Cari sposi, siamo giunti oramai alla fine della Quaresima, questa V domenica ci fa da portale di accesso alla Settimana Santa e l’ultimo tratto di strada verso la Risurrezione. Perciò la liturgia ci colloca dinanzi alla scena della “riviviscenza” di Lazzaro, non per nulla il settimo segno, quello che svela Gesù quale Signore della Vita.
Un racconto estremamente toccante perché Giovanni ci mette a stretto contatto con l’umanità di Cristo e il suo Cuore tanto sensibile e buono. Gesù piange per l’amico caro! Ma come è possibile che Dio che si metta a piangere! Ammettiamolo: non siamo abituati a concepire l’emotività del Signore; ci parrebbe più “normale” se restasse meno coinvolto davanti alle nostre necessità e bisogni. Eppure, è l’esatto contrario! Gesù è Uomo fino in fondo, maschio in pienezza; quindi, tutto quello che di bello e buono è in noi, Lui l’aveva in massima misura e di conseguenza anche la capacità di sentire, di compatire, di emozionarsi. Dice Papa Francesco: “Il Figlio eterno di Dio, che mi trascende senza limiti, ha voluto amarmi anche con un cuore umano. I suoi sentimenti umani diventano sacramento di un amore infinito e definitivo” (Dilexi te, 60).
Alla luce di tutto ciò, in questa domenica siamo chiamati a contemplare due grandi movimenti che svelano il modo di essere del cuore di Gesù. Se li sapremo sviscerare in profondità, esso ci potranno infiammare di amore e di devozione per Lui.
Per prima cosa notiamo che Gesù compie un gesto ardito e impensabile. Pur amando il suo caro amico Lazzaro, attende fino al 4° giorno dalla morte per andare a casa sua! A noi pare ovvio e doveroso, qualora un nostro caro sia in pericolo, precipitarci accanto a lui. Il Signore invece risponde con una calma imbarazzante: che cosa ha in mente il Signore con tale dilazione pianificata? Ricordiamo che la medicina, a quei tempi, non aveva certo termine di paragone con quella del 21° secolo. Se l’accertamento della morte ancora oggi risulta fallibile, figuriamoci 2000 anni, quando non di rado la catalessi veniva confusa col decesso, causando il fenomeno dei sepolti vivi. Ecco perché il Signore dissipa ogni ombra di dubbio e, come negli altri 6 segni, agisce solo quando manca qualcosa di oggettivo e non vi è possibilità di errore o confusione. In questo caso Gesù vuole che sia palese a tutti che Lazzaro è assolutamente morto, al punto che la decomposizione è già iniziata.
Attenzione però che la morte di Lazzaro non fa solo riferimento a quella fisica ma anche alla morte spirituale, come ad esempio la chiusura del cuore, l’indurimento orgoglioso, la paralisi per colpa dei vizi… E allora, il primo movimento di Cristo è di penetrare dentro la mia morte, di qualunque costituzione essa sia, per venirmi a prendere persino in fondo alla tomba!
“Cristo non si rassegna ai sepolcri che ci siamo costruiti con le nostre scelte di male e di morte, con i nostri sbagli, con i nostri peccati. Lui non si rassegna a questo! Lui ci invita, quasi ci ordina, di uscire dalla tomba in cui i nostri peccati ci hanno sprofondato. Ci chiama insistentemente ad uscire dal buio della prigione in cui ci siamo rinchiusi, accontentandoci di una vita falsa, egoistica, mediocre. «Vieni fuori!», ci dice, «Vieni fuori!»” (Angelus, 6 aprile 2014).
Che grande è il Signore che non ha paura o schifo del mio peccato e si sporca così tanto le mani! Ma poi ci deve essere la risposta, ed ecco il secondo movimento. Lazzaro si è lasciato amare, ha risposto all’invito di Gesù e, seppur con fatica, è uscito dal sepolcro:
“Caro fratello, cara sorella, togliti le bende che ti legano (cfr. v. 45); per favore, non cedere al pessimismo che deprime, non cedere al timore che isola, non cedere allo scoraggiamento per il ricordo di brutte esperienze, non cedere alla paura che paralizza. Gesù ci dice: “Io ti voglio libero, ti voglio vivo, non ti abbandono e sono con te! È tutto buio, ma io sono con te! Non lasciarti imprigionare dal dolore, non lasciar morire la speranza. Fratello, sorella, ritorna a vivere!” – “E come faccio?” – “Prendimi per mano”, e Lui ci prende per mano. Lasciati tirare fuori: e Lui è capace di farlo. In questi momenti brutti che succedono a tutti noi” (Angelus, 26 marzo 2023).
Questa domenica il Signore ci ricorda che la Sua Onnipotenza è “collegata” in modo misterioso alla nostra risposta libera ed è il momento di gridare a Gesù di voler vivere, di essere disposti a rinascere e risorgere dalle nostre piccoli o grandi morti.
Se sovrapponiamo il matrimonio a questa vicenda, ne restiamo sorpresi. Infatti, gli sposi, per vivere in una condivisione a 360° in cui non esistono maschere o schermi tra marito e moglie – e se mai uno tentasse di metterli, prima o poi, la vita ti porterebbe ad abbatterli e rimuoverli – toccano con mano, almeno una volta, le altrui “morti” interiori. Nella mia esperienza ho avuto la grazia di conoscere sposi che hanno seguito e soccorso il proprio coniuge fin nella sua “tomba”, lottando e dovendo fare i conti con debolezze, fragilità, situazioni di peccato tali da mettere a serio rischio la relazione stessa. Eppure, hanno gridato al proprio consorte con Gesù: “esci fuori” e gli sono stati vicino nel cammino verso la guarigione.
Cari sposi, siamo nell’aurora della luce pasquale. Grazie ad essa riceviamo chiarezza e forza per capire come si ama davvero. Se Gesù, il nostro Signore e Sposo del vostro matrimonio, è stato capace di tirar fuori Lazzaro dalla tomba, anche a voi, per la Grazia nuziale, concede una forza di amore tale da far rinascere e risorgere la persona che amate.
ANTONIO E LUISA
Anche nel nostro matrimonio abbiamo scoperto che funziona così. A un certo punto abbiamo capito che la svolta non nasce dal controllo, né dal rimprovero, ma da uno sguardo che resta. Uno sguardo che non si ritira, che continua ad amare anche quando l’altro sembra lontano. Uno sguardo gratuito, non meritato. Ci siamo accorti che proprio lì qualcosa cambia davvero: quando smettiamo di chiedere prestazioni e iniziamo ad amare come Dio ama. Senza condizioni.
Non è stato facile, perché dentro di noi c’era la tentazione di reagire, di pretendere, di chiuderci. Ma abbiamo visto con i nostri occhi che amare così non è debolezza. È potenza. È dirci, anche senza parole: “Tu non sei il tuo buio. Io vedo ancora vita in te.” E a volte è proprio questo sguardo che, piano piano, ha aperto il nostro sepolcro.
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