Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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