Mistagogia del lavacro battesimale: significato e simbolismo

In questo articolo condivido una mistagogia del lavacro battesimale. Nelle precedenti riflessioni ci siamo soffermati, come un preludio, sui momenti dell’accoglienza, dell’ascolto della Parola di Dio e dell’unzione pre-battesimale, della rinuncia e della confessione di fede.

Al momento del lavacro il celebrante invita la famiglia e i padrini ad avvicinare il battezzando al fonte. In realtà è Gesù che invita: «Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva» (Giovanni 7, 38). In quel tempo Gesù disse queste parole per indicare il dono «dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui» (Giovanni 7,39).

L’acqua contenuta dal fonte battesimale è stata santificata durante i riti della veglia pasquale o, se questo non fosse possibile, all’inizio della liturgia del sacramento del battesimo. Il sacerdote in quel momento ha invocato lo Spirito Santo affinché avvenga una meraviglia di salvezza come avvenuto nel passato. La preghiera di benedizione fa memoria dei momenti in cui l’acqua è stata preparata per il battesimo: l’acqua della creazione, l’acqua del diluvio, l’acqua del mare dell’esodo, l’acqua del Giordano nel battesimo di Gesù, l’acqua dal fianco trafitto di Gesù.

Durante il momento del lavacro, quando il capo è bagnato con quest’acqua, il battezzando partecipa alla vita trinitaria perciò il sacerdote dice: «Io ti battezzo nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo». Ogni battezzato dovrà narrare la meraviglia ricevuta in dono dal lavacro: «il Padre ci ha riplasmati, per mezzo del Figlio siamo stati riplasmati, e lo Spirito è vivificante. Anche nella prima creazione la Trinità era come adombrata in figure: il Padre plasmava, il Figlio era la mano del plasmatore, il Paraclito il soffio di chi inspirava la vita» (N. CABASILLAS, La vita in Cristo, Roma 2002, 117).  

Da oltre un millennio, la rinascita dall’acqua e dallo Spirito (cfr Gv 3,6) ha sostituito, nella quasi totalità, l’antica tradizione d’immersione totale della persona mantenendo la medesima significazione: «quest’acqua distrugge una vita e ne suscita un’altra, annega l’uomo vecchio e fa risorgere il nuovo … il gesto di immergersi nell’acqua e scomparire sembra un fuggire la vita nell’aria, ma fuggire la vita vuol dire morire. Riemergere invece e trovarsi di nuovo all’aria e alla luce è come un andare in cerca della vita e conseguirla» (N. CABASILLAS, 116).

Sull’architrave del battistero della Basilica del Laterano c’è un’iscrizione di papa Sisto III (432-440) che attribuisce al fonte battesimale la simbologia dell’utero materno: «Qui nasce al cielo un popolo di stirpe divina, cui genera lo Spirito fecondatore di queste acque. La Madre Chiesa, la virginea prole concepita per virtù dello Spirito Santo, partorisce in queste onde … Né v’ha alcuna differenza tra coloro che qui rinascono: li pareggia la medesima sorgente vitale, un identico Spirito, un’unica fede». Per la rigenerazione battesimale avvenuta nel fonte, come seno materno della Chiesa, ogni battezzato avrà la Chiesa per Madre per avere Dio come padre.

Può sorgere a questo punto la domanda: quali sono i bisogni di un nascituro nell’attimo in cui viene alla luce? Piange, ha fame, vuole essere coperto, invoca protezione, è in cerca di affetto; ancor prima ha bisogno della recisione del cordone ombelicale che come un ‘canale’ fino a quel momento ha trasmesso le sostanze necessarie per il suo sviluppo. Questo taglio pur se avviene materialmente non farà mai venire meno il legame esistenziale tra la mamma e suo figlio, ugualmente accadrà tra la Chiesa e ogni singolo battezzato.  

Fino a quando il cristiano vive sulla terra ha bisogno delle cure materne ecclesiali con i canali sacramentali per ricevere i tesori della vita spirituale, quando poi egli nascerà alla vita in Cielo non ne avrà più bisogno. Ecco perché la Chiesa deve essere amata e chiamata lietamente con il nome di ‘madre’: «non ci ha generati per poi abbandonarci e lasciarci correre da soli la nostra avventura: ci custodisce e ci tiene tutti uniti nel suo seno materno; viviamo sempre del suo spirito, ‘come i bambini nel seno della madre vivono della vita di lei’. Ogni cattolico nutre per essa un sentimento di tenera pietà filiale» (H. DE LUBAC, Meditazioni sulla Chiesa, Milano 2011, 182).

La Chiesa domestica, che poco prima del lavacro si è impegnata ad insegnare l’arte dell’amare Dio e il prossimo, dovrà chiedersi: è proprio difficile amare questa Chiesa-madre?

Forse se ciascuno avrà imparato ad amarla sulle ginocchia della propria madre non le sarà difficile neppure insegnare a fare altrettanto. «Sia sempre benedetta questa grande Madre augusta, sulle cui ginocchia ho tutto appreso» (P. Claudel). Ho imparato da lei a parlare e anche a pregare con la parola umana e quella del Vangelo, a guardare e forse anche a interpretare la realtà degli uomini e quella del divino, a ringraziare e a chiedere perdono … Così la Chiesa mi ha insegnato ad amare: quando ero sulle ginocchia della mia giovane madre ma anche quando, divenuta anziana, le rughe per le tante esperienze amare come un velo sul suo volto si sono posate. «Quante tentazioni proviamo verso questa Madre che dovremmo soltanto amare!» (H. De Lubac).

Don Antonio Marotta

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