Avvento, allegoria di vita

Cari sposi, iniziamo oggi il Santo Avvento. Leggendo le letture percepiamo uno stile assai diverso da quello sentimentale e sdolcinato proprio di questo periodo. Non vi preoccupate. Le descrizioni di cataclismi cosmici, come in questo contesto, sono solo modi di dire. Difatti, come si può rilevare anche in altri passaggi, chi ha scritto al Bibbia ne è fatto uso per annunciare le grandi novità di salvezza e di liberazione portate dal Messia. È così che va inteso l’uso di immagini forti. Questo serve a metterci sull’attenti perché il Signore sta per fare una cosa nuova.

E la cosa nuova altro non è che l’Incarnazione, il momento chiave che ha diviso in due tutta la storia umana. È un fatto avvenuto in modo quasi surrettizio e volutamente nell’ombra. Questo è il motivo per cui, ed è appunto un insegnamento di oggi, è quanto mai importante da parte nostra essere pronti e solerti.

Lasciatemi dire quanto sia difficile vivere in atteggiamento di ascolto e silenzio il tempo di Avvento! Un periodo in cui abbondano eventi, feste, cene e in cui il consumismo dà il “meglio” di sé. Come credenti, siamo doppiamente invitati ad affrontarlo in maniera semplice e sanamente distaccati dal mondo.

Perciò, mi piace riportare un brano di Papa Benedetto. In questo brano, egli parla di come si viveva la vigilanza nella Chiesa delle origini. In definitiva, descrive il tempo di Avvento. “In questa duplicità del modo di lettura è chiaramente visibile la peculiarità dell’attesa cristiana della venuta di Gesù. È al tempo stesso il grido: «Vieni!» e la certezza piena di gratitudine: «Egli è venuto». Dalla Didachē (intorno all’anno 100) sappiamo che questo grido faceva parte delle preghiere liturgiche della Celebrazione eucaristica dei primi cristiani, e qui si ha anche in concreto l’unità dei due modi di lettura. I cristiani invocano la venuta definitiva di Gesù e vedono al contempo con gioia e gratitudine che Egli già ora anticipa questa sua venuta, già ora entra in mezzo a noi. Nella preghiera cristiana per il ritorno di Gesù è sempre contenuta anche l’esperienza della presenza” (Joseph Ratzinger, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla resurrezione, LEV, Città del Vaticano, 2011, p. 320).

Da qui si comprende bene un fatto che ci è quanto mai utile oggi: l’attesa gioiosa. Ma che senso ha “far finta” che Gesù torni a nascere? È avvenuto storicamente una volta per tutte 2000 anni fa. In realtà, la liturgia è un modo per rendere attuale e presente il Signore Risorto in mezzo a noi. In questo modo, l’Avvento altro non è che una metafora di tutta la vita cristiana per aiutarci a guardare sempre a Cristo che cammina vicino a noi.

Difatti, proprio grazie alla liturgia, Gesù è vivo e risorto! Allora vivendo e partecipando in essa, noi davvero possiamo stare assieme a Gesù, accoglierLo quale amico e Sposo della coppia.

Cari sposi, Gesù è già in mezzo a voi, analogamente al fatto che si è già reso presente nell’Incarnazione e ha prolungato nel sacramento del matrimonio la Sua esistenza. Vogliamo oggi perciò ascoltare la Chiesa che, come buona Mamma, raccomanda vigilanza, cura e attenzione saper accompagnare e convivere con il Signore che abita presso di voi.

ANTONIO E LUISA

Il Vangelo, come ha ben spiegato padre Luca, ci invita a essere vigilanti e a tenerci pronti. Ci invita a vegliare e a tenerci pronti per accogliere il Signore. Don Fabio Rosini sottolinea che “l’essenziale è non perdere la relazione con Cristo”. Per gli sposi cristiani, ciò significa preservare il tempo per la preghiera e per la vita spirituale, nonostante gli impegni quotidiani. Come nella coppia è vitale coltivare l’intimità e l’amore reciproco, così è fondamentale nutrire il rapporto con Gesù.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un regno poco visibile ma reale

Cari sposi, oggi l’anno liturgico si conclude. Che significa? Vuol dire che la Chiesa ci insegna a vivere il tempo presente nella prospettiva dell’eternità, della Vera Vita. Perciò, la solennità odierna ci ricorda che tutto è in mano al Signore e nulla di quanto accade Gli sfugge.

Eppure, è altrettanto vero che rivolgersi a Gesù dandogli del “Re, Sire o Maestà” non era lì per lì di Suo gradimento. In effetti, Gesù ha rifuggito ogni occasione in cui il popolo, intendeva proclamarlo re e sovrano di Israele, essendo un titolo sconveniente ai fini della comprensione autentica del Vangelo. Tuttavia, il Suo non è un rifiuto assoluto perché come vediamo oggi, Cristo sa benissimo di essere re.

Ma vediamo più in dettaglio: quando Gesù accetta di definirsi re e in quali condizioni? Perché questo ci dice molto su come egli concepisce la Sua regalità. A ben vedere, Egli si fregia della corona reale nel momento di massima debolezza e umiliazione dal punto di vista umano. La scena che oggi la liturgia focalizza nel Vangelo è quando Lui è stato flagellato e coronato di spine, con un mantello e una canna in mano come scherno dei soldati. In tali condizioni pietose e strazianti fu portato davanti a Pilato.

Solo adesso Gesù può svelare la sua regalità: non certo durante la moltiplicazione dei pani, la risurrezione di Lazzaro, la guarigione di Bartimeo o l’entrata trionfale in Gerusalemme… troppo facile e scontato.

Qualcosa di simile lo possiamo affermare della prima letture. Lì il profeta Daniele preannuncia il Messia esattamente in un tempo di grande sofferenza e persecuzione quale fu il regno di Antioco IV Epìfane nei confronti del popolo ebraico.

Come mai che la proclamazione dell’onnipotenza di Dio avviene per lo più nei momenti di insicurezza, di debolezza, di incertezza, di povertà? Sarà che aveva ragione Marx nel definire la religione una sorta di stordimento per alleviare il dolore e dorare la pillola?

O piuttosto che forse solo nella fede pura possiamo credere che il re del mondo sia davvero Cristo? Pare proprio così: è nella fede che riceviamo il dono di vedere oltre le circostanze nelle quali siamo immersi e che potrebbero facilmente confonderci o darci uno sguardo errato. Il Suo Regno pertanto è quanto mai vero e reale benché poco visibile a certi occhi sbadati…

Ma veniamo a voi sposi: quando e come vivete la regalità di Cristo? Magari tra chi legge ci sarà pure qualcuno dal sangue blu, imparentato con nobili casati… Questo non è affatto rilevante perché voi sposi partecipate per la grazia sacramentale della regalità di Cristo. Ma attenzione! Di questa regalità che abbiamo appena visto.

Ce lo spiega bene S. Giovanni Paolo II, il quale ha pubblicato l’Esortazione apostolica Familiaris consortio proprio durante la festività di Cristo Re, ha scritto: “Tra i compiti fondamentali della famiglia cristiana si pone il compito ecclesiale: essa, cioè, è posta al servizio dell’edificazione del Regno di Dio nella storia, mediante la partecipazione alla vita e alla missione della Chiesa” (Familiaris consortio, 49) e il Concilio Vaticano II osa molto di più nel dire: “La famiglia cristiana proclama a voce alta le virtù del Regno” (Lumen gentium, 35).

Ecco allora che voi sposi, similmente a Gesù, vivete la vostra regalità nella misura in cui tentate tenacemente di essere chiesa domestica, sebbene tutto ciò passi a volte da un apparente fallimento, tra sofferenze e problemi. Come Gesù ci ha dato la vita non tra applausi e premi, pure voi siete fedeli seguaci del Re quando vi amate con il Suo amore anche in mezzo a difetti e mancanze.

Cari sposi, abbiate fiducia che la grazia divina può attecchire e fruttificare in voi nonostante l’umana imperfezione ma a patto che i vostri cuori siano decisi e motivati nel lasciarvi guidare ed essere al servizio di Gesù, Re delle nostre vite e dei nostri cuori.

ANTONIO E LUISA

Nel matrimonio cristiano, il verbo regnare si declina in “servire”. Servire assume una duplice valenza. Mettersi al servizio del coniuge significa offrirsi con gratuità, mettendo l’altro al centro, come Cristo che lava i piedi ai discepoli. Questo servizio non è sottomissione, ma dono reciproco, una scelta quotidiana di amore che si rinnova nel dialogo e nel sacrificio. Al tempo stesso, servire vuol dire essere utili: contribuire alla crescita dell’altro, sostenendolo nelle sue fragilità e gioendo dei suoi successi. In questa prospettiva, il matrimonio diventa un luogo di santificazione, dove il servizio si trasforma in comunione e l’amore diventa riflesso dell’amore di Dio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il fine non coincide con la fine

Cari sposi, sebbene ci troviamo nel bel mezzo dell’anno civile, oramai a un niente dal vortice natalizio, con tutte le feste, cene, saggi, regali… e l’estate con le ferie risulti un lontanissimo miraggio, per la liturgia c’è aria di fine. Infatti, domenica prossima la solennità di Cristo Re chiuderà il tempo ordinario per dare inizio all’attesa della Venuta di Cristo. Già da alcune domeniche quindi stiamo odorando questo clima ed oggi lo viviamo in modo particolare.

Gioia e Speranza

Tutto ciò non deve creare un senso di ansia bensì di gioia perché stiamo andando incontro alla Verità, a Colui che dà il senso ultimo alla nostra vita. Ci ricorda Papa Francesco:

Non è in primo luogo un discorso sulla fine del mondo, piuttosto è l’invito a vivere bene il presente, ad essere vigilanti e sempre pronti per quando saremo chiamati a rendere conto della nostra vita. […] La storia dell’umanità, come la storia personale di ciascuno di noi, non può essere compresa come un semplice susseguirsi di parole e di fatti che non hanno un senso. Non può essere neppure interpretata alla luce di una visione fatalistica, come se tutto fosse già prestabilito secondo un destino che sottrae ogni spazio di libertà, impedendo di compiere scelte che siano frutto di una vera decisione. Nel Vangelo di oggi, piuttosto, Gesù dice che la storia dei popoli e quella dei singoli hanno un fine e una meta da raggiungere: l’incontro definitivo con il Signore” (Angelus 18 novembre 2018).

Il Significato Sponsale

L’incontro con Gesù è visto nella Sacra Scrittura come un vero e proprio matrimonio; il libro dell’Apocalisse ce lo descrive come le nozze dell’Agnello (Cristo) con la sua Sposa (la Chiesa). Questo è l’orizzonte delle nostre vite e la liturgia ce lo ricorda, casomai il ritmo delle nostre giornate ce lo facesse dimenticare.

La Grazia del Matrimonio

Voi sposi avete ricevuto il dono del vincolo matrimoniale, questa grazia che rende presente in voi l’Amore di Cristo per la Chiesa. In effetti, avete già ricevuto l’anticipo, la caparra delle nozze definitive. Ecco allora che per voi questa liturgia vi sprona e vi motiva a fare memoria quotidiana che il dono ricevuto è da scartare e coltivare continuamente, senza mai darlo per assodato e scontato, una conquista da raggiungere di continuo.

Vivere il Regno di Dio

Cari sposi, il tempo presente è un regalo che il Signore vi concede per incarnare e mettere in pratica già da adesso il Regno di Dio. Chiediamo la grazia di saper cogliere ogni opportunità, per piccola che sia, che il Signore vi offre per essere riflesso di quel volto di Gesù che ama la sua Chiesa Sposa.

ANTONIO E LUISA

“Il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore”. Queste parole possono ricordare i momenti più difficili della vita matrimoniale, quando sembra che la luce della gioia e della speranza si spenga. Il cammino degli sposi è segnato da tribolazioni e incertezze, ma è proprio in questi momenti che si è chiamati a una fede più grande. La crisi può essere vista come un’occasione di purificazione e di rinnovamento, un invito a vegliare insieme, a sostenersi e a ricordare che la promessa d’amore fatta nel sacramento è una realtà che supera ogni oscurità. Il matrimonio riuscito non è quello che non viene toccato dal dolore e dalle incertezze, ma è quello dove gli sposi riescono a non smettere di credere che il loro amore, sostenuto dallo Spirito Santo, possa essere più forte di tutto.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un salto nel vuoto? Bastano 2 monetine

Cari sposi, i due protagonisti del vangelo sono da un lato la oramai nota categoria degli scribi e questa povera donna, una vedova che per vivere doveva mendicare. Si tratta chiaramente di due figure contrapposte.

Lo scriba rappresenta una persona, magari anche credente e praticante, che fa della ricchezza – ma ci sta anche qualsiasi altro bene – il cardine della propria sicurezza di vita. Cosicché la fede diventa una verniciatura esteriore ma nel proprio cuore ci afferriamo a degli idoli, uno di questi potrebbero essere i soldi, ma anche l’opinione altrui, la salute, la cultura, il proprio status, quel che dicono di me, ecc.

È pericoloso vivere in tale situazione perché ci si sta poggiando su basamenti vani, ma soprattutto ci si autoinganna perché si sta dedicando la vita a un ideale apparentemente buono ma, a ben vedere, intriso di vanagloria.

A questa categoria di persone, Gesù oppone la vedova anziana. Assieme ai bambini, agli orfani e ai prigionieri esse formano parte della categoria dei “poveri” per eccellenza, coloro che non possono vivere per conto proprio ma dipendono in tutto da altri. Così premiante era la loro situazione di vita che per soccorrerle la Chiesa ha istituito il diaconato e in seguito, nei primi secoli, le vedove andarono addirittura a comporre un “ordo”, vale a dire una categoria specifica nel corpo ecclesiale.

Gli spiccioli che essa getta nel tesoro erano quasi sicuramente due lepton, cioè monetine in rame o in bronzo e valevano la metà di un quadrante. Per formare un asse ci volevano 4 quadranti. Invece, 16 assi erano il valore di un denaro d’argento, ossia l’equivalente della paga giornaliera di un bracciante agricolo. Facendo le dovute conversioni, ad oggi un lavoratore agricolo viene remunerato al massimo sugli 80€ a giornata e così possiamo dedurre che il valore attuale di un lepton (o prutah in ebraico) sarebbe di circa 0,60 €. In conclusione, la vedova possedeva solo 1,20€ e tutto quello l’ha donato al Signore.

Da qui che l’elogio di Cristo vada alla sua fiducia incondizionata nella bontà dell’Altissimo, un gesto che nella storia della Chiesa sarà ripetuto così tante volte dai santi, da don Bosco, a Giuseppe Cottolengo, a Madre Teresa, a Gaetano da Thiene…

Quanto è importante per noi questo insegnamento! Difatti, o impariamo a vivere davvero, sul serio affidati al Signore, soprattutto quando le circostanze si mettono male oppure restiamo impiglianti nelle nostre misere certezze e, a conti fatti, non viviamo da figli ma da scribi calcolatori.

Che ripercussione può avere questa magnifica pagina evangelica sulla coppia? Si può concludere facilmente che i due spiccioli offerti alludano a voi sposi che avete scelto una via di donazione totale. In altre parole, nel momento in cui avete iniziato la vita assieme, la vostra donazione ha preso progressivamente tutto di voi.

Tutto vero ma io vorrei piuttosto sottolineare l’atteggiamento della vedova che sa scommette contro ogni calcolo umano ma solo per amore. In effetti, sovente nella coppia finché l’amore è corrisposto, se a tale gesto generoso e magnanimo del marito equivale una risposta altrettanto nobile della moglie, tutto fila liscio. Davvero i miei complimenti e auguri a tutte quelle coppie che vivono così!

Tuttavia, in molti altri casi ciò non succede. Abbondano situazioni in cui un coniuge deve remare da solo, per periodi più o meno lunghi, mentre l’altro è chiuso, si è allontanato o non è sensibile a quanto sta facendo il proprio consorte… sono i momenti in cui amare somiglia ad un apparente salto nel vuoto.

Che si fa? È qui che dobbiamo ricordarci della vedova che si fida, che si lancia comunque, che non fa più calcoli ma solo spera e attende tutto dal buon Dio. Sono questi i momenti in cui si inizia veramente ad amare e a vivere il matrimonio in Cristo.

Una cosa è certa: gli atti di amore vissuti apparentemente a senso unico in queste circostanze, fatte con lo spirito di oblazione che ebbe la vedova, non andranno mai persi e saranno fonte di grazie e benedizioni, secondo l’infinita Sapienza di Dio.

Dice Papa Francesco: “Panta hypomenei significa che sopporta con spirito positivo tutte le contrarietà. Significa mantenersi saldi nel mezzo di un ambiente ostile. Non consiste soltanto nel tollerare alcune cose moleste, ma in qualcosa di più ampio: una resistenza dinamica e costante, capace di superare qualsiasi sfida. È amore malgrado tutto, anche quando tutto il contesto invita a un’altra cosa. Manifesta una dose di eroismo tenace, di potenza contro qualsiasi corrente negativa, una opzione per il bene che niente può rovesciare” (Amoris laetitia, 118).

Perciò, nel 2024 si può vivere un matrimonio solido se si adotta lo spirito di questa anziana vedova, sapendo quindi scommettere sulla propria relazione di amore solo se radicati in Cristo, con un abbandono pieno nelle Sue mani provvidenti.

ANTONIO E LUISA

Quello che ha appena scritto padre Luca. Che ha compreso studiando le pagine del Vangelo e magari ha visto in famiglia o in tante coppie che ha incontrato in questi anni di apostolato e ministero sacerdotale, io l’ho compreso nella mia relazione con Luisa. Quando ho fatto esperienza dell’amore di Luisa in modo chiaro e forte? Quando mi ha amato anche quando io non lo meritavo. Quando la ricchezza dei nostri sentimenti non era al massimo ma anzi c’era un po’ di aridità. E lei ha lanciato quelle due monetine che le erano rimaste. Lì ho capito la grandezza dell’amore e del matrimonio in Cristo. Come le monetine della vedova nel Vangelo, l’amore donato nei momenti di aridità è il gesto più prezioso agli occhi di Dio. Concludo con una riflessione di don Luigi Maria Epicoco tratta da La forza della mitezza: Quando ci sembra che l’amore non ci basta, che la fatica ci assale, è proprio allora che siamo chiamati a fare il gesto più grande, quello di offrire l’amore pur nella nostra aridità, come la vedova che ha dato tutto. Questo è il vero amore in Cristo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Vasi comunicanti

Cari sposi, oggi il Signore Gesù ha un insolito incontro con uno scriba. Questo scriba era “una sorta di laureato che aveva frequentato una scuola superiore, che aveva approfondito gli studi biblici, ma che poteva espletare anche le funzioni di segretario, di funzionario, di amministratore” come ci insegna Gianfranco Ravasi. Insolito perché non tira aria di polemica. Dal contesto si comprende essere un uomo alla ricerca. Ha la mente assetata di Sapienza. Vede in Gesù uno che poteva aiutarlo. Era un esperto biblista. Probabilmente sapeva a memoria i 613 divieti e precetti di tutta la Torah. Distinguendo bene tra i 365 negativi e i 248 positivi. Da Gesù, quindi, si aspettava un’illuminazione su come barcamenarsi in qu

In sostanza, cosa gli risponde Cristo? Stranamente rispetto ad altri incontri, Egli pronuncia una risposta “secca”. Fa una sintesi perfetta di una varietà così estesa di mizvot. Tutto si risolve nell’amare Dio e il prossimo.

Ma che significato ha questo in pratica? Camminare dietro a Cristo è andare verso una vita sempre più armoniosa e coerente tra tutte le sue sfaccettature, umane e spirituali. Mentre il male e il peccato creano divisione, confusione, complicazione, l’azione della Grazia unifica e aggrega ma senza appiattire o confondere.

Può accadere di diventare cristiani a “compartimenti stagni”, cioè persone in cui la fede ha toccato solo un po’ la mente o un po’ l’affettività o un qualche comportamento ma con lacune in altre parti della persona. E così, si potrebbe avere una certa mentalità cristiana ma poi trattare gli altri secondo l’andazzo del mondo, o essere molto onesti sul lavoro, con una sensibilità ecologica, ligi nei confronti dello Stato ma infischiarsene del valore della fede e della preghiera, e così via.

Gesù per mezzo dello Spirito riporta la persona umana a quell’ordine che aveva perso con il peccato e così scompaiono divisioni interiori e incoerenze di vita. Nella creatura nuova che Cristo vuol fare di noi non esiste divario tra l’amore a Dio e al prossimo, l’uno aiuta l’altro a crescere e a diventare concreto.

Ed ora si capisce bene come il matrimonio risulti un campo di azione magnifico per vivere questa azione amalgamante del Signore. Papa Francesco lo esprime così: “Se la famiglia riesce a concentrarsi in Cristo, Egli unifica e illumina tutta la vita familiare. I dolori e i problemi si sperimentano in comunione con la Croce del Signore, e l’abbraccio con Lui permette di sopportare i momenti peggiori” (Amoris laetitia 317).

Ossia, in coppia cristiana non si scappa e non ci si può mettere maschere su questo punto: amare Cristo passa dall’amore sponsale e l’amore sponsale o cerca Cristo come fine ultimo o si debilita nel tempo.

Cari sposi, possiate essere assetati di Verità allo stile di questo giovane scriba e come ha scritto Papa Francesco a suo riguardo: “Il Signore non cerca tanto degli abili commentatori delle Scritture, cerca cuori docili che, accogliendo la sua Parola, si lasciano cambiare dentro” (Angelus 31 ottobre 2021).

ANTONIO E LUISA

Vogliamo soffermarci solo su un versetto: Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici. Ecco il senso è tutto qui. Se non saremo capaci di partire dall’ascolto di Dio per arrivare all’amore autentico per il nostro coniuge non servirà a nulla ogni altra offerta ed olocausto. Saranno solo gesti vuoti, saranno inutili le nostre preghiere, le nostre devozioni, i nostri pellegrinaggi. L’amore è la sola cosa che conta. Il sacerdozio comune del battesimo abilita tutti i battezzati a offrire sacrifici a Dio. Noi sposi siamo chiamati a farlo in un modo unico. Vanno bene le nostre preghiere, le nostre piccole mortificazioni e i nostri fioretti. Va bene partecipare alla Santa Messa. Non basta! Abbiamo un modo solo nostro di vivere il sacerdozio. Rendere la nostra offerta a Dio attraverso il dono gratuito di noi stessi l’uno all’altro. Dono di tenerezza, di presenza, di ascolto, di servizio. Dono del nostro corpo attraverso l’amplesso. Tutti gesti sacerdotali e sacri.

Bartimeo: Una Fede che sa Gridare

Cari sposi, stiamo  accompagnando Gesù in queste domeniche nel suo ultimo viaggio verso Gerusalemme. Oggi passa da Gerico, prima di iniziare la lunga salita alla Città di Davide e in prima vista c’è un povero mendicante cieco, Bartimeo.

Andando oltre il fatto in sé di essere affetto dalla malattia dell’ablepsia, nella Bibbia la cecità esprime diversi significati. Tra i più ricorrenti, vi è la conseguenza dell’ipocrisia di vita. È la presunzione di chi vuole costruirsi da sé, a prescindere dal Signore. Penso sia interessante soprattutto sviluppare quest’ultimo accento.

In effetti, secondo tale accezione, il cieco è proprio colui che crede di possedere una mente brillante. Pensa di sapere tutto. Ritiene di essersi fatto un’idea esatta delle cose appunto perché ritiene di osservarle e conoscerle in tutte le loro dimensioni. E così, l’assenza di visione si tramuta in incredulità o anche indurimento del cuore come già Isaia profetizzava (Is 6, 9), esattamente quella durezza che è stata la causa ultima dell’esilio di un popolo oramai diventato sordo e cieco (Is 42,19; 43, 8).

Trasposta al matrimonio, tale situazione appare assai attuale e diffusa. Difatti, più volte si trovano sposi cristiani che si imbattono in problematiche relazionali serie ma non realizzano o forse non intendono accorgersi della vera causa da cui provengono le loro sofferenze, mentre il loro sguardo si posa su tutt’altra direzione.

La mentalità comune spesso ripete che il matrimonio sia un affare essenzialmente a due. Di conseguenza, si pensa che bisogna sbrigarsela da sé, al massimo rimboccandosi le maniche. Può accadere che anche i credenti incappino nell’inganno.

Beh, in effetti, è da supporre che il povero Bartimeo di sicuro avrà fatto il possibile per vederci. Avrà consultato questo o quel medico, ma, per le scarse conoscenze dell’epoca, niente da fare… Parimenti, quale coppia, nella propria relazione, non riscontra deficienze o lacune più o meno serie?

Giovanni Paolo II diceva saggiamente: “Ogni persona umana è inevitabilmente limitata: anche nel matrimonio più riuscito, non si può non mettere in conto una certa misura di delusione” (Omelia giornata mondiale della gioventù, 20 agosto 2000).

Ecco allora che Bartimeo ci può essere di aiuto! Egli, infatti, non ha avuto alcuna vergogna o timore di intaccare la sua “fama”. Appena ha saputo che Cristo era nei paraggi, si è messo a urlare per attirare la Sua attenzione. In fin dei conti, voleva chiederGli la grazia.

È una testimonianza di come dovrebbe essere la nostra preghiera ma soprattutto la nostra fede. La vera preghiera, in sostanza, è sempre una lotta per strappare, letteralmente, la benedizione di Dio, come fece Giacobbe in quella notte oscura, nel corpo a corpo con il personaggio misterioso (cfr. Gen 32, 23-33). Siete su questa lunghezza d’onda oppure ancora titubate dinanzi a Cristo?

Non abbiate paura sposi di gridare a Dio le vostre richieste, anche nell’angoscia! La genuina forza della preghiera radica e parte proprio dalla nostra povertà. La disperazione non è una maledizione. Può trasformarsi in un trampolino o un reattore che ci lancia nelle braccia di Dio.

Conforta sentire dalla coppia referente di Retrouvaille – il percorso cristiano per chi vive una crisi coniugale – che quando si riscontra l’impegno reciproco nei coniugi, per quanti problemi possano caricare, risulta quasi impossibile che un matrimonio si disfi.

Cari sposi, Bartimeo è il simbolo di ogni matrimonio cristiano, che immancabilmente ha sempre mancanze o ferite, profonde o lievi. Lui poteva starsene al bordo della strada. Poteva continuare a mendicare. Anche voi potreste tirare a campare così come siete oggi. Potreste farlo “finché morte non vi separi”.

Eppure, il figlio di Timeo ha avuto coraggio e si è messo alla ricerca del Signore. L’epilogo è più che commovente: oltre alla vista, Gesù gli ha concesso anche il dono della fede. Ecco ciò che intende fare di voi il Signore: non solo matrimoni sani ma anche matrimoni ardenti di fede, non solo salvati ma anche salvanti (cfr. Familiaris consortio 49).

ANTONIO E LUISA

Luisa ed io siamo dei salvati! Siamo partiti male, molto male. Lei insicura perché cresciuta in una famiglia anaffettiva (rimasta orfana di padre a 9 anni). Incapace di sentirsi preziosa e meritevole di essere amata. Senza storie serie fino a 34 anni. Io, altrettanto ferito. Cresciuto in una famiglia che mi amato sì, ma nel modo sbagliato per me. Mi sono sempre sentito in difetto e sostanzialmente solo. Dio ci ha unito e attraverso le nostre ferite ci ha amato e ha permesso l’un l’altra di accoglierci così. Siamo partiti deboli. Proprio perché eravamo consapevoli di questo, abbiamo aperto gli occhi e le braccia a Gesù. Gesù ha preso le nostre fragilità e le ha usate per guarirci. Ci ha fatti sentire amati per come siamo.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sposi, servi del Signore

Cari sposi, oggi la Chiesa ci mette dinanzi a una vicenda. È avvenuta non solo cronologicamente dopo quella del giovane ricco, come lo vedevamo domenica scorsa. Ma è in un certo modo simile per il tipo di insegnamento che Gesù vuole trarne per noi.

Et voilà, tutta la comitiva, con il Maestro in testa, sta risalendo non senza fiatone e sudore dalla piana arida e torrida di Gerico, verso il monte Sion, in direzione di Gerusalemme. Su una mulattiera di circa 1000 metri di dislivello.

Siccome, gira voce che sarà l’ultima volta che Egli celebrerà la Pasqua con loro, dunque Giacomo e Giovanni approfittano di questo tempo morto per chiedere un favore a Cristo. La loro richiesta è presentata in maniera buffa dalla mamma. Sembrano quasi due “bamboccioni” ante litteram. Questo dimostra che avevano compreso ben poco il senso della loro chiamata.

Chiunque di noi, avendo una qualche responsabilità, avrebbe reagito con decisione a una simile manipolazione. Avrebbe rispedito al mittente tale supplica. Avrebbe invitato la suddetta persona ad applicare maggior olio di gomito al proprio lavoro.

Invece Gesù va ben oltre perché Lui vede il cuore. Nei due figli di Zebedeo, vede la stoffa dell’apostolo generoso. Sotto le spoglie di giovani baldanzosi e orgogliosi, vede chi è capace di dare la vita. È perfino capace di dare il proprio sangue.

E così Cristo afferra la loro ambizione di grandezza. Con infinita pazienza, inizia la sua opera di depurazione ed elevazione. Infatti, la cosa stupefacente è che davvero alla fine della loro vita saranno due grandi. La loro fama è ininterrotta fino ad oggi. Tuttavia, è una grandezza che passerà da una profonda umiltà. Passerà da un vero abbassamento e piena disponibilità al Signore: il primo apostolo martire e l’altro l’ultimo e più longevo dei Dodici.

Che bello! Che grande è il Signore! Gesù nel fondo vuole esaudire i desideri e le aspirazioni del nostro cuore, solo che, come nel caso del giovane ricco, esso passa non dalle nostre vie ma dalla sequela fedele del Maestro. Papa Benedetto ha espresso questa verità affermando: “Egli non toglie nulla, e dona tutto” (Omelia 24 aprile 2005).

Detto ciò, ora si comprende bene il chiaro riferimento alla vita sponsale. Quanti di voi si sono sposati con un desiderio immenso di essere felici? Sapevate bene che quella felicità passava dalla persona amata!

Ma poi il Signore permette che la vita reale e ordinaria dimostri che tutto ciò passa dall’essere servo. Altrimenti, il matrimonio resta un ideale impraticabile. Diventa una fonte di immense e struggenti delusioni.

Il matrimonio è una vocazione a scendere per lavare i piedi. Non per nulla gli sposi sono detti i “ministri”. Questa parola altro non vuol dire che “servo”. E così il sacramento del matrimonio conferisce a voi sposi un vero ministero. È un servizio che si offre alla Chiesa. La vostra gioia, come anche l’intimità, ne fanno parte pieno diritto.

A sostegno di quanto scritto porto solo due piccoli esempi. Da una parte Giovanni Paolo II ha definito con chiarezza la chiamata a servire dei coniugi cristiani: “Dal sacramento del matrimonio il compito educativo riceve la dignità e la vocazione di essere un vero e proprio «ministero» della Chiesa al servizio della edificazione dei suoi membri” (Familiaris consortio 38). Come del resto il Papa ha dedica tutto un capitolo al ministero di evangelizzare degli sposi.

Inoltre, anche i vescovi italiani si espressero con parole ancora più incisive: “La promozione umana, distinta ma inseparabile dalla evangelizzazione, è il principale servizio che gli sposi cristiani sono chiamati a compiere nell’ambito della società civile. Tale servizio consiste anzitutto nel vivere all’interno del proprio nucleo coniugale e familiare un’esperienza quotidiana di autentico amore, come richiamo e stimolo ai valori dell’incontro interpersonale e del dono gratuito di se stesso offerti ad una società, prigioniera del mito del benessere e dell’efficienza” (CEI, Evangelizzazione e sacramento del matrimonio, 111).

Il primo servizio alla Chiesa è vivere bene la vita di coppia con tutte le sue componenti, è questa l’originalità del ministero di voi sposi. Ed è appunto un mettersi in ginocchio per dare, per generare, per far crescere l’altro. E così facendo si diventa grandi, ma grandi nell’amore e nella fedeltà.

Cari sposi, possa lo Spirito portare in voi a pienezza questo sguardo nuovo che Cristo ha voluto infondere in Giacomo e Giovanni, tale da volgere tutta la vostra capacità di amare verso la piena donazione di sé.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha ragione. Ma è qualcosa che si impara nel tempo, facendo esperienza di comunione nel matrimonio. Il matrimonio dovrebbe essere un percorso di piccoli passi possibili che ci conduce sempre più verso la gratuità. Io non mi sono sposato con questa consapevolezza totalmente acquisita. All’inizio eccome se pretendevo da mia moglie. Quanti musi se non mi dava quello che volevo. Poi l’amore dato e ricevuto, in mezzo a tanti errori e perdoni, mi ha cambiato dentro. Ora non mi blocco su quello che mia moglie vuole e può darmi. Ogni suo gesto di tenerezza e di cura verso di me lo accolgo con gioia e gratitudine ma non lo pretendo più. Ora il pensiero è per il bene di Luisa. Sono disposto a farmi in quattro per lei. Ma non perché sono bravo, ma perché ho compreso che donarsi per amore riempie la vita di senso. Sbaglio ancora con lei, sia chiaro, ma non desidero cosa più grande che vederla realizzata.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Giovani ricchi di Cristo

Cari sposi, anni fa, a un mio confratello chiesero di celebrare le nozze di una coppia “vip”. Questo avvenne nel centro di Padova, e per di più nella chiesa più ricercata per i matrimoni. In piena omelia, lanciò alla sposa una semplice domanda: “e tu perché ti vuoi sposare?” e lei, emozionata, rispose: “per essere felice”. Riprese allora il reverendo: “beh, allora cara mia non hai capito gran ché di quello che stai per fare”. Non vi dico le facce di tutti i presenti…

Qualcosa del genere dovette accadere agli astanti della scena che ci presenta il Vangelo. Un bravo ragazzo di parrocchia si approccia a Cristo per fargli una nobilissima domanda, nientepopodimeno che sulla vita eterna, ci mancherebbe.

Ma in realtà questo giovane, sotto mentite spoglie, voleva più che altro qualcosa per sé più che mettersi davvero in gioco. Ecco perché Gesù lo sgama subito. È un giovane che si staglia e si riflette spesso sulle coppie di ieri e di oggi, al momento di approcciarsi al matrimonio. In esso tali “giovani” cercano magari di avere qualcosa per sé. Vogliono trovare gioia, pace, sicurezza. Non che sia sbagliato, per carità. Ma non è il fine del matrimonio. Questo è semmai una grazia che il Signore è ben disposto a concedere purché si abbia chiaro il fine.

Difatti il matrimonio ha lo scopo di offrire un nuovo modo di seguire Cristo. Permette di entrare in relazione con Lui, non più da semplice battezzato, ma in coppia. Se questo baldo giovane era venuto a prendere… Gesù invece gli chiede tutto. È per questo che se ne va triste. Idem nel matrimonio. Chi cerca il matrimonio per crearsi un’oasi di pace e di “serenità” dove farla da padrone si prepari, piuttosto, a combattere.

La grande lezione di Gesù è che per amare davvero, cosa che tutti gli sposi davanti all’altare di certo intendono fare, bisogna però perdere la vita. Noi invece vorremmo mettere d’accordo le varie circostanze della nostra vita, anche quelle avverse, con la fede, di modo che tornino i conti.

Gesù non è venuto a rovinarci e a rattristarci sadicamente al vita. Vuole la nostra fiducia e la decisione a lasciarci guidare da Lui. Per questo, Gesù non risponde alla domanda del giovane su cosa deve fare di concreto. Piuttosto, il Maestro gli propone di seguirLo. Deve iniziare una relazione seria con Lui.

E questo è esattamente quello che è accaduto il giorno della vostra celebrazione. Gesù Sposo vi ha guardati con amore. Con il vostro “sì lo voglio”, avete deciso di mettervi alla Sua sequela in coppia. Avete lasciato ogni cosa alle spalle.

Che meraviglia pensare così il matrimonio! Non è una passeggiata, seppur bella e intrigante, ma sempre in solitario; diviene uno star dietro a Lui, vada dove Gli pare, ma sempre in Sua compagnia, sempre con la certezza che non ci lascerà mai.

Cari sposi, abbiate il valore, il coraggio e la generosità oggi di ripetere in coppia il vostro “sì” deciso al Buon Pastore. Siate certi che sarà sempre la miglior decisione che possiate aver preso. Sarà la fonte della vera felicità.

ANTONIO E LUISA

Io mi sono sposato per essere felice. Non mi vergogno a dirlo. E non mi vergogno ad ammettere che non avevo capito nulla del matrimonio. Quanti non si sposano per essere felici? Penso tutti, noi compresi. Ma attenzione. Qui si può nascondere un’insidia terribile per il matrimonio. Quella di far dipendere la nostra felicità, il senso e la compiutezza della nostra vita, da un’altra creatura che cerca in noi le medesime cose. Due imperfezioni che cercano la perfezione. Spesso ci si rende conto che l’altro non è quello che credevamo. Non ci rende felici sempre. Sbaglia, si arrabbia e ha comportamenti irritanti. Ecco che inizia l’insoddisfazione. L’altro non è capace di renderci felici in pienezza e per sempre. Gli sposi cristiani dovrebbero invece partire con un’altra idea. Con la consapevolezza di essere amati già così. Perchè trovano in Gesù il senso di ogni cosa e la pienezza della vita. Solo quando ci si sente amati, si è capaci di rispondere a questo amore di Dio donandosi gratuitamente nel matrimonio. Non chiedete a vostro marito o a vostra moglie di darvi quell’amore infinito di cui avete bisogno. Avreste perso in partenza.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Divino restauro del mosaico d’Amore

Cari sposi, la notizia è proprio fresca fresca. A Roma hanno rinvenuto un meraviglioso e raro mosaico. Si trova lungo la Via Appia, a poco più di un metro di profondità. Una equipe di archeologi si è subito messa all’opera. Vogliono riportare agli antichi splendori quello che potrebbe essere il pavimento di una sontuosa domus romana.

Notizie come questa fanno sempre piacere. Il pensare che nel nostro paese ci sono così tanti tesori e che possano essere valorizzati e resi fruibili al pubblico, infonde un sano orgoglio verso la cultura italiana. E se qualcuno ci dicesse che ha trovato il modo per ripristinare e restaurare la coppia umana? Essa è così annerita e arrugginita dall’attuale mentalità liquida. Non ne saremmo per lo meno incuriositi?

Ebbene, in tutte le letture di oggi, Cristo ci mostra la via. In modo particolare, lo fa nel Vangelo. Egli ci guida a ridare lustro alla bellezza dell’essere coppia e sposi.

Viene presentata difatti a Gesù un caso di infedeltà che, per la Torah, meritava il divorzio. Similmente ciò equivale oggi all’andare a cercare le percentuali di separazioni e convivenze secondo l’Istat. Noi come i farisei allora vorremmo chiedere al Signore: che ne pensi di tutto questo? Ciò significa che l’unione fedele tra marito e moglie è giunta ormai al capolino?

Ma Gesù osa andare al di sopra di ogni analisi, diremmo oggi, sociologica o psicologica del motivo di così tanti divorzi e fallimenti. La sua risposta indiretta è appunto il far riferimento al principio, cioè alla Genesi, come abbiamo letto nella prima lettura. In altre parole, Egli ci sta dicendo di ripartire proprio da lì per affrontare la crisi matrimoniale. E cosa vi scorgiamo di così significativo? Già per alcuni forse dire Genesi è associato a Cenerentola o ai Puffi. Tuttavia, il primo libro della Sacra Scrittura contiene verità eterne. Sono ispirate da Dio ma narrate con la mentalità del V secolo a.C.

Riandando perciò alla Genesi, Gesù sta dicendoci che per superare la durezza del cuore, bisogna affrontare quella mentalità egoista e materialista che uccide l’amore. È necessario che l’uomo e la donna ricomincino a stupirsi del dono di essere coppia. Questo è un dono che non si sono dati loro stessi. Adamo, infatti, non appena vede Eva ha un moto di profonda emozione che nasce dal contemplare una meraviglia! Il mondo odierno ha eliminato lo stupore. Questo sentimento è ben di più di un’emozione passeggera. Esso è frutto di contemplazione, di saggezza, di saper andare oltre le apparenze. La coppia può superare la “sclerocardia” solo se riprende a stupirsi di essere un dono di Dio l’uno per l’altro.

In secondo luogo, bisogna ripartire dall’attribuire una pari dignità tra uomo e donna. Questo porta a una complementarità tra loro. È per questo motivo che Adamo riconosce in Eva una sua simile. Come dice Papa Francesco: “L’immagine della «costola» non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità” (udienza 22/4/2015).

Ancora una volta la coppia può vincere e oltrepassare ogni influsso negativo dell’ambiente circostante. Questo accadrà quando cesserà ogni lotta per prevaricare, per dominare, per possedere l’altro. È necessario sforzarsi per cercare la comunione, l’intesa profonda e la vera comprensione reciproca.

Infine, Cristo sottolinea che per amare, prima bisogna lasciare. È necessario svuotarsi per accogliere l’altro. Il matrimonio è una convocazione ad amarsi totalmente. L’atto di lasciare casa avvia una riflessione sulla maturazione autentica. Diventare adulti è fondamentale prima di intraprendere la via del matrimonio.

Cari sposi, Dio vuole unire la vostra coppia. Quell’unione che voi vivete in tutti i sensi è il primo riflesso dell’Unione. Egli intende realizzare quest’Unione con ciascuno di noi per l’eternità. Con la grazia di Dio e tanta pazienza si può già da adesso viverla fedelmente ogni giorno.

ANTONIO E LUISA

Riprendo volentieri le parole di padre Luca. Sapete perché è così bello il matrimonio? Lo è quando diventiamo una sola carne. Una sola carne non si intende solo essere uno nell’intimità fisica. C’è una lettura meno immediata ma molto bella. La carne nella Bibbia indica la fragilità dell’uomo. Ecco! Essere una sola carne significa che diventiamo custodi l’uno della fragiltà dell’altro. Che bello sentirsi amati così!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il bicchier d’acqua: inizio di santità o naufragio nel nulla

Cari sposi, anche oggi prosegue l’insegnamento di Gesù che invita all’umiltà e alla semplicità evangelica. Gesù pur essendo Dio fatto uomo, riesce a rendere estremamente comprensibile e attuabile la sua Parola. È tutto il contrario delle elucubrazioni e dei ragionamenti complessi, contraddittori e contorti a cui oggi ci abitua la cultura in cui viviamo.

Come si accoglie Cristo nel prossimo? Prima di pensare di immolarsi dinanzi a un plotone di esecuzione, Gesù ci dice: offri un bicchiere di acqua fresca. Cioè, inizia da quello che è più immediato e a tua portata di mano. Poi da lì, a poco a poco, puoi arrivare a grandi azioni di distacco dal proprio egoismo e di generosità.

Fa sorridere tale esempio di Cristo del bicchiere d’acqua. Per un verso, potrebbe far pensare a chi vi si perde per il troppo pensare o non saper stare con i piedi per terra. Dall’altra parte, esso è un lampante invito su come iniziare la via della santità.

Se poi applichiamo tutto ciò alla vita di coppia, è molto rincuorante. È bello vedere che voi sposi potete moltiplicare di gran lunga le piccole dimostrazioni di amore. E così Gesù utilizza un gesto a cui non daremmo peso. Con esso, significa quell’abbondanza di atti di servizio e di accoglienza con cui possiamo riempire le nostre vite.

Gesù in tal modo sta facendo riferimento a una verità che in seguito la Chiesa ha messo in luce. Cioè che proprio l’ordinario nella vita coniugale è la cartina di tornasole. Serve per rendersi conto di quanto e come voi sposi vivete la grazia del sacramento. E siete docili allo Spirito.

Dice infatti Papa Francesco: “Il vincolo trova nuove modalità ed esige la decisione di riprendere sempre nuovamente a stabilirlo. Non solo però per conservarlo, ma per farlo crescere. È il cammino di costruirsi giorno per giorno. Ma nulla di questo è possibile se non si invoca lo Spirito Santo, se non si grida ogni giorno chiedendo la sua grazia, se non si cerca la sua forza soprannaturale, se non gli si richiede ansiosamente che effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione” (Amoris laetitia 164).

È un numero molto interessante perché si riferisce esattamente al passare del tempo, a quell’abitudine che può arrugginire i rapporti e rendere sterile l’unione di coppia. Ma appunto per prevenire questo rischio il Papa ci ricorda che è nella vita ordinaria dove cresce maggiormente l’amore coniugale. Questo può accadere solo in forza di una supplica continua allo Spirito.

Cari sposi, all’inizio di un nuovo anno, dopo le vacanze estive, dove siamo tornati a fare “le cose di sempre”, vi aiuti questa chiara motivazione di Gesù a sentirvi accompagnati dalla Sua Grazia per camminare con piena consapevolezza nella vostra missione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ha messo in evidenza quello che dovrebbe essere ovvio ma che spesso, purtroppo, non lo è. I piccoli gesti fanno la differenza. Non dobbiamo aspettare di mettere in atto gesti eroici per vivere il nostro sacramento. Non siamo in un film romanticone strappalacrime. Siamo nella realtà e il matrimonio si custodisce in tanti piccoli gesti quotidiani. Gesti che diventano sacri. Senza dimenticare quelli più graditi per l’altro. Luisa sa che io amo il contatto fisico quindi sa come per me sia importante un abbraccio. Io invece so che per lei è importante sentirsi dire quanto sia importante per me. Piccole cose che fanno però la differenza.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La strada diritta verso Cristo

Cari sposi, oggi Gesù compie un gesto di profonda tenerezza nel dimostrare il Suo affetto paterno verso un bimbo che era lì presente assieme a tutti i discepoli.

Essi stessi dovranno essere rimasti comunque assai sopresi dal gesto insolito in un rabbì dell’epoca. Difatti, il bambino nell’Antico Testamento è un essere incompiuto, perché non ha la maturità di ascoltare la Legge né comprenderla. Ma vi è un altro motivo per cui Gesù fa questo e si evince dal contesto: vediamolo.

Anzitutto, mettiamoci nei panni di Gesù che per la seconda volta ha annunciato di andare verso una morte terribile. Che reazione hanno i discepoli? Forse di rincuoramento? Di vicinanza? Di consolazione? Tutt’altro! Si mettono a discutere su chi è il più bravo… che meschinità! Un colpo molto basso per quel Cuore infinitamente sensibile all’Amore.

Tuttavia, l’aspetto più esaltante della reazione di Gesù è non scadere nella delusione o nella collera. Al contrario, dimostra pazienza e mansuetudine. In modo particolare Gesù sta insegnando a non scivolare nella tentazione della complicazione.

Sì, perché la risposta “cristiana” all’annuncio del Signore sarebbe stata certamente di empatia per condividere il Suo destino mentre quella di Pietro & Co. finisce piuttosto ni ragionamenti tortuosi.

La semplicità cristiana, derivato dell’umiltà, è la capacità di cogliere la volontà di Dio senza devianze o confusioni. Sentiamo alcune voci autorevoli al riguardo.

 “Tendere alla semplicità è andare verso Dio” predicava S. Vincenzo de’ Paoli. Difatti, Dio è semplice e chiaro, come ci insegna il buon San Tommaso d’Aquino, invece, l’artefice di cose e pensieri contorti, ostici e macchinosi puzza di zolfo… Come pure ci ricorda anche l’Imitazione di Cristo: “Beata semplicità, che lascia gli erti sentieri delle disquisizioni e percorre le vie piane e sicure dei comandamenti di Dio!” (Libro IV, 2).

Un’applicazione tipica di come perdersi in mille complicazioni è appunto centrare la vita cristiana e il rapporto con Gesù in ruoli ecclesiali, incarichi parrocchiali, comparazioni tra “prestazioni” nella comunità e in fin dei conti inquinare la relazione col Signore a causa di una mentalità di risultati ed efficienza.

Di certo, vedere che anche i 12 apostoli pativano questa tentazione ci rincuora. Allo stesso tempo, deve metterci in guardia. Se è successo a loro che vivevano a stretto contatto con Gesù, non sarà che anche noi ci possiamo inciampare?

E in effetti, può accadere che questo modus operandi si instauri nella coppia. Questo include anche attribuire valore solo al fare esteriore nella coppia e in famiglia. Chi fa di più per i figli? Chi è più stanco dei due e merita riposo? Chi si spende maggiormente per gli altri? Bisogna certamente donarsi in pieno nella concretezza ma non si può vivere il matrimonio nella competizione e con il “meritometro”. Perciò Gesù mette al centro un bambino, cioè il simbolo della semplicità, dell’umiltà.

Quando gli sposi focalizzano la loro relazione su Cristo Signore, questo li porta a lasciar perdere tante bugie e falsità. Sono le bugie di cui parlano gli apostoli oggi. Si concentrano su Gesù e basta. Essere come bambini per gli sposi significa sapersi decentrare. Devono lasciare spazio al Signore. Devono avere Lui come punto di riferimento e di confronto. Due sposi che guardano a Cristo insieme riescono a sollevarsi da tante piccolezze mondane. Queste sono proprio quelle che fanno affondare la vita di così tante coppie.

Cari sposi, Gesù oggi vi spinge a non lasciarvi confondere da mille pensieri o preoccupazioni. Anzitutto Lui vi chiede di fissare su di Lui il vostro sguardo. Questo per continuare a camminare diritti e risoluti verso la pienezza della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca evidenzia una caratteristica del matrimonio che è fondamentale. La gratuità. Se non impariamo a donarci senza usare il bilancino non stiamo amando ma ci stiamo usando. L’amore è gratuito, l’amore è per tutta la vita. Sapete quando sento di amare davvero mia moglie? Quando scelgo di amarla anche quando non mi conviene. Ci sono dei periodi così. Quando non ha nulla da darmi. Proprio in quei momenti, quando non ho nulla da parte sua, mi viene chiesto di dare di più. Di non accontentarmi del minimo, ma di eccedere e dare tutto.

Rispettare i suoi tempi, cercare di strapparle un sorriso, ascoltarla per tanto tempo ripetere le solite lamentazioni. Occuparmi della casa e darle una carezza. Sono tutti modi che possono essere via per aiutarla e sostenerla. Anche quando lei non ricambia. Perché il matrimonio è così, è questo. Perché solo così può sentirsi amata perché è lei e non perché ha fatto qualcosa. Non c’è nulla di più bello e liberante di essere amati quando non lo meritiamo. Dio non fa così con noi?

Sostenere anche il suo peso quando lei non è in grado di darti nulla. Trovo in questo, quando riesco (non sempre), una grande gioia e soddisfazione.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Ri-Chiamati all’Amore

Cari sposi, dopo il tempo delle ferie ormai concluso e l’inizio di scuole e attività pastorali, ci sentiamo con le vertigini. Stiamo per addentrarci in un nuovo anno. Ci consola la Parola che oggi il Signore Gesù ci sta rivolgendo.

Inizio dicendo che in tutta questa scena evangelica vi è una coppia, sebbene non salti a prima vista. Una coppia è formata da un lato da Cristo Sposo. Dall’altro lato c’è Simon Pietro il quale fa parte e ci rappresenta come la Sposa di Cristo. Cioè la Chiesa.

Non è strano quindi che Pietro nel giro di pochi istanti è sia “croce che delizia” di Gesù. Perché per un verso ancora una volta si dimostra come colui che sa comunque guardare oltre gli altri. Difatti, è il primo e l’unico che ha capito chi è Cristo. In seguito, poi, dimostrerà di essere il più generoso. Vorrebbe subito dare la vita per Gesù. Si butta per primo. Non ha paura di fare figuracce.

Ma al contempo è proprio un testone. È un vero mulo che non sa ancora accogliere docilmente la Persona di Cristo nella sua vita. Cerca sempre di fare a modo suo, con le sue uscite impulsive.

Ecco due volti comuni della relazione nuziale. Ci sono momenti di picchi di gioia e di entusiasmo. Essi sono seguiti da fasi calanti e a volte deludenti. Vediamo allora come reagisce lo Sposo per eccellenza.

Gesù non sta mandando Simon Pietro a quel paese con l’espressione “va’ dietro a me satana”. Non è come in qualche omelia si è affermato. E men che meno si tratta di un epiteto raffinato, frutto della bile in eccesso del Maestro, che avrebbe di certo più di una ragione per scadere nell’impazienza. Cristo, invece, ancora una volta agisce da Uomo integro e virtuoso, da Sposo colmo di amore.

Che messaggio c’è in quell’espressione così tagliente di Gesù? Egli sta solo ripetendo a Pietro, con fermezza e senza perdere il controllo, quanto gli disse tempo addietro sulle rive del lago di Galilea, mentre stava riassettando le reti: seguimi!

Certo, usa tutta la passione di chi ama nell’esigergli di rimettersi alla Sua sequela. Gli chiede di starGli dietro, non davanti, come ha appena infelicemente ammesso. Né a fianco, quasi volesse mettersi al Suo livello, ma dietro perché è un discepolo. Pietro ancora fa fatica ad accettare questo. In fin dei conti, Pietro vorrebbe andare per conto suo. Vorrebbe farlo secondo il “suo” modo di intendere e comprendere. Vuole slegarsi dal rapporto ma Gesù gli oppone un rifiuto perché lo ama.

Cari sposi, qualsiasi sia la vostra situazione e condizione. Di fervore, di rilassamento, di prostrazione. Gesù continua a credere in voi e a ripetervi: seguimi, stammi dietro, non ti allontanare da Me!

Impariamo, quindi, da Gesù Sposo a sentirci Sposa amata e ricercata. Uno Sposo così innamorato non si scoraggia davanti alle sue deficienze e debolezze. Sa lottare per farsi comprendere. Vuole tornare ad un rapporto sempre più vero e autentico.

ANTONIO E LUISA

La cosa bella di questo Vangelo, rimarcata anche da padre Luca, è proprio l’atteggiamento di Gesù. Non è arrabbiato come siamo indotti a credere. Si comporta come il Maestro. Non dice a Pietro di andarsene. Gli dice di mettersi dietro. Ma perchè lo sa che noi tutti abbiamo bisogno di Lui. Non vuole essere il primo perchè superbo ma perché Lui è la luce. Quanti errori abbiamo fatto Luisa ed io perché abbiamo voluto passarGli davanti e fare di testa nostra. Soprattutto io. Ma poi, quando ho fatto esperienza di quanto sono piccolo e fallace, sono tornato dietro di Lui. E ho ritrovato la strada. Quanta pazienza Gesù. Quanta pazienza anche Luisa. Ma questo è il bello del matrimonio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Sordomutismo nuziale?

Cari sposi, in questi giorni siamo ancora scossi dalla notizia riguardante lo sterminio di un’intera famiglia ad opera di un suo membro. Un fatto dai contorni misteriosi, soprattutto perché avvenuto, pare, in un contesto di apparente normalità. Non ho voce in capitolo riguardo al campo della psicologia. Considero saggia la posizione di chi afferma che tale evento grida all’urgenza di saper comprendere a fondo sé stessi. È importante essere accolti e compresi, particolarmente da chi ci sta vicino.

Ma, ahimè, da decenni, almeno dall’avvento della cultura di massa, è in atto la cosiddetta “atomizzazione” della società, cioè una mentalità che, incentivando unicamente i bisogni, i vezzi e desideri dell’individuo, sta minando parallelamente ogni senso di responsabilità e di appartenenza sia sociale che familiare. Poi, il binomio Covid e iperconnessione da social ha inferto il colpo di grazia. Le nuove generazioni sono sempre più tentate di virtualizzare i rapporti. Faticano non poco ad andare a fondo nella conoscenza di sé e degli altri. Risultato? Siamo avvantaggiatissimi sulla quantità e velocità dei contenuti ma non nel riuscire di fatto a comunicare. Così, per assurdo, internet e i social non hanno generato persone integre, capaci di intessere sane relazioni ma piuttosto isole, monadi, atomi…

Come mai questo incipit di taglio piuttosto orizzontale? Perché la persona che il Vangelo mette al centro, il sordomuto, simboleggia – al di là dell’evidente patologia – proprio la persona tagliata fuori da ogni contatto sia con Dio che gli uomini. È un individuo fondamentalmente solo e chiuso a riccio a sé stesso. Questo individuo rassomiglia a quei personaggi che stanno caratterizzando sempre più le nostre città, quartieri e di conseguenza famiglie.

La malattia con cui fa i conti oggi Gesù è forse la più perniciosa e dannosa della vasta gamma che ha avuto dinanzi. Un ostacolo insormontabile per quell’epoca. Non esisteva la scrittura Braille né il linguaggio Lis. Questo cozza contro la vocazione dell’uomo di sentirsi amato per poi amare. Offende in pieno la chiamata alla comunione con Dio e con il prossimo.

Pertanto, in quest’epoca di analfabeti emotivi, di sensorialmente anestetizzati di quanto il Signore ci dice ogni giorno, di inesperti nell’uscire dal proprio guscio per cogliere la bellezza delle nostre vite e del mondo, accade paradossalmente che vi possano essere sordomuti anche tra i coniugi. Questo accade esattamente là dove si vive la massima relazione umana, quella che tocca ogni ambito vitale. È un dato di fatto che affetta anche gli sposi cristiani e che scuote la loro coscienza fino in fondo.

Ebbene sì, vi sono coniugi affetti da mutismo. Hanno atrofizzato la capacità di donare all’altro le proprie emozioni, vissuti e inquietudini più profonde. Vi sono anche sposi sordi che non sanno più ascoltare. Non riescono più a entrare in contatto profondo con l’io del proprio consorte. Essere sordomuti nel fondo è sinonimo di incomprensione profonda. Spesso anche gli sposi cristiani patiscono questo, sebbene ci sia innamoramento e ci si doni il proprio corpo.

Come fare perché un uomo e una donna che si sono promessi fedeltà ed hanno accolto la chiamata a donarsi per tutta la vita non piombino in un tale isolamento mortale? Questo isolamento è capace di desertificare e impoverire tutte le altre relazioni.

Il comportamento di Gesù con il sordomuto è assai istruente. Per prima cosa lo prende in disparte, cioè lo fa rientrare in sé stesso. È la via per cui sono passate tante conversioni… S. Paolo, S. Ignazio, S. Agostino… bisogna perciò allontanarsi dal rumore e caos circostanti per fare silenzio e poter connettere con il nostro io. A quel punto, in un contesto di tranquillità, Gesù può agire. Così opera una cosa significativa. Riattiva tutti i 5 sensi. Compie un’azione simile a quella di Dio Padre nella Creazione di Adamo quando impastò l’argilla e vi insufflò lo Spirito. In altre parole, Gesù lo fa “rinascere dall’Alto”. Bisogna quindi lasciarsi convertire da Gesù nello Spirito. Fatti condurre da Lui al Padre. Così ci accorgeremo che siamo anzitutto figli amati. Siamo anche capaci di riamare.

In particolar modo è lo Spirito che dà la stoccata finale. È lo Spirito che spezza l’isolamento. Abbatte quel muro invisibile tra il sordomuto e il resto del mondo. Lo rimette in piena comunione con Dio e i suoi fratelli. Non per nulla, proprio a Pentecoste, è il Paraclito che dona agli apostoli la capacità di parlare lingue completamente diverse dall’aramaico. Lo fa pur di annunciare che Cristo è risorto. Ed è il medesimo Spirito che finalmente apre, schiude e mette in contatto profondo le menti e i cuori degli sposi.

Ogni persona ma anche ogni coppia, oggi più che mai, è a rischio di incomunicabilità e atomizzazione. Il pericolo di retrocedere da coppia, cioè da unità sacramentale, da “una sola carne”, ad aggregato, ad accostamento di due individui, a cooperativa educativa a favore dei figli, a singles sotto uno stesso tetto costituisce una drammatica spada di Damocle, perennemente sospesa sulle vostre teste.

Cari sposi, quanta consolazione e speranza ci offre lo Sposo con questo vangelo! Ci sta dimostrando di essere pienamente in grado di spalancare i nostri cuori. Anche quelli più induriti. Ci restituirà la bellezza di una relazione matrimoniale piena, sotto tutti i punti di vista. Lasciamoci condurre dal Signore e lasciamolo libero di realizzare in noi la sua opera di apertura e liberazione.

ANTONIO E LUISA

Vi raccontiamo il nostro modo personale per non diventare sordi e muti l’uno con l’altra. Una cosa molto semplice. Una volta a settimana andiamo a fare colazione insieme. Solo noi. Come ha scritto padre Luca, ci mettiamo in disparte, lontani dai rumori e dalla confusione. Lontani dalle distrazioni e ci apriamo. Non è sempre piacevole ma è necessario. Giusto qualche giorno fa ci siamo raccontati delle difficoltà e delle sofferenze ma è importante fare anche questo. È importante non solo raccontarsi la bellezza di stare insieme. Bisogna anche raccontarsi la difficoltà per evitare che crei distanza e, alla lunga, rancore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Educare il cuore

Cari sposi, il vangelo di oggi ha come contesto un’altra discussione tra Gesù e i farisei. Questa volta si tratta delle norme igieniche da seguire prima dei pasti. Chi avrebbe da ridire oggi sul bisogno di lavarsi le mani? Figuriamoci, poi, dopo una pandemia! E come mai ne è stato fatto materia di diatriba?

È evidente che vi soggiace un problema ben più profondo, la vetusta questione già messa in luce dai profeti: la vera fede che oscilla tra religione e relazione. Spesso la parola religione per noi ha un’accezione negativa. Non scordiamoci che la religione è una virtù. Con essa noi diamo a Dio quello che gli spetta. Interessante scoprirne l’origine. Il verbo latino religare descrive una persona religiosa come colei che continuamente è rivolta a Dio. Si sta “legando” a Lui tramite una serie di gesti. Questo è il senso delle norme a cui tanto tenevamo i farisei ed è cosa giusta e buona.

Tuttavia, siamo consapevoli che la religione può avere sovente derive formalistiche e ipocrite finendo con il distaccare la fede dalla vita, scollando il cuore dalle azioni. Sappiamo bene che i nostri atti ci definiscono. Come diceva un grande padre della Chiesa, Gregorio di Nissa, “le nostre azioni sono i nostri genitori”. Un gesto, giusto o sbagliato che sia, è come la foglia di un albero. Presuppone tutto un procedimento che parte dalle radici, passa dal fusto e finisce nei rami. Nulla di quanto facciamo è slegato in fondo da ciò che siamo.

E quindi, dietro la preoccupazione di avere mani e piedi puliti, che immagine di Dio c’è? Che tipo di rapporto si vuole instaurare con Lui? Sembra chiedere Gesù ai farisei. Sappiamo bene che il Signore vuole abitare nel nostro cuore ed esserne il Re e questo affinché poi le nostre azioni Lo rivelino e ne siano una testimonianza.

Oggi più che mai il matrimonio è una forma di vita che il mainstream intende nei modi più svariati. La mentalità corrente, difatti, ha splittato il coniugio ora in una convivenza, se tra uomo e donna non si sa, ora in un legame intimo che non abbisogna di riconoscimenti esterni.

Ancora una volta voi sposi siete l’incarnazione della Parola che Gesù oggi ci rivolge. Voi avete la possibilità di sanare ed educare il cuore. Unite e ricucite l’amore autentico alla vita di tutti i giorni, in un modo chiaro e nitido.

E questo perché voi sposi, nel momento in cui avete celebrato il sacramento, siete diventati quello che avete professato. Non avete compiuto semplicemente un gesto. Non avete compiuto un rito rimasto appeso là in un quadro. Da allora siete quel gesto e quel rito. Con la grazia del sacramento Gesù vi ha concesso il dono di poter colmare il divario tra una fede di facciata e l’intimità del cuore. Potete sanare lo iato tra religione esteriore e relazione affettuosa con Lui.

Cari sposi, come vedete anche oggi il Signore non cessa di ricordarvi il grande dono che siete e continua ad incoraggiarvi a credere nella fecondità della vostra vocazione.

ANTONIO E LUISA

Voglio affrontare il Vangelo di oggi e il puntuale approfondimento di padre Luca. Voglio mettere in evidenza una differenza sostanziale. Alcuni vivono un matrimonio fatto di riti di facciata. Altri invece ne fanno la casa di una relazione intima con Gesù. I primi vivono la religione come un peso. Devo andare a Messa, devo seguire i comandamenti. Devo sopportare mia moglie, mio marito. Ma resta qualcosa di sterile che non cambia la vita. Ed è quello che succede a tanti. E infatti tanti non reggono e il matrimonio salta. Mentre Gesù non vuole questo. Non lo vuole per noi, perché ci vuole bene. Sa perfettamente che la Sua proposta d’amore è esigente. Per questo un matrimonio può funzionare solo in un contesto relazionale. Non solo con il coniuge ma anche con Lui. Fare certe scelte è difficile non nascondiamolo. Il per sempre è difficile. Solo se sapremo inserire tutte le nostre scelte in una relazione d’amore. Allora non saranno più solo un dovere. Vorremo fare quella scelta. La vivremo come un rilancio d’amore. La vivremo come il dono gratuito di noi stessi. E la vivremo come il modo per essere ancora più vicini a chi ci ama immensamente, che è Gesù.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Parole dure ma vere

Cari sposi, concludiamo oggi un capitolo epico di San Giovanni. Un lungo discorso tenuto nella sinagoga di Cafarnao, iniziato nel migliore dei modi e dal finale “disastroso”. Gesù ha appena detto che ci avrebbe donato la sua carne, il suo corpo, la sua esistenza, – il climax del suo discorso – , ottenendo in pratica fischi e quasi insulti.

Quando Gesù parla di “carne” lo fa da ebreo, con mentalità semitica, quindi con un riferimento alla persona nella sua integrità ma al tempo stesso attribuendo un senso di finitezza e di fragilità. E difatti il suo dono sarà totale, non trattenendo nulla per sé sulla Croce.

Dinanzi alla violenta reazione degli astanti, Gesù replica che ci vuole lo Spirito per comprendere la carne. Ma come? Sono due princìpi contrapposti, come la notte e il giorno. Chi ci può allora farci comprendere la nostra condizione umana?

Scriveva Papa Benedetto: “la costituzione dell’essere umano, è composto di corpo e di anima. L’uomo diventa veramente se stesso, quando corpo e anima si ritrovano in intima unità; la sfida dell’eros può dirsi veramente superata, quando questa unificazione è riuscita. Se l’uomo ambisce di essere solamente spirito e vuol rifiutare la carne come una eredità soltanto animalesca, allora spirito e corpo perdono la loro dignità. E se, d’altra parte, egli rinnega lo spirito e quindi considera la materia, il corpo, come realtà esclusiva, perde ugualmente la sua grandezza” (Deus caritas est, 5).

Gli ascoltatori di Gesù non avevano ancora capito che non si trovavano davanti a un cannibale ma all’Autore dell’umanità. Gesù è venuto a restaurare quella divisione inteiore tra corpo e spirito che tanti danni ancora oggi procura.

Gesù è venuto a darci una vita bella, piena, un’esistenza che profuma già d’ora di eternità. E tutto ciò perché Gesù ci porta lo Spirito, Colui che è Dono mutuo di Amore tra il Padre e il Figlio.

Questo Vangelo trova un’ottima contestualizzazione nel matrimonio! Su di esso la cultura nella quale viviamo ha fondamentalmente uno sguardo “carnale”, cioè orizzontale e immanente, portando inesorabilmente gli sposi a un’incompresione reciproca e alla fine del loro amore. D’altra parte, l’alternativa mondana di tipo “spirituale” è un rimando a religioni orientali che sfociano nel mondo della magia o del panteismo.

Siamo certi che Cristo, l’Uomo-Dio, la Persona che ha armonizzato in sé la carne e lo Spirito, può dare a voi sposi una via sicura, certa, infallibile per vivere un amore – realtà di per sé spirituale – saldamente ancorato e innestato nella vostra carne, senza scadere in alcun materialismo o spiritualismo. E tutto ciò si chiama “sacramento del matrimonio”.

In definitiva, il matrimonio non si capisce con e nella carne. Questo ce lo dice un gigante della fede come S. Agostino, un uomo che di “carne” aveva fatto parecchia esperienza, prima della sua conversione: “Non dobbiamo quindi intendere secondo la carne neppure la carne” (S. Agostino, Omelia 27,1).

Cari sposi, fidatevi di Gesù, sebbene siano parole ardue ed oggi più che mai controcorrente. Vedendo gli apostoli e chi oggi gli è rimasto accanto, abbiamo la certezza della fecondità e fruttuosità delle sue Parole.

ANTONIO E LUISA

Io non sono un fine teologo. Padre Luca è un vero studioso non solo della Parola. È anche un vero studioso della grandezza e della complessità del matrimonio. Io però ne ho fatto esperienza. Confermo ogni affermazione di padre Luca. Nel matrimonio, nell’amore che giornalmente do a mia moglie e ricevo da lei costruisco la mia intimità con lei. L’agape, l’amore oblativo fatto di cura e servizio, nutre e dà sostanza all’eros. Fare l’amore con lei è sempre più bello perchè la nostra intimità e riempita del nostro amore quotidiano. E l’eros, l’amore più carnale e passionale, dà calore e nutrimento al dono reciproco. Mettersi alla sequela di Cristo non è facile ma rende tutto più bello e più vero, anche e soprattutto l’amore.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Sapienza che proviene dall’Eucarestia

Cari sposi, un mio confratello sacerdote, tempo fa, era riuscito a organizzare nella sua parrocchia incontro con P. Ermes Ronchi, celebre predicatore e autore di numerosi testi di spiritualità. L’evento era andato molto bene, con una buona partecipazione di persone e tante domande alla fine. Al termine di tutto, una signora poi si avvicinò al mio confratello e gli disse: “Bello, ma nel fondo ha detto tutte cose che sapevo già…”.

Un fatto che pare banale ma che cela una tendenza tipica del nostro tempo: ridurre la nostra fede in Cristo in una serie di verità e conoscenze più che in una relazione con una Persona Viva.

In effetti oggi le Scritture sono tutte allineate da un concetto: la saggezza/sapienza. Cosicché ci pare ovvio che dobbiamo essere persone sensate, che fanno le cose bene, in modo prudente e non avventato, che sanno prevedere il futuro, che si comportano senza eccessi. Se questa fosse la sapienza cristiana, cosa c’è di diverso rispetto a quella buddista o induista, o cinese…? E’ chiaro che Cristo non ha voluto lasciarsi solo un’etica o delle norme molto belle.

Ma al contrario il Vangelo sembra cozzare frontalmente con la prima e seconda lettura perché di saggio Gesù non ha proprio nulla. Alla fine del lungo discorso sul pane arriva al dunque: “io sono il pane di vita, dunque, mangiatemi!”. Ditemi: cosa ha di saggio questa frase?

E gli effetti si sono visti: imbarazzo, sguardi confusi, mormorazioni… chissà che scompiglio in quella sinagoga! Gesù aveva appena firmato il suo fallimento come insigne predicatore. Quindi da lì in poi, non più applausi scroscianti, non più bagni di folla, addio a moltitudini in delirio per toccarlo. Eppure, in quel discorso sul Pane di vita è contenuta la Vera Saggezza e Sapienza, che solo può scendere dal Cielo e non certo venire dagli uomini. Solo a Dio poteva venire in mente di trasformare il suo Corpo in pane perché diventasse il nostro alimento vitale.

Così, anche voi sposi, non potete comprendervi senza fare riferimento costante a Gesù Pane di Vita, Corpo donato per Amore. In Lui è insita la vera sapienza che nessuna Enciclopedia o facoltà universitaria può darvi.

 Mi piace riportare un estratto di una condivisione che un marito ha fatto di una sua situazione di malattia. Si comprende chiaramente come lo Spirito lo stia educando ad un altro modo di guardare alla salute e di conseguenza a tutta la propria vita:

San Paolo dice: «quando sono debole è allora che sono forte». Parole difficili da comprendere ma in questo tempo di malattia le sto vivendo in modo particolare. La parola di oggi è debolezza. Sentirsi deboli e impotenti. Deboli, vulnerabili. In questo momento mi sento così debole e vulnerabile. Mi rendo conto di quanto noi umani siamo fragili e mi chiedo se questo è un dono che Dio ci ha fatto nel crearci. L’uomo non può bastare a sé stesso. Ha bisogno della debolezza della fragilità per relazionarsi per poter farsi amare. E così in questa mia debolezza godo della bellezza degli affetti che mi circondano che mi piace chiamarli «carezze di Dio»”.

Cari sposi, vi invito a cercare nell’Eucarestia la vera sapienza, quella luce che può illuminare pienamente ogni ambito e situazione della vostra vita di coppia.

ANTONIO E LUISA

La nostra fede è così. Sicuramente è importante conoscere, formarsi, ascoltare predicatori e teologi ma non può bastare. Lo dico da sposo. L’amore di Cristo non si può imparare dai libri. L’amore di Cristo è fatto di relazione, di presenza, di prossimità e di comunione. Per questo l’Eucarestia è il centro di tutto. Vale lo stesso nel matrimonio. Possiamo fare corsi, leggere libri, ascoltare testimonianze di chi ha anni di matrimonio alle spalle, ma poi non basta. Il matrimonio, come la fede, è fatto di relazione. Il matrimonio si conosce facendone esperienza. Non è la stessa cosa leggere in un libro che il matrimonio è fatto di un amore incondizionato e gratuito e farne davvero esperienza. Ciò che mi riempie il cuore non è la conoscenza ma è l’esperienza. L’esperienza di tutte le volte che Luisa mi ha accolto nelle mie povertà e miserie. Le volte che mi ha amato e basta, che lo meritassi o meno.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un Viatico domestico

Cari sposi, in questi giorni di vacanza in montagna con la mia comunità religiosa nello spesso mi trovo a fare lunghe passeggiate in alta quota. Oltre agli scarponi è importante avere con sé l’acqua e il cibo necessari.

Già la prima lettura ci svela il senso dell’Eucarestia che verrà offerto da Gesù nel Vangelo: “Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Il cammino qui simboleggia la stessa vita di voi sposi, una strada lunga e impervia, pieno di colpi di scena e fatiche; per tutto ciò avete realmente bisogno di un alimento che vi rafforzi costantemente e sia all’altezza dello sforzo da compiere.

Nel Vangelo Gesù svela quale sia il cammino e in modo particolare la mèta da raggiungere; infatti, Egli indica il Cielo come l’obiettivo vero e proprio della vita e il Suo Corpo come l’alimento necessario per arrivarvi. Da qui che la Chiesa ha denominato “Viatico” l’Eucarestia, come appunto quel cibo che consente di giungere ad incontrare il Signore.

Voi sposi ricevete questo dono come tutti i credenti ma avete una caratteristica in più. Voi stessi siete Viatico, perché su di voi si staglia l’immagine eucaristica in quanto siete anche voi un corpo donato per amore. Difatti, se Gesù parla della sua “carne data perché il mondo abbia la vita”, l’Eucarestia, questo è altrettanto vero per voi che vivete il dono di voi stessi, in anima e corpo, tutti i giorni. Ma è questo dono che genera vita, nel senso che il mondo, tutti noi, abbiamo bisogno di vedere che l’amore vero esiste, che non è un illusione vaga o un sogno destinato a fallire dopo qualche anno.

Gesù conosce bene quanto sia fragile quella “carne” che vi donate ma è Lui che l’ha voluta abitare per primo nell’Incarnazione e vi ha donato l’Eucarestia perché continuiate a donarvi ogni giorno. E donandovi tra voi realmente diate vita al mondo.

Cari sposi, solo in Cielo capirete appieno la grandezza della vostra vocazione, quella di essere un prolungamento in terra dell’amore eucaristico di Cristo ma già da adesso potete gustare i frutti della missione che Lui vi ha affidato.

ANTONIO E LUISA

Per completare quanto già scritto da padre Luca, vi raccontiamo una nostra abitudine. Solitamente partecipiamo alla Santa Messa insieme. Una volta comunicati, torniamo al nostro posto e ci prendiamo per mano. Questo gesto semplice ma profondo ci fa sentire più forti e più uniti tra di noi, perché in noi c’è Gesù, che ci guida e ci protegge. Perché tra di noi, nella nostra relazione, c’è Gesù, che è il fondamento e il perno della nostra unione. È un gesto che ci fa sentire parte di una storia più grande, dove non siamo soli, ma il nostro Dio è con noi, illuminando il nostro percorso e rafforzando il legame che ci tiene uniti.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Cose dell’altro mondo

Cari sposi, tempo fa lessi un’intervista a un’attrice di contenuti “per adulti”; il giornalista le stava domandando a proposito della sua vita personale ed è così che si è arrivati al tema religione. Se da un lato aveva ammirazione per alcune idee del Cristianesimo, dall’altra si era mostrata fermamente convinta dell’assurdità del matrimonio: pensare di rinchiudere l’amore in un rapporto tra uomo e donna era da lei percepito come assolutamente contrario al “buon senso” …

Ma in fondo, un po’ di ragione ce l’ha, perché voi sposi siete portatori di cose e beni dell’Altro Mondo. Ora vediamo come la Parola odierna va proprio in linea con questa affermazione.

La prima lettura contiene in nuce quello che diviene palese nel Vangelo. Giustamente i poveri ebrei nel deserto, una volta che hanno seminato gli Egiziani e sono riusciti a passare il Mar Rosso, finite le scorte per resistere nei primi giorni di viaggio, si sono chiesti: “e adesso che facciamo qua nel bel mezzo del deserto? Come facciamo a sopravvivere?”. Ancora una volta il buon senso sembra avere la meglio su quello che il Signore aveva operato fino a quel momento.

Proprio a quel fatto si rifà Gesù nel lungo discorso pronunciato nella sinagoga di Cafarnao e che solo Giovanni ci ha riportato. Alcuni esegeti hanno fatto notare giustamente che Gesù ha preparato con cura quelle sue parole, facendole precedere da gesti che, ad attenti osservatori, avrebbero spalancato le porte della fede.

Infatti, Gesù il giorno prima ha moltiplicato i pani e i pesci, quindi, ha dimostrato di avere un potere totale sulle cose materiali; la stessa notte Gesù cammina sulle acque, e così rivela di poter fare ciò che vuole con il suo corpo, sfidando anche le leggi della gravità. E solo a quel punto Gesù può dire con verità che ci avrebbe donato il suo Corpo, trasformandolo in nuova Manna che scende dal Cielo e annunciando per la prima volta la meravigliosa realtà dell’Eucarestia.

Sappiamo come andò a finire quel discorso: un tremendo flop comunicativo che fece allontanare la maggior parte dei suoi ammiratori. Di nuovo il “buon senso” non sembra essere dalla parte di Gesù…

Attenzione però, perché il vostro amore sponsale, consacrato da Cristo, è contenuto anch’esso in quell’annuncio eucaristico ed è soggetto della medesima reazione degli astanti. È come se Gesù avesse detto che il vostro amore è disceso dal cielo per dare vita al mondo. È un dono dell’Altro Mondo che – sebbene abbia un fondamento naturale – sfida ogni logica razionale.

Ebbene sì, solo a Dio poteva venire in mente di elevare, di santificare, di innalzare a una tale dignità un rapporto umano spesso così fragile e volubile. Ed è perciò solo con Cristo che l’amore sponsale, iniziato con sogni e grandi aspirazioni di amarsi per sempre, può davvero diventare realtà, sfidando persino il più bieco egoismo e cattiveria.

Cosa c’è di più irrazionale di un Dio che si fa Ostia e rimane “rinchiuso” in un tabernacolo, nella solitudine di tante chiese? E non è forse altrettanto non comprensibile che un uomo e una donna, così diversi tra loro pretendano di amarsi come Cristo ha amato la Chiesa…?

Cari sposi, per grazia di Dio è così, siete portatori di beni dell’Altro Mondo e potreste non capire nemmeno voi stessi, immersi nel mainstream di amori liquidi. Ma non temete perché, se da un lato quel discorso di Gesù a Cafarnao lasciò la sinagoga mezza vuota, dall’altro ha svelato la più bella verità e cioè che Gesù nell’Eucarestia è il Dio-con-noi fino alla fine dei tempi. Proprio come Egli agisce nel vostro amore nuziale e vuole rendersi presente tramite voi.

ANTONIO E LUISA

Il segreto sta nel riconoscersi affamati e poveri. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Gesù opera nelle mancanze

Cari sposi, oggi Cristo, ancora una volta, lancia ai dodici una domanda che appare subito senza dubbio retorica e di primo acchito sembra piuttosto voler mettere in difficoltà gli apostoli.

Essi oramai conoscevano bene Gesù sotto un profilo umano ed avevano avuto prova delle sue doti di organizzatore. Vedi per esempio i dettagli con cui Gesù cura la prima missione porta a porta dei discepoli (bisaccia, bastone, cintura…); oppure la preparazione minuziosa dell’Ultima Cena. In quel frangente, cosa gli sarebbe costato di far avvisare prima le persone di portarsi con sé un pranzo al sacco, in vista della lunga giornata assieme?

Ma se non lo ha fatto, è perché voleva che quell’omissione fosse l’occasione per testare la fede degli apostoli.

Analogamente, oso dire che il Signore si comporta ugualmente nel permettere certe mancanze che amareggiano la vita di tante coppie. Già, perché per Gesù i difetti umani e spirituali nel matrimonio possono essere realmente rampe di lancio verso una crescita ed una maturazione sotto tutti i punti di vista. Non è un’affermazione sentimentale o ingenua. Difatti, è chiaro e palese che oggi sempre più sono in aumento sposi che, sebbene siano cronologicamente adulti, devono ancora fare i conti e trascinare pesanti zavorre, legate alla propria famiglia di origine, traumi educativi, disagi adolescenziali o giovanili, dipendenze, fragilità psicologiche, ecc. ecc.

Sovente queste povertà sono di scandalo per gli stessi coniugi, li fanno soffrire indicibilmente e li inducono a pensare che sia meglio porre termine una buona volta alla relazione. Forse ciò costituisce una mentalità più secondo la risposta di Simon Pietro sulla sproporzione tra i pani/pesci e la moltitudine. E se poi gli sposi hanno assaporato la grandezza della loro vocazione o esercitano una qualche responsabilità ecclesiale, la tentazione si fa maggiormente sottile e perniciosa: “Non siamo degni di questo cammino…. Diamo solo scandalo…”.

Fa riflettere l’esempio di quel ragazzo che ha palesato di possedere in bisaccia cinque pani e due pesci. Magari si sarà subito reso conto che lì non tutti si erano procurati delle scorte per la giornata e quindi sarebbe stato meglio tagliare la corda se voleva pranzare in santa pace. Invece il suo farsi avanti è segno di grande apertura e sta a significare la voglia di fidarsi di Gesù e mettersi in gioco con tutto sé stesso.

Tale esempio mi ricorda quella determinazione che ho visto in parecchie coppie nel non arrendersi davanti ai propri problemi, a non mollare quando i tentativi falliti bruciano e pesano sul cuore, nemmeno a non giudicare la propria relazione e la propria storia solo sul buon senso o sulla logica razionale ma di lanciarsi nelle mani del Signore usando tutto i mezzi umani e spirituali che si hanno a disposizione.

Che strano! Sembra che quel giorno Gesù stia mendicando la nostra povertà… quasi che Egli sia interessato per l’appunto alle nostre pochezze più che ai punti di forza. È così che opera Gesù, partendo dalle nostre penurie e mancanze. È un chiaro segno che il matrimonio è un dono uscito dal Suo Cuore e non un semplice patto tra un uomo e una donna.

Cari sposi, se volete vedere ripetersi questa pagina del Vangelo nella vostra vita nuziale, Gesù vi chiede due atteggiamenti. Da una parte la fiducia e l’abbandono in Lui. Egli vi conosce meglio di chiunque altro e perciò solo seguendo il Buon Pastore potrete arrivare a una sempre maggior pienezza di relazione tra voi. Dall’altra, non deve mancare lo sforzo di dare tutto, di non trattenere nulla, di provarle tutte umanamente parlando perché il Signore faccia il resto.

ANTONIO E LUISA

Uno dei nostri punti di forza come coppia è stato proprio la consapevolezza della nostra povertà. Tanti dicono di ammirarci per quello che viviamo e raccontiamo. Spero passi anche però la nostra povertà. Ho conosciuto Luisa che ero un ragazzo pieno di paure e di complessi. Mi rifugiavo nella pornografia e non ero capace di vedermi bello e prezioso. Luisa altrettanto si rifugiava nello spiritualismo e in una fede disincarnata. Abbiamo cominciato un percorso di fede e di guarigione che ci ha condotto, attraverso le nostre fragilità umane, a fare esperienza dell’amore misericordioso e incondizionato di Dio. Ci siamo accolti ed amati senza porre condizioni o giudizi, senza bisogno di nascondere i nostri difetti e le nostre paure l’uno all’altra. E questo ha trasformato la nostra povertà in una relazione meravigliosa di guarigione e di crescita. Benedetta imperfezione!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

L’amore nuziale non va in vacanza

Cari sposi, è un vangelo davvero “estivo” questo. Pare che Gesù abbia tutte le intenzioni di farsi le sue meritatissime ferie con gli apostoli. Ma rimaniamo delusi perché, fatti pacchi e fagotti in vista di qualche giorno di riposo, il viaggio è bruscamente interrotto da un imprevisto: una folla numerosa attende Gesù e quindi niente, cari apostoli, si ritorna a sgobbare… spero almeno che a nessuno di voi il proprio capo abbia mai chiamato mentre eravate sotto l’ombrellone in infradito…

Ma il punto è: davvero Gesù era ignaro di ciò che sarebbe accaduto? Veramente l’hanno colto di sorpresa? Non è che, come è suo fare, ogni dettaglio era accuratamente progettato? Perché se è così, allora tutto cambia. Ci stava anche la lezione di saper reagire virtuosamente davanti agli eventi non previsti – chiamasi resilienza – ma il Maestro non intendeva quello.

Piuttosto oggi, Rabbì Gesù ha in mente molto di meglio. E non sta dicendo il Signore di non riposare, altrimenti non esisterebbe neanche la domenica, fissata chiaramente sin dalla Genesi. Anzi, il riposo è un dovere morale, non un optional per Dio.

Un ulteriore dettaglio che aggrava la situazione è che gli apostoli erano appena arrivati dalla prima loro missione, di andare di casa in casa a predicare. È quindi per l’appunto a causa della loro stanchezza che Gesù propone uno stacco.

Dove ci vuole portare Cristo architettando una fallita gita fuori porta? È chiaro: c’è una missione che non va mai in vacanza ed è il servizio, la donazione di sé stessi, il dare la vita. Gesù desidera che il nostro cuore arda di amore come il suo e cerchi sempre come servire, come spendersi, come fare il bene.

Al centro di tutto il Vangelo, come del resto anche della Prima lettura e del salmo, c’è lo slancio che Cristo sperimenta nel suo cuore verso quella grande folla. Il verbo greco è “splanchnizomai” che significa “essere commosso nelle viscere, essere commosso con compassione, provare compassione”. Il corrispettivo ebraico a cui tale vocabolo fa riferimento è “rahamim” che fa riferimento al seno materno. Come una mamma sente profondamente su di sé quanto accade al figlio, anche solo per il fatto di averlo portato fisicamente nel proprio ventre, così, analogamente, il Signore prova un intenso attaccamento istintivo a quel Popolo al quale desidera donare la sua Vita.

Questa è la lezione magistrale che Gesù, fingendo un’evenienza contraria, imparte agli apostoli: abbiate un cuore come il mio! E li mette nelle circostanze per viverlo. Vi è forse un senso nuziale in tutto ciò? Chiaramente sì. Si potrebbe dire tanto su questo punto ma semplicemente è bello ricordare come voi sposi possedete un grande dono, quello di vivere in pienezza l’amore allo stile di Cristo.

 Amoris laetitia, citando a sua volta Familiaris consortio (13), lo esprime molto bene: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale” (120). Quindi i coniugi, in forza del sacramento, hanno il dono, cioè la possibilità, – che dipende sempre dalla propria generosità e libertà di risposta – di amare e servire come Gesù ci ha dimostrato. Ben si proietta questo vangelo in tantissime circostanze che già sicuramente vivete. Forse quella folla assomiglia ai vostri bimbi piccoli, così esigenti e intensi; oppure ai genitori anziani; o magari alle famiglie di origine con cui non si è in buoni rapporti; forse all’ambiente lavorativo, talora così snervante.

I casi concreti potrebbero diventare numerosissimi, ma quello che conta per Gesù è il come li si vive. Talvolta lo facciamo di contraggenio, con uno spirito rassegnato e stoico. Invece, Gesù vi ha donato un cuore nuovo dal giorno del vostro matrimonio e proprio ad esso oggi sta facendo appello. Perciò se vi capita di trovarvi in condizioni simili a questa scampagnata mal riuscita, sappiate che dietro c’è sempre Lui, che vi sta permettendo di esercitarvi nell’amore nuziale, capace di amare come Cristo ama.

Antonio e Luisa

Credo di comprendere ciò che vuole dirci padre Luca. Io sono sempre stato un pigro. Quando abitavo da solo prima di sposarmi ricordo che una volta finito il lavoro tornavo a casa e passavo ore sul letto o sul divano a fare niente se non riposarmi guardando distrattamente la TV. Eppure quel dolce far niente mi lasciava un senso di frustrazione e di mancanza di senso. Una volta sposato, e ancor di più con l’arrivo di 4 figli in 6 anni, non ho più avuto molto tempo per oziare. Eppure sono felice e realizzato perché spendersi e consumarsi per amore non è un peso che mi schiaccia, ma al contrario dà senso a tutto e rende la vita più leggera anche se più faticosa e caotica.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Missionari “domestici”

Cari sposi, oggi il Vangelo è particolarmente calzante per voi sposi. Difatti, il Signore vi sta inviando in coppia ad evangelizzare. Cosa dovete fare di particolare? Dove andare? Come organizzarsi? Gesù dà due indicazioni generali: da una parte il fatto di non portarsi dietro certe cose rimandando all’ordinarietà, quindi, al fatto che voi sposi evangelizzate nella vita di tutti i giorni e non allontanandovi da essa; dall’altra vi invita ad entrare nelle case e con ciò fa riferimento allo stringere relazioni e amicizie con chi vi sta intorno.

Facendo un parallelo con il sacerdote, Papa Benedetto XVI diceva che compito del pastore, nelle celebrazioni liturgiche, non è tanto quello di impressionare, di far cose speciali, di mettersi in mostra con gesti strani ma di far emergere Cristo, di far sì che Gesù possa esprimersi senza ostacoli.

Così, anche per voi vale lo stesso principio: nella misura in cui vivete un rapporto in coppia con Gesù, è chiaro che questo messaggio passerà, volente o nolente, a chi vi vede e si interfaccia con voi. Questo è il succo della missione sponsale, essere diffusori di amore con la vita quotidiana. Scordatevi di imitare un Padre Livio con il suo monumentale lavoro tramite Radio Maria o un don Luigi Maria Epicoco con le sue bellissime conferenze. Ci possono essere chiamate speciali che una coppia riceve per evangelizzare in un certo modo, ma il criterio per discernere se si è in linea con la propria vocazione nuziale è se si vive la missione in coppia – e quindi non da lui o lei da sola – e se questa passa dall’ordinarietà e non vi aliena da essa. In definitiva, la vostra “Africa” è la vita di tutti i giorni, santificata dalla Presenza di Cristo che vi abita.

È sempre illuminante ricordare una frase di San Benedetto, che abbiamo festeggiato pochi giorni fa. Egli diceva ai suoi monaci di “nulla anteporre a Cristo”. Ciò significa che, chi vede me, deve intuire e assaporare qualcosa di Cristo: la sua pazienza, benignità, mansuetudine, chiarezza, autorevolezza…

Gesù manda gli apostoli nelle case affinché in un contesto di vicinanza, di fiducia e confidenza possa scaturire il dono di aver conosciuto Lui. Parimenti voi sposi, usate casa vostra per creare questo spazio di incontro con Cristo. Gesù dicendo ciò è, ben consapevole dell’efficacia della casa per poter accendere la fede in chi vi abita e in chi la visita.

Una testimonianza che porto nel cuore è quella di tante coppie che hanno reso la propria casa un faro di luce tramite le Cellule familiari di evangelizzazione. Ho visto con i miei occhi come il solo fatto che una coppia apra le porte ad altri e le renda partecipi della propria vita di fede, con grande semplicità, è stata la miccia di conversioni e veri incontri personali con il Signore.

Cari sposi, Gesù oggi vi manda in missione. Non dovete fare migliaia di chilometri oltre l’uscio ma anzitutto vivere con Lui nella coppia ed accogliere altri per condividere questo dono meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Ci sono delle volte che ci dimentichiamo quello che ci ha ricordato padre Luca. Siamo presi dal fare. Chi si dà da fare in parrocchia, chi all’oratorio, chi nei centri ascolto, chi nel volontariato, chi nell’evangelizzazione ecc. Spesso però ci dimentichiamo che il primo nostro ministero è essere. Essere sposi e mostrare un amore non certo senza imperfezioni ed errori ma fedele e perseverante. Va bene fare ma non dimentichiamoci di essere. Non dimentichiamo di custodire la profezia del nostro amore: mostrare Dio al mondo!

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Le trappole dell’incredulità

Cari sposi, c’era una volta un paesino chiamato “Frittole”, una leggendaria borgata toscana a cui approdarono Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), nel film “Non ci resta che piangere”, e nel quale i pochi abitanti erano divisi da lotte faziose.

Scherzi a parte, Nazareth non doveva essere molto dissimile. Difatti, gli archeologi sono del parere che ammontasse a circa 200 persone o poco più. Gesù, come sappiamo, vi si era insediato dopo pochi giorni dalla nascita e fino a quel momento in poi vi aveva trascorso circa 30 anni. Chi non si conosceva a Nazareth? Gesù, essendo probabilmente l’unico falegname/muratore a disposizione, aveva visto sfilare davanti alla sua bottega praticamente tutti.

Ma Nazareth è anche il crocevia di due eventi contrastanti, un paesino in cui si è mescolato il fatto che ha sconvolto la storia – l’Incarnazione del Verbo -, con la vita nascosta di Cristo. La più bella Notizia, cioè che il Verbo si è fatto carne ed abita con noi, rimasta tuttavia muta e inosservata. Perciò, i suoi abitanti, eccetto chiaramente Maria, giusto alle apparenze si erano abituati. E su Gesù abbonda l’ovvietà e la scontatezza: il suo mestiere, le sue parentele, il suo indirizzo… Ma Gesù è solo questo? Sappiamo ben di no.

Una parola attraversa diagonalmente le letture di oggi: profeta. Chi è il profeta se non colui che vede oltre, che guarda più in profondità la realtà delle cose? In fin dei conti, il profeta vede il mondo come lo guarda il Signore, cioè dall’Alto ma anche dal più profondo, nell’intimo. Ragion per cui la profezia è incompatibile con uno sguardo orizzontale e razionale.

È notevole constatare come, la prima eresia sorta contro il cristianesimo e comparsa già mentre vivevano gli apostoli, non pretendeva affatto negare la divinità di Cristo, bensì – pare strano – occultare e nascondere per l’appunto l’umanità di Gesù. Era più scandaloso un Dio che pativa la debolezza e la limitatezza umana, – proprio come pensavano i nazzareni – che un Uomo ricolmo di Divinità.

Ed eccoci a voi, cari sposi. Nelle vostre famiglie e nelle vostre case potreste cadere nella stessa trappola di incredulità, come ce la presenta il Vangelo. Parimenti voi coniugi occultate qualcosa di divino ma sotto sembianze comuni. Papa Francesco dieci anni fa affermò una verità impressionante, molto attinente al Vangelo odierno:

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale, è l’uomo e la donna, tutti e due, non soltanto il maschio, l’uomo, non soltanto la donna, no: tutti e due. E questa è l’immagine di Dio, e l’amore, l’alleanza di Dio con noi è lì, è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Chi vi vede, e soprattutto chi vi conosce bene, cosa potrebbe dire di voi? Sicuramente gran parte di questo sarebbe simile alle risposte dei nazzareni: sposi da “x” anni, 1 o 2 figli, bravi, simpatici… e poi verrebbero gli inevitabili “ma” … Gesù, che vi conosce meglio di chiunque altro, e vi ha costituiti come coppia a Sua Immagine, non si rassegna al ritratto che il mondo può dipingere di voi – o alle vostre proiezioni personali – ma anzi, vi ricorda costantemente la vostra origine e il vostro destino. “Famiglia, diventa ciò che sei!” ha ripetuto più volte San Giovanni Paolo II.

Dinanzi a questo panorama, allora, a chi credete? Al mondo che vi banalizza e vi equipara a qualsiasi altra unione, o a Colui che vi ha costituiti in tale immagine e somiglianza? Non vi sconforti l’esser sovente rifiutati, derisi, isolati per il dono che vi è stato fatto. Piuttosto il Vangelo di oggi sia lo stimolo a credere a Gesù, che ha avuto così tanta fiducia in voi da consegnarvi un così grande Dono.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci provoca e ci incoraggia con le sue parole. Come? Proprio noi siamo immagine di Cristo? Noi che litighiamo? Noi che sbagliamo? Noi che come tutti siamo soggetti alle debolezze umane? Noi che a volte ci sentiamo anche meno di tante coppie? Si proprio noi, proprio voi. Perchè essere immagine di Gesù non significa essere perfetti ma significa amare come ama Gesù. Significa mettere da parte l’orgoglio e fare il primo passo. Significa non mettere sulla bilancia quanto si ottiene in cambio, significa non perdere mai lo sguardo benedicente sull’altro. Significa rilanciare sempre nella certezza che l’amore è l’unica scelta vincente.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Guarigione permanente

Cari sposi, sarà perché vengo da una famiglia di medici ma fin da piccolo mi è sembrato così naturale pensare a Gesù come il medico che ci cura dai nostri mali. Lo dice chiaramente S. Agostino: “è medico divino, il quale perciò, pur essendo Dio, si fece uomo affinché l’uomo si riconoscesse uomo. È una medicina molto efficace” (Discorso 77, 7, 11).

Questo brano evangelico rientra nella prima parte dell’esposizione di Marco in cui egli ci fa capire come Gesù non opera solo guarigioni, ma addirittura è in grado di supera l’ostacolo più insormontabile: la morte. Nel testo troviamo due donne che vivono, ognuna a modo loro, un’esperienza di lontananza da Dio che potrebbe portare alla morte, in entrambi in casi attinente all’impurità. Nel primo caso per un ciclo che non finiva più, una sorta di ipermenorrea, nell’altro per l’arrivo inaspettato della morte.

La figlia di Giàiro ha dodici anni, non è una bambina ma per quei tempi una neomaggiorenne, pronta matrimonio e in quanto della famiglia del capo della sinagoga, simboleggia il popolo d’Israele. Ahimè è morta giusto nel fiore degli anni e questo significa l’infecondità del popolo eletto se non riconosce il proprio Messia ma vive unicamente una fede fatta di riti, regole e norme moralistiche.

L’emorroissa, invece, a causa delle fuoriuscite di sangue, soffre la lontananza obbligata che le imponeva la Legge (cfr. Lv 15,19-24). Entrambi i personaggi, in fin dei conti, non possono servire il Signore né entrare nel tempio, men che meno entrare in relazione con gli altri. Malattia, solitudine, peccato… morte.

Cosa cambia tutto? Un semplice tocco. Quanti problemi vorremmo noi risolvere con un semplice tocco… ma ci è il più delle volte impossibile. Per Gesù non è così. Nella sua onnipotenza gli basta questo semplice gesto per concedere una grazia.

Perché è così? Spiega S. Tommaso d’Aquino che l’umanità e corporeità di Cristo è lo strumento che il Verbo divino utilizza per comunicarci la grazia. È in definitiva la logica dei sacramenti, in cui la Grazia passa dalla sensibilità umana. Un grande teologo del secolo scorso Yves Congar (1904-1995) scriveva: “Egli è sacramento della salvezza, perché ciò che porta è riconciliazione attraverso il suo sangue, alleanza nuova e definitiva, filiazione divina nella grazia, speranza della gloria, caparra della nostra eredità di figli, unione intima con Dio, unità di tutti i figli di Dio in un solo popolo e in un solo corpo” (Un popolo messianico, Brescia 1976, p. 28).

Per tutto questo Gesù è il primo e principale sacramento, da Lui, dalla sua umanità vi giunge la grazia che salva. Ma è bellissimo scoprire che, se Cristo è il primo sacramento, anche voi in quanto sposi, siete il sacramento antico, il sacramento già presente fin dalla Genesi. Così, voi nel matrimonio siete stati rivestiti di Grazia, avete consegnato al Signore il vostro amore e non vi appartenete più in modo esclusivo.

Ma è ben chiaro che il peccato e la “morte” che da esso proviene può ancora toccare la vostra vita e fare disastri. Che fare allora? Gesù oggi ci insegna che lo Sposo vive in voi e non vi fa mai mancare il calore della Sua presenza. C’è un “luogo” che Gesù deve toccare e guarire ma questo dipende da noi: il cuore. È la nostra storia più profonda, la nostra intimità, il nostro passato, le nostre zone d’ombra. Lasciatevi toccare fino in fondo da Cristo e sappiamo che questo può davvero fare la differenza e farvi vivere da risorti.

ANTONIO E LUISA

L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi?

L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna.

Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. 

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Posso guidare io?

Cari sposi, una volta, quando ero cappellano in parrocchia, mi è toccato di organizzare il classico campo estivo con le medie in montagna. Come da programma, un pomeriggio usciamo in comitiva per fare una passeggiata e giochi giù al fiume. Sulle Alpi, si sa, il tempo cambia in fretta e quella che sembrava un innocente cumolo di “panna montata” di lì a poco ha scaricato su di noi un tonante acquazzone. Per me non faceva una grinza: con quel caldo ci voleva una sana rinfrescata ma arrivati in albergo ecco la sfilza di messaggini di mamme inferocite che “come era possibile portare fuori i ragazzi con quel tempo lì”; che ero “un incosciente”, “un imprudente”, ecc ecc…

Oggi Gesù permette che gli apostoli vivano una situazione che ai giorni nostri sarebbe bollata di suicidio premeditato. Difatti ordina ai 12 di iniziare la traversata nientemeno che di notte, quando non esistevano torce o navigatori e il lago di Galilea era tristemente noto per le sue correnti mortali. Detto fatto, il peggio si avvera e quella barca di circa 8 metri con a bordo 13 persone, senza salvagenti o giubbini gonfiabili, si ritrova sballottata dalle onde, nel buio più pesto. Roba da film dell’orrore!

La cosa più difficile da accettare però è che in realtà, da parte di Gesù, era tutto freddamente calcolato! A parte che era stanco morto per il ritmo incalzante delle sue giornate per cui appena ha trovato un posto per dormire, è piombato nel sonno più profondo. Tuttavia, il Signore, ancora una volta, ha voluto portare gli apostoli al limite per saggiare di che qualità e consistenza era la relazione instaurata con Lui: comodità? Convenienza? Opportunismo? O piuttosto fede? A tal fine, non pone loro domande scontate del tipo “chi dite che io sia?” ma acconsente lo scontro con una realtà che avrebbe messo in luce il fondo della loro anima.

E fu così che stavolta neanche Pietro l’ha spuntata con una delle sue genialate. Tutti bocciati perché ciascuno si è lasciato prendere dal terrore pur avendo a poppa l’Onnipotente. La domanda di Gesù, appena “sveglio”, è per tutti noi una vera e propria provocazione: “non avete ancora fede?”. Certo, gli apostoli non leggevano ancora il Credo niceno o non avevano imparato a memoria il Catechismo. E allora, a che fede si sta riferendo?

È chiaro, dal contesto della vicenda, che Gesù sta pungolando i suoi per la mancata fiducia e abbandono, per lasciarsi guidare da ragionamenti umani e smettere di fidarsi. Cristo ha dato una lezione unica, che gli apostoli non si saranno mai più scordati per il resto della loro vita, che la fede consiste nell’accettare la Signoria di Dio sulla nostra vita arrendendoci dinanzi al naufragio delle nostre povere sicurezze.

Come c’è una fede personale, così c’è anche una fede di coppia, una fede condivisa tra sposi e Gesù oggi vi sta sfidando a farne uso davanti alle provocazioni che la vita vi lancia ogni giorno: mutuo, malattie, disoccupazione, figli, debiti, calunnie, delusioni, divisioni, e un largo eccetera sono tutti contenuti in quella tempesta notturna che scuote fino all’osso la barca della vostra coppia.

Che altri appigli vuole darvi il Signore se non la certezza che vi abita permanentemente con la Grazia del sacramento e perciò vi sta chiedendo di fidarvi di Lui, di lasciarGli il vostro timone? Cari sposi, oggi Cristo vi ricorda che il dono della fede consiste in una relazione interpersonale e perciò le prove che Lui permette possono diventare occasioni perché vi uniate maggiormente tra voi e con Lui.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca la sa lunga. Ha colto nel segno. Noi abbiamo bisogno di certezze. Abbiamo bisogno di illuderci di poter aver tutto sotto controllo. Ma questa non è una relazione con Gesù ma è usare Gesù come talismano. Non funziona poi quando le prove arrivano. Poco tempo fa ci ha contattato una mamma disperata per una questione familiare molto delicata. E tra le altre cose non si capacitava del motivo per cui quella sofferenza fosse toccata proprio a lei che aveva vissuto nella fede e aveva cresciuto i figli in un certo modo. Capite che così non funziona? Solo la relazione salva. Il talismano si disintegra alla prova della realtà. Come non pensare a Chiara Corbella che, riflettendo su Davide il suo secondogenito salito al cielo dopo pochi minuti di vita, scrisse questo pensiero:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi: abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore); ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri; ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Un terreno già fecondato

Cari sposi, nel pieno dell’epoca dei Lumi una parte di scienziati si chiedeva come nascesse concretamente la vita. Imperava allora la teoria della generazione spontanea delle forme viventi elementari, tesi che durò fino oltre la metà del 1800 quando Louis Pasteur, celebre chimico, scoprì che invece esse si dovevano piuttosto attribuire a fattori esterni quali l’acqua, l’ossigeno e la temperatura. Oggi sappiamo bene che lo sviluppo di un seme è dovuto alla formazione di sostanze provenienti dai processi metabolici avvenuti al suo interno e che essi si possono innescare anche a distanza di anni.

Per tutto ciò, capiamo quanto è stata geniale la trovata di Gesù di utilizzare tale immagine per spiegarci in cosa consista il Regno di Dio. Ecco perché il Signore, giustamente, menziona che la crescita avviene quando nemmeno il seminatore se l’immagina.

Ora è chiaro che questa analogia tra Regno e seme si può ben traslare al matrimonio. Perché in effetti nelle nozze viene concessa una grazia, Gesù deposita in voi un seme che altro non è che la sua Presenza. Ricordatevi di quel bellissimo passaggio di Amoris Laetitia: “Il sacramento non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri»” (Amoris Laetitia 73).

Così, il Vangelo di oggi ha una forza consolante e motivante, davvero unica per tutti voi sposi, sia che viviate momenti di entusiasmo nella relazione come anche di fatica. Colgo infatti almeno due grandi lezioni per voi coniugi.

Anzitutto, Gesù sta affermando chiaro e tondo che la piccolezza, nel Vangelo, non è mai un problema. Quindi qualora vi scontraste con i vostri limiti e fragilità, vizi o debolezze, questo non può mai essere motivo di scoraggiamento. Chiunque può, anzi, è chiamato a tendere alla santità a partire da dove si trova, dalle situazioni concrete in cui vive. Quello che sì conta tantissimo per Gesù è la crescita, cioè il mettersi in cammino, il non restare fermi dove si è adesso ma con Lui provarci e riprovarci ogni giorno. Per cui, parafrasando la metamorfosi del seme di senape, essere sposi significa mettersi sempre in cammino e vivere sempre in rinnovamento.

Inoltre, sebbene gli uditori di Gesù all’epoca non lo potessero ancora sapere, il corrispondente di ciò che rende il seme capace di tramutarsi in piante, oltre ad essere i suddetti enzimi, è in voi sposi anzitutto la Grazia, l’azione silente dello Spirito Santo.

Come fare quindi per crescere in coppia nella propria vocazione? Anzitutto dando alla Grazia le condizioni ottimali per fare il suo dovere. Quelle che per il seme equivalgono all’acqua, al calore e alla terra smossa. Per voi sono dunque la preghiera in coppia, l’Eucarestia, la confessione, la direzione spirituale, un apostolato vissuto assieme… mezzi infallibili che vi consentiranno di essere spettatori delle meraviglie della Grazia in voi.

Cari sposi, il Seminatore vi ha reso un terreno già fecondo, questa è la bella notizia. L’importante è che ne siate consapevoli e collaboriate con Lui per portare moto frutto.

ANTONIO E LUISA

Non ci sentiamo di aggiungere nulla alla riflessione di padre Luca. Vogliamo invece sottolineare un passaggio che ci ha toccato particolarmente. Noi siamo naturalmente predisposti (non so voi) a flagellarci per i nostri limiti. A considerarci sempre un po’ meno degli altri. Soprattutto come genitori ci sentiamo spesso una frana, Padre Luca ci consola. Il limite non è un problema per Gesù. Diventa un problema quando le nostre fragilità ci impediscono di camminare e di crescere. Questo l’abbiamo imparato in 22 anni di matrimonio. Ogni giorno abbiamo fatto i conti con i nostri limiti ma abbiamo imparato ad affidarli a Gesù e abbiamo cercato sempre di fare del nostro meglio.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Il miglior alleato di voi sposi

Cari sposi, il Vangelo di oggi mette un dito profondo nelle nostre piaghe! Difatti c’è qualcuno o qualcosa che non riesci ancora a perdonare? Probabilmente sì e sappiamo bene quanto ci faccia soffrire questo, è un limite umano che pesa sulla nostra coscienza.

In questo senso, la prima lettura serve da eccellente antipasto per il Vangelo. Ma perché il peccato di Adamo ed Eva è stato così tremendo al punto da propagarsi di generazione in generazione fino ai giorni nostri? Il motivo risiede che, in un certo senso, si è trattato di un peccato contro lo Spirito Santo. Essi avevano così a portata di mano l’amore di Dio per loro due ma, ciò nonostante, alla prima prova e tentazione hanno dimostrato sfiducia verso il Creatore.

Sullo stesso piano, nel vangelo di oggi troviamo un’assurdità analoga. Gesù faceva cose straordinarie e alla vista di tutti: ridare ai vista ai ciechi, far camminare storpi dalla nascita, riportare in vita morti, moltiplicare il pane per migliaia di persone… questo bene oggettivo ha suscitato l’entusiasmo e ha acceso la speranza in migliaia di persone!

Eppure, c’è chi in questo quadro meraviglioso è andato a cercare la macchiolina nera. Ma che dico? Ha proprio voluto pensare il peggio di Gesù: è un indemoniato! Il Signore poteva incenerire all’istante quelle persone; invece, ha voluto rispondere loro con una pacatezza e dominio di sé ammirevoli. L’ha fatto per noi, perché questa lezione ci servisse da esempio.

Noi che spesso possiamo percorrere la medesima strada del non vedere il bene reale, evidente che c’è nell’altro ma soffermarci e addirittura inchiodarci nei pregiudizi e in elucubrazioni assurde. Come sapete, il matrimonio può essere nullo, cioè inesistente dal punto di vista sacramentale, ma solo se vengono accertate certe cause, dette tecnicamente i “capi di nullità”, che vanificano il consenso. D’altra parte, il matrimonio può di fatto svanire, benché canonicamente valido, qualora si uccida l’’amore coniugale.

Proprio qui volevo arrivare. Questo uccidere l’amore coniugale è analogo al bestemmiare lo Spirito Santo. Come si può dir di no consapevolmente a un dono di Dio, chiudersi alle Sue luci, turarsi gli orecchi alle ispirazioni dello Spirito, così si può voler mettere fine a una relazione coniugale lasciandola morir di fame, trascurandola, evitando ogni sforzo, impegnandosi il meno possibile.

Invece, l’amore è una decisione, l’amore è la volontà di donarsi e su questa base umana scende lo Spirito che rende il cuore nuovo nei coniugi ed eleva il loro amore facendolo partecipare dell’Amore di Cristo per la Chiesa. Questa è la meravigliosa realtà del matrimonio cristiano!

Cari sposi, due giorni fa abbiamo celebrato la Solennità del Sacro Cuore di Gesù. Una festa che ci ricorda che il vostro cuore di sposi è, per la grazia nuziale, sempre in collegamento con il Suo. Apritegli sempre la porta e siate generosi nel voler accogliere i suoi inviti ad amare alla Dio.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca è stato molto chiaro e anche molto duro nel suo commento. Ha pienamente ragione. Qualcuno crede che sposarsi in chiesa sia scenograficamente ed emotivamente bello ma che poi Dio non c’entri molto nella vita di tutti i giorni. Altri credono che sposandosi in chiesa possa avvenire un miracolo e come per magia la loro relazione sarà messa al riparo da problemi e divisioni perché c’è Dio che ci pensa. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. Dio c’è e fa miracoli ma si aspetta che noi facciamo la nostra piccola parte. Che ci mettiamo i nostri cinque pani di volontà e due pesci di perseveranza. Solo allora Lui può moltiplicare il nostro amore

Per acquistare il nostro libro clicca qui

L’Eucarestia spiega il Matrimonio (e viceversa)

Cari sposi, c’è una pedagogia liturgica nel fatto che dopo la Pentecoste si susseguono tre solennità quali la Santissima Trinità, il Corpus Domini e il Sacro Cuore di Gesù. In effetti, la contemplazione del Mistero dei misteri, per cui Dio è Uno in Tre Persone ci sarebbe così lontano se Gesù non avesse istituito l’Eucarestia.

Difatti, Grazie all’Eucaristia noi possiamo unirci perfettamente al Signore. L’Eucaristia rinnova ed accresce quella comunione con Cristo iniziata nel battesimo affinché Cristo viva in noi e noi in Lui viviamo. Come insegna san Tommaso D’Aquino: «L’effetto proprio dell’Eucaristia è la trasformazione dell’uomo in Cristo» (Commento alla IV Sent. d. 12, q.2, a. 1).

Ma come comprendiamo questa unione? Basta stare “vicini vicini” a Gesù? Oppure “mangiando” Dio per intero? Queste ed altre domande sono più che lecite per comprendere come il Corpo di Cristo si fa una sola cosa con noi nella Comunione. È la teologia dei Padri della Chiesa, specie quelli di provenienza da Antiochia di Siria, che ha volutamente e consapevolmente utilizzato la realtà del matrimonio umano per spiegare come avviene l’unione con Dio.

Così, per Cirillo di Gerusalemme (313-386), Cristo nutre la Chiesa sposa con il suo corpo: “Cristo ha dato ai figli della sua camera nuziale il godimento del suo corpo e del suo sangue” (Cfr. PG 33, 1100). Prosegue nella stessa direzione Teodoto di Ancira (V sec.): “Mangiando le membra dello Sposo e bevendo il suo sangue, noi compiamo una unione sponsale” (In Canticum Canticorum, lib. II, cap. 3, 11: PG 81, 118).

Un altro autore posteriore, il teologo bizantino Nicola Cabasilas (1322-1397), ci presenta assai bene come avviene tale unione nella Messa: “Sono queste le nozze tanto lodate nelle quali lo Sposo Santissimo conduce in sposa la Chiesa come una vergine fidanzata. Qui il Cristo nutre il coro che lo circonda e per questo, solo fra tutti i misteri, siamo carne della sua carne e ossa delle sue ossa”. Ed ancora: “Le nozze (umane) non possono unire gli sposi a tal punto da vivere l’uno nell’altro, come è di Cristo e della Chiesa” (La vita in Cristo, pp. 215.216 e anche 69; ed in genere pp. 212-222).

Addirittura, un passaggio della liturgia eucaristica, secondo il rito etiopico, si spinge ancora oltre: “Chi ha mai visto uno Sposo tagliare il proprio corpo nel giorno delle nozze per essere nutrimento in eterno? Nel giorno delle sue nozze il Figlio di Dio ha offerto ai convitati il suo corpo santo e il suo sangue prezioso perché ne mangiasse e avesse la vita chiunque crede in lui. Il cibo e la bevanda è il nostro Signore Gesù Cristo nel giorno delle sue nozze” (L’Ordinario e quattro anafore della messa etiopica, Roma 1969, p. 11).

Così, l’unione sponsale è un’ottima analogia e simbolo reale di quanto avviene realmente nel Sacrificio Eucaristico e di come tramite il Corpo di Cristo siamo partecipi della vita Trinitaria. Un grande teologo e mistico, formatosi alla scuola di San Bernardo, Guglielmo de Saint Thierry (1075-1148), commentando non a caso il Cantico dei Cantici, scriveva: “Nell’Eucaristia la Chiesa diventa con Cristo un solo Spirito, non solo perché lo Spirito realizza questa unità e vi predispone lo spirito dell’uomo, ma perché questa unità è lo Spirito Santo stesso. Questa unità si produce infatti quando colui che è l’amore del Padre e del Figlio, la loro unità, la loro soavità, il loro bene, il loro bacio, il loro abbraccio, diventa a suo modo, per l’uomo nei confronti di Dio, ciò che in virtù dell’unione sostanziale è per il Figlio nei confronti del Padre e per il Padre nei confronti del Figlio” (Sources Chrétiennes n. 223).

Per concludere, cari sposi, tramite queste brevi testimonianze di fratelli nella fede si mette in chiaro come l’Eucarestia per voi è davvero la più alta coesione a cui potete tendere. Unirvi in Colui che è l’Amore vi renderà sempre più in comunione e concordia. Se le difficoltà e le pesantezze della vita tendono da un lato a dividervi e a indebolire il vostro legame, non temete e non perdetevi d’animo ma ricorrete sempre a Gesù Eucarestia, il Corpo dato per Amore, e abbiate la certezza che Lui in un modo a volte misterioso sta già operando affinché il vostro matrimonio Gli sia conforme e somigliante.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena raccontato padre Luca è frutto di millenni di teologia, di riflessioni e di confronto tra le menti più colte della nostra Chiesa. Eppure per noi sposi esiste un modo molto pratico e semplice per comprendere l’Eucaristia. Per comprendere la comunione d’Amore con il nostro Dio che si è fatto corpo. Un corpo donato per intero e senza alcuna riserva. Possiamo comprendere l’Eucaristia vivendo nella verità l’intimità con nostra moglie o nostro marito. In un gesto in cui ci diamo totalmente e accogliamo l’altro in tutto, e lo facciamo per amore e attraverso il corpo. Se è vero che possiamo comprendere l’Eucaristia attraverso l’intimità sponsale, è altrettanto vero che l’Eucaristia ci insegna come vivere il nostro amplesso: nel dono totale d’Amore fino ad essere uno con l’altro. Ed è bellissimo sentire di essere uno. È il vero piacere.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

La Trinità addosso

Cari sposi, alla fine del tempo di Pasqua, se ci guardiamo indietro abbiamo fatto un lungo cammino iniziato dalla Quaresima ed è culminato nella Pentecoste. Adesso, grazie allo Spirito, possiamo conoscere le intimità di Dio e scopriamo che Egli è una Comunione di amore tra il Padre e il Figlio; l’Amore che li unisce è appunto lo Spirito.

Nel Vangelo Gesù nomina per la prima volta la Trinità e chiede agli apostoli di battezzare. In italiano un sinonimo di “battezzare” è “immergere”, se risaliamo all’etimologia greca del termine. Ciò significa che, dal momento che riceviamo il primo sacramento, la Trinità è addosso a noi o, meglio, noi siamo entrati pienamente in comunione con il Mistero di Dio. Siamo dentro alla Trinità più di quanto possiamo essere immersi in una piscina.

Poi, come già tante volte su questo blog avrete letto, il matrimonio non fa che specificare e precisare il dono battesimale. Questo, per voi sposi, comporta che “la coppia/famiglia rappresenta l’analogia più alta del mistero ineffabile di Dio-Trinità-di-Amore” (C. Rocchetta, Teologia della famiglia, p. 154).

Ora faccio appello soprattutto alle coppie che avvertono un peso nella loro relazione, che sperimentano la fatica del vivere assieme e sono tentate di perdere l’entusiasmo di essere sposi in Cristo. A quelle coppie che, leggendo frasi del genere, solo si demoralizzano. Ci viene in aiuto Papa Benedetto quando, proprio nella Giornata mondiale delle famiglie, disse: “Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò»” (Benedetto, Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 3 giugno 2012).

Mi soffermo sul fatto che l’essere la migliore immagine della Trinità resta comunque una “chiamata”, cioè che il Signore non pretende tutto subito ma pazientemente, dal giorno delle vostre nozze, vi chiama ed esorta costantemente, come disse Giovanni Paolo II: “Famiglia, diventa ciò che sei” (Familiaris consortio 16). Cioè, “famiglia/coppia sii comunione e scambio di doni”.

Perciò, oggi, solennità della Santissima Trinità, oltre a ricordarvi chi siete per la Chiesa – suo “riflesso vivente” (Amoris laetitia 11) – il Signore vi sta nuovamente incoraggiando a non mollare nella ricerca di una piena comunione di vita, di un sempre maggior scambio di beni a tutti i livelli tra voi, tale da far splendere la Divina somiglianza che portate addosso.

Quanto fa bene – non dubitatene mai – di vedere una coppia, pur con i suoi limiti, che si sforza per camminare in quella direzione, che cerca di crescere, anche a distanza di anni dalle nozze, nell’amore vicendevole! È una testimonianza che davvero fa splendere in bellezza e autenticità tutta la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. È perché l’Uno è nell’Altro e, insieme allo Spirito Santo, sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione, il che significa che abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare nel mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Babele vs Pentecoste

Cari sposi, siamo giunti alla fine di questa cinquantina di giorni dalla Pasqua in cui abbiamo goduto della grazia di Cristo Risorto in mezzo a noi ed ora esultiamo per essere resi partecipi del suo stesso Spirito.

La Pentecoste è una solennità molto importante per voi sposi perché su di voi lo Spirito è perennemente effuso per la grazia del sacramento nuziale. È perciò importante che siate familiarizzati con Lui, che diventiate Suoi amici intimi.

Negli Atti degli Apostoli il racconto della Pentecoste fa eco di un altro evento, certamente simbolico, ma il cui significato sotteso è tremendamente reale: la torre di Babele. Lasciamo a Papa Benedetto di spiegarcelo: “La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? È la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio” (Omelia, 28 maggio 2012).

In quale Babele vivono oggi tante coppie! Cioè, quante vogliono costruire l’edificio del proprio amore senza Dio! L’esito lo sappiamo bene, la torre crolla e di conseguenza quell’amore che pretendeva letteralmente toccare il Cielo con un dito si sfalda fino alle fondamenta. La celebrazione delle nozze nelle diocesi italiane diminuisce ogni dieci anni di circa il 50 %. Nel 2050 si sposerà una coppia all’anno in ogni tre parrocchie della nostra penisola.

Invece, chi ha avuto in dono lo Spirito e lo lascia agire nella propria relazione ha un dono straordinario, quello di andare nella direzione opposta di Babele che è esattamente quanto avviene nella Pentecoste: nel Cenacolo gli apostoli vivono una profondissima comunione pur rimanendo distinti nelle loro peculiarità. Esattamente ciò che lo Spirito vorrebbe operare in voi sposi.

Lo Spirito conosce ogni linguaggio”, recita l’antifona di oggi. Quindi lo Spirito sa come parlare a ciascuno di noi, nella sua distinta condizione di vita, sociale o intellettuale. Lo Spirito sa benissimo come farsi capire e con lui voi sposi potete trovare quell’intesa profonda che i cittadini di Babele si illudevano di raggiungere con le proprie forze.

Lo Spirito è il dono reciproco tra il Padre e il Figlio; pertanto, Lui proviene dal cuore stesso della Trinità. Dice san Paolo dice che lo Spirito ci fa conoscere l’intimo di Dio (cfr. 1 Cor 2,11). Quanto anelate voi sposi a conoscervi nel profondo, ad avere un accesso e un luogo privilegiato nell’animo del vostro coniuge! Ebbene, senza lo Spirito questo non è possibile ma con Lui, invocato consapevolmente ogni giorno, potete fare la differenza.

E questo perché Gesù nel Vangelo ha detto che lo Spirito è Colui che ci porterà alla verità completa. Chi di noi può pensare di comprendere sé stesso? Diceva Pascal: “l’uomo è infinitamente al di là dell’uomo e che, senza il soccorso della fede, sarebbe incomprensibile a sé stesso” (Pensieri, 122). Figuriamoci di comprendere appieno il coniuge!

Ecco allora che lo Spirito permette questa piena conoscenza reciproca, in tutti i sensi, perché solo lo Spirito: “che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 13).

Cari sposi, esultate profondamente oggi per poter convivere stabilmente con lo Spirito e che questa solennità vi sproni continuamente a stringere con lo Spirito un’amicizia sempre più profonda.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo è il dono che ci permette a nostra volta di donarci. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella di mia moglie. Due lingue diverse, incomprensibili l’una all’altra. A volte ci chiudiamo, entrambi più concentrati sul voler essere compresi piuttosto che di voler capire l’altro. Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore. Come fa? Ci aiuta a decentrare lo sguardo da noi alla persona amata. Solo così una relazione sponsale può durare tutta la vita.

Per acquistare il nostro libro clicca qui

Destinazione Paradiso

Cari sposi, al di là della canzone ormai trentennale evocata dal titolo, non so quanti di voi da fidanzati avete inciso su alberi o lasciato in giro scritte che parlavano di amore eterno, di per sempre io e te… personalmente, sbirciare qua e là questi chicchi di Cielo, mi consola perché conferma l’anelito del cuore umano a qualcosa che non può accontentarsi dell’ordinario.

Oggi celebriamo una delle solennità più belle della nostra fede: Gesù ci precede nella nostra vera Casa e lo fa per unicamente per prepararla a puntino per il nostro arrivo.

Un confratello della mia comunità da mesi sta seguendo i lavori di ripristino di una casa per ferie in montagna nella quale siamo soliti trascorrere alcuni giorni assieme. Periodicamente ci ha aggiornato con tanto di foto sui progressi delle migliorie e non vi dico la gioia di vedere che la casa per agosto sarà pronta ad accoglierci!

Gesù, in cambio, si anticipa in Cielo, alla destra di suo Padre, per poterci dare una magnifica accoglienza ma che non avrà mai fine.

Che senso ha l’Ascensione per voi sposi? Per voi dire casa significa molto in termini di cura, spese, tempo investito… Prima di parlare di Cielo, cioè del punto di arrivo, ritorniamo al principio, al fatto che voi sposi siete assieme non solo per una scelta umana, per una decisione che ha avuto un tempo e un luogo ben precisi. Se andate agli inizi della vostra relazione, vi accorgete che il vostro amore nuziale è una vera e propria con-vocazione. Banalmente si usa dire: “Tizio e Caia sono convolati a nozze”, quando in realtà Dio vi ha con-vocato a nozze. Cioè vi chiama a formare una sola carne in Lui, come dice Giovanni Paolo II: “la famiglia dei battezzati, convocata quale chiesa domestica dalla Parola e dal Sacramento” (Familiaris consortio 38).

Quindi Gesù, assecondando il vostro amore ed entrando in esso, vi ha chiamati ad essere la sua Sposa nel matrimonio. Ma dove vuole portarvi? Questa chiamata a 2 dove conduce? È sempre Papa Wojtyła a rispondere: “il matrimonio fra due battezzati è il simbolo reale dell’unione di Cristo con la Chiesa, una unione non temporanea o «ad esperimento», ma eternamente fedele” (Familiaris consortio 80). Ecco che il Magistero non teme di accostare matrimonio a eternità, a Cielo.

Bypasso qui il grande tema del matrimonio nella vita eterna, sappiamo che il vincolo nuziale è una grazia per la vita presente ma che deve aiutarvi ad arrivare assieme al Cielo, alla Mèta, alla Casa. Il vostro amore è stato non solo benedetto da Dio quel giorno davanti all’altare ma è stato consacrato dallo Spirito Santo. Ma che dico? È stato “assunto” da Cristo (Gaudium et spes 48), cioè Lui l’ha voluto fare suo, ha voluto abitarci, analogamente a come ha assunto la carne umana.

Per tutto questo, allora, come non esser certi che Gesù vuole portare con sé in Cielo il vostro amore? Nella Messa di oggi, durante il prefazio, il sacerdote pronuncia queste parole: “Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio dell’Ascensione).

Voi sposi siete una sola carne, abitata dalla Presenza di Cristo! Allora Lui anela a rendervi partecipi della sua gioia eterna. Quindi, la solennità odierna vi ricorda che quella chiamata ad unirvi in matrimonio è destinata, oltre che ad amarvi pienamente in questa vita, ad amarvi per sempre in Cristo.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena detto padre Luca non è subito comprensibile. Almeno per noi, non lo è stato. È troppo sentirsi dire che Cristo abita la nostra relazione e che il nostro amore è stato assunto da Gesù. Che siamo suoi, cioè consacrati a Lui. È troppo. Quello che non si può comprendere in modo astratto diventa però molto chiaro quando se ne fa esperienza. Nel matrimonio non siamo diventati perfetti. Ma è proprio nel sentirci amati dall’altro nelle nostre imperfezioni che sentiamo di essere amati sempre e senza meritarlo, esattamente al modo di Gesù. Buona solennità dell’ascensione.

Per acquistare il nostro libro clicca qui