Dal libro dell’Esodo. In quei giorni sorse sull’Egitto un nuovo re, che non aveva conosciuto Giuseppe. Egli disse al suo popolo: “Ecco che il popolo dei figli d’Israele è più numeroso e più forte di noi. Cerchiamo di essere avveduti nei suoi riguardi per impedire che cresca, altrimenti, in caso di guerra, si unirà ai nostri avversari, combatterà contro di noi e poi partirà dal paese”.[…]Il faraone diede quest’ordine a tutto il suo popolo: “Gettate nel Nilo ogni figlio maschio che nascerà, ma lasciate vivere ogni femmina”.[…]_La donna _[…]non potendo tenerlo nascosto più a lungo, prese per lui un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi adagiò il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo.[…]La figlia del faraone le disse: “Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario”. La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli fu per lei come un figlio e lo chiamò Mosè, dicendo: “Io l’ho tratto dalle acque!”.
Abbiamo tagliato molte parti perché ci pare che la vicenda di Mosè sia abbastanza conosciuta e su cui sono stati fatti diversi film più o meno azzeccati, dei quali vi consigliamo la visione in questo periodo un po’ più distensivo. Della storia di Mosè esistono anche numerosi scritti di taglio teologico, storico, catechetico e spirituale, perciò anche stavolta ci troviamo costretti a decidere di raccontarvi solo un piccolo aspetto di grandi tematiche che la Liturgia ci propone in questi giorni.
Le prime righe ci aiutano a inquadrare storicamente la vicenda di Mosè. Sono delle parti descrittive, ma sono quelle che abbiamo scelto noi per focalizzare la nostra attenzione sul tema della sapienza divina. Apparentemente Dio resta in silenzio per ben 400 anni (numero che contiene una simbologia), quasi fosse seduto in poltrona a guardare il film del popolo di Israele che viene oppresso e schiavizzato dagli Egiziani. Aveva dato loro Giuseppe per tirarli fuori da una pesante carestia ed ora sembrava essersi dimenticato di coloro che aveva appena salvato.
La sapienza divina utilizza criteri diversi dai nostri, adopera strategie differenti contro il nemico, conosce quando i tempi sono maturi e agisce in modo misterioso, di solito anche in modo occulto. Il Signore sa sfruttare a proprio vantaggio l’arma del nemico. In questo caso, l’arma del nemico era lo sterminio dei bambini maschi e il Signore usa proprio quest’arma per far “trovare” alla figlia del faraone quel bambino tanto bello e tenero che lei adotterà come figlio e crescerà come un principe e un condottiero capace e valoroso. Il Signore si fa beffa del nemico, il quale non sa che sta crescendo e istruendo il suo più grande avversario all’interno delle sue stesse mura. Inoltre, il nome “Mosè” gli viene imposto proprio dalla figlia del faraone, che inconsapevolmente diventa una profetessa del destino del popolo di Israele; infatti, il popolo viene salvato perché “tratto dalle acque” durante il famoso passaggio del Mar Rosso.
Non possiamo tralasciare il fatto che senza l’oppressione e la schiavitù del popolo ebraico, e la conseguente e sciagurata decisione dello sterminio dei bimbi maschi da parte dell’Egitto, non avremmo avuto Mosè con tutti i benefici che la sua figura comporta per la salvezza del popolo. Cosa ci insegna tutto ciò nella nostra vita quotidiana? Da un lato, ci rassicura sul fatto che nulla sfugge a Dio riguardo al Suo popolo, nemmeno le ingiustizie o le angherie che dobbiamo sopportare. Dall’altro lato, ci offre conforto sapendo che Dio sta già operando all’interno di quella dolorosa situazione che stiamo affrontando.
Molti sposi stanno vivendo situazioni di grande dolore: incomprensioni dentro e fuori la coppia, fatiche nella malattia propria o nell’accudimento di familiari, dolori per le scelte sciagurate dei figli, dolori per l’allontanamento del coniuge da una vita di Grazia, ecc… Ogni coppia di sposi ha la propria storia, ma ciò che conta è vivere questa situazione non come una perdita ma come una vittoria. Dobbiamo imparare a vivere le nostre vicende tristi con lo sguardo alla vittoria finale; è come se stessimo vivendo il primo tempo di una partita, della quale solo il Signore conosce il risultato finale. A noi però tocca vivere il primo tempo con tutto noi stessi, quindi anche con tutta la nostra fede, e starci dentro le fatiche, dentro i dolori, dentro le perplessità, dentro le paure. Dobbiamo starci, ma senza catene di schiavitù, starci con la libertà di cuore dei figli di Dio che lodano il Signore in ogni tempo, perché anche il nostro tempo è Sua Grazia.
Non sappiamo ancora quando il Signore tirerà fuori dal cilindro la Grazia, quando il Signore sfodererà il Suo asso nella manica. Nel frattempo, una Grazia che già possiamo chiedere e dobbiamo lottare per vivere è quella della perseveranza nella prova. Coraggio sposi, anche per voi il Signore sta già preparando il vostro Mosè, e lo sta preparando nel nascondimento perché vuole far crescere la vostra fede in Lui e non nelle nostre povere risorse umane. Coraggio!
Giorgio e Valentina.