Pier Giorgio e il suo amore per Laura

Voglio un amore che sappia di te, con quel gusto un po’ amaro di un vino da re” è l’esordio di “Un amore grande”, canzone italiana di oltre quarant’anni fa. Come questo testo ben suggerisce, l’amore non è solo felicità ma anche sacrificio. Non solo cuoricini ma anche sofferenza. Non solo spensieratezza ma anche – necessariamente – serietà. Non solo emozione ma anche scelta. E, soprattutto, non costrizione ma piuttosto libertà. Proprio così fu l’amore che (l’ormai prossimo San) Pier Giorgio Frassati provò nei confronti di Laura Hidalgo. Dato che il 4 luglio ricorre il suo dies natalis, penso sia importante parlare di un aspetto forse poco conosciuto di questo giovane eroe della fede. Perché in Cielo si va anche se, oltre a Dio, si ha avuto pure un amore umano.

Conosciuta durante le vacanze di carnevale del 1923, Laura era figlia di un generale spagnolo divenuto poi cittadino italiano. Rimasta orfana di entrambi i genitori, dopo aver studiato al liceo “Massimo D’Azeglio” di Torino, si era iscritta alla facoltà di matematica. Proprio come Pier Giorgio, anche per Laura la fede cristiana e la carità verso gli altri erano i valori portanti della vita. Fu questo a far scorgere in lei, agli occhi e al cuore del giovane Frassati, non una ragazza come tante ma la possibilità di un amore vero, bello, puro. C’era un però, un grande però: Laura non era abbastanza altolocata per diventare la moglie di uno dei rampolli più in vista della società dell’epoca. Pier Giorgio lo sapeva. E sapeva pure che parlarne ai genitori avrebbe acuito la gravissima crisi che già minava, da anni, il loro rapporto coniugale. Che fare, allora?

Dichiarare a Laura il suo amore oppure no? Confidarsi con qualcuno? Parlarne in casa, pur sapendo di scatenare malcontento? Straziarsi il cuore? Pier Giorgio, pieno di fiducia in Dio, fece una scelta coraggiosa, che forse oggi definiremmo quasi folle: soffrire in silenzio per non far soffrire nessun altro a parte se stesso.

Non si rivelò a Laura né chiese il benestare ai genitori, ben sapendo che non sarebbe mai arrivato. In un’epoca, la nostra, in cui egoismo ed egocentrismo sembrano le uniche cose che contano – e da soddisfare sempre e comunque – il Frassati c’insegna qualcosa di profondo, autentico, quasi dimenticato. C’insegna che l’amore vero non è quello che pretende tutto e subito, quello che esige, che fa la voce grossa, che minaccia, che stolkera. L’amore vero è quello capace di fare anche un passo indietro. Quello preparato per aspettare, riflettere, valutare. Un amore in grado di offrire a Dio anche le pene più intime, sicuro di trovare il più grande conforto.

Chi è in grado, ai nostri giorni, di “rallentare”, come ha fatto Pier Giorgio? Chi è in grado di ragionare pur davanti ai piccoli e grandi “no” che necessariamente la vita ci pone dinnanzi? Forse chi si lascia travolgere dai raptus della violenza e dell’odio? O forse chi – proprio come Frassati – sa mettersi in ginocchio davanti al Padre? Proviamo a immaginare il dolore di questo ragazzo, poco più che ventenne: un amore che non sarebbe mai stato accettato dai genitori, un sentimento rimasto in sospeso, un sogno spezzato.

Pier Giorgio ne soffrì molto, confidandosi con pochissimi fidati amici e, in seguito, anche con la sorella Luciana. Quest’ultima ha raccontato che il fratello, un giorno, le si avvicinò “con i suoi grandi occhi neri e mi ha detto che era innamorato di una ragazza che conoscevo“.  Scrisse Pier Giorgio che “sacrificava l’idea di una relazione che avrebbe potuto portare molta gioia […] E’ colei che ho amato di un Amore puro e oggi, rinunciando ad esso, desidero la sua felicità […] Così lei sarà sempre per me una buona amica che […] mi avrà aiutato a mantenere la retta via verso la Meta“.

Potrebbe sembrare una storia triste ma, in realtà, questo aspetto della vita di Pier Giorgio ha ben altro da dirci e qualcosa di ben più profondo da lasciarci: non vergognarsi se non si eccelle in tutto, nella vita. Non vergognarsi dei fallimenti, delle difficoltà, dei momenti bui, delle contrarietà. Pier Giorgio c’insegna che non siamo i soli a soffrire e che il nostro valore non dipende dalle sconfitte ma da come sappiamo affrontarle, e superarle. Pier Giorgio ci aiuta ad avere coraggio e a non cedere allo sconforto perché “tutto concorre al bene di coloro amano Dio” (Rm 8, 28).

E, infine, Pier Giorgio ci fornisce un magnifico esempio di amore vero. Non quello annacquato delle copertine patinate. Non quello finto e illusorio di tanti Social. Non quello pericoloso di tante relazioni malate. No. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo si è donato. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha accolto anche chi non accettava. Un amore che ha dell’amore di Dio, che per primo ha dimostrato nei fatti cosa significhi servire.

Pier Giorgio è stato un campione di fede e non a tutti sono chiesti i sacrifici che ha sopportato lui. Ma qualcosa, sicuramente ci accomuna e rende fattibile, per ciascuno di noi, la via al Cielo; per usare le sue stesse parole: “Da te non farai nulla ma se Dio avrai per centro di ogni tua azione, allora sì, arriverai fino alla fine”.

Fabrizia Perrachon

P.S.: un piccolo, grande regalo per tutti: l’e-book gratuito per bambini e ragazzi che ho realizzato su Pier Giorgio Frassati! Lo trovate qui. Diffondetelo, stampatelo, coloratelo: sarà un modo snello e simpatico per diffondere la santità travolgente di Pier Giorgio.

Antonio e Luisa

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Matrimoni e Anniversari: l’Importanza di Celebrare

I mesi estivi, nel nostro Paese, sono quelli generalmente più scelti per la celebrazione dei matrimoni. Secondo il “Libro bianco del matrimonio” (lo studio più completo nel settore wedding), pubblicato da www.matrimonio.com in collaborazione con Google ed ESADE Business School, le coppie scelgono di sposarsi quando il clima è più favorevole. Un risultato che non sorprende.

Come scritto in un famoso versetto del Qoelet: “Niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1, 9).  Nel 2024, per esempio, la statistica ha evidenziato le seguenti percentuali: il 10% ha scelto maggio; il 21% delle coppie pensa che giugno sia il mese migliore per sposarsi; a luglio, il 17%; il 10% ha scelto agosto; il 24%, infine, ha eletto settembre come mese perfetto.

Al di là dei numeri, è interessante fermarsi a pensare sul significato dell’anniversario di matrimonio, anche quando non è il nostro. Perché è bello ricordarsi di fare gli auguri a una coppia? E che insegnamento possiamo trarne per la nostra? Il significato emotivo degli anniversari, infatti, va oltre la semplice commemorazione di un singolo giorno, pur speciale che sia. Questi eventi offrono un’opportunità per riflettere sull’amore, la dedizione e il percorso che una coppia ha intrapreso insieme. Ogni anniversario porta con sé un significato unico, simboleggiando non solo il tempo trascorso, ma anche la crescita e l’evoluzione dei sentimenti tra marito e moglie.

La celebrazione degli anniversari può anche fungere da catalizzatore per riaccendere l’amore, alimentando il legame che unisce la coppia. Questi momenti diventano quindi occasioni per esprimere gratitudine e riconoscere i sacrifici fatti l’uno per l’altro.

Quando una coppia celebra un anniversario, si vive un momento di profonda condivisione e riflessione, che può rafforzare ulteriormente il legame. Tuttavia, se uno dei due non attribuisce importanza a queste celebrazioni, può sorgere una tensione che influisce sulla relazione stessa. La percezione di un anniversario può rivelare molto sulle aspettative e i valori di ciascuno – prima – e di coppia – poi – ed è fondamentale comunicare apertamente l’uno con l’altra. Gli anniversari, quindi, non sono solo un momento di gioia, di emozione, di comunione ma anche un’opportunità per affrontare le differenze e lavorare sulla crescita reciproca all’interno della relazione sponsale.

I ricordi sono uno degli aspetti più preziosi degli anniversari. Che è bello e importante rinnovare non soltanto con una cena romantica o un viaggio, ma con ciò che ha reso possibile tutto questo: l’amore sponsale nell’amore di Dio. L’amore sponsale come specchio dell’amore di Dio. L’amore sponsale come volto concreto, terreno, tangibile dell’amore di Dio.

Ecco allora che non sarà significativo soltanto riguardare foto o video di “quel giorno”, quanto piuttosto pregare perché l’impegno non si indebolisca e non venga meno. L’anniversario, insomma, non è solo ritornare a “quel giorno” ma riattualizzare il “sì” che ha portato ad essere una cosa sola.

Perché attraverso la celebrazione degli anniversari, insomma,  la coppia non solo onora il proprio passato ma pone le basi per un impegno sempre nuovo, vivo, attuale, fatto non solo di speranze e di sogni. Ma di certezza celeste: Dio è e sarà sempre con noi se lo vorremmo. Non perché “quel giorno” abbiamo pronunciato una frase. Ma perché ogni giorno scegliamo la fedeltà a un impegno che deve portarci alla salvezza. Non solo mia né solo tua, nostra. Perché sposarsi significa salvarsi attraverso il matrimonio.

Ed essere anche un esempio. Per altre coppie, per i figli, per gli amici, per chiunque. L’unità sponsale cristiana deve diventare testimonianza di amore possibile, quotidiano, santificante. Non banale né banalizzato dalle cose di tutti i giorni. Ma beato proprio grazie alla fedeltà di ogni giorno. Che si sceglie. Anche se costa fatica, anche se comporta dei sacrifici. Sacrifici che pagano sempre e ricompensano il centuplo promesso a chi lavora per il Regno di Dio.

E cos’è, questa, se non la bellezza del matrimonio cristiano? Ecco perché ricordare un anniversario di matrimonio, anche se non è il nostro, è sempre buona cosa. Ci serve per “ripassare” che non c’è nessun grande risultato senza impegno, senza qualcosa per cui valga la pena vivere. Anniversario non è solo un mazzo di fiori o una torta ma la prova vivente che ce la si può fare. Insieme ma soprattutto insieme a un Padre che ha voluto questo sacramento. Perché “la felicità è un percorso, non una destinazione (Madre Teresa di Calcutta).

Fabrizia Perrachon

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Non c’è Solo la Promessa Nuziale

Ci sono promesse ben più grandi di noi, che solo Dio può avere l’audacia di pensare, progettare, proporre e realizzare. Il termine “promessa” compare oltre centosessanta volte nella Bibbia (traduzione italiana): questo deve farci rifletterci e spingerci verso certe domande.

Chi è il fautore di queste promesse? Chi ne è il protagonista? Cadono semplicemente dal Cielo esigono una partecipazione dell’uomo? Sono solo un annuncio da accettare – o meno – passivamente o implicazione una reazione, una risposta, un’azione? Ne sono fedeli entrambi le parti? Oppure una, più dell’altra, è disposta a perdonare, nonostante tutto?

Promettere è qualcosa di solenne, definitivo, potentissimo nella cultura sociale umana. Il termine deriva dal latino promittere, composto di pro e mittere, che significa «mandare, inviare». Possiamo tradurlo quindi come «mandare avanti», «inviare pro-attivamente».

A tal proposito nell’enciclopedia Treccani online leggiamo: “Annunciare ad altri la propria intenzione di fargli o dargli qualche cosa a lui gradita o da lui chiesta, o comunque impegnarsi a fare qualche cosa, a tenere un dato comportamento, ecc. Con compl. oggetto: p. un premio, un regalo, una ricompensa; gli ho promesso il mio appoggio; m’ha promesso aiuto, o il suo aiuto; non ti posso p. nulla. Con prop. oggettiva: promettimi di star buono, di comportarti bene; mi ha promesso di mettersi a studiare; ti prometto di tornare presto; promettimi che mi condurrai con te; mi prometti che non lo farai più? come risposta: te lo prometto; lo prometto (o semplicem. prometto)”. [1]

La Parola è colma di promesse meravigliose. Potremmo dire di essere tutti figli di una promessa. La prima, grande, onnipotente, eterna, è che abbiamo un Padre che ci ama e ci ha amati da sempre: “Ti ho amato di amore eterno” (Ger 31,3). Un Figlio che è venuto a riscattarci: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14, 2-3). Uno Spirito Santo che ci sostiene: “Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14, 26).

Pensiamo a qualcuna delle promesse bibliche più conosciute ed importanti, come quella ad Abramo: “«Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia” (Gn 15, 5-6). Pensiamo alla promessa fatta a Zaccaria: “Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni …» (Lc 1, 13). E, poi,pensiamo alla promessa fatta a Maria: “«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù … nulla è impossibile a Dio»” (Lc 1, 30-31 e 37).

Questa grandezza non è relegata solamente al passato o solamente a questi (santi) personaggi. Le promesse di Dio sono per ciascuno di noi. Da sempre e per sempre. Anche quando tutto sembra essere contro di noi. Anche quando nessuno oserebbe mai pensare al contrario. Perché Dio è al sopra di tutto e di tutti. È onnipotente, può tutto. Ma dobbiamo credere in Lui. Dobbiamo credere che Lui può. Dobbiamo fidarci ciecamente. Perché, come amo dire, la speranza cristiana è la certezza nel compimento delle promesse di Dio.

Ognuno di noi, dunque, è chiamato a credere a queste promesse. Che sono certamente più di un una, nell’arco della vita. Ci sono quelle nell’infanzia, nell’adolescenza, nell’età adulta, in quella avanzata. Promesse che partono dal basso, da noi, e si rivolgono verso l’Alto. Così come quelle che Dio stesso stringe con noi. Il problema è quando non ce ne accorgiamo, o quando non vogliamo vederle, sentirle, abbracciarle, accettarle. Ci sono poi le promesse che scambiamo tra noi, fino ad arrivare a quella nuziale, il patto per eccellenza tra un uomo e una donna e Dio. Ogni vocazione ha le sue promesse, in qualunque direzione esse si muovano e da qualunque partono. L’errore sta nel pensare che siano solo per alcuni e non per tutti.  

Il 20 giugno è il giorno del compimento di due enormi promesse che Dio ha fatto a mio marito e a me: il 20 giugno 2012 nel battesimo di desiderio di Chicco, il nostro primogenito, nato direttamente in Cielo. Il 20 giugno 2013 nella nascita di Samuele Maria. Perché il Padre è fatto così: garante per eccellenza, ci parla anche attraverso le date.

Fabrizia Perrachon

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[1] Definizione completa disponibile al link https://www.treccani.it/vocabolario/promettere/

Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù

Questa frase sintetizza perfettamente l’amore coniugale cristiano. Un “io” e un “te” che diventano un “noi”, che diventano il “noi”. Un noi unico, indissolubile, bellissimo. Pensato da Dio, voluto da Dio, donato da Dio. L’equazione funziona solo se è presente il fattore centrale e unificante: Gesù. Da un punto di vista squisitamente matematico, l’equazione, infatti, è definita come un’uguaglianza tra due espressioni in cui almeno una contiene una o più variabili, chiamate incognite. L’obiettivo è trovare il valore dell’incognita che rende vera l’equazione.

In altre parole, un’equazione è come una bilancia in equilibrio: un lato deve essere uguale all’altro. Per risolvere un’equazione si cercano valori che, sostituiti alle incognite, rendano uguali i pesi delle due parti. Nell’equazione dell’amore sponsale l’incognita è facilmente individualibe: risponde al nome di Gesù.

La frase che dà il titolo a questo articolo è stata pronunciata da Don Silvio Galli, Servo di Dio, di cui proprio oggi – 12 giugno – ricorre il dies natalis, quello, cioè, in cui nacque al Cielo. Don Silvio è stato un sacerdote ed esorcista salesiano che ha dedicato agli altri tutta la sua vita, operando a Chiari, un paesino in provincia di Brescia. Chi ci conosce sa che mio marito ed io dobbiamo moltissimo a Don Silvio. E, anche chi non ci conosce, può scoprire qui qualcosa in più.

Noi, a Don Silvio, vogliamo un bene dell’anima. Ma la bella notizia è che Don Silvio ne ha voluto così, di bene, a ogni persona che ha incontrato in vita e che sta incontrando anche ora, che è nella Vita vera. Prima di scrivere questo articolo ho chiesto a lui di aiutarmi. Aiutarmi a trovare le parole giuste. Non tanto le mie quanto le sue. E, così, ho trovato questa massima stupenda all’interno di una raccolta delle sue omelie e mi ha colpito subito tantissimo. Perchè calza a pennello con la missione sponsale.

E ci sprona a riflettere sull’equilibro: com’è difficile trovarlo e soprattutto mantenerlo! A volte i coniugi si sentono come funamboli, sospesi sul filo sottilissimo dell’“io speriamo che me la cavo”, con il rischio concreto di cadere e sfracellarsi.

Il problema abita proprio la condizione dell’io: se si resta abbarbicati nella prima parte dell’equazione (“io” e “te”) non si troverà mai la “quadra”, l’equilibrio che la rende vera. Se si riescono a superare gli ostacoli del relativismo e dell’egoismo, ponendo Gesù al centro, allora l’operazione darà finalmente il giusto risultato.

Il segreto sta in questo: possiamo fare ore e ore di calcoli ma niente funzionerà se non abbandoniamo l’idea di dover programmare ogni aspetto della nostra vita – e della nostra coppia – escludendo però Chi permette l’equilibrio, il risultato, la realtà di quell’uguale. Che non è soltanto una semplice addizione (“io” più “te”) ma molto, molto di più. Molto, molto di meglio. Un essere uniti tra di noi perché si è uniti per Cristo, con Cristo e in Cristo.

Gesù in noi; noi in Gesù non è soltanto uno scambio in virtù della proprietà invariantiva (cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia). Non stiamo facendo 3+2 o 2+3. Gesù dev’essere in noi e noi in Lui. Non è la stessa cosa. E non è scontato. Ma è la svolta.

Proseguiva, infatti, Don Silvio: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù. Mai nessuna unità è così grande, così affermata, così realizzata come questa unione che ci conferisce Cristo Gesù: la Comunione!”. La Comunione Eucaristica (“Gesù in noi”) e la comunione sponsale (“noi in Gesù”). Meraviglia delle meraviglie! La somma corretta, l’equazione perfetta, l’espressione riuscita. Perché se è vero che la matematica è in qualsiasi cosa umana, e in qualsiasi legge chimico-fisica, è altrettanto vero che non c’è solo l’aritmetica dei numeri. C’è anche quella del cuore. Decisamente più importante della prima. E che, se non impariamo a conoscere, rimarremo sempre intrappolati nel “non siamo riusciti a risolvere”.

Concludeva Don Silvio: “L’Eucaristia nei segni sensibili con cui ci viene presentata, è figura della Chiesa, è simbolo dell’unità della comunità cristiana, è immagine del corpo mistico”. Ecco il centro, ecco il fondamento, ecco la formula da scolpire dell’anima. “Fare di Cristo il cuore del mondo“, si è detto, letto e sentito molte volte. Ma se Cristo non è il cuore degli sposi, se Cristo non è il cuore del “noi” nuziale allora non potremmo mai trovarLo sulle strade del mondo. Siano essere assolate o polverose, affollate o desertiche. Non potremmo mai trovare il Bello e il Vero nell’astratto se prima non è nel nostro concreto, nella nostra unione, nella nostra intimità. Ecco allora che Don Silvio, nella sua disarmante umiltà, ha reso semplice un concetto enorme: “Gesù in me, Gesù in te, Gesù in noi; noi in Gesù”.

Fabrizia Perrachon

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Una Madre Bellissima

La mamma è sempre la mamma”, si dice: come non essere d’accordo con questa espressione popolare! Ciascuno di noi porta nel cuore la propria madre, è il nostro primo grande amore.

Purtroppo non tutte le maternità sono serene e lineari; alcune gravidanze non sono cercate o desiderate, altre ancora si fanno attendere a lungo e, a volte, non arrivano mai. Una donna può sentirsi mamma fin da piccola, quando gioca sognante con le bambole, opppure non sentire questa vocazione in sé.

Da adulta, poi, diventa la genitrice premurosa e attenta che non si aspettava nemmeno oppure fa fatica a riconoscersi in questo ruolo. Vivendolo male, con fatica e insofferenza, trasmette ai figli la mancanza di affetto che, nel peggiore dei casi, può infliggere ferite ed inquinare il rapporto per tutta la vita.

Insomma, le casistiche sono molteplici e non basterebbe un manuale intero a raccoglierle, descriverle e spiegarle.  Quello che è importante sottolineare è l’importanza di sentirsi accolti dalla propria mamma. Il legame madre-figlio è uno dei più complessi e significativi dell’esperienza umana. La figura materna riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo, sociale e psicologico del bambino. Sentirsi amati dalla mamma è un aspetto cruciale di questo legame, poiché influisce profondamente sulla nostra identità e sulle relazioni future.

Fin dai primi momenti della vita, la madre rappresenta il punto di riferimento per eccellenza. La sua presenza costante, il suo abbraccio, il suono della sua voce, il suo stesso profumo, sono elementi che contribuiscono a creare un ambiente sicuro e protetto. Questo “rifugio” aiuta il bambino a esplorare il mondo circostante con fiducia. Sentirsi accolti significa ricevere un messaggio chiaro: “Tu sei amato, sei importante”. Questo senso di appartenenza è essenziale per lo sviluppo di una buona autostima.

Tutto questo lo si ritrova in una statua nuovissima e bellissima: la “Madre dei bambini nati in Cielo”, appena collocata presso l’omonima cappellina all’interno del Santuario del Bambin Gesù di Praga ad Arenzano (GE), ufficialmente inaugurata venerdì 30 maggio scorso da S.E. il Cardinale Angelo Bagnasco. L’opera in ceramica è merito dell’artista ligure Luca Damonte che, dopo dici mesi d’impegno, ha donato al mondo un autentico capolavoro.

La “Madre dei bambini nati in Cielo”, quasi a grandezza naturale, rappresenta una Madonna del quotidiano, come amo definirLa. Il suo volto non richiama vip o attrici dello star system ma l’espressione di una madre che accoglie, riceve, comprende, consola. Lunghi dall’essere giudicante, il Suo sguardo cattura l’attenzione e il cuore. Braccia aperte, Gesù Bambino nel pancione, manto che accoglie dodici bambini: queste sono le sue stupende caratteristiche.

Dodici bimbi tra cui si riconoscono piccini non nati, bambini sofferenti o impauriti, altri che pregano o dormono, un altro ancora che porta in braccio un esserino cui è stato impedito di nascere. Ma non è certo la tristezza a dominare la scena bensì la speranza. La speranza che sotto la protezione di Maria – quel manto accogliente, così sapientemente plasmato dallo scultore – tutto può cambiare, a cominciare dal nostro cuore.

Perché è da lì, e soltanto da lì, che le cose potranno migliorare, in noi e attorno a noi. Dio perdona, sempre, ma noi dobbiamo pentirci. E la “Madre dei bambini nati in Cielo” ce lo dice in modo potente, nel suo silenzio mistico, con il suo volto di madre. Una Madre bellissima.

Nella nostra società in cui tutto è immagine, è meraviglioso che ci siano ancora artigiani del sacro che vivano il loro mestiere come un percorso spirituale. Soltanto in questo modo le loro opere non saranno soltanto un abbellimento estetico, un “di più”, ma saranno il centro da cui partire per riflettere e pregare.

Coraggio mamme, coraggio papà! Qualunque dolore, angoscia, malattia, perdita o decisione ci siano state le vostro passato, la “Madre dei bambini nati in Cielo” invita a guardare avanti, non indietro. Poniamoci tutti sotto quel manto, accanto ai dodici bambini rappresentati. Dodici discepoli di una teologia dell’infanzia che sta soffiando come vento potente nella Chiesa, profezia come si sta realizzando.

Perché, come ha detto Papa Leone nell’omelia di domenica 1° giugno, Giubileo dei bambini e delle famiglie: “La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa”.

Fabrizia Perrachon

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Chi sono i “Dink”?

Avete mai sentito parlare dei “Dink”? No, non è una parolaccia né un nuovo gruppo musicale. “Dink” è l’acronimo inglese per indicare i “Double Income No Kids” ossia le coppie senza figli (= “No Kids”) e con doppio stipendio (=“Double Income”, appunto doppia entrata). Il termine è molto noto oltralpe ma, personalmente, non avevo mai sentito quest’espressione, almeno fino a qualche mese fa.

Per caso ho letto un post su Instagram de ilmessaggero.it che spiega: “Le famiglie cosiddette kids free sono in aumento, anche in Italia. Secondo l’Istituto di statistica il numero medio di figli per donna scende arrivando a 1.20, in flessione rispetto agli anni scorsi (nel 2022 era 1.24) e la stima provvisoria elaborata sui primi 7 mesi del 2024 evidenzia una fecondità pari a 1.21. Ma aumentano anche le famiglie che scelgono consapevolmente di non volere figli, per vivere una vita più “appagante” a livello individuale, concentrandosi sulla relazione a due e sugli obiettivi di carriera.  A sostegno di queste scelte è stata persino istituita una giornata celebrativa, l’International Childfree Day (1° agosto).

È ancora l’Istat, nel report Famiglie, soggetti sociali e ciclo di vita, a indicare che il 45,4% delle donne tra 18 e 49 sceglie di non diventare madre e il 22,2% non vuole figli nei 3 anni successivi, né in futuro. Per il 17,4% la maternità semplicemente non rientra nei propri progetti di vita. Dati analoghi arrivano da Inghilterra e Galles, dove un sondaggio di YouGov del 2020 mostrava come il 51% dei 35-44enni non aveva figli, né programmava di averne. Anche negli Usa è aumentato il numero di famiglie Childfree (44% nel 2021 nella stessa fascia di età, in aumento rispetto al 37% nel 2018).

Gli americani li definiscono “Dink” (Double Income No Kids, due stipendi e niente figli).[1]

Sono rimasta a bocca aperta di quanto avevo appena letto. E che mi ha riempito d’amarezza e, nello stesso momento, mi ha fatto riflettere profondamente. Riflettere profondamente sul bi-polarismo di massa di cui – evidentemente soffriamo. Come possono convivere, nella stessa società, il diritto del figlio a tutti i costi e la celebrazione del non volerne? Com’è possibile che si attuino soluzioni contro l’etica e la morale pur di tornare a casa con un pupetto o una pupetta e nello stesso momento ci sia addirittura la giornata mondiale per i (volutamente) senza figli? Forse la storia del termine, mi sono detta, potrebbe aiutarmi a capire. O, quantomeno, ad essere più informata. Sì, perché, la coppia “Doppio reddito senza figli” non indica quella che cerca o desidera un erede ma quella che deliberatamente decide di non averne. Ma cosa significa davvero questa scelta?

Il termine “Dink” nasce negli Anni Ottanta negli Stati Uniti, in un crescente contesto di cosiddetta emancipazione femminile e di cambiamenti nelle dinamiche familiari. Le coppie “Dink” sono generalmente composte da due adulti che condividono una vita insieme e che spesso hanno un reddito elevato o almeno stabile. La scelta di non avere figli può derivare da motivazioni diverse: desiderio di libertà, carriera, interessi personali, preoccupazioni economiche o ambientali, o semplicemente una preferenza di vita. Non siamo qui a giudicare nessuno, sia ben chiaro. Ognuno è libero di fare le sue scelte. Stando attenti, però, a non far star male le altre persone. Voglio dire: sono tante le coppie che non riescono ad avere un bambino, e ne soffrono terribilmente. A volte arrivano anche a separarsi. Allora, questa è la domanda delle domande, che senso ha celebrare una scelta – con tanto di ricorrenza internazionale – se la situazione è causa di profonda infelicità e profonda frustrazione per altri?  È come se venisse istituita la giornata mondiale del mangiare a più non posso quando ci sono milioni di esseri umani che muoiono di fame. Non ha alcun senso. Allora perché esaltare – o, più o meno velatamente – instillare il desiderio di emulare volutamente i “Dink”? O che faccia cool esserlo?

Dietro, davanti e di lato a tutto questo il rischio è che si accumulino tanto egoismo, tanti vuoti e tanta mancanza di rispetto. Non solo nei confronti di chi non riesce ad avere figli ma anche di chi, un figlio, l’ha perso. Prima che nascesse, per malattia, a causa di un incidente, magari anche per suicidio. Il rischio è quello di vendere egocentrismo spacciato per libertà e paura di fare dei sacrifici per emancipazione. Gesù l’ha detto chiaramente: “La verità di farà liberi” (Gv 8, 32). E ancora, nel colloquio con Lui prima della crocifissione, Pilato gli domanda: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). Chiediamocelo anche noi. Chiediamoci che cos’è la verità. Il Signore ci risponderà, se noi sapremo essere sinceri e aprire il cuore.

Fabrizia Perrachon

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[1] Post completo disponibile al link https://www.instagram.com/p/DE5o3W1tFuA/?igsh=aWFrNDN6c2VqN3Uy

Santa Rita: cinquanta sfumature d’amore

Il 22 maggio la Chiesa cattolica ricorda Santa Rita da Cascia, conosciuta come la “santa delle cause impossibili”. E’ una figura di grande ispirazione per milioni di fedeli in tutto il mondo. La sua vita, ricca di sofferenza, fede e amore, rappresenta un esempio di come la spiritualità possa trasformare le pieghe più complesse dell’animo umano in un inno alla speranza e all’amore incondizionato. È significativo esplorare la sua vita, le sue virtù e il suo ruolo come simbolo di speranza e di carità.

Rita – al secolo Margherita Lotti – nacque nel 1381 a Roccaporena, un piccolo villaggio vicino a Cascia, in provincia di Perugia. La sua vita fu segnata da numerose prove: la perdita dei genitori in giovane età, un matrimonio difficile, la morte del marito e dei figli, la sofferenza per le ingiustizie subite. Nonostante tutte queste sfide, però, Rita mantenne una fede incrollabile in Dio e una profonda carità verso il prossimo.

Il suo matrimonio con Paolo Mancini fu caratterizzato da incomprensioni e violenze ma Rita riuscì a trasformare questa difficile relazione in un esempio di perdono e di amore cristiano. Dopo la morte del consorte, Rita pregò Dio affinché i figli non fossero travolti dalla sete di vendicare il padre. Disse che sarebbe stato meglio vederli morti piuttosto che assassini. Nostro Signore l’accontentò.

La sua richiesta, che nella prospettiva del mondo può sembrare insensata, è invece profondamente intessuta di compassione e misericordia. Rita desiderava sopra ogni casa la salvezza della loro anima e che nessuno si macchiasse di nuovi omidici. Tutto questo anche a costo del suo immenso dolore. Questo è martirio! Questa è santità! Rimasta sola, decise di entrare in convento, dedicandosi alla preghiera, alla carità e alla meditazione. La sua vita divenne un esempio di come l’amore possa trasformarsi in pace e perdono anche attraverso o forse proprio in virtù delle circostanze più avverse.

Santa Rita è spesso associata all’amore come forza di redenzione. La sua capacità di perdonare e di amare anche coloro che le hanno fatto del male rappresenta uno degli aspetti più profondi del suo messaggio. La vita di questa donna dimostra che la clemenza e la mitezza possono davvero portare alla riconciliazione, con noi stessi e con gli altri. Il suo esempio ci invita a riflettere su possiamo diventare un ponte vivo tra le persone, superando le barriere dell’orgoglio, dell’odio e della vendetta.

Santa Rita ci insegna che l’amore vero richiede pazienza, perdono e una fede incrollabile nella bontà divina. Senza di essa non potrebbe esserci stato tutto quello che Rita ha fatto, detto, donato. Senza Dio non ci sarebbe stata santa Rita. E senza Santa Rita noi non avremmo un punto di riferimento unico e insostituibile.

Un’altra nuance fondamentale dell’amore secondo Santa Rita è la fede. La sua fiducia in Dio le permise di affrontare le prove più dure con coraggio e speranza. La fede di Rita non era passiva ma attiva: si traduceva in gesti concreti di carità, preghiera e dedizione. La sua fede le diede la forza di amare senza riserve, di perdonare senza condizioni e di dedicarsi agli altri con umiltà e compassione. La sua vita è la prova concreta di come l’amore possa essere alimentato, e nello stesso tempo alimentare, la fede autentica, profonda e sincera, quella capace di illuminare anche le tenebre più fitte e smuovere persino le montagne.

Santa Rita è anche conosciuta come la “santa delle cause impossibili” perché molte persone si rivolgono a lei in cerca di aiuto in situazioni disperate. La sua intercessione è potentissima e molte testimonianze raccontano di miracoli e risposte che sembravano umanamente non fattibili né realizzabili.

Questa capacità di intervenire nelle situazioni più complicate rappresenta un’altra sfumatura dell’amore: quello che si manifesta nel desiderio di aiutare gli altri, portando speranza e conforto.

Un’altra dimensione dell’amore di Santa Rita, infine, è la sua dedizione alla famiglia e alla comunità. Nonostante la sua vita monastica, Rita mantenne un legame profondo con la sua famiglia e con il suo paese natale. Ecco, allora, che questa donna eccezionale ci insegna, tra le tante cose, che la vera carità è l’impegno quotidiano, fatto di piccoli gesti di bontà, di pazienza e di solidarietà.

Il suo esempio ci invita a riflettere su come l’amore possa avere tanti volti: dall’amore romantico a quello filiale, dall’amore per la famiglia a quello per il prossimo. Santa Rita è la dimostrazione che l’amore vero richiede sacrificio, pazienza e fede, e che anche nelle situazioni più difficili, è possibile trovare una via di speranza e di redenzione. Perché Dio è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Rita è stata figlia, moglie, madre, vedova, suora. Ora è Santa, in Paradiso, con Gesù e Maria che tanto ha amato e servito in vita, fino a dare la sua, totalmente. Sempre per amore. Amore per Dio e amore per gli altri. Ecco perché possiamo dire che i colori della tavolozza della sua esistenza sono stati – come minimo – cinquanta sfumature d’amore.

Fabrizia Perrachon

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Matrimonio da Record

Maggio è un mese bellissimo: la primavera nel pieno dei suoi colori, i fiori sbocciano e profumano, il Santo Rosario, la celebrazioni di tanti sacramenti cristiani … Due giorni fa mio marito ed io abbiamo raggiunto i diciotto anni di matrimonio. Non possiamo che ringraziare il Signore per questi seimilacinquecentosettanta giorni insieme. Seimilacinquecentosettanta giorni in cui, pur tra dolori e gioie, difficoltà e soddisfazioni, lacrime e felicità, non ci siamo mai sentiti soli. Lui è sempre stato con noi, unitamente a Maria Santissima. Non perché siamo bravi o belli ma perché abbiamo scelto di fondare su Cristo la nostra unione sponsale. E questo, ne siamo convintissimi, fa la differenza.

Fantasticando sui futuri anniversari, sperando di raggiungere numeri importanti, mi sono imbattuta in qualcosa di molto significativo, che possiamo chiamare matrimonio da record. La pagina Instagram di churchpooitaliano[1], qualche mese fa ha pubblicato il post dal titolo “È Brasiliano il Matrimonio Cattolico più Duraturo del Mondo”, in cui leggiamo: “Una coppia cattolica brasiliana è appena entrata nel Guinness World Records per il matrimonio più duraturo del mondo. Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino stanno insieme da 84 anni, e sono la testimonianza vivente di amore, fede e impegno. «Dicono che l’amore è senza tempo, e il matrimonio brasiliano di Manoel Angelim Dino e Maria de Sousa Dino ne è la prova vivente», ha riferito il profilo ufficiale del Guinness World Records su Instagram. L’annuncio è stato fatto da LongeviQuest il 5 febbraio 2025, dopo un’ampia ricerca per trovare l’unione più duratura al mondo con entrambi i coniugi ancora in vita. Manoel, 105 anni, è nato il 17 luglio 1919. Maria, 101 anni, è nata il 23 aprile 1923. Entrambi sono originari della zona rurale di Boa Viagem, Ceará, e si sono sposati il 20 novembre 1940. Hanno lavorato insieme nei campi e hanno cresciuto 13 figli. Oggi hanno 55 nipoti, 60 pronipoti e 14 pronipoti. Per loro evitare i vizi è stata la chiave per una lunga vita. E quando a Maria viene chiesto il segreto per un matrimonio felice e duraturo, la sua risposta è semplice: l’amore.”

Chapeau! Ottantaquattro anni di matrimonio è proprio un bel record! Altro che «non sopporto più mia moglie/marito», dopo poche settimane. O – in casi estremi ma purtroppo sempre più diffusi – dopo pochi giorni. Non penso che tredici figli e la vita nei campi non abbiamo dato loro motivi di preoccupazione o apprensione, sofferenze, delusioni o fatiche. Eppure l’amore li ha fatti andare avanti oltre il secolo di vita. Sicuramente un tale legame non è solo un sentimento né un’emozione ma una vera e propria benedizione. Che solo il Cielo ha potuto donare loro. Ma non solo a loro: è per tutte le coppie del mondo! Però bisogna crederci. Bisogna chiederlo. Bisogna volerlo.

Perché possiamo ricevere il regalo più stratosferico e spettacolare del mondo ma senza cure, inevitabilmente, morirà. E badiamo bene che l’abbondanza di tempo non è automaticamente sinonimo di riuscita o felicità. Quel che conta è impegnarsi al massimo delle nostre capacità. Poi, dove non arriviamo noi, ci penserà il Buon Dio. E i tempi, più o meno lunghi dell’unione, saranno nelle Sue mani, per la salvezza e il bene dei coniugi. Noi preoccupiamoci di amare l’altro/a amando Dio, il resto lo farà Lui.

Disse il Servo di Dio, padre Adolfo Petit S.J.: «Non vi è che un mezzo per crescere nell’amore al Signore: amare. Allo stesso modo che si impara a leggere leggendo e a scrivere scrivendo, così si impara ad amare nostro Signore moltiplicando per Lui gli atti di amore. Ciascuno di questi atti è una bracciata di legna secca che si getta nel fuoco; esso rende più ardente la fiamma dell’amore». Amare Dio vuole dire amare il marito o la moglie. Amare il progetto di vita comune in Lui e con Lui. Amare la famiglia che si desidera formare in Lui e con Lui. Amare i figli che verranno donati in Lui e con Lui. Amare nonostante le prove in Lui e con Lui. Perché “più forte di tutti è l’amore”. (1 Cor 13, 13).  

Fabrizia Perrachon

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[1] Disponibile al link https://www.instagram.com/p/DGiGWZPiqvv/?igsh=MWpmMm1iMnc1MnNr

Coppie e Famiglie a Scuola di Speranza

Lo scorso fine settimana, a Loreto (AN), si è svolto il ritiro finale in presenza della prima edizione della Scuola Nuziale, promossa da Mistero Grande e Intercomunione delle famiglie. Grazie al Cielo mio marito ed io siamo riusciti ad esserci. Perchè sono stati davvero giorni di Grazie, con la “G” maiuscola. E possiamo testimoniare che è stato qualcosa di veramente speciale e grandioso. La grande fatica nell’organizzarlo ha dato i suoi frutti più belli, più grandi, più pieni. Vedere tantissimi volti soddisfatti, felici, gioiosi e pieni di luce non ha prezzo e ripaga qualsiasi sforzo umano.

La Scuola Nuziale è stata un’esperienza che ha accompagnato oltre seicento persone da settembre 2024 allo scorso week end, appunto. Dando moltissimi spunti per riflettere, approfondire, fare comunione, aprire e sviluppare relazioni, pregare. Per rimettere insieme cocci, per rinsaldare il legame nuziale, per riscoprire la bellezza del matrimonio sacramento. Per sanare ferite, capire certe sofferenze, ridare un sorriso a volti – e cuori – tristi. Mi piace definirla una vera e propria scuola di speranza. Esattamente come ricorda il profeta Isaia: “Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi” (Is 40, 31).

Sicuramente tutto questo fa parte di un piano voluto dall’Alto, molto più in alto di quanto ciascuno avrebbe mai pensato e immaginato. La bellezza dell’unione sponsale cristiana è qualcosa di preziosissimo, unico, santificante e nessuna parola unicamente umana potrebbe renderne giustizia. Ma l’unione umana e, soprattutto, con Dio ha fatto la differenza … e che differenza! Se centinaia – sì, avete letto bene, centinaia – di persone da tutta Italia si sono riunite a Loreto per incontrarsi, fare comunità e vivere momenti spirituali intensi non è per darsi un addio e nemmeno un arrivederci. È perché hanno compreso che spendersi per la famiglia è una chiamata, una vocazione alla quale non si può rimanere indifferenti.

Suor Lucia, la veggente di Fatima, scrivendo nei primi Anni Ottanta al cardinal Caffarra, affermò: “Verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione”. Tutto fa pensare che si siamo. Che il momento è adesso. Questi ultimi anni e mese, in particolare. Ma la Scuola Nuziale è stata, ed è, una piccola grande dimostrazione che non siamo soli. Che non siamo poche sparute coppie ad aver compreso l’importanza del legame nuziale e a volerlo dire a tutti. Che non siamo credenti esaltati che non hanno nient’altro di meglio da fare. Che non siamo bigotti, oscurantisti o retrogradi ma che abbiamo capito che la testimonianza autentica, semplice e vera, vale più di mille discorsi.

Certo, ognuno di noi – come singoli e come coppia – ha difetti, momenti di stanchezza, magari di dubbio. Ma sappiamo che c’è una meta. Sappiamo che Dio ci aspetta. Ci consola, sorregge, guida, ammaestra, benedice. E questo ci permette di non perdere mai la speranza e di camminare sulla strada che porta a Cristo. Ecco qual è la casa fondata sulla roccia. Il matrimonio fondato su una promessa che ha poco di umano e molto di divino. L’amore nuziale come specchio di quello trinitario, la famiglia come immagine della Sacra Famiglia.

In tutto questo, ha preso vita una forte condivisione tra noi genitori con figli in Cielo, volati Lassù prima di nascere. Loreto non è di certo una location casuale. A Loreto dimora la Santa Casa, quella in cui Maria Santissima ricevette l’annuncio. Quella in cui l’Arcangelo le disse: “Ecco, concepirai un figlio” (Lc 1,31). Non è stato detto a Maria “un grumo di cellule si formerà dentro di te” oppure “nella tua pancia ci sarà un prodotto del concepimento”. No. Subito, immediatamente si è parlato di figlio. Questa è la Verità, perché fondata sulla Parola di Dio. Siamo tutti figli, fin dal primo istante, fin dal concepimento. Figli di un Padre che ci ama da sempre, prim’ancora che figli di una mamma e di un papà.

Riflettendo proprio su questo passo – che una ha portata dirompente – abbiamo aperto i nostri cuori e fatto entrare la luce del Risorto, la luce di Maria. Essere consapevoli che questi bambini non sono mai veramente perduti perché abitano il Cuore di Dio non è la “magra consolazione”, il contentino, la pacca sulla spalla. È la certezza che deriva dalla fiducia in Gesù. Anche se umanamente può sembrare strano, assurdo o persino folle. Ma i piani umani sono volubili, passeggeri, leggeri. Quelli di Dio no, mai. Lui non sbaglia. Siamo noi a non capire, o a non voler capire. Siamo noi a non vedere, o a non voler vedere. Se ci abbandoniamo al Suo amore non solo sperimenteremo cose grandi ma diventeremo portatori di speranza, testimoni di resurrezione, pellegrini di gioia. Per info sulla prossima edizione scrivete a Antonio De Rosa antonioeluisaderosa@gmail.com

Fabrizia Perrachon

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Oggi, un Padre Deve Fare Testimonianza di Se Stesso

Primo maggio, su coraggio”, recitava una famosissima canzone italiana del 1977. Ma c’è molto più di questo. Il primo maggio è la festa di San Giuseppe Lavoratore. Il primo maggio è l’inizio del mese dedicato a Maria Santissima e al Santo Rosario. Il primo maggio, quest’anno, è il Primo Giovedì del mese, dedicato all’Adorazione Eucaristica e alla preghiera per le vocazioni. Una bella tripletta celeste, vero?

Potremmo stare ore – e pagine – a parlare di questo e non basterebbero né il tempo né lo spazio del blog. Inoltre, non dimentichiamo che la Chiesa sta vivendo un momento importantissimo e delicato. Dobbiamo pregare con tutto il cuore e con tutta l’anima per l’elezione del nuovo pontefice. Il Conclave è alle porte. Come si recita nella preghiera alla Divina Misericordia: “Dio, Padre Misericordioso, che hai rivelato il Tuo amore nel Figlio Tuo Gesù Cristo, e l’hai riversato su di noi nello Spirito Santo Consolatore, Ti affidiamo oggi i destini del mondo e di ogni uomo.”

Detto questo, è bello fermarci a pensare alla figura di San Giuseppe, ricordato il primo maggio proprio come lavoratore. Quanti padri lavorano per il benessere delle proprie famiglie! Quanti padri, al contrario, sono in difficoltà perché senza occupazione o sfruttati! Quanti padri ammalati, con l’angoscia di non poter provvedere al sostegno economico! Quante situazioni diverse, quante soddisfazioni ma anche quante angustie! E una domanda che bussa, prepotente, alla porta del cuore: ma il lavoro è solo quello fisico, materiale, con profitto economico? Oppure anche quello morale, spirituale, affettivo, educativo?

Essendo, San Giuseppe, sia padre che lavoratore, non possiamo ignorare il binomio che oggi ci viene suggerito. E così mi torna alla mente l’intervista che ha rilasciato qualche tempo fa a La Stampa Luca Zingaretti. Il noto attore ha dichiarato: “Per educare un figlio oggi, un padre deve fare testimonianza di se stesso. Non a chiacchiere, ma con i fatti, con le abitudini, con le sveglie all’alba per andare a lavorare, con la capacità di prendersi cura in ogni caso”.

San Giuseppe, per Gesù, è stato tutto questo. Lo ha accolto quanto tutti sospettavano della gravidanza di Maria. È fuggito in Egitto per proteggerlo. È tornato a Nazareth quando Dio glielo ha comandato. Ha dato il suo esempio di genitore e di artigiano, insegnandogli a diventare falegname. Chissà quanto sudore, quante spine nelle mani, quanta fatica piallare quel legno! Ma anche quanto amore, quanta dedizione, quanta tenerezza nel far crescere il Figlio di Dio come suo!

Ecco la “testimonianza di se stesso”: non spacciarsi per super-eroi senza difetti né peccati ma mettercela tutta, senza arrendersi alla prima difficoltà. Non fingere che la vita siano solo successo, traguardi raggiunti, limiti superati, vacanze di lusso, cene o milioni di follower sui social. Ma la semplicità di un quotidiano che eleva al Cielo, alla santità cui siamo tutti chiamati. Non stupire con irreali effetti speciali ma pregare insieme ai propri figli. Curarli quando sono malati. Leggere una storia prima di addormentarsi. Farsi tenere coccole. Giocare anche quando si avrebbe soltanto voglia di riposare. Esserci. Con la mente, il cuore, l’anima. Con se stessi. Con i pregi e con i difetti ma soprattutto con l’autenticità e l’impegno.

Dare l’esempio, allora, non sarà più soltanto il simulacro di un curriculum pieno di “ho fatto questo” o di “ho fatto quest’altro”. Oppure di “sono un buono a nulla”, “non so fare niente”, “non ho voglia”, “non ci penso proprio”. Piuttosto “faccio questo per amore e con amore”, “lo faccio per te”, “ci provo perché ti voglio bene”, “non mi arrendo perché desidero educarti a non arrenderti”, “coraggio, ci sono io”. I figli sono molto intelligenti e non si fanno ingannare dalle belle storielle. Forse, un tempo, era più semplice. Oggi no.

Dio, per primo, ci ha dato l’esempio. Dio, per primo, si è mostrato come Padre. Dio, per primo, ci ha insegnato a chiamarlo papà. Questo è il lavoro principale, quello non retribuito con la valuta del mondo, quello meno scontato, quello più difficile e sempre più raro. Non l’alibi per non fare nulla. Non la scusa per non fare nient’altro. Ma la luce della paternità coniugata con l’essere “umili lavoratori nella vigna del Signore”, come disse Benedetto XVI nel suo primo discorso da Papa. In questo modo – e grazie a San Giuseppe – il primo maggio avrà un senso. Vero, pieno, di sostanza. E non più soltanto uno slogan un po’ attempato né una sterile e vuota propaganda di facciata.

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La misericordia nuziale

Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6, 36). «Ah no, io mio marito non lo sopporto più: lascia sempre il tubetto del dentifricio aperto». «Mia moglie? Ha messo su tanti di quei chili da quando l’ho conosciuta … non la posso guardare!». «Mio marito non è capace a far niente». «Mia moglie si trascura, non provo più niente per lei». «Mio marito è un brontolone, non resisto con lui un giorno di più». «Quante volte te lo devo ripetere che devi spegnere la luce se non sei più in una stanza?!». «E io quante volte devo dirtelo che il bagno va lasciato pulito?!». «Ti lamenti sempre per tutto». «Anche tu».

No, non è l’incipit di una commedia teatrale ma la – triste – realtà di molte nostre giornate. Di molti matrimoni. Ma come, non dovevamo essere misericordiosi gli uni verso gli altri? Se non si è misericordiosi verso “l’estraneo più intimo che c’è”, il coniuge appunto, con chi possiamo esserlo? “Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.” (1 Gv 4, 20). E chi può – anzi deve – essere il primo destinatario della misericordia? Se siamo sposati, è ovviamente il coniuge! Ma, allora, che cos’è la misericordia nuziale? Come si manifesta? Come si vive? Come si realizza?

Il matrimonio cristiano è il sacramento della Misericordia per eccellenza. Promettendo solennemente – davanti a Dio – di amare e onorare l’altro per tutta la vita e in tutte le condizioni (in salute e in malattia) è proprio alla Misericordia che ci si affida. Non più e non solo come singoli ma come coppia.

Guardare la moglie o il marito con gli occhi della misericordia significa amarlo come lo amerebbe – e lo ama! – Dio. Significa donare senza la pretesa di ricevere. Perdonare prima che esigere di essere perdonati. E significa attuare la Misericordia di Dio nella misericordia umana.

Fatta anche di piccole cose quotidiane. Di tubetti di dentifricio e chili di troppo. Di capelli spettinati o di quel vestito che a noi proprio non piace. Di pancetta e cellulite. Dell’altro che vorremmo sempre scattante, simpatico, allegro, in forma, brillante. Ma che, al contrario, può essere noioso, triste, impacciato, stanco, malato.

Questa è la misericordia nuziale: guardare l’altro come lo guarda Dio prima di come lo guarderemmo noi. O almeno, provarci. A Dio interessano l’amore, l’impegno, la dedizione e la fedeltà ben prima di tutto il resto. Ben prima dei limiti e dei difetti. E così dovremmo cercare di fare anche noi. Vedere il bello, vedere il dono, vedere la Grazia nell’altro e dell’altro. Prima di tutto il resto.

Parlare di questo, oggi, significa voler celebrare con semplicità, ma altrettanta concretezza, ciò che ci suggerisce la Chiesa. La prima domenica dopo Pasqua, la cosiddetta Domenica in Albis (da colore delle vesti bianche indossate nel momento del battesimo, che i fedeli deponevano in quel giorno) è la grande festa della Divina Misericordia. Quest’anno, poi, è ancor più speciale: ricorrono i venticinque anni dall’approvazione ufficiale del culto, per volere di San Giovanni Paolo II. E ricorrono anche i venticinque anni dalla canonizzazione di Suor Faustina Kowalska, cui Gesù rivelò questo messaggio importantissimo.  Non possiamo, quindi, voltarci dall’altra parte. Far finta che tutto questo non esista o, peggio, che non ci riguardi.

Per pregare la Divina Misericordia bisogna averla sperimentata. Bisogna cercare di viverla. Bisogna cercare di donarla. E tutti noi l’abbiamo ricevuta nel momento stesso in cui siamo nati. Come preghiamo nelle litanie: “Misericordia di Dio, che dal nulla ci chiamasti all’esistenza: confidiamo in Te!”. E ancora: “Misericordia di Dio, che ispiri speranza contro ogni speranza: confidiamo in Te!”.

Pazienza, allora, se l’altro non è esattamente come lo vorrei. Pazienza se quel difetto da cui lotta – lui/lei per primo, magari da anni – continua a darmi fastidio. Mi allena alla misericordia! Pazienza se non è perfetto, perché non lo sono neanch’io! Ma insieme – con la benedizione del nostro sacramento – siamo immagine di Dio e apostoli anche noi, come Santa Faustina, della Misericordia. Se sappiamo essere misericordiosi. Che non è il black friday dell’amore o l’indulto dei difetti ma il saper andare oltre per vedere l’Oltre, quello di Dio. Che ci ha amati per primi. Prima dei nostri peccati e delle nostre piccolezze. Prima che Gli dicessimo sì. Prima che ci dicessimo sì. Perché Lui aveva già puntato tutto su di noi.

Fabrizia Perrachon

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Papa Francesco, (San) Carletto e i miracoli eucaristici di Buenos Aires

Chi avrebbe mai detto che domenica 27 aprile 2025 – festa della Divina Misericordia – non si sarebbe tenuta la canonizzazione di Carlo Acutis? Eppure la morte di Papa Francesco ha scombinato i piani umani e posticipato questo evento importante. Sappiamo, al di là della cerimonia ufficiale, che (San) Carletto abita in Cielo. E siamo sicuri che non è per nulla offeso di questa momentanea sospensione. D’altronde si sa: a volte le cose belle si fanno aspettare e se il Buon Dio ha voluto così, ci saranno dei motivi più che validi. Lo capiremo. Proprio come quando Gesù, lavandogli i piedi, disse a Pietro: “Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo” (Gv 13, 9).

C’è un sogno molto forte che la sua mamma, Antonia Salzano, ha reso pubblico qualche mese fa. San Francesco di Assisi le avrebbe detto: “Tuo figlio occupa un posto molto alto nel cielo e, dopo essere stato canonizzato, arriverà una generazione di Santi”. Non perdiamo la speranza e offriamo il sacrificio dell’attesa, certi che non saremo delusi e che si compirà qualcosa di grande nella Chiesa.

Ecco perché è molto importante pregare in questi giorni sia per il Papa defunto e per il Papa futuro; c’è in gioco in futuro della Sposa di Cristo, ossia di tutti noi. Del mondo intero. “Misericordia di Dio, che abbracci tutto l’universo, confidiamo in Te”, stiamo pregando nelle litanie in questi giorni di novena. Crediamo fermamente a queste parole, facciamole nostre e sentiamoci, oggi più mai, un’unica grande famiglia. Cattolica, apostolica, universale.

Aspettando di poter finalmente chiamare Carlo “Santo”, mi è subito venuto alla mente il legame che aveva con l’Eucarestia e con i prodigi del Corpo e del Sangue di Cristo. Da genio dell’informatica – e dello spirito – Carletto aveva ideato un sito internet e dei cartoni animati sui miracoli eucaristici. Centro! Già parecchi anni fa, un ragazzino aveva capito che i moderni mezzi tecnologici, se usati bene, possono essere un valido strumento di evangelizzazione. Tra i vari casi presentati, ci sono anche ben tre miracoli eucaristici avvenuti negli Anni Novanta a Buenos Aires. Quando, “guarda caso”, il cardinale era Jorge Mario Bergoglio.

Un legame tra i due apparentemente lontano ma che proprio in questi giorni si fa presente e merita la nostra riflessione. Chi avrebbe detto, allora, che proprio negli stessi giorni si sarebbero “incrociati” la canonizzazione dell’uno e i funerali dell’altro? E mica di due “qualsiasi”!

Avvenuti nel 1992, nel 1994 e del 1996, i diversi miracoli eucaristici hanno riguardato casi documentati di Particole che, dopo la consacrazione, mostravano segni di sangue o di carne umana. Questi eventi furono spesso accompagnati da testimonianze di sacerdoti, fedeli e testimoni oculari che descrivevano in che modo esse si trasformassero o si presentassero con caratteristiche sorprendenti.

Uno dei casi più emblematici avvenne nell’agosto del 1996 nella chiesa di Santa Maria a Buenos Aires, quando un sacerdote notò che un’Ostia consacrata aveva cambiato colore e aveva assunto un aspetto di tessuto umano. La Chiesa locale avviò un’indagine approfondita, analizzando campioni e conducendo esami scientifici per verificare l’autenticità del fenomeno. I risultati furono sorprendenti: le analisi confermarono che si trattava di carne umana, compatibile con tessuti muscolari, e che il sangue presente era di origine umana.

La richiesta di compiere ricerche scientifiche approfondite fu portata a Bergoglio, che approvò. Questi fatti prodigiosi furono volutamente tenuti lontani dai riflettori mediatici su richiesta del parroco e dei fedeli. La notizia è diventata più nota dopo che Bergoglio è stato nominato Papa. Eppure Carletto ci era arrivato ben prima!

Lo stesso Carletto che compirà egli stesso dei miracoli che – riconosciuti dalla Chiesa – lo hanno portato a essere proclamato prima Beato e poi Santo. Che meraviglie compie il Signore! Lui avrebbe detto: “La santità è sempre originale: non c’è santità di fotocopia, la santità è originale, è la mia, la tua, di ognuno di noi. È unica e irripetibile.” Carissimo (San) Carletto, possiamo aspettare, sappiamo aspettare. Ora siamo chiamati a pregare per il Papa che fu e il Papa che sarà. Poi, gioiremo tutti per te, per la tua proclamazione. Non aggiungerà nulla che già la tua anima non possiede ma noi potremo vantarci di avere un amico Santo. L’amico della porta accanto. L’amico giovane e sorridente. L’amico geniale e intelligente, l’amico generoso e gioiosamente assorto in preghiera.  L’amico che ci ha insegnato tanto e che – siamo certi – avrà da insegnarci ancora di più.

Fabrizia Perrachon

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Una preghiera in eredità

Sono i giorni più importanti dell’anno liturgico quelli del Triduo Pasquale. Durante la Santa Messa in Coena Domini suoneranno per l’ultima volta le campane. Poi, silenzio. Fino al mattino di Pasqua, trionfo della vita.

“Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi […] Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. (Gv 13,15 e 34-35).

Queste parole di Gesù arrivano dritte al cuore. Esempio, amore per gli altri, carità: esistono ancora questi valori nella nostra società? Abitano ancora le nostre coscienze, le nostre relazioni, le nostre famiglie? Ti voglio bene a prescindere o solo perché mi torna comodo? Siamo amici solo se è vantaggioso per me? Per quale motivo ci sposiamo? E – forse ancor di più – per quale stiamo insieme? Che testimonianza diamo di cristiani, di sposi, di coppia, di genitori, di colleghi, ecc …?

E così che mi è tornata in mente una preghiera bellissima, semplice ma molto potente. La preghiera che una mia partente – suora nell’Istituto della Sacra Famiglia (Isnardine) – recitava ogni giorno. Non nel senso teatrale del termine ma nel senso spirituale. Recitare come respirare, vivere, assaporare, offrire. Suora che aveva un affetto grande per i suoi tanti nipoti e che ha consumato le sue ultime sofferenze terrene proprio nel periodo quaresimale e nel Triduo pasquale. Trasfigurata dal dolore ma trasfigurata, poi, nel Cielo della vita che più non muore. La sua preghiera diceva:

Padre Santo, 

ti offro questa giornata secondo le intenzioni per le quali il tuo Figlio Gesù

si è fatto uomo, è morto ed è risorto.

Ti raccomando tutte le persone che ho incontrato e incontrerò nella mia vita,

quelle verso le quali ho dei doveri di giustizia e di carità,

quelle che si sono raccomandate in particolar modo alle mie preghiere

e alle quali ho promesso il mio aiuto:

conservale nella grazia, aiutale nelle loro necessità materiali e spirituali,

richiama quelle che si trovano nel peccato.

Ogni momento di questa giornata sia un atto di amore per Te,

una riparazione del male fatto, del bene non fatto e del bene fatto male.

Ti raccomando tutte le anime del Purgatorio, quelle più dimenticate

e quelle che vi si trovano , forse, per causa mia. 

Vergine Santissima, tu che hai offerto Gesù all’Eterno Padre,

offrimi oggi con Lui e aiutami a compiere sempre e comunque la volontà di Dio,

affinché questa giornata sia una continua Messa vissuta per la mia e altrui santificazione.

Amen”

Non aggiungo altro, per non sciupare la celestialità che emana la preghiera. Ve la dono, proprio come anch’io l’ho avuta in dono. Eredità preziosissima che porterò sempre con me. Che siano queste ore santissime a ispirare nei nostri cuori il maggior amore possibile, il maggior bene possibile, la maggior fede possibile. E allora domenica potremo davvero far nostro il canto: “ Il mattino di Pasqua nel ricordo di Lui siamo andate al sepolcro: non era più là! Senza nulla sperare, con il cuore sospeso, siamo andati al sepolcro: non era più là! Il Signore è risorto: cantate con noi! Egli ha vinto la morte Alleluia! Alleluia, Alleluia, Alleluia, Alleluia!

Fabrizia Perrachon

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Salvezza e Fedeltà Coniugale: una Testimonianza dell’Altro Mondo

Sentiamo spesso dire, in queste settimane, che la Quaresima è un “periodo forte”: vi propongo oggi, allora, una testimonianza molto forte. Una testimonianza dell’altro mondo. Nel vero senso della parola. Gloria Polo è una donna colombiana, di professione dentista, che l’8 maggio del 1995 è stata colpita da un fulmine. Si stava recando, insieme al marito e al cugino, presso la biblioteca della Facoltà di odontoiatria dell’Università di Bogotà.

Ha testimoniato lei stessa: “Quando stavamo per saltare una grande pozzanghera d’acqua, siamo stati raggiunti da un fulmine che ci ha carbonizzati. Mio nipote è morto subito. Era un ragazzo che, nonostante la sua giovane età, si affidava molto al Signore […] Quanto e me, il fulmine mi è entrato dal braccio e mi ha bruciato, spaventosamente, tutto il corpo, fuori e dentro. Non avevo più i seni, soprattutto quello sinistro, al suo posto era rimasto un buco. Era sparita la carne del ventre, delle gambe e delle coste. Quello che state vedendo qui, è il mio corpo completamente ricostruito, per la misericordia del Signore. Il fegato era completamente carbonizzato. I reni, i polmoni e le ovaie si erano bruciati. Il fulmine era uscito dal piede destro. Io usavo un apparecchio contraccettivo a forma de “T” di ottone, che è un buon conduttore di elettricità, per questo ha carbonizzato, ridotto in polvere, le mie ovaie. Ho avuto un blocco cardiaco e sono rimasta li, senza vita. Il mio corpo saltava a causa dell’elettricità accumulata.”

Gloria si salva e inizia testimoniare in tutto il mondo l’esperienza che il Signore le ha fatto fare. Nell’Aldilà. Quando, nelle tragiche ore tra la vita e la morte, è condotta in Cielo, Gloria vede i suoi genitori. Scopre che la madre si trova alle porte del Paradiso mentre suo padre è immerso nelle grandi pene del Purgatorio. Un padre adultero, ubriacone, violento e maschilista che si è salvato grazie a trentotto anni di preghiera della sua eroica sposa. Penso che molti di noi conoscano questa storia, abbiano letto il libro, visto o ascoltato questa esperienza straordinaria.

Quello che mi ha sempre molto colpito è stato ciò che Gloria Polo ha raccontato dei suoi genitori: “Da quando mi sono sposata, ho avuto solo un uomo nella mia vita, mio marito, ma anche così, pecchiamo nei pensieri, nel parlare e nell’agire. Per me è stato molto doloroso vedere che, con che grande tristezza, il peccato di adulterio di mio padre ci ha fatto tanto male. Quanto a me, mi ha trasformato in una persona risentita, sono sprofondata nel risentimento, contro gli uomini e i miei fratelli, che erano diventati delle copie fedeli di mio padre. Pensavano di essere felici perché erano «maschi», donnaioli e bevevano, senza pensare al male che facevano ai loro figli. Per questo motivo, mio padre piangeva con molto dolore, nel Purgatorio, vedendo i risultati del suo cattivo esempio”.

E ancora: “Sapete, mia madre era sposata da sette anni e ancora non aveva avuto figli. Ma lei era molto perturbata per le infedeltà di mio padre. Era molto preoccupata e angustiata. E quando si accorse di essere gravida e piangeva. Questa situazione ha provocato un’angustia tale che mi ha marcato interiormente, per tutta la vita. Per questo non mi sentivo amata da mia madre! Ma mia madre è sempre stata molto affettuosa e buona verso di me, mi ha dato affetto e amore, ma io non mi sentivo amata e ho vissuto sempre con questo complesso. In questa situazione, solo i sacramenti sono quelle grazie di Dio che ci guariscono.  […] E io, vi ha già detto che gioia di figlia io ero? Io chiamavo mio padre «Pietro, lo spaccapietre» e a mia madre dicevo che era fuori moda! Che era una vecchia antiquata e cose di questo genere, arrivavo fino al punto di negare che lei era mia madre, per vergogna! Pensate un po’! Ma non potete immaginare le grandi benedizioni che ho ricevuto grazie a mia madre. Una madre che andava in chiesa, che pregava davanti al Santissimo Sacramento, e offriva tutte le sue sofferenze al Signore, e si fidava, si fidava sempre!”.

Meravigliose, infine, le parole di Gloria Polo sul matrimonio: “A mia madre, Dio ha messo nel cuore, qualcosa somigliante a una palla di fuoco, bellissima, che significa l’amore di Dio, lo Spirito Santo. Ho saputo che lei era una donna molto pura. Dio era felice, pieno di gioia per causa sua. Mio padre invece no. Quando aveva appena dodici anni, suo papà lo aveva portato in un bordello. Non potete immaginare quanti spiriti impuri si erano impossessati di lui in quel momento, come larve, sanguisughe. […]

Una coppia vergine glorifica Dio. Esiste tra loro un patto santo tra di loro e con Dio che santifica la loro sessualità. La sessualità in se stessa non è peccato, è benedetta da Dio, è presenza di Dio nelle vita della coppia. Una volta celebrato il sacramento del matrimonio (anche nelle coppie che hanno perso la verginità), Dio è sempre presente nel letto matrimoniale, perfino a tavola è presente il Signore per benedire gli alimenti. Dio è veramente affascinato dalla bellezza del matrimonio, è felice di dare vita nuova. La coppia e Dio formano una Trinità. Peccato che molte coppie non abbiano questa dimensione religiosa, non si ricordano di Dio, si sposano solo per tradizione, non per fede, e pensano solo alla festa esteriore, mangiare e bere, la luna di miele; tutto bene, ma il peccato consiste nel mettere da parte il Signore. è stato proprio quello che è successo a me: ho lasciato il Signore per strada, nemmeno mi son sognata, di farlo entrare in casa nostra. Dio vuole essere invitato, ed è felice per questo, vuole stare con noi sempre, nella gioia e nel dolore. Vuole che sentiamo la Sua presenza. Nel sacramento è presente sempre, e come sarebbe bello se fossimo coscienti della Sua presenza.”

Grazie, Gloria Polo, per la tua testimonianza eccezionale, davvero dell’Altro mondo, davvero di Cielo!

Fabrizia Perrachon

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Quante volte ci siamo sentiti incompresi …

È brutto sentirsi incompresi, vero? L’utilissima enciclopedia online Treccani, definisce l’incomprensione come: “Mancanza di comprensione, incapacità di comprendere i sentimenti, il carattere, o le necessità, le esigenze di un’altra persona o anche di una categoria di persone: ifra coniugiidei genitori verso i figliurtare contro l’idei superioriidi una classe sociale per determinati problemi”.

L’incomprensione non è solo qualcosa che si subisce perché si può anche “agire” sugli altri. Quante volte non ci siamo sentiti capiti ma, anche noi per primi, non abbiamo capito o non abbiamo voluto capire! La vita stessa ce ne dà esperienza. «I miei genitori non mi capiscono», «la mia migliore amica non mi capisce», «il mio collega proprio non mi capisce». Ma anche «mia moglie proprio non la capisco», «ci rinuncio a capire mio marito», «non mi ci metto neanche a capire mia suocera», «chi li ha mai capiti i vicini di casa?».

Un’indagine promossa nel dell’Istituto Demopolis ha evidenziato come il 58% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni non si senta capito dagli adulti. In un sondaggio d’opinione popolare il 91% degli uomini ha dichiarato di non capirci nulla delle donne. Da un’altra statistica è risultato addirittura che il 50% degli italiani non è fedele al coniuge … se non è incomprensione questa … Nel febbraio di due anni fa mi sono chiesta: cosa si nasconde al di là dell’incomprensione? Perché ci sentiamo non capiti? Che cosa – o chi – c’è dietro tutto questo? Così è nato “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, il mio nuovo libro edito da Mimep-Docete, in tutte le librerie da lunedì 31 marzo.  

Sono molto affezionata a “Capire l’incomprensibile” perché è il primo libro che ho scritto, anche se è il quarto a essere pubblicato. Lo sappiamo, a volte nella vita le cose o le situazioni prendono l’autostrada, altre un sentiero. L’importante è arrivare alla meta. E “Capire l’incomprensibile” ne è un esempio. Ed esce in un momento particolarmente propizio: mancano poche settimane alla Santa Pasqua, il trionfo della comprensione dell’amore sull’incomprensione dell’odio. Il trionfo della comprensione della vita dell’amore sull’incomprensione della morte. Il trionfo della comprensione del perdono sull’incomprensione del rancore.

Scrivo nell’introduzione: “Analisi dopo analisi, riflessione dopo riflessione, ci accorgeremo insieme che molte volte il Padre non si rende immediatamente riconoscibile – quasi come si volesse nascondere – per spingerci a guardare più a fondo, a intravedere e poi scoprire la santità non con gli occhi umani ma con quelli dell’anima. Nel corso dei secoli, infatti, ciò che è potuto sembrare stranezza, diversità, insignificanza – se non quando addirittura follia – in realtà non è stato altro che un piano di Dio. Se non capisco qualcosa – o qualcuno – inizialmente provo disagio o paura, poi me ne allontano, arrivando fino alla condanna, alla negazione; il meccanismo difensivo che scatta dentro ciascuno di noi è proprio questo, riassunto in poche ma efficaci sequenze; ebbene, questo insieme di pregiudizi e condanne è proprio quanto hanno vissuto i personaggi di cui leggeremo nelle prossime pagine, scoprendo come il disprezzo umano è, in realtà, uno degli ingredienti del percorso per elevarsi da questo mondo al Cielo.

Qualche pagina più avanti affermo: “’L’incomprensione è una caratteristica umana universale, presente in tutte le società e in tutti i tempi, in tutte le situazioni e a tutti i livelli; ciascuno di noi ne fa esperienza diretta più volte nel corso dell’esistenza, fin dai primi giorni di vita. […] In lingua italiana questo termine è il contrario di comprensione che, derivata dal latino, significa innanzi tutto “capire” ma non solo: vedremo nei capitoli successivi che comprendere significa anche tante altre cose e comporta sforzi non solamente cognitivi ma anche spirituali, che saranno proprio quelli sui quali cercheremo di riflettere maggiormente. Abbiamo detto, dunque, che l’incomprensione è un deficit ossia una mancanza che, però, sarebbe riduttivo relegare unicamente ad una carenza di comprensione: non capire l’altro significa anche non poterlo o non volerlo ascoltare, far finta di non ascoltarlo o equivocarne il messaggio, per ignoranza o per secondi fini.

Ma cercare di comprendere Gesù e il Suo messaggio, vuol forse dire tentare di uscire dall’empasse dell’incomprensione? Vorrà dire capire l’incomprensibile?

Fabrizia Perrachon

P.S.: “Capire l’incomprensibile. Quando la fede basta per vedere i miracoli”, edito da Mimep-Docete, si trova in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della casa editrice e anche su Amazon. Grazie in anticipo a chi lo leggerà, lo regalerà o lo consiglierà. Non solo farai del bene al tuo o ad altri cuori ma mi aiuterai anche a proseguire con le tante attività di testimonianza, sostegno e diffusione della fede e della speranza in tante mamme, papà, coppie, famiglie e giovani.  

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C’era una volta un re. Libero di amare

I nostri cuori sono liberi di fronte all’amore? Non la libertà del “faccio quello che voglio”. E nemmeno l’amore degli stickers a cuoricino o delle dichiarazioni eclatanti da film. Parlo dell’amore vero, autentico, quello che si dona e che dona, che dà prima di ricevere. Siamo capaci di un amore così?

Trentacinque anni fa, in Belgio, stava per accadere qualcosa di clamoroso, che avrebbe segnato un prima e un dopo nella storia. Non solo quella politica ma, soprattutto, quella delle coscienze.  Il 3 aprile 1990 re Baldovino abdicò per due giorni pur di non firmare il referendum che legalizzava l’aborto entro le dodici settimane. “So che agendo così – scrisse al Capo del Governo Wilfried Martens – non scelgo una strada facile e che rischio di non essere capito da un buon numero di concittadini. Ma è la sola via che in coscienza posso percorrere”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino, autenticamente cattolico, aveva sempre messo Dio al primo posto nella sua vita. Non aveva vissuto un’infanzia semplice: perduta la madre a cinque anni, era stato fatto prigioniero durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 15 dicembre del 1960 aveva sposato Fabiola de Mora y Aragón, nobile spagnola, anche lei credente fervente. Si racconta che entrambi erano stati nubili a lungo perché intenzionati a sposarsi solo con la persona giusta. Fabiola aveva dichiarato: “Ho messo la mia vita nelle mani di Dio, mi abbandono a Lui, forse Egli mi prepara qualcosa”. Da ragazza aveva pubblicato una serie di novelle per bambini, intitolata “Los doce cuentos maravillosos”, i “Dodici racconti meravigliosi”.

La vita di Baldovino e Fabiola fu messa alla prova da ben cinque aborti spontanei. La coppia, pur davanti a queste prove dolorosissime, non perse mai la fede e affrontò tutto con grande abbandono alla volontà di Dio. Il sovrano dichiarò: “Ci siamo interrogati sul senso della nostra sofferenza e, a poco a poco, abbiamo capito che il nostro cuore era più libero per amare tutti i bambini, assolutamente tutti i bambini”. Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo.

Baldovino e Fabiola amavano i bambini, da sempre. Non avrebbero mai firmato una legge che ne avrebbe condannato a morte un alto numero. Baldovino e Fabiola furono coerenti con la loro fede, anche a discapito della loro posizione di reali. Baldovino abdicò per due giorni per non metterci la firma. E la faccia. E la coscienza. Non poteva opporsi perché il Parlamento aveva ormai deciso. Lui, però, non si è sporcato l’anima vendendola “al mercato del mondo”, come avrebbe detto San Charbel. La legge passò ma senza la sua approvazione. E il suo autografo. E la sua anima. Baldovino e Fabiola avevano dimostrato nei fatti, e non solo a parole, la loro fede e il loro amore a Dio. E, con esso, l’amore alla vita. Avevano, così, cinque figli nati in Cielo e chissà quanti sulla terra. Amati davvero.

Il 17 dicembre 2024 è partito l’iter per la causa di beatificazione di Baldovino. Dopo la visita del Papa in Belgio, il Dicastero delle Cause dei Santi ha avviato il regolare processo, costituendo una Commissione formata da esperti in ricerca archivistica e storia belga, con il compito di raccogliere e valutare la documentazione relativa al sovrano.

Baldovino e Fabiola si sono amati di un amore autentico, vero, libero. Libero dai condizionamenti del loro status sociale, libero dall’ipocrisia, libero dalle falsità. Il non aver avuto figli sulla terra non ha scalfito il loro rapporto né quello con Dio. Anzi, ha rinsaldato entrambi, rendendo i loro cuori capaci di amare nella libertà e nella grandezza di chi sa che Dio dispone tutto per il Bene più grande. Baldovino e Fabiola si erano fidanzati a Lourdes l’8 luglio del 1951 e, senza dubbio, Maria Santissima è stata la loro guida, la loro forza, la loro speranza.

Baldovino aveva composto di suo pugno una preghiera: “Che importa se devo bere un calice amaro, e se sento il mio cuore triste fino alla morte: poiché sei tu, Gesù, che vuoi il sacrificio, io non conto. A tua volontà, mio Gesù, lascia cadere il velo, mostrami la tua bellezza, stringimi tra le tue braccia, o dal cielo oscurato ruba ogni stella: io non conto. Dammi, mio Gesù, la tua pace o la tempesta, corona i miei sforzi, o non sostenermi, sotto il peso dei dolori lascia piegare la mia testa: io non conto. Che il mio cuore sia ferito, anche da coloro che amo, che importa mio Gesù, visto che mi amerai! Che il bene che faccio sia esso stesso sospettato: io non conto. Se vuoi che ti onori incessantemente, o se devo languire nell’impotenza, ahimè! Che importa, mio Gesù! Lo vuoi: ti adoro! Io non conto. Se devo finire di scalare il calvario, se il Cireneo manca anche ai miei passi, che importa, mio Gesù! Vedrai la mia miseria. Io non conto. Non importa il mio piacere, la mia gioia, la mia sofferenza! Solo Gesù deve contare nel mio cuore qua sotto. Solo a lui gloria, amore, gratitudine: io non conto”.

Chapeau. C’era una volta un re. Fedele al Re del Cielo. E con una regalità che profuma tanto di Lassù e poco di quaggiù, la cui preghiera – in Quaresima – può diventare anche la nostra.

Fabrizia Perrachon

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Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?

Questi interrogativi sono l’incipit di una famosissima canzone italiana di Edoardo Bennato del 1977, conosciuta e ricordata ancora oggi, anche dai più giovani; ritmo incalzante e testo azzeccato sono state il suo successo. Penso che la musica aiuti parecchio a far riflettere e, se lo facciamo attraverso questa coppia di domande, realizziamo che in effetti siamo tutti, inesorabilmente e disperatamente, di fretta. Sempre, ovunque e comunque. Da quando ci alziamo dal letto a quando ci corichiamo, magari anche oltre, scollando compulsivamente pagine e profili sui social. Abbiamo sempre fretta, andiamo sempre di fretta, rispondiamo sempre di fretta.

Anche i rapporti sono ormai dominati dalla velocità, il nuovo metro di paragone per l’efficienza e l’efficacia, a ogni livello e in ogni contesto. Bisogna reagire subito, altrimenti significa che non siamo abbastanza sul pezzo. Bisogna dare subito un feedback, altrimenti ci sarà chi risponderà prima di noi. Dobbiamo agire subito altrimenti c’è chi lo farà al nostro posto. Le conseguenze? Bruciare le tappe. L’età di pensare, conoscere, dire e fare qualsiasi cosa si sta drasticamente abbassando. Ma tutta questa voracità temporale, tutto questo correre, tutta questa rapidità, sarà sempre un bene? Porterà sempre il bene? Ci farà sempre del bene?

Pensiamo alle relazioni sentimentali e a quanti problemi scaturiscano dalla fretta. Per fretta si risponde subito, anche quando si è arrabbiati, scrivendo o dicendo ciò che magari non si pensa. E si fanno danni. Non si ha tempo da dedicare all’altro, ci sono troppe cose da fare e si va sempre di fretta. E si fanno danni. O non ci si sposa proprio o lo si fa troppo presto, prima di conoscersi a fondo. E si fanno danni. Alle prime divergenze ci si separa, si ha la fretta di rifarsi una vita. E si fanno danni.

Sinonimo di fretta è impazienza, che è il contrario di pazienza. Già, la cosiddetta “virtù dei forti”. E noi, uomini e donne di oggi, lo siamo ancora? Siamo ancora pazienti? Siamo ancora forti? O il “tutto e subito” ha travolto anche noi, che volevamo fare i duri (parafrasando l’espressione di un’attuale canzone)? Siamo diventati sterilmente selettivi, passiamo sempre di premura in premura ma, molto spesso, solo per ciò che alla fine ci piace, porta un soddisfacimento immeditato o ci procura un vantaggio economico. Si ha tempo per tante cose ma per Dio no. Invece che al primo, è ahimè messo all’ultimo posto; e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

L’unica urgenza che davvero avrebbe la priorità è posta in fondo alla lista dei to do. Eppure, sempre un’altra canzone – la colonna sonora del film spagnolo su Carlo Acutis – ce lo ricorda chiaramente: “El Cielo no puede esperar”. Ecco la santa fretta che dovrebbe contraddistinguerci!  La stessa che ha avuto il discepolo amato, che ha corso talmente veloce, dopo l’annuncio della resurrezione, da arrivare al sepolcro vuoto prima di Pietro. O la fretta di Bernadette, che ha corso dalla Grotta alla casa del parroco pur di portare l’annuncio di Aquerò, come la veggente affettuosamente chiamava Maria.

Il 25 marzo, giorno in cui la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione, si ricorda anche una delle apparizioni chiave di Lourdes quando finalmente (siamo nel 1858) Maria Santissima svelò chi fosse: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Bernadette, che non conosceva il significato di quelle parole, corse a più non posso da Massabielle alla canonica di Peyramal, ripentendo in continuazione ciò che le aveva detto la Bella Signora, pur di non dimenticarselo.

Quando provo a immaginarmi la scena, mi sembra di vedere gli abitanti di Lourdes che, vedendola così affannata, magari le avranno detto: Quanta fretta, ma dove corri? Dove vai?. Bernadette compie la sua missione, arriva dal parroco, riporta quanto udito, poi tace. Peyramal, fino a quel momento incredulo, resta ammutolito. Crolla. Crede. E diventa strenuo difensore delle apparizioni e della veggente.

Santa fretta di Giovanni e di Bernadette, che ha cambiato il mondo! Santa fretta che non è rimbalzare da un’urgenza all’altra così, senza senso, ma un correre per il Signore, perché il Cielo non può aspettare, la salvezza non può temporeggiare. Non sappiamo quanto tempo abbiamo ancora davanti ma possediamo la capacità di scegliere cosa fare in questo tempo. Che la Quaresima ci aiuti a mettere le giuste priorità.

Fabrizia Perrachon

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Amare anche dopo la morte: una storia vera

Si può amare anche dopo la morte?  Ci si può sentire profondamente e totalmente uniti al coniuge anche se la sua vita non è più su questa terra? È un’illusione o una realtà? La trama di un bel romanzo o un amore autentico e possibile? Mi sono posta queste domande tante volte in questi quasi diciotto anni di matrimonio che mi legano a mio marito. Che ne sarebbe di me se rimanessi da sola? E se capitasse a lui? In famiglia abbiamo un esempio di lunga vedovanza, vissuta con fedeltà e semplicità di cuore. Una prova dura, durissima, che onestamente non so se riuscirei a sopportare.

Non sono pensieri che faccio spesso ma, qualche tempo fa, il fatto che un caro amico sia rimasto vedovo mi ha costretto a tornarci su. Ci sono amicizie che, nonostante il tempo e la distanza continuano, portando frutti di bene reciproci. Amicizie che danno tanto, che t’insegnano, ti accompagnano. È proprio da una di queste che ho ricevuto un esempio talmente luminoso da non poterlo tenere solo per me, da non poterlo non condividere. E, soprattutto, da non poterlo non farlo qui sul blog, comunità nella quale – da tanti punti di vista – cerchiamo di dar risalto alla bellezza dell’amore vero, l’amore sponsale per Cristo, con Cristo e in Cristo.

A fine dicembre una nostra cara amica è andata in Cielo, dopo una vita spesa nell’accompagnare i pellegrini, soprattutto i giovani, a Medjugorje. Il marito l’ha assistita con infinito amore, prendendosi cura di lei anche nel lungo periodo della malattia. Già questo vuol dire tanto, in una società in cui – troppo spesso – si fugge il dolore, proprio e ancor più quello degli altri. Quello che, però, mi ha davvero colpita sono stati i messaggi che il marito mi ha inviato il 23 gennaio, giorno – guarda “caso” – in cui la Chiesa celebra i Santi Sposi. Ho il suo permesso nel pubblicarli. E lo faccio con tanta riconoscenza e gratitudine. Dunque, ricordando la moglie a poco meno di un mese dalla scomparsa, il nostro caro amico mi ha scritto:

“Io devo convivere con due diversi stati d’animo. Da una parte c’e’ la nostalgia della sua presenza perché passavo quasi tutto il tempo vicino a lei tenendole la mano. Per me era una ragione di vita. Dall’altra parte io ho la certezza che adesso lei è felice, ormai liberata dai condizionamenti della sua malattia, per i quali quella che conduceva non era più una vita”.

“Certo speravo che il Signore me la lasciasse ancora a lungo, ma mi rendo conto che il mio era un desiderio egoistico, per quello che ti ho detto sopra. Per quanto paradossale possa sembrare, posso dire che dal punto di vista affettivo, questo ultimo anno è mezzo in cui lei era allettata e’ stato il più bello della nostra vita a due perché ci ha permesso di prendere coscienza della profondità del rapporto che ci legava”.

“Un motivo di serenità deriva anche dal fatto che io avevo chiesto al Signore di tenermi ancora in vita e in salute fino a quando mia moglie avesse avuto bisogno della mia presenza. Lui mi ha esaudito e mi ha consentito di poterle stare vicino fino all’ultimo. Adesso non ho più preoccupazioni per il futuro. E aspetto che mi venga a prendere per stare di nuovo insieme e questa volta per sempre”.

Brividi. Di commozione, di ammirazione, di affetto. E mi sono chiesta: ma io so amare mio marito così? Chi di noi è così maturo e così libero da amare il coniuge in questo modo, modo che ha poco di umano e tanto di divino? Riusciamo a volere così tanto il bene dell’altro/altra da metterlo davvero davanti a noi, ai nostri desideri, alle nostre speranze, alle nostre aspettative? Con la massima sincerità devo ammettere che questi messaggi sono stati una lezione inaspettata e preziosissima, un bel “tagliando”. Li dono anche a voi affinché, oltre ad essere una testimonianza vera e vissuta, possano aiutare ciascuno a fare una profonda manutenzione del proprio legame coniugale. Perché il “per sempre” non è il titolo di coda di un qualunque sdolcinato film strappalacrime ma l’inizio dell’amore vero. Quello eterno, eppure possibile, del matrimonio cristiano.

Fabrizia Perrachon

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La Via Crucis per la Coppia (Non della Coppia)

La Quaresima è appena iniziata e, come ogni anno, siamo invitati a dedicare maggiore – ma soprattutto migliore – tempo alla preghiera e alla vita dell’anima, alleggerendo l’attaccamento al mondo con qualche digiuno e qualche rinuncia, i famosi “fioretti” che hanno profumato di fede la nostra infanzia.

Per alcuni, però, non c’è distinzione tra il tempo liturgico che stiamo vivendo e l’esistenza quotidiana, troppe volte nominata, vissuta e percepita come una Via Crucis. Quest’espressione latina indica propriamente il “cammino della croce” ossia il tratto di strada percorso da Gesù, flagellato e coronato di spine, sotto il peso del patibulum, lo strumento di tortura e di morte più crudele al tempo dei Romani.  Non ci interessa, in questo momento, disquisire se il Figlio di Dio portò solo la trave orizzontale, quella più corta, o l’intera struttura di legno.

Quello su cui desideriamo riflettere è il senso di un cammino doloroso che molte, forse troppe, coppie si trovano a percorrere. Dal “giorno del sì” al “giorno del forse”, per alcuni, è un attimo. E da lì al “giorno del no” il passo è ancora più breve. Ma perché, vale la pena chiedersi, per tanti sposi la vita coniugale sembra una vera e propria Via Crucis? Perché marito e moglie, che dovrebbero amarsi lungo il corso della vita, si ritrovano su un Calvario che non riescono ad evitare? O si sentono addirittura inchiodati a una croce dalla quale vorrebbero solo scendere?

È proprio riflettendo sul senso della preghiera quaresimale per eccellenza che sono andata a riprendere un librettino di parecchio tempo fa, intitolato “Via Crucis per gli sposi e le famiglie”, edito da Shalom [1].  Lo scoprii nei primissimi anni di matrimonio e mi colpì molto, lo trovai una “genialata”, qualcosa che non conoscevo ma di cui capivo l’estrema utilità. Non perché la nostra unione stesse attraversando una crisi ma perché consapevoli che, se non coltivato e nutrito – di Dio, innanzitutto – anche il matrimonio che sembra edificato sulla roccia più solida rischia di franare come un castello costruito sul bagnasciuga.

E che magari anche i piccoli litigi, le occhiate più acide del solito e qualche risposta al vetriolo, sommate nel tempo, possono causare danni irreversibili. Al contrario, pubblicazioni come questa riescono a far riflettere la coppia sui motivi che rischiano di far vivere il sacramento dell’amore nuziale come un tormento che lo svuota e snatura completamente. Se in Quaresima si prega di più e meglio, ben vengano simili strumenti, in grado di dare un po’ di luce a chi si sente di brancolare nel buio.

Invece che baci, chiodi. Invece che coccole, spine. Invece che abbracci, ferite. Perché? Perché un uomo e una donna devono arrivare a trattarsi così male, a umiliarsi così, a distruggersi così? Come scrisse Don Giuseppe Brioschi nell’introduzione, “Praticare la Via della Croce tra le mura domestiche assume un valore e un significato particolare: è proprio la famiglia, nel quotidiano percorso educativo della convivenza e dell’amore (tra marito e moglie, tra genitori e figli e tra fratelli), la vita ordinaria che conduce la persona umana alla contemplazione dei misteri della vita, della morte, della Resurrezione. […] Tutte le famiglie del mondo portano la propria croce ma se non la portano insieme a Cristo, così come lui l’ha portata, non possono neppure aspettarsi di ottenere gli stessi frutti della croce di Gesù. Porta la croce di Gesù chi, insieme a lui generosamente ed incondizionatamente ama Dio e l’uomo, chi perdona i propri nemici, chi non cerca prove della propria innocenza, bensì si preoccupa di amare e di essere innocente. A questo punto verrebbe da chiedersi: lo facciamo noi nelle nostre famiglie? In verità l’amore, nella propria condizione di vita, deve portare la croce e su di essa essere crocifisso, ma questa non è la fine di tutto. Esso supera la morte grazie alla Resurrezione. Questa è la cosa definitiva e più importante”.

Ci vuole coraggio? Certamente! Ci vuole pazienza? Altrochè! Ci vogliono compassione, misericordia e speranza? Decisamente sì! Ci vuole fede? Naturalmente! Insieme con la certezza di non essere da soli, né come singoli né come coppia. La croce non è la morte ma il passaggio attraverso cui giungere a una vita nuova, rinnovata, più bella e autentica. Crocifissa in Cristo e risorta con Lui.

Le quattordici stazioni, allora, non saranno colpi di un martirio senza senso ma le tappe per ritrovare l’altro e per ritrovarsi insieme. E, così facendo, per ritrovare anche la propria famiglia come immagine della Trinità e cardine della società civile. In questo modo non sarà più la via Crucis della coppia ma per la coppia. Per perdonare e sapersi perdonati. Per gioire e donare gioia. Per amare e riscoprirsi amati.

Fabrizia Perrachon


[1] Per chi fosse interessato, è ancora in commercio e acquistabile a questo link

Lassù Fino a Te. L’Album dei Ricordi tra Cielo e Terra

Lassù fino a te” è un’espressione utilizzatissima perché ha tanti significati, o meglio: ha un unico significato ma tanti protagonisti, tanti mittenti e altrettanti destinatari. Il pensiero che rivolgiamo “lassù fino a te” può essere indirizzato al papà, alla mamma, al marito, alla moglie, al nonno o alla nonna, al fidanzato o alla fidanzata, allo zio o alla zia, all’amico o all’amica del cuore, al compagno di classe o al collega di lavoro, a vicino di casa, al sacerdote che ci ha guidato per anni, alla persona che ci ha fatto del bene.

“Lassù fino a te” significa che quel qualcuno ha salutato la vita in questo mondo per ricongiungersi a Dio, lasciandoci qualcosa di sé e, soprattutto, consegnandoci dei ricordi. Ricordi che legano Cielo e terra, ricordi che porteremo per sempre, sfidando lo scorrere del tempo e l’appassire della memoria.

“Lassù fino a te” può essere rivolto anche a un figlio. Un “lassù fino a te” che umanamente fa male, molto male perché forse – e sottolineo forse – è sentito e percepito come il più innaturale, il più crudele, il più temibile. È sempre difficile accettare la morte, in qualunque momento arrivi. È dura già solo chiamarla con il suo nome, tant’è che esistono studi ad hoc sull’interdizione linguistica, ossia quella branca della comunicazione che cerca di capire perché certe parole siano pronunciate e certe no e perché si utilizzino espressioni e formule alternative per nominarle.  

“Lassù fino a te” potrebbe essere una di queste, o forse no. Tutto dipende dalla prospettiva cui guardiamo alla morte. Se ci limitiamo esclusivamente a quella del mondo allora è davvero quell’evento estremo, e senza rimedio, che toglie non solo la vita ma il fiato, il pensiero e qualsiasi capacità logica o razionale per accettarla. Per dirla con le parole di San Paolo apostolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15, 19).

Se cerchiamo, al contrario, di inforcare le lenti per guadare con la prospettiva del Cielo, allora tutto non solo sembrerà ma sarà diverso. Non che la morte di una persona cara non ci farà più male ma saremo in grado di avvicinarci a questo evento con cuore aperto, diverso, libero.

È proprio di questa prospettiva che parla “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il mio nuovo libro. “Lassù fino a te” non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un manuale e non è neanche soltanto un semplice album dei ricordi. “Lassù fino a te” è un vero e proprio quaderno operativo da personalizzare, colorare, scrivere, riempire per diventare uno strumento – unico e su misura – nel cammino di elaborazione e guarigione dal lutto da aborto spontaneo per ciascuna mamma, ciascun papà, ciascuna coppia. Il suo essere altamente operativo permette di fondere elementi fondamentali come la memoria e il “fare memoria”, trasformandoli in un vero e autentico dono che vi accompagnerà e farà guardare a ciascun figlio Lassù da una prospettiva completamente nuova.

“Lassù fino a te” non è solo alzare lo sguardo verso il cielo, osservando le carovane di nuvole estive che lo solcano o temendo, quando i colori s’incupiscono, che una grandinata rovinosa distrugga tutto. È imparare al guardare al Cielo – con la C rigorosamente maiuscola – in un allenamento quotidiano all’amore per la vita. Non solo quella terrena, fugace e transitoria, che “al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca” (Sal 90, 6), ma l’attitudine a credere fermamente in Dio, che per primo – morendo in croce – ci ha dimostrato nei fatti che la sofferenza non ha mai l’ultima parola.

Carissime mamme, carissimi papà: coraggio! Mio marito ed io sappiamo cosa significhi perdere un figlio prim’ancora che nasca perché ci siamo passati ormai quasi tredici anni fa. Se ci fossimo arresi alla morte, oggi non saremmo qui a parlarne, a scriverne, a testimoniare che invece è la vita che vince, la Vita vera, quella che Gesù ci ha acquistato a caro prezzo.

Non abbiate paura di ricordare anche gli eventi dolorosi perché, in essi, è nascosto un tesoro di Grazia. Questo nuovo diario desidera essere un piccolo aiuto perché ne sarete, ma soprattutto vostro figlio e vostra figlia in Cielo, protagonisti. Lassù fino a te” vi sta chiamando: ora tocca a voi scrivere il libro più bello che ci sia per i vostri bimbi nati in Cielo .

Fabrizia Perrachon

P.S.: ringrazio dal profondo del cuore quanti acquisteranno, diffonderanno e recensiranno “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il primo quaderno operativo cattolico in Italia scritto da una mamma che ha vissuto l’aborto spontaneo. Lo scopo di questo prodotto editoriale – unico nel suo genere – è aiutare chi sta soffrendo, chi fa fatica a elaborare, chi è ancora bloccato nel dolore: regalandolo farete un gesto autentico di carità che aiuterà tanti cuori a guarire perché tutto sarà fatto con Gesù e Maria, che non lasciano solo nessuno nella sofferenza ma tutti prendono per mano e aiutano a risorgere.

Non va mai bene niente

Piove? Che noia, aumenta il traffico, non posso andare in bici, chissà che ingorghi, ecc … Fa caldo? Non lo sopporto, sudo, mi s’incollano i vestiti addosso, mi va giù la pressione, ecc … C’è la riunione in ufficio? Oh no, proprio oggi che dovevo uscire presto, con quel collega antipatico non ce la posso fare, ecc … Il cornicione della pizza è alto? Eh no, ma io lo volevo basso, così farò fatica a digerire, butterò giù troppe calorie, mi si gonfierà la pancia, ecc … Insomma, ammettiamolo: non ci va mai bene niente.

La lamentela, forse ancor più del calcio, è lo sport nazionale. Ci lamentiamo di tutto e del contrario di tutto. Ci siamo trasformati in tanti Brontolo che trovano sempre il difetto piuttosto che il pregio, il negativo piuttosto che il positivo.

Non parliamo poi dell’insoddisfazione nei confronti del coniuge: secondo diverse statistiche, ci sarebbe addirittura un +78% di richieste di terapie di coppia. Motivi? Non sono più felice con lui/lei; non mi capisce; non mi ascolta; non sono più innamorato/a. E’ facile criticare gli altri, i loro comportamenti, il loro carattere, le loro scelte piuttosto che le nostre. È più semplice mettere in croce l’altro piuttosto che il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, la nostra sete del soddisfacimento immediato di tutti i desideri.

A monte di tutto c’è un senso d’insoddisfazione pauroso, nel senso che mette paura constatare un’infelicità così diffusa, una nuova lebbra silenziosa che sta dilaniando i rapporti umani a tutti i livelli. Un vuoto cosmico che si è intrufolato nei nostri cuori, rosicchiandoli dal di dentro. Ma soprattutto, a monte c’è l’aver messo da parte Dio, il trascurare la vita dell’anima, l’aver smesso di dedicare tempo di qualità alla preghiera.

Potente come uno schiaffo in pieno volto è arrivata la notizia, qualche settimana fa, del putiferio mediatico che ha suscitato la mamma influencer Giorgia Mosca annunciando di aspettare il decimo figlio. Il “Baby 10 coming soon!” e la foto di un’ecografia hanno sollevato un polverone.

Ecco – mi sono detta – l’ennesima dimostrazione della schizofrenia cognitiva che sembra averci colpiti. Siamo in pieno calo demografico, e ci lamentiamo. Una coppia aspetta il decimo figlio, e ci lamentiamo. Ma c’è di più: non soltanto esterniamo contrarietà a gogò ma ci permettiamo anche d’insultare chi, in assoluta controtendenza e in totale libertà di scelta, decide di mettere al mondo una creatura.

Giorgia Mosca ha risposto così: C’è chi ci ha detto che siamo matti. Io rispondo che io e mio marito siamo felici così. Che la nostra è una famiglia allegra e felice“. E, a proposito dei commenti al vetriolo: Ci sono rimasta male per tanta cattiveria … Capisco sia una scelta fuori dal comune ma è una nostra scelta, ci rende felici“. Già, la felicità altrui. Quella che, troppo spesso, dà fastidio, suscitando invidie e gelosie. Perché, se io sono triste e infelice, gli altri devono essere allegri e sorridenti?

Sembra proprio che non ci siamo evoluti affatto dall’uomo medio dei tempi di Gesù, il quale già allora constatava: “A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!»”  (Lc 7, 31-34). Non andava mai bene niente duemila anni fa, non va mai bene niente ancora oggi.

È qui che deve scattare il campanello d’allarme, è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Non è che la rabbia, e il fastidio nei confronti di tutto e tutti, nascono dal nostro io interiore, dall’insoddisfazione che abbiamo nei confronti di noi stessi? Gesù ci aveva avvertiti: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7, 20-23).

Un’alternativa è possibile? Certo che sì! Riprendere la vita di fede, ricominciare a pregare e ad amare Dio. In questo modo saremo nuovamente in grado di scorgere il bello dentro e fuori di noi e fare pace con la nostra anima e la nostra coscienza.

Non è immediato, non è scontato ma è possibile. Con Gesù. Allora gli altri e il mondo attorno a noi non saranno più la piantina di Risiko, qualcosa da conquistare e bombardare a tutti i costi, ma il campo in cui seminare amore, pace, empatia, comprensione.

E ben venga se c’è qualcuno felice e spensierato! Perchè posso esserlo anch’io, possiamo esserlo anche noi! Può esserlo il mio matrimonio, la mia famiglia, il mio lavoro, la mia vita! Perché con Dio al centro cambierà tutto. Ma, soprattutto, cambierò io, cambieremo noi.  E ci andrà di nuovo bene la vita.  

Fabrizia Perrachon

Il rimedio all’infedeltà coniugale

Love is in the air” in questi giorni! Siamo alla vigilia di San Valentino e il carrozzone commerciale di cuori e cuoricini sta macinando fatturato a tutto spiano. A parte che i veri innamorati non lo sono soltanto adesso ma non possiamo dimenticare quanti, invece, stanno soffrendo per amore. Storie andate male, matrimoni in difficoltà o sfasciati, bugie, tradimenti e tutto ciò che può causare dolore, angoscia, tristezza, separazione. Non è tutto felicità e baci. Questa riflessione ha bussato al mio cuore quando, alcuni giorni fa, ho riletto una storia vera – antica ma sempre nuova – da cui è scaturito qualcosa di grandioso. Il tutto accadde il 16 febbraio 1266 a Santarém, in Portogallo.

Una giovane sposa, tormentata dall’infedeltà del marito e nell’estremo tentativo di riconquistare l’amore di lui, si rivolse a una fattucchiera. Questa le disse di essere in grado di elaborare un potente filtro d’amore che avrebbe ridato al marito la fedeltà e passione originaria; ingrediente indispensabile per una tale prodigiosa pozione era però una particola consacrata che la sposa stessa doveva procurare.

La giovane donna, pur consapevole del sacrilegio, assecondò la richiesta e recatasi nella sua parrocchia, la Chiesa di Santo Stefano, dopo aver ricevuto l’Eucaristia la nascose furtivamente nell’angolo del fazzoletto che portava sul capo. Una volta uscita si diresse velocemente verso casa, ma alcune persone la fermarono chiedendole se si fosse ferita perché vistose gocce di sangue segnavano il suo cammino. La donna capì all’istante da dove venisse il sangue e col fiato in gola corse a casa, nascondendo rapidamente la particola – avvolta in un panno – dentro a un baule di cedro.

La donna parve acquietarsi, venne la sera, il marito rincasò e, dopo aver cenato si coricarono come al solito. Improvvisamente però, nel cuore della notte, furono svegliati da un bagliore di luce che palpitava dentro la stanza e proveniva dal baule della donna. Questa fu allora, costretta a raccontare ogni cosa al marito che rimase attonito a guardare l’ostia luminosa e sanguinante. I due passarono il resto della notte in silenziosa e commossa adorazione godendo anche – almeno così si tramanda – una visione di angeli adoranti il prodigio.

Non appena fu mattina corsero ad avvertire il parroco, la voce del miracolo si sparse e molta gente si recò nell’abitazione per prostrarsi in adorazione e pregare. L’ostia fu riportata in Chiesa con una solenne processione, il parroco la ripose in un reliquiario di cera d’api e la sanguinazione continuò ininterrottamente per tre giorni.

A questo punto si colloca un secondo miracolo che alcuni vogliono datare parecchio tempo dopo e cioè, appunto, attorno al 1340. Un giorno il sacerdote che doveva ispezionare la reliquia contenuta nel vasetto di cera, trovò la cera liquefatta e la particola ben custodita dentro una teca di cristallo a collo stretto, ermeticamente chiusa.

Nella teca è ancora oggi ben visibile il sangue mescolato a residui di cera e nel corso dei secoli sono state raccolte numerose testimonianze di persone che non solo hanno visto nuove emissioni di sangue, ma anche l’immagine del Salvatore. Tra queste quella autorevole di san Francesco Saverio che visitò il Santuario prima di partire missionario per le Indie. Quella fattucchiera, suo malgrado, disse alla giovane donna una grande verità: veramente l’Eucaristia è un cibo potente capace di far tornare nell’uomo la fedeltà e l’amore originario. Di fatto i due sposi di Santarém risolsero il loro problema familiare grazie alla presenza viva e operante di Cristo che li riconciliò con Dio e fra di loro”.[1]

Quanto è potente Dio! La Sua presenza ribalta completamente la situazione: dal male al Bene, dall’infedeltà alla fedeltà, dal dolore alla gioia, dalla divisione all’unità. La casa degli sposi di Santarém – che dal 1684 è diventata una cappella – è il segno vivente di come la roccia su cui si fonda il matrimonio sia proprio Nostro Signore. Senza di Lui, lo sfacelo; con Lui, la fedeltà quotidiana, reale, edificante tra uomo e donna. Il sacramento ferito simboleggiato dalla Particola profanata e sanguinante – si rigenera attraverso il cuore: da quello di Gesù a quello degli sposi, sacerdoti e profeti dell’amore umano, specchio di quello divino. Il passaggio dalla situazione sbagliata, il tradimento, è fulmineo davanti alla presenza Eucaristica: “Chi non ama non ha conosciuto Dio” (1 Gv 4, 8); al contrario “chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7).  

Rimettendo al centro Colui che rende vero il sacramento nuziale, i problemi si risolvono: la riscoperta della fede porta alla riscoperta dell’amore coniugale.  Il marito riconosce Dio così come i suoi errori, idem la moglie; entrambi hanno sbagliato, e tanto, ma il Signore, presente spiritualmente e fisicamente, apre loro gli occhi, del corpo e dell’anima. Santarém, a ragione, è stato definito il Miracolo Eucaristico degli sposi. Che bello scoprirlo, o ricordarlo, proprio a San Valentino! Così potremo donare – o ricevere – il regalo più bello: fare di Gesù il cuore del noi sponsale.

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa della vicenda al link https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/eucaristia/miracoli-eucaristici/santar%C3%A9m-dall-eucaristia-il-dono-della-riconciliazione

“Finalmente domenica” di TV2000 e la speranza della porta accanto

La televisione è tra gli elettrodomestici più diffusi, ovunque. C’è chi ne guarda pochissima e chi la tiene sempre accesa, come se il rumore di sottofondo potesse lenire la solitudine o tappare i buchi del vuoto esistenziale. La tv è un’arma, lo sappiamo: può veicolare il bene oppure il male.

Nel tourbillon mediatico che troppe volte strizza l’occhio a violenza e volgarità, grazie a Dio esiste un canale che fa ancora la differenza e nel cui palinsesto una trasmissione, in particolare, è una boccata d’aria fresca. Sto parlando di “Finalmente domenica”, il programma pomeridiano di TV2000 condotto da Lucia Ascione. Capelli biondi e sguardo penetrante, abbiamo imparato tutti a conoscerla e a volerle bene attraverso lo schermo; con il suo piglio mescolato a una sensibilità non comune, racconta fatti e testimonianze di luce e di speranza. Conduttrice luminosa di nome e di fatto.

Fare una televisione così è una missione e una responsabilità; finché si guarda solo il buio, ci sembrerà sempre notte. Ma se qualcuno ci aiuta a scoprire, o riscoprire, il bello allora saremo spronati a non arrenderci e a ringraziare Dio. Di bene, nel mondo, c’è n’è – e tanto – però resta spesso nascosto. Questo è un messaggio molto importante da trasmettere ai più piccoli e ai più giovani, che rischiano di essere risucchiati da una comunicazione traviata e da influencer dell’orrore.

Finalmente domenica”, al contrario, è un programma per tutta la famiglia perché affronta temi e argomenti importanti per tutte le fasce d’età e dei quali, terminato il programma, si può parlare in coppia e con i figli, approfondendo i contenuti e facilitando l’apertura per un dialogo sereno. “Finalmente domenica” non cerca lo scoop a tutti i costi né accaparrarsi l’esclusiva del vip del momento ma condividere esperienze di fede, conversione, resurrezione che toccano ciascuno, personaggi famosi e persone comuni. È un programma seguitissimo e che funziona perché autentico, tv della porta accanto ancora in grado di lasciarti qualcosa dentro dopo averla guardata.

Finalmente è un avverbio che, in italiano, ha un connotato di positività, allegrezza, gioia: «finalmente ci vediamo», «finalmente mi sono laureato/a», «finalmente andiamo in vacanza» ecc… Finalmente è una fine ma anche un inizio di qualcosa di bello, di qualcosa di nuovo.

Qualcosa di nuovo che è effettivamente andato in onda domenica 2 febbraio, Giornata della vita consacrata e 47esima Giornata nazionale della Vita; la trasmissione, infatti, ha raccontato una storia vera di speranza oltre la morte prenatale. Già contenuta nel libro “Se il Chicco di frumento, è la testimonianza di una coppia di sposi che, dopo aver aspettato per anni un bimbo che non arrivava, lo ha visto andare in Cielo ancora prima che nascesse. Volutamente con la “C” maiuscola, Chicco è figlio di una mamma e di un papà ma, prim’ancora, è figlio di Dio. Come tutti i bambini non nati. Una storia come migliaia, tante come gli aborti spontanei che in tutto il mondo gettano nello sconforto umano più totale.

Ed è qui che interviene l’Onnipotente: basta dirGli un piccolo sì, affidandosi totalmente, che i miracoli avvengono. Non tanto e non solo quelli che possono vantare un documento ufficiale ma quelli quotidiani, veri, possibili. Miracoli di rinascita e resurrezione, miracoli di gioia e di speranza. Gesù ce lo ha detto: “Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17, 20).

La speranza, tema del Giubileo di quest’anno, non dev’essere solo un bello slogan ma un programma di vita. Della nostra vita. Non solamente perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5) ma perché dobbiamo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15). E come si fa a sperare davanti alla morte di un figlio, atteso e desiderato come non mai, che nemmeno vede la luce di questo mondo? Dal lato umano è talmente difficile da risultare quasi impensabile; ma sappiamo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Perché la speranza cristiana non è l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa ma la certezza che Qualcuno – con la q maiuscola, molto maiuscola! – già stia facendo e sempre faccia per il nostro Bene, nel tempo di questa vita e in quello dell’Altra. La speranza cristiana è il compimento delle promesse di Dio nonché virtù teologale che è Suo ritratto e Sua firma.

Le ferite dell’esistenza, allora, non saranno più una pozzanghera di dolore ma un potenziale di Grazia, in cui Gesù e Maria ci aspettano a braccia aperte. Ve lo garantiamo noi, che siamo i genitori di Chicco. Perché per lui, come per tutti i bambini non nati, valgono queste parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

Fabrizia Perrachon con il marito Dario

P.S.: per chi desidera, è possibile rivedere la puntata a questo link

Ne approfittiamo per rivolgere a Lucia, Giuseppe, Milly e a tutto lo staff di “Finalmente domenica” il nostro grazie più grande e sincero; sia per averci ospitati con professionalità ed empatia straordinarie ma soprattutto per aver accolto il messaggio del Chicco, che lega indissolubilmente Cielo e terra nell’abbraccio eterno del Padre.

Bentornato amore mio: quando a far notizia è una riconciliazione

Per una volta tanto (e grazie al Cielo!) a far notizia è una riconciliazione: stiamo parlando di quella tra Álvaro Morata e Alice Campello. Il 12 agosto 2024 i coniugi avevano spiazzato tutti annunciando la separazione; a distanza di neanche sei mesi tornano a far parlare di loro, in questi giorni, per la riconciliazione.

È una notizia bella non solo – ovviamente – per i protagonisti ma anche per noi perché rompe gli schemi di un gossip troppo spesso malato, che sembra compiaciuto e compiacente quando ci si lascia. Quanti titoloni urlano “separazione vip”, “altra coppia scoppiata”, “sono in crisi”, ecc … Quand’anche, peggio del peggio, a fine anno ogni anno compaiono articoli esplicitamente dedicati alle coppie che si sono lasciate nel corso dei trecentosessantacinque giorni appena trascorsi. Come se separarsi fosse il pegno da pagare per ambire alle vette dell’olimpo vip, precipitando poi  nell’inferno spirituale. Come se uno da una parte e uno dall’altra fosse naturale, quasi scontato. Perché se si sta insieme che notizia è. Assurdo, orribile, tremendo. Eppure queste vicende fanno il botto di audience. Dovremmo farci tante domande. Però oggi non parleremo di buio ma di luce.

Il capitano della nazionale spagnola, nonché attaccante del Milan, e l’imprenditrice e influencer veneta sono “tornati insieme”, hanno avuto il cosiddetto “ritorno di fiamma”, si stanno dando “la seconda possibilità”. Queste sono le espressioni che si leggono ovunque e talvolta fanno sorridere: stiamo parlando di ragazzini poco più che adolescenti, alle prime esperienze amorose, o di coniugi – tra l’altro sposatisi in chiesa – e genitori?

Personalmente preferisco parlare di riconciliazione, termine che deriva dal latino re-conciliare ossia tornare in armonia, riunirsi. Álvaro e Alice si sono ritrovati. E, come loro, tante altre coppie. Notizie che scardinano la perversa macchina trash ma che allargano i cuori di tanti. Di tanti uomini, donne, famiglie, figli. Notizie che, sicuramente, allargano anche il cuore del Padre, quel Dio così buono e innamorato di noi da aver creato e pensato al sacramento del matrimonio.

Mi piace pensare che, quando una coppia si ritrova, in Cielo ci sia festa esattamente come per il ritorno del figliol prodigo. Questo Padre che non molla un istante i suoi figli, che li lascia liberi di fare le proprie scelte – anche quelle sbagliate – affinché se ne rendano conto. E possano tornare, convinti e maturi, sui propri passi. Tornare da Lui, pentiti. E accettare di tuffarsi ancora in quell’abbraccio che ama e perdona. E fa festa.

La coppia che spreca, o rischia di sprecare, la Grazia dell’unione benedetta ma che poi ritorna. Non è un banale “ritorno di fiamma” ma il rimpatrio nell’amore vero: quello di Dio, prim’ancora che quello umano. È il rientro nella potenza di un sacramento che ci avvolge e sovrasta, più celeste che terreno. È il bene che trionfa, che si accorge delle leggerezze, degli egoismi, degli errori e ragiona, con la testa e con il cuore. Tornando a brillare, in un’alba nuova. Per amore e con amore. Nel noi sponsale e nei figli.

Álvaro e Alice non sono i soli: moltissime coppie, dicevamo poche righe più su, si ritrovano. E ripartono, più forti di prima. Non perché siano super eroi, finti e costruiti come quelli della Marvel, ma uomini e donne in carne e ossa che hanno sofferto, e tanto, procurandosi ferite e cicatrici. Però, come dice una frase stupenda: “Il cuore non è di chi lo rompe ma di chi lo ripara. Per questo il nostro cuore appartiene a Dio”. Tutto sta nel riconoscersi piccoli, con difetti e carenze, ma figli del Padre dell’Amore. Non di quello patinato, erotizzato, commercializzato o quant’altro ma di quello vero, autentico, quotidiano. Fatto di sorrisi e di lacrime, di gioie e di fatiche e, soprattutto, della benedizione che il Padre dona nello scambio delle promesse.

Il matrimonio è un sacramento, l’unico che viene amministrato alla coppia, non ai singoli. E che in quel sacramento trova senso, rifugio, riparo, roccia e ragione d’essere. È arrivare impreparati, superbi o superficiali all’altare che fa il danno. Perché, quando infuria la tempesta si scappa o si fa del male all’altro. Se, invece, si è consapevoli che le parole dette quel giorno, davanti al sacerdote, non sono una formula magica o frasette così, dette tanto per far bello un video, ma la salvezza, allora il temporale potrà bagnare ma non marcire.

E l’ombrello della Grazia si aprirà. Bisogna esserne convinti e crederci, coltivando, con coerenza, umiltà e preghiera, il dono ricevuto. Come il fiore più bello mai visto, mai raccolto, mai odorato. Senza cure, muore. Ma se innaffiato, messo in un posto luminoso, al riparo dalle correnti, dal sole cocente e dal freddo, crescerà e darà vita ad altri fiorellini.

Benedette siano tutte le coppie che si ritrovano, mostrando che il sacramento sponsale è più resistente delle burrasche della vita! Che nel loro riconciliarsi, ritrovano Dio accanto a loro. E diventano testimoni del “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 13).

Fabrizia Perrachon

Quando i sogni son ben più che desideri

“I sogni son desideri di felicità. Nel sonno non hai pensieri ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà! Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà”. Questo il testo della colonna sonora del film d’animazione “Cenerentola” del 1950. Canzone che ha fatto sognare intere generazioni di bambine e ragazzine (e non solo!), entrata a pieno titolo anche nel patrimonio culturale italiano.

Una riflessione sui sogni, sui loro significati e costrutti ci tratterrebbe per settimane. Nella storia dell’uomo si è detto, scritto, letto e studiato tantissimo a tal proposito. Ricordiamo per esempio, il magistrale dramma filosofico-teologico “La vita è sogno” di Pedro Calderón della Barca. Un altro esempio è il testo poetico “Ultimo sogno” di Giovanni Pascoli.

Anche nella Bibbia i sogni rivestono un ruolo importantissimo. Pensiamo a Giuseppe, figlio di Giacobbe. Egli conquista la fiducia del faraone avendo ricevuto in dono da Dio la capacità d’interpretarli. E, ancora prima di lui, lo stesso Giacobbe che sogna la scala da cui salgono e scendono gli angeli. Non si possono non citare i sogni attraverso cui Dio si manifesta a (San) Giuseppe. Questi sogni guidano Giuseppe nelle scelte più importanti della sua vita. Esse vanno dall’accettazione di Maria alla fuga in Egitto. La dimensione onirica, dunque, non solo fa parte della natura umana ma la completa, la caratterizza, la plasma, la indirizza. Non solamente come elaborazione di fatti già avvenuti ma come una guida, attenta e premurosa, che aiuta a compiere scelte precise. Guida che risponde al nome di Dio. Che comunica, parla, si manifesta nel “mondo parallelo” del sogno.

Per il santo che festeggeremo domani, 31 gennaio, i sogni hanno avuto un ruolo centrale non soltanto nella sua propria esistenza ma in quella di tutte le persone che ne sono entrate (e ne entrano tutt’ora) in contatto: San Giovanni Bosco. Fin dal famosissimo sogno dei nove anni, avvenuto nel 1894, Giovannino capisce che il Signore ha una missione grande da affidargli, umanamente impossibile persino da immaginare. Che cosa può capire un bambino del piano rivoluzionario per la gioventù di tutto il mondo? Eppure è proprio attraverso questa modalità che il Signore dispiega la Sua volontà. Non solo su di lui ma su ciascuno di noi.

Leggiamo la descrizione che ne fece proprio Don Bosco: “All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici» […] Quasi senza sapere che dicessi, soggiunsi: «Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?». «Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza» […]  «Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?». «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.» […] In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano […] A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi: «A suo tempo tutto comprenderai».

I sogni, dunque, possono essere ben più che desideri! Sono la parte più intima, nascosta e indifesa di noi nella quale il Signore, con delicatezza ma altrettanta decisione, decide a volte di entrare per aiutarci, guidarci, indirizzarci, sorreggerci, rivelarsi. In questo modo l’onirico non è solo più un occulto da indagare con prepotenza e arroganza ma un terreno fertile nel quale crescere: nell’interezza della nostra persona e nelle nostre relazioni. Il sogno, dunque, diventa il “luogo altro” in cui poter incontrare il Cielo, essere arricchiti di preziosi consigli, ricevere la propria missione. Qualunque sia il nostro sogno (per la coppia, il matrimonio, i figli, la famiglia ecc…) mettiamo tutto nelle mani di Gesù e di Maria Ausiliatrice, come avrebbe detto Don Bosco. Allora sognare non sarà solo più un’evasione estetica ma una meravigliosa epifania del divino che ci attende. Anche nella notte, sotto le stelle.

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio che dà senso a tutti gli altri

Ognuno di noi porta nel cuore una coppia di riferimento. Che siano genitori, nonni, zii o altri, è importante avere un modello cui guardare. Bisogna stare attenti a non idealizzare nessuno. Abbiamo però bisogno di un esempio da seguire che deve diventare carne ed ossa. È il qui e ora di ciò che ci portiamo dentro, magari fin da bambini. Che il matrimonio sia la base della società non è un invenzione di noi blogger cattolici né una barzelletta né il frutto di concezioni obsolete o desuete.

Tutt’altro! Persino nell’edizione in corso di Masterchef – il noto programma tv per aspiranti cuochi professionisti – ha trovato posto una puntata dedicata all’amore sponsale. In particolare, nell’episodio otto, l’ormai nota cucinata “in esterna” era per quindici coppie che festeggiavano le nozze d’oro, cinquant’anni di matrimonio. I giudici, e in particolare Antonino Cannavacciuolo, hanno intervistato gli sposi, facendosi raccontare aneddoti, ricordi e segreti per la buona riuscita di un legame non soltanto esteso nel tempo ma di qualità. Tutti erano entusiasti e alcuni aspiranti chef si sono dilettati in un componimento poetico e in uno in prosa come augurio ai graditi ospiti.

Una concorrente, addirittura, ha affermato che aver visto recentemente i nonni raggiungere questo traguardo l’ha ispirata a cucinare. Non credo sia tutta finzione scenica. Sicuramente c’è un’ammirazione autentica verso chi spende mezzo secolo – e oltre – insieme. Nelle gioie e nei dolori, nelle fatiche e nelle soddisfazioni.

C’è un matrimonio, in particolare, che dà senso e compimento a tutti gli altri: quello tra Maria e Giuseppe, che la Chiesa Cattolica ricorda proprio oggi, 23 gennaio. Nel Vangelo di San Luca leggiamo: “Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27). E in San Matteo: “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 18-21).

La celebrazione ebraica dell’epoca era molto diversa dalla nostra. Un brevissimo approfondimento può esserci d’aiuto: “Il matrimonio si celebrava, di solito, dopo un anno di fidanzamento (cf 1Sam 18,17-19; Mishnàh, Ketubòt 5,2) senza alcuna cerimonia religiosa, trattandosi di un evento civile che solo i libri tardivi chiamano «alleanza» (cf Ml 2,4; Pr 2,17). Lo sposalizio era, ieri come oggi, l’occasione di una grande festa durante la quale si cantavano canti d’amore in onore degli sposi (cf Ct 4,1-7) a cui seguiva un banchetto (cf Gen 29,27; Gdc 14,10) che di norma durava sette giorni”. [1]

Quello di Maria e Giuseppe è un matrimonio vero, autentico, di grande rispetto e amore reciproco. Certo, è un matrimonio verginale, ma è di modello e di esempio per tutti perché è stato vissuto in pienezza, “nella gioia e nel dolore”. I loro piani di giovani promessi sono cambiati dopo l’annuncio dell’angelo ma non hanno portato al fallimento, all’allontanamento, alla divisone. Anzi: nell’accoglienza di Giuseppe troviamo un modello straordinario di dedizione, che sa scorgere il piano di Bene al di là dei desideri puramente umani.

E nell’accettazione di Maria alla volontà di Dio troviamo il paradigma che dire sì a qualcosa di più grande e di vero nella prospettiva del Cielo è sempre la scelta giusta. Anche se costa fatica. Anche se scardina le nostre piccole certezze quotidiane. Anche se comporta un dover modificare l’agenda degli impegni e dei “to do”. Ma è questa la base della società voluta da Dio. Un uomo e una donna uniti in un legame benedetto. Gesù ha avuto bisogno di una famiglia in cui nascere. Una famiglia con una mamma e un papà, modello eterno cui guardare e in cui trovare rifugio, ispirazione, consolazione, sprono. Perché “la speranza non delude” (Rm 5,5,) e l’Anno Giubilare ne sarà occasione di riscoperta.

Fabrizia Perrachon


[1] L’articolo completo, molto interessante, è disponibile a questo link: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2011/02/01/cana-19-il-matrimonio-al-tempo-di-gesu-nella-scrittura-nel-giudaismo/

Il 25% di coppia in più

Qualche tempo fa, nel volantino di una nota catena di supermercati, la descrizione di un prodotto per il bricolage ha calamitato la mia attenzione. Tra le varie caratteristiche dell’avvitatore era garantito il “25% di coppia in più”. Anche se qualche lavoretto manuale mi riesce – come smontare, pulire e rimontare il lavello della cucina, scarico annesso – non sono pratica di trapani, chiavi inglesi, ecc … Così la mia mente, che è più abituata a concentrarsi sulla bellezza e l’importanza del matrimonio cristiano, ha visto in quella frase lo spunto per ragionare su che cosa, o su Chi, può dare una buona percentuale aggiuntiva all’unione sponsale.

Ma il fatto che, anche per dettagliare un avvitatore, si parli di coppia, è casuale oppure no? Mi sono un pochino documentata e ho scoperto che la coppia, in questo campo, è la forza di rotazione che viene impressa ad una vite per avvitarla ad superficie. E che maggiore sarà la coppia maggiore sarà la forza che lo strumento applicherà nel fare il suo lavoro. Caspita! Stiamo parlando di meccanica o di pastorale? Di fisica o di spiritualità? A ben pensarci, infatti, il sacramento è quella benedizione divina particolarissima che unisce – come avvitandoli l’un l’altro – i due sposi. Inoltre, tornando ancora una volta agli strumenti edilizi o di bricolage, è risaputo anche che si parla di “maschio” e di “femmina” come i due pezzi complementari nei raccordi, nei rivetti, nelle prolunghe, nelle viti e simili. Due parti che s’incastrano perfettamente uno dentro l’altra.

Da queste piccole cose notiamo come anche branche del fare umano così pratiche, manuali e distanti da ragionamenti religiosi o morali utilizzino un linguaggio che li richiama molto da vicino e che spinge tutti noi a fermarci – una volta di più – a pensare alla complementarità dell’uomo e della donna. Perché Dio ha pensato così. Perché Dio ha voluto così. Perché Dio ha amato così. Ed è proprio il Signore ad offrire per primo alla coppia, ad ogni coppia, un 25% in più di affetto, tenerezza, unione e benedizione ogni volta che ci si rivolge a Lui. Ogni volta che si crede in Lui come elemento costituente del noi, come roccia su cui innalzare l’edificazione del’unica carne.

Nel secondo capitolo della Genesi leggiamo: “E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda»” (Gn 2, 18). Ecco l’incastro perfetto! Ecco l’aumento di Grazia! Ecco il volto di Dio che si fa visibile! Uomo e donna che si amano, che si completano, che rivelano nell’interezza le sfaccettature di un amore che è maschile e femminile, che è padre e madre, che è fortezza e tenerezza, parole e opere, che è ingegno e protezione. E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27).

Ma c’è di più: il Signore non fornisce soltanto una forza d’unione in grado di garantire una maggiorazione alla coppia del 25% ma il 100% in più ossia quella pienezza che il cuore – chiamato alla vocazione sponsale – desidera, anela, sogna. Non ci sono altri trucchetti, ricettine o quant’altro. “Non c’è trucco non c’è inganno”. Solo la fede in Colui che tutto può, anche e soprattutto nell’amore umano, specchio di quello divino. “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito” (1 Gv 4, 11-13).

Il Signore al primo posto, sempre; subito dopo, nostro marito o nostra moglie. Soltanto così le viti della vita s’incastreranno bene e reggeranno agli urti. Soltanto così l’avvitamento sarà perfetto, non perché qualcosa di freddo o meccanico ha impresso una forza spersonalizzata – e spersonalizzante – ma perché il Dio che ci ha amati per primi sta investendo su un progetto al quale è Lui stesso a credere per primo. E, pertanto, dobbiamo crederci pure noi.

Fabrizia Perrachon

La prima volta

In numerosissime occasioni ci siamo sentiti dire, abbiamo detto o abbiamo letto l’espressione “la prima volta non si scorda mai“. Riferito a un amore, a un bacio, a un incontro, a un viaggio, a una qualsiasi esperienza o alle più disparate situazioni, la prima volta ha – effettivamente – un sapore speciale. Il profumo di qualcosa di emozionante, misto all’entusiasmo e all’aroma dell’inedito che solo ciò – o chi – è nuovo per noi è in grado di darci.

Tutto questo ha colorato la tappa della Scuola Nuziale di giovedì scorso, 2 gennaio 2025, quando – per  la prima volta in Italia – in un corso per coppie finalmente si è parlato di aborto spontaneo. Dico finalmente perché questo argomento è troppo spesso dimenticato o taciuto ma, soprattutto, sono nell’oblio i protagonisti: i bambini non nati con i loro genitori.

La Scuola Nuziale, brillantissima intuizione di Mistero Grande e Intercomunione delle Famiglie, ha colto che non si può più mettere da parte questa esperienza per la quale, finalmente appunto, è giunto il momento di parlare e di farlo in modo maturo, sereno, consapevole, cristiano. Non solo: si può – anzi si deve! – fare informazione e diffusione non trincendosi dietro la barriera del dolore ma aprendosi alla speranza, facendo capire che la morte non ha mai l’ultima parola. Niente di più propizio, allora, dell’anno giubilare appena iniziato, nel quale siamo chiamati ad essere pellegrini di speranza.

Mio marito ed io, come molti di voi sanno, ci siamo passati e ben sappiamo il turbinio di emozioni, sensazioni e sentimenti che si provano. Solo abbandonandosi al Signore, però, possiamo avere la certezza che la sofferenza ha senso e che questi figli non sono mai veramente “persi” perché sono nel posto più bello che esista: il cuore di Dio.

Certo, il dolore va vissuto fino in fondo e mai soffocato o anestetizzato; però non deve diventare la scusa per chiudere il cuore agli altri, alla vita o alla fiducia nella Provvidenza. Si perché, a ben guardare, perdono, misericordia e speranza sono elementi fondamentali da inserire nel cammino di elaborazione e guarigione.

Aver potuto lasciare la nostra testimonianza, insieme a quella di Giorgia Sartori e del marito, nonché di una coppia dalla Danimarca, ci ha permesso di aprire i nostri cuori e condividere una realtà bellissima: che si è genitori per sempre, genitori di questi figli che – prima ancora che nostri – sono figli di Dio, genitori in cordata d’amore tra Cielo e terra.

Una prima volta il cui eco rimarrà a lungo e che, ci auspichiamo, sarà di sprono e di modello per altri percorsi per coppie, per corsi diocesani e chissà per quante e quali altre realtà! L’attenzione per i bambini nati al Cielo e per la loro potente intercessione sta sollevando un interesse sempre più nutrito e sincero in tante realtà della Chiesa, sacerdotali e non, chiaro segno della portata profetica che queste anime hanno in se stesse. 

Le prime volte, però, non finiscono qui! In seguito alla richiesta di tante persone, che ci hanno chiesto qualcosa di più oltre alla “sola” testimonianza, mio marito ed io in preghiera abbiamo chiesto ispirazione all’Alto.

E’ nato così “Dal Chicco alla spiga”, cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo. Sarà il primo nel suo genere in Italia. Partirà a settembre 2025 con caratteristiche ben precise: gratuito, online e corale, cioè parteciperemo tutti insieme come pellegrini di speranza, accompagnati da alcuni sacerdoti e amici specialissimi. Per chi desidera pre-iscriversi, può collegarsi al link: https://forms.gle/AXw8mVDUn7kFJUo26. Per informazioni, condivisioni e quant’altro segnatevi anche l’indirizzo mail: dalchiccoallaspiga@gmail.com.

Se ci si abbandona a Dio si vedono, vivono e sperimentano davvero grandi miracoli! E noi desideriamo testimoniarlo con gioia e gratitudine immensa perché, a pensare a venerdì 13 aprile 2012 (quando ci sentimmo dire “non c’è più battito”), quanto sta accadendo è stupefacente e non può che essere opera Sua.

Scrisse Gianni Rodari: “Certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova“. Benedetti siano in eterno questi figli, dimenticati dal mondo ma non da quanti sanno che sono ben più che “grumi di cellule o prodotti del concepimento”: sono creature amate, infinitamente amate da Dio. E con un “potenziale di grazia inesplorato”, come afferma Don Giulio Gallerani, parroco di Rastignano (BO), autore di “La via nascosta dei bambini nati in Cielo”, Editrice Ancilla, e sacerdote dedicato alla pastorale dei bambini non nati. Vere più che mai le parole di Dio trasmesse attraverso il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Fabrizia Perrachon

P.S.:  il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” è disponibile qui; quello di Don Giulio Gallerani qui.

Sappiamo chiedere aiuto?

Tratto da una storia vera. Di solito questa importante informazione è data all’inizio dei film che non sono frutto della fantasia di registi o sceneggiatori ma che possiedono fondamento nella realtà. Tale sarà anche il contenuto dell’articolo di oggi, il primo che ho l’onore di scrivere nel nuovo anno. Non semplicemente trecentosessantacinque giorni uno dopo l’altro ma un autentico Anno Nuovo, ossia un periodo inedito, bello, pieno in cui riscoprire la fede, camminando nella speranza. Il Giubileo appena iniziato ci sprona proprio a questo; e, con tanta gioia ed entusiasmo, anch’io lo auguro a ciascuno di voi, a ciascuno di noi.

Dunque, dicevamo, un articolo tratto da una storia vera. Già perché, qualche tempo fa, un episodio realmente accaduto mi ha obbligata a pormi delle domande, che condivido oggi con voi. Siamo capaci di chiedere aiuto? O pretendiamo che siano gli altri a darcelo quasi in automatico, senza aver alzato noi per primi la mano? Vediamo le persone attorno a noi come esseri umani o come esclusivi distributori di supporto? E, soprattutto, nelle richieste di aiuto siamo umili o esigenti?

Un noto detto della saggezza popolare recita: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’ho sentito ripetere così tante volte quand’ero piccola! Adesso i proverbi sono piuttosto snobbati, li usa solo più la fetta più adulta della popolazione. È un peccato, perché le verità e i consigli che si portano appresso, spesso fruttando rime o altri giochi letterari, restano impressi non solo nella memoria ma anche nel cuore. Quell’organo che troppo volte rendiamo duro, freddo, insensibile. Ma che tanto ci aiuterebbe a far andar meglio le cose. L’espressione di cui sopra è contenuta anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, in cui leggiamo: “Dio dice: aiutati, che ti aiuterò“.

Chiedere aiuto è un gesto di grande coraggio. Ci obbliga a uscire dalla nostra zona di confort. Ci fa esporre. Ci fa vedere per quello che realmente siamo: uomini e donne che possono avere delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi, delle fatiche. Ci costringe a togliere la maschera dei sorrisi forzati e ci mostra nelle nostre fragilità. Il mondo detesta tutto questo. Bisogna presentarsi sempre perfetti, bellissimi, in formissima. L’apparenza conta più della sostanza. L’avere più dell’essere. Chiedere aiuto, far sapere che abbiamo bisogno di una mano, scardina queste finte certezze e spinge – chi chiede e chi viene in soccorso – verso la realtà, esattamente per come essa è.

Gesù prima di compiere un grande miracolo – quello della guarigione del cielo Bartimeo – gli ha domandato: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Lc 18, 41). La richiesta può sembrare quanto meno strana perché Dio sa benissimo ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù ha fatto questa domanda, però, sappiamo che non è casuale e che c’è un motivo ben preciso. Ed è lo stesso per il quale è necessario confessarsi personalmente a un sacerdote. Motivazione che risponde al nome di: umiltà.

Chiedere aiuto, dunque, significa essere umili perché non possiamo pretendere che gli altri capiscano il nostro bisogno di essere sostenuti se non siamo noi a dirglielo, a farglielo sapere, a farglielo capire. Se a ciascuno di noi appaiono evidenti le proprie necessità, dobbiamo renderci conto che non è così per il resto del mondo. Non è scontato che, sempre e comunque, ci si accorga dei bisogni e delle esigenze.

A volte è talmente lampante che non sono necessarie parole ma altre non è così. Soprattutto nel mondo iper virtualizzato ed iper virtualizzante come quello attuale. I social dominano le nostre comunicazioni: se non ci si conosce direttamente, o se ci si avvale solo di comunicazioni scritte, se l’SOS non parte forte e chiaro è quasi impossibile porgere la mano, o non è possibile farlo velocemente e con modalità ideonee. Quindi è ingiusto accusare gli altri di non saper aiutare se non glielo si chiede. Ecco perché è necessaria una buona dose di umiltà.

Atteggiamento, virtù, caratteristica che apre il cuore di Dio e i cuori degli uomini. Questo vale per tutti i rapporti: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con fratelli e sorelle, con parenti, amici, colleghi e quant’altri. Maria stessa, nella splendida preghiera del Magnificat, dice: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Potrebbe essere un valido proposito per l’Anno Nuovo; non solo aiutare di più e meglio gli altri ma, nello stesso momento, imparare a farsi aiutare, mettendosi umilmente a nudo. Davanti agli uomini ma soprattuto davanti a Dio.

Fabrizia Perrachon

La tregua di Natale

Un giorno d’inizio Avvento mio figlio mi ha chiesto: «Mamma, perché un giovedì non scrivi un articolo del blog sulla tregua di Natale?». Sono rimasta stupita: notevolmente, piacevolmente stupita! L’idea del contenuto di oggi, quindi, è merito suo, un ragazzino di undici anni e mezzo che, fin da piccolo, è stato un grande appassionato di storia. Un appassionato dal cuore tenero e sensibile, che vede il passato non solo come elenco di date e di fatti ma come un intreccio di vite e di anime, al quale bisogna guardare anche con gli occhi della fede.

Dunque, che cosa s’intende con l’espressione la “tregua di Natale”? Negli anni ottanta, lo storico statunitense Stanley Weintraub scrisse un libro dal titolo “Silent Night: the story of the World War I Christmas truce” (ossia “Notte silenziosa: la storia della tregua di Natale della prima guerra mondiale”), nel quale ricostruì la vicenda realmente accaduta nei giorni tra il 24 e il 26 dicembre 1914 nei pressi della cittadina belga di Ypres. Lì si trovavano opposti gli schieramenti inglese e tedesco, ciascuno asserragliato nelle proprie fangose e terribili trincee. La vita dei soldati era allucinante, con condizioni igienico-sanitarie – e non solo – spaventose. Fu così che iniziarono a scaturire gesti di solidarietà tra nemici. Questi poveri uomini, insomma, logorati da circostanze insopportabili, avevano compreso che, al di là della barricata, c’erano persone come loro, che si trovavano lì solo perché obbligate.  Che senso aveva uccidere un ragazzo come te, che non aveva fatto nulla di male? Perché togliere la vita a un essere umano solo perché di un’altra nazionalità?

Questi atteggiamenti tolleranti non erano per nulla ben visti dai superiori. Si rischiava di essere accusati di tradimento. Il cuore, però, vinse sull’odio proprio alla vigilia di Natale. Nel suo libro Weintraub riporta la testimonianza del soldato tedesco Kurt Zehmisch, che affermò: “Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Tutti compresero che stava accadendo qualcosa di grandioso, tant’è che, proprio la mattina del 25 dicembre, dallo schieramento tedesco si alzarono dei cartelli con scritto “Buon Natale” e “Non sparate, noi non spariamo“. Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco […] e poco dopo eravamo tutti in festa“, scrisse il soldato inglese Dougan Charter in una lettera alla famiglia.

Nei libri di storia difficilmente questa vicenda trova posto, anche se si sta diffondendo sempre di più. L’artista inglese Mike Harding ne ha scritto una canzone, dal titolo “Christmas 1914”. Potete trovare il testo originale e completo a questo link. Ne riporto la traduzione perché merita veramente.

“La vigilia di Natale del 1914 le stelle ardevano, ardevano luminose e lungo tutto il fronte occidentale i cannoni giacevano immobili e silenziosi. Gli uomini dormivano nelle trincee. Al freddo e al buio, e lontano dietro le linee un cane del villaggio cominciò ad abbaiare. Alcuni giacevano pensando alle loro famiglie. Alcuni cantavano canzoni mentre altri erano silenziosi, rotolando sigarette e giocando a vantarsi per trascorrere quella notte di Natale. Ma mentre osservavano le trincee tedesche qualcosa si mosse nella terra di nessuno. E attraverso l’oscurità arrivò un soldato con una bandiera bianca in mano. Poi da entrambe le parti arrivarono di corsa uomini, attraversando la terra di nessuno, attraverso il filo spinato, il fango e le buche di granate. Stavano lì timidamente stringendosi la mano. Fritz tirò fuori sigari e brandy, Tommy portò carne in scatola e sigarette. Stavano lì a parlare, cantare, ridere, mentre la luna splendeva sulla terra di nessuno. Il giorno di Natale giocavamo tutti a calcio nel fango della terra di nessuno; Tommy portò del budino di Natale, Fritz fece uscire una band tedesca. Quando ci batterono a calcio ci dividemmo tutto il cibo e le bevande e Fritz mi mostrò una foto sbiadita di una ragazza dai capelli scuri a Berlino”.

La “No Man’s Land“, la “Terra di Nessuno” è il buio del cuore. La zona d’ombra, la trincea piena di cose e di sentimenti negativi. Ma è lì che fa breccia, che entra il Bambino Gesù con la Sua luce, con la Sua nascita, con la Sua misericordia. La “terra di nessuno” diventa la “tregua di Natale”, alla quale ciascuno di noi è chiamato. Tregua da tutto ciò che è male, cattiveria, divisione. Che a volte è presente anche nelle nostre coppie, nelle nostre famiglie. Se nasciamo della Sua nascita allora semineremo e saremo tregua anche noi. E, forse, non sarà solo una pausa dalle divisioni della nostra vita ma l’inizio di un cammino di pace e di unità.

Fabrizia Perrachon