Modelli non per Bravura ma per Grazia

Cari sposi, oggi è una ricorrenza molto bella per tutta la Chiesa. Facciamo memoria di coloro che Cristo ha voluto come segno visibile di unità e di coesione nella dottrina e nell’evangelizzazione per tutti i credenti di tutte le epoche.

Due uomini come noi sono diventati modello di vita per sempre nella Chiesa, tanto che le loro statue svettano a sempiterna memoria nella piazza del Vaticano.

Ma forse ci siamo persi qualcosa: sono dei modelli per la Chiesa? Proprio quel Simone di Giovanni e quel Saulo di Tarso? Pare che la loro fedina non sia tanto pulita: Pietro, il rinnegatore numero uno, il codardo dinanzi a una ragazzina, il grande assente sotto al croce… Paolo, l’omicida, il bestemmiatore, il persecutore… è sinceramente incredibile pensare che due uomini con questo passato siano le nostre colonne della fede. Mi viene in mente le volte che ho incrociato persone appartenenti a sette o gruppi religiosi simili e sentire quasi la boria con cui si parla dei meriti dei loro fondatori… mentre noi non nascondiamo di certo i difetti e peccati di chi ci rappresenta.

In sostanza, cosa ha fatto grandi Pietro e Paolo? L’amore di Cristo e il loro totale abbandono alla Sua Misericordia. Tutti e due, in modi e tempi diversi a un certo punto della loro vita hanno dovuto arrendersi a Cristo e smetterla di pensare di contare sulle proprie forze e capacità e lasciarsi prendere per mano e guidare dal Maestro.

Solo così essi hanno davvero fatto passi in avanti, solo così sono cresciuti nella virtù e nell’amore. Finché, un bel giorno, Pietro si è arreso all’amore di Cristo quando ha ammesso: “Signore, tu sai tutto” e Paolo similmente quando ha scritto: “Ti basta la mia grazia” e “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”.

Quale gioia per voi coppie scoprire di essere stati chiamati e scelti con un criterio simile a quello che Gesù ha usato per Pietro e Paolo. Non ha scorto in loro parvenze di perfezione ma ha solo cercato cuori grandi e generosi, pronti a dare la vita. Come per loro, anche a voi sposi Gesù invita a lasciarvi “conquistare da Cristo e correre per conquistarlo” (cfr. Fil 3, 12).

Il martirio di entrambi è anzitutto un capolavoro della Grazia di Dio che ha prevalso sul loro egoismo e sulla loro paura

Cari sposi, anche voi siete stati stabiliti saldamente sulla roccia dell’amore di Cristo per la grazia del sacramento del matrimonio. Possiate guardare oggi a questi due nostri fratelli nella fede, Pietro e Paolo, come testimoni che l’amore fedele, fino alla morte è possibile e va ben oltre le nostre debolezze e infedeltà. Vi sia di stimolo Papa Francesco con queste sue parole: “Pietro ha sperimentato che la fedeltà di Dio è più grande delle nostre infedeltà e più forte dei nostri rinnegamenti. Si rende conto che la fedeltà del Signore allontana le nostre paure e supera ogni umana immaginazione. Anche a noi, oggi, Gesù rivolge la domanda: «Mi ami tu?». Lo fa proprio perché conosce le nostre paure e le nostre fatiche. Pietro ci mostra la strada: fidarsi di Lui, che “conosce tutto” di noi, confidando non sulla nostra capacità di essergli fedeli, quanto sulla sua incrollabile fedeltà. Gesù non ci abbandona mai, perché non può rinnegare se stesso (cfr 2 Tm 2,13). E’ fedele” (Omelia 29 giugno 2014).

ANTONIO E LUISA

San Pietro e San Paolo sono due colonne della Chiesa, due santi immensi, ma anche profondamente diversi. Pietro era un pescatore, impulsivo, semplice, spesso fragile; Paolo era colto, determinato, talvolta spigoloso. Eppure, proprio nella loro diversità, hanno saputo lasciarsi plasmare da Cristo e diventare strumenti potenti nelle Sue mani. Anche per noi sposi questo è un grande insegnamento: non serve essere uguali, non serve pensare allo stesso modo o avere le stesse reazioni. Ciò che conta è lasciarsi guidare da Gesù, affidare a Lui la nostra vita e il nostro matrimonio. Pietro e Paolo hanno testimoniato con la vita e con il martirio che, quando ci si abbandona a Cristo, le differenze non dividono ma diventano una ricchezza. Così anche noi, nelle nostre differenze, possiamo costruire qualcosa di grande, se insieme guardiamo a Lui e ci lasciamo condurre dal Suo amore.

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore











Il Sacramento dello Sposo, della Sposa

Cari sposi, diversi anni fa una coppia di amici mi ha raccontato di come avevano organizzato il loro matrimonio. Ci tenevano in modo speciale che, nell’offertorio, oltre agli elementi tipici (calice, pane, vino…) ci fossero alcuni oggetti particolarmente significativi nel loro cammino assieme. Uno di questi era uno specchio, con il quale volevano significare il loro desiderio di divenire, con il matrimonio, riflesso dell’amore di Cristo per loro stessi, per i figli e per chiunque li avesse conosciuti.

Oggi riconosco quanto mi ha aiutato quell’incontro per cogliere una verità essenziale della coppia cristiana: manifestare un tratto dell’amore divino.

Eppure, ho altresì incontrato tante coppie che hanno espresso la fatica di una simile azione, come se si trattasse spesso di un scalata a mani nude su una parete ghiacciata. Ma la solennità odierna viene in nostro aiuto e comunica a voi sposi una consapevolezza davvero consolante.

Siamo debitori a Papa Benedetto per aver chiarito tante volte, soprattutto in occasione della presente festività che “Proprio per la sua natura di evento performativo, l’Eucaristia coinvolge non solo la dimensione individuale del credente, ma anche quella comunitaria e universale” (Sacramentum caritatis 11). Che significa? Che l’Eucaristia non è soltanto un segno o un rito simbolico, ma è un’azione che realizza ciò che significa: è un sacramento che compie effettivamente la comunione tra Dio e gli uomini e trasforma interiormente chi vi partecipa.

San Tommaso D’Aquino, grande cantore dell’Eucaristia, volendo appunto sottolineare questa capacità trasformante del Divino Sacramento ne ha espresso in vari modi i suoi effetti. Quindi, Cristo Eucaristia, pieno di grazia e di verità, ordina i comportamenti, forgia il carattere, nutre le virtù, consola gli afflitti, fortifica i deboli, incita alla sua imitazione e santifica coloro che si rivolgono a Lui. Quanto bene ci fa Gesù nel momento in cui Lo adoriamo o Lo riceviamo nella Messa!

Già è chiaro a questo punto che ricaduta può avere per voi sposi vivere vicino a Gesù Eucaristico. Sempre papa Ratzinger scrive:

L’Eucaristia corrobora in modo inesauribile l’unità e l’amore indissolubili di ogni Matrimonio cristiano. In esso, in forza del sacramento, il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa” (Sacramentum caritatis, 27).

La Presenza viva di Gesù vi aiuta a rinforzare continuamente il vostro “sì” reciproco e a non permettere che l’egoismo si infiltri e vi inganni. Avvicinatevi a Lui nel Tabernacolo, cercatelo, sostate anche solo qualche minuto al giorno. E se gli impegni vi rendessero impossibile entrare fisicamente in chiesa nei giorni feriali, almeno unitevi spiritualmente a Lui.

L’Eucarestia significa non solo il vostro specchio nel quale vedere l’ideale di un Amore totale e totalizzante ma è anche la forza che Gesù vuole costantemente infondervi perché siate qui ed oggi il Suo prolungamento, la sua mano tesa.

Concludo con questo celebre brano, tratto da un’omelia di S. Agostino, nel quale ci aiuta a comprendere quanto anela Gesù non solo entrare in noi ma diventare parte di noi. Ebbene, voi sposi potete essere più che mai, nell’Eucarestia, Sacramento di Gesù che si rende presente ancora nel 2025:

Sant’Agostino ci aiuta a comprendere la dinamica della comunione eucaristica quando fa riferimento ad una sorta di visione che ebbe, nella quale Gesù gli disse: «Io sono il cibo dei forti. Cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me» (Conf. VII, 10, 18). Mentre dunque il cibo corporale viene assimilato dal nostro organismo e contribuisce al suo sostentamento, nel caso dell’Eucaristia si tratta di un Pane differente: non siamo noi ad assimilarlo, ma esso ci assimila a sé, così che diventiamo conformi a Gesù Cristo, membra del suo corpo, una cosa sola con Lui” (Omelia di papa Benedetto XVI 23 giugno 2011). 

ANTONIO E LUISA

A quanto scritto da padre Luca, desideriamo aggiungere solo un pensiero. Ma è un pensiero che ci vibra dentro, che ancora oggi — dopo tanti anni di matrimonio — ci commuove fino alle lacrime. È qualcosa che abbiamo toccato con mano, vissuto nella carne e nello spirito. Quando accade, ci sentiamo i più fortunati sulla terra. Perché il nostro incontro intimo, vissuto nel dono pieno, sincero, vulnerabile della persona, diventa sacramento vivente. È Eucaristia domestica. Non solo piacere, ma gesto profetico. In quell’abbraccio impariamo a dire col corpo: “Questo è il mio corpo, offerto per te”. E a riceverlo come si riceve l’ostia: con stupore, tremore, gratitudine e adorazione.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Divina somiglianza

Cari sposi, riordinando gli album di foto di famiglia, sono incappato nel più antico di tutti, datato a metà ‘800 e ho potuto nuovamente vedere il mio trisavolo, in un dagherrotipo ormai scolorito e leggermente ammuffito. Mi ha fatto piacere ritornare con la memoria ai miei avi e certamente ho notato una certa somiglianza, che risalta nei loro volti, fino alla mia famiglia. Tuttavia, se mai potessimo andare indietro nel tempo e magari avere anche le foto dei nostri più lontani antenati, constateremmo la grande differenza di volto, statura, tratti somatici, che – va da sé – si perde lungo il corso del tempo.

Cosa fa sì che io appartenga in fin dei conti alla mia famiglia, al mio cognome? Probabilmente qualche linea genetica ma anche quella, nei secoli, si dilegua. Sorge allora una domanda: chi mi dà l’identità, se non il mio casato e la mia terra di origine? Tutte cose, in fin dei conti, relative se guardiamo la storia da un punto di vista più distaccato.

Ma quel che dovrebbe sorprenderci è constatare il nostro legame con Dio, in modo particolare con la Santissima Trinità. Non è per nulla azzardato affermare che noi Le apparteniamo e ciascuno ha, che lo senta o meno, un legame personalissimo con il Padre, il Figlio e lo Spirito, creatosi a partire dal Battesimo.

Può accadere che l’affermare queste frasi o simili, dal denso spessore teologico, possa indurre un certo scetticismo o quanto meno ci può lasciare a bocca aperta senza poter dir nulla. In realtà, la presenza in noi della Trinità è performante, è fonte di comunione, è slancio verso l’altro e freno a chiuderci in noi stessi.

Tutto ciò risplende di particolar luce per voi sposi, che siete un Suo riflesso (Amoris laetitia 11). I vescovi italiani sono ancora più espliciti quando affermano: “il mistero della comunione che esiste in seno alla Trinità diventa la matrice prima, il modello sublime e la mèta suprema della comunione della Chiesa” (CEI, Comunione e comunità nella Chiesa domestica, 1) e quindi a quel Mistero occorre risalire anche per il matrimonio, se è vero che esso è indicato da S. Paolo come grande sacramento della comunione Cristo-chiesa (Ef 5, 32). Difatti, il matrimonio incarna, sebbene in modo parziale, quel mistero che Gesù presenta dicendo, nell’ultima cena: “Come Tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola!” (Gv 17,21). L’unità del Padre e del Figlio è né più né meno che quella realizzata dall’unità dello Spirito ed è donata a voi sposi nel matrimonio.

Quindi, il vivere nella Trinità, essendone un riflesso, porta poi a una meravigliosa conseguenza, come ha sottolineato un grande teologo, Padre Pierre Adnès, esperto di matrimonio:

la coppia feconda rappresenta in realtà nientemeno che l’intima fecondità trinitaria […]. L’unione della coppia è un’immagine dell’unità d’amore che unisce la prima e la seconda Persona della Trinità e che fa loro produrre insieme una terza Persona, lo Spirito santo, simile a loro, che suggella e corona la loro unione.”

Cioè, la fecondità della coppia è già insita nell’essere immagine trinitaria! Si tratta di esserne consapevoli e di chiedere sempre la grazia affinché vi siano i frutti concreti.

Cari sposi, non abbiate paura della vostra divina somiglianza alla Trinità, piuttosto diventiate sempre più coscienti di tale dono e invocate lo Spirito che ogni giorno possa continuare la Sua opera di trasformazione in voi.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, siamo chiamati a essere immagine vivente della Trinità: un amore che non trattiene, ma si dona. Ogni gesto quotidiano – una carezza, un bicchiere d’acqua, un silenzio paziente – può diventare riflesso dell’amore trinitario, che è comunione, dono reciproco, accoglienza. Quando scegliamo di servire invece di pretendere, di comprendere invece di giudicare, rendiamo visibile il volto di Dio nella nostra casa. Come il Padre, il Figlio e lo Spirito si amano in un dialogo eterno d’amore, così anche noi, con la nostra tenerezza concreta, possiamo trasformare la vita ordinaria in una manifestazione della presenza di Dio.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore












L’Alleato Numero Uno

Cari sposi, oggi celebriamo con gioia una grande solennità, la Pentecoste. Al 50° giorno dalla Pasqua, lo Spirito Santo prorompe con la sua potenza sugli apostoli e sulla piccola comunità cristiana a Gerusalemme. Inizia ufficialmente la Chiesa, gli apostoli diventano così grandi evangelizzatori fino ai confini del mondo allora conosciuto e capaci di morire per Gesù, loro che poche settimane prima si erano dimostrati codardi. La Sposa di Cristo oggi iniziò il suo tempo di annuncio in ogni parte del mondo.

Questa festa ha per voi sposi un tono molto speciale, anzi, direi quasi che siete interpreti privilegiati del suo significato nel mondo.

Anzitutto lo Spirito scende in forma di fuoco, un elemento non per nulla casuale ma anzi spessissimo usato come metafora dell’amore, come già ci insegna il Cantico: “I suoi ardori sono ardori di fuoco, fiamma potente” (Ct 8,6).

In questo senso ci dice Papa Benedetto: “Il fuoco di Dio, il fuoco dello Spirito Santo, è quello del roveto che divampa senza bruciare (cfr Es 3,2). E’ una fiamma che arde, ma non distrugge; che, anzi, divampando fa emergere la parte migliore e più vera dell’uomo, come in una fusione fa emergere la sua forma interiore, la sua vocazione alla verità e all’amore” (Omelia di Pentecoste 2010).

Prendo spunto da queste sue parole per affermare che lo Spirito è Colui che porta a pienezza il vostro amore, anzi, è il migliore alleato di voi sposi se volete vivere a fondo la vostra chiamata matrimoniale.

La parola greca “Paraclito” è tradotta in latino come “Avvocato”. In senso lato l’avvocato è chiunque ci sta vicino, ci accompagna nella quotidianità, ci soccorre nei piccoli o grandi bisogni, ci dà buoni consigli nei dubbi, ci offre un esempio coerente e attraente e soprattutto ci difende nei momenti duri. Ed è esattamente ciò che vorrebbe tanto fare lo Spirito nella vostra vita, purché Glielo permettiate con un ascolto attento e fedele.

Un grande teologo ortodosso russo, laico e sposato, Pavel Evdokimov, ha scritto pagine di grande profondità sulla relazione che c’è tra gli sposi e lo Spirito: “L’amore umano è assunto nel mistero dell’Amore divino, è trasfigurato dallo Spirito Santo, che viene invocato sugli sposi come viene invocato sul pane e sul vino nell’Eucaristia” (Pavel Evdokimov, Il sacramento dell’amore, cap. V).

Questa frase ci ricorda che il matrimonio contiene una consacrazione allo Spirito Santo della relazione nuziale, analoga a quella eucaristica. Con quel gesto, voi avete dato via libera allo Spirito di fare di voi una chiesa domestica, una casa come Tempio in cui Lui può abitare, un amore che può assomigliare un po’ di più all’Amore che Gesù ha per la Chiesa.

Vediamo un passaggio del Concilio Vaticano II in cui si menziona l’azione dello Spirito a Pentecoste: “Egli (Lo Spirito Santo) introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo” (Lumen gentium 4)

Provate ora a sostituire la parola “Chiesa” con “matrimonio”. Il cambio è soprendentemente riuscito ma soprattutto lecito per il fatto che siete chiesa domestica, piccola chiesa rispetto alla grande Chiesa universale.

E allora, se è davvero così, vediamo brevemente i meravigliosi effetti che lo Spirito produce in quelle coppie che si abbandonano alla sua azione:

In primo luogo, se lo Spirito ha consacrato il vostro amore, vuol dire che Egli si impegna quotidianamente affinché sia capace di diventare icona dell’Amore sposale di Gesù, quindi un amore potenzialmente eroico, indissolubile e indistruttibile.

Inoltre, lo Spirito Santo educa, purifica, unifica e trasfigura l’amore umano. Pensiamo infatti alla Sequenza allo Spirito quando diciamo: “Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, raddrizza ciò ch’è sviato”. Che meraviglia sapere che Egli purifica ciò che sporca una relazione, guarisce dalle ferite relazionali, porta calore là dove si è creata distanza o freddezza, modifica comportamenti errati…

Da ultimo – per modo di dire – lo Spirito, che è la Comunione tra il Padre e il Figlio, regala incessantemente tale comunione ai coniugi. È quell’olio lubrificante che elimina le asperità, è quella colla che mantiene attaccati anche nelle prove. E poi questa unità da voi sposi la effonde su tutta la famiglia, annullando le divisioni e abbattendo i muri.

Vorrei concludere proprio con un accenno su questo punto, pronunciato recentemente da Papa Leone nel Giubileo delle famiglie. Nel fondo sta parlando proprio dell’opera dello Spirito:

La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa” (Omelia nel giubileo delle famiglie, nonni e anziani).

Cari sposi, vi invito a familiarizzarvi di continuo con la sua dolce Presenza nel vostro amore, a invocarLo spesso, a renderLo partecipe delle vostre scelte e decisioni, a gioire con Lui per le grazie e i doni ricevuti. Vedrete allora la differenza di poter contare sul vostro principale alleato nel cammino di vita matrimoniale.

ANTONIO E LUISA

Per sintetizzare i pensieri di don Luca possiamo dire che nel matrimonio siamo consacrati: la nostra relazione appartiene prima a Dio che a noi stessi. Quando viviamo l’amore con gesti quotidiani di cura, servizio e tenerezza, il nostro amore diventa via di salvezza, sacrificio sacro e offerta a Dio. Anche le fatiche familiari più ordinarie, se vissute con amore, diventano azioni sante. Ma se viviamo l’unione per egoismo, senza donarci, tradendo l’amore, compiamo un sacrilegio: rubiamo a Dio ciò che gli appartiene.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Onorare il Corpo Porta in Cielo

Cari sposi, celebriamo oggi una solennità dal sapore più che mai celeste, la festa non solo del ritorno al Cielo di Gesù quanto del suo averci preceduto di là, accanto al Padre. Una festa, quindi, che ci riguarda in modo speciale perché “anche se il nostro corpo mortale passa attraverso la dissoluzione nella polvere della terra, tutto il nostro io redento è proteso verso l’alto e verso Dio, seguendo Cristo come guida” (Giovanni Paolo II, Udienza del 24 maggio 2000).

Infatti, nell’Ascensione si dà pieno compimento alla Risurrezione e in un certo senso anche alla stessa Incarnazione del Verbo. Difatti Gesù risorto vive una situazione provvisoria, desidera restare altri 40 giorni per far comprendere ai suoi la verità e la concretezza di quanto era accaduto: era proprio Lui! Era veramente Risorto! Non era sufficiente per gli 11 vederlo un paio di volte per rendersi conto dell’oggettività di quanto era accaduto il Terzo Giorno dopo la morte sul Golgota.

Ma trascorsi quei giorni, Gesù doveva tornare al Padre, stavolta però con il suo corpo umano. L’ascensione è quindi la glorificazione anticipata della nostra natura, di un corpo umano che già vive nella gloria del Padre. Ci ricorda sempre Giovanni Paolo II che:

«Le parole dei Sinottici attestano che lo stato dell’uomo nell’“altro mondo” sarà non soltanto uno stato di perfetta spiritualizzazione, ma anche di fondamentale “divinizzazione” della sua umanità. I “figli della risurrezione” – come leggiamo in Luca 20,36 – non soltanto “sono uguali agli angeli”, ma anche “sono figli di Dio”. […] Bisogna aggiungere che qui si tratta non soltanto di un grado diverso, ma in certo senso di un altro genere di “divinizzazione”. La partecipazione alla natura divina, la partecipazione alla vita interiore di Dio stesso, penetrazione e permeazione di ciò che è essenzialmente umano da parte di ciò che è essenzialmente divino, raggiungerà allora il suo vertice, per cui la vita dello spirito umano perverrà ad una tale pienezza, che prima gli era assolutamente inaccessibile» (Giovanni Paolo II, Udienza del 9 dicembre 1981).

Cosicché, la nostra vocazione cristiana è totalizzante e non si limita alla dimensione spirituale ma coinvolge tutta la persona, dalla testa ai piedi, psiche-corpo-spirito.

Quanto bene, pertanto, ci fa il ricordare che siamo fatti per il Cielo, per la nostra definitiva Casa e che Gesù si è anticipato là per prepararcela. Tutto ciò non fa che relativizzare ogni situazione, bella o difficile, che possiamo vivere nel presente. Un grande filosofo, mistico e scienziato quale Pavel Florenskij, durante la sua prigionia nel gulag nelle Isole Solovki, ce ne dà una testimonianza audace:

Osservate più spesso le stelle. Quando avrete un peso nell’animo, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentirete tristi, quando vi offenderanno, … intrattenetevi … col cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete” (N. Valentini – L. Žák [a cura], Pavel A. Florenskij. Non dimenticatemiLe lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Milano 2000, p. 418).

Tutta questo grande patrimonio spirituale per voi sposi si può tradurre in modo molto concreto. Gesù anzitutto chiede agli apostoli di essere testimoni delle cose meravigliose che hanno vissuto assieme a Lui e perciò promette lo Spirito come quella forza necessaria per dare testimonianza. È quanto è accaduto anche nella vostra storia, dal momento che, nel rito, lo stesso Spirito è sceso su di voi con potenza, voi non siete così diversi da loro perché il medesimo Spirito ha preso dimora nel vostro amore.

Ma, lo sapete bene, la testimonianza sponsale non si misura sulla falsariga di un missionario sacerdote o religioso bensì ha uno stile proprio ed è sempre la festa odierna a insegnarcelo. È il vostro corpo e l’onore vicendevole che dimostrate il principale mezzo di testimonianza: “Il corpo, infatti, e solo esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: il spirituale e il divino” (Giovanni Paolo II, Udienza del 20 febbraio 1980).

Nel rito vi siete promessi di onorarvi mutuamente e questo passa in primo luogo dall’onorare i vostri corpi. Il matrimonio è il “sacramento del corpo”, che gli conferisce quella dignità e quell’onore proprio in virtù della nostra chiamata alla vita beata con tutta la nostra persona.

Cari sposi, non stancatevi anche con il passare del tempo di amarvi e onorarvi nel corpo, con quella delicatezza e tenerezza che vi è affidata come compito e missione speciale. Siate consapevoli del gran bene che fate non solo a voi stessi ma dell’autentica testimonianza che offrite verso l’esterno.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha colto nel segno. Il Vangelo ci spinge a non separare mai l’amore da ciò che lo incarna: l’intimità non è un accessorio del matrimonio, ma una sua grammatica essenziale. Se il corpo diventa luogo di rispetto, ascolto e dono, allora tutto il resto sarà autentico. Ma se nella carne c’è dominio o freddezza, allora anche lo spirito vacilla. L’amore vero è totale, o non è. Da come viviamo la nostra intimità si può capire molto della qualità della relazione tutta.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

La Vera Pace, in Cammino Verso lo Sposo

Cari sposi, può essere che nella vostra vita vi sia toccato di presenziare il momento in cui una persona cara rivela di essere gravemente malata. Un colpo durissimo, un fulmine a ciel sereno, un drastico cambio nel ménage familiare. D’istinto si cerca di essere vicini, di consolare, di farsi prossimo al tempo stesso che avvertiamo tutta la nostra impotenza.

Gesù, nel brano di oggi, occupa questo posto dal momento che siamo all’interno del “Discorso di addio”, pronunciato poche ore prima della sua Passione. Ma ecco l’incredibile: è Gesù stesso a infondere coraggio agli apostoli che, confusi e sconvolti, non potevano credere a quelle parole, Lui stesso, nel pieno del suo turbamento e angoscia interiore che di lì a poco lo porteranno a sudare sangue, sta coccolando i suoi con parole piene di dolcezza e consolazione: “non siate turbati, abbiate fiducia”.

Solo una persona perdutamente innamorata può comportarsi così, che grande è il Cuore di Gesù! Con ragione suor Faustina appuntava nel suo diario: “La Mia Misericordia è talmente grande che nessuna mente, né umana né angelica, riuscirà a sviscerarla pur impegnandovisi per tutta l’eternità” (Diario, 699).

Ma, il dono della Pace di Gesù non è un accessorio, un optional nella sua vita, perché Lui stesso è la pace, come ci insegna San Paolo: «Egli, infatti, è la nostra pace» (Ef 2,14). Cristo impersona la pace dato che, con la Passione, Morte e Risurrezione, Lui ha riconciliato Dio e l’uomo e ha messo pace tra gli uomini stessi, anzitutto tra Giudei e pagani. Ogni cellula del suo corpo, ogni parte del suo comportamento esprime tale Pace.

La pace è quindi un dono relazionale, il frutto della comunione ristabilita con Cristo e nel Corpo di Cristo, come ancora ci ricorda San Paolo: “Giustificati per la fede, abbiamo pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Rm 5,1). Che differenza corre tra questa pace di Gesù e quella che offre il mondo (pensiamo a tutti i sacrosanti sforzi per la pace in Ucraina e in Palestina)! Gesù ci offre la pace tramite il dono di sé, tramite il suo sacrificio redentore, con il suo esempio; in cambio, non al massimo siamo capaci di compromessi e di do ut des.

Sant’Agostino ci ricorda che, per il Battesimo, Gesù è “interior intimo meo et superior summo meo più interiore del mio intimo e più in alto della mia parte più alta” (Le Confessioni, III,6,11). Quindi la Sua Pace è già potenzialmente in noi, anche se non ce ne accorgiamo. È quel tesoro nascosto nel campo che dobbiamo riscoprire di continuo e lasciar agire in noi. Per questo, sempre S. Agostino, ci ricorda che è la preghiera del cuore il modo con cui lasciamo fare a Gesù in noi.

Se questo vale per tutti, per voi sposi c’è un accento in più. La viva presenza di Cristo nella vostra relazione vi rende Sposi portatori di pace, quella pace che Gesù vuole radicare nel vostro rapporto. Proprio a motivo del fatto che il mondo maschile e femminile sono fondamentalmente diversi e tendono al conflitto, ecco allora che Gesù, con la grazia del matrimonio, vuole “abbattere il muro di divisione”.

Sulla irriducibile differenza uomo/donna si sono versati fiumi di inchiostro e qui l’atteggiamento più comune sfocia nel cercare la consapevolezza della propria diversità, oppure si risolve il tutto con la teoria della fluidità di genere e la decostruzione dei cosiddetti “stereotipi culturali”.

In realtà, la pace tra uomo e donna, tra marito e moglie, e quindi la vera comunione, al di là dei battibecchi triviali o dei sani confronti pur nella divergenza di opinioni, passa dalla sequela di Cristo Sposo. Solo nella misura in cui una coppia opta consapevolmente di lasciarsi guidare dallo Sposo potrà iniziare a sperimentare la vera pace.

Ce lo spiega magistralmente l’allora Card. Ratzinger in un documento profetico, scritto a quattro mani assieme a Giovanni Paolo II: “«Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo… non c’è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati (3,27-28). L’Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l’inimicizia e la violenza che sfiguravano la relazione dell’uomo e della donna sono superabili e superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione dell’uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la rivelazione biblica. Nell’ora finale della storia presente, mentre si profilano nell’Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20)” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo,12).

ANTONIO E LUISA

Se uno mi ama, osserverà la mia parola…” (Gv 14,23): è questa la chiave della presenza di Dio tra gli sposi. Dal giorno del matrimonio, Dio non abita in noi automaticamente: prende dimora solo se Gli apriamo il cuore, se scegliamo ogni giorno di seguirLo nel concreto, nella fatica di amarci come Cristo ci ama. L’amore coniugale diventa allora un tabernacolo vivente, ma solo quando è illuminato dalla Parola, nutrito dai sacramenti e offerto nella libertà. La fedeltà, il perdono, la tenerezza: tutto può essere abitato da Dio… se siamo noi a lasciare spazio, a scegliere la Sua via e non la nostra.

Antonio e Luisa

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Sposi cristiani si diventa per contemplazione

Cari sposi, oggi siamo di nuovo in festa, perché ogni domenica è la ‘Pasqua’ della settimana., il giorno che ci ricorda l’evento più importate della nostra vita. Ma lo siamo anche per il dono di un pastore universale che ci guida, facendo le veci di Gesù stesso in mezzo a noi. La gioia di un Papa che già sta mostrando una sensibilità per il matrimonio e la famiglia, come un segno stesso che è Gesù che parla a voi tramite lui.

Al centro della Liturgia vi è il comandamento dell’amore. Ma non sarà che la Bibbia ha errato nell’usare questa espressione? Come si fa a comandare di amare? Se l’amore è la cosa più libera che esiste. Solo Cristo può permettersi di parlare così, proprio perché è Lui l’Amore fatto uomo, l’Incarnazione dell’Amore divino. Gli apostoli avevano visto e toccato che davvero era così e solo per questo può chiedere a loro di imitarlo e di diventare dono di amore.

Davvero è tutto qui il cristianesimo: contemplare l’Amore per lasciarsi trasformare e vivere amando. Non si tratta di doverismo e moralismo ma di rispondere liberamente a una chiamata: “L’amore che si è manifestato nella croce di Cristo e che Egli ci chiama a vivere è l’unica forza che trasforma il nostro cuore di pietra in cuore di carne; l’unica forza capace di trasformare il nostro cuore è l’amore di Gesù, se noi pure amiamo con questo amore. E questo amore ci rende capaci di amare i nemici e perdonare chi ci ha offeso” (Regina coeli, 19 maggio 2019).

Per voi sposi quanto è vero e tangibile questo Vangelo. Quante volte avrete fatto l’esperienza che, per quanto ci si proponga di migliorare la relazione con il coniuge non si è mai all’altezza della vocazione ricevuta. Questo perché impariamo che non dobbiamo partire da noi stessi, ma amare perché siamo stati amati. Perciò voi sposi potete contemplare in modo del tutto vostro l’amore di Cristo! Chi ha fatto questo sono i mistici che, con parole diverse, esprimono la medesima verità: bisogna farsi catturare dall’Amore di Gesù per essere veri cristiani. Ecco alcuni esempi:

L’anima che ha conosciuto l’amore di Dio non può vivere più in sé, perché è uscita da sé, è entrata in me, ed è unita con me per amore” (S. Caterina, Dialogo sulla Divina Provvidenza); “Gesù, è l’amore solo che mi attira! … L’amore è tutto. L’amore è tutto in Dio, e Dio è tutto amore” (Santa Teresa di Lisieux, Storia di un’anima). Ci si può donare agli altri solo se attirati prima da Cristo!

La Chiesa ci insegna a non illuderci di trovare quella tecnica comunicativa, quel modo di pensare o comportarmi che renderà performante e solido l’amore di coppia. Papa Francesco, con il suo usuale realismo, ci mette in guardia proprio da questo:

Questo non significa fare troppo affidamento su noi stessi. Stiamo attenti: rendiamoci conto che il nostro cuore non è autosufficiente, è fragile ed è ferito. Ha una dignità ontologica, ma allo stesso tempo deve cercare una vita più dignitosa. Dice ancora il Concilio Vaticano II che «il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell’uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità», tuttavia per vivere secondo questa dignità non basta conoscere il Vangelo né fare meccanicamente ciò che esso ci comanda. Abbiamo bisogno dell’aiuto dell’amore divino. Andiamo al Cuore di Cristo, il centro del suo essere, che è una fornace ardente di amore divino e umano ed è la massima pienezza che possa raggiungere l’essere umano. È lì, in quel Cuore, che riconosciamo finalmente noi stessi e impariamo ad amare” (Francesco, Dilexit nos, 30).

Cari sposi, voi che avete il cuore trasfigurato dall’Amore di Cristo per la Chiesa, riandate sempre a Lui, nella preghiera e nell’Eucarestia per attingere ogni giorno l’entusiasmo di essere dono, per essere sposi secondo il Suo Cuore.

ANTONIO E LUISA

Noi ci soffermiamo su un personaggio del Vangelo di oggi. Che alla fine conferma quanto detto da padre Luca. Tanti sposi assomigliano a Giuda: delusi dalle ferite del matrimonio, escono dal “cenacolo”, abbandonano l’altro e Cristo stesso. Cercano altrove il senso della loro vita, inseguendo sogni che sembrano più facili, più dolci. Ma fuori dal cenacolo c’è solo buio. È nel dolore, nella fedeltà ferita, che Dio rimane. Lui sta con chi resta, con chi lotta, con chi si fida anche quando non vede niente. Solo chi rimane, anche sanguinante, sperimenta il vero amore: quello che salva. Chi scappa, invece, si perde. Dio abita la fedeltà spezzata, non l’illusione di una felicità senza croce.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Quella Voce Interiore, Eco del Buon Pastore

Cari sposi, portiamo tutti nel cuore il primo saluto di Papa Leone proprio giovedì scorso: “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio”.

Come non vedere in Gesù risorto il buon Pastore! Colui che ci ha condotti fuori dalle tenebre della morte e del peccato! È estremamente emozionante e profondo meditare che Gesù è sceso fino al fondo della nostra miseria il Venerdì e il Sabato della Settimana Santa per poi, da lì, risalire pieno di gioia e perdono, per vincere ogni forma di male: “Il Dio della pace che ha fatto tornare dai morti il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna, il Signore nostro Gesù” (Lettera agli Ebrei 13, 21).

Oggi in tutta la Chiesa si celebra la Domenica del Buon Pastore ma il Vangelo preso in esame non è quello classico in cui Gesù si dichiara pubblicamente come tale. Piuttosto, è un brano preso da un capitolo precedente in cui il Maestro ha appena guarito il cieco nato e questo grande segno, evidente, tangibile, verificabile da decine e decine di persone, non convince però i farisei che si chiudono a riccio nei loro pregiudizi contro Gesù.

Ed è allora che il Signore pronuncia le frasi che abbiamo appena letto, come dicendo che solo chi è parte del gregge del Padre può accogliere la voce del Suo Pastore senza preconcetti e chiusure. Da cui il senso principale è che si può ricevere la salvezza dal Maestro a condizione di aprire umilmente il cuore e la mente a Lui.

Eppure, questo Vangelo ha anche un meraviglioso senso nuziale! Lo si capisce dal modo unico di essere Pastore per Gesù. Anzitutto, usando questa immagine, Egli sta affermando di sé una caratteristica divina, cara ai profeti. Infatti, è Jahvé il Dio-Pastore (cfr. Ez 34, 11.15.23) che ha guidato il popolo di Israele come suo gregge, ora dall’Egitto, ora da Babilonia, per ripotarli all’ovile-Terra Promessa. Il Pastore, pertanto, è colui che guida al bene, alla propria destinazione.

Ma la condizione di pastore che incarna Gesù si spinge ben oltre. Difatti normalmente chi possiede un gregge lo fa per viverci sopra, guadagnarsi da vivere grazie al latte, lana e carne; fino ai nostri giorni, qualsiasi pastore non esita minimamente a uccidere le sue pecore o agnelli ogni volta che ne ha bisogno. Gesù fa l’esatto contrario: immola sé stesso per le pecore! La bontà del Pastore è proprio qui, nel suo Amore sconfinato per ciascuno di noi, fino a dare la vita.

Da allora, essere pastore non più solo segno di saper guidare, come nell’Antico Testamento, ma essere pastore al modo di Cristo vuol dire prendersi cura, proteggere, offrire la vita. Ecco perché il Buon Pastore è un sinonimo più che lecito e azzeccato di Sposo.

Ma c’è di più, perché è comodo che uno ti ami gratuitamente senza nessun tipo di appello alla nostra coscienza. Invece, quando Gesù dice che le pecore ascoltano proprio Lui e per questo lo seguono, sta a dire che il nostro cuore è tarato per questo tipo di amore, siamo stati strutturati così, per amare ed essere amati fino all’ultimo cromosoma. Nessun surrogato di amore, leggasi narcisismo, dipendenza affettiva, immaturità… potrà mai realizzare e rendere feconda una vita.

Abbiamo un Papa, figlio di S. Agostino, e sicuramente ci donerà le perle che il Vescovo di Ippona ha scritto proprio su questo punto. Il nostro cuore, il nostro desiderio più profondo cerca e aspira ad un amore così, non superficiale o egoistico, ma segno di una donazione piena: “Nel cuore dell’uomo è impressa la legge di Dio e da lì nasce il desiderio di Lui” (S. Agostino, De Trinitate, XIV)

E così, l’uomo e la donna sono fatti per amarsi come il Buon Pastore ci ha insegnato, devono solo ascoltare la sua voce che già risuona nel profondo del cuore per opera dello Spirito.

È quanto affermava anche San Giovanni Paolo II:

I termini «mio… mia», nell’eterno linguaggio dell’amore umano, non hanno – certamente – tale significato. Essi indicano la reciprocità della donazione, esprimono l’equilibrio del dono – forse proprio questo in primo luogo – cioè, quell’equilibrio del dono, in cui si instaura la reciproca communio personarum. E se questa viene instaurata mediante il dono reciproco della mascolinità e della femminilità, si conserva in essa anche il significato sponsale del corpo” (Catechesi 30 luglio 1980).

Solo amando così, cari sposi, potremo nutrire quel desiderio profondo, insito in ciascuno di noi: “Il desiderio più profondo del cuore umano è essere accolti, essere parte di qualcosa, e sapere che si è amati senza condizioni” (Padre Henry Nouwen).

ANTONIO E LUISA

Il matrimonio, vissuto nella verità e nella grazia, ha una forza profondamente curativa. In esso impariamo che l’amore non si guadagna, non si conquista: si riceve e si dona. Giorno dopo giorno, l’amore del coniuge scava nei solchi dei nostri antichi copioni infantili, quelli che ci hanno insegnato che per essere amati dovevamo essere perfetti o compiacenti. Nel matrimonio autentico sperimentiamo, invece, un amore gratuito e incondizionato, che ci guarisce dalle radici. È l’annuncio silenzioso che siamo degni d’amore così come siamo, e che l’amore vero non ha condizioni, ma è riflesso dell’amore stesso di Dio.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Solo con Gesù c’è futuro

Cari sposi, ci stiamo addentrando in questo meraviglioso tempo di Pasqua. La sua bellezza sta nel fatto che viviamo nella memoria di Cristo Risorto ma soprattutto la Chiesa lo ha istituito perché vuole rivivere ogni anno l’esperienza degli apostoli che per 40 giorni hanno convissuto con Gesù Risorto e hanno atteso per altri 10 l’avvento dello Spirito.

In effetti, oggi vediamo la terza apparizione di Gesù agli apostoli. La prima è stata il giorno stesso in cui è risorto, la seconda otto giorni dopo, la terza è quella odierna. Ma pare che nel frattempo siano successe già alcune cose rilevanti, difatti gli apostoli tornano nella loro terra e non sono più 11 ma solo 7, i quali sembra vogliano tornare alla loro vita precedente, che per molti di loro si basava sulla pesca nel lago di Gennesareth.

La prima grande lezione del Vangelo è che la Pasqua può diventare l’elemento centrale della nostra vita a condizione di permettere a Gesù di entrare di fatto nel nostro cuore. Al contrario, una fede di idee o sentimenti ha breve durata e l’ordinarietà prende il sopravvento prima a poi. Si vede qui che gli apostoli devono ancora “digerire” la novità della Risurrezione e il loro cuore non è del tutto convertito.

Ma, proprio per questo, quanto è consolante vedere che è Gesù a prendere sempre l’iniziativa e a non lasciarci cadere nelle nostre solite faccende. Lui, in modo del tutto imprevedibile, si rende presente ai suoi amati apostoli e permette che facciano una grande pesca oltre a far trovare pronta la colazione. Un dettaglio questo di squisita fraternità, se non addirittura di maternità.

Dopo aver mangiato e condiviso tante cose attorno a quel fuoco, Gesù prende Pietro in disparte e vuole fare quattro chiacchiere con lui; sappiamo bene che questo dialogo è di fatto l’epilogo dei tre rinnegamenti. Gesù non permette che Pietro sia ricordato come colui che è venuto meno alla fedeltà ma come chi ha saputo rialzarsi per tutte le volte che è caduto. È semplicemente grandiosa la misericordia di Gesù!

In tutto ciò, quali sono le lezioni che voi sposi potete imparare? Penso proprio che siano molto ricche e profonde. Il primo dettaglio è che Gesù volutamente si “nasconde” nella vita ordinaria, in un certo qual modo ha permesso che gli apostoli siano tentati di appiattirsi nel solito tran tran perché è proprio lì che vuole essere trovato e non solo in circostanze eccezionali! Ma ci vogliono gli occhi della fede per saperLo trovare ed è infatti San Giovanni chi si accorge di Gesù, lui, l’apostolo contemplativo e che ha appoggiato il suo capo sul Cuore di Cristo. Ecco che la preghiera e la vita interiore per voi sposi sono l’unica chance di saper trovare Gesù nelle mille occupazioni che vi tocca affrontare ogni giorno.

In secondo luogo, oggi ammiriamo la “pedagogia” di Gesù nel come sa far crescere gli apostoli e sappiamo bene quanto Lui desideri farla diventare parte della vostra capacità di amarvi. Gesù, lo sappiamo bene, non ha mai avuto peli sulla lingua e quando c’era da rimproverare l’ha fatto senza riguardo di persona. Eppure, qui, con Pietro, che già una volta è stato redarguito pubblicamente, Lui non ha una briciola di risentimento, di rancore, di acredine per quello che ha fatto la notte dopo l’Ultima Cena. Piuttosto le tre domande – “mi ami?” –  significano che Gesù guarda avanti e che crede in Pietro, si vuole fidare di lui e della sua capacità di amore. Altro grande invito alla misericordia e alla magnanimità per voi sposi.

In terzo luogo, è bellissimo notare come Gesù ha preparato ogni cosa oggi nei minimi dettagli per dare un ulteriore lezione ai suoi. Come tre anni prima sulle stesse rive di quel lago, dopo la prima pesca miracolosa, avvenne la chiamata ufficiale a seguirLo, anche oggi Gesù ricrea la medesima situazione per tornare a chiamare Pietro, e con Lui, tutti gli altri. Difatti, nelle tre domande Gesù si rivolge a lui con “Simone”, il suo nome originale, volendo sottolineare un nuovo inizio. Sì, perché con il Signore ci può essere sempre una ripartenza, nonostante i nostri peccati.

E in questo stesso senso, Gesù oggi vi ricorda chi siete – sposi cristiani -, a quale missione vi ha chiamati – rendere presente l’amore di Cristo – e soprattutto vi ricorda che il motore di tutto nella vita è solo l’amore di Cristo e l’amore per Cristo. Quanto abbiamo bisogno che Gesù ci ricordi in continuazione la nostra identità e missione, perché il rischio è di essere fagocitati dall’ambiente circostante!

Cari sposi, sulle rive delle vostre vite oggi e sempre vi aspetta il Risorto per ricordarvi che Lui cammina con voi e continua a sollecitarvi a dare il meglio di voi nella vocazione di sposi.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è un simbolo di resurrezione per tante coppie che scelgono di non cedere al fallimento. A volte la vita sembra un deserto: reti vuote, fatica inutile, voglia di mollare. Ma c’è chi si aggrappa alla promessa fatta sull’altare, si fida e getta ancora le reti, anche senza capire. È lì che Cristo opera: trasforma il nulla in pienezza. Come a Cana, dove l’acqua diventa vino grazie all’obbedienza dei servi. Anche oggi, la Chiesa propone vie che sembrano folli, ma chi ascolta può scoprire una gioia profonda, frutto della fede, della perseveranza e dell’incontro con Gesù risorto.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Dio non si stanca mai di perdonare

Cari sposi, abbiamo negli occhi e nel cuore le immagini del funerale di Papa Francesco, l’evento che ci ha scosso tutti e ci ha riempito il cuore di commozione per un uomo che ha speso tutta la sua vita fino all’ultimo per Gesù e per la Chiesa. Papa Francesco è passato alla Casa del Padre proprio nella novena alla Divina Misericordia, come del resto anche Giovanni Paolo II. Non sono dettagli superficiali ma vere “Dio-incidenze” che gettano luce sul senso dell’esistenza del defunto.

Oggi la Chiesa celebra la Divina Misericordia, una tema molto caro a Papa Francesco; ricordiamo che il Giubileo straordinario nell’anno 2015 fu proprio dedicato ad Essa e l’anno successivo venne pubblicata Amoris laetitia, volendo così offrire a tutte le famiglie un segno chiaro di misericordia ed una motivazione a viverla anzitutto tra i suoi membri.

Una delle prime frasi di Papa Francesco, divenute celebri, è stata pronunciata nell’Angelus del 17 marzo del 2013: “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.”

La misericordia è uno degli attributi più importanti di Dio, secondo quanto insegna Giovanni Paolo II nell’enciclica Dives in misericordia (n. 13) e domandiamoci qual è il legame con il Vangelo odierno. Difatti, la Liturgia ci pone dinanzi l’incontro di Gesù con gli Apostoli; quest’ultimi ancora impauriti e non del tutto saldi nella fede, ricevettero dal Risorto una parola che è più di un saluto: “Shalom”. Non era solo l’equivalente ebraico del nostro “buongiorno” ma un vero e proprio regalo di amore. Donando la pace Gesù sta “trasferendo” negli apostoli il frutto della sua Morte e Risurrezione, motivo per cui soffiò lo Spirito per renderli davvero capaci di generare pace.

La grande Misericordia, uscita dal Cuore trafitto di Gesù, viene effusa sugli apostoli, senza che loro ne fossero degni o glieLo avessero chiesto prima. Si tratta di un Regalo infinito di Gesù che vuole curare la nostra povertà e fragilità, frutto dei nostri peccati.

Ma ecco allora che, a questo punto, il collegamento con voi sposi diventa ben chiaro. Voi siete capaci di fare altrettanto come gli apostoli, pur nel vostro piccolo. Mi piace inserire qui le stesse parole di Papa Francesco rivolte a voi:

Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita. Perdonarsi a vicenda è il risultato di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui. Cristo «abita» nel vostro matrimonio e aspetta che gli apriate i vostri cuori per potervi sostenere con la potenza del suo amore, come i discepoli nella barca. Il nostro amore umano è debole, ha bisogno della forza dell’amore fedele di Gesù. Con Lui potete davvero costruire la «casa sulla roccia» (Mt 7,24) (Lettera agli sposi in occasione dell’anno “Famiglia Amoris laetitia”).

Certo, per fare questo occorre “volgersi alla Misericordia”, come Gesù disse a Suor Faustina: “L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia” (Diario, pag. 84). Volgersi significa chiederla, impetrarla, supplicarla perché ci si considera poveri e deboli, mendicanti di un tipo di amore che non possiamo procurarci noi.

 Cari sposi, che grande festa è oggi! Siamo di festa perché non dobbiamo più vergognarci del nostro essere peccatori ma esporlo fiduciosamente ai raggi dell’Amore misericordioso di Dio e confidare nel potenziale di perdono che Egli ha messi nei nostri cuori! Guardate quei poveri apostoli, poco prima avevano rinnegato Gesù, l’avevano abbandonato nel Getsemani e adesso sono pieni di Spirito, pronti a ridonarlo a tutti. Ebbene, questa è anche la vostra missione e la vostra condizione: miseri sì, ma investiti dalla Misericordia di Dio e capaci di essere strumento di perdono e di concordia.

ANTONIO E LUISA

Quando riconosciamo la nostra imperfezione e la misericordia che Dio ci ha donato, nasce in noi uno sguardo nuovo verso il nostro coniuge. Non amiamo più in base ai meriti o ai difetti, ma come chi sa di essere stato perdonato e vuole perdonare. La misericordia ricevuta diventa misericordia offerta: pazienza, comprensione, fedeltà. Ogni limite dell’altro non è più una condanna, ma un’occasione di amare di più. Così, il matrimonio diventa un riflesso della tenerezza infinita di Dio.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Amore sempre vivo

Cari sposi, Cristo è Risorto, è veramente risorto!

Oggi proclamiamo e celebriamo il centro della nostra fede, la Buona Notizia per eccellenza. È un fatto reale che ha cambiato per sempre la storia umana, provato da diversi eventi, dalla tomba vuota, alle testimonianze oculari di così tante persone, dall’effusione del sangue di centinaia di migliaia di persone alla prova delle Sacre Scritture… Non è la sede per parlare di questo ma è bene ricordarlo. Non cristiani poggiamo i piedi su una fede salda, a cui la storia umana pure rende ragione:

La fede nella Risurrezione ha per oggetto un avvenimento storicamente attestato dai discepoli che hanno realmente incontrato il Risorto, ed insieme misteriosamente trascendente in quanto entrata dell’umanità di Cristo nella gloria di Dio” (Catechismo della Chiesa cattolica, 656).

E cosa c’entra la Risurrezione storica di Gesù con la mia vita? Papa Francesco ci dona una risposta sfidante: “che cosa significa risuscitare? La risurrezione di tutti noi avverrà nell’ultimo giorno, alla fine del mondo, ad opera della onnipotenza di Dio, il quale restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima, in forza della risurrezione di Gesù. Questa è la spiegazione fondamentale: perché Gesù è risorto noi resusciteremo; noi abbiamo la speranza nella risurrezione perché Lui ci ha aperto la porta a questa risurrezione. E questa trasformazione, questa trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui. Come Gesù è risorto con il suo proprio corpo, ma non è ritornato ad una vita terrena, così noi risorgeremo con i nostri corpi che saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Ma questa non è una bugia! Questo è vero. Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. Ma voi credete che Gesù è vivo? E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi” (Udienza 4 dicembre 2013).

Quello che sorprende è che la novità della Risurrezione parte sempre dalla morte del Venerdì Santo. Difatti, Pietro e Giovanni vedono il sudario e le bende in cui Gesù era stato legato, mentre Tommaso deve mettere le dita nelle ferite della crocefissione. Come a dire: solo se c’è stata morte, ci sarà risurrezione.

Tale realtà ha un aggancio importante per la vita di coppia. Difatti, la Chiesa insegna che “in virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» («Gaudium et Spes», 49)” (Familiaris consortio, 56).

Vale a dire che voi sposi siete un segno di Cristo morto e risorto, ci rendete presente la Sua morte e risurrezione ogni volta che vi amate, vi perdonate, vi servite e vi accogliete, seppur nell’imperfezione e nei difetti.

Quante volte ho contemplato sia il Golgota che il Sepolcro vuoto in tante coppie normali e comuni! Di questo ringrazio anzitutto il Signore che ha voluto così ma anche ringrazio voi per la capacità di generare vita dalle vostre piccole e grandi morti.

Cari sposi, nell’augurarvi una Santa Pasqua, vi invito nuovamente a ricordare che è proprio il Risorto ad aver preso dimora nel vostro amore. Se Cristo è risorto ed è vivo ancora nel 2025, vuol dire che il vostro amore è vivo e può esserlo sempre, fino alla vita eterna.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio, ogni crisi attraversata con fede diventa un passaggio pasquale. Come dice don Luigi Maria Epicoco, “la croce è l’unico luogo dove l’amore non è confuso con il possesso“. Anche tra sposi, si ama davvero solo quando si è disposti a “morire” al proprio egoismo. E proprio lì, dove sembra finire tutto, Dio può far rinascere un amore più puro. Don Fabio Rosini ricorda che “la resurrezione non è un ritorno al passato, ma un salto in avanti“. Così, ogni ferita sanata nella coppia diventa un segno della Pasqua vissuta: luce che nasce dalle nostre oscurità.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Contemplare lo Sposo

Cari sposi, siamo arrivati alle porte di Gerusalemme con Gesù, a conclusione di un “cammino” di quaranta giorni, in salita, con fatica, per finalmente intravedere il tempio di Salomone e intonare, cantando, i salmi delle ascensioni.

Se fossimo stati lì con Lui e i Dodici avremmo visto cose meravigliose. Giungendo, infatti, da est, da Gerico, saremmo passati a fianco del primo grande rilievo, il Monte degli Ulivi. Ancora prima della città stessa, avremmo notato questo monte che offre una vista spettacolare su Gerusalemme. Ma subito dopo saremmo stati colpiti dallo scorgere in lontananza il grande tempio, fatto costruire da Erode il Grande, con le sue pietre bianchissime e le decorazioni dorate che riflettevano la luce del sole. Il tempio spiccava in mezzo alla vasta corte, racchiusa da portici ben visibili a distanza. A proposito, lo storico Flavio Giuseppe scrive che “chi non l’aveva visto (il tempio), non aveva mai visto nulla di splendido” (Guerra Giudaica, Libro V, paragrafo 222). Ma non solo il tempio, pure la cinta muraria aveva il suo incanto, perfettamente integra e intervallata da possenti bastioni. Da ultimo, avremmo notato le tantissime case bianche, addossate l’una all’altra sulle colline, dai tetti piatti, usati spesso come terrazze.

Questa vista, per la profonda emozione vissuta, di solito commuoveva ogni pio ebreo che giungeva delle tre feste di pellegrinaggio (Pesach, Shavuot o Sukkot). Eppure, non fu così per Gesù ma al contrario, visse con particolare drammaticità quel momento. Non appena scorse il Tempio iniziò a piangere, non tanto per quello che avrebbe sofferto ma per il rifiuto del suo Popolo amato. Già qui intravediamo che l’amore di Cristo sta per svelarsi in tutta la sua grandezza e forza.

Tutte le letture di oggi mettono in luce il carattere filiale di Gesù per sottolineare la sua obbedienza al Padre, come ci relata Isaia a proposito del servo o nell’obbedienza di Cristo dell’epistola paolina. La parola “obbedienza” ha una radice e un significato alquanto espressivo perché deriva da “ob-audire”, cioè prestare ascolto a chi si ha dinanzi. È l’atteggiamento del Figlio che non perde una parola del Padre e ne accoglie la volontà fino al sacrificio.

Ma tale azione ha altresì un risvolto nuziale tangibile perché, come detto prima, Gesù fa tutto ciò per amore al suo Popolo, per volersi donare a una Sposa che non corrisponde al Suo affetto. Cristo, prima ancora di subire la Passione, la prova, la sperimenta, la incarna per la sua Chiesa. Ecco allora che voi sposi, contemplando Gesù in questa settimana, toccate con mano cosa volle dire San Paolo quando scriveva ai suoi fedeli di Efeso: “come Cristo ama la Chiesa”. Contemplatelo, gustatevi ogni scena, ogni eventi. Prendetevi del tempo per leggere il vangelo, per sintonizzarvi con Gesù, immedesimatevi in ogni scena che vive, non solo di fuori ma anche nel suo mondo interiore.

Come insegna S. Ignazio di Loyola, dinanzi a questi eventi dobbiamo “vedere le persone, ascoltare ciò che dicono, osservare ciò che fanno… come se fossi presente anch’io nella scena” (Esercizi Spirituali, n. 106ss) e tutto ciò porta come frutto a un incontro personale con Gesù, non una proiezione mentale mia, ma la grazia di essere raggiunto da Lui e di farmi sperimentale la vita di Gesù non solo come un ricordo ma piuttosto come un evento di salvezza che accade adesso nella mia vita.

Cari sposi, vi invito ad aguzzare la vita, a prestare l’orecchio in modo speciale a Gesù in questa settimana. È qualcosa che va nel vostro interesse, per poter toccare ancora una volta con mano quale grazia abita in voi. Perché, lo sapete bene, è proprio in questa settimana che Gesù ha sposato la Chiesa e ha vissuto fino in fondo il suo Matrimonio mistico con ciascuno di noi.

ANTONIO E LUISA

Io, da sposo, guardo Gesù entrare a Gerusalemme e capisco che amare non è aspettare applausi, ma restare fedele anche quando l’amore costa, anche quando l’altro non capisce. Gesù non si ritira, non cerca scorciatoie: ama fino in fondo. È così che voglio amare mia moglie, entrando ogni giorno nel mio piccolo “Giovedì Santo”, lavando i piedi, restando anche nel Getsemani. Perché l’amore vero non fugge: resta.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Uno sposo misericordioso

Cari sposi, siamo a poche settimane dalla Pasqua ed è importante che il nostro cuore si sintonizzi con quello di Gesù. La Pasqua è la novità assoluta, una cosa mai vista prima. Gesù vuole che ci prepariamo veramente a questo Nuovo che sta per coinvolgerci.

Sia la prima lettura che l’epistola di San Paolo ci ricordano quanto sia importante lasciare andare per essere aperti a ciò che Dio vuole fare di noi. Spesso vi sarà successo di voler riempire d’acqua una bottiglia ma di spruzzarvi perché l’aria da dentro non riesce a uscire. Parimenti, come fa il Signore a donarci la Pasqua, la Vita, la Risurrezione, se dentro di noi tratteniamo pensieri, ricordi, attaccamenti, pesi che ci ingabbiano nella nostra peggior versione?

È vero, ci sono cose brutte che la memoria potrebbe o anche vorrebbe trattenere, sia di cose spiacevoli personali come di problematiche avute con altri. Purtroppo, la memoria si può convertire quasi come il recipiente della spazzatura che però non viene svuotato e si accumulata in casa. In cambio, il Signore vuole liberarci da tutto questo peso e questo male che inevitabilmente ci portiamo dentro di noi.

Ma è anche vero il contrario! Il Signore non smette di coccolarci! Dobbiamo avere occhi per vedere e ringraziare i regali di ogni giorno. Proprio in una domenica come questa, Papa Benedetto ce lo ricordava: “Cari fratelli e sorelle, nella nostra preghiera dovremmo guardare più spesso a come, nelle vicende della nostra vita, il Signore ci ha protetti, guidati, aiutati e lodarlo per quanto ha fatto e fa per noi. Dobbiamo essere più attenti alle cose buone che il Signore ci dà. Siamo sempre attenti ai problemi, alle difficoltà e quasi non vogliamo percepire che ci sono cose belle che vengono dal Signore” (Benedetto XVI, udienza 12 ottobre 2011).

Comunque, gli occhi di tutta la Liturgia sono puntati sulla donna adultera, trascinata con violenza davanti a Gesù. Guardiamola dentro e fuori: è uno straccio, trema da cima a fondo, sa che da un momento all’altro potrebbe essere uccisa in un modo a dir poco bestiale, a colpi di pietra. Nel suo cuore un’immensa tristezza, vergogna e rabbia per quello che le sta accadendo ma è totalmente impotente, in balìa di una folla rabbiosa che può fare di lei ciò che vuole, nell’indifferenza più totale di chi sta a guardare.

Questo fatto, per quanto drammatico e carico di tensione, è nel fondo un profondo invito a lodare la misericordia di Dio che riesce magnificamente a intrecciarsi con la giustizia. Difatti Gesù non sta annullando la gravità dell’adulterio o sminuendo le responsabilità personali. Grazie all’incontro con questa donna, Gesù ci svela quanto Egli desidera più di ogni altra cosa che usciamo da ogni circolo vizioso e inghippo con il male ma anche da quella mentalità punitiva e giudicante che sovente applichiamo a noi stessi prima di riversarla sugli altri. Gesù è a dir poco geniale! Riesce in un colpo solo a donare misericordia alla donna e la vera giustizia agli accusatori, facendoli desistere dal male.

Cosa può significare per voi sposi questa vicenda? Gesù ancora una volta approfitta i contesti nuziali per svelare aspetti intimi del suo cuore e della sua vita, vedi per esempio il colloquio con i farisei circa il divorzio.

Banalmente il Vangelo sembra un invito a vigilare per non tradire il coniuge. E magari possiamo anche affermare, come di consueto, che il tradimento ha tanti modi di esprimersi, oltre l’aspetto fisico. Penso proprio che, per voi sposi, Gesù vuole andare più addentro e mostrarvi le immense profondità del suo Cuore.

È proprio la Sua misericordia il Nuovo di cui parla in vario modo la Parola odierna. Noi non sappiamo cosa sia la Misericordia divina! Ve lo dice uno che confessa, il nostro modo di concepire la misericordia ha una portata molto corta. L’unico modo per comprenderla è sperimentarla sulla propria pelle!

Come sposi siete stati arricchiti di un cuore misericordioso, chiedete a Gesù in questa domenica e nel tempo di Quaresima che rimane, di farlo agire in pieno, di renderlo pulsante, attivo e vibrante.

In questa scena lo Sposo è Gesù che accoglie con amore sia la Sposa-adultera ma anche la Sposa-scribi e farisei. Ad ognuno di loro dona misericordia, proprio come il Padre nel Vangelo di domenica scorsa. Finché non saremo investiti o ci lasceremo investire dalla Sua Misericordia non ci accorgeremo delle cose nuove che Gesù opera nella nostra vita.

Buon cammino di Quaresima e di conversione personale e di coppia!

ANTONIO E LUISA

Il segreto che ho imparato nel mio matrimonio — e che continua a insegnarmi l’amore — è questo: saper scrivere sulla sabbia le mancanze di mia moglie, invece di raccogliere pietre per lanciarle, come forse facevo all’inizio del nostro cammino insieme.

La chiave è la memoria. La memoria viva e grata di tutte le volte in cui ho sentito su di me la misericordia di Gesù, nella mia storia, nei miei peccati, nelle mie cadute. E la memoria delle volte in cui io stesso ho mancato di amare mia moglie come merita, e lei ha scelto di perdonarmi. Con il passare degli anni, questa memoria si arricchisce sempre più di perdoni dati e ricevuti, di fragilità accolte, di riconciliazioni silenziose. E proprio questo intreccio di misericordia e verità ci unisce sempre di più, trasformando anche gli errori in occasione per sperimentare un amore gratuito, maturo, benedetto da Dio.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista il libro Il dono del corpo. La sessualità come dono sacro tra gli sposi.

Acquista L’ecologia dell’amore

Figli con il cuore del Padre

Cari sposi, il cammino della Quaresima è lungo perché passa dal deserto, dalla fatica di purificarsi prima di entrare nella Terra Promessa. Abbiamo finora accompagnato Gesù nelle sue tentazioni, poi sul monte Tabor nella Trasfigurazione, infine l’abbiamo ascoltato nel messaggio esigente sulla conversione del cuore. Oggi il Signore ci dona un respiro e un momento di sollievo nella fatica di tenerGli il passo.

È la domenica in “Laetare”, una domenica che vuole darci un assaggio della gioia Pasquale e la gioia nella Sacra Scrittura porta sempre i tratti del banchetto, per essere un evento associato allo stare insieme senza pensieri, al buon cibo in buona compagnia. Conosciamo bene la parabola dei due figli e del padre misericordioso, un racconto che è penetrato a fondo anche nella cultura laica e nella mentalità comune.

Agli orecchi degli ascoltatori di 2000 anni fa tale racconto dovette anzitutto far ribrezzo a causa di un figlio che, nell’esigere il patrimonio con il padre vivente, di fatto gli sta augurando la morte e dimostra la più totale mancanza di relazione affettiva. Ma non da meno è stato suo fratello più grande, che manifesta una pari noncuranza di interesse per il suo ritorno e la sua rinascita interiore. Siamo di fronte ad una famiglia per certi versi disfunzionale e a un padre che forse non ha saputo educarli bene. Se a prima vista la parabola ci pare lontanissima nel tempo, immergendoci nel suo significato possiamo coglierne la sua perenne attualità.

Sia come sia la situazione vigente, comunque il grande protagonista positivo in tutto ciò è proprio il Padre che dimostra un cuore immenso e generoso nei confronti di entrambi i figli, per quanto si stiano comportando male, ognuno a suo modo.

Sebbene manchi per completo la moglie, la parabola ha un riflesso nuziale molto interessante. Possiamo infatti cogliere chiaramente una rilettura personalizzata per voi sposi.

Anzitutto, i due figli incarnano due tipi di coppia che anche oggi possono abitare e frequentare le nostre chiese. Il figlio giovane è la coppia che ancora trascina immaturità giovanili e adolescenziali mai risolte per cui sogna una vita fatta di benessere, dove potrà avere sempre i propri spazi e tutti gli hobby, anche sacrificando magari un po’ della relazione stessa. Succede così di vedere sposi che imbracciano la vocazione matrimoniale senza voler costruire un “noi” fondato e solido in comportamenti dediti all’ascolto, all’accoglienza delle diversità, alla comprensione del modo di essere altrui. Per cui poi gli anni passano veloci tra mille cose e magari pure con figli da accudire senza però aver costruito un rapporto profondo né con il Signore né tra coniugi. È inevitabile che una coppia così prima o poi sperimenti la fame e la penuria di cibo, perché non sta alimentandosi alla fonte dell’Amore.

Ma è pur vero che ci sono coppie che, persino con le migliori intenzioni e disposizioni interiori, vivono il matrimonio alla stregua del figlio maggiore, simbolo dell’orgoglio, dell’attaccamento alla propria mentalità e ai punti di vista rigidi. È l’amore che misura, che calcola ma con un suo sistema metrico che purtroppo è sempre assai ristretto e limitato. Mentre il Padre pensa in grande ed è capace di sacrificare il miglior vitello, il nostro fratellone al massimo sogna un piccolo capretto. L’amore umano è sempre circoscritto e nella coppia si fa presto a toccare i limiti del cuore, dell’uno e dell’altro.

Ecco allora che ci vuole Altro per affrontare tutta la vita assieme ma non come chi avanza con un pesante rimorchio bensì sapendo invece gioire, ridere e godersi un bellissimo banchetto. Ci vuole il cuore del Padre, che è ricco di misericordia, che perdona, che regala generosamente abiti preziosi, monili costosi e succulente vivande.

Il Padre sta qui per la grazia del matrimonio che può trasformare l’una e l’altra coppia in figli che sanno valorizzare quanto hanno e sanno fare festa di vero cuore, pur con tutte le loro povertà personali.

Cari sposi, chiediamo il dono della conversione del nostro cuore perché assomigli sempre più a quello del Padre. Concludo con questo bel pensiero di Papa Francesco proprio a tale riguardo: “La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore” (Angelus, 6 marzo 2016).

ANTONIO E LUISA

Il Padre è per noi sposi un modello insuperabile, un esempio da seguire con cuore umile e fedele. Noi, che siamo stati consacrati per essere immagine viva di quell’amore eterno, siamo chiamati ad amare come Lui: un amore che sa attendere sulla soglia, che perdona il male, che benedice anche quando riceve ingratitudine.

Il mondo guarda con ironia chi sceglie di amare in questo modo. Ma non è forse lo stesso scherno che ha accompagnato Gesù sulla croce? Nulla di nuovo sotto il sole. Eppure, l’amore vero dona tutto senza chiedere nulla in cambio. Io custodisco la mia relazione con Luisa come il tesoro più grande che possiedo, proprio perché in lei, accanto a lei, ho fatto esperienza di un amore così: libero, ostinato, fedele.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista L’ecologia dell’amore

Quaresima, Tempo di Fecondità Rinnovata

Cari sposi, la realtà che ci circonda a volte non la possiamo cambiare e purtroppo, ci sono cose dolorose che accadono, indipendenti dalla nostra volontà. In tal senso, Gesù cita due fatti di cronaca nera, uno è un gesto di crudeltà e ingiustizia del potere regnante, l’altro è una vera e propria sventura forse imprevedibile.

Gesù non sprona a una giustizia riparativa, né aizzando i connazionali alla ribellione antiromana né esortando a mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici. Piuttosto Gesù chiede perentoriamente di cambiare sguardo su di noi, sulla vita, sul mondo, in una parola, di convertirci. Un atteggiamento analogo a quanto Dio ha intimato a Mosè dicendogli: “togliti i sandali”, come a dire: “non restare a guardare incuriosito ma anzitutto disponiti ad accogliere umilmente le mie parole”.

Ma ciò è solo il preambolo di un’altra riflessione successiva: il fico e i suoi frutti. Un fatto che sicuramente tutti noi abbiamo vissuto, quello di piantare in vaso o in orto un alberello o un vegetale per poi non veder l’ora di raccoglierne il frutto.

Cosa ci vuol dire nel fondo il Signore in questa Quaresima? Anche oggi ci sono tanti, troppi fatti deplorevoli a livello internazionale, nazionale e locale. Ma Gesù ci invita a non perdere tempo in lamentele sterili ma puntare diritti alla nostra conversione in ordine a una vita feconda e ricca di frutti. Il tempo è poco, la nostra esistenza breve. Di quanto è nelle nostre mani, un giorno il Signore ci chiederà conto.

Ed ecco voi sposi siete pienamente implicati in questa drammatica vicenda. Voi che avete ricevuto una promessa specialissima di fecondità, di crescere e di moltiplicarvi (cfr. Giovanni Paolo II, Catechesi sull’amore umano 14 novembre 1979).

Nella Genesi la benedizione per la fecondità è anzitutto data agli animali in senso ampio e poi in particolar modo alla coppia di Adamo ed Eva. Analogamente, se anche nel Vangelo il proprietario si attende frutti dal fico, quanto di più “il padrone della messe” non ne attende dalla coppia e famiglia?

Siete stati benedetti e ricolmati di un dono particolare nel matrimonio, ora Gesù vi sprona a far fruttare il talento ricevuto. La fecondità ha nel Vangelo un campo vasto di applicazione, ben oltre il concepimento di un figlio. Di questo abbiamo perlomeno due riferimenti molto chiari e precisi di Giovanni Paolo II e di Francesco.

Anzitutto la fecondità abbraccia i diversi ambiti della vita, compresa quella spirituale: “non si restringe però alla sola procreazione dei figli, sia pure intesa nella sua dimensione specificamente umana: si allarga e si arricchisce di tutti quei frutti di vita morale, spirituale e soprannaturale che il padre e la madre sono chiamati a donare ai figli e, mediante i figli, alla Chiesa e al mondo” (Familiaris consortio, 28).

Poi Papa Francesco si rivolge piuttosto ai frutti della fecondità che vanno ben oltre la coppia e famiglia stessa, generando una stima e ammirazione contagiosa anche in chi è esterno ad essa: “Con la testimonianza, e anche con la parola, le famiglie parlano di Gesù agli altri, trasmettono la fede, risvegliano il desiderio di Dio, e mostrano la bellezza del Vangelo e dello stile di vita che ci propone. Così i coniugi cristiani dipingono il grigio dello spazio pubblico riempiendolo con i colori della fraternità, della sensibilità sociale, della difesa delle persone fragili, della fede luminosa, della speranza attiva. La loro fecondità si allarga e si traduce in mille modi di rendere presente l’amore di Dio nella società” (Amoris laetitia, 184).

Cari sposi, vi auguro e vi incoraggio all’ascolto dello Spirito in questa Quaresima che ci urge tutti ad accogliere la sua azione in noi e colmare la nostra vita di buoni e santi frutti.

ANTONIO E LUISA

La fecondità degli sposi non si misura solo nei figli, ma nella capacità di irradiare l’amore di Dio attraverso la propria vita. Come un sasso gettato in uno stagno crea cerchi concentrici che si allargano sempre più, così l’amore coniugale, se saldo e nutrito, si propaga naturalmente. Tutto parte dal cuore della coppia, unita nel sacramento del matrimonio: lì nasce una sorgente di amore autentico, capace di raggiungere i figli, gli amici, la comunità e il mondo intero. Ma se si trascura questo centro, se si mette da parte la coppia per dedicarsi solo ad altre relazioni o attività, si rischia di disperdere energia e vita. Non si tratta solo di “fare tanto”, ma di far fluire quell’amore che sgorga dalla comunione profonda tra marito e moglie. È lì che Dio si manifesta e porta frutto, toccando ogni anima incontrata sul cammino.

Acquista il libro con gli articoli più belli del blog

Acquista L’ecologia dell’amore





Trasfigurati cioè trasformati

Cari sposi, stiamo addentrandoci sempre più in questa Quaresima 2025 e sicuramente state sperimentando nuovi soffi dello Spirito, sfide diverse rispetto a un anno fa, situazioni distinte in cui il Signore vi chiama a crescere e a purificarvi.

La Liturgia è assai ricca e densa di stimoli. Anzitutto lo vediamo a partire dalla Prima Lettura, un testo che ci offre uno spaccato della vita di Abramo di un’attualità direi commovente. Abramo è molto anziano e, nonostante quella promessa di discendenza, avuta dai Tre personaggi misteriosi in un afoso pomeriggio d’estate, nulla di nuovo sta accadendo. Abramo si ritrova così, nel cuore della notte, solo con i suoi pensieri, afflitto dal rimorso di aver fallito come marito e padre mancato. Dio non lo lascia mai solo ma lo conduce fuori dalla tenda ed ecco che una volta illuminata da migliaia di stelle lo avvolge da ogni lato. Che spettacolo! Credo che nessun luogo italiano potrebbe eguagliare quella vista di cielo terso, senza un briciolo di contaminazione. Così Abramo fa l’esperienza piena del “desiderio”, della capacità di guardare al Cielo come tensione verso Dio. Dante lo disse in un altro modo: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Inf. XXXIV, 139) cioè, dopo il viaggio nelle tenebre infernali, Dante e Virgilio finalmente rivedono il cielo stellato, simbolo della liberazione e della possibilità di redenzione.

Il Signore lo sta purificando proprio nella sua concezione di famiglia, frutto della mentalità del suo mondo, cioè un clan serrato, che costituiva l’onore e il vanto di ogni uomo e che garantiva la possibilità di prolungare la propria esistenza nei discendenti.

Abramo rappresenta ogni genitore, ogni coniuge che è chiamato a sollevare continuamente lo sguardo all’Alto, verso Dio come il compimento ultimo del proprio destino e della propria missione sponsale e genitoriale e a distogliere in cambio lo sguardo dal basso, ossia da ogni tentazione possessiva e idolatrica nei confronti della propria famiglia, figli o beni.

La seconda lettura è un rincaro di dose, tant’è che essa normalmente viene utilizzata nel tempo di Pasqua. È come se già, in piena Quaresima, avessimo un guizzo di luce della Risurrezione. Anche Paolo ci dice di guardare in Alto, al Cielo come la vera casa, la vera famiglia a cui tendere e ci ricorda che ciò che dobbiamo cambiare non sono le cose che facciamo ma lo sguardo, l’atteggiamento più profondo con cui le vediamo.

E infine, il Vangelo è il suggello finale di ogni lettura. Gesù ha un gesto di tenerezza verso Pietro, Giacomo e Giovanni. Vuole condividere con loro qualcosa di molto intimo e personale, nientemeno che il proprio dialogo con il Padre nello Spirito e la Sua vera identità di Figlio di Dio. Ma che fanno questi tre? Si mettono a dormire, simbolo della loro mentalità pur sempre umana, terra-terra, mondana.

Traducendo tutto ciò in linguaggio sponsale, si comprende che la Trasfigurazione è una chiamata che anche la coppia riceve nel sacramento del matrimonio. Ogni vocazione matrimoniale significa che Gesù vi prende per mano in coppia e vi porta sul monte per farvi sperimentare un’altra qualità di Amore, per arricchirvi di una relazione non più solo umana ma divina.

Lo dicono i vescovi italiani molto bene: «per la grazia dello Spirito Santo, la coppia e la famiglia cristiana diventano “Chiesa domestica”, in quanto il vincolo d’amore coniugale tra l’uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega, nella forza dello Spirito, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sua sposa. In tal modo la coppia e la famiglia cristiana sono rese partecipi dell’amore di Cristo per la Chiesa secondo un modo e un contenuto caratteristico, cioè nella “comunione” dei membri che le compongono e con la realtà dell’“amore” coniugale e familiare» (CEI, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 7).

Ogni coppia è chiamata alla Trasfigurazione, cioè a una trasformazione vera della propria capacità di amare che solo Cristo può donare. Ma, come per Gesù, la Trasfigurazione è l’esito finale dopo la Passione e Morte, anche per la coppia il cammino non può che passare da lì, non può esimersi dal dover continuamente attraversare crisi e sofferenze. Non sorprende che Papa Francesco in Amoris laetitia parli proprio di “trasfigurazione” dopo aver citato la crisi: «in fondo (gli sposi) riconoscono che ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (Amoris laetitia 238).

Il mio augurio e desiderio che oggi vi riconosciate anche voi in quegli apostoli e vi vediate come due semplici discepoli in cammino, chiamati e convocati da Cristo a fare la medesima esperienza che in definitiva porta al Cielo, ad entrare in coppia nella Vera Casa.

ANTONIO E LUISA

Come può una coppia vivere la trasfigurazione nella vita quotidiana? Nei nostri ventitré anni di matrimonio posso testimoniare che guardo Luisa con uno sguardo davvero diverso, unico. Sono certo di scorgere in lei una bellezza che soltanto io posso vedere, e credo profondamente che questo sia vero per tutte le coppie che vivono pienamente il matrimonio.

Nella nostra esperienza, abbiamo capito che la trasfigurazione quotidiana passa attraverso alcuni elementi essenziali: innanzitutto la preghiera condivisa, che ci permette di guardare insieme nella stessa direzione, verso Cristo; il perdono quotidiano, capace di rinnovare ogni giorno la nostra relazione; l’amore nutrito da piccoli gesti quotidiani di tenerezza, cura e servizio reciproco; l’affrontare insieme le difficoltà della vita, che anziché separarci ci hanno resi più uniti e solidali; e infine, senza mai trascurarla, l’intimità fisica che è espressione concreta e profonda della comunione dei nostri cuori.

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Purificarci dagli idoli

Cari sposi, la scena di oggi si colloca quando Gesù, poco dopo il Battesimo di Giovanni, vive qualcosa di inedito nel deserto. Gli esegeti sono concordi nel dire il luogo esatto che si trova nella zona poco distante da Gerico, un territorio caratterizzato da un paesaggio arido, collinare e roccioso, dal clima caldo e secco, poco ospitale per fauna e flora. Di conseguenza, se era solo, come facciamo a sapere di una cosa avvenuta nel cuore di Gesù? Evidentemente Cristo ha condiviso con gli apostoli quanto gli era accaduto e tutto ciò senza ombra di dubbio aveva il fine di renderci tutti consapevoli di come agisce il tentatore.

È chiaro allora che Gesù oggi ci sta “allenando” ad affrontare la tentazione, perché, a ben vedere, nessuno se ne può sottrarre e non ci è dato di chiedere a Dio di togliercele. Tanto è così che lo Spirito Santo in persona ha messo Gesù nelle condizioni di essere provato. Quindi anche noi dobbiamo smettere di lamentarci se siamo bersagliati di cattivi pensieri o stimoli negativi, piuttosto vediamolo come una parte integrante della nostra vita cristiana. Giobbe lo ha detto con molta chiarezza: “Militia est vita hominis super terram” (Gb 7, 1). Piuttosto, chiediamo a Gesù la grazia di saper affrontare e vincere ogni tentazione. E il Vangelo odierno, in ciò, cade a fagiolo.

È proprio, Gesù a svelarci la medesima struttura di tutte e tre le tentazioni. Anzitutto, il demonio si approccia a noi sempre usando una cosa buona, lecita e normale per convertirla poi in un problema e in ultima istanza in un idolo. In questi casi è il cibo, poi le proprietà o i soldi e infine l’immagine che vogliamo dare agli altri.

Dice al riguardo Papa Francesco:

«Così fa con noi, il diavolo: arriva spesso “con gli occhi dolci”, “con il viso angelico”; sa persino travestirsi di motivazioni sacre, apparentemente religiose! Se cediamo alle sue lusinghe, finisce che giustifichiamo la nostra falsità, mascherandola di buone intenzioni. Per esempio, quanto volte abbiamo sentito questo: “Ho fatto affari strani, ma ho aiutato i poveri”; “ho approfittato del mio ruolo – di politico, di governante, di sacerdote, di vescovo –, ma anche a fin di bene”; “ho ceduto ai miei istinti, ma in fondo non ho fatto male a nessuno”, queste giustificazioni, e così via, una dietro l’altra. Per favore: con il male, niente compromessi! Con il diavolo, niente dialogo! Con la tentazione non si deve dialogare, non bisogna cadere in quel sonno della coscienza che fa dire: “Ma, in fondo non è grave, fanno tutti così”! Guardiamo a Gesù, che non cerca accomodamenti, non fa accordi con il male. Al diavolo oppone la Parola di Dio, che è più forte del diavolo, e così vince le tentazioni» (Angelus, 6 marzo 2022).

Ecco l’arte del diavolo: tramutare i beni a noi necessari in idoli. Mentre Gesù ci insegna che tutto è un mezzo per fare il bene, il demonio trasforma i mezzi in fini e il risultato è che li fa apparire ai nostri occhi come veri e propri idoli. L’idolo è una falsa sicurezza, uno scimmiottamento di Dio stesso. Il demonio pretende solo di farci distogliere lo sguardo da Cristo e di inchiodare la nostra testa e il nostro cuore in mille preoccupazioni, a volte fittizie. Solo per allontanarci dal nostro Fine ultimo.

E quindi nella vita matrimoniale ciò si traduce in tante modalità. Si può far diventare il coniuge un idolo, il proprio rapporto di coppia un idolo, la carriera, la casa, il benessere fisico… e che dire poi dei figli? Quale grande tentazione di renderli l’obiettivo della vita di coppia!

S. Ignazio di Loyola, celebre, tra le altre cose, per aver plasmato le illuminazioni ricevute da Dio negli “Esercizi Spirituali”, ha dedicato la prima settimana degli stessi al famoso “principio e fondamento”. Ossia, tutto il percorso di crescita negli esercizi presuppone che la persona prima faccia ordine e metta ogni cosa al proprio posto, lasciando Dio come il fine ultimo della propria esistenza.

Domandiamoci ora: ci sono cose o persone che stai convertendo in idoli nella vita di coppia? C’è qualcosa di buono e sacrosanto che però stai considerando più di quello che è?

Quanto bene fa alle coppie scoprire che lo Sposo della coppia è Gesù. Perché inevitabilmente proietta lo sguardo oltre la relazione nuziale e la libera da ogni autoreferenzialità mettendo i coniugi in cammino verso la medesima direzione.

Il cammino della Quaresima è un momento forte di Grazia per andare all’essenziale nella nostra vita di fede, purificandoci da tanti idoli. Come persone e come coppie, coglietela al volo.

ANTONIO E LUISA

Ho fatto il salto di qualità con Luisa quando mi sono posto una domanda. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona.

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Quaresima in vista, frutti abbondanti in palio

Cari sposi, oggi è l’ultima domenica del tempo ordinario perché mercoledì iniziamo il tempo forte della Quaresima. Vedendo i temi trattati oggi, si può dire che, in un certo senso, la Liturgia ci sta già preparando a questo grande momento.

Leggendo il Vangelo, mi è balenato un ricordo degli studi delle superiori, un vecchio proverbio inglese: “Sweep in front of your own door before you complain about the street”, in parole povere: “Pulisci prima davanti al tuo uscio invece di lamentarti della sporcizia della strada”. È, in effetti, fin troppo ovvio il senso delle parole di Gesù di rimuovere la nostra “trave” prima di pensare alle “pagliuzze” altrui.

Ma il senso generale di questo Vangelo va più in profondità e si coglie alla luce di tutte le altre letture. In questa settimana abbiamo iniziato infatti il ciclo del libro del Siracide, un testo di genere sapienziale, in cui un padre vuole educare il proprio figlio ad una vita ispirata alla sapienza. Questo è il punto di vista da cui guardare anche al Vangelo e così si comprende come Esso costituisca un grande invito a vivere secondo la vera sapienza, che in fondo è la luce della fede.

Difatti, può essere saggia una persona che sparla, si lamenta, ironizza e genera chiacchiericcio attorno ai difetti altrui? Evidentemente questa persona non sa, ma soprattutto non vuole, guardare anzitutto dentro di sé. Perché è questo l’atteggiamento del saggio, come ci insegna S. Agostino quando ammette la propria immaturità giovanile: “Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo” (Confessioni 10, 27).

Vivere fuori di sé, distratti da mille altre cose e non stare sul pezzo, cioè sulla propria vita è assimilabile alla persona cieca. Non per nulla è quanto accade a chi ha una trave nell’occhio. Dice san Giovanni della Croce che: “L’anima che non cerca la luce divina rimane nelle tenebre della propria ignoranza”.

Chi invece esamina la propria esistenza e la propria condotta alla luce di Dio, questi sta imbroccando la vera via della sapienza e va per la buona strada. E dove porta questa strada? Alla vita feconda secondo lo Spirito. Ecco perché nel Vangelo poi si parla proprio di frutti e non qualsiasi frutto. Il fico e l’uva sono evidenti sinonimi di fecondità e fertilità, mentre le spine e i rovi il loro esatto contrario. L’ideale della persona saggia non può che essere la vita feconda, la vita che produce frutti buoni per sé e per gli altri.

Per voi sposi, in particolare, è molto interessante e sfidante questo brano del Vangelo. Su di voi è già stata pronunciata una benedizione di fecondità molto esplicita nel giorno del vostro matrimonio: “Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione” (Rito del matrimonio 74). Per voi la fecondità non è un optional, non è riservata ai coniugi Quattrocchi e coppie simili ma tutti voi siete chiamati e avete tutte le grazie per essere fecondi.

E uno dei tanti cammini di fecondità è tramite la parola. Voi coniugi siete chiamati ed avete il dono di vivere una condivisione e un dialogo molto profondo, che scenda fino alle profondità del cuore. Condividersi le paure, le gioie, le speranze, le inquietudini, i desideri… niente di più scontato quando la vita frenetica porta a restare sulle “comunicazioni di servizio” (compiti dei figli, bollette, visite mediche…). Invece il vostro Sposo vi spinge ad arrivare a condividervi e parlare del vostro rapporto con Lui, a quanto Gesù ha fatto oggi per me, cosa mi ha detto nel Vangelo del giorno…

Questo senza dubbio è un sentiero che porta molto in alto, alle vette della vita spirituale e quindi della vera fecondità secondo lo Spirito.

È di certo un cammino costoso ma proprio per questo anche un eccellente proposito di Quaresima per crescere nel vostro amore nuziale e nel vostro rapporto con Gesù.

ANTONIO E LUISA

Siamo tutti mancanti, nessuno è perfetto. Eppure, quando affrontiamo le difficoltà coniugali, tendiamo a focalizzarci solo sui difetti dell’altro. Questo atteggiamento è sterile. Il vero cambiamento inizia dentro di noi: solo lavorando sulle nostre fragilità e aprendoci alla grazia possiamo trasformare il nostro cuore e, di conseguenza, migliorare la relazione. L’amore cresce quando ci assumiamo la responsabilità della nostra conversione quotidiana.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Quattro passi verso la libertà del cuore

Cari sposi, come corre il tempo! Il Natale ce lo siamo lasciato dietro poco fa e nel giro di pochi giorni inizieremo l’arduo cammino della Quaresima. In questo senso, la Chiesa, quale saggia Maestra, ci sta già preparando con una Parola centrale in tutto il Vangelo.

Nel contesto biblico, il nemico è spesso visto come chi fa del male, chi perseguita od ostacola il bene. Ognuno di noi può diventare nemico di un altro, può succedere mentre guidi per strada, al supermercato, sul lavoro, a passeggio nel parco…

Ogni volta che siamo offesi, che ci viene fatta un’oggettiva ingiustizia sorge spontaneo il desiderio di rivalsa, cioè di riottenere fisicamente o moralmente il bene perso. Di per sé, l’ira è una reazione emotiva legittima di fronte all’ingiustizia o al male. Il problema è quando diventa disordinata.

L’ ira, nella sua natura, cerca la vendetta; ciò non ha affatto un senso negativo ma significa solo “riscatto, redenzione, liberazione”. Per questo, il massimo teologo cattolico, San Tommaso d’Aquino, nella Somma teologica, sembra giustificare la vendetta quando scrive: “Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito”; ma è lodevole imporre una riparazione “al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia” (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 158, 1, ad 3). In altre parole, quello che stava facendo Davide a Saul non era in partenza sbagliato, essendo stato più volte in pericolo di vita per sua causa. Ma la vendetta è lecita solo se è esercitata da chi ha l’autorità per punire (ad esempio, un giudice o un governante) e se mira alla correzione del colpevole e al bene della comunità, oppure se mira a correggere il peccatore e dissuadere altri dal commettere lo stesso errore. Purtroppo, lo sappiamo bene, essa facilmente diventa illecita se la vendetta nasce dal desiderio di male per l’altro, dalla rabbia o dall’odio, o causa più male che bene, oppure è esercitata senza autorità legittima e infine se invece di correggere il colpevole, lo annienta.

Ma che succede quando l’ingiustizia avviene tra due che si sono promessi fedeltà per tutta la vita, vivono sotto lo stesso tetto e dormono nello stesso letto? La questione si complica enormemente.

Il primo che lo sa è Nostro Signore e nel suo infinito realismo riguardo alla vita matrimoniale, ben più dei migliori counselor e terapeuti di coppia, ha pensato bene di fare un dono speciale nel giorno del matrimonio. Oltre a benedire i coniugi e a renderli fecondi, ha dato loro un Dono speciale: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati(Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13). Il dono è lì sul comodino… bisogna usarlo quotidianamente perché entri in circolo ed aiuti ad arrivare a quel di più nell’amore che non è la giustizia, i piatti della bilancia perfettamente in linea.

So bene per esperienza che è dura, tra l’altro le notizie sulle due guerre attuali ci mostrano giornalmente quanto sembri impossibile perdonarsi. Proprio a tale riguardo vorrei citare per completo un post di Gigi De Palo, presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, di quasi due anni fa:

“Il 20 marzo del 2002 facevo parte di una delegazione di giovani che portava la lampada della pace a Simon Peres e a Yasser Arafat. […] Quando 22 anni fa eravamo lì, ricordo che facemmo un gioco con i giovani palestinesi e i giovani israeliani dove si dovevano indovinare alcune parole attraverso il gioco dei mimi. Giuro non è uno scherzo, ma non riuscimmo a tradurre e a far indovinare agli uni e agli altri la parola “perdono”. Ecco, io credo che – e la situazione folle che stiamo vivendo lo dimostra – non ci possa essere la pace senza il perdono. Perché la “giustizia” non basta quando la situazione è così compromessa. Facciamo incontrare le persone semplici, le mamme che hanno perso i loro figli in questa immensa tragedia. Perdonare non è puerile, è un atto concreto ed è l’unico che può davvero cambiare questa storia. Perdonare è un atto maturo e sovversivo. È l’unica speranza per la pace.

Ma c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni. E l’ho capita in particolare modo da quando sono sposato e sono diventato padre. La pace si impara in famiglia. Perché è un fatto concreto, non un’ideologia. E in famiglia ho compreso che nonostante sui libri ci venga insegnato che giustamente «non c’è pace senza giustizia», nella realtà non basta. Negli anni ho compreso che non può esserci pace senza perdono. È la cosa più difficile del mondo, ma è la sola cosa che risolve definitivamente i conflitti”.

Che forte! È proprio vero: la pace, il perdono, la riconciliazione, la concordia… sono tutte cose che si imparano in famiglia, sono doni che i genitori si fanno per primi a vicenda e da loro scendono sui figli.

Questo è il grande potere sanante del matrimonio, il talento e la marcia in più che esso ha riguardo ad ogni altra relazione, come ci ricorda Papa Benedetto:

Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus caritas est, 2).

Gesù, come già detto, è assolutamente consapevole della difficoltà di quanto sta chiedendo e per questo ci propone una gradazione che rende il cammino più umano:

  • 1) “pregate per coloro che vi trattano male”: il primo passo è sempre offrire al Signore il dolore e la sofferenza e affidare a Lui chi ci fa del male;
  • 2) “benedite”, cioè, pensare e volere il bene nel nostro cuore, anche se non riusciamo ancora a muovere un dito;
  • 3) “fate del bene” e quindi comportarci bene, con gentilezza, con benevolenza, a partire dalle piccole cose;
  • 4) “amate”, a questo punto lo Spirito da dentro di noi ci dà la forza di avere quel cuore grande che sa essere misericordioso e comprensivo anche verso chi ci ha procurato dolore ingiustamente.

Concludo invitandovi sempre a provarci ogni giorno, a non smettere mai di implorare la grazia e ad avere il cuore aperto all’azione del Signore.

ANTONIO E LUISA

L’amore di coppia autentico si misura nei momenti di difficoltà: è vero amore o solo egoismo reciproco? Il Vangelo ci chiama a un amore che va oltre l’offesa, la mancanza e perfino il tradimento, un amore che perdona come Cristo sulla croce. Nella coppia, i momenti di crisi sono opportunità per sperimentare un amore gratuito, che non dipende dai meriti ma dalla scelta di amare sempre. Questo amore è il “cemento armato” che tiene saldo il matrimonio, rendendolo segno della Grazia del sacramento: amare come cristiani significa amare anche quando l’altro si comporta da nemico.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Per amore, mi fido totalmente di Te

Cari sposi, c’è un fatto nel Signore degli anelli che, come tante altri aspetti, contiene un significato simbolico sempre attuale.

Era l’anno 3434 della Settima Era e nell’immensa pianura di Dagorlad, laggiù, tra le colline degli Emyn Muil e la gola di Cyrith Gorgor, si erano schierati in ordine di battaglia due eserciti sconfinati: quello dell’Ultima Alleanza, guidato da Gil-Galad, capo degli Elfi, ed Elendil, Re degli Uomini dell’Ovest, mentre a varie centinaia di metri ecco la masnada degli Orchi con a capo il terribile Sauron.

Dopo ore di lotta furibonda, Isildur, figlio di Elendil, riuscì a tagliare il dito di Sauron nel quale portava il famoso Anello. Ecco finalmente la grande occasione per porre fine al male nella Terra di Mezzo. Ora Isildur ha l’opportunità di cancellare per sempre il ricordo di Sauron e purtroppo, tradendo ogni aspettativa degli Uomini e degli Elfi, invece di distruggere l’Anello gettandolo nel fuoco del Monte Fato, sceglie di tenerlo per sé, corrotto dal suo potere. Questo errore permette all’Anello di sopravvivere e al male di continuare ad agire.

Come sappiamo J. R. R. Tolkien era un credente ed ha intriso il suo capolavoro, Il Signore degli anelli, di una profonda allegoria con la storia della Rivelazione nella sua storia e nei suoi simboli

E difatti, la scena anteriore contiene un riferimento che va assai in linea con quanto leggiamo oggi nella Parola. Isildur, gonfio di entusiasmo per aver vinto la battaglia e forte del possesso dell’anello, si lascia trascinare dal desiderio di potere e di autosufficienza, finendo per divenirne succube, al punto da trovare successivamente la morte.

È interessante vedere come nella prima lettura, la fiducia è sempre legata alla fede nel Signore. Non esiste una persona che confidi totalmente in Dio e poi si appiccichi ai soldi, al potere, alla fama, piuttosto deve fare una scelta radicale a chi donare il cuore. Per questo, nella seconda lettura, Paolo ci ricorda che l’origine della fiducia non è un vago ottimismo ma è Cristo Risorto che sempre vive con noi ogni giorno.

Il Vangelo ci mostra Gesù parlando proprio di questa fiducia perché il portale delle beatitudini è proprio la povertà in spirito, cioè l’essere umili e sapersi fidare di Dio. Esattamente ciò che ha fatto Pietro domenica scorsa quando ha lanciato le reti in un modo del tutto contrario alle più elementari regole della pesca. Fidandosi ha ottenuto molto frutto!

È interessante la declinazione che, di questo brano, fa Luca rispetto a Matteo. Il primo include anche “guai” oltre che “beatitudini”. A chi va diretto il rimprovero di Gesù? Ai ricchi che pensano di non aver bisogno di altro e che fanno delle loro “sicurezze” umane, la loro unica consolazione. Infatti, Luca, nel v. 24, usa un termine tecnico del linguaggio commerciale, il verbo apéchō, che potremmo anche rendere «gli è stata pagata per intero», creando così un contrasto con la «ricompensa nel cielo» di cui parla al v. 23. Come emerge anche da altri passi del vangelo, la ricchezza (intesa in senso materiale) rappresenta per Luca la situazione alternativa alla fede, perché implica la negazione della priorità dell’ascolto della Parola di Dio e della ricerca di Lui nella propria vita. Chiaramente, così intesa, la ricchezza genera idoli ed è per questo che chi segue idoli e non il Signore Gesù, si merita un duro rimprovero.

È bello qui vedere il parallelismo che si crea con la condizione sponsale. Quando una coppia inizia a camminare con il Signore, a fargli spazio nell’ascolto della Parola, a condividersi le cose belle che Gesù ha fatto nella propria vita, la vita nuziale comincia a dare frutti insospettati. Accadono cose nella coppia e attorno alla coppia che dimostrano che non si è affatto soli ma il Risorto comincia a guidare misteriosamente le vite dei coniugi.

In particolar modo, restando sul tema di oggi, è davvero consolante osservare coppie che si fidano di Gesù. Coppie che vivono di Provvidenza, che accolgono una nuova vita, che ritentano a restare insieme nonostante la crisi, che accettano una responsabilità nella chiesa o di cambiare casa, lavoro, città… Sono tanti i modi in cui le coppie che ho incontrato nella mia esperienza mi hanno testimoniato concretamente cosa significa questo fidarsi di Dio.

Mi piace concludere con un brano di Papa Francesco in cui ci rilancia il Vangelo sotto forma di domanda:

“io – ognuno di noi – ho la disponibilità del discepolo? O mi comporto con la rigidità di chi si sente a posto, di chi si sente per bene, di chi si sente già arrivato? Mi lascio “scardinare dentro” dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee? E poi, con la logica delle Beatitudini, al di là delle fatiche e delle difficoltà, sento la gioia di seguire Gesù?” (13 febbraio 2022)

ANTONIO E LUISA

Beati. Questa parola risuona più volte. Per gli ebrei, il beato era chi seguiva la sapienza di Jahvé nella Torah, mettendo Dio e la sua Legge al primo posto. Gesù parla di beatitudine come consolazione, una ricompensa che riempie il vuoto con la Grazia divina. Davanti a incomprensioni e sofferenze, possiamo reagire con freddezza o affidarci a Dio. Pregando, chiediamo il suo aiuto per perdonare il coniuge e trasformare il dolore in amore. Così avviene il miracolo: il matrimonio diventa dimora di Dio, che ci dona tutto per realizzare il suo progetto d’amore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui





Non vergognarti di chi sei

Cari sposi, nel nostro mondo, la scena evangelica ci parla di cose e oggetti a noi poco familiari. Chi, infatti, ha mai maneggiato una rete da pesca? Possiamo solo immaginarlo o magari averlo visto in televisione. Ma la pesca a reti era tra i mestieri più evidenti per Gesù, nativo di un villaggio vicino al grande lago di Genesaret.

Le reti menzionate nel Vangelo sono a strascico o da circuizione e potevano raggiungere una lunghezza di circa 100 metri, con un’altezza tra i 2 e i 4. Per questo motivo, il loro uso richiedeva più mani ed una barca capiente per essere tirate a riva. Composte di fibre naturali, come lino o canapa, necessitavano manutenzione costante per evitare rotture o deterioramenti per l’umidità. Tutto ciò fa capire quanto il pescare in tali condizioni fosse un’attività faticosa, solo per gente esperta ed abile.

Pietro era proprio uno di questi, non per nulla a capo della piccola ditta di pescatori. Oggi è seduto vicino alla riva e, con i suoi colleghi, mentre lavorava stava però ad ascoltare il Maestro nella sua predicazione. Lo faceva con attenzione e rispetto perché Gesù, fino a quel momento, aveva già fatto diverse guarigioni prodigiose. Che onore avere una tale persona vicino a sé!

Ma l’onore presto svanì con quella richiesta così ingenua: “prendi il largo e butta la rete”. Conoscendo il carattere un tanto fumino, gli deve aver provocato un misto di risata e di imbarazzo… Avrà pensato: “Siamo stanchi morti dopo una notte che ci è andata buca e poi lo sa anche un bambino che i pesci ci vedono benissimo. Di giorno, al primo movimento, scappano giù a fondo e chi li prende più? Mah! Come fa a non saperle ‘ste cose?

E poi avvenne l’incredibile. Mai visto un banco di pesci così grande in rete! Se Pietro aveva già intuito che Gesù fosse un grande, ora con quel fatto sconvolgente, gli viene la tremarella alle gambe e, da uomo schietto e diretto, cade in ginocchio davanti a Lui, in un misto di adorazione, riverenza, umiltà.

Che può dire una scena del genere per voi sposi? Lo capiamo bene mettendo in parallelo la prima lettura con il Vangelo. È la nostra povertà, il nostro limite, i peccati e le cadute che possono prima o poi farci sentire indegni di essere cristiani o perlomeno di ricoprire un ruolo o una responsabilità nella Chiesa. Come anche ottenere l’effetto di spegnere l’entusiasmo nella vita nuziale. E poi, se iniziamo a compararci con altre coppie che, a nostro parere, sono “migliori”, il gioco del demonio è riuscito e la tentazione di tagliare la tela è a portata di mano.

La Chiesa, almeno nel suo Magistero ufficiale, è invece molto chiara e realista. Dinanzi a situazioni simili Papa Francesco dice: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (Amoris laetitia, 122).

Non cadiamo però nell’errore di pensare che dobbiamo assecondare i nostri difetti. Sentirsi dire “mal comune, mezzo gaudio” non ha mai salvato nessuno dal pessimismo ma soprattutto non ha mai spinto a crescere e ad essere migliori persone se non ad appiattirsi e mettersi in parte.

Invece, guardando le due scene analoghe, di Isaia e di Pietro, essi sì ammettono di non essere degni; ma poi che succede? Riconoscono il primato della Grazia che è capace di purificare ed elevare l’umana debolezza. E questo li rimette in moto fino a dare totalmente la vita al Signore, nonostante tutto.

È commovente pensare che Pietro, fino agli ultimi giorni della sua vita – sebbene la Pentecoste pareva avesse aggiustato ogni cosa in lui -, non ha perso la livrea di testardo e codardo, come la celebre tradizione degli “Atti di Pietro” apocrifi ci attesta. Eppure, ce l’ha fatta, ha dato la vita a Cristo ed è per noi un modello di donazione totale.

Se anche voi siete tentati a volte di fermarvi, di parcheggiare il matrimonio perché “avete faticato tutta la notte e non avete preso nulla” siete nelle condizioni ideali per iniziare ad essere veramente discepoli di Gesù come coppia.

Finché non facciamo l’esperienza di Pietro non possiamo essere seguaci. Mi impressionano nel Vangelo i vari episodi di persone che volevano seguire Gesù che però Lui non accoglie, l’ultimo dei quali è stato l’indemoniato di Gerasa. Una volta liberato come sarebbe stato bello se anche lui, seguendo Gesù con gli altri 12, avesse detto a tutti: “Avevo una Legione di demòni addosso ma Gesù mi ha liberato!”. Ma questo criterio non è stato, evidentemente, sufficiente perché Cristo lo abbai voluto con sé. Nessuno è degno di stare vicino a Cristo e di seguirlo per il semplice fatto di volerlo.

Siate colmi di speranza, quella teologale, perché il dono del sacramento del matrimonio è la garanzia che Gesù oggi e sempre vi chiama a lanciare le reti, nonostante tutto. Sta a voi, come Pietro, essere fiduciosi e confidare nella sua Parola.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è il canto di resurrezione di tante coppie che hanno rifiutato di arrendersi al fallimento, che hanno scelto di lottare quando tutto sembrava perduto. Perché sì, a volte nella notte della vita getti le reti e torni a riva a mani vuote. Ti affanni, ti sforzi, eppure nulla cambia. Il cuore si appesantisce, la speranza si sbiadisce, e la tentazione di mollare tutto si fa assordante. Ma c’è chi resta. Chi non si lascia vincere dal vuoto. Chi si aggrappa alla promessa fatta all’altare, anche quando sembra solo un’eco lontana. E getta ancora le reti. Una volta in più. Non perché ha capito, non perché ha la certezza che funzionerà, ma perché non ha più nulla da perdere.

Gesù ha sempre amato trasformare il poco in abbondanza, la fine in un nuovo inizio. Lo ha fatto a Cana, quando l’acqua diventò vino. Lo fa nei matrimoni che sembrano esauriti, nei cuori che si sono persi, nelle promesse che sembrano svanite. Perché l’amore vero non è solo emozione: è fede. È gettare ancora la rete, credendo che Dio possa riempirla.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Siamo di Cristo come battezzati e come sposi!

Cari sposi, sono già passati 40 giorni dopo il Natale ed oggi celebriamo una festa che ancora una volta ci fa vivere in “sincronia” con il Signore. Difatti, come tutte le madri, anche Maria, dopo 40 giorni dal parto, obbedisce alla legge mosaica che imponeva un rito di puri­ficazione. Un’usanza, questa, che va collegata alla mentalità di allora, secondo cui, la donna, a causa della maternità, era impedita fisicamente di accedere al culto e da qui la necessità di una mikveh o purificazione.

Ma, oltre a ciò, nel caso di una neomamma di un primogenito, era previsto anche un’altra celebrazione, il Pidyon haben, secondo cui il primo figlio maschio, quale primizia della famiglia, veniva offerto al Signore perché fosse consacrato a Lui e votato al Suo culto. Come non vedere in tutto ciò una prefigurazione del Battesimo che il Signore avrebbe introdotto con la Sua vita!

Anche noi, analogamente a Gesù, siamo stati consacrati al Signore quando il ministro ha detto su di noi: “Dio onnipotente, […] vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, (vostro figlio/a) sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna” (Rito del Battesimo, 118).

Ma che significato ha la consacrazione? Tanto quella di Gesù come quella nostra battesimale? Magari una benedizioncina? Un solenne buon auspicio? Piuttosto, consacrare porta con sé un senso grandioso ed imponente, secondo quanto ci spiega Papa Benedetto: “Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente” (Omelia del Giovedì Santo, 9 aprile 2009).

Che bello! Siamo di Cristo! Gli apparteniamo e non siamo più del mondo, cioè non pensiamo, vogliamo, desideriamo quello che la mentalità comune ci presenta come il massimo della vita e non lo è. Scelte difficili dal momento che in questo mondo ci stiamo “in ammollo” e i suoi criteri, stili e idee ci entrano per osmosi anche se non lo vogliamo o non ne siamo del tutto consapevoli.

E ora passiamo a voi sposi. In effetti, nel celebrare il vostro matrimonio sicuramente ricorderete il momento in cui il celebrante ha detto: “Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità. Voi siete già consacrati mediante il Battesimo” (Rito del matrimonio, 66).

Siete arrivati al matrimonio come figli amati, consacrati personalmente a Cristo – e magari non ne eravate consapevoli -, quindi con il dono di essere liberi di amare, di poter donarvi totalmente. Questo dono l’avete condiviso reciprocamente con la nuova grazia del matrimonio e così siete in grado, non per un merito personale o per essere particolarmente intelligenti, di amarvi fino in fondo.

Essere consacrati a Dio ed aver poi consacrato a Lui il vostro amore significa che riconoscete di essere un dono reciproco e che la vostra stessa relazione è un dono, sebbene sia nata da una scelta volontaria. Nulla a che vedere con la visione, così in voga, che il matrimonio funziona solo se trovi quell’incastro magico, quel compromesso di libertà e quell’accordo tra diritti e doveri et voilà eccovi felici e contenti…

Siete un dono da donare e il vostro amore sta in piedi anzitutto perché c’è Uno che ci ha messo tutto il suo Sangue perché fosse così.

Nella scena appaiono anche due venerandi anziani, Simeone ed Anna, persone dedite oramai unicamente alla preghiera ed al digiuno. Che c’entrano con voi? In effetti molto perché loro due, proprio in virtù di quell’atteggiamento, sono aperti e disposti ad accogliere il dono del Messia. Analogamente voi sposi, dopo aver ricevuto il dono nella consacrazione, non potete dare tutto il frutto che esso contiene senza preghiera e digiuno.

Gesù oggi è proclamato “luce delle genti”, cioè di tutti i lontani, coloro che non sanno cosa sia veramente l’amore. Ebbene, voi sposi, pur con i limiti umani, potete, anzi di fatto già lo fate, essere un riflesso di quella luce di cui il mondo, tutti in verità, abbiamo un grande bisogno.

ANTONIO E LUISA

“L’amore vero comincia quando non ci si aspetta nulla in cambio.” (Antoine de Saint-Exupéry). Padre Luca ce lo ha ricordato con forza: siamo consacrati. Il Battesimo ci ha sigillati in Cristo, ma il matrimonio ci lega ancora di più, non solo tra noi, ma a Dio stesso. Questo significa che il nostro amore non è solo nostro: è Suo, è un riflesso della Sua luce nel mondo. Ogni carezza che consola, ogni servizio donato senza riserve, ogni perdono offerto senza calcoli è Dio che si rende presente attraverso di noi. Non amiamo per essere ricambiati, ma perché il nostro amore è già una risposta al Suo. E così, ogni coppia che si abbandona a Lui diventa un piccolo segno di speranza, una scintilla di eternità in un mondo che ha sete di luce.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Parola cerca casa in voi

Cari sposi, tanti anni fa mia mamma, tornando dalla spesa mattutina, raccontava a noi figli le cose successe e gli incontri fatti. In particolar modo quel giorno, in salumeria, facendo le solite chiacchiere mentre veniva servita, sentì dire al proprietario, nell’affettare un buon prosciutto e davanti alla bilancia, che le parole non hanno peso indicando l’ago immobile nella bilancia per poi concludere: “ma allora com’è che invece le parole sono così importanti?”. Non flatus vocis, come dicevano i filosofi medievali ossia aria al vento…ma realtà contenenti molto di più di un suono.

Proprio lì ci portano tutte le letture di oggi che hanno come fil rouge la Parola e soprattutto i suoi effetti in chi L’ascolta.

Iniziamo con la prima lettura che ci imbandisce una scena drammatica: osserviamo la prima volta, dai tempi dell’esilio a Babilonia, – cioè 70 anni -, in cui il popolo finalmente riascolta la Parola, dopo che quella tragedia aveva loro tolto quasi tutti i punti di riferimento della fede. Quelle persone da subito percepiscono fino in fondo quanta consolazione e speranza Essa contenga, quanto era bello rendersi conto di essere novamente in amicizia e vicini al Signore. Che invidia ho sempre provato dinanzi a questa lettura! Come vorrei anch’io scuotermi di dosso una buona volta quella coltre di abitudine e letargo che impedisce alla Parola di toccarmi nel profondo del cuore e convertirmi!

Ma ben di più di tutto ciò avvenne a Nazareth! Se di per sé la Parola è viva – ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei –, quanto più potente e travolgente è la “Parola fatta carne”, cioè la Persona stessa di Gesù! È chiaro che Cristo, dopo aver iniziato la sua vita pubblica e fatto i primi segni, vuole rendere manifesto a tutti che “il tempo è compiuto”, cioè è arrivato a pienezza e che Lui è la Pienezza che da sempre stavamo aspettando.

Non vado oltre con riflessioni di tipo esegetico ma passo subito al rapporto che tutto ciò ha con il matrimonio. Mi piace piuttosto concentrarmi sul fatto che ogni coppia di sposi è un prolungamento di quella “Parola fatta carne”. In effetti, e ce lo dicono i vescovi italiani: “la coppia di sposi diventa in virtù del sacramento del Matrimonio segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana da lui assunta e il Cristo Capo alla Chiesa suo Corpo nella forza dello Spirito” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 34).

È un dono presente in ciascuno di voi, a prescindere dai talenti o capacità. È questione di fede nello Spirito che ha prodotto questa unione e che vuole continuare a manifestarsi nel mondo. Credeteci! Abbiate fiducia che è così, al di là delle apparenze che spesso ingannano! Lo stesso Spirito, dal giorno del matrimonio, si è giocato tutto per voi! Voi metteteci l’impegno giornaliero, l’attenzione allo Spirito, la concretezza e la semplicità dei propositi e al resto ci pensa veramente il Signore.

Ecco ciò di cui ha un gran bisogno anzitutto la Chiesa e poi il mondo: di coppie che ridicano con la vita che il Verbo, la Parola si è compiuta ancora oggi e si continua a compiere in ciascuna di voi coppie! Concludo con alcune magnifiche righe di don Renzo su questa bellissima vocazione che è presente in voi:

Il Dio che talvolta viene rifiutato nella Chiesa o nei sacerdoti è il Dio che l’uomo-donna, sposo-sposa, ha la possibilità di presentare mediante la bellezza della coppia, della famiglia, presentando il suo mistero d’amore: un amore che non ha confini né orizzonti. Per un mondo non credente non serviranno più preti, serviranno più sposi. Non serviranno più predicatori, servirà più carne di uomo-donna che senza aprire bocca diranno la bellezza del progetto. E finché non porteremo le nuove generazioni allo stupore per la bellezza di uomo-donna, è difficile che si stupiscano di Dio Amore. […] Questo comporta due passaggi: conoscere queste identità profonda di immagine e somiglianza e poi manifestarla” (Don Renzo.Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pp. 69-70).

ANTONIO E LUISA

E già cari sposi. San Giovanni Paolo II ha urlato al mondo: Famiglia diventa ciò che sei! Perchè è importante per noi certamente ma è importante per un mondo che sta perdendo la speranza e la capacità di stupirsi. Noi siamo necessari. Lo siamo Luisa ed io ma lo siete anche voi. Lo siamo nella nostra imperfezione. Non sentitevi sbagliati o inadeguati. Si siamo inadeguati ma è proprio dalla nostra fragilità che splende la gloria di Dio. Perchè cadiamo ma siamo capaci di rialzarci. Perchè litighiamo ma siamo capaci di perdono e di rilanciare la relazione. Perchè nonostante tutti i nostri limiti crediamo in una promessa più grande, una promessa di eternità. Buon cammino cari sposi!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il grande e piccolo segno di Cana

Cari sposi, dopo che Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, eccoci oggi dinanzi alla sua prima mossa. Pensiamo a noi, non appena abbiamo raggiunto una meta (laurea, assunzione ad un posto di lavoro, nuovo incarico…), di certo ci siamo sentiti pieni di entusiasmo, con la voglia di “iniziare con il botto”.

Ma oggi Gesù non ha nessun tipo di pretesa del genere. L’unica cosa che fa è partecipare tranquillamente ad un matrimonio a cui era stato invitato, forse un parente di Maria o di Giuseppe. E di fatto il “miracolo” non è stato per nulla appariscente, come altre volte ma è stato compiuto dai servi, dietro all’iniziativa di Maria che ha fatto anticipare l’inizio della “ora” di Gesù. È altamente probabile che molti, a quella festa, manco si accorsero del “cambio di vino”.

Eppure, questa prima manifestazione di Gesù rimane la pietra angolare della sua missione. Al di là dell’apparente normalità dei fatti – una delle tante feste di matrimonio – sta accadendo un fatto straordinario, descritto così dal Catechismo: “La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo” (1613).

Mi piace essere ancora più esplicito e donarvi un passaggio di un grande teologo italiano che ha contemplato e approfondito la bellezza del matrimonio cristiano:

Ci troviamo quindi davanti ad un mistero: sta per cominciare la nuova alleanza. Ed essa inizia in un contesto nuziale. Pare possibile che Cristo abbia deciso di dare il primo segno in un contesto nuziale a caso? Oppure non è una strategia umana e divina incredibile il fatto che il primo segno avvenga all’interno di un chiaro contesto nuziale? […] Cristo ha deciso di porre un segno strategico come segno archetipale in un contesto nuziale per dire chi è e cosa è venuto a fare. Lui è lo Sposo messianico venuto per sposare l’umanità presente in lei, la donna/madre. Per fare intuire l’intima finalità della sua missione, Cristo decide di compiere da subito un segno che lascia presagire il mistero nuziale che Egli illumina e compie. Col suo segno iniziale/archetipale, Cristo inizia e avvera l’Alleanza, che è alleanza nuziale” (Giorgio Mazzanti, Teologia nuziale e sacramento degli sposi, 16-17).

Impressionante! Il matrimonio, da quel momento è segno che Cristo è vivo, presente, risorto, non solo nei tabernacoli placcati d’oro e inondati di incenso bensì in ogni coppia che ha ricevuto il sacramento!

Ma la realtà di quel matrimonio a Cana è stata ben diversa… sappiamo che il vino, nell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore e della gioia. Se il vino è venuto a mancare già nel banchetto e questo non in una coppia di cinquantenni ma di novelli sposi… allora la situazione è assai grave.

Da questi ed altri dettagli del Vangelo, pare che i nostri sposini fossero quindi arrivati impreparati al giorno di nozze, trascinando un amore un tantino malato. Sembra la prefigurazione dei tanti matrimoni che oggi si sposano in Chiesa ma che hanno già le ore contate, andando a ingrossare la fila dei clienti degli avvocati…

E che fa Gesù? Se ne sta a divertirsi con i suoi apostoli, tra calici di buon vino e costine di agnello arrosto? In realtà, Lui sa tutto ed è totalmente sul pezzo. Quello che fa segue un pensiero ben preciso: la capacità di amare non si può vivere in pienezza se non si è preparati, purificati e in definitiva amati.

Ecco allora che Cristo non fa venire miracolosamente il vino buono da un’altra parte – gli bastava solo volerlo – ma il grande segno consiste nel trasformare l’acqua, simbolo qui di un elemento semplice e umile e che rimanda alla fragilità della coppia stessa, in vino eccellente.

Un gesto simbolico e che sarà ripetuto anche durante l’Ultima Cena: l’amore richiede sempre una purificazione continua, un guardarsi dentro e mettersi in discussione, un riconoscersi sempre inadeguati ad amare e bisognosi dell’Amore.

Se è vero che le grandi crisi di coppia sono state il risultato di piccoli sgarri accumulati è soprattutto vero il contrario. Cana ci insegna che voi sposi potete arrivare alle alte cime dell’amore se ogni giorno ripartite dal principio, dal proprio nulla e date un valore di amore alle piccole cose, uniti alla Presenza di Cristo Sposo che già abita in voi.

ANTONIO E LUISA

Come dice padre Luca, abbiamo bisogno di continua purificazione. Ma cosa significa? Nella concretezza della nostra storia abbiamo dato un senso a queste parole. Amare davvero è un viaggio che inizia riconoscendo la propria fragilità: accettarsi deboli, incompleti, vulnerabili. Nessuno, per quanto straordinario, può colmare il nostro vuoto interiore; solo l’amore di Dio può renderci completi. Quando ci scopriamo profondamente amati da Lui, impariamo a donare senza possedere, ad accogliere senza pretendere. È questa guarigione del cuore che ci libera dalle dipendenze affettive, trasformando l’amore in un dono puro e autentico. Solo così possiamo vivere il matrimonio come luogo di rinascita, dove il legame non imprigiona ma eleva. Dove l’acqua diventa vino. Amare è un atto di libertà che nasce dall’esperienza viva dell’amore di Dio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui





Guardarsi attraverso gli occhi del Padre

Cari sposi, oggi la Chiesa ricorda il momento solenne di inizio della vita pubblica di Gesù. Tanto solenne che avviene una teofania trinitaria, cosa che si ripeterà solo nella Trasfigurazione: parla il Padre, è presente il Figlio e scende lo Spirito. Gesù esce dall’anonimato di Nazareth per iniziare ad insegnare il Vangelo con le sue parole e con i miracoli. È un nuovo inizio, una nuova tappa di vita ed è così che la Chiesa conclude il tempo liturgico del Natale per poi tornare alla vita ordinaria.

Potremmo dire molto sul significato di tale gesto di Cristo, il fatto di mettersi in fila con i comuni peccatori che chiedevano a Giovanni di essere purificati, proprio Lui, il Santo, l’Eterno, il Giusto. Quale umiltà e pazienza nello stare a stretto contatto con ladri, adùlteri, omicidi… pur di dimostrare di voler essere in tutto simile a noi, meno nel peccato.

Uno dei Padri della Chiesa, San Cirillo, commenta così il brano odierno: “Gesù ha santificato il battesimo facendosi battezzare lui stesso. Se il Figlio di Dio è stato battezzato, chi può disprezzare il battesimo? È stato battezzato non per ricevere il perdono dei peccati – poiché era senza peccato – ma è stato battezzato senza peccato per dare ai battezzati grazia e dignità divine” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale n°3, 11).

Ma c’è anche un dettaglio straordinario che getta una luce profonda sul vostro vissuto di coppia. Nel momento in cui Gesù viene irrorato con l’acqua del Giordano, il Padre parla. Proprio “vedendo” quale grande amore sta dimostrando il Figlio, quale obbedienza alla Sua volontà salvifica, quale abbassamento umile sta mettendo in atto… prorompe in un grido di esultanza, di ammirazione, di riconoscimento: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Come a dire: “Quanto sei grande! Che figlio meraviglioso sei! Quanto vali per tutto ciò che fai!”.

Anche oggi si vede chiaramente che il primo e principale rapporto di Gesù non è con la mamma, né con Giuseppe ma con suo Padre. È così e lo sarà fino all’ultimo respiro sulla croce. Gesù ci sta testimoniando quanto è importante anche per noi vivere appoggiati totalmente sulla consapevolezza di essere figli amati.

La bella conseguenza che questo comporta per voi sposi è anche il fatto che quella frase del Padre ciascuno di voi è chiamato a incarnarla, non solo dirla, per il coniuge. In questo consiste il grande dono del matrimonio, che si costruisce appunto sul battesimo. Non è un dovere kantiano ma è un dono che vi è concesso, quello di incarnare il volto del Padre per vostro marito e moglie. Tutta la vita sponsale è, agli occhi di Dio, il cammino di crescita per arrivare a vedervi con gli occhi del Padre. Ma come sempre il Signore, nella sua grande concretezza, vi invita a cominciare dalle piccole cose quotidiane, per costruire sulla roccia la vostra chiesa domestica.

ANTONIO E LUISA

Caro padre Luca l’hai proprio detto! Come sposi, siamo chiamati a una missione speciale. Attraverso i miei occhi, Luisa può vedere l’Amore di Gesù che le ricorda quanto è preziosa. Attraverso le mie parole, posso consolarla e incoraggiarla, diventando eco della voce di Gesù. Attraverso le mie mani e le mie braccia, posso trasmetterle tenerezza e protezione, come farebbe Lui. Ma il matrimonio è anche un dono reciproco! Non riesco a contare quante volte, con il suo sguardo dolce, le sue parole preziose e i suoi gesti d’amore, Luisa mi ha fatto sentire la presenza di Gesù nella mia vita. Il matrimonio è davvero un luogo in cui Dio si rivela ogni giorno, un miracolo fatto di gesti semplici e cuori che si donano.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Natale, dono, matrimonio

Cari sposi, tempo di Natale e abbiamo ancora freschi i regali scartati, sia quelli fatti che quelli ricevuti. Natale, tempo di doni e presenti, di sorprese liete da chi ci vuole bene. Ma Natale è pur un tempo di rimembranze e memorie: chi di noi non è riandato nei giorni scorsi ai momenti vissuti in famiglia da piccoli? Per qualcuno questo può essere stato fonte di grande gioia, per altri magari di tristezza. Ma di certo tutti abbiamo rivisitato, anche solo per poco, con la nostra mente i nostri inizi.

Già, gli inizi. Ci insegna la Parola che Natale è associato inscindibilmente al Principio, al vero Inizio della nostra esistenza. E cosa troviamo ai nostri esordi? Che è avvenuto agli esordi della nostra vita? Non cadiamo nell’errore né di esaltare o sminuire la famiglia da cui proveniamo. Gesù per primo ha voluto che una povera mangiatoia fosse il primo luogo in cui dimorare e ha scelto di inserirsi nel lignaggio di Giuseppe, che sappiamo con esattezza storica non esser stato proprio un nugolo di santi.

Il Signore oggi ci ricorda che agli albori della nostra esistenza c’è unicamente l’Amore, quello eterno e incrollabile, precedente ad ogni nostro merito o scelta. E la bella notizia è che noi, proprio per l’Incarnazione, siamo stati innestati e inseriti in quel preciso Amore e non esiste marcia indietro, non ci sono ripensamenti o riconsiderazioni. Una verità, questa che, sola, basterebbe ad alimentare la nostra riflessione e meditazione per il resto della vita.

Quanto è importante e riflettere su questo Vangelo, sulle verità che da Esso sgorgano! Ne abbiamo tutti un bisogno urgente. Tant’è che ovunque guardiamo, in ogni ambito della vita che ci circonda, tutto è un factum, un qualcosa di realizzato artificialmente, un prodotto vendibile. Da qui la tentazione di essere risucchiati e assimilati al mainstream: “la mia vita è cosa mia, mi appartiene, ne posso fare ciò che voglio…”.

Per di più, vige la dittatura del presente, il pensiero woke sprezzante di ogni senso di appartenenza e legame con le nostre origini. Ma proprio Gesù, qualora avesse dovuto far discernimento su aspetti concreti del suo vissuto, ha sempre fatto riferimento al Principio.

Ed ecco che il riferimento agli sposi diviene naturale. In effetti, il vostro amore nuziale non è una autoproduzione di voi coniugi, sebbene abbiate alle spalle una lunga storia nella quale a un certo punto è intervenuta una scelta precisa. È pur vero che “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (S. Agostino, Sermo CLXIX, 13) e che la libertà è costitutiva dell’amore.

Eppure, il vostro legame ha avuto la sua sorgente nell’Amore di Dio e in esso può trovare sempre la forza di perseverare e soprattutto crescere. Come ricorda don Renzo, l’amore sponsale è una “convocazione”, cioè una chiamata a due ad accogliere un Amore più grande del proprio.

Natale tempo quindi di regali. Pensate al vostro amore come un dono ricevuto, arricchito e abbellito infinitamente dalla grazia sacramentale. Quante volte ricorre la parola “dono” in Amoris laetitia e Familiaris consortio, proprio a sottolineare quanto è grande il vincolo che vi unisce!

Perciò, cari sposi, mentre ringraziamo e lodiamo il Signore per essere stato il nostro Dono più grande, al tempo stesso vi invito a vedere la vostra storia intimamente connessa alla Sua.

ANTONIO E LUISA

Cari sposi, non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Come ricordava San Giovanni Paolo II, “La famiglia che prega unita, resta unita.” Solo con la preghiera possiamo aprire il nostro cuore allo Spirito Santo, imparare a donarci all’altro e accogliere il suo dono con i nostri e i suoi limiti. Padre Luca ha ragione nel dirci di tornare al principio della nostra storia per trovare la presenza di Dio, ma quel principio non è solo un ricordo: va reso vivo e attuale ogni giorno.L’amore deve essere continuamente rinnovato nella grazia di Cristo. Gesù, infatti, ci ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Riscopriamo questa presenza viva nel nostro matrimonio, fonte di forza e di gioia.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sacra e ordinaria Famiglia

Cari sposi nella gioia dell’Ottava di Natale, in cui stiamo vivendo il prolungarsi del giorno di Natale, celebriamo oggi la Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Tale festa risale al 1600 quando veniva celebrata localmente mentre fu papa Benedetto XV che nel 1921 la estese a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania. Poi, papa Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania mentre oggi è celebrata nella domenica dopo il Natale o, in alternativa, il 30 dicembre negli anni in cui il Natale cade di domenica.

Motivo di tale rilevanza liturgica fu il desiderio di offrire un esempio e una testimonianza viva per tutte le coppie e famiglie dal momento che Gesù, Maria e Giuseppe sono certamente eccezionali ma condividono anche caratteristiche ordinarie ed è per questo che nella Preghiera Colletta leggiamo: “O Dio, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita”. È un ideale praticabile quello che ci offre la Chiesa, non un obiettivo astruso.

 Per cui, alla luce di tutto ciò, scorgiamo almeno tre grandi lezioni che mostrano una famiglia sì santa ma che è divenuta tale a partire da circostanze davvero comuni.

Per prima cosa, vorrei mettere in luce la solidità della relazione nuziale tra Maria e Giuseppe, difatti era accaduto qualcosa di molto grave che poteva mettere a rischio il rapporto. Non oso immaginare il loro stato animico vissuto in quei tre giorni: insonnia, angoscia, senso di colpa, paura del giudizio divino… i genitori che leggono sanno bene cosa si prova quando un figlio si fa male, anche solo per una caduta, a causa di una disattenzione o mancanza di attenzione.

Umanamente parlando, quale sarebbe stato la naturale conseguenza tra di essi? Forse la colpevolizzazione reciproca o un litigio furibondo, oppure il rimprovero sulla mancata responsabilità… ecc.

Mi si può obiettare: “ma di certo l’evangelista ha voluto benignamente glissare per non mettere in cattiva luce perlomeno Maria” … In realtà la Sacra Scrittura non ha mai fatto sconti circa i limiti e le difficoltà anche in coppie molto celebri e sante. Vediamo alcuni esempi: quando Abramo e Sara incontrano i tre personaggi misteriosi presso le querce di Mamre quest’ultima ebbe una sonora risata alla notizia della sua futura gravidanza, motivo per cui venne pubblicamente ripresa dal marito (Gen 18, 15); oppure il commento umiliante che Anna fece del marito Tobi, “dove sono le tue elemosine?  Lo si vede bene dal come sei ridotto!” (Tb 2, 14); o addirittura l’uscita pesantemente offensiva di Rama a Giobbe, peraltro gravemente ammalato: “benedici Dio e poi muori” (Gb 2, 9).

Il silenzio su ogni possibile discordia parla chiaro: Maria e Giuseppe si volevano veramente bene ed avevano imparato sulla loro pelle a rispettarsi, a dominare il proprio carattere, a dirsi le cose nel modo giusto.

In secondo luogo, vorrei evidenziare il fatto che la reazione di Gesù, appena ritrovato, lascia Maria e Giuseppe spiazzati. Quindi significa che, in quanto genitori e credenti, erano nondimeno in cammino. Il convivere con Gesù non li esimeva dal dover anch’essi progredire, far fatica, a volte trovarsi nel dubbio e nell’oscurità. Esattamente come voi, che avete Gesù presente sacramentalmente nella vostra coppia e con cui potete far sempre riferimento per avere luce e forza nel pellegrinare della vita.

Infine, mi piace molto il fatto che l’assenza di Gesù percepita solo al terzo giorno. A parte che è un chiaro riferimento alla Risurrezione, ma qui vorrei soffermarmi piuttosto sulla grande fiducia che i genitori avevano accordato al Figlio. Una fiducia che è riflesso anzitutto di fiducia e abbandono in Dio degli stessi genitori. Una fiducia che poi passa a loro due e da loro due al Figlio.

E così, Maria e Giuseppe avevano cresciuto il loro figlio, concedendoGli sempre più libertà e non volendolo trattenere possessivamente e ansiosamente nelle loro spire. Che lezione questa per certi genitori odierni!

Cari sposi, coraggio! La Sacra Famiglia è un esempio luminoso ma è anche un dono che vi è stato concesso nel matrimonio e a cui potete sempre attingere, come ci ricorda Papa Francesco. “Dall’esempio e dalla testimonianza della Santa Famiglia, ogni famiglia può trarre indicazioni preziose per lo stile e le scelte di vita, e può attingere forza e saggezza per il cammino di ogni giorno” (Angelus 27 dicembre 2015).

ANTONIO E LUISA

Maria e Giuseppe sono così! Così ordinariamente straordinari. E’ vero! La loro relazione fu vissuta nella verginità. Una via straordinaria che non è la nostra. Eppure non commettiamo l’errore di confondere la verginità con la mancanza di tenerezza e di complicità. Essi non sono figure distanti o “fredde”, ma incarnano un amore pieno di delicatezza e profondità, un’intimità fatta, pur escludendo l’amplesso, di gesti teneri e di servizio reciproco. Una intimità radicata nel dono totale di sé. Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Custos, scrive che Giuseppe amò Maria con un amore “sponsale, che giunge fino al dono totale di sé”. Questo dono si traduceva in gesti quotidiani di attenzione e cura. La loro verginità non è mancanza, ma pienezza di un amore che si esprime nella fiducia reciproca e nella capacità di sostenersi a vicenda nei momenti difficili. Tra loro vi era una complicità autentica, fatta di sguardi, parole e silenzi condivisi, in cui si coglieva la presenza di Dio. Il loro esempio invita ogni coppia a coltivare la tenerezza come segno di un amore vero e duraturo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La gioia del credere

Cari sposi, oggi riprendiamo una scena evangelica, la visitazione, che anche in altri momenti dell’anno è messa al centro della liturgia. Oggi, ormai al termine dell’Avvento, è il grand finale prima della solennità del Natale soprattutto a motivo della gioia che pervade i cuori delle protagoniste.

Appunto, un quadro gioioso, tenero, ma direi anche commovente. Due donne, molto diverse per cultura ed età, sono stracontente perché il Signore ha mantenuto le Sue promesse. Da una parte ha tolto la vergogna della sterilità, dall’altra ha dato la conferma ad un progetto che sembrava umanamente impensabile. Per entrambe la realtà è pregna di un senso più alto e incantevole.

Ma i retroscena, almeno per Maria, di quanto leggiamo non sono affatto così idilliaci. Per prima cosa Maria è incinta di qualche settimana e le donne che leggono sanno bene cosa significhi. Difatti, iniziano le prime nausee e conati di vomito, qualche gonfiore, affaticamenti vari, dolori lombari… eppure, con tutto ciò, ha solo fretta di andare a vedere sua cugina; la quale non è dall’altra parte di Nazareth ma a oltre 100 km di distanza, un viaggio che ha fatto a piedi, pur essendo solo una ragazza di 14-15 anni.

In secondo luogo, proprio a causa dell’annuncio angelico, Maria sta vivendo una prova interiore che avrebbe potuto gettarla nella depressione più nera. Questa gravidanza inaspettata e inspiegabile le stava causando non solo l’incomprensione delle persone a lei più care ma persino condannarla alla morte per lapidazione. Quali pensieri e dubbi non avranno offuscato la leggerezza della sua età! Che macigni interiori avrà dovuto caricare da sola, senza poter contare sulla consolazione e comprensione di nessuna persona!

Eppure – così leggiamo – tutto ciò non la schiacciò o prostrò nel dolore ma al contrario “si alzò”, in greco “Ἀναστᾶσα”, medesimo verbo di “anastasis, resurrezione”. I suoi occhi e il suo cuore non si sono rattrappiti su sé stessa ma solo verso il Signore ed è per questo che, come indica il testo, fa ogni cosa bene, con cura, con slancio per andare a trovare sua cugina Elisabetta.

Dice infatti Papa Francesco che “Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Maria dona a Elisabetta la gioia di Gesù, la gioia che portava nel cuore e nel grembo” (Papa Francesco, 19 dicembre 2021).

Che grande è Maria nonostante la sua giovanissima età! Che maturità e grandezza d’anima ci sta testimoniando, noi che spesso ci smarriamo per molto meno!

Ad ogni modo questa gioia incontenibile che la pervase non appena realizzò, vedendo il pancione di Elisabetta, che l’Angelo aveva detto una cosa vera, questa gioia è fondata in definitiva sulla certezza che Dio è con noi, che è Presente, che è veritiero e non ci lascia mai soli. È la gioia che si tramuta in beatitudine: beata colei che ha creduto nella fedeltà di Dio!

Pertanto, cari sposi, quella gioia può essere anche la vostra. Sarete beati voi sposi se crederete alla Presenza che portate in voi! Ricordiamo spesso questo passaggio di Amoris laetitia così fondamentale per la vostra vita: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiana” (n. 315).

Dio è in mezzo a voi, analogamente a come lo era quel pomeriggio a Ain Karim, nel cortile della casa di Zaccaria. Possiate sempre farne memoria e gioire con Lui in ogni momento della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Come Maria si mette in viaggio verso Elisabetta, ogni matrimonio è un cammino verso l’altro, un viaggio di dono e incontro. Essere “beati” nel matrimonio non significa avere un matrimonio perfetto, privo di fatiche, dolori, imprevisti. Significa credere nelle promesse di Dio, sempre. Significa credere che l’Amore di Dio e più grandi qualsiasi tempesta stiamo affrontando. La nostra unione è un’eco del saluto di Maria ad Elisabetta. Un incontro che genera vita, speranza e gioia, alimentato dalla presenza viva del Signore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Ottima domanda

Cari sposi, nella tradizione liturgica la terza domenica di Avvento è detta in Gaudete a motivo delle due letture e del cantico di Isaia. «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Gioia ed esultanza per oggi a causa della sempre maggior vicinanza del Natale del Signore.

Ma al centro del messaggio evangelico oggi non vi è una gioia superficiale bensì una vera e propria richiesta di conversione che Giovanni Battista rivolge a diverse categorie di persone. La conversione è collegata alla prossimità di Gesù che, nascendo, diventerà lo spartiacque dell’umanità, tra chi Lo accoglierà e chi Lo rifiuterà. Semmai la gioia è il risultato della conversione!

Da qui, pertanto viviamo sì un giorno di gioia, ma assieme ad un vero spirito di penitenza che emerge preponderante dalla triplice domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Una situazione simile la troviamo anche nel giorno di Pentecoste quando le parole infuocate di Pietro smossero il cuore degli ascoltatori ed essi dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

Le opere in cui si manifesta il mutamento di vita e la seria penitenza sono l’amore sincero del prossimo, lo spartire con gli altri quello che si ha perché è in definitiva la condivisione la prova del 9 della vera conversione.

Interessante è che Giovanni non pretende dai suoi fedeli un cambio drastico e improvviso di vita bensì “piccoli passi possibili”, gesti concreti di misericordia e di servizio e rispetto per il prossimo. È questa la via del vero cambio, quando il cuore si apre lentamente alla grazia e a poco a poco la condotta cambia senza strepito.

Ma anche ai vituperati pubblicani, simbolo di vile cupidigia di soldi unita al tradimento verso il proprio popolo, viene aperta una strada di salvezza perché Gesù non vuole escludere nessuno! Che consolante vedere fin dove si spinge Gesù!

E sorprende che Giovanni non impone che dalla mattina alla sera essi si dimettano dal loro odiato mestiere ma che si comportino equamente, esattamente quanto accadde a uno di loro, Zaccheo, dopo aver incontrato Gesù.

E così via… la pluralità di situazioni a cui si interfaccia Giovanni sono segno che Gesù chiama tutti e in qualsiasi situazioni esso si trovi. Chiama giovani, adulti, coppie, single, separati, divorziati… tristi, allegri, in crisi, entusiasti… ad ognuno è proposto un passo in più verso Lui.

Di sicuro anche voi sposi siete invitati a rivolgere a Cristo la medesima domanda: “e noi che siamo coniugati, cosa dobbiamo fare?”. Quando si incontra Cristo e lo si accoglie nel cuore, lo sappiamo bene dal Vangelo, inevitabilmente ci si pone poi tale domanda: “Piuttosto, è il cuore toccato dal Signore, è l’entusiasmo per la sua venuta che porta a dire: cosa dobbiamo fare?” (Angelus, 12 dicembre 2021).

Vi auguro, cari sposi, pertanto, di guardare e lasciarvi guardare da Cristo e sia Lui a rispondere a questa domanda così importante per le nostre vite.

ANTONIO E LUISA

Vorremmo soffermarci su un versetto in particolare: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. Come decifrare queste parole di Gesù nella nostra vita? Come vivere queste parole di Gesù nel matrimonio? San Giovanni Paolo II insegnava: «L’amore vero è esigente. È un amore che si dona, che vuole il bene dell’altro, senza calcoli». Semplicemente non facciamo calcoli. Ci sono periodi in cui io Antonio posso dare di più e lo faccio. Anche quando Luisa è nervosa, stressata, preoccupata o arida. Condivido le mie due tuniche con lei e ciò non mi impoverisce ma mi rende più ricco. Perché l’amore donato gratuitamente scalda il cuore e permette di superare momenti di distanza e sconforto. A volte lo faccio io e a volte è Luisa che mi dona una delle sue tuniche. Ed è bellissimo così.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sì, lo voglio

Cari sposi, questa seconda domenica di Avvento coincide con la solennità dell’Immacolata. Di per sé questa festa fa riferimento all’attimo in cui Maria è stata concepita a conseguenza di un atto di amore tra Gioacchino ed Anna. Nel momento stesso in cui Maria diventa persona, viene simultaneamente protetta da ogni influsso del peccato originale, caso unico in una persona umana nell’arco di tutta la storia.

Tuttavia, il Vangelo odierno non fa riferimento a ciò ma piuttosto ci mostra il risultato e il motivo per cui Le è stata riservata una tale grazia: divenire terreno fertile per accogliere il Verbo. Ed ecco allora il brano dell’Annunciazione.

Il succo della vicenda è che Maria, a sua insaputa, viene coinvolta in un piano di salvezza meraviglioso e straordinario. Lei sarebbe divenuta la Mamma di Dio e pertanto anche la Madre della Chiesa, cioè di noi tutti.

Aveva circa 15 anni quando accadde la scena che ci presenta l’evangelista Luca. A quell’età, quali sogni e speranze potevano essere presenti nel suo cuore? Cosa desiderava per la sua vita? Di sicuro tante aspettative, in accordo a quel Suo cuore generoso. Mai, però, avrebbe sospettato quanto le riservava la Provvidenza.

Il fatto sconvolgente è che Maria acconsente in poco tempo a un cambio drastico di piani. Proviamo a metterci nei suoi panni: come reagiamo noi davanti agli svarioni della vita? Pensiamo all’irruzione di una malattia che modifica stili di vita, economia, relazioni interpersonali, ecc.? Oppure all’arrivo di un figlio, con il turbine di sconquassamenti in ogni ambito della vita di una famiglia?

Spesso situazioni simili richiedono un tempo congruo di assimilazione e di interiorizzazione prima di poter dire che abbiamo fatto pace e accolto nella fede quanto ci accade. Invece, Maria, praticamente su due piedi, dice “sì, lo voglio”. Ma che cuore magnanimo e che fede smisurata aveva questa ragazza!

Cosa può insegnare agli sposi l’assenso sollecito e solerte di Maria?

Anzitutto che siamo nati per far parte di un grande disegno di amore. Dio ci ha associati al Suo piano di salvezza e ha pensato al nostro ruolo migliore. È ciò che Maria ha intuito da subito e per tutta la sua vita lo ha recepito e fatto Suo in maniera sempre più consapevole.

Tuttavia, si può dire con certezza che il “fiat” riguarda un consenso matrimoniale a tutti gli effetti, cioè Maria vuole aderire alla volontà di Dio fino in fondo sebbene implichi accogliere qualcosa che non comprende del tutto e in parte La spaventa.

Papa Giovanni Paolo II, a tale riguardo dice qualcosa di molto forte:

In queste nozze divine con l’umanità Maria risponde all’annuncio dell’angelo con l’amore di una sposa capace di rispondere e di adeguarsi alla scelta divina in maniera perfetta. […] Soltanto questo perfetto amore sponsale, profondamente radicato nella sua completa donazione verginale a Dio, poteva far sì che Maria divenisse «Madre di Dio» in modo consapevole e degno, nel mistero dell’incarnazione” (Giovanni Paolo II, udienza 2 maggio 1990).

Ecco, allora, cari sposi che la solennità dell’Immacolata parla anche di voi, della chiamata ad entrare come coppia in quel Progetto a cui il Signore da sempre ha associato. Un piano che porta con sé fecondità e felicità, sebbene a volte passi per vie non sempre decifrabili. L’esempio della Vergine vi sia di testimonianza e la Sua guida una potente intercessione.

ANTONIO E LUISA

Molti giovani temono le scelte definitive, preferendo il non definitivo per paura di sbagliare e non poter tornare indietro. Cercano garanzie, specialmente riguardo al matrimonio, temendo il fallimento. Così, però, rinunciano al progetto di Dio, perdendo la pienezza della vita e la pace del cuore di chi dice sì a Lui. Rendono precaria la loro vita e i loro affetti. Noi, sposi maturi, siamo chiamati a testimoniare che il sì a Dio, espresso nel sì al coniuge, è fonte di gioia. Meglio rischiare e vivere appieno, che non scegliere affatto. Maria ci ispiri con il suo fiat!

Per acquistare il nostro libro clicca qui