Il Matrimonio Secondo Pinocchio /44 Da Burattini a Figli di Dio

Con questo articolo finisce il nostro itinerario dentro questo racconto, e l’ultimo capitolo contiene pagine molto emozionanti, in particolar modo la descrizione di Pinocchio che si sveglia non più burattino di legno ma bambino vero. Le parole che usa il Collodi hanno un che di magico poiché descrivono con la sua arte, forse inconsapevolmente, il cambiamento che avviene quando muore il nostro uomo vecchio e cominciamo a vivere da veri figli di Dio: l’uomo nuovo descritto da San Paolo nella lettera agli Efesini.

Vogliamo quindi porre un ultimo sguardo a questo racconto con gli occhi della fede, e lo facciamo mettendo in evidenza qualche frase.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro.

Accade proprio così perché la conversione del cuore investe il corpo, il quale emana una luce diversa, una pace prima sempre sospirata e mai ottenuta, una serenità costante che prima era solo illusoria di pochi istanti, lo sguardo cambia perché ci sono occhi nuovi.

Pinocchio vede cambiato non solo se stesso, ma tutto attorno a sé: la casa non è più una capanna, il vestiario è nuovo con berretto e gli stivali di pelle, in tasca si trova un portamonete d’avorio con 40 zecchini d’oro al posto dei 40 soldi di rame che lui stesso s’era guadagnato col lavoro, ritrova il babbo sano ed arzillo e di buon’umore. Insomma, tutto è nuovo e più bello e più dignitoso.

Anche per gli sposi che ritrovano il sacramento perduto può avvenire tutto ciò, con la differenza che nel racconto di Pinocchio le cose cambiano davvero, mentre invece per noi sposi sovente la vita e le cose attorno a noi restano uguali a prima, o meglio, restano uguali e sono diverse nello stesso tempo.

Uguali perché magari il lavoro, la casa, il traffico, il coniuge, i figli, l’automobile, i suoceri, il capoufficio, i colleghi, il mutuo, il parroco, il vicino di casa… (e chi più ne ha più ne metta) restano quelli di prima con le loro luci e le loro ombre, ma diversi perché è cambiato il nostro sguardo, li vediamo con occhi nuovi, siamo noi ad essere cambiati.

E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato ad una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: – Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!… –

Con queste poche righe si conclude la storia del burattino che tanto ci somiglia perché ancora stiamo come in esilio su questa terra, e quindi ci rispecchiamo nelle sue fragilità e nelle sue debolezze, ma anche nella sua capacità di rendersi conto di aver sbagliato e di pentirsene.

Ci ritroviamo nel suo desiderio di ritornare alla casa del babbo (il Padre) ed anche nei suoi ostinati tentativi di seguire le indicazioni della coscienza, quel suo e nostro continuo cadere e rialzarsi, quel suo e nostro anelito ad una vita più piena di significati.

Cari sposi, vi invitiamo a leggere queste ultime righe che abbiamo riportato non solo come l’uomo nuovo che guarda il vecchio se stesso ma anche e soprattutto come la visione che l’uomo ha di se stesso quando sarà nell’aldilà.

Dal Purgatorio o dal Paradiso guarderemo noi stessi e la nostra coppia nel tempo esclamando come Pinocchio: “Com’ero buffo… [Com’eravamo buffi] ” …quando litigavamo per ogni cosa, quando facevamo i superbi o gli altezzosi, quando facevamo i permalosi, quando non ci guardavamo l’un l’altra con gli occhi di Cristo.

Cari sposi, il Paradiso ed il tempo presente sono misteriosamente legati, anche se per ora il Paradiso ci appare futuro, ma quando saremo fuori dal rigido schema del tempo, ci sarà un eterno presente che ci svelerà ogni cosa.

Possiamo vivere il nostro Matrimonio come dei burattini di legno oppure aspirare a diventare dei ragazzini veri, dei veri figli del Padre; se cominciamo a vivere la condizione di figli, il Paradiso si farà già misteriosamente presente, come una sorta di assaggio, una pregustazione, quasi fosse un’antipasto.

Coraggio sposi, ora tocca a noi scrivere un racconto come fece il Collodi, ma la nostra storia non deve restare stampata su carta, noi possiamo scriverla con la nostra vita sponsale quotidiana, resterà stampata nei cuori e nelle vite di chi abbiamo amato.

Giorgio e Valentina.

La nostra parte

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26) Un giorno Gesù stava insegnando. […] Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». […] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Questa volta prendiamo spunto dal Vangelo di ieri che abbiamo riportato non nella sua interezza ma soltanto per le poche frasi che aiutano la nostra riflessione.

Innanzitutto dobbiamo precisare che questo è un episodio raccontato nei tre Vangeli sinottici. Ogni evangelista mette in luce un particolare piuttosto che un altro. Proprio come accade quando sentiamo da più persone raccontarci un’esperienza che li accomuna, ogni racconto non sarà esattamente uguale all’altro. Ogni persona lo racconterà filtrato dai propri occhi e dalla propria personalità. Tuttavia, l’esperienza è la stessa e l’evento accaduto è il medesimo. Con queste semplici premesse affrontiamo il brano della guarigione del paralitico.

Non trovate strano che questi uomini abbiano tutta questa fretta, quasi importuni, ossessionati dal presentare a Gesù l’amico paralitico? Non potevano aspettare che finisse di predicare? Non bastava mettersi in fila come tutti gli altri? E dov’erano i bodyguard di Gesù, non si sono accorti che questi stavano saltando la fila?

Non cercheremo tanto di dare risposta a queste legittime domande. Cercheremo di scoprire l’insegnamento che si cela dietro a questo evento realmente accaduto.

È curioso notare come Gesù operi il miracolo a beneficio del paralitico per la fede dei suoi amici. Non avviene a causa di una richiesta del paralitico stesso. Il malato non apre bocca fino alla guarigione e solo per glorificare Dio. Il primo miracolo che opera Gesù non è nel corpo. Non è quello eclatante ed evidente. È quello che avviene nell’anima.

L’anima ha la priorità perché immortale. Il nostro corpo è certamente imprescindibile poiché ci salviamo con e attraverso di esso. Tuttavia, è un corpo corruttibile, un corpo che consegniamo alla terra … in attesa della risurrezione finale con il nostro corpo purificato, glorioso ed immarcescibile. Non dobbiamo quindi né disprezzarlo né idolatrarlo, ma trattarlo come tempio dello Spirito Santo, secondo l’insegnamento di San Paolo.

Come trattiamo il corpo nostro e quello del nostro coniuge? Come tempio dello Spirito Santo o no?

Spesso si legge questo episodio con gli occhi del paralitico. Immedesimandosi in lui, siamo portati a riflettere e fare l’esame di coscienza. Anche noi abbiamo dentro una malattia che ci paralizza nel cammino di santità. Forse non sarà una malattia del corpo. Tuttavia, certamente qualche malanno nell’anima lo troviamo tutti. E la paralisi maggiore in questo percorso è il peccato per antonomasia, ossia il cosiddetto peccato mortale. E quest’analisi è senz’altro giusta e indefettibile.

Pochi però provano a leggere l’accaduto ponendosi nei panni degli amici che portano il lettuccio del paralitico. L’avranno portato da Gesù contro la sua volontà? Oppure sarà stato lui a chiedere loro un favore? Non si sa. Possiamo fare solo ipotesi. Quel che è certo è che da solo non ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe quindi ottenuto il perdono dei peccati (prima) e la guarigione miracolosa del corpo (dopo).

Quanti sposi si pongono come quegli amici testardi e portano da Gesù qualche altra coppia? A volte basta accompagnare uno dei due sposi. Da solo, non riuscirebbe a piazzarsi davanti a Gesù. Chi di noi lo fa? Chi di noi mette in questo gesto tutta la fede testarda e quasi ossessionata degli amici del paralitico?

Coraggio sposi, non temiamo di calare dal tetto qualche persona amica e piazzarla davanti a Gesù… quando è lì, poi ci pensa Gesù, noi abbiamo finito la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /42

Cap XXXVI Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo

Siamo giunti quasi alla fine del libro ed in questo capitolo si rivedono un po’ tutti i personaggi che hanno animato il racconto, quasi fosse una veduta aerea, una carrellata finale per vedere la sorte di ciascuno di essi.

Oggi ci soffermiamo sulla sorte infausta del Gatto e della Volpe, i cattivi irreversibili che compaiono come peccatori puniti. Pinocchio sembra trattarli quasi crudelmente, al contrario di ciò che fa con gli altri personaggi, con i quali, invece, si lascia commuovere.

Non sarà che il cuore di Pinocchio si sia così indurito da non provare più compassione anche per chi lo ha tradito, al punto da sembrare un atto vendicativo? Oppure questo atteggiamento nasconde un’altra verità dell’ortodossia cattolica?

Noi propendiamo più per la seconda senza forzare il testo a libro di teologia e senza nominare teologo ipso facto il Collodi. Però non possiamo escludere a priori che l’autore abbia voluto dare un messaggio educativo ai ragazzi, in una società in cui gli adulti sentivano forte la responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni.

Ad ogni modo, il testo ci rimanda al problema escatologico dell’Inferno, ossia la dannazione eterna senza possibilità di riscatto, di pentimento. Questo ci aiuta a riflettere su quanto sia importante ed urgente il tema della conversione.

Molti sposi manifestano i loro problemi di coppia rivolgendosi a diverse persone in cerca di aiuto, partecipano ad incontri, corsi di spiritualità, conferenze X o Y, pellegrinaggi, catechesi… e poi sono sempre a punto daccapo.

I nostri nonni ci hanno insegnato che a forza di mettere la polvere sotto al tappeto, dopo un po’ il tappeto si alza e fa la gobba. E’ inutile che nascondiamo i nostri problemi di coppia sotto al tappeto della spiritualità se non ci prendiamo cura del nostro NOI dentro le nostre mura domestiche.

Come accorgersi? Solitamente queste coppie (spesso più lei che lui, ma non è una regola) sono sempre alla ricerca di esperienza spirituali all’insegna del sensazionale, e li vedi al gruppo X e poi si stancano e vanno al gruppo Y, poi cambiano e vanno al movimento Z e poi ad un altro ancora…l’importante è che l’esperienza mi fornisca sensazioni forti che stordiscono per un po’ il malessere dentro la coppia, quando il giochetto non funziona più cambio esperienza.

Cari sposi, se vi accorgete che c’è da mettere mano alla relazione di coppia, se c’è bisogno che il meccanico metta le mani nel motore per ripararlo, bisogna che gli portiamo l’auto. Non possiamo dormire con le mani in mano aspettando che dal Cielo arrivi chissà quale Grazia, poiché chi dorme non piglia pesci.

Se si avverte il bisogno di recuperare il NOI della coppia (che è sacramento di Cristo) dobbiamo farlo subito. Domani è già troppo tardi. Dobbiamo prendere il toro per le corna, prendere il coraggio di mollare le esperienze sensazionali e concentrarci sul nostro matrimonio. I gruppi di preghiera, associazioni o movimenti che siano, non devono essere il tappeto sotto cui cacciamo la polvere della nostra relazione malata, devono invece essere al servizio della coppia; quando individuiamo l’esperienza ecclesiale che ci aiuta a diventare più santi nel matrimonio e a guarire le relazioni malate seguiamola con costanza.

La cosa più urgente nella vita è la conversione, prima che sia troppo tardi per tornare indietro come è successo al Gatto e la Volpe. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Il mantello diviso in due

Dal Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo è il Salmo proposto ieri nella memoria liturgica di S. Martino di Tours, quello famoso per il suo mantello. Una breve biografia di questo santo ci aiuterà a capire meglio una frase del Salmo.

Nel rigido inverno del 335 d.C. Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise col mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia. Il termine latino medievale per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Concentriamo la riflessione sulla frase centrale : Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.

Il monte del Signore indicava il monte sacro sul quale vi era costruito il tempio santo del popolo di Israele, quello ove si conservava “l’Arca dell’alleanza”. Per noi ora è rimasta la simbologia di quel monte, ossia potremmo paragonarlo al Regno dei cieli, al Paradiso. Monte simbolico o no, poco importa, perché ciò che ci interessa sono le condizioni che il salmista detta, e cioè mani innocenti e cuore puro.

S. Martino ci è di un esempio lampante in questo: nonostante non fosse battezzato ha seguìto subito l’intuizione della coscienza, aveva certamente un cuore aperto al bene, ma non ha esitato a seguirne le indicazioni. E la frase di Gesù ci conferma che quel gesto fatto al mendicante, Gesù se lo sente fatto su di sé.

Cari sposi, molte volte il mendicante seminudo può essere il nostro consorte, e noi come agiamo di fronte a questa nudità? Si faccia caso che il mendicante non ha chiesto aiuto a Martino, però non ha rifiutato l’atto di carità. Inoltre, si faccia caso al fatto che Martino divida in due il mantello, non sarà un richiamo per gli sposi?

La grazia sacramentale ha il potere di trasformare ogni sposo nel S.Martino per la propria sposa e viceversa. Nell’amare il nostro coniuge non preoccupiamoci per il nostro mantello rotto a metà perché al risveglio S.Martino ritrovò ancora intatto il proprio mantello, dove non arriva la natura, interviene la Grazia di Cristo. Coraggio

Giorgio e Valentina.

A chi tocca la scelta?

«Non voi avete scelto me», dice il Signore, «ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». (Gv 15,16)

Questa è l’antifona alla Comunione che abbiamo sentito alla Messa di questi giorni. È una frase famosa. Gesù pronuncia questa frase in mezzo ad un discorso molto importante. In questo discorso c’è anche la parabola del tralcio e della vite.

Apparentemente sembra una frase ad effetto. Spesso ce la siamo sentita approfondire nelle predicazioni come un invito a gioire perché il Signore ci ha amati per primo. Ed in effetti è verissimo. Tuttavia, altrettanto spesso non siamo mai stati aiutati ad andare a fondo del suo significato.

Qualcuno si starà chiedendo come potremmo farlo noi, dal basso della nostra pochezza e per di più in un solo articolo da blog. Ed in effetti non ci tenteremo nemmeno. Vorremmo solo condividervi un piccolo affondo. Altri, più avanti nel cammino di noi, ci hanno aiutato a farlo.

Come sempre accade, la Parola di Dio ha un primo significato immediato. Tuttavia, questo significato serve da segno o simbolo per significati più profondi. Il più immediato si riferisce al fatto che in quel tempo erano i discepoli a scegliere un loro maestro/rabbino (oggi lo chiameremmo mentore, tutore, guida, padre spirituale), ed una volta scelto andavano praticamente a trasferirsi a casa sua, così da riceverne per osmosi di convivenza gli insegnamenti. Ed ovviamente non tutti i maestri erano uguali: c’erano quelli alla moda, quelli dei vip, quelli esclusivi, quelli più ricercati e quelli meno chic… ne abbiamo riprova nel fatto che S.Paolo si presenti come discepolo della scuola di Gamaliele, come a dire che la sua istruzione proveniva da un rabbino molto rispettato ed influente nella comunità, un po’ come esibire il certificato di laurea conseguita presso la prestigiosa università X.

Ora Gesù con quella frase si riferisce a questa pratica sociale del suo popolo, ma ne svela un significato più profondo. Non solo dice che è stato Lui a scegliere noi come oggetto del Suo amore, ma che ci ha costituiti affinché andiamo e portiamo frutto, ed il nostro frutto rimanga.

Molti sposi cristiani concepiscono il Sacramento nuziale solo come una benedizione da parte di Dio sul loro amore umano. È una sorta di parafrasi spirituale della concessione da parte del patriarca sulle nozze del figlio o della figlia. È simile a quando un organizzatore chiede il patrocinio del Comune o della Diocesi per un evento. Successivamente, si fregia di pubblicizzare l’evento come patrocinato da un ente prestigioso, mettendo in bella vista sul cartellone il logo.

Niente di tutto ciò si avvicina al Sacramento del Matrimonio, perché questo atteggiamento rivela che siamo ancora noi, carichi del nostro amore, gelosi del nostro amore umano, convinti che il nostro sia l’amore più bello di tutta la storia dell’umanità, a scegliere il maestro. In definitiva, con questo atteggiamento, i protagonisti siamo sempre noi con tutto il carico di superbia ed orgoglio che ci portiamo dietro.

Mentre invece, se è vera la frase di Gesù sopracitata, non siamo noi come coppia ad andare a scegliere il maestro, ma è Lui che ha scelto quella lei per amare quel lui e viceversa. Capite che così la frittata si capovolge, non siamo più noi i protagonisti del nostro amore col Signore che ci mette il suo patrocinio, ma è Lui che è protagonista dell’amore che ci scambiamo.

E’ come se noi prestassimo al Signore Gesù tutta la nostra femminilità per amare il nostro sposo e tutta la nostra mascolinità per amare la nostra sposa. E per farlo ci ha costituiti sacramento del Suo amore l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, nel Sacramento nuziale abbiamo tutto il kit per amare il nostro coniuge di un amore che parli di un altro Amore.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /41. L’amore è una tavola apparecchiata.

Cap. XXXV Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane… chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

In questo capitolo c’è il tanto atteso momento del reincontro tra Pinocchio e Geppetto. Ed ancora una volta lo scrittore usa delle immagini che sembrano quasi copiate dalla Bibbia. Questa volta sembra proprio di rivedere il famoso episodio di Giona, il quale rimane tre giorni nel ventre del pesce, prima timida prefigura del Messia che risorgerà il terzo giorno dalle viscere della morte.

Ma c’è un altro particolare che ci piace mettere in luce per una lettura sponsale. Per farlo abbiamo bisogno di leggere dal testo del racconto:

[…] trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola[…]

Sappiamo che Geppetto rappresenta il Padre, però è curioso che Pinocchio lo ritrovi intento in un gesto quotidiano semplice ma essenziale: mangiare. Sembrerà ad alcuni forzato e per altri un’esagerazione, ma a voi non ricorda il gesto che Gesù fece nell’Ultima Cena?

Non vogliamo piegare il testo per fargli dire ciò che vogliamo noi, ma semplicemente ci ha incuriosito il fatto che ritrovi il babbo in un gesto così semplice e così significativo e vi abbiamo visto una simbologia.

Avrebbe potuto ritrovarlo intento in qualche altra faccenda, ad esempio occupato a cercare una via di fuga, ed invece no, sembra quasi che lo stesse aspettando, quasi che abbia apprecchiato la tavola anche per Pinocchio.

E qui vi abbiamo scorto la simbologia che il Padre spesso si fa vicino a noi attraverso i gesti quotidiani. Egli è naturalmente padrone di se stesso e non deve chiedere l’autorizzazione a nessuno, agisce come meglio crede; essendo Onnipotente potrebbe apparire in tutta la sua grandezza a noi così da indurci (quasi obbligarci) a credere in Lui. Ma spesso sceglie di agire per vie più nascoste, più umili, più quotidiane.

Avete sicuramente presente cosa avviene quando un papà, per poter giocare col figlioletto di 1 anno, si deve sedere in terra come lui, abbassarsi alla sua altezza, giocare con giochi che per l’adulto sono infantili, ma così facendo utilizza un modo per comunicare amore che il bimbo capisce, sarebbe un papà strambo se pretendesse di giocare a poker con quel bimbetto, oppure una partita a Monopoli.

Similmente il Padre si abbassa al nostro livello di comprensione per farsi capire, per entrare in comunione con noi; si abbassa ad usare un linguaggio che noi comprendiamo, altrimenti sarebbe troppo alto il suo livello e lo scopo di amarci e farci sentire amati svanirebbe.

Cari sposi, un trucco (neanche troppo segreto) per far sentire Dio Padre più vicino al nostro coniuge è quello di preparare un bella tavola apparecchiata ed accogliente. Ovviamente la tavola è simbolica di tanti gesti quotidiani, di tante piccole attenzioni, di tenerezze, di sguardi, di baci, di carezze, di abbracci, e di tutto quello che la fantasia dell’amore vi suggerisce.

Coraggio care coppie, dobbiamo essere l’uno per l’altro quel segno dell’amore del Padre a cominciare dalla più semplice e tanto cara e bella quotidianità, quotidianità che ci regala il sapore dell’amore consumato per l’altro.

Giorgio e Valentina.

Vite Feconda in Ogni Senso

Sal 127 (128) Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!

Questo Salmo ci viene proposto nell’odierna Liturgia, nella quale il tema matrimoniale è prepotente. Oltre al già citato Salmo vi è la prima lettura, che è un brano di San Paolo tratto dal capitolo 5 della Lettera agli Efesini, che contiene la frase famosa: “Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!“.

Infine, il Vangelo secondo Luca contiene due immagini simili. Gesù usa queste immagini per descrivere il Regno di Dio. Queste sono il granellino di senape e il lievito nell’impasto di acqua e farina.

Senza fare una predica e rubare il mestiere ai sacerdoti vi condividiamo un aspetto che ci tocca da vicino. Il beato a cui si riferisce il Salmo è l’uomo maschio. Apparentemente potrebbe sembrare quindi una preghiera di stampo maschilista nel senso negativo del termine. Invece, ci rivela qualcosa di inaspettato.

Innanzitutto definisce lei come la sua sposa. Questo, di per sé, è come un titolo nobiliare. Per la mentalità dell’epoca, la donna era considerata benedetta da Dio solo se sposata con un buon marito (un brav’uomo) e se diventava madre. Restare senza figli era per una donna vergognoso. Era anche vergognoso essere zitella perchè nessuno la voleva. Era peggio ancora se veniva ripudiata dal marito. Quindi chiamarla “tua sposa” è renderle onore.

Secondariamente la definisce “vite feconda“. Si riferisce al fatto che l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie riceve da Lui una copiosa benedizione. La benedizione a cui si riferisce il salmista non è astratta. Al contrario, è molto concreta. È una benedizione sul profitto del proprio onesto lavoro, sulla felicità e sulla prosperità di beni, su una sposa feconda e su figli sani e forti. Insomma, la benedizione del Signore intesa dal popolo dell’Antico Testamento è qualcosa di concreto. Ha i piedi ben saldati in terra. È qualcosa che si vede e si tocca. Si vive quotidianamente.

Ma veniamo al nostro punto: la vite feconda. Sappiamo come Gesù abbia detto di se stesso di essere venuto non ad abolire l’Antico Testamento. È venuto per portarlo a compimento. Lui è qui per dargli nuova luce e nuove prospettive. Così gli conferisce significati più profondi e più incisivi. Ed è ciò che andiamo ora a scoprire nel profondo dell’espressione “vite feconda“.

Nella prima lettura S.Paolo ci ha detto che la sposa e lo sposo sono il segno l’uno di Cristo e l’altra della Chiesa. Ecco quindi che la sposa è chiamata ad essere segno della Chiesa per il suo sposo, e la Chiesa non è forse colei che ci ha generati in Cristo a vita nuova? Non è forse colei che ci ha resi figli di Dio?

La sposa quindi è chiamata ad essere continuamente il segno di colei che genera il marito a vita nuova, e continua a rigenerarlo nell’amore.

Così come la Chiesa continuamente ci richiama alla Verità e al Bene, similmente la sposa deve fare col suo sposo. La Chiesa ci richiama alla fonte Battesimale. Allo stesso modo, la sposa deve continuamente richiamare il marito alla fonte del loro amore. La Chiesa ci insegna a fare il bene e ad evitare il male. Lo fa con dolcezza, ma anche con chiarezza. Allo stesso modo, la sposa deve fare col suo sposo. Deve aiutarlo nelle scelte. Come la Chiesa ci vuole santi e ci santifica con i propri mezzi così la sposa deve aiutare il proprio sposo a diventare sempre più un maschio santo, deve far fiorire la sua mascolinità verso il Bene. Come la Chiesa non ci lascia mai soli nutrendoci con i sacramenti dalla nascita alla morte così la sposa non deve mai abbandonare il proprio sposo fino alla morte ma nutrirlo col suo amore tenero, dolce, accogliente e materno.

Coraggio spose, chiedete al Signore la Grazia sacramentale del matrimonio per vivere appieno la vostra femminilità sponsale.

Giorgio e Valentina.

Amore e Verità

Sal 84 (85) Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.

La Chiesa ci fa pregare questo Salmo durante la Liturgia della Santa Messa odierna e cade giusto a pennello con la memoria di un papa a noi molto caro: San Giovanni Paolo II.

E’ il papa che ha battuto diversi record rispetto ai suoi predecessori. Ma soprattutto noi lo vogliamo ricordare per il suo magistero su matrimonio e famiglia. Questo magistero ha preso nome di “Teologia del corpo“. Naturalmente essa non ha a che fare solo ed esclusivamente con i fidanzati e gli sposi. Tuttavia, questi due stati di vita hanno ricevuto più beneficio da questa “Teologia del Corpo“. Sono stati i più attaccati dal mondo in maniera tanto subdola quanto violenta.

Entrando un po’ nel particolare vogliamo sottolineare come questo santo papa ha sempre gridato al mondo la verità sull’uomo e sulla sua dignità. La sua è una voce che non ha mai fatto un passo indietro rispetto alla verità del cuore dell’uomo. È una voce imponente come quella di un nonno che insegna ai nipotini. È una voce autorevole come quella di un papà che guida i suoi figli con mano ferma. È una voce delicata come quella di una nonna che aiuta i nipotini a crescere. Ed è una voce tenera come quella di una mamma che accoglie le lacrime del figlio senza accuse. Insomma, è una voce che annunciava la verità con carità.

San Giovanni Paolo II ci ha insegnato a fare verità con carità. Chiunque si approcci al suo magistero non può negare di essere interpellato nel profondo del proprio cuore e nell’intimo della propria umanità. Non poche persone si commuovono e si convertono ancor oggi approfondendo i suoi scritti. Proprio perché aveva la capacità di unire la dolcezza materna con la fermezza paterna.

Cari sposi, questo metodo è lo stesso che dobbiamo imitare con noi stessi, con il nostro coniuge, dentro la nostra relazione sponsale. Dobbiamo sempre vigilare. Non ci devono essere esagerazioni da una parte o dall’altra. Non possiamo nascondere la verità in nome della carità. Non dobbiamo mancare di carità in nome della verità, perché questo rasenta la crudeltà.

Coraggio sposi, se stiamo nella Grazia di Dio allora la Sua salvezza si manifesta anche nella nostra carne maschile e femminile.

Chiediamo questa Grazia attraverso l’intercessione di San Giovanni Paolo II, il quale ci ha mostrato con la sua vita le parole del salmo: Amore e verità s’incontreranno.

San Giovanni Paolo II, prega per noi.

Giorgio e Valentina.

Il Matrimonio Secondo Pinocchio /40. La Scelta è Nostra.

Cap XXXIV Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingojato dal terribile Pesce-cane.

Pinocchio ha la stessa sorte di Mosè e di Giona, cioè viene salvato dalle acque. L’acqua che, inizialmente sembra essere teatro della sua morte, si rivela in realtà foriera di rinascita.

La narrazione ha del fantasioso ma in sè nasconde una verità: mentre il ciuchino Pinocchio si ritrova sott’acqua ad aspettare la morte arrivano dei pesci che divorano la carne di questo ciuchino. Quando non resta più carne di ciuchino, si rivela il burattino di legno. All’interno di quel ciuchino, Pinocchio non è del tutto smarrito. Non si è ancora del tutto abbandonato all’idea di essere un ciuchino per il resto dei suoi giorni. Sotto sotto c’è ancora il vero Pinocchio. Alla prima occasione, salta fuori allo scoperto liberandosi del corpo di ciuchino come da una prigione.

In questo passaggio v’è contenuto un grande insegnamento. I veri autori della nostra degradazione finale e definitiva siamo noi stessi. Infatti, il burattino che era “sepolto” sotto la carne di ciuchino non si era ancora dato per vinto. Non si era ancora arreso, perché si era pentito. La vera svolta è il suo pentimento, l’ennesimo.

Cari sposi, ci sono tanti sposi che si degradano l’un l’altro, o che degradano la propria relazione, il proprio matrimonio, il proprio sacramento fino a sembrare dei ciuchini. Ma la rinascita è sempre possibile. Anche se, alla guisa di Pinocchio, veniamo gettati in mare legati ad una fune. Il nostro aguzzino tiene ben saldo l’altro capo della fune.

Se però sentiamo il rimorso della coscienza, non lasciamo cadere invano il suo richiamo, non lasciamo che la nostra parte interna si degradi fino a non sentire più nemmeno il bisogno del pentimento. Quello è ciò che ci salverà.

Appena il Signore avverte il nostro sincero ed autentico pentimento. Questo pentimento è unito alla volontà di non ricadere più in qualche disobbedienza al Padre (o alla Fata turchina). Ecco che ci manda dei pesci divoratori. Questi pesci mangiano il ciuchino esterno a noi e rivelano la nostra natura.

Questi pesci mangia-ciuchini potrebbero essere persone o esperienze. Per esempio: qualche amico, la predicazione di un sacerdote, un corso per sposi, un convegno, o un incontro nelle sale parrocchiali. E tutto ciò che nasce dalla infinita fantasia di Dio.

Coraggio cari sposi, non è mai detta l’ultima parola nè su noi personalmente, nè sulla nostra coppia, nè sul nostro matrimonio, tantomeno sul nostro Sacramento.

Giorgio e Valentina.

Diventare come cibo

Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Il suo agire è splendido e maestoso, la sua giustizia rimane per sempre. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere, gli diede l’eredità delle genti.

Questo Salmo ci aiuta non solo a rendere grazie al Signore con tutto il cuore, ma ne celebra anche la fedeltà attraverso vari passaggi nella preghiera. Ce n’è uno in particolare che ci sembra possa essere adatto a noi sposi: Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza.

Da questa frase si evince come Dio non dia il cibo a chiunque, ma solo a chi lo teme. Dunque dobbiamo chiederci di quale cibo si tratti e di cosa significhi temerLo altrimenti non ne capiamo la profondità.

Innanzitutto, possiamo comprendere il timor di Dio come una sorta di filiale abbandono. È simile a quello che sperimenta il bimbo col nonno. Quando arriva un insegnamento di vita dal nonno, il nipotino di solito ascolta a bocca aperta. Lo fa con stupore, quasi che penda dalle labbra del nonno. A volte si vedono nipotini che eseguono gesti senza conoscerne il significato. Questi gesti vengono ripetuti semplicemente perché lo hanno visto fare al nonno. Oppure, gli è stato detto dal nonno di compiere tale gesto.

Il nostro timor di Dio deve assomigliare un po’ all’atteggiamento di quel bimbo nei confronti del nostro “nonno celeste” che in realtà è il Padre.

Si potrebbero scrivere mille articoli per quanto riguarda il cibo di Dio. Ci basti intuire che il cibo di Dio è variegato. A volte ritroviamo nella Parola di Dio diverse frasi: “mio cibo è fare la volontà del Padre… Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Procuratevi non il cibo che perisce… Perché la mia carne è vero cibo” e altre ancora, ma tra le tante prendiamo quella più classica, ovvero l’Eucarestia.

Il Sacramento del Matrimonio ha diverse affinità con quello dell’Eucarestia. Cari sposi, se volete che il Signore delizi il vostro matrimonio con i Suoi sapori, accostatevi a questo cibo celeste frequentemente. I sapori di Paradiso sono come un antipasto di Paradiso. Per ottenere frutti di vita nuova e di rinnovato amore tra noi, dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di rinnovare sempre il timor di Dio che ci è stato donato nella Cresima.

Coraggio sposi. Ogni Matrimonio Sacramento deve diventare, a sua volta, fonte di cibo per la nostra parrocchia e per tutti coloro che ci sono vicini o che incontriamo. Dobbiamo cibarci di Colui che è l’Amore per ridonarLo nella nostra carne.

Giorgio e Valentina.

It’s wonderful. Un Pensiero di Dio Fatto Carne

Sal 138 (139) Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda. Meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.

Il Salmo della Messa odierna è stato musicato da diversi autori per l’immediatezza del messaggio ivi contenuto, ma anche per la semplicità con cui è espresso dalle parole. Vorremmo soffermarci non tanto su qualche suggestione che ci dona un’espressione o l’altra, quanto sul messaggio nella sua completezza.

Si intuisce subito come questo Salmo possa far bene a tante persone che hanno una bassa stima di sé. Anche se venissero ignorate dal mondo intero, leggendo questo Salmo, dovrebbero percepire quanto siano stimate da Dio. Siamo importanti per Lui al punto che si è degnato di intesserci nel grembo di nostra madre.

Ognuno di noi è come un pensiero di Dio fatto carne. Già questo dovrebbe far scomparire ogni nuvola di tristezza. Per il cristiano non esistono giornate inutili. Ad ogni risveglio basterebbe questo pensiero per affrontare ogni giorno con letizia. Solo il pensiero che io esisto perché Qualcuno mi ha amato e continua a farmi vivere con la Sua presenza fa diventare ogni giorno una bellissima giornata e degna di essere vissuta nella Sua Grazia.

Ma questo è solo il primo strato superficiale che volevamo mettere in risalto. A ben vedere, c’è dell’altro un poco più in profondità.

Se è vero che “mi hai tessuto nel grembo di mia madre[…] hai fatto di me una meraviglia stupenda” vale per ognuno di noi, significa che vale anche per il nostro coniuge, o no? Se ci battiamo giustamente con tanto ardore per difendere il povero, l’immigrato, il carcerato. Difendiamo anche il bambino del (cosiddetto) terzo mondo, il malato, e le vittime delle molte guerre, ecc… perché non dovremmo difendere almeno con lo stesso ardore e passione il nostro coniuge ?

A volte succede che ci ricordiamo del valore della persona solo per chi vive fuori dalle nostre quattro mura. Ma questo non vale anche per i nostri familiari? Ovviamente le nostre sono solo provocazioni per stimolarvi ad entrare in profondità.

Se dunque anche il mio coniuge è una meraviglia stupenda ed è unito indissolubilmente a me, significa che io sono vincolato ad una persona stupenda. Questa persona è certamente imperfetta ma meravigliosa. Già per il fatto di essere un pensiero di Dio fatto carne. Se poi la persona amata è sacramento di Cristo per me, allora significa che Dio l’aveva da sempre pensata per me, fin dall’eternità. Dio mi ha amato da sempre. Ha deciso di farmi esistere da un momento preciso in poi. Ha voluto farsi molto vicino a me. Voleva farmi sperimentare il Suo amore attraverso una “meraviglia stupenda”. Questa meraviglia è un segno carnale ed efficace della Sua Grazia: questa meraviglia è il mio coniuge!

Coraggio sposi, Dio non si sbaglia mai: il nostro sposo, la nostra sposa è perfetto per amarci. È perfetto per essere amato/a da noi. Non gli/le manca niente per essere sacramento vivente.

Amiamo con riconoscenza il nostro coniuge. Tutto cambierà.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /39

Siamo ancora al Capitolo XXXIII. Il direttore di un circo compra Pinocchio. Lo obbliga ad imparare la sua parte in un grande spettacolo di salti e balli con sferzate e frustate. Ad un certo punto scorge tra il pubblico la Fatina. Stupito, si ferma ad osservarla. Ma così facendo arriva un’altra dolorosa frustata. Questa gli ricorda di non fermarsi ma di continuare lo spettacolo.

Ed ecco qui il focus di quest’oggi:

Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!… Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò: […]

Sembra ormai giunta la fine per quel povero burattino trasformato in ciuchino. Sembra che il suo destino sia già segnato. Nessuno gliel’ha imposto. Ha fatto tutto da sé, rovinandosi con le proprie mani. Tutto sembra pre-destinato, ma la storia prende un’altra piega, poiché c’è ancora una speranza: le lacrime.

Molti direbbero che finché c’è vita c’è speranza. Ma qui potremmo parafrasare questo famoso aforisma con “Se c’è lacrima c’è speranza”. Quelle lacrime sono il segno che dentro quella bestia è rimasto ancora qualcosa che non sia animale.

È interessante notare come nessuno si accorga che il povero ciuchino piange. Forse perché tutti quelli intorno a lui lo considerano un vero ciuchino e non un burattino. Perciò è impossibile che pianga, che provi sentimenti, emozioni, rimpianti… ed invece…

Traducendolo per la nostra vita: succede spesso che quando ci siamo degradati così tanto da perdere quasi la figura umana, quelli intorno a noi ci considerano spacciati. Quasi identificano la nostra degradazione con la nostra persona. Ma nessuno di noi è quello che fa. Anche se ne combinassimo di grosse, quello che abbiamo fatto di male non ci definirà mai. Noi siamo uomini. Siamo figli di Dio col Battesimo.

Semmai potremmo essere definiti degli uomini (maschi o femmine) che hanno commesso questo e quell’errore. Tuttavia, non siamo il nostro errore o il nostro peccato. Se non ci dà per spacciati nemmeno Dio fino a che non esaliamo l’ultimo respiro, figuriamoci se possono darci per spacciati altri. Queste persone sono uomini come noi.

Cari sposi, quando il nostro coniuge ne combina di grosse, dobbiamo alzare le antenne. Cerchiamo una possibile fessura attraverso la quale far entrare la luce di Dio. Non diamolo mai per spacciato con frasi perentorie del tipo : Non cambierai mai, sei sempre lo stesso, ecc…

Forse lei/lui sta piangendo alla guisa di Pinocchio. Tuttavia, il suo pianto è interno. Il suo grido di dolore è soffocato dal nostro giudizio o da quello di chi lo circonda. Difendiamo il nostro coniuge, abbracciamolo con l’abbraccio misercordioso di Dio (se occorre anche con l’abbraccio fisico), non lasciamolo solo. C’è chi è tornato sui suoi passi grazie ad uno sguardo d’amore misericordioso. Uno su tutti S. Pietro. Coraggio sposi, non diamo per spacciato mai il nostro amato o la nostra amata.

Giorgio e Valentina.

Wow, che decisione!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56) Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Oggi è il giorno di S.Teresa di Gesù Bambino (quella di Lisieux). È una santa a cui siamo particolarmente affezionati per diversi motivi. Uno dei quali è il fatto che è una delle figlie di una coppia di sposi santi: i santi Luigi e Zelia Martin.

Si potrebbero scrivere molte righe su queste santità famigliari. Sceglieremo solo un aspetto che ha a che fare con la prima frase di questo brano del Vangelo: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Santa Teresina (così affettuosamente chiamata per distinguerla da S. Teresa d’Avila) ha lasciato diversi scritti. In uno di questi dal titolo “Storia di un’anima“, ella racconta la sua decisione di essere il cuore nel corpo che è la Chiesa. Si rifà alla famosa immagine descritta da S. Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.

Il cuore dell’uomo, nella Bibbia, è la sede delle decisioni intime. È la sede dove tutto si decide, dove si vaglia il bene ed il male. È anche la sede dove c’è il setaccio. Serve per usare il nostro libero arbitrio. Questo ci permette di scegliere per la libertà. Per usare un linguaggio più moderno potremmo definirlo come la stanza dove si riunisce il CDA di un’azienda. Lo potremmo paragonare alla famosa Stanza Ovale della Casa Bianca.

Ora, cosa c’entra la decisione di Santa Teresina con quella di Gesù?

Santa Teresina ha preso la decisione di amare (il cuore appunto) aldilà di ogni costo e oltre ogni confine. O meglio, ha deciso di ri-amare Colui che per primo l’ha amata. Ha preso la decisione di ricambiare quell’Amore che l’ha amata così tanto da dare la Sua vita per lei.

Quell’ Amore sappiamo essere Gesù stesso, e come ci ha dimostrato il Suo Amore? Morendo in Croce per noi, per la nostra salvezza.

Gesù è entrato nella Sua Stanza Ovale (per così dire). Ha scelto di amarci, cioè di salvarci. Il brano del Vangelo ce lo testimonia con la frase che abbiamo selezionato: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Cari sposi, cosa c’entra con noi questa decisione di Gesù?

Vogliamo imitare Gesù, ovvero andare fino in fondo alla nostra decisione? Se siamo entrati nella nostra stanza intima del CDA, il nostro cuore, e abbiamo deciso di amare il nostro coniuge, dobbiamo imitare la fermezza di Gesù. Anche gli sposi hanno una loro Gerusalemme verso cui mettersi in cammino: il proprio Sacramento del matrimonio. E questo Sacramento è per gli sposi ciò che per Gesù è Gerusalemme. È il luogo dove si compie la salvezza. È il luogo dove l’amore si dona tutto fino alla morte in Croce.

E dobbiamo prendere questa decisione con la stessa fermezza di Gesù. Non dobbiamo usare la scusa che Lui fosse il Figlio di Dio. Lui non ha annientato la propria natura umana con la scusa di avere anche la natura divina. Ha deciso in quanto uomo, la Sua fermezza trova la propria fonte nella fiducia nel Padre.

Coraggio sposi, possiamo anche noi prendere il posto del cuore dentro quel corpo che è la Chiesa. Possiamo anche nella chiesa domestica che è la nostra casa. In fondo Santa Teresina ha preso la stessa decisione di Gesù: amare costi quel che costi.

Giorgio e Valentina.

La Via della Fede: Esperienza e Conoscenza

Sal 118 (119) Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie. Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Osserverò continuamente la tua legge, in eterno, per sempre.

Questo Salmo è una richiesta a Dio di vari doni afinché possiamo essere guidati sulle sue vie. Ci colpisce in particolare la seconda frase: Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie.

Che nesso c’è tra la conoscenza dei precetti del Signore e la meditazione delle Sue meraviglie? Non è forse sufficiente guardare uno spettacolare tramonto per meditare e contemplare le Sue meraviglie? Inoltre, se bastasse sapere a memoria dei precetti per meditare le Sue meraviglie, può forse significare che gli analfabeti non siano in grado di meditarLe?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per non cadere nella trappola di qualche eresia.

Innanzitutto dobbiamo notare una cosa. La conoscenza che intende il mondo semitico non è la conoscenza scientifica o razionale che intendiamo noi occidentali. Basterebbe a tal proposito ricordare come la Santa Vergine risponde all’arcangelo Gabriele quando riceve l’annuncio della sua maternità: “Com’è possibile? Non conosco uomo.” (Lc, 1,34).

La conoscenza a cui fa riferimento anche la Madonna è proprio quella che stiamo considerando. Per noi occidentali la conoscenza rimane per lo più un concetto legato alla razionalità. Per il mondo semitico essa ha più a che fare col cuore che col cervello.

Sembra una concezione lontana da noi. In realtà, la usiamo anche noi per dire che una realtà la conosciamo dal di dentro. Per esempio se andate da un artigiano che ripara o accorda pianoforti, vi dirà di conoscere a fondo questa o quella marca di pianoforte. Questo perché avrà smontato chissà quanti pianoforti in 40 anni o più di lavoro. Stessa cosa dicasi anche per il meccanico delle auto. Avrà smontato chissà quante volte i motori delle auto. Conoscerà tutti i dettagli di ogni marca.

Se avete badato, in questi due esempi abbiamo usato il verbo conoscere. Ma non è legato ad una conoscenza di cervello, di libri letti o di manuali imparati a memoria. È una conoscenza dei motori, piuttosto che dei pianoforti, legata all’esperienza di vita. La frase tipica che si usa è: “Li conosco come le mie tasche”. Questo proprio per indicarne l’esperienza fatta di vita concreta.

Ed è proprio quest’ultima accezione del significato di “conoscenza” alla quale si riferisce il salmista.

Quindi, la frase “Fammi conoscere la via dei tuoi precetti” potremmo tradurla nel nostro linguaggio presente così: “Fammi fare esperienza vissuta (concreta, nella mia vita) della via dei tuoi precetti“.

E di questa realtà vissuta ne sono testimoni diretti i santi. Specialmente quelli che ci hanno lasciato degli scritti. Nei loro scritti sono elencate e descritte nei dettagli le meraviglie che il Signore ha compiuto nella loro vita spirituale e/o carnale.

Come sono giunti alle alte vette della meditazione delle meraviglie del Signore?

Grazie a quella conoscenza esperienziale di cui sopra.

Cari sposi, se vogliamo vivere sulla nostra pelle le meraviglie del Signore, bisogna che ci lasciamo amare da Colui che ci ama, convertire da Colui che solo ci può convertire, prendere per mano da Colui che conosce il nostro vero bene. Dobbiamo fare esperienza di come l’osservanza dei Suoi precetti ci faccia pregustare un pezzo di Paradiso già in questa vita.

Coraggio sposi, basta fidarsi dell’unico degno di fiducia.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /38. Il male chiede il conto

Cap XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Per ben 5 mesi l’Omino lascia Pinocchio nella cuccagna, ma poi si presenta quando l’imbestiamento è completato. È interessante notare come l’Omino riconosca Pinocchio e Lucignolo dai loro ragli. Manco fossero parole sensate, riconosce la loro voce. La tristezza sta nel fatto che sembra far da contraltare alla famosa figura del Buon Pastore.

Nell’immagine del Buon Pastore è Lui che conosce le pecore ed esse riconoscono la Sua voce. Qua accade il contrario. Ovvero, è l’Omino che riconosce la voce delle sue prede.

E sembra anche intendere i ragli, perché ormai le parole sensate se ne sono andate.

Purtroppo è esperienza di molti secoli che con la fede si perda anche la ragione. Ci si perde in vaghi ragionamenti. Si rimane invischiati nei piccoli pensieri delle ideologie. Esse non hanno occhi per la realtà. Si nutrono solo di se stesse, dei propri vaghi e tortuosi ragionamenti. Si rimane come ciechi dinanzi all’evidenza della realtà.

Cari sposi, ancora una volta si presenta a noi il mistero del male con la storia del burattino.

Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza su noi stessi, sul nostro matrimonio, altrimenti si finisce come Pinocchio. Facciamo qualche esempio solo per capire come funziona il meccanismo del male non per giudicare nessuno, concentratevi sulle dinamiche dell’Omino.

Lui e lei si separano. Hanno tralasciato di tenere viva la loro relazione sponsale. Per diversi motivi, rinunciano a combattere per ristabilire la comunione. Ognuno va per la propria strada, non senza una certa dose di dolore. All’iniziale smarrimento segue subito la voglia di rinascita, o come insegna il mondo vogliono “rifarsi una vita”.

Cambiano il proprio stato sui social da ‘sposato/a’ all’usuale ‘single’. Cambiano anche modo di vestire. In poco tempo trovano un’altra persona. Con questa persona ritrovano l’entusiasmo giovanile delle prime cotte e delle prime infatuazioni. Si innamorano e vanno a vivere insieme. Sono i primi 5 mesi di Pinocchio al paese dei Balocchi dove tutto è una cuccagna.

Poi però cominciano i guai perché l’Omino ritorna e chiede il conto. Arrivano dispiaceri dai figli (inevitabilmente le peggiori vittime di tutto ciò). Si hanno litigi ed incomprensioni per l’intreccio delle nuove relazioni con i parenti e amici di prima. Di notte si fatica a riposare bene e non si dorme più. Allora si cominciano le pastiglie di melatonina. Poi ci sono gli attacchi di panico, propri o dei figli. E chi più ne ha più ne metta.

Da questo esempio (che abbiamo visto coi nostri occhi) possiamo trarre l’insegnamento. Prima c’è l’iniziale euforia del paese dei Balocchi. Poi arriva il conto dell’Omino. Ed è un conto salato.

Cari sposi, non lasciamoci trarre in inganno dal mondo. Restiamo vigili e saldi nella fede al nostro Sacramento. I momenti difficili e le incomprensioni non mancano. Tuttavia, non saltiamo sul carro dei Balocchi. Restiamo a casa della Fatina buona. Ovvero, restiamo in casa della nostra madre Chiesa.

Coraggio, non desistiamo.

Giorgio e Valentina.

Caro problema…

Sal 39 (40) Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza. 

Un Salmo è una preghiera che va recitata e vista nel suo insieme. Cerchiamo però di raccontarvi solo uno stimolo di riflessione che ci ha suscitato. Ogni volta che si recita il tal Salmo si incontrano le stesse parole. A cambiare è il nostro cuore che è pronto a ricevere uno stimolo piuttosto che un altro a seconda del cammino di fede.

Oggi vi vogliamo condividere la riflessione stimolata dall’ultima frase: Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza.

Apparentemente sembra non volerci chissà quale fede per proclamare che il Signore è grande. In quanto Dio Egli deve essere per forza grande. Altrimenti che Onnipotente sarebbe se non fosse grande?

Ma il salmista ci tiene a precisare che a dirlo debbano essere coloro che amano la salvezza del Signore. Ora, proviamo a riflettere, cos’è questa salvezza? O meglio, qual è la salvezza del Signore?

È la salvezza dalla morte eterna, la salvezza dalle conseguenze mortifere del peccato. Inoltre, com’è avvenuta ? Attraverso la Croce di Gesù. Il nome di Gesù significa “Dio Salva” / “Dio è salvezza” tanto che lo chiamiamo Salvatore, quasi fosse un soprannome. Quindi, la salvezza del Signore è Gesù stesso.

Torniamo all’inizio del ragionamento: coloro che amano la salvezza del Signore sono dunque coloro che amano Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Cari sposi, il Signore vi ha scelti come Suo Sacramento perenne. Egli si fida di voi affinché si conosca la Sua salvezza nel mondo. Vi ha scelti quasi come megafoni che diffondono la Sua Parola di Salvezza. Siete come dei moderni modem wi-fi che diffondono il segnale della Sua Parola a tutti quelli che vogliono connettersi a voi.

Ma cosa significa che il Signore è grande ?

Se il Signore è riuscito dal più grande male mai avvenuto (il deicidio, la Croce di Gesù), a tirar fuori il più grande bene mai avvenuto, ossia la Salvezza, cosa volete mai che sia per Lui risolvere uno qualunque dei nostri problemi?

Quanti amano il Signore Gesù ripongono ogni loro fiducia in Lui. Lasciano a Lui il governo della propria vita e del proprio matrimonio. Anche Gesù, come uomo, nel momento supremo della prova, nell’orto degli Ulivi durante la Passione, ha dovuto scegliere di fidarsi o meno del Padre Suo. Alla fine del Suo combattimento ha deciso di fidarsi del Padre. Nella Sua preghiera ha parlato al Padre Suo della prova che lo stava attendendo. Poi ha affrontato tutto con grande forza. Sembra quasi che abbia voluto dire alla Croce che Lui aveva un Padre del Quale si fidava. Allora cari sposi, quando ci si pone davanti un problema, la prima cosa da fare è parlare al Signore del nostro problema, cioè dobbiamo pregare. Ma non basta. Bisogna poi fare il passo successivo, e cioè andare dal nostro problema e dirgli che noi abbiamo un Dio grande.

Non solo : <<Signore, abbiamo un grande problema.>>

Ma soprattutto : <<Problema, abbiamo un grande Dio!>>

Cari sposi, coraggio che il Signore è grande!

Giorgio e Valentina.

Il Sacramento del Matrimonio: fare della vita coniugale un canto nuziale

Sal 149 Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo creatore, esultino nel loro re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona i poveri di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca: questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Gli studiosi ci insegnano che i Salmi sono delle preghiere cantate. O almeno nella loro intenzione iniziale lo erano. Probabilmente, il cantore che li eseguiva era solito accompagnarsi con uno strumento musicale quale la cetra o similari.

Se dunque erano canti, che senso ha la parte iniziale: Cantate al Signore un canto nuovo?

Il cantore aveva forse esaurito la fantasia musicale? Dopo anni passati ad eseguire sempre lo stesso repertorio, sentiva la necessità di introdurre nuove composizioni? Sembra quasi che sia un invito fatto da un talent scout, al fine di scovare la nuova stella nel panorama musicale dell’epoca. O forse no?

Sicuramente la frase iniziale appare alquanto strana se si pensa al Salmo come ad una preghiera in canto. Forse il salmista intendeva un altro tipo di canto. Un cantautore cattolico ci insegnò tanti anni fa una lezione importante. Quando non riusciva a scrivere una nuova canzone, era un chiaro segno. Doveva far diventare la sua vita vissuta quel nuovo canto.

E per fare questo tipo di canto non serve aver partecipato ad alcuna accademia musicale. Non è necessario nemmeno conoscere il linguaggio musicale. Tanto meno essere intonati risulta un aiuto valido.

Cari sposi, la Chiesa ci ha consegnato una vera e propria missione col Sacramento del Matrimonio. Dobbiamo fare della nostra vita sponsale un canto nuziale di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa.

L’unico requisito richiesto è partecipare agli workshop dedicati a questo tipo di professione: la scuola dei santi. Dobbiamo imparare ad imitare le virtù dei santi. È una scuola di formazione in continuo aggiornamento. C’è sempre qualcosa da aggiustare nella nostra vita.

Come facevano i santi a crescere nell’intimità con Dio? Lo frequentavano sempre più spesso. Così anche tra noi: per crescere nell’arte di amarci a vicenda dobbiamo prima frequentare Colui che dell’amore ne è la fonte eterna. Di sicuro se andiamo alla fonte troviamo l’originale e non un amore taroccato.

Il nostro canto nuziale ha come pentagramma il consenso che ci siamo scambiati il primo giorno delle nozze, quello che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale. Ci siamo impegnati a scrivere le note del nostro canto sul pentagramma della fedeltà assoluta, dell’amarsi ed onorarsi tutti giorni della vita.

Coraggio sposi, il mondo ha bisogno di sentire questo nuovo canto nuziale perché deve assaporare la bellezza di Dio Creatore che ama gli uomini e la bellezza di Cristo che ama la Sua sposa, la Chiesa, fino alla follia della Croce.

Giorgio e Valentina.

Pinocchio diventa un ciuchino. Il matrimonio secondo Pinocchio /37

Cap XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

Questo capitolo affronta la famosa trasformazione del burattino in asino e l’autore lo fa sempre con ironia sottile ma anche con tanta verità.

Si potrebbe scrivere a lungo sull’imbestiamento che si attua seguendo la via del male. Inoltre, si può parlare del fatto che l’uomo si trasnaturi e si degradi. Il diavolo dapprima ci attira con le sue lusinghe salvo poi presentare il conto al momento opportuno. Questi sono tutti argomenti seri. Aiutano a vedere il dramma dell’uomo che fa un uso improprio del libero arbitrio di cui è padrone.

Si potrebbe anche riflettere a lungo sul fatto che il Padre non intervenga. Il Padre rispetta sempre le nostre scelte, quand’anche queste si rivelino cattive scelte o addirittura contro di Lui. Se così non facesse, obbligandoci sulla via del Bene, noi saremmo ridotti a guisa di burattino… manco a farlo apposta.

Di questo capitolo abbiamo scelto un particolare. Il Nostro dapprima si vergogna della propria nuova situazione. Tuttavia, poi… il Collodi descrive così le due scene:

Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguiataggini finirono col dare in una bella risata.

Quella sopra descritta è un’esperienza che abbiamo fatto tutti. L’iniziale rimorso è seguito dal tentativo di soffocarlo con una bugia. Quando combiniamo qualche guaio, cioè quando pecchiamo, inizialmente la coscienza fa sentire la propria voce per richiamarci al pentimento. Se non seguiamo il suo consiglio circa il pentimento, parte il meccanismo di autodifesa. Questo meccanismo ci porta ad auto-assolverci cercando di sminuire la gravità del gesto (parola/pensiero/omissione) che abbiamo compiuto.

Siccome la voce della coscienza è dura da sopportare, è una violenza su noi stessi riconoscere le nostre responsabilità, allora si avvia questo meccanismo perverso.

Ma quando il male ha preso ormai dimora in noi, avviene anche un peggioramento. Se già non fosse abbastanza grave, il peggioramento comporta la necessità di essere confermati nella nostra scelta malvagia. Abbiamo bisogno di un connivente che se la rida come noi. Facendosi beffe della legge di Dio.

Ecco che accade così per il nostro sventurato burattino. Egli ha bisogno di Lucignolo. Lucignolo avverte il bisogno di condividere con Pinocchio la propria disgrazia. Il rimorso è troppo forte da sostenere da solo. Perciò, avvertiamo il bisogno di “un’associazione a delinquere” per sentirci meno a disagio con noi stessi.

Cari sposi, quando avvertiamo che in noi stessi, o nel nostro coniuge o nella nostra coppia, stanno accadendo questi passaggi, dobbiamo correre subito ai ripari. Coraggio, il primo passo è quello di non stupirsi se insieme, o solo noi stessi o solo il nostro coniuge, siamo caduti in qualche peccato più o meno grosso. Dovremmo invece stupirci del fatto che non vogliamo uscirne.

Ma il Buon Samaritano Gesù è sempre pronto a raccattarci dalla strada malconci come siamo per curarci e farci diventare il più bello spettacolo dopo il Big Bang.

Giorgio e Valentina.

Rialza anche noi?

Sal 144 (145) Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Questo Salmo ci è proposto nella S.Messa odierna ed è un inno che elogia le varie caratteristiche del Signore. Ma per oggi vi vorremmo proporre di focalizzare l’attenzione solo sull’ultima frase. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Ad una prima lettura superficiale sembrerebbe la solita frase di lode scontata. È logico che almeno Lui compia queste opere di misericordia. Ma sarà proprio vero che il Signore sostiene quelli che vacillano? E se sì, in quale modo?

La maggior parte delle volte l’azione divina non è plateale. Spesso infatti il Signore agisce nel nascondimento. Per questo il suo sostegno ai vacillanti si manifesta solitamente attraverso il dono della fortezza nelle prove. Sentiamo spesso testimonianze di persone che hanno passato momenti di grande dolore o travaglio. Ne sono uscite semplicemente affrontando la prova che ogni giorno si presentava loro. Non sanno spiegarsi razionalmente da dove arrivasse tutta questa forza. Sanno solo che la sentivano dentro come una spinta a non mollare, a non lasciarsi fagocitare dagli eventi avversi. Solo a distanza di anni forse riconoscono in quella forza l’aiuto da parte dello Spirito Santo.

Ma oltre a sostenere chi vacilla, il Salmo ci rassicura sul fatto che il Signore rialzi chiunque è caduto. Anche in questo caso di solito preferisce agire sotto mentite spoglie. Può essere un incontro, un’amicizia, un vicino di casa, una comunità o una cerchia di amicizie. Non dimentichiamo la parentela e la nostra sposa o il nostro sposo.

Un nostro amico sacerdote ci ha insegnato che la Provvidenza ha un volto. Ha un numero di telefono. Questo ci ricorda come il metodo preferito da Dio sia quello di agire attraverso l’umanità. Ovvero, la Chiesa sua sposa. Ciò non inficia in alcun modo il fatto che Dio rimane comunque assoluto padrone. Non deve chiedere il permesso a nessuno di operare prodigi o miracoli quando e come ritiene opportuno.

Un ultimo affondo su questa tematica: il Salmo sembra tenerci a ribadire che il Signore non faccia preferenze. Egli rialza chiunque è caduto. Ciò significa che possiamo stare tranquilli. Qualunque sia la nostra condizione e qualunque storia abbiamo alle spalle. Per il Signore siamo degni di essere rialzati.

La parabola del buon samaritano infatti ci conferma in questo. Quel buon samaritano è proprio il Signore Gesù. Egli ci raccatta dalla strada malconci e mezzi morti e paga le nostre cure. Ma per farlo non ci chiede di esibire la tessera del Suo partito.

Coraggio sposi, non preocupatevi di come siete oggi. Ora, in questo momento, mentre state leggendo, non ha importanza. Il Signore ci vede già per quello che potremo diventare. Egli ci raccatta malconci come siamo. Dobbiamo affidarci alle Sua cure.

Giorgio e Valentina.

L’oggi eterno

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi. Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli. 

A molti sarà sembrato un titolo piuttosto bizzarro quello di oggi. È un titolo che unisce due avverbi di tempo in antitesi l’uno con l’altro. Un avverbio parla del giorno che stiamo vivendo e presto finirà per sempre. Il secondo avverbio parla di eternità che non finisce mai per definizione. Ma ad un occhio attento non sfugge che il secondo avverbio messo lì si trasforma in aggettivo qualificativo.

Sembra un paradosso: come può un giorno essere eterno? Un giorno per definizione è uno spazio temporale di 24 ore. Una volta finito, non si ripeterà mai più nella storia. Tranquilli, nessuna lezione di italiano oggi. Solamente abbiamo allargato la riflessione provocata dalla frase del Salmo: Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

Cari sposi, vi ricordate il contenuto del nostro consenso che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale? Abbiamo promesso: “[…] amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita […]”, non con un generico “sempre“, il quale potrebbe essere frainteso per eccesso o per difetto. La Chiesa, che è Madre e conosce il cuore dell’uomo, non ci fa usare il generico “sempre“. Usa il più concreto “tutti i giorni della mia vita“. Ogni giorno devo svegliarmi ed impegnarmi a vivere nella mia carne ad amare ed onorare il mio coniuge.

Torniamo al Salmo e alla frase sottolineata. Per il salmista l’annuncio della salvezza deve avere le stesse caratteristiche del matrimonio. Cioè, tutti i giorni bisogna fare questo annuncio. Tutti i giorni bisogna annunciare la salvezza del Signore. E già qui si comincia ad intravedere qualcosa dell’iniziale paradosso temporale. Infatti, i fedeli sono chiamati ad annunciare nel giorno che stanno vivendo una salvezza che invece è eterna. In un tempo finito si annuncia un tempo infinito.

Ma per gli sposi sacramentati c’è di più. Se già questo aspetto potrebbe indurre molte coppie a porsi qualche domanda circa la propria identità di annunciatori di salvezza, come la mettiamo se questa identità di annunciatori di salvezza fosse proprio la loro identità di sposi sacramento vivente?

Gli sposi vivono la loro dimensione profetica in mezzo al popolo di Dio semplicemente vivendo appieno la loro vocazione. Ovvero quando lo sposo/la sposa ama ed onora tutti i giorni la propria sposa/il proprio sposo, non fa nient’altro che annunciare la salvezza del Signore in primis all’interno della coppia stessa. Poi a raggi concentrici da quell’iniziale nucleo fino ai figli. E via via fino ai più lontani e, grazie alla comunione dei santi, addirittura anche a chi non ci conosce.

Infatti, se tutti gli sposi sacramentati fossero più santi, per riflesso sarebbe più santo anche tutto il resto del corpo mistico di Cristo, della Chiesa quindi.

Coraggio sposi. L’annuncio di cui siamo profeti non necessita di lauree o diplomi speciali. Non necessita di particolari carismi di oratoria o di predicazione. Non necessita di alcun dono di retorica o di particolare eloquenza. Semplicemente ve lo diciamo con le parole di papa S.Paolo VI :

il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni“.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /36. L’avversario si mostra.

Cap XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

In questo capitolo compare finalmente l’avversario in persona, se prima aveva lasciato intravedere la sua misteriosa trama mimetizzato sotto le apparenze di personaggi come il Gatto e la Volpe, ora esce allo scoperto e il Collodi ne fa una descrizione che delinea le caratteristiche del perfido nemico infernale:

E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Questo conduttore del carro è antropomorfo ma con caratteristiche corporee che ne sottolineano la malvagità e la doppiezza di intenti; e tra le sue caratteristiche vogliamo solo mettere in risalto quel “untuoso“.

Questo aggettivo ricorda molto il suo sinonimo “viscido”, e qual è la creatura che più delle altre corrisponde a “viscido” se non l’antico serpente tentatore di Adamo ed Eva?

Il Collodi non lascia spazio a fraintendimenti nel descrivere questo tizio come malvagio, e l’aggiunta di “untuoso” richiama immediatamente nell’immaginario collettivo ad un serpente, ad una creatura che ti sguscia via dalle mani, non riesci a catturare così facilmente. E lo dimostra il fatto che alle varie dimostranze dei bambini e di Pinocchio, lui non risponda direttamente, ma trovi sempre un nuovo inganno per scusare quello precedente.

Ecco cari sposi qual è la situazione che dobbiamo sempre rifuggire, proprio quel tentativo di scusare un inganno con un nuovo inganno; proviamo a tradurlo nella nostra epoca: non possiamo accettare che il mondo ci propini il libertinismo sessuale come la liberazione dal (presunto) oscurantismo della Chiesa, e se ne chiedi le ragioni che sostengono tale filosofia ti senti rispondere che le altre relazioni (adulterine o libertine) non fanno altro che rinsaldare i legami col proprio partner oppure che l’importante è che ci sia sentimento sincero. Un bieco tentativo di coprire un inganno con un altro peggiore del primo, come quando si dice che la pezza è peggio del buco.

Dobbiamo stare sempre vigili con l’attenzione molto alta per difendere l’istituzione stessa del matrimonio.

Il secondo appunto circa questo capitolo riguarda il fatto che il carro muove in direzione del Paese dei Balocchi nella notte, lontano dagli sguardi degli adulti, nel nascondimento.

E anche questa è una lezione da tenere bene a mente quando sentiamo dentro il suggerimento di un pensiero o una suggestione, se viene da Dio non ha problemi a venire allo scoperto, se invece l’azione suggerita è malvagia ecco che allora avvertiamo subito la voglia di nasconderci, di non farlo sapere a nessuno, di viverlo nella notte, ovvero quando ci illudiamo che nemmeno Dio ci possa vedere. Ma è un’illusione vera e propria.

Coraggio sposi, non temiamo di testimoniare il bene perché ciò che è bellezza, verità, amore, gioia e ogni benevolenza, viene solo da Dio.

Giorgio e Valentina.

Cuore nuovo, è possibile?

Dal Sal 50 (51) Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Oggi vi lasciamo un piccolo commento riguardo a pochi versi di questo Salmo, proclamato nella Messa di Sabato scorso. Per la nostra famiglia, questo Sabato è stato un giorno di bellezza. Abbiamo fatto una gita fuori porta ammirando diversi panorami sia all’andata che al ritorno. Il Signore ci ha concesso una giornata di consolazione e di riposo.

Sostando davanti alla bellezza del Creato ci è venuto spontaneo lodare il Signore per la Sua grandezza. Abbiamo lodato anche per la Sua magnanimità e la Sua magnificenza. Ci siamo chiesti infatti cosa ci venisse in tasca a noi del fatto di avere davanti monti o laghi così grandi e maestosi. Ci sarebbe bastato forse un laghetto piccolino o dei monticelli più modesti?

Per il Creatore no, perché l’amore è fantasioso, creativo, fa fare cose grandi (magnificenza), fa anche compiere azioni assurde o un po’strampalate… insomma l’amore è in continua donazione… e il Creatore è uno sprecone in amore, non bada a spese.

Ma c’è una seconda azione di Dio, che è ancora migliore della prima; se la creazione è considerata la sua prima azione, la seconda è dunque la Redenzione operata dal Figlio, con il Figlio e nel Figlio.

Ed il versetto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” congiunge bene queste due azioni. Poiché un cuore Dio ce l’ha già donato nella Creazione. Ma ha bisogno di essere purificato nella Redenzione. Ove per “cuore” si intende la parte più intima di noi. Quella dove c’è il filtro che ci aiuta a scegliere la strada della libertà dei figli di Dio.

Quindi questo “crea” del Salmo riconosce in noi l’opera del Creatore. Ma ne chiede l’opera più mirabile della Redenzione. Dio non si limita a purificare dalle scorie il nostro cuore. Ce ne dona uno nuovo, proprio come una nuova creazione.

Forse per purificarlo potevano bastare penitenze di vario tipo, ma per crearne uno nuovo no. Le penitenze poi sono opera nostra. Sono seppur lodevoli e dovute, ma di nostra iniziativa. Il cuore nuovo (puro), invece, è solo opera della Redenzione di Dio. Naturalmente chiede il nostro consenso e la nostra adesione, ma Sua è l’opera… praticamente il Signore è un cardio chirurgo d’eccezione ed opera una sorta di trapianto, donandoci il Suo di cuore.

Cari sposi, non diamo mai per scontato il nostro matrimonio, non diamolo mai per finito, non diamolo mai per fallito, non diamolo mai per già pre-destinato ad infausta sorte… no !

Con il Signore nulla è perduto, perché la Sua specialità è far nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e non vede l’ora di creare in noi e nel nostro sposo, nella nostra sposa un cuore nuovo, migliore di quello di prima.

Chi spera con fede è già a metà dell’opera. Coraggio.

Diamo il via ai trapianti di cuore : avanti il prossimo!

Giorgio e Valentina.

Mangiare un libro, si può? L’amore è fatto di piccoli bocconi.

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,83,4) Così dice il Signore: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai. Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole».

La prima lettura di oggi è interessante poiché ci fa intuire quanto sia vitale la Parola di Dio. Dal racconto si evince che il libro/rotolo mangiato rappresenti proprio la Parola di Dio, e all’inizio conteneva lamenti, ma fu per la mia bocca dolce come il miele.

Si potrebbero intessere molti discorsi circa l’importanza della Parola, ma abbiamo a disposizione poche righe perciò scegliamo di evidenziare quanto ci sembra opportuno per la vita sponsale.

La parola ha un’importanza vitale per la vita umana. Ci permette di comunicare tra noi e di capirci. Ha molte sfaccettature. Una parola può ferire grandemente. Un’altra può invece lenire sofferenze e portare conforto. Questa è un’esperienza comune a tutti perciò non ci dilunghiamo.

Spesso incontriamo sposi sempre alla ricerca di parole importanti, di parole che sconvolgono. Sono sempre alla caccia di incontri catechetici, interviste e libri di vario tipo. Cercano anche insegnamenti del tal predicatore e convegni del tal altro. Ma la Parola di Dio che posto occupa in tutto ciò?

Il parlare del predicatore dovrebbe essere una prolunga della Parola di Dio, un tentativo più o meno riuscito, di tagliarcela a pezzettini per mangiarla meglio. È la stessa esperienza che tutte le mamme fanno quando tagliano il cibo dei bimbi piccoli affinché non si strozzino.

Quindi un buon predicatore dovrebbe ricorrere spesso alla Parola. Dovrebbe farla risuonare il più possibile. Affinché il suo lavoro sia efficace per noi che siamo come quei bimbi piccoli che hanno bisogno di non ingozzarsi.

La Parola quindi ha bisogno di essere mangiata, o meglio, i santi dicono che bisogna ruminarla. Ovvero, per progredire nella fede, la migliore ricetta è la perseveranza di piccoli bocconi di Parola tutti i giorni. È meglio questo che un’indigestione (in un’esperienza spirituale) di qualche giorno e poi più nulla per il resto dell’anno. I santi insegnano a prendere ogni giorno una piccola frase da ripetere durante tutto l’arco della giornata. Questo aiuta pian piano ad entrare nel cuore. È proprio una sorta di ruminazione spirituale.

E tutto ciò è molto bello per lui e per lei singolarmente, ma per la coppia che c’entra?

Dobbiamo trasmigrare questa esperienza spirituale personale come atteggiamento vivificante per l’amore di coppia. Il grande amore non è fatto di grandi indigestioni di parolone da film romantici. Poi, c’è un digiuno di parole d’amore per un anno intero.

L’amore sponsale si costruisce con parole d’amore delicate, dolci, tenere, appassionate, ferme, risolute, fedeli… ma si nutre tutti i giorni di qualche parolina, proprio come quella ruminazione spirituale così anche nella relazione matrimoniale bisogna dar da mangiare al nostro coniuge piccole parole d’amore tutti i giorni.

Coraggi sposi, torniamo a farci la corte.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio. La tentazione di Lucignolo /35

Cap. XXX Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.

In questo capitolo si affronta il tema della tentazione. Pinocchio vuole invitare i suoi amici per la colazione dell’indomani, momento in cui diventerà finalmente un ragazzo secondo la promessa della Fata. Ma quando invita il suo amico più caro, Romeo soprannominato Lucignolo, si sentirà rispondere con un invito a sua volta, quello cioè di partire insieme per il Paese dei Balocchi, paese dove non si studia mai e si è sempre in vacanza.

All’inizio Pinocchio sembra deciso al rifiuto, ma poi pian piano si lascia convincere fino al punto che le iniziali contraddittorie presentate da Lucignolo diventeranno le sue scuse per divincolarsi dall’iniziale scelta di seguire il bene, e finirà che partiranno insieme verso il Paese dei Balocchi.

Ci sarebbero tanti discorsi da intraprendere, ma ci limiteremo ad un solo aspetto: quello del tentennamento. Lasciamo dapprima la parola al cardinal Biffi che così si esprime: La seduzione cresce nell’animo quanto più si indugia a contemplare gli aspetti piacevoli della prevaricazione. E quanto più si fanno ripetute e violente le dichiarazioni di resistenza, tanto più si sa che la resa è vicina.

Il discorso è stato ampiamente trattato da diversi Padri e Dottori della Chiesa, perciò cercheremo di dire in poche e povere parole ciò che ci sembra di utilità per la crescita della relazione sponsale.

Il punto messo in luce anche dal cardinal Biffi è quello del tentennamento, perché se il nemico intravede anche solo una fessurina da cui entrare, farà di tutto per infilarvisi; e quella che all’inizio era una fessurina diventerà come la breccia di Porta Pia.

Quando ci si presenta un pensiero e riusciamo a capire che è una tentazione, allora dobbiamo subito respingerla al mittente senza indugio, perché l’indugiare è già l’inizio del cedimento. Sicuramente la tentazione non si stancherà al primo colpo inferto, e continuerà imperterrita come un martello pneumatico a farsi sentire perché ha avvertito una certa titubanza in noi. Per vincere ci sono varie strategie tra cui la fuga, la distrazione e lo smascheramento.

Vogliamo mettere in evidenza lo smascheramento. Sicuramente a tanti genitori sarà successo di giocare coi figli piccoli a qualche gioco in maschera, giochi di ruolo, giochi in cui il bimbo o il genitore si trucca, si nasconde dietro un velo, sotto una coperta o simili: il bello del gioco è che non si scopre chi c’è veramente dietro alla maschera. Il gioco ed il suo fascino finisce appena uno dei giocatori smaschera l’altro, il quale, sentendosi scoperto smette di giocare praticamente.

Immaginate se Biancaneve avesse capito che la vecchietta, in apparenza così gentile, fosse in realtà la strega malvagia e l’avesse perciò smascherata subito. La storia sarebbe andata diversamente. Forse la vecchietta si sarebbe accesa di rabbia e sarebbe passata alle maniere forti.

Similmente succede anche a noi: se riusciamo a smascherare la tentazione fin da subito, essa perde di vigore col risultato che noi non pecchiamo. Può darsi che essa ritorni con più violenza sotto altre mentite spoglie, non importa, ci aggredirà forse, la cosa importante è che noi non cediamo e pecchiamo.

Cari sposi, a volte succede che il nostro consorte sia la via per smascherare una tentazione. Se per esempio siete assaliti dalla tentazione di un “storiella” con una collega bella e attraente, una ricetta vincente è raccontare a vostra moglie che avete una collega avvenente che cerca in tutti i modi di attirare la vostra attenzione e dire alla collega che la saluta vostra moglie: vedrete che tutto si sgonfierà come una bolla di sapone. Abbiamo fatto l’esempio al maschile, ma ovviamente vale anche al femminile.

Gli sposi danno fastidio al mondo e al suo principe perché sono l’immagine più vicina alla Trinità. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Da deserto a prato

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21) In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Nel Vangelo di ieri abbiamo sentito il racconto di questa famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci ad opera dell’evangelista Matteo, e ci sembra opportuno richiamare solo un particolare che spesso ad una prima narrazione superficiale sfugge, e cioè il fatto che i discepoli si rivolgono a Gesù così: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi[…]», ma poche righe dopo S. Matteo descrive la scena così : «[…]dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba».

Perché i discepoli dicono di un luogo deserto e l’evangelista parla di erba? Cos’è successo nel frattempo? Qualcuno ha bevuto un goccetto? Forse che il Signore abbia fatto come secondo miracolo crescere l’erba nel luogo deserto per dare un cuscino alla folla?

A noi sembra che l’evangelista abbia volutamente inserire questo contrasto per sottolineare l’importanza della moltiplicazione dei pani e dei pesci in quanto simbolo e prefigurazione dell’Eucarestia.

Bisogna notare come Gesù si sia dato da fare anche nel luogo deserto, perché infatti: sentì compassione per loro e guarì i loro malati; quindi le guarigioni fisiche sono già miracoli operati da Gesù a seguito della sua compassione per i dolori dell’umana condizione. Già questo passaggio meriterebbe un articolo approfondito, ma andiamo al punto di oggi. Opera miracoli ma è ancora in un luogo deserto, perché?

Questo deserto ci indica che i miracoli legati alla guarigione del corpo sono certamente importanti, avendo smosso la compassione di Gesù, ma sono ancora poca cosa perché questo corpo è destinato alla corruzione del sepolcro. Ci sono molte persone, tra la folla che segue Gesù, che lo seguono solo per ottenere guarigioni corporali.

Tradotto per noi: forse ci sono molti cristiani/molte coppie che hanno una pratica religiosa cattolica solo per trarne giovamento nel corpo, nelle relazioni sociali, nella propria autostima, nell’educazione dei figli piccoli, nelle cose di questo mondo, pur importanti ma secondarie.

L’evangelista sembra quindi ricordarci che chi segue Gesù solo per le cose di questo mondo resta povero dentro, resta con il deserto sotto i piedi.

Mentre invece chi vuole partecipare al banchetto del Pane del Cielo, chi vuole nutrirsi del farmaco immortale, chi vuole dar da mangiare alla propria anima immortale, chi vuole entrare in contatto con Gesù stesso tanto da diventare un solo corpo con Lui, questi cristiani trovano l’erba come fosse un cuscino comodo su cui sedersi.

Il miracolo dei pani e dei pesci è insieme un ricordo della manna del deserto e una prefigurazione del Pane eucaristico, di Gesù Eucarestia.

Anche noi sposi possiamo attingere a questo cibo per l’anima, anzi, il nostro Sacramento vive e cresce solo con l’aiuto di questo nutrimento spirituale, e per giungere a piena maturità deve imitare il Sacramento dei Sacramenti che è l’Eucarestia.

Gli sposi che attingono a questo Pane del Cielo si accorgono come pian piano esso ci trasformi dal di dentro sia singolarmente che come coppia ad “imago Dei”, è un cammino di perfezionamento lungo tutta la vita.

Potremo sperimentare come i luoghi deserti della nostra relazione sponsale comincino ad abbozzare i primi germogli di erba tenera e fresca. Coraggio, preferite il deserto o un bel prato?

Giorgio e Valentina.

Che occhi! Guardate a lui e sarete raggianti.

Dal Sal 33 (34) Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia. Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono. I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

Questo è il Salmo che è riecheggiato nelle nostre Chiese durante la S.Messa di ieri nella memoria liturgica dei santi fratelli Marta, Maria e Lazzaro, quel Lazzaro della famosa risurrezione operata da Gesù.

La preghiera di questo Salmo è un inno di benedizione del Signore,in ogni riga c’è una splendida lode ed insieme un invito ad abbandonarsi nelle Sue sapienti mani.

Noi ci concentreremo solo su poche parole: Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Si dice spesso che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e sicuramente è vero, perché gli occhi sono quella parte di noi che non invecchia, certamente con l’avanzare dell’età diminuiscono le loro prestazioni, ma non la loro capacità di essere immagine di ciò che alberga dentro l’anima.

Questo ci dà l’assist per riconsiderare una dote corporea molto importante nella relazione sponsale: lo sguardo.

Ricordiamo solo a mo’ di esempio che Simon Pietro ha capito il proprio errore e si è pentito dopo lo sguardo di Gesù (durante la Passione cfr. Lc 22,61) così come lo stesso sguardo di Gesù è stato protagonista in tanti altri episodi.

Conoscono bene la potenza dello sguardo quei genitori che quando erano bambini, capivano il messaggio paterno e/o materno senza che udissero una sola parola, bastava un’occhiata e tutto era già chiaro.

Tanto è importante lo sguardo nell’arte educativa quanto nell’arte dell’amare, lo sanno bene le persone che hanno avuto l’esperienza di assistere un malato e/o un moribondo che non poteva comunicare se non attraverso gli occhi, potremmo dilungarci solo con gli esempi di vita ma riempiremmo solo righe per riconfermare l’importanza dello sguardo.

A noi succede spesso di incontrare persone che sono rinate a vita nuova dopo una conversione, e i loro occhi sono platealmente cambiati; incontriamo sposi che hanno superato un periodo di crisi, con l’aiuto della Grazia, ed ora hanno uno sguardo diverso l’uno per l’altra ed insieme uno sguardo nuovo sulla vita; incontriamo spesso suore e sacerdoti che passano molto tempo davanti a Gesù Eucarestia, e la gioia profonda che traspare dal loro sguardo è contagiosa. Perché? Perchè hanno guardato al Signore (il vero sole) e sono diventati raggianti a loro volta.

Ma se un volto raggiante ci contagia e ci affascina tanto da desiderare di rivederlo ancora per gustarne la bellezza, cosa sarà quando in Paradiso vedremo la sorgente di questo volto raggiante?

Cari sposi, recuperate la vostra dote corporea dello sguardo. Come fare? Ripartite dal guardare il Signore, e comincerete a vedere il vostro sposo, la vostra sposa con uno sguardo nuovo, quello del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.