Cari sposi, oggi celebriamo la solennità di Cristo, Re dell’Universo, con un tono di speciale enfasi. Difatti, ricorre il primo centenario dell’introduzione di tale ricorrenza nel calendario liturgico e capire le ragioni per cui Papa Pio XI la volle istituire può gettare luce sul suo significato per noi oggi. Un secolo fa il mondo era appena uscito, estremamente ferito e sconvolto, dalla Grande Guerra (1914-1918) e si stava riprendendo dal punto di vista economico e culturale a gran velocità. Sembrava che l’umanità avesse voltato pagina, con il vento in poppa di progressi in tutti i campi, e i Roaring twenties promettevano un avvenire di serenità e prosperità.
Eppure, la Madonna a Fatima l’aveva chiaramente preannunciato a Lucia nel 1917: La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, nel regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore e poi aggiunse: E ascolterete le Mie richieste, la Russia si convertirà e avrete pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate.
In effetti, il XX secolo è stato di gran lunga più crudele, quanto a persecuzioni, contro la fede cristiana, addirittura rispetto ai primi tempi della Chiesa. E infatti, durante il pontificato di Pio XI si consolidarono politicamente le tre grandi ideologie (fascismo, nazismo e social-comunismo) colpevoli della maggior parte dei casi di violenza e morte per tantissimi credenti.
In sostanza, questo lo scenario in cui il Papa Ratti concepì l’Enciclica Quas Primas nel 1925 con cui voleva ribadire al mondo intero che è solo Cristo il vero re del mondo e che il suo regno non coincide con la regalità umana, piuttosto è un regno principalmente spirituale, universale, sociale e benefico.
Il Vangelo odierno ce lo mostra con una drammaticità commovente. Colui che aveva guarito decine e decine di storpi, ciechi, lebbrosi… colui che aveva riportato in vita i morti, colui che comandava alle onde del lago e ai venti impetuosi, dal cui corpo usciva una forza misteriosa che sanava tutti… ora non è che un povero condannato a morte, per nulla diverso dagli altri due ai suoi fianchi. Che fine hanno fatto la forza e la grandezza di Gesù, in quel povero corpo agonizzante? Lo stesso Gesù non risponde alle provocazioni sarcastiche di fare segni particolari come pure di scendere dalla croce.
Ma quel silenzio di Cristo è assolutamente docente e pregnante di significato, Lui ci sta volendo dire qualcosa che va oltre le parole. Unicamente con l’esempio e la testimonianza di vita, Gesù ci insegna che il vero re è colui che si dona fino a perdere sé stesso, non per possedere e dominare, ma per arricchire l’altro ed innalzarlo. Sotto la Croce “capiamo” le sue parole quando ci diceva di servire con gioia, di mettersi all’ultimo posto, di lavare i piedi, di donare gratuitamente, di perdonare i nemici… ecco i veri segni della regalità di Cristo!
Pensiamo alla storia del mondo ma anche e soprattutto alla nostra storia personale. Quando ci siamo voluti staccare da questo modo di essere di Gesù per seguire altre mentalità, modi di vivere, correnti di pensiero… quali frutti ne abbiamo tratto? La nostra vita forse ha dato frutti migliori e ci ha regalato la pace del cuore?
Guardiamo con grande gioia e gratitudine a Gesù che continua a guidarci con soavità, con bontà, con misericordia, con pazienza. La sua unica forza in quelle circostanze terribili è stato l’amore al Padre e a noi, che lo ha spinto a donarsi fino alla fine della sua vita.
Ecco perché voi sposi siete speciali interpreti della Sua Regalità. Dice Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio che: il compito sociale e politico rientra in quella missione regale o di servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale non possono sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola (n. 47).
Voi sposi avete un dono speciale di imitare e seguire Gesù Sposo e Re, perché potete rendere il vostro servizio abituale quale segno del Suo amore, grazie al sacramento nuziale. Anche voi entrate nel Suo Regno quando unite a Lui l’amore con cui vi servite vicendevolmente, un amore che non passa per nulla inosservato ai vostri figli e a chi vi sta vicino. Come i cerchi d’onda di un sasso caduto nello stagno, quel modo di amarvi diventerà fecondo e contagioso, solo con la testimonianza e il silenzio.
È magnifico pensare che quanto avviene tra le vostre quattro mura, nella discrezione, possa diventare tanto fecondo e negli anni forgiare cuori solidi, menti sane e in definitiva persone integre che a loro volta semineranno il Bene. Cari sposi, dinanzi a Gesù che sta morendo in Croce, abbiate una fede coraggiosa di voler ribadire il vostro “sì” a Lui e di optare ancora una volta per seguire il Suo modo di amare.
ANTONIO E LUISA
Nel matrimonio ho capito davvero che la gioia non nasce dall’essere servito o dal sentirmi al centro delle attenzioni di mia moglie. La vera felicità sgorga quando scopro di essere utile, di rendere la vita dell’altro più lieve, più buona, più abitata dal bene. È in quel momento che capisco di essere speciale per qualcuno: non perché vengo messo su un piedistallo, ma perché contribuisco alla sua pace, alla sua crescita, alla sua serenità. Ed è lì che si rivela la nostra vera regalità: donare. E, donando, anche tutta la mia vita trova finalmente un senso: un senso d’amore.
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Grazie!
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