Trasfigurati cioè trasformati

Cari sposi, stiamo addentrandoci sempre più in questa Quaresima 2025 e sicuramente state sperimentando nuovi soffi dello Spirito, sfide diverse rispetto a un anno fa, situazioni distinte in cui il Signore vi chiama a crescere e a purificarvi.

La Liturgia è assai ricca e densa di stimoli. Anzitutto lo vediamo a partire dalla Prima Lettura, un testo che ci offre uno spaccato della vita di Abramo di un’attualità direi commovente. Abramo è molto anziano e, nonostante quella promessa di discendenza, avuta dai Tre personaggi misteriosi in un afoso pomeriggio d’estate, nulla di nuovo sta accadendo. Abramo si ritrova così, nel cuore della notte, solo con i suoi pensieri, afflitto dal rimorso di aver fallito come marito e padre mancato. Dio non lo lascia mai solo ma lo conduce fuori dalla tenda ed ecco che una volta illuminata da migliaia di stelle lo avvolge da ogni lato. Che spettacolo! Credo che nessun luogo italiano potrebbe eguagliare quella vista di cielo terso, senza un briciolo di contaminazione. Così Abramo fa l’esperienza piena del “desiderio”, della capacità di guardare al Cielo come tensione verso Dio. Dante lo disse in un altro modo: “E quindi uscimmo a riveder le stelle.” (Inf. XXXIV, 139) cioè, dopo il viaggio nelle tenebre infernali, Dante e Virgilio finalmente rivedono il cielo stellato, simbolo della liberazione e della possibilità di redenzione.

Il Signore lo sta purificando proprio nella sua concezione di famiglia, frutto della mentalità del suo mondo, cioè un clan serrato, che costituiva l’onore e il vanto di ogni uomo e che garantiva la possibilità di prolungare la propria esistenza nei discendenti.

Abramo rappresenta ogni genitore, ogni coniuge che è chiamato a sollevare continuamente lo sguardo all’Alto, verso Dio come il compimento ultimo del proprio destino e della propria missione sponsale e genitoriale e a distogliere in cambio lo sguardo dal basso, ossia da ogni tentazione possessiva e idolatrica nei confronti della propria famiglia, figli o beni.

La seconda lettura è un rincaro di dose, tant’è che essa normalmente viene utilizzata nel tempo di Pasqua. È come se già, in piena Quaresima, avessimo un guizzo di luce della Risurrezione. Anche Paolo ci dice di guardare in Alto, al Cielo come la vera casa, la vera famiglia a cui tendere e ci ricorda che ciò che dobbiamo cambiare non sono le cose che facciamo ma lo sguardo, l’atteggiamento più profondo con cui le vediamo.

E infine, il Vangelo è il suggello finale di ogni lettura. Gesù ha un gesto di tenerezza verso Pietro, Giacomo e Giovanni. Vuole condividere con loro qualcosa di molto intimo e personale, nientemeno che il proprio dialogo con il Padre nello Spirito e la Sua vera identità di Figlio di Dio. Ma che fanno questi tre? Si mettono a dormire, simbolo della loro mentalità pur sempre umana, terra-terra, mondana.

Traducendo tutto ciò in linguaggio sponsale, si comprende che la Trasfigurazione è una chiamata che anche la coppia riceve nel sacramento del matrimonio. Ogni vocazione matrimoniale significa che Gesù vi prende per mano in coppia e vi porta sul monte per farvi sperimentare un’altra qualità di Amore, per arricchirvi di una relazione non più solo umana ma divina.

Lo dicono i vescovi italiani molto bene: «per la grazia dello Spirito Santo, la coppia e la famiglia cristiana diventano “Chiesa domestica”, in quanto il vincolo d’amore coniugale tra l’uomo e la donna viene assunto e trasfigurato dal Signore in immagine viva della comunione perfettissima che tra loro lega, nella forza dello Spirito, Cristo capo alla Chiesa suo corpo e sua sposa. In tal modo la coppia e la famiglia cristiana sono rese partecipi dell’amore di Cristo per la Chiesa secondo un modo e un contenuto caratteristico, cioè nella “comunione” dei membri che le compongono e con la realtà dell’“amore” coniugale e familiare» (CEI, Comunione e comunità nella chiesa domestica, 7).

Ogni coppia è chiamata alla Trasfigurazione, cioè a una trasformazione vera della propria capacità di amare che solo Cristo può donare. Ma, come per Gesù, la Trasfigurazione è l’esito finale dopo la Passione e Morte, anche per la coppia il cammino non può che passare da lì, non può esimersi dal dover continuamente attraversare crisi e sofferenze. Non sorprende che Papa Francesco in Amoris laetitia parli proprio di “trasfigurazione” dopo aver citato la crisi: «in fondo (gli sposi) riconoscono che ogni crisi è come un nuovo “sì” che rende possibile che l’amore rinasca rafforzato, trasfigurato, maturato, illuminato» (Amoris laetitia 238).

Il mio augurio e desiderio che oggi vi riconosciate anche voi in quegli apostoli e vi vediate come due semplici discepoli in cammino, chiamati e convocati da Cristo a fare la medesima esperienza che in definitiva porta al Cielo, ad entrare in coppia nella Vera Casa.

ANTONIO E LUISA

Come può una coppia vivere la trasfigurazione nella vita quotidiana? Nei nostri ventitré anni di matrimonio posso testimoniare che guardo Luisa con uno sguardo davvero diverso, unico. Sono certo di scorgere in lei una bellezza che soltanto io posso vedere, e credo profondamente che questo sia vero per tutte le coppie che vivono pienamente il matrimonio.

Nella nostra esperienza, abbiamo capito che la trasfigurazione quotidiana passa attraverso alcuni elementi essenziali: innanzitutto la preghiera condivisa, che ci permette di guardare insieme nella stessa direzione, verso Cristo; il perdono quotidiano, capace di rinnovare ogni giorno la nostra relazione; l’amore nutrito da piccoli gesti quotidiani di tenerezza, cura e servizio reciproco; l’affrontare insieme le difficoltà della vita, che anziché separarci ci hanno resi più uniti e solidali; e infine, senza mai trascurarla, l’intimità fisica che è espressione concreta e profonda della comunione dei nostri cuori.

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Purificarci dagli idoli

Cari sposi, la scena di oggi si colloca quando Gesù, poco dopo il Battesimo di Giovanni, vive qualcosa di inedito nel deserto. Gli esegeti sono concordi nel dire il luogo esatto che si trova nella zona poco distante da Gerico, un territorio caratterizzato da un paesaggio arido, collinare e roccioso, dal clima caldo e secco, poco ospitale per fauna e flora. Di conseguenza, se era solo, come facciamo a sapere di una cosa avvenuta nel cuore di Gesù? Evidentemente Cristo ha condiviso con gli apostoli quanto gli era accaduto e tutto ciò senza ombra di dubbio aveva il fine di renderci tutti consapevoli di come agisce il tentatore.

È chiaro allora che Gesù oggi ci sta “allenando” ad affrontare la tentazione, perché, a ben vedere, nessuno se ne può sottrarre e non ci è dato di chiedere a Dio di togliercele. Tanto è così che lo Spirito Santo in persona ha messo Gesù nelle condizioni di essere provato. Quindi anche noi dobbiamo smettere di lamentarci se siamo bersagliati di cattivi pensieri o stimoli negativi, piuttosto vediamolo come una parte integrante della nostra vita cristiana. Giobbe lo ha detto con molta chiarezza: “Militia est vita hominis super terram” (Gb 7, 1). Piuttosto, chiediamo a Gesù la grazia di saper affrontare e vincere ogni tentazione. E il Vangelo odierno, in ciò, cade a fagiolo.

È proprio, Gesù a svelarci la medesima struttura di tutte e tre le tentazioni. Anzitutto, il demonio si approccia a noi sempre usando una cosa buona, lecita e normale per convertirla poi in un problema e in ultima istanza in un idolo. In questi casi è il cibo, poi le proprietà o i soldi e infine l’immagine che vogliamo dare agli altri.

Dice al riguardo Papa Francesco:

«Così fa con noi, il diavolo: arriva spesso “con gli occhi dolci”, “con il viso angelico”; sa persino travestirsi di motivazioni sacre, apparentemente religiose! Se cediamo alle sue lusinghe, finisce che giustifichiamo la nostra falsità, mascherandola di buone intenzioni. Per esempio, quanto volte abbiamo sentito questo: “Ho fatto affari strani, ma ho aiutato i poveri”; “ho approfittato del mio ruolo – di politico, di governante, di sacerdote, di vescovo –, ma anche a fin di bene”; “ho ceduto ai miei istinti, ma in fondo non ho fatto male a nessuno”, queste giustificazioni, e così via, una dietro l’altra. Per favore: con il male, niente compromessi! Con il diavolo, niente dialogo! Con la tentazione non si deve dialogare, non bisogna cadere in quel sonno della coscienza che fa dire: “Ma, in fondo non è grave, fanno tutti così”! Guardiamo a Gesù, che non cerca accomodamenti, non fa accordi con il male. Al diavolo oppone la Parola di Dio, che è più forte del diavolo, e così vince le tentazioni» (Angelus, 6 marzo 2022).

Ecco l’arte del diavolo: tramutare i beni a noi necessari in idoli. Mentre Gesù ci insegna che tutto è un mezzo per fare il bene, il demonio trasforma i mezzi in fini e il risultato è che li fa apparire ai nostri occhi come veri e propri idoli. L’idolo è una falsa sicurezza, uno scimmiottamento di Dio stesso. Il demonio pretende solo di farci distogliere lo sguardo da Cristo e di inchiodare la nostra testa e il nostro cuore in mille preoccupazioni, a volte fittizie. Solo per allontanarci dal nostro Fine ultimo.

E quindi nella vita matrimoniale ciò si traduce in tante modalità. Si può far diventare il coniuge un idolo, il proprio rapporto di coppia un idolo, la carriera, la casa, il benessere fisico… e che dire poi dei figli? Quale grande tentazione di renderli l’obiettivo della vita di coppia!

S. Ignazio di Loyola, celebre, tra le altre cose, per aver plasmato le illuminazioni ricevute da Dio negli “Esercizi Spirituali”, ha dedicato la prima settimana degli stessi al famoso “principio e fondamento”. Ossia, tutto il percorso di crescita negli esercizi presuppone che la persona prima faccia ordine e metta ogni cosa al proprio posto, lasciando Dio come il fine ultimo della propria esistenza.

Domandiamoci ora: ci sono cose o persone che stai convertendo in idoli nella vita di coppia? C’è qualcosa di buono e sacrosanto che però stai considerando più di quello che è?

Quanto bene fa alle coppie scoprire che lo Sposo della coppia è Gesù. Perché inevitabilmente proietta lo sguardo oltre la relazione nuziale e la libera da ogni autoreferenzialità mettendo i coniugi in cammino verso la medesima direzione.

Il cammino della Quaresima è un momento forte di Grazia per andare all’essenziale nella nostra vita di fede, purificandoci da tanti idoli. Come persone e come coppie, coglietela al volo.

ANTONIO E LUISA

Ho fatto il salto di qualità con Luisa quando mi sono posto una domanda. Ma mi sono davvero innamorato di Gesù? Chi era il mio dio? Era Gesù o era Luisa? Credevo nel Dio eterno e perfetto o stavo costruendo la mia vita e la mia felicita su una creatura finita e fallibile, piena di fragilità e imperfezioni come tutti. Se non cerco la sorgente del mio amore e della mia vita in Cristo non sarò capace di amare la mia sposa. Non posso essere capace di amare incondizionatamente se la mia felicità, senso e pienezza è riposta in una persona.

Acquista il libro cob gli articoli più belli del blog

Quaresima in vista, frutti abbondanti in palio

Cari sposi, oggi è l’ultima domenica del tempo ordinario perché mercoledì iniziamo il tempo forte della Quaresima. Vedendo i temi trattati oggi, si può dire che, in un certo senso, la Liturgia ci sta già preparando a questo grande momento.

Leggendo il Vangelo, mi è balenato un ricordo degli studi delle superiori, un vecchio proverbio inglese: “Sweep in front of your own door before you complain about the street”, in parole povere: “Pulisci prima davanti al tuo uscio invece di lamentarti della sporcizia della strada”. È, in effetti, fin troppo ovvio il senso delle parole di Gesù di rimuovere la nostra “trave” prima di pensare alle “pagliuzze” altrui.

Ma il senso generale di questo Vangelo va più in profondità e si coglie alla luce di tutte le altre letture. In questa settimana abbiamo iniziato infatti il ciclo del libro del Siracide, un testo di genere sapienziale, in cui un padre vuole educare il proprio figlio ad una vita ispirata alla sapienza. Questo è il punto di vista da cui guardare anche al Vangelo e così si comprende come Esso costituisca un grande invito a vivere secondo la vera sapienza, che in fondo è la luce della fede.

Difatti, può essere saggia una persona che sparla, si lamenta, ironizza e genera chiacchiericcio attorno ai difetti altrui? Evidentemente questa persona non sa, ma soprattutto non vuole, guardare anzitutto dentro di sé. Perché è questo l’atteggiamento del saggio, come ci insegna S. Agostino quando ammette la propria immaturità giovanile: “Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo” (Confessioni 10, 27).

Vivere fuori di sé, distratti da mille altre cose e non stare sul pezzo, cioè sulla propria vita è assimilabile alla persona cieca. Non per nulla è quanto accade a chi ha una trave nell’occhio. Dice san Giovanni della Croce che: “L’anima che non cerca la luce divina rimane nelle tenebre della propria ignoranza”.

Chi invece esamina la propria esistenza e la propria condotta alla luce di Dio, questi sta imbroccando la vera via della sapienza e va per la buona strada. E dove porta questa strada? Alla vita feconda secondo lo Spirito. Ecco perché nel Vangelo poi si parla proprio di frutti e non qualsiasi frutto. Il fico e l’uva sono evidenti sinonimi di fecondità e fertilità, mentre le spine e i rovi il loro esatto contrario. L’ideale della persona saggia non può che essere la vita feconda, la vita che produce frutti buoni per sé e per gli altri.

Per voi sposi, in particolare, è molto interessante e sfidante questo brano del Vangelo. Su di voi è già stata pronunciata una benedizione di fecondità molto esplicita nel giorno del vostro matrimonio: “Il Signore onnipotente e misericordioso confermi il consenso che avete manifestato davanti alla Chiesa e vi ricolmi della sua benedizione” (Rito del matrimonio 74). Per voi la fecondità non è un optional, non è riservata ai coniugi Quattrocchi e coppie simili ma tutti voi siete chiamati e avete tutte le grazie per essere fecondi.

E uno dei tanti cammini di fecondità è tramite la parola. Voi coniugi siete chiamati ed avete il dono di vivere una condivisione e un dialogo molto profondo, che scenda fino alle profondità del cuore. Condividersi le paure, le gioie, le speranze, le inquietudini, i desideri… niente di più scontato quando la vita frenetica porta a restare sulle “comunicazioni di servizio” (compiti dei figli, bollette, visite mediche…). Invece il vostro Sposo vi spinge ad arrivare a condividervi e parlare del vostro rapporto con Lui, a quanto Gesù ha fatto oggi per me, cosa mi ha detto nel Vangelo del giorno…

Questo senza dubbio è un sentiero che porta molto in alto, alle vette della vita spirituale e quindi della vera fecondità secondo lo Spirito.

È di certo un cammino costoso ma proprio per questo anche un eccellente proposito di Quaresima per crescere nel vostro amore nuziale e nel vostro rapporto con Gesù.

ANTONIO E LUISA

Siamo tutti mancanti, nessuno è perfetto. Eppure, quando affrontiamo le difficoltà coniugali, tendiamo a focalizzarci solo sui difetti dell’altro. Questo atteggiamento è sterile. Il vero cambiamento inizia dentro di noi: solo lavorando sulle nostre fragilità e aprendoci alla grazia possiamo trasformare il nostro cuore e, di conseguenza, migliorare la relazione. L’amore cresce quando ci assumiamo la responsabilità della nostra conversione quotidiana.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Quattro passi verso la libertà del cuore

Cari sposi, come corre il tempo! Il Natale ce lo siamo lasciato dietro poco fa e nel giro di pochi giorni inizieremo l’arduo cammino della Quaresima. In questo senso, la Chiesa, quale saggia Maestra, ci sta già preparando con una Parola centrale in tutto il Vangelo.

Nel contesto biblico, il nemico è spesso visto come chi fa del male, chi perseguita od ostacola il bene. Ognuno di noi può diventare nemico di un altro, può succedere mentre guidi per strada, al supermercato, sul lavoro, a passeggio nel parco…

Ogni volta che siamo offesi, che ci viene fatta un’oggettiva ingiustizia sorge spontaneo il desiderio di rivalsa, cioè di riottenere fisicamente o moralmente il bene perso. Di per sé, l’ira è una reazione emotiva legittima di fronte all’ingiustizia o al male. Il problema è quando diventa disordinata.

L’ ira, nella sua natura, cerca la vendetta; ciò non ha affatto un senso negativo ma significa solo “riscatto, redenzione, liberazione”. Per questo, il massimo teologo cattolico, San Tommaso d’Aquino, nella Somma teologica, sembra giustificare la vendetta quando scrive: “Desiderare la vendetta per il male di chi va punito è illecito”; ma è lodevole imporre una riparazione “al fine di correggere i vizi e di conservare il bene della giustizia” (San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, II-II, 158, 1, ad 3). In altre parole, quello che stava facendo Davide a Saul non era in partenza sbagliato, essendo stato più volte in pericolo di vita per sua causa. Ma la vendetta è lecita solo se è esercitata da chi ha l’autorità per punire (ad esempio, un giudice o un governante) e se mira alla correzione del colpevole e al bene della comunità, oppure se mira a correggere il peccatore e dissuadere altri dal commettere lo stesso errore. Purtroppo, lo sappiamo bene, essa facilmente diventa illecita se la vendetta nasce dal desiderio di male per l’altro, dalla rabbia o dall’odio, o causa più male che bene, oppure è esercitata senza autorità legittima e infine se invece di correggere il colpevole, lo annienta.

Ma che succede quando l’ingiustizia avviene tra due che si sono promessi fedeltà per tutta la vita, vivono sotto lo stesso tetto e dormono nello stesso letto? La questione si complica enormemente.

Il primo che lo sa è Nostro Signore e nel suo infinito realismo riguardo alla vita matrimoniale, ben più dei migliori counselor e terapeuti di coppia, ha pensato bene di fare un dono speciale nel giorno del matrimonio. Oltre a benedire i coniugi e a renderli fecondi, ha dato loro un Dono speciale: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati(Giovanni Paolo II, Familiaris consortio 13). Il dono è lì sul comodino… bisogna usarlo quotidianamente perché entri in circolo ed aiuti ad arrivare a quel di più nell’amore che non è la giustizia, i piatti della bilancia perfettamente in linea.

So bene per esperienza che è dura, tra l’altro le notizie sulle due guerre attuali ci mostrano giornalmente quanto sembri impossibile perdonarsi. Proprio a tale riguardo vorrei citare per completo un post di Gigi De Palo, presidente Nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, di quasi due anni fa:

“Il 20 marzo del 2002 facevo parte di una delegazione di giovani che portava la lampada della pace a Simon Peres e a Yasser Arafat. […] Quando 22 anni fa eravamo lì, ricordo che facemmo un gioco con i giovani palestinesi e i giovani israeliani dove si dovevano indovinare alcune parole attraverso il gioco dei mimi. Giuro non è uno scherzo, ma non riuscimmo a tradurre e a far indovinare agli uni e agli altri la parola “perdono”. Ecco, io credo che – e la situazione folle che stiamo vivendo lo dimostra – non ci possa essere la pace senza il perdono. Perché la “giustizia” non basta quando la situazione è così compromessa. Facciamo incontrare le persone semplici, le mamme che hanno perso i loro figli in questa immensa tragedia. Perdonare non è puerile, è un atto concreto ed è l’unico che può davvero cambiare questa storia. Perdonare è un atto maturo e sovversivo. È l’unica speranza per la pace.

Ma c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni. E l’ho capita in particolare modo da quando sono sposato e sono diventato padre. La pace si impara in famiglia. Perché è un fatto concreto, non un’ideologia. E in famiglia ho compreso che nonostante sui libri ci venga insegnato che giustamente «non c’è pace senza giustizia», nella realtà non basta. Negli anni ho compreso che non può esserci pace senza perdono. È la cosa più difficile del mondo, ma è la sola cosa che risolve definitivamente i conflitti”.

Che forte! È proprio vero: la pace, il perdono, la riconciliazione, la concordia… sono tutte cose che si imparano in famiglia, sono doni che i genitori si fanno per primi a vicenda e da loro scendono sui figli.

Questo è il grande potere sanante del matrimonio, il talento e la marcia in più che esso ha riguardo ad ogni altra relazione, come ci ricorda Papa Benedetto:

Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus caritas est, 2).

Gesù, come già detto, è assolutamente consapevole della difficoltà di quanto sta chiedendo e per questo ci propone una gradazione che rende il cammino più umano:

  • 1) “pregate per coloro che vi trattano male”: il primo passo è sempre offrire al Signore il dolore e la sofferenza e affidare a Lui chi ci fa del male;
  • 2) “benedite”, cioè, pensare e volere il bene nel nostro cuore, anche se non riusciamo ancora a muovere un dito;
  • 3) “fate del bene” e quindi comportarci bene, con gentilezza, con benevolenza, a partire dalle piccole cose;
  • 4) “amate”, a questo punto lo Spirito da dentro di noi ci dà la forza di avere quel cuore grande che sa essere misericordioso e comprensivo anche verso chi ci ha procurato dolore ingiustamente.

Concludo invitandovi sempre a provarci ogni giorno, a non smettere mai di implorare la grazia e ad avere il cuore aperto all’azione del Signore.

ANTONIO E LUISA

L’amore di coppia autentico si misura nei momenti di difficoltà: è vero amore o solo egoismo reciproco? Il Vangelo ci chiama a un amore che va oltre l’offesa, la mancanza e perfino il tradimento, un amore che perdona come Cristo sulla croce. Nella coppia, i momenti di crisi sono opportunità per sperimentare un amore gratuito, che non dipende dai meriti ma dalla scelta di amare sempre. Questo amore è il “cemento armato” che tiene saldo il matrimonio, rendendolo segno della Grazia del sacramento: amare come cristiani significa amare anche quando l’altro si comporta da nemico.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Per amore, mi fido totalmente di Te

Cari sposi, c’è un fatto nel Signore degli anelli che, come tante altri aspetti, contiene un significato simbolico sempre attuale.

Era l’anno 3434 della Settima Era e nell’immensa pianura di Dagorlad, laggiù, tra le colline degli Emyn Muil e la gola di Cyrith Gorgor, si erano schierati in ordine di battaglia due eserciti sconfinati: quello dell’Ultima Alleanza, guidato da Gil-Galad, capo degli Elfi, ed Elendil, Re degli Uomini dell’Ovest, mentre a varie centinaia di metri ecco la masnada degli Orchi con a capo il terribile Sauron.

Dopo ore di lotta furibonda, Isildur, figlio di Elendil, riuscì a tagliare il dito di Sauron nel quale portava il famoso Anello. Ecco finalmente la grande occasione per porre fine al male nella Terra di Mezzo. Ora Isildur ha l’opportunità di cancellare per sempre il ricordo di Sauron e purtroppo, tradendo ogni aspettativa degli Uomini e degli Elfi, invece di distruggere l’Anello gettandolo nel fuoco del Monte Fato, sceglie di tenerlo per sé, corrotto dal suo potere. Questo errore permette all’Anello di sopravvivere e al male di continuare ad agire.

Come sappiamo J. R. R. Tolkien era un credente ed ha intriso il suo capolavoro, Il Signore degli anelli, di una profonda allegoria con la storia della Rivelazione nella sua storia e nei suoi simboli

E difatti, la scena anteriore contiene un riferimento che va assai in linea con quanto leggiamo oggi nella Parola. Isildur, gonfio di entusiasmo per aver vinto la battaglia e forte del possesso dell’anello, si lascia trascinare dal desiderio di potere e di autosufficienza, finendo per divenirne succube, al punto da trovare successivamente la morte.

È interessante vedere come nella prima lettura, la fiducia è sempre legata alla fede nel Signore. Non esiste una persona che confidi totalmente in Dio e poi si appiccichi ai soldi, al potere, alla fama, piuttosto deve fare una scelta radicale a chi donare il cuore. Per questo, nella seconda lettura, Paolo ci ricorda che l’origine della fiducia non è un vago ottimismo ma è Cristo Risorto che sempre vive con noi ogni giorno.

Il Vangelo ci mostra Gesù parlando proprio di questa fiducia perché il portale delle beatitudini è proprio la povertà in spirito, cioè l’essere umili e sapersi fidare di Dio. Esattamente ciò che ha fatto Pietro domenica scorsa quando ha lanciato le reti in un modo del tutto contrario alle più elementari regole della pesca. Fidandosi ha ottenuto molto frutto!

È interessante la declinazione che, di questo brano, fa Luca rispetto a Matteo. Il primo include anche “guai” oltre che “beatitudini”. A chi va diretto il rimprovero di Gesù? Ai ricchi che pensano di non aver bisogno di altro e che fanno delle loro “sicurezze” umane, la loro unica consolazione. Infatti, Luca, nel v. 24, usa un termine tecnico del linguaggio commerciale, il verbo apéchō, che potremmo anche rendere «gli è stata pagata per intero», creando così un contrasto con la «ricompensa nel cielo» di cui parla al v. 23. Come emerge anche da altri passi del vangelo, la ricchezza (intesa in senso materiale) rappresenta per Luca la situazione alternativa alla fede, perché implica la negazione della priorità dell’ascolto della Parola di Dio e della ricerca di Lui nella propria vita. Chiaramente, così intesa, la ricchezza genera idoli ed è per questo che chi segue idoli e non il Signore Gesù, si merita un duro rimprovero.

È bello qui vedere il parallelismo che si crea con la condizione sponsale. Quando una coppia inizia a camminare con il Signore, a fargli spazio nell’ascolto della Parola, a condividersi le cose belle che Gesù ha fatto nella propria vita, la vita nuziale comincia a dare frutti insospettati. Accadono cose nella coppia e attorno alla coppia che dimostrano che non si è affatto soli ma il Risorto comincia a guidare misteriosamente le vite dei coniugi.

In particolar modo, restando sul tema di oggi, è davvero consolante osservare coppie che si fidano di Gesù. Coppie che vivono di Provvidenza, che accolgono una nuova vita, che ritentano a restare insieme nonostante la crisi, che accettano una responsabilità nella chiesa o di cambiare casa, lavoro, città… Sono tanti i modi in cui le coppie che ho incontrato nella mia esperienza mi hanno testimoniato concretamente cosa significa questo fidarsi di Dio.

Mi piace concludere con un brano di Papa Francesco in cui ci rilancia il Vangelo sotto forma di domanda:

“io – ognuno di noi – ho la disponibilità del discepolo? O mi comporto con la rigidità di chi si sente a posto, di chi si sente per bene, di chi si sente già arrivato? Mi lascio “scardinare dentro” dal paradosso delle Beatitudini, o rimango nel perimetro delle mie idee? E poi, con la logica delle Beatitudini, al di là delle fatiche e delle difficoltà, sento la gioia di seguire Gesù?” (13 febbraio 2022)

ANTONIO E LUISA

Beati. Questa parola risuona più volte. Per gli ebrei, il beato era chi seguiva la sapienza di Jahvé nella Torah, mettendo Dio e la sua Legge al primo posto. Gesù parla di beatitudine come consolazione, una ricompensa che riempie il vuoto con la Grazia divina. Davanti a incomprensioni e sofferenze, possiamo reagire con freddezza o affidarci a Dio. Pregando, chiediamo il suo aiuto per perdonare il coniuge e trasformare il dolore in amore. Così avviene il miracolo: il matrimonio diventa dimora di Dio, che ci dona tutto per realizzare il suo progetto d’amore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui





Non vergognarti di chi sei

Cari sposi, nel nostro mondo, la scena evangelica ci parla di cose e oggetti a noi poco familiari. Chi, infatti, ha mai maneggiato una rete da pesca? Possiamo solo immaginarlo o magari averlo visto in televisione. Ma la pesca a reti era tra i mestieri più evidenti per Gesù, nativo di un villaggio vicino al grande lago di Genesaret.

Le reti menzionate nel Vangelo sono a strascico o da circuizione e potevano raggiungere una lunghezza di circa 100 metri, con un’altezza tra i 2 e i 4. Per questo motivo, il loro uso richiedeva più mani ed una barca capiente per essere tirate a riva. Composte di fibre naturali, come lino o canapa, necessitavano manutenzione costante per evitare rotture o deterioramenti per l’umidità. Tutto ciò fa capire quanto il pescare in tali condizioni fosse un’attività faticosa, solo per gente esperta ed abile.

Pietro era proprio uno di questi, non per nulla a capo della piccola ditta di pescatori. Oggi è seduto vicino alla riva e, con i suoi colleghi, mentre lavorava stava però ad ascoltare il Maestro nella sua predicazione. Lo faceva con attenzione e rispetto perché Gesù, fino a quel momento, aveva già fatto diverse guarigioni prodigiose. Che onore avere una tale persona vicino a sé!

Ma l’onore presto svanì con quella richiesta così ingenua: “prendi il largo e butta la rete”. Conoscendo il carattere un tanto fumino, gli deve aver provocato un misto di risata e di imbarazzo… Avrà pensato: “Siamo stanchi morti dopo una notte che ci è andata buca e poi lo sa anche un bambino che i pesci ci vedono benissimo. Di giorno, al primo movimento, scappano giù a fondo e chi li prende più? Mah! Come fa a non saperle ‘ste cose?

E poi avvenne l’incredibile. Mai visto un banco di pesci così grande in rete! Se Pietro aveva già intuito che Gesù fosse un grande, ora con quel fatto sconvolgente, gli viene la tremarella alle gambe e, da uomo schietto e diretto, cade in ginocchio davanti a Lui, in un misto di adorazione, riverenza, umiltà.

Che può dire una scena del genere per voi sposi? Lo capiamo bene mettendo in parallelo la prima lettura con il Vangelo. È la nostra povertà, il nostro limite, i peccati e le cadute che possono prima o poi farci sentire indegni di essere cristiani o perlomeno di ricoprire un ruolo o una responsabilità nella Chiesa. Come anche ottenere l’effetto di spegnere l’entusiasmo nella vita nuziale. E poi, se iniziamo a compararci con altre coppie che, a nostro parere, sono “migliori”, il gioco del demonio è riuscito e la tentazione di tagliare la tela è a portata di mano.

La Chiesa, almeno nel suo Magistero ufficiale, è invece molto chiara e realista. Dinanzi a situazioni simili Papa Francesco dice: “Non si deve gettare sopra due persone limitate il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa, perché il matrimonio come segno implica «un processo dinamico, che avanza gradualmente con la progressiva integrazione dei doni di Dio” (Amoris laetitia, 122).

Non cadiamo però nell’errore di pensare che dobbiamo assecondare i nostri difetti. Sentirsi dire “mal comune, mezzo gaudio” non ha mai salvato nessuno dal pessimismo ma soprattutto non ha mai spinto a crescere e ad essere migliori persone se non ad appiattirsi e mettersi in parte.

Invece, guardando le due scene analoghe, di Isaia e di Pietro, essi sì ammettono di non essere degni; ma poi che succede? Riconoscono il primato della Grazia che è capace di purificare ed elevare l’umana debolezza. E questo li rimette in moto fino a dare totalmente la vita al Signore, nonostante tutto.

È commovente pensare che Pietro, fino agli ultimi giorni della sua vita – sebbene la Pentecoste pareva avesse aggiustato ogni cosa in lui -, non ha perso la livrea di testardo e codardo, come la celebre tradizione degli “Atti di Pietro” apocrifi ci attesta. Eppure, ce l’ha fatta, ha dato la vita a Cristo ed è per noi un modello di donazione totale.

Se anche voi siete tentati a volte di fermarvi, di parcheggiare il matrimonio perché “avete faticato tutta la notte e non avete preso nulla” siete nelle condizioni ideali per iniziare ad essere veramente discepoli di Gesù come coppia.

Finché non facciamo l’esperienza di Pietro non possiamo essere seguaci. Mi impressionano nel Vangelo i vari episodi di persone che volevano seguire Gesù che però Lui non accoglie, l’ultimo dei quali è stato l’indemoniato di Gerasa. Una volta liberato come sarebbe stato bello se anche lui, seguendo Gesù con gli altri 12, avesse detto a tutti: “Avevo una Legione di demòni addosso ma Gesù mi ha liberato!”. Ma questo criterio non è stato, evidentemente, sufficiente perché Cristo lo abbai voluto con sé. Nessuno è degno di stare vicino a Cristo e di seguirlo per il semplice fatto di volerlo.

Siate colmi di speranza, quella teologale, perché il dono del sacramento del matrimonio è la garanzia che Gesù oggi e sempre vi chiama a lanciare le reti, nonostante tutto. Sta a voi, come Pietro, essere fiduciosi e confidare nella sua Parola.

ANTONIO E LUISA

Questo racconto è il canto di resurrezione di tante coppie che hanno rifiutato di arrendersi al fallimento, che hanno scelto di lottare quando tutto sembrava perduto. Perché sì, a volte nella notte della vita getti le reti e torni a riva a mani vuote. Ti affanni, ti sforzi, eppure nulla cambia. Il cuore si appesantisce, la speranza si sbiadisce, e la tentazione di mollare tutto si fa assordante. Ma c’è chi resta. Chi non si lascia vincere dal vuoto. Chi si aggrappa alla promessa fatta all’altare, anche quando sembra solo un’eco lontana. E getta ancora le reti. Una volta in più. Non perché ha capito, non perché ha la certezza che funzionerà, ma perché non ha più nulla da perdere.

Gesù ha sempre amato trasformare il poco in abbondanza, la fine in un nuovo inizio. Lo ha fatto a Cana, quando l’acqua diventò vino. Lo fa nei matrimoni che sembrano esauriti, nei cuori che si sono persi, nelle promesse che sembrano svanite. Perché l’amore vero non è solo emozione: è fede. È gettare ancora la rete, credendo che Dio possa riempirla.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Siamo di Cristo come battezzati e come sposi!

Cari sposi, sono già passati 40 giorni dopo il Natale ed oggi celebriamo una festa che ancora una volta ci fa vivere in “sincronia” con il Signore. Difatti, come tutte le madri, anche Maria, dopo 40 giorni dal parto, obbedisce alla legge mosaica che imponeva un rito di puri­ficazione. Un’usanza, questa, che va collegata alla mentalità di allora, secondo cui, la donna, a causa della maternità, era impedita fisicamente di accedere al culto e da qui la necessità di una mikveh o purificazione.

Ma, oltre a ciò, nel caso di una neomamma di un primogenito, era previsto anche un’altra celebrazione, il Pidyon haben, secondo cui il primo figlio maschio, quale primizia della famiglia, veniva offerto al Signore perché fosse consacrato a Lui e votato al Suo culto. Come non vedere in tutto ciò una prefigurazione del Battesimo che il Signore avrebbe introdotto con la Sua vita!

Anche noi, analogamente a Gesù, siamo stati consacrati al Signore quando il ministro ha detto su di noi: “Dio onnipotente, […] vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, (vostro figlio/a) sia sempre membra del suo corpo per la vita eterna” (Rito del Battesimo, 118).

Ma che significato ha la consacrazione? Tanto quella di Gesù come quella nostra battesimale? Magari una benedizioncina? Un solenne buon auspicio? Piuttosto, consacrare porta con sé un senso grandioso ed imponente, secondo quanto ci spiega Papa Benedetto: “Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente” (Omelia del Giovedì Santo, 9 aprile 2009).

Che bello! Siamo di Cristo! Gli apparteniamo e non siamo più del mondo, cioè non pensiamo, vogliamo, desideriamo quello che la mentalità comune ci presenta come il massimo della vita e non lo è. Scelte difficili dal momento che in questo mondo ci stiamo “in ammollo” e i suoi criteri, stili e idee ci entrano per osmosi anche se non lo vogliamo o non ne siamo del tutto consapevoli.

E ora passiamo a voi sposi. In effetti, nel celebrare il vostro matrimonio sicuramente ricorderete il momento in cui il celebrante ha detto: “Carissimi N. e N., siete venuti insieme nella casa del Padre, perché la vostra decisione di unirvi in Matrimonio riceva il suo sigillo e la sua consacrazione, davanti al ministro della Chiesa e davanti alla comunità. Voi siete già consacrati mediante il Battesimo” (Rito del matrimonio, 66).

Siete arrivati al matrimonio come figli amati, consacrati personalmente a Cristo – e magari non ne eravate consapevoli -, quindi con il dono di essere liberi di amare, di poter donarvi totalmente. Questo dono l’avete condiviso reciprocamente con la nuova grazia del matrimonio e così siete in grado, non per un merito personale o per essere particolarmente intelligenti, di amarvi fino in fondo.

Essere consacrati a Dio ed aver poi consacrato a Lui il vostro amore significa che riconoscete di essere un dono reciproco e che la vostra stessa relazione è un dono, sebbene sia nata da una scelta volontaria. Nulla a che vedere con la visione, così in voga, che il matrimonio funziona solo se trovi quell’incastro magico, quel compromesso di libertà e quell’accordo tra diritti e doveri et voilà eccovi felici e contenti…

Siete un dono da donare e il vostro amore sta in piedi anzitutto perché c’è Uno che ci ha messo tutto il suo Sangue perché fosse così.

Nella scena appaiono anche due venerandi anziani, Simeone ed Anna, persone dedite oramai unicamente alla preghiera ed al digiuno. Che c’entrano con voi? In effetti molto perché loro due, proprio in virtù di quell’atteggiamento, sono aperti e disposti ad accogliere il dono del Messia. Analogamente voi sposi, dopo aver ricevuto il dono nella consacrazione, non potete dare tutto il frutto che esso contiene senza preghiera e digiuno.

Gesù oggi è proclamato “luce delle genti”, cioè di tutti i lontani, coloro che non sanno cosa sia veramente l’amore. Ebbene, voi sposi, pur con i limiti umani, potete, anzi di fatto già lo fate, essere un riflesso di quella luce di cui il mondo, tutti in verità, abbiamo un grande bisogno.

ANTONIO E LUISA

“L’amore vero comincia quando non ci si aspetta nulla in cambio.” (Antoine de Saint-Exupéry). Padre Luca ce lo ha ricordato con forza: siamo consacrati. Il Battesimo ci ha sigillati in Cristo, ma il matrimonio ci lega ancora di più, non solo tra noi, ma a Dio stesso. Questo significa che il nostro amore non è solo nostro: è Suo, è un riflesso della Sua luce nel mondo. Ogni carezza che consola, ogni servizio donato senza riserve, ogni perdono offerto senza calcoli è Dio che si rende presente attraverso di noi. Non amiamo per essere ricambiati, ma perché il nostro amore è già una risposta al Suo. E così, ogni coppia che si abbandona a Lui diventa un piccolo segno di speranza, una scintilla di eternità in un mondo che ha sete di luce.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Parola cerca casa in voi

Cari sposi, tanti anni fa mia mamma, tornando dalla spesa mattutina, raccontava a noi figli le cose successe e gli incontri fatti. In particolar modo quel giorno, in salumeria, facendo le solite chiacchiere mentre veniva servita, sentì dire al proprietario, nell’affettare un buon prosciutto e davanti alla bilancia, che le parole non hanno peso indicando l’ago immobile nella bilancia per poi concludere: “ma allora com’è che invece le parole sono così importanti?”. Non flatus vocis, come dicevano i filosofi medievali ossia aria al vento…ma realtà contenenti molto di più di un suono.

Proprio lì ci portano tutte le letture di oggi che hanno come fil rouge la Parola e soprattutto i suoi effetti in chi L’ascolta.

Iniziamo con la prima lettura che ci imbandisce una scena drammatica: osserviamo la prima volta, dai tempi dell’esilio a Babilonia, – cioè 70 anni -, in cui il popolo finalmente riascolta la Parola, dopo che quella tragedia aveva loro tolto quasi tutti i punti di riferimento della fede. Quelle persone da subito percepiscono fino in fondo quanta consolazione e speranza Essa contenga, quanto era bello rendersi conto di essere novamente in amicizia e vicini al Signore. Che invidia ho sempre provato dinanzi a questa lettura! Come vorrei anch’io scuotermi di dosso una buona volta quella coltre di abitudine e letargo che impedisce alla Parola di toccarmi nel profondo del cuore e convertirmi!

Ma ben di più di tutto ciò avvenne a Nazareth! Se di per sé la Parola è viva – ce lo ricorda la Lettera agli Ebrei –, quanto più potente e travolgente è la “Parola fatta carne”, cioè la Persona stessa di Gesù! È chiaro che Cristo, dopo aver iniziato la sua vita pubblica e fatto i primi segni, vuole rendere manifesto a tutti che “il tempo è compiuto”, cioè è arrivato a pienezza e che Lui è la Pienezza che da sempre stavamo aspettando.

Non vado oltre con riflessioni di tipo esegetico ma passo subito al rapporto che tutto ciò ha con il matrimonio. Mi piace piuttosto concentrarmi sul fatto che ogni coppia di sposi è un prolungamento di quella “Parola fatta carne”. In effetti, e ce lo dicono i vescovi italiani: “la coppia di sposi diventa in virtù del sacramento del Matrimonio segno e riproduzione di quel legame che unisce il Verbo di Dio alla carne umana da lui assunta e il Cristo Capo alla Chiesa suo Corpo nella forza dello Spirito” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 34).

È un dono presente in ciascuno di voi, a prescindere dai talenti o capacità. È questione di fede nello Spirito che ha prodotto questa unione e che vuole continuare a manifestarsi nel mondo. Credeteci! Abbiate fiducia che è così, al di là delle apparenze che spesso ingannano! Lo stesso Spirito, dal giorno del matrimonio, si è giocato tutto per voi! Voi metteteci l’impegno giornaliero, l’attenzione allo Spirito, la concretezza e la semplicità dei propositi e al resto ci pensa veramente il Signore.

Ecco ciò di cui ha un gran bisogno anzitutto la Chiesa e poi il mondo: di coppie che ridicano con la vita che il Verbo, la Parola si è compiuta ancora oggi e si continua a compiere in ciascuna di voi coppie! Concludo con alcune magnifiche righe di don Renzo su questa bellissima vocazione che è presente in voi:

Il Dio che talvolta viene rifiutato nella Chiesa o nei sacerdoti è il Dio che l’uomo-donna, sposo-sposa, ha la possibilità di presentare mediante la bellezza della coppia, della famiglia, presentando il suo mistero d’amore: un amore che non ha confini né orizzonti. Per un mondo non credente non serviranno più preti, serviranno più sposi. Non serviranno più predicatori, servirà più carne di uomo-donna che senza aprire bocca diranno la bellezza del progetto. E finché non porteremo le nuove generazioni allo stupore per la bellezza di uomo-donna, è difficile che si stupiscano di Dio Amore. […] Questo comporta due passaggi: conoscere queste identità profonda di immagine e somiglianza e poi manifestarla” (Don Renzo.Bonetti, In famiglia la fede fa la differenza, pp. 69-70).

ANTONIO E LUISA

E già cari sposi. San Giovanni Paolo II ha urlato al mondo: Famiglia diventa ciò che sei! Perchè è importante per noi certamente ma è importante per un mondo che sta perdendo la speranza e la capacità di stupirsi. Noi siamo necessari. Lo siamo Luisa ed io ma lo siete anche voi. Lo siamo nella nostra imperfezione. Non sentitevi sbagliati o inadeguati. Si siamo inadeguati ma è proprio dalla nostra fragilità che splende la gloria di Dio. Perchè cadiamo ma siamo capaci di rialzarci. Perchè litighiamo ma siamo capaci di perdono e di rilanciare la relazione. Perchè nonostante tutti i nostri limiti crediamo in una promessa più grande, una promessa di eternità. Buon cammino cari sposi!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il grande e piccolo segno di Cana

Cari sposi, dopo che Gesù ha iniziato il suo ministero pubblico, eccoci oggi dinanzi alla sua prima mossa. Pensiamo a noi, non appena abbiamo raggiunto una meta (laurea, assunzione ad un posto di lavoro, nuovo incarico…), di certo ci siamo sentiti pieni di entusiasmo, con la voglia di “iniziare con il botto”.

Ma oggi Gesù non ha nessun tipo di pretesa del genere. L’unica cosa che fa è partecipare tranquillamente ad un matrimonio a cui era stato invitato, forse un parente di Maria o di Giuseppe. E di fatto il “miracolo” non è stato per nulla appariscente, come altre volte ma è stato compiuto dai servi, dietro all’iniziativa di Maria che ha fatto anticipare l’inizio della “ora” di Gesù. È altamente probabile che molti, a quella festa, manco si accorsero del “cambio di vino”.

Eppure, questa prima manifestazione di Gesù rimane la pietra angolare della sua missione. Al di là dell’apparente normalità dei fatti – una delle tante feste di matrimonio – sta accadendo un fatto straordinario, descritto così dal Catechismo: “La Chiesa attribuisce una grande importanza alla presenza di Gesù alle nozze di Cana. Vi riconosce la conferma della bontà del matrimonio e l’annuncio che ormai esso sarà un segno efficace della presenza di Cristo” (1613).

Mi piace essere ancora più esplicito e donarvi un passaggio di un grande teologo italiano che ha contemplato e approfondito la bellezza del matrimonio cristiano:

Ci troviamo quindi davanti ad un mistero: sta per cominciare la nuova alleanza. Ed essa inizia in un contesto nuziale. Pare possibile che Cristo abbia deciso di dare il primo segno in un contesto nuziale a caso? Oppure non è una strategia umana e divina incredibile il fatto che il primo segno avvenga all’interno di un chiaro contesto nuziale? […] Cristo ha deciso di porre un segno strategico come segno archetipale in un contesto nuziale per dire chi è e cosa è venuto a fare. Lui è lo Sposo messianico venuto per sposare l’umanità presente in lei, la donna/madre. Per fare intuire l’intima finalità della sua missione, Cristo decide di compiere da subito un segno che lascia presagire il mistero nuziale che Egli illumina e compie. Col suo segno iniziale/archetipale, Cristo inizia e avvera l’Alleanza, che è alleanza nuziale” (Giorgio Mazzanti, Teologia nuziale e sacramento degli sposi, 16-17).

Impressionante! Il matrimonio, da quel momento è segno che Cristo è vivo, presente, risorto, non solo nei tabernacoli placcati d’oro e inondati di incenso bensì in ogni coppia che ha ricevuto il sacramento!

Ma la realtà di quel matrimonio a Cana è stata ben diversa… sappiamo che il vino, nell’Antico Testamento, è il simbolo dell’amore e della gioia. Se il vino è venuto a mancare già nel banchetto e questo non in una coppia di cinquantenni ma di novelli sposi… allora la situazione è assai grave.

Da questi ed altri dettagli del Vangelo, pare che i nostri sposini fossero quindi arrivati impreparati al giorno di nozze, trascinando un amore un tantino malato. Sembra la prefigurazione dei tanti matrimoni che oggi si sposano in Chiesa ma che hanno già le ore contate, andando a ingrossare la fila dei clienti degli avvocati…

E che fa Gesù? Se ne sta a divertirsi con i suoi apostoli, tra calici di buon vino e costine di agnello arrosto? In realtà, Lui sa tutto ed è totalmente sul pezzo. Quello che fa segue un pensiero ben preciso: la capacità di amare non si può vivere in pienezza se non si è preparati, purificati e in definitiva amati.

Ecco allora che Cristo non fa venire miracolosamente il vino buono da un’altra parte – gli bastava solo volerlo – ma il grande segno consiste nel trasformare l’acqua, simbolo qui di un elemento semplice e umile e che rimanda alla fragilità della coppia stessa, in vino eccellente.

Un gesto simbolico e che sarà ripetuto anche durante l’Ultima Cena: l’amore richiede sempre una purificazione continua, un guardarsi dentro e mettersi in discussione, un riconoscersi sempre inadeguati ad amare e bisognosi dell’Amore.

Se è vero che le grandi crisi di coppia sono state il risultato di piccoli sgarri accumulati è soprattutto vero il contrario. Cana ci insegna che voi sposi potete arrivare alle alte cime dell’amore se ogni giorno ripartite dal principio, dal proprio nulla e date un valore di amore alle piccole cose, uniti alla Presenza di Cristo Sposo che già abita in voi.

ANTONIO E LUISA

Come dice padre Luca, abbiamo bisogno di continua purificazione. Ma cosa significa? Nella concretezza della nostra storia abbiamo dato un senso a queste parole. Amare davvero è un viaggio che inizia riconoscendo la propria fragilità: accettarsi deboli, incompleti, vulnerabili. Nessuno, per quanto straordinario, può colmare il nostro vuoto interiore; solo l’amore di Dio può renderci completi. Quando ci scopriamo profondamente amati da Lui, impariamo a donare senza possedere, ad accogliere senza pretendere. È questa guarigione del cuore che ci libera dalle dipendenze affettive, trasformando l’amore in un dono puro e autentico. Solo così possiamo vivere il matrimonio come luogo di rinascita, dove il legame non imprigiona ma eleva. Dove l’acqua diventa vino. Amare è un atto di libertà che nasce dall’esperienza viva dell’amore di Dio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui





Guardarsi attraverso gli occhi del Padre

Cari sposi, oggi la Chiesa ricorda il momento solenne di inizio della vita pubblica di Gesù. Tanto solenne che avviene una teofania trinitaria, cosa che si ripeterà solo nella Trasfigurazione: parla il Padre, è presente il Figlio e scende lo Spirito. Gesù esce dall’anonimato di Nazareth per iniziare ad insegnare il Vangelo con le sue parole e con i miracoli. È un nuovo inizio, una nuova tappa di vita ed è così che la Chiesa conclude il tempo liturgico del Natale per poi tornare alla vita ordinaria.

Potremmo dire molto sul significato di tale gesto di Cristo, il fatto di mettersi in fila con i comuni peccatori che chiedevano a Giovanni di essere purificati, proprio Lui, il Santo, l’Eterno, il Giusto. Quale umiltà e pazienza nello stare a stretto contatto con ladri, adùlteri, omicidi… pur di dimostrare di voler essere in tutto simile a noi, meno nel peccato.

Uno dei Padri della Chiesa, San Cirillo, commenta così il brano odierno: “Gesù ha santificato il battesimo facendosi battezzare lui stesso. Se il Figlio di Dio è stato battezzato, chi può disprezzare il battesimo? È stato battezzato non per ricevere il perdono dei peccati – poiché era senza peccato – ma è stato battezzato senza peccato per dare ai battezzati grazia e dignità divine” (S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi battesimale n°3, 11).

Ma c’è anche un dettaglio straordinario che getta una luce profonda sul vostro vissuto di coppia. Nel momento in cui Gesù viene irrorato con l’acqua del Giordano, il Padre parla. Proprio “vedendo” quale grande amore sta dimostrando il Figlio, quale obbedienza alla Sua volontà salvifica, quale abbassamento umile sta mettendo in atto… prorompe in un grido di esultanza, di ammirazione, di riconoscimento: “Tu sei il Figlio mio, l’amato”. Come a dire: “Quanto sei grande! Che figlio meraviglioso sei! Quanto vali per tutto ciò che fai!”.

Anche oggi si vede chiaramente che il primo e principale rapporto di Gesù non è con la mamma, né con Giuseppe ma con suo Padre. È così e lo sarà fino all’ultimo respiro sulla croce. Gesù ci sta testimoniando quanto è importante anche per noi vivere appoggiati totalmente sulla consapevolezza di essere figli amati.

La bella conseguenza che questo comporta per voi sposi è anche il fatto che quella frase del Padre ciascuno di voi è chiamato a incarnarla, non solo dirla, per il coniuge. In questo consiste il grande dono del matrimonio, che si costruisce appunto sul battesimo. Non è un dovere kantiano ma è un dono che vi è concesso, quello di incarnare il volto del Padre per vostro marito e moglie. Tutta la vita sponsale è, agli occhi di Dio, il cammino di crescita per arrivare a vedervi con gli occhi del Padre. Ma come sempre il Signore, nella sua grande concretezza, vi invita a cominciare dalle piccole cose quotidiane, per costruire sulla roccia la vostra chiesa domestica.

ANTONIO E LUISA

Caro padre Luca l’hai proprio detto! Come sposi, siamo chiamati a una missione speciale. Attraverso i miei occhi, Luisa può vedere l’Amore di Gesù che le ricorda quanto è preziosa. Attraverso le mie parole, posso consolarla e incoraggiarla, diventando eco della voce di Gesù. Attraverso le mie mani e le mie braccia, posso trasmetterle tenerezza e protezione, come farebbe Lui. Ma il matrimonio è anche un dono reciproco! Non riesco a contare quante volte, con il suo sguardo dolce, le sue parole preziose e i suoi gesti d’amore, Luisa mi ha fatto sentire la presenza di Gesù nella mia vita. Il matrimonio è davvero un luogo in cui Dio si rivela ogni giorno, un miracolo fatto di gesti semplici e cuori che si donano.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Natale, dono, matrimonio

Cari sposi, tempo di Natale e abbiamo ancora freschi i regali scartati, sia quelli fatti che quelli ricevuti. Natale, tempo di doni e presenti, di sorprese liete da chi ci vuole bene. Ma Natale è pur un tempo di rimembranze e memorie: chi di noi non è riandato nei giorni scorsi ai momenti vissuti in famiglia da piccoli? Per qualcuno questo può essere stato fonte di grande gioia, per altri magari di tristezza. Ma di certo tutti abbiamo rivisitato, anche solo per poco, con la nostra mente i nostri inizi.

Già, gli inizi. Ci insegna la Parola che Natale è associato inscindibilmente al Principio, al vero Inizio della nostra esistenza. E cosa troviamo ai nostri esordi? Che è avvenuto agli esordi della nostra vita? Non cadiamo nell’errore né di esaltare o sminuire la famiglia da cui proveniamo. Gesù per primo ha voluto che una povera mangiatoia fosse il primo luogo in cui dimorare e ha scelto di inserirsi nel lignaggio di Giuseppe, che sappiamo con esattezza storica non esser stato proprio un nugolo di santi.

Il Signore oggi ci ricorda che agli albori della nostra esistenza c’è unicamente l’Amore, quello eterno e incrollabile, precedente ad ogni nostro merito o scelta. E la bella notizia è che noi, proprio per l’Incarnazione, siamo stati innestati e inseriti in quel preciso Amore e non esiste marcia indietro, non ci sono ripensamenti o riconsiderazioni. Una verità, questa che, sola, basterebbe ad alimentare la nostra riflessione e meditazione per il resto della vita.

Quanto è importante e riflettere su questo Vangelo, sulle verità che da Esso sgorgano! Ne abbiamo tutti un bisogno urgente. Tant’è che ovunque guardiamo, in ogni ambito della vita che ci circonda, tutto è un factum, un qualcosa di realizzato artificialmente, un prodotto vendibile. Da qui la tentazione di essere risucchiati e assimilati al mainstream: “la mia vita è cosa mia, mi appartiene, ne posso fare ciò che voglio…”.

Per di più, vige la dittatura del presente, il pensiero woke sprezzante di ogni senso di appartenenza e legame con le nostre origini. Ma proprio Gesù, qualora avesse dovuto far discernimento su aspetti concreti del suo vissuto, ha sempre fatto riferimento al Principio.

Ed ecco che il riferimento agli sposi diviene naturale. In effetti, il vostro amore nuziale non è una autoproduzione di voi coniugi, sebbene abbiate alle spalle una lunga storia nella quale a un certo punto è intervenuta una scelta precisa. È pur vero che “Dio che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te” (S. Agostino, Sermo CLXIX, 13) e che la libertà è costitutiva dell’amore.

Eppure, il vostro legame ha avuto la sua sorgente nell’Amore di Dio e in esso può trovare sempre la forza di perseverare e soprattutto crescere. Come ricorda don Renzo, l’amore sponsale è una “convocazione”, cioè una chiamata a due ad accogliere un Amore più grande del proprio.

Natale tempo quindi di regali. Pensate al vostro amore come un dono ricevuto, arricchito e abbellito infinitamente dalla grazia sacramentale. Quante volte ricorre la parola “dono” in Amoris laetitia e Familiaris consortio, proprio a sottolineare quanto è grande il vincolo che vi unisce!

Perciò, cari sposi, mentre ringraziamo e lodiamo il Signore per essere stato il nostro Dono più grande, al tempo stesso vi invito a vedere la vostra storia intimamente connessa alla Sua.

ANTONIO E LUISA

Cari sposi, non smettiamo mai di pregare incessantemente e di rendere grazie. Come ricordava San Giovanni Paolo II, “La famiglia che prega unita, resta unita.” Solo con la preghiera possiamo aprire il nostro cuore allo Spirito Santo, imparare a donarci all’altro e accogliere il suo dono con i nostri e i suoi limiti. Padre Luca ha ragione nel dirci di tornare al principio della nostra storia per trovare la presenza di Dio, ma quel principio non è solo un ricordo: va reso vivo e attuale ogni giorno.L’amore deve essere continuamente rinnovato nella grazia di Cristo. Gesù, infatti, ci ha promesso: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Riscopriamo questa presenza viva nel nostro matrimonio, fonte di forza e di gioia.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sacra e ordinaria Famiglia

Cari sposi nella gioia dell’Ottava di Natale, in cui stiamo vivendo il prolungarsi del giorno di Natale, celebriamo oggi la Sacra Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria.

Tale festa risale al 1600 quando veniva celebrata localmente mentre fu papa Benedetto XV che nel 1921 la estese a tutta la Chiesa, fissandola alla domenica compresa nell’ottava dell’Epifania. Poi, papa Giovanni XXIII la spostò alla prima domenica dopo l’Epifania mentre oggi è celebrata nella domenica dopo il Natale o, in alternativa, il 30 dicembre negli anni in cui il Natale cade di domenica.

Motivo di tale rilevanza liturgica fu il desiderio di offrire un esempio e una testimonianza viva per tutte le coppie e famiglie dal momento che Gesù, Maria e Giuseppe sono certamente eccezionali ma condividono anche caratteristiche ordinarie ed è per questo che nella Preghiera Colletta leggiamo: “O Dio, che nella santa Famiglia ci hai dato un vero modello di vita”. È un ideale praticabile quello che ci offre la Chiesa, non un obiettivo astruso.

 Per cui, alla luce di tutto ciò, scorgiamo almeno tre grandi lezioni che mostrano una famiglia sì santa ma che è divenuta tale a partire da circostanze davvero comuni.

Per prima cosa, vorrei mettere in luce la solidità della relazione nuziale tra Maria e Giuseppe, difatti era accaduto qualcosa di molto grave che poteva mettere a rischio il rapporto. Non oso immaginare il loro stato animico vissuto in quei tre giorni: insonnia, angoscia, senso di colpa, paura del giudizio divino… i genitori che leggono sanno bene cosa si prova quando un figlio si fa male, anche solo per una caduta, a causa di una disattenzione o mancanza di attenzione.

Umanamente parlando, quale sarebbe stato la naturale conseguenza tra di essi? Forse la colpevolizzazione reciproca o un litigio furibondo, oppure il rimprovero sulla mancata responsabilità… ecc.

Mi si può obiettare: “ma di certo l’evangelista ha voluto benignamente glissare per non mettere in cattiva luce perlomeno Maria” … In realtà la Sacra Scrittura non ha mai fatto sconti circa i limiti e le difficoltà anche in coppie molto celebri e sante. Vediamo alcuni esempi: quando Abramo e Sara incontrano i tre personaggi misteriosi presso le querce di Mamre quest’ultima ebbe una sonora risata alla notizia della sua futura gravidanza, motivo per cui venne pubblicamente ripresa dal marito (Gen 18, 15); oppure il commento umiliante che Anna fece del marito Tobi, “dove sono le tue elemosine?  Lo si vede bene dal come sei ridotto!” (Tb 2, 14); o addirittura l’uscita pesantemente offensiva di Rama a Giobbe, peraltro gravemente ammalato: “benedici Dio e poi muori” (Gb 2, 9).

Il silenzio su ogni possibile discordia parla chiaro: Maria e Giuseppe si volevano veramente bene ed avevano imparato sulla loro pelle a rispettarsi, a dominare il proprio carattere, a dirsi le cose nel modo giusto.

In secondo luogo, vorrei evidenziare il fatto che la reazione di Gesù, appena ritrovato, lascia Maria e Giuseppe spiazzati. Quindi significa che, in quanto genitori e credenti, erano nondimeno in cammino. Il convivere con Gesù non li esimeva dal dover anch’essi progredire, far fatica, a volte trovarsi nel dubbio e nell’oscurità. Esattamente come voi, che avete Gesù presente sacramentalmente nella vostra coppia e con cui potete far sempre riferimento per avere luce e forza nel pellegrinare della vita.

Infine, mi piace molto il fatto che l’assenza di Gesù percepita solo al terzo giorno. A parte che è un chiaro riferimento alla Risurrezione, ma qui vorrei soffermarmi piuttosto sulla grande fiducia che i genitori avevano accordato al Figlio. Una fiducia che è riflesso anzitutto di fiducia e abbandono in Dio degli stessi genitori. Una fiducia che poi passa a loro due e da loro due al Figlio.

E così, Maria e Giuseppe avevano cresciuto il loro figlio, concedendoGli sempre più libertà e non volendolo trattenere possessivamente e ansiosamente nelle loro spire. Che lezione questa per certi genitori odierni!

Cari sposi, coraggio! La Sacra Famiglia è un esempio luminoso ma è anche un dono che vi è stato concesso nel matrimonio e a cui potete sempre attingere, come ci ricorda Papa Francesco. “Dall’esempio e dalla testimonianza della Santa Famiglia, ogni famiglia può trarre indicazioni preziose per lo stile e le scelte di vita, e può attingere forza e saggezza per il cammino di ogni giorno” (Angelus 27 dicembre 2015).

ANTONIO E LUISA

Maria e Giuseppe sono così! Così ordinariamente straordinari. E’ vero! La loro relazione fu vissuta nella verginità. Una via straordinaria che non è la nostra. Eppure non commettiamo l’errore di confondere la verginità con la mancanza di tenerezza e di complicità. Essi non sono figure distanti o “fredde”, ma incarnano un amore pieno di delicatezza e profondità, un’intimità fatta, pur escludendo l’amplesso, di gesti teneri e di servizio reciproco. Una intimità radicata nel dono totale di sé. Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Custos, scrive che Giuseppe amò Maria con un amore “sponsale, che giunge fino al dono totale di sé”. Questo dono si traduceva in gesti quotidiani di attenzione e cura. La loro verginità non è mancanza, ma pienezza di un amore che si esprime nella fiducia reciproca e nella capacità di sostenersi a vicenda nei momenti difficili. Tra loro vi era una complicità autentica, fatta di sguardi, parole e silenzi condivisi, in cui si coglieva la presenza di Dio. Il loro esempio invita ogni coppia a coltivare la tenerezza come segno di un amore vero e duraturo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La gioia del credere

Cari sposi, oggi riprendiamo una scena evangelica, la visitazione, che anche in altri momenti dell’anno è messa al centro della liturgia. Oggi, ormai al termine dell’Avvento, è il grand finale prima della solennità del Natale soprattutto a motivo della gioia che pervade i cuori delle protagoniste.

Appunto, un quadro gioioso, tenero, ma direi anche commovente. Due donne, molto diverse per cultura ed età, sono stracontente perché il Signore ha mantenuto le Sue promesse. Da una parte ha tolto la vergogna della sterilità, dall’altra ha dato la conferma ad un progetto che sembrava umanamente impensabile. Per entrambe la realtà è pregna di un senso più alto e incantevole.

Ma i retroscena, almeno per Maria, di quanto leggiamo non sono affatto così idilliaci. Per prima cosa Maria è incinta di qualche settimana e le donne che leggono sanno bene cosa significhi. Difatti, iniziano le prime nausee e conati di vomito, qualche gonfiore, affaticamenti vari, dolori lombari… eppure, con tutto ciò, ha solo fretta di andare a vedere sua cugina; la quale non è dall’altra parte di Nazareth ma a oltre 100 km di distanza, un viaggio che ha fatto a piedi, pur essendo solo una ragazza di 14-15 anni.

In secondo luogo, proprio a causa dell’annuncio angelico, Maria sta vivendo una prova interiore che avrebbe potuto gettarla nella depressione più nera. Questa gravidanza inaspettata e inspiegabile le stava causando non solo l’incomprensione delle persone a lei più care ma persino condannarla alla morte per lapidazione. Quali pensieri e dubbi non avranno offuscato la leggerezza della sua età! Che macigni interiori avrà dovuto caricare da sola, senza poter contare sulla consolazione e comprensione di nessuna persona!

Eppure – così leggiamo – tutto ciò non la schiacciò o prostrò nel dolore ma al contrario “si alzò”, in greco “Ἀναστᾶσα”, medesimo verbo di “anastasis, resurrezione”. I suoi occhi e il suo cuore non si sono rattrappiti su sé stessa ma solo verso il Signore ed è per questo che, come indica il testo, fa ogni cosa bene, con cura, con slancio per andare a trovare sua cugina Elisabetta.

Dice infatti Papa Francesco che “Maria si mette in viaggio con generosità, senza lasciarsi intimorire dai disagi del tragitto, rispondendo a un impulso interiore che la chiama a farsi vicina e a dare aiuto. Una lunga strada, chilometri e chilometri, e non c’era un bus che andava: è dovuta andare a piedi. Lei esce per dare aiuto, condividendo la sua gioia. Maria dona a Elisabetta la gioia di Gesù, la gioia che portava nel cuore e nel grembo” (Papa Francesco, 19 dicembre 2021).

Che grande è Maria nonostante la sua giovanissima età! Che maturità e grandezza d’anima ci sta testimoniando, noi che spesso ci smarriamo per molto meno!

Ad ogni modo questa gioia incontenibile che la pervase non appena realizzò, vedendo il pancione di Elisabetta, che l’Angelo aveva detto una cosa vera, questa gioia è fondata in definitiva sulla certezza che Dio è con noi, che è Presente, che è veritiero e non ci lascia mai soli. È la gioia che si tramuta in beatitudine: beata colei che ha creduto nella fedeltà di Dio!

Pertanto, cari sposi, quella gioia può essere anche la vostra. Sarete beati voi sposi se crederete alla Presenza che portate in voi! Ricordiamo spesso questo passaggio di Amoris laetitia così fondamentale per la vostra vita: “La presenza del Signore abita nella famiglia reale e concreta, con tutte le sue sofferenze, lotte, gioie e i suoi propositi quotidiana” (n. 315).

Dio è in mezzo a voi, analogamente a come lo era quel pomeriggio a Ain Karim, nel cortile della casa di Zaccaria. Possiate sempre farne memoria e gioire con Lui in ogni momento della vostra vita.

ANTONIO E LUISA

Come Maria si mette in viaggio verso Elisabetta, ogni matrimonio è un cammino verso l’altro, un viaggio di dono e incontro. Essere “beati” nel matrimonio non significa avere un matrimonio perfetto, privo di fatiche, dolori, imprevisti. Significa credere nelle promesse di Dio, sempre. Significa credere che l’Amore di Dio e più grandi qualsiasi tempesta stiamo affrontando. La nostra unione è un’eco del saluto di Maria ad Elisabetta. Un incontro che genera vita, speranza e gioia, alimentato dalla presenza viva del Signore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Ottima domanda

Cari sposi, nella tradizione liturgica la terza domenica di Avvento è detta in Gaudete a motivo delle due letture e del cantico di Isaia. «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Gioia ed esultanza per oggi a causa della sempre maggior vicinanza del Natale del Signore.

Ma al centro del messaggio evangelico oggi non vi è una gioia superficiale bensì una vera e propria richiesta di conversione che Giovanni Battista rivolge a diverse categorie di persone. La conversione è collegata alla prossimità di Gesù che, nascendo, diventerà lo spartiacque dell’umanità, tra chi Lo accoglierà e chi Lo rifiuterà. Semmai la gioia è il risultato della conversione!

Da qui, pertanto viviamo sì un giorno di gioia, ma assieme ad un vero spirito di penitenza che emerge preponderante dalla triplice domanda: “Che cosa dobbiamo fare?”. Una situazione simile la troviamo anche nel giorno di Pentecoste quando le parole infuocate di Pietro smossero il cuore degli ascoltatori ed essi dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2,37).

Le opere in cui si manifesta il mutamento di vita e la seria penitenza sono l’amore sincero del prossimo, lo spartire con gli altri quello che si ha perché è in definitiva la condivisione la prova del 9 della vera conversione.

Interessante è che Giovanni non pretende dai suoi fedeli un cambio drastico e improvviso di vita bensì “piccoli passi possibili”, gesti concreti di misericordia e di servizio e rispetto per il prossimo. È questa la via del vero cambio, quando il cuore si apre lentamente alla grazia e a poco a poco la condotta cambia senza strepito.

Ma anche ai vituperati pubblicani, simbolo di vile cupidigia di soldi unita al tradimento verso il proprio popolo, viene aperta una strada di salvezza perché Gesù non vuole escludere nessuno! Che consolante vedere fin dove si spinge Gesù!

E sorprende che Giovanni non impone che dalla mattina alla sera essi si dimettano dal loro odiato mestiere ma che si comportino equamente, esattamente quanto accadde a uno di loro, Zaccheo, dopo aver incontrato Gesù.

E così via… la pluralità di situazioni a cui si interfaccia Giovanni sono segno che Gesù chiama tutti e in qualsiasi situazioni esso si trovi. Chiama giovani, adulti, coppie, single, separati, divorziati… tristi, allegri, in crisi, entusiasti… ad ognuno è proposto un passo in più verso Lui.

Di sicuro anche voi sposi siete invitati a rivolgere a Cristo la medesima domanda: “e noi che siamo coniugati, cosa dobbiamo fare?”. Quando si incontra Cristo e lo si accoglie nel cuore, lo sappiamo bene dal Vangelo, inevitabilmente ci si pone poi tale domanda: “Piuttosto, è il cuore toccato dal Signore, è l’entusiasmo per la sua venuta che porta a dire: cosa dobbiamo fare?” (Angelus, 12 dicembre 2021).

Vi auguro, cari sposi, pertanto, di guardare e lasciarvi guardare da Cristo e sia Lui a rispondere a questa domanda così importante per le nostre vite.

ANTONIO E LUISA

Vorremmo soffermarci su un versetto in particolare: Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto. Come decifrare queste parole di Gesù nella nostra vita? Come vivere queste parole di Gesù nel matrimonio? San Giovanni Paolo II insegnava: «L’amore vero è esigente. È un amore che si dona, che vuole il bene dell’altro, senza calcoli». Semplicemente non facciamo calcoli. Ci sono periodi in cui io Antonio posso dare di più e lo faccio. Anche quando Luisa è nervosa, stressata, preoccupata o arida. Condivido le mie due tuniche con lei e ciò non mi impoverisce ma mi rende più ricco. Perché l’amore donato gratuitamente scalda il cuore e permette di superare momenti di distanza e sconforto. A volte lo faccio io e a volte è Luisa che mi dona una delle sue tuniche. Ed è bellissimo così.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sì, lo voglio

Cari sposi, questa seconda domenica di Avvento coincide con la solennità dell’Immacolata. Di per sé questa festa fa riferimento all’attimo in cui Maria è stata concepita a conseguenza di un atto di amore tra Gioacchino ed Anna. Nel momento stesso in cui Maria diventa persona, viene simultaneamente protetta da ogni influsso del peccato originale, caso unico in una persona umana nell’arco di tutta la storia.

Tuttavia, il Vangelo odierno non fa riferimento a ciò ma piuttosto ci mostra il risultato e il motivo per cui Le è stata riservata una tale grazia: divenire terreno fertile per accogliere il Verbo. Ed ecco allora il brano dell’Annunciazione.

Il succo della vicenda è che Maria, a sua insaputa, viene coinvolta in un piano di salvezza meraviglioso e straordinario. Lei sarebbe divenuta la Mamma di Dio e pertanto anche la Madre della Chiesa, cioè di noi tutti.

Aveva circa 15 anni quando accadde la scena che ci presenta l’evangelista Luca. A quell’età, quali sogni e speranze potevano essere presenti nel suo cuore? Cosa desiderava per la sua vita? Di sicuro tante aspettative, in accordo a quel Suo cuore generoso. Mai, però, avrebbe sospettato quanto le riservava la Provvidenza.

Il fatto sconvolgente è che Maria acconsente in poco tempo a un cambio drastico di piani. Proviamo a metterci nei suoi panni: come reagiamo noi davanti agli svarioni della vita? Pensiamo all’irruzione di una malattia che modifica stili di vita, economia, relazioni interpersonali, ecc.? Oppure all’arrivo di un figlio, con il turbine di sconquassamenti in ogni ambito della vita di una famiglia?

Spesso situazioni simili richiedono un tempo congruo di assimilazione e di interiorizzazione prima di poter dire che abbiamo fatto pace e accolto nella fede quanto ci accade. Invece, Maria, praticamente su due piedi, dice “sì, lo voglio”. Ma che cuore magnanimo e che fede smisurata aveva questa ragazza!

Cosa può insegnare agli sposi l’assenso sollecito e solerte di Maria?

Anzitutto che siamo nati per far parte di un grande disegno di amore. Dio ci ha associati al Suo piano di salvezza e ha pensato al nostro ruolo migliore. È ciò che Maria ha intuito da subito e per tutta la sua vita lo ha recepito e fatto Suo in maniera sempre più consapevole.

Tuttavia, si può dire con certezza che il “fiat” riguarda un consenso matrimoniale a tutti gli effetti, cioè Maria vuole aderire alla volontà di Dio fino in fondo sebbene implichi accogliere qualcosa che non comprende del tutto e in parte La spaventa.

Papa Giovanni Paolo II, a tale riguardo dice qualcosa di molto forte:

In queste nozze divine con l’umanità Maria risponde all’annuncio dell’angelo con l’amore di una sposa capace di rispondere e di adeguarsi alla scelta divina in maniera perfetta. […] Soltanto questo perfetto amore sponsale, profondamente radicato nella sua completa donazione verginale a Dio, poteva far sì che Maria divenisse «Madre di Dio» in modo consapevole e degno, nel mistero dell’incarnazione” (Giovanni Paolo II, udienza 2 maggio 1990).

Ecco, allora, cari sposi che la solennità dell’Immacolata parla anche di voi, della chiamata ad entrare come coppia in quel Progetto a cui il Signore da sempre ha associato. Un piano che porta con sé fecondità e felicità, sebbene a volte passi per vie non sempre decifrabili. L’esempio della Vergine vi sia di testimonianza e la Sua guida una potente intercessione.

ANTONIO E LUISA

Molti giovani temono le scelte definitive, preferendo il non definitivo per paura di sbagliare e non poter tornare indietro. Cercano garanzie, specialmente riguardo al matrimonio, temendo il fallimento. Così, però, rinunciano al progetto di Dio, perdendo la pienezza della vita e la pace del cuore di chi dice sì a Lui. Rendono precaria la loro vita e i loro affetti. Noi, sposi maturi, siamo chiamati a testimoniare che il sì a Dio, espresso nel sì al coniuge, è fonte di gioia. Meglio rischiare e vivere appieno, che non scegliere affatto. Maria ci ispiri con il suo fiat!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Avvento, allegoria di vita

Cari sposi, iniziamo oggi il Santo Avvento. Leggendo le letture percepiamo uno stile assai diverso da quello sentimentale e sdolcinato proprio di questo periodo. Non vi preoccupate. Le descrizioni di cataclismi cosmici, come in questo contesto, sono solo modi di dire. Difatti, come si può rilevare anche in altri passaggi, chi ha scritto al Bibbia ne è fatto uso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. È così che va inteso l’uso di immagini forti. Questo serve a metterci sull’attenti perché il Signore sta per fare una cosa nuova.

E la cosa nuova altro non è che l’Incarnazione, il momento chiave che ha diviso in due tutta la storia umana. È un fatto avvenuto in modo quasi surrettizio e volutamente nell’ombra. Questo è il motivo per cui, ed è appunto un insegnamento di oggi, è quanto mai importante da parte nostra essere pronti e solerti.

Lasciatemi dire quanto sia difficile vivere in atteggiamento di ascolto e silenzio il tempo di Avvento! Un periodo in cui abbondano eventi, feste, cene e in cui il consumismo dà il “meglio” di sé. Come credenti, siamo doppiamente invitati ad affrontarlo in maniera semplice e sanamente distaccati dal mondo.

Perciò, mi piace riportare un brano di Papa Benedetto. In questo brano, egli parla di come si viveva la vigilanza nella Chiesa delle origini. In definitiva, descrive il tempo di Avvento. “In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto». Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi. Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, p. 320).

Da qui si comprende bene un fatto che ci è quanto mai utile oggi: l’attesa gioiosa. Ma che senso ha “far finta” che Gesù torni a nascere? È avvenuto storicamente una volta per tutte 2000 anni fa. In realtà, la liturgia è un modo per rendere attuale e presente il Signore Risorto in mezzo a noi. In questo modo, l’Avvento altro non è che una metafora di tutta la vita cristiana per aiutarci a guardare sempre a Cristo che cammina vicino a noi.

Difatti, proprio grazie alla liturgia, Gesù è vivo e risorto! Allora vivendo e partecipando in essa, noi davvero possiamo stare assieme a Gesù, accoglierLo quale amico e Sposo della coppia.

Cari sposi, Gesù è già in mezzo a voi, analogamente al fatto che si è già reso presente nell’Incarnazione e ha prolungato nel sacramento del matrimonio la Sua esistenza. Vogliamo oggi perciò ascoltare la Chiesa che, come buona Mamma, raccomanda vigilanza, cura e attenzione saper accompagnare e convivere con il Signore che abita presso di voi.

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo, come ha ben spiegato padre Luca, ci invita a essere vigilanti e a tenerci pronti. Ci invita a vegliare e a tenerci pronti per accogliere il Signore. Don Fabio Rosini sottolinea che “l’essenziale è non perdere la relazione con Cristo”. Per gli sposi cristiani, ciò significa preservare il tempo per la preghiera e per la vita spirituale, nonostante gli impegni quotidiani. Come nella coppia è vitale coltivare l’intimità e l’amore reciproco, così è fondamentale nutrire il rapporto con Gesù.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il fine non coincide con la fine

Cari sposi, sebbene ci troviamo nel bel mezzo dell’anno civile, oramai a un niente dal vortice natalizio, con tutte le feste, cene, saggi, regali… e l’estate con le ferie risulti un lontanissimo miraggio, per la liturgia c’è aria di fine. Infatti, domenica prossima la solennità di Cristo Re chiuderà il tempo ordinario per dare inizio all’attesa della Venuta di Cristo. Già da alcune domeniche quindi stiamo odorando questo clima ed oggi lo viviamo in modo particolare.

Gioia e Speranza

Tutto ciò non deve creare un senso di ansia bensì di gioia perché stiamo andando incontro alla Verità, a Colui che dà il senso ultimo alla nostra vita. Ci ricorda Papa Francesco:

Non è in primo luogo un discorso sulla fine del mondo, piuttosto è l’invito a vivere bene il presente, ad essere vigilanti e sempre pronti per quando saremo chiamati a rendere conto della nostra vita. […] La storia dell’umanità, come la storia personale di ciascuno di noi, non può essere compresa come un semplice susseguirsi di parole e di fatti che non hanno un senso. Non può essere neppure interpretata alla luce di una visione fatalistica, come se tutto fosse già prestabilito secondo un destino che sottrae ogni spazio di libertà, impedendo di compiere scelte che siano frutto di una vera decisione. Nel Vangelo di oggi, piuttosto, Gesù dice che la storia dei popoli e quella dei singoli hanno un fine e una meta da raggiungere: l’incontro definitivo con il Signore” (Angelus 18 novembre 2018).

Il Significato Sponsale

L’incontro con Gesù è visto nella Sacra Scrittura come un vero e proprio matrimonio; il libro dell’Apocalisse ce lo descrive come le nozze dell’Agnello (Cristo) con la sua Sposa (la Chiesa). Questo è l’orizzonte delle nostre vite e la liturgia ce lo ricorda, casomai il ritmo delle nostre giornate ce lo facesse dimenticare.

La Grazia del Matrimonio

Voi sposi avete ricevuto il dono del vincolo matrimoniale, questa grazia che rende presente in voi l’Amore di Cristo per la Chiesa. In effetti, avete già ricevuto l’anticipo, la caparra delle nozze definitive. Ecco allora che per voi questa liturgia vi sprona e vi motiva a fare memoria quotidiana che il dono ricevuto è da scartare e coltivare continuamente, senza mai darlo per assodato e scontato, una conquista da raggiungere di continuo.

Vivere il Regno di Dio

Cari sposi, il tempo presente è un regalo che il Signore vi concede per incarnare e mettere in pratica già da adesso il Regno di Dio. Chiediamo la grazia di saper cogliere ogni opportunità, per piccola che sia, che il Signore vi offre per essere riflesso di quel volto di Gesù che ama la sua Chiesa Sposa.

ANTONIO E LUISA

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore”. Queste parole possono ricordare i momenti più difficili della vita matrimoniale, quando sembra che la luce della gioia e della speranza si spenga. Il cammino degli sposi è segnato da tribolazioni e incertezze, ma è proprio in questi momenti che si è chiamati a una fede più grande. La crisi può essere vista come un’occasione di purificazione e di rinnovamento, un invito a vegliare insieme, a sostenersi e a ricordare che la promessa d’amore fatta nel sacramento è una realtà che supera ogni oscurità. Il matrimonio riuscito non è quello che non viene toccato dal dolore e dalle incertezze, ma è quello dove gli sposi riescono a non smettere di credere che il loro amore, sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere più forte di tutto.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un salto nel vuoto? Bastano 2 monetine

Cari sposi, i due protagonisti del vangelo sono da un lato la oramai nota categoria degli scribi e questa povera donna, una vedova che per vivere doveva mendicare. Si tratta chiaramente di due figure contrapposte.

Lo scriba rappresenta una persona, magari anche credente e praticante, che fa della ricchezza – ma ci sta anche qualsiasi altro bene – il cardine della propria sicurezza di vita. Cosicché la fede diventa una verniciatura esteriore ma nel proprio cuore ci afferriamo a degli idoli, uno di questi potrebbero essere i soldi, ma anche l’opinione altrui, la salute, la cultura, il proprio status, quel che dicono di me, ecc.

È pericoloso vivere in tale situazione perché ci si sta poggiando su basamenti vani, ma soprattutto ci si autoinganna perché si sta dedicando la vita a un ideale apparentemente buono ma, a ben vedere, intriso di vanagloria.

A questa categoria di persone, Gesù oppone la vedova anziana. Assieme ai bambini, agli orfani e ai prigionieri esse formano parte della categoria dei “poveri” per eccellenza, coloro che non possono vivere per conto proprio ma dipendono in tutto da altri. Così premiante era la loro situazione di vita che per soccorrerle la Chiesa ha istituito il diaconato e in seguito, nei primi secoli, le vedove andarono addirittura a comporre un “ordo”, vale a dire una categoria specifica nel corpo ecclesiale.

Gli spiccioli che essa getta nel tesoro erano quasi sicuramente due lepton, cioè monetine in rame o in bronzo e valevano la metà di un quadrante. Per formare un asse ci volevano 4 quadranti. Invece, 16 assi erano il valore di un denaro d’argento, ossia l’equivalente della paga giornaliera di un bracciante agricolo. Facendo le dovute conversioni, ad oggi un lavoratore agricolo viene remunerato al massimo sugli 80€ a giornata e così possiamo dedurre che il valore attuale di un lepton (o prutah in ebraico) sarebbe di circa 0,60 €. In conclusione, la vedova possedeva solo 1,20€ e tutto quello l’ha donato al Signore.

Da qui che l’elogio di Cristo vada alla sua fiducia incondizionata nella bontà dell’Altissimo, un gesto che nella storia della Chiesa sarà ripetuto così tante volte dai santi, da don Bosco, a Giuseppe Cottolengo, a Madre Teresa, a Gaetano da Thiene…

Quanto è importante per noi questo insegnamento! Difatti, o impariamo a vivere davvero, sul serio affidati al Signore, soprattutto quando le circostanze si mettono male oppure restiamo impiglianti nelle nostre misere certezze e, a conti fatti, non viviamo da figli ma da scribi calcolatori.

Che ripercussione può avere questa magnifica pagina evangelica sulla coppia? Si può concludere facilmente che i due spiccioli offerti alludano a voi sposi che avete scelto una via di donazione totale. In altre parole, nel momento in cui avete iniziato la vita assieme, la vostra donazione ha preso progressivamente tutto di voi.

Tutto vero ma io vorrei piuttosto sottolineare l’atteggiamento della vedova che sa scommette contro ogni calcolo umano ma solo per amore. In effetti, sovente nella coppia finché l’amore è corrisposto, se a tale gesto generoso e magnanimo del marito equivale una risposta altrettanto nobile della moglie, tutto fila liscio. Davvero i miei complimenti e auguri a tutte quelle coppie che vivono così!

Tuttavia, in molti altri casi ciò non succede. Abbondano situazioni in cui un coniuge deve remare da solo, per periodi più o meno lunghi, mentre l’altro è chiuso, si è allontanato o non è sensibile a quanto sta facendo il proprio consorte… sono i momenti in cui amare somiglia ad un apparente salto nel vuoto.

Che si fa? È qui che dobbiamo ricordarci della vedova che si fida, che si lancia comunque, che non fa più calcoli ma solo spera e attende tutto dal buon Dio. Sono questi i momenti in cui si inizia veramente ad amare e a vivere il matrimonio in Cristo.

Una cosa è certa: gli atti di amore vissuti apparentemente a senso unico in queste circostanze, fatte con lo spirito di oblazione che ebbe la vedova, non andranno mai persi e saranno fonte di grazie e benedizioni, secondo l’infinita Sapienza di Dio.

Dice Papa Francesco: “Panta hypomenei significa che sopporta con spirito positivo tutte le contrarietà. Significa mantenersi saldi nel mezzo di un ambiente ostile. Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare” (Amoris laetitia, 118).

Perciò, nel 2024 si può vivere un matrimonio solido se si adotta lo spirito di questa anziana vedova, sapendo quindi scommettere sulla propria relazione di amore solo se radicati in Cristo, con un abbandono pieno nelle Sue mani provvidenti.

ANTONIO E LUISA

Quello che ha appena scritto padre Luca. Che ha compreso studiando le pagine del Vangelo e magari ha visto in famiglia o in tante coppie che ha incontrato in questi anni di apostolato e ministero sacerdotale, io l’ho compreso nella mia relazione con Luisa. Quando ho fatto esperienza dell’amore di Luisa in modo chiaro e forte? Quando mi ha amato anche quando io non lo meritavo. Quando la ricchezza dei nostri sentimenti non era al massimo ma anzi c’era un po’ di aridità. E lei ha lanciato quelle due monetine che le erano rimaste. Lì ho capito la grandezza dell’amore e del matrimonio in Cristo. Come le monetine della vedova nel Vangelo, l’amore donato nei momenti di aridità è il gesto più prezioso agli occhi di Dio. Concludo con una riflessione di don Luigi Maria Epicoco tratta da La forza della mitezza: Quando ci sembra che l’amore non ci basta, che la fatica ci assale, è proprio allora che siamo chiamati a fare il gesto più grande, quello di offrire l’amore pur nella nostra aridità, come la vedova che ha dato tutto. Questo è il vero amore in Cristo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Vasi comunicanti

Cari sposi, oggi il Signore Gesù ha un insolito incontro con uno scriba. Questo scriba era “una sorta di laureato che aveva frequentato una scuola superiore, che aveva approfondito gli studi biblici, ma che poteva espletare anche le funzioni di segretario, di funzionario, di amministratore” come ci insegna Gianfranco Ravasi. Insolito perché non tira aria di polemica. Dal contesto si comprende essere un uomo alla ricerca. Ha la mente assetata di Sapienza. Vede in Gesù uno che poteva aiutarlo. Era un esperto biblista. Probabilmente sapeva a memoria i 613 divieti e precetti di tutta la Torah. Distinguendo bene tra i 365 negativi e i 248 positivi. Da Gesù, quindi, si aspettava un’illuminazione su come barcamenarsi in qu

In sostanza, cosa gli risponde Cristo? Stranamente rispetto ad altri incontri, Egli pronuncia una risposta “secca”. Fa una sintesi perfetta di una varietà così estesa di mizvot. Tutto si risolve nell’amare Dio e il prossimo.

Ma che significato ha questo in pratica? Camminare dietro a Cristo è andare verso una vita sempre più armoniosa e coerente tra tutte le sue sfaccettature, umane e spirituali. Mentre il male e il peccato creano divisione, confusione, complicazione, l’azione della Grazia unifica e aggrega ma senza appiattire o confondere.

Può accadere di diventare cristiani a “compartimenti stagni”, cioè persone in cui la fede ha toccato solo un po’ la mente o un po’ l’affettività o un qualche comportamento ma con lacune in altre parti della persona. E così, si potrebbe avere una certa mentalità cristiana ma poi trattare gli altri secondo l’andazzo del mondo, o essere molto onesti sul lavoro, con una sensibilità ecologica, ligi nei confronti dello Stato ma infischiarsene del valore della fede e della preghiera, e così via.

Gesù per mezzo dello Spirito riporta la persona umana a quell’ordine che aveva perso con il peccato e così scompaiono divisioni interiori e incoerenze di vita. Nella creatura nuova che Cristo vuol fare di noi non esiste divario tra l’amore a Dio e al prossimo, l’uno aiuta l’altro a crescere e a diventare concreto.

Ed ora si capisce bene come il matrimonio risulti un campo di azione magnifico per vivere questa azione amalgamante del Signore. Papa Francesco lo esprime così: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori” (Amoris laetitia 317).

Ossia, in coppia cristiana non si scappa e non ci si può mettere maschere su questo punto: amare Cristo passa dall’amore sponsale e l’amore sponsale o cerca Cristo come fine ultimo o si debilita nel tempo.

Cari sposi, possiate essere assetati di Verità allo stile di questo giovane scriba e come ha scritto Papa Francesco a suo riguardo: “Il Signore non cerca tanto degli abili commentatori delle Scritture, cerca cuori docili che, accogliendo la sua Parola, si lasciano cambiare dentro” (Angelus 31 ottobre 2021).

ANTONIO E LUISA

Vogliamo soffermarci solo su un versetto: Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta. Il sacerdozio comune del battesimo abilita tutti i battezzati a offrire sacrifici a Dio. Noi sposi siamo chiamati a farlo in un modo unico. Vanno bene le nostre preghiere, le nostre piccole mortificazioni e i nostri fioretti. Va bene partecipare alla Santa Messa. Non basta! Abbiamo un modo solo nostro di vivere il sacerdozio. Rendere la nostra offerta a Dio attraverso il dono gratuito di noi stessi l’uno all’altro. Dono di tenerezza, di presenza, di ascolto, di servizio. Dono del nostro corpo attraverso l’amplesso. Tutti gesti sacerdotali e sacri.

Bartimeo: Una Fede che sa Gridare

Cari sposi, stiamo  accompagnando Gesù in queste domeniche nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Oggi passa da Gerico, prima di iniziare la lunga salita alla Città di Davide e in prima vista c’è un povero mendicante cieco, Bartimeo.

Andando oltre il fatto in sé di essere affetto dalla malattia dell’ablepsia, nella Bibbia la cecità esprime diversi significati. Tra i più ricorrenti, vi è la conseguenza dell’ipocrisia di vita. È la presunzione di chi vuole costruirsi da sé, a prescindere dal Signore. Penso sia interessante soprattutto sviluppare quest’ultimo accento.

In effetti, secondo tale accezione, il cieco è proprio colui che crede di possedere una mente brillante. Pensa di sapere tutto. Ritiene di essersi fatto un’idea esatta delle cose appunto perché ritiene di osservarle e conoscerle in tutte le loro dimensioni. E così, l’assenza di visione si tramuta in incredulità o anche indurimento del cuore come già Isaia profetizzava (Is 6, 9), esattamente quella durezza che è stata la causa ultima dell’esilio di un popolo oramai diventato sordo e cieco (Is 42,19; 43, 8).

Trasposta al matrimonio, tale situazione appare assai attuale e diffusa. Difatti, più volte si trovano sposi cristiani che si imbattono in problematiche relazionali serie ma non realizzano o forse non intendono accorgersi della vera causa da cui provengono le loro sofferenze, mentre il loro sguardo si posa su tutt’altra direzione.

La mentalità comune spesso ripete che il matrimonio sia un affare essenzialmente a due. Di conseguenza, si pensa che bisogna sbrigarsela da sé, al massimo rimboccandosi le maniche. Può accadere che anche i credenti incappino nell’inganno.

Beh, in effetti, è da supporre che il povero Bartimeo di sicuro avrà fatto il possibile per vederci. Avrà consultato questo o quel medico, ma, per le scarse conoscenze dell’epoca, niente da fare… Parimenti, quale coppia, nella propria relazione, non riscontra deficienze o lacune più o meno serie?

Giovanni Paolo II diceva saggiamente: “Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione” (Omelia giornata mondiale della gioventù, 20 agosto 2000).

Ecco allora che Bartimeo ci può essere di aiuto! Egli, infatti, non ha avuto alcuna vergogna o timore di intaccare la sua “fama”. Appena ha saputo che Cristo era nei paraggi, si è messo a urlare per attirare la Sua attenzione. In fin dei conti, voleva chiederGli la grazia.

È una testimonianza di come dovrebbe essere la nostra preghiera ma soprattutto la nostra fede. La vera preghiera, in sostanza, è sempre una lotta per strappare, letteralmente, la benedizione di Dio, come fece Giacobbe in quella notte oscura, nel corpo a corpo con il personaggio misterioso (cfr. Gen 32, 23-33). Siete su questa lunghezza d’onda oppure ancora titubate dinanzi a Cristo?

Non abbiate paura sposi di gridare a Dio le vostre richieste, anche nell’angoscia! La genuina forza della preghiera radica e parte proprio dalla nostra povertà. La disperazione non è una maledizione. Può trasformarsi in un trampolino o un reattore che ci lancia nelle braccia di Dio.

Conforta sentire dalla coppia referente di Retrouvaille – il percorso cristiano per chi vive una crisi coniugale – che quando si riscontra l’impegno reciproco nei coniugi, per quanti problemi possano caricare, risulta quasi impossibile che un matrimonio si disfi.

Cari sposi, Bartimeo è il simbolo di ogni matrimonio cristiano, che immancabilmente ha sempre mancanze o ferite, profonde o lievi. Lui poteva starsene al bordo della strada. Poteva continuare a mendicare. Anche voi potreste tirare a campare così come siete oggi. Potreste farlo “finché morte non vi separi”.

Eppure, il figlio di Timeo ha avuto coraggio e si è messo alla ricerca del Signore. L’epilogo è più che commovente: oltre alla vista, Gesù gli ha concesso anche il dono della fede. Ecco ciò che intende fare di voi il Signore: non solo matrimoni sani ma anche matrimoni ardenti di fede, non solo salvati ma anche salvanti (cfr. Familiaris consortio 49).

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io siamo dei salvati! Siamo partiti male, molto male. Lei insicura perché cresciuta in una famiglia anaffettiva (rimasta orfana di padre a 9 anni). Incapace di sentirsi preziosa e meritevole di essere amata. Senza storie serie fino a 34 anni. Io, altrettanto ferito. Cresciuto in una famiglia che mi amato sì, ma nel modo sbagliato per me. Mi sono sempre sentito in difetto e sostanzialmente solo. Dio ci ha unito e attraverso le nostre ferite ci ha amato e ha permesso l’un l’altra di accoglierci così. Siamo partiti deboli. Proprio perché eravamo consapevoli di questo, abbiamo aperto gli occhi e le braccia a Gesù. Gesù ha preso le nostre fragilità e le ha usate per guarirci. Ci ha fatti sentire amati per come siamo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sposi, servi del Signore

Cari sposi, oggi la Chiesa ci mette dinanzi a una vicenda. È avvenuta non solo cronologicamente dopo quella del giovane ricco, come lo vedevamo domenica scorsa. Ma è in un certo modo simile per il tipo di insegnamento che Gesù vuole trarne per noi.

Et voilà, tutta la comitiva, con il Maestro in testa, sta risalendo non senza fiatone e sudore dalla piana arida e torrida di Gerico, verso il monte Sion, in direzione di Gerusalemme. Su una mulattiera di circa 1000 metri di dislivello.

Siccome, gira voce che sarà l’ultima volta che Egli celebrerà la Pasqua con loro, dunque Giacomo e Giovanni approfittano di questo tempo morto per chiedere un favore a Cristo. La loro richiesta è presentata in maniera buffa dalla mamma. Sembrano quasi due “bamboccioni” ante litteram. Questo dimostra che avevano compreso ben poco il senso della loro chiamata.

Chiunque di noi, avendo una qualche responsabilità, avrebbe reagito con decisione a una simile manipolazione. Avrebbe rispedito al mittente tale supplica. Avrebbe invitato la suddetta persona ad applicare maggior olio di gomito al proprio lavoro.

Invece Gesù va ben oltre perché Lui vede il cuore. Nei due figli di Zebedeo, vede la stoffa dell’apostolo generoso. Sotto le spoglie di giovani baldanzosi e orgogliosi, vede chi è capace di dare la vita. È perfino capace di dare il proprio sangue.

E così Cristo afferra la loro ambizione di grandezza. Con infinita pazienza, inizia la sua opera di depurazione ed elevazione. Infatti, la cosa stupefacente è che davvero alla fine della loro vita saranno due grandi. La loro fama è ininterrotta fino ad oggi. Tuttavia, è una grandezza che passerà da una profonda umiltà. Passerà da un vero abbassamento e piena disponibilità al Signore: il primo apostolo martire e l’altro l’ultimo e più longevo dei Dodici.

Che bello! Che grande è il Signore! Gesù nel fondo vuole esaudire i desideri e le aspirazioni del nostro cuore, solo che, come nel caso del giovane ricco, esso passa non dalle nostre vie ma dalla sequela fedele del Maestro. Papa Benedetto ha espresso questa verità affermando: “Egli non toglie nulla, e dona tutto” (Omelia 24 aprile 2005).

Detto ciò, ora si comprende bene il chiaro riferimento alla vita sponsale. Quanti di voi si sono sposati con un desiderio immenso di essere felici? Sapevate bene che quella felicità passava dalla persona amata!

Ma poi il Signore permette che la vita reale e ordinaria dimostri che tutto ciò passa dall’essere servo. Altrimenti, il matrimonio resta un ideale impraticabile. Diventa una fonte di immense e struggenti delusioni.

Il matrimonio è una vocazione a scendere per lavare i piedi. Non per nulla gli sposi sono detti i “ministri”. Questa parola altro non vuol dire che “servo”. E così il sacramento del matrimonio conferisce a voi sposi un vero ministero. È un servizio che si offre alla Chiesa. La vostra gioia, come anche l’intimità, ne fanno parte pieno diritto.

A sostegno di quanto scritto porto solo due piccoli esempi. Da una parte Giovanni Paolo II ha definito con chiarezza la chiamata a servire dei coniugi cristiani: “Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri” (Familiaris consortio 38). Come del resto il Papa ha dedica tutto un capitolo al ministero di evangelizzare degli sposi.

Inoltre, anche i vescovi italiani si espressero con parole ancora più incisive: “La promozione umana, distinta ma inseparabile dalla evangelizzazione, è il principale servizio che gli sposi cristiani sono chiamati a compiere nell’ambito della società civile. Tale servizio consiste anzitutto nel vivere all’interno del proprio nucleo coniugale e familiare un’esperienza quotidiana di autentico amore, come richiamo e stimolo ai valori dell’incontro interpersonale e del dono gratuito di se stesso offerti ad una società, prigioniera del mito del benessere e dell’efficienza” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 111).

Il primo servizio alla Chiesa è vivere bene la vita di coppia con tutte le sue componenti, è questa l’originalità del ministero di voi sposi. Ed è appunto un mettersi in ginocchio per dare, per generare, per far crescere l’altro. E così facendo si diventa grandi, ma grandi nell’amore e nella fedeltà.

Cari sposi, possa lo Spirito portare in voi a pienezza questo sguardo nuovo che Cristo ha voluto infondere in Giacomo e Giovanni, tale da volgere tutta la vostra capacità di amare verso la piena donazione di sé.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha ragione. Ma è qualcosa che si impara nel tempo, facendo esperienza di comunione nel matrimonio. Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi blocco su quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non lo pretendo più. Ora il pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Ma non perché sono bravo, ma perché ho compreso che donarsi per amore riempie la vita di senso. Sbaglio ancora con lei, sia chiaro, ma non desidero cosa più grande che vederla realizzata.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Giovani ricchi di Cristo

Cari sposi, anni fa, a un mio confratello chiesero di celebrare le nozze di una coppia “vip”. Questo avvenne nel centro di Padova, e per di più nella chiesa più ricercata per i matrimoni. In piena omelia, lanciò alla sposa una semplice domanda: “e tu perché ti vuoi sposare?” e lei, emozionata, rispose: “per essere felice”. Riprese allora il reverendo: “beh, allora cara mia non hai capito gran ché di quello che stai per fare”. Non vi dico le facce di tutti i presenti…

Qualcosa del genere dovette accadere agli astanti della scena che ci presenta il Vangelo. Un bravo ragazzo di parrocchia si approccia a Cristo per fargli una nobilissima domanda, nientepopodimeno che sulla vita eterna, ci mancherebbe.

Ma in realtà questo giovane, sotto mentite spoglie, voleva più che altro qualcosa per sé più che mettersi davvero in gioco. Ecco perché Gesù lo sgama subito. È un giovane che si staglia e si riflette spesso sulle coppie di ieri e di oggi, al momento di approcciarsi al matrimonio. In esso tali “giovani” cercano magari di avere qualcosa per sé. Vogliono trovare gioia, pace, sicurezza. Non che sia sbagliato, per carità. Ma non è il fine del matrimonio. Questo è semmai una grazia che il Signore è ben disposto a concedere purché si abbia chiaro il fine.

Difatti il matrimonio ha lo scopo di offrire un nuovo modo di seguire Cristo. Permette di entrare in relazione con Lui, non più da semplice battezzato, ma in coppia. Se questo baldo giovane era venuto a prendere… Gesù invece gli chiede tutto. È per questo che se ne va triste. Idem nel matrimonio. Chi cerca il matrimonio per crearsi un’oasi di pace e di “serenità” dove farla da padrone si prepari, piuttosto, a combattere.

La grande lezione di Gesù è che per amare davvero, cosa che tutti gli sposi davanti all’altare di certo intendono fare, bisogna però perdere la vita. Noi invece vorremmo mettere d’accordo le varie circostanze della nostra vita, anche quelle avverse, con la fede, di modo che tornino i conti.

Gesù non è venuto a rovinarci e a rattristarci sadicamente al vita. Vuole la nostra fiducia e la decisione a lasciarci guidare da Lui. Per questo, Gesù non risponde alla domanda del giovane su cosa deve fare di concreto. Piuttosto, il Maestro gli propone di seguirLo. Deve iniziare una relazione seria con Lui.

E questo è esattamente quello che è accaduto il giorno della vostra celebrazione. Gesù Sposo vi ha guardati con amore. Con il vostro “sì lo voglio”, avete deciso di mettervi alla Sua sequela in coppia. Avete lasciato ogni cosa alle spalle.

Che meraviglia pensare così il matrimonio! Non è una passeggiata, seppur bella e intrigante, ma sempre in solitario; diviene uno star dietro a Lui, vada dove Gli pare, ma sempre in Sua compagnia, sempre con la certezza che non ci lascerà mai.

Cari sposi, abbiate il valore, il coraggio e la generosità oggi di ripetere in coppia il vostro “sì” deciso al Buon Pastore. Siate certi che sarà sempre la miglior decisione che possiate aver preso. Sarà la fonte della vera felicità.

ANTONIO E LUISA

Io mi sono sposato per essere felice. Non mi vergogno a dirlo. E non mi vergogno ad ammettere che non avevo capito nulla del matrimonio. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo. Non ci rende felici sempre. Sbaglia, si arrabbia e ha comportamenti irritanti. Ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici in pienezza e per sempre. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. Con la consapevolezza di essere amati già così. Perchè trovano in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore di Dio donandosi gratuitamente nel matrimonio. Non chiedete a vostro marito o a vostra moglie di darvi quell’amore infinito di cui avete bisogno. Avreste perso in partenza.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Divino restauro del mosaico d’Amore

Cari sposi, la notizia è proprio fresca fresca. A Roma hanno rinvenuto un meraviglioso e raro mosaico. Si trova lungo la Via Appia, a poco più di un metro di profondità. Una equipe di archeologi si è subito messa all’opera. Vogliono riportare agli antichi splendori quello che potrebbe essere il pavimento di una sontuosa domus romana.

Notizie come questa fanno sempre piacere. Il pensare che nel nostro paese ci sono così tanti tesori e che possano essere valorizzati e resi fruibili al pubblico, infonde un sano orgoglio verso la cultura italiana. E se qualcuno ci dicesse che ha trovato il modo per ripristinare e restaurare la coppia umana? Essa è così annerita e arrugginita dall’attuale mentalità liquida. Non ne saremmo per lo meno incuriositi?

Ebbene, in tutte le letture di oggi, Cristo ci mostra la via. In modo particolare, lo fa nel Vangelo. Egli ci guida a ridare lustro alla bellezza dell’essere coppia e sposi.

Viene presentata difatti a Gesù un caso di infedeltà che, per la Torah, meritava il divorzio. Similmente ciò equivale oggi all’andare a cercare le percentuali di separazioni e convivenze secondo l’Istat. Noi come i farisei allora vorremmo chiedere al Signore: che ne pensi di tutto questo? Ciò significa che l’unione fedele tra marito e moglie è giunta ormai al capolino?

Ma Gesù osa andare al di sopra di ogni analisi, diremmo oggi, sociologica o psicologica del motivo di così tanti divorzi e fallimenti. La sua risposta indiretta è appunto il far riferimento al principio, cioè alla Genesi, come abbiamo letto nella prima lettura. In altre parole, Egli ci sta dicendo di ripartire proprio da lì per affrontare la crisi matrimoniale. E cosa vi scorgiamo di così significativo? Già per alcuni forse dire Genesi è associato a Cenerentola o ai Puffi. Tuttavia, il primo libro della Sacra Scrittura contiene verità eterne. Sono ispirate da Dio ma narrate con la mentalità del V secolo a.C.

Riandando perciò alla Genesi, Gesù sta dicendoci che per superare la durezza del cuore, bisogna affrontare quella mentalità egoista e materialista che uccide l’amore. È necessario che l’uomo e la donna ricomincino a stupirsi del dono di essere coppia. Questo è un dono che non si sono dati loro stessi. Adamo, infatti, non appena vede Eva ha un moto di profonda emozione che nasce dal contemplare una meraviglia! Il mondo odierno ha eliminato lo stupore. Questo sentimento è ben di più di un’emozione passeggera. Esso è frutto di contemplazione, di saggezza, di saper andare oltre le apparenze. La coppia può superare la “sclerocardia” solo se riprende a stupirsi di essere un dono di Dio l’uno per l’altro.

In secondo luogo, bisogna ripartire dall’attribuire una pari dignità tra uomo e donna. Questo porta a una complementarità tra loro. È per questo motivo che Adamo riconosce in Eva una sua simile. Come dice Papa Francesco: “L’immagine della «costola» non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità” (udienza 22/4/2015).

Ancora una volta la coppia può vincere e oltrepassare ogni influsso negativo dell’ambiente circostante. Questo accadrà quando cesserà ogni lotta per prevaricare, per dominare, per possedere l’altro. È necessario sforzarsi per cercare la comunione, l’intesa profonda e la vera comprensione reciproca.

Infine, Cristo sottolinea che per amare, prima bisogna lasciare. È necessario svuotarsi per accogliere l’altro. Il matrimonio è una convocazione ad amarsi totalmente. L’atto di lasciare casa avvia una riflessione sulla maturazione autentica. Diventare adulti è fondamentale prima di intraprendere la via del matrimonio.

Cari sposi, Dio vuole unire la vostra coppia. Quell’unione che voi vivete in tutti i sensi è il primo riflesso dell’Unione. Egli intende realizzare quest’Unione con ciascuno di noi per l’eternità. Con la grazia di Dio e tanta pazienza si può già da adesso viverla fedelmente ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Riprendo volentieri le parole di padre Luca. Sapete perché è così bello il matrimonio? Lo è quando diventiamo una sola carne. Una sola carne non si intende solo essere uno nell’intimità fisica. C’è una lettura meno immediata ma molto bella. La carne nella Bibbia indica la fragilità dell’uomo. Ecco! Essere una sola carne significa che diventiamo custodi l’uno della fragiltà dell’altro. Che bello sentirsi amati così!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il bicchier d’acqua: inizio di santità o naufragio nel nulla

Cari sposi, anche oggi prosegue l’insegnamento di Gesù che invita all’umiltà e alla semplicità evangelica. Gesù pur essendo Dio fatto uomo, riesce a rendere estremamente comprensibile e attuabile la sua Parola. È tutto il contrario delle elucubrazioni e dei ragionamenti complessi, contraddittori e contorti a cui oggi ci abitua la cultura in cui viviamo.

Come si accoglie Cristo nel prossimo? Prima di pensare di immolarsi dinanzi a un plotone di esecuzione, Gesù ci dice: offri un bicchiere di acqua fresca. Cioè, inizia da quello che è più immediato e a tua portata di mano. Poi da lì, a poco a poco, puoi arrivare a grandi azioni di distacco dal proprio egoismo e di generosità.

Fa sorridere tale esempio di Cristo del bicchiere d’acqua. Per un verso, potrebbe far pensare a chi vi si perde per il troppo pensare o non saper stare con i piedi per terra. Dall’altra parte, esso è un lampante invito su come iniziare la via della santità.

Se poi applichiamo tutto ciò alla vita di coppia, è molto rincuorante. È bello vedere che voi sposi potete moltiplicare di gran lunga le piccole dimostrazioni di amore. E così Gesù utilizza un gesto a cui non daremmo peso. Con esso, significa quell’abbondanza di atti di servizio e di accoglienza con cui possiamo riempire le nostre vite.

Gesù in tal modo sta facendo riferimento a una verità che in seguito la Chiesa ha messo in luce. Cioè che proprio l’ordinario nella vita coniugale è la cartina di tornasole. Serve per rendersi conto di quanto e come voi sposi vivete la grazia del sacramento. E siete docili allo Spirito.

Dice infatti Papa Francesco: “Il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo però per conservarlo, ma per farlo crescere. È il cammino di costruirsi giorno per giorno. Ma nulla di questo è possibile se non si invoca lo Spirito Santo, se non si grida ogni giorno chiedendo la sua grazia, se non si cerca la sua forza soprannaturale, se non gli si richiede ansiosamente che effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” (Amoris laetitia 164).

È un numero molto interessante perché si riferisce esattamente al passare del tempo, a quell’abitudine che può arrugginire i rapporti e rendere sterile l’unione di coppia. Ma appunto per prevenire questo rischio il Papa ci ricorda che è nella vita ordinaria dove cresce maggiormente l’amore coniugale. Questo può accadere solo in forza di una supplica continua allo Spirito.

Cari sposi, all’inizio di un nuovo anno, dopo le vacanze estive, dove siamo tornati a fare “le cose di sempre”, vi aiuti questa chiara motivazione di Gesù a sentirvi accompagnati dalla Sua Grazia per camminare con piena consapevolezza nella vostra missione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza quello che dovrebbe essere ovvio ma che spesso, purtroppo, non lo è. I piccoli gesti fanno la differenza. Non dobbiamo aspettare di mettere in atto gesti eroici per vivere il nostro sacramento. Non siamo in un film romanticone strappalacrime. Siamo nella realtà e il matrimonio si custodisce in tanti piccoli gesti quotidiani. Gesti che diventano sacri. Senza dimenticare quelli più graditi per l’altro. Luisa sa che io amo il contatto fisico quindi sa come per me sia importante un abbraccio. Io invece so che per lei è importante sentirsi dire quanto sia importante per me. Piccole cose che fanno però la differenza.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La strada diritta verso Cristo

Cari sposi, oggi Gesù compie un gesto di profonda tenerezza nel dimostrare il Suo affetto paterno verso un bimbo che era lì presente assieme a tutti i discepoli.

Essi stessi dovranno essere rimasti comunque assai sopresi dal gesto insolito in un rabbì dell’epoca. Difatti, il bambino nell’Antico Testamento è un essere incompiuto, perché non ha la maturità di ascoltare la Legge né comprenderla. Ma vi è un altro motivo per cui Gesù fa questo e si evince dal contesto: vediamolo.

Anzitutto, mettiamoci nei panni di Gesù che per la seconda volta ha annunciato di andare verso una morte terribile. Che reazione hanno i discepoli? Forse di rincuoramento? Di vicinanza? Di consolazione? Tutt’altro! Si mettono a discutere su chi è il più bravo… che meschinità! Un colpo molto basso per quel Cuore infinitamente sensibile all’Amore.

Tuttavia, l’aspetto più esaltante della reazione di Gesù è non scadere nella delusione o nella collera. Al contrario, dimostra pazienza e mansuetudine. In modo particolare Gesù sta insegnando a non scivolare nella tentazione della complicazione.

Sì, perché la risposta “cristiana” all’annuncio del Signore sarebbe stata certamente di empatia per condividere il Suo destino mentre quella di Pietro & Co. finisce piuttosto ni ragionamenti tortuosi.

La semplicità cristiana, derivato dell’umiltà, è la capacità di cogliere la volontà di Dio senza devianze o confusioni. Sentiamo alcune voci autorevoli al riguardo.

 “Tendere alla semplicità è andare verso Dio” predicava S. Vincenzo de’ Paoli. Difatti, Dio è semplice e chiaro, come ci insegna il buon San Tommaso d’Aquino, invece, l’artefice di cose e pensieri contorti, ostici e macchinosi puzza di zolfo… Come pure ci ricorda anche l’Imitazione di Cristo: “Beata semplicità, che lascia gli erti sentieri delle disquisizioni e percorre le vie piane e sicure dei comandamenti di Dio!” (Libro IV, 2).

Un’applicazione tipica di come perdersi in mille complicazioni è appunto centrare la vita cristiana e il rapporto con Gesù in ruoli ecclesiali, incarichi parrocchiali, comparazioni tra “prestazioni” nella comunità e in fin dei conti inquinare la relazione col Signore a causa di una mentalità di risultati ed efficienza.

Di certo, vedere che anche i 12 apostoli pativano questa tentazione ci rincuora. Allo stesso tempo, deve metterci in guardia. Se è successo a loro che vivevano a stretto contatto con Gesù, non sarà che anche noi ci possiamo inciampare?

E in effetti, può accadere che questo modus operandi si instauri nella coppia. Questo include anche attribuire valore solo al fare esteriore nella coppia e in famiglia. Chi fa di più per i figli? Chi è più stanco dei due e merita riposo? Chi si spende maggiormente per gli altri? Bisogna certamente donarsi in pieno nella concretezza ma non si può vivere il matrimonio nella competizione e con il “meritometro”. Perciò Gesù mette al centro un bambino, cioè il simbolo della semplicità, dell’umiltà.

Quando gli sposi focalizzano la loro relazione su Cristo Signore, questo li porta a lasciar perdere tante bugie e falsità. Sono le bugie di cui parlano gli apostoli oggi. Si concentrano su Gesù e basta. Essere come bambini per gli sposi significa sapersi decentrare. Devono lasciare spazio al Signore. Devono avere Lui come punto di riferimento e di confronto. Due sposi che guardano a Cristo insieme riescono a sollevarsi da tante piccolezze mondane. Queste sono proprio quelle che fanno affondare la vita di così tante coppie.

Cari sposi, Gesù oggi vi spinge a non lasciarvi confondere da mille pensieri o preoccupazioni. Anzitutto Lui vi chiede di fissare su di Lui il vostro sguardo. Questo per continuare a camminare diritti e risoluti verso la pienezza della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca evidenzia una caratteristica del matrimonio che è fondamentale. La gratuità. Se non impariamo a donarci senza usare il bilancino non stiamo amando ma ci stiamo usando. L’amore è gratuito, l’amore è per tutta la vita. Sapete quando sento di amare davvero mia moglie? Quando scelgo di amarla anche quando non mi conviene. Ci sono dei periodi così. Quando non ha nulla da darmi. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto.

Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni. Occuparmi della casa e darle una carezza. Sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perché il matrimonio è così, è questo. Perché solo così può sentirsi amata perché è lei e non perché ha fatto qualcosa. Non c’è nulla di più bello e liberante di essere amati quando non lo meritiamo. Dio non fa così con noi?

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Ri-Chiamati all’Amore

Cari sposi, dopo il tempo delle ferie ormai concluso e l’inizio di scuole e attività pastorali, ci sentiamo con le vertigini. Stiamo per addentrarci in un nuovo anno. Ci consola la Parola che oggi il Signore Gesù ci sta rivolgendo.

Inizio dicendo che in tutta questa scena evangelica vi è una coppia, sebbene non salti a prima vista. Una coppia è formata da un lato da Cristo Sposo. Dall’altro lato c’è Simon Pietro il quale fa parte e ci rappresenta come la Sposa di Cristo. Cioè la Chiesa.

Non è strano quindi che Pietro nel giro di pochi istanti è sia “croce che delizia” di Gesù. Perché per un verso ancora una volta si dimostra come colui che sa comunque guardare oltre gli altri. Difatti, è il primo e l’unico che ha capito chi è Cristo. In seguito, poi, dimostrerà di essere il più generoso. Vorrebbe subito dare la vita per Gesù. Si butta per primo. Non ha paura di fare figuracce.

Ma al contempo è proprio un testone. È un vero mulo che non sa ancora accogliere docilmente la Persona di Cristo nella sua vita. Cerca sempre di fare a modo suo, con le sue uscite impulsive.

Ecco due volti comuni della relazione nuziale. Ci sono momenti di picchi di gioia e di entusiasmo. Essi sono seguiti da fasi calanti e a volte deludenti. Vediamo allora come reagisce lo Sposo per eccellenza.

Gesù non sta mandando Simon Pietro a quel paese con l’espressione “va’ dietro a me satana”. Non è come in qualche omelia si è affermato. E men che meno si tratta di un epiteto raffinato, frutto della bile in eccesso del Maestro, che avrebbe di certo più di una ragione per scadere nell’impazienza. Cristo, invece, ancora una volta agisce da Uomo integro e virtuoso, da Sposo colmo di amore.

Che messaggio c’è in quell’espressione così tagliente di Gesù? Egli sta solo ripetendo a Pietro, con fermezza e senza perdere il controllo, quanto gli disse tempo addietro sulle rive del lago di Galilea, mentre stava riassettando le reti: seguimi!

Certo, usa tutta la passione di chi ama nell’esigergli di rimettersi alla Sua sequela. Gli chiede di starGli dietro, non davanti, come ha appena infelicemente ammesso. Né a fianco, quasi volesse mettersi al Suo livello, ma dietro perché è un discepolo. Pietro ancora fa fatica ad accettare questo. In fin dei conti, Pietro vorrebbe andare per conto suo. Vorrebbe farlo secondo il “suo” modo di intendere e comprendere. Vuole slegarsi dal rapporto ma Gesù gli oppone un rifiuto perché lo ama.

Cari sposi, qualsiasi sia la vostra situazione e condizione. Di fervore, di rilassamento, di prostrazione. Gesù continua a credere in voi e a ripetervi: seguimi, stammi dietro, non ti allontanare da Me!

Impariamo, quindi, da Gesù Sposo a sentirci Sposa amata e ricercata. Uno Sposo così innamorato non si scoraggia davanti alle sue deficienze e debolezze. Sa lottare per farsi comprendere. Vuole tornare ad un rapporto sempre più vero e autentico.

ANTONIO E LUISA

La cosa bella di questo Vangelo, rimarcata anche da padre Luca, è proprio l’atteggiamento di Gesù. Non è arrabbiato come siamo indotti a credere. Si comporta come il Maestro. Non dice a Pietro di andarsene. Gli dice di mettersi dietro. Ma perchè lo sa che noi tutti abbiamo bisogno di Lui. Non vuole essere il primo perchè superbo ma perché Lui è la luce. Quanti errori abbiamo fatto Luisa ed io perché abbiamo voluto passarGli davanti e fare di testa nostra. Soprattutto io. Ma poi, quando ho fatto esperienza di quanto sono piccolo e fallace, sono tornato dietro di Lui. E ho ritrovato la strada. Quanta pazienza Gesù. Quanta pazienza anche Luisa. Ma questo è il bello del matrimonio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sordomutismo nuziale?

Cari sposi, in questi giorni siamo ancora scossi dalla notizia riguardante lo sterminio di un’intera famiglia ad opera di un suo membro. Un fatto dai contorni misteriosi, soprattutto perché avvenuto, pare, in un contesto di apparente normalità. Non ho voce in capitolo riguardo al campo della psicologia. Considero saggia la posizione di chi afferma che tale evento grida all’urgenza di saper comprendere a fondo sé stessi. È importante essere accolti e compresi, particolarmente da chi ci sta vicino.

Ma, ahimè, da decenni, almeno dall’avvento della cultura di massa, è in atto la cosiddetta “atomizzazione” della società, cioè una mentalità che, incentivando unicamente i bisogni, i vezzi e desideri dell’individuo, sta minando parallelamente ogni senso di responsabilità e di appartenenza sia sociale che familiare. Poi, il binomio Covid e iperconnessione da social ha inferto il colpo di grazia. Le nuove generazioni sono sempre più tentate di virtualizzare i rapporti. Faticano non poco ad andare a fondo nella conoscenza di sé e degli altri. Risultato? Siamo avvantaggiatissimi sulla quantità e velocità dei contenuti ma non nel riuscire di fatto a comunicare. Così, per assurdo, internet e i social non hanno generato persone integre, capaci di intessere sane relazioni ma piuttosto isole, monadi, atomi…

Come mai questo incipit di taglio piuttosto orizzontale? Perché la persona che il Vangelo mette al centro, il sordomuto, simboleggia – al di là dell’evidente patologia – proprio la persona tagliata fuori da ogni contatto sia con Dio che gli uomini. È un individuo fondamentalmente solo e chiuso a riccio a sé stesso. Questo individuo rassomiglia a quei personaggi che stanno caratterizzando sempre più le nostre città, quartieri e di conseguenza famiglie.

La malattia con cui fa i conti oggi Gesù è forse la più perniciosa e dannosa della vasta gamma che ha avuto dinanzi. Un ostacolo insormontabile per quell’epoca. Non esisteva la scrittura Braille né il linguaggio Lis. Questo cozza contro la vocazione dell’uomo di sentirsi amato per poi amare. Offende in pieno la chiamata alla comunione con Dio e con il prossimo.

Pertanto, in quest’epoca di analfabeti emotivi, di sensorialmente anestetizzati di quanto il Signore ci dice ogni giorno, di inesperti nell’uscire dal proprio guscio per cogliere la bellezza delle nostre vite e del mondo, accade paradossalmente che vi possano essere sordomuti anche tra i coniugi. Questo accade esattamente là dove si vive la massima relazione umana, quella che tocca ogni ambito vitale. È un dato di fatto che affetta anche gli sposi cristiani e che scuote la loro coscienza fino in fondo.

Ebbene sì, vi sono coniugi affetti da mutismo. Hanno atrofizzato la capacità di donare all’altro le proprie emozioni, vissuti e inquietudini più profonde. Vi sono anche sposi sordi che non sanno più ascoltare. Non riescono più a entrare in contatto profondo con l’io del proprio consorte. Essere sordomuti nel fondo è sinonimo di incomprensione profonda. Spesso anche gli sposi cristiani patiscono questo, sebbene ci sia innamoramento e ci si doni il proprio corpo.

Come fare perché un uomo e una donna che si sono promessi fedeltà ed hanno accolto la chiamata a donarsi per tutta la vita non piombino in un tale isolamento mortale? Questo isolamento è capace di desertificare e impoverire tutte le altre relazioni.

Il comportamento di Gesù con il sordomuto è assai istruente. Per prima cosa lo prende in disparte, cioè lo fa rientrare in sé stesso. È la via per cui sono passate tante conversioni… S. Paolo, S. Ignazio, S. Agostino… bisogna perciò allontanarsi dal rumore e caos circostanti per fare silenzio e poter connettere con il nostro io. A quel punto, in un contesto di tranquillità, Gesù può agire. Così opera una cosa significativa. Riattiva tutti i 5 sensi. Compie un’azione simile a quella di Dio Padre nella Creazione di Adamo quando impastò l’argilla e vi insufflò lo Spirito. In altre parole, Gesù lo fa “rinascere dall’Alto”. Bisogna quindi lasciarsi convertire da Gesù nello Spirito. Fatti condurre da Lui al Padre. Così ci accorgeremo che siamo anzitutto figli amati. Siamo anche capaci di riamare.

In particolar modo è lo Spirito che dà la stoccata finale. È lo Spirito che spezza l’isolamento. Abbatte quel muro invisibile tra il sordomuto e il resto del mondo. Lo rimette in piena comunione con Dio e i suoi fratelli. Non per nulla, proprio a Pentecoste, è il Paraclito che dona agli apostoli la capacità di parlare lingue completamente diverse dall’aramaico. Lo fa pur di annunciare che Cristo è risorto. Ed è il medesimo Spirito che finalmente apre, schiude e mette in contatto profondo le menti e i cuori degli sposi.

Ogni persona ma anche ogni coppia, oggi più che mai, è a rischio di incomunicabilità e atomizzazione. Il pericolo di retrocedere da coppia, cioè da unità sacramentale, da “una sola carne”, ad aggregato, ad accostamento di due individui, a cooperativa educativa a favore dei figli, a singles sotto uno stesso tetto costituisce una drammatica spada di Damocle, perennemente sospesa sulle vostre teste.

Cari sposi, quanta consolazione e speranza ci offre lo Sposo con questo vangelo! Ci sta dimostrando di essere pienamente in grado di spalancare i nostri cuori. Anche quelli più induriti. Ci restituirà la bellezza di una relazione matrimoniale piena, sotto tutti i punti di vista. Lasciamoci condurre dal Signore e lasciamolo libero di realizzare in noi la sua opera di apertura e liberazione.

ANTONIO E LUISA

Vi raccontiamo il nostro modo personale per non diventare sordi e muti l’uno con l’altra. Una cosa molto semplice. Una volta a settimana andiamo a fare colazione insieme. Solo noi. Come ha scritto padre Luca, ci mettiamo in disparte, lontani dai rumori e dalla confusione. Lontani dalle distrazioni e ci apriamo. Non è sempre piacevole ma è necessario. Giusto qualche giorno fa ci siamo raccontati delle difficoltà e delle sofferenze ma è importante fare anche questo. È importante non solo raccontarsi la bellezza di stare insieme. Bisogna anche raccontarsi la difficoltà per evitare che crei distanza e, alla lunga, rancore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Educare il cuore

Cari sposi, il vangelo di oggi ha come contesto un’altra discussione tra Gesù e i farisei. Questa volta si tratta delle norme igieniche da seguire prima dei pasti. Chi avrebbe da ridire oggi sul bisogno di lavarsi le mani? Figuriamoci, poi, dopo una pandemia! E come mai ne è stato fatto materia di diatriba?

È evidente che vi soggiace un problema ben più profondo, la vetusta questione già messa in luce dai profeti: la vera fede che oscilla tra religione e relazione. Spesso la parola religione per noi ha un’accezione negativa. Non scordiamoci che la religione è una virtù. Con essa noi diamo a Dio quello che gli spetta. Interessante scoprirne l’origine. Il verbo latino religare descrive una persona religiosa come colei che continuamente è rivolta a Dio. Si sta “legando” a Lui tramite una serie di gesti. Questo è il senso delle norme a cui tanto tenevamo i farisei ed è cosa giusta e buona.

Tuttavia, siamo consapevoli che la religione può avere sovente derive formalistiche e ipocrite finendo con il distaccare la fede dalla vita, scollando il cuore dalle azioni. Sappiamo bene che i nostri atti ci definiscono. Come diceva un grande padre della Chiesa, Gregorio di Nissa, “le nostre azioni sono i nostri genitori”. Un gesto, giusto o sbagliato che sia, è come la foglia di un albero. Presuppone tutto un procedimento che parte dalle radici, passa dal fusto e finisce nei rami. Nulla di quanto facciamo è slegato in fondo da ciò che siamo.

E quindi, dietro la preoccupazione di avere mani e piedi puliti, che immagine di Dio c’è? Che tipo di rapporto si vuole instaurare con Lui? Sembra chiedere Gesù ai farisei. Sappiamo bene che il Signore vuole abitare nel nostro cuore ed esserne il Re e questo affinché poi le nostre azioni Lo rivelino e ne siano una testimonianza.

Oggi più che mai il matrimonio è una forma di vita che il mainstream intende nei modi più svariati. La mentalità corrente, difatti, ha splittato il coniugio ora in una convivenza, se tra uomo e donna non si sa, ora in un legame intimo che non abbisogna di riconoscimenti esterni.

Ancora una volta voi sposi siete l’incarnazione della Parola che Gesù oggi ci rivolge. Voi avete la possibilità di sanare ed educare il cuore. Unite e ricucite l’amore autentico alla vita di tutti i giorni, in un modo chiaro e nitido.

E questo perché voi sposi, nel momento in cui avete celebrato il sacramento, siete diventati quello che avete professato. Non avete compiuto semplicemente un gesto. Non avete compiuto un rito rimasto appeso là in un quadro. Da allora siete quel gesto e quel rito. Con la grazia del sacramento Gesù vi ha concesso il dono di poter colmare il divario tra una fede di facciata e l’intimità del cuore. Potete sanare lo iato tra religione esteriore e relazione affettuosa con Lui.

Cari sposi, come vedete anche oggi il Signore non cessa di ricordarvi il grande dono che siete e continua ad incoraggiarvi a credere nella fecondità della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Voglio affrontare il Vangelo di oggi e il puntuale approfondimento di padre Luca. Voglio mettere in evidenza una differenza sostanziale. Alcuni vivono un matrimonio fatto di riti di facciata. Altri invece ne fanno la casa di una relazione intima con Gesù. I primi vivono la religione come un peso. Devo andare a Messa, devo seguire i comandamenti. Devo sopportare mia moglie, mio marito. Ma resta qualcosa di sterile che non cambia la vita. Ed è quello che succede a tanti. E infatti tanti non reggono e il matrimonio salta. Mentre Gesù non vuole questo. Non lo vuole per noi, perché ci vuole bene. Sa perfettamente che la Sua proposta d’amore è esigente. Per questo un matrimonio può funzionare solo in un contesto relazionale. Non solo con il coniuge ma anche con Lui. Fare certe scelte è difficile non nascondiamolo. Il per sempre è difficile. Solo se sapremo inserire tutte le nostre scelte in una relazione d’amore. Allora non saranno più solo un dovere. Vorremo fare quella scelta. La vivremo come un rilancio d’amore. La vivremo come il dono gratuito di noi stessi. E la vivremo come il modo per essere ancora più vicini a chi ci ama immensamente, che è Gesù.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Parole dure ma vere

Cari sposi, concludiamo oggi un capitolo epico di San Giovanni. Un lungo discorso tenuto nella sinagoga di Cafarnao, iniziato nel migliore dei modi e dal finale “disastroso”. Gesù ha appena detto che ci avrebbe donato la sua carne, il suo corpo, la sua esistenza, – il climax del suo discorso – , ottenendo in pratica fischi e quasi insulti.

Quando Gesù parla di “carne” lo fa da ebreo, con mentalità semitica, quindi con un riferimento alla persona nella sua integrità ma al tempo stesso attribuendo un senso di finitezza e di fragilità. E difatti il suo dono sarà totale, non trattenendo nulla per sé sulla Croce.

Dinanzi alla violenta reazione degli astanti, Gesù replica che ci vuole lo Spirito per comprendere la carne. Ma come? Sono due princìpi contrapposti, come la notte e il giorno. Chi ci può allora farci comprendere la nostra condizione umana?

Scriveva Papa Benedetto: “la costituzione dell’essere umano, è composto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Deus caritas est, 5).

Gli ascoltatori di Gesù non avevano ancora capito che non si trovavano davanti a un cannibale ma all’Autore dell’umanità. Gesù è venuto a restaurare quella divisione inteiore tra corpo e spirito che tanti danni ancora oggi procura.

Gesù è venuto a darci una vita bella, piena, un’esistenza che profuma già d’ora di eternità. E tutto ciò perché Gesù ci porta lo Spirito, Colui che è Dono mutuo di Amore tra il Padre e il Figlio.

Questo Vangelo trova un’ottima contestualizzazione nel matrimonio! Su di esso la cultura nella quale viviamo ha fondamentalmente uno sguardo “carnale”, cioè orizzontale e immanente, portando inesorabilmente gli sposi a un’incompresione reciproca e alla fine del loro amore. D’altra parte, l’alternativa mondana di tipo “spirituale” è un rimando a religioni orientali che sfociano nel mondo della magia o del panteismo.

Siamo certi che Cristo, l’Uomo-Dio, la Persona che ha armonizzato in sé la carne e lo Spirito, può dare a voi sposi una via sicura, certa, infallibile per vivere un amore – realtà di per sé spirituale – saldamente ancorato e innestato nella vostra carne, senza scadere in alcun materialismo o spiritualismo. E tutto ciò si chiama “sacramento del matrimonio”.

In definitiva, il matrimonio non si capisce con e nella carne. Questo ce lo dice un gigante della fede come S. Agostino, un uomo che di “carne” aveva fatto parecchia esperienza, prima della sua conversione: “Non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” (S. Agostino, Omelia 27,1).

Cari sposi, fidatevi di Gesù, sebbene siano parole ardue ed oggi più che mai controcorrente. Vedendo gli apostoli e chi oggi gli è rimasto accanto, abbiamo la certezza della fecondità e fruttuosità delle sue Parole.

ANTONIO E LUISA

Io non sono un fine teologo. Padre Luca è un vero studioso non solo della Parola. È anche un vero studioso della grandezza e della complessità del matrimonio. Io però ne ho fatto esperienza. Confermo ogni affermazione di padre Luca. Nel matrimonio, nell’amore che giornalmente do a mia moglie e ricevo da lei costruisco la mia intimità con lei. L’agape, l’amore oblativo fatto di cura e servizio, nutre e dà sostanza all’eros. Fare l’amore con lei è sempre più bello perchè la nostra intimità e riempita del nostro amore quotidiano. E l’eros, l’amore più carnale e passionale, dà calore e nutrimento al dono reciproco. Mettersi alla sequela di Cristo non è facile ma rende tutto più bello e più vero, anche e soprattutto l’amore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui