La Via della Fede: Esperienza e Conoscenza

Sal 118 (119) Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore. Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie. Ho scelto la via della fedeltà, mi sono proposto i tuoi giudizi. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore. Guidami sul sentiero dei tuoi comandi, perché in essi è la mia felicità. Osserverò continuamente la tua legge, in eterno, per sempre.

Questo Salmo è una richiesta a Dio di vari doni afinché possiamo essere guidati sulle sue vie. Ci colpisce in particolare la seconda frase: Fammi conoscere la via dei tuoi precetti e mediterò le tue meraviglie.

Che nesso c’è tra la conoscenza dei precetti del Signore e la meditazione delle Sue meraviglie? Non è forse sufficiente guardare uno spettacolare tramonto per meditare e contemplare le Sue meraviglie? Inoltre, se bastasse sapere a memoria dei precetti per meditare le Sue meraviglie, può forse significare che gli analfabeti non siano in grado di meditarLe?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza per non cadere nella trappola di qualche eresia.

Innanzitutto dobbiamo notare una cosa. La conoscenza che intende il mondo semitico non è la conoscenza scientifica o razionale che intendiamo noi occidentali. Basterebbe a tal proposito ricordare come la Santa Vergine risponde all’arcangelo Gabriele quando riceve l’annuncio della sua maternità: “Com’è possibile? Non conosco uomo.” (Lc, 1,34).

La conoscenza a cui fa riferimento anche la Madonna è proprio quella che stiamo considerando. Per noi occidentali la conoscenza rimane per lo più un concetto legato alla razionalità. Per il mondo semitico essa ha più a che fare col cuore che col cervello.

Sembra una concezione lontana da noi. In realtà, la usiamo anche noi per dire che una realtà la conosciamo dal di dentro. Per esempio se andate da un artigiano che ripara o accorda pianoforti, vi dirà di conoscere a fondo questa o quella marca di pianoforte. Questo perché avrà smontato chissà quanti pianoforti in 40 anni o più di lavoro. Stessa cosa dicasi anche per il meccanico delle auto. Avrà smontato chissà quante volte i motori delle auto. Conoscerà tutti i dettagli di ogni marca.

Se avete badato, in questi due esempi abbiamo usato il verbo conoscere. Ma non è legato ad una conoscenza di cervello, di libri letti o di manuali imparati a memoria. È una conoscenza dei motori, piuttosto che dei pianoforti, legata all’esperienza di vita. La frase tipica che si usa è: “Li conosco come le mie tasche”. Questo proprio per indicarne l’esperienza fatta di vita concreta.

Ed è proprio quest’ultima accezione del significato di “conoscenza” alla quale si riferisce il salmista.

Quindi, la frase “Fammi conoscere la via dei tuoi precetti” potremmo tradurla nel nostro linguaggio presente così: “Fammi fare esperienza vissuta (concreta, nella mia vita) della via dei tuoi precetti“.

E di questa realtà vissuta ne sono testimoni diretti i santi. Specialmente quelli che ci hanno lasciato degli scritti. Nei loro scritti sono elencate e descritte nei dettagli le meraviglie che il Signore ha compiuto nella loro vita spirituale e/o carnale.

Come sono giunti alle alte vette della meditazione delle meraviglie del Signore?

Grazie a quella conoscenza esperienziale di cui sopra.

Cari sposi, se vogliamo vivere sulla nostra pelle le meraviglie del Signore, bisogna che ci lasciamo amare da Colui che ci ama, convertire da Colui che solo ci può convertire, prendere per mano da Colui che conosce il nostro vero bene. Dobbiamo fare esperienza di come l’osservanza dei Suoi precetti ci faccia pregustare un pezzo di Paradiso già in questa vita.

Coraggio sposi, basta fidarsi dell’unico degno di fiducia.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /38. Il male chiede il conto

Cap XXXIII Diventato un ciuchino vero, è portato a vendere, e lo compra il Direttore di una compagnia di pagliacci, per insegnargli a ballare e a saltare i cerchi: ma una sera azzoppisce e allora lo ricompra un altro, per far con la sua pelle un tamburo.

Per ben 5 mesi l’Omino lascia Pinocchio nella cuccagna, ma poi si presenta quando l’imbestiamento è completato. È interessante notare come l’Omino riconosca Pinocchio e Lucignolo dai loro ragli. Manco fossero parole sensate, riconosce la loro voce. La tristezza sta nel fatto che sembra far da contraltare alla famosa figura del Buon Pastore.

Nell’immagine del Buon Pastore è Lui che conosce le pecore ed esse riconoscono la Sua voce. Qua accade il contrario. Ovvero, è l’Omino che riconosce la voce delle sue prede.

E sembra anche intendere i ragli, perché ormai le parole sensate se ne sono andate.

Purtroppo è esperienza di molti secoli che con la fede si perda anche la ragione. Ci si perde in vaghi ragionamenti. Si rimane invischiati nei piccoli pensieri delle ideologie. Esse non hanno occhi per la realtà. Si nutrono solo di se stesse, dei propri vaghi e tortuosi ragionamenti. Si rimane come ciechi dinanzi all’evidenza della realtà.

Cari sposi, ancora una volta si presenta a noi il mistero del male con la storia del burattino.

Dobbiamo tenere sempre alta la vigilanza su noi stessi, sul nostro matrimonio, altrimenti si finisce come Pinocchio. Facciamo qualche esempio solo per capire come funziona il meccanismo del male non per giudicare nessuno, concentratevi sulle dinamiche dell’Omino.

Lui e lei si separano. Hanno tralasciato di tenere viva la loro relazione sponsale. Per diversi motivi, rinunciano a combattere per ristabilire la comunione. Ognuno va per la propria strada, non senza una certa dose di dolore. All’iniziale smarrimento segue subito la voglia di rinascita, o come insegna il mondo vogliono “rifarsi una vita”.

Cambiano il proprio stato sui social da ‘sposato/a’ all’usuale ‘single’. Cambiano anche modo di vestire. In poco tempo trovano un’altra persona. Con questa persona ritrovano l’entusiasmo giovanile delle prime cotte e delle prime infatuazioni. Si innamorano e vanno a vivere insieme. Sono i primi 5 mesi di Pinocchio al paese dei Balocchi dove tutto è una cuccagna.

Poi però cominciano i guai perché l’Omino ritorna e chiede il conto. Arrivano dispiaceri dai figli (inevitabilmente le peggiori vittime di tutto ciò). Si hanno litigi ed incomprensioni per l’intreccio delle nuove relazioni con i parenti e amici di prima. Di notte si fatica a riposare bene e non si dorme più. Allora si cominciano le pastiglie di melatonina. Poi ci sono gli attacchi di panico, propri o dei figli. E chi più ne ha più ne metta.

Da questo esempio (che abbiamo visto coi nostri occhi) possiamo trarre l’insegnamento. Prima c’è l’iniziale euforia del paese dei Balocchi. Poi arriva il conto dell’Omino. Ed è un conto salato.

Cari sposi, non lasciamoci trarre in inganno dal mondo. Restiamo vigili e saldi nella fede al nostro Sacramento. I momenti difficili e le incomprensioni non mancano. Tuttavia, non saltiamo sul carro dei Balocchi. Restiamo a casa della Fatina buona. Ovvero, restiamo in casa della nostra madre Chiesa.

Coraggio, non desistiamo.

Giorgio e Valentina.

Caro problema…

Sal 39 (40) Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo. Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà: mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo». Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea; vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai. Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza. 

Un Salmo è una preghiera che va recitata e vista nel suo insieme. Cerchiamo però di raccontarvi solo uno stimolo di riflessione che ci ha suscitato. Ogni volta che si recita il tal Salmo si incontrano le stesse parole. A cambiare è il nostro cuore che è pronto a ricevere uno stimolo piuttosto che un altro a seconda del cammino di fede.

Oggi vi vogliamo condividere la riflessione stimolata dall’ultima frase: Esultino e gioiscano in te quelli che ti cercano; dicano sempre: «Il Signore è grande!» quelli che amano la tua salvezza.

Apparentemente sembra non volerci chissà quale fede per proclamare che il Signore è grande. In quanto Dio Egli deve essere per forza grande. Altrimenti che Onnipotente sarebbe se non fosse grande?

Ma il salmista ci tiene a precisare che a dirlo debbano essere coloro che amano la salvezza del Signore. Ora, proviamo a riflettere, cos’è questa salvezza? O meglio, qual è la salvezza del Signore?

È la salvezza dalla morte eterna, la salvezza dalle conseguenze mortifere del peccato. Inoltre, com’è avvenuta ? Attraverso la Croce di Gesù. Il nome di Gesù significa “Dio Salva” / “Dio è salvezza” tanto che lo chiamiamo Salvatore, quasi fosse un soprannome. Quindi, la salvezza del Signore è Gesù stesso.

Torniamo all’inizio del ragionamento: coloro che amano la salvezza del Signore sono dunque coloro che amano Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo.

Cari sposi, il Signore vi ha scelti come Suo Sacramento perenne. Egli si fida di voi affinché si conosca la Sua salvezza nel mondo. Vi ha scelti quasi come megafoni che diffondono la Sua Parola di Salvezza. Siete come dei moderni modem wi-fi che diffondono il segnale della Sua Parola a tutti quelli che vogliono connettersi a voi.

Ma cosa significa che il Signore è grande ?

Se il Signore è riuscito dal più grande male mai avvenuto (il deicidio, la Croce di Gesù), a tirar fuori il più grande bene mai avvenuto, ossia la Salvezza, cosa volete mai che sia per Lui risolvere uno qualunque dei nostri problemi?

Quanti amano il Signore Gesù ripongono ogni loro fiducia in Lui. Lasciano a Lui il governo della propria vita e del proprio matrimonio. Anche Gesù, come uomo, nel momento supremo della prova, nell’orto degli Ulivi durante la Passione, ha dovuto scegliere di fidarsi o meno del Padre Suo. Alla fine del Suo combattimento ha deciso di fidarsi del Padre. Nella Sua preghiera ha parlato al Padre Suo della prova che lo stava attendendo. Poi ha affrontato tutto con grande forza. Sembra quasi che abbia voluto dire alla Croce che Lui aveva un Padre del Quale si fidava. Allora cari sposi, quando ci si pone davanti un problema, la prima cosa da fare è parlare al Signore del nostro problema, cioè dobbiamo pregare. Ma non basta. Bisogna poi fare il passo successivo, e cioè andare dal nostro problema e dirgli che noi abbiamo un Dio grande.

Non solo : <<Signore, abbiamo un grande problema.>>

Ma soprattutto : <<Problema, abbiamo un grande Dio!>>

Cari sposi, coraggio che il Signore è grande!

Giorgio e Valentina.

Il Sacramento del Matrimonio: fare della vita coniugale un canto nuziale

Sal 149 Cantate al Signore un canto nuovo; la sua lode nell’assemblea dei fedeli. Gioisca Israele nel suo creatore, esultino nel loro re i figli di Sion. Lodino il suo nome con danze, con tamburelli e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona i poveri di vittoria. Esultino i fedeli nella gloria, facciano festa sui loro giacigli. Le lodi di Dio sulla loro bocca: questo è un onore per tutti i suoi fedeli.

Gli studiosi ci insegnano che i Salmi sono delle preghiere cantate. O almeno nella loro intenzione iniziale lo erano. Probabilmente, il cantore che li eseguiva era solito accompagnarsi con uno strumento musicale quale la cetra o similari.

Se dunque erano canti, che senso ha la parte iniziale: Cantate al Signore un canto nuovo?

Il cantore aveva forse esaurito la fantasia musicale? Dopo anni passati ad eseguire sempre lo stesso repertorio, sentiva la necessità di introdurre nuove composizioni? Sembra quasi che sia un invito fatto da un talent scout, al fine di scovare la nuova stella nel panorama musicale dell’epoca. O forse no?

Sicuramente la frase iniziale appare alquanto strana se si pensa al Salmo come ad una preghiera in canto. Forse il salmista intendeva un altro tipo di canto. Un cantautore cattolico ci insegnò tanti anni fa una lezione importante. Quando non riusciva a scrivere una nuova canzone, era un chiaro segno. Doveva far diventare la sua vita vissuta quel nuovo canto.

E per fare questo tipo di canto non serve aver partecipato ad alcuna accademia musicale. Non è necessario nemmeno conoscere il linguaggio musicale. Tanto meno essere intonati risulta un aiuto valido.

Cari sposi, la Chiesa ci ha consegnato una vera e propria missione col Sacramento del Matrimonio. Dobbiamo fare della nostra vita sponsale un canto nuziale di Cristo con la Sua sposa, la Chiesa.

L’unico requisito richiesto è partecipare agli workshop dedicati a questo tipo di professione: la scuola dei santi. Dobbiamo imparare ad imitare le virtù dei santi. È una scuola di formazione in continuo aggiornamento. C’è sempre qualcosa da aggiustare nella nostra vita.

Come facevano i santi a crescere nell’intimità con Dio? Lo frequentavano sempre più spesso. Così anche tra noi: per crescere nell’arte di amarci a vicenda dobbiamo prima frequentare Colui che dell’amore ne è la fonte eterna. Di sicuro se andiamo alla fonte troviamo l’originale e non un amore taroccato.

Il nostro canto nuziale ha come pentagramma il consenso che ci siamo scambiati il primo giorno delle nozze, quello che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale. Ci siamo impegnati a scrivere le note del nostro canto sul pentagramma della fedeltà assoluta, dell’amarsi ed onorarsi tutti giorni della vita.

Coraggio sposi, il mondo ha bisogno di sentire questo nuovo canto nuziale perché deve assaporare la bellezza di Dio Creatore che ama gli uomini e la bellezza di Cristo che ama la Sua sposa, la Chiesa, fino alla follia della Croce.

Giorgio e Valentina.

Pinocchio diventa un ciuchino. Il matrimonio secondo Pinocchio /37

Cap XXXII A Pinocchio gli vengono gli orecchi di ciuco, e poi diventa un ciuchino vero e comincia a ragliare.

Questo capitolo affronta la famosa trasformazione del burattino in asino e l’autore lo fa sempre con ironia sottile ma anche con tanta verità.

Si potrebbe scrivere a lungo sull’imbestiamento che si attua seguendo la via del male. Inoltre, si può parlare del fatto che l’uomo si trasnaturi e si degradi. Il diavolo dapprima ci attira con le sue lusinghe salvo poi presentare il conto al momento opportuno. Questi sono tutti argomenti seri. Aiutano a vedere il dramma dell’uomo che fa un uso improprio del libero arbitrio di cui è padrone.

Si potrebbe anche riflettere a lungo sul fatto che il Padre non intervenga. Il Padre rispetta sempre le nostre scelte, quand’anche queste si rivelino cattive scelte o addirittura contro di Lui. Se così non facesse, obbligandoci sulla via del Bene, noi saremmo ridotti a guisa di burattino… manco a farlo apposta.

Di questo capitolo abbiamo scelto un particolare. Il Nostro dapprima si vergogna della propria nuova situazione. Tuttavia, poi… il Collodi descrive così le due scene:

Lascio pensare a voi il dolore, la vergogna, e la disperazione del povero Pinocchio!

E allora avvenne una scena, che parrebbe incredibile, se non fosse vera. Avvenne, cioè, che Pinocchio e Lucignolo, quando si videro colpiti tutti e due dalla medesima disgrazia, invece di restar mortificati e dolenti, cominciarono ad ammiccarsi i loro orecchi smisuratamente cresciuti, e dopo mille sguiataggini finirono col dare in una bella risata.

Quella sopra descritta è un’esperienza che abbiamo fatto tutti. L’iniziale rimorso è seguito dal tentativo di soffocarlo con una bugia. Quando combiniamo qualche guaio, cioè quando pecchiamo, inizialmente la coscienza fa sentire la propria voce per richiamarci al pentimento. Se non seguiamo il suo consiglio circa il pentimento, parte il meccanismo di autodifesa. Questo meccanismo ci porta ad auto-assolverci cercando di sminuire la gravità del gesto (parola/pensiero/omissione) che abbiamo compiuto.

Siccome la voce della coscienza è dura da sopportare, è una violenza su noi stessi riconoscere le nostre responsabilità, allora si avvia questo meccanismo perverso.

Ma quando il male ha preso ormai dimora in noi, avviene anche un peggioramento. Se già non fosse abbastanza grave, il peggioramento comporta la necessità di essere confermati nella nostra scelta malvagia. Abbiamo bisogno di un connivente che se la rida come noi. Facendosi beffe della legge di Dio.

Ecco che accade così per il nostro sventurato burattino. Egli ha bisogno di Lucignolo. Lucignolo avverte il bisogno di condividere con Pinocchio la propria disgrazia. Il rimorso è troppo forte da sostenere da solo. Perciò, avvertiamo il bisogno di “un’associazione a delinquere” per sentirci meno a disagio con noi stessi.

Cari sposi, quando avvertiamo che in noi stessi, o nel nostro coniuge o nella nostra coppia, stanno accadendo questi passaggi, dobbiamo correre subito ai ripari. Coraggio, il primo passo è quello di non stupirsi se insieme, o solo noi stessi o solo il nostro coniuge, siamo caduti in qualche peccato più o meno grosso. Dovremmo invece stupirci del fatto che non vogliamo uscirne.

Ma il Buon Samaritano Gesù è sempre pronto a raccattarci dalla strada malconci come siamo per curarci e farci diventare il più bello spettacolo dopo il Big Bang.

Giorgio e Valentina.

Rialza anche noi?

Sal 144 (145) Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore. Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature. Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Questo Salmo ci è proposto nella S.Messa odierna ed è un inno che elogia le varie caratteristiche del Signore. Ma per oggi vi vorremmo proporre di focalizzare l’attenzione solo sull’ultima frase. Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.

Ad una prima lettura superficiale sembrerebbe la solita frase di lode scontata. È logico che almeno Lui compia queste opere di misericordia. Ma sarà proprio vero che il Signore sostiene quelli che vacillano? E se sì, in quale modo?

La maggior parte delle volte l’azione divina non è plateale. Spesso infatti il Signore agisce nel nascondimento. Per questo il suo sostegno ai vacillanti si manifesta solitamente attraverso il dono della fortezza nelle prove. Sentiamo spesso testimonianze di persone che hanno passato momenti di grande dolore o travaglio. Ne sono uscite semplicemente affrontando la prova che ogni giorno si presentava loro. Non sanno spiegarsi razionalmente da dove arrivasse tutta questa forza. Sanno solo che la sentivano dentro come una spinta a non mollare, a non lasciarsi fagocitare dagli eventi avversi. Solo a distanza di anni forse riconoscono in quella forza l’aiuto da parte dello Spirito Santo.

Ma oltre a sostenere chi vacilla, il Salmo ci rassicura sul fatto che il Signore rialzi chiunque è caduto. Anche in questo caso di solito preferisce agire sotto mentite spoglie. Può essere un incontro, un’amicizia, un vicino di casa, una comunità o una cerchia di amicizie. Non dimentichiamo la parentela e la nostra sposa o il nostro sposo.

Un nostro amico sacerdote ci ha insegnato che la Provvidenza ha un volto. Ha un numero di telefono. Questo ci ricorda come il metodo preferito da Dio sia quello di agire attraverso l’umanità. Ovvero, la Chiesa sua sposa. Ciò non inficia in alcun modo il fatto che Dio rimane comunque assoluto padrone. Non deve chiedere il permesso a nessuno di operare prodigi o miracoli quando e come ritiene opportuno.

Un ultimo affondo su questa tematica: il Salmo sembra tenerci a ribadire che il Signore non faccia preferenze. Egli rialza chiunque è caduto. Ciò significa che possiamo stare tranquilli. Qualunque sia la nostra condizione e qualunque storia abbiamo alle spalle. Per il Signore siamo degni di essere rialzati.

La parabola del buon samaritano infatti ci conferma in questo. Quel buon samaritano è proprio il Signore Gesù. Egli ci raccatta dalla strada malconci e mezzi morti e paga le nostre cure. Ma per farlo non ci chiede di esibire la tessera del Suo partito.

Coraggio sposi, non preocupatevi di come siete oggi. Ora, in questo momento, mentre state leggendo, non ha importanza. Il Signore ci vede già per quello che potremo diventare. Egli ci raccatta malconci come siamo. Dobbiamo affidarci alle Sua cure.

Giorgio e Valentina.

L’oggi eterno

Sal 95 (96) Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie. Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi. Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli. 

A molti sarà sembrato un titolo piuttosto bizzarro quello di oggi. È un titolo che unisce due avverbi di tempo in antitesi l’uno con l’altro. Un avverbio parla del giorno che stiamo vivendo e presto finirà per sempre. Il secondo avverbio parla di eternità che non finisce mai per definizione. Ma ad un occhio attento non sfugge che il secondo avverbio messo lì si trasforma in aggettivo qualificativo.

Sembra un paradosso: come può un giorno essere eterno? Un giorno per definizione è uno spazio temporale di 24 ore. Una volta finito, non si ripeterà mai più nella storia. Tranquilli, nessuna lezione di italiano oggi. Solamente abbiamo allargato la riflessione provocata dalla frase del Salmo: Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.

Cari sposi, vi ricordate il contenuto del nostro consenso che ha fatto sorgere il vincolo matrimoniale? Abbiamo promesso: “[…] amarti ed onorarti tutti i giorni della mia vita […]”, non con un generico “sempre“, il quale potrebbe essere frainteso per eccesso o per difetto. La Chiesa, che è Madre e conosce il cuore dell’uomo, non ci fa usare il generico “sempre“. Usa il più concreto “tutti i giorni della mia vita“. Ogni giorno devo svegliarmi ed impegnarmi a vivere nella mia carne ad amare ed onorare il mio coniuge.

Torniamo al Salmo e alla frase sottolineata. Per il salmista l’annuncio della salvezza deve avere le stesse caratteristiche del matrimonio. Cioè, tutti i giorni bisogna fare questo annuncio. Tutti i giorni bisogna annunciare la salvezza del Signore. E già qui si comincia ad intravedere qualcosa dell’iniziale paradosso temporale. Infatti, i fedeli sono chiamati ad annunciare nel giorno che stanno vivendo una salvezza che invece è eterna. In un tempo finito si annuncia un tempo infinito.

Ma per gli sposi sacramentati c’è di più. Se già questo aspetto potrebbe indurre molte coppie a porsi qualche domanda circa la propria identità di annunciatori di salvezza, come la mettiamo se questa identità di annunciatori di salvezza fosse proprio la loro identità di sposi sacramento vivente?

Gli sposi vivono la loro dimensione profetica in mezzo al popolo di Dio semplicemente vivendo appieno la loro vocazione. Ovvero quando lo sposo/la sposa ama ed onora tutti i giorni la propria sposa/il proprio sposo, non fa nient’altro che annunciare la salvezza del Signore in primis all’interno della coppia stessa. Poi a raggi concentrici da quell’iniziale nucleo fino ai figli. E via via fino ai più lontani e, grazie alla comunione dei santi, addirittura anche a chi non ci conosce.

Infatti, se tutti gli sposi sacramentati fossero più santi, per riflesso sarebbe più santo anche tutto il resto del corpo mistico di Cristo, della Chiesa quindi.

Coraggio sposi. L’annuncio di cui siamo profeti non necessita di lauree o diplomi speciali. Non necessita di particolari carismi di oratoria o di predicazione. Non necessita di alcun dono di retorica o di particolare eloquenza. Semplicemente ve lo diciamo con le parole di papa S.Paolo VI :

il mondo oggi non ha bisogno di maestri ma di testimoni e i maestri vengono riconosciuti come tali solo in quanto sono anche testimoni“.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /36. L’avversario si mostra.

Cap XXXI Dopo cinque mesi di cuccagna, Pinocchio con sua gran maraviglia, sente spuntarsi un bel pajo d’orecchie asinine, e diventa un ciuchino, con la coda e tutto.

In questo capitolo compare finalmente l’avversario in persona, se prima aveva lasciato intravedere la sua misteriosa trama mimetizzato sotto le apparenze di personaggi come il Gatto e la Volpe, ora esce allo scoperto e il Collodi ne fa una descrizione che delinea le caratteristiche del perfido nemico infernale:

E il conduttore del carro?… Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.

Questo conduttore del carro è antropomorfo ma con caratteristiche corporee che ne sottolineano la malvagità e la doppiezza di intenti; e tra le sue caratteristiche vogliamo solo mettere in risalto quel “untuoso“.

Questo aggettivo ricorda molto il suo sinonimo “viscido”, e qual è la creatura che più delle altre corrisponde a “viscido” se non l’antico serpente tentatore di Adamo ed Eva?

Il Collodi non lascia spazio a fraintendimenti nel descrivere questo tizio come malvagio, e l’aggiunta di “untuoso” richiama immediatamente nell’immaginario collettivo ad un serpente, ad una creatura che ti sguscia via dalle mani, non riesci a catturare così facilmente. E lo dimostra il fatto che alle varie dimostranze dei bambini e di Pinocchio, lui non risponda direttamente, ma trovi sempre un nuovo inganno per scusare quello precedente.

Ecco cari sposi qual è la situazione che dobbiamo sempre rifuggire, proprio quel tentativo di scusare un inganno con un nuovo inganno; proviamo a tradurlo nella nostra epoca: non possiamo accettare che il mondo ci propini il libertinismo sessuale come la liberazione dal (presunto) oscurantismo della Chiesa, e se ne chiedi le ragioni che sostengono tale filosofia ti senti rispondere che le altre relazioni (adulterine o libertine) non fanno altro che rinsaldare i legami col proprio partner oppure che l’importante è che ci sia sentimento sincero. Un bieco tentativo di coprire un inganno con un altro peggiore del primo, come quando si dice che la pezza è peggio del buco.

Dobbiamo stare sempre vigili con l’attenzione molto alta per difendere l’istituzione stessa del matrimonio.

Il secondo appunto circa questo capitolo riguarda il fatto che il carro muove in direzione del Paese dei Balocchi nella notte, lontano dagli sguardi degli adulti, nel nascondimento.

E anche questa è una lezione da tenere bene a mente quando sentiamo dentro il suggerimento di un pensiero o una suggestione, se viene da Dio non ha problemi a venire allo scoperto, se invece l’azione suggerita è malvagia ecco che allora avvertiamo subito la voglia di nasconderci, di non farlo sapere a nessuno, di viverlo nella notte, ovvero quando ci illudiamo che nemmeno Dio ci possa vedere. Ma è un’illusione vera e propria.

Coraggio sposi, non temiamo di testimoniare il bene perché ciò che è bellezza, verità, amore, gioia e ogni benevolenza, viene solo da Dio.

Giorgio e Valentina.

Cuore nuovo, è possibile?

Dal Sal 50 (51) Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Oggi vi lasciamo un piccolo commento riguardo a pochi versi di questo Salmo, proclamato nella Messa di Sabato scorso. Per la nostra famiglia, questo Sabato è stato un giorno di bellezza. Abbiamo fatto una gita fuori porta ammirando diversi panorami sia all’andata che al ritorno. Il Signore ci ha concesso una giornata di consolazione e di riposo.

Sostando davanti alla bellezza del Creato ci è venuto spontaneo lodare il Signore per la Sua grandezza. Abbiamo lodato anche per la Sua magnanimità e la Sua magnificenza. Ci siamo chiesti infatti cosa ci venisse in tasca a noi del fatto di avere davanti monti o laghi così grandi e maestosi. Ci sarebbe bastato forse un laghetto piccolino o dei monticelli più modesti?

Per il Creatore no, perché l’amore è fantasioso, creativo, fa fare cose grandi (magnificenza), fa anche compiere azioni assurde o un po’strampalate… insomma l’amore è in continua donazione… e il Creatore è uno sprecone in amore, non bada a spese.

Ma c’è una seconda azione di Dio, che è ancora migliore della prima; se la creazione è considerata la sua prima azione, la seconda è dunque la Redenzione operata dal Figlio, con il Figlio e nel Figlio.

Ed il versetto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” congiunge bene queste due azioni. Poiché un cuore Dio ce l’ha già donato nella Creazione. Ma ha bisogno di essere purificato nella Redenzione. Ove per “cuore” si intende la parte più intima di noi. Quella dove c’è il filtro che ci aiuta a scegliere la strada della libertà dei figli di Dio.

Quindi questo “crea” del Salmo riconosce in noi l’opera del Creatore. Ma ne chiede l’opera più mirabile della Redenzione. Dio non si limita a purificare dalle scorie il nostro cuore. Ce ne dona uno nuovo, proprio come una nuova creazione.

Forse per purificarlo potevano bastare penitenze di vario tipo, ma per crearne uno nuovo no. Le penitenze poi sono opera nostra. Sono seppur lodevoli e dovute, ma di nostra iniziativa. Il cuore nuovo (puro), invece, è solo opera della Redenzione di Dio. Naturalmente chiede il nostro consenso e la nostra adesione, ma Sua è l’opera… praticamente il Signore è un cardio chirurgo d’eccezione ed opera una sorta di trapianto, donandoci il Suo di cuore.

Cari sposi, non diamo mai per scontato il nostro matrimonio, non diamolo mai per finito, non diamolo mai per fallito, non diamolo mai per già pre-destinato ad infausta sorte… no !

Con il Signore nulla è perduto, perché la Sua specialità è far nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e non vede l’ora di creare in noi e nel nostro sposo, nella nostra sposa un cuore nuovo, migliore di quello di prima.

Chi spera con fede è già a metà dell’opera. Coraggio.

Diamo il via ai trapianti di cuore : avanti il prossimo!

Giorgio e Valentina.

Mangiare un libro, si può? L’amore è fatto di piccoli bocconi.

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,83,4) Così dice il Signore: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai. Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole».

La prima lettura di oggi è interessante poiché ci fa intuire quanto sia vitale la Parola di Dio. Dal racconto si evince che il libro/rotolo mangiato rappresenti proprio la Parola di Dio, e all’inizio conteneva lamenti, ma fu per la mia bocca dolce come il miele.

Si potrebbero intessere molti discorsi circa l’importanza della Parola, ma abbiamo a disposizione poche righe perciò scegliamo di evidenziare quanto ci sembra opportuno per la vita sponsale.

La parola ha un’importanza vitale per la vita umana. Ci permette di comunicare tra noi e di capirci. Ha molte sfaccettature. Una parola può ferire grandemente. Un’altra può invece lenire sofferenze e portare conforto. Questa è un’esperienza comune a tutti perciò non ci dilunghiamo.

Spesso incontriamo sposi sempre alla ricerca di parole importanti, di parole che sconvolgono. Sono sempre alla caccia di incontri catechetici, interviste e libri di vario tipo. Cercano anche insegnamenti del tal predicatore e convegni del tal altro. Ma la Parola di Dio che posto occupa in tutto ciò?

Il parlare del predicatore dovrebbe essere una prolunga della Parola di Dio, un tentativo più o meno riuscito, di tagliarcela a pezzettini per mangiarla meglio. È la stessa esperienza che tutte le mamme fanno quando tagliano il cibo dei bimbi piccoli affinché non si strozzino.

Quindi un buon predicatore dovrebbe ricorrere spesso alla Parola. Dovrebbe farla risuonare il più possibile. Affinché il suo lavoro sia efficace per noi che siamo come quei bimbi piccoli che hanno bisogno di non ingozzarsi.

La Parola quindi ha bisogno di essere mangiata, o meglio, i santi dicono che bisogna ruminarla. Ovvero, per progredire nella fede, la migliore ricetta è la perseveranza di piccoli bocconi di Parola tutti i giorni. È meglio questo che un’indigestione (in un’esperienza spirituale) di qualche giorno e poi più nulla per il resto dell’anno. I santi insegnano a prendere ogni giorno una piccola frase da ripetere durante tutto l’arco della giornata. Questo aiuta pian piano ad entrare nel cuore. È proprio una sorta di ruminazione spirituale.

E tutto ciò è molto bello per lui e per lei singolarmente, ma per la coppia che c’entra?

Dobbiamo trasmigrare questa esperienza spirituale personale come atteggiamento vivificante per l’amore di coppia. Il grande amore non è fatto di grandi indigestioni di parolone da film romantici. Poi, c’è un digiuno di parole d’amore per un anno intero.

L’amore sponsale si costruisce con parole d’amore delicate, dolci, tenere, appassionate, ferme, risolute, fedeli… ma si nutre tutti i giorni di qualche parolina, proprio come quella ruminazione spirituale così anche nella relazione matrimoniale bisogna dar da mangiare al nostro coniuge piccole parole d’amore tutti i giorni.

Coraggi sposi, torniamo a farci la corte.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio. La tentazione di Lucignolo /35

Cap. XXX Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.

In questo capitolo si affronta il tema della tentazione. Pinocchio vuole invitare i suoi amici per la colazione dell’indomani, momento in cui diventerà finalmente un ragazzo secondo la promessa della Fata. Ma quando invita il suo amico più caro, Romeo soprannominato Lucignolo, si sentirà rispondere con un invito a sua volta, quello cioè di partire insieme per il Paese dei Balocchi, paese dove non si studia mai e si è sempre in vacanza.

All’inizio Pinocchio sembra deciso al rifiuto, ma poi pian piano si lascia convincere fino al punto che le iniziali contraddittorie presentate da Lucignolo diventeranno le sue scuse per divincolarsi dall’iniziale scelta di seguire il bene, e finirà che partiranno insieme verso il Paese dei Balocchi.

Ci sarebbero tanti discorsi da intraprendere, ma ci limiteremo ad un solo aspetto: quello del tentennamento. Lasciamo dapprima la parola al cardinal Biffi che così si esprime: La seduzione cresce nell’animo quanto più si indugia a contemplare gli aspetti piacevoli della prevaricazione. E quanto più si fanno ripetute e violente le dichiarazioni di resistenza, tanto più si sa che la resa è vicina.

Il discorso è stato ampiamente trattato da diversi Padri e Dottori della Chiesa, perciò cercheremo di dire in poche e povere parole ciò che ci sembra di utilità per la crescita della relazione sponsale.

Il punto messo in luce anche dal cardinal Biffi è quello del tentennamento, perché se il nemico intravede anche solo una fessurina da cui entrare, farà di tutto per infilarvisi; e quella che all’inizio era una fessurina diventerà come la breccia di Porta Pia.

Quando ci si presenta un pensiero e riusciamo a capire che è una tentazione, allora dobbiamo subito respingerla al mittente senza indugio, perché l’indugiare è già l’inizio del cedimento. Sicuramente la tentazione non si stancherà al primo colpo inferto, e continuerà imperterrita come un martello pneumatico a farsi sentire perché ha avvertito una certa titubanza in noi. Per vincere ci sono varie strategie tra cui la fuga, la distrazione e lo smascheramento.

Vogliamo mettere in evidenza lo smascheramento. Sicuramente a tanti genitori sarà successo di giocare coi figli piccoli a qualche gioco in maschera, giochi di ruolo, giochi in cui il bimbo o il genitore si trucca, si nasconde dietro un velo, sotto una coperta o simili: il bello del gioco è che non si scopre chi c’è veramente dietro alla maschera. Il gioco ed il suo fascino finisce appena uno dei giocatori smaschera l’altro, il quale, sentendosi scoperto smette di giocare praticamente.

Immaginate se Biancaneve avesse capito che la vecchietta, in apparenza così gentile, fosse in realtà la strega malvagia e l’avesse perciò smascherata subito. La storia sarebbe andata diversamente. Forse la vecchietta si sarebbe accesa di rabbia e sarebbe passata alle maniere forti.

Similmente succede anche a noi: se riusciamo a smascherare la tentazione fin da subito, essa perde di vigore col risultato che noi non pecchiamo. Può darsi che essa ritorni con più violenza sotto altre mentite spoglie, non importa, ci aggredirà forse, la cosa importante è che noi non cediamo e pecchiamo.

Cari sposi, a volte succede che il nostro consorte sia la via per smascherare una tentazione. Se per esempio siete assaliti dalla tentazione di un “storiella” con una collega bella e attraente, una ricetta vincente è raccontare a vostra moglie che avete una collega avvenente che cerca in tutti i modi di attirare la vostra attenzione e dire alla collega che la saluta vostra moglie: vedrete che tutto si sgonfierà come una bolla di sapone. Abbiamo fatto l’esempio al maschile, ma ovviamente vale anche al femminile.

Gli sposi danno fastidio al mondo e al suo principe perché sono l’immagine più vicina alla Trinità. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Da deserto a prato

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21) In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Nel Vangelo di ieri abbiamo sentito il racconto di questa famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci ad opera dell’evangelista Matteo, e ci sembra opportuno richiamare solo un particolare che spesso ad una prima narrazione superficiale sfugge, e cioè il fatto che i discepoli si rivolgono a Gesù così: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi[…]», ma poche righe dopo S. Matteo descrive la scena così : «[…]dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba».

Perché i discepoli dicono di un luogo deserto e l’evangelista parla di erba? Cos’è successo nel frattempo? Qualcuno ha bevuto un goccetto? Forse che il Signore abbia fatto come secondo miracolo crescere l’erba nel luogo deserto per dare un cuscino alla folla?

A noi sembra che l’evangelista abbia volutamente inserire questo contrasto per sottolineare l’importanza della moltiplicazione dei pani e dei pesci in quanto simbolo e prefigurazione dell’Eucarestia.

Bisogna notare come Gesù si sia dato da fare anche nel luogo deserto, perché infatti: sentì compassione per loro e guarì i loro malati; quindi le guarigioni fisiche sono già miracoli operati da Gesù a seguito della sua compassione per i dolori dell’umana condizione. Già questo passaggio meriterebbe un articolo approfondito, ma andiamo al punto di oggi. Opera miracoli ma è ancora in un luogo deserto, perché?

Questo deserto ci indica che i miracoli legati alla guarigione del corpo sono certamente importanti, avendo smosso la compassione di Gesù, ma sono ancora poca cosa perché questo corpo è destinato alla corruzione del sepolcro. Ci sono molte persone, tra la folla che segue Gesù, che lo seguono solo per ottenere guarigioni corporali.

Tradotto per noi: forse ci sono molti cristiani/molte coppie che hanno una pratica religiosa cattolica solo per trarne giovamento nel corpo, nelle relazioni sociali, nella propria autostima, nell’educazione dei figli piccoli, nelle cose di questo mondo, pur importanti ma secondarie.

L’evangelista sembra quindi ricordarci che chi segue Gesù solo per le cose di questo mondo resta povero dentro, resta con il deserto sotto i piedi.

Mentre invece chi vuole partecipare al banchetto del Pane del Cielo, chi vuole nutrirsi del farmaco immortale, chi vuole dar da mangiare alla propria anima immortale, chi vuole entrare in contatto con Gesù stesso tanto da diventare un solo corpo con Lui, questi cristiani trovano l’erba come fosse un cuscino comodo su cui sedersi.

Il miracolo dei pani e dei pesci è insieme un ricordo della manna del deserto e una prefigurazione del Pane eucaristico, di Gesù Eucarestia.

Anche noi sposi possiamo attingere a questo cibo per l’anima, anzi, il nostro Sacramento vive e cresce solo con l’aiuto di questo nutrimento spirituale, e per giungere a piena maturità deve imitare il Sacramento dei Sacramenti che è l’Eucarestia.

Gli sposi che attingono a questo Pane del Cielo si accorgono come pian piano esso ci trasformi dal di dentro sia singolarmente che come coppia ad “imago Dei”, è un cammino di perfezionamento lungo tutta la vita.

Potremo sperimentare come i luoghi deserti della nostra relazione sponsale comincino ad abbozzare i primi germogli di erba tenera e fresca. Coraggio, preferite il deserto o un bel prato?

Giorgio e Valentina.

Che occhi! Guardate a lui e sarete raggianti.

Dal Sal 33 (34) Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia. Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono. I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

Questo è il Salmo che è riecheggiato nelle nostre Chiese durante la S.Messa di ieri nella memoria liturgica dei santi fratelli Marta, Maria e Lazzaro, quel Lazzaro della famosa risurrezione operata da Gesù.

La preghiera di questo Salmo è un inno di benedizione del Signore,in ogni riga c’è una splendida lode ed insieme un invito ad abbandonarsi nelle Sue sapienti mani.

Noi ci concentreremo solo su poche parole: Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Si dice spesso che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e sicuramente è vero, perché gli occhi sono quella parte di noi che non invecchia, certamente con l’avanzare dell’età diminuiscono le loro prestazioni, ma non la loro capacità di essere immagine di ciò che alberga dentro l’anima.

Questo ci dà l’assist per riconsiderare una dote corporea molto importante nella relazione sponsale: lo sguardo.

Ricordiamo solo a mo’ di esempio che Simon Pietro ha capito il proprio errore e si è pentito dopo lo sguardo di Gesù (durante la Passione cfr. Lc 22,61) così come lo stesso sguardo di Gesù è stato protagonista in tanti altri episodi.

Conoscono bene la potenza dello sguardo quei genitori che quando erano bambini, capivano il messaggio paterno e/o materno senza che udissero una sola parola, bastava un’occhiata e tutto era già chiaro.

Tanto è importante lo sguardo nell’arte educativa quanto nell’arte dell’amare, lo sanno bene le persone che hanno avuto l’esperienza di assistere un malato e/o un moribondo che non poteva comunicare se non attraverso gli occhi, potremmo dilungarci solo con gli esempi di vita ma riempiremmo solo righe per riconfermare l’importanza dello sguardo.

A noi succede spesso di incontrare persone che sono rinate a vita nuova dopo una conversione, e i loro occhi sono platealmente cambiati; incontriamo sposi che hanno superato un periodo di crisi, con l’aiuto della Grazia, ed ora hanno uno sguardo diverso l’uno per l’altra ed insieme uno sguardo nuovo sulla vita; incontriamo spesso suore e sacerdoti che passano molto tempo davanti a Gesù Eucarestia, e la gioia profonda che traspare dal loro sguardo è contagiosa. Perché? Perchè hanno guardato al Signore (il vero sole) e sono diventati raggianti a loro volta.

Ma se un volto raggiante ci contagia e ci affascina tanto da desiderare di rivederlo ancora per gustarne la bellezza, cosa sarà quando in Paradiso vedremo la sorgente di questo volto raggiante?

Cari sposi, recuperate la vostra dote corporea dello sguardo. Come fare? Ripartite dal guardare il Signore, e comincerete a vedere il vostro sposo, la vostra sposa con uno sguardo nuovo, quello del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /34

Cap. XXIX Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare
questo grande avvenimento.

Dopo due capitoli in cui sono descritte altre due disavventure del burattino (causate dalla propria disobbedeinza), ecco che finalmente riesce a ritornare a casa della Fata, ma gli tocca di restare sull’uscio ad aspettare tutta la notte al freddo e bagnato fradicio di pioggia.

In verità al suo bussare risponde una Lumaca che però ci mette nove lunghe ore a scendere dal quarto piano per aprirgli la porta, la Fata non vuole essere disturbata durante il sonno perciò il Nostro si deve accontentare della Lumaca.

Al mattino poi, gli viene servita una colazione finta, poiché si dovè accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale.

In questa apparente indifferenza ed insensibilità della Fata si nasconde in realtà un gesto educativo: dare il tempo a Pinocchio di ripensare alle proprie responsabilità, alla propria colpa; è il tempo necessario per rientrare in sé stessi e fare un’esame di coscienza; è il momento in cui i sentimenti si acquietano e si comincia a far funzionare la ragione; è il tempo che aiuta a far nascere in noi il pentimento ed insieme il desiderio di cambiamento per una vita migliore, una vita buona, una nuova vita; è il momento di prendere coscienza della nostra pochezza, della nostra fragilità per ricercare l’abbraccio consolante e riabilitante della Chiesa (impersonificata dalla Fata).

Anche in questo capitolo si trova una straordinaria similitudine con la parabola del Figliol prodigo, nella quale il padre perdona il figliol prodigo senza dargli nemmeno il tempo di scusarsi ; e così anche la Fata perdona Pinocchio appena esso rinviene dalla svenimento:

Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a lui. – Anche per questa volta ti perdono, – gli disse la Fata, – ma guai a te se me ne fai un’altra delle tue!… Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene.

Questo capitolo racconta con la tecnica della fiaba il ritorno a casa del figliol prodigo, ed è così che accade anche per noi ogni volta che ci allontaniamo dalla Fata/Chiesa.

Cari sposi, a volte succede che anche nella relazione sponsale l’altro venga a bussare alla porta del nostro cuore per chiderci scusa, non lasciamolo nove ore senza risposta, non è un bambino da rieducare! Facciamo come il padre che aspettava il ritorno del figlio con ansia (e fiducia nel suo ritorno) continuando a guardare l’orizzonte per scorgerne la figura, e non appena lo scorge da lontano gli si gettò al collo e lo baciò e lo riabilitò figlio.

Così anche noi col nostro coniuge, appena intuiamo da lontano il suo ritorno, gettiamoci al suo collo e ri-sposiamolo. Coraggio! Il nostro coniuge deve sentire la nostra fiducia illimitata nel suo ritorno, deve essere sicuro di trovare sempre l’abbraccio del ritorno a casa, noi siamo casa sua!

Giorgio e Valentina.

Cose vecchie dal rigattiere?

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 5,14-17) Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Molte persone approfittano dei tempi un po’ più rilassati del periodo estivo per farli coincidere col rimettere in ordine vari spazi casalinghi, soprattutto il ripostiglio o il garage. E la maggior parte delle volte accade di ritrovare oggetti considerati ormai perduti oppure di riuscire a sbarazzarsi di quelle che siamo soliti chiamare cianfrusaglie, niente di meglio che un giro dal rigattiere quando va bene, se non c’è altra soluzione si va direttamente alla cosiddetta “isola ecologica”.

Molto raramente si riesce a dare una nuova “possibilità di vita” ad un oggetto trasformandolo in un altro, ci sono quelle persone esperte nell’arte del riciclo, ma sono molto poche rispetto alla massa.

Tutto questo non è il messaggio del brano di S.Paolo, naturalmente; però egli ci mostra che Gesù è sicuramente un esperto nell’arte del riciclo, ma il suo è un riciclo diverso da quello che intendiamo noi.

Infatti, il Signore dà una nuova possibilità di vita ai suoi figli, non butta via niente, neanche del nostro passato, ma tutto usa per la nostra santificazione, basta leggere le vite di qualche santo convertito dopo una vita di peccato e si scopre come il Signore volga al bene le inclinazioni che la persona prima volgeva verso il male, oppure usi la grande sofferenza di una persona per toccarne molte altre attraverso la sua sensibilità alla sofferenza… gli esempi sono tanti quante sono le persone convertite dopo anni di vita lontano da Dio.

S. Paolo però ci mostra una fase successiva, ovvero la fase in cui “le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.“, che fa eco alla frase di Gesù “Ecco, io faccio nuove tutte le cose“. Lui non solo le cose passate le lascia nel passato (cosa che noi facciamo molta fatica a fare perché significa scardinare molti meccanismi psicologici e non), ma ne crea di nuove. Non solo quindi riesce a riciclare alcuni aspetti di noi per volgerli a favore del Regno di Dio, ma ne crea di nuovi ispo facto.

Per esempio S.Pietro ha continuato a fare il pescatore, ma non di pesci, bensì di uomini per il Regno. E per farlo, il Signore gli ha elargito nuovi doni, nuovi carismi che prima lui non aveva. Pensate che il Signore abbandoni i suoi “segni sacramentali” in mezzo al popolo in balìa dei venti, in balìa del mondo? Ovviamente no, ma Lui non può fare ciò che spetta a noi.

Gli sposi sono “presenza reale” di Cristo nel mondo, ma quanto questa presenza sia conforme all’originale dipende da noi.

Cari sposi che state vivendo una nuova primavera col Signore, non piangete le lacrime di coccodrillo, smettete di piangervi addosso. Se il Signore, che è Dio, ci ha perdonato la vita passata, perché noi ci sentiamo in diritto di tenerla sempre davanti ai nostri occhi?

Le cose vecchie sono passate davvero, non rimuginiamoci su, abbandoniamoci come i bimbi in braccio al papà. Costruiamo un nuovo matrimonio con i nuovi doni/carismi che il Signore ha già lì pronti per noi. Sono nuovi doni, creati apposta dalla bonta creatrice di Dio, sono terre inesplorate, diamoci da fare per percorrere queste terre inesplorate dentro il nostro matrimonio.

A Lui basta l’apertura dei cuori.

Coraggio, Portiamo dal rigattiere divino il nostro passato con le sue ombre e sbarazziamocene una volta per tutte.

Giorgio e Valentina.

Solo rituali vuoti?

Dal Sal 49 (50) «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti. Non prenderò vitelli dalla tua casa né capri dai tuoi ovili». «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che hai in odio la disciplina e le mie parole ti getti alle spalle? Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te! Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa. Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora; a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio». 

Questo Salmo ci interpella seriamente e ci mette in guardia tutti, dotti e ignoranti, grandi e piccini, giovani e vecchi, mariti e mogli, nonni e nonne, padri e madri, vescovi e sacerdoti, suore e frati, monaci e monache.

Naturalmente la Parola di Dio è sempre adatta ad ogni cuore, però è vero che alcune volte essa pone l’accento su alcuni aspetti che solo certi stati di vita colgono nella loro pienezza e altri no, e viceversa.; in questo caso invece, c’è un richiamo pressante valido per chiunque, ma noi metteremo in luce l’aspetto legato all’esperienza matrimoniale.

Il Salmo citato fa eco (all’interno della Messa di ieri) alla lettura tratta dal libro del profeta Isaia (Is 1,10-17), nella quale il profeta ammoniva coloro (tra gli Israeliti) che compivano i sacrifici rituali dell’ebraismo solo come mera ritualità, vuoti quindi di ogni afflato del cuore.

Praticamente questa Parola di Dio ci sta ammonendo circa la doppiezza di vita, il senso che il cuore dà ad ogni ritualità.

Anche noi possiamo cadere in questa trappola mortale, anche per noi i riti che compiamo (che di per sè sono anche nobili e meritori agli occhi degli uomini) possono restare solo dei gesti vuoti, svuotati dal loro interno, cioè dal cuore con cui sono stati pensati e voluti dalla Chiesa.

Per esempio: la Domenica andiamo a Messa solo per “timbrare il cartellino” o ciò che ci spinge è vivere un’esperienza salvifica d’incontro con Dio a tu per tu? Se uno ci guarda dall’esterno il gesto è sempre uguale, ma dentro cosa c’è?

Per difendere questo non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè quello di non compiere più nemmeno un gesto religioso-rituale. Non possiamo difenderci dietro la nostra debolezza: se devi farlo così svuotato, tanto meglio allora che tu non lo faccia per niente, così almeno sei sincero. Questo pensiero è ingannevole poichè il risultato è quello di non vivere più tanto all’esterno quanto dentro il cuore i vari rituali.

Noi invece dobbiamo riscoprire qual è la motivazione per cui la Chiesa ha declinato l’esperienza di Dio in vari rituali, quotidiani e non. Per comprendere un po’ meglio guardiamo a cosa succede dentro la relazione sponsale usando un esempio molto banale ma simbolico. (non fermatevi all’esempio)

La moglie chiede al marito di aiutarla in qualche faccenda domestica o di cura dei figli, ma per il marito non è così spontaneo quel gesto: può dunque egli esimersi dal compierlo affrancando come scusa il fatto che non gli è congeniale e quindi il non farlo per lui è indice di sincerità? No. Se lui dice di amarla, e per lei questo gesto la fa sentire amata, sarebbe un bugiardo se non lo facesse, bugiardo verso quella promessa di amarla ed onorarla tutti giorni della sua vita.

Allora questo sposo dovrà convertirsi, dovrà fare uno sforzo per ricordare a se stesso il perché deve compiere quel gesto, ed il verbo “deve” è innanzitutto per rispetto alla promessa fatta in prima persona..cioè: “Devo farlo perché fedele alla mia promessa, devo farlo perché ho deciso di volerlo fare.” Se poi, quindi, compie quel gesto mosso dall’amore verso la propria sposa, lei lo capisce al volo che lo sta facendo con amore e non senza grande sforzo e/o sacrificio. Lo apprezzerà ancora di più perché toccherà con mano la fatica di quel gesto.

Ecco quindi che il gesto di amore non è svuotato dall’interno, ma pian piano, gesto dopo gesto, sforzo dopo sforzo, anche l’amore del marito diventerà ogni volta sempre più profondo e grande diminuendo di volta in volta la fatica, anzi desidererà farlo lui per primo. Questi sono gesti rituali del matrimonio, non sono gli unici, ma ci fanno capire cosa ci vuole dire il Signore con questo Salmo.

Coraggio sposi, gesto dopo gesto il Signore ricompensa : a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /33

Cap XXVI Pinocchio va co’ suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane

In questo capitolo si ritrova un burattino che finalmente ha deciso di fare il bravo e dare seguito alle promesse fatte alla Fata, e viene così descritto:

E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.

I compagni lo scherniscono e provano con ogni mezzo a farlo desistere dal suo comportamento modello, ma inutilmente, almeno all’inizio, perché poi a forza di dai e dai riescono a fargli saltare un giorno di scuola per andare al mare con la storia inventata di un Pescecane che sarebbe lì in riva al mare.

Apparentemente sembra affiorare il facile tema della fermezza nelle decisioni prese per il bene, della resistenza alle tentazioni varie, ma ci sembra di scorgere un altro aspetto legato a questo capitolo: il fatto che Pinocchio, appena approdato alla scuola comunale, venga schernito in un primo momento in quanto burattino, ma poi sia preso di mira dalle arroganze dei compagni per la sua condotta integerrima aldilà della sua natura legnosa.

Cari sposi, il nostro sacramento è una potenza che nemmeno noi sfruttiamo a pieno, ma è sicuramente una forza che parla al mondo. Se siamo testimoni autentici dell’Amore, il messaggio non può restare muto, ce l’ha ricordato anche il Signore:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

Questa verità ci interpella, poiché se a noi non accade di essere presi di mira per la nostra fede, almeno in parte, significa che nessuno si è accorto che siamo cristiani e cattolici. Questo non significa che dobbiamo andare in giro con qualche etichetta, ma parlano le nostre scelte di vita, i nostri atteggiamenti, il nostro modo di relazionarci con gli altri, la serenità con cui affrontiamo i problemi, la mitezza insieme alla fermezza con cui difendiamo la Verità, la delicatezza con cui parliamo del nostro sposo/a, in una parola sola: la nostra vita.

Ma perché i compagni diventano arroganti e aggressivi con Pinocchio? Il motivo sta nel fatto che il suo comportamento integerrimo li giudica, si sentono quindi giudicati, condannati, si sentono il dito puntato contro, ma in realtà Pinocchio fa solo il bravo ragazzo. E così vale anche per noi sposi, i seguaci del mondo si accaniscono tanto contro i cristiani perché il loro stile di vita è un continuo specchio per le loro malefatte, il nostro sacramento è un pungolo costante per essi, si sentono messi a nudo nelle loro malvagità e nelle intenzioni. Prepariamoci dunque al martirio, ovvero alla testimonianza sempre e comunque, e, se è proprio necessario, anche con le parole.

Coraggio sposi, viviamo integralmente il dono del Sacramento del Matrimonio per assaporarne le bellezze nascoste ed affinché questa Bellezza affascini il cuore di chi ci vive accanto.

Giorgio e Valentina.

Basta la presenza

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9,18-26 In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Questo brano è quello che ci è stato proposto ieri nella Liturgia della Messa, e sulle due guarigioni raccontate in esso ci sono commenti molto elevati dei Padri della Chiesa, ed ovviamente non vogliamo fare concorrenza ad essi, ma solamente soffermarci su un particolare che ci sembra appropriato per le relazioni famigliari: Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Se vi ricordate i vari racconti dei miracoli operati da Gesù, noterete che quasi sempre Gesù tocca il malato o viene toccato da esso, ma non così per il servo del centurione, questo a testimonianza che Gesù, essendo Dio poteva operare andando oltre i limiti imposti dalla natura umana.

Ce lo dimostra con la guarigione dell’emorroissa, infatti se fosse stato necessario ci sarebbe stato il contatto tra lui e quella donna, invece è bastato il lembo del mantello, quindi perchè Gesù decide di andare a casa di Giairo nonostante non sia necessario?

A noi piace pensare che Gesù abbia deciso di accompagnare questo papà nel suo dolore, di accompagnarlo verso la fonte del suo dolore: non gli dice niente, nessuna parola di consolazione, semplicemente decide di stare con lui.

Decide l’opzione della presenza.

Gesù accoglie, ascolta e decide di vivere con quel papà questo momento di dolore. E va anche oltre, perché lo segue nella direzione del dolore, compie con lui il tragitto verso la causa del dolore. Non viene riportata nessuna parola di compianto, c’è solo il silenzio della presenza.

Anche nelle nostre famiglie, non di rado fa la sua comparsa il dramma del dolore, dell’angoscia, della malattia, della morte. E spesso facciamo fatica ad aiutare il sofferente perchè ci scontriamo col dramma dell’impotenza, e noi invece siamo soliti misurare la nostra efficenza in termini di prestazioni. Ma non c’è solo la medicina del corpo, cè una medicina che aiuta a sopportare il dolore: la presenza silenziosa di chi resta al nostro fianco non per darci una soluzione ma per dirci che non siamo soli ad affrontare il nostro dolore, è una medicina che dona coraggio.

Quante volte, per esempio, ci siamo soffermati sulla potenza di tenere la mano ad un moribondo?

Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Gesù ci dà l’esempio della presenza silenziosa che ridona coraggio per affrontareil dolore, ma non andò da solo, ma con i suoi discepoli. Anche noi sposi sacramento quando doniamo questa presenza silenziosa portiamo con noi tutta la Chiesa, poichè se lo sposo dona la sola presenza alla propria sposa, non è mai da solo, è la presenza sensibile, efficace e reale di Cristo stesso.

Ma se Cristo è lo sposo della Chiesa ed i due sono inseparabili, allora insieme allo sposo c’è la sua sposa mistica, c’è la Chiesa. Uno sposo o una sposa che dona la sola propria presenza, in realtà sta donando la presenza di Cristo e della Chiesa tutta. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Avverbi di tempo. La salvezza accade oggi

Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. ( Sal 94 (95),8ab )

Questo brevissimo versetto di un Salmo è usato nella Messa odierna come Acclamazione al Vangelo, ma ha una carica profonda anche estrapolato dal contesto del suo Salmo. Ci piace sottolineare quel “oggi”: un avverbio di tempo molto caro alla Liturgia.

Lo si ritrova seminato un po’ ovunque nelle preci varie durante tutto l’anno liturgico, anche nella forma sua sinonima “in questo giorno” oppure “questo è il giorno“, richiamiamo solo alcuni esempi:

Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato alle genti il mistero della salvezza […](Prefazio Epifania, Messale Romano)  Oggi il Re del cielo nasce per noi da una vergine per ricondurre l’uomo perduto al regno dei cieli […] (Ufficio letture, Natale) Questo è il giorno, che ha fatto il Signore […] (Lodi mattutine e acclamazione al Vangelo, Pasqua)  O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte […] (Colletta Messa di Pasqua)

Le prime volte che ascoltammo questi avverbi di tempo ci chiedemmo perché mai tutta questa insistenza visto che da quegli eventi erano passati circa 2000 anni, forse che il parroco aveva avuto una svista oppure il vescovo voleva calcare un po’ la mano?

Naturalmente no, ci aiutarono pertanto diverse prediche di bravi sacerdoti e lo studio dei documenti magisteriali, in particolare citiamo, tra i molti, questo: […] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche […] (Sacrosantum Concilium n.7)

Se Lui è presente, significa quindi che quanto è accaduto così lontano nel tempo rispetto a noi, grazie ai Sacramenti e all’azione liturgica si rende nuovamente presente, nel momento stesso della celebrazione. Quindi gli avverbi di tempo non sono stati inseriti lì per eccesso di zelo o di sentimenti religiosi, nient’affatto! Sono lì a ricordarci che la salvezza accade oggi per noi esattamente come fu 2000 anni fa circa, con la sola differenza che la modalità usata oggi è quella sacramentale.

Quando a Messa sentiamo quelle parole del Salmo Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.“, non è mica una parole del lettore o del sacerdote, è Parola di Dio, il Quale essendo presente, ci comanda di vivere l’oggi concreto, di non lasciar passare questo giorno inutilmente, ma farlo fruttificare per il Paradiso.

Un giorno speso bene sulla terra è un giorno in cui viviamo in Grazia di Dio, seguendo la Sua voce. Oggi è il momento favorevole, non aspettiamo domani, potrebbe essere troppo tardi.

Cari sposi, è oggi il giorno giusto per poter amare il nostro coniuge, è oggi il giorno perfetto per dire a lui/lei “Ti amo”, è oggi il momento speciale per aprire il nostro congelatore affettuoso e diventare caldi per il nostro coniuge, è oggi il giorno importante per dare un abbraccio lungo e profondo, oggi è il giorno del bacio speciale, oggi è il momento propizio per le coccole, per le tenerezze, non aspettiamo domani. Oggi il Signore vuole amare il nostro coniuge attraverso di noi, in questo giorno speciale. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /32

Cap XXV Pinocchio promettte alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuole diventare un bravo ragazzo.

Dopo tanta ricerca finalmente Pinocchio ritrova la Fata, ma quando l’aveva lasciata era ancora una bambina ed ora se la ritrova già donna; si commuove con lacrime di stupore ricordando che pure pianse tempo addietro sulla di lei lapide. Pinocchio accetta di buon grado che ella gli faccia da madre, ma appena arrivano i primi ordini materni, subito scatta la ribellione, infatti non gli garba nessuno dei comandi.

Per aiutarci nella riflessione continuiamo a tenere la Fata come immagine della Chiesa, a tal proposito sembra proprio che le continue “nuove vite/nuove identità” della Fata corrispondano alle varie fasi che la Chiesa terrena vive lungo il corso dei secoli: momenti in cui appare una saggia bambina con doti nascoste, altri in cui vive come una sorella dell’umanità, altri in cui pare morta al punto da leggerne l’epitaffio della lapide, ma poi rinasce e la si ritrova adulta e madre.

Il problema nasce quando gli sposi imitano il comportamento di Pinocchio, ovvero succede che dapprima si dichiarano cristiani e amici della Chiesa, alcuni si spingono anche più in là proclamandosi figli e affermando la Chiesa come loro punto di riferimento.

E vissero tutti felici e contenti ?

Sì, ma solo fino a quando la Chiesa non ci scomoda con le sue pretese di osservare le leggi di Dio e quelle della Chiesa, ossia fino a quando non ci chiede sacrifici che richiedono troppe rinunce.

Ad esempio ci sono molti sposi che aggirano il precetto domenicale andando a Messa il sabato sera per avere la domenica libera per i propri comodi. Non vogliamo scandalizzare nessuno nè giudicare i cuori di nessuno, ma solo metter in luce che il problema non sta nella scelta della Messa del sabato sera (o della Domenica sera), il problema vero sta nel cuore, e cioè nella motivazione per cui si prende questa decisione. Notiamo come la maggior parte di queste persone passi poi la Domenica senza neanche una preghiera adeguata, la Domenica non viene quindi santificata: azione grave contro il terzo Comandamento.

Il problema che vogliamo far emergere non sta tanto nell’orario della Messa, quanto nell’aver messo Dio all’ultimo posto anche la domenica (che è il Suo giorno per eccellenza); sicchè al primo posto, sul podio delle nostre priorità, ci stanno altre attività: la grigliata con gli ospiti, la spesa, lo shopping, la gita fuori porta, la gara sportiva, il giro in moto o in bicicletta… e chi più ne ha ne metta. Queste attività non sono cattive in se stesse, ma non devono togliere il primo posto a Dio. Abbiamo voluto usare questo esempio tipico di questo periodo estivo proprio per chiarificare che la Chiesa ha a cuore la salvezza della nostra anima.

Se gli sposi non hanno Dio al primo posto e non glielo dimostrano coi fatti anche e soprattutto la domenica, come potranno essere poi Sua icona in mezzo al mondo? Come potranno essere strumenti di Grazia stando lontani dalla fonte della Grazia?

La Fata, subito dopo essere stata proclamata mamma da Pinocchio, comincia a dargli ordini e comandi al fine di educarlo, al fine di farlo diventare un vero bambino. Similmente la Chiesa, che ci ha generati nel Battesimo, ci dà dei comandi affinché diventiamo dei veri figli di Dio e non solo sulla carta.

Coraggio cari sposi, impariamo dagli errori di questo burattino per evitare di restare solo dei bravi cittadini, perché a noi la Chiesa chiede la santità nel matrimonio, non ci chiede di essere due buoni sposi, è troppo poco, non ci chiede solo di volerci bene alla stregua degli altri, è ancora troppo poco. Le leggi a cui la Chiesa ci richiama sono i mezzi della nostra salvezza, sono i mezzi per vivere un matrimonio ricco di Grazia.

Giorgio e Valentina.

Ripensare l’urbanistica a due.

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo oggi ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina.

Girare lo sguardo

Sal 26 (27) Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questo Salmo è un accorato appello al Signore affinché non respinga la richiesta di misericordia, la sua benevolenza riempie il cuore dell’uomo, e senza di essa l’uomo si sente solo.

Sappiamo quanto la solitudine sia una situazione esistenziale tra le più terribili, lo sanno bene quelli che lavorano in case di cura per anziani e/o per disabili, lo sanno bene i tanti figli che portano i propri genitori anziani (spesso vedovi) al centro diurno della zona, affinché essi non muoiano di solitudine. La solitudine fa più male di una malattia corporea, poiché se per quest’ultima la medicina ha trovato cure abbastanza efficaci, contro la solitudine la medicina non può nulla, non c’è rimedio scientifico che tenga; e spesso questa malattia spirituale viene somatizzata a tal punto che il corpo subisce più danno da essa che dalla malattia corporea, e le medicine risultano inefficaci.

Non è nostra intenzione rovinare la giornata a nessuno con queste riflessioni, ma si rendono necessarie poiché da come sono le relazioni tra noi possiamo intuire e comprendere un po’ meglio com’è la relazione con Dio.

A volte succede di litigare anche pesantemente col proprio coniuge, non si dovrebbe mai farlo ma le nostre fragilità spesso ci fanno cadere, e alla fine uno dei due mantiene il broncio per un po’ di tempo a mo’ di vendetta, per farla pagare all’altro, come a dire che il perdono forse arriverà ma se lo deve guadagnare con la penitenza. E quale penitenza? Volgiamo lo sguardo dall’altra parte, anche se la rabbia è già sbollita, ma giusto per non dargliela vinta rifiutiamo di incrociare il suo sguardo, che significa: “sono ancora arrabbiato con te“.

Quant’è brutto quando il nostro coniuge non vuole incrociare il nostro sguardo, è un atteggiamento che ci ferisce molto, perché comunica indifferenza, e l’indifferenza altrui ci fa provare solitudine.

Ecco perché il salmista supplica il Signore affinché non giri il suo volto dall’altra parte… come a dire: “Signore non essere ancora arrabbiato con me, guardami, incrocia il tuo sguardo con il mio“. Ma il Signore dà già la sua risposta : […]«Cercate il mio volto!».

Se ci dice di cercarlo è perché Lui non serba rancore come facciamo tra noi, Lui è sempre pronto al perdono, basta che veda uno spiraglio di pentimento nel nostro cuore, per Lui è già sufficiente. Cari sposi, l’invito di questa settimana è quello di dire al nostro coniuge: “cerca il mio volto, perché io ti ho già perdonato“.

Gli sposi nel Sacramento hanno una marcia in più, che è il Sacramento stesso. Quando il nostro amato, la nostra amata ne combina una delle sue, dovremmo dire: “io ti ho già perdonato, perchè il vincolo che ci lega è sacro, ed il Sacramento è molto di più del tuo errore“. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 31

Cap XXIV Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata.

Nel mare tempestoso il burattino non riesce a trovare il babbo però le onde lo fanno approdare su di un’isola, ove si imbatte nel paese delle Api industriose, ma poi ritroverà la fata. E’ provato dalla fame e dalla sete, sicché si mette sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina.

E’ curioso che le molte persone fermate dal Nostro non abbiano nulla in contrario ad elargire qualche soldo, a patto però, che vengano aiutate in qualche faccenda, ovvero che anche lui faccia la sua parte di lavoro per guadagnarsi qualche soldo.

Non è difficile scorgervi il tema della collaborazione alla Grazia e del merito. Tema che sembra non essere gradito dall’uomo moderno, abituato com’è al tutto e subito, con poco impegno e massimo rendimento o tornaconto.

Lo si denota anche dalla continua crescita di adesione alle ultime proposte commerciali in cui c’è lo sconto del 3×2, i vantaggi del cliente premium, proposte in cui spesso si ritrova la parolina magica: gratis. Sembra quasi che le pubblicità siano pensate e studiate da illusionisti e non da commercianti.

Con questo dilagare di vantaggi economico-commerciali ed il benessere alla portata di tanti, la gente si è assuefatta a questa logica per cui il sacrificio è sparito dalla mentalità di molti, di troppi.

La logica usata nel commercio è stata applicata anche alla vita spirituale, e molti sposi pretendono da Dio lo sconto tale oppure i vantaggi della propria (presunta) carta fedeltà… quasi come se il Signore fosse una cassiera che ti legge il codice sconto cliente e ti tratta come socio premium.

Lo si capisce da frasi come queste: “Abbiamo recitato la novena ma il Signore non ci ha fatto la Grazia, siamo andati a Messa tutte le Domeniche ma non ha guarito il mio consorte da una grave malattia…”; sono frasi che denotano che tipo di rapporto abbiamo con Dio: praticamente vantiamo dei diritti nei suoi confronti quasi che sia Lui ad essere in debito con noi e non viceversa.

Ma il Signore non agisce mai senza la nostra collaborazione, certamente il motivo non sta nel fatto che Lui non sia Onnipotente, ma risiede nel fatto che non vuole dei robot che lo amino, ma degli uomini che lo riamino nella massima libertà. Ci lascia talmente liberi che rischia persino il nostro rifiuto al Suo amore.

E’ un mistero di amore, ma quando Dio vuole donare una Grazia, non fa tutto Lui, per Sua decisione ha bisogno della collaborazione umana, un esempio? Il Verbo si incarnato senza bisogno del seme di un uomo maschio, eppure ha chiesto alla Vergine Maria e a San Giuseppe la collaborazione a questo disegno, avrebbe potuto fare tutto da solo, ma ha preferito collaborare con gli uomini.

Quindi la nostra collaborazione deve essere messa in atto, fosse anche l’unica e piccolissima cosa che sappiamo fare, ma solo noi la possiamo fare, altrimenti faremo la fine di Pinocchio che non trova elemosina perché non vuole lavorare.

Cari sposi, è ora di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, muoversi anche per andare a cercarsi le Grazie. Di sicuro stare appollaiati sul divano non porta molte Grazie. Se venite a conoscenza di un corso per sposi, un meeting, un incontro con un bravo relatore/predicatore/testimone, una processione particolare del paese vicino, una visita di una reliquia di qualche santo… andateci senza indugio, senza pensarci troppo. Andate a caccia di Grazie perchè il Signore non vede l’ora di elargirle, ma non fa tutto da solo.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Quasi come Peter Pan.

Sal 120 (121) Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Vi ricordate il celebre film della Disney con protagonista Peter Pan? C’è una scena divertente in cui il protagonista dà la caccia alla propria ombra per disfarsene. Sicuramente tutti noi da piccoli abbiamo provato a giocare con la nostra ombra, visto che disfarcene era impossibile abbiamo imparato a giocarci, tanto che alcuni sono bravissimi a ricreare con essa la sagoma di animali o altro.

Il Salmo che oggi la Chiesa ci propone parla di un’ombra, ma non fastidiosa né dispettosa come quella di Peter Pan, ma un’ombra che custodisce, anzi sta alla destra, ovvero la parte dove un cavaliere brandisce la propria spada. Sembra che il salmista ci proponga quasi l’ombra del Signore come un’arma pronta all’uso per sconfiggere i nemici.

Molti di noi avranno sicuramente presente cosa significhi avere addosso il proprio capo al lavoro, dà l’impressione di averlo appiccicato proprio come un’ombra, tanto che ci viene il sospetto di girarci ogni tre per due, financo quando si è in bagno chiusi in un metro quadro si ha l’impressione di essere nell’occhio del ciclone. E che liberazione si prova una volta usciti dalla fabbrica, qualcuno però controlla per bene dallo specchietto retrovisore anche i sedili posteriori dell’automobile, si sa mai!

Tutto ciò per farci entrare nell’idea di cosa voglia dirci il salmista, il Signore ci segue, ma non come il nostro capo, nè come l’ombra di Peter Pan, ed è molto più presente del nostro capo, addirittura sta nel metro quadro del bagno quanto nei sedili posteriori dell’automobile. Dunque uno spione, un ficcanaso?

Naturalmente no, il salmista ha usato la metafora dell’ombra per dirci che noi siamo sempre presenti al Signore e Lui è sempre con noi, con noi come un custode che veglia la casa.

Molte coppie di sposi si chiedono spesso dove sia Dio nella loro vita, perchè li abbia abbandonati. Ebbene, di solito a Dio non piace agire con metodi eclatanti, ma preferisce agire nel nascondimento, infatti Gesù per spiegare il regno dei Cieli ha usato la parabola del granellino di senape, oppure quella del lievito e diverse altre immagini.

Cari sposi, se state cercando dei segni eclatanti per il vostro matrimonio, forse resterete delusi, certamente Dio opera quando e come ne ha voglia e non deve chiedere il permesso a nessuno, però la storia ci insegna che molto raramente Egli compie opere da premiazione degli Oscar con tanto di fuochi d’artificio e sigla musicale con orchestra sinfonica. Però c’è, e sta alla nostra destra, dice il salmista, ovvero dalla parte della giustizia, della rettitudine, dalla parte giusta per essere “pronto all’uso” come un’arma.

Ha scelto ad esempio di nascondersi in un piccolo pezzo di pane, pochi grammi, insignificante agli occhi del mondo, si lascia mangiare da una forma di vita inferiore (cioè noi uomini), riceve tante umiliazioni in quell’Ostia, molte irriverenze, molti oltraggi, molte indifferenze anche (forse soprattutto) dai più vicini a Lui.

Se fa così Lui che è Dio, significa che è la strada giusta anche per noi, no?

Cari sposi, anche noi possiamo diventare come un’ombra che custodisce il nostro coniuge, non un’ombra fastidiosa, ma un’ombra che agisce di nascosto; il nostro vincolo è sacro ed indissolubile, perciò dove va l’uno, anche l’altra è presente in qualche forma e viceversa. Presente col pensiero, con l’amore, con la preghiera silenziosa, con i gesti di servizio fatti nel nascondimento, con le carezza e le tenerezze silenziose ma pregne di amore umano e divino.

Dobbiamo imparare da Lui ad “agire nell’ombra”. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Come passate la notte?

Sal 90 (91) Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui. Lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza».

Se state cominciando a leggere significa che perlomeno siete svegli un pochino, almeno il vostro livello di vigilanza supera il minimo indispensabile, nonostante una notte magari troppo corta per molti di noi. Tranquilli, non è un test sulla vigilanza, nè vogliamo sapere come abbiate passato la notte scorsa, però nel linguaggio comune si usa dire che il buongiorno si vede dal mattino, ma è anche vero che per cominciare bene una giornata ci vuole una bella dormita, sappiamo bene che dalla qualità del nostro sonno notturno dipende anche l’umore e la qualità del giorno che viene.

Succede a volte di addormentarsi con un tormento che frulla in testa, ed al mattino ce lo si ritrova ancora lì pronto a pungolarci come un chiodo fisso per tutta la giornata. Sono questi i momenti in cui capiamo l’importanza della notte e di come la si affronta; addormentarsi sereni non è la stessa cosa che addormentarsi arrabbiati o peggio, angosciati.

Ma perché la notte abbia tutta questa importanza e spesso la nostra società la declassi ad attività secondaria se non quasi inutile è ancora un mistero, viste le numerose scorribande di giovani generazioni abbandonate ad attività notturne poco salutari che spesso tolgono i freni inibitori se non peggio.

Tutta questa premessa per dire che spesso anche la notte spirituale viene considerata come un’attività inutile e secondaria sperando che passi alla svelta. Ci sono molte coppie che ci rivelano di sentirsi nella notte spirituale, nella notte relazionale, come se fosse un momento talmente buio da togliere la serenità e la pace… e smettono di relazionarsi diventando a poco a poco due estranei.

In casi come questi possono venire in aiuto le scienze umane quali la psicologia o altre, ma queste spesso si rivelano inutili o poco incisive se usate come unica soluzione, se non si va a tagliare le radici del malessere la situazione non cambierà molto.

Le radici del malessere è non abitare al riparo dell’Altissimo, ce lo rivela il Salmo della Liturgia di ieri: “ Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“. Chiunque di noi passerebbe una notte più tranquilla se sapesse che a vegliare sulla nostra casa, sul nostro sonno, sulla nostra notte, ci fosse una guardia attentissima e pronta ad ogni evenienza, ma chissà perché sembra che molte coppie di sposi si fidino poco non di una guardia che, seppur attentissima si rivela sempre umana, ma dell’Onnipotente.

E’ vero che quando siamo di cattivo umore, tutto ci appare più brutto, eppure tutto è uguale al giorno precedente, ma la nostra sensazione è quella di aver passato una brutta giornata, perché il brutto non era fuori, ma dentro di noi. Similmente quando arrivano delle crisi matrimoniali, quando la nostra relazione sponsale ci appare più oscura, sicuramente ci sono delle cause oggettive di questa sensazione, ma è il nostro sentire che aumenta oltre misura ciò che oggettivamente è.

Non significa che dobbiamo metterci le fette di mortadella sugli occhi e far finta che tutto proceda bene, saremmo degli stolti. Significa invece mettere questa sensazione nelle mani dell’Altissimo, e non è l’unica cosa da fare, ma è sicuramente la prima, perché così facendo il nostro cuore si calma.

Per capirlo meglio proviamo ad analizzare cosa succede nelle relazioni umane: quando un bimbo prova paura vuole stare in braccio al papà, la situazione oggettiva che provoca paura è ancora uguale a prima, ma tra le braccia del papà tutto si ridimensiona, e il bimbo comincia a calmarsi anche senza che il papà dica niente, è sufficiente che lo tenga tra le sue braccia forti e sicure. Solamente dopo avviene che, le parole rassicuranti del papà, il quale spiega cosa sia successo o il perchè di quella paura, aiutino il piccolo a dipanare la paura e a ritrovare la serenità; questo bimbo ne uscirà rafforzato da questa esperienza perché avrà imparato ad evitare altre situazioni simili, oppure avrà imparato che ciò che lo bloccava era più la paura di aver paura che la realtà stessa nella sua oggettività. Quel bimbo è la coppia e quel papà è Dio: se cominciamo così ad affrontare un periodo buio, allora impareremo che “Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“; attenzione che il Salmo non dice che la notte non esisterà o che non passerà più o che magicamente sparisca, no… la notte bisogna affrontarla ma all’ombra dell’Onnipotente.

Coraggi sposi, abbiamo un Dio che è Onnipotente, affidiamoci per primo a Lui, e poi la Sua Provvidenza ci manderà gli aiuti perfetti per noi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /30

Cap XXIII Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

All’apparizione della bella Bambina in questo racconto, l’avevamo subito connotata come la metafora della Chiesa, e perciò continuiamo con questa immagine le riflessioni odierne. Quando Pinocchio legge l’epitaffio sulla lapide di lei, si lascia proprompere in un lungo pianto, e mentre piangeva disse ad alta voce ciò che c’era nel cuore, ovvero la possiamo definire una preghiera di angoscia, la cui centralità sta tutta qui:

Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova?“.

E’ il grido angoscioso dell’uomo che, se dapprima non vedeva l’ora di sbarazzarsi della Chiesa, ora ne avverte tutta la pregnante mancanza. Il cradinal Biffi così si esprime:

Un mondo senza Chiesa non è però così bello come si poteva pensare. La vita non diventa più allegra, l’uomo non si sente più felice. […] La Chiesa ha continuato per secoli a colmare il vuoto esistenziale […] svolgendovi in modo anomalo ma reale le funzioni di anima.

Su questo discorso della Chiesa in rapporto col mondo si sono scritti fiumi di inchiostro e pronunciate migliaia di riflessioni e catechesi; da questo mare magnum estraiamo solo una piccolissima porzione di un aspetto fondamentale per noi sposi: la Chiesa come casa e la casa come Chiesa.

Se è vero che ciò che si dice della Chiesa (per esempio come sposa e madre) lo si può dire della Madonna, è pur vero che ciò che si dice della Chiesa trova tante similitudini con la casa, intesa come luogo dove il sacramento del Matrimonio si esprime.

La Chiesa ha riconosciuto nel suo magistero la famiglia (fondata sul Sacramento del Matrimonio) come chiesa domestica. Quindi significa che la parrocchia dove abitiamo non ha solo le proprie aulee come spazi di pastorale, ma anche la nostra casa è uno spazio di pastorale, anzi è il primo, il principale ed il privilegiato spazio di pastorale, poiché è il luogo dove le pecore del gregge imparano a vivere ciò che hanno imparato dal pastore.

Potremmo dire, senza paura di esagerare, che la nostra casa è parrocchia; infatti, agli inizi del cristianesimo non erano stati ancora costruiti i templi cristiani e tantomeno gli ambienti parrocchiali, perciò tutto si svolgeva nella case dei primi cristiani.

Nelle case si pregava, ci si radunava in assemblea per fare quello che ora chiameremmo il Consiglio Pastorale, si faceva il Catechismo ai piccoli, si ascoltava la Parola di Dio e la sua spiegazione, ovvero la catechesi degli adulti, si celebrava la Santa Messa, si ospitavano i pellegrini, si ascoltavano le testimonianze dei convertiti, si ospitavano i Vescovi (cfr. Gli Atti degli Apostoli dove è specificato chiaramente che S.Paolo ha vissuto nelle case delle coppie cristiane), si sono scritte le Esortazioni Apostoliche, si è scritto del Magistero, sono state scritte alcune lettere di Paolo (Parola di Dio), tanti miracoli di Gesù sono avvenuti in casa, la Sua Ultima Cena era in una casa, il miracolo operato da Gesù della risurrezione della figlia di Giairo è stato in casa, nelle case si battezzava, si invocava lo Spirito Santo… potremmo forse continuare questo elenco, ma speriamo basti a far comprendere come la Chiesa è casa e la casa è Chiesa.

Quando la casa (la Chiesa) non c’è più è come per Pinocchio la morte della bella Bambina: tutto perde di significato, anche la nostra esistenza perde la sua bussola che l’aiuta ad orientarsi. Persa la bella Bambina, perso anche il babbo, ovvero se si perde la Chiesa si perde anche la presenza di Dio nel mondo. Gli sposi sono questa presenza nel mondo.

Coraggio sposi, a noi il compito di far diventare la nostra casa sempre più luogo dove Dio non è solo un ospite benvenuto, ma è Lui la nostra vera casa.

Giorgio e Valentina.

Non è mai troppo tardi!

Dal Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

Continua la lode della Chiesa al Suo sposo, il Signore Gesù Cristo, attraverso questo Salmo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia. La frase centrale è quella che ci sembra essere come il nocciolo di questi brevi versetti : Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza.

Quando passano tanti anni dal primo giorno di matrimonio, si può perdere un po’ la vista, non tanto quella corporea, inevitabile, quanto quella spirituale. Si rischia di assuefarsi al solito trantran della Messa Domenicale, vissuta magari un po’ apaticamente, e qualche preghierina qua e là durante le giornate segnate dalla frenesia.

Se anche a voi sta succedendo qualcosa di simile, sappiate che il Signore è lì che vi aspetta sulla strada della santità, sulla strada del fervore. Non si è stancato di voi, perché Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà non è mica uno con la memoria corta. Al contrario, Egli vi ha stabilito come Sua icona in mezzo agli uomini, ma non può fare tutto Lui, aspetta che noi ci lasciamo invadere dal Suo amore liberamente e senza costrizioni.

Se siete in un momento di stanchezza nella relazione, sappiate che il Signore ha già pronta la via d’uscita per voi, aspetta pazientemente che ci decidiamo, aspetta ma non molla l’osso, è deciso, è risoluto, non si pente di avervi scelto come coppia Sua, come Sacramento vivente l’uno per l’altra ed insieme per il mondo. Se ci ha uniti nel Suo amore, o meglio, se Lui è in mezzo a noi realmente, sta solo a noi lasciarLo agire, lasciarGli penetrare ogni nostra fibra più intima della nostra relazione sponsale, affinché il mondo, guardando a come ci amiamo noi due, possa vedere, toccare con mano qual è lo stile d’amare di Dio.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Ce l’ha fatta conoscere attraverso la Sua tenerezza di Padre che ci consola nei momenti tristi, ci prende per mano quando siamo stanchi, ci rialza quando cadiamo, ci sopporta quando sbagliamo, ci esorta a dare il meglio di noi quando siamo giù. E lo fa attraverso il solito metodo di sempre: l’umana natura.

In primis si serve del nostro coniuge, ma quando è la coppia ad avere bisogno di aiuto, allora si serve di altre coppie, attraverso incontri, testimonianze, aiuti concreti, momenti di vicinanza reale, inoltre non disdegna di servirsi dei Suoi ministri con prediche, insegnamenti, catechesi, o chissà quali mezzi ha la fantasia infinita dello Spirito Santo.

Molte coppie sembrano un po’ spente, e ci rivelano che non sentono gli aiuti di Dio, si sentono come figli orfani, hanno provato magari a bussare a tante porte in cerca d’aiuto, e non ne hanno trovato giovamento. Siamo sicuri che il Signore non si faccia Provvidenza o siamo noi che siamo un po’ sordi e ciechi?

Se anche le povere righe che state leggendo vi sono d’aiuto, vi fanno intravedere uno spiraglio di luce, allora può essere che la Provvidenza stia bisbigliando al vostro orecchio qualcosa, potrebbe essere l’inizio di un percorso di rinascita.

Non è mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore, acnhe per quelli dell’ultima ora, coraggio sposi ! Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà.

Giorgio e Valentina.

Chi ci darà le ali?

Sal 54 (55)  Chi spera nel Signore non resta deluso. Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? Ecco, errando, fuggirei lontano, abiterei nel deserto. In fretta raggiungerei un riparo dalla furia del vento, dalla bufera. Disperdili, Signore, confondi le loro lingue. Ho visto nella città violenza e discordia: giorno e notte fanno la ronda sulle sue mura. Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Questa settimana di Maggio abbiamo un invito chiaro dai Salmi a porre la nostra fiducia nel Signore, e come testimoni credibili di ciò abbiamo una festa mariana, ma anche S. Rita da Cascia. Due donne da cui le spose (in primis) non possono che trarre grande profitto per la propria vita sponsale; se però con la Madonna il gioco è facile ed anche scontato in quanto è La Madre per eccellenza, non lo è affatto con S. Rita, la quale è stata sposa, moglie, madre, vedova e monaca. Potremmo dire che le ha “provate tutte”, per questo le spose possono pregarla e venerarla affinché interceda per le proprie difficoltà.

Abbiamo tirato in ballo la figura di S. Rita perché ci sembra che sulle sue labbra le parole di questo Salmo stiano come il sugo sulla pasta. Ha avuto un marito non molto tenero, un uomo orgoglioso e irruente, appartenente alla fazione ghibellina, probabilmente oggi lo classificheremmo come una sorta di mafioso dell’epoca, ma grazie a Rita si convertì abbandonando la vita da malavitoso e morì sì ammazzato, ma da cristiano, a causa di una vecchia regolazione di conti tra cosche rivali. La vedova, perdonò gli assassini ed ottenne dal Signore che i due figli, ancora giovanissimi, morissero prima di compiere orrendi delitti vendicativi, come insegna anche S. Domenico Savio “piuttosto che peccare, la morte“. L’ultima parte della vita la passò monaca agostiniana.

Quante lacrime versate, quante mortificazioni per ottenere la conversione del marito, quante sofferenze provate, quanta preghiera, quanto avrà sopportato questa santa donna?

Non possiamo quantificare tutto ciò, ma sicuramente questa è la strada per cambiare il mondo, perché il primo mondo da cambiare è il nostro cuore… o pensate che sia stato facile accettare uno sposo di questa portata, e per di più con un matrimonio combinato?

Pensate sia stato facile perdonare gli assassini del marito quando, finalmente, si era convertito (dopo molti anni di sacrifici di Rita), ed aveva appeso le armi al chiodo ritirandosi a vita privata per fare il semplice mugnaio?

Quando sentiamo molti sposi o spose lamentarsi del proprio coniuge come se fosse il diavolo in persona, come se fosse irrecuperabile, tutte le volte accogliamo il lamento di sfogo, ma indichiamo sempre S. Rita come modello. Una vita facile? No. Una vita santa che ha santificato anche il marito ottenendone la conversione? Sì.

Certamente Rita non si è fidata del primo che passava, ma si è fidata nientemeno che del Signore, di Colui che è il Re dei Re, di Colui che ha sconfitto la morte, scusate se è poco, e come dice il Salmo “Chi spera nel Signore non resta deluso” così anch’ella non è rimasta delusa.

Tra le varie vicissitudini e sofferenze, S. Rita trovava riposo solo nella preghiera e nella confidenza nel Signore, anche in mezzo ai guai il suo cuore sembrava volare alto sopra tutto e tutti.

Cari sposi, chi mette le ali al nostro matrimonio? Non la Red bull di sicuro, solo il Signore: Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? […] Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Coraggio sposi, quando il gioco si fa duro gli sposi nel Signore cominciano a giocare.

Giorgio e Valentina.

Ilmatrimonio secondo Pinocchio /29

Cap. XXII Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in libertà.

Continua anche in questo capitolo il tema della trasnaturazione, ne cogliamo un solo aspetto che dovrebbe aiutarci per non finire anche noi ad imbestialirci. Mentre Pinocchio, da bravo cane da guardia, sta nella sua cuccia con le orecchie ben tese, succede che quattro faine lo avvicinano e tentano di corromperlo sperando che anch’egli accetti di buon grado il patto come il suo predecessore, il quale si spartiva il bottino delle faine facendo finta di dormire. E proprio qui sta il punto.

Il burattino si è temporaneamnente degradato allo stato animale, ma è un animale addomesticato e famoso per la fedeltà al padrone, vicino quindi al mondo umano, mentre invece le faine hanno una natura selvatica e ladresca: lo incitano a degradarsi ancora di più.

Il male ha un’oscura trama per cui quando si comincia a percorrerne le vie, esso tenta di assimilarci a sè, portandoci sempre più in basso, come in un vortice che ci spinge sempre più giù, è l’immagine che ha usato anche Dante nella sua Commedia.

Non c’è bisogno di divenire esperti in tutti i vizi, basta cominciare con uno e poi la forza del vortice fa il resto, oppure se volete usare un’altra immagine tenete quella del circolo vizioso. Quello che conta è capire che il male ci chiederà di compiere altro male e con sempre maggiore entità, così come Pinocchio è stato tentato di peggiorare la sua situazione da cane, amico dell’uomo, a bestia selvatica e ladresca quale la faina.

Questo è l’insegnamento che ci viene da questo capitolo: il male chiama altro male e sempre peggiore.

Anche per gli sposi c’è il pericolo di cadere in questo vortice di male, dapprima si comincia con un peccato veniale, magari di pensiero per poi finire di compierne uno peggiore. Usiamo solo a mo’ di esempio un atto adulterino, usato anche da Gesù quando, richiamando l’attenzione sull’adulterio, ha spiegato esplicitamente che questo peccato nasce molto prima del gesto del corpo, comincia con lo sguardo, e se acconsentiamo a quello si passa al pensiero, e se acconsentiamo a quest’ultimo si passa al desiderio, e via di questo passo fino a compiere il gesto concreto, e non è finita qui, poiché poi, al fine di nascondere questo turpe atto, si compiono altri peccati come lo spergiuro o la menzogna, l’inganno o il raggiro.

Come vedete da questo esempio, cari sposi, il male non ha bisogno di vento in poppa per navigare, gli basta un venticello che poi la nave del male ne ha abbastanza per navigare nel nostro cuore a lungo… facciamo in modo che il peccato non metta radici nel nostro cuore.

La prima cosa da fare, non l’unica evidentemente, è quella di ricordarci che noi non siamo cani da guardia di nessuno, ma siamo uomini, creature umane, pensate, amate, volute e redente dal Signore. Anche Pinocchio ha cominciato così il ragionamento prima di dire no alla proposta nefasta delle faine:

-Domando scusa, io non sono un cane!… -O chi sei? -Io sono un burattino. -E fai da cane da guardia? -Pur troppo per mia punizione!…

Questa settimana vi invitiamo a ricordare la verità del nostro essere figli di Dio al vostro coniuge tutte le mattine e tutte le sere.

Giorgio e Valentina.

Dall’immondizia al trono

Sal 112 (113) Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore. Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre. Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore. Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria. Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.

Il Salmo di oggi è un inno alla gloria del Signore, alla Sua essenza divina, la quale, però non rimane estranea agli affari dell’umanità, lo sappiamo bene, tant’è che si è fatto carne, ma il salmista non lo sapeva e quindi ci ha regalato questo inno glorioso.

Ci concentriamo sull’ultima frase, perché uno dei problemi di quest’epoca è quello di aver smarrito i punti cardine della fede, purtroppo anche dentro la Chiesa non mancano i fedeli che vivono con la convinzione di non far niente di male e di non farne a nessuno, solo perché vivono come onesti cittadini, ma il cristianesimo è molto di più. Indice di tutto ciò è il crollo di frequentazione dei confessionali.

Sembra smarrito il senso del peccato, direbbero molti, ma forse c’è ancora qualcosa che precede questo senso del peccato, e ci sembra che si possa riassumere nel pensiero che in fondo in fondo, l’uomo moderno, pensa di essersi fatto da solo. E questo pensiero malsano ci pare stia alla radice del senso del peccato, poiché se io mi sono fatto da solo, non esiste il Creatore, quindi cosa sia il bene e il male lo decido da me stesso.

Tutto chiaro, no? Diremmo che è un ragionamento logico che non fa una grinza, il problema però sta nel fatto che l’uomo moderno sembra aver perso anche il lume della ragione, non solo il senso del peccato. I fatti stessi sono lì a dirci che nessuno di noi ha scelto di esserci nel mondo, nessuno ha scelto di nascere, nessuno ha scelto il proprio nome… ognuno continui la lista come ritiene opportuno. All’uomo moderno bisogna ricordare che l’erba è verde e che le foglie cadono in autunno, pazienza.

Tra le verità che bisogna ricordare al fedele moderno c’è anche quella che Dio è sempre pronto a perdonarci, invece al fedele moderno piace un dio che tutto scusa. Siamo passati da “Dio che tutto perdona” a un dio che tutto scusa.

Nel matrimonio gli sposi trovano un luogo (luogo di relazione) privilegiato, poichè sperimentano ogni giorno cosa sia il perdono dato e ricevuto, sperimentano cosa significhi essere perdonati dopo aver mancato al comandamento dell’amore.

Quando si viene perdonati davvero, l’altro coniuge non fa finta che non sia successo niente, ma ci dona una nuova vita, ci dona un’altra possibilità per riscattare noi stessi, è un atto di stima verso noi stessi e ci sprona al cambiamento, ci sprona a combattere la nostra cattiveria per non commettere più quello sbaglio, per non ricadere più così in basso.

Il perdono è un amore in eccesso, in economia direbbero che è un surplus, il coniuge che dona il per-dono (badare all’etimologia) è come se dicesse : Ti amo di più io intanto che tu non riesci a ricambiarmi… è un super-dono il perdono.

Se applichiamo questa bella esperienza della relazione matrimoniale con la relazione con Dio, allora si capisce meglio come il salmista abbia potuto scrivere: Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.

Il Signore fa infinitamente di più di quello che fa il nostro coniuge quando ci dona il suo perdono, poiché ci prende dalla nostra immondizia (cioè nel peccato) e ci fa sedere sul trono dei prìncipi, ovvero tra i salvati, salvati dalla Sua Grazia.

Potremmo desiderare di più? Coraggio allora, sposi, accostiamoci con più frequenza al confessionale per poter sedere più spesso tra i prìncipi.

Giorgio e Valentina.