La Sapienza che proviene dall’Eucarestia

Cari sposi, un mio confratello sacerdote, tempo fa, era riuscito a organizzare nella sua parrocchia incontro con P. Ermes Ronchi, celebre predicatore e autore di numerosi testi di spiritualità. L’evento era andato molto bene, con una buona partecipazione di persone e tante domande alla fine. Al termine di tutto, una signora poi si avvicinò al mio confratello e gli disse: “Bello, ma nel fondo ha detto tutte cose che sapevo già…”.

Un fatto che pare banale ma che cela una tendenza tipica del nostro tempo: ridurre la nostra fede in Cristo in una serie di verità e conoscenze più che in una relazione con una Persona Viva.

In effetti oggi le Scritture sono tutte allineate da un concetto: la saggezza/sapienza. Cosicché ci pare ovvio che dobbiamo essere persone sensate, che fanno le cose bene, in modo prudente e non avventato, che sanno prevedere il futuro, che si comportano senza eccessi. Se questa fosse la sapienza cristiana, cosa c’è di diverso rispetto a quella buddista o induista, o cinese…? E’ chiaro che Cristo non ha voluto lasciarsi solo un’etica o delle norme molto belle.

Ma al contrario il Vangelo sembra cozzare frontalmente con la prima e seconda lettura perché di saggio Gesù non ha proprio nulla. Alla fine del lungo discorso sul pane arriva al dunque: “io sono il pane di vita, dunque, mangiatemi!”. Ditemi: cosa ha di saggio questa frase?

E gli effetti si sono visti: imbarazzo, sguardi confusi, mormorazioni… chissà che scompiglio in quella sinagoga! Gesù aveva appena firmato il suo fallimento come insigne predicatore. Quindi da lì in poi, non più applausi scroscianti, non più bagni di folla, addio a moltitudini in delirio per toccarlo. Eppure, in quel discorso sul Pane di vita è contenuta la Vera Saggezza e Sapienza, che solo può scendere dal Cielo e non certo venire dagli uomini. Solo a Dio poteva venire in mente di trasformare il suo Corpo in pane perché diventasse il nostro alimento vitale.

Così, anche voi sposi, non potete comprendervi senza fare riferimento costante a Gesù Pane di Vita, Corpo donato per Amore. In Lui è insita la vera sapienza che nessuna Enciclopedia o facoltà universitaria può darvi.

 Mi piace riportare un estratto di una condivisione che un marito ha fatto di una sua situazione di malattia. Si comprende chiaramente come lo Spirito lo stia educando ad un altro modo di guardare alla salute e di conseguenza a tutta la propria vita:

San Paolo dice: «quando sono debole è allora che sono forte». Parole difficili da comprendere ma in questo tempo di malattia le sto vivendo in modo particolare. La parola di oggi è debolezza. Sentirsi deboli e impotenti. Deboli, vulnerabili. In questo momento mi sento così debole e vulnerabile. Mi rendo conto di quanto noi umani siamo fragili e mi chiedo se questo è un dono che Dio ci ha fatto nel crearci. L’uomo non può bastare a sé stesso. Ha bisogno della debolezza della fragilità per relazionarsi per poter farsi amare. E così in questa mia debolezza godo della bellezza degli affetti che mi circondano che mi piace chiamarli «carezze di Dio»”.

Cari sposi, vi invito a cercare nell’Eucarestia la vera sapienza, quella luce che può illuminare pienamente ogni ambito e situazione della vostra vita di coppia.

ANTONIO E LUISA

La nostra fede è così. Sicuramente è importante conoscere, formarsi, ascoltare predicatori e teologi ma non può bastare. Lo dico da sposo. L’amore di Cristo non si può imparare dai libri. L’amore di Cristo è fatto di relazione, di presenza, di prossimità e di comunione. Per questo l’Eucarestia è il centro di tutto. Vale lo stesso nel matrimonio. Possiamo fare corsi, leggere libri, ascoltare testimonianze di chi ha anni di matrimonio alle spalle, ma poi non basta. Il matrimonio, come la fede, è fatto di relazione. Il matrimonio si conosce facendone esperienza. Non è la stessa cosa leggere in un libro che il matrimonio è fatto di un amore incondizionato e gratuito e farne davvero esperienza. Ciò che mi riempie il cuore non è la conoscenza ma è l’esperienza. L’esperienza di tutte le volte che Luisa mi ha accolto nelle mie povertà e miserie. Le volte che mi ha amato e basta, che lo meritassi o meno.

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Un Viatico domestico

Cari sposi, in questi giorni di vacanza in montagna con la mia comunità religiosa nello spesso mi trovo a fare lunghe passeggiate in alta quota. Oltre agli scarponi è importante avere con sé l’acqua e il cibo necessari.

Già la prima lettura ci svela il senso dell’Eucarestia che verrà offerto da Gesù nel Vangelo: “Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Il cammino qui simboleggia la stessa vita di voi sposi, una strada lunga e impervia, pieno di colpi di scena e fatiche; per tutto ciò avete realmente bisogno di un alimento che vi rafforzi costantemente e sia all’altezza dello sforzo da compiere.

Nel Vangelo Gesù svela quale sia il cammino e in modo particolare la mèta da raggiungere; infatti, Egli indica il Cielo come l’obiettivo vero e proprio della vita e il Suo Corpo come l’alimento necessario per arrivarvi. Da qui che la Chiesa ha denominato “Viatico” l’Eucarestia, come appunto quel cibo che consente di giungere ad incontrare il Signore.

Voi sposi ricevete questo dono come tutti i credenti ma avete una caratteristica in più. Voi stessi siete Viatico, perché su di voi si staglia l’immagine eucaristica in quanto siete anche voi un corpo donato per amore. Difatti, se Gesù parla della sua “carne data perché il mondo abbia la vita”, l’Eucarestia, questo è altrettanto vero per voi che vivete il dono di voi stessi, in anima e corpo, tutti i giorni. Ma è questo dono che genera vita, nel senso che il mondo, tutti noi, abbiamo bisogno di vedere che l’amore vero esiste, che non è un illusione vaga o un sogno destinato a fallire dopo qualche anno.

Gesù conosce bene quanto sia fragile quella “carne” che vi donate ma è Lui che l’ha voluta abitare per primo nell’Incarnazione e vi ha donato l’Eucarestia perché continuiate a donarvi ogni giorno. E donandovi tra voi realmente diate vita al mondo.

Cari sposi, solo in Cielo capirete appieno la grandezza della vostra vocazione, quella di essere un prolungamento in terra dell’amore eucaristico di Cristo ma già da adesso potete gustare i frutti della missione che Lui vi ha affidato.

ANTONIO E LUISA

Per completare quanto già scritto da padre Luca, vi raccontiamo una nostra abitudine. Solitamente partecipiamo alla Santa Messa insieme. Una volta comunicati, torniamo al nostro posto e ci prendiamo per mano. Questo gesto semplice ma profondo ci fa sentire più forti e più uniti tra di noi, perché in noi c’è Gesù, che ci guida e ci protegge. Perché tra di noi, nella nostra relazione, c’è Gesù, che è il fondamento e il perno della nostra unione. È un gesto che ci fa sentire parte di una storia più grande, dove non siamo soli, ma il nostro Dio è con noi, illuminando il nostro percorso e rafforzando il legame che ci tiene uniti.

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Cose dell’altro mondo

Cari sposi, tempo fa lessi un’intervista a un’attrice di contenuti “per adulti”; il giornalista le stava domandando a proposito della sua vita personale ed è così che si è arrivati al tema religione. Se da un lato aveva ammirazione per alcune idee del Cristianesimo, dall’altra si era mostrata fermamente convinta dell’assurdità del matrimonio: pensare di rinchiudere l’amore in un rapporto tra uomo e donna era da lei percepito come assolutamente contrario al “buon senso” …

Ma in fondo, un po’ di ragione ce l’ha, perché voi sposi siete portatori di cose e beni dell’Altro Mondo. Ora vediamo come la Parola odierna va proprio in linea con questa affermazione.

La prima lettura contiene in nuce quello che diviene palese nel Vangelo. Giustamente i poveri ebrei nel deserto, una volta che hanno seminato gli Egiziani e sono riusciti a passare il Mar Rosso, finite le scorte per resistere nei primi giorni di viaggio, si sono chiesti: “e adesso che facciamo qua nel bel mezzo del deserto? Come facciamo a sopravvivere?”. Ancora una volta il buon senso sembra avere la meglio su quello che il Signore aveva operato fino a quel momento.

Proprio a quel fatto si rifà Gesù nel lungo discorso pronunciato nella sinagoga di Cafarnao e che solo Giovanni ci ha riportato. Alcuni esegeti hanno fatto notare giustamente che Gesù ha preparato con cura quelle sue parole, facendole precedere da gesti che, ad attenti osservatori, avrebbero spalancato le porte della fede.

Infatti, Gesù il giorno prima ha moltiplicato i pani e i pesci, quindi, ha dimostrato di avere un potere totale sulle cose materiali; la stessa notte Gesù cammina sulle acque, e così rivela di poter fare ciò che vuole con il suo corpo, sfidando anche le leggi della gravità. E solo a quel punto Gesù può dire con verità che ci avrebbe donato il suo Corpo, trasformandolo in nuova Manna che scende dal Cielo e annunciando per la prima volta la meravigliosa realtà dell’Eucarestia.

Sappiamo come andò a finire quel discorso: un tremendo flop comunicativo che fece allontanare la maggior parte dei suoi ammiratori. Di nuovo il “buon senso” non sembra essere dalla parte di Gesù…

Attenzione però, perché il vostro amore sponsale, consacrato da Cristo, è contenuto anch’esso in quell’annuncio eucaristico ed è soggetto della medesima reazione degli astanti. È come se Gesù avesse detto che il vostro amore è disceso dal cielo per dare vita al mondo. È un dono dell’Altro Mondo che – sebbene abbia un fondamento naturale – sfida ogni logica razionale.

Ebbene sì, solo a Dio poteva venire in mente di elevare, di santificare, di innalzare a una tale dignità un rapporto umano spesso così fragile e volubile. Ed è perciò solo con Cristo che l’amore sponsale, iniziato con sogni e grandi aspirazioni di amarsi per sempre, può davvero diventare realtà, sfidando persino il più bieco egoismo e cattiveria.

Cosa c’è di più irrazionale di un Dio che si fa Ostia e rimane “rinchiuso” in un tabernacolo, nella solitudine di tante chiese? E non è forse altrettanto non comprensibile che un uomo e una donna, così diversi tra loro pretendano di amarsi come Cristo ha amato la Chiesa…?

Cari sposi, per grazia di Dio è così, siete portatori di beni dell’Altro Mondo e potreste non capire nemmeno voi stessi, immersi nel mainstream di amori liquidi. Ma non temete perché, se da un lato quel discorso di Gesù a Cafarnao lasciò la sinagoga mezza vuota, dall’altro ha svelato la più bella verità e cioè che Gesù nell’Eucarestia è il Dio-con-noi fino alla fine dei tempi. Proprio come Egli agisce nel vostro amore nuziale e vuole rendersi presente tramite voi.

ANTONIO E LUISA

Il segreto sta nel riconoscersi affamati e poveri. Tanti matrimoni falliscono, non perché gli sposi siano stati peggiori di noi, anzi, tutt’altro. Facilmente, visto come siamo partiti, la maggior parte è partita meglio di noi, più attrezzata e pronta.  Ma poi? Non hanno lasciato spazio a Dio. Troppo pieni e sicuri di sé. Spesso quando le cose vanno bene, si monta in superbia. Si crede di essere i soli artefici della propria felicità e del proprio matrimonio. Si lascia sempre meno spazio a Dio, perché non serve. Le scelte, la vita di tutti i giorni, il parlare e la coscienza inizieranno ad essere orfane di Dio, anche se la coppia magari va a Messa la domenica. Poi arriva la crisi e  crollano, perché non si è capaci di aprirsi alla Grazia, il cuore è troppo pieno di sè, del loro modo di pensare e di agire e Dio non può aiutarli.

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Gesù opera nelle mancanze

Cari sposi, oggi Cristo, ancora una volta, lancia ai dodici una domanda che appare subito senza dubbio retorica e di primo acchito sembra piuttosto voler mettere in difficoltà gli apostoli.

Essi oramai conoscevano bene Gesù sotto un profilo umano ed avevano avuto prova delle sue doti di organizzatore. Vedi per esempio i dettagli con cui Gesù cura la prima missione porta a porta dei discepoli (bisaccia, bastone, cintura…); oppure la preparazione minuziosa dell’Ultima Cena. In quel frangente, cosa gli sarebbe costato di far avvisare prima le persone di portarsi con sé un pranzo al sacco, in vista della lunga giornata assieme?

Ma se non lo ha fatto, è perché voleva che quell’omissione fosse l’occasione per testare la fede degli apostoli.

Analogamente, oso dire che il Signore si comporta ugualmente nel permettere certe mancanze che amareggiano la vita di tante coppie. Già, perché per Gesù i difetti umani e spirituali nel matrimonio possono essere realmente rampe di lancio verso una crescita ed una maturazione sotto tutti i punti di vista. Non è un’affermazione sentimentale o ingenua. Difatti, è chiaro e palese che oggi sempre più sono in aumento sposi che, sebbene siano cronologicamente adulti, devono ancora fare i conti e trascinare pesanti zavorre, legate alla propria famiglia di origine, traumi educativi, disagi adolescenziali o giovanili, dipendenze, fragilità psicologiche, ecc. ecc.

Sovente queste povertà sono di scandalo per gli stessi coniugi, li fanno soffrire indicibilmente e li inducono a pensare che sia meglio porre termine una buona volta alla relazione. Forse ciò costituisce una mentalità più secondo la risposta di Simon Pietro sulla sproporzione tra i pani/pesci e la moltitudine. E se poi gli sposi hanno assaporato la grandezza della loro vocazione o esercitano una qualche responsabilità ecclesiale, la tentazione si fa maggiormente sottile e perniciosa: “Non siamo degni di questo cammino…. Diamo solo scandalo…”.

Fa riflettere l’esempio di quel ragazzo che ha palesato di possedere in bisaccia cinque pani e due pesci. Magari si sarà subito reso conto che lì non tutti si erano procurati delle scorte per la giornata e quindi sarebbe stato meglio tagliare la corda se voleva pranzare in santa pace. Invece il suo farsi avanti è segno di grande apertura e sta a significare la voglia di fidarsi di Gesù e mettersi in gioco con tutto sé stesso.

Tale esempio mi ricorda quella determinazione che ho visto in parecchie coppie nel non arrendersi davanti ai propri problemi, a non mollare quando i tentativi falliti bruciano e pesano sul cuore, nemmeno a non giudicare la propria relazione e la propria storia solo sul buon senso o sulla logica razionale ma di lanciarsi nelle mani del Signore usando tutto i mezzi umani e spirituali che si hanno a disposizione.

Che strano! Sembra che quel giorno Gesù stia mendicando la nostra povertà… quasi che Egli sia interessato per l’appunto alle nostre pochezze più che ai punti di forza. È così che opera Gesù, partendo dalle nostre penurie e mancanze. È un chiaro segno che il matrimonio è un dono uscito dal Suo Cuore e non un semplice patto tra un uomo e una donna.

Cari sposi, se volete vedere ripetersi questa pagina del Vangelo nella vostra vita nuziale, Gesù vi chiede due atteggiamenti. Da una parte la fiducia e l’abbandono in Lui. Egli vi conosce meglio di chiunque altro e perciò solo seguendo il Buon Pastore potrete arrivare a una sempre maggior pienezza di relazione tra voi. Dall’altra, non deve mancare lo sforzo di dare tutto, di non trattenere nulla, di provarle tutte umanamente parlando perché il Signore faccia il resto.

ANTONIO E LUISA

Uno dei nostri punti di forza come coppia è stato proprio la consapevolezza della nostra povertà. Tanti dicono di ammirarci per quello che viviamo e raccontiamo. Spero passi anche però la nostra povertà. Ho conosciuto Luisa che ero un ragazzo pieno di paure e di complessi. Mi rifugiavo nella pornografia e non ero capace di vedermi bello e prezioso. Luisa altrettanto si rifugiava nello spiritualismo e in una fede disincarnata. Abbiamo cominciato un percorso di fede e di guarigione che ci ha condotto, attraverso le nostre fragilità umane, a fare esperienza dell’amore misericordioso e incondizionato di Dio. Ci siamo accolti ed amati senza porre condizioni o giudizi, senza bisogno di nascondere i nostri difetti e le nostre paure l’uno all’altra. E questo ha trasformato la nostra povertà in una relazione meravigliosa di guarigione e di crescita. Benedetta imperfezione!

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L’amore nuziale non va in vacanza

Cari sposi, è un vangelo davvero “estivo” questo. Pare che Gesù abbia tutte le intenzioni di farsi le sue meritatissime ferie con gli apostoli. Ma rimaniamo delusi perché, fatti pacchi e fagotti in vista di qualche giorno di riposo, il viaggio è bruscamente interrotto da un imprevisto: una folla numerosa attende Gesù e quindi niente, cari apostoli, si ritorna a sgobbare… spero almeno che a nessuno di voi il proprio capo abbia mai chiamato mentre eravate sotto l’ombrellone in infradito…

Ma il punto è: davvero Gesù era ignaro di ciò che sarebbe accaduto? Veramente l’hanno colto di sorpresa? Non è che, come è suo fare, ogni dettaglio era accuratamente progettato? Perché se è così, allora tutto cambia. Ci stava anche la lezione di saper reagire virtuosamente davanti agli eventi non previsti – chiamasi resilienza – ma il Maestro non intendeva quello.

Piuttosto oggi, Rabbì Gesù ha in mente molto di meglio. E non sta dicendo il Signore di non riposare, altrimenti non esisterebbe neanche la domenica, fissata chiaramente sin dalla Genesi. Anzi, il riposo è un dovere morale, non un optional per Dio.

Un ulteriore dettaglio che aggrava la situazione è che gli apostoli erano appena arrivati dalla prima loro missione, di andare di casa in casa a predicare. È quindi per l’appunto a causa della loro stanchezza che Gesù propone uno stacco.

Dove ci vuole portare Cristo architettando una fallita gita fuori porta? È chiaro: c’è una missione che non va mai in vacanza ed è il servizio, la donazione di sé stessi, il dare la vita. Gesù desidera che il nostro cuore arda di amore come il suo e cerchi sempre come servire, come spendersi, come fare il bene.

Al centro di tutto il Vangelo, come del resto anche della Prima lettura e del salmo, c’è lo slancio che Cristo sperimenta nel suo cuore verso quella grande folla. Il verbo greco è “splanchnizomai” che significa “essere commosso nelle viscere, essere commosso con compassione, provare compassione”. Il corrispettivo ebraico a cui tale vocabolo fa riferimento è “rahamim” che fa riferimento al seno materno. Come una mamma sente profondamente su di sé quanto accade al figlio, anche solo per il fatto di averlo portato fisicamente nel proprio ventre, così, analogamente, il Signore prova un intenso attaccamento istintivo a quel Popolo al quale desidera donare la sua Vita.

Questa è la lezione magistrale che Gesù, fingendo un’evenienza contraria, imparte agli apostoli: abbiate un cuore come il mio! E li mette nelle circostanze per viverlo. Vi è forse un senso nuziale in tutto ciò? Chiaramente sì. Si potrebbe dire tanto su questo punto ma semplicemente è bello ricordare come voi sposi possedete un grande dono, quello di vivere in pienezza l’amore allo stile di Cristo.

 Amoris laetitia, citando a sua volta Familiaris consortio (13), lo esprime molto bene: “Lo Spirito, che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amato. L’amore coniugale raggiunge quella pienezza a cui è interiormente ordinato, la carità coniugale” (120). Quindi i coniugi, in forza del sacramento, hanno il dono, cioè la possibilità, – che dipende sempre dalla propria generosità e libertà di risposta – di amare e servire come Gesù ci ha dimostrato. Ben si proietta questo vangelo in tantissime circostanze che già sicuramente vivete. Forse quella folla assomiglia ai vostri bimbi piccoli, così esigenti e intensi; oppure ai genitori anziani; o magari alle famiglie di origine con cui non si è in buoni rapporti; forse all’ambiente lavorativo, talora così snervante.

I casi concreti potrebbero diventare numerosissimi, ma quello che conta per Gesù è il come li si vive. Talvolta lo facciamo di contraggenio, con uno spirito rassegnato e stoico. Invece, Gesù vi ha donato un cuore nuovo dal giorno del vostro matrimonio e proprio ad esso oggi sta facendo appello. Perciò se vi capita di trovarvi in condizioni simili a questa scampagnata mal riuscita, sappiate che dietro c’è sempre Lui, che vi sta permettendo di esercitarvi nell’amore nuziale, capace di amare come Cristo ama.

Antonio e Luisa

Credo di comprendere ciò che vuole dirci padre Luca. Io sono sempre stato un pigro. Quando abitavo da solo prima di sposarmi ricordo che una volta finito il lavoro tornavo a casa e passavo ore sul letto o sul divano a fare niente se non riposarmi guardando distrattamente la TV. Eppure quel dolce far niente mi lasciava un senso di frustrazione e di mancanza di senso. Una volta sposato, e ancor di più con l’arrivo di 4 figli in 6 anni, non ho più avuto molto tempo per oziare. Eppure sono felice e realizzato perché spendersi e consumarsi per amore non è un peso che mi schiaccia, ma al contrario dà senso a tutto e rende la vita più leggera anche se più faticosa e caotica.

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Missionari “domestici”

Cari sposi, oggi il Vangelo è particolarmente calzante per voi sposi. Difatti, il Signore vi sta inviando in coppia ad evangelizzare. Cosa dovete fare di particolare? Dove andare? Come organizzarsi? Gesù dà due indicazioni generali: da una parte il fatto di non portarsi dietro certe cose rimandando all’ordinarietà, quindi, al fatto che voi sposi evangelizzate nella vita di tutti i giorni e non allontanandovi da essa; dall’altra vi invita ad entrare nelle case e con ciò fa riferimento allo stringere relazioni e amicizie con chi vi sta intorno.

Facendo un parallelo con il sacerdote, Papa Benedetto XVI diceva che compito del pastore, nelle celebrazioni liturgiche, non è tanto quello di impressionare, di far cose speciali, di mettersi in mostra con gesti strani ma di far emergere Cristo, di far sì che Gesù possa esprimersi senza ostacoli.

Così, anche per voi vale lo stesso principio: nella misura in cui vivete un rapporto in coppia con Gesù, è chiaro che questo messaggio passerà, volente o nolente, a chi vi vede e si interfaccia con voi. Questo è il succo della missione sponsale, essere diffusori di amore con la vita quotidiana. Scordatevi di imitare un Padre Livio con il suo monumentale lavoro tramite Radio Maria o un don Luigi Maria Epicoco con le sue bellissime conferenze. Ci possono essere chiamate speciali che una coppia riceve per evangelizzare in un certo modo, ma il criterio per discernere se si è in linea con la propria vocazione nuziale è se si vive la missione in coppia – e quindi non da lui o lei da sola – e se questa passa dall’ordinarietà e non vi aliena da essa. In definitiva, la vostra “Africa” è la vita di tutti i giorni, santificata dalla Presenza di Cristo che vi abita.

È sempre illuminante ricordare una frase di San Benedetto, che abbiamo festeggiato pochi giorni fa. Egli diceva ai suoi monaci di “nulla anteporre a Cristo”. Ciò significa che, chi vede me, deve intuire e assaporare qualcosa di Cristo: la sua pazienza, benignità, mansuetudine, chiarezza, autorevolezza…

Gesù manda gli apostoli nelle case affinché in un contesto di vicinanza, di fiducia e confidenza possa scaturire il dono di aver conosciuto Lui. Parimenti voi sposi, usate casa vostra per creare questo spazio di incontro con Cristo. Gesù dicendo ciò è, ben consapevole dell’efficacia della casa per poter accendere la fede in chi vi abita e in chi la visita.

Una testimonianza che porto nel cuore è quella di tante coppie che hanno reso la propria casa un faro di luce tramite le Cellule familiari di evangelizzazione. Ho visto con i miei occhi come il solo fatto che una coppia apra le porte ad altri e le renda partecipi della propria vita di fede, con grande semplicità, è stata la miccia di conversioni e veri incontri personali con il Signore.

Cari sposi, Gesù oggi vi manda in missione. Non dovete fare migliaia di chilometri oltre l’uscio ma anzitutto vivere con Lui nella coppia ed accogliere altri per condividere questo dono meraviglioso.

ANTONIO E LUISA

Ci sono delle volte che ci dimentichiamo quello che ci ha ricordato padre Luca. Siamo presi dal fare. Chi si dà da fare in parrocchia, chi all’oratorio, chi nei centri ascolto, chi nel volontariato, chi nell’evangelizzazione ecc. Spesso però ci dimentichiamo che il primo nostro ministero è essere. Essere sposi e mostrare un amore non certo senza imperfezioni ed errori ma fedele e perseverante. Va bene fare ma non dimentichiamoci di essere. Non dimentichiamo di custodire la profezia del nostro amore: mostrare Dio al mondo!

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Le trappole dell’incredulità

Cari sposi, c’era una volta un paesino chiamato “Frittole”, una leggendaria borgata toscana a cui approdarono Mario (Massimo Troisi) e Saverio (Roberto Benigni), nel film “Non ci resta che piangere”, e nel quale i pochi abitanti erano divisi da lotte faziose.

Scherzi a parte, Nazareth non doveva essere molto dissimile. Difatti, gli archeologi sono del parere che ammontasse a circa 200 persone o poco più. Gesù, come sappiamo, vi si era insediato dopo pochi giorni dalla nascita e fino a quel momento in poi vi aveva trascorso circa 30 anni. Chi non si conosceva a Nazareth? Gesù, essendo probabilmente l’unico falegname/muratore a disposizione, aveva visto sfilare davanti alla sua bottega praticamente tutti.

Ma Nazareth è anche il crocevia di due eventi contrastanti, un paesino in cui si è mescolato il fatto che ha sconvolto la storia – l’Incarnazione del Verbo -, con la vita nascosta di Cristo. La più bella Notizia, cioè che il Verbo si è fatto carne ed abita con noi, rimasta tuttavia muta e inosservata. Perciò, i suoi abitanti, eccetto chiaramente Maria, giusto alle apparenze si erano abituati. E su Gesù abbonda l’ovvietà e la scontatezza: il suo mestiere, le sue parentele, il suo indirizzo… Ma Gesù è solo questo? Sappiamo ben di no.

Una parola attraversa diagonalmente le letture di oggi: profeta. Chi è il profeta se non colui che vede oltre, che guarda più in profondità la realtà delle cose? In fin dei conti, il profeta vede il mondo come lo guarda il Signore, cioè dall’Alto ma anche dal più profondo, nell’intimo. Ragion per cui la profezia è incompatibile con uno sguardo orizzontale e razionale.

È notevole constatare come, la prima eresia sorta contro il cristianesimo e comparsa già mentre vivevano gli apostoli, non pretendeva affatto negare la divinità di Cristo, bensì – pare strano – occultare e nascondere per l’appunto l’umanità di Gesù. Era più scandaloso un Dio che pativa la debolezza e la limitatezza umana, – proprio come pensavano i nazzareni – che un Uomo ricolmo di Divinità.

Ed eccoci a voi, cari sposi. Nelle vostre famiglie e nelle vostre case potreste cadere nella stessa trappola di incredulità, come ce la presenta il Vangelo. Parimenti voi coniugi occultate qualcosa di divino ma sotto sembianze comuni. Papa Francesco dieci anni fa affermò una verità impressionante, molto attinente al Vangelo odierno:

L’immagine di Dio è la coppia matrimoniale, è l’uomo e la donna, tutti e due, non soltanto il maschio, l’uomo, non soltanto la donna, no: tutti e due. E questa è l’immagine di Dio, e l’amore, l’alleanza di Dio con noi è lì, è rappresentata in quell’alleanza fra l’uomo e la donna” (Udienza 2 aprile 2014).

Chi vi vede, e soprattutto chi vi conosce bene, cosa potrebbe dire di voi? Sicuramente gran parte di questo sarebbe simile alle risposte dei nazzareni: sposi da “x” anni, 1 o 2 figli, bravi, simpatici… e poi verrebbero gli inevitabili “ma” … Gesù, che vi conosce meglio di chiunque altro, e vi ha costituiti come coppia a Sua Immagine, non si rassegna al ritratto che il mondo può dipingere di voi – o alle vostre proiezioni personali – ma anzi, vi ricorda costantemente la vostra origine e il vostro destino. “Famiglia, diventa ciò che sei!” ha ripetuto più volte San Giovanni Paolo II.

Dinanzi a questo panorama, allora, a chi credete? Al mondo che vi banalizza e vi equipara a qualsiasi altra unione, o a Colui che vi ha costituiti in tale immagine e somiglianza? Non vi sconforti l’esser sovente rifiutati, derisi, isolati per il dono che vi è stato fatto. Piuttosto il Vangelo di oggi sia lo stimolo a credere a Gesù, che ha avuto così tanta fiducia in voi da consegnarvi un così grande Dono.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca ci provoca e ci incoraggia con le sue parole. Come? Proprio noi siamo immagine di Cristo? Noi che litighiamo? Noi che sbagliamo? Noi che come tutti siamo soggetti alle debolezze umane? Noi che a volte ci sentiamo anche meno di tante coppie? Si proprio noi, proprio voi. Perchè essere immagine di Gesù non significa essere perfetti ma significa amare come ama Gesù. Significa mettere da parte l’orgoglio e fare il primo passo. Significa non mettere sulla bilancia quanto si ottiene in cambio, significa non perdere mai lo sguardo benedicente sull’altro. Significa rilanciare sempre nella certezza che l’amore è l’unica scelta vincente.

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Guarigione permanente

Cari sposi, sarà perché vengo da una famiglia di medici ma fin da piccolo mi è sembrato così naturale pensare a Gesù come il medico che ci cura dai nostri mali. Lo dice chiaramente S. Agostino: “è medico divino, il quale perciò, pur essendo Dio, si fece uomo affinché l’uomo si riconoscesse uomo. È una medicina molto efficace” (Discorso 77, 7, 11).

Questo brano evangelico rientra nella prima parte dell’esposizione di Marco in cui egli ci fa capire come Gesù non opera solo guarigioni, ma addirittura è in grado di supera l’ostacolo più insormontabile: la morte. Nel testo troviamo due donne che vivono, ognuna a modo loro, un’esperienza di lontananza da Dio che potrebbe portare alla morte, in entrambi in casi attinente all’impurità. Nel primo caso per un ciclo che non finiva più, una sorta di ipermenorrea, nell’altro per l’arrivo inaspettato della morte.

La figlia di Giàiro ha dodici anni, non è una bambina ma per quei tempi una neomaggiorenne, pronta matrimonio e in quanto della famiglia del capo della sinagoga, simboleggia il popolo d’Israele. Ahimè è morta giusto nel fiore degli anni e questo significa l’infecondità del popolo eletto se non riconosce il proprio Messia ma vive unicamente una fede fatta di riti, regole e norme moralistiche.

L’emorroissa, invece, a causa delle fuoriuscite di sangue, soffre la lontananza obbligata che le imponeva la Legge (cfr. Lv 15,19-24). Entrambi i personaggi, in fin dei conti, non possono servire il Signore né entrare nel tempio, men che meno entrare in relazione con gli altri. Malattia, solitudine, peccato… morte.

Cosa cambia tutto? Un semplice tocco. Quanti problemi vorremmo noi risolvere con un semplice tocco… ma ci è il più delle volte impossibile. Per Gesù non è così. Nella sua onnipotenza gli basta questo semplice gesto per concedere una grazia.

Perché è così? Spiega S. Tommaso d’Aquino che l’umanità e corporeità di Cristo è lo strumento che il Verbo divino utilizza per comunicarci la grazia. È in definitiva la logica dei sacramenti, in cui la Grazia passa dalla sensibilità umana. Un grande teologo del secolo scorso Yves Congar (1904-1995) scriveva: “Egli è sacramento della salvezza, perché ciò che porta è riconciliazione attraverso il suo sangue, alleanza nuova e definitiva, filiazione divina nella grazia, speranza della gloria, caparra della nostra eredità di figli, unione intima con Dio, unità di tutti i figli di Dio in un solo popolo e in un solo corpo” (Un popolo messianico, Brescia 1976, p. 28).

Per tutto questo Gesù è il primo e principale sacramento, da Lui, dalla sua umanità vi giunge la grazia che salva. Ma è bellissimo scoprire che, se Cristo è il primo sacramento, anche voi in quanto sposi, siete il sacramento antico, il sacramento già presente fin dalla Genesi. Così, voi nel matrimonio siete stati rivestiti di Grazia, avete consegnato al Signore il vostro amore e non vi appartenete più in modo esclusivo.

Ma è ben chiaro che il peccato e la “morte” che da esso proviene può ancora toccare la vostra vita e fare disastri. Che fare allora? Gesù oggi ci insegna che lo Sposo vive in voi e non vi fa mai mancare il calore della Sua presenza. C’è un “luogo” che Gesù deve toccare e guarire ma questo dipende da noi: il cuore. È la nostra storia più profonda, la nostra intimità, il nostro passato, le nostre zone d’ombra. Lasciatevi toccare fino in fondo da Cristo e sappiamo che questo può davvero fare la differenza e farvi vivere da risorti.

ANTONIO E LUISA

L’emorroissa sono tante coppie di sposi. Tante coppie che stanno perdendo la vita. La relazione sta morendo. Relazione abitata dalla sofferenza, dal peccato, dalla incapacità di farsi dono o di accettare il dono. Relazioni che non danno gioia, ma che sono difficili. Tutti intorno magari vi dicono di mollare. Vi dicono che non ne vale la pena. Avete provato in tanti modi, tanti medici e tante soluzioni, ma niente. Non ne venite fuori. Cosa può fare la differenza in questi casi?

L’emorroissa si è salvata per due motivi. Per la sua determinazione e per la sua fede. Solo questo può salvare un matrimonio che sembra morto, che da tanti anni continua a sanguinare. Bisogna trovare la forza di perseverare. Forza che viene dalla convinzione che da quella relazione dipende la mia santità e la mia salvezza. Abbandonare significa smettere di lottare per l’unica cosa che conta: l’amore. L’unica cosa che ci porteremo come ricchezza nella vita eterna.

Questa lotta non sarebbe però possibile senza la speranza di poter vincere. Speranza che può nascere solo dalla fede. Fede in una persona, in Gesù. Fede nell’amore di Gesù che lui stesso ci ha donato e che mai smetterà di donarci. Fede che ci permette di sentirci deboli, impotenti e fragili e nel contempo sicuri di poter contare su una forza dirompente che non viene da noi. Questo ci salverà. 

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Posso guidare io?

Cari sposi, una volta, quando ero cappellano in parrocchia, mi è toccato di organizzare il classico campo estivo con le medie in montagna. Come da programma, un pomeriggio usciamo in comitiva per fare una passeggiata e giochi giù al fiume. Sulle Alpi, si sa, il tempo cambia in fretta e quella che sembrava un innocente cumolo di “panna montata” di lì a poco ha scaricato su di noi un tonante acquazzone. Per me non faceva una grinza: con quel caldo ci voleva una sana rinfrescata ma arrivati in albergo ecco la sfilza di messaggini di mamme inferocite che “come era possibile portare fuori i ragazzi con quel tempo lì”; che ero “un incosciente”, “un imprudente”, ecc ecc…

Oggi Gesù permette che gli apostoli vivano una situazione che ai giorni nostri sarebbe bollata di suicidio premeditato. Difatti ordina ai 12 di iniziare la traversata nientemeno che di notte, quando non esistevano torce o navigatori e il lago di Galilea era tristemente noto per le sue correnti mortali. Detto fatto, il peggio si avvera e quella barca di circa 8 metri con a bordo 13 persone, senza salvagenti o giubbini gonfiabili, si ritrova sballottata dalle onde, nel buio più pesto. Roba da film dell’orrore!

La cosa più difficile da accettare però è che in realtà, da parte di Gesù, era tutto freddamente calcolato! A parte che era stanco morto per il ritmo incalzante delle sue giornate per cui appena ha trovato un posto per dormire, è piombato nel sonno più profondo. Tuttavia, il Signore, ancora una volta, ha voluto portare gli apostoli al limite per saggiare di che qualità e consistenza era la relazione instaurata con Lui: comodità? Convenienza? Opportunismo? O piuttosto fede? A tal fine, non pone loro domande scontate del tipo “chi dite che io sia?” ma acconsente lo scontro con una realtà che avrebbe messo in luce il fondo della loro anima.

E fu così che stavolta neanche Pietro l’ha spuntata con una delle sue genialate. Tutti bocciati perché ciascuno si è lasciato prendere dal terrore pur avendo a poppa l’Onnipotente. La domanda di Gesù, appena “sveglio”, è per tutti noi una vera e propria provocazione: “non avete ancora fede?”. Certo, gli apostoli non leggevano ancora il Credo niceno o non avevano imparato a memoria il Catechismo. E allora, a che fede si sta riferendo?

È chiaro, dal contesto della vicenda, che Gesù sta pungolando i suoi per la mancata fiducia e abbandono, per lasciarsi guidare da ragionamenti umani e smettere di fidarsi. Cristo ha dato una lezione unica, che gli apostoli non si saranno mai più scordati per il resto della loro vita, che la fede consiste nell’accettare la Signoria di Dio sulla nostra vita arrendendoci dinanzi al naufragio delle nostre povere sicurezze.

Come c’è una fede personale, così c’è anche una fede di coppia, una fede condivisa tra sposi e Gesù oggi vi sta sfidando a farne uso davanti alle provocazioni che la vita vi lancia ogni giorno: mutuo, malattie, disoccupazione, figli, debiti, calunnie, delusioni, divisioni, e un largo eccetera sono tutti contenuti in quella tempesta notturna che scuote fino all’osso la barca della vostra coppia.

Che altri appigli vuole darvi il Signore se non la certezza che vi abita permanentemente con la Grazia del sacramento e perciò vi sta chiedendo di fidarvi di Lui, di lasciarGli il vostro timone? Cari sposi, oggi Cristo vi ricorda che il dono della fede consiste in una relazione interpersonale e perciò le prove che Lui permette possono diventare occasioni perché vi uniate maggiormente tra voi e con Lui.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca la sa lunga. Ha colto nel segno. Noi abbiamo bisogno di certezze. Abbiamo bisogno di illuderci di poter aver tutto sotto controllo. Ma questa non è una relazione con Gesù ma è usare Gesù come talismano. Non funziona poi quando le prove arrivano. Poco tempo fa ci ha contattato una mamma disperata per una questione familiare molto delicata. E tra le altre cose non si capacitava del motivo per cui quella sofferenza fosse toccata proprio a lei che aveva vissuto nella fede e aveva cresciuto i figli in un certo modo. Capite che così non funziona? Solo la relazione salva. Il talismano si disintegra alla prova della realtà. Come non pensare a Chiara Corbella che, riflettendo su Davide il suo secondogenito salito al cielo dopo pochi minuti di vita, scrisse questo pensiero:

Chi è Davide?
Un piccolo che ha ricevuto in dono da Dio un ruolo tanto grande… quello di abbattere i grandi Golia che sono dentro di noi: abbattere il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui, ci ha dimostrato che lui cresceva ed era così perché Dio aveva bisogno di lui così; ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio che fosse per noi, perché lui era solo per Dio; ha abbattuto il desiderio di chi pretendeva che fosse il figlio della consolazione, colui che ci avrebbe fatto dimenticare il dolore di Maria Grazia Letizia (per loro non era stata la figlia da consolare ma uno straordinario dono d’amore); ha abbattuto la fiducia nella statistica di chi diceva che avevamo le stesse probabilità di chiunque altro di avere un figlio sano; ha smascherato la fede magica di chi crede di conoscere Dio e poi gli chiede di fare il dispensatore di cioccolatini; ha dimostrato che Dio i miracoli li fa, man non con le nostre logiche limitate, perché Dio è qualcosa di più dei nostri desideri; ha abbattuto l’idea di quelli che non cercano in Dio la salvezza dell’anima, ma solo quella del corpo; di tutti quelli che chiedono a Dio una vita felice e semplice che non assomiglia affatto alla via della croce che ci ha lasciato Gesù.

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Un terreno già fecondato

Cari sposi, nel pieno dell’epoca dei Lumi una parte di scienziati si chiedeva come nascesse concretamente la vita. Imperava allora la teoria della generazione spontanea delle forme viventi elementari, tesi che durò fino oltre la metà del 1800 quando Louis Pasteur, celebre chimico, scoprì che invece esse si dovevano piuttosto attribuire a fattori esterni quali l’acqua, l’ossigeno e la temperatura. Oggi sappiamo bene che lo sviluppo di un seme è dovuto alla formazione di sostanze provenienti dai processi metabolici avvenuti al suo interno e che essi si possono innescare anche a distanza di anni.

Per tutto ciò, capiamo quanto è stata geniale la trovata di Gesù di utilizzare tale immagine per spiegarci in cosa consista il Regno di Dio. Ecco perché il Signore, giustamente, menziona che la crescita avviene quando nemmeno il seminatore se l’immagina.

Ora è chiaro che questa analogia tra Regno e seme si può ben traslare al matrimonio. Perché in effetti nelle nozze viene concessa una grazia, Gesù deposita in voi un seme che altro non è che la sua Presenza. Ricordatevi di quel bellissimo passaggio di Amoris Laetitia: “Il sacramento non è una «cosa» o una «forza», perché in realtà Cristo stesso «viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Egli rimane con loro, dà loro la forza di seguirlo prendendo su di sé la propria croce, di rialzarsi dopo le loro cadute, di perdonarsi vicendevolmente, di portare gli uni i pesi degli altri»” (Amoris Laetitia 73).

Così, il Vangelo di oggi ha una forza consolante e motivante, davvero unica per tutti voi sposi, sia che viviate momenti di entusiasmo nella relazione come anche di fatica. Colgo infatti almeno due grandi lezioni per voi coniugi.

Anzitutto, Gesù sta affermando chiaro e tondo che la piccolezza, nel Vangelo, non è mai un problema. Quindi qualora vi scontraste con i vostri limiti e fragilità, vizi o debolezze, questo non può mai essere motivo di scoraggiamento. Chiunque può, anzi, è chiamato a tendere alla santità a partire da dove si trova, dalle situazioni concrete in cui vive. Quello che sì conta tantissimo per Gesù è la crescita, cioè il mettersi in cammino, il non restare fermi dove si è adesso ma con Lui provarci e riprovarci ogni giorno. Per cui, parafrasando la metamorfosi del seme di senape, essere sposi significa mettersi sempre in cammino e vivere sempre in rinnovamento.

Inoltre, sebbene gli uditori di Gesù all’epoca non lo potessero ancora sapere, il corrispondente di ciò che rende il seme capace di tramutarsi in piante, oltre ad essere i suddetti enzimi, è in voi sposi anzitutto la Grazia, l’azione silente dello Spirito Santo.

Come fare quindi per crescere in coppia nella propria vocazione? Anzitutto dando alla Grazia le condizioni ottimali per fare il suo dovere. Quelle che per il seme equivalgono all’acqua, al calore e alla terra smossa. Per voi sono dunque la preghiera in coppia, l’Eucarestia, la confessione, la direzione spirituale, un apostolato vissuto assieme… mezzi infallibili che vi consentiranno di essere spettatori delle meraviglie della Grazia in voi.

Cari sposi, il Seminatore vi ha reso un terreno già fecondo, questa è la bella notizia. L’importante è che ne siate consapevoli e collaboriate con Lui per portare moto frutto.

ANTONIO E LUISA

Non ci sentiamo di aggiungere nulla alla riflessione di padre Luca. Vogliamo invece sottolineare un passaggio che ci ha toccato particolarmente. Noi siamo naturalmente predisposti (non so voi) a flagellarci per i nostri limiti. A considerarci sempre un po’ meno degli altri. Soprattutto come genitori ci sentiamo spesso una frana, Padre Luca ci consola. Il limite non è un problema per Gesù. Diventa un problema quando le nostre fragilità ci impediscono di camminare e di crescere. Questo l’abbiamo imparato in 22 anni di matrimonio. Ogni giorno abbiamo fatto i conti con i nostri limiti ma abbiamo imparato ad affidarli a Gesù e abbiamo cercato sempre di fare del nostro meglio.

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Il miglior alleato di voi sposi

Cari sposi, il Vangelo di oggi mette un dito profondo nelle nostre piaghe! Difatti c’è qualcuno o qualcosa che non riesci ancora a perdonare? Probabilmente sì e sappiamo bene quanto ci faccia soffrire questo, è un limite umano che pesa sulla nostra coscienza.

In questo senso, la prima lettura serve da eccellente antipasto per il Vangelo. Ma perché il peccato di Adamo ed Eva è stato così tremendo al punto da propagarsi di generazione in generazione fino ai giorni nostri? Il motivo risiede che, in un certo senso, si è trattato di un peccato contro lo Spirito Santo. Essi avevano così a portata di mano l’amore di Dio per loro due ma, ciò nonostante, alla prima prova e tentazione hanno dimostrato sfiducia verso il Creatore.

Sullo stesso piano, nel vangelo di oggi troviamo un’assurdità analoga. Gesù faceva cose straordinarie e alla vista di tutti: ridare ai vista ai ciechi, far camminare storpi dalla nascita, riportare in vita morti, moltiplicare il pane per migliaia di persone… questo bene oggettivo ha suscitato l’entusiasmo e ha acceso la speranza in migliaia di persone!

Eppure, c’è chi in questo quadro meraviglioso è andato a cercare la macchiolina nera. Ma che dico? Ha proprio voluto pensare il peggio di Gesù: è un indemoniato! Il Signore poteva incenerire all’istante quelle persone; invece, ha voluto rispondere loro con una pacatezza e dominio di sé ammirevoli. L’ha fatto per noi, perché questa lezione ci servisse da esempio.

Noi che spesso possiamo percorrere la medesima strada del non vedere il bene reale, evidente che c’è nell’altro ma soffermarci e addirittura inchiodarci nei pregiudizi e in elucubrazioni assurde. Come sapete, il matrimonio può essere nullo, cioè inesistente dal punto di vista sacramentale, ma solo se vengono accertate certe cause, dette tecnicamente i “capi di nullità”, che vanificano il consenso. D’altra parte, il matrimonio può di fatto svanire, benché canonicamente valido, qualora si uccida l’’amore coniugale.

Proprio qui volevo arrivare. Questo uccidere l’amore coniugale è analogo al bestemmiare lo Spirito Santo. Come si può dir di no consapevolmente a un dono di Dio, chiudersi alle Sue luci, turarsi gli orecchi alle ispirazioni dello Spirito, così si può voler mettere fine a una relazione coniugale lasciandola morir di fame, trascurandola, evitando ogni sforzo, impegnandosi il meno possibile.

Invece, l’amore è una decisione, l’amore è la volontà di donarsi e su questa base umana scende lo Spirito che rende il cuore nuovo nei coniugi ed eleva il loro amore facendolo partecipare dell’Amore di Cristo per la Chiesa. Questa è la meravigliosa realtà del matrimonio cristiano!

Cari sposi, due giorni fa abbiamo celebrato la Solennità del Sacro Cuore di Gesù. Una festa che ci ricorda che il vostro cuore di sposi è, per la grazia nuziale, sempre in collegamento con il Suo. Apritegli sempre la porta e siate generosi nel voler accogliere i suoi inviti ad amare alla Dio.

ANTONIO E LUISA

Padre Luca è stato molto chiaro e anche molto duro nel suo commento. Ha pienamente ragione. Qualcuno crede che sposarsi in chiesa sia scenograficamente ed emotivamente bello ma che poi Dio non c’entri molto nella vita di tutti i giorni. Altri credono che sposandosi in chiesa possa avvenire un miracolo e come per magia la loro relazione sarà messa al riparo da problemi e divisioni perché c’è Dio che ci pensa. Entrambi questi atteggiamenti sono sbagliati. Dio c’è e fa miracoli ma si aspetta che noi facciamo la nostra piccola parte. Che ci mettiamo i nostri cinque pani di volontà e due pesci di perseveranza. Solo allora Lui può moltiplicare il nostro amore

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L’Eucarestia spiega il Matrimonio (e viceversa)

Cari sposi, c’è una pedagogia liturgica nel fatto che dopo la Pentecoste si susseguono tre solennità quali la Santissima Trinità, il Corpus Domini e il Sacro Cuore di Gesù. In effetti, la contemplazione del Mistero dei misteri, per cui Dio è Uno in Tre Persone ci sarebbe così lontano se Gesù non avesse istituito l’Eucarestia.

Difatti, Grazie all’Eucaristia noi possiamo unirci perfettamente al Signore. L’Eucaristia rinnova ed accresce quella comunione con Cristo iniziata nel battesimo affinché Cristo viva in noi e noi in Lui viviamo. Come insegna san Tommaso D’Aquino: «L’effetto proprio dell’Eucaristia è la trasformazione dell’uomo in Cristo» (Commento alla IV Sent. d. 12, q.2, a. 1).

Ma come comprendiamo questa unione? Basta stare “vicini vicini” a Gesù? Oppure “mangiando” Dio per intero? Queste ed altre domande sono più che lecite per comprendere come il Corpo di Cristo si fa una sola cosa con noi nella Comunione. È la teologia dei Padri della Chiesa, specie quelli di provenienza da Antiochia di Siria, che ha volutamente e consapevolmente utilizzato la realtà del matrimonio umano per spiegare come avviene l’unione con Dio.

Così, per Cirillo di Gerusalemme (313-386), Cristo nutre la Chiesa sposa con il suo corpo: “Cristo ha dato ai figli della sua camera nuziale il godimento del suo corpo e del suo sangue” (Cfr. PG 33, 1100). Prosegue nella stessa direzione Teodoto di Ancira (V sec.): “Mangiando le membra dello Sposo e bevendo il suo sangue, noi compiamo una unione sponsale” (In Canticum Canticorum, lib. II, cap. 3, 11: PG 81, 118).

Un altro autore posteriore, il teologo bizantino Nicola Cabasilas (1322-1397), ci presenta assai bene come avviene tale unione nella Messa: “Sono queste le nozze tanto lodate nelle quali lo Sposo Santissimo conduce in sposa la Chiesa come una vergine fidanzata. Qui il Cristo nutre il coro che lo circonda e per questo, solo fra tutti i misteri, siamo carne della sua carne e ossa delle sue ossa”. Ed ancora: “Le nozze (umane) non possono unire gli sposi a tal punto da vivere l’uno nell’altro, come è di Cristo e della Chiesa” (La vita in Cristo, pp. 215.216 e anche 69; ed in genere pp. 212-222).

Addirittura, un passaggio della liturgia eucaristica, secondo il rito etiopico, si spinge ancora oltre: “Chi ha mai visto uno Sposo tagliare il proprio corpo nel giorno delle nozze per essere nutrimento in eterno? Nel giorno delle sue nozze il Figlio di Dio ha offerto ai convitati il suo corpo santo e il suo sangue prezioso perché ne mangiasse e avesse la vita chiunque crede in lui. Il cibo e la bevanda è il nostro Signore Gesù Cristo nel giorno delle sue nozze” (L’Ordinario e quattro anafore della messa etiopica, Roma 1969, p. 11).

Così, l’unione sponsale è un’ottima analogia e simbolo reale di quanto avviene realmente nel Sacrificio Eucaristico e di come tramite il Corpo di Cristo siamo partecipi della vita Trinitaria. Un grande teologo e mistico, formatosi alla scuola di San Bernardo, Guglielmo de Saint Thierry (1075-1148), commentando non a caso il Cantico dei Cantici, scriveva: “Nell’Eucaristia la Chiesa diventa con Cristo un solo Spirito, non solo perché lo Spirito realizza questa unità e vi predispone lo spirito dell’uomo, ma perché questa unità è lo Spirito Santo stesso. Questa unità si produce infatti quando colui che è l’amore del Padre e del Figlio, la loro unità, la loro soavità, il loro bene, il loro bacio, il loro abbraccio, diventa a suo modo, per l’uomo nei confronti di Dio, ciò che in virtù dell’unione sostanziale è per il Figlio nei confronti del Padre e per il Padre nei confronti del Figlio” (Sources Chrétiennes n. 223).

Per concludere, cari sposi, tramite queste brevi testimonianze di fratelli nella fede si mette in chiaro come l’Eucarestia per voi è davvero la più alta coesione a cui potete tendere. Unirvi in Colui che è l’Amore vi renderà sempre più in comunione e concordia. Se le difficoltà e le pesantezze della vita tendono da un lato a dividervi e a indebolire il vostro legame, non temete e non perdetevi d’animo ma ricorrete sempre a Gesù Eucarestia, il Corpo dato per Amore, e abbiate la certezza che Lui in un modo a volte misterioso sta già operando affinché il vostro matrimonio Gli sia conforme e somigliante.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena raccontato padre Luca è frutto di millenni di teologia, di riflessioni e di confronto tra le menti più colte della nostra Chiesa. Eppure per noi sposi esiste un modo molto pratico e semplice per comprendere l’Eucaristia. Per comprendere la comunione d’Amore con il nostro Dio che si è fatto corpo. Un corpo donato per intero e senza alcuna riserva. Possiamo comprendere l’Eucaristia vivendo nella verità l’intimità con nostra moglie o nostro marito. In un gesto in cui ci diamo totalmente e accogliamo l’altro in tutto, e lo facciamo per amore e attraverso il corpo. Se è vero che possiamo comprendere l’Eucaristia attraverso l’intimità sponsale, è altrettanto vero che l’Eucaristia ci insegna come vivere il nostro amplesso: nel dono totale d’Amore fino ad essere uno con l’altro. Ed è bellissimo sentire di essere uno. È il vero piacere.

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La Trinità addosso

Cari sposi, alla fine del tempo di Pasqua, se ci guardiamo indietro abbiamo fatto un lungo cammino iniziato dalla Quaresima ed è culminato nella Pentecoste. Adesso, grazie allo Spirito, possiamo conoscere le intimità di Dio e scopriamo che Egli è una Comunione di amore tra il Padre e il Figlio; l’Amore che li unisce è appunto lo Spirito.

Nel Vangelo Gesù nomina per la prima volta la Trinità e chiede agli apostoli di battezzare. In italiano un sinonimo di “battezzare” è “immergere”, se risaliamo all’etimologia greca del termine. Ciò significa che, dal momento che riceviamo il primo sacramento, la Trinità è addosso a noi o, meglio, noi siamo entrati pienamente in comunione con il Mistero di Dio. Siamo dentro alla Trinità più di quanto possiamo essere immersi in una piscina.

Poi, come già tante volte su questo blog avrete letto, il matrimonio non fa che specificare e precisare il dono battesimale. Questo, per voi sposi, comporta che “la coppia/famiglia rappresenta l’analogia più alta del mistero ineffabile di Dio-Trinità-di-Amore” (C. Rocchetta, Teologia della famiglia, p. 154).

Ora faccio appello soprattutto alle coppie che avvertono un peso nella loro relazione, che sperimentano la fatica del vivere assieme e sono tentate di perdere l’entusiasmo di essere sposi in Cristo. A quelle coppie che, leggendo frasi del genere, solo si demoralizzano. Ci viene in aiuto Papa Benedetto quando, proprio nella Giornata mondiale delle famiglie, disse: “Chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna. In principio, infatti, «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò»” (Benedetto, Omelia del Santo Padre Benedetto XVI, 3 giugno 2012).

Mi soffermo sul fatto che l’essere la migliore immagine della Trinità resta comunque una “chiamata”, cioè che il Signore non pretende tutto subito ma pazientemente, dal giorno delle vostre nozze, vi chiama ed esorta costantemente, come disse Giovanni Paolo II: “Famiglia, diventa ciò che sei” (Familiaris consortio 16). Cioè, “famiglia/coppia sii comunione e scambio di doni”.

Perciò, oggi, solennità della Santissima Trinità, oltre a ricordarvi chi siete per la Chiesa – suo “riflesso vivente” (Amoris laetitia 11) – il Signore vi sta nuovamente incoraggiando a non mollare nella ricerca di una piena comunione di vita, di un sempre maggior scambio di beni a tutti i livelli tra voi, tale da far splendere la Divina somiglianza che portate addosso.

Quanto fa bene – non dubitatene mai – di vedere una coppia, pur con i suoi limiti, che si sforza per camminare in quella direzione, che cerca di crescere, anche a distanza di anni dalle nozze, nell’amore vicendevole! È una testimonianza che davvero fa splendere in bellezza e autenticità tutta la Chiesa.

ANTONIO E LUISA

Chi ha incontrato Gesù con il suo amore, ha fatto esperienza dell’amore del Padre. È perché l’Uno è nell’Altro e, insieme allo Spirito Santo, sono una comunione perfetta d’amore. Noi sposi abbiamo per sacramento lo Spirito Santo nella nostra relazione, il che significa che abbiamo un compito grande. Dovremmo instillare nel mondo che ci circonda il desiderio di incontrare Dio. Guardando noi dovrebbe nascere in chi ci osserva il desiderio di conoscere chi ci ha reso così. Lo puoi fare anche tu che stai leggendo! Anche se credi di essere una frana in tante cose. Tu che vai avanti nelle difficoltà ma non molli, tu che finisci per litigare ogni volta ma poi sei capace di chiedere scusa e di ricominciare, tu che sai perdonare, tu che riconosci la tua piccolezza e proprio per questo sei capace di rivolgerti a Dio. Insomma sei una frana ma una frana capace di raccontare l’amore. La Trinità è nella tua famiglia, non è meraviglioso?

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Babele vs Pentecoste

Cari sposi, siamo giunti alla fine di questa cinquantina di giorni dalla Pasqua in cui abbiamo goduto della grazia di Cristo Risorto in mezzo a noi ed ora esultiamo per essere resi partecipi del suo stesso Spirito.

La Pentecoste è una solennità molto importante per voi sposi perché su di voi lo Spirito è perennemente effuso per la grazia del sacramento nuziale. È perciò importante che siate familiarizzati con Lui, che diventiate Suoi amici intimi.

Negli Atti degli Apostoli il racconto della Pentecoste fa eco di un altro evento, certamente simbolico, ma il cui significato sotteso è tremendamente reale: la torre di Babele. Lasciamo a Papa Benedetto di spiegarcelo: “La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli, che abbiamo ascoltato nella prima lettura (cfr At 2,1-11), contiene sullo sfondo uno degli ultimi grandi affreschi che troviamo all’inizio dell’Antico Testamento: l’antica storia della costruzione della Torre di Babele (cfr Gen 11,1-9). Ma che cos’è Babele? È la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non dover fare più riferimento a un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio” (Omelia, 28 maggio 2012).

In quale Babele vivono oggi tante coppie! Cioè, quante vogliono costruire l’edificio del proprio amore senza Dio! L’esito lo sappiamo bene, la torre crolla e di conseguenza quell’amore che pretendeva letteralmente toccare il Cielo con un dito si sfalda fino alle fondamenta. La celebrazione delle nozze nelle diocesi italiane diminuisce ogni dieci anni di circa il 50 %. Nel 2050 si sposerà una coppia all’anno in ogni tre parrocchie della nostra penisola.

Invece, chi ha avuto in dono lo Spirito e lo lascia agire nella propria relazione ha un dono straordinario, quello di andare nella direzione opposta di Babele che è esattamente quanto avviene nella Pentecoste: nel Cenacolo gli apostoli vivono una profondissima comunione pur rimanendo distinti nelle loro peculiarità. Esattamente ciò che lo Spirito vorrebbe operare in voi sposi.

Lo Spirito conosce ogni linguaggio”, recita l’antifona di oggi. Quindi lo Spirito sa come parlare a ciascuno di noi, nella sua distinta condizione di vita, sociale o intellettuale. Lo Spirito sa benissimo come farsi capire e con lui voi sposi potete trovare quell’intesa profonda che i cittadini di Babele si illudevano di raggiungere con le proprie forze.

Lo Spirito è il dono reciproco tra il Padre e il Figlio; pertanto, Lui proviene dal cuore stesso della Trinità. Dice san Paolo dice che lo Spirito ci fa conoscere l’intimo di Dio (cfr. 1 Cor 2,11). Quanto anelate voi sposi a conoscervi nel profondo, ad avere un accesso e un luogo privilegiato nell’animo del vostro coniuge! Ebbene, senza lo Spirito questo non è possibile ma con Lui, invocato consapevolmente ogni giorno, potete fare la differenza.

E questo perché Gesù nel Vangelo ha detto che lo Spirito è Colui che ci porterà alla verità completa. Chi di noi può pensare di comprendere sé stesso? Diceva Pascal: “l’uomo è infinitamente al di là dell’uomo e che, senza il soccorso della fede, sarebbe incomprensibile a sé stesso” (Pensieri, 122). Figuriamoci di comprendere appieno il coniuge!

Ecco allora che lo Spirito permette questa piena conoscenza reciproca, in tutti i sensi, perché solo lo Spirito: “che il Signore effonde, dona il cuore nuovo e rende l’uomo e la donna capaci di amarsi, come Cristo ci ha amati” (Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio 13).

Cari sposi, esultate profondamente oggi per poter convivere stabilmente con lo Spirito e che questa solennità vi sproni continuamente a stringere con lo Spirito un’amicizia sempre più profonda.

ANTONIO E LUISA

Lo Spirito Santo è il dono che ci permette a nostra volta di donarci. Lo Spirito Santo prende le nostre lingue, la mia e quella di mia moglie. Due lingue diverse, incomprensibili l’una all’altra. A volte ci chiudiamo, entrambi più concentrati sul voler essere compresi piuttosto che di voler capire l’altro. Lo Spirito Santo prende queste nostre lingue e le trasforma nell’unica lingua universale, la lingua dell’amore. Come fa? Ci aiuta a decentrare lo sguardo da noi alla persona amata. Solo così una relazione sponsale può durare tutta la vita.

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Destinazione Paradiso

Cari sposi, al di là della canzone ormai trentennale evocata dal titolo, non so quanti di voi da fidanzati avete inciso su alberi o lasciato in giro scritte che parlavano di amore eterno, di per sempre io e te… personalmente, sbirciare qua e là questi chicchi di Cielo, mi consola perché conferma l’anelito del cuore umano a qualcosa che non può accontentarsi dell’ordinario.

Oggi celebriamo una delle solennità più belle della nostra fede: Gesù ci precede nella nostra vera Casa e lo fa per unicamente per prepararla a puntino per il nostro arrivo.

Un confratello della mia comunità da mesi sta seguendo i lavori di ripristino di una casa per ferie in montagna nella quale siamo soliti trascorrere alcuni giorni assieme. Periodicamente ci ha aggiornato con tanto di foto sui progressi delle migliorie e non vi dico la gioia di vedere che la casa per agosto sarà pronta ad accoglierci!

Gesù, in cambio, si anticipa in Cielo, alla destra di suo Padre, per poterci dare una magnifica accoglienza ma che non avrà mai fine.

Che senso ha l’Ascensione per voi sposi? Per voi dire casa significa molto in termini di cura, spese, tempo investito… Prima di parlare di Cielo, cioè del punto di arrivo, ritorniamo al principio, al fatto che voi sposi siete assieme non solo per una scelta umana, per una decisione che ha avuto un tempo e un luogo ben precisi. Se andate agli inizi della vostra relazione, vi accorgete che il vostro amore nuziale è una vera e propria con-vocazione. Banalmente si usa dire: “Tizio e Caia sono convolati a nozze”, quando in realtà Dio vi ha con-vocato a nozze. Cioè vi chiama a formare una sola carne in Lui, come dice Giovanni Paolo II: “la famiglia dei battezzati, convocata quale chiesa domestica dalla Parola e dal Sacramento” (Familiaris consortio 38).

Quindi Gesù, assecondando il vostro amore ed entrando in esso, vi ha chiamati ad essere la sua Sposa nel matrimonio. Ma dove vuole portarvi? Questa chiamata a 2 dove conduce? È sempre Papa Wojtyła a rispondere: “il matrimonio fra due battezzati è il simbolo reale dell’unione di Cristo con la Chiesa, una unione non temporanea o «ad esperimento», ma eternamente fedele” (Familiaris consortio 80). Ecco che il Magistero non teme di accostare matrimonio a eternità, a Cielo.

Bypasso qui il grande tema del matrimonio nella vita eterna, sappiamo che il vincolo nuziale è una grazia per la vita presente ma che deve aiutarvi ad arrivare assieme al Cielo, alla Mèta, alla Casa. Il vostro amore è stato non solo benedetto da Dio quel giorno davanti all’altare ma è stato consacrato dallo Spirito Santo. Ma che dico? È stato “assunto” da Cristo (Gaudium et spes 48), cioè Lui l’ha voluto fare suo, ha voluto abitarci, analogamente a come ha assunto la carne umana.

Per tutto questo, allora, come non esser certi che Gesù vuole portare con sé in Cielo il vostro amore? Nella Messa di oggi, durante il prefazio, il sacerdote pronuncia queste parole: “Mediatore tra Dio e gli uomini, giudice del mondo e Signore dell’universo, non si è separato dalla nostra condizione umana, ma ci ha preceduti nella dimora eterna, per darci la serena fiducia che dove è lui, capo e primogenito, saremo anche noi sue membra, uniti nella stessa gloria” (Prefazio dell’Ascensione).

Voi sposi siete una sola carne, abitata dalla Presenza di Cristo! Allora Lui anela a rendervi partecipi della sua gioia eterna. Quindi, la solennità odierna vi ricorda che quella chiamata ad unirvi in matrimonio è destinata, oltre che ad amarvi pienamente in questa vita, ad amarvi per sempre in Cristo.

ANTONIO E LUISA

Quello che ci ha appena detto padre Luca non è subito comprensibile. Almeno per noi, non lo è stato. È troppo sentirsi dire che Cristo abita la nostra relazione e che il nostro amore è stato assunto da Gesù. Che siamo suoi, cioè consacrati a Lui. È troppo. Quello che non si può comprendere in modo astratto diventa però molto chiaro quando se ne fa esperienza. Nel matrimonio non siamo diventati perfetti. Ma è proprio nel sentirci amati dall’altro nelle nostre imperfezioni che sentiamo di essere amati sempre e senza meritarlo, esattamente al modo di Gesù. Buona solennità dell’ascensione.

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Dare la vita

Cari sposi, in questi giorni pasquali stiamo rivisitando a poco a poco il lungo discorso di addio di Gesù nell’Ultima cena. Ma ora, dal punto di vista della Risurrezione, ha tutt’altro sapore! Più che un “addio” è un vero e proprio “arrivederci”.

E per noi c’è un significato analogo. Difatti, la meraviglia della Pasqua è appunto che il dono di grazia ricevuto nel Battesimo è sempreverde, la nostra vita è definitivamente innestata in Cristo e non c’è inversione a U perché Gesù ci è fedele per sempre nonostante i nostri peccati.

Tutta la Liturgia ci parla oggi di amore! A tale riguardo, in questi giorni riecheggia un anniversario importante, il famoso “maggio francese” del 1968 che ebbe ripercussioni ovunque, al punto da segnare uno spartiacque culturale, le cui conseguenze pesano tuttora sul nostro modo di pensare ed agire, in particolar modo su tutto ciò che riguarda l’amore e la sessualità.

Ancora oggi ronzano in giro certi vecchi slogan: “l’utero è mio… maschio represso… vietato vietare..”. All’epoca, un giovane sacerdote tedesco respirò a fondo quel clima perché era docente universitario e dovette confrontarsi in presa diretta con chi rivendicava un amore finalmente libero da ogni vincolo e norma. Un certo Joseph Aloisius Ratzinger.

Dopo decenni di riflessione e alla luce delle derive di quel tipo di “amore”, il brillante teologo di Ratisbona scrisse al riguardo:

Il termine «amore» è oggi diventato una delle parole più usate ed anche abusate, alla quale annettiamo accezioni del tutto differenti. […] Ricordiamo in primo luogo il vasto campo semantico della parola «amore»: si parla di amor di patria, di amore per la professione, di amore tra amici, di amore per il lavoro, di amore tra genitori e figli, tra fratelli e familiari, dell’amore per il prossimo e dell’amore per Dio. In tutta questa molteplicità di significati, però, l’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo di amore per eccellenza, al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono” (Deus Caritas est, 2). 

L’amore nuziale primeggia quindi tra i veri tipo di amore che l’essere umano può mettere in atto. Come mai? Per quale motivo? Gesù nel Vangelo ci apre una pista: dare la vita. La nuzialità è l’unica forma di amore in cui si mette al centro il dono totale di sé e così esso diventa generativo e fecondo. L’amore tra i coniugi è totalizzante nello spazio (nel corpo) e nel tempo (per tutta la vita) ed ha perciò la capacità di procreare un nuovo essere umano. Ogni scorciatoia porta a svilimenti della persona e a pericolosi errori antropologici.

In forza del sacramento del matrimonio, voi sposi avete messo Cristo nel vostro amore di coppia. Colui che incessantemente ci ha dato la vita, dal Cenacolo fino al Calvario, partecipa in continuazione nella relazione nuziale e cerca di modellare ogni giorno il vostro rapporto a sua immagine.

Cari sposi, in questo tempo pasquale tutti siamo chiamati a risorgere con Cristo, a lasciarci trasformare dalla vita nuova di Gesù. Anche voi sposi permettete al Risorto di plasmare i vostri cuori affinché siate sempre disposti a darvi mutuamente vita, a vivere in atteggiamento offerente e donante.

ANTONIO E LUISA

Dare la vita – scrive padre Luca – è totalizzante nel corpo e nel tempo. Con il matrimonio ho promesso di donarmi totalmente a Luisa. Ho promesso di darle tutta la mia vita in anima e corpo e fino alla morte. Sembra una fregatura. Non lo è. E’ un modo meraviglioso per fare esperienza di un amore incondizionato e gratuito. E’ un modo per fare esperienza di un amore da Dio. Dio che ama ognuno di noi come uno sposo innamorato e fedele.

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La Sua Parola ci unisce

Cari sposi, in questa quinta domenica di Pasqua ascoltiamo un brano meraviglioso, preso dal lungo discorso di Gesù nell’Ultima Cena. Il contesto lo conosciamo bene, è un lungo e drammatico addio di Gesù agli apostoli nel quale il Maestro lascia forse il “meglio” dei suoi insegnamenti.

A quei dodici confusi e sconnessi dalle parole di Gesù, attanagliati dalla tristezza di perderLo Lui pronuncia parole di consolazione: voi siete i miei tralci. È un modo per dire: non ci perderemo mai, saremo sempre uniti. Che meraviglia! Su questo brano si è basata la dottrina del Battesimo. Noi siamo innestati in Cristo per opera dello Spirito Santo che ci rende realmente parte del suo Corpo Mistico. Ma che senso questo per voi sposi?

Sicuramente i coniugi sanno bene il significato di unire i corpi. Eppure, tale gesto sublime e santo è poca cosa dall’essere uno in Cristo! Cristo ha il potere di unirvi molto di più dell’atto coniugale perché Lui mette in collegamento i cuori, senza i quali i soli corpi non riuscirebbero ad arrivare in profondità.

Ci insegna la Chiesa che il matrimonio è un proseguo della grazia battesimale e perciò voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. È una realtà da contemplare, detta così sembra banale o forse troppo elevata.

Come si può da sposi vivere così? Gesù l’ha detto: “rimanete nelle mie parole”. Ecco una via stupenda per accrescere l’unità con Lui e tra di voi. Provate a scambiarvi la Parola del giorno, a condividere le risonanze che trovate nella lettura. Non è difficile, bastano pochi minuti e un po’ di raccoglimento. Quanto lo Spirito suscita nel mio cuore poi lo faccio dono al coniuge e questo semplice gesto ha una potenza unitiva proprio nella linea di quanto leggiamo nel Vangelo di oggi: ci fa rimanere in Lui.

E in secondo luogo questo esercizio apre la strada alla vera fecondità. Siamo in primavera, tra non molto arriveranno i primi frutti (ciliegie, albicocche, fragole…). Quando siamo con Lui e portiamo nel cuore la Parola, le nostre azioni hanno una risonanza che va oltre la mera efficacia. Non vuol dire che poi vi andrà tutto bene, che avrete successi lavorativi, promozioni o maggiori entrate… i frutti sono anzitutto spirituali e spesso li vedono gli altri ma noi no.

Cari sposi, vogliate rinsaldare la vostra unione a Cristo, soprattutto con la Sua Parola. Fate la prova e vedrete quanto bene porterà nel legame con Gesù e quanta fecondità genererà a poco a poco attorno a voi.

ANTONIO E LUISA

Vorrei tornare su una frase di padre Luca. Una frase meravigliosa che posso dire di poter comprendere solo ora dopo più di vent’anni di matrimonio. Voi sposi siete una sola carne tra voi per fare corpo con Cristo. Padre Luca intende giustamente in ogni circostanza della vita e del matrimonio. Io mi voglio invece soffermare sull’intimità, sulla nostra esperienza concreta di essere una sola carne. Ma quanto è bello vivere l’intimità portando dentro non solo il corpo ma tutto. Anche Gesù e la nostra fede. Anima, corpo e cuore. Tutto. Veramente si riesce a contemplare l’Amore e, seppur per pochi minuti, si riesce a fare esperienza di pienezza e di eternità. In quell’abbraccio c’è tutto.

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Appartenersi come dono da custodire

Cari sposi, la scelta di questa immagine campestre è felice perché pastore e pecora vivono una profonda simbiosi, cioè letteralmente una vita assieme. Un concetto che rimanda per analogia ai “consorti”, cioè coloro che condividono un medesimo destino.

Difatti, i pastori nell’antichità trascorrevano la quasi totalità del loro tempo assieme alle pecore. Era una vita impegnativa, spesso all’aperto e dormendo all’addiaccio. Perciò, l’immagine del pastore ha anche un connotato sponsale, perché appunto manifesta una prossimità e una condivisione con le pecore pressoché totale. E fin qui, per chi lo ascoltava all’epoca Gesù non diceva grandi novità, era una prassi comune. Ma allora cosa vuole insegnare concretamente a voi sposi?

Anzitutto che tra pastore e pecora ci deve essere reciprocità. In effetti, quando Gesù dice che il pastore le conosce una per una ed esse riconoscono immediatamente il suo tono e timbro di voce, tra i tanti suoni che odono, allude proprio a quell’intimità tipica di marito e moglie. Non a caso Giovanni utilizza qui il verbo “conoscere” imprimendogli un’accezione molto forte dal momento che indica condivisione di vita e appartenenza reciproca. E infatti, se tale rapporto sussiste tra il Figlio e il Padre, esso ora si estende alle pecore, che entrano in questa “conoscenza”, intesa come appartenenza esistenziale e amorosa.

Tutto il contrario del mercenario. Esso effettivamente rappresenta un modo egoista di vivere la vita matrimoniale che non necessariamente è di uno solo ma potrebbe anche divenire di entrambi, e non per forza deve durare anni ma può essere anche assai limitato nel tempo. Ad ogni modo, fa danni! Accade che tale mentalità si instauri sia per prevaricare l’altro oppure quando mi lascio usare perché non mi considero amabile, dimentico Chi è mio Padre e di quale Amore mi ha dotato lo Sposo Gesù.

Tuttavia, tra pastore e pecore, ossia tra coniugi, non deve neppure sussistere la legge dell’equilibrio “karmico”, così insidiosa specie per chi è più in là nel tempo. Un modo di impostare la relazione che mira ad avere i propri spazi e soprattutto a non litigare più. Sarebbe l’anticamera dell’apatia.

Quando Gesù si qualifica come buon Pastore, colui che ama al punto di consegnare la propria vita alle pecore, lo dice per due grandi motivi. Anzitutto, sapendo di essere strumento nelle mani del Padre. Quante volte Gesù ci ricorda di non essere venuto da sé ma di volerci condurre al Padre! Così, nel matrimonio, gli sposi sono consapevoli che in ultima istanza il loro amore, santificato e consacrato dal sacramento, non si fonda più sulla propria buona volontà, benché la supponga, ma è un dono da riconoscere e poi condividere.

Inoltre, qual è la gran differenza con il mercenario se non che il Pastore ha creato una relazione stabile con le pecore? Non si dirà mai abbastanza sul fatto che il primo “figlio” degli sposi è la loro relazione, il loro legame, il principale dei tanti beni che si condividono.

Il mercenario non vede proprio la relazione con le pecore ma guarda a cosa ne può ricavare. Parimenti, voi sposi siete chiamati a custodire il bene del “noi”, come quello da cui dipendono tutti gli altri (figli, intimità sessuale, tempo libero, amicizie…) e siete chiamati particolarmente oggi quando il senso di relazione è così labile.

Cari sposi, quanto più appartenete al Padre, tanto più vi appartenete reciprocamente. Quanto più riconoscete di essere amate a Lui, più avrete la forza e il coraggio di darvi reciprocamente vita. Questa è la dolce verità che Gesù, Buon Pastore ci ricorda oggi.

ANTONIO E LUISA

Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il matrimonio è questo: offrire la vita per l’altro. In tanti piccoli gesti quotidiani, in scelte all’apparenza banali, che però diventano la cifra di un’alleanza d’amore. Un’alleanza a tre. Dove Dio diventa forza, origine e destinazione e dove nel dono reciproco troviamo il senso della nostra vita: amare e accogliere l’amore dell’altro.

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Ecco, io faccio nuove tutte le cose

Cari sposi, spero che in prossimità della scorsa Settimana Santa o nel suo corso abbiate potuto rivedere, almeno in parte, il film The Passion.

Seguendo un’ispirazione tratta dalle visioni di Beata Anna Katharina Emmerick (1774-1824), nel momento in cui Gesù incontra Sua Madre, il Signore proprio lì avrebbe pronunciato la frase famosa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21, 5).

Gesù, in effetti, con la sua morte e risurrezione non solo restaura ma soprattutto porta a pienezza la nostra immagine e somiglianza divina, deturpata dal peccato. Cosicché Gesù rende nuova ogni realtà, in particolar modo noi, la persona umana, e di conseguenza anche il matrimonio. Che senso e significato hanno, quindi, per voi sposi essere divenute creature nuove con la grazia della Risurrezione?

Facciamo un piccolo passo indietro. Mettiamoci a fianco di quella coppia che sta rincasando svogliatamente a Emmaus. Lo sappiamo, sono stanchi e tristi, il loro Grande Profeta è stato barbaramente ucciso. “Noi speravamo” riassume tutti i mesti ricordi che rimangono di quel povero Gesù. Guardateli bene questi coniugi perché sono il ritratto di molte coppie cristiane! Il Gesù vivo è assente dalla loro vita ma ne resta solo un ricordo sbiadito e triste. La fede in tal modo non è un fatto che cambia la vita, al contrario, la vita stessa si riempie di una grigia ordinarietà. Ma Gesù Sposo è venuto proprio per loro, è lì per scuotere quelle coscienze intorpidite e sedute per smuoverle verso la Luce.

 Con tale premessa si capisce meglio il brano odierno. La coppia di Emmaus – protagonista della Messa vespertina nel giorno di Pasqua – è appena giunta al Cenacolo, con il cuore in gola, trepidanti di gioia e commozione per l’incontro avuto. Gesù ha voluto farsi precedere dalla loro esperienza in modo che sia più dirompente la Sua entrata in scena.

Che accade perciò con Gesù presente? Tante cose bellissime, specchio di un matrimonio in cui anche il Signore viene accolto dagli sposi come l’ospite più gradito.

Per prima cosa, il corpo viene rivalorizzato. Gesù chiede agli apostoli, come del resto anche agli sposi cristiani, di focalizzarsi sul proprio corpo. Esso diviene così il primo testimone della Risurrezione! È nel corpo che si vede la novità cristiana e gli sposi hanno la vocazione a mostrare nel proprio corpo la bellezza dell’amore, anche a 60, 70 e più anni. Non è un caso che la prima eresia che colpì la Chiesa, già alla fine del I secolo è stata proprio la negazione della carnalità della Risurrezione. Niente da fare! Il Verbo si è fatto Carne e nella Carne è risorto, per cui Egli vuole che voi sposi ne siate testimoni.

Poi Gesù Risorto bissa quella “super” esegesi dell’Antico Testamento per far vedere agli apostoli che tutti quegli scritti portano a Lui. Ecco che gli sposi cristiani hanno bisogno di alimentarsi della Parola. Gesù vivo continua a parlarvi! Provate a spezzare il Vangelo del giorno, con semplicità, chiedendovi cosa vuole dirvi Gesù oggi e a scambiarvi il frutto. Vedrete quale potenza di unità e di forza aggregante ha Gesù su di voi con la Sua Parola!

Infine, il repêchage che Gesù operò su quei due sposi erranti li riporta nella comunità di appartenenza. Ecco allora che il matrimonio cristiano non è mai un fatto privato. Se è vero che voi sposi necessitate della vostra sacrosanta intimità – intesa anzitutto come i tempi e spazi di coppia -, è altrettanto vero che essa è chiamata a diventare dono per altri, spazio di condivisione e arricchimento mutuo.

Quindi, cari sposi, oggi terza domenica di Pasqua contempliamo queste dritte e indicazioni di Gesù per entrare e permanere nella Sua vita nuova. La meravigliosa notizia per voi è che, con la risurrezione, Cristo fa nuove tutte le vostre cose, non nel senso che ne fa delle altre ma prende la vostra stessa vita sponsale e da dentro la va redimendo, salvando e vivificando.

ANTONIO E LUISA

Gesù viene a fare nuove tutte le cose. Padre Luca ci ha fornito degli strumenti per comprendere come questa affermazione biblica sia declinabile in una coppia di sposi. Noi vorremmo soffermarci su un aspetto in particolare. Dio rende nuova la nostra intimità, il nostro donarci attraverso il corpo. Non è tanto per dire. È proprio così. Quando una coppia si nutre di Eucarestia e si abbandona al sacramento del matrimonio ecco che porta la modalità di Gesù anche nel fare l’amore. I due sposi saranno sempre più desiderosi di vivere una comunione d’amore donandosi totalmente attraverso il corpo e saranno sempre più capaci di liberarsi dall’egoismo e dal voler usare e possedere l’altro. E fare esperienza di un incontro intimo così è meraviglioso.

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Usciti da quel Cuore

Cari sposi, oggi la bianca luce pasquale che proviene dal sepolcro vuoto riceve in aggiunta una nuova tonalità, quella rossa, conformando così i raggi della Divina Misericordia che scaturiscono dal Cuore di Gesù trionfante.

L’evento che celebriamo non è una pia devozione, sentimentale e romantica, ma una festa di incommensurabile bellezza e profondità. Mai Gesù era arrivato a dire cose così sconvolgenti sul Suo Amore per noi, poveri peccatori! E tutto ciò lo troviamo racchiuso nel Diario che Suor Faustina Kowalska (1905-1938) scrisse su precisa richiesta del Signore.

Tuttavia, il Vangelo di oggi mette al centro l’incredulità di Tommaso, un fatto direi più che ragionevole dal momento che la Risurrezione era tutto meno che una conseguenza scontata. Ma Gesù, come è solito fare, permette l’assenza di Tommaso in modo da mettere ancora più in luce la realtà oggettiva di quanto era accaduto e così l’apostolo detto Dìdimo arriva a compiere un gesto che – almeno a quanto dicono i Vangeli – nessun altro ha fatto: mettere la mano nelle piaghe di Gesù, conseguenza della Crocefissione.

Contempliamo Tommaso commosso e tremante mentre si rende conto che è proprio Gesù colui che ha davanti! Ma ciò che ci deve far sobbalzare è soprattutto che Tommaso – per così dire – mette la mano proprio dentro al Cuore di Cristo! Sappiamo bene il significato evangelico del toccare Gesù, quante guarigioni sono avvenute grazie al contatto fisico con Lui: l’emorroissa, il cieco nato, Bartimeo, il lebbroso…

Ma che c’entra tutto ciò con la Divina Misericordia? Tommaso di fatto ha fatto esperienza fisica della Misericordia di Dio perché è proprio da quel Cuore trafitto che Essa è uscita. Quale invidia non stiamo provando! Come vorrei essere stato al tuo posto caro Tommaso! Poveri noi che viviamo così lontano da quel momento!

Eppure Gesù ancora oggi continua a toccarci e a salvarci! Lo fa con i suoi gesti che si prolungano nel tempo senza sosta e si chiamano sacramenti. Gesù in particolar modo tocca e continuamente redime voi sposi non solo con l’Eucarestia ma anche con il Matrimonio. Due doni simili sotto l’aspetto di essere un medesimo Corpo dato per amore e di richiamarsi a vicenda per svelare e manifestare l’Amore.

Pertanto, in quelle mani callose da pescatore di Tommaso ci siete anche voi, sposi in Cristo, che continuamente siete a contatto con la Misericordia profusa dal medesimo Cuore di Gesù. Una Misericordia che anzitutto vuole pervadere voi, brama prendere possesso delle vostre menti perché possiamo gustarla nel vostro rapporto ed esserNe un riflesso per chi vi vede.

Cari sposi, confortiamoci oggi nella certezza che la Sua Misericordia è già a portata di mano e, come disse San Giovanni Paolo II, solo dobbiamo volgerci ad Essa perché possiamo trovare pace e gioia.

ANTONIO E LUISA

L’incredulità di Tommaso non è sulla resurrezione del Cristo. Tommaso ha bisogno di vedere che il risorto è proprio il crocifisso. Quell’uomo appeso alla croce. Ha bisogno di vedere i segni di quel martirio. Ha bisogno di vedere i buchi dei chiodi e la ferita nel costato. Ne ha bisogno perchè lì si gioca tutta la sua vita e la nostra vita. Solo se è vero che il crocifisso e risorto, allora la sofferenza di questo mondo – e anche nel nostro matrimonio – può avere un senso e un orizzonte che va oltre questa vita. Significa che la sofferenza non è inutile, ma se vissuta nel dono radicale di noi stessi ci permette di risorgere.

Il Meglio dal nostro buio e vuoto

Cari sposi, come non andare con il pensiero in questo momento al Santo Sepolcro? Ma se anche stanotte l’avessimo passata in veglia e in ginocchio davanti a quella lastra di pietra, levigata da secoli di carezze e baci, cosa avremmo visto? Nulla.

Ecco allora che, leggendo attentamente il Vangelo scorgiamo alcuni dettagli talmente belli che non si possono non approfondire almeno un po’.

Per prima cosa, scorgiamo che l’evento più importante della nostra fede parte anzitutto dal buio. Quel buio nel quale era sprofondato Giuda, dopo aver tradito Gesù; lo stesso buio in cui si nascosero i discepoli dopo aver abbandonato il Maestro e proprio mentre avrebbe avuto più bisogno di loro.

Ciò nonostante, Gesù inizia il Suo trionfo proprio dal nostro buio e da allora, ogni nostra resurrezione avrà nel buio la sua partenza… Buio come il dolore, come il peccato, lo smarrimento, la sfiducia, la solitudine e la depressione… Quindi, se tu coppia vuoi risorgere, metti nel conto che ciò avverrà se sai affidare al Signore proprio le tue zone d’ombra. Senza di esse Gesù non può dare inizio al Suo trionfo nella tua relazione nuziale.

Inoltre, Gesù opera la sua meraviglia, il suo capolavoro tramite un’altra mancanza e stavolta è proprio il vuoto. Cosa proclama Maria Maddalena entrando nel cenacolo se non che il sepolcro era vuoto?

Gesù può riempirci solo se trova uno spazio nella nostra vita e questo spazio è fatto fondamentalmente dalle nostre povertà – leggasi mancanze di qualcosa di importante – offerte fiduciosamente a Lui. Ci piacerebbe che non fosse così, che il Signore potesse trovare in noi solo un ambiente pulito e accogliente, ricco di ogni bene, ma a ben vedere non sempre è possibile.

Il Signore riparte e ricomincia lì dove noi vediamo solo il nostro nulla, tant’è che Giovanni e Pietro davanti alla nudità della tomba si sono solo fidati di Gesù ma non ci hanno capito un bel niente e ce n’è voluta ancora perché accogliessero finalmente la Risurrezione.

Cari sposi, correte anche voi al Sepolcro! Non importa se i vostri passi non vanno coordinati, è normale, ognuno di voi con la sua velocità, i suoi tempi e i suoi modi, purché puntiate assieme verso Cristo, ci penserà poi Lui a unificare il vostro percorso.

E non fatevi scoraggiare dai peccati e fragilità di coppia perché oggi l’onnipotenza del Signore ci dimostra proprio di saper eclissare ogni oscurità e mancanza che riscontra in noi. Piuttosto, ancora una volta consegnate a Gesù risorto tutto quanto vi pesa nella relazione, affinché Egli sappia coinvolgervi nel Suo Trionfo.

ANTONIO E LUISA

Ricordo un aneddoto. Come ho più volte raccontato, i primi anni di matrimonio non sono stato molto amorevole. Facevo fatica con i bimbi piccoli e spesso ero scostante, freddo e assente. Luisa, durante una testimonianza, disse che riuscì a “sopportarmi” e sostenermi, facendo spesso anche la mia parte, pensando proprio all’Eucarestia. Non voleva portarmi rancore altrimenti non si sentiva in condizioni di accostarsi all’Eucarestia. Per lei L’Eucarestia era ed è vitale. Gesù risorto le ha dato la forza di aiutarmi a risorgere. Buona Pasqua!

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I tanti volti della Sposa

Cari sposi, siamo giunti oramai all’apice dell’amore di Cristo per ciascuno di noi. Da oggi fino a Pasqua la Chiesa, con la sua ricchissima liturgia, ci proietta in un tempo pregnante di significato: non dobbiamo perdere nulla di questi giorni perché stiamo entrando all’interno del cuore stesso di Gesù.

Non è affatto una forzatura affermare che una delle migliori letture di tutta la Parola di Dio sia proprio quella nuziale ed è così che la Settimana Santa costituisce il momento in cui lo Sposo Gesù dona tutto di sé alla Sposa Chiesa.

Un piccolo ostacolo può inserirsi a questo punto, quello cioè di spersonalizzare l’amore di Cristo. Noi siamo la Sposa amata, ciascuna persona come ciascuna coppia ne è la sua piena incarnazione.

Quindi la chiave per vivere al meglio i momenti che la Liturgia di offre da oggi fino a Pasqua è quell’affermazione così cara a S. Ignazio: “per me l’hai fatto”. Dinanzi ad ogni singolo gesto della Passione… ripetiamo nel nostro cuore: per me… per me… per me…

Ma forse più sconvolgente è contemplare non in modo asettico ed imperturbabile tutto il vissuto di Gesù, bensì come qualcosa che ci tocca in prima persona, singolarmente e come coppia. Cioè, provate a guardare ogni personaggio del Passio non tanto come una coppia “x”, così facendo potreste facilmente sbarazzarvene senza problemi pensando “non fa per noi”, quanto come una fase, una caratteristica del mio/nostro rapporto con lo Sposo.

 Allora può risultare che, negli scribi, veda le volte che ho permesso all’odio di entrare nel mio cuore; nella donna che unge le volte in cui ti ho servito gratuitamente e senza calcoli; in Pietro le mie mancanze di coraggio per amarti con decisione e senza mezzi termini; in Pilato quando ti ho trattato come una cosa, misurando i pro e i contro del mio amore; in Simone di Cirene le occasioni in cui sono stato capace di starti vicino e accompagnarti nel dolore; nel centurione, quando ho saputo vedere in te una Presenza che andava oltre l’umano…

Cari coniugi, la Sposa oggi è un poliedro di atteggiamenti, comportamenti estremi e contraddittori… Riconosciamoci in essa e sappiamo con coraggio, alla luce di quanto sta accadendo, rileggere la nostra storia di coppia con Gesù. Allora quel “per me”, diventerà un “per noi” capace di aprirci ad orizzonti nuovi di fedeltà e di sequela di Cristo.

ANTONIO E LUISA

Approfittiamo di questa ultima settimana per riflettere sulla nostra storia, specialmente sui momenti di crisi in cui abbiamo trovato la forza di rinascere. L’amore di Gesù non segue i canoni del nostro mondo, ma è perfettamente in linea con i Suoi. Gesù dona tutto senza aspettarsi nulla in cambio, e siamo chiamati a amare allo stesso modo. Anche se potrebbe non sembrare giusto agli occhi del mondo, è una bellezza unica. Personalmente, non desidero una relazione che non richieda tutto, non voglio accontentarmi delle relazioni fragili offerte dal mondo.

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Le tre effe

Cari sposi, uno dei ricordi più forti del grande Giubileo del 2000 per me, oltre all’indimenticabile veglia di Tor Vergata, è stata la commemorazione dei martiri della fede del XX secolo al Colosseo. Il testo che faceva da sfondo all’evento fu proprio quello del chicco di grano, come lo è anche nell’odierna liturgia.

In occasione di questo incontro con pellegrini di origine greca, venuti anch’essi a Gerusalemme per la Pasqua, Gesù utilizza un’immagine mutuata dal mondo agricolo per esprimere una logica di fede nuova: la morte che prepara una nuova vita.

Questa logica ben si adatta alla vita sponsale ed in essa troviamo le tre “effe”. La prima è FEDELTA’. La fedeltà sponsale è appunto promettere di “esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita”.

Questa fedeltà implica morire a sé stessi, rinunciare a qualcosa di noi, a volte buono, a volte meno buono, ma in definitiva che mi porta a crescere nella disponibilità e nella donazione reciproca. Nella mia vita sacerdotale ho visto persone trasfigurarsi con il matrimonio, diventare davvero migliori e più mature. Ma questo sempre è costato loro abbandonarsi all’Amore e lasciarsi “potare”.

Quello che sempre mi ha colpito del matrimonio è che non si fonda su rinunce perché esso si fonda su un costante “darsi e riceversi” (Catechismo 1626) e quindi nella misura in cui mi dono, ricevo anche e cresco come persona.

Il dono di sé, la fedeltà nell’amore fino alla rinuncia, apre la via alla FECONDITA’ e quindi ai frutti di bene che la nostra unione produce, sotto la spinta dello Spirito Santo. È questa la Gloria di cui parla Gesù. Egli ha un attimo di turbamento pensando all’imminente Passione ma sa anche che sarà feconda e darà Gloria al Padre. Così anche voi sposi, nella misura in cui vivete una fedeltà combattuta, incerottata e illividita per quanto vi è costata, sapete comunque che essa darà frutto secondo i piani di Dio, senza alcuna ombra di dubbio.

Da ultimo tutto ciò porta ad una conseguenza ineludibile, la terza effe: FELICITA’, ossia la gioia cristiana, uno dei frutti dello Spirito, segno della presenza di Dio in noi, anche in mezzo alle prove della vita. La gioia di aver dato tutto, di non essersi risparmiati nulla, di appartenere completamente a Cristo.

Cari sposi, Gesù oggi ci apre la strada per vivere anche noi questo percorso che, tramite il Calvario, porta diritto alla luce della Risurrezione. Lasciamoci guidare e corrispondiamo generosamente allo Sposo che ci invita.

ANTONIO E LUISA

La felicità cristiana non è una gioia vuota. Non viene da un’euforia effimera. Non viene dall’avere tutto e dal non avere problemi e preoccupazioni. La gioia cristiana viene dal dono. Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è relazione d’amore tra le tre Persone. La gioia viene nel morire per l’altro. Viene dal dare tutto. Perchè dando tutto troviamo Dio e il senso della nostra vita. Questo l’abbiamo capito non solo ascoltando delle catechesi ma soprattutto facendone esperienza.

L’amore vero è donare

Cari sposi, chi è il vero protagonista del Vangelo di oggi?

Sembrerebbe trattarsi di Gesù, il Figlio che salva, che accetta la Croce, che non vuole perdere nessuno… In realtà il vero protagonista, che se ne rimane comunque in secondo piano, è proprio il Padre.

Questo brano odierno, in realtà, lo abbiamo già visto adombrato nella seconda domenica di Quaresima nella scena di Abramo e Isacco. Lì al centro della scena è proprio Abramo che, dopo aver sognato a lungo un figlio, lo consegna fidandosi di Dio. È Lui la prefigurazione del Padre che oggi ci mette nelle mani il Figlio perché sia la nostra salvezza.

Il Padre nei nostri confronti opera quindi un gesto di valore infinito. Si distacca volontariamente dal Figlio, si lascia spogliare di Colui che ama dall’eternità per offrirlo ad ognuno di noi. Se ci pensate, il Padre decide di amare un altro che non sia il Figlio. In occasione della Redenzione il Padre “devia” per così dire la sua donazione dal Figlio a noi. Ed è un gesto definitivo, non è una prova, non fa un tentativo, un esperimento momentaneo… è fatto una volta per sempre.

Qual è stata il gesto più costoso che avete fatto voi sposi nella vostra vita? Quello che vi è costato sangue e lacrime? Per noi il Padre ha penato infinitamente volte di più ma non se n’è pentito e non è mai tornato indietro, cosa che magari noi avremmo o di fatto abbiamo fatto almeno una volta nella vita.

Il vostro matrimonio sgorga proprio da qui. Da questa donazione piena e totale che il Padre fa del Figlio. Sì, perché poi il Figlio copia il Padre nel momento di donarsi alla Chiesa, come ci dice San Paolo in Efesini 5.

Pensateci bene, il vostro “sì” ricalca quel “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Il matrimonio è una meravigliosa avventura di donazione sempre maggiore di sé. La pienezza del matrimonio si raggiunge man mano che progredisce il darsi reciproco degli sposi. Non importa che ci siano tante cose esteriori (bellezza fisica, soldi, successo lavorativo, fama sui social…) ma che si cresca assieme in questo essere un regalo gratuito per l’altro.

In questo deserto quaresimale, vi auguro di essere purificati dallo Spirito perché la vostra decisione di vivere assieme vada sempre più coincidendo con lo stile di vita di Dio, che, nel sacramento vuole rispecchiarsi nella vostra relazione.

ANTONIO E LUISA

Dio si rispecchia in noi come dice padre Luca citando papa Francesco. Non dobbiamo credere però che sia così fin da subito. Il matrimonio, se ci impegnamo a fondo, diventa una palestra che nel tempo ci rende sempre più capaci di amare. Ricordate le pellicole fotografiche di una ventina di anni fa? Credo di si. La fotografia non si imprimeva sulla pellicola con le immagini nitide e colorate ma in negativo. Il chiaro appariva scuro e viceversa, tanto da rendere poco comprensibile il tutto. Ecco gli sposi il giorno delle nozze sono esattamente questo. Un negativo da sviluppare. Nella vita di ogni giorno, nel servizio, nel dono, nell’apertura all’altro e al mistero di Dio, nell’intimità, nella fatica e nella gioia, il negativo si sviluppa e il nostro amore, la nostra unione, diviene sempre più chiaramente immagine di Dio. In noi e nella nostra vita si potrà scorgere qualcosa di meraviglioso.

Gelosia divina

Cari sposi, siamo approdati a metà del nostro cammino quaresimale. Abbiamo iniziato nel deserto per poi salire sul monte della trasfigurazione domenica scorsa ed oggi entriamo con Gesù nel tempio a Gerusalemme.

L’evangelista Giovanni colloca questo fatto nella prima Pasqua di Gesù e appena dopo il primo “segno” compiuto a Cana, discostandosi così dalla narrazione dei Sinottici.

Anzitutto vediamo il contesto in cui avviene il racconto. Siamo poco prima di Pasqua, quindi in piena primavera e per quella grande festa giungevano a Gerusalemme anche centomila persone, procedenti dalla Spagna al Medio Oriente. Ogni pellegrino poi offriva nel tempio generalmente un agnello e si calcola che in pochi giorni venivano immolati circa 18-20 mila agnelli. Immaginate il giro di soldi che questo comportava! E tutto questo trafficare avveniva proprio nel recinto del tempio. Siccome poi i pellegrini venivano da ogni parte dell’Impero Romano era chiaro che ci volevano pure i cambiavalute, come nei nostri aeroporti, che cambiassero i sesterzi, i denari, gli aurei in sheqel.

Un’ultima annotazione importante: la legge ebraica non proibiva affatto questo tipo di attività economica che avveniva appunto attorno al Tempio, nel cosiddetto emporion mentre Gesù è proprio lì che pronuncia il suo discorso e attua la cacciata. Se allora, Gesù non è venuto a cambiare nemmeno una virgola della Legge ebraica (cfr. Mt 5, 18), allora in ciò che dice e fa c’è un senso molto più profondo.

È molto interessante, nel testo greco del Vangelo, vedere come Giovanni, parlando del tempio, non usa il vocabolo comune, che è nàos, ma piuttosto ièron, cioè proprio quella parte intima in cui era custodita l’Arca dell’Alleanza e dimorava perennemente la Shekinah, la Presenza di Dio.

Detto questo si può già arrivare a un’importante conclusione. Gesù non sta dicendo banalmente di non fare sacrifici nel tempio, difatti essi erano un anticipo del Vero Sacrificio che Lui avrebbe fatto di lì a poco.

La sfuriata di Gesù non è affatto un colpo di testa, un segno di burn out o di accumulo di stress. Piuttosto, la collera di Gesù è quella di uno Sposo che si sente ingannato dalla Sposa e ha appena scoperto i segni del suo tradimento. È come quando un coniuge scopre certi messaggini sul cellulare o alcune chat sul computer oppure siti particolari nella cronologia di Google

Gesù in questa scena sta provando un’indignazione solenne per constatare che il Suo Amore è vilmente svenduto! Tutta quella gente lì stava correndo dietro a cose sacrosante ma in realtà stavano dimenticando per Chi lo facevano. Gesù Sposo, allora, reclama a grida il cuore della Sposa che al contrario è tutta dedita ad affari e sta mettendo in secondo piano l’Amore Vero.

Ecco allora che la parte più interna del tempio è direttamente collegata alla nostra coscienza, all’intimo del nostro cuore. Il Catechismo, difatti, afferma che: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria” (1777).

Gesù Sposo conosce meglio di chiunque altro il nostro cuore e in questa Quaresima è il più interessato a renderlo puro, cioè, innamorato di Lui. La scena evangelica odierna è esattamente quanto Gesù intende compiere nel cuore di voi sposi, come coppia e singolarmente. E come lo fa?

Anzitutto con i Sacramenti e con lo Spirito. Il Battesimo che abbiamo ricevuto è esattamente il lavacro che ci ha rigenerati e per voi esso è culminato nel Matrimonio, con cui Gesù vi ha uniti a sé in un’alleanza eterna di amore. L’Eucarestia è il Suo Corpo dato per amore che vi rende ogni volta che La ricevente concorporei, consanguinei a Lui. Ed infine lo Spirito è Colui che rende fruttuosi i sacramenti e vi guida in questo cammino di purificazione.

Cari sposi, dobbiamo accettare che il nostro cuore è perennemente visitato da idoli, da intrusi che tendono a farci distogliere dallo Sposo, la vita odierna non fa che bombardarci quotidianamente. Ci distraggono, ci confondono, ci disorientano e vogliono mettersi al posto di Cristo, vogliono rubarci l’anima. Gesù lo sa bene, non si scandalizza, anzi, perciò in questa Quaresima anela profondamente a darvi un cuore nuovo, un orientamento nuovo nella vostra via cristiana.

Lasciamoci guidare, permettiamo che lo Sposo continui a mondarci e a liberarci, anche se può far male, in modo che la vostra fede e il vostro amore sia sempre più simile all’amore con cui Cristo Sposo ama la Sua Sposa.

ANTONIO E LUISA

Gli idoli di cui parla padre Luca non sono necessariamente vizi o distrazioni. Può essere un idolo anche nostro marito o nostra moglie. Gesù è geloso quando facciamo dell’altro il nostro tutto, il nostro dio. In realtà sa bene che solo nella relazione con Lui – mettendo Lui al primo posto – potremo amare davvero l’altro nella gratuità e non fare del nostro matrimonio quel mercato che ha indignato Gesù. Perchè non solo noi siamo tempio di Dio ma lo è anche il nostro matrimonio che è abitato dalla reale presenza di Cristo.

La nostra fede tra i monti Moria e Tabor

Cari sposi, domenica scorsa vedevamo Gesù nel deserto, sospinto lì per fare l’esperienza della prova e tentazione. Si diceva appunto che il deserto è un luogo di passaggio nella Bibbia e non costituisce mai la dimora definitiva che invece è la Pasqua.

Ecco allora che anche oggi tutta la Parola ci presenta un passaggio, un viaggio. Non è in orizzontale ma in verticale, è una salita e poi una discesa da due monti. Nella prima lettura Abramo è chiamato a sacrificare il suo unico figlio Isacco sul monte Moria mentre nel Vangelo Gesù conduce Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Queste due cime, per le vicende che vi accadono, costituiscono due modi ben precisi di vivere la fede.

Vediamo prima di tutto Abramo. Lui è da poco arrivato nella terra promessa, Canaan, un luogo in cui le popolazioni praticavano abitualmente il sacrificio dei propri figli alle loro divinità. Il gesto di Abramo è allora sconvolgente! Dopo tanto penare per avere un figlio, ecco che ora accetta che perisca in modo così cruento! Forse Abramo credeva che il suo Dio fosse come quelli cananei, un Dio assetato di sangue, un Dio che va placato a suon di sacrifici, un Dio spietato ed esigente, che fondamentalmente chiede e non dà, un Dio che non cerca il nostro bene.

Per cui, è affascinante la scena in cui invece Abramo scopre che il suo Dio ha solo voluto purificare ed aumentare la sua già grande fede e abbandono! Abramo sul monte Moria conosce chi è davvero Dio. Un po’ come accadde pure a Giobbe, Geremia, Giona…

Da contraltare a tutto ciò è appunto un’altra salita, quella di Gesù sul Tabor. In questo caso Dio non chiede ma dona tutto di sé. Infatti, Dio Padre non fa altro che donarci Gesù e l’unica cosa che ci chiede è di ascoltarlo. E questo perché il Dono possa essere davvero accolto da noi. In fin dei conti, cosa ci chiede il Padre se non abbandono e fiducia nella sua Parola?

Come cambia la prospettiva di vita tra il Moria e il Tabor! Dovremmo sostare a lungo in contemplazione su tale Parola! Tabor e Moria rappresentano due vissuti di fede che forse abbiamo un po’ sperimentato tutti noi. In questa domenica il Signore ci invita a passare da un Dio che chiede a un Dio che dona sé stesso. E tale passaggio avviene tramite una prova che però diviene così il momento per approdare a un rapporto con il Signore più vero e autentico.

Cari sposi, anche voi, assieme ad Abramo e ai tre apostoli, siete oggi chiamati ad un passaggio importante nella vostra vocazione nuziale. Siete già stati chiamati al matrimonio ma con questa Parola si coglie l’invito ad una “seconda chiamata”. Essa costituisce la maturità nella fede, quella fase adulta da sposi che implica essere disposti a perdere tutto, a mettere in secondo piano le nostre aspettative su o da Dio per accogliere invece Dio come dono.

Così, guardando Abramo si capisce quanto è costato al Padre donarci Gesù, lo stesso Gesù che abita con voi come Dono permanente e vivente di amore.

ANTONIO E LUISA

Noi abbiamo un sacco di aspettative quando ci sposiamo. Le coltiviamo nei confronti del nostro partner e della vita che sogniamo di costruire insieme. Con il tempo ho capito che c’è un passaggio fondamentale nel nostro matrimonio. È importante abbandonare tutte le nostre aspettative per incontrare veramente Gesù. Passare da una fede che cerca di soddisfare le nostre richieste a una fede che ascolta Gesù. In questo modo, il matrimonio diventa incredibilmente sorprendente. Ogni giorno diventa un’opportunità per donarsi reciprocamente, proprio come siamo e nelle circostanze in cui ci troviamo. Ed è meraviglioso, perché quando la vita ci porta lontano dalle nostre aspettative, sperimentiamo un amore che riempie, rigenera e diventa fecondo per noi e per gli altri. Questo vale per ogni coppia che si affida a Cristo! Ne conosciamo davvero tante.

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L’ottavo sacramento

Cari sposi, nelle riunioni di preti spesso si parla di casi pastorali, soprattutto riguardanti situazioni difficili a cui dare una risposta nella confessione o nella direzione spirituale. Data la grande complessità di variabili possibili c’è chi, ironicamente, conclude affermando: “meno male che esiste l’ottavo sacramento!”, che altro non è che l’ignoranza, una sorta di “libera tutti” …

Eppure, in questa prima domenica di Quaresima la Chiesa pare che davvero abbia istituito un ottavo sacramento. Nella preghiera colletta leggiamo, difatti, che i quaranta giorni in preparazione alla Pasqua sono “segno sacramentale della nostra conversione”. Si tratta di un’espressione molto forte, ancora di più se prendessimo il medesimo testo in latino in cui si dice addirittura “sacramento della Quaresima”.

Ma in che senso si può parlare così? Tutta la Quaresima fa riferimento al Battesimo, al suo valore, alla sua bellezza, al suo significato. Nella Pasqua, infatti, noi siamo resi figli nel Figlio tramite la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, cosicché la Quaresima ne è la preparazione immediata e ha pertanto un sapore battesimale.

Ma anche il deserto in cui Gesù viene sospinto è una preparazione immediata. Anzi, molto di più. Il deserto è simbolo del fidanzamento di Israele. Tanto desertum in latino come έρημος in greco esprimono il medesimo concetto, cioè un luogo abbandonato e solitario. Poi la Sacra Scrittura rincara la dose e ne fa sinonimo di fame e sete, dove uomini e animali sono votati alla morte.

Ma sempre nella Bibbia vi è un ulteriore significato: esso evoca innanzitutto la nascita del popolo di Dio, ossia, in esso si consuma il tempo del fidanzamento del popolo di Israele prima di entrare nella Terra Promessa e divenire a pieno titolo sposa di Dio. È chiaro, allora, il motivo per cui Osea profetizza: “la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2, 16).

Nel deserto il popolo si comporta senza mezzi termini da adolescente. Ha ricevuto un dono immenso, ha visto con i suoi occhi aprirsi in due il Mar Rosso, la manna, l’acqua dalla roccia… e puntualmente litiga, baruffa, si lamenta… Israele ha un amore immaturo, rivolto solo ai propri interessi, possessivo e narcisista. Ci vuole allora questo tempo di purificazione perché il suo cuore si apra al Dono, sappia rinunciare per amare e sia pronto a “sposare” il Signore.

Tutto questo è incarnato pienamente in Cristo. Pensiamo forse che aveva bisogno di una prova? Per quale motivo il Dio-fatto-uomo si sottopone alla tentazione? Avrebbe mai potuto cedere? Se Gesù l’ha fatto è solo e unicamente per noi, per darci non solo l’esempio ma anche essere la nostra forza nelle prove. Guardate cosa dice S. Agostino: “Cristo fu tentato dal diavolo, ma in Cristo eri tentato anche tu. Perché Cristo prese da te la sua carne, ma da sé la tua salvezza, da te la morte, da sé la tua vita, da te l’umiliazione, da sé la tua gloria, dunque prese da te la sua tentazione, da sé la tua vittoria” (Agostino, Commento al salmo 60).

Gesù Sposo vuole rivivere con voi sposi questo tempo di fidanzamento perché la Pasqua sia davvero un rinnovo del “sì”, sia un vero e proprio sposalizio con Lui.

Cari sposi, affrontiamo con decisione questo tempo. Se vi saranno prove e difficoltà speciali, viviamole con Gesù, affidando tutto a Lui. Vogliamo che sia un periodo di purificazione nell’amore, di maggior consapevolezza di chi siamo, di restaurazione della nostra decisione di amarci in Lui. Buon cammino quaresimale, in compagnia perenne di Gesù e del Suo Spirito.

ANTONIO E LUISA

Il deserto sono le nostre crisi personali e di coppia. Crisi che sono importanti. Crisi che ci possono consentire di passare da un amore immaturo a uno maturo. Il deserto è luogo di purificazione, non solo di aridità e di sofferenza. La Quaresima ci ricorda che il deserto può essere un’occasione di rinascita e di ricerca di senso. Il deserto è luogo dove fare finalmente i conti con noi stessi. Il deserto è sentirsi bisognosi, ma senza avere nulla da dare in cambio. Il deserto è desiderio di senso, ma senza avere idea del perchè sei vivo. Il deserto è desiderio di essere amato con la consapevolezza di non meritare amore.

Sposi lebbrosi? Sì, siamo noi.

Cari sposi, in quattro e quattr’otto siamo giunti alle porte della Quaresima che avrà inizio proprio questo mercoledì e la Parola odierna sembra quasi anticipare lo spirito penitenziale dei 40 giorni di preparazione alla Pasqua.

La malattia sembra essere il fil rouge di ogni lettura, in particolar modo la lebbra. Meglio conosciuta come Morbo di Hansen essa consiste in un infezione della pelle e nervi periferici che porta alla perdita del tatto, forti dolori, debolezza muscolare ed anche deformità fisiche. Una bruttissima bestia, che 2000 anni fa veniva “curata” anzitutto con l’isolamento degli infetti.

Da qui che la malattia comporti anche un altro aspetto, latente nella mentalità biblica, ossia la sua connotazione spirituale. Dice il celebre biblista P. Silvano Fausti: “La lebbra è la morte visibile, e la morte è il nostro egoismo, il nostro non sapere amare che dà morte agli altri. Il lebbroso era il morto civile, escluso da tutti, perché era «morto» e la legge esclude ciò che è morto”.

Quindi la lebbra sta per peccato, morte, esclusione… ma anche inferno. Ecco allora che risuonano le parole di Dostoevskij: “Padri e maestri, io mi domando: «Che cos’è l’inferno?» E do la seguente risposta: «La sofferenza di non essere più capaci di amare»” (F. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov). È un’esperienza che facciamo tutti, che la lebbra del peccato può generare davvero isolamenti mortali.

Se la lebbra-peccato genera segregazione, quindi distanziamento e morte, cosa non può originare tra sposi dove tutta la loro vita gira attorno a una relazione affettiva, santificata dal sacramento? Che succede quando la lebbra tocca il coniuge, o entrambi i coniugi nel loro rapporto? Ne consegue un legame malato, debole, fiacco, se non addirittura morto, sebbene mantenga una qualche apparenza di vita, forse più per i figli che per amore. Lebbra coniugale può darsi anche negli sposi che vivono al margine di una comunità, che hanno sotterrato il talento del sacramento per farne una cosa privata.

Gesù non è affatto estraneo a questi tipi di lebbra degli sposi e vorrebbe tanto guarirli. Gli basta una semplice richiesta sincera per entrare in azione, come accadde nella scena del Vangelo. È commovente vedere che la guarigione non è una qualcosa di astratto o da remoto ma passa dal tocco della sua mano. Una malattia corporea viene guarita proprio dal tocco del Corpo di Cristo.

Quanto è bello allora lasciarci toccare da Cristo nella preghiera, lasciarci toccare da Cristo nei sacramenti! E per voi sposi farvi toccare da Cristo anche tramite il coniuge per iniziare a guarire quella lebbra che paralizza il vostro matrimonio.

Constatare di essere lebbrosi può già essere il primo passo verso la vittoria. Così pare avvenne qualche secolo fa a un nobile giovanotto di Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernardone. È la Leggenda dei Tre Compagni a raccontarcela: “Un giorno che stava pregando fervidamente il Signore, sentì dirsi: «Francesco, se vuoi conoscere la mia volontà, devi disprezzare e odiare tutto quello che mondanamente amavi e bramavi possedere. Quando avrai cominciato a fare così, ti parrà insopportabile e amaro quanto per l’innanzi ti era attraente e dolce e dalle cose che una volta aborrivi, attingerai dolcezza grande e immensa soavità»”. Fu l’abbraccio di un lebbroso a mettere in atto un percorso di crescita verso la sua santità. Forse l’abbraccio della “lebbra” del tuo coniuge potrebbe essere nuovamente l’occasione per fare un salto in avanti come persona e come coppia.

Se vi scoprite lebbrosi, non è la fine del mondo! Non a caso nella Lettera agli Efesini S. Paolo non ci dice forse che lo sposo vuole purificare la sposa prima di unirla a sé nel matrimonio?

Perciò, in questa scena evangelica, come non vedervi un tratto nuziale? Ciascuno di voi siete quel lebbroso che significa la sposa di Cristo Sposo e che Lui vuole rendere partecipe del suo amore. Il tocco che lo guarisce è solo il primo passo di un rapporto che Gesù vorrebbe pienamente coinvolgente.

Ecco allora che questo Vangelo ci fa da preludio alla Quaresima, difatti nel messaggio del Papa vi è un chiaro riferimento sponsale:

La Quaresima è il tempo di grazia in cui il deserto torna a essere – come annuncia il profeta Osea – il luogo del primo amore (cfr. Os 2,16-17). Dio educa il suo popolo, perché esca dalle sue schiavitù e sperimenti il passaggio dalla morte alla vita. Come uno sposo ci attira nuovamente a sé e sussurra parole d’amore al nostro cuore” (Francesco, Messaggio per la Quaresima 2024).

Cari sposi, siete, siamo tutti lebbrosi, abbiamo bisogno assoluto della mano misericordiosa di Cristo che ci purifichi continuamente perché il nostro amore sia vero. Entriamo con Gesù, quindi, nei nostri deserti per essere guidati nel nostro cammino di conversione.

ANTONIO E LUISA

Che bello leggere la nostra storia attraverso il Vangelo e la bellissima spiegazione di padre Luca. Per me è stato davvero così. L’abbraccio di mia moglie che mi ha amato quando io non riuscivo a farlo è stato l’abbraccio di Cristo. Cristo mi ha sanato attraverso l’amore gratuito di una donna che ha scelto di starmi accanto sempre nella gioia e nel dolore.

Salvati & Salvanti

Cari sposi, seguendo una persona su Instagram, ho notato un bel post in cui appariva un semplice foglietto su cui era scritto, con una grafia disarmonica e scombinata, “il miglior momento della tua vita è adesso”. A prima vista nulla di ché se non fosse per trattarsi dell’ultimo messaggio di un papà, gravemente affetto dalla SLA, al suo unico figlio.

E così, il tema della malattia sembra pervadere ogni lettura, dal libro di Giobbe fino alla suocera del Vangelo. C’è tuttavia una bella differenza tra come è vissuta in ciascuna delle scene. Che significato sottendono questi due modi di essere malati – leggasi anche afflitti, turbati, angosciati, scoraggiati, disperati… – e che hanno da dire agli sposi?

C’è un modo di affrontare e vivere ciascuna delle suddette circostanze come viene descritto da Giobbe: “Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario”. Che vuol dire? Nel senso che sopporti e carichi i pesi, magari con estrema eleganza e nonchalance, che nemmeno chi ti è vicino si accorge di nulla, ma in fin dei conti non vedi l’ora che finisca. Per chi affronta la vita così il meglio, il bello, il buono…arriva sempre dopo la situazione attuale: si finisce così per vivere alienati nel futuro e scollegati dal presente.

Invece il quadro evangelico mostra come le prove della vita non esimono dal diventare comunque portatori di bene. La suocera, non appena rimessasi in piedi – e nel Vangelo ciò è simbolo di resurrezione – si mise a servire i commensali. La malattia, quindi, riporta comunque al presente e non permette fughe in un passato idealizzato e nemmeno in un futuro inesistente.

Cosicché, Gesù in questa scena è medico, sia delle anime che dei corpi. La sua missione è di guarire e di sanare chiunque abbia un problema, di qualsiasi ordine esso sia.

Il bello è che voi sposi questo stesso Gesù lo portate con voi ogni giorno. Lui in voi e tramite voi può compiere guarigioni perché “a sua volta la famiglia cristiana è inserita a tal punto nel mistero della Chiesa da diventare partecipe, a suo modo, della missione di salvezza propria di questa: i coniugi e i genitori cristiani, in virtù del sacramento, «hanno nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al Popolo di Dio». Perciò non solo «ricevono» l’amore di Cristo diventando comunità «salvata», ma sono anche chiamati a «trasmettere» ai fratelli il medesimo amore di Cristo, diventando così comunità «salvante»” (Familiaris Consortio 49).

Sarebbe bello che questo Vangelo vi portasse a domandarvi se le croci quotidiane sono un anelito verso Cristo Salvatore o un incentivo a ripiegarvi su sé stessi e in quale misura le difficoltà possono essere luogo per sperimentare la Presenza dello Sposo in voi.

Vi auguro di saper trarre con pazienza le lezioni che il Signore Gesù vuole consegnarvi in quelle circostanze e di essere portatori per altri di salvezza e guarigione.

ANTONIO E LUISA

La domanda che ci pone padre Luca è decisiva. Come affrontiamo le nostre croci, anche quelle piccole? Fuggendo nel passato o sperando nel futuro non vivendo il presente? Oppure immergendoci nell’oggi, nella quotidianità? Solo se saremo capaci di vivere il nostro matrimonio nella quotidianità, anche quando non è facile, decidendo di starci e di donarci completamente allora staremo vivendo un matrimonio vero. Io ero proprio quello che si rifugiava in un futuro ipotetico ed ideale. Ero quello del sabato del villaggio. Il matrimonio mi ha insegnato ad essere presente nel presente.

Un uomo tutto d’un pezzo

Cari sposi, oggi Gesù parte con il botto nel suo ministero pubblico, da subito fa un esorcismo pubblico, che sicuramente ha fortemente scosso la sensibilità di chi l’ha visto. Tutto ciò è stato letto come segno di autorità che in greco si dice exousia.

La sua etimologia è, alla lettera, “avere un’esistenza che proviene dall’essere”. Gesù, quindi, era una persona che appoggiava le sue certezze non da fuori ma da dentro. Cioè, era uno ben fondato e sicuro di sé ed è per questo motivo che suscitava così tanta ammirazione in chi lo vedeva e ascoltava.

Ma come mai Gesù possedeva tale autorità? Evidentemente per la sua condizione divina; eppure, essa si sposava integramente con il suo modo umano di vivere. Gesù è il Verbo, la Parola che si è fatta Carne. Quindi il suo vivere, la sua esistenza era allineata con il suo essere Dio. Ma questo non è stato affatto semplice e facile, per nulla scontato! Diciamo che Gesù se l’è guadagnato con sudore e fatica e da lì il grande merito e fascino che emanava.

Dice il Papa che exousia si riferisce non a “qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé” (Papa Francesco, 10 settembre 2013).

È per questo allora che Gesù si scontra con il demonio, la creatura bugiarda e falsa per eccellenza. Il suo modo di agire non è altro che la menzogna, l’inganno, la confusione, la complicazione, l’ipocrisia. È chiaro che dinanzi a Uno così retto e integro egli salta su per avvertire sempre più vicina la sua rovina.

Che significato può avere per voi sposi quanto espresso finora? Partiamo dal fatto che voi sposi siete un prolungamento, una figura concreta dell’Incarnazione (cfr. Leone XIII, Arcanum). La vostra vocazione è di rendere visibile il dono di Amore di Cristo che ha posto la sua dimora in mezzo a noi e vuole renderlo il più possibile diffusivo.

Il demonio, invece, ha estremo interesse di farvi fallire. Non necessariamente a suon di divorzi e scandali pubblici ma piuttosto facendovi scivolare in un’anonima mediocrità, anestetizzando la vostra coscienza.

Se Gesù in questo brano viene a liberarci levandoci le maschere di dosso, il demonio invece è il maestro del camouflage, dell’apparenza di bene che nasconde tutt’altro.

Allora, ben vengano tutte quelle situazioni di vita o persone che ci aiutano e stimolano ad essere noi stessi, a vivere a fondo la nostra vocazione e ci riportano sul sentiero giusto! Chiediamo al Signore di farci uscire dalla finta pace dei compromessi con il male e il peccato, sebbene sia costoso e difficile, ma è l’unica strada verso la pienezza di vita.

ANTONIO E LUISA

Ho pensato a quanto scritto da padre Luca. Mi sento di dare un consiglio. Cercate di essere trasparenti l’uno con l’altra. Se tra voi c’è verità e non ci sono segreti, per il diavolo sarà molto più difficile trovare un varco per distruggere il vostro matrimonio. Io parlo sempre a Luisa delle mie tentazioni. Questo le depotenzia e mi permette di affrontarle con lei. Questo atteggiamento mi permette di disinnescare tanti pericoli già in partenza.