Lassù Fino a Te. L’Album dei Ricordi tra Cielo e Terra

Lassù fino a te” è un’espressione utilizzatissima perché ha tanti significati, o meglio: ha un unico significato ma tanti protagonisti, tanti mittenti e altrettanti destinatari. Il pensiero che rivolgiamo “lassù fino a te” può essere indirizzato al papà, alla mamma, al marito, alla moglie, al nonno o alla nonna, al fidanzato o alla fidanzata, allo zio o alla zia, all’amico o all’amica del cuore, al compagno di classe o al collega di lavoro, a vicino di casa, al sacerdote che ci ha guidato per anni, alla persona che ci ha fatto del bene.

“Lassù fino a te” significa che quel qualcuno ha salutato la vita in questo mondo per ricongiungersi a Dio, lasciandoci qualcosa di sé e, soprattutto, consegnandoci dei ricordi. Ricordi che legano Cielo e terra, ricordi che porteremo per sempre, sfidando lo scorrere del tempo e l’appassire della memoria.

“Lassù fino a te” può essere rivolto anche a un figlio. Un “lassù fino a te” che umanamente fa male, molto male perché forse – e sottolineo forse – è sentito e percepito come il più innaturale, il più crudele, il più temibile. È sempre difficile accettare la morte, in qualunque momento arrivi. È dura già solo chiamarla con il suo nome, tant’è che esistono studi ad hoc sull’interdizione linguistica, ossia quella branca della comunicazione che cerca di capire perché certe parole siano pronunciate e certe no e perché si utilizzino espressioni e formule alternative per nominarle.  

“Lassù fino a te” potrebbe essere una di queste, o forse no. Tutto dipende dalla prospettiva cui guardiamo alla morte. Se ci limitiamo esclusivamente a quella del mondo allora è davvero quell’evento estremo, e senza rimedio, che toglie non solo la vita ma il fiato, il pensiero e qualsiasi capacità logica o razionale per accettarla. Per dirla con le parole di San Paolo apostolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1 Cor 15, 19).

Se cerchiamo, al contrario, di inforcare le lenti per guadare con la prospettiva del Cielo, allora tutto non solo sembrerà ma sarà diverso. Non che la morte di una persona cara non ci farà più male ma saremo in grado di avvicinarci a questo evento con cuore aperto, diverso, libero.

È proprio di questa prospettiva che parla “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il mio nuovo libro. “Lassù fino a te” non è un romanzo, non è un’autobiografia, non è un manuale e non è neanche soltanto un semplice album dei ricordi. “Lassù fino a te” è un vero e proprio quaderno operativo da personalizzare, colorare, scrivere, riempire per diventare uno strumento – unico e su misura – nel cammino di elaborazione e guarigione dal lutto da aborto spontaneo per ciascuna mamma, ciascun papà, ciascuna coppia. Il suo essere altamente operativo permette di fondere elementi fondamentali come la memoria e il “fare memoria”, trasformandoli in un vero e autentico dono che vi accompagnerà e farà guardare a ciascun figlio Lassù da una prospettiva completamente nuova.

“Lassù fino a te” non è solo alzare lo sguardo verso il cielo, osservando le carovane di nuvole estive che lo solcano o temendo, quando i colori s’incupiscono, che una grandinata rovinosa distrugga tutto. È imparare al guardare al Cielo – con la C rigorosamente maiuscola – in un allenamento quotidiano all’amore per la vita. Non solo quella terrena, fugace e transitoria, che “al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca” (Sal 90, 6), ma l’attitudine a credere fermamente in Dio, che per primo – morendo in croce – ci ha dimostrato nei fatti che la sofferenza non ha mai l’ultima parola.

Carissime mamme, carissimi papà: coraggio! Mio marito ed io sappiamo cosa significhi perdere un figlio prim’ancora che nasca perché ci siamo passati ormai quasi tredici anni fa. Se ci fossimo arresi alla morte, oggi non saremmo qui a parlarne, a scriverne, a testimoniare che invece è la vita che vince, la Vita vera, quella che Gesù ci ha acquistato a caro prezzo.

Non abbiate paura di ricordare anche gli eventi dolorosi perché, in essi, è nascosto un tesoro di Grazia. Questo nuovo diario desidera essere un piccolo aiuto perché ne sarete, ma soprattutto vostro figlio e vostra figlia in Cielo, protagonisti. Lassù fino a te” vi sta chiamando: ora tocca a voi scrivere il libro più bello che ci sia per i vostri bimbi nati in Cielo .

Fabrizia Perrachon

P.S.: ringrazio dal profondo del cuore quanti acquisteranno, diffonderanno e recensiranno “Lassù fino a te – L’album dei ricordi tra Cielo e terra per vivere nella speranza la memoria dei figli non nati“, il primo quaderno operativo cattolico in Italia scritto da una mamma che ha vissuto l’aborto spontaneo. Lo scopo di questo prodotto editoriale – unico nel suo genere – è aiutare chi sta soffrendo, chi fa fatica a elaborare, chi è ancora bloccato nel dolore: regalandolo farete un gesto autentico di carità che aiuterà tanti cuori a guarire perché tutto sarà fatto con Gesù e Maria, che non lasciano solo nessuno nella sofferenza ma tutti prendono per mano e aiutano a risorgere.

Non va mai bene niente

Piove? Che noia, aumenta il traffico, non posso andare in bici, chissà che ingorghi, ecc … Fa caldo? Non lo sopporto, sudo, mi s’incollano i vestiti addosso, mi va giù la pressione, ecc … C’è la riunione in ufficio? Oh no, proprio oggi che dovevo uscire presto, con quel collega antipatico non ce la posso fare, ecc … Il cornicione della pizza è alto? Eh no, ma io lo volevo basso, così farò fatica a digerire, butterò giù troppe calorie, mi si gonfierà la pancia, ecc … Insomma, ammettiamolo: non ci va mai bene niente.

La lamentela, forse ancor più del calcio, è lo sport nazionale. Ci lamentiamo di tutto e del contrario di tutto. Ci siamo trasformati in tanti Brontolo che trovano sempre il difetto piuttosto che il pregio, il negativo piuttosto che il positivo.

Non parliamo poi dell’insoddisfazione nei confronti del coniuge: secondo diverse statistiche, ci sarebbe addirittura un +78% di richieste di terapie di coppia. Motivi? Non sono più felice con lui/lei; non mi capisce; non mi ascolta; non sono più innamorato/a. E’ facile criticare gli altri, i loro comportamenti, il loro carattere, le loro scelte piuttosto che le nostre. È più semplice mettere in croce l’altro piuttosto che il nostro egoismo, il nostro egocentrismo, la nostra sete del soddisfacimento immediato di tutti i desideri.

A monte di tutto c’è un senso d’insoddisfazione pauroso, nel senso che mette paura constatare un’infelicità così diffusa, una nuova lebbra silenziosa che sta dilaniando i rapporti umani a tutti i livelli. Un vuoto cosmico che si è intrufolato nei nostri cuori, rosicchiandoli dal di dentro. Ma soprattutto, a monte c’è l’aver messo da parte Dio, il trascurare la vita dell’anima, l’aver smesso di dedicare tempo di qualità alla preghiera.

Potente come uno schiaffo in pieno volto è arrivata la notizia, qualche settimana fa, del putiferio mediatico che ha suscitato la mamma influencer Giorgia Mosca annunciando di aspettare il decimo figlio. Il “Baby 10 coming soon!” e la foto di un’ecografia hanno sollevato un polverone.

Ecco – mi sono detta – l’ennesima dimostrazione della schizofrenia cognitiva che sembra averci colpiti. Siamo in pieno calo demografico, e ci lamentiamo. Una coppia aspetta il decimo figlio, e ci lamentiamo. Ma c’è di più: non soltanto esterniamo contrarietà a gogò ma ci permettiamo anche d’insultare chi, in assoluta controtendenza e in totale libertà di scelta, decide di mettere al mondo una creatura.

Giorgia Mosca ha risposto così: C’è chi ci ha detto che siamo matti. Io rispondo che io e mio marito siamo felici così. Che la nostra è una famiglia allegra e felice“. E, a proposito dei commenti al vetriolo: Ci sono rimasta male per tanta cattiveria … Capisco sia una scelta fuori dal comune ma è una nostra scelta, ci rende felici“. Già, la felicità altrui. Quella che, troppo spesso, dà fastidio, suscitando invidie e gelosie. Perché, se io sono triste e infelice, gli altri devono essere allegri e sorridenti?

Sembra proprio che non ci siamo evoluti affatto dall’uomo medio dei tempi di Gesù, il quale già allora constatava: “A chi dunque posso paragonare la gente di questa generazione? A chi è simile? È simile a bambini che, seduti in piazza, gridano gli uni agli altri così: «Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto!». È venuto infatti Giovanni il Battista, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: «È indemoniato». È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e voi dite: «Ecco un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori!»”  (Lc 7, 31-34). Non andava mai bene niente duemila anni fa, non va mai bene niente ancora oggi.

È qui che deve scattare il campanello d’allarme, è qui che dobbiamo fermarci a riflettere. Non è che la rabbia, e il fastidio nei confronti di tutto e tutti, nascono dal nostro io interiore, dall’insoddisfazione che abbiamo nei confronti di noi stessi? Gesù ci aveva avvertiti: “Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7, 20-23).

Un’alternativa è possibile? Certo che sì! Riprendere la vita di fede, ricominciare a pregare e ad amare Dio. In questo modo saremo nuovamente in grado di scorgere il bello dentro e fuori di noi e fare pace con la nostra anima e la nostra coscienza.

Non è immediato, non è scontato ma è possibile. Con Gesù. Allora gli altri e il mondo attorno a noi non saranno più la piantina di Risiko, qualcosa da conquistare e bombardare a tutti i costi, ma il campo in cui seminare amore, pace, empatia, comprensione.

E ben venga se c’è qualcuno felice e spensierato! Perchè posso esserlo anch’io, possiamo esserlo anche noi! Può esserlo il mio matrimonio, la mia famiglia, il mio lavoro, la mia vita! Perché con Dio al centro cambierà tutto. Ma, soprattutto, cambierò io, cambieremo noi.  E ci andrà di nuovo bene la vita.  

Fabrizia Perrachon

Il rimedio all’infedeltà coniugale

Love is in the air” in questi giorni! Siamo alla vigilia di San Valentino e il carrozzone commerciale di cuori e cuoricini sta macinando fatturato a tutto spiano. A parte che i veri innamorati non lo sono soltanto adesso ma non possiamo dimenticare quanti, invece, stanno soffrendo per amore. Storie andate male, matrimoni in difficoltà o sfasciati, bugie, tradimenti e tutto ciò che può causare dolore, angoscia, tristezza, separazione. Non è tutto felicità e baci. Questa riflessione ha bussato al mio cuore quando, alcuni giorni fa, ho riletto una storia vera – antica ma sempre nuova – da cui è scaturito qualcosa di grandioso. Il tutto accadde il 16 febbraio 1266 a Santarém, in Portogallo.

Una giovane sposa, tormentata dall’infedeltà del marito e nell’estremo tentativo di riconquistare l’amore di lui, si rivolse a una fattucchiera. Questa le disse di essere in grado di elaborare un potente filtro d’amore che avrebbe ridato al marito la fedeltà e passione originaria; ingrediente indispensabile per una tale prodigiosa pozione era però una particola consacrata che la sposa stessa doveva procurare.

La giovane donna, pur consapevole del sacrilegio, assecondò la richiesta e recatasi nella sua parrocchia, la Chiesa di Santo Stefano, dopo aver ricevuto l’Eucaristia la nascose furtivamente nell’angolo del fazzoletto che portava sul capo. Una volta uscita si diresse velocemente verso casa, ma alcune persone la fermarono chiedendole se si fosse ferita perché vistose gocce di sangue segnavano il suo cammino. La donna capì all’istante da dove venisse il sangue e col fiato in gola corse a casa, nascondendo rapidamente la particola – avvolta in un panno – dentro a un baule di cedro.

La donna parve acquietarsi, venne la sera, il marito rincasò e, dopo aver cenato si coricarono come al solito. Improvvisamente però, nel cuore della notte, furono svegliati da un bagliore di luce che palpitava dentro la stanza e proveniva dal baule della donna. Questa fu allora, costretta a raccontare ogni cosa al marito che rimase attonito a guardare l’ostia luminosa e sanguinante. I due passarono il resto della notte in silenziosa e commossa adorazione godendo anche – almeno così si tramanda – una visione di angeli adoranti il prodigio.

Non appena fu mattina corsero ad avvertire il parroco, la voce del miracolo si sparse e molta gente si recò nell’abitazione per prostrarsi in adorazione e pregare. L’ostia fu riportata in Chiesa con una solenne processione, il parroco la ripose in un reliquiario di cera d’api e la sanguinazione continuò ininterrottamente per tre giorni.

A questo punto si colloca un secondo miracolo che alcuni vogliono datare parecchio tempo dopo e cioè, appunto, attorno al 1340. Un giorno il sacerdote che doveva ispezionare la reliquia contenuta nel vasetto di cera, trovò la cera liquefatta e la particola ben custodita dentro una teca di cristallo a collo stretto, ermeticamente chiusa.

Nella teca è ancora oggi ben visibile il sangue mescolato a residui di cera e nel corso dei secoli sono state raccolte numerose testimonianze di persone che non solo hanno visto nuove emissioni di sangue, ma anche l’immagine del Salvatore. Tra queste quella autorevole di san Francesco Saverio che visitò il Santuario prima di partire missionario per le Indie. Quella fattucchiera, suo malgrado, disse alla giovane donna una grande verità: veramente l’Eucaristia è un cibo potente capace di far tornare nell’uomo la fedeltà e l’amore originario. Di fatto i due sposi di Santarém risolsero il loro problema familiare grazie alla presenza viva e operante di Cristo che li riconciliò con Dio e fra di loro”.[1]

Quanto è potente Dio! La Sua presenza ribalta completamente la situazione: dal male al Bene, dall’infedeltà alla fedeltà, dal dolore alla gioia, dalla divisione all’unità. La casa degli sposi di Santarém – che dal 1684 è diventata una cappella – è il segno vivente di come la roccia su cui si fonda il matrimonio sia proprio Nostro Signore. Senza di Lui, lo sfacelo; con Lui, la fedeltà quotidiana, reale, edificante tra uomo e donna. Il sacramento ferito simboleggiato dalla Particola profanata e sanguinante – si rigenera attraverso il cuore: da quello di Gesù a quello degli sposi, sacerdoti e profeti dell’amore umano, specchio di quello divino. Il passaggio dalla situazione sbagliata, il tradimento, è fulmineo davanti alla presenza Eucaristica: “Chi non ama non ha conosciuto Dio” (1 Gv 4, 8); al contrario “chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7).  

Rimettendo al centro Colui che rende vero il sacramento nuziale, i problemi si risolvono: la riscoperta della fede porta alla riscoperta dell’amore coniugale.  Il marito riconosce Dio così come i suoi errori, idem la moglie; entrambi hanno sbagliato, e tanto, ma il Signore, presente spiritualmente e fisicamente, apre loro gli occhi, del corpo e dell’anima. Santarém, a ragione, è stato definito il Miracolo Eucaristico degli sposi. Che bello scoprirlo, o ricordarlo, proprio a San Valentino! Così potremo donare – o ricevere – il regalo più bello: fare di Gesù il cuore del noi sponsale.

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa della vicenda al link https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/eucaristia/miracoli-eucaristici/santar%C3%A9m-dall-eucaristia-il-dono-della-riconciliazione

“Finalmente domenica” di TV2000 e la speranza della porta accanto

La televisione è tra gli elettrodomestici più diffusi, ovunque. C’è chi ne guarda pochissima e chi la tiene sempre accesa, come se il rumore di sottofondo potesse lenire la solitudine o tappare i buchi del vuoto esistenziale. La tv è un’arma, lo sappiamo: può veicolare il bene oppure il male.

Nel tourbillon mediatico che troppe volte strizza l’occhio a violenza e volgarità, grazie a Dio esiste un canale che fa ancora la differenza e nel cui palinsesto una trasmissione, in particolare, è una boccata d’aria fresca. Sto parlando di “Finalmente domenica”, il programma pomeridiano di TV2000 condotto da Lucia Ascione. Capelli biondi e sguardo penetrante, abbiamo imparato tutti a conoscerla e a volerle bene attraverso lo schermo; con il suo piglio mescolato a una sensibilità non comune, racconta fatti e testimonianze di luce e di speranza. Conduttrice luminosa di nome e di fatto.

Fare una televisione così è una missione e una responsabilità; finché si guarda solo il buio, ci sembrerà sempre notte. Ma se qualcuno ci aiuta a scoprire, o riscoprire, il bello allora saremo spronati a non arrenderci e a ringraziare Dio. Di bene, nel mondo, c’è n’è – e tanto – però resta spesso nascosto. Questo è un messaggio molto importante da trasmettere ai più piccoli e ai più giovani, che rischiano di essere risucchiati da una comunicazione traviata e da influencer dell’orrore.

Finalmente domenica”, al contrario, è un programma per tutta la famiglia perché affronta temi e argomenti importanti per tutte le fasce d’età e dei quali, terminato il programma, si può parlare in coppia e con i figli, approfondendo i contenuti e facilitando l’apertura per un dialogo sereno. “Finalmente domenica” non cerca lo scoop a tutti i costi né accaparrarsi l’esclusiva del vip del momento ma condividere esperienze di fede, conversione, resurrezione che toccano ciascuno, personaggi famosi e persone comuni. È un programma seguitissimo e che funziona perché autentico, tv della porta accanto ancora in grado di lasciarti qualcosa dentro dopo averla guardata.

Finalmente è un avverbio che, in italiano, ha un connotato di positività, allegrezza, gioia: «finalmente ci vediamo», «finalmente mi sono laureato/a», «finalmente andiamo in vacanza» ecc… Finalmente è una fine ma anche un inizio di qualcosa di bello, di qualcosa di nuovo.

Qualcosa di nuovo che è effettivamente andato in onda domenica 2 febbraio, Giornata della vita consacrata e 47esima Giornata nazionale della Vita; la trasmissione, infatti, ha raccontato una storia vera di speranza oltre la morte prenatale. Già contenuta nel libro “Se il Chicco di frumento, è la testimonianza di una coppia di sposi che, dopo aver aspettato per anni un bimbo che non arrivava, lo ha visto andare in Cielo ancora prima che nascesse. Volutamente con la “C” maiuscola, Chicco è figlio di una mamma e di un papà ma, prim’ancora, è figlio di Dio. Come tutti i bambini non nati. Una storia come migliaia, tante come gli aborti spontanei che in tutto il mondo gettano nello sconforto umano più totale.

Ed è qui che interviene l’Onnipotente: basta dirGli un piccolo sì, affidandosi totalmente, che i miracoli avvengono. Non tanto e non solo quelli che possono vantare un documento ufficiale ma quelli quotidiani, veri, possibili. Miracoli di rinascita e resurrezione, miracoli di gioia e di speranza. Gesù ce lo ha detto: “Se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: «Spòstati da qui a là», ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile” (Mt 17, 20).

La speranza, tema del Giubileo di quest’anno, non dev’essere solo un bello slogan ma un programma di vita. Della nostra vita. Non solamente perché “la speranza non delude” (Rm 5, 5) ma perché dobbiamo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1 Pt 3, 15). E come si fa a sperare davanti alla morte di un figlio, atteso e desiderato come non mai, che nemmeno vede la luce di questo mondo? Dal lato umano è talmente difficile da risultare quasi impensabile; ma sappiamo che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37). Perché la speranza cristiana non è l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa ma la certezza che Qualcuno – con la q maiuscola, molto maiuscola! – già stia facendo e sempre faccia per il nostro Bene, nel tempo di questa vita e in quello dell’Altra. La speranza cristiana è il compimento delle promesse di Dio nonché virtù teologale che è Suo ritratto e Sua firma.

Le ferite dell’esistenza, allora, non saranno più una pozzanghera di dolore ma un potenziale di Grazia, in cui Gesù e Maria ci aspettano a braccia aperte. Ve lo garantiamo noi, che siamo i genitori di Chicco. Perché per lui, come per tutti i bambini non nati, valgono queste parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24).

Fabrizia Perrachon con il marito Dario

P.S.: per chi desidera, è possibile rivedere la puntata a questo link

Ne approfittiamo per rivolgere a Lucia, Giuseppe, Milly e a tutto lo staff di “Finalmente domenica” il nostro grazie più grande e sincero; sia per averci ospitati con professionalità ed empatia straordinarie ma soprattutto per aver accolto il messaggio del Chicco, che lega indissolubilmente Cielo e terra nell’abbraccio eterno del Padre.

Bentornato amore mio: quando a far notizia è una riconciliazione

Per una volta tanto (e grazie al Cielo!) a far notizia è una riconciliazione: stiamo parlando di quella tra Álvaro Morata e Alice Campello. Il 12 agosto 2024 i coniugi avevano spiazzato tutti annunciando la separazione; a distanza di neanche sei mesi tornano a far parlare di loro, in questi giorni, per la riconciliazione.

È una notizia bella non solo – ovviamente – per i protagonisti ma anche per noi perché rompe gli schemi di un gossip troppo spesso malato, che sembra compiaciuto e compiacente quando ci si lascia. Quanti titoloni urlano “separazione vip”, “altra coppia scoppiata”, “sono in crisi”, ecc … Quand’anche, peggio del peggio, a fine anno ogni anno compaiono articoli esplicitamente dedicati alle coppie che si sono lasciate nel corso dei trecentosessantacinque giorni appena trascorsi. Come se separarsi fosse il pegno da pagare per ambire alle vette dell’olimpo vip, precipitando poi  nell’inferno spirituale. Come se uno da una parte e uno dall’altra fosse naturale, quasi scontato. Perché se si sta insieme che notizia è. Assurdo, orribile, tremendo. Eppure queste vicende fanno il botto di audience. Dovremmo farci tante domande. Però oggi non parleremo di buio ma di luce.

Il capitano della nazionale spagnola, nonché attaccante del Milan, e l’imprenditrice e influencer veneta sono “tornati insieme”, hanno avuto il cosiddetto “ritorno di fiamma”, si stanno dando “la seconda possibilità”. Queste sono le espressioni che si leggono ovunque e talvolta fanno sorridere: stiamo parlando di ragazzini poco più che adolescenti, alle prime esperienze amorose, o di coniugi – tra l’altro sposatisi in chiesa – e genitori?

Personalmente preferisco parlare di riconciliazione, termine che deriva dal latino re-conciliare ossia tornare in armonia, riunirsi. Álvaro e Alice si sono ritrovati. E, come loro, tante altre coppie. Notizie che scardinano la perversa macchina trash ma che allargano i cuori di tanti. Di tanti uomini, donne, famiglie, figli. Notizie che, sicuramente, allargano anche il cuore del Padre, quel Dio così buono e innamorato di noi da aver creato e pensato al sacramento del matrimonio.

Mi piace pensare che, quando una coppia si ritrova, in Cielo ci sia festa esattamente come per il ritorno del figliol prodigo. Questo Padre che non molla un istante i suoi figli, che li lascia liberi di fare le proprie scelte – anche quelle sbagliate – affinché se ne rendano conto. E possano tornare, convinti e maturi, sui propri passi. Tornare da Lui, pentiti. E accettare di tuffarsi ancora in quell’abbraccio che ama e perdona. E fa festa.

La coppia che spreca, o rischia di sprecare, la Grazia dell’unione benedetta ma che poi ritorna. Non è un banale “ritorno di fiamma” ma il rimpatrio nell’amore vero: quello di Dio, prim’ancora che quello umano. È il rientro nella potenza di un sacramento che ci avvolge e sovrasta, più celeste che terreno. È il bene che trionfa, che si accorge delle leggerezze, degli egoismi, degli errori e ragiona, con la testa e con il cuore. Tornando a brillare, in un’alba nuova. Per amore e con amore. Nel noi sponsale e nei figli.

Álvaro e Alice non sono i soli: moltissime coppie, dicevamo poche righe più su, si ritrovano. E ripartono, più forti di prima. Non perché siano super eroi, finti e costruiti come quelli della Marvel, ma uomini e donne in carne e ossa che hanno sofferto, e tanto, procurandosi ferite e cicatrici. Però, come dice una frase stupenda: “Il cuore non è di chi lo rompe ma di chi lo ripara. Per questo il nostro cuore appartiene a Dio”. Tutto sta nel riconoscersi piccoli, con difetti e carenze, ma figli del Padre dell’Amore. Non di quello patinato, erotizzato, commercializzato o quant’altro ma di quello vero, autentico, quotidiano. Fatto di sorrisi e di lacrime, di gioie e di fatiche e, soprattutto, della benedizione che il Padre dona nello scambio delle promesse.

Il matrimonio è un sacramento, l’unico che viene amministrato alla coppia, non ai singoli. E che in quel sacramento trova senso, rifugio, riparo, roccia e ragione d’essere. È arrivare impreparati, superbi o superficiali all’altare che fa il danno. Perché, quando infuria la tempesta si scappa o si fa del male all’altro. Se, invece, si è consapevoli che le parole dette quel giorno, davanti al sacerdote, non sono una formula magica o frasette così, dette tanto per far bello un video, ma la salvezza, allora il temporale potrà bagnare ma non marcire.

E l’ombrello della Grazia si aprirà. Bisogna esserne convinti e crederci, coltivando, con coerenza, umiltà e preghiera, il dono ricevuto. Come il fiore più bello mai visto, mai raccolto, mai odorato. Senza cure, muore. Ma se innaffiato, messo in un posto luminoso, al riparo dalle correnti, dal sole cocente e dal freddo, crescerà e darà vita ad altri fiorellini.

Benedette siano tutte le coppie che si ritrovano, mostrando che il sacramento sponsale è più resistente delle burrasche della vita! Che nel loro riconciliarsi, ritrovano Dio accanto a loro. E diventano testimoni del “tutto posso in Colui che mi dà forza” (Fil 4, 13).

Fabrizia Perrachon

Quando i sogni son ben più che desideri

“I sogni son desideri di felicità. Nel sonno non hai pensieri ti esprimi con sincerità. Se hai fede chissà che un giorno la sorte non ti arriderà! Tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà”. Questo il testo della colonna sonora del film d’animazione “Cenerentola” del 1950. Canzone che ha fatto sognare intere generazioni di bambine e ragazzine (e non solo!), entrata a pieno titolo anche nel patrimonio culturale italiano.

Una riflessione sui sogni, sui loro significati e costrutti ci tratterrebbe per settimane. Nella storia dell’uomo si è detto, scritto, letto e studiato tantissimo a tal proposito. Ricordiamo per esempio, il magistrale dramma filosofico-teologico “La vita è sogno” di Pedro Calderón della Barca. Un altro esempio è il testo poetico “Ultimo sogno” di Giovanni Pascoli.

Anche nella Bibbia i sogni rivestono un ruolo importantissimo. Pensiamo a Giuseppe, figlio di Giacobbe. Egli conquista la fiducia del faraone avendo ricevuto in dono da Dio la capacità d’interpretarli. E, ancora prima di lui, lo stesso Giacobbe che sogna la scala da cui salgono e scendono gli angeli. Non si possono non citare i sogni attraverso cui Dio si manifesta a (San) Giuseppe. Questi sogni guidano Giuseppe nelle scelte più importanti della sua vita. Esse vanno dall’accettazione di Maria alla fuga in Egitto. La dimensione onirica, dunque, non solo fa parte della natura umana ma la completa, la caratterizza, la plasma, la indirizza. Non solamente come elaborazione di fatti già avvenuti ma come una guida, attenta e premurosa, che aiuta a compiere scelte precise. Guida che risponde al nome di Dio. Che comunica, parla, si manifesta nel “mondo parallelo” del sogno.

Per il santo che festeggeremo domani, 31 gennaio, i sogni hanno avuto un ruolo centrale non soltanto nella sua propria esistenza ma in quella di tutte le persone che ne sono entrate (e ne entrano tutt’ora) in contatto: San Giovanni Bosco. Fin dal famosissimo sogno dei nove anni, avvenuto nel 1894, Giovannino capisce che il Signore ha una missione grande da affidargli, umanamente impossibile persino da immaginare. Che cosa può capire un bambino del piano rivoluzionario per la gioventù di tutto il mondo? Eppure è proprio attraverso questa modalità che il Signore dispiega la Sua volontà. Non solo su di lui ma su ciascuno di noi.

Leggiamo la descrizione che ne fece proprio Don Bosco: “All’età di nove anni ho fatto un sogno, che mi rimase profondamente impresso nella mente per tutta la vita. Nel sonno mi parve di essere vicino a casa, in un cortile assai spazioso, dove stava raccolta una moltitudine di fanciulli, che si trastullavano. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. All’udire quelle bestemmie mi sono subito lanciato in mezzo di loro, adoperando pugni e parole per farli tacere. In quel momento apparve un uomo venerando, in virile età, nobilmente vestito. Un manto bianco gli copriva tutta la persona; ma la sua faccia era così luminosa, che io non potevo rimirarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di quei fanciulli aggiungendo queste parole: «Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici» […] Quasi senza sapere che dicessi, soggiunsi: «Chi siete voi che mi comandate cosa impossibile?». «Appunto perché tali cose ti sembrano impossibili, devi renderle possibili con l’ubbidienza» […]  «Ma chi siete voi, che parlate in questo modo?». «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò di salutare tre volte al giorno.» […] In quel momento vidi accanto a lui una donna di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti, come se ogni punto di quello fosse una fulgidissima stella. Scorgendomi sempre più confuso nelle mie domande e risposte, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano […] A quel punto, sempre nel sonno, mi misi a piangere, e pregai a voler parlare in modo da capire, poiché io non sapevo quale cosa volesse significare. Allora ella mi pose la mano sul capo dicendomi: «A suo tempo tutto comprenderai».

I sogni, dunque, possono essere ben più che desideri! Sono la parte più intima, nascosta e indifesa di noi nella quale il Signore, con delicatezza ma altrettanta decisione, decide a volte di entrare per aiutarci, guidarci, indirizzarci, sorreggerci, rivelarsi. In questo modo l’onirico non è solo più un occulto da indagare con prepotenza e arroganza ma un terreno fertile nel quale crescere: nell’interezza della nostra persona e nelle nostre relazioni. Il sogno, dunque, diventa il “luogo altro” in cui poter incontrare il Cielo, essere arricchiti di preziosi consigli, ricevere la propria missione. Qualunque sia il nostro sogno (per la coppia, il matrimonio, i figli, la famiglia ecc…) mettiamo tutto nelle mani di Gesù e di Maria Ausiliatrice, come avrebbe detto Don Bosco. Allora sognare non sarà solo più un’evasione estetica ma una meravigliosa epifania del divino che ci attende. Anche nella notte, sotto le stelle.

Fabrizia Perrachon

Il matrimonio che dà senso a tutti gli altri

Ognuno di noi porta nel cuore una coppia di riferimento. Che siano genitori, nonni, zii o altri, è importante avere un modello cui guardare. Bisogna stare attenti a non idealizzare nessuno. Abbiamo però bisogno di un esempio da seguire che deve diventare carne ed ossa. È il qui e ora di ciò che ci portiamo dentro, magari fin da bambini. Che il matrimonio sia la base della società non è un invenzione di noi blogger cattolici né una barzelletta né il frutto di concezioni obsolete o desuete.

Tutt’altro! Persino nell’edizione in corso di Masterchef – il noto programma tv per aspiranti cuochi professionisti – ha trovato posto una puntata dedicata all’amore sponsale. In particolare, nell’episodio otto, l’ormai nota cucinata “in esterna” era per quindici coppie che festeggiavano le nozze d’oro, cinquant’anni di matrimonio. I giudici, e in particolare Antonino Cannavacciuolo, hanno intervistato gli sposi, facendosi raccontare aneddoti, ricordi e segreti per la buona riuscita di un legame non soltanto esteso nel tempo ma di qualità. Tutti erano entusiasti e alcuni aspiranti chef si sono dilettati in un componimento poetico e in uno in prosa come augurio ai graditi ospiti.

Una concorrente, addirittura, ha affermato che aver visto recentemente i nonni raggiungere questo traguardo l’ha ispirata a cucinare. Non credo sia tutta finzione scenica. Sicuramente c’è un’ammirazione autentica verso chi spende mezzo secolo – e oltre – insieme. Nelle gioie e nei dolori, nelle fatiche e nelle soddisfazioni.

C’è un matrimonio, in particolare, che dà senso e compimento a tutti gli altri: quello tra Maria e Giuseppe, che la Chiesa Cattolica ricorda proprio oggi, 23 gennaio. Nel Vangelo di San Luca leggiamo: “Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria” (Lc 1, 26-27). E in San Matteo: “Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1, 18-21).

La celebrazione ebraica dell’epoca era molto diversa dalla nostra. Un brevissimo approfondimento può esserci d’aiuto: “Il matrimonio si celebrava, di solito, dopo un anno di fidanzamento (cf 1Sam 18,17-19; Mishnàh, Ketubòt 5,2) senza alcuna cerimonia religiosa, trattandosi di un evento civile che solo i libri tardivi chiamano «alleanza» (cf Ml 2,4; Pr 2,17). Lo sposalizio era, ieri come oggi, l’occasione di una grande festa durante la quale si cantavano canti d’amore in onore degli sposi (cf Ct 4,1-7) a cui seguiva un banchetto (cf Gen 29,27; Gdc 14,10) che di norma durava sette giorni”. [1]

Quello di Maria e Giuseppe è un matrimonio vero, autentico, di grande rispetto e amore reciproco. Certo, è un matrimonio verginale, ma è di modello e di esempio per tutti perché è stato vissuto in pienezza, “nella gioia e nel dolore”. I loro piani di giovani promessi sono cambiati dopo l’annuncio dell’angelo ma non hanno portato al fallimento, all’allontanamento, alla divisone. Anzi: nell’accoglienza di Giuseppe troviamo un modello straordinario di dedizione, che sa scorgere il piano di Bene al di là dei desideri puramente umani.

E nell’accettazione di Maria alla volontà di Dio troviamo il paradigma che dire sì a qualcosa di più grande e di vero nella prospettiva del Cielo è sempre la scelta giusta. Anche se costa fatica. Anche se scardina le nostre piccole certezze quotidiane. Anche se comporta un dover modificare l’agenda degli impegni e dei “to do”. Ma è questa la base della società voluta da Dio. Un uomo e una donna uniti in un legame benedetto. Gesù ha avuto bisogno di una famiglia in cui nascere. Una famiglia con una mamma e un papà, modello eterno cui guardare e in cui trovare rifugio, ispirazione, consolazione, sprono. Perché “la speranza non delude” (Rm 5,5,) e l’Anno Giubilare ne sarà occasione di riscoperta.

Fabrizia Perrachon


[1] L’articolo completo, molto interessante, è disponibile a questo link: https://www.rivistamissioniconsolata.it/2011/02/01/cana-19-il-matrimonio-al-tempo-di-gesu-nella-scrittura-nel-giudaismo/

Il 25% di coppia in più

Qualche tempo fa, nel volantino di una nota catena di supermercati, la descrizione di un prodotto per il bricolage ha calamitato la mia attenzione. Tra le varie caratteristiche dell’avvitatore era garantito il “25% di coppia in più”. Anche se qualche lavoretto manuale mi riesce – come smontare, pulire e rimontare il lavello della cucina, scarico annesso – non sono pratica di trapani, chiavi inglesi, ecc … Così la mia mente, che è più abituata a concentrarsi sulla bellezza e l’importanza del matrimonio cristiano, ha visto in quella frase lo spunto per ragionare su che cosa, o su Chi, può dare una buona percentuale aggiuntiva all’unione sponsale.

Ma il fatto che, anche per dettagliare un avvitatore, si parli di coppia, è casuale oppure no? Mi sono un pochino documentata e ho scoperto che la coppia, in questo campo, è la forza di rotazione che viene impressa ad una vite per avvitarla ad superficie. E che maggiore sarà la coppia maggiore sarà la forza che lo strumento applicherà nel fare il suo lavoro. Caspita! Stiamo parlando di meccanica o di pastorale? Di fisica o di spiritualità? A ben pensarci, infatti, il sacramento è quella benedizione divina particolarissima che unisce – come avvitandoli l’un l’altro – i due sposi. Inoltre, tornando ancora una volta agli strumenti edilizi o di bricolage, è risaputo anche che si parla di “maschio” e di “femmina” come i due pezzi complementari nei raccordi, nei rivetti, nelle prolunghe, nelle viti e simili. Due parti che s’incastrano perfettamente uno dentro l’altra.

Da queste piccole cose notiamo come anche branche del fare umano così pratiche, manuali e distanti da ragionamenti religiosi o morali utilizzino un linguaggio che li richiama molto da vicino e che spinge tutti noi a fermarci – una volta di più – a pensare alla complementarità dell’uomo e della donna. Perché Dio ha pensato così. Perché Dio ha voluto così. Perché Dio ha amato così. Ed è proprio il Signore ad offrire per primo alla coppia, ad ogni coppia, un 25% in più di affetto, tenerezza, unione e benedizione ogni volta che ci si rivolge a Lui. Ogni volta che si crede in Lui come elemento costituente del noi, come roccia su cui innalzare l’edificazione del’unica carne.

Nel secondo capitolo della Genesi leggiamo: “E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda»” (Gn 2, 18). Ecco l’incastro perfetto! Ecco l’aumento di Grazia! Ecco il volto di Dio che si fa visibile! Uomo e donna che si amano, che si completano, che rivelano nell’interezza le sfaccettature di un amore che è maschile e femminile, che è padre e madre, che è fortezza e tenerezza, parole e opere, che è ingegno e protezione. E Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò” (Gn 1, 27).

Ma c’è di più: il Signore non fornisce soltanto una forza d’unione in grado di garantire una maggiorazione alla coppia del 25% ma il 100% in più ossia quella pienezza che il cuore – chiamato alla vocazione sponsale – desidera, anela, sogna. Non ci sono altri trucchetti, ricettine o quant’altro. “Non c’è trucco non c’è inganno”. Solo la fede in Colui che tutto può, anche e soprattutto nell’amore umano, specchio di quello divino. “Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito” (1 Gv 4, 11-13).

Il Signore al primo posto, sempre; subito dopo, nostro marito o nostra moglie. Soltanto così le viti della vita s’incastreranno bene e reggeranno agli urti. Soltanto così l’avvitamento sarà perfetto, non perché qualcosa di freddo o meccanico ha impresso una forza spersonalizzata – e spersonalizzante – ma perché il Dio che ci ha amati per primi sta investendo su un progetto al quale è Lui stesso a credere per primo. E, pertanto, dobbiamo crederci pure noi.

Fabrizia Perrachon

La prima volta

In numerosissime occasioni ci siamo sentiti dire, abbiamo detto o abbiamo letto l’espressione “la prima volta non si scorda mai“. Riferito a un amore, a un bacio, a un incontro, a un viaggio, a una qualsiasi esperienza o alle più disparate situazioni, la prima volta ha – effettivamente – un sapore speciale. Il profumo di qualcosa di emozionante, misto all’entusiasmo e all’aroma dell’inedito che solo ciò – o chi – è nuovo per noi è in grado di darci.

Tutto questo ha colorato la tappa della Scuola Nuziale di giovedì scorso, 2 gennaio 2025, quando – per  la prima volta in Italia – in un corso per coppie finalmente si è parlato di aborto spontaneo. Dico finalmente perché questo argomento è troppo spesso dimenticato o taciuto ma, soprattutto, sono nell’oblio i protagonisti: i bambini non nati con i loro genitori.

La Scuola Nuziale, brillantissima intuizione di Mistero Grande e Intercomunione delle Famiglie, ha colto che non si può più mettere da parte questa esperienza per la quale, finalmente appunto, è giunto il momento di parlare e di farlo in modo maturo, sereno, consapevole, cristiano. Non solo: si può – anzi si deve! – fare informazione e diffusione non trincendosi dietro la barriera del dolore ma aprendosi alla speranza, facendo capire che la morte non ha mai l’ultima parola. Niente di più propizio, allora, dell’anno giubilare appena iniziato, nel quale siamo chiamati ad essere pellegrini di speranza.

Mio marito ed io, come molti di voi sanno, ci siamo passati e ben sappiamo il turbinio di emozioni, sensazioni e sentimenti che si provano. Solo abbandonandosi al Signore, però, possiamo avere la certezza che la sofferenza ha senso e che questi figli non sono mai veramente “persi” perché sono nel posto più bello che esista: il cuore di Dio.

Certo, il dolore va vissuto fino in fondo e mai soffocato o anestetizzato; però non deve diventare la scusa per chiudere il cuore agli altri, alla vita o alla fiducia nella Provvidenza. Si perché, a ben guardare, perdono, misericordia e speranza sono elementi fondamentali da inserire nel cammino di elaborazione e guarigione.

Aver potuto lasciare la nostra testimonianza, insieme a quella di Giorgia Sartori e del marito, nonché di una coppia dalla Danimarca, ci ha permesso di aprire i nostri cuori e condividere una realtà bellissima: che si è genitori per sempre, genitori di questi figli che – prima ancora che nostri – sono figli di Dio, genitori in cordata d’amore tra Cielo e terra.

Una prima volta il cui eco rimarrà a lungo e che, ci auspichiamo, sarà di sprono e di modello per altri percorsi per coppie, per corsi diocesani e chissà per quante e quali altre realtà! L’attenzione per i bambini nati al Cielo e per la loro potente intercessione sta sollevando un interesse sempre più nutrito e sincero in tante realtà della Chiesa, sacerdotali e non, chiaro segno della portata profetica che queste anime hanno in se stesse. 

Le prime volte, però, non finiscono qui! In seguito alla richiesta di tante persone, che ci hanno chiesto qualcosa di più oltre alla “sola” testimonianza, mio marito ed io in preghiera abbiamo chiesto ispirazione all’Alto.

E’ nato così “Dal Chicco alla spiga”, cammino cattolico di preghiera, speranza, guarigione ed elaborazione dal lutto da aborto spontaneo. Sarà il primo nel suo genere in Italia. Partirà a settembre 2025 con caratteristiche ben precise: gratuito, online e corale, cioè parteciperemo tutti insieme come pellegrini di speranza, accompagnati da alcuni sacerdoti e amici specialissimi. Per chi desidera pre-iscriversi, può collegarsi al link: https://forms.gle/AXw8mVDUn7kFJUo26. Per informazioni, condivisioni e quant’altro segnatevi anche l’indirizzo mail: dalchiccoallaspiga@gmail.com.

Se ci si abbandona a Dio si vedono, vivono e sperimentano davvero grandi miracoli! E noi desideriamo testimoniarlo con gioia e gratitudine immensa perché, a pensare a venerdì 13 aprile 2012 (quando ci sentimmo dire “non c’è più battito”), quanto sta accadendo è stupefacente e non può che essere opera Sua.

Scrisse Gianni Rodari: “Certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova“. Benedetti siano in eterno questi figli, dimenticati dal mondo ma non da quanti sanno che sono ben più che “grumi di cellule o prodotti del concepimento”: sono creature amate, infinitamente amate da Dio. E con un “potenziale di grazia inesplorato”, come afferma Don Giulio Gallerani, parroco di Rastignano (BO), autore di “La via nascosta dei bambini nati in Cielo”, Editrice Ancilla, e sacerdote dedicato alla pastorale dei bambini non nati. Vere più che mai le parole di Dio trasmesse attraverso il profeta Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15).

Fabrizia Perrachon

P.S.:  il mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale” è disponibile qui; quello di Don Giulio Gallerani qui.

Sappiamo chiedere aiuto?

Tratto da una storia vera. Di solito questa importante informazione è data all’inizio dei film che non sono frutto della fantasia di registi o sceneggiatori ma che possiedono fondamento nella realtà. Tale sarà anche il contenuto dell’articolo di oggi, il primo che ho l’onore di scrivere nel nuovo anno. Non semplicemente trecentosessantacinque giorni uno dopo l’altro ma un autentico Anno Nuovo, ossia un periodo inedito, bello, pieno in cui riscoprire la fede, camminando nella speranza. Il Giubileo appena iniziato ci sprona proprio a questo; e, con tanta gioia ed entusiasmo, anch’io lo auguro a ciascuno di voi, a ciascuno di noi.

Dunque, dicevamo, un articolo tratto da una storia vera. Già perché, qualche tempo fa, un episodio realmente accaduto mi ha obbligata a pormi delle domande, che condivido oggi con voi. Siamo capaci di chiedere aiuto? O pretendiamo che siano gli altri a darcelo quasi in automatico, senza aver alzato noi per primi la mano? Vediamo le persone attorno a noi come esseri umani o come esclusivi distributori di supporto? E, soprattutto, nelle richieste di aiuto siamo umili o esigenti?

Un noto detto della saggezza popolare recita: “Aiutati che il Ciel t’aiuta”. L’ho sentito ripetere così tante volte quand’ero piccola! Adesso i proverbi sono piuttosto snobbati, li usa solo più la fetta più adulta della popolazione. È un peccato, perché le verità e i consigli che si portano appresso, spesso fruttando rime o altri giochi letterari, restano impressi non solo nella memoria ma anche nel cuore. Quell’organo che troppo volte rendiamo duro, freddo, insensibile. Ma che tanto ci aiuterebbe a far andar meglio le cose. L’espressione di cui sopra è contenuta anche nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, in cui leggiamo: “Dio dice: aiutati, che ti aiuterò“.

Chiedere aiuto è un gesto di grande coraggio. Ci obbliga a uscire dalla nostra zona di confort. Ci fa esporre. Ci fa vedere per quello che realmente siamo: uomini e donne che possono avere delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi, delle fatiche. Ci costringe a togliere la maschera dei sorrisi forzati e ci mostra nelle nostre fragilità. Il mondo detesta tutto questo. Bisogna presentarsi sempre perfetti, bellissimi, in formissima. L’apparenza conta più della sostanza. L’avere più dell’essere. Chiedere aiuto, far sapere che abbiamo bisogno di una mano, scardina queste finte certezze e spinge – chi chiede e chi viene in soccorso – verso la realtà, esattamente per come essa è.

Gesù prima di compiere un grande miracolo – quello della guarigione del cielo Bartimeo – gli ha domandato: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Lc 18, 41). La richiesta può sembrare quanto meno strana perché Dio sa benissimo ciò di cui abbiamo bisogno. Se Gesù ha fatto questa domanda, però, sappiamo che non è casuale e che c’è un motivo ben preciso. Ed è lo stesso per il quale è necessario confessarsi personalmente a un sacerdote. Motivazione che risponde al nome di: umiltà.

Chiedere aiuto, dunque, significa essere umili perché non possiamo pretendere che gli altri capiscano il nostro bisogno di essere sostenuti se non siamo noi a dirglielo, a farglielo sapere, a farglielo capire. Se a ciascuno di noi appaiono evidenti le proprie necessità, dobbiamo renderci conto che non è così per il resto del mondo. Non è scontato che, sempre e comunque, ci si accorga dei bisogni e delle esigenze.

A volte è talmente lampante che non sono necessarie parole ma altre non è così. Soprattutto nel mondo iper virtualizzato ed iper virtualizzante come quello attuale. I social dominano le nostre comunicazioni: se non ci si conosce direttamente, o se ci si avvale solo di comunicazioni scritte, se l’SOS non parte forte e chiaro è quasi impossibile porgere la mano, o non è possibile farlo velocemente e con modalità ideonee. Quindi è ingiusto accusare gli altri di non saper aiutare se non glielo si chiede. Ecco perché è necessaria una buona dose di umiltà.

Atteggiamento, virtù, caratteristica che apre il cuore di Dio e i cuori degli uomini. Questo vale per tutti i rapporti: con il coniuge, con i figli, con i genitori, con fratelli e sorelle, con parenti, amici, colleghi e quant’altri. Maria stessa, nella splendida preghiera del Magnificat, dice: “Perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1, 48). Potrebbe essere un valido proposito per l’Anno Nuovo; non solo aiutare di più e meglio gli altri ma, nello stesso momento, imparare a farsi aiutare, mettendosi umilmente a nudo. Davanti agli uomini ma soprattuto davanti a Dio.

Fabrizia Perrachon

La tregua di Natale

Un giorno d’inizio Avvento mio figlio mi ha chiesto: «Mamma, perché un giovedì non scrivi un articolo del blog sulla tregua di Natale?». Sono rimasta stupita: notevolmente, piacevolmente stupita! L’idea del contenuto di oggi, quindi, è merito suo, un ragazzino di undici anni e mezzo che, fin da piccolo, è stato un grande appassionato di storia. Un appassionato dal cuore tenero e sensibile, che vede il passato non solo come elenco di date e di fatti ma come un intreccio di vite e di anime, al quale bisogna guardare anche con gli occhi della fede.

Dunque, che cosa s’intende con l’espressione la “tregua di Natale”? Negli anni ottanta, lo storico statunitense Stanley Weintraub scrisse un libro dal titolo “Silent Night: the story of the World War I Christmas truce” (ossia “Notte silenziosa: la storia della tregua di Natale della prima guerra mondiale”), nel quale ricostruì la vicenda realmente accaduta nei giorni tra il 24 e il 26 dicembre 1914 nei pressi della cittadina belga di Ypres. Lì si trovavano opposti gli schieramenti inglese e tedesco, ciascuno asserragliato nelle proprie fangose e terribili trincee. La vita dei soldati era allucinante, con condizioni igienico-sanitarie – e non solo – spaventose. Fu così che iniziarono a scaturire gesti di solidarietà tra nemici. Questi poveri uomini, insomma, logorati da circostanze insopportabili, avevano compreso che, al di là della barricata, c’erano persone come loro, che si trovavano lì solo perché obbligate.  Che senso aveva uccidere un ragazzo come te, che non aveva fatto nulla di male? Perché togliere la vita a un essere umano solo perché di un’altra nazionalità?

Questi atteggiamenti tolleranti non erano per nulla ben visti dai superiori. Si rischiava di essere accusati di tradimento. Il cuore, però, vinse sull’odio proprio alla vigilia di Natale. Nel suo libro Weintraub riporta la testimonianza del soldato tedesco Kurt Zehmisch, che affermò: “Quando addobbammo gli alberi e accendemmo le candele, dall’altra parte giunsero fischi di gioia e applausi. Tutti compresero che stava accadendo qualcosa di grandioso, tant’è che, proprio la mattina del 25 dicembre, dallo schieramento tedesco si alzarono dei cartelli con scritto “Buon Natale” e “Non sparate, noi non spariamo“. Ho visto la cosa più straordinaria che si possa vedere: stavamo per sparare a quel tedesco […] e poco dopo eravamo tutti in festa“, scrisse il soldato inglese Dougan Charter in una lettera alla famiglia.

Nei libri di storia difficilmente questa vicenda trova posto, anche se si sta diffondendo sempre di più. L’artista inglese Mike Harding ne ha scritto una canzone, dal titolo “Christmas 1914”. Potete trovare il testo originale e completo a questo link. Ne riporto la traduzione perché merita veramente.

“La vigilia di Natale del 1914 le stelle ardevano, ardevano luminose e lungo tutto il fronte occidentale i cannoni giacevano immobili e silenziosi. Gli uomini dormivano nelle trincee. Al freddo e al buio, e lontano dietro le linee un cane del villaggio cominciò ad abbaiare. Alcuni giacevano pensando alle loro famiglie. Alcuni cantavano canzoni mentre altri erano silenziosi, rotolando sigarette e giocando a vantarsi per trascorrere quella notte di Natale. Ma mentre osservavano le trincee tedesche qualcosa si mosse nella terra di nessuno. E attraverso l’oscurità arrivò un soldato con una bandiera bianca in mano. Poi da entrambe le parti arrivarono di corsa uomini, attraversando la terra di nessuno, attraverso il filo spinato, il fango e le buche di granate. Stavano lì timidamente stringendosi la mano. Fritz tirò fuori sigari e brandy, Tommy portò carne in scatola e sigarette. Stavano lì a parlare, cantare, ridere, mentre la luna splendeva sulla terra di nessuno. Il giorno di Natale giocavamo tutti a calcio nel fango della terra di nessuno; Tommy portò del budino di Natale, Fritz fece uscire una band tedesca. Quando ci batterono a calcio ci dividemmo tutto il cibo e le bevande e Fritz mi mostrò una foto sbiadita di una ragazza dai capelli scuri a Berlino”.

La “No Man’s Land“, la “Terra di Nessuno” è il buio del cuore. La zona d’ombra, la trincea piena di cose e di sentimenti negativi. Ma è lì che fa breccia, che entra il Bambino Gesù con la Sua luce, con la Sua nascita, con la Sua misericordia. La “terra di nessuno” diventa la “tregua di Natale”, alla quale ciascuno di noi è chiamato. Tregua da tutto ciò che è male, cattiveria, divisione. Che a volte è presente anche nelle nostre coppie, nelle nostre famiglie. Se nasciamo della Sua nascita allora semineremo e saremo tregua anche noi. E, forse, non sarà solo una pausa dalle divisioni della nostra vita ma l’inizio di un cammino di pace e di unità.

Fabrizia Perrachon

L’occasione speciale

Oggi ricorre il Santo di cui mio marito porta il nome quindi, mi sono detta, questa è l’occasione speciale per ricordargli tutto il mio amore e il mio affetto. Ma poi, pensandoci meglio, mi sono chiesta: c’è davvero bisogno di un giorno particolare per farlo oppure …? Ho cercato di andare un po’ più a fondo e la risposta che mi sono data è stata: no.

Non c’è assoluta, indispensabile e soprattutto unica necessità di una data speciale per manifestare i nostri sentimenti al coniuge perché dovremmo cercare di farlo costantemente, al di là di onomastici, compleanni, anniversari e quant’altro.

Nella formula del matrimonio cattolico, infatti, leggiamo: “Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Balzano subito agli occhi due particolari mica da ridere: “sempre” e “tutti i giorni”. Un piccolo approfondimento linguistico può esserci utile. Nell’enciclopedia Treccani online, troviamo quanto segue:

Con continuità ininterrotta, senza termine di tempo (cioè senza fine, e talora senza principio); estens., per un tempo lunghissimo, nel passato o nel futuro: Dio è s. stato e s. sarà (qui sempre coincide con eternamente); ora e s.; è s. stato così; la bellezza sarà s. ammirata […]L’avverbio che è in diretta contrapposizione a sempre è mai (ho s. sperato equivale a non ho mai disperato); talora collocati vicino per un’antitesi più o meno intenzionale […]Altre volte indica più espressamente la frequenza, spec. di fatti che si ripetono in modo da dar l’impressione d’una continuità quasi ininterrotta: hai s. da protestare!; è s. qui a darmi noia; ma se glielo dico s., io!; s. guai!, s. scenate!, s. rimproveri!, ecc. O di fatti e situazioni che, per essere soliti, si considerano come normali e ordinarî: è un posto dove tira s. vento; questo treno arriva s. in ritardo; li vedo s. insieme [1]

Dunque, anche dal solo punto di vista grammaticale, l’avverbio “sempre” indica qualcosa di potente,  duraturo e continuativo che, abbracciando il passato, avvolge il presente e si proietta nel futuro. Molto interessante è anche il richiamo al fatto che “sempre”, calato nel quotidiano, diventa qualcosa di ordinario, di abituale (dal latino habitus ossia cucito addosso a noi, fatto apposta per starci bene).

Ecco allora che il quotidiano dell’amore sponsale è qualcosa che ci ricopre come un vestito realizzato su misura, intessuto dal miglior sarto possibile: Nostro Signore. Abito che solo in Lui si può rinnovare pur continuando a essere se stesso, adattandosi ai cambiamenti che inevitabilmente attraversano, nell’arco dell’esistenza, qualsiasi coppia. Un abito che segue coloro che lo indossano, calandosi nella vita di tutti i giorni e diventando, così, un “sempre” conservativo e nello stesso momento in grado di innovarsi e rinvigorirsi.

Un “sempre” che diventa abitudine non per la noia degli anni passati insieme e la monotonia dell’uguale a se stesso ma in virtù della promessa di Dio di essere fondamento, sigillo e compimento dell’unione sponsale.

Un “sempre” che diventa “tutti i giorni” e che richiede il nostro impegno attento, devoto, sincero. Un “sempre” che non è «sei sempre così», «fai sempre così», «dici sempre così», «sei sempre stato/stata così», «hai sempre un motivo per lamentarti», «sei sempre il solito/la solita» e via dicendo. Ma un «desidero amarti sempre di più», «desidero camminare sempre più unito/a a te», «mettiamo sempre Dio al primo posto nella nostra coppia», «dimostriamoci sempre meglio il nostro affetto di coniugi».  

Quale momento migliore, allora, che farlo nel “tutti i giorni”? Non ci saranno più, semplicemente, occasioni speciali che, se pur belle, passano e volano via. “Tutti i giorni” diventeranno propizi per amarsi, nel sempre quotidiano come anticipo del sempre eterno. Questo non vuol dire sminuire i giorni particolari del calendario, quelli che cerchiamo di rosso o che sottolineiamo più volte. Questo significa riconoscere la straordinarietà del vincolo sponsale che dal “sempre” di Dio si fa “tutti i giorni” per te e per me. E che sta a noi cogliere, coltivare, far crescere, fortificare e testimoniare.

Fabrizia Perrachon


[1] Definizione completa al link https://www.treccani.it/vocabolario/sempre/

Nove storie a Natale

Cos’hanno in comune un presepe che non piace a nessuno, una bambina capricciosa e un letto vuoto? Una manager in carriera, una biblioteca da poco inaugurata e la cometa dei Re Magi? E cosa, infine, un abete nano, un calendario dell’avvento sui generis e una gara di torte? Il mio nuovo libro, “Nove storie a Natale” è tutto questo e molto di più: nove tappe per grandi e piccini che faranno emozionare, ridere, piangere e riflettere, in maniera mai scontata, sul vero significato dell’evento più importante della storia, cui siamo chiamati a guardare con fiducia e speranza.

L’importanza di scrivere storie di Natale

Come spiego nell’introduzione:

Sono già state scritte centinaia, migliaia di storie di Natale; se questo, da una parte, potrebbe scoraggiare a pensarne di nuove, dall’altra significa una cosa fondamentale: non è solo un periodo dell’anno che, in un modo o nell’altro ci emoziona, ma qualcosa che ci coinvolge totalmente e profondamente. Ecco perché ha ancora senso scriverne e parlarne ed ecco perché Nove storie a Natale può essere un piccolo, fedele compagno di viaggio per questi giorni speciali, un amico silenzioso e discreto da condividere in famiglia, con i bambini o gli amici dato che la narrazione si rivolge a tutti e i contenuti sono davvero coinvolgenti per qualsiasi fascia d’età, dai racconti per bambini a quelli per i “grandi”, dalle riflessioni attuali a quelle senza tempo, dal dolore alla gioia, dal buio alla luce.

Nove storie a Natale può essere letto in Avvento, nei nove giorni che precedono il venticinque dicembre, durante l’intero periodo natalizio o, perché no, proprio a Natale, tra il presepe e l’albero, insieme con chi desideriamo condividere qualcosa di semplice ma solenne allo stesso momento. Un agile libretto che aiuterà a rallentare in mezzo alla frenesia con cui, troppo spesso, si vivono queste settimane, rischiando di perdere di vista ciò – ma soprattutto chi – è davvero importante, a cominciare dal Protagonista indiscusso. Nove storie a Natale scalderà il cuore, permettendo di riflettere, sorridere, piangere, ringraziare e sperare.

Un ringraziamento sincero

Un grazie sincero, fin da ora, a tutti coloro che lo acquisteranno, diffonderanno, regaleranno, leggeranno e recensiranno, condividendo così la bellezza del vero 25 dicembre, quello in cui Gesù viene ad abitare il cuore dell’uomo. Sì perché Natale non è solo un giorno, Natale è scoprire la potenza di una speranza che si è fatta corpo per permettere alla nostra anima di guardare al Cielo con gioia, felicità e abbandono.

Il Natale come aurora della liberazione

Il santo sacerdote Guido Maria Conforti (1865-1931) affermò:

“Si rallegrino pure gli uomini nel Signore come la terra si rallegra ogni mattina quando sorge il sole a liberarla dalle tenebre. Il Natale è la grande aurora della nostra liberazione.”

È proprio questo il senso della venuta di Gesù che sta a noi scoprire, o riscoprire, vivere e rivivere ogni giorno e non soltanto nel mese di dicembre ciascun giorno che ci viene donato. Troppe volte, infatti, diamo per scontato tutto e tutti mentre il Bambinello, nato umilissimo e poverissimo, c’invita a un cambio radicale di prospettiva, cambio verso la speranza, che non a caso sarà anche il tema del Giubileo 2025, ormai imminente.

Lasciarsi stupire dalla semplicità

Lasciamoci stupire ancora, con dolcezza e serenità, perché è nelle cose semplici che il Signore ci parla. E Nove storie a Natale ne è un’ulteriore piccola, grande dimostrazione.

Fabrizia Perrachon

P.S.: trovate il libro nello store online di Youcanprint a questo link, su Amazon a questo link e già disponibile anche nelle altre librerie online (Mondadori, Feltrinelli, ecc … ). Se preferite rivolgervi a un negozio fisico, potete farlo! Basta semplicemente comunicare titolo e autore (autrice in questo caso).

Non un pacchetto da scartare ma …

L’Avvento è iniziato e poche settimane ci separano, ormai, dal Santo Natale. Sì, mi piace definirlo così perché non è il Natale commerciale di pandori, panettoni, mangiate o quant’altro ma il giorno in cui ricordiamo, celebriamo, riattualizziamo l’evento degli eventi: la nascita di Gesù in questo nostro mondo. La nascita di Dio come uomo. L’eternità che si fa tempo. L’infinito che si fa finito nel corpo di un neonato. L’Onnipotente che si fa indifeso, tenero, bisognoso di una mamma e di un papà.

Incoerenza e distrazioni natalizie

Chiarito questo, purtroppo dobbiamo ammettere di essere – tutti – poco coerenti e poco costanti. Poco coerenti perché troppe volte e troppo spesso mettiamo in cima alla lista delle preoccupazioni quella di che doni fare. E poco costanti perché, distratti dalla frenesia e dalla corsa ai regali di questo periodo, preghiamo poco. Molto meno di quello che dovremmo. Perdiamo tempo in fila ai negozi ma ne passiamo poco in meditazione, pensando a ciò che Dio ha fatto per noi. C’importa di più riuscire ad accaparrare un’offerta, magari sfumata nel Black Friday, che l’occasione di una buona confessione. C’interessa di più l’apparenza delle cose che la verità dell’anima.

Un regalo originale e autentico

Ma un’alternativa c’è. È un regalo davvero originale. Che non c’è mai stato prima. Un regalo in grado di sopperire alla nostra scarsità di coerenza e di costanza di cui sopra. Non un pacchetto da scartare, non un gioiello da esibire, non un modello di smartphone da far invidia a tutto il vicinato. Molto, molto di più! Un dono. Dono nel vero, autentico, liberante senso della parola ossia qualcosa di gratuito, di bello, di spontaneo, senza aspettarsi nulla in cambio. Una carezza, un gesto bellissimo d’amore puro. E che, proprio come il sorriso della celebre poesia di Padre Faber, “Rende felice il cuore: arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona”.

La Cappella per i bimbi “nati in Cielo”

Si tratta della possibilità di dare il proprio libero contributo per un progetto straordinario. Ispirazione che i Padri Carmelitani Scalzi di Arenzano (GE) stanno realizzando proprio all’interno del loro Santuario, dedicato al Bambin Gesù di Praga. Sto parlando della Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti. I Padri Carmelitani sono sempre molto attenti a questo tema e a quello dell’infanzia sofferente, tant’è che da anni ogni 28 del mese (giorno che richiama il 28 dicembre, memoria liturgica dei Santi Martiri Innocenti) ci si riunisce con loro in preghiera proprio per questa intenzione. Ora abbiamo la bella (e imperdibile) opportunità per aiutarli concretamente con un gesto di carità ed accelerare, così, le tempistiche per la realizzazione della Cappella. Diventerà, senza dubbio, un luogo importantissimo di preghiera: sia fisico (perché chiunque potrà recarvisi) sia spirituale (perché con il cuore, a qualunque ora del giorno o della notte, potremo affidare le nostre preghiere, intenzioni, speranze). Un punto di riferimento, insomma, per quella che possiamo a tutti gli effetti definire la teologia del valore della vita dei bambini non nati e di quelli che soffrono. La costruzione è già partita e la durata dei lavori dipenderà dai contributi che arriveranno.

“A Natale puoi”: un invito alla generosità

Una celebre pubblicità viene trasmessa accompagnata dall’inconfondibile motivetto “A Natale puoi”. Già, possiamo. Possiamo fare qualcosa di nuovo, di grandioso, di generoso. Non servono chissà che cifre. Ognuno sa quel che è in grado di donare. Ma l’importante è farlo, e farlo con il cuore. Luoghi sacri come la Cappella consacrata alla Mamma Celeste dei nostri bimbi “nati in Cielo” e di quelli sofferenti non sono ancora così diffusi. Mentre è assai alto il nome di persone coinvolte in tutto quello che essa rappresenta. E il Santo Natale è il momento propizio per aprire il cuore, non solo e non tanto il portafoglio spendendo per cose inutili, che lasciano un senso d’indifferenza e di vuoto nell’averle regalate o nell’averle ricevute. Il Santo Natale è il momento propizio per svuotarci del superfluo e accorgersi degli altri, delle difficoltà, delle fatiche, dei dolori degli altri. Gesù è nato proprio per questo. Facciamo nostro tale originalissimo dono! Partecipiamo e diffondiamo. Sarà molto più bello aver – e averci – dato tale opportunità piuttosto che scartare l’ennesimo pacchetto, magari contenente qualcosa che non è o non ci è piaciuto. Anche perché, c’è una cosa molto importante da ricordare: “il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).

Fabrizia Perrachon

P.S.: chi volesse donare, può farlo trasmettendo la propria offerta tramite il seguente IBAN: IT21D0760101400000000002170 intestato a Santuario del Bambin Gesù di Arenzano (già utilizzato da anni, per le offerte al Santuario di Arenzano. Consiglio di specificare nella causale il motivo della donazione).  Il sito ufficiale è: https://www.gesubambino.org/

Le date non sono mai casuali

Sono sempre stata convinta che le date, nelle nostre vite, non siano mai casuali. E sposo al cento per cento ciò che diceva San Pio da Pietrelcina: “Le coincidenze sono coincidenze. Ma c’è qualcuno lassù che organizza le coincidenze”.

Me ne rendo conto ogni giorno di più. Non solo nelle mie “coincidenze” ma anche in quelle di marito, figli, genitori, amici, ecc … Superstizione? Suggestione? Caso? Direi proprio di no! Direi un convinto “assolutamente no”! Non solo perchè non credo in nessuna di queste cose. Ma perchè c’è molto di più. C’è qualcosa di più. C’è Qualcuno di più. Amo dire che le “coincidenze” sono la firma di Dio, ossia il modo attraverso cui ci parla, nel quotidiano.

Attraverso cui comunica con noi. Attraverso cui vuole farci capire che non siamo soli ma che Lui c’è sempre. È con noi, accanto a noi. Anche se non lo vediamo. Anche se facciamo fatica ad accettare quello che succede. Anche se, a volte, saremmo tentati di gettare tutto al vento. Sogni, speranze, conquiste, persino noi stessi.

Pure in questo freddo mese di novembre ci sono delle coincidenze che accompagnano me e mio marito. Il giorno 27, in cui si ricorda la Medaglia Miracolosa, sarebbe stata la DPP (data presunta del parto) del nostro primogenito. Sarebbe dovuto/a nascere il 27 novembre 2012. Quando, rimasta incinta per la prima volta, ho calcolato la famigerata DPP e mi sentivo in una botte di ferro. Cosa può esserci di meglio che partorire in un giorno come quello?

Ma – lo sappiamo – Dio non ragiona così. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 8-9). Ogni anno, il 27 novembre, per noi non è solo il ricordo del meraviglioso pegno dell’amore di Maria Santissima per l’umanità. Per noi è la data in cui ricordare quanto siamo piccoli davanti al Signore. E quanto dobbiamo imparare a fidarci di Lui.

Il 27 novembre 2012 non tenevamo in braccio un/una neonato/a, eravamo in attesa del nostro secondo figlio. Un’attesa tutt’altro che semplice. Minaccia d’aborto immediatamente dopo aver fatto il test. Avrebbe potuto essere il secondo aborto spontaneo in sei mesi. Una gravidanza passata a pregare, e sperare. Una gravidanza con appoggiata sul pancione l’immagine di Don Silvio Galli, Servo di Dio salesiano di cui è in corso il processo di beatificazione, e nei cui atti, tra tante, c’è anche la mia testimonianza.

E quel 27 novembre, giorno quasi in sospeso. Per noi ma non per Dio. Un giorno in cui ricordare non una “nascita mancata” ma la rinascita. La nostra rinascita. La rinascita della nostra fiducia in Gesù e Maria. La stessa a cui siamo chiamati tutti noi, ogni giorno. Anche attraverso la voce del Padre, che ci sussurra il suo amore e la sua onnipotenza attraverso le date, le coincidenze, le “Dio-incidenze”, come tanti le definiscono.

In tutto questo, una “coincidenza” nella “coincidenza”. Qualche tempo fa abbiamo conosciuto una bellissima coppia di giovani sposi. Anche loro, come noi, con una creaturina nata direttamente in Cielo. Parlando, abbiamo scoperto che le DDP di queste nostre “gravidanze celesti” erano vicinissime. Possiamo dire quasi le stesse. Così noi mamme abbiamo deciso di pregare la novena alla Medaglia Miracolosa l’una per l’altra. L’una per le intenzioni del cuore dell’altra. Senza sapere esattamente quali sono. Il Cielo le conosce. Ed è questo che conta.

Ecco come le prove della vita si possono trasformare da tragedie senza senso (prospettiva del mondo) a occasioni di resurrezione (prospettiva del Cielo). Se ci fermiamo esclusivamente al muro del dolore, troveremo davanti a noi una barricata che non riusciremo a superare. Peggio della Muraglia cinese. Ma se ci affidiamo a Dio, se ci abbandoniamo a Lui, tutto sarà diverso. In noi e in chi ci è vicino.

Ed ecco perché dobbiamo riscoprire o imparare a leggere questi fatti, questi avvenimenti. Non come cultori della Smorfia napoletana ma come figli amati. Amati da un Padre che vuole il nostro Bene. Da sempre e per sempre. E che, se non capiamo in altro modo, ce lo dice anche così, attraverso le “combinazioni”.

Perché “Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. La mia parola non è ancora sulla lingua ed ecco, Signore, già la conosci tutta. Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano. Meravigliosa per me la tua conoscenza, troppo alta, per me inaccessibile. Dove andare lontano dal tuo spirito? Dove fuggire dalla tua presenza?” (Sal 139, 1-7).

Le date non sono mai casuali. Non vi fidate di me? Fidatevi di Dio! Non resterete delusi.

Fabrizia Perrachon

La differenza del e nel matrimonio

Nelle ultime settimane mi sono trovata, con mio figlio, a ripassare regole, definizioni e proprietà delle quattro operazioni matematiche. Quando siamo arrivati alla sottrazione, il termine differenza ha attirato la mia attenzione. Lo utilizziamo moltissimo nella vita quotidiana, in espressioni come “Che differenza c’è/fa?”, “Non capisco che differenza fa”, “Vogliamo fare la differenza”, “Non c’è alcuna differenza”, “A differenza di”, “La differenza tra te e me”, “Per me non fa differenza”, “C’è una bella differenza tra”, ecc …

Ma allora questa differenza, è solo il risultato di una sottrazione di qualcuno da qualcuno, di qualcuno da qualcosa o di qualcosa da qualcos’altro? È sempre e solo sinonimo del termine matematico “resto”? Oppure può essere qualcosa di più?

Sono convinta che la differenza, del e nel matrimonio, sia molto di più che il semplice risultato di un’espressione o di un’equazione. Nell’unione sponsale la differenza la fa il sacramento.

Non il semplice patto tra persone, quasi fosse un accordo esclusivamente economico, materiale e di comodo. È l’alleanza tra un uomo, una donna e Dio, tra un “noi” e “Lui”, tra “noi” e “Te”. Dove il “noi” non è semplicemente un “io+io” o un “tu+tu” ma un mistero di unione fisica e spirituale che riceve una benedizione enorme, duratura, forte. La differenza è Cristo!

La differenza è che “Non è bene che l’uomo sia solo” (Gn 2, 18). La differenza è che “voglio fargli un aiuto che gli corrisponda” (Gn 2, 18). La differenza è che io senza di te sono meno che io con te. La differenza è che insieme siamo più che “1+1”, siamo una potenza, una potenza non solo matematica ma di cuore, di corpo, di anima. La differenza è che un uomo e una donna diventano l’immagine dell’amore di Dio.

Differenza che senza la benedizione del sacramento troppe volte si sgretola, si spezza, si deteriora, si consuma. Insinuando dubbi che il matrimonio sia realmente una cosa bella, che vale la pena fare o per il quale vale la pena lottare. Rompendo le speranze di quanti ci credevano. Ferendo il cuore, non solo umano ma anche quello divino.  

Certo, potrete obiettare, anche sposi cristiani di dividono. Purtroppo accade, non possiamo negarlo. Ma siamo pienamente consapevoli di che cosa significhi “sposarsi in Chiesa”? Lo facciamo per convenzione sociale, per assecondare qualcuno o perché siamo autenticamente liberi e consapevoli della scelta? Sappiamo che senza la nostra partecipazione la Grazia non compie il miracolo? Sappiamo che senza la fede quella benedizione, non accolta nell’intimo, non può fare ciò che non facciamo noi? Come affermava Sant’Agostino: “Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te “(Sermo CLXIX, 13).

Siamo, dunque, ancora convinti che “Non c’è alcuna differenza” tra un’unione esclusivamente umana ed una arricchita, abbellita, adornata dal divino? Davvero ci poniamo ancora la domanda “Che differenza c’è/fa?” tra un matrimonio civile e uno religioso? Siamo ancora del parere che “Per me non fa differenza”, basta che due persone si vogliano bene? Altrettanto, sappiamo essere misericordiosi e non giudicare, affermando che “La differenza tra te e me” è che siamo sposati in chiesa e voi no? Oppure che “A differenza di” io sono bello e bravo e tu sei brutto e cattivo? Non possiamo promuovere la Verità accantonando la carità.

Un caro amico sacerdote me lo ha ripetuto più volte che nel dire la verità del Vangelo bisogna sempre usare modalità adeguate e un atteggiamento mite e cordiale perché non sempre siamo pronti ad accogliere la verità nuda e cruda. E sbatterla in faccia provocherebbe l’effetto contrario. Questo non significa che dobbiamo tradire, sovvertire o travisare la Parola ma diffonderla con dolcezza perché “uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23, 8).

Il più delle volte è l’esempio a dire più di mille parole. Quasi sempre fa più la testimonianza di tanti discorsi. Non solo perché “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ma perché il Vangelo fatto carne tocca veramente i cuori. Anche quelli più induriti. Come magistralmente ha scritto San Paolo: “Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3, 22-24). La differenza, ben prima e ben più di noi, la fa il Signore. Noi possiamo farla se, e solo se, rimaniamo in Lui e noi il Lui. Il noi sponsale, il noi più grande, il noi più bello!

Fabrizia Perrachon

Nella salute e nella malattia. Quando l’amore sponsale è chiamato a qualcosa di più

Una formula solenne che va oltre le parole

Chiunque abbia assistito a un matrimonio cattolico conosce la formula dello scambio delle promesse, in cui gli sposi dichiarano:

«Io accolgo te [nome], come mia/mio sposa/sposo. Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita».

Tuttavia, spesso la forte emozione di quel giorno rischia di ridurre questa formula a parole ripetute meccanicamente. In realtà, queste frasi contengono un impegno profondo e rivoluzionario che merita tutta la concentrazione e la preghiera possibile, perché un giorno “nella malattia” potrebbe bussare davvero alla porta.

Un’esperienza personale: quando l’amore diventa sostegno concreto

Recentemente, mi sono fermata a riflettere su questo impegno grazie anche a un episodio personale. Un mese fa, un forte mal di schiena mi ha immobilizzata a letto per giorni. In quei momenti difficili, il supporto di mio marito è stato fondamentale: mi aiutava ad alzarmi dal letto, mi accompagnava in bagno, mi vestiva, preparava i pasti, e si assicurava che avessi tutto ciò di cui avevo bisogno. Questi gesti, che possono sembrare banali nella quotidianità, sono diventati la dimostrazione tangibile dell’amore che va oltre le promesse.

“Nella salute e nella malattia”: il vero metro dell’amore

Il supporto reciproco nei momenti di difficoltà è il cuore dell’amore sponsale. Se non c’è solidarietà quando uno dei due è vulnerabile, come possiamo affermare di essere una cosa sola? Gli acciacchi e le difficoltà, sia fisiche che psicologiche, mettono alla prova ogni coppia, e la tentazione di scappare è sempre in agguato. Tuttavia, la formula nuziale ci ricorda che la promessa viene fatta “con la grazia di Cristo”. Questa forza divina è ciò che ci permette di rimanere, di agire e di sostenere l’altro anche nei momenti più bui.

L’esempio di Maria sotto la croce

Il Vangelo di Giovanni ci mostra un esempio di amore autentico e perseverante: “Maria stava sotto la croce” (Gv 19, 25). È l’immagine dello stare presente, del rimanere nonostante il dolore. Questo è l’amore a cui ogni coppia è chiamata. La vita matrimoniale non sarà sempre una passeggiata; ci saranno giorni difficili e momenti in cui la tentazione di abbandonare sembra più facile. Ma rimanere è una scelta consapevole e coraggiosa.

Non un segno di debolezza, ma di forza

Restare accanto al proprio coniuge nella malattia o nelle difficoltà non è segno di debolezza, ma di forza. Significa agire per amore, senza rassegnazione. È una promessa che si realizza ogni giorno, anche quando le circostanze sembrano remare contro. È in quei momenti che la benedizione del sacramento del matrimonio ci dona un “surplus” di coraggio, di pazienza e di forza.

Una metafora dal passato: la leggenda del “barbuto” di Praga

Un’immagine potente di questa resistenza e unione nella difficoltà ci viene dal “barbuto” sul muraglione del Ponte Carlo a Praga. Quando le acque del fiume Moldava salivano fino alla sua barba, era segno che l’inondazione era imminente. Similmente, “con la grazia di Cristo”, gli sposi sono dotati della forza necessaria per affrontare insieme le prove della vita, non per fuggire, ma per superarle e uscirne ancora più uniti.

Conclusione: l’amore che cresce nella prova

Gesù ha detto: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 6, 10). Questo principio è particolarmente vero nel matrimonio. Solo restando accanto al proprio coniuge nei momenti di fragilità, si riesce a godere appieno dei momenti di gioia e salute. Il matrimonio è una palestra in cui l’amore viene allenato, fortificato e reso più profondo proprio nelle sfide che la vita ci presenta. L’unione che si rinsalda nella prova è un “noi” che esce più forte. La promessa matrimoniale non è un semplice impegno, ma una scelta di vita che, sostenuta dalla grazia divina, diventa l’essenza stessa dell’amore.

Fabrizia Perrachon

Un anno da blogger

Da diversi anni, ormai, tutti sentiamo parlare di blog e di blogger. La definizione che ne dà l’Enciclopedia Treccani online può aiutarci a capire meglio chi è davvero un/una blogger: “L’autore di un blog, ossia la persona che mantiene e aggiorna un (v.). Con la crescita della (v.), nell’ultimo decennio questa tipologia di scrittore ha goduto di un periodo di grande fortuna, tanto da essere considerata significativamente innovativa dal punto di vista della comunicazione e dei rapporti sociali. La semplicità con cui un b. può operare nella sua funzione è stato uno dei fattori che hanno portato alla diffusione a macchia d’olio della pratica del (v.). I b. riportano sul loro sito contenuti personali, informativi, discutono temi specifici e di attualità”.

A inizio novembre 2023, esattamente un anno fa, partiva la campagna di pre-ordine del mio libro “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”. Iimmediatamente, la nostra cara amica Simona Arcidiacono (anche lei facente parte della “squadra” di matrimoniocristiano.org nonché conduttrice su Radio Maria del programma “Dio che progetti hai per noi”) mi contattò sui social invitandomi a seguire un blog sul matrimonio.

Fu così che conobbi Luisa e Antonio e quest’ultimo, a stretto giro, mi invitò a scrivere per questo loro progetto così bello, così grande e già così collaudato. Fu per me una sorpresa – e insieme – un onore enorme ricevere immediata fiducia.

Oggi, dunque, posso dire che è trascorso il mio primo anno da blogger, un anno in cui sono cresciuta moltissimo. Ho imparato moltissimo. Ho conosciuto moltissimi fratelli e sorelle nella fede con disparati carismi.Tutti che lavorano nella vigna del Signore. Vogliono far scoprire al mondo quanto è bello amarsi in Cristo. È magnifico vivere l’autenticità della famiglia insieme all’essere cristiani. Si prova a essere testimoni di una resurrezione possibile. Questa resurrezione è vera e concreta, emergendo dalle macerie di una società sempre più sgretolata e sgretolante.

Che meraviglia poter far parte di tutto questo. Attraverso gli altri scopro cose di me che non sapevo. Scopro anche cose che avevo dimenticato. Questo è il sostegno reciproco. Provare a fare il bene gratuitamente, nella certezza promessa da Gesù: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo” (Lc 6, 38).

Essere blogger non è un passatempo, per me. È un impegno verso il quale convoglio tutte le mie energie. So bene che sono in cammino, come tutti noi. Essere blogger non vuol dire impartire una lectio magistralis da chissà quale cattedra. Significa mettersi in gioco, per primi. Si invita a riflettere insieme, a pregare insieme, a costruire insieme qualcosa di bello. Vale la pena dedicare non solo cinque o sei minuti alla lettura, ma anche un tempo di qualità durante tutta la giornata, la settimana o, perché no, persino un periodo più esteso.

Quando scrivo un articolo, chiedo sempre ispirazione allo Spirito Santo. Egli mi guida nella scelta dell’argomento, del contenuto e della forma. Penso costantemente a quanti leggeranno le mie parole. So bene che impiegheranno momenti preziosi. Essere blogger, per me, è una cosa seria! E quando mi chiedono perché lo faccio, dato che a livello economico non ci “ricavo” nulla, rispondo che non è il riscontro immediato che mi interessa. Il poco che faccio sarà sicuramente vagliato dalla valuta più importante: quella del Cielo. Questa valuta non funziona con le logiche economiche a cui solitamente siamo abituati ma secondo il “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 7).

Il blogger cattolico, in ultima analisi, cerca di elevare i propri articoli dalle banalità e dalle volgarità che troppo spesso invadono i social. Lo scopo è fornire uno spunto e lanciare un sassolino per favorire la riflessione spirituale. Il blogger tiene ben in mente che anima e corpo, cammino spirituale e cammino terreno non sono dimensioni slegate o a se stanti. Queste dimensioni viaggiano costantemente assieme e quindi, come tali, vanno sempre viste in un’ottica d’insieme.

Al blogger cattolico, certo, serve una buona dose di coraggio. Deve onorare, innanzitutto, le Verità di fede. Questo, molto spesso, si colora d’impopolaritá. Va a scontrarsi con le logiche del mondo. Queste logiche non devono mai, e sottolineo mai, essere un freno, un deterrente, uno spauracchio. Bisogna andare oltre i like e gli apprezzamenti temporanei. Per quanto possano far piacere, non pagano nel lungo periodo. Bisogna cercare di portare la Parola a noi stessi e agli altri. Magari si può facilitare la sua applicazione nella quotidianità, ma senza mai stravolgerla o tradirla.

Quello che scrive un blogger cattolico, insomma, non è solo teoria ma anche pratica, per aiutare se stesso e gli altri e vivere un’esistenza più piena e autentica, più degna di svolgersi sotto il cielo ma con lo sguardo costantemente rivolto al Cielo, come insegnano San Giovanni Bosco e (l’ormai prossimo santo) Carlo Acutis.

Il blogger cristiano può fare la differenza. Sostenete ciascuno di noi in questa missione attraverso le vostre preghiere. Sentendoci reciprocamente parte di quella meravigliosa, unica famiglia che è la Chiesa Cattolica!

Fabrizia Perrachon

Usiamo la zucca: scegliamo la Luce! (a cominciare dalla famiglia)

31 ottobre, vigilia di due ricorrenze liturgiche (e sociali) importantissime: la solennità di Tutti i Santi (1° novembre) e il ricordo dei defunti (giorno 2). Giorni carichi di significato, ricordi, preghiere, visite al cimitero, commemorazioni. Forse a molti sembrano due giornate stridenti, in contrapposizione, ma in realtà non è così. Sono due feste strettamente collegate, che hanno senso una insieme all’altra, una in funzione dell’altra.

La santità non è forse la meta a cui tutti siamo chiamati? E non si compie, pienamente, solo dopo la morte? Non è forse vero che la vita su questa terra è solamente un passaggio in vista della Vita eterna? E che morire a questa esistenza significa nascere al Cielo? I Santi vengono ricordati, tranne rare eccezioni, proprio in quello che è chiamato dies natalis. Ossia il giorno in cui sono nati definitivamente in Paradiso. Giorno in cui più non si muore, “l’ottavo giorno”, come viene definito. Il giorno in cui si è accolti dall’abbraccio definitivo del Padre. L’abbraccio inizia nel momento del concepimento. Si dispiega, in tutta la sua potenza e bellezza, quando l’anima giunge da Lui.

Ci ha detto Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi.  E del luogo dove io vado, conoscete la via” (Gv 14, 2-4).

La santità non è per pochi eletti ma per ciascuno di noi. In modi differenti, percorrendo strade differenti, attraverso vocazioni differenti. Però è per tutti, altrimenti l’intera fede cristiana non avrebbe senso. San Francesco ha detto parole illuminanti: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”. La santità è per la coppia. È per le mamme e i papà. È per i nonni e per i figli. È per i single, per i vedovi. Ed è per i sacerdoti. È anche per i religiosi e per le religiose, ecc… La santità è per tutti e per ciascuno, qualunque sia il nostro stato civile, qualunque sia il nostro passato. La santità guarda al presente, all’oggi del dono e dell’impegno. E guarda al futuro, della speranza e della certezza.

E la morte? La morte, umanamente, fa paura. È il distacco, la perdita, la parola stop. Ma, se vista nella prospettiva di fede, è soltanto il passaggio necessario per il compimento di quella meta – la santità appunto, ossia l’unione definitiva con Dio – per la quale siamo stati creati. E cui il Signore chiama, per cui il Signore ci sostiene e ci accompagna nel tempo della vita terrena.

La morte non è la fine di tutto ma il nuovo inizio, senza più fine, con Dio. Ci ritroveremo con quanti abbiamo condiviso l’esistenza. Saremo con i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori della fede: i Santi! La santità, certo, bisogna volerla. Bisogna lavorarci e pregarci su. Bisogna amarla e perseguirla anche, e nonostante, le fatiche, le cadute, i dubbi e le difficoltà che possono farci – a volte – rallentare.  

Mi ha sempre molto colpito il Messaggio che la Madonna a Medjugorje ha dato poco più di quindici giorni prima del fatidico 11 settembre 2021, in cui ci ha detto: “Cari figli, oggi vi invito tutti a decidervi per la santità. Figlioli, che la santità sia sempre al primo posto nei vostri pensieri e in ogni situazione, nel lavoro e nei discorsi. Così la metterete in pratica un po’ alla volta e passo per passo entrerà nella vostra famiglia la preghiera e la decisione per la santità. Siate veri con voi stessi e non legatevi alle cose materiali ma a Dio. E non dimenticate, figlioli, che la vostra vita è passeggera come un fiore”.

Dunque, usiamo la zucca (ossia la testa, il cervello): scegliamo la Luce, a cominciare dalla famiglia! A maggior ragione in questi giorni nei quali il mondo, con le sue lusinghe, attira molti verso le tenebre. Tenebre mascherate da giochi, travestimenti e formulette che sembrano innocenti ma non lo sono. Padre Amorth e molti altri sacerdoti ed esorcisti ci hanno messo in guardia, più e più volte. Distinguiamoci. Non omologhiamoci alla massa. Decidiamo da che parte stare. Pensiamo alle parole con cui si apre il Vangelo di Giovanni: “La luce splende fra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

Conviene accettare la Luce. Desiderare di scoprire e rimanere nella Luce. Vivere nella Luce (innanzitutto e specialmente con il coniuge). Educare i nostri figli alla Luce. Diffondere attorno a noi quanto è bello godere di questa Luce. Senza vergogna, anzi, gioendo nell’averla scoperta. E, come disse Maria Santissima nel Messaggio del 25 giugno 2006: “Sappiate, figlioli, non vi pentirete né voi, né i vostri figli. Dio vi ricompenserà con grandi grazie e meriterete la vita eterna”.

Fabrizia Perrachon

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo

Dodici anni e mezzo fa, mio marito ed io abbiamo affrontato la prova dell’aborto spontaneo. Allora, era qualcosa di cui si parlava pochissimo. Ancora oggi, in parte, è così anche se molto sta cambiando. Ogni giorno di più mi rendo conto di come questo tabù si stia sgretolando, portando splendidi frutti di speranza e resurrezione. Ho scritto nel mio libro[1]: “quella che dovrebbe essere la culla più accogliente e sicura dell’universo diventa la tomba di una vita spezzata”.

Le donne, le mamme che perdono spontaneamente una creaturina vivono dei forti sensi di colpa. Affrontano sentimenti contrastanti di devastazione, rabbia, impotenza. Inoltre, provano tristezza, smarrimento e incomprensione. Pure io ho provato tutto questo. Se ci si ferma davanti ad essi, poco succederà. Ancor peggio, se ci si nasconde dietro la trincea del dolore, nulla accadrà. O meglio, quel “lutto invisibile” sarà ancor più difficile da elaborare e superare.

Ricordo bene i giorni dopo il raschiamento. In quei giorni, cercavo informazioni che non conoscevo. Non ne avevo mai sentito parlare. Nessuno me le aveva mai dette. Anche se alcuni amici – purtroppo – avevano già perso i loro piccini, si comprende davvero nel profondo una simile sofferenza soltanto quando la si attraversa. Quanto tempo ci ho messo per mettere insieme i pezzi! Non solo quelli della mia anima. Anche tutte quelle cose umane, più o meno impattanti, che sono fondamentali per affrontare la morte prenatale.

È stato come mettere insieme le tesserine di un puzzle. Una dopo l’altra, sono riuscita ad avere un’idea della situazione. Mi sono detta: che disastro! Come può essere che sia lasciato tutto così, quasi al caso? Com’è possibile che si parli così poco, e male, dell’aborto spontaneo? Perché tutta questa mancanza di sensibilità e di empatia? Perché la paura, assordante e accecante, di parlarne?

Tutte domande che hanno avuto una risposta nella fede e nella speranza cristiana. Queste sono domande non solo mie, non solo nostre. Riguardano tutti i genitori che provano cosa significhi dire addio a un figlio ancor prima di conoscerlo. Domande che non cadono nel vuoto ma vengono raccolte e portate all’altare del Cielo e alle quali Dio risponde.

Magari non subito. Però non restano mai inascoltate. Se ci sembra che sia così, è perché stiamo sbagliando noi la sintonizzazione. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55, 8).  Sono dovuti passare dodici anni prima che il Cielo mi aiutasse a rendere realtà l’ispirazione, in moto che, fin da allora, avevo nel cuore: aiutare quanti fossero passati o stessero passando sullo stesso cammino.

Passi di sofferenza, certo, così come di speranza. Non l’attesa passiva che un generico qualcuno faccia qualcosa. Ho la certezza che quel Qualcuno sta già operando nella mia vita. Questo è sempre per un disegno di Bene più grande, nel tempo di questa vita e di quella eterna.

Donare per amore e con amore è sempre la scelta giusta. Mio marito ed io avremmo potuto tenere nostro figlio Chicco solo per noi; ma allora non si sarebbero compiute le parole di Gesù: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Parole che abbiamo sempre, fortemente, sentito nostre, nella la missione di annunciare al mondo la necessità di parlare di bambini non nati e aborto spontaneo nell’ottica della speranza e della fede cristiana. Siamo una coppia come tante, due genitori come tanti, che cercano di portare la propria testimonianza per far capire che “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1, 37) . Lo facciamo raccontando ciò che ci è successo ma, soprattutto, la meraviglia del compimento della promessa di Dio. Che esiste per tutti e per ciascuno. Da sempre e per sempre.

Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre  […] Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi; erano tutti scritti nel tuo libro i giorni che furono fissati quando ancora non ne esisteva uno” [Sal 139, 13 e 15-16).

Tutto ciò non può essere che Grazia, esclusiva opera della Provvidenza, che agisce in modi misteriosi ma potenti, onnipotenti. Da una sofferenza silenziosa, e quasi nascosta, a un movimento in costante crescendo per far capire, finalmente, al mondo il valore dei bambini non nati e la loro importanza. Tanti genitori sono passati e stanno passando attraverso l’aborto spontaneo. Usciamo dal silenzio, insieme! Facciamo sapere al mondo che questo lutto esiste, che è doloroso, che va compreso, va ascoltato, capito e consolato. Dobbiamo avere la forza e il coraggio di parlarne perché aiuteremo chi ha bisogno di un abbraccio, di un sorriso, di uni sguardo di empatia e di compassione ciò di “patire con”, di “soffrire con”.

Crema (CR), Chiari (BS), Ancona, Arenzano (GE), Sauze di Cesana (TO), Castel del Piano, Verona, Rutigliano (BA), la Scuola Nuziale sono solo alcune delle tappe di questo cammino di testimonianza che è possibile solo se lo percorriamo uniti. Come un’unica grande famiglia che ha compreso il valore della vita dal concepimento. Un cammino che vi aspetta, a braccia aperte. Un cammino al quale il Signore chiama tutti e ciascuno perché il Regno dei Cieli è dei piccoli.

Abbattere il tabù dell’aborto spontaneo si può. Anzi, insieme, lo stiamo già facendo. Con la benedizione e la presenza online di Don Francesco Buono, abbiamo aperto una chat di speranza. Questa chat è per chi desidera condivisione, un gruppo nel quale e con il quale parlare, supporto dopo la morte prenatale da aborto spontaneo, diffusione di informazioni e iniziative di preghiera specifiche in tutte Italia. Chat che è disponibile a questo link. E non finisce qui. Con l’aiuto di Dio siamo solo all’inizio!

Fabrizia Perrachon


[1] “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice, disponibile nelle librerie fisiche e online, nel sito della casa editrice e su Amazon a questo link https://amzn.eu/d/h8EK3sj

Quella coppia a Parigi

La Ville Lumière, che città! Parigi offre mille luci e mille contrasti. C’è tanta bellezza ma anche tanta povertà. Il lusso sfrenato convive con periferie disagiate. In questa città ci sono sogni, desideri, promesse e romanticismo. Tuttavia, ci sono anche violenze, dissenso e problemi d’integrazione.

Parigi è tutto e il contrario di tutto. È come un nome che, da solo, evoca per antonomasia la città degli innamorati. Mio marito ed io ci siamo stati più volte. Indubbiamente è una metropoli che attrae e che nasconde grandi tesori spirituali sotto la scorza di capitale chic. Questi tesori sono spesso taciuti e nascosti. Un esempio è la Cappella della Medaglia Miracolosa situata a Rue du Bac 140. All’esterno, passa quasi inosservata ma, all’interno, dispiega i tesori della Grazia immensa del passaggio di Maria nel 1830.

Parigi, quindi, non è solo Mouline Rouge e vita notturna ma anche preghiera e fede. Pensiamo all’adorazione perpetua – sì, h24! – che nel silenzio continua da decenni a Montmartre, nella Basilica del Sacro Cuore di Gesù, a cui è possibile prendere parte registrandosi a questo link.

Parigi rappresenta anche il vero amore. È un amore basato sulla roccia che è Cristo. Abbiamo potuto vederlo con i nostri occhi. Qualche anno fa, il giorno del nostro arrivo in città, avevamo trovato la Santa Messa serale presso l’Eglise de la Sainte-Trinité. Siamo entrati e ci siamo accomodati nella navata laterale, pronta per la celebrazione. Non ci siamo posizionati nei primi banchi, ma un po’ verso il fondo. Questo ci ha permesso di assistere a qualcosa che mi ha colpito molto. Questa esperienza è rimasta impressa nella mia memoria.

Pochi minuti prima dell’inizio è arrivata una ragazza. Lei si è diretta verso un banco. Era più avanti rispetto a quello dov’eravamo seduti mio marito, mio figlio ed io. Nel banco era già seduto un ragazzo. Non appena lui ha visto lei, si sono scambiati uno sguardo bellissimo, carico d’affetto. Dopo essersi seduti vicini, si sono teneramente abbracciati. Hanno scambiato gesti (preghiera del Padre Nostro, momento della pace) e sguardi dolcissimi ogni qual volta fosse loro possibile. Non parlavano. Quindi, non si disturbavano o disturbavano altre persone. Si dicevano tutto con gli occhi e con quella gestualità. Che gioia, che meraviglia essere stati spettatori di un amore così potente, bello e vissuto alla sequela di Cristo! I loro sguardi e la loro tenerezza emanavano un profumo di Cielo, santamente invidiabile, o meglio, santamente imitabile!

Non abbiamo mai saputo se fossero fidanzati o già sposati. Non li abbiamo conosciuti né mai ci abbiamo parlato. Tuttavia, il loro è stato un gran bell’esempio. Era un esempio di una relazione uomo/donna vissuta nell’ottica “noi con Dio”. Questo è stato dimostrato dalla loro presenza a quella Santa Messa feriale alla sera. Magari erano al rientro dal lavoro o in partenza per un turno notturno, chissà… . Molte volte mi sono tornati alla mente. Mi sono detto: “Come sarebbe bello se la maggioranza delle coppie fosse così!”.

Ho immaginato molte volte la loro vita insieme. Le loro giornate sono scandite dalla partecipazione così dolce e vissuta alla Santa Messa. Chissà, forse sono referenti di qualche corso matrimoniale. Oppure fanno parte di qualche associazione per le famiglie. Chi può dirlo! Vero è che diversi percorsi per coppie sono organizzati in quella Chiesa. Questo l’ho scoperto soltanto ora. I percorsi sono per tutte le tipologie e i momenti che si possono vivere in due. Includono dal fidanzamento al post-matrimonio, fino alla fedeltà oltre la separazione. Potete dare un’occhiata direttamente sul sito ufficiale.

Quello che posso dire con certezza è che ho pensato e penso spesso a loro. Sono persone sconosciute e mai più riviste, eppure così vicine nella condivisione della fede all’interno della coppia. La tenerezza di quanto si sono scambiati, tra loro e con Nostro Signore, è stato qualcosa che anche mio marito ed io abbiamo voluto rafforzare. Vogliamo portare avanti questo sentimento con ancora maggior slancio. La potenza dell’unione sponsale, benedetta dal sacramento del matrimonio, è qualcosa di bellissimo e magnifico. Non solo per i due ma per la Chiesa intera, essendo la dimostrazione visibile dell’amore di Dio per l’umanità.

Il nostro esempio può essere positivo oppure negativo. Questo ha un impatto non indifferente su quanti ci conoscono. Influenza anche chi ci è vicino o ci osserva, pur senza sapere chi siamo. Quanta responsabilità in questo! Curare l’unione con il proprio fidanzato o la propria fidanzata è un diritto/dovere imprescindibile. Lo è anche con il proprio marito o la propria moglie. Questo è necessario se si vogliono fare “le cose fatte bene”. Bisogna avere un’ottica cristiana di fede, carità e speranza sponsale. Guardate cos’è scaturito da un gesto di puro affetto di tanti anni fa! Riflettiamoci e cerchiamo di fare anche noi come quella coppia a Parigi.

Fabrizia Perrachon

“L’Onda di luce” del 15 ottobre

Molti sanno che il 15 ottobre si ricorda la grandissima Santa Teresa d’Avila, riformatrice del Carmelo e dottore della Chiesa. Tuttavia, forse in pochi sanno che il 15 ottobre è anche la giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale.

Leggiamo nel libro del profeta Isaia un passo potente, emozionante: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato”  (Is 49, 15-16). La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è nata in un contesto completamente laico. Tuttavia, si può arricchirla di speranza cristiana. Questa è un’attitudine, oltre che una virtù. Mi piace definirla come il compimento della promessa di Dio. Non è un’attesa passiva in cui si aspetta che qualcuno faccia qualcosa. È la certezza che quel Qualcuno sta già operando per un Bene maggiore in questa vita e nell’eternità. Concretamente che significa?

Dobbiamo fidarci del Padre anche quando ci sembra difficilissimo. Lo facciamo anche se è dolorosissimo e impossibile. È proprio attraverso le ferite che filtra la luce. È la stessa luce del mattino di Pasqua. Questa luce è passata attraverso i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi di Gesù.

Umanamente, poi, significa che i primi a dover parlare di queste creature sono i loro genitori. Siamo noi genitori a essere testimoni di un amore che non finisce nelle poche settimane o nei pochi mesi di una gravidanza che non è giunta al termine. Questo amore, trasfigurato e rafforzato, scavalca i limiti e i confini del tempo. Lo fa per come lo conosciamo in un’ininterrotta cordata tra Cielo e Terra.

Da un lato, un certo tipo di propaganda vorrebbe vendere come “diritto” il poter scegliere di spegnere la vita nel grembo, più o meno consapevolmente. Dall’altro lato, migliaia di genitori soffrono per un figlio che vola direttamente Lassù dal pancione della mamma. L’aborto spontaneo, purtroppo, è ancora un tabù. Se ne parla pochissimo. Quello che fa più male è il silenziatore attorno ai bambini non nati. Essi sono persone a tutti gli effetti e portano impresso il sigillo del Creatore: l’anima immortale.

Grazie a Dio negli ultimi mesi mio marito ed io, genitori di Chicco in Cielo, possiamo affermare con gioia che qualcosa si sta muovendo … eccome! Non solo se ne parlerà a gennaio nella Scuola Nuziale. Sempre più coppie, famiglie e sacerdoti esprimono il grande desiderio di fare qualcosa per aiutare chi ci è passato, o chi ci sta passando. C’è anche il desiderio di valorizzare – finalmente – queste creature. Il loro grandissimo numero non può più essere ignorato né dalla Chiesa né dalla società civile.

Quella che ho definito come “cultura prenatale”, insomma, non si è soltanto definitivamente avviata. Sta finalmente suscitando quel cambiamento al quale personalmente auspichiamo da oltre dodici anni. Ossia da quando la fatidica frase Non c’è più battito ha cambiato completamente le nostre vite. Pur nella certezza che il Signore non ci stava togliendo un figlio ma ce lo stava donando in maniera differente.

La giornata internazionale della consapevolezza del lutto prenatale è un’occasione particolarmente favorevole. Permette al mondo di comprendere l’importanza di parlare di questi bimbi e queste bimbe. Non è certo tacendo che si può eliminare il loro passaggio su questa terra. Soprattutto, non si può eliminare il loro essere vivi nel Cuore di Dio. Quel Padre Buono che li ha voluti e chiamati a Sé così presto. Questa Volontà, umanamente difficile da accettare e misteriosa, ha un ruolo determinante nella Comunione dei Santi e nell’economia della salvezza. Se anche non parlo di qualcuno, insomma, questo non significa che quel qualcuno non esista.

Ecco, la giornata del 15 ottobre serve proprio a questo: fermare la frenesia di una società perennemente di corsa e farla rallentare. La giornata invita a pensare a queste esistenze silenziose. Sono così preziose per i loro genitori e le loro famiglie. Sono preziose per l’intera umanità.

Uno dei gesti più semplici ma insieme più concreti di questa giornata è la cosiddetta Onda di Luce, a proposito della quale ho scritto nel mio libro (“Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”, Tau Editrice):

Un gesto molto significativo da compiere il 15 ottobre è quello chiamato “Onda di luce” e consiste nell’accendere una candela alle ore 19:00 e mantenerla per un’ora: ovunque ci si trovi, seguendo i fusi orari, questa scia luminosa brillerà dunque per ventiquattro ore e renderà visibile ciò e soprattutto chi è invisibile, aiuterà non soltanto a capire che i bambini non nati sono e devono essere parte costituente della società ma anche a far sentire meno soli quanti piangono una simile scomparsa”.

Alle candele accese non facciamo mancare una preghiera, una Santa Messa, un momento di raccoglimento. Quella luce, quindi, non sarà solo una fiammella che, dopo aver brillato, si spegnerà. Sarà un bagliore di Vita e Verità in un mondo sempre più buio. Questo mondo ha sempre più sete e fame di Dio. Solo così l’Onda di luce acquisterà il senso più bello e pieno. Accenderà i cuori non soltanto in una sera d’autunno. Continuerà per sempre, fino a ritrovarsi Lassù. Questi figli sono prima di essere nostri, figli di Dio.

Fabrizia Perrachon

Signore fa di me uno strumento. La preghiera di San Francesco in chiave sponsale

Siamo alla vigilia del quattro ottobre. È il giorno in cui la Chiesa celebra uno dei suoi più grandi Santi. Si tratta del Patrono d’Italia: San Francesco. Il poverello d’Assisi, come a volte è chiamato, è davvero un esempio mirabile di umiltà. È anche un esempio di fedeltà, pace, fratellanza e amore a Dio. Ha una concezione talmente rivoluzionaria di attenzione per il creato e per il Creatore che, forse, non riusciamo a comprenderlo pienamente nemmeno noi. Siamo uomini di ben ottocento anni dopo. Pur avendo tutto, forse non abbiamo capito ancora niente di quello che è riuscito a comprendere lui del Cielo. Ma anche della Terra.

Parlare di San Francesco vorrebbe dire aprire un trattato teologico. Non ne ho minimamente le competenze. Ciò che, semplicemente, desidero condividere con voi è qualche riflessione alla luce della Grazia che ho potuto vivere poche settimane fa. Per impegni di testimonianza sull’aborto spontaneo e i bambini non nati, sono riuscita ad andare nuovamente ad Assisi con mio marito.

Dico questo perché è la quarta volta che, insieme, torniamo in questo luogo sacro meraviglioso. In questo luogo, si può assaporare la spiritualità di un genio nella fede. Mi piace definirlo un genio che dona a piene mani a chiunque visiti questo paese umbro.

E siccome San Francesco parla al cuore di ciascuno di noi, ecco che possiamo analizzare in chiave sponsale la sua nota “Preghiera semplice”. Che in realtà non è sua. Trattasi in di una preghiera scritta nel ‘900, ma che riassume benissimo la sensibilità e la fede del santo. un Questa preghiera esordisce con l’invocazione “Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace. Non è forse il primo grande compito che si trovano ad affrontare marito e moglie?  L’armonia di coppia non è forse quel tesoro nascosto? Si può vivere in pienezza solo se la casa è costruita sulla roccia. Questa roccia è Cristo. La pace vera, nella coppia, non è l’assenza di problemi. È la duplice certezza di poter contare sull’altra metà e – insieme – su Gesù. La pace, già: parola usata e abusata. È cantata e strumentalizzata anche da chi non sa nemmeno cosa sia veramente. Viene usata come bandiera di un finto buonismo. Viene usata per un pacifismo esclusivamente di facciata. D’altronde ci aveva già avvisato Gesù, dicendo: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14, 27). Marito e moglie possono, anzi devono, anelare a essere strumenti della pace del Cielo. Questa pace diventa pace terrena nella fiducia che anche le cose più difficili possono diventare realtà. La pace deve irradiarsi anche verso i figli, i genitori e quanti stanno attorno alla coppia. Solo così, la coppia può dimostrare la solidità di un amore costruito nel Signore.

“Dove è odio, fa ch’io porti amore. Dove è offesa, ch’io porti il perdono. Dov’è discordia, ch’io porti l’Unione.” Amore, perdono e unione sono i cardini del matrimonio! Potremo definirli la “Trinità sponsale” ossia ciò che rende non solo possibile ma vivo e vero il sacramento. Non è forse vero che per amare bisogna perdonare e che solo attraverso questo binomio ci può essere unione autentica? Non per forza, nella coppia, si è chiamati a perdonare gravi torti o tradimenti. A volte basta un banale litigio per il dentifricio o la tovaglia. Questo può graffiare l’unità familiare e la pace dei cuori. Ecco allora che la fede ci offre strumenti utilissimi di accoglienza e mediazione. Questi strumenti tra noi e la nostra metà sono in grado di superare le piccolezze della vita. Ci permettono di guardare al bene più grande. “Non sono più due ma uno”. L’Unione sacra e sposale del matrimonio appunto.

“Dov’è dubbio fa ch’io porti la Fede, dove è l’errore, ch’io porti la Verità, dove è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dove è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce”. Quante volte un coniuge deve aiutare l’altro nel cammino, come singolo e come metà della stessa parte! Non sempre si viaggia spediti e paralleli. Alcune volte la vita, l’infanzia e il passato causano disallineamenti nella coppia. La maturazione personale e spirituale può fare lo stesso. Se il sacramento è vissuto con piena coscienza, però, per un certo periodo uno dei due potrebbe dover “trainare” l’altro. Questo avviene per riportarlo vicino alla Verità che è il Signore. Dunque un marito può essere esempio di fede per la moglie. La moglie può essere esempio di fede per il marito. Questo avviene in un mutuo scambio simbiotico che porti sempre alla speranza. La speranza è, come mi piace definire, il compimento della promessa di Dio. Che sofferenza se, al contrario, la coppia cade in balia del dubbio, dell’errore e della disperazione! Ed ecco perché la Chiesa è la famiglia di famiglie. Le coppie sono chiamate ad aiutare le altre coppie nei momenti di difficoltà. Con il proprio esempio, devono rendere visibile che la rinascita con Gesù è sempre possibile per tutti. Il dolore non ha mai l’ultima parola se ci nutriamo di Lui. Solo così le tenebre torneranno ad essere luce e la tristezza si muterà in gioia. Crediamo fermamente nella potenza del sacramento matrimoniale!

“Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto. Ad essere compreso, quanto a comprendere. Ad essere amato, quanto ad amare. Poiché: se è Dando, che si riceve. Perdonando che si è perdonati; Morendo che si risuscita a Vita Eterna”. Quanto è vero questo, nella coppia! Il primo a dover comprendere l’altro è il coniuge. Il primo che va amato – se si decide con maturità di sposarsi – non sono più io. È l’altro e il “noi” che ne scaturisce. Il donarsi è il più grande gesto che rende marito e moglie una sola carne. Dono che non è, ovviamente, soltanto fisico. Ma totale nel senso più ampio del termine. Al coniuge devo donare affetto, amore, tempo, energie, anni, intelligenza, mente, corpo e anima. Ma anche i difetti affinché siano superati e trasfigurati nella resurrezione. Il Signore rende questa resurrezione possibile nell’impegno reciproco a un miglioramento. Questo è per un bene grande e duraturo a cui la coppia è chiamata. Ossia, la santità dell’unione. Solo così si raggiungerà la Vita Eterna promessa. Potremo dire: grazie, San Francesco. Con le tue parole hai illuminato anche noi sposi di ieri, di oggi e di domani.

Fabrizia Perrachon

Tra moglie e marito non mettere … gli Europei

Tutti conosciamo, e spesso utilizziamo, il detto “Tra moglie e marito non mettere il dito” . Ci siamo mai chiesti – seriamente – che cosa o chi sia questo famigerato “dito”? Si tratta di cose, situazioni o persone? O tutte queste messe insieme?

Come già nell’articolo del 16 agosto scorso (disponibile a questo link). Partiamo dalla separazione tra Álvaro Morata e Alice Campello. Questo ci permette di addentrarci in una riflessione seria e quanto mai urgente.

Il gossip intorno ai due vip non accenna a placarsi. Anzi, nonostante siano ormai passate diverse settimane dall’annuncio, è notizia ancora battuta e dibattuta. Ne parlano sia sui media che sui social. Cucendo e ricamando elementi veri con altri più improbabili, pare però che la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso (leggi Álvaro) sia stato l’out-out della moglie.

Subito dopo la finale Spagna-Inghilterra gli avrebbe urlato qualcosa come “Alla festa per gli Europei scegli: o me e i bambini o la tua famiglia”. Diversi testimoni – tra cui compagni di squadra e giornalisti – hanno dichiarato a suon di stampa che l’influencer italiana ha intimato questa scelta al marito il quale, appesantito da anni di simili “paletti”, abbia rapidamente preso la drammatica decisione.

Naturalmente non è stata la vittoria della nazionale spagnola – di cui Álvaro è il capitano – ad aver fatto capottare il matrimonio. Semmai è stato il pretesto. Ciò che colpisce, ancora una volta, sono le motivazioni. Queste motivazioni hanno portato questa coppia di bellissimi, famosissimi e ricchissimi a distruggere quanto di bello e buono avevano costruito. Hanno costruito tutto questo in otto anni di relazione. Hanno costruito un matrimonio in Chiesa e quattro figli.

E allora mi sono chiesta, penso insieme a moltissime altre persone, se davvero una moglie (o un marito) possa intimare al coniuge una scelta del genere, ponendolo davanti all’ingrato – ma oserei direi ingiusto – compito di dover scegliere tra la famiglia d’origine e quella costruita insieme. Mi spiego meglio: naturalmente possono esserci situazioni difficili e complicate tale per cui l’allontanamento può essere consigliato o consigliabile. Ma, in generale, si può davvero mettere all’angolo la propria metà su una questione di così grande rilevanza per la stabilità relazionale e psicologica non solo del singolo ma dell’intera famiglia? Può, un coniuge, uscire indenne dall’inverosimile scelta tra genitori e moglie/marito?

Certo, bisogna essere chiari e coerenti fin da subito nel sostenere che la nuova famiglia ha tutto il diritto – e il dovere – di edificarsi con i pilastri dell’autonomia e della libertà. Quest’ultima, anzi, è uno dei presupposti principali per la celebrazione del sacramento del matrimonio. Tant’è che la Bibbia ne parla fin da subito, già a partire dal secondo capitolo della Genesi quando, al termine del processo della creazione, Dio Padre proclama: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gn 2, 24).

Un’intimità sponsale inviolabile e sacra. Tuttavia, deve sapersi armonizzare con i vari equilibri familiari e generazionali. Non bisogna dimenticare di avere dei genitori. Se a propria volta lo si diventerà, quei genitori diverranno nonni e i coniugi padri e madri. Quindi, delle nuove creature entreranno a far parte della famiglia e avranno bisogno di una relazione con i nonni. Si può negare, forse, tutto questo? Davvero sposarsi significa tagliare completamente i ponti con le famiglie d’origine o, piuttosto, bilanciare l’indipendenza con l’accoglienza? La coppia viene prima di tutto. La coppia viene anche prima dei figli. Questo non significa però che il resto del mondo, una volta sposati, smetta di esistere. La Chiesa, d’altronde, non è una famiglia di famiglie?

Ci si deve sforzare di andare d’accordo. È semplice quanto è difficile, lo ammetto. Sposarsi non vuol dire cancellare completamente il passato né pretendere che il nostro uomo o la nostra donna faccia altrettanto. Non possiamo dimenticare a piè pari il legame affettivo che ciascuno di noi ha con mamma e papà.

Possiamo, poi, non considerare il grandissimo aiuto – materiale, economico, morale – con cui le famiglie d’origine supportano i nuovi nuclei, soprattutto nella gestione dei nipotini? Il matrimonio non dev’essere una gabbia. A quanto pare, per il bomber spagnolo si era trasformato in una prigione dorata. Non ha visto altra scelta che l’evasione. Da un errore della moglie si è generata quindi un’onda d’urto distruttiva e maligna che ha travolto tutto e tutti. Ha tarpato le ali a una soluzione matura e pacifica che sicuramente si sarebbe potuta trovare. Ha trascinato tre famiglie (la loro e le due d’origine) verso il baratro della divisione e della desolazione. Non saranno certo i soldi a nascondere o lenire quest’ultima. Il rifiuto netto delle opinioni e dei sentimenti degli altri. Il non volerne sentire o sapere dei pareri altrui e l’ingratitudine non hanno mai portato frutti buoni. Questo lo dice la nostra coscienza e lo dimostra la storia.

Equilibrio e buon senso sono la base di ogni relazione umana. Se comportamenti o atteggiamenti dei suoceri fossero realmente fastidiosi o sbagliati, è necessario aprirsi al dialogo con il coniuge. Bisogna spiegarsi con verità ma altrettanto amore. Bisogna cercare sempre di costruire invece che demolire. È importante unire invece che dividere. Dobbiamo essere adulti prudenti invece che bambini capricciosi. “Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile. Non stimatevi sapienti da voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi” (Rm 12, 16-19). D’altronde se Gesù ha guarito la suocera di Pietro (Mt 8,14) un motivo ci sarà …

Fabrizia Perrachon

Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi

Ebbene sì: anche le madri soffrono (e tanto) a volte! Nella maggior parte dei casi, abbiamo un’idea della nostra mamma come donna forte e tutta d’un pezzo. La vediamo resistente alle fatiche. Resistente alle tante incombenze lavorative e familiari. Resistente alla stanchezza e ai momenti di sconforto … Poi, mano a mano che anche noi diventiamo adulti, capiamo che ogni madre è innanzitutto un essere umano. Quindi, è normale che possa attraversare difficoltà, malattia o momenti di tristezza. La mamma è la mamma, lo sappiamo, ma come reagiamo nel vederla soffrire? Qual è il nostro atteggiamento di fronte al suo dolore, di qualsiasi tipo esso sia?

Proprio un 19 settembre ma di centosettantotto anni fa – precisamente nel 1846 – due ragazzini, Massimino e Melania, si sono trovati davanti agli occhi una scena straziante. Questo accadde sedici anni dopo le apparizioni della Madonna a Rue de Bac a Parigi e dodici anni prima di quelle a Lourdes. Una donna, splendente di luce, comparire piangente davanti a loro. Immaginatevi quante e quali emozioni avranno scosso i due pastorelli! Questo accadde nei pascoli dell’alta montagna francese di La Salette, località pressoché sperduta, poco distante da Corps (nell’attuale Dipartimento dell’Isère). I due raccontarono nei dettagli quello che accadde, che ripercorriamo nelle seguenti parole:

Prima seduta e piangendo con la testa tra le mani, la “Bella Signora” si alza e parla a lungo. Spiega che piange per l’empietà prevalente nella società e li esorta a rinunciare a due peccati gravi che erano diventati molto comuni: la blasfemia e il non prendere la domenica come giorno di riposo e di partecipazione alla Messa. Predice punizioni spaventose che saranno date se le persone non cambiano e promette clemenza divina a coloro che cambiano. Infine, chiede ai bambini di pregare, fare penitenza e diffondere il suo messaggio. La Madonna disse ai pastorelli, tra le altre cose, che la mano di suo Figlio era così forte e pesante che non poteva più tenerla a meno che il popolo non facesse penitenza e obbedisse alle leggi di Dio. In caso contrario, avrebbero molto da soffrire. Le persone non osservano il giorno del Signore, continuano a lavorare senza sosta la domenica. Solo alcune donne anziane vanno a Messa in estate. E in inverno, quando non hanno nient’altro da fare, vanno in chiesa a prendere in giro la religione. Il tempo di Quaresima è ignorato. Gli uomini non possono giurare senza prendere invano il Nome di Dio. La disobbedienza e l’ignorare i comandamenti di Dio sono le cose che rendono la mano di Suo Figlio più pesante” .[1]

La Chiesa Cattolica ha da tempo riconosciuto la veridicità di quest’apparizione mariana. Tra le tante cose dette da Maria Santissima, mi ha sempre grandemente colpito questa frase: Mai potrete compensare la pena che mi sono presa per voi”. E’ una frase dura. È straziante, carica insieme di amore e di dolore. È anche di forza e affetto, come solo il cuore di una mamma è capace di provare!

Una frase rivolta a tutti e a ciascuno di noi, una frase che potrebbe tranquillamente essere pronunciata da una qualsiasi delle nostre mamme, in un momento di umano sconforto. Ma torniamo a Maria: già, quante pene la Madonna ha sofferto nella vita! L’iniziale incredulità di San Giuseppe. Sicuramente, quella di tante persone che non hanno creduto alla sua maternità unica e santa. Il non essere accolti da nessuno a Betlemme (“non c’è posto per voi”). La fuga in Egitto. E, infine, il Calvario.

Quante madri vivono pene altrettanto strazianti e dolorose! Per figli che non nascono. Per figli che muoiono di malattie o incidenti. Per figli dilaniati dalle più terribili dipendenze. Per dispiaceri e fallimenti più o meno velati. Per la precarietà economica. Per un tradimento. Per essere anziane, sole o abbandonate … Potremmo continuare a lungo su questa strada.

Dobbiamo, quindi, essere sinceramente e profondamente riconoscenti nei confronti delle nostre mamme, (senza dimenticare quella del Cielo!), cercando di confrontarle e supportarle, portando un pochino anche i loro pesi, facendo scelte mature e consapevoli per non ferirle, umiliarle o dispiacerle più di quello che, purtroppo, già la vita a volte comporta.

Il dolore, però, non dev’essere il carattere dominante. Con la fede e la speranza si possono cambiare molte cose. Innanzitutto, partendo dai nostri atteggiamenti nei confronti degli altri e delle prove che, talvolta, li e ci colpiscono. Amiamo le nostre mamme, coccoliamole e asciughiamo le loro lacrime, se purtroppo dovessimo vederne scendere! Tutto questo senza dimenticare le parole di Gesù: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,50).

Fabrizia Perrachon


[1] Descrizione completa dell’Apparizione al link: https://www.santiebeati.it/dettaglio/91496

L’importanza di dare e di possedere il nome (anche per i bambini non nati)

Ci siamo mai fermati a pensare al nostro nome? Ci piace oppure no? Ne siamo affezionati? Lo usiamo per intero oppure ci facciamo chiamare con nomignoli o soprannomi? Abbiamo mai chiesto ai nostri genitori come e perché hanno scelto proprio quello e non un altro? Oppure siamo stati in difficoltà nel decidere come chiamare i nostri figli? Non sono domande banali. Dietro al nostro nome, al nome che possiede ciascun essere umano, c’è un mondo. È un mondo meraviglioso a cui vale la pena dare un’occhiata.

Partiamo dalla giornata di oggi, 12 settembre, in cui la Chiesa celebra la Festa del Santissimo Nome di Maria. Quanto si è scritto, detto e pregato sul nome della Santissima Madre di Gesù e Madre nostra! Un nome diffusissimo non solo in Italia dove, statistiche alla mano, lo portano ben 4.562.515 persone. Ossia il 7,5% della popolazione, tanto da farne il nome proprio femminile più utilizzato [1]. E’ un nome diffuso in tutti i Paesi del mondo, declinato secondo le varie lingue in Maryam, Mariam, Miren, Marie, Myriam, Marija, Máire ecc …

Perché il nome di Maria è così importante? Ce lo spiega bene un articolo pubblicato sul sito Holyart, di cui riporto i passaggi principali:

“La festa del Santissimo Nome di Maria ha radici antiche, risalenti almeno al XIII secolo. È stata ufficialmente introdotta nel calendario liturgico universale solo nel 1684 da papa Innocenzo XI. Questa festa, che nei secoli ha acquisito significati profondi non solo per la storia religiosa, ma anche quella politica dell’Europa, è stata istituita in risposta all’urgente bisogno di rendere omaggio alla Madonna e al suo nome, considerato un simbolo di grazia divina, speranza e protezione.

Originariamente nata in seno alla diocesi spagnola di Cuenca, dove veniva onorata il 15 settembre, la celebrazione si è diffusa per volontà di diversi pontefici ad altre diocesi spagnole. È diventata una festività universale della Chiesa Cattolica, durante il pontificato di Papa Innocenzo XI Odescalchi. Egli nel 1685 emise un decreto. Il decreto riconosceva la Festa del Santissimo nome di Maria come festa universale di tutta la Chiesa Cattolica. Esso spostava la data alla domenica all’interno dell’Ottava della Natività. Questo fu per commemorare l’alleanza. Essa fu siglata il 12 settembre del 1683 a Vienna dall’imperatore Leopoldo I d’Austria e il re di Polonia Giovanni III Sobieski. Erano uniti contro i Turchi che assediavano Vienna. […]Fu Papa Giovanni Paolo II, nella terza edizione del Messale Romano post-conciliare nel 2002, a ripristinare la festa come memoria facoltativa il 12 settembre”.[2]

I nomi di Maria o di Gesù non sono soltanto sequenze di lettere e suoni. Evocano la loro stessa natura di Cielo non appena li udiamo o li pronunciamo. La funzione del nome proprio è fondamentale nell’uomo e nella donna di tutti i tempi. È fondamentale in tutte le culture e le latitudini. Il nome ci caratterizza profondamente e fa di noi quello che siamo realmente. Io sono Fabrizia e mi sento Fabrizia, Fabrizia sono proprio io! E se anche ci sono altre bambine, ragazze o donne che si chiamano così, mi sento unica e speciale. Quando mi sento chiamare così o vedo scritto il mio nome, esso parla di me e mi identifica. Il nome mi identifica ai miei occhi – esteriori ed interiori – come a quelli degli altri.  Dare un nome significa esserci, per noi stessi e per quanti ci sono vicini. Ci dovranno chiamare e dovranno scriverci. Inoltre, avranno a che fare con noi. Per questo è basilare, e nello stesso tempo fondamentale, dare un nome ai bambini non nati; come scrivo nel mio libro, “Se il Chicco di frumento – storia vera di speranza oltre la morte prenatale”[3]:

Dare un nome è un’esigenza stessa dell’uomo che, dalla notte dei tempi, ha sempre voluto chiamare le cose, gli animali, le manifestazioni della natura ed i suoi stessi simili perché nominare sottintende innanzitutto due concetti fondamentali: che qualcosa o qualcuno esistono e che potendoli definire a livello lessicale significa che li conosco, che posso farne esperienza, che sono catalogati e, per quanto riguarda le persone, sono definite in modo univoco e specifico con una parola in un certo senso “nobile” quale appunto è il nome proprio. Chiamare quella creatura, dunque, non solo la rendeva più nostra ma ci permetteva di rivolgerci a lei con sei meravigliose lettere che nessuno in famiglia aveva né avrebbe avuto: insomma, da quel momento in poi sarebbe stato Chicco, per tutti e per sempre”.

Diamo, quindi, sempre un nome a queste creaturine perché esistono e vivono nel Cuore di Dio! Chiamandole, infatti, non solo le sentiremo più nostre e più vicine. Le pregheremo di più e meglio. Faremo sapere a tutto il mondo che non solo ci sono state ma che ci sono, splendenti più che mai. E che sollievo sarà, per i genitori che hanno attraversato un aborto spontaneo, chiamare per nome quel loro figlio. Sarà come un dolce sussurro. Questo è sulla scia di quanto leggiamo nella Bibbia: “Non temere: ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1).

Fabrizia Perrachon


[1] Dati disponibili al link.

[2] Articolo completo al link.

[3] Disponibile in tutte le librerie fisiche e online, sul sito della Tau Editrice e su Amazon al link

La campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia

I primi istituti scolastici hanno riaperto i battenti questa settimana. I restanti lo faranno tra la prossima e quella successiva. Possiamo, insomma, trasformare il famoso verso poetico “Settembre, andiamo. È tempo di migrare” in “Settembre, andiamo. È tempo di tornare in classe”. Meteorologicamente parlando siamo ancora in estate. Ormai il profumo del mare o gli aromi dei boschi sembrano solo un lontano ricordo. Quando la macchina dell’istruzione riparte, ricomincia un grande impegno non solo per gli studenti. È un grande impegno anche per i lori genitori ed i loro nonni.

Non è possibile scindere tempo e le energie utilizzate da nostri ragazzi nell’apprendere e nel fare i compiti. Questi sforzi non possono essere separati dagli sforzi che tutti i familiari compiono nell’accompagnarli a scuola e andarli a riprendere. Questo include l’impegno economico che l’istruzione stessa comporta. Include anche l’impegno mentale del supportarli nello studio. Ciò comprende interrogarli e aiutarli quando le espressioni o la consecutio temporum li mettono in difficoltà. A tutto ciò si aggiunge l’onere, in verità piuttosto antipatico e spiacevole, di riprenderli qualora dedicassero scarse attenzioni nella preparazione.

Possiamo quindi affermare che la campanella che suona è un richiamo per tutta la famiglia. I membri sono uniti per un obiettivo comune, importante e imprescindibile.

Studiare è un dovere ma anche un diritto. È un dispendio di energie ma anche una soddisfazione. È un sacrificio ma anche un potente strumento di emancipazione. E cos’è che nella vita si ottiene senza sforzi? Anche se la società sembra volerci dire – e soprattutto far vedere – il contrario, sappiamo che non è così.

Per questo ritengo che noi genitori dobbiamo mettercela tutta nel far capire ai nostri figli che l’impegno nello studio ci allena ai tanti impegni – ancor più importanti e gravosi – che la vita stessa a volte ci chiede e altre ci impone. Questo inizia proprio da quello nei confronti della famiglia stessa. Un impegno sano, però, deve essere costruttivo, motivato e motivante. Non si alimenta di premi “se prendi il massimo dei voti.” Questo impegno loda il provarci, lo sforzarsi e il dedicarsi. Se reali, questi sforzi non potranno che portare al risultato sperato (e voluto).

Nel matrimonio è lo stesso. A volte entrambi i coniugi s’impegnano al massimo. Altre volte sarà il marito a dover supportare la moglie e viceversa. Se si lavora per l’obiettivo comune, la promozione ci sarà. Con essa intendiamo il conseguimento di quanto desiderato, ossia la santità della famiglia, nella famiglia e per la famiglia. La scuola, insomma, è una grande maestra di vita. Ci abitua a dare il massimo. Ci allena a superare ostacoli e difficoltà. Ci mette in relazione con gli altri. Ci fa crescere.

Nella scuola ci facciamo “le ossa” per ciò che verrà dopo. Ci prepariamo per le tante prove – più o meno grandi – con le quali inevitabilmente c’imbatteremo. Solo se avremo imparato a prenderci carico con responsabilità dei compiti via via assegnati saremo in grado di superarle. A volte sbatteremo il naso, ahimè. Ma sapremo che possiamo rialzarci. Soprattutto nella forza e nella consapevolezza che non siamo da soli. Il Signore ci è accanto se sappiamo darGli il tempo e l’amore che merita per primo, sempre e comunque. Non è questa l’immagine stessa della coppia che vive con amore e sollecitudine la propria unione sponsale?

Tutto ciò, però, non deve farci perdere di vista che la vera meta non è unicamente una pagella perfetta a fine anno. La vera meta è l’aver imparato dei valori. È anche avere imparato delle nozioni le quali, se svuotate da quelli, a poco valgono e per poco tempo si ricordano. Non diamo priorità alla forma, insomma, senza il contenuto!

Insegniamo a nostri figli, o ai nostri studenti, che non si studia per fare un piacere a mamma e papà o ai professori. Studiare è per se stessi e nel continuo ringraziamento al Signore per averci donato l’intelligenza. Trasmettiamo ai giovani e ai giovanissimi la bellezza di crescere “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 52) proprio come Gesù. Devono spendere le proprie capacità per qualcosa di impegnato, di concreto, di utile, di meritevole.. Se è vero che essere bravi a scuola non significa automaticamente essere delle brave persone, è altrettanto vero che se non si riescono a gestire piccoli impegni rapportati alla propria età si rischia, un domani, di diventare adulti sfuggevoli alle proprie responsabilità sociali, lavorative e familiari.

La campanella non suona solo in classe ma nella vita. Ci indica scadenze imprescindibili, orari da rispettare e impegni da mantenere. Ma com’è bello tutto questo se vissuto all’interno della famiglia, la scuola per eccellenza!

Fabrizia Perrachon

“Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”

Ventitré anni fa un noto gruppo musicale italiano pubblicava una canzone. Ben presto divenne un tormentone estivo, passato in tutte le radio e canticchiato da persone di tutte le età. Una delle frasi del ritornello recitava: “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima nella lunga estate caldissima”.

Risentendolo, dopo tanto tempo, mi ha fatto venire in mente alcune domande che desidero condividere con voi: in questa lunga estate caldissima (tra l’altro non ancora terminata!) abbiamo lasciato posto a Dio? Il nostro cuore si è riempito solo di svaghi, divertimenti e buona compagnia o anche di momenti spirituali?

Abbiamo curato la salute spirituale o solo la tintarella? Ci siamo riempiti di buon cibo o anche di buoni momenti di preghiera? Siamo riusciti a ritagliare attimi di qualità con Lui e il coniuge, i figli, il fidanzato o la fidanzata?

Le risposte non sono, evidentemente, banali né scontate. Esse toccano le note più intime e importanti del nostro io interiore. Influisce infatti il nostro “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima”. L’estate troppo spesso è un pretesto per mettere in standby i buoni propositi. Per mettere in standby le buone abitudini o i progressi spirituali che avevamo – più o meno faticosamente – raggiunto nei mesi precedenti. Rischiamo di perdere tempo prezioso e slanci autentici che ci avevano sorretto e incoraggiato.

L’antidoto, dunque, quale può essere? Secondo me sono importanti almeno tre “farmaci spirituali”: la preghiera, la Parola di Dio e la condivisione della vita interiore con il proprio partner.

Andando nell’ordine, sappiamo bene che senza l’orazione la nostra anima si assopisce e atrofizza. Si riduce fin quasi a seccare. È come una delle tante piantine che, se non annaffiate, rischiano di morire sui nostri balconi proprio mentre siamo in vacanza.

L’anima è viva e per questo motivo va alimentata continuamente. Le tante bellezze del creato, che durante i mesi estivi possiamo apprezzare e sfruttare appieno, non devono trasformarsi in divinità neo-pagane o entità a se stanti. Devono trasformarsi in tramiti attraverso cui accorgersi del Creatore, lodandolo ed esaltandolo per ciò che ci ha donato.

La preghiera, insomma, non deve andare in vacanza ma venire in vacanza con noi. È il contenuto principale del nostro bagaglio spirituale. Nel quale non può certo mancare la Parola di Dio. Può essere ascoltata durante la Santa Messa. Può essere letta all’ombra di una pineta, a bordo lago o sotto l’ombrellone. La Parola di Dio è una compagnia soave. È un dolce ospite dell’anima. Permette di elevarsi fino al Cielo pur abitando ancora questa terra.

Infine, il mutuo scambio con la persona con cui condividiamo la vita è l’ingrediente speciale per una ricetta di successo. Questo ci allontana dal rischio di chiuderci in noi stessi e nella nostra autoreferenzialità.

Sarebbe triste e riduttivo, infatti, comprimere “Questo senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” in sprazzi d’illuminazione dalla durata estemporanea. Lasciamoci guidare e approfittiamo delle rimanenti giornate lunghe e soleggiate prima dell’inverno. Facciamo scorta non soltanto di sole e aria aperta ma del bello che ancora c’è attorno a noi. Questo bello resistite al buio e al sudiciume di cui questo mondo è così minacciosamente circondato e inquinato.

Facciamo di “Questo senso di vita che scende e che va” non un’inquietudine di fine estate. Facciamolo uno slancio che ci dia la forza per affrontare l’inverno. Non tanto e non solo quello meteorologico ma piuttosto quello dell’anima..

Disfiamo le valige senza gettare quanto di vero e autentico abbiamo raggiunto, portandolo con noi tra i ricordi più preziosi e come proposito concreto per il prossimo mese di settembre, da molti considerato un secondo capodanno.

Non gettiamo al vento, in questi ultimi scorci d’estate, ciò che lo Spirito ci ha suggerito. Non gettiamo al vento ciò che abbiamo ricevuto. Non gettiamo al vento ciò che siamo riusciti a donare agli altri. Prendiamo questo generico “senso di vita che scende e che va dentro fino all’anima” e facciamocene un tesoro prezioso. Facciamocene un bagaglio che senza pesare sulle spalle sarà in grado di sorreggerci, giorno dopo giorno.

Non dimentichiamo che “la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio. Essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito. Fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. (Eb 4, 12). L’intento della canzone, forse, non sarà stato esattamente questo. Cogliamone lo spunto e impariamo ad apprezzare – in noi come negli altri – tutti gli istanti benedetti. In questi momenti, pur camminando nel mondo, sappiamo di appartenere al Cielo.

Fabrizia Perrachon

Una regina umile? Possibile, se ti chiami …

La giornata odierna può sembrare un giovedì come tanti. È un giorno in cui l’estate, ancora nel pieno, inizia però ad avere il sapore del rientro dalle vacanze. Si percepisce già la normalità del quotidiano che sta per tornare. C’è il rientro a scuola e il termine ormai prossimo della tanto desiderata stagione calda. Un giovedì che può passare inosservato. In realtà, ha una protagonista assolutamente sui generis e diversa da ogni altra. Questa protagonista è una regina umile. Com’è possibile, vi chiederete? Si è mai sentita una sovrana tanto importante quanto modesta e semplice?

Le regine, fin dai tempi più remoti, hanno attirato interesse e curiosità. Componimenti epici, favole, fiabe e anche la Bibbia pullulano di queste figure femminili apicali. Spingono ciascuno di noi a fantasticare sulla loro bellezza e sulle loro virtù, ma anche sui limiti e sui difetti. Pensiamo anche alle loro crudeltà e ai lati oscuri. Queste figure riempiono sogni o incubi, immaginari e aspirazioni d’intere generazioni. Ci sono, infatti, sia regine buone che regine malvagie. Ciò che è molto raro da incontrare, però, è il binomio regalità-umiltà. Questo perfetto incontro si trova solo in Maria Santissima. Oggi, 22 agosto, festeggiamo Maria come Regina del Cielo e della terra, Regina dell’universo, nella gloria degli angeli e dei Santi. Un bellissimo articolo pubblicato nel sito internet di Famiglia Cristiana nel 2021 ben sintetizza quella che, a prima vista, può apparire come un’antitesi:

Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Ma è lei l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Ecco cosa c’è da sapere sulla festa mariana di oggi. Dovuta a papa Pio XII che la istituì con la lettera Enciclica Ad caeli Reginam nel 1954, la festa della Regalità di Maria Vergine nel calendario liturgico era inizialmente prevista il 31 maggio, a conclusione del mese mariano per eccellenza. Oggi, si celebra sette giorni dopo il 15 agosto e questa collocazione va letta come uno speciale prolungamento della celebrazione dell’Assunzione, con cui si contempla Colei che, assisa accanto al Re, splende come Regina. La data del 22 di agosto è dovuta a papa Paolo VI che, con l’attuazione delle norme generali per l’Anno Liturgico e il nuovo Calendario Romano, ha felicemente collocato la regalità di Maria a breve distanza dalla sua Assunzione in Cielo, facendola diventare una logica conseguenza del dogma promulgato da papa Pio XII nel 1950. Dal punto di vista umano è difficile attribuire alla Vergine un ruolo di dominio e regalità, lei che si è proclamata serva del Signore. Per gli Atti degli apostoli Maria dopo l’Ascensione si trova in mezzo agli Undici raccolta con essi in preghiera; ma non è lei che impartisce ordini, bensì Pietro. E tuttavia proprio in quella circostanza ella costituisce l’anello di congiunzione che tiene uniti al Risorto quegli uomini non ancora irrobustiti dai doni dello Spirito Santo. Maria è Regina perché è madre di Cristo, il Re, e distribuisce regalmente e maternamente quanto ha ricevuto dal Re poiché lo stesso Cristo ha disposto che ogni grazia passi per le sue mani di Regina. Per questo la Chiesa invita i fedeli a invocarla non solo col dolce nome di madre, ma anche con quello ossequioso di regina. 1

Non se la prendano le regine – attuali o future – di cui abbiamo fatto riferimento nell’immagine di copertina: non c’è nessuna stoccata nei loro confronti a livello personale perché ciò che ci interessa è riflettere insieme sul ruolo istituzionale che ricoprono; la regalità puramente umana, infatti, è composta da un mix di potere e di ricchezza, condito dalla gara senza sosta a chi è più bella, elegante, acculturata. Ma dal punto di vista squisitamente spirituale, tutto questo si ribalta completamente: nell’ottica di Dio, infatti, “chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11) e difatti Maria, l’umile ancella del Signore, può a ragione proclamare “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc , 52), preghiera che è parte del Magnificat.

Ed ecco perché oggi, 22 agosto, non è un giorno come tanti ma quello nel quale vediamo compiersi il trionfo della regalità di cuore, di animo e di spirito, il ribaltamento delle prospettive del mondo e la vittoria di quelle celesti. Care e amate regine, non preoccupatevi: continuerete a popolare la letteratura e i sogni, le notizie dei mass media e i gossip ma d’ora in poi sapremo che l’unica vera Regina – unica e vera perché umile – è la Beata Vergine Maria, incoronata , pregata e venerata come la Regina dei nostri cuori.

Fabrizia Perrachon

1 Articolo disponibile al link https://www.famigliacristiana.it/articolo/beata-vergine-maria-regina—santo-del-giorno.aspx

Inna[Morata] per sempre? L’instagrammabile leggerezza delle apparenze

È notizia di questi giorni che la famosissima coppia vip formata da Álvaro Morata e Alice Campello si sia separata; letteralmente un fulmine (gossipparo) a ciel sereno. A partire da questa triste news, e senza voler giudicare nessuno, penso che sia utile avanzare alcune riflessioni, più ampie e più profonde del singolo caso in questione, perché ciascuno di noi possa fermarsi a pensare a quelli che sono i valori profondi sui quali dovrebbe basarsi il matrimonio.

Innanzitutto mi colpiscono l’innaturale spettacolarità, di cui i vari social sono saturi, nell’ostentare amori, sentimenti  ma anche effusioni, momenti di tenerezza o di passione che dovrebbero far parte dell’intimità di una coppia, intesa non solo come riservatezza ma come spazio “solo nostro” di cui si deve necessariamente nutrire una relazione, a maggior ragione se suggellata dal sacramento del matrimonio.

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa (Sal 128, 4), infatti, non è solo un meraviglioso versetto di un altrettanto meraviglioso Salmo ma una ricchezza, una profondità della dimensione sponsale che si sta ahimè perdendo. In un mondo patinato in cui sembra che si esista solo apparendo, abbiamo completamente smarrito il senso della misura nell’esporre e nell’esporci, in una spasmodica bulimia del voler esserci sempre e comunque, dappertutto e qualsiasi condizione.

Che senso ha, infatti, pubblicare foto di corpi perfetti e giovani, troppo spesso impegnati in improbabili acrobazie amorose quando poi, alle prime difficoltà, ci si lascia? Che senso ha apparire bellissimi, ricchissimi e felicissimi quando poi, a conti fatti, tutto questo è solo esteriorità? Che senso ha perdere così tanto tempo nell’osservare, con curiosità ai limiti del morboso, coppie super patinate che oggi ci sono e domani si separano? E, infine, perché siamo attratti da questa fiera mediatica che altro non è che l’instagrammabile leggerezza delle apparenze?

Sono convinta che le tante immagini di cui siamo quotidianamente invasi siano lo specchio di un’aridità interiore impressionante nonché di un vuoto spirituale quasi totale che sta pericolosamente attaccando tutti noi e le nostre famiglie, i nostri matrimoni e qualsiasi tipo di relazione, con gli altri ma anche con noi stessi.

Chi si espone sui social dovrebbe sapere che, volenti o nolenti, si diventa un punto di riferimento: ma che esempio possiamo ricavare da persone che stracciano i propri solenni impegni davanti a generici “piccoli litigi stupidi e mal gestiti[1]? Che cosa possono pensare i ragazzi e le ragazze che si affacciano all’età adulta e iniziano ad avere le prime relazioni serie? I nostri figli e le nostre figlie possono forse ricavare un modello di impegno maturo e costruttivo da comportamenti simili?

Purtroppo passa il messaggio che davanti alle prove è meglio lasciarsi piuttosto che cercare di ricucire un rapporto e “di non arrivare mai al punto di farci del male o di essere tossici e di finire la relazione prima di arrivare a tutto ciò2. Ma ci rendiamo veramente conto della gravità di tali dichiarazioni? Siamo consapevoli del vuoto e della distruzione che portano appresso simili parole? E se anche ci fossero dei periodi difficili causati da problemi di salute (fisica o psicologica) non sono forse proprio quelli i momenti in cui stare più vicino al coniuge (“prometto di esserti fedele sempre, in salute e in malattia”)?

Naturalmente questo non è il contesto per valutare casi di eccezionale gravità che meritano il vaglio di esperti che ne abbiano le competenze e/o situazioni limite che effettivamente debbano arrivare alla necessità che intervenga la Sacra Rota o quant’altro ma – in generale – è bene che cerchiamo un antidoto alla superficialità con la quale, attualmente, numerosissime coppie si lasciano; una fittizia facilità nel separarsi che fa paura, e tanta. E mette tristezza, una grande tristezza nel veder sacrificata così – non si sa bene per chi o per che cosa – la potenza del matrimonio, il sacramento per eccellenza dell’amore umano, quello profondo e radicato che s’innalza dalle banalità del mondo per sfiorare concretamente il Cielo ed essere riflesso dell’Amore che ha dato la vita al mondo.

E, ancora, fa riflettere e scaturire una domanda: ma quand’è che abbiamo iniziato a sminuire così la santità dell’unione sponsale, e perché? Non è che, se togliamo Dio dal primo posto, tutto a rotoli nella nostra vita, matrimonio compreso?

Che dire, infine, delle frasi fatte del tipo “tutto ciò che si è visto fino ad ora nelle foto di Instagram che abbiamo pubblicato è la verità, in nessun momento abbiamo finto nulla3? Così come il parlare al passato quando fino a pochi giorni prima si pubblicavano foto di baci e abbracci appassionati: ma che realtà può esserci in un comportamento simile?  Potremo anche essere social-dipendenti ma un po’ di intelligenza ci sarà pur rimasta!

Dichiarare un “ti amerò per sempre”, “saremo uniti per il resto della vita” ecc … non serve a nulla se utilizzato unicamente come sterile commento di un post ma ha un significato autentico solo se scritto nei cuori, nel proprio e in quello del coniuge,  per rendere vero e attuale il sigillo divino del matrimonio. Che tanto, poi, si è facilmente smentiti … ma nel frattempo si è andati a inquinare, per se stessi e per gli altri, la grandezza di un sacramento che è stato creato da Dio per la salvezza e la gioia in questa vita e nell’Altra e che, se celebrato religiosamente, ferisce dolorosamente sia Nostro Signore che l’intera Chiesa.

Non vale proprio la pena, quindi, farsi abbagliare da simil-mirabolanti coppie che scoppiano prima, e peggio, delle bolle di sapone! Non valgono niente il denaro, le case di lusso, le cene di gala, il successo, il jet privato, i vestiti griffati e il volerlo pubblicare a tutti i costi sui social se poi va tutto a rotoli nel peggiore dei modi e con tempistiche lampo, difficilmente credibili.

Tariamo bene il tempo che Dio ci concede e dedichiamolo a coltivare il nostro amore, il nostro matrimonio e la nostra famiglia senza essere invidiosi o gelosi di tanta ostentata vanità perché quello che salva non è il conto in banca o il numero dei followers ma la dedizione, la serietà e l’affetto sincero con cui avremo amato nostro marito o nostra moglie e saremo stati in grado ci costruire, con lui o con lei, la nostra scala verso il Cielo.

Fabrizia Perrachon

[1], 2, 3 : dichiarazioni pubbliche di Alice Campello, rese note sul profilo pubblico attraverso una storia Instagram del 12 agosto 2024 e rimbalzate poi su tutti i rotocalchi.