Cuore nuovo, è possibile?

Dal Sal 50 (51) Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso. Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Oggi vi lasciamo un piccolo commento riguardo a pochi versi di questo Salmo, proclamato nella Messa di Sabato scorso. Per la nostra famiglia, questo Sabato è stato un giorno di bellezza. Abbiamo fatto una gita fuori porta ammirando diversi panorami sia all’andata che al ritorno. Il Signore ci ha concesso una giornata di consolazione e di riposo.

Sostando davanti alla bellezza del Creato ci è venuto spontaneo lodare il Signore per la Sua grandezza. Abbiamo lodato anche per la Sua magnanimità e la Sua magnificenza. Ci siamo chiesti infatti cosa ci venisse in tasca a noi del fatto di avere davanti monti o laghi così grandi e maestosi. Ci sarebbe bastato forse un laghetto piccolino o dei monticelli più modesti?

Per il Creatore no, perché l’amore è fantasioso, creativo, fa fare cose grandi (magnificenza), fa anche compiere azioni assurde o un po’strampalate… insomma l’amore è in continua donazione… e il Creatore è uno sprecone in amore, non bada a spese.

Ma c’è una seconda azione di Dio, che è ancora migliore della prima; se la creazione è considerata la sua prima azione, la seconda è dunque la Redenzione operata dal Figlio, con il Figlio e nel Figlio.

Ed il versetto: “Crea in me, o Dio, un cuore puro” congiunge bene queste due azioni. Poiché un cuore Dio ce l’ha già donato nella Creazione. Ma ha bisogno di essere purificato nella Redenzione. Ove per “cuore” si intende la parte più intima di noi. Quella dove c’è il filtro che ci aiuta a scegliere la strada della libertà dei figli di Dio.

Quindi questo “crea” del Salmo riconosce in noi l’opera del Creatore. Ma ne chiede l’opera più mirabile della Redenzione. Dio non si limita a purificare dalle scorie il nostro cuore. Ce ne dona uno nuovo, proprio come una nuova creazione.

Forse per purificarlo potevano bastare penitenze di vario tipo, ma per crearne uno nuovo no. Le penitenze poi sono opera nostra. Sono seppur lodevoli e dovute, ma di nostra iniziativa. Il cuore nuovo (puro), invece, è solo opera della Redenzione di Dio. Naturalmente chiede il nostro consenso e la nostra adesione, ma Sua è l’opera… praticamente il Signore è un cardio chirurgo d’eccezione ed opera una sorta di trapianto, donandoci il Suo di cuore.

Cari sposi, non diamo mai per scontato il nostro matrimonio, non diamolo mai per finito, non diamolo mai per fallito, non diamolo mai per già pre-destinato ad infausta sorte… no !

Con il Signore nulla è perduto, perché la Sua specialità è far nuove tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5) e non vede l’ora di creare in noi e nel nostro sposo, nella nostra sposa un cuore nuovo, migliore di quello di prima.

Chi spera con fede è già a metà dell’opera. Coraggio.

Diamo il via ai trapianti di cuore : avanti il prossimo!

Giorgio e Valentina.

Mangiare un libro, si può? L’amore è fatto di piccoli bocconi.

Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,83,4) Così dice il Signore: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai. Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole».

La prima lettura di oggi è interessante poiché ci fa intuire quanto sia vitale la Parola di Dio. Dal racconto si evince che il libro/rotolo mangiato rappresenti proprio la Parola di Dio, e all’inizio conteneva lamenti, ma fu per la mia bocca dolce come il miele.

Si potrebbero intessere molti discorsi circa l’importanza della Parola, ma abbiamo a disposizione poche righe perciò scegliamo di evidenziare quanto ci sembra opportuno per la vita sponsale.

La parola ha un’importanza vitale per la vita umana. Ci permette di comunicare tra noi e di capirci. Ha molte sfaccettature. Una parola può ferire grandemente. Un’altra può invece lenire sofferenze e portare conforto. Questa è un’esperienza comune a tutti perciò non ci dilunghiamo.

Spesso incontriamo sposi sempre alla ricerca di parole importanti, di parole che sconvolgono. Sono sempre alla caccia di incontri catechetici, interviste e libri di vario tipo. Cercano anche insegnamenti del tal predicatore e convegni del tal altro. Ma la Parola di Dio che posto occupa in tutto ciò?

Il parlare del predicatore dovrebbe essere una prolunga della Parola di Dio, un tentativo più o meno riuscito, di tagliarcela a pezzettini per mangiarla meglio. È la stessa esperienza che tutte le mamme fanno quando tagliano il cibo dei bimbi piccoli affinché non si strozzino.

Quindi un buon predicatore dovrebbe ricorrere spesso alla Parola. Dovrebbe farla risuonare il più possibile. Affinché il suo lavoro sia efficace per noi che siamo come quei bimbi piccoli che hanno bisogno di non ingozzarsi.

La Parola quindi ha bisogno di essere mangiata, o meglio, i santi dicono che bisogna ruminarla. Ovvero, per progredire nella fede, la migliore ricetta è la perseveranza di piccoli bocconi di Parola tutti i giorni. È meglio questo che un’indigestione (in un’esperienza spirituale) di qualche giorno e poi più nulla per il resto dell’anno. I santi insegnano a prendere ogni giorno una piccola frase da ripetere durante tutto l’arco della giornata. Questo aiuta pian piano ad entrare nel cuore. È proprio una sorta di ruminazione spirituale.

E tutto ciò è molto bello per lui e per lei singolarmente, ma per la coppia che c’entra?

Dobbiamo trasmigrare questa esperienza spirituale personale come atteggiamento vivificante per l’amore di coppia. Il grande amore non è fatto di grandi indigestioni di parolone da film romantici. Poi, c’è un digiuno di parole d’amore per un anno intero.

L’amore sponsale si costruisce con parole d’amore delicate, dolci, tenere, appassionate, ferme, risolute, fedeli… ma si nutre tutti i giorni di qualche parolina, proprio come quella ruminazione spirituale così anche nella relazione matrimoniale bisogna dar da mangiare al nostro coniuge piccole parole d’amore tutti i giorni.

Coraggi sposi, torniamo a farci la corte.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio. La tentazione di Lucignolo /35

Cap. XXX Pinocchio, invece di diventare un ragazzo, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il Paese dei Balocchi.

In questo capitolo si affronta il tema della tentazione. Pinocchio vuole invitare i suoi amici per la colazione dell’indomani, momento in cui diventerà finalmente un ragazzo secondo la promessa della Fata. Ma quando invita il suo amico più caro, Romeo soprannominato Lucignolo, si sentirà rispondere con un invito a sua volta, quello cioè di partire insieme per il Paese dei Balocchi, paese dove non si studia mai e si è sempre in vacanza.

All’inizio Pinocchio sembra deciso al rifiuto, ma poi pian piano si lascia convincere fino al punto che le iniziali contraddittorie presentate da Lucignolo diventeranno le sue scuse per divincolarsi dall’iniziale scelta di seguire il bene, e finirà che partiranno insieme verso il Paese dei Balocchi.

Ci sarebbero tanti discorsi da intraprendere, ma ci limiteremo ad un solo aspetto: quello del tentennamento. Lasciamo dapprima la parola al cardinal Biffi che così si esprime: La seduzione cresce nell’animo quanto più si indugia a contemplare gli aspetti piacevoli della prevaricazione. E quanto più si fanno ripetute e violente le dichiarazioni di resistenza, tanto più si sa che la resa è vicina.

Il discorso è stato ampiamente trattato da diversi Padri e Dottori della Chiesa, perciò cercheremo di dire in poche e povere parole ciò che ci sembra di utilità per la crescita della relazione sponsale.

Il punto messo in luce anche dal cardinal Biffi è quello del tentennamento, perché se il nemico intravede anche solo una fessurina da cui entrare, farà di tutto per infilarvisi; e quella che all’inizio era una fessurina diventerà come la breccia di Porta Pia.

Quando ci si presenta un pensiero e riusciamo a capire che è una tentazione, allora dobbiamo subito respingerla al mittente senza indugio, perché l’indugiare è già l’inizio del cedimento. Sicuramente la tentazione non si stancherà al primo colpo inferto, e continuerà imperterrita come un martello pneumatico a farsi sentire perché ha avvertito una certa titubanza in noi. Per vincere ci sono varie strategie tra cui la fuga, la distrazione e lo smascheramento.

Vogliamo mettere in evidenza lo smascheramento. Sicuramente a tanti genitori sarà successo di giocare coi figli piccoli a qualche gioco in maschera, giochi di ruolo, giochi in cui il bimbo o il genitore si trucca, si nasconde dietro un velo, sotto una coperta o simili: il bello del gioco è che non si scopre chi c’è veramente dietro alla maschera. Il gioco ed il suo fascino finisce appena uno dei giocatori smaschera l’altro, il quale, sentendosi scoperto smette di giocare praticamente.

Immaginate se Biancaneve avesse capito che la vecchietta, in apparenza così gentile, fosse in realtà la strega malvagia e l’avesse perciò smascherata subito. La storia sarebbe andata diversamente. Forse la vecchietta si sarebbe accesa di rabbia e sarebbe passata alle maniere forti.

Similmente succede anche a noi: se riusciamo a smascherare la tentazione fin da subito, essa perde di vigore col risultato che noi non pecchiamo. Può darsi che essa ritorni con più violenza sotto altre mentite spoglie, non importa, ci aggredirà forse, la cosa importante è che noi non cediamo e pecchiamo.

Cari sposi, a volte succede che il nostro consorte sia la via per smascherare una tentazione. Se per esempio siete assaliti dalla tentazione di un “storiella” con una collega bella e attraente, una ricetta vincente è raccontare a vostra moglie che avete una collega avvenente che cerca in tutti i modi di attirare la vostra attenzione e dire alla collega che la saluta vostra moglie: vedrete che tutto si sgonfierà come una bolla di sapone. Abbiamo fatto l’esempio al maschile, ma ovviamente vale anche al femminile.

Gli sposi danno fastidio al mondo e al suo principe perché sono l’immagine più vicina alla Trinità. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Da deserto a prato

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21) In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Nel Vangelo di ieri abbiamo sentito il racconto di questa famosa moltiplicazione dei pani e dei pesci ad opera dell’evangelista Matteo, e ci sembra opportuno richiamare solo un particolare che spesso ad una prima narrazione superficiale sfugge, e cioè il fatto che i discepoli si rivolgono a Gesù così: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi[…]», ma poche righe dopo S. Matteo descrive la scena così : «[…]dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba».

Perché i discepoli dicono di un luogo deserto e l’evangelista parla di erba? Cos’è successo nel frattempo? Qualcuno ha bevuto un goccetto? Forse che il Signore abbia fatto come secondo miracolo crescere l’erba nel luogo deserto per dare un cuscino alla folla?

A noi sembra che l’evangelista abbia volutamente inserire questo contrasto per sottolineare l’importanza della moltiplicazione dei pani e dei pesci in quanto simbolo e prefigurazione dell’Eucarestia.

Bisogna notare come Gesù si sia dato da fare anche nel luogo deserto, perché infatti: sentì compassione per loro e guarì i loro malati; quindi le guarigioni fisiche sono già miracoli operati da Gesù a seguito della sua compassione per i dolori dell’umana condizione. Già questo passaggio meriterebbe un articolo approfondito, ma andiamo al punto di oggi. Opera miracoli ma è ancora in un luogo deserto, perché?

Questo deserto ci indica che i miracoli legati alla guarigione del corpo sono certamente importanti, avendo smosso la compassione di Gesù, ma sono ancora poca cosa perché questo corpo è destinato alla corruzione del sepolcro. Ci sono molte persone, tra la folla che segue Gesù, che lo seguono solo per ottenere guarigioni corporali.

Tradotto per noi: forse ci sono molti cristiani/molte coppie che hanno una pratica religiosa cattolica solo per trarne giovamento nel corpo, nelle relazioni sociali, nella propria autostima, nell’educazione dei figli piccoli, nelle cose di questo mondo, pur importanti ma secondarie.

L’evangelista sembra quindi ricordarci che chi segue Gesù solo per le cose di questo mondo resta povero dentro, resta con il deserto sotto i piedi.

Mentre invece chi vuole partecipare al banchetto del Pane del Cielo, chi vuole nutrirsi del farmaco immortale, chi vuole dar da mangiare alla propria anima immortale, chi vuole entrare in contatto con Gesù stesso tanto da diventare un solo corpo con Lui, questi cristiani trovano l’erba come fosse un cuscino comodo su cui sedersi.

Il miracolo dei pani e dei pesci è insieme un ricordo della manna del deserto e una prefigurazione del Pane eucaristico, di Gesù Eucarestia.

Anche noi sposi possiamo attingere a questo cibo per l’anima, anzi, il nostro Sacramento vive e cresce solo con l’aiuto di questo nutrimento spirituale, e per giungere a piena maturità deve imitare il Sacramento dei Sacramenti che è l’Eucarestia.

Gli sposi che attingono a questo Pane del Cielo si accorgono come pian piano esso ci trasformi dal di dentro sia singolarmente che come coppia ad “imago Dei”, è un cammino di perfezionamento lungo tutta la vita.

Potremo sperimentare come i luoghi deserti della nostra relazione sponsale comincino ad abbozzare i primi germogli di erba tenera e fresca. Coraggio, preferite il deserto o un bel prato?

Giorgio e Valentina.

Che occhi! Guardate a lui e sarete raggianti.

Dal Sal 33 (34) Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato. Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia. Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono. I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene.

Questo è il Salmo che è riecheggiato nelle nostre Chiese durante la S.Messa di ieri nella memoria liturgica dei santi fratelli Marta, Maria e Lazzaro, quel Lazzaro della famosa risurrezione operata da Gesù.

La preghiera di questo Salmo è un inno di benedizione del Signore,in ogni riga c’è una splendida lode ed insieme un invito ad abbandonarsi nelle Sue sapienti mani.

Noi ci concentreremo solo su poche parole: Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.

Si dice spesso che gli occhi siano lo specchio dell’anima, e sicuramente è vero, perché gli occhi sono quella parte di noi che non invecchia, certamente con l’avanzare dell’età diminuiscono le loro prestazioni, ma non la loro capacità di essere immagine di ciò che alberga dentro l’anima.

Questo ci dà l’assist per riconsiderare una dote corporea molto importante nella relazione sponsale: lo sguardo.

Ricordiamo solo a mo’ di esempio che Simon Pietro ha capito il proprio errore e si è pentito dopo lo sguardo di Gesù (durante la Passione cfr. Lc 22,61) così come lo stesso sguardo di Gesù è stato protagonista in tanti altri episodi.

Conoscono bene la potenza dello sguardo quei genitori che quando erano bambini, capivano il messaggio paterno e/o materno senza che udissero una sola parola, bastava un’occhiata e tutto era già chiaro.

Tanto è importante lo sguardo nell’arte educativa quanto nell’arte dell’amare, lo sanno bene le persone che hanno avuto l’esperienza di assistere un malato e/o un moribondo che non poteva comunicare se non attraverso gli occhi, potremmo dilungarci solo con gli esempi di vita ma riempiremmo solo righe per riconfermare l’importanza dello sguardo.

A noi succede spesso di incontrare persone che sono rinate a vita nuova dopo una conversione, e i loro occhi sono platealmente cambiati; incontriamo sposi che hanno superato un periodo di crisi, con l’aiuto della Grazia, ed ora hanno uno sguardo diverso l’uno per l’altra ed insieme uno sguardo nuovo sulla vita; incontriamo spesso suore e sacerdoti che passano molto tempo davanti a Gesù Eucarestia, e la gioia profonda che traspare dal loro sguardo è contagiosa. Perché? Perchè hanno guardato al Signore (il vero sole) e sono diventati raggianti a loro volta.

Ma se un volto raggiante ci contagia e ci affascina tanto da desiderare di rivederlo ancora per gustarne la bellezza, cosa sarà quando in Paradiso vedremo la sorgente di questo volto raggiante?

Cari sposi, recuperate la vostra dote corporea dello sguardo. Come fare? Ripartite dal guardare il Signore, e comincerete a vedere il vostro sposo, la vostra sposa con uno sguardo nuovo, quello del Signore. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /34

Cap. XXIX Ritorna a casa della Fata, la quale gli promette che il giorno dopo non sarà più un burattino, ma diventerà un ragazzo. Gran colazione di caffè-e-latte per festeggiare
questo grande avvenimento.

Dopo due capitoli in cui sono descritte altre due disavventure del burattino (causate dalla propria disobbedeinza), ecco che finalmente riesce a ritornare a casa della Fata, ma gli tocca di restare sull’uscio ad aspettare tutta la notte al freddo e bagnato fradicio di pioggia.

In verità al suo bussare risponde una Lumaca che però ci mette nove lunghe ore a scendere dal quarto piano per aprirgli la porta, la Fata non vuole essere disturbata durante il sonno perciò il Nostro si deve accontentare della Lumaca.

Al mattino poi, gli viene servita una colazione finta, poiché si dovè accorgere che il pane era di gesso, il pollastro di cartone e le quattro albicocche di alabastro, colorite al naturale.

In questa apparente indifferenza ed insensibilità della Fata si nasconde in realtà un gesto educativo: dare il tempo a Pinocchio di ripensare alle proprie responsabilità, alla propria colpa; è il tempo necessario per rientrare in sé stessi e fare un’esame di coscienza; è il momento in cui i sentimenti si acquietano e si comincia a far funzionare la ragione; è il tempo che aiuta a far nascere in noi il pentimento ed insieme il desiderio di cambiamento per una vita migliore, una vita buona, una nuova vita; è il momento di prendere coscienza della nostra pochezza, della nostra fragilità per ricercare l’abbraccio consolante e riabilitante della Chiesa (impersonificata dalla Fata).

Anche in questo capitolo si trova una straordinaria similitudine con la parabola del Figliol prodigo, nella quale il padre perdona il figliol prodigo senza dargli nemmeno il tempo di scusarsi ; e così anche la Fata perdona Pinocchio appena esso rinviene dalla svenimento:

Quando si riebbe, si trovò disteso sopra un sofà, e la Fata era accanto a lui. – Anche per questa volta ti perdono, – gli disse la Fata, – ma guai a te se me ne fai un’altra delle tue!… Pinocchio promise e giurò che avrebbe studiato, e che si sarebbe condotto sempre bene.

Questo capitolo racconta con la tecnica della fiaba il ritorno a casa del figliol prodigo, ed è così che accade anche per noi ogni volta che ci allontaniamo dalla Fata/Chiesa.

Cari sposi, a volte succede che anche nella relazione sponsale l’altro venga a bussare alla porta del nostro cuore per chiderci scusa, non lasciamolo nove ore senza risposta, non è un bambino da rieducare! Facciamo come il padre che aspettava il ritorno del figlio con ansia (e fiducia nel suo ritorno) continuando a guardare l’orizzonte per scorgerne la figura, e non appena lo scorge da lontano gli si gettò al collo e lo baciò e lo riabilitò figlio.

Così anche noi col nostro coniuge, appena intuiamo da lontano il suo ritorno, gettiamoci al suo collo e ri-sposiamolo. Coraggio! Il nostro coniuge deve sentire la nostra fiducia illimitata nel suo ritorno, deve essere sicuro di trovare sempre l’abbraccio del ritorno a casa, noi siamo casa sua!

Giorgio e Valentina.

Cose vecchie dal rigattiere?

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 5,14-17) Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Molte persone approfittano dei tempi un po’ più rilassati del periodo estivo per farli coincidere col rimettere in ordine vari spazi casalinghi, soprattutto il ripostiglio o il garage. E la maggior parte delle volte accade di ritrovare oggetti considerati ormai perduti oppure di riuscire a sbarazzarsi di quelle che siamo soliti chiamare cianfrusaglie, niente di meglio che un giro dal rigattiere quando va bene, se non c’è altra soluzione si va direttamente alla cosiddetta “isola ecologica”.

Molto raramente si riesce a dare una nuova “possibilità di vita” ad un oggetto trasformandolo in un altro, ci sono quelle persone esperte nell’arte del riciclo, ma sono molto poche rispetto alla massa.

Tutto questo non è il messaggio del brano di S.Paolo, naturalmente; però egli ci mostra che Gesù è sicuramente un esperto nell’arte del riciclo, ma il suo è un riciclo diverso da quello che intendiamo noi.

Infatti, il Signore dà una nuova possibilità di vita ai suoi figli, non butta via niente, neanche del nostro passato, ma tutto usa per la nostra santificazione, basta leggere le vite di qualche santo convertito dopo una vita di peccato e si scopre come il Signore volga al bene le inclinazioni che la persona prima volgeva verso il male, oppure usi la grande sofferenza di una persona per toccarne molte altre attraverso la sua sensibilità alla sofferenza… gli esempi sono tanti quante sono le persone convertite dopo anni di vita lontano da Dio.

S. Paolo però ci mostra una fase successiva, ovvero la fase in cui “le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.“, che fa eco alla frase di Gesù “Ecco, io faccio nuove tutte le cose“. Lui non solo le cose passate le lascia nel passato (cosa che noi facciamo molta fatica a fare perché significa scardinare molti meccanismi psicologici e non), ma ne crea di nuove. Non solo quindi riesce a riciclare alcuni aspetti di noi per volgerli a favore del Regno di Dio, ma ne crea di nuovi ispo facto.

Per esempio S.Pietro ha continuato a fare il pescatore, ma non di pesci, bensì di uomini per il Regno. E per farlo, il Signore gli ha elargito nuovi doni, nuovi carismi che prima lui non aveva. Pensate che il Signore abbandoni i suoi “segni sacramentali” in mezzo al popolo in balìa dei venti, in balìa del mondo? Ovviamente no, ma Lui non può fare ciò che spetta a noi.

Gli sposi sono “presenza reale” di Cristo nel mondo, ma quanto questa presenza sia conforme all’originale dipende da noi.

Cari sposi che state vivendo una nuova primavera col Signore, non piangete le lacrime di coccodrillo, smettete di piangervi addosso. Se il Signore, che è Dio, ci ha perdonato la vita passata, perché noi ci sentiamo in diritto di tenerla sempre davanti ai nostri occhi?

Le cose vecchie sono passate davvero, non rimuginiamoci su, abbandoniamoci come i bimbi in braccio al papà. Costruiamo un nuovo matrimonio con i nuovi doni/carismi che il Signore ha già lì pronti per noi. Sono nuovi doni, creati apposta dalla bonta creatrice di Dio, sono terre inesplorate, diamoci da fare per percorrere queste terre inesplorate dentro il nostro matrimonio.

A Lui basta l’apertura dei cuori.

Coraggio, Portiamo dal rigattiere divino il nostro passato con le sue ombre e sbarazziamocene una volta per tutte.

Giorgio e Valentina.

Solo rituali vuoti?

Dal Sal 49 (50) «Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici, i tuoi olocausti mi stanno sempre davanti. Non prenderò vitelli dalla tua casa né capri dai tuoi ovili». «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che hai in odio la disciplina e le mie parole ti getti alle spalle? Hai fatto questo e io dovrei tacere? Forse credevi che io fossi come te! Ti rimprovero: pongo davanti a te la mia accusa. Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora; a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio». 

Questo Salmo ci interpella seriamente e ci mette in guardia tutti, dotti e ignoranti, grandi e piccini, giovani e vecchi, mariti e mogli, nonni e nonne, padri e madri, vescovi e sacerdoti, suore e frati, monaci e monache.

Naturalmente la Parola di Dio è sempre adatta ad ogni cuore, però è vero che alcune volte essa pone l’accento su alcuni aspetti che solo certi stati di vita colgono nella loro pienezza e altri no, e viceversa.; in questo caso invece, c’è un richiamo pressante valido per chiunque, ma noi metteremo in luce l’aspetto legato all’esperienza matrimoniale.

Il Salmo citato fa eco (all’interno della Messa di ieri) alla lettura tratta dal libro del profeta Isaia (Is 1,10-17), nella quale il profeta ammoniva coloro (tra gli Israeliti) che compivano i sacrifici rituali dell’ebraismo solo come mera ritualità, vuoti quindi di ogni afflato del cuore.

Praticamente questa Parola di Dio ci sta ammonendo circa la doppiezza di vita, il senso che il cuore dà ad ogni ritualità.

Anche noi possiamo cadere in questa trappola mortale, anche per noi i riti che compiamo (che di per sè sono anche nobili e meritori agli occhi degli uomini) possono restare solo dei gesti vuoti, svuotati dal loro interno, cioè dal cuore con cui sono stati pensati e voluti dalla Chiesa.

Per esempio: la Domenica andiamo a Messa solo per “timbrare il cartellino” o ciò che ci spinge è vivere un’esperienza salvifica d’incontro con Dio a tu per tu? Se uno ci guarda dall’esterno il gesto è sempre uguale, ma dentro cosa c’è?

Per difendere questo non dobbiamo cadere nell’errore opposto, cioè quello di non compiere più nemmeno un gesto religioso-rituale. Non possiamo difenderci dietro la nostra debolezza: se devi farlo così svuotato, tanto meglio allora che tu non lo faccia per niente, così almeno sei sincero. Questo pensiero è ingannevole poichè il risultato è quello di non vivere più tanto all’esterno quanto dentro il cuore i vari rituali.

Noi invece dobbiamo riscoprire qual è la motivazione per cui la Chiesa ha declinato l’esperienza di Dio in vari rituali, quotidiani e non. Per comprendere un po’ meglio guardiamo a cosa succede dentro la relazione sponsale usando un esempio molto banale ma simbolico. (non fermatevi all’esempio)

La moglie chiede al marito di aiutarla in qualche faccenda domestica o di cura dei figli, ma per il marito non è così spontaneo quel gesto: può dunque egli esimersi dal compierlo affrancando come scusa il fatto che non gli è congeniale e quindi il non farlo per lui è indice di sincerità? No. Se lui dice di amarla, e per lei questo gesto la fa sentire amata, sarebbe un bugiardo se non lo facesse, bugiardo verso quella promessa di amarla ed onorarla tutti giorni della sua vita.

Allora questo sposo dovrà convertirsi, dovrà fare uno sforzo per ricordare a se stesso il perché deve compiere quel gesto, ed il verbo “deve” è innanzitutto per rispetto alla promessa fatta in prima persona..cioè: “Devo farlo perché fedele alla mia promessa, devo farlo perché ho deciso di volerlo fare.” Se poi, quindi, compie quel gesto mosso dall’amore verso la propria sposa, lei lo capisce al volo che lo sta facendo con amore e non senza grande sforzo e/o sacrificio. Lo apprezzerà ancora di più perché toccherà con mano la fatica di quel gesto.

Ecco quindi che il gesto di amore non è svuotato dall’interno, ma pian piano, gesto dopo gesto, sforzo dopo sforzo, anche l’amore del marito diventerà ogni volta sempre più profondo e grande diminuendo di volta in volta la fatica, anzi desidererà farlo lui per primo. Questi sono gesti rituali del matrimonio, non sono gli unici, ma ci fanno capire cosa ci vuole dire il Signore con questo Salmo.

Coraggio sposi, gesto dopo gesto il Signore ricompensa : a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /33

Cap XXVI Pinocchio va co’ suoi compagni di scuola in riva al mare, per vedere il terribile Pescecane

In questo capitolo si ritrova un burattino che finalmente ha deciso di fare il bravo e dare seguito alle promesse fatte alla Fata, e viene così descritto:

E anche il maestro se ne lodava, perché lo vedeva attento, studioso, intelligente, sempre il primo a entrare nella scuola, sempre l’ultimo a rizzarsi in piedi, a scuola finita.

I compagni lo scherniscono e provano con ogni mezzo a farlo desistere dal suo comportamento modello, ma inutilmente, almeno all’inizio, perché poi a forza di dai e dai riescono a fargli saltare un giorno di scuola per andare al mare con la storia inventata di un Pescecane che sarebbe lì in riva al mare.

Apparentemente sembra affiorare il facile tema della fermezza nelle decisioni prese per il bene, della resistenza alle tentazioni varie, ma ci sembra di scorgere un altro aspetto legato a questo capitolo: il fatto che Pinocchio, appena approdato alla scuola comunale, venga schernito in un primo momento in quanto burattino, ma poi sia preso di mira dalle arroganze dei compagni per la sua condotta integerrima aldilà della sua natura legnosa.

Cari sposi, il nostro sacramento è una potenza che nemmeno noi sfruttiamo a pieno, ma è sicuramente una forza che parla al mondo. Se siamo testimoni autentici dell’Amore, il messaggio non può restare muto, ce l’ha ricordato anche il Signore:

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.

Questa verità ci interpella, poiché se a noi non accade di essere presi di mira per la nostra fede, almeno in parte, significa che nessuno si è accorto che siamo cristiani e cattolici. Questo non significa che dobbiamo andare in giro con qualche etichetta, ma parlano le nostre scelte di vita, i nostri atteggiamenti, il nostro modo di relazionarci con gli altri, la serenità con cui affrontiamo i problemi, la mitezza insieme alla fermezza con cui difendiamo la Verità, la delicatezza con cui parliamo del nostro sposo/a, in una parola sola: la nostra vita.

Ma perché i compagni diventano arroganti e aggressivi con Pinocchio? Il motivo sta nel fatto che il suo comportamento integerrimo li giudica, si sentono quindi giudicati, condannati, si sentono il dito puntato contro, ma in realtà Pinocchio fa solo il bravo ragazzo. E così vale anche per noi sposi, i seguaci del mondo si accaniscono tanto contro i cristiani perché il loro stile di vita è un continuo specchio per le loro malefatte, il nostro sacramento è un pungolo costante per essi, si sentono messi a nudo nelle loro malvagità e nelle intenzioni. Prepariamoci dunque al martirio, ovvero alla testimonianza sempre e comunque, e, se è proprio necessario, anche con le parole.

Coraggio sposi, viviamo integralmente il dono del Sacramento del Matrimonio per assaporarne le bellezze nascoste ed affinché questa Bellezza affascini il cuore di chi ci vive accanto.

Giorgio e Valentina.

Basta la presenza

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9,18-26 In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata. Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.

Questo brano è quello che ci è stato proposto ieri nella Liturgia della Messa, e sulle due guarigioni raccontate in esso ci sono commenti molto elevati dei Padri della Chiesa, ed ovviamente non vogliamo fare concorrenza ad essi, ma solamente soffermarci su un particolare che ci sembra appropriato per le relazioni famigliari: Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.

Se vi ricordate i vari racconti dei miracoli operati da Gesù, noterete che quasi sempre Gesù tocca il malato o viene toccato da esso, ma non così per il servo del centurione, questo a testimonianza che Gesù, essendo Dio poteva operare andando oltre i limiti imposti dalla natura umana.

Ce lo dimostra con la guarigione dell’emorroissa, infatti se fosse stato necessario ci sarebbe stato il contatto tra lui e quella donna, invece è bastato il lembo del mantello, quindi perchè Gesù decide di andare a casa di Giairo nonostante non sia necessario?

A noi piace pensare che Gesù abbia deciso di accompagnare questo papà nel suo dolore, di accompagnarlo verso la fonte del suo dolore: non gli dice niente, nessuna parola di consolazione, semplicemente decide di stare con lui.

Decide l’opzione della presenza.

Gesù accoglie, ascolta e decide di vivere con quel papà questo momento di dolore. E va anche oltre, perché lo segue nella direzione del dolore, compie con lui il tragitto verso la causa del dolore. Non viene riportata nessuna parola di compianto, c’è solo il silenzio della presenza.

Anche nelle nostre famiglie, non di rado fa la sua comparsa il dramma del dolore, dell’angoscia, della malattia, della morte. E spesso facciamo fatica ad aiutare il sofferente perchè ci scontriamo col dramma dell’impotenza, e noi invece siamo soliti misurare la nostra efficenza in termini di prestazioni. Ma non c’è solo la medicina del corpo, cè una medicina che aiuta a sopportare il dolore: la presenza silenziosa di chi resta al nostro fianco non per darci una soluzione ma per dirci che non siamo soli ad affrontare il nostro dolore, è una medicina che dona coraggio.

Quante volte, per esempio, ci siamo soffermati sulla potenza di tenere la mano ad un moribondo?

Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli. Gesù ci dà l’esempio della presenza silenziosa che ridona coraggio per affrontareil dolore, ma non andò da solo, ma con i suoi discepoli. Anche noi sposi sacramento quando doniamo questa presenza silenziosa portiamo con noi tutta la Chiesa, poichè se lo sposo dona la sola presenza alla propria sposa, non è mai da solo, è la presenza sensibile, efficace e reale di Cristo stesso.

Ma se Cristo è lo sposo della Chiesa ed i due sono inseparabili, allora insieme allo sposo c’è la sua sposa mistica, c’è la Chiesa. Uno sposo o una sposa che dona la sola propria presenza, in realtà sta donando la presenza di Cristo e della Chiesa tutta. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Avverbi di tempo. La salvezza accade oggi

Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore. ( Sal 94 (95),8ab )

Questo brevissimo versetto di un Salmo è usato nella Messa odierna come Acclamazione al Vangelo, ma ha una carica profonda anche estrapolato dal contesto del suo Salmo. Ci piace sottolineare quel “oggi”: un avverbio di tempo molto caro alla Liturgia.

Lo si ritrova seminato un po’ ovunque nelle preci varie durante tutto l’anno liturgico, anche nella forma sua sinonima “in questo giorno” oppure “questo è il giorno“, richiamiamo solo alcuni esempi:

Oggi in Cristo, luce del mondo, tu hai rivelato alle genti il mistero della salvezza […](Prefazio Epifania, Messale Romano)  Oggi il Re del cielo nasce per noi da una vergine per ricondurre l’uomo perduto al regno dei cieli […] (Ufficio letture, Natale) Questo è il giorno, che ha fatto il Signore […] (Lodi mattutine e acclamazione al Vangelo, Pasqua)  O Padre, che in questo giorno, per mezzo del tuo unico Figlio, hai vinto la morte […] (Colletta Messa di Pasqua)

Le prime volte che ascoltammo questi avverbi di tempo ci chiedemmo perché mai tutta questa insistenza visto che da quegli eventi erano passati circa 2000 anni, forse che il parroco aveva avuto una svista oppure il vescovo voleva calcare un po’ la mano?

Naturalmente no, ci aiutarono pertanto diverse prediche di bravi sacerdoti e lo studio dei documenti magisteriali, in particolare citiamo, tra i molti, questo: […] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche […] (Sacrosantum Concilium n.7)

Se Lui è presente, significa quindi che quanto è accaduto così lontano nel tempo rispetto a noi, grazie ai Sacramenti e all’azione liturgica si rende nuovamente presente, nel momento stesso della celebrazione. Quindi gli avverbi di tempo non sono stati inseriti lì per eccesso di zelo o di sentimenti religiosi, nient’affatto! Sono lì a ricordarci che la salvezza accade oggi per noi esattamente come fu 2000 anni fa circa, con la sola differenza che la modalità usata oggi è quella sacramentale.

Quando a Messa sentiamo quelle parole del Salmo Oggi non indurite il vostro cuore, ma ascoltate la voce del Signore.“, non è mica una parole del lettore o del sacerdote, è Parola di Dio, il Quale essendo presente, ci comanda di vivere l’oggi concreto, di non lasciar passare questo giorno inutilmente, ma farlo fruttificare per il Paradiso.

Un giorno speso bene sulla terra è un giorno in cui viviamo in Grazia di Dio, seguendo la Sua voce. Oggi è il momento favorevole, non aspettiamo domani, potrebbe essere troppo tardi.

Cari sposi, è oggi il giorno giusto per poter amare il nostro coniuge, è oggi il giorno perfetto per dire a lui/lei “Ti amo”, è oggi il momento speciale per aprire il nostro congelatore affettuoso e diventare caldi per il nostro coniuge, è oggi il giorno importante per dare un abbraccio lungo e profondo, oggi è il giorno del bacio speciale, oggi è il momento propizio per le coccole, per le tenerezze, non aspettiamo domani. Oggi il Signore vuole amare il nostro coniuge attraverso di noi, in questo giorno speciale. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /32

Cap XXV Pinocchio promettte alla Fata di essere buono e di studiare, perché è stufo di fare il burattino e vuole diventare un bravo ragazzo.

Dopo tanta ricerca finalmente Pinocchio ritrova la Fata, ma quando l’aveva lasciata era ancora una bambina ed ora se la ritrova già donna; si commuove con lacrime di stupore ricordando che pure pianse tempo addietro sulla di lei lapide. Pinocchio accetta di buon grado che ella gli faccia da madre, ma appena arrivano i primi ordini materni, subito scatta la ribellione, infatti non gli garba nessuno dei comandi.

Per aiutarci nella riflessione continuiamo a tenere la Fata come immagine della Chiesa, a tal proposito sembra proprio che le continue “nuove vite/nuove identità” della Fata corrispondano alle varie fasi che la Chiesa terrena vive lungo il corso dei secoli: momenti in cui appare una saggia bambina con doti nascoste, altri in cui vive come una sorella dell’umanità, altri in cui pare morta al punto da leggerne l’epitaffio della lapide, ma poi rinasce e la si ritrova adulta e madre.

Il problema nasce quando gli sposi imitano il comportamento di Pinocchio, ovvero succede che dapprima si dichiarano cristiani e amici della Chiesa, alcuni si spingono anche più in là proclamandosi figli e affermando la Chiesa come loro punto di riferimento.

E vissero tutti felici e contenti ?

Sì, ma solo fino a quando la Chiesa non ci scomoda con le sue pretese di osservare le leggi di Dio e quelle della Chiesa, ossia fino a quando non ci chiede sacrifici che richiedono troppe rinunce.

Ad esempio ci sono molti sposi che aggirano il precetto domenicale andando a Messa il sabato sera per avere la domenica libera per i propri comodi. Non vogliamo scandalizzare nessuno nè giudicare i cuori di nessuno, ma solo metter in luce che il problema non sta nella scelta della Messa del sabato sera (o della Domenica sera), il problema vero sta nel cuore, e cioè nella motivazione per cui si prende questa decisione. Notiamo come la maggior parte di queste persone passi poi la Domenica senza neanche una preghiera adeguata, la Domenica non viene quindi santificata: azione grave contro il terzo Comandamento.

Il problema che vogliamo far emergere non sta tanto nell’orario della Messa, quanto nell’aver messo Dio all’ultimo posto anche la domenica (che è il Suo giorno per eccellenza); sicchè al primo posto, sul podio delle nostre priorità, ci stanno altre attività: la grigliata con gli ospiti, la spesa, lo shopping, la gita fuori porta, la gara sportiva, il giro in moto o in bicicletta… e chi più ne ha ne metta. Queste attività non sono cattive in se stesse, ma non devono togliere il primo posto a Dio. Abbiamo voluto usare questo esempio tipico di questo periodo estivo proprio per chiarificare che la Chiesa ha a cuore la salvezza della nostra anima.

Se gli sposi non hanno Dio al primo posto e non glielo dimostrano coi fatti anche e soprattutto la domenica, come potranno essere poi Sua icona in mezzo al mondo? Come potranno essere strumenti di Grazia stando lontani dalla fonte della Grazia?

La Fata, subito dopo essere stata proclamata mamma da Pinocchio, comincia a dargli ordini e comandi al fine di educarlo, al fine di farlo diventare un vero bambino. Similmente la Chiesa, che ci ha generati nel Battesimo, ci dà dei comandi affinché diventiamo dei veri figli di Dio e non solo sulla carta.

Coraggio cari sposi, impariamo dagli errori di questo burattino per evitare di restare solo dei bravi cittadini, perché a noi la Chiesa chiede la santità nel matrimonio, non ci chiede di essere due buoni sposi, è troppo poco, non ci chiede solo di volerci bene alla stregua degli altri, è ancora troppo poco. Le leggi a cui la Chiesa ci richiama sono i mezzi della nostra salvezza, sono i mezzi per vivere un matrimonio ricco di Grazia.

Giorgio e Valentina.

Ripensare l’urbanistica a due.

Sal 47 (48) Grande è il Signore e degno di ogni lode nella città del nostro Dio. La tua santa montagna, altura stupenda, è la gioia di tutta la terra. Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode si estende sino all’estremità della terra; di giustizia è piena la tua destra.

Questo Salmo oggi ci raggiunge in modo particolare perché vogliamo invitarvi a una lettura un po’ inusuale, ma prima di inoltrarci nella nostra riflessione vogliamo inquadrare un po’ questa preghiera. È un inno di lode al Signore, un inno alla sua magnificenza, un invito pressante a lodare il Signore.

Vogliamo farvi notare un particolare: questa preghiera non inneggia al Signore tanto per gli atti di magnificenza compiuti da Lui, quanto per Lui in se stesso. Non si fa un elenco delle opere da Lui compiute, ma lo si loda in quanto Dio; è la lode più pura in quanto non loda per i benefici avuti ma per la sua essenza. È la stessa lode che ritroviamo nell’inno del Gloria durante la S.Messa: “[…] noi Ti lodiamo, Ti benediciamo, Ti rendiamo grazie per la Tua gloria immensa”.

Dopo questa prima fotografia del Salmo vediamo di inoltrarci nella sua comprensione come coppia di sposi, innanzitutto si parla di monte, di città con i suoi palazzi e infine di tempio. Certamente il salmista, quando parlava di monte, città e palazzi, o di tempio di Dio, si riferiva ai luoghi fisici, che per il popolo di Israele erano (e lo sono anche per noi tuttora) molto importanti, ma noi cercheremo di vedere olte la loro fisicità intravedendo cosa nella vita degli sposi possa essere monte, città e tempio.

Il monte Sion, vera dimora divina, è la capitale del grande re. Il monte di Sion è il luogo dove risiede la città con i suoi palazzi, e lo potremmo paragonare alla vita degli sposi nel suo insieme. È il luogo dove gli sposi decidono insieme la planimetria della città, l’urbanistica, decidono quali siano le strade principali e quali gli snodi strategici per non alimentare gli ingorghi, decidono anche i punti panoramici. Nella vita sponsale gli sposi devono insieme costruire una nuova città che prima non esisteva, ma soprattutto essa deve essere la capitale del re, non sono loro i reali che la governano, ma è il Signore il re della loro vita.

Dio nei suoi palazzi un baluardo si è dimostrato. Questi palazzi nella vita matrimoniale corrispondono alle varie attività, ai vari ambiti in cui gli sposi vivono, agiscono ed operano. Affinché Dio sia un baluardo anche in questi palazzi, è necessario che gli sposi decidano quali palazzi siano i più importanti, devono decidere insieme quanta importanza dare ad ogni palazzo affinché l’urbanistica nel suo insieme risulti ben ordinata come vuole il re.

O Dio, meditiamo il tuo amore dentro il tuo tempio. Qual è il tempio di Dio degli sposi? Sono gli sposi stessi, sia perché ognuno è divenuto col Battesimo tempio dello Spirito Santo, ma anche perché la nuova realtà, cioè il loro sacro vincolo indissolubile è il tempio dove Dio abita realmente. Meditare quindi l’amore di Dio nel tempio dell’altro significa lasciarsi amare da Dio attraverso lui/lei.

Coraggio sposi. Forse alcuni potrebbero trovare queste metafore un po’ azzardate, ma potrebbero essere spunto per un passo in avanti nell’Amore.

Giorgio e Valentina.

Girare lo sguardo

Sal 26 (27) Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi! Il mio cuore ripete il tuo invito: «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo. Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza. Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Questo Salmo è un accorato appello al Signore affinché non respinga la richiesta di misericordia, la sua benevolenza riempie il cuore dell’uomo, e senza di essa l’uomo si sente solo.

Sappiamo quanto la solitudine sia una situazione esistenziale tra le più terribili, lo sanno bene quelli che lavorano in case di cura per anziani e/o per disabili, lo sanno bene i tanti figli che portano i propri genitori anziani (spesso vedovi) al centro diurno della zona, affinché essi non muoiano di solitudine. La solitudine fa più male di una malattia corporea, poiché se per quest’ultima la medicina ha trovato cure abbastanza efficaci, contro la solitudine la medicina non può nulla, non c’è rimedio scientifico che tenga; e spesso questa malattia spirituale viene somatizzata a tal punto che il corpo subisce più danno da essa che dalla malattia corporea, e le medicine risultano inefficaci.

Non è nostra intenzione rovinare la giornata a nessuno con queste riflessioni, ma si rendono necessarie poiché da come sono le relazioni tra noi possiamo intuire e comprendere un po’ meglio com’è la relazione con Dio.

A volte succede di litigare anche pesantemente col proprio coniuge, non si dovrebbe mai farlo ma le nostre fragilità spesso ci fanno cadere, e alla fine uno dei due mantiene il broncio per un po’ di tempo a mo’ di vendetta, per farla pagare all’altro, come a dire che il perdono forse arriverà ma se lo deve guadagnare con la penitenza. E quale penitenza? Volgiamo lo sguardo dall’altra parte, anche se la rabbia è già sbollita, ma giusto per non dargliela vinta rifiutiamo di incrociare il suo sguardo, che significa: “sono ancora arrabbiato con te“.

Quant’è brutto quando il nostro coniuge non vuole incrociare il nostro sguardo, è un atteggiamento che ci ferisce molto, perché comunica indifferenza, e l’indifferenza altrui ci fa provare solitudine.

Ecco perché il salmista supplica il Signore affinché non giri il suo volto dall’altra parte… come a dire: “Signore non essere ancora arrabbiato con me, guardami, incrocia il tuo sguardo con il mio“. Ma il Signore dà già la sua risposta : […]«Cercate il mio volto!».

Se ci dice di cercarlo è perché Lui non serba rancore come facciamo tra noi, Lui è sempre pronto al perdono, basta che veda uno spiraglio di pentimento nel nostro cuore, per Lui è già sufficiente. Cari sposi, l’invito di questa settimana è quello di dire al nostro coniuge: “cerca il mio volto, perché io ti ho già perdonato“.

Gli sposi nel Sacramento hanno una marcia in più, che è il Sacramento stesso. Quando il nostro amato, la nostra amata ne combina una delle sue, dovremmo dire: “io ti ho già perdonato, perchè il vincolo che ci lega è sacro, ed il Sacramento è molto di più del tuo errore“. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio / 31

Cap XXIV Pinocchio arriva all’isola delle Api industriose e ritrova la Fata.

Nel mare tempestoso il burattino non riesce a trovare il babbo però le onde lo fanno approdare su di un’isola, ove si imbatte nel paese delle Api industriose, ma poi ritroverà la fata. E’ provato dalla fame e dalla sete, sicché si mette sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina.

E’ curioso che le molte persone fermate dal Nostro non abbiano nulla in contrario ad elargire qualche soldo, a patto però, che vengano aiutate in qualche faccenda, ovvero che anche lui faccia la sua parte di lavoro per guadagnarsi qualche soldo.

Non è difficile scorgervi il tema della collaborazione alla Grazia e del merito. Tema che sembra non essere gradito dall’uomo moderno, abituato com’è al tutto e subito, con poco impegno e massimo rendimento o tornaconto.

Lo si denota anche dalla continua crescita di adesione alle ultime proposte commerciali in cui c’è lo sconto del 3×2, i vantaggi del cliente premium, proposte in cui spesso si ritrova la parolina magica: gratis. Sembra quasi che le pubblicità siano pensate e studiate da illusionisti e non da commercianti.

Con questo dilagare di vantaggi economico-commerciali ed il benessere alla portata di tanti, la gente si è assuefatta a questa logica per cui il sacrificio è sparito dalla mentalità di molti, di troppi.

La logica usata nel commercio è stata applicata anche alla vita spirituale, e molti sposi pretendono da Dio lo sconto tale oppure i vantaggi della propria (presunta) carta fedeltà… quasi come se il Signore fosse una cassiera che ti legge il codice sconto cliente e ti tratta come socio premium.

Lo si capisce da frasi come queste: “Abbiamo recitato la novena ma il Signore non ci ha fatto la Grazia, siamo andati a Messa tutte le Domeniche ma non ha guarito il mio consorte da una grave malattia…”; sono frasi che denotano che tipo di rapporto abbiamo con Dio: praticamente vantiamo dei diritti nei suoi confronti quasi che sia Lui ad essere in debito con noi e non viceversa.

Ma il Signore non agisce mai senza la nostra collaborazione, certamente il motivo non sta nel fatto che Lui non sia Onnipotente, ma risiede nel fatto che non vuole dei robot che lo amino, ma degli uomini che lo riamino nella massima libertà. Ci lascia talmente liberi che rischia persino il nostro rifiuto al Suo amore.

E’ un mistero di amore, ma quando Dio vuole donare una Grazia, non fa tutto Lui, per Sua decisione ha bisogno della collaborazione umana, un esempio? Il Verbo si incarnato senza bisogno del seme di un uomo maschio, eppure ha chiesto alla Vergine Maria e a San Giuseppe la collaborazione a questo disegno, avrebbe potuto fare tutto da solo, ma ha preferito collaborare con gli uomini.

Quindi la nostra collaborazione deve essere messa in atto, fosse anche l’unica e piccolissima cosa che sappiamo fare, ma solo noi la possiamo fare, altrimenti faremo la fine di Pinocchio che non trova elemosina perché non vuole lavorare.

Cari sposi, è ora di rimboccarsi le maniche e darsi da fare, muoversi anche per andare a cercarsi le Grazie. Di sicuro stare appollaiati sul divano non porta molte Grazie. Se venite a conoscenza di un corso per sposi, un meeting, un incontro con un bravo relatore/predicatore/testimone, una processione particolare del paese vicino, una visita di una reliquia di qualche santo… andateci senza indugio, senza pensarci troppo. Andate a caccia di Grazie perchè il Signore non vede l’ora di elargirle, ma non fa tutto da solo.

Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Quasi come Peter Pan.

Sal 120 (121) Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode. Non si addormenterà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra. Di giorno non ti colpirà il sole, né la luna di notte. Il Signore ti custodirà da ogni male: egli custodirà la tua vita. Il Signore ti custodirà quando esci e quando entri, da ora e per sempre.

Vi ricordate il celebre film della Disney con protagonista Peter Pan? C’è una scena divertente in cui il protagonista dà la caccia alla propria ombra per disfarsene. Sicuramente tutti noi da piccoli abbiamo provato a giocare con la nostra ombra, visto che disfarcene era impossibile abbiamo imparato a giocarci, tanto che alcuni sono bravissimi a ricreare con essa la sagoma di animali o altro.

Il Salmo che oggi la Chiesa ci propone parla di un’ombra, ma non fastidiosa né dispettosa come quella di Peter Pan, ma un’ombra che custodisce, anzi sta alla destra, ovvero la parte dove un cavaliere brandisce la propria spada. Sembra che il salmista ci proponga quasi l’ombra del Signore come un’arma pronta all’uso per sconfiggere i nemici.

Molti di noi avranno sicuramente presente cosa significhi avere addosso il proprio capo al lavoro, dà l’impressione di averlo appiccicato proprio come un’ombra, tanto che ci viene il sospetto di girarci ogni tre per due, financo quando si è in bagno chiusi in un metro quadro si ha l’impressione di essere nell’occhio del ciclone. E che liberazione si prova una volta usciti dalla fabbrica, qualcuno però controlla per bene dallo specchietto retrovisore anche i sedili posteriori dell’automobile, si sa mai!

Tutto ciò per farci entrare nell’idea di cosa voglia dirci il salmista, il Signore ci segue, ma non come il nostro capo, nè come l’ombra di Peter Pan, ed è molto più presente del nostro capo, addirittura sta nel metro quadro del bagno quanto nei sedili posteriori dell’automobile. Dunque uno spione, un ficcanaso?

Naturalmente no, il salmista ha usato la metafora dell’ombra per dirci che noi siamo sempre presenti al Signore e Lui è sempre con noi, con noi come un custode che veglia la casa.

Molte coppie di sposi si chiedono spesso dove sia Dio nella loro vita, perchè li abbia abbandonati. Ebbene, di solito a Dio non piace agire con metodi eclatanti, ma preferisce agire nel nascondimento, infatti Gesù per spiegare il regno dei Cieli ha usato la parabola del granellino di senape, oppure quella del lievito e diverse altre immagini.

Cari sposi, se state cercando dei segni eclatanti per il vostro matrimonio, forse resterete delusi, certamente Dio opera quando e come ne ha voglia e non deve chiedere il permesso a nessuno, però la storia ci insegna che molto raramente Egli compie opere da premiazione degli Oscar con tanto di fuochi d’artificio e sigla musicale con orchestra sinfonica. Però c’è, e sta alla nostra destra, dice il salmista, ovvero dalla parte della giustizia, della rettitudine, dalla parte giusta per essere “pronto all’uso” come un’arma.

Ha scelto ad esempio di nascondersi in un piccolo pezzo di pane, pochi grammi, insignificante agli occhi del mondo, si lascia mangiare da una forma di vita inferiore (cioè noi uomini), riceve tante umiliazioni in quell’Ostia, molte irriverenze, molti oltraggi, molte indifferenze anche (forse soprattutto) dai più vicini a Lui.

Se fa così Lui che è Dio, significa che è la strada giusta anche per noi, no?

Cari sposi, anche noi possiamo diventare come un’ombra che custodisce il nostro coniuge, non un’ombra fastidiosa, ma un’ombra che agisce di nascosto; il nostro vincolo è sacro ed indissolubile, perciò dove va l’uno, anche l’altra è presente in qualche forma e viceversa. Presente col pensiero, con l’amore, con la preghiera silenziosa, con i gesti di servizio fatti nel nascondimento, con le carezza e le tenerezze silenziose ma pregne di amore umano e divino.

Dobbiamo imparare da Lui ad “agire nell’ombra”. Coraggio!

Giorgio e Valentina.

Come passate la notte?

Sal 90 (91) Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente. Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido». «Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui. Lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza».

Se state cominciando a leggere significa che perlomeno siete svegli un pochino, almeno il vostro livello di vigilanza supera il minimo indispensabile, nonostante una notte magari troppo corta per molti di noi. Tranquilli, non è un test sulla vigilanza, nè vogliamo sapere come abbiate passato la notte scorsa, però nel linguaggio comune si usa dire che il buongiorno si vede dal mattino, ma è anche vero che per cominciare bene una giornata ci vuole una bella dormita, sappiamo bene che dalla qualità del nostro sonno notturno dipende anche l’umore e la qualità del giorno che viene.

Succede a volte di addormentarsi con un tormento che frulla in testa, ed al mattino ce lo si ritrova ancora lì pronto a pungolarci come un chiodo fisso per tutta la giornata. Sono questi i momenti in cui capiamo l’importanza della notte e di come la si affronta; addormentarsi sereni non è la stessa cosa che addormentarsi arrabbiati o peggio, angosciati.

Ma perché la notte abbia tutta questa importanza e spesso la nostra società la declassi ad attività secondaria se non quasi inutile è ancora un mistero, viste le numerose scorribande di giovani generazioni abbandonate ad attività notturne poco salutari che spesso tolgono i freni inibitori se non peggio.

Tutta questa premessa per dire che spesso anche la notte spirituale viene considerata come un’attività inutile e secondaria sperando che passi alla svelta. Ci sono molte coppie che ci rivelano di sentirsi nella notte spirituale, nella notte relazionale, come se fosse un momento talmente buio da togliere la serenità e la pace… e smettono di relazionarsi diventando a poco a poco due estranei.

In casi come questi possono venire in aiuto le scienze umane quali la psicologia o altre, ma queste spesso si rivelano inutili o poco incisive se usate come unica soluzione, se non si va a tagliare le radici del malessere la situazione non cambierà molto.

Le radici del malessere è non abitare al riparo dell’Altissimo, ce lo rivela il Salmo della Liturgia di ieri: “ Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“. Chiunque di noi passerebbe una notte più tranquilla se sapesse che a vegliare sulla nostra casa, sul nostro sonno, sulla nostra notte, ci fosse una guardia attentissima e pronta ad ogni evenienza, ma chissà perché sembra che molte coppie di sposi si fidino poco non di una guardia che, seppur attentissima si rivela sempre umana, ma dell’Onnipotente.

E’ vero che quando siamo di cattivo umore, tutto ci appare più brutto, eppure tutto è uguale al giorno precedente, ma la nostra sensazione è quella di aver passato una brutta giornata, perché il brutto non era fuori, ma dentro di noi. Similmente quando arrivano delle crisi matrimoniali, quando la nostra relazione sponsale ci appare più oscura, sicuramente ci sono delle cause oggettive di questa sensazione, ma è il nostro sentire che aumenta oltre misura ciò che oggettivamente è.

Non significa che dobbiamo metterci le fette di mortadella sugli occhi e far finta che tutto proceda bene, saremmo degli stolti. Significa invece mettere questa sensazione nelle mani dell’Altissimo, e non è l’unica cosa da fare, ma è sicuramente la prima, perché così facendo il nostro cuore si calma.

Per capirlo meglio proviamo ad analizzare cosa succede nelle relazioni umane: quando un bimbo prova paura vuole stare in braccio al papà, la situazione oggettiva che provoca paura è ancora uguale a prima, ma tra le braccia del papà tutto si ridimensiona, e il bimbo comincia a calmarsi anche senza che il papà dica niente, è sufficiente che lo tenga tra le sue braccia forti e sicure. Solamente dopo avviene che, le parole rassicuranti del papà, il quale spiega cosa sia successo o il perchè di quella paura, aiutino il piccolo a dipanare la paura e a ritrovare la serenità; questo bimbo ne uscirà rafforzato da questa esperienza perché avrà imparato ad evitare altre situazioni simili, oppure avrà imparato che ciò che lo bloccava era più la paura di aver paura che la realtà stessa nella sua oggettività. Quel bimbo è la coppia e quel papà è Dio: se cominciamo così ad affrontare un periodo buio, allora impareremo che “Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.“; attenzione che il Salmo non dice che la notte non esisterà o che non passerà più o che magicamente sparisca, no… la notte bisogna affrontarla ma all’ombra dell’Onnipotente.

Coraggi sposi, abbiamo un Dio che è Onnipotente, affidiamoci per primo a Lui, e poi la Sua Provvidenza ci manderà gli aiuti perfetti per noi.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /30

Cap XXIII Pinocchio piange la morte della bella Bambina dai capelli turchini: poi trova un Colombo, che lo porta sulla riva del mare, e lì si getta nell’acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto.

All’apparizione della bella Bambina in questo racconto, l’avevamo subito connotata come la metafora della Chiesa, e perciò continuiamo con questa immagine le riflessioni odierne. Quando Pinocchio legge l’epitaffio sulla lapide di lei, si lascia proprompere in un lungo pianto, e mentre piangeva disse ad alta voce ciò che c’era nel cuore, ovvero la possiamo definire una preghiera di angoscia, la cui centralità sta tutta qui:

Che vuoi che io faccia qui solo in questo mondo? Ora che ho perduto te e il mio babbo, chi mi darà da mangiare? Dove anderò a dormire la notte? Chi mi farà la giacchettina nuova?“.

E’ il grido angoscioso dell’uomo che, se dapprima non vedeva l’ora di sbarazzarsi della Chiesa, ora ne avverte tutta la pregnante mancanza. Il cradinal Biffi così si esprime:

Un mondo senza Chiesa non è però così bello come si poteva pensare. La vita non diventa più allegra, l’uomo non si sente più felice. […] La Chiesa ha continuato per secoli a colmare il vuoto esistenziale […] svolgendovi in modo anomalo ma reale le funzioni di anima.

Su questo discorso della Chiesa in rapporto col mondo si sono scritti fiumi di inchiostro e pronunciate migliaia di riflessioni e catechesi; da questo mare magnum estraiamo solo una piccolissima porzione di un aspetto fondamentale per noi sposi: la Chiesa come casa e la casa come Chiesa.

Se è vero che ciò che si dice della Chiesa (per esempio come sposa e madre) lo si può dire della Madonna, è pur vero che ciò che si dice della Chiesa trova tante similitudini con la casa, intesa come luogo dove il sacramento del Matrimonio si esprime.

La Chiesa ha riconosciuto nel suo magistero la famiglia (fondata sul Sacramento del Matrimonio) come chiesa domestica. Quindi significa che la parrocchia dove abitiamo non ha solo le proprie aulee come spazi di pastorale, ma anche la nostra casa è uno spazio di pastorale, anzi è il primo, il principale ed il privilegiato spazio di pastorale, poiché è il luogo dove le pecore del gregge imparano a vivere ciò che hanno imparato dal pastore.

Potremmo dire, senza paura di esagerare, che la nostra casa è parrocchia; infatti, agli inizi del cristianesimo non erano stati ancora costruiti i templi cristiani e tantomeno gli ambienti parrocchiali, perciò tutto si svolgeva nella case dei primi cristiani.

Nelle case si pregava, ci si radunava in assemblea per fare quello che ora chiameremmo il Consiglio Pastorale, si faceva il Catechismo ai piccoli, si ascoltava la Parola di Dio e la sua spiegazione, ovvero la catechesi degli adulti, si celebrava la Santa Messa, si ospitavano i pellegrini, si ascoltavano le testimonianze dei convertiti, si ospitavano i Vescovi (cfr. Gli Atti degli Apostoli dove è specificato chiaramente che S.Paolo ha vissuto nelle case delle coppie cristiane), si sono scritte le Esortazioni Apostoliche, si è scritto del Magistero, sono state scritte alcune lettere di Paolo (Parola di Dio), tanti miracoli di Gesù sono avvenuti in casa, la Sua Ultima Cena era in una casa, il miracolo operato da Gesù della risurrezione della figlia di Giairo è stato in casa, nelle case si battezzava, si invocava lo Spirito Santo… potremmo forse continuare questo elenco, ma speriamo basti a far comprendere come la Chiesa è casa e la casa è Chiesa.

Quando la casa (la Chiesa) non c’è più è come per Pinocchio la morte della bella Bambina: tutto perde di significato, anche la nostra esistenza perde la sua bussola che l’aiuta ad orientarsi. Persa la bella Bambina, perso anche il babbo, ovvero se si perde la Chiesa si perde anche la presenza di Dio nel mondo. Gli sposi sono questa presenza nel mondo.

Coraggio sposi, a noi il compito di far diventare la nostra casa sempre più luogo dove Dio non è solo un ospite benvenuto, ma è Lui la nostra vera casa.

Giorgio e Valentina.

Non è mai troppo tardi!

Dal Sal 97 (98) Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie. Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo. Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele. Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio. Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

Continua la lode della Chiesa al Suo sposo, il Signore Gesù Cristo, attraverso questo Salmo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia. La frase centrale è quella che ci sembra essere come il nocciolo di questi brevi versetti : Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza.

Quando passano tanti anni dal primo giorno di matrimonio, si può perdere un po’ la vista, non tanto quella corporea, inevitabile, quanto quella spirituale. Si rischia di assuefarsi al solito trantran della Messa Domenicale, vissuta magari un po’ apaticamente, e qualche preghierina qua e là durante le giornate segnate dalla frenesia.

Se anche a voi sta succedendo qualcosa di simile, sappiate che il Signore è lì che vi aspetta sulla strada della santità, sulla strada del fervore. Non si è stancato di voi, perché Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà non è mica uno con la memoria corta. Al contrario, Egli vi ha stabilito come Sua icona in mezzo agli uomini, ma non può fare tutto Lui, aspetta che noi ci lasciamo invadere dal Suo amore liberamente e senza costrizioni.

Se siete in un momento di stanchezza nella relazione, sappiate che il Signore ha già pronta la via d’uscita per voi, aspetta pazientemente che ci decidiamo, aspetta ma non molla l’osso, è deciso, è risoluto, non si pente di avervi scelto come coppia Sua, come Sacramento vivente l’uno per l’altra ed insieme per il mondo. Se ci ha uniti nel Suo amore, o meglio, se Lui è in mezzo a noi realmente, sta solo a noi lasciarLo agire, lasciarGli penetrare ogni nostra fibra più intima della nostra relazione sponsale, affinché il mondo, guardando a come ci amiamo noi due, possa vedere, toccare con mano qual è lo stile d’amare di Dio.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Ce l’ha fatta conoscere attraverso la Sua tenerezza di Padre che ci consola nei momenti tristi, ci prende per mano quando siamo stanchi, ci rialza quando cadiamo, ci sopporta quando sbagliamo, ci esorta a dare il meglio di noi quando siamo giù. E lo fa attraverso il solito metodo di sempre: l’umana natura.

In primis si serve del nostro coniuge, ma quando è la coppia ad avere bisogno di aiuto, allora si serve di altre coppie, attraverso incontri, testimonianze, aiuti concreti, momenti di vicinanza reale, inoltre non disdegna di servirsi dei Suoi ministri con prediche, insegnamenti, catechesi, o chissà quali mezzi ha la fantasia infinita dello Spirito Santo.

Molte coppie sembrano un po’ spente, e ci rivelano che non sentono gli aiuti di Dio, si sentono come figli orfani, hanno provato magari a bussare a tante porte in cerca d’aiuto, e non ne hanno trovato giovamento. Siamo sicuri che il Signore non si faccia Provvidenza o siamo noi che siamo un po’ sordi e ciechi?

Se anche le povere righe che state leggendo vi sono d’aiuto, vi fanno intravedere uno spiraglio di luce, allora può essere che la Provvidenza stia bisbigliando al vostro orecchio qualcosa, potrebbe essere l’inizio di un percorso di rinascita.

Non è mai troppo tardi per lavorare nella vigna del Signore, acnhe per quelli dell’ultima ora, coraggio sposi ! Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza. Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà.

Giorgio e Valentina.

Chi ci darà le ali?

Sal 54 (55)  Chi spera nel Signore non resta deluso. Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? Ecco, errando, fuggirei lontano, abiterei nel deserto. In fretta raggiungerei un riparo dalla furia del vento, dalla bufera. Disperdili, Signore, confondi le loro lingue. Ho visto nella città violenza e discordia: giorno e notte fanno la ronda sulle sue mura. Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Questa settimana di Maggio abbiamo un invito chiaro dai Salmi a porre la nostra fiducia nel Signore, e come testimoni credibili di ciò abbiamo una festa mariana, ma anche S. Rita da Cascia. Due donne da cui le spose (in primis) non possono che trarre grande profitto per la propria vita sponsale; se però con la Madonna il gioco è facile ed anche scontato in quanto è La Madre per eccellenza, non lo è affatto con S. Rita, la quale è stata sposa, moglie, madre, vedova e monaca. Potremmo dire che le ha “provate tutte”, per questo le spose possono pregarla e venerarla affinché interceda per le proprie difficoltà.

Abbiamo tirato in ballo la figura di S. Rita perché ci sembra che sulle sue labbra le parole di questo Salmo stiano come il sugo sulla pasta. Ha avuto un marito non molto tenero, un uomo orgoglioso e irruente, appartenente alla fazione ghibellina, probabilmente oggi lo classificheremmo come una sorta di mafioso dell’epoca, ma grazie a Rita si convertì abbandonando la vita da malavitoso e morì sì ammazzato, ma da cristiano, a causa di una vecchia regolazione di conti tra cosche rivali. La vedova, perdonò gli assassini ed ottenne dal Signore che i due figli, ancora giovanissimi, morissero prima di compiere orrendi delitti vendicativi, come insegna anche S. Domenico Savio “piuttosto che peccare, la morte“. L’ultima parte della vita la passò monaca agostiniana.

Quante lacrime versate, quante mortificazioni per ottenere la conversione del marito, quante sofferenze provate, quanta preghiera, quanto avrà sopportato questa santa donna?

Non possiamo quantificare tutto ciò, ma sicuramente questa è la strada per cambiare il mondo, perché il primo mondo da cambiare è il nostro cuore… o pensate che sia stato facile accettare uno sposo di questa portata, e per di più con un matrimonio combinato?

Pensate sia stato facile perdonare gli assassini del marito quando, finalmente, si era convertito (dopo molti anni di sacrifici di Rita), ed aveva appeso le armi al chiodo ritirandosi a vita privata per fare il semplice mugnaio?

Quando sentiamo molti sposi o spose lamentarsi del proprio coniuge come se fosse il diavolo in persona, come se fosse irrecuperabile, tutte le volte accogliamo il lamento di sfogo, ma indichiamo sempre S. Rita come modello. Una vita facile? No. Una vita santa che ha santificato anche il marito ottenendone la conversione? Sì.

Certamente Rita non si è fidata del primo che passava, ma si è fidata nientemeno che del Signore, di Colui che è il Re dei Re, di Colui che ha sconfitto la morte, scusate se è poco, e come dice il Salmo “Chi spera nel Signore non resta deluso” così anch’ella non è rimasta delusa.

Tra le varie vicissitudini e sofferenze, S. Rita trovava riposo solo nella preghiera e nella confidenza nel Signore, anche in mezzo ai guai il suo cuore sembrava volare alto sopra tutto e tutti.

Cari sposi, chi mette le ali al nostro matrimonio? Non la Red bull di sicuro, solo il Signore: Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo? […] Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli.

Coraggio sposi, quando il gioco si fa duro gli sposi nel Signore cominciano a giocare.

Giorgio e Valentina.

Ilmatrimonio secondo Pinocchio /29

Cap. XXII Pinocchio scuopre i ladri, e in ricompensa di essere stato fedele vien posto in libertà.

Continua anche in questo capitolo il tema della trasnaturazione, ne cogliamo un solo aspetto che dovrebbe aiutarci per non finire anche noi ad imbestialirci. Mentre Pinocchio, da bravo cane da guardia, sta nella sua cuccia con le orecchie ben tese, succede che quattro faine lo avvicinano e tentano di corromperlo sperando che anch’egli accetti di buon grado il patto come il suo predecessore, il quale si spartiva il bottino delle faine facendo finta di dormire. E proprio qui sta il punto.

Il burattino si è temporaneamnente degradato allo stato animale, ma è un animale addomesticato e famoso per la fedeltà al padrone, vicino quindi al mondo umano, mentre invece le faine hanno una natura selvatica e ladresca: lo incitano a degradarsi ancora di più.

Il male ha un’oscura trama per cui quando si comincia a percorrerne le vie, esso tenta di assimilarci a sè, portandoci sempre più in basso, come in un vortice che ci spinge sempre più giù, è l’immagine che ha usato anche Dante nella sua Commedia.

Non c’è bisogno di divenire esperti in tutti i vizi, basta cominciare con uno e poi la forza del vortice fa il resto, oppure se volete usare un’altra immagine tenete quella del circolo vizioso. Quello che conta è capire che il male ci chiederà di compiere altro male e con sempre maggiore entità, così come Pinocchio è stato tentato di peggiorare la sua situazione da cane, amico dell’uomo, a bestia selvatica e ladresca quale la faina.

Questo è l’insegnamento che ci viene da questo capitolo: il male chiama altro male e sempre peggiore.

Anche per gli sposi c’è il pericolo di cadere in questo vortice di male, dapprima si comincia con un peccato veniale, magari di pensiero per poi finire di compierne uno peggiore. Usiamo solo a mo’ di esempio un atto adulterino, usato anche da Gesù quando, richiamando l’attenzione sull’adulterio, ha spiegato esplicitamente che questo peccato nasce molto prima del gesto del corpo, comincia con lo sguardo, e se acconsentiamo a quello si passa al pensiero, e se acconsentiamo a quest’ultimo si passa al desiderio, e via di questo passo fino a compiere il gesto concreto, e non è finita qui, poiché poi, al fine di nascondere questo turpe atto, si compiono altri peccati come lo spergiuro o la menzogna, l’inganno o il raggiro.

Come vedete da questo esempio, cari sposi, il male non ha bisogno di vento in poppa per navigare, gli basta un venticello che poi la nave del male ne ha abbastanza per navigare nel nostro cuore a lungo… facciamo in modo che il peccato non metta radici nel nostro cuore.

La prima cosa da fare, non l’unica evidentemente, è quella di ricordarci che noi non siamo cani da guardia di nessuno, ma siamo uomini, creature umane, pensate, amate, volute e redente dal Signore. Anche Pinocchio ha cominciato così il ragionamento prima di dire no alla proposta nefasta delle faine:

-Domando scusa, io non sono un cane!… -O chi sei? -Io sono un burattino. -E fai da cane da guardia? -Pur troppo per mia punizione!…

Questa settimana vi invitiamo a ricordare la verità del nostro essere figli di Dio al vostro coniuge tutte le mattine e tutte le sere.

Giorgio e Valentina.

Dall’immondizia al trono

Sal 112 (113) Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore. Sia benedetto il nome del Signore, da ora e per sempre. Dal sorgere del sole al suo tramonto sia lodato il nome del Signore. Su tutte le genti eccelso è il Signore, più alta dei cieli è la sua gloria. Chi è come il Signore, nostro Dio, che siede nell’alto e si china a guardare sui cieli e sulla terra? Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.

Il Salmo di oggi è un inno alla gloria del Signore, alla Sua essenza divina, la quale, però non rimane estranea agli affari dell’umanità, lo sappiamo bene, tant’è che si è fatto carne, ma il salmista non lo sapeva e quindi ci ha regalato questo inno glorioso.

Ci concentriamo sull’ultima frase, perché uno dei problemi di quest’epoca è quello di aver smarrito i punti cardine della fede, purtroppo anche dentro la Chiesa non mancano i fedeli che vivono con la convinzione di non far niente di male e di non farne a nessuno, solo perché vivono come onesti cittadini, ma il cristianesimo è molto di più. Indice di tutto ciò è il crollo di frequentazione dei confessionali.

Sembra smarrito il senso del peccato, direbbero molti, ma forse c’è ancora qualcosa che precede questo senso del peccato, e ci sembra che si possa riassumere nel pensiero che in fondo in fondo, l’uomo moderno, pensa di essersi fatto da solo. E questo pensiero malsano ci pare stia alla radice del senso del peccato, poiché se io mi sono fatto da solo, non esiste il Creatore, quindi cosa sia il bene e il male lo decido da me stesso.

Tutto chiaro, no? Diremmo che è un ragionamento logico che non fa una grinza, il problema però sta nel fatto che l’uomo moderno sembra aver perso anche il lume della ragione, non solo il senso del peccato. I fatti stessi sono lì a dirci che nessuno di noi ha scelto di esserci nel mondo, nessuno ha scelto di nascere, nessuno ha scelto il proprio nome… ognuno continui la lista come ritiene opportuno. All’uomo moderno bisogna ricordare che l’erba è verde e che le foglie cadono in autunno, pazienza.

Tra le verità che bisogna ricordare al fedele moderno c’è anche quella che Dio è sempre pronto a perdonarci, invece al fedele moderno piace un dio che tutto scusa. Siamo passati da “Dio che tutto perdona” a un dio che tutto scusa.

Nel matrimonio gli sposi trovano un luogo (luogo di relazione) privilegiato, poichè sperimentano ogni giorno cosa sia il perdono dato e ricevuto, sperimentano cosa significhi essere perdonati dopo aver mancato al comandamento dell’amore.

Quando si viene perdonati davvero, l’altro coniuge non fa finta che non sia successo niente, ma ci dona una nuova vita, ci dona un’altra possibilità per riscattare noi stessi, è un atto di stima verso noi stessi e ci sprona al cambiamento, ci sprona a combattere la nostra cattiveria per non commettere più quello sbaglio, per non ricadere più così in basso.

Il perdono è un amore in eccesso, in economia direbbero che è un surplus, il coniuge che dona il per-dono (badare all’etimologia) è come se dicesse : Ti amo di più io intanto che tu non riesci a ricambiarmi… è un super-dono il perdono.

Se applichiamo questa bella esperienza della relazione matrimoniale con la relazione con Dio, allora si capisce meglio come il salmista abbia potuto scrivere: Solleva dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo.

Il Signore fa infinitamente di più di quello che fa il nostro coniuge quando ci dona il suo perdono, poiché ci prende dalla nostra immondizia (cioè nel peccato) e ci fa sedere sul trono dei prìncipi, ovvero tra i salvati, salvati dalla Sua Grazia.

Potremmo desiderare di più? Coraggio allora, sposi, accostiamoci con più frequenza al confessionale per poter sedere più spesso tra i prìncipi.

Giorgio e Valentina.

Non funziona il Self 24h.

Sal 137 (138)  La tua destra mi salva.  Il Signore farà tutto per me.  Signore, il tuo amore è per sempre:  non abbandonare l’opera delle tue mani.

Siamo ancora nel tempo pasquale e la Chiesa ci presenta Salmi ricchi di gratitudine gioiosa nei confronti del Signore, questo è un sentimento che dovrebbe sempre albergare nei nostri cuori, a maggior ragione però nel tempo pasquale che è caratterizzato dal fatto che siamo stati salvati.

Simo stati tratti fuori dalla prigione delle nostre schiavitù, da cui non possiamo liberarci con le nostre mani; è questa una delle tematiche a fondamento di questa preghiera salmodica, ma ora ci lasciamo interpellare da questa Parola di Dio.

La tua destra mi salva. Il tema della destra e non della sinistra non ha nulla a che vedere con le persone mancine (perciò nessuno ne abbia a male se rientra in questa categoria), ma semplicemente la destra è un’immagine per significare la potenza di Dio, la Sua rettitudine, la Sua giustizia e la Sua regalità. Più volte si usa questa metafora nella Bibbia ed ogni volta si ritrovano questi significati espressi nell’immagine della destra. Forse il suo uso nel linguaggio si deve al fatto che le persone mancine sono un risicato numero dell’umanità, ma nessuna di queste si senta in difetto. Quindi se ci ha salvati la destra di Dio è come dire che ci ha salvati la Sua potenza, la Sua forza divina, un po’ come il braccio forte (genericamente il destro) del soldato, il quale brandisce la spada con la destra per colpire mortalmente il nemico… per lo stesso motivo S. Michele Arcangelo è ritratto con la spada nella destra che è scoperta per evidenziare i muscoli, cioè sconfigge Satana con la potenza di Dio.

Molti sposi farebbero cosa buona se meditassero più spesso sulla potenza di Dio che li ha salvati e vuole continuare a farlo ogni giorno del loro matrimonio… sì, il nostro nemico è forte, ma Dio è più forte, Lui è l’Onnipotente, però attende il nostro consenso per poter agire con la Sua forza dirompente nel nostro matrimonio.

Il Signore farà tutto per me. Possiamo ben ripetere col salmista questa frase corta quanto pregnante di fede. Però si nasconde anche una trappola in queste parole, perché taluni potrebbero fraintenderle come una dispensa per l’uomo dal proprio impegno… se dice che farà tutto Lui io cosa mi impegno a fare? E non è così raro incontrare mogli o mariti che non si impegnano a far qualcosa per cambiare il proprio matrimonio… si limitano a dire qualche preghiera e sopportano fino a che ce la fanno, convinti che tanto farà tutto il Signore.

Ma rinunciando alla nostra parte in questa battaglia è un po’ come per un soldato disertare; noi abbiamo dei doveri dati dal nostro stato di vita, ai quali dobbiamo ottemperare. Dio si è fatto carne e continua ogni giorno a volersi far carne impastato nella carne di ogni coniuge, per essere strumento di salvezza per l’altro coniuge. Facciamo un esempio concreto: Dio è sì Onnipotente, ma ha deciso di servirsi di un marito e di una moglie per creare un nuovo uomo, se Lui volesse potrebbe benissimo fare a meno dei due sposi, non ce l’ha già dimostrato con la Madonna? Eppure ha scelto di volere anche la nostra parte come cooperatori alla creazione. Se tutte le coppie di sposi stessero lì sul divano ad aspettare che nasca un bambino ché tanto fa tutto Lui… campa cavallo che l’erba cresce! L’umanità si sarebbe già estinta da un bel pezzo.

Quindi, cari sposi, noi vogliamo tirarci su le maniche e far diventare carne concreta il nostro amore affinché il mondo tocchi con mano l’amore di Dio. Dobbiamo pregare come se tutto dipendesse da Lui, ma agire come se tutto dipendesse da noi.

L’unica cosa che non possiamo fare noi, è salvarci da soli, quello no! E forse è proprio questo il tutto che intendeva il salmista, ovvero quel tutto inteso come la salvezza dal nemico infernale. In questo caso il self 24h non esiste. Coraggio.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /28

Cap. XXI Pinocchio è preso da un contadino, il quale lo costringe a far da cane da guardia a un pollajo.

Nel capitolo precedente si racconta del viaggio di ritorno verso la casa della Fata, ma sul finir del capitolo:

[…] non potendo più reggere ai morsi terribili della fame, saltò in un campo coll’intenzione di cogliere poche ciocche d’uva moscadella. Non l’avesse mai fatto!

Il povero burattino viene catturato da una tagliuola appostata per faine e finisce di scontare la pena della ruberia col fare il cane da guardia al pollaio al posto del defunto cane del padrone del campo. In questo capitolo si entra nei dettagli di questo fare il cane da guardia. E’ il tema dell’imbestiamento.

E’ un tema che ritornerà in seguito, ma al quale è bene dare uno sguardo attento da vicino. L’uomo ha fondamentalmente due strade nella vita, se segue l’una si divinizza se segue l’altra si imbestialisce.

Per fortuna anche in questo capitolo Pinocchio si pente delle proprie azioni e le riconosce, ma ormai il danno è fatto, e dovrà patirne le amare conseguenze; ma è una colpa non grave perciò l’imbestiamento è soltanto momentaneo.

Si potrebbe approfondire molto questa tematica, ma un articolo non ne è la sede, perciò ci basti puntualizzare il fatto che l’uomo si imbestialisce sempre di più quando vive nel peccato, contrariamente a quando vive nella Grazia, che lo divinizza sempre più.

Ora torniamo al solito focus riguardo la realtà matrimoniale: se una coppia di sposi continua a perseverare nel peccato senza pentimento e senza il minimo scrupolo, succede che pian piano si imbestialisce perdendo gradatamente la sua somiglianza con la propria origine, col Creatore.

Per concretizzare facciamo qualche esempio, pensiamo agli atti coniugali propri compiuti nella mentalità della contraccezione o, peggio ancora, compiuti nella mentalità abortista: poco a poco l’altro viene cosificato riducendolo ad oggetto da cui trarre piacere, da cui pretendere piacere, inoltre il proprio corpo viene ridotto alla stregua di un Luna-Park perdendo gradualmente il contatto con la realtà vera della nostra creaturalità. Si perde così non solo la trascendenza e la spiritualità ma si entra in una specie di vita in cui ci si aliena dal proprio io: l’anima continua a gridare la propria origine, tira verso l’Alto ma viene messa a tacere continuamente, essa però è attratta come da una calamita inarrestabile, sicché continua ad “urlare” come può la propria trascendenza, l’uomo per non sentire questa voce continua a silenziarla… l’uomo così si trova a rinnegare se stesso continuamente.

Oppure pensiamo alle coppie schiave del demone della gola: impiegano tutte le proprie energie (di ogni tipo) nel soddisfacimento di tutte le voglie del corpo, dando libero sfogo a tutti i piaceri quali: viaggi, vacanze, crociere, week-end nelle spa, concerti, aperitivi, serate in discoteca, divertimenti leciti ed illeciti senza freni e senza regole… o meglio, con una sola regola, che è il piacere. Per queste coppie i bambini sono un impedimento al proprio piacere, e anche il coniuge è adatto solo se rientra in questa logica egoistica, di utilità: proprio come il comportamento animale.

Come si fa a crescere nell’amare, cioè nel morire a se stessi per l’altro con questo stile di vita? Impossibile.

Pinocchio ci insegna che se si percorre la via sbagliata, la prima forma di pena è l’imbestiamento dell’umana natura. Fortunatamente la sua colpa non è grave, perciò l’imbestiamento è solo operativo e momentaneo, ma noi come stiamo? Cari sposi, non facciamoci mettere il guinzaglio anche noi.

Giorgio e Valentina.

Attraverso l’amicizia, cioè?

Dal Sal 144 (145) Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni. Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre.

Oggi la Liturgia ci offre questo Salmo che fa eco alla lettura di un brano dagli Atti degli Apostoli, nel quale sono narrate varie opere di evangelizzazione e di apostolato. Di questo splendido Salmo useremo solo le prime due frasi, la prima è come una sorta di annuncio programmatico e la seconda ne spiega i motivi, ed è su quest’ultima che vogliamo concentrare la nostra attenzione.

Cominciamo con un aforisma per poi svilupparne i contenuti: La fede passa attraverso l’amicizia.

Ove con il termine “amicizia” intendiamo raggruppare tutte le tipologie di rapporti d’amore, partendo dall’amicizia normalmente intesa fino ai rapporti parentali come quelli tra genitori e figli, tra nonni e nipoti, tra sacerdote e figli spirituali, fino al vertice dell’espressione umana che è quello dell’amicizia sponsale.

Se analizziamo la vita di Gesù raccontata nei Vangeli scopriamo che ha cominciato la sua missione cercando discepoli e radunandoli uno ad uno fino a formare un primo piccolo nucleo, come una sorta di prima cellula della Chiesa. E ogni primo discepolo (quelli divenuti poi i Dodici Apostoli) ha aderito alla proposta di Gesù attraverso un incontro diretto con Lui, oppure passando da un altro discepolo, è l’esempio di Andrea che porta il fratello Simone (il futuro Pietro) da Gesù.

Stiamo ribadendo cose ovvie? Può darsi, ma forse in questo tempo molti sposi dovrebbero fare una revisione, ed ultimamente è meglio ribadire l’ovvio per non cadere in facili fraintendimenti. Continuiamo la nostra disamina dei fatti, in quanto se non ci fosse stato un Andrea discepolo del Signore non avremmo avuto il grande S. Pietro.

Cosa avrà spinto Simone (non ancora Simon Pietro) a credere alla testimonianza del fratello (e qui fratello è inteso proprio come consanguineo) Andrea come già discepolo prima di lui di Gesù?

Sicuramente una parte non indifferente l’avrà fatta la fiducia reciproca, il rapporto d’amore fraterno, il rapporto d’amicizia fraterna che esisteva tra i due, questa è stata sicuramente la molla decisiva che avrà fatto decidere a Simone di fidarsi di Andrea.

E se ci pensiamo un attimo è il metodo unico e privilegiato che il Signore stesso ha scelto per diffondere il Suo regno tra gli uomini; non una regalità imposta dall’alto ma una regalità che conquista i cuori dal basso, cioè dal popolo stesso.

Basta rileggere qualche vita dei santi per accorgersi che ogni santo ha avuto il proprio “Andrea” che l’ha portato all’incontro col Signore; ma anche per noi è successa la stessa cosa a cominciare da Andrea che l’ha detto a Simone, il quale poi l’ha detto a tanti altri, i quali l’hanno detto ad altri ancora, che l’hanno detto ai loro figli, che l’hanno detto ai rispettivi figli… fino ad arrivare ai nostri genitori che l’hanno detto a noi (e ci hanno fatto battezzare), e noi che l’abbiamo detto ai nostri figli.

Tutto questo per dire che la fede ha bisogno di un incontro. E queste poche righe vogliono solo spronare gli sposi a vivere come dei moderni “Andrea” nei confronti dei nostri familiari, dei nostri vicini di casa, dei nostri compagni di calcetto, delle amiche del corso di pilates, dei colleghi di lavoro. Ci sono, per esempio, molte testimonianze di persone che hanno avuto una forte conversione in un pellegrinaggio al quale sono state invitate “per caso” da una collega, da un amico o chiunque esso sia.

Noi, ad esempio, abbiamo ricevuto numerose testimonianze da sposi anziani sul fatto che il matrimonio li abbia salvati, li abbia migliorati come persone prima e come cristiani poi. Frequentemente poi ci capita di assistere ad eventi come S.Messe, insegnamenti, catechesi, incontri, testimonianze e convegni ai quali partecipiamo senza grosse aspettative ma che in realtà si rivelano portatrici di un incontro con la Grazia, perché incontriamo volti, persone più o meno note, vite affaticate o meno, che per noi sono dei moderni “Andrea” che ci portano all’incontro con Gesù.

Cari sposi, coraggio, questo non è il tempo di fare come gli struzzi, ma è il tempo di far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno. … per dirla col Salmo.

Non sia mai che qualcuno non creda perché noi sposi non abbiamo fatto conoscere l’impresa che il Signore ha fatto (e continua a fare) nella nostra vita e la splendida gloria del Suo regno.

Giorgio e Valentina.

Come ricambiare un dono?

Dal Sal 115 (116) Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto ? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore. Adempirò i miei voti al Signore, davanti a tutto il suo popolo. Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli. Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene. A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.

Sarà capitato a tutti di sentirsi a disagio quando, a fronte di un dono ricevuto (di qualsiasi natura esso sia) non si hanno parole né mezzi per contraccambiare con altrettanta gratuità e benevolenza il nostro donatore. Proviamo un senso di giustizia: un desiderio di ripagare a nostra volta il donatore con un dono che in qualche modo almeno si equivalga a quanto ricevuto.

Ma perché accade così? Perchè l’amore chiama amore, dove per amore si intende non un vago e vacuo sentimento passeggero, ma un atto di amore completamente gratuito, frutto anche di sacrifici da parte del donatore.

Se questi nobili valori vengono vissuti e compresi così universalmente nell’esperienza umana, e la natura umana è creata ad immagine e somiglianza di Dio, significa allora che questa esperienza deve caratterizzare anche la nostra amicizia con Dio, il nostro amore a Lui. Ove Lui è il donatore, noi siamo i destinatari dei Suo atti di amore gratuito, il problema, in questo caso, è che noi non potremo mai ricambiare il nostro donatore con atti di amore di eguale portata.

Se infatti la portata dei Suoi atti è una portata infinita, chi di noi uomini può vantare di definirsi infinito?

Un atto di amore infinito richiede (per il senso di giustizia cui accennavamo all’inizio) un contraccambio di valore infinito, ma come potremmo mai noi, creature umane, soddisfare tale giustizia? Mai.

Perciò ci viene in aiuto la Chiesa, la quale ha intuito e compreso che, in realtà, a tutto ciò aveva già pensato Gesù, quando illuminò i Suoi sacri ministri sull’istituzione della Santa Messa.

Abbiamo già trattato un po’ queste tematiche nella serie di articoli dedicate alla celebrazione della Santa Messa Domenicale, ma qui vogliamo ribadire che troppo spesso essa è sottovalutata, per usare un eufemismo, dagli sposi cristiani uniti nel Sacramento. Il salmista si chiede come poter ripagare il Signore per tanti benefici, e subito fa un elenco di azioni sacre, come a dirci che la moneta privilegiata con cui ripagare Dio è proprio la Liturgia, e la Liturgia per eccellenza è la Santa Messa, quasi fosse la mamma di tutte le preghiere liturgiche.

Molti sposi si lanciano in preghiere accorate di ringraziamento al Signore per questa o quella Grazia, esse sono belle ma non sufficienti, poiché il grado più elevato che ci sia di riconoscenza è la Santa Messa. Siccome essa è un’azione di Cristo, e Cristo è il Figlio di Dio, va da sè che l’azione di rendimento di grazie è di grado infinito.

E gli sposi come entrano in questo ringraziamento? Sono innestati in Cristo (vero Dio e vero uomo) col Battesimo e con la Cresima, inoltre sono Sacramento vivente nel Matrimonio. Quindi nell’offerta che Gesù fa al Padre ci siamo dentro in qualche modo anche noi sposi, ecco perché la Santa Messa è la migliore risposta alla domanda del Salmista: Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto? … potremmo rispondere: la Santa Messa, perché solo così rendiamo a Dio un culto degno di Dio.

Coraggio sposi, in questo tempo pasquale potremmo aggiungere al nostro planning settimanale qualche Santa Messa feriale. Con la buona volontà e l’aiuto della Grazia di Dio è possibile.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /27

Cap. XIX – Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro, e per gastigo, si busca quattro mesi di prigione.

In questo capitolo emerge il tema della giustizia, o meglio, del giudizio. Ancora una volta, forse in modo inconsapevole, il Collodi fa vivere al suo protagonista un’esperienza molto simile a quella di Gesù durante la Sua ora, quella della Passione. Infatti il burattino passa da innocente a colpevole, da truffato a truffatore e si ritrova in prigione, si affida ad una giustizia terrena che è descritta in modo caricaturale “Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla[…]” forse per soppesare che non è la vera e assoluta giustizia divina. Non sappiamo se il Collodi avesse in mente questo paragone, forse voleva solo lanciare una critica dallo stile ironico al proprio mondo, ma di fatto ci dà lo spunto per riflettere sul tema del giudizio.

E non ci stiamo riferendo al giudizio particolare, quello cioè che aspetta ogni anima all’arrivo nell’aldilà, ma del giudizio in senso più largo, quello che alberga dentro le nostre coscienze, quello che smuove le nostre azioni.

Senza il giudizio tutta la vita si appiattisce, cosa è grande e cosa piccolo? Cosa è vero e cosa è falso? Cosa è bello e cosa brutto? Cosa è giusto e cosa ingiusto? Si capisce subito che senza un giudizio vivremmo come in uno stagno ove l’acqua non ricircola e non si rigenera, tutto è torbidamente uguale.

Verso la fine del capitolo Pinocchio esce di prigione con uno stratagemma: accetta i valori culturali prevalenti e fa autocritica: “Sono un malandrino anch’io“, cede agli schemi convenzionali che lo circondano, alle aspettative sociali, però, così facendo, rinuncia alla verità su se stesso. Il pentimento è molto diverso, poiché in esso l’uomo è conquistato dalla forza della verità, si arrende a Dio e ridiventa uomo, mentre con questa sorta di autocritica mondana l’uomo si arrende all’uomo e si disumana perché perde la propria identità, la verità su se stesso.

Cari sposi, abbiamo tanto da imparare da questo capitolo di Pinocchio, non lasciamoci ingannare dal mondo con i suoi schemi pur di scampare alla prigione.

Facciamo solo un esempio concreto per esplicitare meglio il concetto: una coppia vive una crisi profonda a causa di un adulterio, ecco che la giustizia di questo mondo (lo scimmione della razza dei Gorilla) suggerisce di trovarsi un altro e loda la coppia che riesce a farlo con la scusa infondata e balorda che ogni coniuge “ha il diritto di rifarsi una vita“; se invece questa coppia decide di prendere il toro per le corna e affrontare tale crisi con tante fatiche e dolori, quali il perdono, la riconciliazione, la fatica di ripartire, di ricominciare una relazione, di riconquistare il proprio coniuge, di aspettare che ritorni, di affidarsi alla Providenza con la preghiera, il sacrificio… ecco che la coppia viene “messa in prigione” alla stregua di Pinocchio, da degna di benevolenza passa a degna di biasimo da parte di amici, parenti e familiari.

Per uscire da questa prigione basta conformarsi al mondo e dichiararsi “malandrino” come fa Pinocchio pur di uscire da dietro le sbarre.

Voi che fareste? Buona meditazione.

Giorgio e Valentina.

Un appello al cuore.

Esatamente 44 anni fa, Giovanni Paolo II tenne una piccola catechesi durante l’udienza generale del Mercoledì, la quale ci aiuterà nella nostra riflessione. L’udienza ha per titolo “Cristo fa appello al “cuore” dell’uomo“.

Riportiamo due brevi passaggi:

Come argomento delle nostre future riflessioni – nell’ambito degli incontri del mercoledì – desidero sviluppare la seguente affermazione di Cristo, che fa parte del discorso della montagna: “Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore (Mt 5,27-28). […] Oltre al comandamento “non commettere adulterio”, il decalogo ha anche “non desiderare la moglie del… prossimo” (cf. Es 20,17; Dt 5,21). Nella enunciazione del discorso della montagna, Cristo li collega, in certo senso, l’uno con l’altro: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio nel suo cuore”. Tuttavia, non si tratta tanto di distinguere la portata di quei due comandamenti del decalogo, quanto di rilevare la dimensione dell’azione interiore, alla quale si riferiscono anche le parole: “Non commettere adulterio”. Tale azione trova la sua espressione visibile nell’”atto del corpo”, atto al quale partecipano l’uomo e la donna contro la legge dell’esclusività matrimoniale.

La nostra riflessione non vuole toccare il tema dell’adulterio, ma evidenziare come l’azione cattiva non nasca nel corpo, ma nel cuore. Sentiamo spesso sposi che si vantano di non aver mai tradito il coniuge, però le loro parole si riferiscono soltanto all’atto del corpo.

Ma Gesù ci ha insegnato che il problema non sta nel corpo, il quale esterna ciò che c’è nel cuore. E questo è proprio uno dei temi cari a questo blog, e cioè renderci sempre più conto che il nostro corpo è il mezzo espressivo dell’amore, non è l’amore. Il corpo ha la funzione di rendere visibile l’amore, di incarnarlo.

Ciò che dobbiamo curare nella relazione sponsale non è tanto all’esterno, nel corpo, ma ciò che c’è nel cuore, se cureremo quello, in automatico poi le azioni del corpo saranno riflesso di ciò che alberga nel cuore.

Tornando all’esempio di Gesù riguardo ad un adulterio: se l’uomo non guardasse quella donna per desiderarla, non ci sarebbe poi l’atto carnale. Quindi il problema sta nel cuore, è lì che quest’uomo ha deciso di guardare la tal donna, è lì che l’ha desiderata.. la frittata è già fatta!

Un bravo sacerdote ci fece capire questo con un esempio molto semplice: quando hai il raffreddore è inevitabile lo starnuto, quello che devi curare è il raffreddore e non lo starnuto che ne è il sintomo.

Ecco perché il Papa fece questo appello al cuore, per esortarci a porre attenzione a ciò che c’è nel cuore. Dobbiamo imparare sempre più a sondare cosa c’è nel nostro cuore, nel nostro intimo, la stanza intima dove si prendono le decisioni, dove la nostra coscienza deve vagliare tutto e rigettare ciò che non è conforme alla legge di Dio.

Molti sposi sembrano impantanati come nelle sabbie mobili, ed ogni volta ci raccontano la stessa solfa, ma finché non decidono nel cuore di amarsi con lo stile di Dio, non cambierà mai niente.

Coraggio sposi, il Signore ha lanciato un appello al nostro cuore, rispondiamo con generosità, Lui ripaga già in questa vita 100 volte, oltre ogni aspettativa.

Giorgio e Valentina.

Affidatevi al miglior muratore di sempre

Dal Sal 117 (118) […]La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo. Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi. Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo! […]

Questo Salmo è pregato durante l’ottava di Pasqua, noi ne abbiamo riportato solo un versetto, ma esso è più lungo e più ricco perciò vi esortiamo a leggerlo e pregarlo tutto. Ovviamente questo versetto si riferisce al Cristo risorto, il quale è quella pietra scartata (sulla croce) ma che poi è divenuta la pietra sulla quale regge tutta la struttura.

Sappiamo bene che Gesù è risorto (e asceso poi al Cielo), e noi con il Battesimo siamo incorporati alla Sua morte e alla Sua risurrezione. Grazie a questo accesso alla Grazia di Cristo, noi abbiamo la possibilità di risorgere a vita nuova, che dovremmo aver sperimentato anche in questa Santa Pasqua. Ma il Signore è magnanimo e non limita la Sua azione misericordiosa al solo tempo quaresimale e/o pasquale, ma noi possiamo risorgere ogni qualvolta cadiamo in basso a causa dei nostri molti peccati, anche più volte al giorno se necessario.

Recentemente abbiamo incontrato diverse coppie di sposi che ci hanno testimoniato come il Signore le abbia prese da una situazione di crisi matrimoniale per alcuni, di malattia per altri, di lontananza dalla fede per altri ancora, e li abbia fatti rinascere nuovamente, una rinascita ad una vita nuova nella gioia del Risorto, nella Sua pace che non è quella che dà il mondo.

Questi sposi benedicevano quella situazione di crisi, di malattia o altro, perché essa è stata la causa della loro risurrezione, la causa di incontro col Risorto, senza quella il loro cuore non si sarebbe gettato nelle braccia misericordiose del Signore e Lui non avrebbe potuto compiere nuovamente la risurrezione a vita nuova.

Cari sposi, qual è la vostra pietra scartata? E perché l’avete scartata?

Ogni coppia di sposi può esaminare la propria storia passata o presente e trovare una pietra scartata dalla coppia stessa, ma non scartata dal Signore. Molte coppie vivono situazioni complesse e complicate dalla propria ottusità, dalla propria mancanza di fiducia nella onnipotenza del Signore; basterebbe prendere questa pietra e metterla nelle mani, o meglio sulla cazzuola, del miglior muratore, il quale sa prenderla e trasformarla in una pietra angolare.

Molti sposi ci hanno testimoniato che nella loro storia c’è un prima e un dopo rispetto a quella crisi, a quella malattia, a quella conversione, esso è divenuto uno spartiacque tra prima e dopo, tra la vita vecchia e la vita nuova nel Risorto. Per essi quella pietra che avevano scartata perché ritenuta di scarso valore, è divenuta invece la pietra angolare, quella su cui si regge la costruzione.

Il Signore non butta via niente della nostra vita, prende tutto e trasforma.

Vi riportiamo un solo un esempio: San Giovanni Bosco rimase orfano di padre alla tenera età di 2 anni e crebbe con la mamma Margherita, seconda moglie del padre dopo la precoce vedovanza dalla prima. Quindi se la prima moglie del suo papà non fosse morta, non sarebbe nato Giovanni, inoltre la mamma diventò poi un’indispensabile aiuto alla missione del giovane sacerdote torinese, il quale, fortificato dall’esperienza della precoce orfanità paterna divenne un grande padre per centinaia, forse migliaia di ragazzi: un grande santo.

Come vedete, il Signore non butta via niente, ma Lui fa nuove tutte le cose!

Se Lui non le butta, perché dobbiamo farlo noi?

Coraggio sposi, basta affidarsi al miglior muratore di sempre.

Giorgio e Valentina.

Il matrimonio secondo Pinocchio /26

Pinocchio ritrova la Volpe e il Gatto, e va con loro a seminare le quattro monete nel Campo de’ miracoli.

In questo capitolo XVIII ci sembra doveroso soffermarci un poco a riflettere su cosa possano rappresentare le quattro monete di Pinocchio, noi propendiamo per le quattro virtù cardinali, troppo spesso lasciate nel dimenticatoio da molti sposi cristiani.

Ora, non si tratta di un articolo di dottrina, ma almeno possiamo enunciarle a mo’ di pro-memoria: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Esse sono state ampiamente trattate dai vari Padri e Dottori della Chiesa, il Magistero è molto ricco, e da questa ricchezza cogliamo solo un aspetto circa la virtù della giustizia come fosse una goccia in un mare, consci che le nostre povere parole vogliono solo offrire uno stimolo di meditazione.

E lo facciamo lasciandoci aiutare dalla straordinaria figura del glorioso San Giuseppe, il padre putativo di Gesù. Nel Vangelo di Matteo troviamo questa breve presentazione:

Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto (Mt 1,18-19)

L’uomo giusto, per quella società era colui che viveva rispettando la Legge, la famosa legge di Mosè, e fin qui nulla da obiettare, senonché questa legge ordinava di esporre al pubblico ludibrio una donna colta in flagrante adulterio, per poi lapidarla ( basti ricordare l’episodio raccontato in Gv 8,1-11 con l’adultera e Gesù che usa quella espressione divenuta celebre: “chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” ). Ma allora perché Giuseppe non l’ha fatto, pur essendo definito uomo giusto?

Lui, ancora prima dell’intervento angelico, decide di licenziarla in segreto perché sicuramente aveva capito che Maria era intatta nella sua verginità e nella sua purezza, nonostante ciò non capisce tutto subito, prende allora la decisione di andare oltre la legge di Mosè, senza per questo rinnegarla né sminuirla. Con la sua decisione avrebbe salvato la reputazione della fidanzata Maria senza per questo appesantire il proprio cuore di un qualche senso di colpa morale contro l’intransigenza della legge di Mosè… con termini moderni diremmo che avrebbe salvato “capra e cavoli”.

Il resto della storia la conosciamo tutti, ma noi vogliamo soffermarci a riflettere su questa decisione, perché sicuramente essa è arrivata dopo lunga riflessione da parte di San Giuseppe, e possiamo tranquillamente affermare che lui abbia applicato la virtù della giustizia non senza l’ausilio delle altre tre virtù; infatti usa prudenza (“in segreto”), usa temperanza poiché non si fa prendere dal panico e prende tempo, infine usa la fortezza perché di fronte ad una tale prova dimostra grande capacità di dominio di sé andando anche contro, o meglio, oltre la legge di Mosè.

Queste quattro virtù sono dette cardinali perché fanno da cardine, cioè sono base, sostegno e fondamento delle altre virtù, dobbiamo quindi imparare a farne buon uso e non fare come Pinocchio, il quale sembra imitare a sua volta il servo malvagio della parabola dei talenti.

Dobbiamo imparare a praticare queste quattro virtù e non lasciarci ingannare dal Gatto e la Volpe del nostro tempo, i quali ci istigano a sotterrarli per poi non ritrovarne più nemmeno uno. Qualche esempio?

Il Gatto e la Volpe moderni ci dicono che è meglio vendicarsi di un torto subito (giustizia), ci dicono di godere dei beni di questa vita come e quando vogliamo (temperanza), ci dicono di perseguire il nostro “sentirci bene” senza limiti (fortezza), ci dicono infine di scegliere cosa ci piace seguendo il nostro “cuore” (prudenza). Il campo dove giocare la partita delle virtù cardinali è innanzitutto, per noi sposi, la nostra relazione sponsale, il nostro matrimonio. Le monete in nostro possesso sono davvero d’oro, ma per il loro impiego non bisogna affidarsi al Gatto e alla Volpe.

Giorgio e Valentina.