Il Verbo si è fatto carne negli sposi

Cari sposi, siamo grati e riconoscenti al Signore per il dono del 2025, come anche per poter iniziare nella sua Grazia il 2026. Secondo la Liturgia, con la Vigilia del 24 dicembre e fino al Battesimo di Gesù, abbiamo iniziato il tempo di Natale, un periodo in cui la Chiesa ci fa meditare gli eventi legati all’infanzia di Cristo ma anche per aver l’occasione di “digerire” così tante solennità e feste ravvicinate. In un certo senso, è quello che spesso sperimentiamo, tra così tanti pranzi e cene, nel voler permettere al corpo di assimilare le molte prelibatezze natalizie.

In particolare, oggi la Parola ci pone davanti due grandi verità che sono collegate a vicenda. Da una parte la prima lettura si rispecchia nel Vangelo e tutto gira attorno al fatto che Cristo è la Sapienza del Padre ma S. Giovanni si spinge oltre usando l’espressione “Verbo”. Gesù non è un attributo divino, quale appunto si poteva intendere con l’espressione “sapienza” ma è Dio stesso, è Parola, Ragione, Amore fatto Persona. Con l’Incarnazione Dio smette di essere un’idea di qualche filosofo o pensatore e si autorivela agli uomini nella sua vera identità.

Per questo, ed è l’altra verità fondamentale, noi siamo realmente benedetti. Difatti, senza alcuna pretesa di superiorità o di polemica sterile, noi cristiani possiamo affermare con certezza di aver ricevuto un Dono che non ha eguali in altre religioni. Se ci addentriamo nei testi principali dell’Islam, del Buddismo, dell’Induismo, dell’Ebraismo… noi non troviamo nulla di simile a quello che esprime il Vangelo odierno. Noi cristiani siamo smisuratamente benedetti, cioè ci è capitata una Grazia così straordinaria che sovente facciamo fatica ad accettarla, tanto è incommensurabile.

Lo diceva molto bene Papa Francesco: “Il Vangelo, con il Prologo di San Giovanni, ci mostra la novità sconvolgente: il Verbo eterno, il Figlio di Dio, «si fece carne» (v. 14). Non solo è venuto ad abitare tra il popolo, ma si è fatto uno del popolo, uno di noi! Dopo questo avvenimento, per orientare la nostra vita non abbiamo più soltanto una legge, una istituzione, ma una Persona, una Persona divina, Gesù, che ci orienta la vita, ci fa andare sulla strada perché Lui l’ha fatta prima” (Angelus 5 gennaio 2020).

E poi prosegue il Papa: “San Paolo benedice Dio per il suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo (cfr Ef 1,3-6.15-18). In questo disegno ognuno di noi trova la propria vocazione fondamentale. Qual è? Così dice Paolo: siamo predestinati ad essere figli di Dio per opera di Gesù Cristo. Il Figlio di Dio si fece uomo per fare noi, uomini, figli di Dio. Per questo il Figlio eterno si è fatto carne: per introdurci nella sua relazione filiale con il Padre” (Angelus 5 gennaio 2020).

Seguendo lo stesso pensiero, anche voi sposi trovate nel Natale la vostra altissima vocazione di essere introdotti in una relazione altrettanto speciale con Gesù. Quella di essere nientemeno una reale ripresentazione del Mistero di Betlemme. Lo ha espresso con parole assai audaci San Giovanni Paolo II: “L’analogia del matrimonio, come realtà umana, in cui viene incarnato l’amore sponsale, aiuta in certo grado e in certo modo a comprendere il mistero della grazia come realtà eterna in Dio e come frutto «storico» della redenzione dell’umanità in Cristo” (Udienza del 29 settembre 1982).

L’incarnazione del Verbo si riflette, in modo certamente analogico ma reale, nell’amore sponsale. Per questo voi sposi siete oltremsura benedetti, non per merito o bravura personale, ma per grazia e sovrabbondanza di Dio e di questo dovete esserne fieri e lieti.

Cari sposi, se il tempo di Natale ve lo permette, vi invito a portare nella preghiera questa meravigliosa realtà: l’Incarnazione del Verbo è divenuta parte della vostra relazione di amore per la grazia del sacramento del matrimonio.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un Natale di qualche anno fa, con i bambini piccoli, la casa in disordine e la stanchezza addosso. Io e mia moglie avevamo discusso per sciocchezze, il cuore era tutto fuorché “spirituale”. Poi, la sera, davanti al presepe, ci siamo presi per mano in silenzio. Niente parole alte, solo una presenza. In quel momento ho capito che il Natale non chiede coppie perfette, ma coppie vere. Anche il nostro amore fragile, riconciliato, diventava spazio perché Gesù nascesse di nuovo. Non come idea, ma come vita incarnata dentro la nostra storia.

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Un modello non troppo lontano

Cari sposi, siamo nella gioia interiore perché il Natale ci ha ricordato che “la Sua non è un’apparizione fugace, Egli viene per restare e donare sé stesso” (Papa Leone, Messaggio e benedizione Urbi et Orbi 2025). Il senso profondo di questa solennità è che Gesù è con me sempre e non mi abbandona mai.

Oggi celebriamo un’altra festa che è collocata proprio a ridosso della Natività di Cristo per un motivo ben preciso. Infatti, questo tempo ci ricorda che il Figlio di Dio assume pienamente la condizione umana e la vive in modo concreto, all’interno di una famiglia reale, con relazioni, obbedienza, lavoro, crescita e quotidianità. La Sacra Famiglia manifesta che Dio nasce dentro una famiglia e la vita familiare diventa così luogo di santificazione.

E il Vangelo odierno ci mostra che la santità non è un’astrazione o fuga dalle circostanze in cui ci si trova ma è anzitutto la ricerca della volontà di Dio, di quel Progetto meraviglioso con cui Lui mi ha pensato da sempre. Oggi il focus è tutto su Giuseppe, un uomo che non parla ma si sforza di agire secondo questa volontà.

Il suo grande compito è di custodire, di proteggere Maria e Gesù non solo dalle insidie vere e proprie ma di creare un ambiente di vita degno, sicuro, accogliente. Quanto abbiamo bisogno noi maschi di guardare a quest’uomo davvero virile, completo, maturo! Quanto di Giuseppe ha preso Gesù: nella pazienza con cui ha gestito gli svarioni caratteriali di Pietro & Co., nella laboriosità con cui ha gestito per anni la medesima officina di falegname, nello spirito di preghiera con cui condiva le sue giornate fin dal mattino, nel profondo rispetto con cui ha trattato le donne che ha incontrato ogni giorno… e tanto altro.

Giuseppe ha saputo costruire piano piano la sua “casa” assieme a Maria per educare il loro Figlio e la bussola che l’ha guidato è sempre stata la volontà di Dio. Se per Gesù, il cibo era “fare la volontà del Padre mio” (cfr. Gv 4, 34) da un punto di vista umano questo l’ha imparato da Giuseppe.

Magari qualcuno pensa che la Sacra Famiglia sia un modello di vita esagerato e sproporzionato; tuttavia, è assai confortante constatare che per loro la ricerca e il compimento della Volontà di Dio non è stato mai facile e l’hanno realizzata spesso con fatica e – perché no? – con qualche perplessità, proprio come capita a noi.

Cari sposi, che la grazia del matrimonio, ulteriore segno che Gesù è veramente con voi e vi accompagna sempre, vi aiuti a vivere sempre attenti a restare e permanere nel Sogno che Dio ha pensato su voi come marito e moglie, come famiglia. Illuminanti e motivanti in tal senso sono le parole di Papa Francesco: “Maria, Giuseppe, Gesù: la Sacra Famiglia di Nazareth che rappresenta una risposta corale alla volontà del Padre: i tre componenti di questa famiglia si aiutano reciprocamente a scoprire il progetto di Dio. Loro pregavano, lavoravano, comunicavano” (Omelia 29 dicembre 2019).

ANTONIO E LUISA

San Giuseppe è un vero uomo. E noi uomini tutti, mariti e consacrati, fidanzati e single, possiamo prenderlo ad esempio. Essere uomo non solo piace alla nostre donne ma è ciò che Dio vuole da noi. Un uomo è capace di scelte definitive, un uomo non si risparmia per il bene delle persone che ama, un uomo è una persona di cui ci si può fidare, un uomo è capace di spostare lo sguardo da sè all’altro. Un uomo è capace di sacrificio e trae la sua gioia dalla gioia che riesce a donare a chi ha vicino. Se il paragone con Gesù ci pare troppo pensiamo a San Giuseppe e di quanto sia stato tutte queste cose quando ha portato in salvo e custodito la Santa Famiglia.

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Il dono natalizio della fede

Cari sposi, oramai è prossimo il giorno di Natale, l’Avvento è agli sgoccioli. L’attesa è compiuta e tutta la Parola di oggi ci colloca già nell’anticamera di Betlemme. E allora quale miglior preparazione immediata che riascoltare una delle “annunciazioni” di Gesù, rivolta a Giuseppe?

Se ci immedesimiamo nelle sue circostanze, possiamo solo restare ammirati e stupiti dalla fede che dimostra davanti a un fatto di per sé drammatico e sconcertante. Una fede, infatti, che non veniva affatto spontanea in un frangente del genere.

Difatti, secondo la prassi ebraica di allora, Maria era già formalmente sua moglie per aver iniziato il kiddushin con cui si erano scambiate le promesse tra loro e solo mancava la celebrazione con il banchetto affinché il matrimonio fosse completo. Proprio in questo lasso di tempo, Giuseppe viene a sapere della gravidanza di Maria, subendo durissimo colpo al cuore e sperimentando una profonda delusione nei suoi confronti. Eppure, egli agisce in modo del tutto diverso da quello che nel suo milieu sarebbe stato usuale.

Anche se avesse optato per la soluzione più soft, di certo, però, la notizia del tradimento della moglie prima o poi sarebbe trapelata trasformandosi inesorabimente in una macchia disonorevole e scandalosa, un’infamia traumatica, che avrebbe senz’alcun dubbio precluso per sempre a Maria un nuovo matrimonio e condannandola ad una triste solitudine per il resto dei suoi giorni.

Eppure, Giuseppe, in fin dei conti, compie un gesto eroico: sfidando l’evidenza si fida di Dio e accoglie Maria così com’è, dimostrando una fede profondissima, speculare a quella della sua consorte qualche mese prima. Questo ci mostra come la volontà di Dio passa per vie a noi il più delle volte ignote. Ma è proprio quando Lui ci scombina i piani e noi, comunque, ci fidiamo che poi accadono meraviglie!

Il Signore vuole dirci che è con questa fede che ci possiamo approcciare al Natale e solo se noi ci sintonizziamo con l’atteggiamento di Maria e Giuseppe possiamo incontrare personalmente Gesù. Al contrario sarà di certo una gran bella festa tradizionale, tra panettoni, torroni e panpepato, però senz’anima, senza una vera conversione.

Sul versante nuziale questo ha un’importante ricaduta, perché il matrimonio cristiano è di più di un semplice innamoramento tra uomo e donna, reso stabile dal patto. Richiede anch’esso un atto di fede non minore di quello di Giuseppe e di Maria nei confronti della Presenza di Dio tra di loro.

Lasciamo perciò che sia San Giovanni Paolo II a ricordarci quanto sia importante la fede vissuta, una fede che getti luce sullo sguardo reciproco tra gli sposi, per non ridursi nel tempo a fissarsi nei difetti reciproci:

“Il momento fondamentale della fede degli sposi è dato dalla celebrazione del sacramento del matrimonio, che nella sua profonda natura è la proclamazione, nella Chiesa, della Buona Novella sull’amore coniugale: esso è Parola di Dio che «rivela» e «compie» il progetto sapiente e amoroso che Dio ha sugli sposi, introdotti nella misteriosa e reale partecipazione all’amore stesso di Dio per l’umanità. Se in se stessa la celebrazione sacramentale del matrimonio è proclamazione della Parola di Dio, in quanti sono a vario titolo protagonisti e celebranti deve essere una «professione di fede» fatta entro e con la Chiesa, comunità di credenti. Questa professione di fede richiede di essere prolungata nel corso della vita vissuta degli sposi e della famiglia: Dio, infatti, che ha chiamato gli sposi «al» matrimonio, continua a chiamarli «nel» matrimonio” (Familiaris consortio 51).

Quanto dice il Papa si riflette anzitutto nella fede genuina di Giuseppe e di Maria. Infatti, come Giuseppe ha guardato con fede Maria, anche nell’ora della prova e viceversa Maria ha visto nella fede Giuseppe come l’uomo che avrebbe rispettato la sua scelta verginale, parimenti voi sposi siete chiamati ad usare il grande dono della fede per vedervi come parte di un Progetto più grande di voi, uno sguardo che il buon senso non riuscirà mai a raggiungere. Perciò, solo nella luce proveniente da quella Grotta avrete quella sicurezza e certezza di essere sulla strada giusta e la conferma di vedervi secondo gli occhi di Dio.

ANTONIO E LUISA

Ci si sposa quasi sempre con un’idea in testa: come dovrebbe essere il nostro matrimonio, la nostra famiglia, persino noi stessi come sposi. Poi la vita arriva, sorprende, spiazza, mette alla prova. È successo anche a noi. E lì si capisce una cosa decisiva: l’ideale, se non incontra il reale, diventa una fuga. Il matrimonio non è costruire la famiglia perfetta, ma imparare a stare nella realtà così com’è. È cercare Gesù nel qui e ora, nelle fatiche, nei limiti, nelle gioie imperfette. È ritrovarsi davvero, e insieme ritrovare Cristo, non nell’idea, ma nella vita vissuta.

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La gioia di essere profeti

Cari sposi, la medicina è concorde nell’affermare che la risata ha un potere curativo sul corpo perché stimola la produzione di endorfine, serotonina e dopamina, ovvero i neurotrasmettitori associati al piacere, alla motivazione e al benessere.

Oggi la Liturgia ci invita alla gioia, che è ben di più di una semplice risata ma in un certo senso la comprende. La Chiesa, nella sua saggia pedagogia, ci aiuta prepararci ancora meglio al Natale con un’attenuazione del carattere penitenziale dell’Avvento, che nei primi secoli aveva un’impostazione più marcatamente ascetica. Essa segnala che la celebrazione del Natale è ormai vicina e invita a una gioia anticipata, pur nel contesto dell’attesa, soprattutto dopo il tono più severo della domenica scorsa.

Da un punto di vista scritturistico dove emerge la gioia? Non pare che né Giovanni il Battista, né Giacomo invitino esplicitamente ad essa. La gioia è la conseguenza di un’attesa spasmodica che viene esaudita. Provate a pensare cosa avete sperimentato arrivando al termine di uno snervante periodo di studi, oppure alla conclusione dei lavori di costruzione della propria casa, o dell’esito positivo delle analisi dopo anni di cure…

Giovanni Battista è l’ultimo di una serie numerosa di profeti – dai 16 canonici ai 27 includendo quelli che non hanno lasciato scritti – spalmati in un tempo di quasi 1000 anni di storia. Che enorme sospensione vi era in Israele nei confronti del Messia! E Giovanni lo vede, lo tocca, ci può parlare! Da qui la gioia grande: colui di cui hanno parlato da Samuele in poi, passando per Ezechiele, Geremia, Naum, è finalmente tra noi.

È in definitiva la gioia di una Presenza che però in apparenza non è abbagliante, non suscita grande scalpore, passa quasi inosservata. È lo stile di Dio, che vuole agire in medias res, senza dare nell’occhio se non di chi ha uno sguardo di fede.

Per questo, la gioia dell’attesa che celebriamo oggi, è anche la gioia di voi sposi nel rendervi conto di vivere in Cristo per una singolare grazia che avete ricevuto nel matrimonio. Anche voi sposi infatti siete profeti di Cristo. Lo afferma con chiarezza Giovanni Paolo II:

«I testi dei Profeti hanno grande importanza per comprendere il matrimonio come alleanza di persone (ad immagine dell’alleanza di Jahvè con Israele) e, in particolare, per comprendere l’alleanza sacramentale dell’uomo e della donna nella dimensione del segno. Il “linguaggio del corpo” entra – come già in precedenza è stato considerato – nella struttura integrale del segno sacramentale, il cui precipuo soggetto è l’uomo, maschio e femmina”» (Udienza 19 gennaio 1983).

Cioè, mentre i profeti prima di Cristo parlavano soprattutto per annunciare la venuta di Cristo, voi sposi con il vostro amore, con i vostri corpi, con la vostra vita annunciate che Gesù è in mezzo a noi. Si tratta di un dono grande da ricordare ogni giorno e il Natale a sua volta ve lo rammenta, che Gesù si è fatto carne in mezzo a voi.

ANTONIO E LUISA

Essere luce del mondo e profeti dell’amore non significa essere perfetti, ma autentici. Lo siamo proprio nelle nostre fatiche, fragilità e ferite. Una famiglia senza difetti non sarebbe credibile né d’aiuto: sarebbe distante dalla vita reale. La vera testimonianza nasce da come viviamo le relazioni, da come trasformiamo le fragilità in accoglienza, il limite in perdono, la fatica in dono d’amore. Proprio così diventiamo sale della terra. Molte coppie sono luce per altre senza saperlo, convinte di non essere abbastanza. Spesso guardiamo a ciò che manca, dimenticando il valore e la forza che già possediamo.

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Gelosia nuziale

Cari sposi, uno dei brani di musica classica che preferiva mio papà era il “Dies Irae” di Giuseppe Verdi, tratto dalla sua Messa da Requiem, composta in occasione della morte dell’amico Alessandro Manzoni. Chi l’ha ascoltata non può sobbalzare nell’udire la descrizione uditiva del Giorno del Giudizio Universale con immagini potenti, la tromba che risveglia i morti, la natura stupita e la resurrezione delle creature per rispondere al giudice, mentre il libro della vita svela ogni peccato e nulla resterà impunito.

Leggere la Liturgia odierna e in particolare il Vangelo ci riporta un po’ a questo clima drammatico di sapersi destinati a un giudizio che metterà in luce ogni momento e ogni atto della nostra vita. Ma la figura di Giovanni il Battista, con il suo tono sferzante e sfidante, può sembrare forse stridente con il clima un tanto “sdolcinato” del Natale.

È allora l’occasione per capire meglio cosa si intende per “ira di Dio”. Sappiamo che l’ira di Dio non va intesa come uno sfogo irrazionale e passionale di vendetta o collera emotiva, come ahimé accade a noi quando arriviamo al limite. Ricordiamo cosa dice il Catechismo al riguardo, cioè che Dio non è “adirato” come l’uomo, perché “attribuire a Dio emozioni come la collera non significa che Dio provi tali sentimenti, ma che la sua giustizia rifiuta il male” (CCC 370; cfr. CCC 211, 277).

Quindi l’ira va capita come una manifestazione della Sua santità e giustizia intrinseca in risposta al peccato di ogni persona. Se vedessimo un figlio piccolo azzannato da un cane, come sarebbe la nostra reazione? D’istinto, avremmo una risposta energica davanti a un pericolo imminente: tale è l’ira di Dio, cioè la Sua radicale ripugnanza e opposizione verso tutto ciò che è peccato e ingiustizia.

Ecco come Benedetto XVI chiarisce spesso il significato dell’“ira” biblica: l’ira di Dio è la reazione della sua santità contro il male… non è un sentimento, ma la giustizia che si oppone all’ingiustizia (Udienza generale, 9 maggio 2012). In questo senso, Giovanni Battista, rivolgendosi ai Farisei e Sadducei, li mette in guardia contro il Giudizio che Dio sta per eseguire, invitando a una pronta conversione e a frutti degni di penitenza per sfuggirvi (Mt 3,8).

È molto interessante notare che l’ira di Dio ha un legame con la gelosia di Dio nel vedere che il suo popolo si allontana dall’Alleanza. Tale è senso ultimo degli avvertimenti di Giovanni Battista, il quale, come tanti suoi predecessori, si pensi a Osea, Isaia, Geremia…, hanno utilizzato la metafora sponsale per far comprendere al popolo come la pensa e soprattutto cosa prova Dio nei confronti di Israele: Dio è lo Sposo che ama la Sposa, anche quando questa è infedele e si allontana da Lui. Il peccato della Sposa è causa di profonda “passione” e gelosia nel Cuore divino. In ciò consiste l’ira, come lo sforzo e la volontà di riconquistare ogni persona ad un rapporto di vero amore con Sé.

In questo senso cari sposi, vediamo così l’invito del Battista alla conversione. Non è l’ennesimo dovere che ci autoimponiamo in occasione dell’Avvento, della serie: “stavolta sì che miglioro la mia vita!”. Piuttosto è la naturale conseguenza del sentirmi amato, atteso, voluto, desiderato dallo Sposo Gesù.

L’Avvento per voi sposi può essere l’occasione per cogliere con un accento diverso e più intenso il modo concreto con cui Gesù vi ama e che sia proprio questo a smuovere la vostra volontà e lasciarsi trasformare da Lui. Il Signore è instancabile nell’attendere il nostro “sì”, come ci ricorda Papa Francesco:

E ricordiamoci ancora una cosa: con Gesù la possibilità di ricominciare c’è sempre: mai è troppo tardi, sempre c’è la possibilità di ricominciare. Abbiate coraggio, Lui è vicino a noi e questo è un tempo di conversione. Ognuno può pensare: “Ho questa situazione dentro, questo problema che mi fa vergognare…”. Ma Gesù è accanto a te, ricomincia, sempre c’è la possibilità di fare un passo in più. Egli ci aspetta e non si stanca mai di noi. Mai si stanca! E noi siamo noiosi, ma mai si stanca.

ANTONIO E LUISA

Le parole di don Luca ci ricordano, come sposi, che l’Avvento è un tempo prezioso per rimettere Gesù davvero al centro della nostra vita e del nostro matrimonio. È un invito a tornare alla sorgente, a custodire e approfondire non solo la relazione di coppia, ma prima ancora quella personale con il Signore. Perché solo da un amore ricevuto ogni giorno può nascere un amore donato senza fatica. Quando Cristo non è un dovere ma una presenza viva, anche il donarci l’uno all’altro smette di essere un peso e diventa risposta grata, gioiosa, libera al Suo amore che ci precede e ci sostiene.

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Qual è la vostra mèta?

Cari sposi, con tanta gioia iniziamo l’Avvento, un tempo forte di grazia perché particolarmente ricco di occasioni spirituali attraverso cui il Signore Gesù offre a noi credenti aiuto, rinnovamento e crescita interiore. Sono solo tre settimane e mezzo e coincide con un periodo altrettanto intenso per svariati altri motivi: i preparativi del Natale con tutte le visite di familiari e parenti; la preoccupazione per le spese più elevate, tra cenoni e regali; poi, per chi ha figli piccoli, le inevitabili scadenze scolastiche quali recite, feste e colloqui con insegnanti; per non parlare dei pranzi o cene aziendali, il tutto in un contesto di giornate brevi, fredde e grigie, a cui si somma il carico emotivo di una festa che non può non far pensare alla nostra famiglia di origine, ai tempi passati e soprattutto a chi non c’è più.

Gesù però ha scelto apposta di nascere nei giorni più bui e oscuri dell’anno, perché Lui è la Luce che sconfigge ogni tenebra. Non dimentichiamo che nel fondo il motivo vero di tanto caos dicembrino è la nascita di Gesù e, se non possiamo fare a meno di correre come tutti attorno a noi, almeno sappiamo per Chi corriamo, corriamo con Gesù e non lo vogliamo dimenticare mai.

Abbiamo un estremo bisogno di ricordare che la storia che viviamo è già compiuta da Cristo. La sua Venuta 2000 anni fa ha cambiato tutto, anche se la percezione che molto probabilmente abbiamo, fortemente influenzata dal laicismo imperante, non ce lo fa assaporare e non ce ne rende consapevoli. La recente festa di Cristo Re ci ha introdotto all’Avvento, rimembrandoci che il mondo, con tutti i suoi avvenimenti, dalla grande cronaca fino a quel fatto che pare insignificante, è sottomesso a Cristo e può portare a Lui. Per questo la Chiesa ha istituito l’Avvento, come un’occasione di renderci consci che la nostra vita non è una giravolta impazzita ma ha una precisa direzione e una mèta finale: l’incontro personale con Cristo Salvatore.

La Liturgia odierna ci mette in guardia da una rischio reale e assai contagioso: la distrazione che prende forme simili nella superficialità o nell’alienazione. Lo fa utilizzando la vicenda di Noè, un patriarca dell’Antico Testamento, il quale riceve la missione di essere strumento di salvezza per gli uomini e gli animali, dinanzi alla minaccia di un imminente diluvio, ma tutti quelli che lo vedevano, non se ne sono curati affatto.

In tal senso, sono molto chiare le parole di Papa Francesco: la Parola di Dio fa risaltare il contrasto tra lo svolgersi normale delle cose, la routine quotidiana, e la venuta improvvisa del Signore. Dice Gesù: «Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti» (vv. 38-39): così dice Gesù. Sempre ci colpisce pensare alle ore che precedono una grande calamità: tutti sono tranquilli, fanno le cose solite senza rendersi conto che la loro vita sta per essere stravolta. Il Vangelo certamente non vuole farci paura, ma aprire il nostro orizzonte alla dimensione ulteriore, più grande, che da una parte relativizza le cose di ogni giorno ma al tempo stesso le rende preziose, decisive. La relazione con il Dio-che-viene-a-visitarci dà a ogni gesto, a ogni cosa una luce diversa, uno spessore, un valore simbolico (Angelus, 27 novembre 2016).

Chi vive alla giornata o affonda le sue certezze sulle cose che lo circondano corre il grave rischio di trovarsi sguarnito e disorientato quando queste vengano meno. Tutti ricorderemo lo shock della pandemia del Covid, quando, da un momento all’altro, il nostro modo di vivere è stato radicalmente modificato e chi aveva radici salde ha certamente sofferto ma ne è venuto fuori; purtroppo, chi non le aveva, paga ancora le conseguenze.

In cambio l’Avvento ci aiuta ad essere pronti perché ci ricorda qual è la destinazione della nostra vita e soprattutto ci dispone a realizzarla giorno dopo giorno, perché non sappiamo se saremo colti di sorpresa e avremo il tempo di prepararci.

È davvero impressionante la testimonianza di San Carlo Acutis che diceva: muoio felice perché non ho passato la mia vita a sprecare il tempo in cose che non piacciono a Dio. Pertanto, iniziare l’Avvento significa porsi in un profondo esame di coscienza su come stiamo nel rapporto con Cristo e con la sua Volontà. Tutto ciò non deve affatto incutere alcun timore perché, come affermava Papa Benedetto: la vigilanza cristiana non è paura del futuro, ma vivere il presente sotto il raggio della presenza di Cristo (J. Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme alla Risurrezione, cap. sul discorso escatologico).

Come vivono, quindi, due sposi il tempo di Avvento? Con lo stesso spirito della parabola evangelica delle vergini che attendono lo Sposo. L’Avvento ha un profondo significato nuziale perché ricorda a voi sposi che è Gesù la chiave di volta che interpreta il vostro amore.

Nel recente documento “Una caro” la Chiesa afferma una verità bellissima: L’Apostolo, evocando soprattutto il passo della Genesi in cui i due, l’uomo e la donna, formano una carne sola (cf. Gen 2,24), definisce l’intimità d’amore tra marito e moglie come un emblema luminoso della comunione di vita e di carità che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cf. Ef 5,32). Attraverso questa pagina della Lettera agli Efesini, così fragrante nella sua umanità ma anche così densa nella sua qualità teologica, Paolo non si limita a proporre un modello di comportamento matrimoniale cristiano, ma indica nell’unione perfetta e unica tra Cristo e la Chiesa la sorgente originaria del matrimonio monogamico. Esso non è solo un’immagine di quella unione, ma la riproduce e incarna attraverso l’amore dei coniugi. È segno efficace ed espressivo della grazia e dell’amore che sostanzia l’unione tra Cristo e la Chiesa.

Questo per dire che la fonte, la provenienza dell’amore sponsale è Cristo stesso e così il Natale si può comprendere anche come la nascita vera e propria dell’Amore nuziale. Quindi cari sposi, buon cammino di Avvento, certi che Lui non vi farà mai mancare la sua compagnia.

ANTONIO E LUISA

Le parole di don Luca per noi sono state importanti per riflettere sul nostro rapporto. Il tempo di Avvento può diventare anche un tempo per ritrovare una visione autentica del matrimonio. Non si tratta dell’idea greca delle “due metà della mela”, secondo cui l’altro sarebbe ciò che ci completa perché da soli siamo mancanti. La prospettiva cristiana è diversa: ciascuno è una persona intera davanti a Dio. Nel matrimonio non ci si unisce per colmare una mancanza, ma per entrare in comunione. È una comunione che non si chiude su se stessa, ma apre entrambi gli sposi a Cristo, che è il vero Sposo di ciascuno. In questo cammino, l’amore umano diventa via verso l’Amore più grande. L’Avvento ci chiede di fare posto allo Sposo che sta per nascere.

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Lasciati guidare

Cari sposi, oggi celebriamo la solennità di Cristo, Re dell’Universo, con un tono di speciale enfasi. Difatti, ricorre il primo centenario dell’introduzione di tale ricorrenza nel calendario liturgico e capire le ragioni per cui Papa Pio XI la volle istituire può gettare luce sul suo significato per noi oggi. Un secolo fa il mondo era appena uscito, estremamente ferito e sconvolto, dalla Grande Guerra (1914-1918) e si stava riprendendo dal punto di vista economico e culturale a gran velocità. Sembrava che l’umanità avesse voltato pagina, con il vento in poppa di progressi in tutti i campi, e i Roaring twenties promettevano un avvenire di serenità e prosperità.

Eppure, la Madonna a Fatima l’aveva chiaramente preannunciato a Lucia nel 1917: La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, nel regno di Pio XI ne comincerà un’altra peggiore e poi aggiunse: E ascolterete le Mie richieste, la Russia si convertirà e avrete pace; diversamente, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffrire molto, diverse nazioni saranno annientate.

In effetti, il XX secolo è stato di gran lunga più crudele, quanto a persecuzioni, contro la fede cristiana, addirittura rispetto ai primi tempi della Chiesa. E infatti, durante il pontificato di Pio XI si consolidarono politicamente le tre grandi ideologie (fascismo, nazismo e social-comunismo) colpevoli della maggior parte dei casi di violenza e morte per tantissimi credenti.

In sostanza, questo lo scenario in cui il Papa Ratti concepì l’Enciclica Quas Primas nel 1925 con cui voleva ribadire al mondo intero che è solo Cristo il vero re del mondo e che il suo regno non coincide con la regalità umana, piuttosto è un regno principalmente spirituale, universale, sociale e benefico.

Il Vangelo odierno ce lo mostra con una drammaticità commovente. Colui che aveva guarito decine e decine di storpi, ciechi, lebbrosi… colui che aveva riportato in vita i morti, colui che comandava alle onde del lago e ai venti impetuosi, dal cui corpo usciva una forza misteriosa che sanava tutti… ora non è che un povero condannato a morte, per nulla diverso dagli altri due ai suoi fianchi. Che fine hanno fatto la forza e la grandezza di Gesù, in quel povero corpo agonizzante? Lo stesso Gesù non risponde alle provocazioni sarcastiche di fare segni particolari come pure di scendere dalla croce.

Ma quel silenzio di Cristo è assolutamente docente e pregnante di significato, Lui ci sta volendo dire qualcosa che va oltre le parole. Unicamente con l’esempio e la testimonianza di vita, Gesù ci insegna che il vero re è colui che si dona fino a perdere sé stesso, non per possedere e dominare, ma per arricchire l’altro ed innalzarlo. Sotto la Croce “capiamo” le sue parole quando ci diceva di servire con gioia, di mettersi all’ultimo posto, di lavare i piedi, di donare gratuitamente, di perdonare i nemici… ecco i veri segni della regalità di Cristo!

Pensiamo alla storia del mondo ma anche e soprattutto alla nostra storia personale. Quando ci siamo voluti staccare da questo modo di essere di Gesù per seguire altre mentalità, modi di vivere, correnti di pensiero… quali frutti ne abbiamo tratto? La nostra vita forse ha dato frutti migliori e ci ha regalato la pace del cuore?

Guardiamo con grande gioia e gratitudine a Gesù che continua a guidarci con soavità, con bontà, con misericordia, con pazienza. La sua unica forza in quelle circostanze terribili è stato l’amore al Padre e a noi, che lo ha spinto a donarsi fino alla fine della sua vita.

Ecco perché voi sposi siete speciali interpreti della Sua Regalità. Dice Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio che: il compito sociale e politico rientra in quella missione regale o di servizio, alla quale gli sposi cristiani partecipano in forza del sacramento del matrimonio, ricevendo ad un tempo un comandamento al quale non possono sottrarsi ed una grazia che li sostiene e li stimola (n. 47).

Voi sposi avete un dono speciale di imitare e seguire Gesù Sposo e Re, perché potete rendere il vostro servizio abituale quale segno del Suo amore, grazie al sacramento nuziale. Anche voi entrate nel Suo Regno quando unite a Lui l’amore con cui vi servite vicendevolmente, un amore che non passa per nulla inosservato ai vostri figli e a chi vi sta vicino. Come i cerchi d’onda di un sasso caduto nello stagno, quel modo di amarvi diventerà fecondo e contagioso, solo con la testimonianza e il silenzio.

È magnifico pensare che quanto avviene tra le vostre quattro mura, nella discrezione, possa diventare tanto fecondo e negli anni forgiare cuori solidi, menti sane e in definitiva persone integre che a loro volta semineranno il Bene. Cari sposi, dinanzi a Gesù che sta morendo in Croce, abbiate una fede coraggiosa di voler ribadire il vostro “sì” a Lui e di optare ancora una volta per seguire il Suo modo di amare.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio ho capito davvero che la gioia non nasce dall’essere servito o dal sentirmi al centro delle attenzioni di mia moglie. La vera felicità sgorga quando scopro di essere utile, di rendere la vita dell’altro più lieve, più buona, più abitata dal bene. È in quel momento che capisco di essere speciale per qualcuno: non perché vengo messo su un piedistallo, ma perché contribuisco alla sua pace, alla sua crescita, alla sua serenità. Ed è lì che si rivela la nostra vera regalità: donare. E, donando, anche tutta la mia vita trova finalmente un senso: un senso d’amore.

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Il fine oltre la fine

Cari sposi, stiamo arrivando al termine dell’anno liturgico e presto inizierà l’Avvento, nel quale ci prepareremo alla solennità della Nascita di Gesù. In questo periodo non è facile, umanamente parlando, utilizzare la parola “fine” quando siamo a novembre, nel pieno del nostro anno o lavorativo o pastorale. Tuttavia, sappiamo bene che il tempo liturgico non coincide per forza con quello cronologico. Anzi, di per sé ciò costituisce un fatto assai positivo e utile perché ci aiuta a vivere senza sprofondare nella routine degli eventi e dei fatti quotidiani ma ci consente di tenere sulla realtà uno sguardo che sa andare oltre l’apparenza.

Proprio alla luce di questo concetto si sviluppa il Vangelo odierno. Le parole di Gesù nascono a seguito di un commento quasi banale, della serie: Come è bello questo tempio! – una frase che sarà uscita spontanea pure a noi, magari visitando splendide opere d’arte, quali San Pietro, la Sagrada Familia, l’Acropoli… ma Gesù afferra la palla al balzo e sfrutta l’occasione per andare in profondità.

Pare che il Maestro abbia qualcosa da ridire su quell’affermazione innocente e viene allora da chiedersi: che c’è di sbagliato nel fare un complimento estetico? Non è stato forse Gesù stesso nel ringraziare e lodare il Padre per la bellezza delle cose?

È interessante che anche oggi, come domenica scorsa, il filo rosso della Liturgia giri attorno al Tempio. Risulta assodato che per gli Ebrei del I secolo esso fosse il luogo centrale della presenza di Dio, il centro del culto e della vita comunitaria e nazionale e, insieme, un segno della promessa di Dio al suo popolo.

Ed ecco quindi che Gesù scorge in quegli elogi sull’architettura e sulla fattura dell’edificio sacro più importante dell’ebraismo un che di compiacimento, quasi a voler considerare le pietre e gli addobbi un motivo di vanto e sicurezza personali.

Il Catechismo ci dice che: Gesù si è identificato con il Tempio presentandosi come la dimora definitiva di Dio in mezzo agli uomini [Cfr. Gv 2,21; Mt 12,6]. Per questo la sua uccisione nel corpo [Cfr. Gv 2,18-22] annunzia la distruzione del Tempio, distruzione che manifesterà l’entrata in una nuova età della storia della salvezza: «E’ giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre» (Gv 4,21) [Cfr. Gv 4,23-24; 586 Mt 27,51; Eb 9,11; Ap 21,22].

Cosa vuole comunicarci allora il Signore? Un messaggio fondamentale che emerge dalle Sue Parole è che il credente fonda la sua certezza e la sua speranza solo su Cristo, perché ogni cosa, per quanto bella, splendida e sacra, prima o poi svanirà.

Difatti, la comunità a cui scrive l’evangelista Luca era già a conoscenza degli avvenimenti riguardanti la distruzione di Gerusalemme dell’anno 70. E tra gli Evangelisti è proprio lui che più degli altri tende a presentare il cristianesimo in una prospettiva di continuità e pienezza rispetto al culto ebraico, con il Tempio che funge da cerniera tra l’Antica e la Nuova Alleanza. Ma questo al fine di porre l’accento non più sulla grandiosità e sontuosità di quel luogo ma sulla certezza che il giorno del Signore sta per venire.

La distruzione di Gerusalemme dovette essere qualcosa di terrificante e traumatizzante per il popolo ebraico e noi italiani di inizio XXI secolo non abbiamo alcun termine di paragone per comprenderlo. Eppure, Gesù proprio con questo insegnamento si era anticipato al disastro e ci aveva già indicato di fissare lo sguardo su di Lui e non su una costruzione umana, preservando e mettendo in salvo la nostra speranza da ogni delusione umana.

Per cui, in prossimità della fine dell’anno liturgico, siamo invitati a intravedere oltre ad essa, alla fine del tempo, il fine di tutto, cioè Cristo, Signore del tempo e dell’eternità. Non è in fondo quello che ascoltiamo nella Veglia Pasquale? Il Cristo ieri e oggi: Principio e Fine, Alfa e Omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A Lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen.

Cari sposi, anche in questo caso la Parola si traduce e si rivolge a voi. Difatti, il matrimonio stesso ha un valore e un senso escatologico, cioè ci parla delle realtà ultime, della Vera Vita che ha da venire. Ce lo ricorda Papa Giovanni Paolo II in Familiaris consortio quando scrive: il matrimonio è profezia dell’Alleanza tra Cristo e la Chiesa (n. 13), quindi ha una dimensione escatologica.

Il matrimonio è un rapporto transeunte e provvisorio perché legato a questo mondo, non possedendo in sé steso un valore ultimo ma un rimando ad Altro. Proprio per questo, il matrimonio mostra la sua bellezza, perché impedisce ai coniugi di diventare schiavi l’uno dell’altro e, dall’altro lato, fa sperimentare loro che la fonte dell’Amore non proviene da loro stessi ma da Dio.

Cari sposi, se siete giustamente orgogliosi del rapporto che avete costruito e fieri di tutto lo sforzo che esso ha implicato per renderlo stabile, ascoltate Gesù che, come ai discepoli che ammiravano il Tempio, vi ricorda che il vostro rapporto non è vincolato alla caducità di questo mondo ma è chiamato ad essere trasfigurato in Cristo, l’Unico che può donargli un valore di infinito.

ANTONIO E LUISA

All’inizio del nostro amore mi capitava spesso di pensare e dire frasi assolute: “Sei il mio tutto”, “Senza di te non vivo”, “La mia vita sei tu”. Parole nate dall’innamoramento, belle ma rischiose. Col tempo ho capito che stavo mettendo sulle spalle di Luisa un peso enorme: quello di dover colmare ogni mia mancanza, ogni mio vuoto, ogni mio bisogno di pienezza. In pratica, stavo rischiando di farne un idolo.

È stato un cammino interiore forte. Nel cuore percepivo come una voce che mi diceva: Guarda la donna che ti ho affidato: è splendida, ma fragile, incompleta… come te. Non può riempire il desiderio di eternità che porti dentro. Solo io posso farlo. Non metterla al mio posto. Questa consapevolezza mi ha liberato. Amare Luisa non significava farla diventare il centro assoluto della mia vita, ma lasciar fare a Dio quel lavoro profondo e, con la sua forza, amarla davvero.

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Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare

Cari sposi, qual è la Cattedrale di Roma? Non è San Pietro come spesso si è indotti a pensare, bensì San Giovanni in Laterano. Questa chiesa ha il titolo onorifico di Omnium Urbis et Orbis Ecclesiarum Mater et Caput, Capo e Chiesa Madre di tutte le chiese dell’Urbe e del Mondo. Difatti, è stata la prima basilica trasformata in chiesa dopo la proclamazione dell’editto di Costantino (313) con cui i cristiani potevano finalmente professare pubblicamente la propria fede.

È allora una festa non solo per questo motivo storico ma perché la Chiesa vuole farci riflettere sul senso teologico e spirituale di un edificio dedicato al culto divino. Da una parte Essa ci ricorda che siamo “romani”, siamo uniti alla figura del Papa come segno di unità, dall’altra che ciascuno di noi, per il Battesimo è tempio dello Spirito Santo e la chiesa è anzitutto fatta da noi, prima che dagli edifici di pietra.

Chiaramente tale festa evoca da subito un senso di famiglia. Difatti, il Concilio Vaticano II, quando vuole descrivere chi è la Chiesa utilizza varie immagini bibliche, tra cui due ci sono particolarmente care: la famiglia di Dio e il tempio dello Spirito (Lumen gentium 6).

Ora vorrei porre una domanda: vi siete mai chiesti qual è l’origine storica della famiglia? Ci sono tante teorie al riguardo e il pensiero filosofico occidentale non ha mai avuto idee concordanti. Si va infatti da una concezione naturale circa l’origine della famiglia causata dal bisogno di riproduzione e di cooperazione tra i sessi. Poi abbiamo uno sguardo contrattuale e sociale, secondo cui essa deriva da un accordo razionale e volontario tra individui liberi, fondato sul reciproco consenso e sul mutuo vantaggio. Infine, abbiamo un’interpretazione storico-economica per cui la famiglia si considera come una mera forma storica che riflette le condizioni economiche e culturali di ogni epoca.

Chi ha ragione? Come credenti dobbiamo interpellare sempre la Rivelazione e lì vediamo, anzitutto a partire dalla Genesi, che il fondamento e il principio della coppia è Cristo stesso, unito alla Chiesa Sposa.

Così oggi la Liturgia ci mostra proprio questa verità da un punto di vista sostanzialmente simile: Cristo è la pietra angolare della Chiesa e con Lui si passa dal Tempio di pietre a tempio del corpo, alla persona stessa, perché il corpo umano, come insegna Giovanni Paolo II, è “sponsale” (Udienza del 16 gennaio 1980). Il seguente passaggio è che il matrimonio stesso, grazie al corpo degli sposi, diviene una visualizzazione della Chiesa difatti il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13).

Ma come la mettiamo quando la barca vacilla e i problemi relazionali sembrano prendere il sopravvento? Quando la nostra casa – pur piccola Chiesa – crepa dai tentennamenti dell’amore? Dove vanno a finire tanti bei discorsi da credenti?

La Parola è molto chiara quando parla del tempio: Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Se è Cristo il pilastro dell’unione sponsale, allora Egli è anche il Garante supremo della fedeltà reciproca. Certamente, quel che il Signore non può fare, perché se l’è autoimposto quale segno del Suo Amore e rispetto per noi, è di violare la nostra libertà. E quindi Dio non vuole privare gli sposi della possibilità di ripetersi ogni giorno, liberamente, “io accolgo te”. Ma così facendo, se la gioca! Perché permette implicitamente che tale libertà possa anche contraddire il Suo progetto.

E allora gli sposi sono chiamati a ricordarsi sempre che il proprio consenso non è mai detto una volta per tutte e men che meno è stato solo uno scambio biunivoco. Piuttosto esso è considerato da Cristo come un vero e proprio “sì” a Lui e da quel momento lo Spirito ha reso gli sposi quale chiesa domestica. Lo ricordava già nei primi secoli uno dei massimi Padri della Chiesa, San Giovanni Crisostomo (344-407) quando scriveva: La casa dei coniugi è una piccola Chiesa. (Homilia in Ep. ad Ephesios XX).

Questa fede e questa certezza può, quindi, essere scudo e baluardo dinanzi alle tentazioni e in mezzo alle prove come anche fonte di gioia e lode nei momenti di gioia e serenità: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? (Rm 8, 31).

Non dimenticatelo mai, cari sposi: la pietra d’angolo, la colonna portante della vostra relazione non è solo il vostro assenso reciproco. Quello è stato solo l’inizio, il permesso dato a Dio perché iniziasse in voi la Sua opera. La stragrande parte della vostra relazione poggia sul dono di Cristo e la Grazia, affinché funzioni, merita sempre la collaborazione attiva perché il tempio della coppia resti sempre saldo.

Che bello sentirsi dire questo dall’autorità del Papa! Abbiamo sempre parlato della inabitazione di Dio nel cuore della persona che vive nella sua grazia. Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale. Così come abita nelle lodi del suo popolo (cfr Sal 22,4), vive intimamente nell’amore coniugale che le dà gloria (Amoris laetitia 314).

Certo, ci vuole fede, ci vuole la consapevolezza di essere abitati da Cristo e di con-vivere con Lui sempre, come ci ricorda un santo sposo, Igino Giordani (1894-1980), cofondatore del Movimento dei Focolari: Se si vive il sacramento del matrimonio, la famiglia è un tempio, è una piccola Chiesa e quello che passa tra moglie e marito è lo Spirito Santo, è lo Spirito di Dio. Dio è amore e visto cristianamente l’amore è veramente scambio di Dio tra i componenti della famiglia (I. Giordani, La famiglia. Pensieri e ricordi, Città nuova, Roma 1994, p. 84).

ANTONIO E LUISA

Leggendo le parole di padre Luca ci viene forte un pensiero. Andare ad adorare Cristo nell’Eucaristia è un gesto prezioso: ci inginocchiamo davanti al Dio vivo, presente nel silenzio dell’ostia. Ma quella stessa presenza abita anche tra le mura di casa, nel modo in cui ci guardiamo, ci ascoltiamo, ci perdoniamo. Ogni gesto di amore, ogni parola che ricuce, ogni silenzio che accoglie è un frammento di adorazione domestica. Cristo non è solo nel tabernacolo, ma nel sacramento che viviamo ogni giorno come sposi. Lì, nel nostro modo di amarci, Egli continua a farsi carne e a rendere la nostra casa un piccolo altare di comunione.

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L’amore è sublime

Cari sposi, oggi celebriamo con venerazione i nostri fedeli defunti. Un tempo prezioso di approfondimento su quello che più spaventa l’essere umano: la morte. Proprio per questo si è scritto tanto sulla morte e, senza nessuna pretesa di esaustività, vorrei attirare la vostra attenzione su certuni aspetti importanti.

Il primo di essi è che ad oggi, in Italia, la fede pare non dire più nulla sul mistero della fine di un’esistenza. Difatti, esattamente 4 anni fa, nell’ottobre 2021, la CEI pubblicava i risultati di un indagine sociologica intitolata “L’incerta fede”. Tra i tanti dati emersi mi concentro su uno: coloro che credono nella vita dopo la morte sono scesi dal 41,5 al 28,6 per cento. Un dato sconcertante: non parliamo affatto di atei o agnostici, bensì di chi frequenta comunque la Messa, i sacramenti…

Tuttavia, fateci caso: quanto si accenna alla risurrezione a fine funerale, nei vari saluti e commiati che familiari, parenti o amici esprimono? Non affiora per lo più un umanissimo struggimento e dolore per la scomparsa del defunto? E ciò dopo che la liturgia non ha fatto altro che parlare di Cielo, eternità, resurrezione? Questo fa comprendere quanto la ricorrenza odierna tocca un nervo scoperto nella Chiesa! Abbiamo estremo bisogno di fare nostra e assimilare la poderosa esclamazione di San Paolo: “Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede” (1 Cor 15, 14).

Impressiona, però, constatare che l’eternità dell’amore sia stata colta anzitutto dai non credenti, da chi al massimo poteva far riferimento alle religioni pagane del momento, totalmente avulse all’idea che la persona possa vivere pienamente nell’Aldilà. Prendiamo per esempio il poeta Virgilio (70-19) che nell’Eneide scrisse: “Amor vincit omnia” (Eneide, IV, 412-413), l’amore è capace di vincere ogni cosa, e quindi anche per assurdo la morte. Oppure il filosofo greco Platone (428-347) che in uno dei suoi dialoghi mette in bocca al personaggio della sacerdotessa Diotima la celebre frase: “Ἔρως ἐστὶν ἀθάνατος”, “l’amore è immortale” (Simposio, 206E–207). Così Diotima insegna a Socrate che l’amore nasce dal desiderio di generare nel bello e, attraverso la generazione, di partecipare all’eternità. Chi ama, infatti, desidera “possedere il bene per sempre”.

La Parola di oggi va proprio in questa direzione e ci mostra che Gesù desidera ardentemente che si compia in noi la volontà del Padre che è salvezza, che è comunione per sempre con Lui. Il Padre con il Figlio e lo Spirito anelano di renderci parte della Loro vita ed esistenza, in cui non ha spazio la parola “fine” o “morte” ma solo il “per sempre” perché l’amore, appunto, non conosce fine.

Pertanto, oggi il Signore vuole consolarci, vuole riempirci di speranza, sebbene sussista il dolore della perdita dei cari. Quando meditiamo o riflettiamo sulla morte, in forza della nostra fede, dobbiamo pensarla come una porta, una soglia. Chi di noi in una bella villa si sofferma sulle porte? È un oggetto che generalmente passa in secondo piano, perché quel che importa è il contenuto della stanza a cui la porta dà accesso. E così la morte diventa il passaggio verso la nostra felicità piena, verso il senso ultimo della nostra vita: essere in Cristo.

Prendendo spunto dalle parole di Giobbe, siamo invitati a guardare a Cristo, contemplare Cristo, la sua Potenza che può ridare vita laddove la natura l’ha tolta! Questo è ciò che scioglie la mia disperazione davanti alla morte, che il mio Redentore è vivo, è presente nella mia vita.

Ora veniamo a voi sposi e già immaginate in quale pelago ci ficchiamo sapendo che, come insegna la Chiesa, il sacramento del matrimonio è per questa vita. Tuttavia, se Cristo è presente nel vincolo matrimoniale, come ci ricorda S. Tommaso D’Aquino (“Il matrimonio è figura dell’unione di Cristo con la Chiesa, e perciò il vincolo stesso è il sacramento” (Summa Theologiae, Suppl., q. 42, a. 2) e questo è anticipo, nella vita dei coniugi, dell’unione definitiva con Cristo, allora si può intendere che l’amore tra coniugi verrà trasfigurato dalla grazia e portato a pienezza nella vita eterna. Nel Regno dei Cieli non ci sarà più bisogno del vincolo sacramentale ma perché là Cristo sarà “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28) e allora Lui diventerà la fonte di un amore rinnovato, purificato ed eterno tra chi si è amato su questa terra. “Lì” il sacramento avrà raggiunto il suo fine: unire definitivamente la coppia allo Sposo. Sarà allora l’amore di Cristo a riempire in eterno i nostri vuoti di amore, anche laddove una relazione sponsale ne possa essere stata carente o priva del tutto.

Mi piace al riguardo concludere con due citazioni confortanti. La prima è di Papa Benedetto, il quale, parlando di Eucarestia, ne sottolinea l’aspetto escatologico: “La Celebrazione eucaristica, nella quale annunciamo la morte del Signore, proclamiamo la sua risurrezione, nell’attesa della sua venuta, è pegno della gloria futura in cui anche i nostri corpi saranno glorificati. Celebrando il Memoriale della nostra salvezza si rafforza in noi la speranza della risurrezione della carne e della possibilità di incontrare di nuovo, faccia a faccia, coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede” (Sacramentum caritatis, 32). In forza dell’Eucarestia che avete ricevuto, il vostro amore può essere eterno.

E poi, vorrei citare Papa Giovanni Paolo II che parla proprio a proposito della malattia e della morte: “Sono queste le occasioni nelle quali – come hanno insinuato i Padri Sinodali – più facilmente si possono far comprendere e vivere quegli elevati aspetti della spiritualità matrimoniale e familiare, che si ispirano al valore della Croce e risurrezione di Cristo, fonte di santificazione e di profonda letizia nella vita quotidiana, nella prospettiva delle grandi realtà escatologiche della vita terrena” (Familiaris consortio, 77).

Cari sposi, proprio davanti alla morte si comprende come l’amore sponsale sia veramente sublime, cioè capace di elevare verso l’alto, verso l’eterno, già da ora, verso il Per Sempre divino.

ANTONIO E LUISA

Sono pienamente consapevole – come ha ben detto padre Luca – che il vincolo matrimoniale, così come lo conosciamo sulla terra, si conclude con la morte. Ma dopo ventitré anni di vita insieme, sento con forza che l’amore vissuto, le fatiche condivise, le lacrime e le riconciliazioni, non vanno perduti. Tutto ciò che abbiamo costruito — la pazienza, la fedeltà, la tenerezza che si impara nel quotidiano — diventa parte di ciò che porterò con me in Paradiso. Perché l’amore, quando è autentico, non finisce: si trasforma in eternità. Credo poi che tra noi rimarrà comunque una relazione, anche oltre la morte: diversa, trasfigurata, impossibile da comprendere ora con i mezzi limitati che abbiamo per immaginare il Cielo. Ma so che ciò che nasce da Dio non si dissolve. Il nostro amore, pur spogliato della forma terrena, continuerà ad essere comunione in Lui, perché è stato costruito giorno per giorno alla scuola di Colui che dell’amore è la sorgente e il compimento.

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Farisei e pubblicani: un po’ per uno

Cari sposi, la domenica odierna prosegue idealmente il tema di quella scorsa: la preghiera. Infatti, la prima lettura riprende la figura del giudice e della vedova, come anche il salmo evidenzia che è il povero ad essere sempre ascoltato. Infine, Paolo, nell’Epistola, ci dà testimonianza viva di una preghiera fiduciosa, perfino nell’imminenza della propria condanna a morte. Il Vangelo è la corona di questo itinerario spirituale, perché non vediamo solo persone che si rivolgono a Dio in preghiera ma entriamo, grazie a Gesù, nel cuore stesso di Dio e possiamo “comprendere” come Egli valuti e giudichi le nostre preghiere.

Vediamo, quindi, due preghiere che vengono accolte dal Signore in modo diverso anche se a prima vista non paiono così sbagliate; il fariseo comunque sta provando a comportarsi bene, pur essendo un tantino superbo, mentre il pubblicano ha autentici delitti sulla coscienza benché ne sia pentito. Tutti e due hanno i loro pro e conto, però uno è accolto e l’altro no. Verrebbe magari da protestare: se per essere ascoltati da Dio dobbiamo essere integerrimi, allora Dio non è poi così misericordioso e buono!

Andiamo quindi più in profondità. Per prima cosa sorprende che sia proprio il fariseo a compiere le grandi virtù del pio israelita: preghiera, elemosina, digiuno. Se ci fate caso, sono le medesime tre vie che Gesù segnala (cfr. Mt 6, 1-16) per vivere una vita santa e quelle che leggiamo sempre il Mercoledì delle Ceneri. Come mai allora il fariseo è respinto mentre dice queste cose?

Notiamo che Luca esordisce dicendoci che tale parabola riguarda non tutti, ma alcuni, in greco “tinas”. Di chi sta parlando esattamente? Sono le persone autocentrate, sicure di sé, che sono convinte di essere accette a Dio per i loro meriti. Per cui, di riflesso, si trasformano in giudicanti e considerano agli altri di rango inferiore. Il grande errore del fariseo è di aver dimenticato i propri limiti, la povertà essenziale e si centra su sé stesso. Ecco il punto: la povertà, questa condizione esistenziale che ci spaventa tanto ma che ci è congenita. Un sinonimo di povertà molto positivo è “dipendenza da Dio”. Laddove vedo i miei limiti, immediatamente questo mi deve portare a tendere le mani in Alto. La povertà è sinonimo di umiltà, di verità. Che confortante pensare questa povertà evangelica, in fondo, genera in noi non frustrazione ma libertà interiore in cui possiamo ritrovare noi stessi e Dio. Ecco perché il povero viene subito ascoltato! Dio opta sempre per chi è in una qualche forma di povertà e preferisce il cuore umile e semplice. Quale gioia e pace nascono in noi dall’aver accolto serenamente i nostri limiti perché appunto consapevoli dello sguardo di Dio!

Allora, la preghiera genuina deve partire sempre dall’ammissione del nostro limite e così può toccare il Cuore del Signore. Ce lo conferma il Catechismo quando afferma: “l’umiltà è il fondamento della preghiera. […] L’umile preghiera è gradita a Dio, che risponde al grido del povero. L’umiltà è la disposizione necessaria per ricevere gratuitamente il dono della preghiera: l’uomo è un mendicante di Dio” (CCC 2559–2560).

A questo punto è bene ribadire che questi due personaggi in realtà li portiamo dentro tutti simultaneamente. Gesù sa bene che, se è vero che alcuni sono orgogliosi, tanti altri cadono nel peccato del pubblicano. Allora Papa Francesco ci ricorda: “Fratelli, sorelle, il fariseo e il pubblicano ci riguardano da vicino. Pensando a loro, guardiamo a noi stessi: verifichiamo se in noi, come nel fariseo, c’è «l’intima presunzione di essere giusti» (v. 9) che ci porta a disprezzare gli altri. Succede, ad esempio, quando ricerchiamo i complimenti e facciamo sempre l’elenco dei nostri meriti e delle nostre buone opere, quando ci preoccupiamo dell’apparire anziché dell’essere, quando ci lasciamo intrappolare dal narcisismoedall’esibizionismo” (Angelus, 23 ottobre 2022).

Possiamo, inoltre, dire che il fariseo e il pubblicano rappresentano le radici principali dei nostri peccati: l’orgoglio e la superbia di chi si crede di più degli altri e poi l’attaccamento alle cose materiali, in questo caso i soldi ma mettiamoci pure il sesso, il potere, il cibo, l’immagine esteriore di sé, ecc.

Seguendo questa visione, sarebbe illusorio proiettare sulla coppia tout court un ipotetico dualismo ma piuttosto è sano riconoscere sinceramente che ognuno incarna un po’ dell’uno e dell’altro personaggio. Saper fare pace in ciò è già un gran passo avanti verso la maturazione e crescita di coppia. In secondo luogo, con la supplica sincera a Dio e non pensando di farcela con i soli buoni propositi del mattino.

Voi sposi non siete mai soli, anche se a volte rema solo uno dei due. È rincuorante leggere queste righe scritte per voi coniugi dai vescovi italiani: “Chiamati ad una continua conversione di fronte all’esperienza del peccato, (gli sposi) vengano resi capaci di partecipare alla vittoria di Cristo superando la tentazione dell’egoismo; e di dedicare la loro esistenza al servizio del Regno di Dio. Ricevono, inoltre, la grazia di una elevazione del loro amore, che li abilita e li impegna ad una crescente attuazione di quei valori umani di donazione, di fedeltà e di generosa fecondità, che nel Vangelo trovano pienezza di verità e di motivazione” (Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 45).

Cari sposi, anche questa domenica lo Sposo non smette di motivarvi alla preghiera e supplica incessante a Lui, affinché Gli permettiate di portare a pienezza il vostro amore.

ANTONIO E LUISA

A volte ho pregato come il fariseo: elencando a Dio tutto ciò che facevo per Luisa, quasi per convincermi di essere nel giusto. Ma così diventavo più duro, più giudicante. Ogni sua fragilità mi sembrava un torto. Poi ho imparato a pregare come il pubblicano: “Signore, abbi pietà di me”. In quel momento ho smesso di difendermi e ho iniziato a lasciarmi amare. E qualcosa è cambiato: quando riconosci la tua miseria, non condanni più quella dell’altro. Ho scoperto che solo chi si sa perdonato riesce davvero a perdonare, e che l’amore cresce solo nella misericordia ricevuta.

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La preghiera in coppia sempre vittoriosa

Cari sposi, anche questa domenica la liturgia ha un sapore alquanto “polemico”. Ci vengono offerti due scenari di lotta, il primo quello di una vera e propria battaglia, il secondo un litigio processuale. Perché la Chiesa li mette in parallelo? Cosa vuole trasmetterci?

Anzitutto andiamo al primo scenario: la guerra tra gli Amaleciti e il popolo di Israele. Quest’ultimo ha appena vissuto l’ennesimo miracolo, ha assistito infatti ad un fatto che ha dell’incredibile. Nel bel mezzo di una zona arida e secca, Dio fa sgorgare acqua dalla roccia, cioè da un oggetto che è costitutivamente privo di liquido. Poco dopo il popolo riprende la marcia verso la Terra Promessa ma si scontra con gli abitanti del posto, la gente di Amalek, abili e ostici guerrieri del deserto. Mosè, ormai anziano, se ne resta sulla sommità del colle e prega il Signore perché conceda la vittoria e il popolo eletto possa continuare il suo viaggio.

Il secondo scenario è un fatto molto comune all’epoca. Ai tempi di Gesù, infatti, le vedove erano spesso vulnerabili e povere, senza una rete di sicurezza sociale e con una posizione sociale precaria, il che era garantito invece dal marito. Si comprende bene allora la caparbietà di questa donna nel giocarsi il tutto per tutto, non avendo oramai nulla da perdere.

Cosa accomuna le due scene? Anzitutto che la preghiera è una lotta. Lo afferma chiaramente il Catechismo: “La preghiera è un dono della grazia e una risposta decisa da parte nostra. Presuppone sempre uno sforzo. I grandi oranti dell’Antica Alleanza prima di Cristo, come anche la Madre di Dio e i santi con lui, ci insegnano che la preghiera è una lotta. Contro chi combattiamo? Contro noi stessi e contro le astuzie del Tentatore che fa di tutto per distogliere l’uomo dalla preghiera, dall’unione con Dio” (n. 2725).

Quante volte ci facciamo vincere dalla difficoltà di perseverare! Vorremmo vedere subito esauditi i nostri desideri ma la Tradizione della Chiesa è molto saggia su questo punto. Uno dei massimi esponenti dei Padri del Deserto, Evagrio Pontico diceva: “La preghiera è lotta fino all’ultimo respiro” (De Oratione, n. 52).

Una lotta che non possiamo vincere da soli, abbiamo bisogno dei fratelli e sorelle che ci sostengano. Che bello vedere addirittura un Papa che si china umilmente verso la Chiesa intera, all’inizio del suo pontificato, e chiede umilmente preghiere! Si potrebbero scrivere trattati sulle testimonianze dell’efficacia della preghiera di intercessione a favore di chi ne ha più bisogno! E che meraviglia sapere che ci sono tante persone che stanno pregando per me in questo momento, che mi portano all’altare ogni giorno. In questo senso è una benedizione contare su sacerdoti, consacrate, religiosi che spendono la vita per questo servizio.

Perciò ci ricordava Papa Francesco: “La preghiera è la medicina della fede, il ricostituente dell’anima. Bisogna, però, che sia una preghiera costante. Se dobbiamo seguire una cura per stare meglio, è importante osservarla bene, assumere i farmaci nei modi e nei tempi dovuti, con costanza e regolarità. In tutto nella vita c’è bisogno di questo. Pensiamo a una pianta che teniamo in casa: dobbiamo nutrirla con costanza ogni giorno, non possiamo inzupparla e poi lasciarla senz’acqua per settimane! A maggior ragione per la preghiera: non si può vivere solo di momenti forti o di incontri intensi ogni tanto per poi “entrare in letargo”. La nostra fede si seccherà. C’è bisogno dell’acqua quotidiana della preghiera, c’è bisogno di un tempo dedicato a Dio, in modo che Lui possa entrare nel nostro tempo, nella nostra storia; di momenti costanti in cui gli apriamo il cuore, così che Egli possa riversare in noi ogni giorno amore, pace, gioia, forza, speranza; nutrire, cioè, la nostra fede” (Angelus, 16 ottobre 2022).

Ed ecco allora che si comprende bene quanto si adatta tutto ciò alla vostra vita sponsale. Ricordatevi che siete una chiesa domestica! La Chiesa, come sposa di Cristo, vive della preghiera costante al Suo Signore ed anche voi sposi siete chiamati a questo.

Vorrei fare due semplici sottolineature al riguardo. A volte la preghiera solo di uno sarà fondamentalmente per vari motivi (scarsa educazione ad essa, problematiche varie…). Ma non per questo è meno potente ed efficace, come diceva Adrienne von Speyr (1902-1967), una mistica, moglie e fedele discepola di Hans Urs Von Balthasar: “Il coniuge è affidato alla preghiera dell’altro; è un atto di custodia spirituale” (Servizio e contemplazione). Assai lodevole, quindi, e a volte eroica la preghiera “in solitario” di un coniuge in attesa di poter camminare assieme su questa strada. Ma comunque resta un gesto sempre fecondo, secondo i parametri del Signore.

E poi la preghiera sponsale non va tarata sullo stile monacale o religioso, né come tempistica né come modalità. Chi si prefiggesse questo stile, potrebbe sperimentare grandi frustrazioni e delusioni visto il carattere laico della vita di coppia. La Chiesa, nella sua saggezza, consiglia sempre che gli sposi si diano regole minime di preghiera, momenti brevi ma frequenti (mattina o sera), che puntino soprattutto a scambiarsi le risonanze della Parola, le ispirazioni dello Spirito Santo.

Questa è la base per costruire pian piano uno stile di vita matrimoniale in cui la preghiera di coppia diventa molto di più del semplice pregare simultaneamente. Significa scambiarsi l’anima, condividere al coniuge quello che il Signore mi dona, anche nelle piccole cose. Tale scambio diviene così un potentissimo strumento che genera e rigenera continuamente il “noi” e rafforza l’unità sponsale, l’essere una sola carne, l’identità sacramentale. Cari sposi, vi invito ad essere tenaci e costanti nella preghiera, come i personaggi che la Parola ci presenta oggi, certi che da essa uscirete sempre vittoriosi nelle sfide che la vita vi offre.

ANTONIO E LUISA

Non aggiungiamo nulla alle parole di don Luca. Vi proponiamo un esercizio. La sera, quando la casa tace e tutto si calma, provate a ritrovarvi insieme, marito e moglie, nella penombra della vostra stanza. Non come due singoli, ma come due cuori in uno alla presenza del Terzo, il Signore. Abbracciatevi e fate spazio a un momento di preghiera condivisa. Potete iniziare con un segno di croce e un respiro profondo, per lasciare fuori le preoccupazioni della giornata. Poi, uno alla volta, ringraziate Dio per qualcosa di concreto vissuto quel giorno: una parola gentile, un gesto di tenerezza, un perdono ricevuto o donato. Affidategli anche le fatiche e le paure, soprattutto quelle che riguardano la vostra coppia o i vostri figli. Infine, in silenzio o a voce bassa, beneditevi reciprocamente: uno sull’altro, tracciate un piccolo segno di croce sulla fronte, chiedendo che il Signore custodisca il vostro amore. Una modalità che coinvolge anche il corpo e che può essere un’occasione per convincere quei coniugi che digeriscono meno la preghiera.

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Beati gli sposi riconoscenti

Cari sposi, oggi vorrei iniziare subito riportando il commento di Papa Benedetto al brano evangelico che la Chiesa ci offre:

Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero, torna a ringraziarlo (cfr. Lc 17, 11-19). A lui il Signore dice: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc 17, 19). Questa pagina evangelica ci invita ad una duplice riflessione. Innanzitutto, fa pensare a due gradi di guarigione: uno, più superficiale, riguarda il corpo; l’altro, più profondo, tocca l’intimo della persona, quello che la Bibbia chiama il “cuore”, e da lì si irradia a tutta l’esistenza. La guarigione completa e radicale è la “salvezza”. Lo stesso linguaggio comune, distinguendo tra “salute” e “salvezza”, ci aiuta a capire che la salvezza è ben più della salute: è infatti una vita nuova, piena, definitiva. Inoltre, qui Gesù, come in altre circostanze, pronuncia l’espressione: “La tua fede ti ha salvato”. È la fede che salva l’uomo, ristabilendolo nella sua relazione profonda con Dio, con sé stesso e con gli altri, e la fede si esprime nella riconoscenza. Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora l’aprirsi dell’uomo alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: “grazie”! (Angelus, 14 ottobre 2007).

Desidero prendere spunto da questo discorso del Papa perché contiene le coordinate principali che ci fanno cogliere la ricchezza della Parola del Signore oggi. Anzitutto, a prima vista, la Chiesa ci presenta un intreccio di due personaggi: Naaman il Siro e un anonimo lebbroso samaritano.

Partiamo dal fatto che sono due persone nemiche di Israele, il primo per essere un pagano e militare di carriera, al servizio della politica di violenta espansione del suo re Ben-Adad (860-841 a.C.); il secondo, lo sappiamo bene, appartiene a un popolo che ha voltato le spalle al Regno di Giuda e a Gerusalemme e farsi una fede tutta sua, imitando malamente la religione ebraica autentica. Ragioni sufficienti per essere condannati ed esclusi, e invece accade proprio il contrario.

Appunto per essere lontani, hanno un approccio distinto con la Grazia che viene loro offerta, ora da Eliseo ora dallo stesso Gesù in persona. Cioè, non sono succubi del “si è sempre fatto così” e delle routine mortali di chi ha sempre avuto queste cose sotto gli occhi, ma obbediscono al dono che ricevono. Per cui la prima grande lezione è l’obbedienza al Signore, anche nelle cose che ci capitano, nella realtà quotidiana. Diceva S. Francesco di Sales: “Nulla avviene se non per la volontà di Dio, o per il suo permesso; e nulla avviene che Egli non possa far concorrere al nostro bene” (Filotea, III, cap. 10). Spesso è proprio la fissazione sulle nostre attese che ci impedisce di entrare nei percorsi di guarigione che Dio ci offre; invece, entrambi, fidandosi, accolgono un bene che cambia in meglio la loro vita.

In secondo luogo, tale abbandono e fiducia obbediente genera la gratitudine, la gioia di essere stati graziati, colmato di un bene. Non è affatto un caso che a essere grati siano due che hanno fatto l’esperienza della malattia, cioè esattamente la mancanza di quel dono e di quel bene. Invece, chi ce l’ha, non può avere lo stesso atteggiamento, ma rischia seriamente di vivere nella monotonia della scontatezza.

Infine, vi è qui il tema della gratitudine. Una virtù largamente praticata da Gesù che sovente ringraziava il Padre per tutto quello che Gli concedeva, al punto che il gesto dell’amore più grande, quello con cui dona la vita per gli amici, è divenuto il Ringraziamento per eccellenza, ossia tradotto in greco, l’Eucarestia.

Ora a questo punto ci trova davanti a una sorta di “bivio”: si può essere guariti e non cambiare nel profondo del cuore oppure la guarigione può diventare preludio di salvezza; sta solo a noi, alla nostra libertà, scegliere quale strada prendere. Difatti, quella guarigione vuole essere, nella mente di Dio, l’inizio della conversione, ce lo confermano i tanti miracoli che Gesù ha compiuto, i quali erano il preambolo per mostrare la grandezza della Grazia, la capacità di trasformare il cuore dell’uomo e redimerlo.

E così, la gratitudine ci consente di dare quel passo in più e di ottenere non solo una guarigione, come del resto qualsiasi bene concreto e materiale, ma soprattutto la salvezza, che è la pienezza del bene, sia materiale che spirituale. San Tommaso D’Aquino, nella Summa, scrive: “Chi è grato per un beneficio ricevuto, prepara sé stesso a riceverne un altro” (Summa Theologiae, II-II, q.106., a.3, ad 3), e quindi una grazia tira l’altra, fino ad arrivare a quella con la G maiuscola: la salvezza, il dono della fede, la grazia di una relazione viva con Lui, caparra della Beatitudine eterna.

Quindi, come cristiani siamo chiamati ad essere grati, sempre. Il mondo, il mainstream ci vuole rendere avidi, bulimici e annoiati per cercare qualcos’altro e in fin dei conti, sentire il bisogno di comprarlo. Invece la gratitudine è sobria e sa accontentarsi del dono ricevuto.

Come si traduce tale Parola nella vostra vita di sposi? Anzitutto voi sposi siete chiamati, in forza del sacramento nuziale, a un’obbedienza reciproca. Lo esprime bene S. Paolo (Ef 5, 21) quando dice che la prima obbedienza è al coniuge. Ma in quale senso lo dice? Ce lo spiega bene San Giovanni Paolo II: “L’amore esclude ogni genere di sottomissione, per cui la moglie diverrebbe serva o schiava del marito, oggetto di sottomissione unilaterale. L’amore fa sì che contemporaneamente anche il marito è sottomesso alla moglie, e sottomesso in questo al Signore stesso, così come la moglie al marito. La comunità o unità che essi debbono costituire a motivo del matrimonio, si realizza attraverso una reciproca donazione, che è anche una sottomissione vicendevole” (Udienza 11 agosto 1982). 

Cioè per voi sposi il tramite ordinario con cui vi parla il Signore, dopo evidentemente la propria coscienza, è il coniuge, ed è su questo punto che siete invitati ad approfondire la vostra relazione, perché diventi fonte di grazia.

In secondo luogo, la gratitudine. Già ci ricordava Papa Francesco le famose 3 parole speciali per gli sposi “scusa, permesso e grazie” (cfr. Udienza del 13 maggio 2015). La gratitudine sponsale si situa nel riconoscere il proprio amore e la propria relazione come un dono di Dio. Quanti di voi avete costruito con sudore e sangue un matrimonio solido, ma sapete bene che è Cristo il grande protagonista e a Lui va riconosciuto sempre il merito. La gratitudine vi aiuta così a restare sempre in relazione con lo Sposo e a vedervi sempre un dono reciproco.

Ed infine, la guarigione e la salvezza. Quanto appena detto è il preludio per sanare tante ferite. Solo quando si vede in Cristo la fonte della grazia e si portano a Lui le ferite e le sofferenze, Egli può compiere la sua azione guaritrice, come diceva S. Agostino: “Avvicinatevi a lui e sarete illuminati; avvicinatevi al medico e sarete guariti” (Enarrationes in Psalmos 85,5). Che azione sanante compie Cristo su di voi? Lo dice ancora Giovanni Paolo II: “Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del «principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente”.

Cari sposi, più permettete a Gesù Sposo di agire nella vostra relazione, più Lo ascoltate, ringraziate, benedite e più Lui vi renderà saldi e uniti nel Suo Amore.

ANTONIO E LUISA

“Sottomessi vicendevolmente” è una delle espressioni più belle del Vangelo, ma anche una delle più difficili da vivere. Non sempre entrambi riescono a farlo nello stesso modo o con la stessa forza: spesso uno dei due prende l’iniziativa, sembra il più “debole”, ma in realtà è il più forte, perché ama per primo. Io ringrazio Dio ogni giorno per avermi donato una sposa così: la sua sottomissione libera, dolce e piena d’amore mi ha insegnato cosa significa donarsi davvero, mettendo l’altro e la famiglia al primo posto. E mi ha dato la motivazione e il desiderio di donarmi a mia volta, totalmente.

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Beati gli sposi di “poca fede”!

Cari sposi, oggi il Vangelo ci mostra una scena davvero toccante, perché gli apostoli fanno una richiesta quanto mai lecita nel chiedere a Gesù di aumentare la loro fede. In realtà si tratta di una vera e propria supplica perché poco prima Egli ha parlato delle gravissime conseguenze di chi scandalizza un bambino così come del comando perentorio di perdonare sempre… Se queste sono le condizioni per seguire Gesù, meglio chiederGli subito di aumentare la nostra poca fede, altrimenti siamo perduti!

La risposta di Gesù in apparenza sembra alzare ancora il tiro e non pare li abbia rincuorati, infatti chiede qualcosa di paradossale, con l’immagine del gelso. Vediamo però di cosa si tratta, addentrandoci nel mondo di allora. Il gelso bianco o nero è un albero di origini antichissime in Palestina e che può raggiungere i 15-20 metri di altezza, per cui le radici sono ben robuste, elastiche con estensioni profonde nel terreno, cosa che rendeva il loro sradicamento estremamente faticoso e laborioso. Di contro, il seme della pianta di senape è notoriamente microscopico, cosicché Gesù sta giocando su un evidente contrasto: da un lato, la grandezza del lavoro e sforzo per estirpare un gelso, dall’altro la piccolezza del semino di senape. Contrasto che aumenta con la menzione del mare, che molto probabilmente non si riferiva al Mediterraneo bensì al “Yam ha-Melah”, ossia al Mar morto.

Gesù, a ben vedere, non chiede una fede “abnorme” per realizzare una cosa così difficile e ai limiti della ragionevolezza bensì proprio quella loro “fedina”, che spesso stentava e batteva la fiacca – pensiamo alla scena dell’esorcismo fallito. Quindi, in fondo, Gesù non sta esasperando i già provati apostoli, bensì con questo risposta nel fondo sta solo incoraggiandoli a ravvivare di continuo la loro fede.

Ci aiuta a comprendere il messaggio di Gesù la prima lettura nella quale il profeta Abacuc, riferendo le parole di Jahvé, afferma: “il giusto vivrà per la sua fede”. Ovvero, la fede non è un optional di cui si può fare a meno, o quel gadget di Amazon che ogni tanto può far comodo; è piuttosto questione di vita o di morte: se si ha, si vive e sennò, si perisce.  Quel “per” sta a significare “a causa di, per mezzo di”, un significato molto forte.

È impattante che questo oracolo del Signore venga detto proprio ad Abacuc, uno dei dodici profeti minori, vissuto in Giudea nel VI secolo e testimone oculare di un dramma epocale, espresso chiaramente in questa prima lettura. Si tratta dello sfacelo che accadde nell’anno 587 a.C. quando Gerusalemme venne assediata, saccheggiata e distrutta – Tempio incluso -, dal poderoso esercito babilonese. A chi verrebbe spontaneo, vedendo la propria città, la propria casa, in preda alle fiamme e alla guerra, far leva sulla fede per sopravvivere?

Ora capiamo meglio Gesù e cosa vuol trasmettere nel fondo ai suoi accostando l’immagine del gelso sradicato e del granello. Di nuovo, ci scontriamo con il paradosso che Cristo ha incarnato con la sua vita: ha detto e fatto cose che la nostra povera mente, per quanto valida e capace di conoscere il vero e il bene, non riescono a comprendere. Diceva Papa Francesco, scrivendo proprio sulla figura del filosofo cristiano Blaise Pascal, che “la fede è di un ordine superiore alla ragione, ciò non significa affatto che vi si opponga, ma che la supera infinitamente” (lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis).

Ecco perché, come gli apostoli, anche noi dobbiamo supplicarLo ogni giorno di farci crescere nella nostra relazione con Lui e mai accontentarci di quel che siamo. Da Abacuc fino al gelso e alla senape, tutto ciò ci insegna che credere vuol dire saper aspettare l’opera e l’azione di Dio. Fede è essere certi che Egli agisce nella nostra vita, come solo Lui lo sa. Nella vita ci possono essere tante difficoltà, tante croci, tanti mali e per questo la tentazione di mollare tutto è sempre dietro l’angolo, come lo smettere di pregare, di ricevere i sacramenti, di frequentare la chiesa. Ecco allora che Abacuc e con lui il Signore ci dice di non mollare, di restare nel servizio e nella fiducia verso il Signore. E quella fede lì ci salverà!

Gesù ci dice che basta un poco di fede per starGli vicino e permettere che Lui lo sia a noi: Diceva infatti San Tommaso d’Aquino “È meglio zoppicare sulla strada giusta che camminare a forte andatura fuori strada” (Esposizione su Giovanni, cap. 14, lectio 2). Ora è chiaro quanto tutto ciò si possa innestare nel matrimonio!

Anzitutto che il matrimonio è fondato sulla fede. Tutti voi ricorderete il momento iniziale della vostra celebrazione nuziale, quando davanti al fonte battesimale, avete fatto memoria e ringraziato la Trinità di essere figli amati. Questa è fede! Sapere che l’amore nuziale non sussiste se non crediamo all’Amore che Dio ha per noi. Ed è fede soprattutto continuare a crederlo anche quando il coniuge non corrisponde a questo Amore e si blocca o, peggio, se ne allontana.

Talvolta il matrimonio e la vita familiare presentano sfide assurde come sradicare a mani nude un albero possente e a metterlo a bagno maria in acqua salata. Che facciamo allora? Gesù vi sta incoraggiando a fare uso di quei pochi granelli di senape, simbolo della nostra fede, e di confidare che basterà ad andare avanti, a perseverare.

Che bello pensare che Gesù è lì con noi anche nelle situazioni più grige e meno sublimi: “Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale” (Francesco, Amoris laetitia, 314). Questa fede ci aiuti vi aiuti non solo a perseverare ma anche a crescere in essa.

ANTONIO E LUISA

Quando pensiamo alla fede da sposi, l’anello che portiamo all’anulare diventa un segno concreto: non è soltanto un ricordo del giorno delle nozze, ma un richiamo quotidiano al fatto che non siamo soli. La fede nel matrimonio non è mai solo personale, ma condivisa: io credo anche per te, tu credi anche per me. Ci sono giorni in cui il peso della vita, le prove, le delusioni, possono farci dubitare della vicinanza di Cristo. Ma proprio allora l’altro diventa specchio della presenza di Dio: il suo “io credo” diventa sostegno al mio “faccio fatica a credere”. Questa è la bellezza della comunione sacramentale: non due cammini paralleli, ma un’unica strada percorsa a due, in cui la fede di uno diventa forza, luce e speranza anche per l’altro. Così l’anello non è solo oro, ma memoria viva di una promessa che sostiene la fede reciproca.

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Tu sei l’aiuto di Dio

Cari sposi, circa 5 anni fa a Milano venne realizzato un esperimento sociale. In una strada affollata venne collocata una telecamera nascosta e poi lì vicino da una parte fu legato un cagnolino a un albero e dall’altra, a pochi metri di distanza, sedeva un anziano, travestito da clochard. Lascio a voi immaginare chi abbia ricevuto più sguardi e segni di attenzione… un fatto che ci porta diritti nella liturgia di oggi.

La prima lettura ci aiuta a comprendere meglio il Vangelo. Il profeta Amos vive nell’VIII secolo, è uno tra i primi a profetizzare in nome di Dio nel regno di Israele. Visse in un tempo di grande prosperità economica, grazie ai commerci di olio, vino e cavalli con altri stati del Medio Oriente, il che portò ad una corruzione morale e religiosa. Da qui il suo monito solenne: “guai agli spensierati di Sion”.

Il termine biblico greco con cui abbiamo tradotto “guai agli spensierati” ha nell’originale un participio presente neutro, derivante dal verbo ἐξουθενῶ che sta a significare “disprezzare, sottovalutare o considerare di poco conto”. Quindi alla lettera suonerebbe come “guai al disprezzante e sottovalutante”. Mentre sorprende che la Vulgata latina traduce lo stesso termine con “opulenti”, cioè chi abbonda in ricchezze e beni. Come a dire: chi ha ogni comodità, nel fondo non apprezza la vita, sebbene ostenti una certa religiosità esteriore.

Sono parole che valgono anche per noi oggi, in cui il tenore di vita medio è ancora maggiore a tanti popoli e paesi del mondo, nonostante la crisi abbia creato non pochi problemi. Di fatto, il rischio di barricarci dietro a confort, comodità e gadget vari è sempre reale, rendendoli nel fondo idoli. Una cultura così produce solo scarti, come ha avvertito sovente Papa Francesco: “La cultura dello scarto dice: ti uso finché mi servi; quando non mi interessi più o mi sei di ostacolo, ti butto via. E si trattano così specialmente i più fragili: i bambini non ancora nati, gli anziani, i bisognosi e gli svantaggiati. Ma le persone non si possono buttare via, gli svantaggiati non si possono buttare via! Ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono unico, ad ogni età e in ogni condizione” (Angelus, 23 gennaio 2023).

E non solo, l’agiatezza, come detto sopra, diventa autodistruttiva, non solo per i poveri ma per chi ci sguazza dentro, come ricordava il Card. Giacomo Biffi nella lettera pastorale alla città di Bologna nel 2000, definendola “sazia e disperata”.

Chi ci può scuotere e risvegliare da tale apatia e intontimento? Gesù nel vangelo ce lo dice chiaramente: il bisogno del fratello che hai accanto. È la storia di tanti santi delle chiesa che hanno percorso la stessa strada e hanno raggiunto le vette dell’amore. In particolare, cito gli ultimi due, proclamati da Papa Leone: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Il primo è stato un assiduo volontario della San Vincenzo e aveva detto: “se c’è un povero che ha fame e papà non gli ha dato da mangiare, forse è Gesù che ce lo manda”; il secondo ha dimostrato una grande maturità spirituale e, già da adolescente, si prodigava per i senzatetto.

Sappiamo bene che la povertà non è affatto solo quella economica, come ci ricordava Papa Benedetto: “Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali” (Messaggio per la XLII Giornata Mondiale della Pace).

Come credenti, quindi, abbiamo “bisogno dei bisognosi” perché ci aiutano ad uscire da noi stessi, sono un pungolo per il nostro egoismo e un dito di Dio che ci plasma sempre più aperti e generosi.

È singolare che tra tutti i numerosi nomi a cui poteva attingere Gesù per articolare la sua parabola abbia scelto proprio Lazzaro. Difatti tale nome in ebraico si scrive אֶלְעָזָר (El’azar) e significa “Dio ha aiutato” o “colui che è assistito da Dio”. Ciò si può intendere non solo nel fatto che Lazzaro riceve da Dio l’aiuto necessario ma che Dio stesso abbia voluto utilizzare Lazzaro per aiutare il ricco epulone!

Ora il significato nuziale diventa chiaro. Ciascuno di voi coniugi è per l’altro il “prossimo” perché il più vicino. Anche per voi il consorte diventa via di salvezza a causa di un carattere spigoloso o per altri difetti da cui non si riesce a liberare. È bene illuminare con la fede questo lato oscuro e vedervi l’occasione di crescere nell’amore vicendevole e in definitiva una via di salvezza.

Se Gesù nella parabola mostra come i gesti fatti o non fatti dai protagonisti si ripercuotono nell’eternità, allora pensate che ogni parola, azione, favore, servizio, premura avuta tra voi, riecheggerà per sempre a vostro beneficio. Ne vale allora veramente la pena e la fatica che esso comporta! Cari sposi, la grazia sacramentale è quel “Dio che aiuta”, come esprime il nome Lazzaro, che avete dentro di voi. Egli vi chiama continuamente ad uscire da voi e a farlo agire nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Le riflessioni di padre Luca ci offrono l’occasione per mettere in guardia gli sposi da un pericolo reale. Molti sposi cristiani si spendono in parrocchia o nel volontariato, ma rischiano di trascurare il loro primo compito: amare il coniuge. Il Vangelo ricorda che il “prossimo” non è un concetto astratto: per gli sposi ha il volto concreto del marito o della moglie. La misericordia comincia in casa, con ascolto, perdono, pazienza e tenerezza quotidiana. Se non si ama chi ci vive accanto, l’impegno fuori rischia di diventare una fuga spirituale. Il matrimonio è la prima forma di carità: da qui nasce un amore credibile, capace di traboccare autenticamente verso la comunità e il mondo.

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Economi misericordiosi

Cari sposi, oggi Gesù ci racconta, con una parabola, di un amministratore astuto e scaltro. A causa di un’accusa per la sua avidità eccessiva e ormai insostenibile, si trova all’improvviso senza un lavoro e uno stipendio. E proprio grazie alle sue abilità, riesce a utilizzare le proprie risorse umane per volgere al bene il suo fallimento clamoroso.

Fin qui, niente di nuovo, anche oggi situazioni del genere capitano spesso ma ci sconcerta il fatto che Gesù lodi la sagacia di uno che “ha fatto ’o muorzo e miezzo”.

Tuttavia, il nocciolo della parabola, e di conseguenza della lode di Cristo, sta nel capire quali sono i beni che amministrava. Come nella parabola dei talenti, del banchetto nuziale, dei lavoratori nella vigna, il padrone in questione può avere un riferimento simbolico a Dio. Di conseguenza, i beni che Egli delega al suo amministratore sono tutti quei doni, talenti, grazie, carismi che possediamo in forza della nostra esistenza e per l’appartenenza a Cristo.

Tutti noi cristiani siamo amministratori del Signore, l’Uomo ricco della nostra esistenza, l’Unico che possieda beni e ricchezze. San Paolo, infatti, afferma: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 1s) e Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10).

La Chiesa ha accolto questa Parola e nel Catechismo ribadisce che «nel disegno di Dio, l’uomo e la donna sono chiamati a “dominare” la terra [Cfr. Gen 1,28] come “amministratori” di Dio» (Catechismo 373) ed anche «il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cfr. Lc 16,1-3]» (Catechismo 952); «La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti» (Catechismo 2404).

Perciò, anzitutto dobbiamo chiederci se siamo consapevoli di avere tra le mani tutti questi beni e se li stiamo usando bene oppure li sperperiamo… La vita presente è ricca di doni, talenti e qualità, le stesse persone con cui viviamo, in primis i familiari, ne fanno parte e dobbiamo prenderci cura di loro come un regalo di cui siamo solo custodi e non proprietari.

E come se non bastasse, un giorno ci verrà chiesto conto di quello che abbiamo “amministrato” e di come l’abbiamo fatto. Diceva Papa Francesco che i poveri, e poveri non sono solo quelli che hanno scarsità economiche ma anche chi è privo di dignità, di certezze, di protezione, di amore…, i poveri devono essere i destinatari dei nostri beni e talenti e se essi «agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”» (Omelia nella giornata mondiale per i poveri, 19 novembre 2017).

Tuttavia, come la mettiamo con il fatto che l’amministratore si prenda gioco del suo capo? Risposta non facile ma tutto quadra se pensiamo che c’è un bene di cui tutti possiamo, anzi dobbiamo essere assai ricchi, e che siamo chiamati a dare a mani piene ed è la principale ricchezza che Dio vuole condividerci. Se il Padrone è nel fondo Dio stesso, allora i beni del padrone, la Sua vera ricchezza di Dio è la Misericordia! Dio si rivela quale “ricco di misericordia” (Ef 2,4) arrivando a darci il Suo Figlio, il Suo Bene più grande. In effetti, l’amministratore che altro fa se non rimettere i debiti, proprio come noi chiediamo al Padre nella preghiera (Mt 6, 12).

L’affare principale del Padrone è donare il perdono e questo amministratore l’ha fatto a mani piene, e da qui la causa della lode. Egli ha compreso come doveva amministrare i beni, cioè con grande misericordia e rimettendo i debiti agli altri.

Per voi sposi, poi, vi è un collegamento assai chiaro. Difatti, la parola “amministratore” in realtà nella versione greca è “οἰκονόμον”, cioè letteralmente “economo”. Una parola composta da “oikos” o casa, e “nomos” o legge. L’economo si rivela “colui che dà la legge alla casa”. Questa parabola si rivela foriera di un interessante valore nuziale: voi sposi quale legge offrite alla vostra casa, alla vostra esistenza, casa di Dio, tempio santo della presenza di Dio? E per estensione, se siete economi per conto di Dio, con quanta misericordia regolate i vostri pensieri e, di conseguenza, le scelte, le azioni di ogni giorno?

Possiate essere grandi amministratori di perdono e misericordia perché, come ci ricorda San Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia: “l’amore misericordioso è sommamente indispensabile tra coloro che sono più vicini: tra i coniugi, tra i genitori e i figli” (n. 14).

ANTONIO E LUISA

Non so se è completamente inerente al Vangelo. L riflessione di padre Luca mi ha però aperto il cuore a un pensiero che ho sperimentato nella mia vita. La misericordia tra gli sposi nasce solo quando si fa memoria della misericordia ricevuta da Dio. Se io mi convinco di essere “bravo da solo”, finirò per pensare di meritare un coniuge all’altezza delle mie aspettative, uno che non sbaglia mai. Questo atteggiamento però non lascia spazio al perdono, perché l’altro diventa misura del mio orgoglio. Al contrario, quando riconosco la mia fragilità e le volte in cui Dio mi ha rialzato, allora comprendo che non sto in piedi grazie ai miei meriti, ma per grazia. Ed è proprio questa esperienza che mi rende capace di guardare mia moglie o mio marito non con disprezzo, ma con compassione. Solo chi si sa perdonato diventa capace di perdono; solo chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio può donare misericordia senza calcoli. Nel matrimonio, dunque, l’umiltà è la porta che apre a una misericordia vera e duratura.

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Croce feconda

Cari sposi, oggi celebriamo la festa dell’Esaltazione della Croce, un evento liturgico antichissimo, legato alla dedicazione a Gerusalemme della chiesa della risurrezione – quella che oggi chiamiamo Santo Sepolcro -, il 13 settembre 335. Il giorno seguente con solenne cerimonia si fece l’ostensione della croce, che l’imperatrice Elena aveva ritrovato il 14 settembre 320.

Se pensiamo che la croce era lo strumento di morte più infame del mondo antico, come ce ne testimonia lo stesso Cicerone definendolo “crudelissimum et deterrimum supplicium” (la pena più crudele e terribile), il suo equivalente oggi sarebbe più o meno la sedia elettrica o l’iniezione letale. Ma quale chiesa oserebbe esaltare o anche solo esporre uno di questi strumenti di morte? Eppure, la croce è diventata l’identificativo del cristianesimo. Domandiamoci pertanto cosa celi la festa odierna al punto che uno dei Padri della Chiesa, in una sua omelia, proclamava: “Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro!” (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020).

La risposta è contenuta nella prima lettura, che viene poi ripresa da Gesù nel Vangelo. Il libro dei Numeri ci presenta uno dei vari momenti di insoddisfazione. Per i rabbini ebrei sono 10 le mormorazioni e tutte sono basate fondamentalmente sulla nostalgia dell’Egitto e la paura di entrare in un terreno nuovo e poco conosciuto.

I 40 anni di viaggio nel deserto sono così il simbolo del tempo di conversione, di maturazione dell’amore che il popolo necessita per poter vivere la vita nuova. Questo vagare in una zona relativamente piccola rappresenta il fidanzamento di Israele che si prepara allo sposalizio vero e proprio con il Signore. Ma in cosa consiste tale crescita nell’amore? Nel fatto che il popolo non riesce ancora a fidarsi totalmente di Dio e continua ad avere nostalgia delle false sicurezze che aveva da schiavo.

Ed ecco qui il paradosso: Dio utilizza una mancanza di fede per trasformarla in evento di grazia. Il serpente di bronzo è il simbolo che anche la poca fiducia, se consegnata a Lui, può diventare l’occasione per poi donarsi pienamente a Dio.

Alla luce di questo comprendiamo come Cristo ci inviti a guardare alla sua Croce. Essa è il luogo in cui le nostre paure e timori vengono sconfitti e subentra la pace. Non c’è razionalità che può restare soddisfatta perché la Croce è una sapienza più alta della nostra mente. Come diceva Edith Stein: “Nella croce e solo nella croce è la sapienza che rende beati; ogni altra sapienza è stoltezza” (Scientia Crucis). Un mistero quindi da contemplare in silenzio, in adorazione, chiedendo sempre luce allo Spirito.

Che ha da dire questo a voi sposi? Parlare di croce per voi sposi può sembrare anche un po’ banale. È un fatto evidente che l’amore fedele sia qualcosa di costoso, al punto che la letteratura romantica lo ha più volte canzonato, preferendo le avventure brevi e focose.

Eppure, voi sposi esprimete nella vostra vita l’unione più alta possibile, quella del corpo e dell’anima, riflesso della Trinità. La croce è ciò che permette di esserne segno e richiami perenne, perciò dice Papa Francesco che: “Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi” (Amoris laetitia 72).

Mi consta anche per esperienza che è così, che voi sposi sapete e potete comunicare un amore molto più alto e grande, anche nella croce accolta e offerta. È proprio vero che “l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris consortio 13). Il vostro amore, anche sofferente, rende partecipe non solo voi ma anche chi vi vede dell’amore di Cristo, dell’amore trinitario!

Con umiltà e con fede, cari sposi, oggi vi invito ad offrire allo Sposo ciò che vi sta facendo soffrire nella relazione. Fatelo con la certezza che tutto questo è fecondo e ha sempre un frutto trascendente ed eterno come ci ricorda San Giovanni Paolo II:

«La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8)» (Omelia, 14 settembre 1984).

ANTONIO E LUISA

Ogni volta che guardo la croce appesa in camera, sento che mi parla. Mi ricorda che amare Luisa non è solo emozione, ma scelta quotidiana. Ci sono giorni in cui è facile, e altri in cui significa morire un po’ al mio orgoglio, perdonare quando mi costa, restare fedele anche nella fatica. Ho imparato che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce: il cuore è sentimento, la croce è volontà. Gesù non salì su quel legno per un impulso, ma per scelta. È lì che scopro cosa significa davvero amare.

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Chi è al centro?

Cari sposi, ci troviamo oggi davanti ad una delle pagine di maggior esigenza del Vangelo. Per capire il motivo del tono che oggi utilizza Gesù partiamo come sempre dal contesto e ci rendiamo conto che, a forza di miracoli e guarigioni, Lui era divenuto una persona ricercatissima e di fama sempre più crescente.

Questo si traduceva in grandi folle che lo seguivano ovunque. Ma, lungi dal provare gratificazione, Cristo guardava soprattutto al cuore di quelle persone e, proprio per questo, alzava l’asticella, desiderando purificare le intenzioni non sempre ordinate della loro sequela.

Ed ecco allora tale affermazione tassativa e sfidante: chi mi vuole seguire deve rinunciare a tutte le principali relazioni ed ai propri beni. Lui è il Maestro per eccellenza, accogliamo con fede ogni parola ma è pur lecito domandarci: può il “principe della Pace” (Is 9,6), colui che ha detto “che tutti siano uno come io e Te siamo uno” (Gv 17, 21) mettere zizzania e divisione in casa?

E allora se entriamo sempre più nell’esegesi del testo ci rendiamo conto che le cose non sono come sembrano. Difatti, la traduzione letterale dell’espressione italiana “non mi ama più di quanto ami” (v. 24) in latino ha un semplice “odiare”. Al dire degli esperti questo “odiare” risente di un modo di esprimersi semitico che utilizza il contrasto al posto di quello che lingue tradurrebbero con un comparativo di preferenza (amare più di…). Significa che l’evangelista Luca, sotto l’influsso di Paolo, – uno che di cambi radicali di vita ne sapeva qualcosa – mantiene il sapore pregnante di opposizione affettiva tipico della lingua originale. Per cui, il senso dell’espressione non vuol dire affatto chiudere i rapporti con la propria famiglia quanto “abbandonare” per preferire un Altro, o anche, separarsi da ciò che sta più a cuore per poi riaverlo in Cristo, vissuto nel modo migliore.

Qualcuno può scandalizzarsi di questo e nella storia chi ha seguito Cristo è stato spesso definito un matto, uno sciocco, uno sprecato. Ma allora in questo ci aiuta proprio la prima lettura, presa dal Libro della Sapienza, che viene a dirci che il nostro metro di giudizio, la nostra mente, il nostro “buon senso” in fondo è viziato. Bisogna ammettere con umiltà di essere fragili e vulnerabili. Per quanto acculturati, intellettuali e razionalisti, questo fondo di piccolezza rimane e non possiamo liberarcene se non ammettendo che solo con la Sapienza che viene dall’Alto si può vivere una vita piena e si può cogliere il vero senso delle cose.

Dunque, se vogliamo seguire Cristo, abbiamo bisogno della guida dello Spirito Santo e di passare dalla “tenda di argilla” che ci annebbia mente e cuore a Colui che è in grado di farci crescere e progredire come persone. Nel mio ministero sovente mi sono trovato dinanzi a persone cronologicamente adulte ma con la maturità di un ragazzino ed è quello che in ambito psicologico è definito come “adultescenza”, cioè “lo stile di vita adulto psicologicamente non adeguato, fortemente condizionato da comportamenti adolescenziale”. Si tratta di un modus vivendi fatto di procrastinazione di responsabilità, paure dell’impegno definitivo, ricerca continua di novità e gratificazione immediata. Di fatto è il calderone in cui si cuociono le tante fragilità che affliggono la vita di coppia e intere famiglie.

L’appello di Gesù va rivolto particolarmente contro questo sistema di pensieri e comportamenti, affinché ci liberiamo da ogni infantilismo, dall’illusione di trovare da me la soddisfazione della mia vita e la piena autosufficienza. A questo dobbiamo rinunciare per poi mettere Cristo al centro, affidando a Lui il governo della nostra vita. Giustamente Gesù parla di essere previdenti, organizzati come un architetto che progetta una torre e un generale che si prepara alla battaglia. Molto più complessa però è una famiglia trattandosi di un’opera che abbraccia tutta la vita; perciò, come sarebbe possibile affrontarla avvalendosi solo dei propri sentimenti, di sforzo e buona volontà?

Invece la sequela di cui parla Gesù richiede, come presupposto basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore perché le esigenze della sequela sono un forte richiamo alla libertà e all’amore. Si tratta di scegliere di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze fino a mettere in crisi le sicurezze affettive, materiali e soggettive. E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità dello svuotarsi, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza, della vittoria della perdita. Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci satura, ci chiude in noi stessi; la sicurezza, placandoci, ci ottunde, impedendoci di riconoscere la nostra povertà esistenziale che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore e all’esercizio della libertà.

Alla fine della nostra vita ci glorieremo di aver rinuncia alle false sicurezze (i soldi, la salute, la cultura, lo status sociale che si è raggiunto con fatica, la considerazione con cui ci tengono le persone…) per aver optato e preferito Cristo!

Quindi, cari sposi, siate lieti perché Gesù, nel matrimonio, vi chiama certamente a tal sequela perentoria perché vuole portare a pienezza il vostro amore. Di tale chiamata ne è testimone fidato il Magistero quando lo ribadisce con forza: «Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri» (Amoris laetitia, 73); oppure Papa Giovanni Paolo II quando afferma: “La stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo” (Familiaris consortio, 39). Come del resto anche il Catechismo, ai numeri 1533-1535, dice in sostanza che il matrimonio è una via specifica di sequela di Cristo tra le vocazioni cristiane.

Se è scuotente ciò che vi chiede Cristo, non è meno certa e solida la promessa che la Sua Grazia vi accompagna e vi consente di scrollarvi di dosso ogni immaturità e vivere un amore sempre più “cristificato”.

ANTONIO E LUISA

Cristo a volte sembra portare divisione persino nella famiglia di origine o nel rapporto con il coniuge. Questo accade quando l’incontro con Lui ci trasforma e chi ci è vicino non comprende tale cambiamento. Seguirlo non significa aggiungere qualcosa alla vita, ma lasciarsi rinnovare radicalmente. È un cambio di mentalità: imparare a guardare con i suoi occhi e desiderare ciò che Lui desidera. È un cambio di atteggiamento: passare dall’orgoglio alla mitezza, dalla rivalsa al perdono. È un cambio di modalità: non vivere più solo per sé, ma per il bene dell’altro, anche quando costa.

Questa novità spesso non è compresa nemmeno dai più cari, e può sembrare un’incomprensione che divide. In realtà, lì si rivela la forza della sequela: non un amore che esclude, ma che include in modo più autentico. Un amore che, pur tra difficoltà e fraintendimenti, diventa più puro e libero, capace di abbracciare tutti.

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Chi-amati per servire

Cari sposi, oggi in modo speciale rendo lode al Signore per il dono di aver partecipato, per otto giorni completi, agli esercizi spirituali, guidati da un bravo e saggio sacerdote. Con semplicità e passione mi ha preso per mano e mi ha motivato ancora una volta a riconoscermi un figlio amato del Signore e alla sua Presenza tentare di mettere ordine nella vita.

Un punto su cui ha insistito parecchio e che oggi vedo provvidenzialmente al centro della Parola è proprio il tema del “posto”. Non quello “fisso” di Checco Zalone bensì il “luogo” che ha pensato per ciascuno di noi il Signore fin dall’eternità. Quante volte questo sacerdote mi ha sfidato con la domanda: “ti ricordi, vero, chi sei per Dio?”! Ecco qui il nocciolo su cui convergono tutte le letture, e in particolar modo il Vangelo, mettendo in evidenza la priorità dell’essere sull’apparire, la nostra vera identità piuttosto che l’immagine esteriore che proiettiamo sugli altri o le aspettative che essi riflettono su noi.

Siamo, infatti, ben consapevoli di vivere in un clima che ci ossessiona per la performance di risultati visibili e ammirabili da tutti: dal fisico magro e tonico, alla quantità di likes su Instagram, al vestire sempre griffati, fino alle scalate e sgomitate in ambienti di lavoro. Che risultati, o meglio dire, quali frutti porta tutto ciò? Direi piuttosto ansia, affanno di prestazione, frustrazione, depressione… tutte cose che non possono affatto venire dall’Alto.

Gesù vuole liberarci da tutte queste zavorre e pesi inutili per donarci la gioia vera, la pace duratura. Pertanto, oggi ci ricorda che la Sua sequela è la via dell’umiltà. Sono conoscendo a fondo Cristo ci troveremo, faremo davvero pace con noi stessi, con la nostra storia e ci ameremo davvero, a prescindere da tutto ciò che dicano o meno gli altri. Lo affermò chiaramente Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “L’uomo […] non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo incontra, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Ed è per questo che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (Redemptor Hominis, n. 10).

Quindi, in definitiva, il “luogo” a cui fa riferimento Gesù non è tanto un ambito fisico o uno status sociale o ecclesiale, quanto la condizione di figlio amato, di creatura redenta dal Suo Sangue e che conta infinitamente di più di ogni riconoscimento pubblico. Siamo stati fatti a immagine del Figlio e il Figlio è colui che serve, non è venuto ad essere servito.

Infine, non è causale che l’esempio concreto che Gesù sceglie per far capire il suo insegnamento, tra le mille circostanze a cui poteva attingere da fine osservatore qual è, sia proprio il matrimonio. Chi è che viene invitato alle nozze se non colui che vive una relazione di affetto, intimità e amicizia con lo Sposo? Ecco, quindi, che questo vangelo si compie anzitutto per voi sposi, chiamati ad essere servi a imitazione del vostro Sposo che si è cinto di grembiule e ha lavato i piedi.

Un grande teologo, originario di Venezia, il quale partecipò al Concilio Vaticano II e che poi ha speso la sua breve vita e il suo insegnamento proprio per le coppie, don Germano Pattaro, definiva gli sposi “i servi del Signore” (cfr. Gli sposi servi del Signore, EDB, Bologna 1979).

Servi della vita, servi della comunione, servi della fraternità, servi del Vangelo, servi del Regno che deve venire. Che bello quando due sposi concepiscono il proprio amore come un dono non solo per sé stessi ma anche a servizio di altri e si fanno pane spezzato. È Cristo, infatti, il primo a occupare quel posto in fondo, come ci ricorda Papa Benedetto: “ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enciclica Deus caritas est, 35). Voi sposi attingete a quel dono di Cristo Servo, per la grazia matrimoniale, e siete in grado di mettervi al servizio con frutto per il bene di altri.

Per tutto questo, la seconda parte del Vangelo parla proprio di servizio gratuito, di come chi invita a un pranzo è sollecitato di rivolgersi piuttosto a persone bisognose. Chi sono oggi le persone che voi coniugi potete invitare ai vostri banchetti? Voi sposi siete le mani protese di Gesù rivolte a chi non crede all’Amore, chi bestemmia l’Amore, chi è stato ferito per mancanza di Amore. Il vostro amore consacrato, anche se non sarà celebrato sulle prime pagine – quale il recente matrimonio del fondatore di Amazon -, è quella goccia che scava la roccia e che silenziosamente feconda la terra della vostra famiglia e stente le radici e i tralci attorno a sé inseminando e arricchendo le relazioni, ed edificando con l’esempio.

In definitiva, il “posto” di voi sposi è riconoscersi amati incondizionatamente da Gesù, al punto da voler unirsi alla vostra relazione per sempre. E così, diventare capaci di imitarLo metterdosi al Suo servizio per amore.

ANTONIO E LUISA

I genitori, pur amandoci, inevitabilmente sbagliano. Anche io, come padre, ho commesso tanti errori. Sono certo che i miei genitori mi abbiano voluto bene, ma il loro amore, segnato dalle loro ferite, non è sempre arrivato fino a me. Per questo ho faticato ad amare e ad aprirmi a una relazione libera con Luisa: il nostro fidanzamento è stato difficile. Solo quando ho fatto esperienza profonda di essere figlio amato, tutto ha cominciato a cambiare. Senza sentirci amati, non riusciamo ad amare davvero e a donarci con libertà. La terapia aiuta a riconoscere le nostre ferite, ma ancora di più serve fare esperienza dell’amore infinito e gratuito di Dio, capace di guarire e rigenerare ogni cosa. Come ricorda don Luigi Maria Epicoco: “Quando scopri che Dio ti ama così come sei, allora capisci che puoi amare gli altri senza paura.”

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La strettezza di vivere nella sequela

Cari sposi, per alcuni le ferie sono finite e sta per riprendere il tempo dell’ordinarietà tra lavoro, famiglia e tante altre cose abituali. La speranza è che il riposo estivo abbia rigenerato corpo e anima e se la nostalgia può invadere l’anima, la bella notizia è che Gesù vive soprattutto nelle cose di tutti i giorni e non smetterà mai di elargire i suoi doni, in modo particolare a coloro che Glieli chiedono con fede e insistenza.

Oggi il Maestro ci continua a parlare nella Liturgia, anzitutto con la prima lettura che è presa dagli ultimi capitoli del profeta Isaia. Quella parte del libro è stata scritta nel periodo in cui il popolo di Israele era tornato ormai dall’esilio in Babilonia e tale esperienza aveva mutato la precedente concezione di salvezza. Da una visione ristretta – solo chi è ebreo sarà salvo – adesso Israele comprende che egli non ne detiene l’esclusiva ma piuttosto che è stato chiamato per primo ad essere primizia di una moltitudine di popoli. L’autore sacro qui arriva a dire qualcosa di scandaloso se l’avesse scritto per anche solo 100 anni prima, che cioè i pagani aderiranno alla fede mosaica e addirittura potranno diventare sacerdoti di Jahvé! Per cui, appunto, leggiamo che non solo Israele, ma anche gli stranieri e gli emarginati possono aderire all’alleanza con Dio (Is 56,3–8). Questo per noi cattolici ha un importanza fondamentale, perché rende evidente che già l’Antico Testamento contiene un’apertura universale del Vangelo a tutte le genti (cfr. Mt 28,19; Ef 2,11-22).

Questa premessa è assai importante per comprendere il Vangelo. La domanda sulla salvezza che viene posta a Gesù, Gli dà piede per un approfondimento di vitale importanza per noi. Facciamoci anzitutto una domanda: in questa circostanza a chi sta parlando Gesù? È chiaro che si rivolge al suo seguito, quindi non a persone qualunque ma a chi stava credendo in Lui e lo accompagnava cammin facendo fino a Gerusalemme. Traslatando la scena ad oggi, Gesù interpellerebbe i cristiani credenti/praticanti, quelli vicini, chi va a Messa la domenica.

È molto interessante che il Maestro dribbla la questione numerica, tipo la vexata quaestio dei 144.000…, e invece va diritto al nocciolo: la salvezza è direttamente collegata alla relazione vitale, reale e personale con Lui.

È così chiaro nell’affermare questo che il Signore arriva persino a ipotizzare di disconoscere coloro con cui aveva mangiato a tavola – e sappiamo quanto peso abbia per Gesù la mensa e la convivialità – pur di dire che non sono i centimetri di prossimità che fanno un credente ma la relazione di amicizia! Ora spero che a tutti noi inizi un po’ a scottare la sedia in questo momento, a noi che siamo spesso tentati di farci forti delle nostre sacrosante abitudini di fede… appunto, abitudini che possono cancellare l’anima con cui vanno vissute.  Non sono stati proprio i concittadini nazzareni, coloro che avevano visto Gesù in pantaloncini corti, a volerlo sfracellare da un dirupo?

Ed ecco allora chiaro il senso della porta stretta: è dura mantenere l’amicizia con Gesù, perché è un dono da supplicare e non si può mai supporre e ricoprirlo sotto le spoglie della routine. È quindi proprio a noi cristiani che questa porta risulta stretta, perché è la Grazia che continuamente ci deve sorprendere e mai presumere di averla già assimilata. La porta stretta è la battaglia di ogni giorno per accogliere Gesù che passa dalla nostra vita, è un dono sempre da rinnovare e mai considerare un possesso comodo o un’appartenenza scontata.

Di conseguenza per voi sposi, tutto ciò costituisce una vocazione speciale. Papa Francesco, facendosi eco di un Magistero costante, dice che Gesù Risorto “abita” la relazione degli sposi, di ogni coppia che ha ricevuto il sacramento. Lo dice due volte in Amoris laetitia: anzitutto come dato di fatto, dicendo che Egli è con gli sposi, a prescindere dal loro grado di santità (cfr. AL 315) e poi nel senso che quella relazione è chiamata a diventare sempre più una sua dimora (cfr. AL 29). Il senso del verbo “abitare” è lo stesso che Giovanni usa per esprimere il concetto che il Verbo si è incarnato ed è venuto ad “abitare” in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 18), per cui esso riveste un significato assi forte ed esplicito. Parafrasando il Vangelo odierno, voi sposi potreste dire a Gesù: “Signore, noi ci siamo sposati in Chiesa, quindi siamo salvi” ma se questo non comportasse poi una relazione vera con lo Sposo, l’esito e la risposta del Maestro sarebbe la medesima del testo.

Cari sposi, sforzatevi di crescere nell’amore personale e di coppia con il vostro Sposo, con la preghiera, i sacramenti, i sacrifici offerti per amore. Il Papa Francesco chiarisce tutto questo in modo chiaro e con le sue parole vorrei concludere:

«Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo» (Angelus, 21 agosto 2016).

ANTONIO E LUISA

La parola che illumina tutto è relazione. Non è uno slogan, ma il cuore stesso del matrimonio. Lo ricordava padre Luca, richiamando le parole di papa Francesco: l’amore coniugale . come la fede – non vive di automatismi, ma di una scelta che si rinnova ogni giorno. Certo, al centro c’è Gesù, presenza viva che sostiene e feconda l’unione. Ma la sua grazia trova spazio solo in un cuore aperto: capace di accogliere l’altro con le sue fragilità e di lasciarsi sorprendere dalla sua bellezza. Un cuore che non smette di stupirsi davanti al dono della persona amata. Perché l’amore non cresce nei grandi gesti eroici, ma nei dettagli quotidiani: uno sguardo, una carezza, una parola buona, un dialogo sincero. Sono questi atti semplici che rendono vivo il matrimonio, lo custodiscono dalle abitudini sterili e lo trasformano in un segno di speranza per il mondo.

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Testimoni viventi di un amore nuovo

Cari sposi, nel Vangelo odierno leggiamo a chiare lettere che Gesù è venuto a portare fuoco sulla terra. Cosa significa questa frase? Brevemente si può affermare che il fuoco si riferisce a ciò che purifica, riconducibile al fuoco dell’Amore di Dio e allo Spirito Santo, mentre il battesimo rimanda alla Passione, come leggiamo già nella versione di Marco 10,38-39. Infine, la divisione trova eco nelle parole di Simeone in Lc 2,34 per cui Cristo è segno di contraddizione. Se ne deduce quindi che la pace annunciata da Gesù non sia affatto quella mondana e nemmeno una sorta di “nirvana” o benessere psicofisico ma piuttosto il frutto della verità e del vivere secondo la Sua Volontà.

Colpisce constatare che tutto ciò Gesù non lo dice in astratto ma che Lui per primo arde profondamente di questo Amore per ciascuno di noi. Non vede l’ora di farci sperimentare quanto ci ama e questo appunto avverrà tramite la sua Passione, Morte e Risurrezione con cui Egli ha sacrificato per amore ogni comodità e privilegio pur di essere come noi, piccolo e fragile.

Gesù, così, è il primo testimone di un amore totale, pieno, fino alla fine. Per questo Egli è lo Sposo per eccellenza, che incarna in modo perfetto il modo e lo stile della donazione nuziale e la cosa bella è che tutto ciò Egli lo vuole donare a ciascuno di noi, in particolare a voi sposi, tramite la grazia del sacramento delle nozze.

Cosicché vivere il matrimonio cristiano non è portare un semplice anello al dito ma conformare la propria vita personale e di coppia a Colui che si è lasciato bruciare dall’Amore e divenire così testimoni autentici di cosa sia veramente amare. Nel testo leggiamo, infatti, che Gesù “sarà battezzato”, il verbo “βαπτισθῆναι” è in forma passiva, dettaglio che rivela come l’azione divina preceda quella umana. È perciò confortante rendersi conto che nella vostra vita di sposi, lo Spirito ha agito e agisce costantemente e silenziosamente per bruciare ogni egoismo e mondanità nel vostro amore e purificarlo perché assomigli sempre più a quello dello Sposo.

Nella mia esperienza pastorale con gli sposi, ho toccato con mano che a un certo punto della vostra vita nuziale, vi accorgete che non si può andare avanti e vivere in Cristo senza passare dalla Pasqua, cioè dalla Passione, Morte e Risurrezione. Il fuoco dello Spirito diventa così la cartina di tornasole che autentica la maturità cristiana di una relazione, liberandola dalle spire e dalle insidie di donazioni mediocri e parziali.

Solo nello Spirito gli sposi possono entrare in una vita nuova, un’esistenza in continua rigenerazione, rinascita e conversione, il cui traguardo è nientemeno che la Famiglia Grande dei figli di Dio, in piena comunione tra voi e con Cristo. Perciò cari sposi, vorrei concludere proprio con le parole di Papa Francesco sulla Parola di oggi:

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita – tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi” (Angelus 14 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

La parola “divisione” ci spiazza: di solito la associamo al diavolo, a chi divide e semina discordia. Eppure è Gesù stesso a pronunciarla. Che cosa vuole dire? Io l’ho capito sulla mia pelle. Quando, insieme a mia moglie, abbiamo scelto di aprirci alla vita fino ad accogliere quattro figli, non tutti ci hanno compresi: c’è chi ci ha giudicati incoscienti, chi ci ha guardati con sospetto, chi con finta benevolenza che nascondeva preoccupazione. Lo stesso è accaduto quando abbiamo deciso di vivere la castità: agli occhi di tanti eravamo “strani”, quasi fuori dal tempo. Eppure proprio lì ho scoperto che seguire Cristo significa accettare anche divisioni dolorose: la vera pace non nasce dal consenso del mondo, ma dalla fedeltà ardente al Vangelo.

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Una fede condivisa vigila meglio

Cari sposi, siamo in pieno tempo di ferie e spero lo sia per tutti. Un periodo prezioso quanto ahimé anche fugace in cui possiamo non solo riposare il corpo ma anche la mente e lo spirito. Assieme a ciò, inevitabilmente per tutti noi il pensiero del prossimo anno si fa sempre più presente con tutta le serie di scadenze, impegni, sfide, ecc. Ecco allora che il Vangelo di questa domenica getta una luce importante e rincuorante.

Tutte le letture si basano sul binomio fede/attesa, dal libro della Sapienza che fa riferimento alla veglia di Pasqua ebraica, alla fede incarnata nei grandi personaggi dell’Antico Testamento e infine nella fede/attesa nel servo e nell’amministratore di cui parla Gesù.

Senza voler abbordare un tema immenso quale quello della fede, sinteticamente si può cogliere, dalle presenti letture, come essa sia per essenza una grande luce, superiore alla nostra intelligenza e al semplice buon senso. Una luce che ci aiuta ad attendere la presenza di Dio nelle cose concrete, ma senza farci smarrire in esse, senza appiattirci nell’attivismo.

La fede è la luce per eccellenza che ci fa afferrare meglio i contorni della vita, come quando in un bosco arriva il giorno e siamo in grado di contemplare molte più cose che la notte ci nascondeva. Così, per la fede, possiamo comprendere ogni momento della nostra vita come un dono ricevuto, di cui dovremo rendere conto a Colui che ce l’ha data.

Per voi sposi la fede ha un valore aggiunto e una sfumatura del tutto speciale. In quanto chiesa domestica e una sola carne, voi sposi siete la fondamentale e basilare forma di vita di fede condivisa. Detto in altri termini, nel matrimonio la fede non può più essere personale, come lo era prima da fidanzati o da semplici battezzati. Non che la fede di ognuno scompaia e si tramuti in una fede solo coniugale, cancellando il vissuto individuale, ma piuttosto che il proprio cammino da credenti non può non interfacciarsi e tenere conto di quanto l’altro/a creda o meno in Gesù.

Papa Francesco, in Evangelii gaudium, dice: “Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa.” (EG, n. 113). Se questo vale per la chiesa universale, vale anche e anzitutto per quella forma originaria di chiesa che è la coppia sposata. In tutto ciò voi sposi potete davvero godere di un grande dono, quello della fede condivisa che è senza dubbio un grande stimolo vicendevole a crescere e non demordere mai.

Ora, volendo applicare questo modo di vivere la fede/attesa secondo la Parola odierna al contesto sponsale si possono delineare due modi concreti secondo quanto esprime Gesù nel Vangelo. Non è affatto nuovo nella Scrittura questa pedagogia divina di porci davanti a un bivio; lo vediamo compiere infatti da Mosè, da Giosuè, da Elia, da Geremia ma appunto soprattutto da Gesù.

Ed ecco che ancora oggi il Maestro ci sfida e ci provoca ad essere profondamente responsabili della nostra vita e principalmente della nostra fede. Voi sposi con la vostra fede potete vivere la vita come buoni amministratori, sapendo che tutto quanto siete e avete è un regalo, dal vostro amore, dai vostri figli, alla casa, al lavoro… e di essi il Signore vi chiederà conto non solo singolarmente ma come coppia. Perciò. aiutatevi a vicenda ad essere vigili e a non scadere in visioni della vita troppo mondane, spronatevi e sostenetevi a credere sempre di più!

Ma, al tempo stesso, Gesù, con grande realismo, vi mette in guardia perché l’alternativa è alquanto sottile e ahimé impercettibile. Ci si può infatti tramutare, in un batter d’occhio, da amministratori saggi in padroni autoeletti, volendo tenere in pugno ogni cosa, avendo tutto sotto minuzioso controllo e vivere pianificando persino il domani. La coppia, da chiesa domestica, volendo o non volendo, diviene allora una specie di centrale auto-produttrice di amore e i figli sono visti come il prolungamento necessario dell’amore dei genitori.

Cari sposi, vi invito in queste vacanze a dedicare più tempo a voi e alla preghiera in coppia e chiedere il dono della fede per voi, affinché possiate affrontare con il giusto atteggiamento il nuovo anno che viene. È quanto ci invita anche il Papa, commentando proprio questo Vangelo, e con le sue parole vorrei concludere:

La seconda parola: «Siate pronti». È il secondo invito di oggi. È saggezza cristiana. Gesù ripete più volte questo invito, e oggi lo fa attraverso tre brevi parabole, incentrate su un padrone di casa che, nella prima, ritorna d’improvviso dalle nozze, nella seconda non vuole farsi sorprendere dai ladri, e nella terza rientra da un lungo viaggio. In tutte, il messaggio è questo: bisogna stare svegli, non addormentarsi, cioè non essere distratti, non cedere alla pigrizia interiore, perché, anche nelle situazioni in cui non ce l’aspettiamo, il Signore viene. Avere questa attenzione al Signore, non essere addormentati. Bisogna stare svegli” (Angelus 7 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

Quando ci teniamo per mano dopo la Comunione, concretizziamo un mistero immenso: il nostro matrimonio, sigillato nel corpo e nello Spirito, è diventato tenda in cui Dio abita. Da quel giorno viviamo uno nell’altro, anche quando il lavoro o la distanza ci separano. La presenza dell’altro è reale, dona pace e forza. La preghiera dell’uno arricchisce l’altro, i sacramenti nutrono entrambi. E questo vincolo rimane incorruttibile anche se uno dei due si allontana: la fedeltà di chi resta diventa intercessione potente, capace di attrarre la grazia di Dio e operare, nel tempo, la redenzione del coniuge.

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Arricchirsi davanti a Dio

Cari sposi, nel bel mezzo delle ferie chi di noi, almeno una volta, non avrà sognato vacanze esotiche, come solo pochi persone si possono permettere, in isole caraibiche, su yatch di lusso, acque cristalline e ogni confort nell’albergo? Tra un sogno e l’altro, oggi tutta la Parola ha un unico leit motiv: “la tua vita non dipende da ciò che possiedi”.

Sembra una frase un po’ moralistica ma nel contesto del vangelo emerge con forza la sua vera origine. Difatti Gesù sta predicando e sta dicendo cose profonde riguardanti la vita eterna ed ecco una voce fuori coro che lo provoca con una domanda così venale e impertinente. Non si tratta tanto di cattiva educazione quanto piuttosto di un’incomprensione molto simile al comportamento di Marta, la domenica scorsa.

Quest’uomo, che interrompe Gesù nella sua predicazione, dimostra che gli importano più i soldi ereditati che la sapienza del Signore, che le Sue parole di vita eterna. Ancora una volta ci troviamo dinanzi a un cuore chiuso, impermeabile, una persona che con la testa ha tutto chiaro ed è molto probabilmente d’accordo con il Signore ma con il cuore no, con la vita forse ha qualche difficoltà a lasciare spazio alla Grazia.

Ecco allora da dove nasce questa variante di catechesi che il Maestro ha voluto pronunciare e davvero ringraziamo questo anonimo discepolo per far sì che Gesù possa essere stato ancor più chiaro. Sono parole assai importanti in particolar modo per le coppie così esposte a questo tipo di pensieri, soprattutto quando devono fare i conti con una famiglia a carico, i figli, il mutuo, le tasse… e la fede sembra sfaldarsi tra i moduli dell’IMU e della TARI.

Ma il paradosso cristiano in queste circostanze si rafforza ancora di più e sono tanti gli sposi che hanno fatto e fanno l’esperienza di quanto sia vero ed attuale che ciò che conta è arricchirsi davanti a Dio, scommettere sulla presenza di Gesù nella propria vita, darGli sempre un posto di onore e non lasciarsi distogliere dalle preoccupazioni per servirLo e occuparsi del Vangelo.

Il Signore Gesù, lo Sposo della coppia, sa bene di quante cose pratiche essa debba occuparsi quotidianamente ma cerca sempre di trovare nel cuore degli sposi anzitutto quella fiducia incondizionata di sapersi fidare di Lui, di metterLo al primo posto, come ci ricorda Papa Francesco commentando questo brano evangelico. E proprio con esso vorrei concludere ed invitare ognuno di voi ad investire le proprie forze ed energie all’edificazione del Regno, l’unica e era ricchezza che inizia in questa vita e rimarrà per sempre:

L’incontro con Gesù vivo, nella sua grande famiglia che è la Chiesa, riempie il cuore di gioia, perché lo riempie di vita vera, di un bene profondo, che non passa e non marcisce: lo abbiamo visto sui volti dei ragazzi a Rio. Ma questa esperienza deve affrontare la vanità quotidiana, quel veleno del vuoto che si insinua nelle nostre società basate sul profitto e sull’avere, che illudono i giovani con il consumismo. Il Vangelo di questa domenica ci richiama proprio l’assurdità di basare la propria felicità sull’avere” (Angelus 4 agosto 2013). 

ANTONIO E LUISA

Non sono mai stato attaccato alle cose terrene. Non perché sia particolarmente virtuoso, ma perché, semplicemente, non sono ricco. Eppure ho scoperto che anche le sicurezze affettive possono diventare un attaccamento. La mia più grande è sempre stata Luisa. L’amore per lei è stato rifugio, certezza, appiglio. Ma è proprio nel sacramento del matrimonio, quando fai davvero spazio a Gesù, che succede qualcosa di sorprendente: impari ad amare senza possedere. È un paradosso: più amo Luisa, più sento che non ho bisogno di lei per essere completo. Perché Gesù è sempre più vicino. E Lui basta. Davvero.

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Gli sposi sono intercessori come Abramo

Cari sposi, oggi la Chiesa ci offre una Parola strutturata mettendo in parallelo due brani: il dialogo drammatico tra Dio e Abramo sulla sorte di Sodoma e la risposta di Gesù alla richiesta di un discepolo su come pregare. Che hanno in comune questi episodi? Si può dire che il Signore oggi vuole approfondire con noi il modo con cui preghiamo e soprattutto l’atteggiamento che soggiace alla nostra preghiera.

Vediamo nella prima lettura una conversazione alquanto strana: qui Dio sembra “cedere” alle richieste di Abramo, riducendo gradualmente il numero di giusti necessari per salvare la città, come se Egli fosse debole e facilmente influenzabile. Ma in realtà, niente di tutto ciò, difatti la Chiesa interpreta questo brano non come un segno di passività da parte di Dio ma come una rivelazione della misericordia divina e dell’importanza dell’intercessione. Dio è giusto al tempo stesso che misericordioso e riesce a trovare l’equilibrio per non distruggere il giusto con l’empio. A questo riguardo dice San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 4) che Dio non può cambiare idea ma semmai si esprime in un linguaggio umano, ragion per cui l’apparente “negoziazione” mostra che la Sua misericordia prevale sulla giustizia ma senza contraddirla.

E poi, perché Abramo si prende tutta questa libertà? Perché lui anzitutto si fida oltremodo di Dio. Così facendo, egli rivela essere una prefigurazione profetica di Cristo, l’Intercessore per eccellenza a favore dei peccatori di tutti i tempi. Già si intravede, perciò, un tratto del Vangelo, difatti tutto il colloquio avviene con grande libertà e umiltà da parte di Abramo, ragion per cui Dio ne accetta le richieste, mostrando una relazione personale e non meccanica con l’uomo. Ecco allora che emerge il grande potere dell’intercessione, una delle più alte forme di preghiera perché ci rende simili al Cuore di Cristo, come insegna il Catechismo: “L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù” (CCC 2634).

Quella di Abramo è una preghiera umile, insistente, coraggiosa, ambiziosa… che tocca il cuore paterno di Dio e per grazia ottiene il frutto. Ma in tutto ciò sorgono comunque domande profonde: se Dio sa tutto ciò di cui ho bisogno, perché non me lo dà e punto? Perché mai ho bisogno io di chiederGlielo? E inoltre: perché mettere in mezzo in una persona piccola e fallibile come tutti gli altri? Non era meglio se Dio fosse intervenuto direttamente senza tanti fronzoli? La scena evangelica, con i due esempi fatti da Gesù, è assai eloquente e profonda, perché svela, con parole semplici e riferimenti concreti, come la pensa Dio e come è il Suo Cuore. Egli cerca un rapporto personale con ciascuno di noi. Ogni persona non è un birillo da spostare a suo piacimento ma un essere con dignità infinita e che Egli vuole servire e con cui vuole tessere una relazione vera.

Ma c’è un’altra verità sbalorditiva: il Signore desidera compiere il bene in modo che sembri opera nostra, farina del nostro sacco. Dio, per così dire, si cela normalmente dietro le nostre azioni perché ci ama e perché vuole che il Suo Amore pervada la nostra vita, abbellendola e innalzandola. Per questo, sempre S. Tommaso afferma: “A Dio compete comunicare la sua bontà alle creature non solo nel fatto che esse ricevono la bontà, ma anche nel fatto che la trasmettono ad altre” (Summa Theologiae, I, q. 103, a. 6). Questo significa che la mediazione delle creature (ad esempio, degli angeli, dei santi, degli uomini giusti come Abramo) non sminuisce la potenza divina ma la esalta, perché Dio le rende collaboratrici della sua Provvidenza.

A questo punto, il riferimento a voi sposi è molto più immediato. Sodoma può anche essere il coniuge indurito, chiuso, lontano e l’altro è chiamato, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento, ad essere quell’intercessore che, come Abramo, cerca di smuovere il cuore di Dio. Lo dico pensando a tante belle testimonianze che il Signore mi ha regalato, nel mio percorso sacerdotale, di coppie così in cui ad un certo punto uno ha dovuto remare di più a favore dell’altro. E anche davanti a comportamenti gravi, non si è posto come giudice ma, alla stregua di Abramo, ha imboccato la via della misericordia. In un mondo che insegna “ti amerò finché dura” oppure “ti vorrò bene finché te lo meriti”, voi sposi avete il grande dono e la possibilità di predicare con la vita che una casa, una famiglia si può reggere solo grazie a questo stile di vita, di preghiera reciproca, di misericordia.

Vorrei concludere con un passaggio di Papa Benedetto, che ci regala un approfondimento proprio sulla figura spirituale di Abramo: “Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr. Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini” (Udienza 18 maggio 2011).

ANTONIO E LUISA

Spesso preghiamo perché nostro marito o nostra moglie cambi, diventi più affettuoso, più presente. Ma il primo cambiamento da chiedere è nel nostro cuore: diventare noi, con la grazia di Cristo, fonte di amore gratuito. È questo amore che può toccare e trasformare l’altro. Io ringrazio Dio perché Luisa ha fatto proprio questo: non ha cercato di cambiarmi, ma mi ha amato così com’ero. E quell’amore ha cambiato il mio cuore. È la forza silenziosa del Vangelo vissuto. Quando uno dei due ama così, senza pretese, diventa via di salvezza per l’altro. E l’amore, quello vero, rifiorisce.

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In silenzio ai piedi dello Sposo

Cari sposi, la Parola di oggi mette in parallelo due scene di squisita accoglienza, nel miglior stile mediorientale. Da una parte l’accoglienza di Abramo e Sara di questi tre misteriosi personaggi e dall’altra, l’accoglienza in casa di Gesù da parte di due sorelle, Marta e Maria.

Normalmente questo tema è l’occasione per parlare del saper armonizzare sapientemente il fare e il pregare. È un’interpretazione che viene da lontano, già alcuni Padri della Chiesa hanno già commentato così tale Vangelo. In modo particolare abbiamo San Gregorio Magno che sottolinea come certamente la vita contemplativa sia superiore ed eccellente ma che anche quella attiva sia totalmente necessaria, anzi spesso costituisce proprio la prima tappa del cammino spirituale. Pure Origene va nella stessa direzione quando vede Maria come figura dell’anima che medita profondamente la Parola di Dio, mentre Marta è figura dell’apostolato concreto, formando così le due modalità dell’anima stessa: una parte operosa e una parte contemplativa.

Mi piace sottolineare come il vero offerente non è chi apre la porta di casa bensì l’ospite. I tre angeli svelano l’imminenza dell’arrivo del figlio della Promessa, Isacco mentre Gesù regala la propria intimità, che sarà chiave per la risurrezione di Lazzaro. Quindi, chi arriva in casa dona più di quanto gli si offre ed in questo si comprende come, in realtà, la parte migliore non è frutto di una nostra scelta ma di un dono che ci porge Gesù stesso.

L’unico problema però è dato dalla disposizione del cuore. Nel caso di Marta, nonostante sia una buonissima persona, servizievole e premurosa, a un certo punto si fa prendere dalla rabbia e pretende di voler insegnare anche a Gesù. In questo quadro odierno lei assomiglia molto a Pietro il quale, per situazioni simili, aveva dimostrato in fondo di voler fare di testa sua.

Sebbene in apparenza Marta si riveli un ottimo anfitrione, di fatto lei non sta accogliendo Gesù, lo ospita solamente in casa, non entra nel suo cuore, non lo ascolta, anzi continua a parlare solo lei. Anche noi, paradossalmente, possiamo ostentare fede ma non ascoltare Gesù, non lasciarci toccare il cuore perché sempre centrati sul fare cose, belle e buone, ma che non hanno un valore di eternità.

Tutto ciò che risvolto può avere per voi coppie?

Di certo, per prima cosa, Gesù ammira quanto fate per lui fattivamente, per esempio sia in parrocchia, in qualche movimento, nel servizio presso la Caritas, o in modalità simili. È sinceramente contento del tempo che spendete al servizio per la Chiesa ma prima di tutto a Lui interessa il rapporto con voi personalmente e in coppia. Gesù anela incontrarvi nel profondo e trovare un posto privilegiato nel cuore in modo che Lo possiate ascoltare davvero.

In secondo luogo, qui vediamo una casa come luogo di incontro. Per voi sposi, la casa ha un valore teologico. La vostra abitazione non è solo funzionale ma è chiesa domestica. Per cui Gesù desidera fare della vostra casa un luogo di incontro con Lui, ambito di preghiera e di ascolto della sua Parola, non solo per voi coppia e famiglia, ma anche per chi accogliete e ospitate.

La casa non può esser solo lo spazio per fare festa con amici, per ricevere chi è simpatico e piacevole o per passare momenti sereni in compagnia, il che rifletterebbe bene la dimensione serviziale e ospitale del Vangelo di oggi, ma è chiamata in fin dei conti a divenire “chiesa domestica”, cioè, l’occasione per permettere a Gesù di essere udito e incontrato tramite voi.

Vi auguro che, nel corso di questa estate, ci siano momenti di sosta per stare in coppia a quattr’occhi con lo Sposo e lasciarvi guidare da Lui. Perciò, vorrei concludere con una bella esortazione di Papa Francesco, che invita proprio a questo:

La parola di Gesù non è astratta, è un insegnamento che tocca e plasma la vita, la cambia, la libera dalle opacità del male, appaga e infonde una gioia che non passa: la parola di Gesù è la parte migliore, quella che aveva scelto Maria. Per questo lei le dà il primo posto: si ferma e ascolta. Il resto verrà dopo. Questo non toglie nulla al valore dell’impegno pratico, però esso non deve precedere, ma sgorgare dall’ascolto della parola di Gesù, dev’essere animato dal suo Spirito. Altrimenti si riduce a un affannarsi e agitarsi per molte cose, si riduce a un attivismo sterile” (Angelus, 17 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo di oggi, insieme alle parole luminose di padre Luca, ci tocca nel profondo e ci provoca: da dove nasce il nostro fare, il nostro correre, il nostro attivismo? Se non sgorga dall’incontro con l’Amore vero, rischia di essere solo una fuga. Quando Cristo abita davvero la nostra coppia, ogni gesto diventa fecondo. Ma se ignoriamo la fatica dell’amarsi ogni giorno, se non ci doniamo con tenerezza, ascolto e cura reciproca, anche il servizio più nobile può diventare una scusa per non stare dove Dio ci aspetta: nel nostro matrimonio. È lì che ci santifichiamo. È lì che si fa verità.

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Gli sposi, salvati e salvanti

Cari sposi, siamo entrati pienamente nel tempo estivo e spero che le ferie possano essere di aiuto nel riposo e nella crescita spirituale. Il Vangelo odierno va diritto al cuore di voi sposi per tanti motivi. Anzitutto però vediamo quale sia il senso principale con cui Gesù l’ha pronunciato. Egli, infatti, sta rispondendo a una domanda ben precisa di un dottore della Legge, uno dei massimi esperti della Torah in Israele. Il mittente vorrebbe saggiare le conoscenze del Maestro magari proponendogli casi spinosi da risolvere e difatti si comprende come parta un po’ soft ma sia intenzionato a scendere eventualmente a cavilli ingarbugliati per cogliere in fallo Gesù.

Tuttavia, il Signore taglia corto e risponde in un modo, per un verso semplice, dall’altro di una profondità ammirevole. Il caso presentato non era per nulla strano a quell’epoca, difatti la strada che da Gerusalemme portava a Gerico era ripida, in un territorio arido e inospitale, ideale per gli agguati di ladri, se teniamo conto che quella era la via principale per andare verso nord.

Non doveva essere raro che questi tre personaggi si fossero incrociati in altre occasioni lungo questa via, difatti i sacerdoti e leviti, da ogni parte di Israele, convenivano mensilmente a Gerusalemme per svolgere il loro compito nel Tempio. Ma se loro due non hanno toccato questo pover’uomo non era certo per cattiveria o bieca indifferenza, ma semplicemente perché per i loro doveri religiosi non potevano, dovendo rispettare le norme di purezza rituale, imposte nel Levitico (vedi Lv 15, 16‑19 e 17, 11‑14).

Gesù, in modo rispettoso e umile, sta dicendo a questo dottore che la Legge che lui incarna non può più salvare l’uomo caduto e peccatore. Ci vuole qualcos’altro: ci vuole una Salvezza più efficace. Ed è per questo che la Chiesa ha subito intravisto in questa parabola un senso teologico molto più vasto. Da Origene, ad Ambrogio e infine Agostino, i Padri hanno riletto la parabola come un grande riassunto della storia della salvezza, in cui l’uomo ferito è Adamo cioè ogni persona afflitta dal peccato (i briganti). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e i Profeti, che oramai non possono salvare. Ci vuole allora una salvezza e un salvatore diversi e questi è proprio rappresentato dal Samaritano, ossia Cristo, che “si fa prossimo” e tramite l’olio e il vino, cioè i sacramenti (battesimo, eucaristia, unzione) porta il malcapitato in una locanda, simbolo della Chiesa, in cui Cristo l’affida al locandiere, figura dei vescovi e sacerdoti.

Siamo convinti che solo Cristo salva e lo fa tramite la sua Chiesa Sposa, che Gli è unita misticamente. Ma in tutto ciò voi sposi avete un ruolo chiave, difatti siete la visualizzazione e il prolungamento di tale unità, come disse a suo tempo Leone XIII nell’Enciclica Arcanum: “Il matrimonio ha Dio come autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio” e lo ha ripetuto poi Giovanni Paolo II (Familiaris consortio 13) e Francesco (Amoris laetitia 67). In altre parole, per “comprendere” il mistero dell’Incarnazione ci vuole una coppia cristiana che cerchi di far agire in sé la grazia unitiva di Cristo.

Per questo voi portate nel vostro amore l’antidoto al peccato. Se è vero che spesso tale peccato, sotto le spoglie di un dialogo inconsistente, di una sessualità malata, di relazioni tossiche, di dipendenze affettive e una lunga serie di eccetera, rovina le coppie, manda in malora i matrimoni, è pur vero che voi sposi siete ricchi di un dono che non viene da voi stessi ma vi è consegnato perché serva anzitutto a voi e poi perché ne facciate dono ad altri. Voi sposi siete a un tempo quel poveretto, bastonato e derubato che giace a terra, ma altresì fungete anche da Samaritano nel rialzare e curare.

Questo vangelo vi ricorda che avete sempre bisogno di Cristo e della Chiesa per essere coppia ma al tempo stesso Egli vi chiama a prolungare verso altrettante coppie e persone questa capacità di prendersi cura e di amare. Papa Giovanni Paolo II l’ha detto molto bene: “(gli sposi) non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris consortio 49).

Vorrei concludere con un bel commento di Papa Francesco, commentando proprio in Vangelo di oggi, per il realismo e la semplicità con cui vi dà la carica per non rimanere come spettatori ma per mettervi in cammino e donare ciò che avete ricevuto:

«Davanti a questa parabola evangelica può capitare di colpevolizzare o colpevolizzarsi, di puntare il dito verso altri paragonandoli al sacerdote e al levita: “Ma questo o quello vanno avanti, non si fermano!”, oppure di colpevolizzare sé stessi enumerando le proprie mancanze di attenzione verso il prossimo. Ma io vorrei suggervi un altro tipo di esercizio. Non tanto quello di incolparci, no; certo, dobbiamo riconoscere quando siamo stati indifferenti e ci siamo giustificati, ma non fermiamoci lì. Lo dobbiamo riconoscere, è uno sbaglio, ma chiediamo al Signore di farci uscire dalla nostra indifferenza egoistica e di metterci sulla Via. Chiediamogli di vedere e avere compassione. Questa è una grazia, dobbiamo chiederla al Signore: “Signore che io veda, che io abbia compassione, come Tu vedi me e Tu hai compassione di me”» (Angelus, 10 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Quante volte, io e Luisa, ci siamo guardati negli occhi riconoscendo la nostra miseria. Le nostre fatiche, i nostri limiti, persino i peccati che ci portiamo dentro. Eppure, proprio lì, nel punto più fragile, abbiamo fatto esperienza di una forza che non era nostra. Il sacramento del matrimonio non ci ha resi perfetti, ma ci ha resi capaci di amarci con verità. Di rialzarci. Di perdonarci. Di non scappare. E oggi lo sappiamo: possiamo portare a compimento la nostra vita solo perché ci affidiamo ogni giorno a quella Grazia che ci ha uniti. E che ci salva. In due.

Antonio e Luisa

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Provaci, non Perdi Nulla e Vivrai la Gioia

Cari sposi, il brano di oggi si colloca in un momento in cui i primi discepoli hanno già visto diversi miracoli, hanno già sentito le beatitudini sul Tabor e quindi Gesù per loro è già un maestro molto autorevole, un profeta e la sua identità messianica inizi a balenare nella loro mente.

Ma il Signore non vuole rendere i propri discepoli “spugnosi” bensì persone dinamiche e generose. È così che, un bel giorno, il Maestro li sfida a ridonare agli altri quanto hanno ricevuto fino a quel momento.

Guardiamoli in faccia: timorosi, titubanti, imbarazzati nel dover mettersi a bussare alle porte e parlare di Gesù di Nazareth… chissà che cosa sarà successo in quei frangenti. Di sicuro tanti che non aprivano, alcuni li rifiutavano in malo modo, altri invece li hanno accolti in casa. Fatto sta che tutti tornano pieni di gioia per essere stati strumenti di Grazia.

Dice Papa Francesco proprio su questo brano: “La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste” (Evangelii gaudium 21).

Evangelizzare non dovrebbe mai essere un peso ma una gioia che si condivide, la gioia di aver incontrato Cristo e di testimoniarlo con naturalezza e semplicità. Per questo, noi cristiani dobbiamo essere davvero “in uscita”. Non possiamo più pensare che la fede si comunicherà magicamente, di generazione in generazione, grazie all’ora di religione, all’oratorio, al gruppo Scout… è da tanto che Gesù ci chiama a essere testimoni credibili del suo Nome in un mondo sempre più multiculturale e meno cristiano!

Ma per voi sposi questo vangelo ha un tocco speciale. Se ci fate caso Gesù sta di fatto chiedendo ai 72 di entrare nelle case, quindi di rivolgersi anzitutto agli sposi, ai genitori di quella famiglia. Quanto Gesù ha chiesto a quei 72 di fatto è stata la “mossa” vincente della chiesa delle origini. Il Cristianesimo è rimasto in stato di latitanza per ben tre secoli, non avendo liceità legale. Ai cristiani fino al 313 dC non era permesso vivere la propria fede in pubblico né tantomeno avere luoghi propri per praticare il culto. Dove, se non nelle case, si poteva essere liberi di parlare di Gesù, di fede, della Parola…? Ecco allora che la coppia credente, con la sua testimonianza, con l’educazione dei figli, con il rapporto con altre coppie, è stata chiave per diffondere il Vangelo. E tutto questo in un’epoca di persecuzioni, di attacchi violenti, di martirio…

Cari sposi, se tanti nostri fratelli in Cristo sono riusciti ad essere fedeli in circostanze estreme, anche noi oggi, che viviamo ancora tempi di relativa pace, siamo chiamati a non lasciarci vincere dalla pigrizia, dalla vergogna, dal timore e donare quella fede che abbiamo, poca o tanta che sia, ma comunque provandoci. Senza alcun dubbio, il Signore non solo vi farà dono della sua gioia, quella vera, profonda, intima, ma vi concederà il frutto di vedere che tramite voi lo Spirito opera meraviglie.

ANTONIO E LUISA

Noi sposi siamo chiamati a evangelizzare non attraverso la perfezione, ma attraverso la fedeltà concreta alle nostre vite reali. È lì che Dio ci santifica e ci rende testimoni. La nostra missione nasce da ciò che siamo, con le gioie e le ferite che caratterizzano la nostra famiglia. Anche quando ci sentiamo fragili o inadeguati, possiamo rivelare al mondo l’amore di Dio. Ogni famiglia è portatrice di una profezia unica: c’è chi accoglie la disabilità con gratitudine, chi attraversa il dolore del lutto, chi cresce molti figli o chi vive la fatica di non poterli avere. Tutte queste storie parlano di Dio. Anche la famiglia che semplicemente “tiene duro” può diventare luce per altri. Non dobbiamo vergognarci della nostra imperfezione: è proprio lì che il Signore si manifesta. Uniti, anche nella fatica, diventiamo tante piccole fiammelle che, insieme, mostrano al mondo il volto dell’Amore.

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Modelli non per Bravura ma per Grazia

Cari sposi, oggi è una ricorrenza molto bella per tutta la Chiesa. Facciamo memoria di coloro che Cristo ha voluto come segno visibile di unità e di coesione nella dottrina e nell’evangelizzazione per tutti i credenti di tutte le epoche.

Due uomini come noi sono diventati modello di vita per sempre nella Chiesa, tanto che le loro statue svettano a sempiterna memoria nella piazza del Vaticano.

Ma forse ci siamo persi qualcosa: sono dei modelli per la Chiesa? Proprio quel Simone di Giovanni e quel Saulo di Tarso? Pare che la loro fedina non sia tanto pulita: Pietro, il rinnegatore numero uno, il codardo dinanzi a una ragazzina, il grande assente sotto al croce… Paolo, l’omicida, il bestemmiatore, il persecutore… è sinceramente incredibile pensare che due uomini con questo passato siano le nostre colonne della fede. Mi viene in mente le volte che ho incrociato persone appartenenti a sette o gruppi religiosi simili e sentire quasi la boria con cui si parla dei meriti dei loro fondatori… mentre noi non nascondiamo di certo i difetti e peccati di chi ci rappresenta.

In sostanza, cosa ha fatto grandi Pietro e Paolo? L’amore di Cristo e il loro totale abbandono alla Sua Misericordia. Tutti e due, in modi e tempi diversi a un certo punto della loro vita hanno dovuto arrendersi a Cristo e smetterla di pensare di contare sulle proprie forze e capacità e lasciarsi prendere per mano e guidare dal Maestro.

Solo così essi hanno davvero fatto passi in avanti, solo così sono cresciuti nella virtù e nell’amore. Finché, un bel giorno, Pietro si è arreso all’amore di Cristo quando ha ammesso: “Signore, tu sai tutto” e Paolo similmente quando ha scritto: “Ti basta la mia grazia” e “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”.

Quale gioia per voi coppie scoprire di essere stati chiamati e scelti con un criterio simile a quello che Gesù ha usato per Pietro e Paolo. Non ha scorto in loro parvenze di perfezione ma ha solo cercato cuori grandi e generosi, pronti a dare la vita. Come per loro, anche a voi sposi Gesù invita a lasciarvi “conquistare da Cristo e correre per conquistarlo” (cfr. Fil 3, 12).

Il martirio di entrambi è anzitutto un capolavoro della Grazia di Dio che ha prevalso sul loro egoismo e sulla loro paura

Cari sposi, anche voi siete stati stabiliti saldamente sulla roccia dell’amore di Cristo per la grazia del sacramento del matrimonio. Possiate guardare oggi a questi due nostri fratelli nella fede, Pietro e Paolo, come testimoni che l’amore fedele, fino alla morte è possibile e va ben oltre le nostre debolezze e infedeltà. Vi sia di stimolo Papa Francesco con queste sue parole: “Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E’ fedele” (Omelia 29 giugno 2014).

ANTONIO E LUISA

San Pietro e San Paolo sono due colonne della Chiesa, due santi immensi, ma anche profondamente diversi. Pietro era un pescatore, impulsivo, semplice, spesso fragile; Paolo era colto, determinato, talvolta spigoloso. Eppure, proprio nella loro diversità, hanno saputo lasciarsi plasmare da Cristo e diventare strumenti potenti nelle Sue mani. Anche per noi sposi questo è un grande insegnamento: non serve essere uguali, non serve pensare allo stesso modo o avere le stesse reazioni. Ciò che conta è lasciarsi guidare da Gesù, affidare a Lui la nostra vita e il nostro matrimonio. Pietro e Paolo hanno testimoniato con la vita e con il martirio che, quando ci si abbandona a Cristo, le differenze non dividono ma diventano una ricchezza. Così anche noi, nelle nostre differenze, possiamo costruire qualcosa di grande, se insieme guardiamo a Lui e ci lasciamo condurre dal Suo amore.

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Il Sacramento dello Sposo, della Sposa

Cari sposi, diversi anni fa una coppia di amici mi ha raccontato di come avevano organizzato il loro matrimonio. Ci tenevano in modo speciale che, nell’offertorio, oltre agli elementi tipici (calice, pane, vino…) ci fossero alcuni oggetti particolarmente significativi nel loro cammino assieme. Uno di questi era uno specchio, con il quale volevano significare il loro desiderio di divenire, con il matrimonio, riflesso dell’amore di Cristo per loro stessi, per i figli e per chiunque li avesse conosciuti.

Oggi riconosco quanto mi ha aiutato quell’incontro per cogliere una verità essenziale della coppia cristiana: manifestare un tratto dell’amore divino.

Eppure, ho altresì incontrato tante coppie che hanno espresso la fatica di una simile azione, come se si trattasse spesso di un scalata a mani nude su una parete ghiacciata. Ma la solennità odierna viene in nostro aiuto e comunica a voi sposi una consapevolezza davvero consolante.

Siamo debitori a Papa Benedetto per aver chiarito tante volte, soprattutto in occasione della presente festività che “Proprio per la sua natura di evento performativo, l’Eucaristia coinvolge non solo la dimensione individuale del credente, ma anche quella comunitaria e universale” (Sacramentum caritatis 11). Che significa? Che l’Eucaristia non è soltanto un segno o un rito simbolico, ma è un’azione che realizza ciò che significa: è un sacramento che compie effettivamente la comunione tra Dio e gli uomini e trasforma interiormente chi vi partecipa.

San Tommaso D’Aquino, grande cantore dell’Eucaristia, volendo appunto sottolineare questa capacità trasformante del Divino Sacramento ne ha espresso in vari modi i suoi effetti. Quindi, Cristo Eucaristia, pieno di grazia e di verità, ordina i comportamenti, forgia il carattere, nutre le virtù, consola gli afflitti, fortifica i deboli, incita alla sua imitazione e santifica coloro che si rivolgono a Lui. Quanto bene ci fa Gesù nel momento in cui Lo adoriamo o Lo riceviamo nella Messa!

Già è chiaro a questo punto che ricaduta può avere per voi sposi vivere vicino a Gesù Eucaristico. Sempre papa Ratzinger scrive:

L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa” (Sacramentum caritatis, 27).

La Presenza viva di Gesù vi aiuta a rinforzare continuamente il vostro “sì” reciproco e a non permettere che l’egoismo si infiltri e vi inganni. Avvicinatevi a Lui nel Tabernacolo, cercatelo, sostate anche solo qualche minuto al giorno. E se gli impegni vi rendessero impossibile entrare fisicamente in chiesa nei giorni feriali, almeno unitevi spiritualmente a Lui.

L’Eucarestia significa non solo il vostro specchio nel quale vedere l’ideale di un Amore totale e totalizzante ma è anche la forza che Gesù vuole costantemente infondervi perché siate qui ed oggi il Suo prolungamento, la sua mano tesa.

Concludo con questo celebre brano, tratto da un’omelia di S. Agostino, nel quale ci aiuta a comprendere quanto anela Gesù non solo entrare in noi ma diventare parte di noi. Ebbene, voi sposi potete essere più che mai, nell’Eucarestia, Sacramento di Gesù che si rende presente ancora nel 2025:

Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: «Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me» (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui” (Omelia di papa Benedetto XVI 23 giugno 2011). 

ANTONIO E LUISA

A quanto scritto da padre Luca, desideriamo aggiungere solo un pensiero. Ma è un pensiero che ci vibra dentro, che ancora oggi — dopo tanti anni di matrimonio — ci commuove fino alle lacrime. È qualcosa che abbiamo toccato con mano, vissuto nella carne e nello spirito. Quando accade, ci sentiamo i più fortunati sulla terra. Perché il nostro incontro intimo, vissuto nel dono pieno, sincero, vulnerabile della persona, diventa sacramento vivente. È Eucaristia domestica. Non solo piacere, ma gesto profetico. In quell’abbraccio impariamo a dire col corpo: “Questo è il mio corpo, offerto per te”. E a riceverlo come si riceve l’ostia: con stupore, tremore, gratitudine e adorazione.

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Divina somiglianza

Cari sposi, riordinando gli album di foto di famiglia, sono incappato nel più antico di tutti, datato a metà ‘800 e ho potuto nuovamente vedere il mio trisavolo, in un dagherrotipo ormai scolorito e leggermente ammuffito. Mi ha fatto piacere ritornare con la memoria ai miei avi e certamente ho notato una certa somiglianza, che risalta nei loro volti, fino alla mia famiglia. Tuttavia, se mai potessimo andare indietro nel tempo e magari avere anche le foto dei nostri più lontani antenati, constateremmo la grande differenza di volto, statura, tratti somatici, che – va da sé – si perde lungo il corso del tempo.

Cosa fa sì che io appartenga in fin dei conti alla mia famiglia, al mio cognome? Probabilmente qualche linea genetica ma anche quella, nei secoli, si dilegua. Sorge allora una domanda: chi mi dà l’identità, se non il mio casato e la mia terra di origine? Tutte cose, in fin dei conti, relative se guardiamo la storia da un punto di vista più distaccato.

Ma quel che dovrebbe sorprenderci è constatare il nostro legame con Dio, in modo particolare con la Santissima Trinità. Non è per nulla azzardato affermare che noi Le apparteniamo e ciascuno ha, che lo senta o meno, un legame personalissimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito, creatosi a partire dal Battesimo.

Può accadere che l’affermare queste frasi o simili, dal denso spessore teologico, possa indurre un certo scetticismo o quanto meno ci può lasciare a bocca aperta senza poter dir nulla. In realtà, la presenza in noi della Trinità è performante, è fonte di comunione, è slancio verso l’altro e freno a chiuderci in noi stessi.

Tutto ciò risplende di particolar luce per voi sposi, che siete un Suo riflesso (Amoris laetitia 11). I vescovi italiani sono ancora più espliciti quando affermano: “il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa” (CEI, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1) e quindi a quel Mistero occorre risalire anche per il matrimonio, se è vero che esso è indicato da S. Paolo come grande sacramento della comunione Cristo-chiesa (Ef 5, 32). Difatti, il matrimonio incarna, sebbene in modo parziale, quel mistero che Gesù presenta dicendo, nell’ultima cena: “Come Tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola!” (Gv 17,21). L’unità del Padre e del Figlio è né più né meno che quella realizzata dall’unità dello Spirito ed è donata a voi sposi nel matrimonio.

Quindi, il vivere nella Trinità, essendone un riflesso, porta poi a una meravigliosa conseguenza, come ha sottolineato un grande teologo, Padre Pierre Adnès, esperto di matrimonio:

la coppia feconda rappresenta in realtà nientemeno che l’intima fecondità trinitaria […]. L’unione della coppia è un’immagine dell’unità d’amore che unisce la prima e la seconda Persona della Trinità e che fa loro produrre insieme una terza Persona, lo Spirito santo, simile a loro, che suggella e corona la loro unione.”

Cioè, la fecondità della coppia è già insita nell’essere immagine trinitaria! Si tratta di esserne consapevoli e di chiedere sempre la grazia affinché vi siano i frutti concreti.

Cari sposi, non abbiate paura della vostra divina somiglianza alla Trinità, piuttosto diventiate sempre più coscienti di tale dono e invocate lo Spirito che ogni giorno possa continuare la Sua opera di trasformazione in voi.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, siamo chiamati a essere immagine vivente della Trinità: un amore che non trattiene, ma si dona. Ogni gesto quotidiano – una carezza, un bicchiere d’acqua, un silenzio paziente – può diventare riflesso dell’amore trinitario, che è comunione, dono reciproco, accoglienza. Quando scegliamo di servire invece di pretendere, di comprendere invece di giudicare, rendiamo visibile il volto di Dio nella nostra casa. Come il Padre, il Figlio e lo Spirito si amano in un dialogo eterno d’amore, così anche noi, con la nostra tenerezza concreta, possiamo trasformare la vita ordinaria in una manifestazione della presenza di Dio.

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