Beati gli sposi riconoscenti

Cari sposi, oggi vorrei iniziare subito riportando il commento di Papa Benedetto al brano evangelico che la Chiesa ci offre:

Il Vangelo di questa domenica presenta Gesù che guarisce dieci lebbrosi, dei quali solo uno, samaritano e dunque straniero, torna a ringraziarlo (cfr. Lc 17, 11-19). A lui il Signore dice: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!” (Lc 17, 19). Questa pagina evangelica ci invita ad una duplice riflessione. Innanzitutto, fa pensare a due gradi di guarigione: uno, più superficiale, riguarda il corpo; l’altro, più profondo, tocca l’intimo della persona, quello che la Bibbia chiama il “cuore”, e da lì si irradia a tutta l’esistenza. La guarigione completa e radicale è la “salvezza”. Lo stesso linguaggio comune, distinguendo tra “salute” e “salvezza”, ci aiuta a capire che la salvezza è ben più della salute: è infatti una vita nuova, piena, definitiva. Inoltre, qui Gesù, come in altre circostanze, pronuncia l’espressione: “La tua fede ti ha salvato”. È la fede che salva l’uomo, ristabilendolo nella sua relazione profonda con Dio, con sé stesso e con gli altri, e la fede si esprime nella riconoscenza. Chi, come il samaritano sanato, sa ringraziare, dimostra di non considerare tutto come dovuto, ma come un dono che, anche quando giunge attraverso gli uomini o la natura, proviene ultimamente da Dio. La fede comporta allora l’aprirsi dell’uomo alla grazia del Signore; riconoscere che tutto è dono, tutto è grazia. Quale tesoro è nascosto in una piccola parola: “grazie”! (Angelus, 14 ottobre 2007).

Desidero prendere spunto da questo discorso del Papa perché contiene le coordinate principali che ci fanno cogliere la ricchezza della Parola del Signore oggi. Anzitutto, a prima vista, la Chiesa ci presenta un intreccio di due personaggi: Naaman il Siro e un anonimo lebbroso samaritano.

Partiamo dal fatto che sono due persone nemiche di Israele, il primo per essere un pagano e militare di carriera, al servizio della politica di violenta espansione del suo re Ben-Adad (860-841 a.C.); il secondo, lo sappiamo bene, appartiene a un popolo che ha voltato le spalle al Regno di Giuda e a Gerusalemme e farsi una fede tutta sua, imitando malamente la religione ebraica autentica. Ragioni sufficienti per essere condannati ed esclusi, e invece accade proprio il contrario.

Appunto per essere lontani, hanno un approccio distinto con la Grazia che viene loro offerta, ora da Eliseo ora dallo stesso Gesù in persona. Cioè, non sono succubi del “si è sempre fatto così” e delle routine mortali di chi ha sempre avuto queste cose sotto gli occhi, ma obbediscono al dono che ricevono. Per cui la prima grande lezione è l’obbedienza al Signore, anche nelle cose che ci capitano, nella realtà quotidiana. Diceva S. Francesco di Sales: “Nulla avviene se non per la volontà di Dio, o per il suo permesso; e nulla avviene che Egli non possa far concorrere al nostro bene” (Filotea, III, cap. 10). Spesso è proprio la fissazione sulle nostre attese che ci impedisce di entrare nei percorsi di guarigione che Dio ci offre; invece, entrambi, fidandosi, accolgono un bene che cambia in meglio la loro vita.

In secondo luogo, tale abbandono e fiducia obbediente genera la gratitudine, la gioia di essere stati graziati, colmato di un bene. Non è affatto un caso che a essere grati siano due che hanno fatto l’esperienza della malattia, cioè esattamente la mancanza di quel dono e di quel bene. Invece, chi ce l’ha, non può avere lo stesso atteggiamento, ma rischia seriamente di vivere nella monotonia della scontatezza.

Infine, vi è qui il tema della gratitudine. Una virtù largamente praticata da Gesù che sovente ringraziava il Padre per tutto quello che Gli concedeva, al punto che il gesto dell’amore più grande, quello con cui dona la vita per gli amici, è divenuto il Ringraziamento per eccellenza, ossia tradotto in greco, l’Eucarestia.

Ora a questo punto ci trova davanti a una sorta di “bivio”: si può essere guariti e non cambiare nel profondo del cuore oppure la guarigione può diventare preludio di salvezza; sta solo a noi, alla nostra libertà, scegliere quale strada prendere. Difatti, quella guarigione vuole essere, nella mente di Dio, l’inizio della conversione, ce lo confermano i tanti miracoli che Gesù ha compiuto, i quali erano il preambolo per mostrare la grandezza della Grazia, la capacità di trasformare il cuore dell’uomo e redimerlo.

E così, la gratitudine ci consente di dare quel passo in più e di ottenere non solo una guarigione, come del resto qualsiasi bene concreto e materiale, ma soprattutto la salvezza, che è la pienezza del bene, sia materiale che spirituale. San Tommaso D’Aquino, nella Summa, scrive: “Chi è grato per un beneficio ricevuto, prepara sé stesso a riceverne un altro” (Summa Theologiae, II-II, q.106., a.3, ad 3), e quindi una grazia tira l’altra, fino ad arrivare a quella con la G maiuscola: la salvezza, il dono della fede, la grazia di una relazione viva con Lui, caparra della Beatitudine eterna.

Quindi, come cristiani siamo chiamati ad essere grati, sempre. Il mondo, il mainstream ci vuole rendere avidi, bulimici e annoiati per cercare qualcos’altro e in fin dei conti, sentire il bisogno di comprarlo. Invece la gratitudine è sobria e sa accontentarsi del dono ricevuto.

Come si traduce tale Parola nella vostra vita di sposi? Anzitutto voi sposi siete chiamati, in forza del sacramento nuziale, a un’obbedienza reciproca. Lo esprime bene S. Paolo (Ef 5, 21) quando dice che la prima obbedienza è al coniuge. Ma in quale senso lo dice? Ce lo spiega bene San Giovanni Paolo II: “L’amore esclude ogni genere di sottomissione, per cui la moglie diverrebbe serva o schiava del marito, oggetto di sottomissione unilaterale. L’amore fa sì che contemporaneamente anche il marito è sottomesso alla moglie, e sottomesso in questo al Signore stesso, così come la moglie al marito. La comunità o unità che essi debbono costituire a motivo del matrimonio, si realizza attraverso una reciproca donazione, che è anche una sottomissione vicendevole” (Udienza 11 agosto 1982). 

Cioè per voi sposi il tramite ordinario con cui vi parla il Signore, dopo evidentemente la propria coscienza, è il coniuge, ed è su questo punto che siete invitati ad approfondire la vostra relazione, perché diventi fonte di grazia.

In secondo luogo, la gratitudine. Già ci ricordava Papa Francesco le famose 3 parole speciali per gli sposi “scusa, permesso e grazie” (cfr. Udienza del 13 maggio 2015). La gratitudine sponsale si situa nel riconoscere il proprio amore e la propria relazione come un dono di Dio. Quanti di voi avete costruito con sudore e sangue un matrimonio solido, ma sapete bene che è Cristo il grande protagonista e a Lui va riconosciuto sempre il merito. La gratitudine vi aiuta così a restare sempre in relazione con lo Sposo e a vedervi sempre un dono reciproco.

Ed infine, la guarigione e la salvezza. Quanto appena detto è il preludio per sanare tante ferite. Solo quando si vede in Cristo la fonte della grazia e si portano a Lui le ferite e le sofferenze, Egli può compiere la sua azione guaritrice, come diceva S. Agostino: “Avvicinatevi a lui e sarete illuminati; avvicinatevi al medico e sarete guariti” (Enarrationes in Psalmos 85,5). Che azione sanante compie Cristo su di voi? Lo dice ancora Giovanni Paolo II: “Egli rivela la verità originaria del matrimonio, la verità del «principio» (cfr. Gen 2,24; Mt 19,5) e, liberando l’uomo dalla durezza del cuore, lo rende capace di realizzarla interamente”.

Cari sposi, più permettete a Gesù Sposo di agire nella vostra relazione, più Lo ascoltate, ringraziate, benedite e più Lui vi renderà saldi e uniti nel Suo Amore.

ANTONIO E LUISA

“Sottomessi vicendevolmente” è una delle espressioni più belle del Vangelo, ma anche una delle più difficili da vivere. Non sempre entrambi riescono a farlo nello stesso modo o con la stessa forza: spesso uno dei due prende l’iniziativa, sembra il più “debole”, ma in realtà è il più forte, perché ama per primo. Io ringrazio Dio ogni giorno per avermi donato una sposa così: la sua sottomissione libera, dolce e piena d’amore mi ha insegnato cosa significa donarsi davvero, mettendo l’altro e la famiglia al primo posto. E mi ha dato la motivazione e il desiderio di donarmi a mia volta, totalmente.

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Beati gli sposi di “poca fede”!

Cari sposi, oggi il Vangelo ci mostra una scena davvero toccante, perché gli apostoli fanno una richiesta quanto mai lecita nel chiedere a Gesù di aumentare la loro fede. In realtà si tratta di una vera e propria supplica perché poco prima Egli ha parlato delle gravissime conseguenze di chi scandalizza un bambino così come del comando perentorio di perdonare sempre… Se queste sono le condizioni per seguire Gesù, meglio chiederGli subito di aumentare la nostra poca fede, altrimenti siamo perduti!

La risposta di Gesù in apparenza sembra alzare ancora il tiro e non pare li abbia rincuorati, infatti chiede qualcosa di paradossale, con l’immagine del gelso. Vediamo però di cosa si tratta, addentrandoci nel mondo di allora. Il gelso bianco o nero è un albero di origini antichissime in Palestina e che può raggiungere i 15-20 metri di altezza, per cui le radici sono ben robuste, elastiche con estensioni profonde nel terreno, cosa che rendeva il loro sradicamento estremamente faticoso e laborioso. Di contro, il seme della pianta di senape è notoriamente microscopico, cosicché Gesù sta giocando su un evidente contrasto: da un lato, la grandezza del lavoro e sforzo per estirpare un gelso, dall’altro la piccolezza del semino di senape. Contrasto che aumenta con la menzione del mare, che molto probabilmente non si riferiva al Mediterraneo bensì al “Yam ha-Melah”, ossia al Mar morto.

Gesù, a ben vedere, non chiede una fede “abnorme” per realizzare una cosa così difficile e ai limiti della ragionevolezza bensì proprio quella loro “fedina”, che spesso stentava e batteva la fiacca – pensiamo alla scena dell’esorcismo fallito. Quindi, in fondo, Gesù non sta esasperando i già provati apostoli, bensì con questo risposta nel fondo sta solo incoraggiandoli a ravvivare di continuo la loro fede.

Ci aiuta a comprendere il messaggio di Gesù la prima lettura nella quale il profeta Abacuc, riferendo le parole di Jahvé, afferma: “il giusto vivrà per la sua fede”. Ovvero, la fede non è un optional di cui si può fare a meno, o quel gadget di Amazon che ogni tanto può far comodo; è piuttosto questione di vita o di morte: se si ha, si vive e sennò, si perisce.  Quel “per” sta a significare “a causa di, per mezzo di”, un significato molto forte.

È impattante che questo oracolo del Signore venga detto proprio ad Abacuc, uno dei dodici profeti minori, vissuto in Giudea nel VI secolo e testimone oculare di un dramma epocale, espresso chiaramente in questa prima lettura. Si tratta dello sfacelo che accadde nell’anno 587 a.C. quando Gerusalemme venne assediata, saccheggiata e distrutta – Tempio incluso -, dal poderoso esercito babilonese. A chi verrebbe spontaneo, vedendo la propria città, la propria casa, in preda alle fiamme e alla guerra, far leva sulla fede per sopravvivere?

Ora capiamo meglio Gesù e cosa vuol trasmettere nel fondo ai suoi accostando l’immagine del gelso sradicato e del granello. Di nuovo, ci scontriamo con il paradosso che Cristo ha incarnato con la sua vita: ha detto e fatto cose che la nostra povera mente, per quanto valida e capace di conoscere il vero e il bene, non riescono a comprendere. Diceva Papa Francesco, scrivendo proprio sulla figura del filosofo cristiano Blaise Pascal, che “la fede è di un ordine superiore alla ragione, ciò non significa affatto che vi si opponga, ma che la supera infinitamente” (lettera apostolica Sublimitas et miseria hominis).

Ecco perché, come gli apostoli, anche noi dobbiamo supplicarLo ogni giorno di farci crescere nella nostra relazione con Lui e mai accontentarci di quel che siamo. Da Abacuc fino al gelso e alla senape, tutto ciò ci insegna che credere vuol dire saper aspettare l’opera e l’azione di Dio. Fede è essere certi che Egli agisce nella nostra vita, come solo Lui lo sa. Nella vita ci possono essere tante difficoltà, tante croci, tanti mali e per questo la tentazione di mollare tutto è sempre dietro l’angolo, come lo smettere di pregare, di ricevere i sacramenti, di frequentare la chiesa. Ecco allora che Abacuc e con lui il Signore ci dice di non mollare, di restare nel servizio e nella fiducia verso il Signore. E quella fede lì ci salverà!

Gesù ci dice che basta un poco di fede per starGli vicino e permettere che Lui lo sia a noi: Diceva infatti San Tommaso d’Aquino “È meglio zoppicare sulla strada giusta che camminare a forte andatura fuori strada” (Esposizione su Giovanni, cap. 14, lectio 2). Ora è chiaro quanto tutto ciò si possa innestare nel matrimonio!

Anzitutto che il matrimonio è fondato sulla fede. Tutti voi ricorderete il momento iniziale della vostra celebrazione nuziale, quando davanti al fonte battesimale, avete fatto memoria e ringraziato la Trinità di essere figli amati. Questa è fede! Sapere che l’amore nuziale non sussiste se non crediamo all’Amore che Dio ha per noi. Ed è fede soprattutto continuare a crederlo anche quando il coniuge non corrisponde a questo Amore e si blocca o, peggio, se ne allontana.

Talvolta il matrimonio e la vita familiare presentano sfide assurde come sradicare a mani nude un albero possente e a metterlo a bagno maria in acqua salata. Che facciamo allora? Gesù vi sta incoraggiando a fare uso di quei pochi granelli di senape, simbolo della nostra fede, e di confidare che basterà ad andare avanti, a perseverare.

Che bello pensare che Gesù è lì con noi anche nelle situazioni più grige e meno sublimi: “Oggi possiamo dire anche che la Trinità è presente nel tempio della comunione matrimoniale” (Francesco, Amoris laetitia, 314). Questa fede ci aiuti vi aiuti non solo a perseverare ma anche a crescere in essa.

ANTONIO E LUISA

Quando pensiamo alla fede da sposi, l’anello che portiamo all’anulare diventa un segno concreto: non è soltanto un ricordo del giorno delle nozze, ma un richiamo quotidiano al fatto che non siamo soli. La fede nel matrimonio non è mai solo personale, ma condivisa: io credo anche per te, tu credi anche per me. Ci sono giorni in cui il peso della vita, le prove, le delusioni, possono farci dubitare della vicinanza di Cristo. Ma proprio allora l’altro diventa specchio della presenza di Dio: il suo “io credo” diventa sostegno al mio “faccio fatica a credere”. Questa è la bellezza della comunione sacramentale: non due cammini paralleli, ma un’unica strada percorsa a due, in cui la fede di uno diventa forza, luce e speranza anche per l’altro. Così l’anello non è solo oro, ma memoria viva di una promessa che sostiene la fede reciproca.

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Tu sei l’aiuto di Dio

Cari sposi, circa 5 anni fa a Milano venne realizzato un esperimento sociale. In una strada affollata venne collocata una telecamera nascosta e poi lì vicino da una parte fu legato un cagnolino a un albero e dall’altra, a pochi metri di distanza, sedeva un anziano, travestito da clochard. Lascio a voi immaginare chi abbia ricevuto più sguardi e segni di attenzione… un fatto che ci porta diritti nella liturgia di oggi.

La prima lettura ci aiuta a comprendere meglio il Vangelo. Il profeta Amos vive nell’VIII secolo, è uno tra i primi a profetizzare in nome di Dio nel regno di Israele. Visse in un tempo di grande prosperità economica, grazie ai commerci di olio, vino e cavalli con altri stati del Medio Oriente, il che portò ad una corruzione morale e religiosa. Da qui il suo monito solenne: “guai agli spensierati di Sion”.

Il termine biblico greco con cui abbiamo tradotto “guai agli spensierati” ha nell’originale un participio presente neutro, derivante dal verbo ἐξουθενῶ che sta a significare “disprezzare, sottovalutare o considerare di poco conto”. Quindi alla lettera suonerebbe come “guai al disprezzante e sottovalutante”. Mentre sorprende che la Vulgata latina traduce lo stesso termine con “opulenti”, cioè chi abbonda in ricchezze e beni. Come a dire: chi ha ogni comodità, nel fondo non apprezza la vita, sebbene ostenti una certa religiosità esteriore.

Sono parole che valgono anche per noi oggi, in cui il tenore di vita medio è ancora maggiore a tanti popoli e paesi del mondo, nonostante la crisi abbia creato non pochi problemi. Di fatto, il rischio di barricarci dietro a confort, comodità e gadget vari è sempre reale, rendendoli nel fondo idoli. Una cultura così produce solo scarti, come ha avvertito sovente Papa Francesco: “La cultura dello scarto dice: ti uso finché mi servi; quando non mi interessi più o mi sei di ostacolo, ti butto via. E si trattano così specialmente i più fragili: i bambini non ancora nati, gli anziani, i bisognosi e gli svantaggiati. Ma le persone non si possono buttare via, gli svantaggiati non si possono buttare via! Ciascuno è un dono sacro, ciascuno è un dono unico, ad ogni età e in ogni condizione” (Angelus, 23 gennaio 2023).

E non solo, l’agiatezza, come detto sopra, diventa autodistruttiva, non solo per i poveri ma per chi ci sguazza dentro, come ricordava il Card. Giacomo Biffi nella lettera pastorale alla città di Bologna nel 2000, definendola “sazia e disperata”.

Chi ci può scuotere e risvegliare da tale apatia e intontimento? Gesù nel vangelo ce lo dice chiaramente: il bisogno del fratello che hai accanto. È la storia di tanti santi delle chiesa che hanno percorso la stessa strada e hanno raggiunto le vette dell’amore. In particolare, cito gli ultimi due, proclamati da Papa Leone: Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis. Il primo è stato un assiduo volontario della San Vincenzo e aveva detto: “se c’è un povero che ha fame e papà non gli ha dato da mangiare, forse è Gesù che ce lo manda”; il secondo ha dimostrato una grande maturità spirituale e, già da adolescente, si prodigava per i senzatetto.

Sappiamo bene che la povertà non è affatto solo quella economica, come ci ricordava Papa Benedetto: “Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali” (Messaggio per la XLII Giornata Mondiale della Pace).

Come credenti, quindi, abbiamo “bisogno dei bisognosi” perché ci aiutano ad uscire da noi stessi, sono un pungolo per il nostro egoismo e un dito di Dio che ci plasma sempre più aperti e generosi.

È singolare che tra tutti i numerosi nomi a cui poteva attingere Gesù per articolare la sua parabola abbia scelto proprio Lazzaro. Difatti tale nome in ebraico si scrive אֶלְעָזָר (El’azar) e significa “Dio ha aiutato” o “colui che è assistito da Dio”. Ciò si può intendere non solo nel fatto che Lazzaro riceve da Dio l’aiuto necessario ma che Dio stesso abbia voluto utilizzare Lazzaro per aiutare il ricco epulone!

Ora il significato nuziale diventa chiaro. Ciascuno di voi coniugi è per l’altro il “prossimo” perché il più vicino. Anche per voi il consorte diventa via di salvezza a causa di un carattere spigoloso o per altri difetti da cui non si riesce a liberare. È bene illuminare con la fede questo lato oscuro e vedervi l’occasione di crescere nell’amore vicendevole e in definitiva una via di salvezza.

Se Gesù nella parabola mostra come i gesti fatti o non fatti dai protagonisti si ripercuotono nell’eternità, allora pensate che ogni parola, azione, favore, servizio, premura avuta tra voi, riecheggerà per sempre a vostro beneficio. Ne vale allora veramente la pena e la fatica che esso comporta! Cari sposi, la grazia sacramentale è quel “Dio che aiuta”, come esprime il nome Lazzaro, che avete dentro di voi. Egli vi chiama continuamente ad uscire da voi e a farlo agire nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Le riflessioni di padre Luca ci offrono l’occasione per mettere in guardia gli sposi da un pericolo reale. Molti sposi cristiani si spendono in parrocchia o nel volontariato, ma rischiano di trascurare il loro primo compito: amare il coniuge. Il Vangelo ricorda che il “prossimo” non è un concetto astratto: per gli sposi ha il volto concreto del marito o della moglie. La misericordia comincia in casa, con ascolto, perdono, pazienza e tenerezza quotidiana. Se non si ama chi ci vive accanto, l’impegno fuori rischia di diventare una fuga spirituale. Il matrimonio è la prima forma di carità: da qui nasce un amore credibile, capace di traboccare autenticamente verso la comunità e il mondo.

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Economi misericordiosi

Cari sposi, oggi Gesù ci racconta, con una parabola, di un amministratore astuto e scaltro. A causa di un’accusa per la sua avidità eccessiva e ormai insostenibile, si trova all’improvviso senza un lavoro e uno stipendio. E proprio grazie alle sue abilità, riesce a utilizzare le proprie risorse umane per volgere al bene il suo fallimento clamoroso.

Fin qui, niente di nuovo, anche oggi situazioni del genere capitano spesso ma ci sconcerta il fatto che Gesù lodi la sagacia di uno che “ha fatto ’o muorzo e miezzo”.

Tuttavia, il nocciolo della parabola, e di conseguenza della lode di Cristo, sta nel capire quali sono i beni che amministrava. Come nella parabola dei talenti, del banchetto nuziale, dei lavoratori nella vigna, il padrone in questione può avere un riferimento simbolico a Dio. Di conseguenza, i beni che Egli delega al suo amministratore sono tutti quei doni, talenti, grazie, carismi che possediamo in forza della nostra esistenza e per l’appartenenza a Cristo.

Tutti noi cristiani siamo amministratori del Signore, l’Uomo ricco della nostra esistenza, l’Unico che possieda beni e ricchezze. San Paolo, infatti, afferma: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 1s) e Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10).

La Chiesa ha accolto questa Parola e nel Catechismo ribadisce che «nel disegno di Dio, l’uomo e la donna sono chiamati a “dominare” la terra [Cfr. Gen 1,28] come “amministratori” di Dio» (Catechismo 373) ed anche «il cristiano è un amministratore dei beni del Signore [Cfr. Lc 16,1-3]» (Catechismo 952); «La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri congiunti» (Catechismo 2404).

Perciò, anzitutto dobbiamo chiederci se siamo consapevoli di avere tra le mani tutti questi beni e se li stiamo usando bene oppure li sperperiamo… La vita presente è ricca di doni, talenti e qualità, le stesse persone con cui viviamo, in primis i familiari, ne fanno parte e dobbiamo prenderci cura di loro come un regalo di cui siamo solo custodi e non proprietari.

E come se non bastasse, un giorno ci verrà chiesto conto di quello che abbiamo “amministrato” e di come l’abbiamo fatto. Diceva Papa Francesco che i poveri, e poveri non sono solo quelli che hanno scarsità economiche ma anche chi è privo di dignità, di certezze, di protezione, di amore…, i poveri devono essere i destinatari dei nostri beni e talenti e se essi «agli occhi del mondo hanno poco valore, sono loro che ci aprono la via al cielo, sono il nostro “passaporto per il paradiso”» (Omelia nella giornata mondiale per i poveri, 19 novembre 2017).

Tuttavia, come la mettiamo con il fatto che l’amministratore si prenda gioco del suo capo? Risposta non facile ma tutto quadra se pensiamo che c’è un bene di cui tutti possiamo, anzi dobbiamo essere assai ricchi, e che siamo chiamati a dare a mani piene ed è la principale ricchezza che Dio vuole condividerci. Se il Padrone è nel fondo Dio stesso, allora i beni del padrone, la Sua vera ricchezza di Dio è la Misericordia! Dio si rivela quale “ricco di misericordia” (Ef 2,4) arrivando a darci il Suo Figlio, il Suo Bene più grande. In effetti, l’amministratore che altro fa se non rimettere i debiti, proprio come noi chiediamo al Padre nella preghiera (Mt 6, 12).

L’affare principale del Padrone è donare il perdono e questo amministratore l’ha fatto a mani piene, e da qui la causa della lode. Egli ha compreso come doveva amministrare i beni, cioè con grande misericordia e rimettendo i debiti agli altri.

Per voi sposi, poi, vi è un collegamento assai chiaro. Difatti, la parola “amministratore” in realtà nella versione greca è “οἰκονόμον”, cioè letteralmente “economo”. Una parola composta da “oikos” o casa, e “nomos” o legge. L’economo si rivela “colui che dà la legge alla casa”. Questa parabola si rivela foriera di un interessante valore nuziale: voi sposi quale legge offrite alla vostra casa, alla vostra esistenza, casa di Dio, tempio santo della presenza di Dio? E per estensione, se siete economi per conto di Dio, con quanta misericordia regolate i vostri pensieri e, di conseguenza, le scelte, le azioni di ogni giorno?

Possiate essere grandi amministratori di perdono e misericordia perché, come ci ricorda San Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia: “l’amore misericordioso è sommamente indispensabile tra coloro che sono più vicini: tra i coniugi, tra i genitori e i figli” (n. 14).

ANTONIO E LUISA

Non so se è completamente inerente al Vangelo. L riflessione di padre Luca mi ha però aperto il cuore a un pensiero che ho sperimentato nella mia vita. La misericordia tra gli sposi nasce solo quando si fa memoria della misericordia ricevuta da Dio. Se io mi convinco di essere “bravo da solo”, finirò per pensare di meritare un coniuge all’altezza delle mie aspettative, uno che non sbaglia mai. Questo atteggiamento però non lascia spazio al perdono, perché l’altro diventa misura del mio orgoglio. Al contrario, quando riconosco la mia fragilità e le volte in cui Dio mi ha rialzato, allora comprendo che non sto in piedi grazie ai miei meriti, ma per grazia. Ed è proprio questa esperienza che mi rende capace di guardare mia moglie o mio marito non con disprezzo, ma con compassione. Solo chi si sa perdonato diventa capace di perdono; solo chi ha sperimentato l’amore gratuito di Dio può donare misericordia senza calcoli. Nel matrimonio, dunque, l’umiltà è la porta che apre a una misericordia vera e duratura.

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Croce feconda

Cari sposi, oggi celebriamo la festa dell’Esaltazione della Croce, un evento liturgico antichissimo, legato alla dedicazione a Gerusalemme della chiesa della risurrezione – quella che oggi chiamiamo Santo Sepolcro -, il 13 settembre 335. Il giorno seguente con solenne cerimonia si fece l’ostensione della croce, che l’imperatrice Elena aveva ritrovato il 14 settembre 320.

Se pensiamo che la croce era lo strumento di morte più infame del mondo antico, come ce ne testimonia lo stesso Cicerone definendolo “crudelissimum et deterrimum supplicium” (la pena più crudele e terribile), il suo equivalente oggi sarebbe più o meno la sedia elettrica o l’iniezione letale. Ma quale chiesa oserebbe esaltare o anche solo esporre uno di questi strumenti di morte? Eppure, la croce è diventata l’identificativo del cristianesimo. Domandiamoci pertanto cosa celi la festa odierna al punto che uno dei Padri della Chiesa, in una sua omelia, proclamava: “Quale mirabile cosa è mai il possedere la Croce! Chi la possiede, possiede un tesoro!” (Sant’Andrea di Creta, Omelia X per l’Esaltazione della Croce: PG 97, 1020).

La risposta è contenuta nella prima lettura, che viene poi ripresa da Gesù nel Vangelo. Il libro dei Numeri ci presenta uno dei vari momenti di insoddisfazione. Per i rabbini ebrei sono 10 le mormorazioni e tutte sono basate fondamentalmente sulla nostalgia dell’Egitto e la paura di entrare in un terreno nuovo e poco conosciuto.

I 40 anni di viaggio nel deserto sono così il simbolo del tempo di conversione, di maturazione dell’amore che il popolo necessita per poter vivere la vita nuova. Questo vagare in una zona relativamente piccola rappresenta il fidanzamento di Israele che si prepara allo sposalizio vero e proprio con il Signore. Ma in cosa consiste tale crescita nell’amore? Nel fatto che il popolo non riesce ancora a fidarsi totalmente di Dio e continua ad avere nostalgia delle false sicurezze che aveva da schiavo.

Ed ecco qui il paradosso: Dio utilizza una mancanza di fede per trasformarla in evento di grazia. Il serpente di bronzo è il simbolo che anche la poca fiducia, se consegnata a Lui, può diventare l’occasione per poi donarsi pienamente a Dio.

Alla luce di questo comprendiamo come Cristo ci inviti a guardare alla sua Croce. Essa è il luogo in cui le nostre paure e timori vengono sconfitti e subentra la pace. Non c’è razionalità che può restare soddisfatta perché la Croce è una sapienza più alta della nostra mente. Come diceva Edith Stein: “Nella croce e solo nella croce è la sapienza che rende beati; ogni altra sapienza è stoltezza” (Scientia Crucis). Un mistero quindi da contemplare in silenzio, in adorazione, chiedendo sempre luce allo Spirito.

Che ha da dire questo a voi sposi? Parlare di croce per voi sposi può sembrare anche un po’ banale. È un fatto evidente che l’amore fedele sia qualcosa di costoso, al punto che la letteratura romantica lo ha più volte canzonato, preferendo le avventure brevi e focose.

Eppure, voi sposi esprimete nella vostra vita l’unione più alta possibile, quella del corpo e dell’anima, riflesso della Trinità. La croce è ciò che permette di esserne segno e richiami perenne, perciò dice Papa Francesco che: “Il matrimonio cristiano è un segno che non solo indica quanto Cristo ha amato la sua Chiesa nell’Alleanza sigillata sulla Croce, ma rende presente tale amore nella comunione degli sposi” (Amoris laetitia 72).

Mi consta anche per esperienza che è così, che voi sposi sapete e potete comunicare un amore molto più alto e grande, anche nella croce accolta e offerta. È proprio vero che “l’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale, che è il modo proprio e specifico con cui gli sposi partecipano e sono chiamati a vivere la carità stessa di Cristo che si dona sulla Croce” (Familiaris consortio 13). Il vostro amore, anche sofferente, rende partecipe non solo voi ma anche chi vi vede dell’amore di Cristo, dell’amore trinitario!

Con umiltà e con fede, cari sposi, oggi vi invito ad offrire allo Sposo ciò che vi sta facendo soffrire nella relazione. Fatelo con la certezza che tutto questo è fecondo e ha sempre un frutto trascendente ed eterno come ci ricorda San Giovanni Paolo II:

«La croce contiene in sé il mistero della salvezza, perché nella croce l’amore viene innalzato. Questo significa l’elevazione dell’amore al punto supremo nella storia del mondo: nella croce l’amore è sublimato e la croce è allo stesso tempo sublimata attraverso l’amore. E dall’altezza della croce l’amore discende a noi. Sì: “La croce è il più profondo chinarsi della divinità sull’uomo. La croce è come un tocco dell’eterno amore sulle ferite più dolorose dell’esistenza terrena dell’uomo” (Ioannis Pauli PP. II, Dives in Misericordia, 8)» (Omelia, 14 settembre 1984).

ANTONIO E LUISA

Ogni volta che guardo la croce appesa in camera, sento che mi parla. Mi ricorda che amare Luisa non è solo emozione, ma scelta quotidiana. Ci sono giorni in cui è facile, e altri in cui significa morire un po’ al mio orgoglio, perdonare quando mi costa, restare fedele anche nella fatica. Ho imparato che l’amore non ha la forma del cuore, ma della croce: il cuore è sentimento, la croce è volontà. Gesù non salì su quel legno per un impulso, ma per scelta. È lì che scopro cosa significa davvero amare.

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Chi è al centro?

Cari sposi, ci troviamo oggi davanti ad una delle pagine di maggior esigenza del Vangelo. Per capire il motivo del tono che oggi utilizza Gesù partiamo come sempre dal contesto e ci rendiamo conto che, a forza di miracoli e guarigioni, Lui era divenuto una persona ricercatissima e di fama sempre più crescente.

Questo si traduceva in grandi folle che lo seguivano ovunque. Ma, lungi dal provare gratificazione, Cristo guardava soprattutto al cuore di quelle persone e, proprio per questo, alzava l’asticella, desiderando purificare le intenzioni non sempre ordinate della loro sequela.

Ed ecco allora tale affermazione tassativa e sfidante: chi mi vuole seguire deve rinunciare a tutte le principali relazioni ed ai propri beni. Lui è il Maestro per eccellenza, accogliamo con fede ogni parola ma è pur lecito domandarci: può il “principe della Pace” (Is 9,6), colui che ha detto “che tutti siano uno come io e Te siamo uno” (Gv 17, 21) mettere zizzania e divisione in casa?

E allora se entriamo sempre più nell’esegesi del testo ci rendiamo conto che le cose non sono come sembrano. Difatti, la traduzione letterale dell’espressione italiana “non mi ama più di quanto ami” (v. 24) in latino ha un semplice “odiare”. Al dire degli esperti questo “odiare” risente di un modo di esprimersi semitico che utilizza il contrasto al posto di quello che lingue tradurrebbero con un comparativo di preferenza (amare più di…). Significa che l’evangelista Luca, sotto l’influsso di Paolo, – uno che di cambi radicali di vita ne sapeva qualcosa – mantiene il sapore pregnante di opposizione affettiva tipico della lingua originale. Per cui, il senso dell’espressione non vuol dire affatto chiudere i rapporti con la propria famiglia quanto “abbandonare” per preferire un Altro, o anche, separarsi da ciò che sta più a cuore per poi riaverlo in Cristo, vissuto nel modo migliore.

Qualcuno può scandalizzarsi di questo e nella storia chi ha seguito Cristo è stato spesso definito un matto, uno sciocco, uno sprecato. Ma allora in questo ci aiuta proprio la prima lettura, presa dal Libro della Sapienza, che viene a dirci che il nostro metro di giudizio, la nostra mente, il nostro “buon senso” in fondo è viziato. Bisogna ammettere con umiltà di essere fragili e vulnerabili. Per quanto acculturati, intellettuali e razionalisti, questo fondo di piccolezza rimane e non possiamo liberarcene se non ammettendo che solo con la Sapienza che viene dall’Alto si può vivere una vita piena e si può cogliere il vero senso delle cose.

Dunque, se vogliamo seguire Cristo, abbiamo bisogno della guida dello Spirito Santo e di passare dalla “tenda di argilla” che ci annebbia mente e cuore a Colui che è in grado di farci crescere e progredire come persone. Nel mio ministero sovente mi sono trovato dinanzi a persone cronologicamente adulte ma con la maturità di un ragazzino ed è quello che in ambito psicologico è definito come “adultescenza”, cioè “lo stile di vita adulto psicologicamente non adeguato, fortemente condizionato da comportamenti adolescenziale”. Si tratta di un modus vivendi fatto di procrastinazione di responsabilità, paure dell’impegno definitivo, ricerca continua di novità e gratificazione immediata. Di fatto è il calderone in cui si cuociono le tante fragilità che affliggono la vita di coppia e intere famiglie.

L’appello di Gesù va rivolto particolarmente contro questo sistema di pensieri e comportamenti, affinché ci liberiamo da ogni infantilismo, dall’illusione di trovare da me la soddisfazione della mia vita e la piena autosufficienza. A questo dobbiamo rinunciare per poi mettere Cristo al centro, affidando a Lui il governo della nostra vita. Giustamente Gesù parla di essere previdenti, organizzati come un architetto che progetta una torre e un generale che si prepara alla battaglia. Molto più complessa però è una famiglia trattandosi di un’opera che abbraccia tutta la vita; perciò, come sarebbe possibile affrontarla avvalendosi solo dei propri sentimenti, di sforzo e buona volontà?

Invece la sequela di cui parla Gesù richiede, come presupposto basilare, di rivolgere al Signore tutto il cuore perché le esigenze della sequela sono un forte richiamo alla libertà e all’amore. Si tratta di scegliere di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze fino a mettere in crisi le sicurezze affettive, materiali e soggettive. E se l’amore è questione di spazio interiore, di far spazio all’altro, allora esso si nutre della preziosità dello svuotarsi, della ricchezza della mancanza, della grazia della carenza, della vittoria della perdita. Al contrario, il possesso, colmandoci, ci ottura interiormente, ci satura, ci chiude in noi stessi; la sicurezza, placandoci, ci ottunde, impedendoci di riconoscere la nostra povertà esistenziale che è lo spazio aperto all’accoglienza dell’amore e all’esercizio della libertà.

Alla fine della nostra vita ci glorieremo di aver rinuncia alle false sicurezze (i soldi, la salute, la cultura, lo status sociale che si è raggiunto con fatica, la considerazione con cui ci tengono le persone…) per aver optato e preferito Cristo!

Quindi, cari sposi, siate lieti perché Gesù, nel matrimonio, vi chiama certamente a tal sequela perentoria perché vuole portare a pienezza il vostro amore. Di tale chiamata ne è testimone fidato il Magistero quando lo ribadisce con forza: «Il sacramento non è una “cosa” o una “forza”, perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri» (Amoris laetitia, 73); oppure Papa Giovanni Paolo II quando afferma: “La stessa vita di famiglia diventa itinerario di fede e in qualche modo iniziazione cristiana e scuola della sequela di Cristo” (Familiaris consortio, 39). Come del resto anche il Catechismo, ai numeri 1533-1535, dice in sostanza che il matrimonio è una via specifica di sequela di Cristo tra le vocazioni cristiane.

Se è scuotente ciò che vi chiede Cristo, non è meno certa e solida la promessa che la Sua Grazia vi accompagna e vi consente di scrollarvi di dosso ogni immaturità e vivere un amore sempre più “cristificato”.

ANTONIO E LUISA

Cristo a volte sembra portare divisione persino nella famiglia di origine o nel rapporto con il coniuge. Questo accade quando l’incontro con Lui ci trasforma e chi ci è vicino non comprende tale cambiamento. Seguirlo non significa aggiungere qualcosa alla vita, ma lasciarsi rinnovare radicalmente. È un cambio di mentalità: imparare a guardare con i suoi occhi e desiderare ciò che Lui desidera. È un cambio di atteggiamento: passare dall’orgoglio alla mitezza, dalla rivalsa al perdono. È un cambio di modalità: non vivere più solo per sé, ma per il bene dell’altro, anche quando costa.

Questa novità spesso non è compresa nemmeno dai più cari, e può sembrare un’incomprensione che divide. In realtà, lì si rivela la forza della sequela: non un amore che esclude, ma che include in modo più autentico. Un amore che, pur tra difficoltà e fraintendimenti, diventa più puro e libero, capace di abbracciare tutti.

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Chi-amati per servire

Cari sposi, oggi in modo speciale rendo lode al Signore per il dono di aver partecipato, per otto giorni completi, agli esercizi spirituali, guidati da un bravo e saggio sacerdote. Con semplicità e passione mi ha preso per mano e mi ha motivato ancora una volta a riconoscermi un figlio amato del Signore e alla sua Presenza tentare di mettere ordine nella vita.

Un punto su cui ha insistito parecchio e che oggi vedo provvidenzialmente al centro della Parola è proprio il tema del “posto”. Non quello “fisso” di Checco Zalone bensì il “luogo” che ha pensato per ciascuno di noi il Signore fin dall’eternità. Quante volte questo sacerdote mi ha sfidato con la domanda: “ti ricordi, vero, chi sei per Dio?”! Ecco qui il nocciolo su cui convergono tutte le letture, e in particolar modo il Vangelo, mettendo in evidenza la priorità dell’essere sull’apparire, la nostra vera identità piuttosto che l’immagine esteriore che proiettiamo sugli altri o le aspettative che essi riflettono su noi.

Siamo, infatti, ben consapevoli di vivere in un clima che ci ossessiona per la performance di risultati visibili e ammirabili da tutti: dal fisico magro e tonico, alla quantità di likes su Instagram, al vestire sempre griffati, fino alle scalate e sgomitate in ambienti di lavoro. Che risultati, o meglio dire, quali frutti porta tutto ciò? Direi piuttosto ansia, affanno di prestazione, frustrazione, depressione… tutte cose che non possono affatto venire dall’Alto.

Gesù vuole liberarci da tutte queste zavorre e pesi inutili per donarci la gioia vera, la pace duratura. Pertanto, oggi ci ricorda che la Sua sequela è la via dell’umiltà. Sono conoscendo a fondo Cristo ci troveremo, faremo davvero pace con noi stessi, con la nostra storia e ci ameremo davvero, a prescindere da tutto ciò che dicano o meno gli altri. Lo affermò chiaramente Giovanni Paolo II all’inizio del suo pontificato: “L’uomo […] non può vivere senza amore. Egli rimane per sé stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso se non gli viene rivelato l’amore, se non lo incontra, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente. Ed è per questo che Cristo Redentore rivela pienamente l’uomo all’uomo stesso.” (Redemptor Hominis, n. 10).

Quindi, in definitiva, il “luogo” a cui fa riferimento Gesù non è tanto un ambito fisico o uno status sociale o ecclesiale, quanto la condizione di figlio amato, di creatura redenta dal Suo Sangue e che conta infinitamente di più di ogni riconoscimento pubblico. Siamo stati fatti a immagine del Figlio e il Figlio è colui che serve, non è venuto ad essere servito.

Infine, non è causale che l’esempio concreto che Gesù sceglie per far capire il suo insegnamento, tra le mille circostanze a cui poteva attingere da fine osservatore qual è, sia proprio il matrimonio. Chi è che viene invitato alle nozze se non colui che vive una relazione di affetto, intimità e amicizia con lo Sposo? Ecco, quindi, che questo vangelo si compie anzitutto per voi sposi, chiamati ad essere servi a imitazione del vostro Sposo che si è cinto di grembiule e ha lavato i piedi.

Un grande teologo, originario di Venezia, il quale partecipò al Concilio Vaticano II e che poi ha speso la sua breve vita e il suo insegnamento proprio per le coppie, don Germano Pattaro, definiva gli sposi “i servi del Signore” (cfr. Gli sposi servi del Signore, EDB, Bologna 1979).

Servi della vita, servi della comunione, servi della fraternità, servi del Vangelo, servi del Regno che deve venire. Che bello quando due sposi concepiscono il proprio amore come un dono non solo per sé stessi ma anche a servizio di altri e si fanno pane spezzato. È Cristo, infatti, il primo a occupare quel posto in fondo, come ci ricorda Papa Benedetto: “ha preso l’ultimo posto nel mondo – la croce – e proprio con questa umiltà radicale ci ha redenti e costantemente ci aiuta” (Enciclica Deus caritas est, 35). Voi sposi attingete a quel dono di Cristo Servo, per la grazia matrimoniale, e siete in grado di mettervi al servizio con frutto per il bene di altri.

Per tutto questo, la seconda parte del Vangelo parla proprio di servizio gratuito, di come chi invita a un pranzo è sollecitato di rivolgersi piuttosto a persone bisognose. Chi sono oggi le persone che voi coniugi potete invitare ai vostri banchetti? Voi sposi siete le mani protese di Gesù rivolte a chi non crede all’Amore, chi bestemmia l’Amore, chi è stato ferito per mancanza di Amore. Il vostro amore consacrato, anche se non sarà celebrato sulle prime pagine – quale il recente matrimonio del fondatore di Amazon -, è quella goccia che scava la roccia e che silenziosamente feconda la terra della vostra famiglia e stente le radici e i tralci attorno a sé inseminando e arricchendo le relazioni, ed edificando con l’esempio.

In definitiva, il “posto” di voi sposi è riconoscersi amati incondizionatamente da Gesù, al punto da voler unirsi alla vostra relazione per sempre. E così, diventare capaci di imitarLo metterdosi al Suo servizio per amore.

ANTONIO E LUISA

I genitori, pur amandoci, inevitabilmente sbagliano. Anche io, come padre, ho commesso tanti errori. Sono certo che i miei genitori mi abbiano voluto bene, ma il loro amore, segnato dalle loro ferite, non è sempre arrivato fino a me. Per questo ho faticato ad amare e ad aprirmi a una relazione libera con Luisa: il nostro fidanzamento è stato difficile. Solo quando ho fatto esperienza profonda di essere figlio amato, tutto ha cominciato a cambiare. Senza sentirci amati, non riusciamo ad amare davvero e a donarci con libertà. La terapia aiuta a riconoscere le nostre ferite, ma ancora di più serve fare esperienza dell’amore infinito e gratuito di Dio, capace di guarire e rigenerare ogni cosa. Come ricorda don Luigi Maria Epicoco: “Quando scopri che Dio ti ama così come sei, allora capisci che puoi amare gli altri senza paura.”

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La strettezza di vivere nella sequela

Cari sposi, per alcuni le ferie sono finite e sta per riprendere il tempo dell’ordinarietà tra lavoro, famiglia e tante altre cose abituali. La speranza è che il riposo estivo abbia rigenerato corpo e anima e se la nostalgia può invadere l’anima, la bella notizia è che Gesù vive soprattutto nelle cose di tutti i giorni e non smetterà mai di elargire i suoi doni, in modo particolare a coloro che Glieli chiedono con fede e insistenza.

Oggi il Maestro ci continua a parlare nella Liturgia, anzitutto con la prima lettura che è presa dagli ultimi capitoli del profeta Isaia. Quella parte del libro è stata scritta nel periodo in cui il popolo di Israele era tornato ormai dall’esilio in Babilonia e tale esperienza aveva mutato la precedente concezione di salvezza. Da una visione ristretta – solo chi è ebreo sarà salvo – adesso Israele comprende che egli non ne detiene l’esclusiva ma piuttosto che è stato chiamato per primo ad essere primizia di una moltitudine di popoli. L’autore sacro qui arriva a dire qualcosa di scandaloso se l’avesse scritto per anche solo 100 anni prima, che cioè i pagani aderiranno alla fede mosaica e addirittura potranno diventare sacerdoti di Jahvé! Per cui, appunto, leggiamo che non solo Israele, ma anche gli stranieri e gli emarginati possono aderire all’alleanza con Dio (Is 56,3–8). Questo per noi cattolici ha un importanza fondamentale, perché rende evidente che già l’Antico Testamento contiene un’apertura universale del Vangelo a tutte le genti (cfr. Mt 28,19; Ef 2,11-22).

Questa premessa è assai importante per comprendere il Vangelo. La domanda sulla salvezza che viene posta a Gesù, Gli dà piede per un approfondimento di vitale importanza per noi. Facciamoci anzitutto una domanda: in questa circostanza a chi sta parlando Gesù? È chiaro che si rivolge al suo seguito, quindi non a persone qualunque ma a chi stava credendo in Lui e lo accompagnava cammin facendo fino a Gerusalemme. Traslatando la scena ad oggi, Gesù interpellerebbe i cristiani credenti/praticanti, quelli vicini, chi va a Messa la domenica.

È molto interessante che il Maestro dribbla la questione numerica, tipo la vexata quaestio dei 144.000…, e invece va diritto al nocciolo: la salvezza è direttamente collegata alla relazione vitale, reale e personale con Lui.

È così chiaro nell’affermare questo che il Signore arriva persino a ipotizzare di disconoscere coloro con cui aveva mangiato a tavola – e sappiamo quanto peso abbia per Gesù la mensa e la convivialità – pur di dire che non sono i centimetri di prossimità che fanno un credente ma la relazione di amicizia! Ora spero che a tutti noi inizi un po’ a scottare la sedia in questo momento, a noi che siamo spesso tentati di farci forti delle nostre sacrosante abitudini di fede… appunto, abitudini che possono cancellare l’anima con cui vanno vissute.  Non sono stati proprio i concittadini nazzareni, coloro che avevano visto Gesù in pantaloncini corti, a volerlo sfracellare da un dirupo?

Ed ecco allora chiaro il senso della porta stretta: è dura mantenere l’amicizia con Gesù, perché è un dono da supplicare e non si può mai supporre e ricoprirlo sotto le spoglie della routine. È quindi proprio a noi cristiani che questa porta risulta stretta, perché è la Grazia che continuamente ci deve sorprendere e mai presumere di averla già assimilata. La porta stretta è la battaglia di ogni giorno per accogliere Gesù che passa dalla nostra vita, è un dono sempre da rinnovare e mai considerare un possesso comodo o un’appartenenza scontata.

Di conseguenza per voi sposi, tutto ciò costituisce una vocazione speciale. Papa Francesco, facendosi eco di un Magistero costante, dice che Gesù Risorto “abita” la relazione degli sposi, di ogni coppia che ha ricevuto il sacramento. Lo dice due volte in Amoris laetitia: anzitutto come dato di fatto, dicendo che Egli è con gli sposi, a prescindere dal loro grado di santità (cfr. AL 315) e poi nel senso che quella relazione è chiamata a diventare sempre più una sua dimora (cfr. AL 29). Il senso del verbo “abitare” è lo stesso che Giovanni usa per esprimere il concetto che il Verbo si è incarnato ed è venuto ad “abitare” in mezzo a noi (cfr. Gv 1, 18), per cui esso riveste un significato assi forte ed esplicito. Parafrasando il Vangelo odierno, voi sposi potreste dire a Gesù: “Signore, noi ci siamo sposati in Chiesa, quindi siamo salvi” ma se questo non comportasse poi una relazione vera con lo Sposo, l’esito e la risposta del Maestro sarebbe la medesima del testo.

Cari sposi, sforzatevi di crescere nell’amore personale e di coppia con il vostro Sposo, con la preghiera, i sacramenti, i sacrifici offerti per amore. Il Papa Francesco chiarisce tutto questo in modo chiaro e con le sue parole vorrei concludere:

«Tale percorso prevede che si attraversi una porta. Ma, dov’è la porta? Com’è la porta? Chi è la porta? Gesù stesso è la porta. Lo dice Lui nel Vangelo di Giovanni; “Io sono la porta” (Gv 10,9). Lui ci conduce nella comunione con il Padre, dove troviamo amore, comprensione e protezione. Ma perché questa porta è stretta, si può domandare? Perché dice che è stretta? È una porta stretta non perché sia oppressiva, ma perché ci chiede di restringere e contenere il nostro orgoglio e la nostra paura, per aprirci con cuore umile e fiducioso a Lui, riconoscendoci peccatori, bisognosi del suo perdono. Per questo è stretta: per contenere il nostro orgoglio, che ci gonfia. La porta della misericordia di Dio è stretta ma sempre spalancata per tutti! Dio non fa preferenze, ma accoglie sempre tutti, senza distinzioni. Una porta stretta per restringere il nostro orgoglio e la nostra paura; una porta spalancata perché Dio ci accoglie senza distinzioni. E la salvezza che Egli ci dona è un flusso incessante di misericordia, che abbatte ogni barriera e apre sorprendenti prospettive di luce e di pace. La porta stretta ma sempre spalancata: non dimenticatevi di questo» (Angelus, 21 agosto 2016).

ANTONIO E LUISA

La parola che illumina tutto è relazione. Non è uno slogan, ma il cuore stesso del matrimonio. Lo ricordava padre Luca, richiamando le parole di papa Francesco: l’amore coniugale . come la fede – non vive di automatismi, ma di una scelta che si rinnova ogni giorno. Certo, al centro c’è Gesù, presenza viva che sostiene e feconda l’unione. Ma la sua grazia trova spazio solo in un cuore aperto: capace di accogliere l’altro con le sue fragilità e di lasciarsi sorprendere dalla sua bellezza. Un cuore che non smette di stupirsi davanti al dono della persona amata. Perché l’amore non cresce nei grandi gesti eroici, ma nei dettagli quotidiani: uno sguardo, una carezza, una parola buona, un dialogo sincero. Sono questi atti semplici che rendono vivo il matrimonio, lo custodiscono dalle abitudini sterili e lo trasformano in un segno di speranza per il mondo.

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Testimoni viventi di un amore nuovo

Cari sposi, nel Vangelo odierno leggiamo a chiare lettere che Gesù è venuto a portare fuoco sulla terra. Cosa significa questa frase? Brevemente si può affermare che il fuoco si riferisce a ciò che purifica, riconducibile al fuoco dell’Amore di Dio e allo Spirito Santo, mentre il battesimo rimanda alla Passione, come leggiamo già nella versione di Marco 10,38-39. Infine, la divisione trova eco nelle parole di Simeone in Lc 2,34 per cui Cristo è segno di contraddizione. Se ne deduce quindi che la pace annunciata da Gesù non sia affatto quella mondana e nemmeno una sorta di “nirvana” o benessere psicofisico ma piuttosto il frutto della verità e del vivere secondo la Sua Volontà.

Colpisce constatare che tutto ciò Gesù non lo dice in astratto ma che Lui per primo arde profondamente di questo Amore per ciascuno di noi. Non vede l’ora di farci sperimentare quanto ci ama e questo appunto avverrà tramite la sua Passione, Morte e Risurrezione con cui Egli ha sacrificato per amore ogni comodità e privilegio pur di essere come noi, piccolo e fragile.

Gesù, così, è il primo testimone di un amore totale, pieno, fino alla fine. Per questo Egli è lo Sposo per eccellenza, che incarna in modo perfetto il modo e lo stile della donazione nuziale e la cosa bella è che tutto ciò Egli lo vuole donare a ciascuno di noi, in particolare a voi sposi, tramite la grazia del sacramento delle nozze.

Cosicché vivere il matrimonio cristiano non è portare un semplice anello al dito ma conformare la propria vita personale e di coppia a Colui che si è lasciato bruciare dall’Amore e divenire così testimoni autentici di cosa sia veramente amare. Nel testo leggiamo, infatti, che Gesù “sarà battezzato”, il verbo “βαπτισθῆναι” è in forma passiva, dettaglio che rivela come l’azione divina preceda quella umana. È perciò confortante rendersi conto che nella vostra vita di sposi, lo Spirito ha agito e agisce costantemente e silenziosamente per bruciare ogni egoismo e mondanità nel vostro amore e purificarlo perché assomigli sempre più a quello dello Sposo.

Nella mia esperienza pastorale con gli sposi, ho toccato con mano che a un certo punto della vostra vita nuziale, vi accorgete che non si può andare avanti e vivere in Cristo senza passare dalla Pasqua, cioè dalla Passione, Morte e Risurrezione. Il fuoco dello Spirito diventa così la cartina di tornasole che autentica la maturità cristiana di una relazione, liberandola dalle spire e dalle insidie di donazioni mediocri e parziali.

Solo nello Spirito gli sposi possono entrare in una vita nuova, un’esistenza in continua rigenerazione, rinascita e conversione, il cui traguardo è nientemeno che la Famiglia Grande dei figli di Dio, in piena comunione tra voi e con Cristo. Perciò cari sposi, vorrei concludere proprio con le parole di Papa Francesco sulla Parola di oggi:

Come sappiamo, Gesù è venuto a portare nel mondo il Vangelo, cioè la buona notizia dell’amore di Dio per ciascuno di noi. Perciò ci sta dicendo che il Vangelo è come un fuoco, perché si tratta di un messaggio che, quando irrompe nella storia, brucia i vecchi equilibri del vivere, sfida a uscire dall’individualismo, sfida a vincere l’egoismo, sfida a passare dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita nuova del Risorto, di Gesù risorto. Il Vangelo, cioè, non lascia le cose come stanno; quando passa il Vangelo, ed è ascoltato e ricevuto, le cose non rimangono come stanno. Il Vangelo provoca al cambiamento e invita alla conversione. Non dispensa una falsa pace intimistica, ma accende un’inquietudine che ci mette in cammino, ci spinge ad aprirci a Dio e ai fratelli. È proprio come il fuoco: mentre ci riscalda con l’amore di Dio, vuole bruciare i nostri egoismi, illuminare i lati oscuri della vita – tutti ne abbiamo! -, consumare i falsi idoli che ci rendono schiavi” (Angelus 14 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

La parola “divisione” ci spiazza: di solito la associamo al diavolo, a chi divide e semina discordia. Eppure è Gesù stesso a pronunciarla. Che cosa vuole dire? Io l’ho capito sulla mia pelle. Quando, insieme a mia moglie, abbiamo scelto di aprirci alla vita fino ad accogliere quattro figli, non tutti ci hanno compresi: c’è chi ci ha giudicati incoscienti, chi ci ha guardati con sospetto, chi con finta benevolenza che nascondeva preoccupazione. Lo stesso è accaduto quando abbiamo deciso di vivere la castità: agli occhi di tanti eravamo “strani”, quasi fuori dal tempo. Eppure proprio lì ho scoperto che seguire Cristo significa accettare anche divisioni dolorose: la vera pace non nasce dal consenso del mondo, ma dalla fedeltà ardente al Vangelo.

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Una fede condivisa vigila meglio

Cari sposi, siamo in pieno tempo di ferie e spero lo sia per tutti. Un periodo prezioso quanto ahimé anche fugace in cui possiamo non solo riposare il corpo ma anche la mente e lo spirito. Assieme a ciò, inevitabilmente per tutti noi il pensiero del prossimo anno si fa sempre più presente con tutta le serie di scadenze, impegni, sfide, ecc. Ecco allora che il Vangelo di questa domenica getta una luce importante e rincuorante.

Tutte le letture si basano sul binomio fede/attesa, dal libro della Sapienza che fa riferimento alla veglia di Pasqua ebraica, alla fede incarnata nei grandi personaggi dell’Antico Testamento e infine nella fede/attesa nel servo e nell’amministratore di cui parla Gesù.

Senza voler abbordare un tema immenso quale quello della fede, sinteticamente si può cogliere, dalle presenti letture, come essa sia per essenza una grande luce, superiore alla nostra intelligenza e al semplice buon senso. Una luce che ci aiuta ad attendere la presenza di Dio nelle cose concrete, ma senza farci smarrire in esse, senza appiattirci nell’attivismo.

La fede è la luce per eccellenza che ci fa afferrare meglio i contorni della vita, come quando in un bosco arriva il giorno e siamo in grado di contemplare molte più cose che la notte ci nascondeva. Così, per la fede, possiamo comprendere ogni momento della nostra vita come un dono ricevuto, di cui dovremo rendere conto a Colui che ce l’ha data.

Per voi sposi la fede ha un valore aggiunto e una sfumatura del tutto speciale. In quanto chiesa domestica e una sola carne, voi sposi siete la fondamentale e basilare forma di vita di fede condivisa. Detto in altri termini, nel matrimonio la fede non può più essere personale, come lo era prima da fidanzati o da semplici battezzati. Non che la fede di ognuno scompaia e si tramuti in una fede solo coniugale, cancellando il vissuto individuale, ma piuttosto che il proprio cammino da credenti non può non interfacciarsi e tenere conto di quanto l’altro/a creda o meno in Gesù.

Papa Francesco, in Evangelii gaudium, dice: “Dio ha dato origine a una via per unirsi a ciascuno degli esseri umani di tutti i tempi. Ha scelto di convocarli come popolo e non come esseri isolati. Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana. Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa.” (EG, n. 113). Se questo vale per la chiesa universale, vale anche e anzitutto per quella forma originaria di chiesa che è la coppia sposata. In tutto ciò voi sposi potete davvero godere di un grande dono, quello della fede condivisa che è senza dubbio un grande stimolo vicendevole a crescere e non demordere mai.

Ora, volendo applicare questo modo di vivere la fede/attesa secondo la Parola odierna al contesto sponsale si possono delineare due modi concreti secondo quanto esprime Gesù nel Vangelo. Non è affatto nuovo nella Scrittura questa pedagogia divina di porci davanti a un bivio; lo vediamo compiere infatti da Mosè, da Giosuè, da Elia, da Geremia ma appunto soprattutto da Gesù.

Ed ecco che ancora oggi il Maestro ci sfida e ci provoca ad essere profondamente responsabili della nostra vita e principalmente della nostra fede. Voi sposi con la vostra fede potete vivere la vita come buoni amministratori, sapendo che tutto quanto siete e avete è un regalo, dal vostro amore, dai vostri figli, alla casa, al lavoro… e di essi il Signore vi chiederà conto non solo singolarmente ma come coppia. Perciò. aiutatevi a vicenda ad essere vigili e a non scadere in visioni della vita troppo mondane, spronatevi e sostenetevi a credere sempre di più!

Ma, al tempo stesso, Gesù, con grande realismo, vi mette in guardia perché l’alternativa è alquanto sottile e ahimé impercettibile. Ci si può infatti tramutare, in un batter d’occhio, da amministratori saggi in padroni autoeletti, volendo tenere in pugno ogni cosa, avendo tutto sotto minuzioso controllo e vivere pianificando persino il domani. La coppia, da chiesa domestica, volendo o non volendo, diviene allora una specie di centrale auto-produttrice di amore e i figli sono visti come il prolungamento necessario dell’amore dei genitori.

Cari sposi, vi invito in queste vacanze a dedicare più tempo a voi e alla preghiera in coppia e chiedere il dono della fede per voi, affinché possiate affrontare con il giusto atteggiamento il nuovo anno che viene. È quanto ci invita anche il Papa, commentando proprio questo Vangelo, e con le sue parole vorrei concludere:

La seconda parola: «Siate pronti». È il secondo invito di oggi. È saggezza cristiana. Gesù ripete più volte questo invito, e oggi lo fa attraverso tre brevi parabole, incentrate su un padrone di casa che, nella prima, ritorna d’improvviso dalle nozze, nella seconda non vuole farsi sorprendere dai ladri, e nella terza rientra da un lungo viaggio. In tutte, il messaggio è questo: bisogna stare svegli, non addormentarsi, cioè non essere distratti, non cedere alla pigrizia interiore, perché, anche nelle situazioni in cui non ce l’aspettiamo, il Signore viene. Avere questa attenzione al Signore, non essere addormentati. Bisogna stare svegli” (Angelus 7 agosto 2022).

ANTONIO E LUISA

Quando ci teniamo per mano dopo la Comunione, concretizziamo un mistero immenso: il nostro matrimonio, sigillato nel corpo e nello Spirito, è diventato tenda in cui Dio abita. Da quel giorno viviamo uno nell’altro, anche quando il lavoro o la distanza ci separano. La presenza dell’altro è reale, dona pace e forza. La preghiera dell’uno arricchisce l’altro, i sacramenti nutrono entrambi. E questo vincolo rimane incorruttibile anche se uno dei due si allontana: la fedeltà di chi resta diventa intercessione potente, capace di attrarre la grazia di Dio e operare, nel tempo, la redenzione del coniuge.

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Arricchirsi davanti a Dio

Cari sposi, nel bel mezzo delle ferie chi di noi, almeno una volta, non avrà sognato vacanze esotiche, come solo pochi persone si possono permettere, in isole caraibiche, su yatch di lusso, acque cristalline e ogni confort nell’albergo? Tra un sogno e l’altro, oggi tutta la Parola ha un unico leit motiv: “la tua vita non dipende da ciò che possiedi”.

Sembra una frase un po’ moralistica ma nel contesto del vangelo emerge con forza la sua vera origine. Difatti Gesù sta predicando e sta dicendo cose profonde riguardanti la vita eterna ed ecco una voce fuori coro che lo provoca con una domanda così venale e impertinente. Non si tratta tanto di cattiva educazione quanto piuttosto di un’incomprensione molto simile al comportamento di Marta, la domenica scorsa.

Quest’uomo, che interrompe Gesù nella sua predicazione, dimostra che gli importano più i soldi ereditati che la sapienza del Signore, che le Sue parole di vita eterna. Ancora una volta ci troviamo dinanzi a un cuore chiuso, impermeabile, una persona che con la testa ha tutto chiaro ed è molto probabilmente d’accordo con il Signore ma con il cuore no, con la vita forse ha qualche difficoltà a lasciare spazio alla Grazia.

Ecco allora da dove nasce questa variante di catechesi che il Maestro ha voluto pronunciare e davvero ringraziamo questo anonimo discepolo per far sì che Gesù possa essere stato ancor più chiaro. Sono parole assai importanti in particolar modo per le coppie così esposte a questo tipo di pensieri, soprattutto quando devono fare i conti con una famiglia a carico, i figli, il mutuo, le tasse… e la fede sembra sfaldarsi tra i moduli dell’IMU e della TARI.

Ma il paradosso cristiano in queste circostanze si rafforza ancora di più e sono tanti gli sposi che hanno fatto e fanno l’esperienza di quanto sia vero ed attuale che ciò che conta è arricchirsi davanti a Dio, scommettere sulla presenza di Gesù nella propria vita, darGli sempre un posto di onore e non lasciarsi distogliere dalle preoccupazioni per servirLo e occuparsi del Vangelo.

Il Signore Gesù, lo Sposo della coppia, sa bene di quante cose pratiche essa debba occuparsi quotidianamente ma cerca sempre di trovare nel cuore degli sposi anzitutto quella fiducia incondizionata di sapersi fidare di Lui, di metterLo al primo posto, come ci ricorda Papa Francesco commentando questo brano evangelico. E proprio con esso vorrei concludere ed invitare ognuno di voi ad investire le proprie forze ed energie all’edificazione del Regno, l’unica e era ricchezza che inizia in questa vita e rimarrà per sempre:

L’incontro con Gesù vivo, nella sua grande famiglia che è la Chiesa, riempie il cuore di gioia, perché lo riempie di vita vera, di un bene profondo, che non passa e non marcisce: lo abbiamo visto sui volti dei ragazzi a Rio. Ma questa esperienza deve affrontare la vanità quotidiana, quel veleno del vuoto che si insinua nelle nostre società basate sul profitto e sull’avere, che illudono i giovani con il consumismo. Il Vangelo di questa domenica ci richiama proprio l’assurdità di basare la propria felicità sull’avere” (Angelus 4 agosto 2013). 

ANTONIO E LUISA

Non sono mai stato attaccato alle cose terrene. Non perché sia particolarmente virtuoso, ma perché, semplicemente, non sono ricco. Eppure ho scoperto che anche le sicurezze affettive possono diventare un attaccamento. La mia più grande è sempre stata Luisa. L’amore per lei è stato rifugio, certezza, appiglio. Ma è proprio nel sacramento del matrimonio, quando fai davvero spazio a Gesù, che succede qualcosa di sorprendente: impari ad amare senza possedere. È un paradosso: più amo Luisa, più sento che non ho bisogno di lei per essere completo. Perché Gesù è sempre più vicino. E Lui basta. Davvero.

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Gli sposi sono intercessori come Abramo

Cari sposi, oggi la Chiesa ci offre una Parola strutturata mettendo in parallelo due brani: il dialogo drammatico tra Dio e Abramo sulla sorte di Sodoma e la risposta di Gesù alla richiesta di un discepolo su come pregare. Che hanno in comune questi episodi? Si può dire che il Signore oggi vuole approfondire con noi il modo con cui preghiamo e soprattutto l’atteggiamento che soggiace alla nostra preghiera.

Vediamo nella prima lettura una conversazione alquanto strana: qui Dio sembra “cedere” alle richieste di Abramo, riducendo gradualmente il numero di giusti necessari per salvare la città, come se Egli fosse debole e facilmente influenzabile. Ma in realtà, niente di tutto ciò, difatti la Chiesa interpreta questo brano non come un segno di passività da parte di Dio ma come una rivelazione della misericordia divina e dell’importanza dell’intercessione. Dio è giusto al tempo stesso che misericordioso e riesce a trovare l’equilibrio per non distruggere il giusto con l’empio. A questo riguardo dice San Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, I, q. 21, a. 4) che Dio non può cambiare idea ma semmai si esprime in un linguaggio umano, ragion per cui l’apparente “negoziazione” mostra che la Sua misericordia prevale sulla giustizia ma senza contraddirla.

E poi, perché Abramo si prende tutta questa libertà? Perché lui anzitutto si fida oltremodo di Dio. Così facendo, egli rivela essere una prefigurazione profetica di Cristo, l’Intercessore per eccellenza a favore dei peccatori di tutti i tempi. Già si intravede, perciò, un tratto del Vangelo, difatti tutto il colloquio avviene con grande libertà e umiltà da parte di Abramo, ragion per cui Dio ne accetta le richieste, mostrando una relazione personale e non meccanica con l’uomo. Ecco allora che emerge il grande potere dell’intercessione, una delle più alte forme di preghiera perché ci rende simili al Cuore di Cristo, come insegna il Catechismo: “L’intercessione è una preghiera di domanda che ci conforma da vicino alla preghiera di Gesù” (CCC 2634).

Quella di Abramo è una preghiera umile, insistente, coraggiosa, ambiziosa… che tocca il cuore paterno di Dio e per grazia ottiene il frutto. Ma in tutto ciò sorgono comunque domande profonde: se Dio sa tutto ciò di cui ho bisogno, perché non me lo dà e punto? Perché mai ho bisogno io di chiederGlielo? E inoltre: perché mettere in mezzo in una persona piccola e fallibile come tutti gli altri? Non era meglio se Dio fosse intervenuto direttamente senza tanti fronzoli? La scena evangelica, con i due esempi fatti da Gesù, è assai eloquente e profonda, perché svela, con parole semplici e riferimenti concreti, come la pensa Dio e come è il Suo Cuore. Egli cerca un rapporto personale con ciascuno di noi. Ogni persona non è un birillo da spostare a suo piacimento ma un essere con dignità infinita e che Egli vuole servire e con cui vuole tessere una relazione vera.

Ma c’è un’altra verità sbalorditiva: il Signore desidera compiere il bene in modo che sembri opera nostra, farina del nostro sacco. Dio, per così dire, si cela normalmente dietro le nostre azioni perché ci ama e perché vuole che il Suo Amore pervada la nostra vita, abbellendola e innalzandola. Per questo, sempre S. Tommaso afferma: “A Dio compete comunicare la sua bontà alle creature non solo nel fatto che esse ricevono la bontà, ma anche nel fatto che la trasmettono ad altre” (Summa Theologiae, I, q. 103, a. 6). Questo significa che la mediazione delle creature (ad esempio, degli angeli, dei santi, degli uomini giusti come Abramo) non sminuisce la potenza divina ma la esalta, perché Dio le rende collaboratrici della sua Provvidenza.

A questo punto, il riferimento a voi sposi è molto più immediato. Sodoma può anche essere il coniuge indurito, chiuso, lontano e l’altro è chiamato, in forza della grazia ricevuta nel Sacramento, ad essere quell’intercessore che, come Abramo, cerca di smuovere il cuore di Dio. Lo dico pensando a tante belle testimonianze che il Signore mi ha regalato, nel mio percorso sacerdotale, di coppie così in cui ad un certo punto uno ha dovuto remare di più a favore dell’altro. E anche davanti a comportamenti gravi, non si è posto come giudice ma, alla stregua di Abramo, ha imboccato la via della misericordia. In un mondo che insegna “ti amerò finché dura” oppure “ti vorrò bene finché te lo meriti”, voi sposi avete il grande dono e la possibilità di predicare con la vita che una casa, una famiglia si può reggere solo grazie a questo stile di vita, di preghiera reciproca, di misericordia.

Vorrei concludere con un passaggio di Papa Benedetto, che ci regala un approfondimento proprio sulla figura spirituale di Abramo: “Così, per l’intercessione di Abramo, Sodoma potrà essere salva, se in essa si troveranno anche solamente dieci innocenti. È questa la potenza della preghiera. Perché attraverso l’intercessione, la preghiera a Dio per la salvezza degli altri, si manifesta e si esprime il desiderio di salvezza che Dio nutre sempre verso l’uomo peccatore. Il male, infatti, non può essere accettato, deve essere segnalato e distrutto attraverso la punizione: la distruzione di Sodoma aveva appunto questa funzione. Ma il Signore non vuole la morte del malvagio, ma che si converta e viva (cfr. Ez 18,23; 33,11); il suo desiderio è sempre quello di perdonare, salvare, dare vita, trasformare il male in bene. Ebbene, è proprio questo desiderio divino che, nella preghiera, diventa desiderio dell’uomo e si esprime attraverso le parole dell’intercessione. Con la sua supplica, Abramo sta prestando la propria voce, ma anche il proprio cuore, alla volontà divina: il desiderio di Dio è misericordia, amore e volontà di salvezza, e questo desiderio di Dio ha trovato in Abramo e nella sua preghiera la possibilità di manifestarsi in modo concreto all’interno della storia degli uomini” (Udienza 18 maggio 2011).

ANTONIO E LUISA

Spesso preghiamo perché nostro marito o nostra moglie cambi, diventi più affettuoso, più presente. Ma il primo cambiamento da chiedere è nel nostro cuore: diventare noi, con la grazia di Cristo, fonte di amore gratuito. È questo amore che può toccare e trasformare l’altro. Io ringrazio Dio perché Luisa ha fatto proprio questo: non ha cercato di cambiarmi, ma mi ha amato così com’ero. E quell’amore ha cambiato il mio cuore. È la forza silenziosa del Vangelo vissuto. Quando uno dei due ama così, senza pretese, diventa via di salvezza per l’altro. E l’amore, quello vero, rifiorisce.

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In silenzio ai piedi dello Sposo

Cari sposi, la Parola di oggi mette in parallelo due scene di squisita accoglienza, nel miglior stile mediorientale. Da una parte l’accoglienza di Abramo e Sara di questi tre misteriosi personaggi e dall’altra, l’accoglienza in casa di Gesù da parte di due sorelle, Marta e Maria.

Normalmente questo tema è l’occasione per parlare del saper armonizzare sapientemente il fare e il pregare. È un’interpretazione che viene da lontano, già alcuni Padri della Chiesa hanno già commentato così tale Vangelo. In modo particolare abbiamo San Gregorio Magno che sottolinea come certamente la vita contemplativa sia superiore ed eccellente ma che anche quella attiva sia totalmente necessaria, anzi spesso costituisce proprio la prima tappa del cammino spirituale. Pure Origene va nella stessa direzione quando vede Maria come figura dell’anima che medita profondamente la Parola di Dio, mentre Marta è figura dell’apostolato concreto, formando così le due modalità dell’anima stessa: una parte operosa e una parte contemplativa.

Mi piace sottolineare come il vero offerente non è chi apre la porta di casa bensì l’ospite. I tre angeli svelano l’imminenza dell’arrivo del figlio della Promessa, Isacco mentre Gesù regala la propria intimità, che sarà chiave per la risurrezione di Lazzaro. Quindi, chi arriva in casa dona più di quanto gli si offre ed in questo si comprende come, in realtà, la parte migliore non è frutto di una nostra scelta ma di un dono che ci porge Gesù stesso.

L’unico problema però è dato dalla disposizione del cuore. Nel caso di Marta, nonostante sia una buonissima persona, servizievole e premurosa, a un certo punto si fa prendere dalla rabbia e pretende di voler insegnare anche a Gesù. In questo quadro odierno lei assomiglia molto a Pietro il quale, per situazioni simili, aveva dimostrato in fondo di voler fare di testa sua.

Sebbene in apparenza Marta si riveli un ottimo anfitrione, di fatto lei non sta accogliendo Gesù, lo ospita solamente in casa, non entra nel suo cuore, non lo ascolta, anzi continua a parlare solo lei. Anche noi, paradossalmente, possiamo ostentare fede ma non ascoltare Gesù, non lasciarci toccare il cuore perché sempre centrati sul fare cose, belle e buone, ma che non hanno un valore di eternità.

Tutto ciò che risvolto può avere per voi coppie?

Di certo, per prima cosa, Gesù ammira quanto fate per lui fattivamente, per esempio sia in parrocchia, in qualche movimento, nel servizio presso la Caritas, o in modalità simili. È sinceramente contento del tempo che spendete al servizio per la Chiesa ma prima di tutto a Lui interessa il rapporto con voi personalmente e in coppia. Gesù anela incontrarvi nel profondo e trovare un posto privilegiato nel cuore in modo che Lo possiate ascoltare davvero.

In secondo luogo, qui vediamo una casa come luogo di incontro. Per voi sposi, la casa ha un valore teologico. La vostra abitazione non è solo funzionale ma è chiesa domestica. Per cui Gesù desidera fare della vostra casa un luogo di incontro con Lui, ambito di preghiera e di ascolto della sua Parola, non solo per voi coppia e famiglia, ma anche per chi accogliete e ospitate.

La casa non può esser solo lo spazio per fare festa con amici, per ricevere chi è simpatico e piacevole o per passare momenti sereni in compagnia, il che rifletterebbe bene la dimensione serviziale e ospitale del Vangelo di oggi, ma è chiamata in fin dei conti a divenire “chiesa domestica”, cioè, l’occasione per permettere a Gesù di essere udito e incontrato tramite voi.

Vi auguro che, nel corso di questa estate, ci siano momenti di sosta per stare in coppia a quattr’occhi con lo Sposo e lasciarvi guidare da Lui. Perciò, vorrei concludere con una bella esortazione di Papa Francesco, che invita proprio a questo:

La parola di Gesù non è astratta, è un insegnamento che tocca e plasma la vita, la cambia, la libera dalle opacità del male, appaga e infonde una gioia che non passa: la parola di Gesù è la parte migliore, quella che aveva scelto Maria. Per questo lei le dà il primo posto: si ferma e ascolta. Il resto verrà dopo. Questo non toglie nulla al valore dell’impegno pratico, però esso non deve precedere, ma sgorgare dall’ascolto della parola di Gesù, dev’essere animato dal suo Spirito. Altrimenti si riduce a un affannarsi e agitarsi per molte cose, si riduce a un attivismo sterile” (Angelus, 17 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo di oggi, insieme alle parole luminose di padre Luca, ci tocca nel profondo e ci provoca: da dove nasce il nostro fare, il nostro correre, il nostro attivismo? Se non sgorga dall’incontro con l’Amore vero, rischia di essere solo una fuga. Quando Cristo abita davvero la nostra coppia, ogni gesto diventa fecondo. Ma se ignoriamo la fatica dell’amarsi ogni giorno, se non ci doniamo con tenerezza, ascolto e cura reciproca, anche il servizio più nobile può diventare una scusa per non stare dove Dio ci aspetta: nel nostro matrimonio. È lì che ci santifichiamo. È lì che si fa verità.

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Gli sposi, salvati e salvanti

Cari sposi, siamo entrati pienamente nel tempo estivo e spero che le ferie possano essere di aiuto nel riposo e nella crescita spirituale. Il Vangelo odierno va diritto al cuore di voi sposi per tanti motivi. Anzitutto però vediamo quale sia il senso principale con cui Gesù l’ha pronunciato. Egli, infatti, sta rispondendo a una domanda ben precisa di un dottore della Legge, uno dei massimi esperti della Torah in Israele. Il mittente vorrebbe saggiare le conoscenze del Maestro magari proponendogli casi spinosi da risolvere e difatti si comprende come parta un po’ soft ma sia intenzionato a scendere eventualmente a cavilli ingarbugliati per cogliere in fallo Gesù.

Tuttavia, il Signore taglia corto e risponde in un modo, per un verso semplice, dall’altro di una profondità ammirevole. Il caso presentato non era per nulla strano a quell’epoca, difatti la strada che da Gerusalemme portava a Gerico era ripida, in un territorio arido e inospitale, ideale per gli agguati di ladri, se teniamo conto che quella era la via principale per andare verso nord.

Non doveva essere raro che questi tre personaggi si fossero incrociati in altre occasioni lungo questa via, difatti i sacerdoti e leviti, da ogni parte di Israele, convenivano mensilmente a Gerusalemme per svolgere il loro compito nel Tempio. Ma se loro due non hanno toccato questo pover’uomo non era certo per cattiveria o bieca indifferenza, ma semplicemente perché per i loro doveri religiosi non potevano, dovendo rispettare le norme di purezza rituale, imposte nel Levitico (vedi Lv 15, 16‑19 e 17, 11‑14).

Gesù, in modo rispettoso e umile, sta dicendo a questo dottore che la Legge che lui incarna non può più salvare l’uomo caduto e peccatore. Ci vuole qualcos’altro: ci vuole una Salvezza più efficace. Ed è per questo che la Chiesa ha subito intravisto in questa parabola un senso teologico molto più vasto. Da Origene, ad Ambrogio e infine Agostino, i Padri hanno riletto la parabola come un grande riassunto della storia della salvezza, in cui l’uomo ferito è Adamo cioè ogni persona afflitta dal peccato (i briganti). Il sacerdote e il levita rappresentano la Legge e i Profeti, che oramai non possono salvare. Ci vuole allora una salvezza e un salvatore diversi e questi è proprio rappresentato dal Samaritano, ossia Cristo, che “si fa prossimo” e tramite l’olio e il vino, cioè i sacramenti (battesimo, eucaristia, unzione) porta il malcapitato in una locanda, simbolo della Chiesa, in cui Cristo l’affida al locandiere, figura dei vescovi e sacerdoti.

Siamo convinti che solo Cristo salva e lo fa tramite la sua Chiesa Sposa, che Gli è unita misticamente. Ma in tutto ciò voi sposi avete un ruolo chiave, difatti siete la visualizzazione e il prolungamento di tale unità, come disse a suo tempo Leone XIII nell’Enciclica Arcanum: “Il matrimonio ha Dio come autore, ed essendo stato fin da principio quasi una figura della Incarnazione del Verbo di Dio” e lo ha ripetuto poi Giovanni Paolo II (Familiaris consortio 13) e Francesco (Amoris laetitia 67). In altre parole, per “comprendere” il mistero dell’Incarnazione ci vuole una coppia cristiana che cerchi di far agire in sé la grazia unitiva di Cristo.

Per questo voi portate nel vostro amore l’antidoto al peccato. Se è vero che spesso tale peccato, sotto le spoglie di un dialogo inconsistente, di una sessualità malata, di relazioni tossiche, di dipendenze affettive e una lunga serie di eccetera, rovina le coppie, manda in malora i matrimoni, è pur vero che voi sposi siete ricchi di un dono che non viene da voi stessi ma vi è consegnato perché serva anzitutto a voi e poi perché ne facciate dono ad altri. Voi sposi siete a un tempo quel poveretto, bastonato e derubato che giace a terra, ma altresì fungete anche da Samaritano nel rialzare e curare.

Questo vangelo vi ricorda che avete sempre bisogno di Cristo e della Chiesa per essere coppia ma al tempo stesso Egli vi chiama a prolungare verso altrettante coppie e persone questa capacità di prendersi cura e di amare. Papa Giovanni Paolo II l’ha detto molto bene: “(gli sposi) non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris consortio 49).

Vorrei concludere con un bel commento di Papa Francesco, commentando proprio in Vangelo di oggi, per il realismo e la semplicità con cui vi dà la carica per non rimanere come spettatori ma per mettervi in cammino e donare ciò che avete ricevuto:

«Davanti a questa parabola evangelica può capitare di colpevolizzare o colpevolizzarsi, di puntare il dito verso altri paragonandoli al sacerdote e al levita: “Ma questo o quello vanno avanti, non si fermano!”, oppure di colpevolizzare sé stessi enumerando le proprie mancanze di attenzione verso il prossimo. Ma io vorrei suggervi un altro tipo di esercizio. Non tanto quello di incolparci, no; certo, dobbiamo riconoscere quando siamo stati indifferenti e ci siamo giustificati, ma non fermiamoci lì. Lo dobbiamo riconoscere, è uno sbaglio, ma chiediamo al Signore di farci uscire dalla nostra indifferenza egoistica e di metterci sulla Via. Chiediamogli di vedere e avere compassione. Questa è una grazia, dobbiamo chiederla al Signore: “Signore che io veda, che io abbia compassione, come Tu vedi me e Tu hai compassione di me”» (Angelus, 10 luglio 2022).

ANTONIO E LUISA

Quante volte, io e Luisa, ci siamo guardati negli occhi riconoscendo la nostra miseria. Le nostre fatiche, i nostri limiti, persino i peccati che ci portiamo dentro. Eppure, proprio lì, nel punto più fragile, abbiamo fatto esperienza di una forza che non era nostra. Il sacramento del matrimonio non ci ha resi perfetti, ma ci ha resi capaci di amarci con verità. Di rialzarci. Di perdonarci. Di non scappare. E oggi lo sappiamo: possiamo portare a compimento la nostra vita solo perché ci affidiamo ogni giorno a quella Grazia che ci ha uniti. E che ci salva. In due.

Antonio e Luisa

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Provaci, non Perdi Nulla e Vivrai la Gioia

Cari sposi, il brano di oggi si colloca in un momento in cui i primi discepoli hanno già visto diversi miracoli, hanno già sentito le beatitudini sul Tabor e quindi Gesù per loro è già un maestro molto autorevole, un profeta e la sua identità messianica inizi a balenare nella loro mente.

Ma il Signore non vuole rendere i propri discepoli “spugnosi” bensì persone dinamiche e generose. È così che, un bel giorno, il Maestro li sfida a ridonare agli altri quanto hanno ricevuto fino a quel momento.

Guardiamoli in faccia: timorosi, titubanti, imbarazzati nel dover mettersi a bussare alle porte e parlare di Gesù di Nazareth… chissà che cosa sarà successo in quei frangenti. Di sicuro tanti che non aprivano, alcuni li rifiutavano in malo modo, altri invece li hanno accolti in casa. Fatto sta che tutti tornano pieni di gioia per essere stati strumenti di Grazia.

Dice Papa Francesco proprio su questo brano: “La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria. La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17). La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21). La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste” (Evangelii gaudium 21).

Evangelizzare non dovrebbe mai essere un peso ma una gioia che si condivide, la gioia di aver incontrato Cristo e di testimoniarlo con naturalezza e semplicità. Per questo, noi cristiani dobbiamo essere davvero “in uscita”. Non possiamo più pensare che la fede si comunicherà magicamente, di generazione in generazione, grazie all’ora di religione, all’oratorio, al gruppo Scout… è da tanto che Gesù ci chiama a essere testimoni credibili del suo Nome in un mondo sempre più multiculturale e meno cristiano!

Ma per voi sposi questo vangelo ha un tocco speciale. Se ci fate caso Gesù sta di fatto chiedendo ai 72 di entrare nelle case, quindi di rivolgersi anzitutto agli sposi, ai genitori di quella famiglia. Quanto Gesù ha chiesto a quei 72 di fatto è stata la “mossa” vincente della chiesa delle origini. Il Cristianesimo è rimasto in stato di latitanza per ben tre secoli, non avendo liceità legale. Ai cristiani fino al 313 dC non era permesso vivere la propria fede in pubblico né tantomeno avere luoghi propri per praticare il culto. Dove, se non nelle case, si poteva essere liberi di parlare di Gesù, di fede, della Parola…? Ecco allora che la coppia credente, con la sua testimonianza, con l’educazione dei figli, con il rapporto con altre coppie, è stata chiave per diffondere il Vangelo. E tutto questo in un’epoca di persecuzioni, di attacchi violenti, di martirio…

Cari sposi, se tanti nostri fratelli in Cristo sono riusciti ad essere fedeli in circostanze estreme, anche noi oggi, che viviamo ancora tempi di relativa pace, siamo chiamati a non lasciarci vincere dalla pigrizia, dalla vergogna, dal timore e donare quella fede che abbiamo, poca o tanta che sia, ma comunque provandoci. Senza alcun dubbio, il Signore non solo vi farà dono della sua gioia, quella vera, profonda, intima, ma vi concederà il frutto di vedere che tramite voi lo Spirito opera meraviglie.

ANTONIO E LUISA

Noi sposi siamo chiamati a evangelizzare non attraverso la perfezione, ma attraverso la fedeltà concreta alle nostre vite reali. È lì che Dio ci santifica e ci rende testimoni. La nostra missione nasce da ciò che siamo, con le gioie e le ferite che caratterizzano la nostra famiglia. Anche quando ci sentiamo fragili o inadeguati, possiamo rivelare al mondo l’amore di Dio. Ogni famiglia è portatrice di una profezia unica: c’è chi accoglie la disabilità con gratitudine, chi attraversa il dolore del lutto, chi cresce molti figli o chi vive la fatica di non poterli avere. Tutte queste storie parlano di Dio. Anche la famiglia che semplicemente “tiene duro” può diventare luce per altri. Non dobbiamo vergognarci della nostra imperfezione: è proprio lì che il Signore si manifesta. Uniti, anche nella fatica, diventiamo tante piccole fiammelle che, insieme, mostrano al mondo il volto dell’Amore.

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Modelli non per Bravura ma per Grazia

Cari sposi, oggi è una ricorrenza molto bella per tutta la Chiesa. Facciamo memoria di coloro che Cristo ha voluto come segno visibile di unità e di coesione nella dottrina e nell’evangelizzazione per tutti i credenti di tutte le epoche.

Due uomini come noi sono diventati modello di vita per sempre nella Chiesa, tanto che le loro statue svettano a sempiterna memoria nella piazza del Vaticano.

Ma forse ci siamo persi qualcosa: sono dei modelli per la Chiesa? Proprio quel Simone di Giovanni e quel Saulo di Tarso? Pare che la loro fedina non sia tanto pulita: Pietro, il rinnegatore numero uno, il codardo dinanzi a una ragazzina, il grande assente sotto al croce… Paolo, l’omicida, il bestemmiatore, il persecutore… è sinceramente incredibile pensare che due uomini con questo passato siano le nostre colonne della fede. Mi viene in mente le volte che ho incrociato persone appartenenti a sette o gruppi religiosi simili e sentire quasi la boria con cui si parla dei meriti dei loro fondatori… mentre noi non nascondiamo di certo i difetti e peccati di chi ci rappresenta.

In sostanza, cosa ha fatto grandi Pietro e Paolo? L’amore di Cristo e il loro totale abbandono alla Sua Misericordia. Tutti e due, in modi e tempi diversi a un certo punto della loro vita hanno dovuto arrendersi a Cristo e smetterla di pensare di contare sulle proprie forze e capacità e lasciarsi prendere per mano e guidare dal Maestro.

Solo così essi hanno davvero fatto passi in avanti, solo così sono cresciuti nella virtù e nell’amore. Finché, un bel giorno, Pietro si è arreso all’amore di Cristo quando ha ammesso: “Signore, tu sai tutto” e Paolo similmente quando ha scritto: “Ti basta la mia grazia” e “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”.

Quale gioia per voi coppie scoprire di essere stati chiamati e scelti con un criterio simile a quello che Gesù ha usato per Pietro e Paolo. Non ha scorto in loro parvenze di perfezione ma ha solo cercato cuori grandi e generosi, pronti a dare la vita. Come per loro, anche a voi sposi Gesù invita a lasciarvi “conquistare da Cristo e correre per conquistarlo” (cfr. Fil 3, 12).

Il martirio di entrambi è anzitutto un capolavoro della Grazia di Dio che ha prevalso sul loro egoismo e sulla loro paura

Cari sposi, anche voi siete stati stabiliti saldamente sulla roccia dell’amore di Cristo per la grazia del sacramento del matrimonio. Possiate guardare oggi a questi due nostri fratelli nella fede, Pietro e Paolo, come testimoni che l’amore fedele, fino alla morte è possibile e va ben oltre le nostre debolezze e infedeltà. Vi sia di stimolo Papa Francesco con queste sue parole: “Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E’ fedele” (Omelia 29 giugno 2014).

ANTONIO E LUISA

San Pietro e San Paolo sono due colonne della Chiesa, due santi immensi, ma anche profondamente diversi. Pietro era un pescatore, impulsivo, semplice, spesso fragile; Paolo era colto, determinato, talvolta spigoloso. Eppure, proprio nella loro diversità, hanno saputo lasciarsi plasmare da Cristo e diventare strumenti potenti nelle Sue mani. Anche per noi sposi questo è un grande insegnamento: non serve essere uguali, non serve pensare allo stesso modo o avere le stesse reazioni. Ciò che conta è lasciarsi guidare da Gesù, affidare a Lui la nostra vita e il nostro matrimonio. Pietro e Paolo hanno testimoniato con la vita e con il martirio che, quando ci si abbandona a Cristo, le differenze non dividono ma diventano una ricchezza. Così anche noi, nelle nostre differenze, possiamo costruire qualcosa di grande, se insieme guardiamo a Lui e ci lasciamo condurre dal Suo amore.

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Il Sacramento dello Sposo, della Sposa

Cari sposi, diversi anni fa una coppia di amici mi ha raccontato di come avevano organizzato il loro matrimonio. Ci tenevano in modo speciale che, nell’offertorio, oltre agli elementi tipici (calice, pane, vino…) ci fossero alcuni oggetti particolarmente significativi nel loro cammino assieme. Uno di questi era uno specchio, con il quale volevano significare il loro desiderio di divenire, con il matrimonio, riflesso dell’amore di Cristo per loro stessi, per i figli e per chiunque li avesse conosciuti.

Oggi riconosco quanto mi ha aiutato quell’incontro per cogliere una verità essenziale della coppia cristiana: manifestare un tratto dell’amore divino.

Eppure, ho altresì incontrato tante coppie che hanno espresso la fatica di una simile azione, come se si trattasse spesso di un scalata a mani nude su una parete ghiacciata. Ma la solennità odierna viene in nostro aiuto e comunica a voi sposi una consapevolezza davvero consolante.

Siamo debitori a Papa Benedetto per aver chiarito tante volte, soprattutto in occasione della presente festività che “Proprio per la sua natura di evento performativo, l’Eucaristia coinvolge non solo la dimensione individuale del credente, ma anche quella comunitaria e universale” (Sacramentum caritatis 11). Che significa? Che l’Eucaristia non è soltanto un segno o un rito simbolico, ma è un’azione che realizza ciò che significa: è un sacramento che compie effettivamente la comunione tra Dio e gli uomini e trasforma interiormente chi vi partecipa.

San Tommaso D’Aquino, grande cantore dell’Eucaristia, volendo appunto sottolineare questa capacità trasformante del Divino Sacramento ne ha espresso in vari modi i suoi effetti. Quindi, Cristo Eucaristia, pieno di grazia e di verità, ordina i comportamenti, forgia il carattere, nutre le virtù, consola gli afflitti, fortifica i deboli, incita alla sua imitazione e santifica coloro che si rivolgono a Lui. Quanto bene ci fa Gesù nel momento in cui Lo adoriamo o Lo riceviamo nella Messa!

Già è chiaro a questo punto che ricaduta può avere per voi sposi vivere vicino a Gesù Eucaristico. Sempre papa Ratzinger scrive:

L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa” (Sacramentum caritatis, 27).

La Presenza viva di Gesù vi aiuta a rinforzare continuamente il vostro “sì” reciproco e a non permettere che l’egoismo si infiltri e vi inganni. Avvicinatevi a Lui nel Tabernacolo, cercatelo, sostate anche solo qualche minuto al giorno. E se gli impegni vi rendessero impossibile entrare fisicamente in chiesa nei giorni feriali, almeno unitevi spiritualmente a Lui.

L’Eucarestia significa non solo il vostro specchio nel quale vedere l’ideale di un Amore totale e totalizzante ma è anche la forza che Gesù vuole costantemente infondervi perché siate qui ed oggi il Suo prolungamento, la sua mano tesa.

Concludo con questo celebre brano, tratto da un’omelia di S. Agostino, nel quale ci aiuta a comprendere quanto anela Gesù non solo entrare in noi ma diventare parte di noi. Ebbene, voi sposi potete essere più che mai, nell’Eucarestia, Sacramento di Gesù che si rende presente ancora nel 2025:

Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: «Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me» (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui” (Omelia di papa Benedetto XVI 23 giugno 2011). 

ANTONIO E LUISA

A quanto scritto da padre Luca, desideriamo aggiungere solo un pensiero. Ma è un pensiero che ci vibra dentro, che ancora oggi — dopo tanti anni di matrimonio — ci commuove fino alle lacrime. È qualcosa che abbiamo toccato con mano, vissuto nella carne e nello spirito. Quando accade, ci sentiamo i più fortunati sulla terra. Perché il nostro incontro intimo, vissuto nel dono pieno, sincero, vulnerabile della persona, diventa sacramento vivente. È Eucaristia domestica. Non solo piacere, ma gesto profetico. In quell’abbraccio impariamo a dire col corpo: “Questo è il mio corpo, offerto per te”. E a riceverlo come si riceve l’ostia: con stupore, tremore, gratitudine e adorazione.

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Divina somiglianza

Cari sposi, riordinando gli album di foto di famiglia, sono incappato nel più antico di tutti, datato a metà ‘800 e ho potuto nuovamente vedere il mio trisavolo, in un dagherrotipo ormai scolorito e leggermente ammuffito. Mi ha fatto piacere ritornare con la memoria ai miei avi e certamente ho notato una certa somiglianza, che risalta nei loro volti, fino alla mia famiglia. Tuttavia, se mai potessimo andare indietro nel tempo e magari avere anche le foto dei nostri più lontani antenati, constateremmo la grande differenza di volto, statura, tratti somatici, che – va da sé – si perde lungo il corso del tempo.

Cosa fa sì che io appartenga in fin dei conti alla mia famiglia, al mio cognome? Probabilmente qualche linea genetica ma anche quella, nei secoli, si dilegua. Sorge allora una domanda: chi mi dà l’identità, se non il mio casato e la mia terra di origine? Tutte cose, in fin dei conti, relative se guardiamo la storia da un punto di vista più distaccato.

Ma quel che dovrebbe sorprenderci è constatare il nostro legame con Dio, in modo particolare con la Santissima Trinità. Non è per nulla azzardato affermare che noi Le apparteniamo e ciascuno ha, che lo senta o meno, un legame personalissimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito, creatosi a partire dal Battesimo.

Può accadere che l’affermare queste frasi o simili, dal denso spessore teologico, possa indurre un certo scetticismo o quanto meno ci può lasciare a bocca aperta senza poter dir nulla. In realtà, la presenza in noi della Trinità è performante, è fonte di comunione, è slancio verso l’altro e freno a chiuderci in noi stessi.

Tutto ciò risplende di particolar luce per voi sposi, che siete un Suo riflesso (Amoris laetitia 11). I vescovi italiani sono ancora più espliciti quando affermano: “il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa” (CEI, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1) e quindi a quel Mistero occorre risalire anche per il matrimonio, se è vero che esso è indicato da S. Paolo come grande sacramento della comunione Cristo-chiesa (Ef 5, 32). Difatti, il matrimonio incarna, sebbene in modo parziale, quel mistero che Gesù presenta dicendo, nell’ultima cena: “Come Tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola!” (Gv 17,21). L’unità del Padre e del Figlio è né più né meno che quella realizzata dall’unità dello Spirito ed è donata a voi sposi nel matrimonio.

Quindi, il vivere nella Trinità, essendone un riflesso, porta poi a una meravigliosa conseguenza, come ha sottolineato un grande teologo, Padre Pierre Adnès, esperto di matrimonio:

la coppia feconda rappresenta in realtà nientemeno che l’intima fecondità trinitaria […]. L’unione della coppia è un’immagine dell’unità d’amore che unisce la prima e la seconda Persona della Trinità e che fa loro produrre insieme una terza Persona, lo Spirito santo, simile a loro, che suggella e corona la loro unione.”

Cioè, la fecondità della coppia è già insita nell’essere immagine trinitaria! Si tratta di esserne consapevoli e di chiedere sempre la grazia affinché vi siano i frutti concreti.

Cari sposi, non abbiate paura della vostra divina somiglianza alla Trinità, piuttosto diventiate sempre più coscienti di tale dono e invocate lo Spirito che ogni giorno possa continuare la Sua opera di trasformazione in voi.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, siamo chiamati a essere immagine vivente della Trinità: un amore che non trattiene, ma si dona. Ogni gesto quotidiano – una carezza, un bicchiere d’acqua, un silenzio paziente – può diventare riflesso dell’amore trinitario, che è comunione, dono reciproco, accoglienza. Quando scegliamo di servire invece di pretendere, di comprendere invece di giudicare, rendiamo visibile il volto di Dio nella nostra casa. Come il Padre, il Figlio e lo Spirito si amano in un dialogo eterno d’amore, così anche noi, con la nostra tenerezza concreta, possiamo trasformare la vita ordinaria in una manifestazione della presenza di Dio.

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L’Alleato Numero Uno

Cari sposi, oggi celebriamo con gioia una grande solennità, la Pentecoste. Al 50° giorno dalla Pasqua, lo Spirito Santo prorompe con la sua potenza sugli apostoli e sulla piccola comunità cristiana a Gerusalemme. Inizia ufficialmente la Chiesa, gli apostoli diventano così grandi evangelizzatori fino ai confini del mondo allora conosciuto e capaci di morire per Gesù, loro che poche settimane prima si erano dimostrati codardi. La Sposa di Cristo oggi iniziò il suo tempo di annuncio in ogni parte del mondo.

Questa festa ha per voi sposi un tono molto speciale, anzi, direi quasi che siete interpreti privilegiati del suo significato nel mondo.

Anzitutto lo Spirito scende in forma di fuoco, un elemento non per nulla casuale ma anzi spessissimo usato come metafora dell’amore, come già ci insegna il Cantico: “I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente” (Ct 8,6).

In questo senso ci dice Papa Benedetto: “Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore” (Omelia di Pentecoste 2010).

Prendo spunto da queste sue parole per affermare che lo Spirito è Colui che porta a pienezza il vostro amore, anzi, è il migliore alleato di voi sposi se volete vivere a fondo la vostra chiamata matrimoniale.

La parola greca “Paraclito” è tradotta in latino come “Avvocato”. In senso lato l’avvocato è chiunque ci sta vicino, ci accompagna nella quotidianità, ci soccorre nei piccoli o grandi bisogni, ci dà buoni consigli nei dubbi, ci offre un esempio coerente e attraente e soprattutto ci difende nei momenti duri. Ed è esattamente ciò che vorrebbe tanto fare lo Spirito nella vostra vita, purché Glielo permettiate con un ascolto attento e fedele.

Un grande teologo ortodosso russo, laico e sposato, Pavel Evdokimov, ha scritto pagine di grande profondità sulla relazione che c’è tra gli sposi e lo Spirito: “L’amore umano è assunto nel mistero dell’Amore divino, è trasfigurato dallo Spirito Santo, che viene invocato sugli sposi come viene invocato sul pane e sul vino nell’Eucaristia” (Pavel Evdokimov, Il sacramento dell’amore, cap. V).

Questa frase ci ricorda che il matrimonio contiene una consacrazione allo Spirito Santo della relazione nuziale, analoga a quella eucaristica. Con quel gesto, voi avete dato via libera allo Spirito di fare di voi una chiesa domestica, una casa come Tempio in cui Lui può abitare, un amore che può assomigliare un po’ di più all’Amore che Gesù ha per la Chiesa.

Vediamo un passaggio del Concilio Vaticano II in cui si menziona l’azione dello Spirito a Pentecoste: “Egli (Lo Spirito Santo) introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo” (Lumen gentium 4)

Provate ora a sostituire la parola “Chiesa” con “matrimonio”. Il cambio è soprendentemente riuscito ma soprattutto lecito per il fatto che siete chiesa domestica, piccola chiesa rispetto alla grande Chiesa universale.

E allora, se è davvero così, vediamo brevemente i meravigliosi effetti che lo Spirito produce in quelle coppie che si abbandonano alla sua azione:

In primo luogo, se lo Spirito ha consacrato il vostro amore, vuol dire che Egli si impegna quotidianamente affinché sia capace di diventare icona dell’Amore sposale di Gesù, quindi un amore potenzialmente eroico, indissolubile e indistruttibile.

Inoltre, lo Spirito Santo educa, purifica, unifica e trasfigura l’amore umano. Pensiamo infatti alla Sequenza allo Spirito quando diciamo: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato”. Che meraviglia sapere che Egli purifica ciò che sporca una relazione, guarisce dalle ferite relazionali, porta calore là dove si è creata distanza o freddezza, modifica comportamenti errati…

Da ultimo – per modo di dire – lo Spirito, che è la Comunione tra il Padre e il Figlio, regala incessantemente tale comunione ai coniugi. È quell’olio lubrificante che elimina le asperità, è quella colla che mantiene attaccati anche nelle prove. E poi questa unità da voi sposi la effonde su tutta la famiglia, annullando le divisioni e abbattendo i muri.

Vorrei concludere proprio con un accenno su questo punto, pronunciato recentemente da Papa Leone nel Giubileo delle famiglie. Nel fondo sta parlando proprio dell’opera dello Spirito:

La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa” (Omelia nel giubileo delle famiglie, nonni e anziani).

Cari sposi, vi invito a familiarizzarvi di continuo con la sua dolce Presenza nel vostro amore, a invocarLo spesso, a renderLo partecipe delle vostre scelte e decisioni, a gioire con Lui per le grazie e i doni ricevuti. Vedrete allora la differenza di poter contare sul vostro principale alleato nel cammino di vita matrimoniale.

ANTONIO E LUISA

Per sintetizzare i pensieri di don Luca possiamo dire che nel matrimonio siamo consacrati: la nostra relazione appartiene prima a Dio che a noi stessi. Quando viviamo l’amore con gesti quotidiani di cura, servizio e tenerezza, il nostro amore diventa via di salvezza, sacrificio sacro e offerta a Dio. Anche le fatiche familiari più ordinarie, se vissute con amore, diventano azioni sante. Ma se viviamo l’unione per egoismo, senza donarci, tradendo l’amore, compiamo un sacrilegio: rubiamo a Dio ciò che gli appartiene.

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Onorare il Corpo Porta in Cielo

Cari sposi, celebriamo oggi una solennità dal sapore più che mai celeste, la festa non solo del ritorno al Cielo di Gesù quanto del suo averci preceduto di là, accanto al Padre. Una festa, quindi, che ci riguarda in modo speciale perché “anche se il nostro corpo mortale passa attraverso la dissoluzione nella polvere della terra, tutto il nostro io redento è proteso verso l’alto e verso Dio, seguendo Cristo come guida” (Giovanni Paolo II, Udienza del 24 maggio 2000).

Infatti, nell’Ascensione si dà pieno compimento alla Risurrezione e in un certo senso anche alla stessa Incarnazione del Verbo. Difatti Gesù risorto vive una situazione provvisoria, desidera restare altri 40 giorni per far comprendere ai suoi la verità e la concretezza di quanto era accaduto: era proprio Lui! Era veramente Risorto! Non era sufficiente per gli 11 vederlo un paio di volte per rendersi conto dell’oggettività di quanto era accaduto il Terzo Giorno dopo la morte sul Golgota.

Ma trascorsi quei giorni, Gesù doveva tornare al Padre, stavolta però con il suo corpo umano. L’ascensione è quindi la glorificazione anticipata della nostra natura, di un corpo umano che già vive nella gloria del Padre. Ci ricorda sempre Giovanni Paolo II che:

«Le parole dei Sinottici attestano che lo stato dell’uomo nell’“altro mondo” sarà non soltanto uno stato di perfetta spiritualizzazione, ma anche di fondamentale “divinizzazione” della sua umanità. I “figli della risurrezione” – come leggiamo in Luca 20,36 – non soltanto “sono uguali agli angeli”, ma anche “sono figli di Dio”. […] Bisogna aggiungere che qui si tratta non soltanto di un grado diverso, ma in certo senso di un altro genere di “divinizzazione”. La partecipazione alla natura divina, la partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, penetrazione e permeazione di ciò che è essenzialmente umano da parte di ciò che è essenzialmente divino, raggiungerà allora il suo vertice, per cui la vita dello spirito umano perverrà ad una tale pienezza, che prima gli era assolutamente inaccessibile» (Giovanni Paolo II, Udienza del 9 dicembre 1981).

Cosicché, la nostra vocazione cristiana è totalizzante e non si limita alla dimensione spirituale ma coinvolge tutta la persona, dalla testa ai piedi, psiche-corpo-spirito.

Quanto bene, pertanto, ci fa il ricordare che siamo fatti per il Cielo, per la nostra definitiva Casa e che Gesù si è anticipato là per prepararcela. Tutto ciò non fa che relativizzare ogni situazione, bella o difficile, che possiamo vivere nel presente. Un grande filosofo, mistico e scienziato quale Pavel Florenskij, durante la sua prigionia nel gulag nelle Isole Solovki, ce ne dà una testimonianza audace:

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete” (N. Valentini – L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemiLe lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418).

Tutta questo grande patrimonio spirituale per voi sposi si può tradurre in modo molto concreto. Gesù anzitutto chiede agli apostoli di essere testimoni delle cose meravigliose che hanno vissuto assieme a Lui e perciò promette lo Spirito come quella forza necessaria per dare testimonianza. È quanto è accaduto anche nella vostra storia, dal momento che, nel rito, lo stesso Spirito è sceso su di voi con potenza, voi non siete così diversi da loro perché il medesimo Spirito ha preso dimora nel vostro amore.

Ma, lo sapete bene, la testimonianza sponsale non si misura sulla falsariga di un missionario sacerdote o religioso bensì ha uno stile proprio ed è sempre la festa odierna a insegnarcelo. È il vostro corpo e l’onore vicendevole che dimostrate il principale mezzo di testimonianza: “Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: il spirituale e il divino” (Giovanni Paolo II, Udienza del 20 febbraio 1980).

Nel rito vi siete promessi di onorarvi mutuamente e questo passa in primo luogo dall’onorare i vostri corpi. Il matrimonio è il “sacramento del corpo”, che gli conferisce quella dignità e quell’onore proprio in virtù della nostra chiamata alla vita beata con tutta la nostra persona.

Cari sposi, non stancatevi anche con il passare del tempo di amarvi e onorarvi nel corpo, con quella delicatezza e tenerezza che vi è affidata come compito e missione speciale. Siate consapevoli del gran bene che fate non solo a voi stessi ma dell’autentica testimonianza che offrite verso l’esterno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha colto nel segno. Il Vangelo ci spinge a non separare mai l’amore da ciò che lo incarna: l’intimità non è un accessorio del matrimonio, ma una sua grammatica essenziale. Se il corpo diventa luogo di rispetto, ascolto e dono, allora tutto il resto sarà autentico. Ma se nella carne c’è dominio o freddezza, allora anche lo spirito vacilla. L’amore vero è totale, o non è. Da come viviamo la nostra intimità si può capire molto della qualità della relazione tutta.

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La Vera Pace, in Cammino Verso lo Sposo

Cari sposi, può essere che nella vostra vita vi sia toccato di presenziare il momento in cui una persona cara rivela di essere gravemente malata. Un colpo durissimo, un fulmine a ciel sereno, un drastico cambio nel ménage familiare. D’istinto si cerca di essere vicini, di consolare, di farsi prossimo al tempo stesso che avvertiamo tutta la nostra impotenza.

Gesù, nel brano di oggi, occupa questo posto dal momento che siamo all’interno del “Discorso di addio”, pronunciato poche ore prima della sua Passione. Ma ecco l’incredibile: è Gesù stesso a infondere coraggio agli apostoli che, confusi e sconvolti, non potevano credere a quelle parole, Lui stesso, nel pieno del suo turbamento e angoscia interiore che di lì a poco lo porteranno a sudare sangue, sta coccolando i suoi con parole piene di dolcezza e consolazione: “non siate turbati, abbiate fiducia”.

Solo una persona perdutamente innamorata può comportarsi così, che grande è il Cuore di Gesù! Con ragione suor Faustina appuntava nel suo diario: “La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità” (Diario, 699).

Ma, il dono della Pace di Gesù non è un accessorio, un optional nella sua vita, perché Lui stesso è la pace, come ci insegna San Paolo: «Egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2,14). Cristo impersona la pace dato che, con la Passione, Morte e Risurrezione, Lui ha riconciliato Dio e l’uomo e ha messo pace tra gli uomini stessi, anzitutto tra Giudei e pagani. Ogni cellula del suo corpo, ogni parte del suo comportamento esprime tale Pace.

La pace è quindi un dono relazionale, il frutto della comunione ristabilita con Cristo e nel Corpo di Cristo, come ancora ci ricorda San Paolo: “Giustificati per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Che differenza corre tra questa pace di Gesù e quella che offre il mondo (pensiamo a tutti i sacrosanti sforzi per la pace in Ucraina e in Palestina)! Gesù ci offre la pace tramite il dono di sé, tramite il suo sacrificio redentore, con il suo esempio; in cambio, non al massimo siamo capaci di compromessi e di do ut des.

Sant’Agostino ci ricorda che, per il Battesimo, Gesù è “interior intimo meo et superior summo meo più interiore del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Le Confessioni, III,6,11). Quindi la Sua Pace è già potenzialmente in noi, anche se non ce ne accorgiamo. È quel tesoro nascosto nel campo che dobbiamo riscoprire di continuo e lasciar agire in noi. Per questo, sempre S. Agostino, ci ricorda che è la preghiera del cuore il modo con cui lasciamo fare a Gesù in noi.

Se questo vale per tutti, per voi sposi c’è un accento in più. La viva presenza di Cristo nella vostra relazione vi rende Sposi portatori di pace, quella pace che Gesù vuole radicare nel vostro rapporto. Proprio a motivo del fatto che il mondo maschile e femminile sono fondamentalmente diversi e tendono al conflitto, ecco allora che Gesù, con la grazia del matrimonio, vuole “abbattere il muro di divisione”.

Sulla irriducibile differenza uomo/donna si sono versati fiumi di inchiostro e qui l’atteggiamento più comune sfocia nel cercare la consapevolezza della propria diversità, oppure si risolve il tutto con la teoria della fluidità di genere e la decostruzione dei cosiddetti “stereotipi culturali”.

In realtà, la pace tra uomo e donna, tra marito e moglie, e quindi la vera comunione, al di là dei battibecchi triviali o dei sani confronti pur nella divergenza di opinioni, passa dalla sequela di Cristo Sposo. Solo nella misura in cui una coppia opta consapevolmente di lasciarsi guidare dallo Sposo potrà iniziare a sperimentare la vera pace.

Ce lo spiega magistralmente l’allora Card. Ratzinger in un documento profetico, scritto a quattro mani assieme a Giovanni Paolo II: “«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… non c’è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati (3,27-28). L’Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l’inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell’uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell’ora finale della storia presente, mentre si profilano nell’Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20)” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo,12).

ANTONIO E LUISA

Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23): è questa la chiave della presenza di Dio tra gli sposi. Dal giorno del matrimonio, Dio non abita in noi automaticamente: prende dimora solo se Gli apriamo il cuore, se scegliamo ogni giorno di seguirLo nel concreto, nella fatica di amarci come Cristo ci ama. L’amore coniugale diventa allora un tabernacolo vivente, ma solo quando è illuminato dalla Parola, nutrito dai sacramenti e offerto nella libertà. La fedeltà, il perdono, la tenerezza: tutto può essere abitato da Dio… se siamo noi a lasciare spazio, a scegliere la Sua via e non la nostra.

Antonio e Luisa

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Sposi cristiani si diventa per contemplazione

Cari sposi, oggi siamo di nuovo in festa, perché ogni domenica è la ‘Pasqua’ della settimana., il giorno che ci ricorda l’evento più importate della nostra vita. Ma lo siamo anche per il dono di un pastore universale che ci guida, facendo le veci di Gesù stesso in mezzo a noi. La gioia di un Papa che già sta mostrando una sensibilità per il matrimonio e la famiglia, come un segno stesso che è Gesù che parla a voi tramite lui.

Al centro della Liturgia vi è il comandamento dell’amore. Ma non sarà che la Bibbia ha errato nell’usare questa espressione? Come si fa a comandare di amare? Se l’amore è la cosa più libera che esiste. Solo Cristo può permettersi di parlare così, proprio perché è Lui l’Amore fatto uomo, l’Incarnazione dell’Amore divino. Gli apostoli avevano visto e toccato che davvero era così e solo per questo può chiedere a loro di imitarlo e di diventare dono di amore.

Davvero è tutto qui il cristianesimo: contemplare l’Amore per lasciarsi trasformare e vivere amando. Non si tratta di doverismo e moralismo ma di rispondere liberamente a una chiamata: “L’amore che si è manifestato nella croce di Cristo e che Egli ci chiama a vivere è l’unica forza che trasforma il nostro cuore di pietra in cuore di carne; l’unica forza capace di trasformare il nostro cuore è l’amore di Gesù, se noi pure amiamo con questo amore. E questo amore ci rende capaci di amare i nemici e perdonare chi ci ha offeso” (Regina coeli, 19 maggio 2019).

Per voi sposi quanto è vero e tangibile questo Vangelo. Quante volte avrete fatto l’esperienza che, per quanto ci si proponga di migliorare la relazione con il coniuge non si è mai all’altezza della vocazione ricevuta. Questo perché impariamo che non dobbiamo partire da noi stessi, ma amare perché siamo stati amati. Perciò voi sposi potete contemplare in modo del tutto vostro l’amore di Cristo! Chi ha fatto questo sono i mistici che, con parole diverse, esprimono la medesima verità: bisogna farsi catturare dall’Amore di Gesù per essere veri cristiani. Ecco alcuni esempi:

L’anima che ha conosciuto l’amore di Dio non può vivere più in sé, perché è uscita da sé, è entrata in me, ed è unita con me per amore” (S. Caterina, Dialogo sulla Divina Provvidenza); “Gesù, è l’amore solo che mi attira! … L’amore è tutto. L’amore è tutto in Dio, e Dio è tutto amore” (Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima). Ci si può donare agli altri solo se attirati prima da Cristo!

La Chiesa ci insegna a non illuderci di trovare quella tecnica comunicativa, quel modo di pensare o comportarmi che renderà performante e solido l’amore di coppia. Papa Francesco, con il suo usuale realismo, ci mette in guardia proprio da questo:

Questo non significa fare troppo affidamento su noi stessi. Stiamo attenti: rendiamoci conto che il nostro cuore non è autosufficiente, è fragile ed è ferito. Ha una dignità ontologica, ma allo stesso tempo deve cercare una vita più dignitosa. Dice ancora il Concilio Vaticano II che «il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità», tuttavia per vivere secondo questa dignità non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore divino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano. È lì, in quel Cuore, che riconosciamo finalmente noi stessi e impariamo ad amare” (Francesco, Dilexit nos, 30).

Cari sposi, voi che avete il cuore trasfigurato dall’Amore di Cristo per la Chiesa, riandate sempre a Lui, nella preghiera e nell’Eucarestia per attingere ogni giorno l’entusiasmo di essere dono, per essere sposi secondo il Suo Cuore.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermiamo su un personaggio del Vangelo di oggi. Che alla fine conferma quanto detto da padre Luca. Tanti sposi assomigliano a Giuda: delusi dalle ferite del matrimonio, escono dal “cenacolo”, abbandonano l’altro e Cristo stesso. Cercano altrove il senso della loro vita, inseguendo sogni che sembrano più facili, più dolci. Ma fuori dal cenacolo c’è solo buio. È nel dolore, nella fedeltà ferita, che Dio rimane. Lui sta con chi resta, con chi lotta, con chi si fida anche quando non vede niente. Solo chi rimane, anche sanguinante, sperimenta il vero amore: quello che salva. Chi scappa, invece, si perde. Dio abita la fedeltà spezzata, non l’illusione di una felicità senza croce.

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Quella Voce Interiore, Eco del Buon Pastore

Cari sposi, portiamo tutti nel cuore il primo saluto di Papa Leone proprio giovedì scorso: “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio”.

Come non vedere in Gesù risorto il buon Pastore! Colui che ci ha condotti fuori dalle tenebre della morte e del peccato! È estremamente emozionante e profondo meditare che Gesù è sceso fino al fondo della nostra miseria il Venerdì e il Sabato della Settimana Santa per poi, da lì, risalire pieno di gioia e perdono, per vincere ogni forma di male: “Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù” (Lettera agli Ebrei 13, 21).

Oggi in tutta la Chiesa si celebra la Domenica del Buon Pastore ma il Vangelo preso in esame non è quello classico in cui Gesù si dichiara pubblicamente come tale. Piuttosto, è un brano preso da un capitolo precedente in cui il Maestro ha appena guarito il cieco nato e questo grande segno, evidente, tangibile, verificabile da decine e decine di persone, non convince però i farisei che si chiudono a riccio nei loro pregiudizi contro Gesù.

Ed è allora che il Signore pronuncia le frasi che abbiamo appena letto, come dicendo che solo chi è parte del gregge del Padre può accogliere la voce del Suo Pastore senza preconcetti e chiusure. Da cui il senso principale è che si può ricevere la salvezza dal Maestro a condizione di aprire umilmente il cuore e la mente a Lui.

Eppure, questo Vangelo ha anche un meraviglioso senso nuziale! Lo si capisce dal modo unico di essere Pastore per Gesù. Anzitutto, usando questa immagine, Egli sta affermando di sé una caratteristica divina, cara ai profeti. Infatti, è Jahvé il Dio-Pastore (cfr. Ez 34, 11.15.23) che ha guidato il popolo di Israele come suo gregge, ora dall’Egitto, ora da Babilonia, per ripotarli all’ovile-Terra Promessa. Il Pastore, pertanto, è colui che guida al bene, alla propria destinazione.

Ma la condizione di pastore che incarna Gesù si spinge ben oltre. Difatti normalmente chi possiede un gregge lo fa per viverci sopra, guadagnarsi da vivere grazie al latte, lana e carne; fino ai nostri giorni, qualsiasi pastore non esita minimamente a uccidere le sue pecore o agnelli ogni volta che ne ha bisogno. Gesù fa l’esatto contrario: immola sé stesso per le pecore! La bontà del Pastore è proprio qui, nel suo Amore sconfinato per ciascuno di noi, fino a dare la vita.

Da allora, essere pastore non più solo segno di saper guidare, come nell’Antico Testamento, ma essere pastore al modo di Cristo vuol dire prendersi cura, proteggere, offrire la vita. Ecco perché il Buon Pastore è un sinonimo più che lecito e azzeccato di Sposo.

Ma c’è di più, perché è comodo che uno ti ami gratuitamente senza nessun tipo di appello alla nostra coscienza. Invece, quando Gesù dice che le pecore ascoltano proprio Lui e per questo lo seguono, sta a dire che il nostro cuore è tarato per questo tipo di amore, siamo stati strutturati così, per amare ed essere amati fino all’ultimo cromosoma. Nessun surrogato di amore, leggasi narcisismo, dipendenza affettiva, immaturità… potrà mai realizzare e rendere feconda una vita.

Abbiamo un Papa, figlio di S. Agostino, e sicuramente ci donerà le perle che il Vescovo di Ippona ha scritto proprio su questo punto. Il nostro cuore, il nostro desiderio più profondo cerca e aspira ad un amore così, non superficiale o egoistico, ma segno di una donazione piena: “Nel cuore dell’uomo è impressa la legge di Dio e da lì nasce il desiderio di Lui” (S. Agostino, De Trinitate, XIV)

E così, l’uomo e la donna sono fatti per amarsi come il Buon Pastore ci ha insegnato, devono solo ascoltare la sua voce che già risuona nel profondo del cuore per opera dello Spirito.

È quanto affermava anche San Giovanni Paolo II:

I termini «mio… mia», nell’eterno linguaggio dell’amore umano, non hanno – certamente – tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l’equilibrio del dono – forse proprio questo in primo luogo – cioè, quell’equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo” (Catechesi 30 luglio 1980).

Solo amando così, cari sposi, potremo nutrire quel desiderio profondo, insito in ciascuno di noi: “Il desiderio più profondo del cuore umano è essere accolti, essere parte di qualcosa, e sapere che si è amati senza condizioni” (Padre Henry Nouwen).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio, vissuto nella verità e nella grazia, ha una forza profondamente curativa. In esso impariamo che l’amore non si guadagna, non si conquista: si riceve e si dona. Giorno dopo giorno, l’amore del coniuge scava nei solchi dei nostri antichi copioni infantili, quelli che ci hanno insegnato che per essere amati dovevamo essere perfetti o compiacenti. Nel matrimonio autentico sperimentiamo, invece, un amore gratuito e incondizionato, che ci guarisce dalle radici. È l’annuncio silenzioso che siamo degni d’amore così come siamo, e che l’amore vero non ha condizioni, ma è riflesso dell’amore stesso di Dio.

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Solo con Gesù c’è futuro

Cari sposi, ci stiamo addentrando in questo meraviglioso tempo di Pasqua. La sua bellezza sta nel fatto che viviamo nella memoria di Cristo Risorto ma soprattutto la Chiesa lo ha istituito perché vuole rivivere ogni anno l’esperienza degli apostoli che per 40 giorni hanno convissuto con Gesù Risorto e hanno atteso per altri 10 l’avvento dello Spirito.

In effetti, oggi vediamo la terza apparizione di Gesù agli apostoli. La prima è stata il giorno stesso in cui è risorto, la seconda otto giorni dopo, la terza è quella odierna. Ma pare che nel frattempo siano successe già alcune cose rilevanti, difatti gli apostoli tornano nella loro terra e non sono più 11 ma solo 7, i quali sembra vogliano tornare alla loro vita precedente, che per molti di loro si basava sulla pesca nel lago di Gennesareth.

La prima grande lezione del Vangelo è che la Pasqua può diventare l’elemento centrale della nostra vita a condizione di permettere a Gesù di entrare di fatto nel nostro cuore. Al contrario, una fede di idee o sentimenti ha breve durata e l’ordinarietà prende il sopravvento prima a poi. Si vede qui che gli apostoli devono ancora “digerire” la novità della Risurrezione e il loro cuore non è del tutto convertito.

Ma, proprio per questo, quanto è consolante vedere che è Gesù a prendere sempre l’iniziativa e a non lasciarci cadere nelle nostre solite faccende. Lui, in modo del tutto imprevedibile, si rende presente ai suoi amati apostoli e permette che facciano una grande pesca oltre a far trovare pronta la colazione. Un dettaglio questo di squisita fraternità, se non addirittura di maternità.

Dopo aver mangiato e condiviso tante cose attorno a quel fuoco, Gesù prende Pietro in disparte e vuole fare quattro chiacchiere con lui; sappiamo bene che questo dialogo è di fatto l’epilogo dei tre rinnegamenti. Gesù non permette che Pietro sia ricordato come colui che è venuto meno alla fedeltà ma come chi ha saputo rialzarsi per tutte le volte che è caduto. È semplicemente grandiosa la misericordia di Gesù!

In tutto ciò, quali sono le lezioni che voi sposi potete imparare? Penso proprio che siano molto ricche e profonde. Il primo dettaglio è che Gesù volutamente si “nasconde” nella vita ordinaria, in un certo qual modo ha permesso che gli apostoli siano tentati di appiattirsi nel solito tran tran perché è proprio lì che vuole essere trovato e non solo in circostanze eccezionali! Ma ci vogliono gli occhi della fede per saperLo trovare ed è infatti San Giovanni chi si accorge di Gesù, lui, l’apostolo contemplativo e che ha appoggiato il suo capo sul Cuore di Cristo. Ecco che la preghiera e la vita interiore per voi sposi sono l’unica chance di saper trovare Gesù nelle mille occupazioni che vi tocca affrontare ogni giorno.

In secondo luogo, oggi ammiriamo la “pedagogia” di Gesù nel come sa far crescere gli apostoli e sappiamo bene quanto Lui desideri farla diventare parte della vostra capacità di amarvi. Gesù, lo sappiamo bene, non ha mai avuto peli sulla lingua e quando c’era da rimproverare l’ha fatto senza riguardo di persona. Eppure, qui, con Pietro, che già una volta è stato redarguito pubblicamente, Lui non ha una briciola di risentimento, di rancore, di acredine per quello che ha fatto la notte dopo l’Ultima Cena. Piuttosto le tre domande – “mi ami?” –  significano che Gesù guarda avanti e che crede in Pietro, si vuole fidare di lui e della sua capacità di amore. Altro grande invito alla misericordia e alla magnanimità per voi sposi.

In terzo luogo, è bellissimo notare come Gesù ha preparato ogni cosa oggi nei minimi dettagli per dare un ulteriore lezione ai suoi. Come tre anni prima sulle stesse rive di quel lago, dopo la prima pesca miracolosa, avvenne la chiamata ufficiale a seguirLo, anche oggi Gesù ricrea la medesima situazione per tornare a chiamare Pietro, e con Lui, tutti gli altri. Difatti, nelle tre domande Gesù si rivolge a lui con “Simone”, il suo nome originale, volendo sottolineare un nuovo inizio. Sì, perché con il Signore ci può essere sempre una ripartenza, nonostante i nostri peccati.

E in questo stesso senso, Gesù oggi vi ricorda chi siete – sposi cristiani -, a quale missione vi ha chiamati – rendere presente l’amore di Cristo – e soprattutto vi ricorda che il motore di tutto nella vita è solo l’amore di Cristo e l’amore per Cristo. Quanto abbiamo bisogno che Gesù ci ricordi in continuazione la nostra identità e missione, perché il rischio è di essere fagocitati dall’ambiente circostante!

Cari sposi, sulle rive delle vostre vite oggi e sempre vi aspetta il Risorto per ricordarvi che Lui cammina con voi e continua a sollecitarvi a dare il meglio di voi nella vocazione di sposi.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è un simbolo di resurrezione per tante coppie che scelgono di non cedere al fallimento. A volte la vita sembra un deserto: reti vuote, fatica inutile, voglia di mollare. Ma c’è chi si aggrappa alla promessa fatta sull’altare, si fida e getta ancora le reti, anche senza capire. È lì che Cristo opera: trasforma il nulla in pienezza. Come a Cana, dove l’acqua diventa vino grazie all’obbedienza dei servi. Anche oggi, la Chiesa propone vie che sembrano folli, ma chi ascolta può scoprire una gioia profonda, frutto della fede, della perseveranza e dell’incontro con Gesù risorto.

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Dio non si stanca mai di perdonare

Cari sposi, abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini del funerale di Papa Francesco, l’evento che ci ha scosso tutti e ci ha riempito il cuore di commozione per un uomo che ha speso tutta la sua vita fino all’ultimo per Gesù e per la Chiesa. Papa Francesco è passato alla Casa del Padre proprio nella novena alla Divina Misericordia, come del resto anche Giovanni Paolo II. Non sono dettagli superficiali ma vere “Dio-incidenze” che gettano luce sul senso dell’esistenza del defunto.

Oggi la Chiesa celebra la Divina Misericordia, una tema molto caro a Papa Francesco; ricordiamo che il Giubileo straordinario nell’anno 2015 fu proprio dedicato ad Essa e l’anno successivo venne pubblicata Amoris laetitia, volendo così offrire a tutte le famiglie un segno chiaro di misericordia ed una motivazione a viverla anzitutto tra i suoi membri.

Una delle prime frasi di Papa Francesco, divenute celebri, è stata pronunciata nell’Angelus del 17 marzo del 2013: “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.”

La misericordia è uno degli attributi più importanti di Dio, secondo quanto insegna Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia (n. 13) e domandiamoci qual è il legame con il Vangelo odierno. Difatti, la Liturgia ci pone dinanzi l’incontro di Gesù con gli Apostoli; quest’ultimi ancora impauriti e non del tutto saldi nella fede, ricevettero dal Risorto una parola che è più di un saluto: “Shalom”. Non era solo l’equivalente ebraico del nostro “buongiorno” ma un vero e proprio regalo di amore. Donando la pace Gesù sta “trasferendo” negli apostoli il frutto della sua Morte e Risurrezione, motivo per cui soffiò lo Spirito per renderli davvero capaci di generare pace.

La grande Misericordia, uscita dal Cuore trafitto di Gesù, viene effusa sugli apostoli, senza che loro ne fossero degni o glieLo avessero chiesto prima. Si tratta di un Regalo infinito di Gesù che vuole curare la nostra povertà e fragilità, frutto dei nostri peccati.

Ma ecco allora che, a questo punto, il collegamento con voi sposi diventa ben chiaro. Voi siete capaci di fare altrettanto come gli apostoli, pur nel vostro piccolo. Mi piace inserire qui le stesse parole di Papa Francesco rivolte a voi:

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo «abita» nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24) (Lettera agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris laetitia”).

Certo, per fare questo occorre “volgersi alla Misericordia”, come Gesù disse a Suor Faustina: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario, pag. 84). Volgersi significa chiederla, impetrarla, supplicarla perché ci si considera poveri e deboli, mendicanti di un tipo di amore che non possiamo procurarci noi.

 Cari sposi, che grande festa è oggi! Siamo di festa perché non dobbiamo più vergognarci del nostro essere peccatori ma esporlo fiduciosamente ai raggi dell’Amore misericordioso di Dio e confidare nel potenziale di perdono che Egli ha messi nei nostri cuori! Guardate quei poveri apostoli, poco prima avevano rinnegato Gesù, l’avevano abbandonato nel Getsemani e adesso sono pieni di Spirito, pronti a ridonarlo a tutti. Ebbene, questa è anche la vostra missione e la vostra condizione: miseri sì, ma investiti dalla Misericordia di Dio e capaci di essere strumento di perdono e di concordia.

ANTONIO E LUISA

Quando riconosciamo la nostra imperfezione e la misericordia che Dio ci ha donato, nasce in noi uno sguardo nuovo verso il nostro coniuge. Non amiamo più in base ai meriti o ai difetti, ma come chi sa di essere stato perdonato e vuole perdonare. La misericordia ricevuta diventa misericordia offerta: pazienza, comprensione, fedeltà. Ogni limite dell’altro non è più una condanna, ma un’occasione di amare di più. Così, il matrimonio diventa un riflesso della tenerezza infinita di Dio.

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Amore sempre vivo

Cari sposi, Cristo è Risorto, è veramente risorto!

Oggi proclamiamo e celebriamo il centro della nostra fede, la Buona Notizia per eccellenza. È un fatto reale che ha cambiato per sempre la storia umana, provato da diversi eventi, dalla tomba vuota, alle testimonianze oculari di così tante persone, dall’effusione del sangue di centinaia di migliaia di persone alla prova delle Sacre Scritture… Non è la sede per parlare di questo ma è bene ricordarlo. Non cristiani poggiamo i piedi su una fede salda, a cui la storia umana pure rende ragione:

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio” (Catechismo della Chiesa cattolica, 656).

E cosa c’entra la Risurrezione storica di Gesù con la mia vita? Papa Francesco ci dona una risposta sfidante: “che cosa significa risuscitare? La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù. Questa è la spiegazione fondamentale: perché Gesù è risorto noi resusciteremo; noi abbiamo la speranza nella risurrezione perché Lui ci ha aperto la porta a questa risurrezione. E questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi” (Udienza 4 dicembre 2013).

Quello che sorprende è che la novità della Risurrezione parte sempre dalla morte del Venerdì Santo. Difatti, Pietro e Giovanni vedono il sudario e le bende in cui Gesù era stato legato, mentre Tommaso deve mettere le dita nelle ferite della crocefissione. Come a dire: solo se c’è stata morte, ci sarà risurrezione.

Tale realtà ha un aggancio importante per la vita di coppia. Difatti, la Chiesa insegna che “in virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49)” (Familiaris consortio, 56).

Vale a dire che voi sposi siete un segno di Cristo morto e risorto, ci rendete presente la Sua morte e risurrezione ogni volta che vi amate, vi perdonate, vi servite e vi accogliete, seppur nell’imperfezione e nei difetti.

Quante volte ho contemplato sia il Golgota che il Sepolcro vuoto in tante coppie normali e comuni! Di questo ringrazio anzitutto il Signore che ha voluto così ma anche ringrazio voi per la capacità di generare vita dalle vostre piccole e grandi morti.

Cari sposi, nell’augurarvi una Santa Pasqua, vi invito nuovamente a ricordare che è proprio il Risorto ad aver preso dimora nel vostro amore. Se Cristo è risorto ed è vivo ancora nel 2025, vuol dire che il vostro amore è vivo e può esserlo sempre, fino alla vita eterna.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, ogni crisi attraversata con fede diventa un passaggio pasquale. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “la croce è l’unico luogo dove l’amore non è confuso con il possesso“. Anche tra sposi, si ama davvero solo quando si è disposti a “morire” al proprio egoismo. E proprio lì, dove sembra finire tutto, Dio può far rinascere un amore più puro. Don Fabio Rosini ricorda che “la resurrezione non è un ritorno al passato, ma un salto in avanti“. Così, ogni ferita sanata nella coppia diventa un segno della Pasqua vissuta: luce che nasce dalle nostre oscurità.

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Contemplare lo Sposo

Cari sposi, siamo arrivati alle porte di Gerusalemme con Gesù, a conclusione di un “cammino” di quaranta giorni, in salita, con fatica, per finalmente intravedere il tempio di Salomone e intonare, cantando, i salmi delle ascensioni.

Se fossimo stati lì con Lui e i Dodici avremmo visto cose meravigliose. Giungendo, infatti, da est, da Gerico, saremmo passati a fianco del primo grande rilievo, il Monte degli Ulivi. Ancora prima della città stessa, avremmo notato questo monte che offre una vista spettacolare su Gerusalemme. Ma subito dopo saremmo stati colpiti dallo scorgere in lontananza il grande tempio, fatto costruire da Erode il Grande, con le sue pietre bianchissime e le decorazioni dorate che riflettevano la luce del sole. Il tempio spiccava in mezzo alla vasta corte, racchiusa da portici ben visibili a distanza. A proposito, lo storico Flavio Giuseppe scrive che “chi non l’aveva visto (il tempio), non aveva mai visto nulla di splendido” (Guerra Giudaica, Libro V, paragrafo 222). Ma non solo il tempio, pure la cinta muraria aveva il suo incanto, perfettamente integra e intervallata da possenti bastioni. Da ultimo, avremmo notato le tantissime case bianche, addossate l’una all’altra sulle colline, dai tetti piatti, usati spesso come terrazze.

Questa vista, per la profonda emozione vissuta, di solito commuoveva ogni pio ebreo che giungeva delle tre feste di pellegrinaggio (Pesach, Shavuot o Sukkot). Eppure, non fu così per Gesù ma al contrario, visse con particolare drammaticità quel momento. Non appena scorse il Tempio iniziò a piangere, non tanto per quello che avrebbe sofferto ma per il rifiuto del suo Popolo amato. Già qui intravediamo che l’amore di Cristo sta per svelarsi in tutta la sua grandezza e forza.

Tutte le letture di oggi mettono in luce il carattere filiale di Gesù per sottolineare la sua obbedienza al Padre, come ci relata Isaia a proposito del servo o nell’obbedienza di Cristo dell’epistola paolina. La parola “obbedienza” ha una radice e un significato alquanto espressivo perché deriva da “ob-audire”, cioè prestare ascolto a chi si ha dinanzi. È l’atteggiamento del Figlio che non perde una parola del Padre e ne accoglie la volontà fino al sacrificio.

Ma tale azione ha altresì un risvolto nuziale tangibile perché, come detto prima, Gesù fa tutto ciò per amore al suo Popolo, per volersi donare a una Sposa che non corrisponde al Suo affetto. Cristo, prima ancora di subire la Passione, la prova, la sperimenta, la incarna per la sua Chiesa. Ecco allora che voi sposi, contemplando Gesù in questa settimana, toccate con mano cosa volle dire San Paolo quando scriveva ai suoi fedeli di Efeso: “come Cristo ama la Chiesa”. Contemplatelo, gustatevi ogni scena, ogni eventi. Prendetevi del tempo per leggere il vangelo, per sintonizzarvi con Gesù, immedesimatevi in ogni scena che vive, non solo di fuori ma anche nel suo mondo interiore.

Come insegna S. Ignazio di Loyola, dinanzi a questi eventi dobbiamo “vedere le persone, ascoltare ciò che dicono, osservare ciò che fanno… come se fossi presente anch’io nella scena” (Esercizi Spirituali, n. 106ss) e tutto ciò porta come frutto a un incontro personale con Gesù, non una proiezione mentale mia, ma la grazia di essere raggiunto da Lui e di farmi sperimentale la vita di Gesù non solo come un ricordo ma piuttosto come un evento di salvezza che accade adesso nella mia vita.

Cari sposi, vi invito ad aguzzare la vita, a prestare l’orecchio in modo speciale a Gesù in questa settimana. È qualcosa che va nel vostro interesse, per poter toccare ancora una volta con mano quale grazia abita in voi. Perché, lo sapete bene, è proprio in questa settimana che Gesù ha sposato la Chiesa e ha vissuto fino in fondo il suo Matrimonio mistico con ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Io, da sposo, guardo Gesù entrare a Gerusalemme e capisco che amare non è aspettare applausi, ma restare fedele anche quando l’amore costa, anche quando l’altro non capisce. Gesù non si ritira, non cerca scorciatoie: ama fino in fondo. È così che voglio amare mia moglie, entrando ogni giorno nel mio piccolo “Giovedì Santo”, lavando i piedi, restando anche nel Getsemani. Perché l’amore vero non fugge: resta.

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Uno sposo misericordioso

Cari sposi, siamo a poche settimane dalla Pasqua ed è importante che il nostro cuore si sintonizzi con quello di Gesù. La Pasqua è la novità assoluta, una cosa mai vista prima. Gesù vuole che ci prepariamo veramente a questo Nuovo che sta per coinvolgerci.

Sia la prima lettura che l’epistola di San Paolo ci ricordano quanto sia importante lasciare andare per essere aperti a ciò che Dio vuole fare di noi. Spesso vi sarà successo di voler riempire d’acqua una bottiglia ma di spruzzarvi perché l’aria da dentro non riesce a uscire. Parimenti, come fa il Signore a donarci la Pasqua, la Vita, la Risurrezione, se dentro di noi tratteniamo pensieri, ricordi, attaccamenti, pesi che ci ingabbiano nella nostra peggior versione?

È vero, ci sono cose brutte che la memoria potrebbe o anche vorrebbe trattenere, sia di cose spiacevoli personali come di problematiche avute con altri. Purtroppo, la memoria si può convertire quasi come il recipiente della spazzatura che però non viene svuotato e si accumulata in casa. In cambio, il Signore vuole liberarci da tutto questo peso e questo male che inevitabilmente ci portiamo dentro di noi.

Ma è anche vero il contrario! Il Signore non smette di coccolarci! Dobbiamo avere occhi per vedere e ringraziare i regali di ogni giorno. Proprio in una domenica come questa, Papa Benedetto ce lo ricordava: “Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore” (Benedetto XVI, udienza 12 ottobre 2011).

Comunque, gli occhi di tutta la Liturgia sono puntati sulla donna adultera, trascinata con violenza davanti a Gesù. Guardiamola dentro e fuori: è uno straccio, trema da cima a fondo, sa che da un momento all’altro potrebbe essere uccisa in un modo a dir poco bestiale, a colpi di pietra. Nel suo cuore un’immensa tristezza, vergogna e rabbia per quello che le sta accadendo ma è totalmente impotente, in balìa di una folla rabbiosa che può fare di lei ciò che vuole, nell’indifferenza più totale di chi sta a guardare.

Questo fatto, per quanto drammatico e carico di tensione, è nel fondo un profondo invito a lodare la misericordia di Dio che riesce magnificamente a intrecciarsi con la giustizia. Difatti Gesù non sta annullando la gravità dell’adulterio o sminuendo le responsabilità personali. Grazie all’incontro con questa donna, Gesù ci svela quanto Egli desidera più di ogni altra cosa che usciamo da ogni circolo vizioso e inghippo con il male ma anche da quella mentalità punitiva e giudicante che sovente applichiamo a noi stessi prima di riversarla sugli altri. Gesù è a dir poco geniale! Riesce in un colpo solo a donare misericordia alla donna e la vera giustizia agli accusatori, facendoli desistere dal male.

Cosa può significare per voi sposi questa vicenda? Gesù ancora una volta approfitta i contesti nuziali per svelare aspetti intimi del suo cuore e della sua vita, vedi per esempio il colloquio con i farisei circa il divorzio.

Banalmente il Vangelo sembra un invito a vigilare per non tradire il coniuge. E magari possiamo anche affermare, come di consueto, che il tradimento ha tanti modi di esprimersi, oltre l’aspetto fisico. Penso proprio che, per voi sposi, Gesù vuole andare più addentro e mostrarvi le immense profondità del suo Cuore.

È proprio la Sua misericordia il Nuovo di cui parla in vario modo la Parola odierna. Noi non sappiamo cosa sia la Misericordia divina! Ve lo dice uno che confessa, il nostro modo di concepire la misericordia ha una portata molto corta. L’unico modo per comprenderla è sperimentarla sulla propria pelle!

Come sposi siete stati arricchiti di un cuore misericordioso, chiedete a Gesù in questa domenica e nel tempo di Quaresima che rimane, di farlo agire in pieno, di renderlo pulsante, attivo e vibrante.

In questa scena lo Sposo è Gesù che accoglie con amore sia la Sposa-adultera ma anche la Sposa-scribi e farisei. Ad ognuno di loro dona misericordia, proprio come il Padre nel Vangelo di domenica scorsa. Finché non saremo investiti o ci lasceremo investire dalla Sua Misericordia non ci accorgeremo delle cose nuove che Gesù opera nella nostra vita.

Buon cammino di Quaresima e di conversione personale e di coppia!

ANTONIO E LUISA

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio — e che continua a insegnarmi l’amore — è questo: saper scrivere sulla sabbia le mancanze di mia moglie, invece di raccogliere pietre per lanciarle, come forse facevo all’inizio del nostro cammino insieme.

La chiave è la memoria. La memoria viva e grata di tutte le volte in cui ho sentito su di me la misericordia di Gesù, nella mia storia, nei miei peccati, nelle mie cadute. E la memoria delle volte in cui io stesso ho mancato di amare mia moglie come merita, e lei ha scelto di perdonarmi. Con il passare degli anni, questa memoria si arricchisce sempre più di perdoni dati e ricevuti, di fragilità accolte, di riconciliazioni silenziose. E proprio questo intreccio di misericordia e verità ci unisce sempre di più, trasformando anche gli errori in occasione per sperimentare un amore gratuito, maturo, benedetto da Dio.

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Figli con il cuore del Padre

Cari sposi, il cammino della Quaresima è lungo perché passa dal deserto, dalla fatica di purificarsi prima di entrare nella Terra Promessa. Abbiamo finora accompagnato Gesù nelle sue tentazioni, poi sul monte Tabor nella Trasfigurazione, infine l’abbiamo ascoltato nel messaggio esigente sulla conversione del cuore. Oggi il Signore ci dona un respiro e un momento di sollievo nella fatica di tenerGli il passo.

È la domenica in “Laetare”, una domenica che vuole darci un assaggio della gioia Pasquale e la gioia nella Sacra Scrittura porta sempre i tratti del banchetto, per essere un evento associato allo stare insieme senza pensieri, al buon cibo in buona compagnia. Conosciamo bene la parabola dei due figli e del padre misericordioso, un racconto che è penetrato a fondo anche nella cultura laica e nella mentalità comune.

Agli orecchi degli ascoltatori di 2000 anni fa tale racconto dovette anzitutto far ribrezzo a causa di un figlio che, nell’esigere il patrimonio con il padre vivente, di fatto gli sta augurando la morte e dimostra la più totale mancanza di relazione affettiva. Ma non da meno è stato suo fratello più grande, che manifesta una pari noncuranza di interesse per il suo ritorno e la sua rinascita interiore. Siamo di fronte ad una famiglia per certi versi disfunzionale e a un padre che forse non ha saputo educarli bene. Se a prima vista la parabola ci pare lontanissima nel tempo, immergendoci nel suo significato possiamo coglierne la sua perenne attualità.

Sia come sia la situazione vigente, comunque il grande protagonista positivo in tutto ciò è proprio il Padre che dimostra un cuore immenso e generoso nei confronti di entrambi i figli, per quanto si stiano comportando male, ognuno a suo modo.

Sebbene manchi per completo la moglie, la parabola ha un riflesso nuziale molto interessante. Possiamo infatti cogliere chiaramente una rilettura personalizzata per voi sposi.

Anzitutto, i due figli incarnano due tipi di coppia che anche oggi possono abitare e frequentare le nostre chiese. Il figlio giovane è la coppia che ancora trascina immaturità giovanili e adolescenziali mai risolte per cui sogna una vita fatta di benessere, dove potrà avere sempre i propri spazi e tutti gli hobby, anche sacrificando magari un po’ della relazione stessa. Succede così di vedere sposi che imbracciano la vocazione matrimoniale senza voler costruire un “noi” fondato e solido in comportamenti dediti all’ascolto, all’accoglienza delle diversità, alla comprensione del modo di essere altrui. Per cui poi gli anni passano veloci tra mille cose e magari pure con figli da accudire senza però aver costruito un rapporto profondo né con il Signore né tra coniugi. È inevitabile che una coppia così prima o poi sperimenti la fame e la penuria di cibo, perché non sta alimentandosi alla fonte dell’Amore.

Ma è pur vero che ci sono coppie che, persino con le migliori intenzioni e disposizioni interiori, vivono il matrimonio alla stregua del figlio maggiore, simbolo dell’orgoglio, dell’attaccamento alla propria mentalità e ai punti di vista rigidi. È l’amore che misura, che calcola ma con un suo sistema metrico che purtroppo è sempre assai ristretto e limitato. Mentre il Padre pensa in grande ed è capace di sacrificare il miglior vitello, il nostro fratellone al massimo sogna un piccolo capretto. L’amore umano è sempre circoscritto e nella coppia si fa presto a toccare i limiti del cuore, dell’uno e dell’altro.

Ecco allora che ci vuole Altro per affrontare tutta la vita assieme ma non come chi avanza con un pesante rimorchio bensì sapendo invece gioire, ridere e godersi un bellissimo banchetto. Ci vuole il cuore del Padre, che è ricco di misericordia, che perdona, che regala generosamente abiti preziosi, monili costosi e succulente vivande.

Il Padre sta qui per la grazia del matrimonio che può trasformare l’una e l’altra coppia in figli che sanno valorizzare quanto hanno e sanno fare festa di vero cuore, pur con tutte le loro povertà personali.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione del nostro cuore perché assomigli sempre più a quello del Padre. Concludo con questo bel pensiero di Papa Francesco proprio a tale riguardo: “La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore” (Angelus, 6 marzo 2016).

ANTONIO E LUISA

Il Padre è per noi sposi un modello insuperabile, un esempio da seguire con cuore umile e fedele. Noi, che siamo stati consacrati per essere immagine viva di quell’amore eterno, siamo chiamati ad amare come Lui: un amore che sa attendere sulla soglia, che perdona il male, che benedice anche quando riceve ingratitudine.

Il mondo guarda con ironia chi sceglie di amare in questo modo. Ma non è forse lo stesso scherno che ha accompagnato Gesù sulla croce? Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure, l’amore vero dona tutto senza chiedere nulla in cambio. Io custodisco la mia relazione con Luisa come il tesoro più grande che possiedo, proprio perché in lei, accanto a lei, ho fatto esperienza di un amore così: libero, ostinato, fedele.

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Quaresima, Tempo di Fecondità Rinnovata

Cari sposi, la realtà che ci circonda a volte non la possiamo cambiare e purtroppo, ci sono cose dolorose che accadono, indipendenti dalla nostra volontà. In tal senso, Gesù cita due fatti di cronaca nera, uno è un gesto di crudeltà e ingiustizia del potere regnante, l’altro è una vera e propria sventura forse imprevedibile.

Gesù non sprona a una giustizia riparativa, né aizzando i connazionali alla ribellione antiromana né esortando a mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici. Piuttosto Gesù chiede perentoriamente di cambiare sguardo su di noi, sulla vita, sul mondo, in una parola, di convertirci. Un atteggiamento analogo a quanto Dio ha intimato a Mosè dicendogli: “togliti i sandali”, come a dire: “non restare a guardare incuriosito ma anzitutto disponiti ad accogliere umilmente le mie parole”.

Ma ciò è solo il preambolo di un’altra riflessione successiva: il fico e i suoi frutti. Un fatto che sicuramente tutti noi abbiamo vissuto, quello di piantare in vaso o in orto un alberello o un vegetale per poi non veder l’ora di raccoglierne il frutto.

Cosa ci vuol dire nel fondo il Signore in questa Quaresima? Anche oggi ci sono tanti, troppi fatti deplorevoli a livello internazionale, nazionale e locale. Ma Gesù ci invita a non perdere tempo in lamentele sterili ma puntare diritti alla nostra conversione in ordine a una vita feconda e ricca di frutti. Il tempo è poco, la nostra esistenza breve. Di quanto è nelle nostre mani, un giorno il Signore ci chiederà conto.

Ed ecco voi sposi siete pienamente implicati in questa drammatica vicenda. Voi che avete ricevuto una promessa specialissima di fecondità, di crescere e di moltiplicarvi (cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano 14 novembre 1979).

Nella Genesi la benedizione per la fecondità è anzitutto data agli animali in senso ampio e poi in particolar modo alla coppia di Adamo ed Eva. Analogamente, se anche nel Vangelo il proprietario si attende frutti dal fico, quanto di più “il padrone della messe” non ne attende dalla coppia e famiglia?

Siete stati benedetti e ricolmati di un dono particolare nel matrimonio, ora Gesù vi sprona a far fruttare il talento ricevuto. La fecondità ha nel Vangelo un campo vasto di applicazione, ben oltre il concepimento di un figlio. Di questo abbiamo perlomeno due riferimenti molto chiari e precisi di Giovanni Paolo II e di Francesco.

Anzitutto la fecondità abbraccia i diversi ambiti della vita, compresa quella spirituale: “non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris consortio, 28).

Poi Papa Francesco si rivolge piuttosto ai frutti della fecondità che vanno ben oltre la coppia e famiglia stessa, generando una stima e ammirazione contagiosa anche in chi è esterno ad essa: “Con la testimonianza, e anche con la parola, le famiglie parlano di Gesù agli altri, trasmettono la fede, risvegliano il desiderio di Dio, e mostrano la bellezza del Vangelo e dello stile di vita che ci propone. Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva. La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (Amoris laetitia, 184).

Cari sposi, vi auguro e vi incoraggio all’ascolto dello Spirito in questa Quaresima che ci urge tutti ad accogliere la sua azione in noi e colmare la nostra vita di buoni e santi frutti.

ANTONIO E LUISA

La fecondità degli sposi non si misura solo nei figli, ma nella capacità di irradiare l’amore di Dio attraverso la propria vita. Come un sasso gettato in uno stagno crea cerchi concentrici che si allargano sempre più, così l’amore coniugale, se saldo e nutrito, si propaga naturalmente. Tutto parte dal cuore della coppia, unita nel sacramento del matrimonio: lì nasce una sorgente di amore autentico, capace di raggiungere i figli, gli amici, la comunità e il mondo intero. Ma se si trascura questo centro, se si mette da parte la coppia per dedicarsi solo ad altre relazioni o attività, si rischia di disperdere energia e vita. Non si tratta solo di “fare tanto”, ma di far fluire quell’amore che sgorga dalla comunione profonda tra marito e moglie. È lì che Dio si manifesta e porta frutto, toccando ogni anima incontrata sul cammino.

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