Prendersi cura anche del noi

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 2,14-18) Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo. Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova.

Questo brano lo sentiremo nella Messa di domani e fa parte di una serie di estratti della lettera di San Paolo agli Ebrei, nella quale si mette in evidenza il sacerdozio di Gesù, il suo essere il vero sommo sacerdote, il vero Messia tanto atteso.

È bello (e anche logico) che nei giorni subito dopo le feste natalizie la Chiesa si preoccupi di ribadire, di fissare meglio nei nostri cuori, di approfondire chi sia quel Gesù del quale abbiamo appena festeggiato il Natale.

La Chiesa, proprio come una buona madre, non perde tempo coi figli in chiacchiere inutili, ma li tiene sempre sul chi va là, non perde occasione per mettere in guardia i figli e ricordare loro il senso della vita per recuperare i significati dentro ogni gesto.

Ma la Chiesa non agisce solo come una buona madre, ma anche come una sposa, infatti, essendo la sposa di Cristo, ne tesse incessantemente le lodi ai propri figli ribadendo la natura del proprio sposo. Oggi vi invitiamo a tenere in evidenza un aspetto di Gesù: la cura.

Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura.

Vi siete mai chiesti se Gesù si prenda cura degli angeli (quelli buoni si intende qui)? A quanto risulta da questa frase sembra di no, ma perché? Il motivo sta nel fatto che gli angeli santi non hanno bisogno di salvarsi, di provare la loro fede, poiché la loro decisione di stare nella santità di Dio è eterna, quindi si sono già schierati per l’eternità, mentre invece noi no.

Noi, al contrario degli angeli, non siamo ancora nell’eternità, e finchè siamo su questa terra la nostra decisione eterna può mutare. Ecco spiegato il motivo di tanta cura da parte di Gesù, non vuole che noi ci perdiamo eternamente.

E questa cura di Gesù nei nostri confronti è minuziosa fino ai più piccoli dettagli; se la vediamo in macro possiamo citare il mistero dell’Incarnazione col fine della Redenzione naturalmente, ma poi la Sua cura per noi è minuziosa fino al più piccolo istante della nostra giornata dal macro si passa al micro.

La cura di Gesù per noi non è come una pacca sulla spalla ogni tanto oppure un cinque da sportivo per coltivare il feeling tra noi e Lui. Sarebbe alquanto riduttivo, non credete? È invece la cura di ogni più piccolo pensiero, la cura di ogni dettaglio della nostra vita.

Ma se questo è vero per ciascuno di noi, quanto di tutto ciò si riverbera nella vita matrimoniale?

Infatti, se ogni coniuge è segno sensibile dell’amore di Cristo per l’altro, significa che questa cura meticolosa e minuziosa per il nostro coniuge tocca a noi.

Certo, non tutto è nelle nostre mani, c’è poi la Grazia di Cristo che colma le nostre lacune, che innalza al livello superiore le nostre deficienze, che imbottisce i nostri gesti di una sacralità che oltrepassa la mera gestualità.

Dobbiamo quindi chiederci quale cura minuziosa esprimiamo nei confronti del nostro coniuge, una cura di saputelli che aiutano i meno arrivati oppure una cura di tenerezza, dolcezza e sentimento, una cura che eleva l’altro o che lo degrada?

Coraggio sposi, impariamo ad avere cura del noi sacramentale, quel noi abitato da Gesù stesso.

Giorgio e Valentina

Le zone d’ombra

 Sal 2 Voglio annunciare il decreto del Signore. Egli mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedimi e ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane». E ora, siate saggi, o sovrani; lasciatevi correggere, o giudici della terra; servite il Signore con timore e rallegratevi con tremore.

Questo è il Salmo offerto nella Santa Messa odierna, il giorno dopo l’Epifania del Signore, infatti la Chiesa insiste sul concetto del Figlio del Padre; quel Bambino è davvero il Figlio di Dio, Colui che è il Re dei Re.

Ed è proprio su questo particolare che vogliamo fissare la nostra attenzione oggi, e cioè che non è un bambino qualunque che nasce poveramente e poi da grande farà grandi cose poiché è destinato a diventare un re, no. Lui fin dall’eternità era il Re dei Re che ha preso la decisione di salvarci e di entrare nel tempo, e per far questo ha assunto la nostra natura umana.

Con la sua vita umana Lui ha come sigillato la sua regalità portandola al culmine, non perché prima non fosse re, ma perché con i meriti della sua Passione, Morte e Resurezione l’ha portata a compimento, si è acquistato come il diritto di essere Re.

Quando si trovò innanzi a Pilato, Gesù specificò che tipo di regalità abbia:  (Gv 18,36) Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù»

Quindi su quali terre esercita la propria regalità Gesù?

Prima di capire questo bisogna fare una premessa: Gesù non è come i re di questo mondo che esercitano il potere a prescindere dai sudditi, Gesù invece è un re che esercita la propria regalità solo se è l’uomo a volerla accogliere, in sostanza non è un dominio coercitivo ma un dominio d’amore.

Il Salmo sopracitato ci dà un aiuto: ti darò in eredità le genti e in tuo dominio le terre più lontane.

Cari sposi, Gesù non vuole essere il re solo di una parte della nostra vita, Lui vuole tutto perché l’Amore vuole sempre tutto. Allora dobbiamo chiederci quali sono le zone in cui non abbiamo ancora permesso a Gesù di esercitare la Sua regalità. Ci sono ancora delle zone d’ombra nella nostra vita di mariti o di mogli?

Il Salmo ci rassicura sul fatto che Gesù abbia a cuore anche quelle zone d’ombra che nel Salmo sono chiamate le terre più lontane. Sono terre lontane dalla Grazia, o meglio, dal dominio d’amore di Colui che è l’Amore.

Coraggio sposi, il Signore Gesù non si schifa di essere Re anche di quelle zone d’ombra del nostro cuore, della nostra vita, Lui desidera intronizzarsi anche nelle terre più lontane affinché tutta la nostra vita resti sotto il Suo dominio d’Amore che è l’unico salva.

Giorgio e Valentina.

Un tripudio di gloria… e tra noi?

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome, annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta. Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.

Questo bel Salmo lo troviamo nella Liturgia della Santa Messa di oggi, come si può notare è un Salmo di lode al Signore. Nella traduzione italiana troviamo una serie di verbi che danno proprio l’idea di una festa: cantate (usato 3volte), benedite, annunciate, gioiscano, esultino, risuoni, sia in festa, acclamino.

Chi si è fatto un’idea di Chiesa sempre triste, soporifera, noiosa, barbosa… deve necessariamente rivedere le proprie posizioni poiché basterebbe prestare un minimo di attenzione, quantomento ai testi delle preghiere e delle orazioni, per restare stupefatti da tanta esultanza.

Ma tutto questo tripudio si deve solo al Bambino del presepio, o meglio, è frutto solamente di tanti bei sentimenti teneramente natalizi suscitati dal recente presepio? Oppure c’è di più?

La grandezza di un Dio Creatore che prende la carne di creatura è un mistero insondabile per la mente umana, ma c’è un grande santo italiano, S.Alfonso Maria De’ Liguori, che ha riassunto in poche poetiche parole questo Mistero dell’Incarnazione: A Te, che sei del mondo il Creatore, mancano panni e fuoco, oh mio Signore.

È proprio di questa grandezza e onnipotenza di Dio che vengono intessute le lodi nelle parole della Chiesa. Ma quanto loda la Chiesa il proprio Signore? Tanto, tantissimo, o solamente a Natale e Pasqua?

Esclusa la Santa Messa, la preghiera ufficiale della Chiesa, la Liturgia delle Ore, ovvero l’Ufficio divino (detto anche Breviario), ha 7 appuntamenti quotidiani per la preghiera. Questo numero non è stato scelto a caso, esso è un numero che simboleggia il sempre (cfr la risposta di Gesù a Pietro di perdonare 70 volte 7), quindi dire che la Chiesa canta le lodi del Suo Signore 7 volte al giorno è come dire che le canta sempre. Il Catechismo (n 1174) ci conferma e offre l’assist per noi sposi:

Fedeli alle esortazioni apostoliche di pregare incessantemente, questa celebrazione (la Liturgia delle Ore) è costituita in modo da santificare tutto il corso del giorno e della notte per mezzo della lode di Dio. Essa costituisce la preghiera pubblica della Chiesa nella quale i fedeli (chierici, religiosi e laici) esercitano il sacerdozio regale dei battezzati. Celebrata nella forma approvata dalla Chiesa, la liturgia delle Ore è veramente la voce della Sposa stessa che parla allo Sposo, anzi è la preghiera di Cristo, con il suo corpo, al Padre.

Gli sposi non sono forse segno della sponsalità di Cristo e della Sua Chiesa (cfr Ef5,25-32)?

Se la Chiesa sposa intesse le lodi del Suo Sposo almeno 7 volte al giorno (numero simbolo del sempre), e se noi sposi siamo segno sensibile ed efficace di questa sponsalità, non è che forse dovremmo imitare la Chiesa sposa?

Quante volte al giorno gli sposi intessono le lodi l’uno dell’altra?

Dovremmo esercitarci di più in questa virtù, è un esercizio benefico sotto diversi punti di vista: sia psicologico che affettivo, sia spirituale che sentimentale, sia morale che sacramentale. È un’arma che ci protegge dall’infedeltà, che custodisce l’indissolubilità, che rende sempre più tenace l’unicità, che alimenta la fecondità e che costruisce la socialità.

Tutto il matrimonio ne trae beneficio, quando parliamo del nostro consorte dovremmo usare verbi simili a quelli del Salmo: cantare, benedire, annunciare, gioire, esultare, risuonare, stare in festa, acclamare. Gli sposi che si amano come Cristo sposo e la Chiesa, Sua sposa, sono come un presepio vivente. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Tu costruisci una casa a me?

Dal secondo libro di Samuèle (2Sam 7,1-5.8b-12.14a.16) Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’, e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio.
La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».

Solitamente preferiamo riportare solo alcune frasi di un brano, questa volta vi chiediamo il piccolo sforzo di leggere il brano scelto dalla Liturgia odierna per intero: è la prima lettura della S.Messa feriale, non è già quella della Vigilia del Natale. Lo sforzo della lettura integrale ci è parso opportuno per due motivi: il primo semplicemente perché la Parola di Dio possa trovare un pochetto più di spazio nella nostra quotidianità che si prepara al grande giorno del Natale del Signore, e in secondo luogo affinché possiate trovare i vari riferimenti a cui accenneremo in questo articolo.

Ovviamente il focus del brano per un giorno come la Vigilia del Natale è nella parte finale, nella quale si allude a Gesù, che è quel discendente di Davide il cui trono sarà stabile per sempre e che Dio chiamerà figlio.

Abbiamo già ricordato negli articoli precedenti, come tutta la Liturgia dell’Avvento verta verso l’arrivo del Salvatore, non nasce infatti un bambino come tutti gli altri, ma il Figlio di Dio che si è fatto uomo. La nostra attenzione si è spostata però anche su altri particolari: il rapporto tra il re Davide ed il profeta Natan, il rapporto che ognuno di essi ha con Dio ed il riposo dai nemici.

Siamo consapevoli del fatto che oggi molti lettori si aspettino un articolo a sfondo natalizio, ma pian piano noterete poi come le riflessioni che vi proponiamo vadano comunque in direzione del Natale. Cominciamo quindi con ordine.

Il re Davide non si dà riposo dai nemici da sé, ma glielo concede il Signore; nonostante sia re ed abbia comandato il proprio esercito per difendersi dai nemici, rimanda la propria condizione ad una concessione da parte di Dio. Molti sposi combattono da soli contro i propri nemici, vale a dire contro le proprie fragilità, difetti e peccati, ma lo fanno convinti di essere gli artefici da se stessi del proprio “successo”, e si ritrovano spesso a stringere un pugno di mosche, poiché non solo senza di Lui non possiamo fare niente, ma da soli facciamo anche peggio. Con la nostra volontà e la Sua Grazia si può ribaltare completamente un matrimonio da fallimentare a portatore di vino nuovo migliore del primo vino.

Nonostante il re Davide abbia piena autorità chiede consiglio al profeta Natan. Ma non è solo un’opinione quella richiesta a Natan, al pari di quelle che i vari governanti chiedono alla cerchia ristretta dei propri consiglieri. In questo caso Davide vuole luce sul proprio modo di gestire l’autorità. E’ un gesto che fa capire come Davide sappia benissimo di essere come uno che fa le veci del vero re, il Signore Dio, e che quindi ogni sua decisione debba essere in qualche modo derivata da Colui dal quale dipende ogni paternità/autorità. Gli sposi hanno l’autorità di essere l’uno per l’altra segno efficace e sensibile di Cristo stesso, e questa autorità si estende ai figli o ai sottoposti in genere. Devono quindi continuamente purificare il proprio cuore affinché nel loro operato si rispecchi, anche se imperfettamente e solo in parte, la volontà di Dio.

Natan risponde a Davide che le sue intenzioni erano buone e gli dà il proprio benestare, ma non ha ancora fatto i conti con l’oste. Non sappiamo il perché Natan abbia risposto così al re, sembra una risposta troppo frettolosa, spesso i profeti sentenziano dopo aver pregato o digiunato sulla questione posta loro, questa volta Natan sembra troppo sicuro di sé.. non sappiamo la verità. Possiamo solo dedurre qualcosa dal fatto che Dio abbia ribaltato non solo i piani del re Davide ma anche dello stesso Natan probabilmente perché in buona sostanza Dio fa capire a Natan chi è che comanda, chi è Dio e chi è creatura. Non voi costruite una casa a me, ma … Il Signore ti annuncia che farà a te una casa.

E la casa che Dio farà sarà la casa della Grazia operata dal Salvatore, una casa che sarà stebile per sempre.

Ecco cari sposi, il Salvatore è Colui che ha assunto la nostra natura umana per salvarci e darci riposo dai nemici infernali, è Colui che ci dona l’autorità dei figli di Dio e dei sacramenti viventi l’uno per l’altra, è Colui che non solo ci ha già preparato una casa, ma è già Lui la nostra casa.

Auguri di un Santo Natale.

Giorgio e Valentina

Un amore personalizzato

Dal Sal 24 (25) Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore. Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via. 

Questo è l’estratto del Salmo 24(25) che abbiamo pregato ieri nella S.Messa. La madre Chiesa ci aiuta ad entrare nella novena di Natale ricordandoci che il Bambino che stiamo aspettando altro non è che il Dio della mia salvezza.

Tutte le nostre richieste al Signore, tutto il nostro sforzo del periodo di Avvento deve avere il suo punto focale nel fatto che Colui che aspettiamo è il nostro Salvatore, ma non un salvatore dozzinale, che prende un popolo e ne fa di tutti un fascio unico, ma un Salvatore personale.

Cari sposi, noi abbiamo un Dio che si è interessato talmente a noi che ci ha donato l’uno all’altra affinché il Suo amore e la Sua misericordia non fossero dozzinali, ma personalizzati … un amore su misura per noi.

Nella preghiera del Salmo di cui sopra ci sono diversi verbi, i quali convogliano verso un unico punto; fammi conoscere, insegnami, guidami, istruiscimi… tutte richieste con un minimo denominatore comune: perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Se uno ci sentisse pregare, oppure se ci incontrasse per strada, capirebbe il perché delle nostre azioni?

Qualche collega o vicino di casa ci potrebbe chiedere le motivazioni della nostra fede e/o della nostra pratica religiosa, e a quel punto cosa potremmo rispondere? Col Catechismo in mano? Ovviamente no.

Un giorno di questi un collega ha detto di ammirare la tranquillità e la serenità con cui affrontiamo ogni giorno i problemi sul lavoro, ma cos’è che ci fa stare sereni e tranquilli anche di fronte alle problematiche? Il sapere che alle 17 timbriamo l’uscita e chi s’è visto s’è visto? Certo che no.

Il motivo di tutto ciò non si spiega col Catechismo in mano, ma si spiega con le parole di questo Salmo: perché sei tu il Dio della mia salvezza. Eravamo dei perduti a causa del peccato e Lui ci ha tratto in salvo. Siamo stati scelti a causa del nostro curriculum? No. Eletti per Grazia affinché gli intelligentoni del mondo restino confusi.

Cari sposi, tutta la vita matrimoniale, gli sforzi per combattere le nostre povertà, le angustie della vita, i sacrifici per i figli, ecc… sono solo dei doveri richiesti dal nostro stato di vita? Fosse solo così saremmo dei poveretti da compatire. Ogni gesto di amore sponsale porta con sè la potenza della riconoscenza, la forza della riconoscenza e della gratitudine verso un Amore che ci ha preceduti e che ci ha già salvati, perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Quando vogliamo sdebitarci di un amore immeritato siamo disposti ad affrontare qualsiasi avversità pur di restituire l’amore ricevuto. Se è così nell’amore umano perché non dovrebbe esserlo verso Dio che ci ha elevati a dignità di sacramento vivente? Coraggio sposi, il Natale del Salvatore si avvicina.

Giorgio e Valentina.

Il Matrimonio Secondo Pinocchio /44 Da Burattini a Figli di Dio

Con questo articolo finisce il nostro itinerario dentro questo racconto, e l’ultimo capitolo contiene pagine molto emozionanti, in particolar modo la descrizione di Pinocchio che si sveglia non più burattino di legno ma bambino vero. Le parole che usa il Collodi hanno un che di magico poiché descrivono con la sua arte, forse inconsapevolmente, il cambiamento che avviene quando muore il nostro uomo vecchio e cominciamo a vivere da veri figli di Dio: l’uomo nuovo descritto da San Paolo nella lettera agli Efesini.

Vogliamo quindi porre un ultimo sguardo a questo racconto con gli occhi della fede, e lo facciamo mettendo in evidenza qualche frase.

Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro.

Accade proprio così perché la conversione del cuore investe il corpo, il quale emana una luce diversa, una pace prima sempre sospirata e mai ottenuta, una serenità costante che prima era solo illusoria di pochi istanti, lo sguardo cambia perché ci sono occhi nuovi.

Pinocchio vede cambiato non solo se stesso, ma tutto attorno a sé: la casa non è più una capanna, il vestiario è nuovo con berretto e gli stivali di pelle, in tasca si trova un portamonete d’avorio con 40 zecchini d’oro al posto dei 40 soldi di rame che lui stesso s’era guadagnato col lavoro, ritrova il babbo sano ed arzillo e di buon’umore. Insomma, tutto è nuovo e più bello e più dignitoso.

Anche per gli sposi che ritrovano il sacramento perduto può avvenire tutto ciò, con la differenza che nel racconto di Pinocchio le cose cambiano davvero, mentre invece per noi sposi sovente la vita e le cose attorno a noi restano uguali a prima, o meglio, restano uguali e sono diverse nello stesso tempo.

Uguali perché magari il lavoro, la casa, il traffico, il coniuge, i figli, l’automobile, i suoceri, il capoufficio, i colleghi, il mutuo, il parroco, il vicino di casa… (e chi più ne ha più ne metta) restano quelli di prima con le loro luci e le loro ombre, ma diversi perché è cambiato il nostro sguardo, li vediamo con occhi nuovi, siamo noi ad essere cambiati.

E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?

Eccolo là – rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato ad una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.

Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza: – Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!… –

Con queste poche righe si conclude la storia del burattino che tanto ci somiglia perché ancora stiamo come in esilio su questa terra, e quindi ci rispecchiamo nelle sue fragilità e nelle sue debolezze, ma anche nella sua capacità di rendersi conto di aver sbagliato e di pentirsene.

Ci ritroviamo nel suo desiderio di ritornare alla casa del babbo (il Padre) ed anche nei suoi ostinati tentativi di seguire le indicazioni della coscienza, quel suo e nostro continuo cadere e rialzarsi, quel suo e nostro anelito ad una vita più piena di significati.

Cari sposi, vi invitiamo a leggere queste ultime righe che abbiamo riportato non solo come l’uomo nuovo che guarda il vecchio se stesso ma anche e soprattutto come la visione che l’uomo ha di se stesso quando sarà nell’aldilà.

Dal Purgatorio o dal Paradiso guarderemo noi stessi e la nostra coppia nel tempo esclamando come Pinocchio: “Com’ero buffo… [Com’eravamo buffi] ” …quando litigavamo per ogni cosa, quando facevamo i superbi o gli altezzosi, quando facevamo i permalosi, quando non ci guardavamo l’un l’altra con gli occhi di Cristo.

Cari sposi, il Paradiso ed il tempo presente sono misteriosamente legati, anche se per ora il Paradiso ci appare futuro, ma quando saremo fuori dal rigido schema del tempo, ci sarà un eterno presente che ci svelerà ogni cosa.

Possiamo vivere il nostro Matrimonio come dei burattini di legno oppure aspirare a diventare dei ragazzini veri, dei veri figli del Padre; se cominciamo a vivere la condizione di figli, il Paradiso si farà già misteriosamente presente, come una sorta di assaggio, una pregustazione, quasi fosse un’antipasto.

Coraggio sposi, ora tocca a noi scrivere un racconto come fece il Collodi, ma la nostra storia non deve restare stampata su carta, noi possiamo scriverla con la nostra vita sponsale quotidiana, resterà stampata nei cuori e nelle vite di chi abbiamo amato.

Giorgio e Valentina.

La nostra parte

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 5,17-26) Un giorno Gesù stava insegnando. […] Ed ecco, alcuni uomini, portando su un letto un uomo che era paralizzato, cercavano di farlo entrare e di metterlo davanti a lui. Non trovando da quale parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: «Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati». […] Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio.

Questa volta prendiamo spunto dal Vangelo di ieri che abbiamo riportato non nella sua interezza ma soltanto per le poche frasi che aiutano la nostra riflessione.

Innanzitutto dobbiamo precisare che questo è un episodio raccontato nei tre Vangeli sinottici. Ogni evangelista mette in luce un particolare piuttosto che un altro. Proprio come accade quando sentiamo da più persone raccontarci un’esperienza che li accomuna, ogni racconto non sarà esattamente uguale all’altro. Ogni persona lo racconterà filtrato dai propri occhi e dalla propria personalità. Tuttavia, l’esperienza è la stessa e l’evento accaduto è il medesimo. Con queste semplici premesse affrontiamo il brano della guarigione del paralitico.

Non trovate strano che questi uomini abbiano tutta questa fretta, quasi importuni, ossessionati dal presentare a Gesù l’amico paralitico? Non potevano aspettare che finisse di predicare? Non bastava mettersi in fila come tutti gli altri? E dov’erano i bodyguard di Gesù, non si sono accorti che questi stavano saltando la fila?

Non cercheremo tanto di dare risposta a queste legittime domande. Cercheremo di scoprire l’insegnamento che si cela dietro a questo evento realmente accaduto.

È curioso notare come Gesù operi il miracolo a beneficio del paralitico per la fede dei suoi amici. Non avviene a causa di una richiesta del paralitico stesso. Il malato non apre bocca fino alla guarigione e solo per glorificare Dio. Il primo miracolo che opera Gesù non è nel corpo. Non è quello eclatante ed evidente. È quello che avviene nell’anima.

L’anima ha la priorità perché immortale. Il nostro corpo è certamente imprescindibile poiché ci salviamo con e attraverso di esso. Tuttavia, è un corpo corruttibile, un corpo che consegniamo alla terra … in attesa della risurrezione finale con il nostro corpo purificato, glorioso ed immarcescibile. Non dobbiamo quindi né disprezzarlo né idolatrarlo, ma trattarlo come tempio dello Spirito Santo, secondo l’insegnamento di San Paolo.

Come trattiamo il corpo nostro e quello del nostro coniuge? Come tempio dello Spirito Santo o no?

Spesso si legge questo episodio con gli occhi del paralitico. Immedesimandosi in lui, siamo portati a riflettere e fare l’esame di coscienza. Anche noi abbiamo dentro una malattia che ci paralizza nel cammino di santità. Forse non sarà una malattia del corpo. Tuttavia, certamente qualche malanno nell’anima lo troviamo tutti. E la paralisi maggiore in questo percorso è il peccato per antonomasia, ossia il cosiddetto peccato mortale. E quest’analisi è senz’altro giusta e indefettibile.

Pochi però provano a leggere l’accaduto ponendosi nei panni degli amici che portano il lettuccio del paralitico. L’avranno portato da Gesù contro la sua volontà? Oppure sarà stato lui a chiedere loro un favore? Non si sa. Possiamo fare solo ipotesi. Quel che è certo è che da solo non ce l’avrebbe fatta. Non avrebbe quindi ottenuto il perdono dei peccati (prima) e la guarigione miracolosa del corpo (dopo).

Quanti sposi si pongono come quegli amici testardi e portano da Gesù qualche altra coppia? A volte basta accompagnare uno dei due sposi. Da solo, non riuscirebbe a piazzarsi davanti a Gesù. Chi di noi lo fa? Chi di noi mette in questo gesto tutta la fede testarda e quasi ossessionata degli amici del paralitico?

Coraggio sposi, non temiamo di calare dal tetto qualche persona amica e piazzarla davanti a Gesù… quando è lì, poi ci pensa Gesù, noi abbiamo finito la nostra parte.

Giorgio e Valentina.

Fame d’amore

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 15,29-37) […] Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino». […] Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene.

Questo Vangelo sarà letto nella Santa Messa di domani, ormai il quarto giorno di questo Avvento, e, probabilmente, la Chiesa ci propone questo brano della moltiplicazione dei pani e dei pesci per farci comprendere che quel bambino che stiamo aspettando è veramente Dio fatto uomo. Altrimenti quale uomo potrebbe compiere miracoli così eclatanti se non fosse Dio?

Ma al di là della famosa scena miracolosa vogliamo proporvi la riflessione sulla frase di Gesù, infatti non abbiamo riportato il brano nella sua interezza, ma ci siamo limitati a ciò che serviva per la meditazione.

Sicuramente i protagonisti di quella vicenda avranno vissuto l’evento per la cruda realtà che a loro si mostrava, però non v’è dubbio che l’evangelista Matteo abbia riflettuto bene su cosa scrivere nel suo “reportage” e di come descrivere i fatti. Tutti i Padri della Chiesa concordano nel vedere la moltiplicazione dei pani e dei pesci come una prefigura dell’Eucarestia, ed è proprio in questo ambito che si muove la nostra riflessione.

Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Noi vediamo in questi tre giorni la simbologia dei tre giorni di Cristo nel sepolcro. Ed infatti non c’è da mangiare. Quando si sta in una condizione mortifera non solo non si mangia, ma niente sfama. Ossia quando si vive una condizione in cui sembra morta la relazione col proprio coniuge, sembrano morte anche le altre relazioni, morte degli affetti, morte dell’entusiasmo di vivere, si vive insomma come una morte nel cuore, la quale morte invade tutti gli ambiti della nostra quotidianità.

Non voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino. Gesù mostra anche una tenerezza e una concretezza umane che zittiscono i fautori del Gesù simbolico e non storico. Gesù sa che quando abbiamo la morte nel cuore nulla sfama, perché la fame del cuore è la fame di amore. Ed il Suo desiderio è quello di non lasciarci a bocca asciutta, altrimenti veniamo meno lungo il cammino della vita, ovvero ci scoraggeremmo se non avessimo il nutrimento d’amore necessario.

Questa attenzione alla vera fame del cuore è stata raccolta dalla sposa di Cristo, la Chiesa, la quale ha fatto in modo di non lasciarci mai senza quel pane di Amore che nutre il cuore, l’Eucarestia.

Cari sposi, se non vogliamo scoraggiarci lungo il cammino della vita matrimoniale, è necessario che diamo da mangiare al nostro cuore l’unico vero cibo che non perisce e che è farmaco di immortalità: l’Eucarestia, maestra di una vita spesa per amore. Se vogliamo imparare ad amarci sempre di più e sempre meglio bisogna che cominciamo in questo Avvento a considerare l’opportunità di aggiungere qualche Santa Messa infrasettimanale completata dalla santa comunione.

E’ lo stesso Gesù che mostra di preoccuparsi della nostra fame d’amore.

Portarono via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Coraggio sposi, perché l’Eucarestia non toglie niente, ma dona tutto ed in abbondanza, addirittura ne avanza perché è talmente grande che ci supera ed arriva anche a chi ci incontra. Quando il cuore vive questa esperienza non è un cuore gonfio, ma un cuore traboccante di Amore, ce n’è di più di quel che serve.

Buon cammino di Avvento.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /43 La conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

Rieccoci ancora all’ultimo capitolo di questo racconto straordinario che il Collodi confezionò un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Abbiamo visto la volta scorsa come il Gatto e la Volpe impersonifichino coloro che muoiono impenitenti, ma poi Pinocchio fa un altro incontro.

Ritrova il suo vecchio compagno di merende Lucignolo, ma non c’è il tempo per i convenevoli poiché gli muore tra le braccia praticamente. E muore da asino. Una fine non molto dissimile dagli impenitenti, qui v’è l’insegnamento che chi sceglie liberamente di diventare asino e vivere così, muore da asino. Questa volta però le lacrime rigano il volto del burattino poiché un pezzo di vita importante era stato condiviso con Lucignolo, ma poi Pinocchio non si era rassegnato all’imbestiamento. Lacrime di tristezza per la fine del suo amico, ma forse lacrime che gli ricordano che se non avesse corrisposto alla voce della coscienza avrebbe avuto la stessa infausta fine.

E poi ritorna ancora la Fata sotto diverse sembianze, non si mostra a lui com’è veramente, quasi a sottolinearne l’umiltà. Si mostra a lui nel suo vero aspetto solo in sogno. La Fata non si stanca di provarci e riprovarci con Pinocchio, lo mette alla prova per saggiare le sue vere intenzioni, il suo amore. E’ solo quando lui dimostra di amare con i fatti che lei lo trasforma in bambino vero.

Ed è proprio quello che fa la Chiesa con noi sposi: non ci dà, per così dire, la pappa pronta. Ci mostra la via da seguire, ci dona le regole dell’autentico amore sponsale ma aspetta pazientemente che siamo noi a decidere di volerle seguire per il nostro bene. Facciamo un esempio terra terra così non diamo adito a malintesi.

Tutti conosciamo quei cartelli posti all’interno delle toilette comuni: “Per il rispetto di tutti si prega di tenere pulito“. Ecco, la frase più giusta per un autentico cambiamento sarebbe questa: “Per il rispetto della tua dignità di persona umana si prega di tenere pulito“.

La prima frase chiede un cambiamento per un bene comune, la seconda, invece, va alla radice del cambiamento. La prima frase parla di un gesto nobile ma potrebbe essere sterile, ovvero non necessita del cambiamento del cuore perché si potrebbe tenere pulito il locale ma con lamentele oppure con disprezzo, mentre la seconda richiede un combiamento del cuore. Cioè la conversione non è per gli altri ma è per me stesso.

La Chiesa ci dona delle regole di vita non per non far star male gli altri, il che sarebbe già nobile e bello, ma per santificare noi stessi.

Visto così il matrimonio assume tutta un’altra connotazione. Mi santifico cambiando il mio cuore per elevarlo alla sua alta dignità di figlio di Dio e facendolo amo meglio e di più mio marito o mia moglie.

Coraggio sposi, prendiamo esempio da Pinocchio.

Giorgio e Valentina.

Di chi siamo?

Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo Salmo è stato proclamato nella Santa Messa di ieri, anche se non scelto appositamente ma ben si addice alla santa di cui si faceva memoria nella Liturgia: Santa Caterina d’Alessandria. Ella incarnò perfettamente la frase del Salmo “ Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.“, poiché a soli 18 anni convertì numerose persone della corte del re Massimino e morì vergine e martire per essersi rifiutata di sacrificare agli idoli.

Già ci basterebbe per oggi meditare sulla vita di questa santa, testimone della fede, per fare un serio esame di coscienza su come noi genitori prepariamo ed educhiamo i nostri figli alla vita di fede. Noi genitori moderni che, spesso, ci facciamo remore a dire qualche no ai nostri figli perché sennò, poverini, potrebbero rimanere esclusi dai loro compagni di classe, rischiando di venire additati perché cristiani e, quindi, ci pieghiamo alla dittatura del pensiero unico e predominante, ovvero all’anticristianesimo.

Ma la Cresima non serve più a niente?

Non vogliamo polemizzare ma solo stimolare la riflessione, l’analisi e la conversione semmai. Ma da dove nasce la forza della testimonianza (Dal lat. cristiano martyrium, dal gr. martýrion ‘testimonianza’ •secc. XI-XII.) di cui S.Caterina ne è un limpido esempio?

Sgorga naturalmente dalla fede, la quale a sua volta ha alcuni punti fermi, alcuni fondamenti, uno dei quali è la prima frase del Salmo sopracitato: “Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

Cari sposi, se sostiamo un attimo a meditare questa frase d’esordio del Salmo 23, scopriamo che anche il nostro matrimonio è del Signore, ovvero il Sacramento vivente che noi siamo appartiene al Signore, noi siamo suoi, non ci possediamo l’un l’altra per noi stessi, ma apparteniamo l’uno all’altra nel Signore.

Riscoprire ogni giorno che il nostro matrimonio non è una nostra creatura, ma è del Signore, aiuta a dare la forza del martirio, poiché ogni gesto diventa martirio, ossia testimonianza di un Amore che ci sorpassa e che ci precede.

Noi coniugi sacramento vivente, siamo come l’avanguardia della Chiesa, siamo come il reparto avanzato, dal nostro sacro connubio e dall’educazione della prole derivano i nuovi santi, i nuovi martiri della fede, i nuovi santi sacerdoti e le nuove sante monache.

Cari sposi, abbiamo un ministero: Dio ci ha affidato il nostro coniuge per renderlo santo ed insieme ci ha costituito Chiesa domestica perché la nostra casa sia la fucina dei nuovi santi.

Coraggio sposi, abiamo una missione molto più importante di 007.

Giorgio e Valentina.

Di che parliamo noi sposi?

Sal 14 (15) Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia e dice la verità che ha nel cuore, non sparge calunnie con la sua lingua. Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino. Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore. Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente. Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.

Questo è il Salmo proposto nella S.Messa odierna, come potete notare è piuttosto corto ma denso e racchiude in poche frasi tutta una vita di santità. Noi limiteremo la nostra riflessione ad una sola espressione: “dice la verità che ha nel cuore“. Essa non può essere estrapolata dal suo contesto, e quindi la evidenziamo ma tenendola sempre collegata alle altre espressioni, così come succede nella vita dei santi.

I santi sono coloro che hanno vissuto le virtù in modo eroico. Ogni santo è un’eccellenza in una virtù o in un aspetto particolare di essa. Tuttavia, anche le altre virtù sono state vissute e praticate nella sua vita santa. Per esempio non esiste un santo vergine che sia stato avaro, oppure un santo campione dell’umiltà che sia stato iracondo. Quindi anche noi prenderemo in esame solo un’espressione ma dobbiamo considerarla come un tassello di un puzzle.

Il nostro carissimo padre Bardelli ci ripeteva spesso il famoso proverbio: “la lingua batte dove il dente duole“. Stava parlando a dei giovani in cammino verso la scoperta dell’autentica verità sulla propria sessualità maschile o femminile, e ci mostrò la verità di questo proverbio facendoci notare come spesso la pornografia (con i suoi derivati come l’impudicizia) era entrata a pieno titolo non solo nella testa, ma anche nel costume e nei discorsi, come ad esempio nei modi di parlare, le allusioni nascoste dietro l’ironia, le risatine impure, le barzellette e così via.

Così c’insegnò a vivere la castità anche della lingua. Bastava misurare quanto quella impurità fosse presente nel proprio parlare. In questo modo, si poteva capire a che punto si stesse del cammino personale verso la virtù della castità.

Ecco quindi che l’espressione del Salmo che abbiamo preso in esame trova il suo giusto collocamento dentro la nostra vita di sposi.

Cari sposi, ognuno faccia verità su se stesso/a per poter cominciare quel bellissimo cammino di liberazione dalla schiavitù dell’impurità. E questo cammino renderà ancora più bello, vero e profondo il nostro rapporto sponsale. Esso arricchirà anche l’atto coniugale che è il gesto più intimo degli sposi. È quell’unione dei corpi che il Creatore ha pensato per noi.

Coraggio sposi, le nostre parole siano traboccanti dell’amore di Cristo che alberga nel nostro cuore così come ci insegna Gesù nel vangelo di Luca: “La bocca dell’uomo infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).

Dipende da noi cosa vogliamo far sovrabbondare nel cuore. Buon cammino di purificazione.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /42

Cap XXXVI Finalmente Pinocchio cessa d’essere un burattino e diventa un ragazzo

Siamo giunti quasi alla fine del libro ed in questo capitolo si rivedono un po’ tutti i personaggi che hanno animato il racconto, quasi fosse una veduta aerea, una carrellata finale per vedere la sorte di ciascuno di essi.

Oggi ci soffermiamo sulla sorte infausta del Gatto e della Volpe, i cattivi irreversibili che compaiono come peccatori puniti. Pinocchio sembra trattarli quasi crudelmente, al contrario di ciò che fa con gli altri personaggi, con i quali, invece, si lascia commuovere.

Non sarà che il cuore di Pinocchio si sia così indurito da non provare più compassione anche per chi lo ha tradito, al punto da sembrare un atto vendicativo? Oppure questo atteggiamento nasconde un’altra verità dell’ortodossia cattolica?

Noi propendiamo più per la seconda senza forzare il testo a libro di teologia e senza nominare teologo ipso facto il Collodi. Però non possiamo escludere a priori che l’autore abbia voluto dare un messaggio educativo ai ragazzi, in una società in cui gli adulti sentivano forte la responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni.

Ad ogni modo, il testo ci rimanda al problema escatologico dell’Inferno, ossia la dannazione eterna senza possibilità di riscatto, di pentimento. Questo ci aiuta a riflettere su quanto sia importante ed urgente il tema della conversione.

Molti sposi manifestano i loro problemi di coppia rivolgendosi a diverse persone in cerca di aiuto, partecipano ad incontri, corsi di spiritualità, conferenze X o Y, pellegrinaggi, catechesi… e poi sono sempre a punto daccapo.

I nostri nonni ci hanno insegnato che a forza di mettere la polvere sotto al tappeto, dopo un po’ il tappeto si alza e fa la gobba. E’ inutile che nascondiamo i nostri problemi di coppia sotto al tappeto della spiritualità se non ci prendiamo cura del nostro NOI dentro le nostre mura domestiche.

Come accorgersi? Solitamente queste coppie (spesso più lei che lui, ma non è una regola) sono sempre alla ricerca di esperienza spirituali all’insegna del sensazionale, e li vedi al gruppo X e poi si stancano e vanno al gruppo Y, poi cambiano e vanno al movimento Z e poi ad un altro ancora…l’importante è che l’esperienza mi fornisca sensazioni forti che stordiscono per un po’ il malessere dentro la coppia, quando il giochetto non funziona più cambio esperienza.

Cari sposi, se vi accorgete che c’è da mettere mano alla relazione di coppia, se c’è bisogno che il meccanico metta le mani nel motore per ripararlo, bisogna che gli portiamo l’auto. Non possiamo dormire con le mani in mano aspettando che dal Cielo arrivi chissà quale Grazia, poiché chi dorme non piglia pesci.

Se si avverte il bisogno di recuperare il NOI della coppia (che è sacramento di Cristo) dobbiamo farlo subito. Domani è già troppo tardi. Dobbiamo prendere il toro per le corna, prendere il coraggio di mollare le esperienze sensazionali e concentrarci sul nostro matrimonio. I gruppi di preghiera, associazioni o movimenti che siano, non devono essere il tappeto sotto cui cacciamo la polvere della nostra relazione malata, devono invece essere al servizio della coppia; quando individuiamo l’esperienza ecclesiale che ci aiuta a diventare più santi nel matrimonio e a guarire le relazioni malate seguiamola con costanza.

La cosa più urgente nella vita è la conversione, prima che sia troppo tardi per tornare indietro come è successo al Gatto e la Volpe. Coraggio sposi.

Giorgio e Valentina.

Il mantello diviso in due

Dal Sal 23 (24) Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito. Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli. Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza. Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Questo è il Salmo proposto ieri nella memoria liturgica di S. Martino di Tours, quello famoso per il suo mantello. Una breve biografia di questo santo ci aiuterà a capire meglio una frase del Salmo.

Nel rigido inverno del 335 d.C. Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise col mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia. Il termine latino medievale per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

Concentriamo la riflessione sulla frase centrale : Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.

Il monte del Signore indicava il monte sacro sul quale vi era costruito il tempio santo del popolo di Israele, quello ove si conservava “l’Arca dell’alleanza”. Per noi ora è rimasta la simbologia di quel monte, ossia potremmo paragonarlo al Regno dei cieli, al Paradiso. Monte simbolico o no, poco importa, perché ciò che ci interessa sono le condizioni che il salmista detta, e cioè mani innocenti e cuore puro.

S. Martino ci è di un esempio lampante in questo: nonostante non fosse battezzato ha seguìto subito l’intuizione della coscienza, aveva certamente un cuore aperto al bene, ma non ha esitato a seguirne le indicazioni. E la frase di Gesù ci conferma che quel gesto fatto al mendicante, Gesù se lo sente fatto su di sé.

Cari sposi, molte volte il mendicante seminudo può essere il nostro consorte, e noi come agiamo di fronte a questa nudità? Si faccia caso che il mendicante non ha chiesto aiuto a Martino, però non ha rifiutato l’atto di carità. Inoltre, si faccia caso al fatto che Martino divida in due il mantello, non sarà un richiamo per gli sposi?

La grazia sacramentale ha il potere di trasformare ogni sposo nel S.Martino per la propria sposa e viceversa. Nell’amare il nostro coniuge non preoccupiamoci per il nostro mantello rotto a metà perché al risveglio S.Martino ritrovò ancora intatto il proprio mantello, dove non arriva la natura, interviene la Grazia di Cristo. Coraggio

Giorgio e Valentina.

A chi tocca la scelta?

«Non voi avete scelto me», dice il Signore, «ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga». (Gv 15,16)

Questa è l’antifona alla Comunione che abbiamo sentito alla Messa di questi giorni. È una frase famosa. Gesù pronuncia questa frase in mezzo ad un discorso molto importante. In questo discorso c’è anche la parabola del tralcio e della vite.

Apparentemente sembra una frase ad effetto. Spesso ce la siamo sentita approfondire nelle predicazioni come un invito a gioire perché il Signore ci ha amati per primo. Ed in effetti è verissimo. Tuttavia, altrettanto spesso non siamo mai stati aiutati ad andare a fondo del suo significato.

Qualcuno si starà chiedendo come potremmo farlo noi, dal basso della nostra pochezza e per di più in un solo articolo da blog. Ed in effetti non ci tenteremo nemmeno. Vorremmo solo condividervi un piccolo affondo. Altri, più avanti nel cammino di noi, ci hanno aiutato a farlo.

Come sempre accade, la Parola di Dio ha un primo significato immediato. Tuttavia, questo significato serve da segno o simbolo per significati più profondi. Il più immediato si riferisce al fatto che in quel tempo erano i discepoli a scegliere un loro maestro/rabbino (oggi lo chiameremmo mentore, tutore, guida, padre spirituale), ed una volta scelto andavano praticamente a trasferirsi a casa sua, così da riceverne per osmosi di convivenza gli insegnamenti. Ed ovviamente non tutti i maestri erano uguali: c’erano quelli alla moda, quelli dei vip, quelli esclusivi, quelli più ricercati e quelli meno chic… ne abbiamo riprova nel fatto che S.Paolo si presenti come discepolo della scuola di Gamaliele, come a dire che la sua istruzione proveniva da un rabbino molto rispettato ed influente nella comunità, un po’ come esibire il certificato di laurea conseguita presso la prestigiosa università X.

Ora Gesù con quella frase si riferisce a questa pratica sociale del suo popolo, ma ne svela un significato più profondo. Non solo dice che è stato Lui a scegliere noi come oggetto del Suo amore, ma che ci ha costituiti affinché andiamo e portiamo frutto, ed il nostro frutto rimanga.

Molti sposi cristiani concepiscono il Sacramento nuziale solo come una benedizione da parte di Dio sul loro amore umano. È una sorta di parafrasi spirituale della concessione da parte del patriarca sulle nozze del figlio o della figlia. È simile a quando un organizzatore chiede il patrocinio del Comune o della Diocesi per un evento. Successivamente, si fregia di pubblicizzare l’evento come patrocinato da un ente prestigioso, mettendo in bella vista sul cartellone il logo.

Niente di tutto ciò si avvicina al Sacramento del Matrimonio, perché questo atteggiamento rivela che siamo ancora noi, carichi del nostro amore, gelosi del nostro amore umano, convinti che il nostro sia l’amore più bello di tutta la storia dell’umanità, a scegliere il maestro. In definitiva, con questo atteggiamento, i protagonisti siamo sempre noi con tutto il carico di superbia ed orgoglio che ci portiamo dietro.

Mentre invece, se è vera la frase di Gesù sopracitata, non siamo noi come coppia ad andare a scegliere il maestro, ma è Lui che ha scelto quella lei per amare quel lui e viceversa. Capite che così la frittata si capovolge, non siamo più noi i protagonisti del nostro amore col Signore che ci mette il suo patrocinio, ma è Lui che è protagonista dell’amore che ci scambiamo.

E’ come se noi prestassimo al Signore Gesù tutta la nostra femminilità per amare il nostro sposo e tutta la nostra mascolinità per amare la nostra sposa. E per farlo ci ha costituiti sacramento del Suo amore l’uno per l’altra.

Coraggio sposi, nel Sacramento nuziale abbiamo tutto il kit per amare il nostro coniuge di un amore che parli di un altro Amore.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /41. L’amore è una tavola apparecchiata.

Cap. XXXV Pinocchio ritrova in corpo al Pesce-cane… chi ritrova? Leggete questo capitolo e lo saprete.

In questo capitolo c’è il tanto atteso momento del reincontro tra Pinocchio e Geppetto. Ed ancora una volta lo scrittore usa delle immagini che sembrano quasi copiate dalla Bibbia. Questa volta sembra proprio di rivedere il famoso episodio di Giona, il quale rimane tre giorni nel ventre del pesce, prima timida prefigura del Messia che risorgerà il terzo giorno dalle viscere della morte.

Ma c’è un altro particolare che ci piace mettere in luce per una lettura sponsale. Per farlo abbiamo bisogno di leggere dal testo del racconto:

[…] trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola[…]

Sappiamo che Geppetto rappresenta il Padre, però è curioso che Pinocchio lo ritrovi intento in un gesto quotidiano semplice ma essenziale: mangiare. Sembrerà ad alcuni forzato e per altri un’esagerazione, ma a voi non ricorda il gesto che Gesù fece nell’Ultima Cena?

Non vogliamo piegare il testo per fargli dire ciò che vogliamo noi, ma semplicemente ci ha incuriosito il fatto che ritrovi il babbo in un gesto così semplice e così significativo e vi abbiamo visto una simbologia.

Avrebbe potuto ritrovarlo intento in qualche altra faccenda, ad esempio occupato a cercare una via di fuga, ed invece no, sembra quasi che lo stesse aspettando, quasi che abbia apprecchiato la tavola anche per Pinocchio.

E qui vi abbiamo scorto la simbologia che il Padre spesso si fa vicino a noi attraverso i gesti quotidiani. Egli è naturalmente padrone di se stesso e non deve chiedere l’autorizzazione a nessuno, agisce come meglio crede; essendo Onnipotente potrebbe apparire in tutta la sua grandezza a noi così da indurci (quasi obbligarci) a credere in Lui. Ma spesso sceglie di agire per vie più nascoste, più umili, più quotidiane.

Avete sicuramente presente cosa avviene quando un papà, per poter giocare col figlioletto di 1 anno, si deve sedere in terra come lui, abbassarsi alla sua altezza, giocare con giochi che per l’adulto sono infantili, ma così facendo utilizza un modo per comunicare amore che il bimbo capisce, sarebbe un papà strambo se pretendesse di giocare a poker con quel bimbetto, oppure una partita a Monopoli.

Similmente il Padre si abbassa al nostro livello di comprensione per farsi capire, per entrare in comunione con noi; si abbassa ad usare un linguaggio che noi comprendiamo, altrimenti sarebbe troppo alto il suo livello e lo scopo di amarci e farci sentire amati svanirebbe.

Cari sposi, un trucco (neanche troppo segreto) per far sentire Dio Padre più vicino al nostro coniuge è quello di preparare un bella tavola apparecchiata ed accogliente. Ovviamente la tavola è simbolica di tanti gesti quotidiani, di tante piccole attenzioni, di tenerezze, di sguardi, di baci, di carezze, di abbracci, e di tutto quello che la fantasia dell’amore vi suggerisce.

Coraggio care coppie, dobbiamo essere l’uno per l’altro quel segno dell’amore del Padre a cominciare dalla più semplice e tanto cara e bella quotidianità, quotidianità che ci regala il sapore dell’amore consumato per l’altro.

Giorgio e Valentina.

Vite Feconda in Ogni Senso

Sal 127 (128) Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa; i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore. Ti benedica il Signore da Sion. Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!

Questo Salmo ci viene proposto nell’odierna Liturgia, nella quale il tema matrimoniale è prepotente. Oltre al già citato Salmo vi è la prima lettura, che è un brano di San Paolo tratto dal capitolo 5 della Lettera agli Efesini, che contiene la frase famosa: “Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!“.

Infine, il Vangelo secondo Luca contiene due immagini simili. Gesù usa queste immagini per descrivere il Regno di Dio. Queste sono il granellino di senape e il lievito nell’impasto di acqua e farina.

Senza fare una predica e rubare il mestiere ai sacerdoti vi condividiamo un aspetto che ci tocca da vicino. Il beato a cui si riferisce il Salmo è l’uomo maschio. Apparentemente potrebbe sembrare quindi una preghiera di stampo maschilista nel senso negativo del termine. Invece, ci rivela qualcosa di inaspettato.

Innanzitutto definisce lei come la sua sposa. Questo, di per sé, è come un titolo nobiliare. Per la mentalità dell’epoca, la donna era considerata benedetta da Dio solo se sposata con un buon marito (un brav’uomo) e se diventava madre. Restare senza figli era per una donna vergognoso. Era anche vergognoso essere zitella perchè nessuno la voleva. Era peggio ancora se veniva ripudiata dal marito. Quindi chiamarla “tua sposa” è renderle onore.

Secondariamente la definisce “vite feconda“. Si riferisce al fatto che l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie riceve da Lui una copiosa benedizione. La benedizione a cui si riferisce il salmista non è astratta. Al contrario, è molto concreta. È una benedizione sul profitto del proprio onesto lavoro, sulla felicità e sulla prosperità di beni, su una sposa feconda e su figli sani e forti. Insomma, la benedizione del Signore intesa dal popolo dell’Antico Testamento è qualcosa di concreto. Ha i piedi ben saldati in terra. È qualcosa che si vede e si tocca. Si vive quotidianamente.

Ma veniamo al nostro punto: la vite feconda. Sappiamo come Gesù abbia detto di se stesso di essere venuto non ad abolire l’Antico Testamento. È venuto per portarlo a compimento. Lui è qui per dargli nuova luce e nuove prospettive. Così gli conferisce significati più profondi e più incisivi. Ed è ciò che andiamo ora a scoprire nel profondo dell’espressione “vite feconda“.

Nella prima lettura S.Paolo ci ha detto che la sposa e lo sposo sono il segno l’uno di Cristo e l’altra della Chiesa. Ecco quindi che la sposa è chiamata ad essere segno della Chiesa per il suo sposo, e la Chiesa non è forse colei che ci ha generati in Cristo a vita nuova? Non è forse colei che ci ha resi figli di Dio?

La sposa quindi è chiamata ad essere continuamente il segno di colei che genera il marito a vita nuova, e continua a rigenerarlo nell’amore.

Così come la Chiesa continuamente ci richiama alla Verità e al Bene, similmente la sposa deve fare col suo sposo. La Chiesa ci richiama alla fonte Battesimale. Allo stesso modo, la sposa deve continuamente richiamare il marito alla fonte del loro amore. La Chiesa ci insegna a fare il bene e ad evitare il male. Lo fa con dolcezza, ma anche con chiarezza. Allo stesso modo, la sposa deve fare col suo sposo. Deve aiutarlo nelle scelte. Come la Chiesa ci vuole santi e ci santifica con i propri mezzi così la sposa deve aiutare il proprio sposo a diventare sempre più un maschio santo, deve far fiorire la sua mascolinità verso il Bene. Come la Chiesa non ci lascia mai soli nutrendoci con i sacramenti dalla nascita alla morte così la sposa non deve mai abbandonare il proprio sposo fino alla morte ma nutrirlo col suo amore tenero, dolce, accogliente e materno.

Coraggio spose, chiedete al Signore la Grazia sacramentale del matrimonio per vivere appieno la vostra femminilità sponsale.

Giorgio e Valentina.

Amore e Verità

Sal 84 (85) Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace. Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra. Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo. Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto; giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.

La Chiesa ci fa pregare questo Salmo durante la Liturgia della Santa Messa odierna e cade giusto a pennello con la memoria di un papa a noi molto caro: San Giovanni Paolo II.

E’ il papa che ha battuto diversi record rispetto ai suoi predecessori. Ma soprattutto noi lo vogliamo ricordare per il suo magistero su matrimonio e famiglia. Questo magistero ha preso nome di “Teologia del corpo“. Naturalmente essa non ha a che fare solo ed esclusivamente con i fidanzati e gli sposi. Tuttavia, questi due stati di vita hanno ricevuto più beneficio da questa “Teologia del Corpo“. Sono stati i più attaccati dal mondo in maniera tanto subdola quanto violenta.

Entrando un po’ nel particolare vogliamo sottolineare come questo santo papa ha sempre gridato al mondo la verità sull’uomo e sulla sua dignità. La sua è una voce che non ha mai fatto un passo indietro rispetto alla verità del cuore dell’uomo. È una voce imponente come quella di un nonno che insegna ai nipotini. È una voce autorevole come quella di un papà che guida i suoi figli con mano ferma. È una voce delicata come quella di una nonna che aiuta i nipotini a crescere. Ed è una voce tenera come quella di una mamma che accoglie le lacrime del figlio senza accuse. Insomma, è una voce che annunciava la verità con carità.

San Giovanni Paolo II ci ha insegnato a fare verità con carità. Chiunque si approcci al suo magistero non può negare di essere interpellato nel profondo del proprio cuore e nell’intimo della propria umanità. Non poche persone si commuovono e si convertono ancor oggi approfondendo i suoi scritti. Proprio perché aveva la capacità di unire la dolcezza materna con la fermezza paterna.

Cari sposi, questo metodo è lo stesso che dobbiamo imitare con noi stessi, con il nostro coniuge, dentro la nostra relazione sponsale. Dobbiamo sempre vigilare. Non ci devono essere esagerazioni da una parte o dall’altra. Non possiamo nascondere la verità in nome della carità. Non dobbiamo mancare di carità in nome della verità, perché questo rasenta la crudeltà.

Coraggio sposi, se stiamo nella Grazia di Dio allora la Sua salvezza si manifesta anche nella nostra carne maschile e femminile.

Chiediamo questa Grazia attraverso l’intercessione di San Giovanni Paolo II, il quale ci ha mostrato con la sua vita le parole del salmo: Amore e verità s’incontreranno.

San Giovanni Paolo II, prega per noi.

Giorgio e Valentina.

Il Matrimonio Secondo Pinocchio /40. La Scelta è Nostra.

Cap XXXIV Pinocchio, gettato in mare, è mangiato dai pesci e ritorna ad essere un burattino come prima: ma mentre nuota per salvarsi, è ingojato dal terribile Pesce-cane.

Pinocchio ha la stessa sorte di Mosè e di Giona, cioè viene salvato dalle acque. L’acqua che, inizialmente sembra essere teatro della sua morte, si rivela in realtà foriera di rinascita.

La narrazione ha del fantasioso ma in sè nasconde una verità: mentre il ciuchino Pinocchio si ritrova sott’acqua ad aspettare la morte arrivano dei pesci che divorano la carne di questo ciuchino. Quando non resta più carne di ciuchino, si rivela il burattino di legno. All’interno di quel ciuchino, Pinocchio non è del tutto smarrito. Non si è ancora del tutto abbandonato all’idea di essere un ciuchino per il resto dei suoi giorni. Sotto sotto c’è ancora il vero Pinocchio. Alla prima occasione, salta fuori allo scoperto liberandosi del corpo di ciuchino come da una prigione.

In questo passaggio v’è contenuto un grande insegnamento. I veri autori della nostra degradazione finale e definitiva siamo noi stessi. Infatti, il burattino che era “sepolto” sotto la carne di ciuchino non si era ancora dato per vinto. Non si era ancora arreso, perché si era pentito. La vera svolta è il suo pentimento, l’ennesimo.

Cari sposi, ci sono tanti sposi che si degradano l’un l’altro, o che degradano la propria relazione, il proprio matrimonio, il proprio sacramento fino a sembrare dei ciuchini. Ma la rinascita è sempre possibile. Anche se, alla guisa di Pinocchio, veniamo gettati in mare legati ad una fune. Il nostro aguzzino tiene ben saldo l’altro capo della fune.

Se però sentiamo il rimorso della coscienza, non lasciamo cadere invano il suo richiamo, non lasciamo che la nostra parte interna si degradi fino a non sentire più nemmeno il bisogno del pentimento. Quello è ciò che ci salverà.

Appena il Signore avverte il nostro sincero ed autentico pentimento. Questo pentimento è unito alla volontà di non ricadere più in qualche disobbedienza al Padre (o alla Fata turchina). Ecco che ci manda dei pesci divoratori. Questi pesci mangiano il ciuchino esterno a noi e rivelano la nostra natura.

Questi pesci mangia-ciuchini potrebbero essere persone o esperienze. Per esempio: qualche amico, la predicazione di un sacerdote, un corso per sposi, un convegno, o un incontro nelle sale parrocchiali. E tutto ciò che nasce dalla infinita fantasia di Dio.

Coraggio cari sposi, non è mai detta l’ultima parola nè su noi personalmente, nè sulla nostra coppia, nè sul nostro matrimonio, tantomeno sul nostro Sacramento.

Giorgio e Valentina.

Diventare come cibo

Sal 110 (111) Renderò grazie al Signore con tutto il cuore, tra gli uomini retti riuniti in assemblea. Grandi sono le opere del Signore: le ricerchino coloro che le amano. Il suo agire è splendido e maestoso, la sua giustizia rimane per sempre. Ha lasciato un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e pietoso è il Signore. Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza. Mostrò al suo popolo la potenza delle sue opere, gli diede l’eredità delle genti.

Questo Salmo ci aiuta non solo a rendere grazie al Signore con tutto il cuore, ma ne celebra anche la fedeltà attraverso vari passaggi nella preghiera. Ce n’è uno in particolare che ci sembra possa essere adatto a noi sposi: Egli dà il cibo a chi lo teme, si ricorda sempre della sua alleanza.

Da questa frase si evince come Dio non dia il cibo a chiunque, ma solo a chi lo teme. Dunque dobbiamo chiederci di quale cibo si tratti e di cosa significhi temerLo altrimenti non ne capiamo la profondità.

Innanzitutto, possiamo comprendere il timor di Dio come una sorta di filiale abbandono. È simile a quello che sperimenta il bimbo col nonno. Quando arriva un insegnamento di vita dal nonno, il nipotino di solito ascolta a bocca aperta. Lo fa con stupore, quasi che penda dalle labbra del nonno. A volte si vedono nipotini che eseguono gesti senza conoscerne il significato. Questi gesti vengono ripetuti semplicemente perché lo hanno visto fare al nonno. Oppure, gli è stato detto dal nonno di compiere tale gesto.

Il nostro timor di Dio deve assomigliare un po’ all’atteggiamento di quel bimbo nei confronti del nostro “nonno celeste” che in realtà è il Padre.

Si potrebbero scrivere mille articoli per quanto riguarda il cibo di Dio. Ci basti intuire che il cibo di Dio è variegato. A volte ritroviamo nella Parola di Dio diverse frasi: “mio cibo è fare la volontà del Padre… Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete… Procuratevi non il cibo che perisce… Perché la mia carne è vero cibo” e altre ancora, ma tra le tante prendiamo quella più classica, ovvero l’Eucarestia.

Il Sacramento del Matrimonio ha diverse affinità con quello dell’Eucarestia. Cari sposi, se volete che il Signore delizi il vostro matrimonio con i Suoi sapori, accostatevi a questo cibo celeste frequentemente. I sapori di Paradiso sono come un antipasto di Paradiso. Per ottenere frutti di vita nuova e di rinnovato amore tra noi, dobbiamo chiedere allo Spirito Santo di rinnovare sempre il timor di Dio che ci è stato donato nella Cresima.

Coraggio sposi. Ogni Matrimonio Sacramento deve diventare, a sua volta, fonte di cibo per la nostra parrocchia e per tutti coloro che ci sono vicini o che incontriamo. Dobbiamo cibarci di Colui che è l’Amore per ridonarLo nella nostra carne.

Giorgio e Valentina.

It’s wonderful. Un Pensiero di Dio Fatto Carne

Sal 138 (139) Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda. Meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia. Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra.

Il Salmo della Messa odierna è stato musicato da diversi autori per l’immediatezza del messaggio ivi contenuto, ma anche per la semplicità con cui è espresso dalle parole. Vorremmo soffermarci non tanto su qualche suggestione che ci dona un’espressione o l’altra, quanto sul messaggio nella sua completezza.

Si intuisce subito come questo Salmo possa far bene a tante persone che hanno una bassa stima di sé. Anche se venissero ignorate dal mondo intero, leggendo questo Salmo, dovrebbero percepire quanto siano stimate da Dio. Siamo importanti per Lui al punto che si è degnato di intesserci nel grembo di nostra madre.

Ognuno di noi è come un pensiero di Dio fatto carne. Già questo dovrebbe far scomparire ogni nuvola di tristezza. Per il cristiano non esistono giornate inutili. Ad ogni risveglio basterebbe questo pensiero per affrontare ogni giorno con letizia. Solo il pensiero che io esisto perché Qualcuno mi ha amato e continua a farmi vivere con la Sua presenza fa diventare ogni giorno una bellissima giornata e degna di essere vissuta nella Sua Grazia.

Ma questo è solo il primo strato superficiale che volevamo mettere in risalto. A ben vedere, c’è dell’altro un poco più in profondità.

Se è vero che “mi hai tessuto nel grembo di mia madre[…] hai fatto di me una meraviglia stupenda” vale per ognuno di noi, significa che vale anche per il nostro coniuge, o no? Se ci battiamo giustamente con tanto ardore per difendere il povero, l’immigrato, il carcerato. Difendiamo anche il bambino del (cosiddetto) terzo mondo, il malato, e le vittime delle molte guerre, ecc… perché non dovremmo difendere almeno con lo stesso ardore e passione il nostro coniuge ?

A volte succede che ci ricordiamo del valore della persona solo per chi vive fuori dalle nostre quattro mura. Ma questo non vale anche per i nostri familiari? Ovviamente le nostre sono solo provocazioni per stimolarvi ad entrare in profondità.

Se dunque anche il mio coniuge è una meraviglia stupenda ed è unito indissolubilmente a me, significa che io sono vincolato ad una persona stupenda. Questa persona è certamente imperfetta ma meravigliosa. Già per il fatto di essere un pensiero di Dio fatto carne. Se poi la persona amata è sacramento di Cristo per me, allora significa che Dio l’aveva da sempre pensata per me, fin dall’eternità. Dio mi ha amato da sempre. Ha deciso di farmi esistere da un momento preciso in poi. Ha voluto farsi molto vicino a me. Voleva farmi sperimentare il Suo amore attraverso una “meraviglia stupenda”. Questa meraviglia è un segno carnale ed efficace della Sua Grazia: questa meraviglia è il mio coniuge!

Coraggio sposi, Dio non si sbaglia mai: il nostro sposo, la nostra sposa è perfetto per amarci. È perfetto per essere amato/a da noi. Non gli/le manca niente per essere sacramento vivente.

Amiamo con riconoscenza il nostro coniuge. Tutto cambierà.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /39

Siamo ancora al Capitolo XXXIII. Il direttore di un circo compra Pinocchio. Lo obbliga ad imparare la sua parte in un grande spettacolo di salti e balli con sferzate e frustate. Ad un certo punto scorge tra il pubblico la Fatina. Stupito, si ferma ad osservarla. Ma così facendo arriva un’altra dolorosa frustata. Questa gli ricorda di non fermarsi ma di continuare lo spettacolo.

Ed ecco qui il focus di quest’oggi:

Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!… Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a piangere dirottamente. Nessuno però se ne accorse e, meno degli altri, il direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò: […]

Sembra ormai giunta la fine per quel povero burattino trasformato in ciuchino. Sembra che il suo destino sia già segnato. Nessuno gliel’ha imposto. Ha fatto tutto da sé, rovinandosi con le proprie mani. Tutto sembra pre-destinato, ma la storia prende un’altra piega, poiché c’è ancora una speranza: le lacrime.

Molti direbbero che finché c’è vita c’è speranza. Ma qui potremmo parafrasare questo famoso aforisma con “Se c’è lacrima c’è speranza”. Quelle lacrime sono il segno che dentro quella bestia è rimasto ancora qualcosa che non sia animale.

È interessante notare come nessuno si accorga che il povero ciuchino piange. Forse perché tutti quelli intorno a lui lo considerano un vero ciuchino e non un burattino. Perciò è impossibile che pianga, che provi sentimenti, emozioni, rimpianti… ed invece…

Traducendolo per la nostra vita: succede spesso che quando ci siamo degradati così tanto da perdere quasi la figura umana, quelli intorno a noi ci considerano spacciati. Quasi identificano la nostra degradazione con la nostra persona. Ma nessuno di noi è quello che fa. Anche se ne combinassimo di grosse, quello che abbiamo fatto di male non ci definirà mai. Noi siamo uomini. Siamo figli di Dio col Battesimo.

Semmai potremmo essere definiti degli uomini (maschi o femmine) che hanno commesso questo e quell’errore. Tuttavia, non siamo il nostro errore o il nostro peccato. Se non ci dà per spacciati nemmeno Dio fino a che non esaliamo l’ultimo respiro, figuriamoci se possono darci per spacciati altri. Queste persone sono uomini come noi.

Cari sposi, quando il nostro coniuge ne combina di grosse, dobbiamo alzare le antenne. Cerchiamo una possibile fessura attraverso la quale far entrare la luce di Dio. Non diamolo mai per spacciato con frasi perentorie del tipo : Non cambierai mai, sei sempre lo stesso, ecc…

Forse lei/lui sta piangendo alla guisa di Pinocchio. Tuttavia, il suo pianto è interno. Il suo grido di dolore è soffocato dal nostro giudizio o da quello di chi lo circonda. Difendiamo il nostro coniuge, abbracciamolo con l’abbraccio misercordioso di Dio (se occorre anche con l’abbraccio fisico), non lasciamolo solo. C’è chi è tornato sui suoi passi grazie ad uno sguardo d’amore misericordioso. Uno su tutti S. Pietro. Coraggio sposi, non diamo per spacciato mai il nostro amato o la nostra amata.

Giorgio e Valentina.

Wow, che decisione!

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-56) Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.

Oggi è il giorno di S.Teresa di Gesù Bambino (quella di Lisieux). È una santa a cui siamo particolarmente affezionati per diversi motivi. Uno dei quali è il fatto che è una delle figlie di una coppia di sposi santi: i santi Luigi e Zelia Martin.

Si potrebbero scrivere molte righe su queste santità famigliari. Sceglieremo solo un aspetto che ha a che fare con la prima frase di questo brano del Vangelo: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Santa Teresina (così affettuosamente chiamata per distinguerla da S. Teresa d’Avila) ha lasciato diversi scritti. In uno di questi dal titolo “Storia di un’anima“, ella racconta la sua decisione di essere il cuore nel corpo che è la Chiesa. Si rifà alla famosa immagine descritta da S. Paolo nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi.

Il cuore dell’uomo, nella Bibbia, è la sede delle decisioni intime. È la sede dove tutto si decide, dove si vaglia il bene ed il male. È anche la sede dove c’è il setaccio. Serve per usare il nostro libero arbitrio. Questo ci permette di scegliere per la libertà. Per usare un linguaggio più moderno potremmo definirlo come la stanza dove si riunisce il CDA di un’azienda. Lo potremmo paragonare alla famosa Stanza Ovale della Casa Bianca.

Ora, cosa c’entra la decisione di Santa Teresina con quella di Gesù?

Santa Teresina ha preso la decisione di amare (il cuore appunto) aldilà di ogni costo e oltre ogni confine. O meglio, ha deciso di ri-amare Colui che per primo l’ha amata. Ha preso la decisione di ricambiare quell’Amore che l’ha amata così tanto da dare la Sua vita per lei.

Quell’ Amore sappiamo essere Gesù stesso, e come ci ha dimostrato il Suo Amore? Morendo in Croce per noi, per la nostra salvezza.

Gesù è entrato nella Sua Stanza Ovale (per così dire). Ha scelto di amarci, cioè di salvarci. Il brano del Vangelo ce lo testimonia con la frase che abbiamo selezionato: Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme.

Cari sposi, cosa c’entra con noi questa decisione di Gesù?

Vogliamo imitare Gesù, ovvero andare fino in fondo alla nostra decisione? Se siamo entrati nella nostra stanza intima del CDA, il nostro cuore, e abbiamo deciso di amare il nostro coniuge, dobbiamo imitare la fermezza di Gesù. Anche gli sposi hanno una loro Gerusalemme verso cui mettersi in cammino: il proprio Sacramento del matrimonio. E questo Sacramento è per gli sposi ciò che per Gesù è Gerusalemme. È il luogo dove si compie la salvezza. È il luogo dove l’amore si dona tutto fino alla morte in Croce.

E dobbiamo prendere questa decisione con la stessa fermezza di Gesù. Non dobbiamo usare la scusa che Lui fosse il Figlio di Dio. Lui non ha annientato la propria natura umana con la scusa di avere anche la natura divina. Ha deciso in quanto uomo, la Sua fermezza trova la propria fonte nella fiducia nel Padre.

Coraggio sposi, possiamo anche noi prendere il posto del cuore dentro quel corpo che è la Chiesa. Possiamo anche nella chiesa domestica che è la nostra casa. In fondo Santa Teresina ha preso la stessa decisione di Gesù: amare costi quel che costi.

Giorgio e Valentina.

La Via della Fede: Esperienza e Conoscenza

Sal 118 (119) Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie. Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Osserverò continuamente la tua legge, in eterno, per sempre.

Questo Salmo è una richiesta a Dio di vari doni afinché possiamo essere guidati sulle sue vie. Ci colpisce in particolare la seconda frase: Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie.

Che nesso c’è tra la conoscenza dei precetti del Signore e la meditazione delle Sue meraviglie? Non è forse sufficiente guardare uno spettacolare tramonto per meditare e contemplare le Sue meraviglie? Inoltre, se bastasse sapere a memoria dei precetti per meditare le Sue meraviglie, può forse significare che gli analfabeti non siano in grado di meditarLe?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per non cadere nella trappola di qualche eresia.

Innanzitutto dobbiamo notare una cosa. La conoscenza che intende il mondo semitico non è la conoscenza scientifica o razionale che intendiamo noi occidentali. Basterebbe a tal proposito ricordare come la Santa Vergine risponde all’arcangelo Gabriele quando riceve l’annuncio della sua maternità: “Com’è possibile? Non conosco uomo.” (Lc, 1,34).

La conoscenza a cui fa riferimento anche la Madonna è proprio quella che stiamo considerando. Per noi occidentali la conoscenza rimane per lo più un concetto legato alla razionalità. Per il mondo semitico essa ha più a che fare col cuore che col cervello.

Sembra una concezione lontana da noi. In realtà, la usiamo anche noi per dire che una realtà la conosciamo dal di dentro. Per esempio se andate da un artigiano che ripara o accorda pianoforti, vi dirà di conoscere a fondo questa o quella marca di pianoforte. Questo perché avrà smontato chissà quanti pianoforti in 40 anni o più di lavoro. Stessa cosa dicasi anche per il meccanico delle auto. Avrà smontato chissà quante volte i motori delle auto. Conoscerà tutti i dettagli di ogni marca.

Se avete badato, in questi due esempi abbiamo usato il verbo conoscere. Ma non è legato ad una conoscenza di cervello, di libri letti o di manuali imparati a memoria. È una conoscenza dei motori, piuttosto che dei pianoforti, legata all’esperienza di vita. La frase tipica che si usa è: “Li conosco come le mie tasche”. Questo proprio per indicarne l’esperienza fatta di vita concreta.

Ed è proprio quest’ultima accezione del significato di “conoscenza” alla quale si riferisce il salmista.

Quindi, la frase “Fammi conoscere la via dei tuoi precetti” potremmo tradurla nel nostro linguaggio presente così: “Fammi fare esperienza vissuta (concreta, nella mia vita) della via dei tuoi precetti“.

E di questa realtà vissuta ne sono testimoni diretti i santi. Specialmente quelli che ci hanno lasciato degli scritti. Nei loro scritti sono elencate e descritte nei dettagli le meraviglie che il Signore ha compiuto nella loro vita spirituale e/o carnale.

Come sono giunti alle alte vette della meditazione delle meraviglie del Signore?

Grazie a quella conoscenza esperienziale di cui sopra.

Cari sposi, se vogliamo vivere sulla nostra pelle le meraviglie del Signore, bisogna che ci lasciamo amare da Colui che ci ama, convertire da Colui che solo ci può convertire, prendere per mano da Colui che conosce il nostro vero bene. Dobbiamo fare esperienza di come l’osservanza dei Suoi precetti ci faccia pregustare un pezzo di Paradiso già in questa vita.

Coraggio sposi, basta fidarsi dell’unico degno di fiducia.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /38. Il male chiede il conto

Cap XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Per ben 5 mesi l’Omino lascia Pinocchio nella cuccagna, ma poi si presenta quando l’imbestiamento è completato. È interessante notare come l’Omino riconosca Pinocchio e Lucignolo dai loro ragli. Manco fossero parole sensate, riconosce la loro voce. La tristezza sta nel fatto che sembra far da contraltare alla famosa figura del Buon Pastore.

Nell’immagine del Buon Pastore è Lui che conosce le pecore ed esse riconoscono la Sua voce. Qua accade il contrario. Ovvero, è l’Omino che riconosce la voce delle sue prede.

E sembra anche intendere i ragli, perché ormai le parole sensate se ne sono andate.

Purtroppo è esperienza di molti secoli che con la fede si perda anche la ragione. Ci si perde in vaghi ragionamenti. Si rimane invischiati nei piccoli pensieri delle ideologie. Esse non hanno occhi per la realtà. Si nutrono solo di se stesse, dei propri vaghi e tortuosi ragionamenti. Si rimane come ciechi dinanzi all’evidenza della realtà.

Cari sposi, ancora una volta si presenta a noi il mistero del male con la storia del burattino.

Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza su noi stessi, sul nostro matrimonio, altrimenti si finisce come Pinocchio. Facciamo qualche esempio solo per capire come funziona il meccanismo del male non per giudicare nessuno, concentratevi sulle dinamiche dell’Omino.

Lui e lei si separano. Hanno tralasciato di tenere viva la loro relazione sponsale. Per diversi motivi, rinunciano a combattere per ristabilire la comunione. Ognuno va per la propria strada, non senza una certa dose di dolore. All’iniziale smarrimento segue subito la voglia di rinascita, o come insegna il mondo vogliono “rifarsi una vita”.

Cambiano il proprio stato sui social da ‘sposato/a’ all’usuale ‘single’. Cambiano anche modo di vestire. In poco tempo trovano un’altra persona. Con questa persona ritrovano l’entusiasmo giovanile delle prime cotte e delle prime infatuazioni. Si innamorano e vanno a vivere insieme. Sono i primi 5 mesi di Pinocchio al paese dei Balocchi dove tutto è una cuccagna.

Poi però cominciano i guai perché l’Omino ritorna e chiede il conto. Arrivano dispiaceri dai figli (inevitabilmente le peggiori vittime di tutto ciò). Si hanno litigi ed incomprensioni per l’intreccio delle nuove relazioni con i parenti e amici di prima. Di notte si fatica a riposare bene e non si dorme più. Allora si cominciano le pastiglie di melatonina. Poi ci sono gli attacchi di panico, propri o dei figli. E chi più ne ha più ne metta.

Da questo esempio (che abbiamo visto coi nostri occhi) possiamo trarre l’insegnamento. Prima c’è l’iniziale euforia del paese dei Balocchi. Poi arriva il conto dell’Omino. Ed è un conto salato.

Cari sposi, non lasciamoci trarre in inganno dal mondo. Restiamo vigili e saldi nella fede al nostro Sacramento. I momenti difficili e le incomprensioni non mancano. Tuttavia, non saltiamo sul carro dei Balocchi. Restiamo a casa della Fatina buona. Ovvero, restiamo in casa della nostra madre Chiesa.

Coraggio, non desistiamo.

Giorgio e Valentina.

Caro problema…

Sal 39 (40) Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza. 

Un Salmo è una preghiera che va recitata e vista nel suo insieme. Cerchiamo però di raccontarvi solo uno stimolo di riflessione che ci ha suscitato. Ogni volta che si recita il tal Salmo si incontrano le stesse parole. A cambiare è il nostro cuore che è pronto a ricevere uno stimolo piuttosto che un altro a seconda del cammino di fede.

Oggi vi vogliamo condividere la riflessione stimolata dall’ultima frase: Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza.

Apparentemente sembra non volerci chissà quale fede per proclamare che il Signore è grande. In quanto Dio Egli deve essere per forza grande. Altrimenti che Onnipotente sarebbe se non fosse grande?

Ma il salmista ci tiene a precisare che a dirlo debbano essere coloro che amano la salvezza del Signore. Ora, proviamo a riflettere, cos’è questa salvezza? O meglio, qual è la salvezza del Signore?

È la salvezza dalla morte eterna, la salvezza dalle conseguenze mortifere del peccato. Inoltre, com’è avvenuta ? Attraverso la Croce di Gesù. Il nome di Gesù significa “Dio Salva” / “Dio è salvezza” tanto che lo chiamiamo Salvatore, quasi fosse un soprannome. Quindi, la salvezza del Signore è Gesù stesso.

Torniamo all’inizio del ragionamento: coloro che amano la salvezza del Signore sono dunque coloro che amano Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Cari sposi, il Signore vi ha scelti come Suo Sacramento perenne. Egli si fida di voi affinché si conosca la Sua salvezza nel mondo. Vi ha scelti quasi come megafoni che diffondono la Sua Parola di Salvezza. Siete come dei moderni modem wi-fi che diffondono il segnale della Sua Parola a tutti quelli che vogliono connettersi a voi.

Ma cosa significa che il Signore è grande ?

Se il Signore è riuscito dal più grande male mai avvenuto (il deicidio, la Croce di Gesù), a tirar fuori il più grande bene mai avvenuto, ossia la Salvezza, cosa volete mai che sia per Lui risolvere uno qualunque dei nostri problemi?

Quanti amano il Signore Gesù ripongono ogni loro fiducia in Lui. Lasciano a Lui il governo della propria vita e del proprio matrimonio. Anche Gesù, come uomo, nel momento supremo della prova, nell’orto degli Ulivi durante la Passione, ha dovuto scegliere di fidarsi o meno del Padre Suo. Alla fine del Suo combattimento ha deciso di fidarsi del Padre. Nella Sua preghiera ha parlato al Padre Suo della prova che lo stava attendendo. Poi ha affrontato tutto con grande forza. Sembra quasi che abbia voluto dire alla Croce che Lui aveva un Padre del Quale si fidava. Allora cari sposi, quando ci si pone davanti un problema, la prima cosa da fare è parlare al Signore del nostro problema, cioè dobbiamo pregare. Ma non basta. Bisogna poi fare il passo successivo, e cioè andare dal nostro problema e dirgli che noi abbiamo un Dio grande.

Non solo : <<Signore, abbiamo un grande problema.>>

Ma soprattutto : <<Problema, abbiamo un grande Dio!>>

Cari sposi, coraggio che il Signore è grande!

Giorgio e Valentina.

Il Sacramento del Matrimonio: fare della vita coniugale un canto nuziale

Sal 149 Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo creatore, esultino nel loro re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona i poveri di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca: questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Gli studiosi ci insegnano che i Salmi sono delle preghiere cantate. O almeno nella loro intenzione iniziale lo erano. Probabilmente, il cantore che li eseguiva era solito accompagnarsi con uno strumento musicale quale la cetra o similari.

Se dunque erano canti, che senso ha la parte iniziale: Cantate al Signore un canto nuovo?

Il cantore aveva forse esaurito la fantasia musicale? Dopo anni passati ad eseguire sempre lo stesso repertorio, sentiva la necessità di introdurre nuove composizioni? Sembra quasi che sia un invito fatto da un talent scout, al fine di scovare la nuova stella nel panorama musicale dell’epoca. O forse no?

Sicuramente la frase iniziale appare alquanto strana se si pensa al Salmo come ad una preghiera in canto. Forse il salmista intendeva un altro tipo di canto. Un cantautore cattolico ci insegnò tanti anni fa una lezione importante. Quando non riusciva a scrivere una nuova canzone, era un chiaro segno. Doveva far diventare la sua vita vissuta quel nuovo canto.

E per fare questo tipo di canto non serve aver partecipato ad alcuna accademia musicale. Non è necessario nemmeno conoscere il linguaggio musicale. Tanto meno essere intonati risulta un aiuto valido.

Cari sposi, la Chiesa ci ha consegnato una vera e propria missione col Sacramento del Matrimonio. Dobbiamo fare della nostra vita sponsale un canto nuziale di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa.

L’unico requisito richiesto è partecipare agli workshop dedicati a questo tipo di professione: la scuola dei santi. Dobbiamo imparare ad imitare le virtù dei santi. È una scuola di formazione in continuo aggiornamento. C’è sempre qualcosa da aggiustare nella nostra vita.

Come facevano i santi a crescere nell’intimità con Dio? Lo frequentavano sempre più spesso. Così anche tra noi: per crescere nell’arte di amarci a vicenda dobbiamo prima frequentare Colui che dell’amore ne è la fonte eterna. Di sicuro se andiamo alla fonte troviamo l’originale e non un amore taroccato.

Il nostro canto nuziale ha come pentagramma il consenso che ci siamo scambiati il primo giorno delle nozze, quello che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale. Ci siamo impegnati a scrivere le note del nostro canto sul pentagramma della fedeltà assoluta, dell’amarsi ed onorarsi tutti giorni della vita.

Coraggio sposi, il mondo ha bisogno di sentire questo nuovo canto nuziale perché deve assaporare la bellezza di Dio Creatore che ama gli uomini e la bellezza di Cristo che ama la Sua sposa, la Chiesa, fino alla follia della Croce.

Giorgio e Valentina.

Pinocchio diventa un ciuchino. Il matrimonio secondo Pinocchio /37

Cap XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

Questo capitolo affronta la famosa trasformazione del burattino in asino e l’autore lo fa sempre con ironia sottile ma anche con tanta verità.

Si potrebbe scrivere a lungo sull’imbestiamento che si attua seguendo la via del male. Inoltre, si può parlare del fatto che l’uomo si trasnaturi e si degradi. Il diavolo dapprima ci attira con le sue lusinghe salvo poi presentare il conto al momento opportuno. Questi sono tutti argomenti seri. Aiutano a vedere il dramma dell’uomo che fa un uso improprio del libero arbitrio di cui è padrone.

Si potrebbe anche riflettere a lungo sul fatto che il Padre non intervenga. Il Padre rispetta sempre le nostre scelte, quand’anche queste si rivelino cattive scelte o addirittura contro di Lui. Se così non facesse, obbligandoci sulla via del Bene, noi saremmo ridotti a guisa di burattino… manco a farlo apposta.

Di questo capitolo abbiamo scelto un particolare. Il Nostro dapprima si vergogna della propria nuova situazione. Tuttavia, poi… il Collodi descrive così le due scene:

Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguiataggini finirono col dare in una bella risata.

Quella sopra descritta è un’esperienza che abbiamo fatto tutti. L’iniziale rimorso è seguito dal tentativo di soffocarlo con una bugia. Quando combiniamo qualche guaio, cioè quando pecchiamo, inizialmente la coscienza fa sentire la propria voce per richiamarci al pentimento. Se non seguiamo il suo consiglio circa il pentimento, parte il meccanismo di autodifesa. Questo meccanismo ci porta ad auto-assolverci cercando di sminuire la gravità del gesto (parola/pensiero/omissione) che abbiamo compiuto.

Siccome la voce della coscienza è dura da sopportare, è una violenza su noi stessi riconoscere le nostre responsabilità, allora si avvia questo meccanismo perverso.

Ma quando il male ha preso ormai dimora in noi, avviene anche un peggioramento. Se già non fosse abbastanza grave, il peggioramento comporta la necessità di essere confermati nella nostra scelta malvagia. Abbiamo bisogno di un connivente che se la rida come noi. Facendosi beffe della legge di Dio.

Ecco che accade così per il nostro sventurato burattino. Egli ha bisogno di Lucignolo. Lucignolo avverte il bisogno di condividere con Pinocchio la propria disgrazia. Il rimorso è troppo forte da sostenere da solo. Perciò, avvertiamo il bisogno di “un’associazione a delinquere” per sentirci meno a disagio con noi stessi.

Cari sposi, quando avvertiamo che in noi stessi, o nel nostro coniuge o nella nostra coppia, stanno accadendo questi passaggi, dobbiamo correre subito ai ripari. Coraggio, il primo passo è quello di non stupirsi se insieme, o solo noi stessi o solo il nostro coniuge, siamo caduti in qualche peccato più o meno grosso. Dovremmo invece stupirci del fatto che non vogliamo uscirne.

Ma il Buon Samaritano Gesù è sempre pronto a raccattarci dalla strada malconci come siamo per curarci e farci diventare il più bello spettacolo dopo il Big Bang.

Giorgio e Valentina.

Rialza anche noi?

Sal 144 (145) Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Questo Salmo ci è proposto nella S.Messa odierna ed è un inno che elogia le varie caratteristiche del Signore. Ma per oggi vi vorremmo proporre di focalizzare l’attenzione solo sull’ultima frase. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Ad una prima lettura superficiale sembrerebbe la solita frase di lode scontata. È logico che almeno Lui compia queste opere di misericordia. Ma sarà proprio vero che il Signore sostiene quelli che vacillano? E se sì, in quale modo?

La maggior parte delle volte l’azione divina non è plateale. Spesso infatti il Signore agisce nel nascondimento. Per questo il suo sostegno ai vacillanti si manifesta solitamente attraverso il dono della fortezza nelle prove. Sentiamo spesso testimonianze di persone che hanno passato momenti di grande dolore o travaglio. Ne sono uscite semplicemente affrontando la prova che ogni giorno si presentava loro. Non sanno spiegarsi razionalmente da dove arrivasse tutta questa forza. Sanno solo che la sentivano dentro come una spinta a non mollare, a non lasciarsi fagocitare dagli eventi avversi. Solo a distanza di anni forse riconoscono in quella forza l’aiuto da parte dello Spirito Santo.

Ma oltre a sostenere chi vacilla, il Salmo ci rassicura sul fatto che il Signore rialzi chiunque è caduto. Anche in questo caso di solito preferisce agire sotto mentite spoglie. Può essere un incontro, un’amicizia, un vicino di casa, una comunità o una cerchia di amicizie. Non dimentichiamo la parentela e la nostra sposa o il nostro sposo.

Un nostro amico sacerdote ci ha insegnato che la Provvidenza ha un volto. Ha un numero di telefono. Questo ci ricorda come il metodo preferito da Dio sia quello di agire attraverso l’umanità. Ovvero, la Chiesa sua sposa. Ciò non inficia in alcun modo il fatto che Dio rimane comunque assoluto padrone. Non deve chiedere il permesso a nessuno di operare prodigi o miracoli quando e come ritiene opportuno.

Un ultimo affondo su questa tematica: il Salmo sembra tenerci a ribadire che il Signore non faccia preferenze. Egli rialza chiunque è caduto. Ciò significa che possiamo stare tranquilli. Qualunque sia la nostra condizione e qualunque storia abbiamo alle spalle. Per il Signore siamo degni di essere rialzati.

La parabola del buon samaritano infatti ci conferma in questo. Quel buon samaritano è proprio il Signore Gesù. Egli ci raccatta dalla strada malconci e mezzi morti e paga le nostre cure. Ma per farlo non ci chiede di esibire la tessera del Suo partito.

Coraggio sposi, non preocupatevi di come siete oggi. Ora, in questo momento, mentre state leggendo, non ha importanza. Il Signore ci vede già per quello che potremo diventare. Egli ci raccatta malconci come siamo. Dobbiamo affidarci alle Sua cure.

Giorgio e Valentina.

L’oggi eterno

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi. Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli. 

A molti sarà sembrato un titolo piuttosto bizzarro quello di oggi. È un titolo che unisce due avverbi di tempo in antitesi l’uno con l’altro. Un avverbio parla del giorno che stiamo vivendo e presto finirà per sempre. Il secondo avverbio parla di eternità che non finisce mai per definizione. Ma ad un occhio attento non sfugge che il secondo avverbio messo lì si trasforma in aggettivo qualificativo.

Sembra un paradosso: come può un giorno essere eterno? Un giorno per definizione è uno spazio temporale di 24 ore. Una volta finito, non si ripeterà mai più nella storia. Tranquilli, nessuna lezione di italiano oggi. Solamente abbiamo allargato la riflessione provocata dalla frase del Salmo: Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

Cari sposi, vi ricordate il contenuto del nostro consenso che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale? Abbiamo promesso: “[…] amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita […]”, non con un generico “sempre“, il quale potrebbe essere frainteso per eccesso o per difetto. La Chiesa, che è Madre e conosce il cuore dell’uomo, non ci fa usare il generico “sempre“. Usa il più concreto “tutti i giorni della mia vita“. Ogni giorno devo svegliarmi ed impegnarmi a vivere nella mia carne ad amare ed onorare il mio coniuge.

Torniamo al Salmo e alla frase sottolineata. Per il salmista l’annuncio della salvezza deve avere le stesse caratteristiche del matrimonio. Cioè, tutti i giorni bisogna fare questo annuncio. Tutti i giorni bisogna annunciare la salvezza del Signore. E già qui si comincia ad intravedere qualcosa dell’iniziale paradosso temporale. Infatti, i fedeli sono chiamati ad annunciare nel giorno che stanno vivendo una salvezza che invece è eterna. In un tempo finito si annuncia un tempo infinito.

Ma per gli sposi sacramentati c’è di più. Se già questo aspetto potrebbe indurre molte coppie a porsi qualche domanda circa la propria identità di annunciatori di salvezza, come la mettiamo se questa identità di annunciatori di salvezza fosse proprio la loro identità di sposi sacramento vivente?

Gli sposi vivono la loro dimensione profetica in mezzo al popolo di Dio semplicemente vivendo appieno la loro vocazione. Ovvero quando lo sposo/la sposa ama ed onora tutti i giorni la propria sposa/il proprio sposo, non fa nient’altro che annunciare la salvezza del Signore in primis all’interno della coppia stessa. Poi a raggi concentrici da quell’iniziale nucleo fino ai figli. E via via fino ai più lontani e, grazie alla comunione dei santi, addirittura anche a chi non ci conosce.

Infatti, se tutti gli sposi sacramentati fossero più santi, per riflesso sarebbe più santo anche tutto il resto del corpo mistico di Cristo, della Chiesa quindi.

Coraggio sposi. L’annuncio di cui siamo profeti non necessita di lauree o diplomi speciali. Non necessita di particolari carismi di oratoria o di predicazione. Non necessita di alcun dono di retorica o di particolare eloquenza. Semplicemente ve lo diciamo con le parole di papa S.Paolo VI :

il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni“.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /36. L’avversario si mostra.

Cap XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

In questo capitolo compare finalmente l’avversario in persona, se prima aveva lasciato intravedere la sua misteriosa trama mimetizzato sotto le apparenze di personaggi come il Gatto e la Volpe, ora esce allo scoperto e il Collodi ne fa una descrizione che delinea le caratteristiche del perfido nemico infernale:

E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Questo conduttore del carro è antropomorfo ma con caratteristiche corporee che ne sottolineano la malvagità e la doppiezza di intenti; e tra le sue caratteristiche vogliamo solo mettere in risalto quel “untuoso“.

Questo aggettivo ricorda molto il suo sinonimo “viscido”, e qual è la creatura che più delle altre corrisponde a “viscido” se non l’antico serpente tentatore di Adamo ed Eva?

Il Collodi non lascia spazio a fraintendimenti nel descrivere questo tizio come malvagio, e l’aggiunta di “untuoso” richiama immediatamente nell’immaginario collettivo ad un serpente, ad una creatura che ti sguscia via dalle mani, non riesci a catturare così facilmente. E lo dimostra il fatto che alle varie dimostranze dei bambini e di Pinocchio, lui non risponda direttamente, ma trovi sempre un nuovo inganno per scusare quello precedente.

Ecco cari sposi qual è la situazione che dobbiamo sempre rifuggire, proprio quel tentativo di scusare un inganno con un nuovo inganno; proviamo a tradurlo nella nostra epoca: non possiamo accettare che il mondo ci propini il libertinismo sessuale come la liberazione dal (presunto) oscurantismo della Chiesa, e se ne chiedi le ragioni che sostengono tale filosofia ti senti rispondere che le altre relazioni (adulterine o libertine) non fanno altro che rinsaldare i legami col proprio partner oppure che l’importante è che ci sia sentimento sincero. Un bieco tentativo di coprire un inganno con un altro peggiore del primo, come quando si dice che la pezza è peggio del buco.

Dobbiamo stare sempre vigili con l’attenzione molto alta per difendere l’istituzione stessa del matrimonio.

Il secondo appunto circa questo capitolo riguarda il fatto che il carro muove in direzione del Paese dei Balocchi nella notte, lontano dagli sguardi degli adulti, nel nascondimento.

E anche questa è una lezione da tenere bene a mente quando sentiamo dentro il suggerimento di un pensiero o una suggestione, se viene da Dio non ha problemi a venire allo scoperto, se invece l’azione suggerita è malvagia ecco che allora avvertiamo subito la voglia di nasconderci, di non farlo sapere a nessuno, di viverlo nella notte, ovvero quando ci illudiamo che nemmeno Dio ci possa vedere. Ma è un’illusione vera e propria.

Coraggio sposi, non temiamo di testimoniare il bene perché ciò che è bellezza, verità, amore, gioia e ogni benevolenza, viene solo da Dio.

Giorgio e Valentina.