore così, prima o poi, non regge la fatica. Quando il costo supera il beneficio, si scappa. E la separazione diventa una conseguenza “logica”. Ma è davvero amore questo?
Anche io, lo dico con molta verità, sono partito male con Luisa. Avevo un desiderio sincero di vivere il matrimonio secondo Dio, secondo la Sua legge, mettendo l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava tutto faticoso. Attraversavo momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. A un certo punto ho messo in discussione tutto: la mia scelta, la relazione, perfino la decisione di avere subito due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato.
Mi ero sposato a 27 anni. Un’età normale, ma non più tanto nei nostri tempi. Guardavo i miei amici: vivi, spensierati, senza responsabilità, spesso ancora “serviti e riveriti” in casa. Io invece tornavo la sera stanco, carico di doveri. E non riuscivo più a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui avevo creduto quando avevo detto il mio sì.
Poi, a un certo punto, ho visto una differenza che mi ha disarmato. Ho visto in Luisa una pace. Una pace che non veniva da me. Anzi, in quel periodo probabilmente ero per lei più motivo di preoccupazione che di gioia. Era una pace che nasceva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il nostro matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, proprio allora dava ancora di più.
Ed è lì che ho capito. Io ero un po’ come il giovane ricco del Vangelo: «Gesù, fissandolo, lo amò… ma quello se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze» (cfr. Mc 10,21-22). Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai privilegi della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze: gli amici, il calcetto, la tranquillità quando rientravo a casa.
Guardavo la mia vita come una lunga rinuncia a ciò che avevo prima. Ero così concentrato su ciò a cui avevo detto di no, da non assaporare ciò che avevo detto di sì. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me, che faceva di Cristo il centro di tutto. Il dono più grande che Dio mi aveva fatto io lo vivevo come una perdita.
Solo quando ho fatto anch’io quel salto interiore, tutto è cambiato. Non ho dovuto rinunciare a tutto, come temevo. Ho mantenuto il mio sport, gli amici. Ma hanno trovato il loro posto giusto. Non più al centro. La priorità è diventata la mia famiglia.
Ed è qui che il Cantico diventa carne nella vita: quando l’amore passa davvero al primo posto, tutto il resto si ordina. Quando invece l’amore viene dopo, anche le cose buone diventano un peso. Alla fine, il versetto dice una verità semplice e vertiginosa: puoi dare tutto per avere molte cose, ma non potrai mai dare qualcosa per comprare l’amore. L’amore non si compra, si accoglie. Non si possiede, si riceve. Non si trattiene, si dona. E solo chi ha il coraggio di mettere l’amore prima delle proprie “ricchezze” scopre che non sta perdendo nulla, ma sta finalmente cominciando a vivere.
Antonio e Luisa
Acquista i nostri libri Il dono del corpo. L’ecologia dell’amore La grazia degli imperfetti