La Vittima Ostile: quando il dolore taciuto diventa distanza

Siamo arrivati al sesto e ultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere gli altri. Tra tutti gli adattamenti di personalità descritti dall’Analisi Transazionale, quello della Vittima Ostile – chiamato anche passive-aggressive – è probabilmente quello che crea più solitudine.

Non è l’adattamento di chi fa rumore, di chi alza la voce o impone la propria volontà. È, al contrario, l’adattamento di chi ha imparato a soffrire in silenzio, a stringere i denti, a trattenere parole e lacrime perché, in passato, esprimerle non è servito o è stato persino pericoloso.

La Vittima Ostile non attacca apertamente. Si chiude. Non chiede. Si ritira. E dentro, lentamente, cresce un risentimento che diventa la sua unica forma di protezione. Il suo messaggio di copione è semplice e durissimo: “Non chiedere aiuto. Gli altri ti feriscono. Proteggiti da solo.”

Nel matrimonio questa dinamica è particolarmente delicata, perché crea una distanza che l’altro spesso non sa come attraversare.

Chi vive questo adattamento è una persona estremamente sensibile. Sente molto, forse troppo. Coglie sfumature che altri non vedono, percepisce mancanze, silenzi, incoerenze. Ma proprio perché sente così tanto, ha imparato a non esporsi. Ha imparato che dire ciò che prova non cambia le cose. E allora tace.

Nel quotidiano matrimoniale questo si manifesta in modi sottili: un silenzio che dura più del necessario, un “va bene” che non convince, un’ironia che punge, una distanza emotiva che sembra punizione ma in realtà è difesa. Non è cattiveria. È dolore non detto.

Spiritualmente, la Vittima Ostile assomiglia a quei salmi che iniziano con una domanda trattenuta: “Fino a quando, Signore?” Ma invece di diventare preghiera, quella domanda resta chiusa nel cuore, trasformandosi in amarezza.

Questo adattamento nasce quasi sempre da una storia in cui la vulnerabilità non è stata accolta. Un bambino che ha provato a dire ciò che sentiva e non è stato ascoltato. Che ha chiesto e non ha ricevuto. Che ha mostrato rabbia ed è stato rimproverato. Che ha pianto e si è sentito di troppo.

Così ha imparato che chiudersi era più sicuro. Che non dipendere dagli altri era una forma di sopravvivenza. Che fidarsi esponeva al dolore.

Nel matrimonio, però, questa strategia — che un tempo ha salvato — rischia di diventare un muro. Perché l’altro non riesce ad avvicinarsi, non capisce cosa succede, si sente respinto senza sapere perché. E spesso reagisce male, confermando involontariamente la paura originaria della Vittima Ostile: “Vedi? Non puoi fidarti.”

Dal punto di vista cristiano, questa dinamica è profondamente umana, ma non è la strada della vita piena. Dio non chiede di proteggersi dal mondo chiudendo il cuore, ma di affidarlo. E l’affidamento è sempre un rischio. Anche per Cristo.

Gesù conosce il dolore del non essere ascoltato, dell’essere tradito, del restare solo. Eppure non ha scelto il silenzio rancoroso. Ha parlato, ha pianto, ha affidato il suo spirito. La Vittima Ostile, nel suo cammino, è chiamata proprio a questo passaggio: dalla difesa alla fiducia, dal silenzio alla parola.

Amare una persona con questo adattamento richiede pazienza, costanza e una presenza che non si stanca. Non serve incalzarla con domande, né forzarla a parlare. Serve piuttosto creare uno spazio sicuro, dove la parola non viene giudicata, minimizzata o usata contro.

Chi vive accanto a una Vittima Ostile deve imparare a leggere i segnali silenziosi, a non prendere la chiusura come disamore, a non rispondere alla distanza con altra distanza. È fondamentale dare tempo, rassicurare, mostrare con i fatti che la relazione regge anche le emozioni difficili. Perché per chi ha questo adattamento, dire la verità è sempre stato un rischio.

Il cammino di crescita della Vittima Ostile non è diventare più espansiva o più “forte”. È imparare che può parlare senza essere ferita. Che può dire: “Sto male”, senza che questo distrugga l’altro. Che può esprimere rabbia senza perdere l’amore.

È un cammino lento, spesso accompagnato da paura. Ma è anche un cammino profondamente spirituale: passare dalla solitudine difensiva alla relazione fiduciosa. Dal “me la devo cavare da solo” al “posso appoggiarmi”. Nel Vangelo, questo passaggio ha sempre la forma di una mano tesa. Non di una pressione. Non di una pretesa. Solo una presenza che resta.

Quando la Vittima Ostile inizia a fidarsi, accade qualcosa di sorprendente: il risentimento si scioglie, il silenzio diventa parola, la distanza si trasforma in intimità. Non perché il dolore sparisca, ma perché non è più portato da soli. E allora anche questa ferita — come tutte le ferite accolte nella verità — diventa un luogo in cui la grazia può finalmente entrare.

Antonio e Luisa

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La fiaba delle carezze: amore e riconoscimento

Questa fiaba nasce per raccontare, in modo semplice e simbolico, una verità profonda: nel matrimonio le carezze positive sono nutrimento essenziale dell’amore. Ogni persona ha una fame di riconoscimento, e senza carezze – parole, gesti, attenzioni – anche l’amore più sincero rischia di inaridirsi. Attraverso una storia, questa fiaba vuole mostrare come le carezze autentiche, gratuite e quotidiane possano diventare il linguaggio concreto della tenerezza, riflesso dell’amore di Cristo nel sacramento del matrimonio.

C’era una volta, in un piccolo villaggio ai piedi di una collina luminosa, una casa con una porta azzurra. Non era una casa speciale per grandezza o ricchezza, ma tutti dicevano che, quando si passava davanti, si respirava pace. In quella casa vivevano Elia e Miriam, sposi da molti anni.

La collina che sovrastava il villaggio si chiamava Monte delle Carezze. Si raccontava che, sulla sua cima, crescesse una sorgente invisibile: non dava acqua, ma riconoscimento. Chi beveva da quella sorgente imparava ad amare davvero.

All’inizio del loro matrimonio, Elia e Miriam non conoscevano il segreto del Monte. Si volevano bene, certo, ma spesso si sentivano stanchi, non visti, come se qualcosa mancasse. Miriam, a volte, pensava: “Faccio tanto, ma nessuno se ne accorge”. Elia, dal canto suo, sentiva un vuoto che non sapeva spiegare: “Sono qui, ma è come se non contassi abbastanza”.

Un giorno, bussò alla loro porta una donna anziana, con un mantello chiaro e uno sguardo profondissimo. «Sono la Custode delle Carezze», disse. «Ogni cuore umano ha fame. Non di pane, ma di riconoscimento». Li invitò a sedersi e tracciò quattro segni sul tavolo. «Queste», spiegò, «sono le carezze. Senza di esse l’amore si spegne, anche se le persone restano insieme».

La prima carezza era fatta di parole. La Custode disse: «Le parole costruiscono o distruggono. Quando dici: “Ti vedo, ti apprezzo, sei preziosa”, l’altro fiorisce». Da quel giorno, Elia iniziò a dire a Miriam: «Grazie per quello che fai» e Miriam rispose: «Mi fai sentire al sicuro». Non erano frasi solenni, ma vere. E qualcosa cambiò.

La seconda carezza non aveva voce. «È lo sguardo, il tono, la mano che cerca l’altra», spiegò la donna. Miriam cominciò a sorridere a Elia quando rientrava stanco. Elia imparò ad abbracciarla senza motivo. Scoprirono che un gesto sincero può guarire ferite che le parole non sanno toccare.

La terza carezza viveva nelle azioni. «L’amore», disse la Custode, «si vede in ciò che fate l’uno per l’altra». Elia iniziò a preparare il caffè al mattino. Miriam si prendeva cura di lui nei giorni difficili. Non come dovere, ma come dono. Ogni gesto diceva: “Tu conti per me”.

La quarta carezza era invisibile ma potentissima. «Sono i segni simbolici», spiegò la donna. «Un fiore, un biglietto, una sorpresa. Dicono: ti penso anche quando non ci sei». Miriam trovò un giorno una lettera sotto il cuscino. Elia ricevette un piccolo sasso a forma di cuore, con scritto: “Casa”.

La Custode però li ammonì: «Attenzione. Le carezze muoiono se diventano scambio. Se ami solo per ottenere, l’altro lo sente». Spiegò loro che esistono carezze condizionate e carezze libere. Solo queste ultime fanno crescere. Prima di andarsene, disse ancora: «Gesù vi ha dato un comandamento nuovo: amarvi come Lui vi ha amati. Questo significa amare per primi, senza calcoli».

Da quel giorno, Elia e Miriam non furono perfetti. Ma avevano imparato il linguaggio della tenerezza. Quando uno dei due si chiudeva, l’altro offriva una carezza. Quando il silenzio faceva paura, una parola gentile apriva uno spiraglio. La casa dalla porta azzurra rimase semplice, ma divenne un segno per il villaggio. Perché dove le carezze sono vere, l’amore di Cristo passa, silenzioso e concreto.

E così, ancora oggi, si dice che chi impara l’arte delle carezze non solo custodisce il proprio matrimonio, ma diventa luce per il mondo.

Antonio e Luisa

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Misericordia e verità: la sfida dei divorziati risposati

Chi segue la pagina sa che io sono direttamente coinvolto. Sono separato ma non riaccompagnato. Ho scelto la fedeltà.

Quando si va a vedere come funzionano le pastorali della famiglia in Italia, si trovano situazioni completamente diverse, in particolare per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone separate.

È vero che ogni diocesi ha le sue situazioni e caratteristiche, ma è anche vero che in molti casi manca una preparazione adeguata per fronteggiare quello che sta succedendo alle famiglie; inoltre c’è anche tanta confusione su come rispondere a situazioni cosiddette “irregolari”, come nel caso di coppie risposate e riaccompagnate.

Ogni volta che si parla di comunione ai risposati o riaccompagnati, emergono sempre le stesse frasi, ripetute come slogan: “Gesù mangiava con i peccatori”, “Amoris Laetitia lo permette”, “La Chiesa deve essere inclusiva”. Sono frasi vere a metà, ed è proprio la mezza verità che diventa menzogna.

Qui non stiamo discutendo di regolamenti ecclesiastici o di strategie pastorali, stiamo parlando di salvezza eterna e quando è in gioco l’eternità, non ci si può permettere ambiguità.

Gesù mangiava con i peccatori, sì, ma per convertirli: nessuno di loro è rimasto uguale dopo averlo incontrato. All’adultera non dice: “Va tutto bene”, ma “Va’ e non peccare più”.

Oggi invece rischiamo di predicare un Gesù addomesticato, che consola senza convertire, che accoglie senza chiedere nulla, che perdona senza passare dalla croce. Ma quel Gesù non è quello del Vangelo.

Amoris Laetitia parla di discernimento, di cammino, di coscienza formata, di responsabilità, non parla mai di automatismi, né di diritti acquisiti. Chi usa Amoris Laetitia per giustificare una vita che resta oggettivamente in contraddizione con il Vangelo del matrimonio, vuol dire che non ha letto tutte quelle pagine in cui l’indissolubilità viene ribadita molte volte e nemmeno tutti i precedenti documenti della Chiesa.

La domanda decisiva non è “Posso fare la Comunione?”, ma “Mi sto convertendo?”. Perché allora dobbiamo chiederci con onestà: arrivare a fare la Comunione è un traguardo o un punto di partenza? Se è un punto di arrivo, non serve a niente, se è un punto di partenza, può, in casi molto specifici, diventare un aiuto reale, ma solo se non mente sulla verità.

Una misericordia che non chiama al cambiamento non salva, inganna; è come dire a uno che sta annegando: “Tranquillo, l’acqua è bassa”, mentre affonda. Ma proprio per questo la misericordia non può essere svuotata di verità. Dire a una persona: “Va tutto bene così, fai quello che vuoi, tanto Dio perdona” non è misericordia, è una menzogna pericolosa, questo non aiuta nessuno a cambiare vita.

I sacerdoti che fanno un uso sbagliato della misericordia si assumono una responsabilità enorme, da far tremare le gambe, perché quando parlano, lo fanno come rappresentanti della Chiesa e chi li ascolta ha il diritto di fidarsi.

Se un sacerdote rassicura una coscienza senza guidarla nella verità, il conto non verrà chiesto prima di tutto a chi si è fidato, ma a lui: del danno fatto, delle anime confuse, delle coscienze anestetizzate. I sacerdoti sono un dono immenso, un dono senza il quale la nostra vita cristiana semplicemente non esisterebbe così come la conosciamo. Senza di loro non avremmo la Santa Eucaristia, non avremmo i sacramenti, non avremmo quella Presenza reale che sostiene ogni giorno il nostro cammino di sposi, di genitori, di uomini e donne chiamati alla santità.

Esistono santi sacerdoti, ne ho incontrati, uomini che davvero danno la vita per gli altri, che si consumano nel silenzio, nella fedeltà, nell’offerta quotidiana. Ma i sacerdoti sono anche uomini e come tali portano con sé limiti, ferite, storie personali. Ci sono sacerdoti modernisti, altri che mettono tutto sotto la categoria della “misericordia”, altri ancora che vogliono fare gli psicologi, gli analisti, i counsellor; poi ci sono quelli che si trascinano grandi ferite, magari non guarite, che inevitabilmente influiscono sul loro modo di accompagnare.

E proprio perché li amo e li riconosco come dono, sento il bisogno di dire con chiarezza che cosa, come sposo cristiano, io chiedo a un sacerdote. Io non cerco principalmente un consiglio. Non cerco un’analisi transazionale. Non cerco qualcuno che mi aiuti a “stare meglio” abbassando l’asticella del Vangelo. Quello che domando è molto più scomodo, chiedo:
Insegnami a stare in croce.
Insegnami a morire a me stesso per il bene di mia moglie e a risorgere.
Fammi capire come posso vivere cristianamente questa situazione.
Insegnami che senso ha quello che mi sta succedendo e come posso trasformarlo in qualcosa di buono.

Perché a scendere dalla croce o a evitarla, sono bravissimo da solo, non ho bisogno di aiuto per questo, è l’istinto più naturale che ho. Ogni giorno mi viene spontaneo fuggire, giustificarmi, cercare scorciatoie, difendere il mio ego, proteggere le mie ferite. Ma io non voglio un cammino in discesa, non voglio un matrimonio di compromessi. Non voglio una fede che mi faccia semplicemente stare un po’ meglio.

Io voglio la santità, voglio imparare ad amare come Cristo ama la Sua Chiesa, voglio che il mio matrimonio diventi davvero via di salvezza, anche e soprattutto quando costa, quando fa male, quando passa dalla croce. Per questo ho bisogno di sacerdoti che non abbiano paura della croce, anche perché non esiste una vita senza sperimentare il dolore, la sofferenza e il lutto.

Ho bisogno di sacerdoti che mi dicano: “Resta, offri, ama, muori a te stesso, fidati di Cristo.” Perché solo così, misteriosamente, arriva anche la risurrezione. Preghiamo per i nostri sacerdoti, amiamoli, sosteniamoli, ma non smettiamo di desiderare e di chiedere guide che ci insegnino a vivere il Vangelo nella sua radicalità, anche dentro il matrimonio, anche dentro le ferite, anche dentro la croce. Perché è lì che passa la Vita.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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Il ribelle. Quando la libertà diventa difesa.

Siamo giunti a quinto e penultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra gli adattamenti di personalità dell’Analisi Transazionale, quello del Ribelle è forse il più visibile. È lo stile che reagisce, che si oppone, che contesta. Non ama sentirsi incasellato, guidato, corretto. Ha bisogno di spazio, di autonomia, di sentirsi libero. E nel matrimonio questo può diventare tanto una risorsa quanto una fonte di forte tensione.

Se vivi accanto a un coniuge Ribelle, probabilmente lo conosci bene: fa resistenza alle regole, mal sopporta le richieste percepite come imposizioni, reagisce male ai “devi” e ai “bisogna”. A volte sembra fare il contrario di ciò che gli viene chiesto, anche quando in fondo sarebbe d’accordo. Non perché non ami, ma perché odia sentirsi controllato.

Dietro questo stile non c’è superficialità o egoismo. C’è quasi sempre una storia. Il Ribelle è spesso un bambino che ha respirato un clima rigido, giudicante o poco accogliente. Ha imparato presto che per non soccombere doveva opporsi. Che per esistere doveva differenziarsi. Il suo copione interiore suona così: “Non farmi comandare”, “Non lasciarti ingabbiare”, “Se cedo, perdo me stesso”. La ribellione è diventata la sua strategia di sopravvivenza.

Nel matrimonio questo adattamento porta una forza vitale potente. Il Ribelle è spesso creativo, intuitivo, capace di rompere schemi sterili. Non si accontenta di relazioni formali o tiepide. Vuole verità, intensità, autenticità. Porta movimento, passione, energia. È quello che smaschera le ipocrisie, che non si rassegna a una vita di coppia “per abitudine”. E questo è un dono enorme, soprattutto in un mondo che tende alla mediocrità affettiva.

Spiritualmente, il Ribelle custodisce qualcosa di prezioso: il rifiuto dell’idolatria delle regole. Ricorda che l’uomo non è fatto per la legge, ma la legge per l’uomo. È allergico ai formalismi vuoti, alle pratiche senza cuore, alle imposizioni che non parlano alla vita. In questo senso, può essere una provocazione salutare anche nella fede.

Ma come ogni dono, se non è abitato dalla grazia, può diventare una ferita. Quando la ribellione non è più a servizio della verità ma della difesa, il Ribelle rischia di trasformare la libertà in opposizione costante. Può faticare ad assumersi responsabilità stabili, a restare fedele nelle difficoltà, a tollerare la frustrazione. Ogni richiesta viene vissuta come un attacco. Ogni limite come una minaccia. Ogni richiamo come una sconfitta.

Il coniuge può sentirsi così: stanco di dover “scegliere le parole”, di camminare sulle uova, di temere reazioni sproporzionate. Può percepire il Ribelle come imprevedibile, poco affidabile, talvolta infantile. Eppure, dietro quell’opposizione c’è quasi sempre paura di essere annullato. Paura che amare significhi perdere se stesso.

Spiritualmente, il Ribelle assomiglia molto al figlio maggiore o al giovane ricco: desidera la vita, ma fatica ad affidarsi. Vuole restare libero, ma non ha ancora scoperto che l’amore vero non toglie libertà, la compie. Il Vangelo non chiede obbedienza servile, ma una obbedienza filiale, che nasce dalla fiducia, non dalla costrizione.

Se hai sposato un Ribelle, il tuo ruolo è delicato e decisivo. Non puoi guidarlo con il controllo, perché lo irrigidisci. Non puoi cambiarlo con la forza, perché lo perdi. Ma puoi diventare uno spazio in cui la libertà non è minacciata. Alcune attenzioni sono fondamentali: evita il linguaggio delle imposizioni, spiega il senso delle richieste, non usare il ricatto emotivo. Riconosci apertamente il suo bisogno di autonomia. Valorizza la sua originalità senza ironia. Mostragli che la relazione non è una gabbia, ma una casa.

Il Ribelle cresce quando scopre che può restare se stesso dentro il legame, non contro il legame. Quando capisce che dire “noi” non significa cancellare l’“io”. Quando sperimenta che la fedeltà non è una prigione, ma una scelta libera rinnovata ogni giorno.

Il suo cammino di maturazione non è diventare docile o sottomesso. È imparare una libertà più profonda: quella di restare. Di attraversare i conflitti senza fuggire. Di obbedire non per paura, ma per amore. Spiritualmente, è il passaggio dalla ribellione alla figliolanza: non più contro il Padre, ma con il Padre.

Quando questo accade, il Ribelle diventa una forza straordinaria nel matrimonio: non un distruttore di regole, ma un custode dell’essenziale. Non uno che scappa dai legami, ma uno che li sceglie con tutto se stesso. Un uomo o una donna finalmente liberi, perché capaci di amare senza difendersi.

Antonio e Luisa

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L’amore ha ricominciato a parlare

Dove tutto era silenzio e tutto sembrava perduto, l’amore ha ricominciato a parlare

Siamo Giancarlo e Rossella e siamo sposati da 10 anni. Quando ci siamo conosciuti eravamo ragazzini, con tanti sogni da realizzare, aspettative e mille idee che ci frullavano per la testa. Dopo qualche mese dal nostro primo incontro, abbiamo deciso senza esitazioni di iniziare un cammino insieme: convivere sotto lo stesso tetto, sempre più convinti del legame profondo che ci univa.

Il pensiero di arrivare al matrimonio e di creare una famiglia era per noi l’obiettivo primario; davanti a questo ci sentivamo speranzosi e gioiosi, come un bambino intento a scartare i regali di Natale.

I primi anni di matrimonio sembravano scorrere velocemente: giorni bellissimi e colmi d’amore. I nostri sogni e progetti, pian piano, prendevano forma tra sacrifici, giornate di gioia e risate, ma anche momenti vissuti con fatica e, talvolta, con il timore di non riuscire a farcela. Dopo qualche anno di matrimonio e i primi sogni realizzati, decidemmo di arricchire la famiglia. Poco dopo venne alla luce la nostra primogenita, Giorgia.

ROSSELLA

Da quel momento tutto iniziò a cambiare velocemente e le nostre vite scorrevano piacevolmente. I rumori suonavano in modo diverso, come una melodia che faceva da colonna sonora alle nostre giornate. Dopo qualche anno la famiglia crebbe ancora e, con l’arrivo di Giulia, le emozioni divennero sempre più belle e imprevedibili.

Con il passare del tempo, però, il ruolo di genitori diventò sempre più impegnativo e assorbente. Senza nemmeno accorgercene, ci ritrovammo a vivere la nostra relazione con aloni di disagio e monotonia. Il nostro tempo era fatto solo di responsabilità, impegni e attività, spesso difficili da gestire, e a volte ci sembrava di affrontare sfide più grandi di noi.

Il lavoro, le esigenze quotidiane e lo stress accumulato ci portarono lentamente a vivere un rapporto di routine. Le nostre giornate sembravano tutte uguali: si andava avanti per abitudine. Ogni discussione si trasformava in lunghi silenzi che duravano giorni, senza mai arrivare a una vera conclusione.

La costante lontananza di Giancarlo da casa per lavoro la vivevo con grande difficoltà. Mi sentivo sola e inadeguata. Questi sentimenti diventarono sempre più presenti, fino a farmi disprezzare quella vita e il mio sposo. In me iniziò a farsi strada l’idea dell’evasione e della separazione.

Mi sentivo sola e disperata, non mi sentivo ascoltata né capita. Un giorno conobbi per caso un uomo che mi apprezzava e mi ascoltava. Mi sentii sollevata nel sapere che qualcuno riusciva a comprendermi. Per un anno vissi una doppia relazione, incosciente del male che stavo arrecando alla mia famiglia.

Il giorno in cui decisi di confessare tutto a Giancarlo ero pronta ad affrontare la separazione. Ricordo una lite furiosa e tanta sofferenza tra noi. Ma una voce interiore, inaspettata, mi incoraggiava a non distruggere tutto ciò che avevamo costruito. Mi sentivo come se qualcuno mi stesse offrendo un’altra possibilità, come se mi venisse concesso di salvare la nostra unione e la nostra famiglia.

Oggi sono ancora grata al Signore per avermi fatto incontrare un’amica che mi parlò di Retrouvaille. Entusiasta, ne parlai subito con Giancarlo e prendemmo la decisione più saggia: provare a salvare il nostro matrimonio.

GIANCARLO

La mancanza di comunicazione con Rossella mi aveva portato a rifugiarmi nel lavoro e, soprattutto, lontano da casa, ignaro delle responsabilità che tra le mura domestiche si stavano accumulando. Anche la nostra intimità era diventata un ricordo lontano, limitata e ridotta più a sfoghi che a veri momenti di tenerezza.

La crisi fu profonda. Le litigate erano frequenti, fino ad arrivare, con grande sofferenza, alla decisione della separazione. Quella sera decidemmo comunque di cenare insieme alle nostre figlie. Dopo cena, Rossella andò in camera da letto e lì si lasciò andare a un lungo pianto liberatorio. Mi chiese di abbracciarla e in quell’istante capimmo che il nostro amore non poteva finire in quell’abbraccio. Quello non poteva essere il nostro addio.

Dopo qualche giorno, in un presidio ospedaliero, Rossella si ritrovò tra le mani un volantino e venne a conoscenza dell’associazione Retrouvaille. Mi chiamò per dirmelo e, dopo esserci confrontati, decidemmo di partecipare senza farci troppe domande.

ROSSELLA

Arrivammo al weekend con sentimenti contrastanti: passavamo dalla speranza allo sconforto, con la paura di rimanere delusi e di ricadere nelle stesse abitudini di prima. Il programma ci sembrò subito interessante. Pian piano il dialogo iniziò a incidere positivamente nel nostro rapporto di coppia: ci aiutava a comprendere meglio i nostri sentimenti e ci spingeva a rimettere al centro la nostra relazione e il nostro matrimonio. Abbiamo ricominciato a vivere e a ritrovare quella complicità che si era persa. È stato sorprendente ritrovarsi.

GIANCARLO

Abbiamo iniziato a dialogare su ciò che non andava nella nostra relazione. Anche la nostra intimità è cambiata. Abbiamo iniziato a mettere in pratica gli strumenti che Retrouvaille ci aveva messo a disposizione: strumenti che in realtà avevamo già, ma che per vari motivi non riuscivamo a utilizzare. Così abbiamo deciso di non arrenderci.

Oggi anche i nostri figli crescono in un ambiente più sereno e accogliente, dove si dialoga e dove ogni giorno condividiamo emozioni e sentimenti. Il cammino di guarigione è ancora lungo, ma uniti possiamo farcela. La nostra storia non è una fiaba e non termina con “vissero felici e contenti”. Abbiamo la consapevolezza che c’è ancora da lavorare. Sappiamo che non ci siamo incontrati per caso, ma che il Signore ha per noi, come coppia e come famiglia, un progetto ben preciso. Il nostro non è un sentimento infantile, ma un legame forte, da custodire e difendere giorno dopo giorno.

Giancarlo e Rossella (Retrouvaille Italia)

Convivenza e matrimonio: la differenza che non vogliamo più vedere

Molti cristiani oggi dichiarano di credere nei sacramenti, di partecipare all’Eucaristia, di sentirsi parte della Chiesa. Eppure, quando il discorso arriva al matrimonio, affermano con disarmante tranquillità che “in fondo non c’è molta differenza tra convivenza e matrimonio”. È una frase detta spesso per non ferire, per non giudicare, per risultare accoglienti. Ma è una frase che tradisce una profonda confusione, perché non è neutra: è teologicamente incoerente, spiritualmente fragile e psicologicamente difensiva.

Convivenza e matrimonio non sono due stili diversi della stessa scelta. Sono due logiche differenti, due modi opposti di intendere l’amore, il legame e la responsabilità. Metterli sullo stesso piano significa non comprendere — o non voler più comprendere — cosa sia un sacramento.

Il punto teologico: o il sacramento cambia la realtà, oppure no

Il matrimonio cristiano non è una festa ben riuscita, né una cornice religiosa per un amore già esistente. È un sacramento, cioè un’azione concreta di Dio nella storia. Dire che non fa differenza equivale a dire che Dio non agisce realmente attraverso segni visibili. Ma se questo è vero per il matrimonio, allora dobbiamo essere coerenti fino in fondo: perché dovrebbe essere vero per il Battesimo? Per la Riconciliazione? Per l’Eucaristia?

Qui emerge un’ipocrisia sottile ma diffusa: difendiamo i sacramenti che non mettono in discussione il nostro stile di vita, ma relativizziamo quelli che chiedono una scelta pubblica, definitiva, irrevocabile. Non è apertura mentale. È incredulità selettiva. È credere solo fin dove non costa.

Il punto spirituale: alleanza o prova generale

Dal punto di vista spirituale, la convivenza resta sempre una relazione reversibile. Anche quando è sincera, affettuosa, stabile, conserva una porta socchiusa. Il matrimonio, invece, nasce come alleanza. Non come garanzia di felicità, ma come atto di fiducia nella grazia.

Dio non ama l’uomo “finché funziona”. Dio stringe un’alleanza irrevocabile. Quando due sposi si promettono per sempre, non stanno affermando di essere migliori degli altri, ma stanno dicendo che scelgono di affidarsi a qualcosa che li supera. La convivenza cerca soprattutto compatibilità; il matrimonio accetta la chiamata alla conversione. E questa differenza è decisiva.

Il punto psicologico: Adulto o Bambino adattato

L’Analisi Transazionale aiuta a leggere ciò che spesso non si dice. Molte convivenze funzionano secondo una logica di Bambino adattato: “finché sto bene resto”, “se diventa troppo difficile me ne vado”, “se non funziona vuol dire che non era quello giusto”. È una struttura relazionale che tutela, protegge, ma non espone.

Il matrimonio, invece, chiama in causa lo stato dell’Io Adulto: responsabilità, decisione, capacità di stare nel conflitto senza fuggire. Per questo dire che convivenza e matrimonio sono equivalenti spesso è una razionalizzazione elegante per non affrontare la paura dell’impegno. Non è libertà. È evitamento mascherato da maturità.

Il punto simbolico e comunitario: privato o pubblico

La convivenza resta un fatto privato. Il matrimonio è un atto pubblico, davanti a Dio e alla comunità. Questo passaggio non è un dettaglio burocratico, ma un atto simbolico potentissimo: l’amore smette di essere solo “mio” e diventa luogo di responsabilità, testimonianza, servizio.

Quando si elimina questa dimensione pubblica, l’amore resta confinato nell’emozione. Non entra nella storia. Non diventa segno. Non diventa parola detta al mondo.

L’ipocrisia finale: credenti a metà

Il nodo, alla fine, è tutto qui. Non possiamo continuare a dirci credenti, sacramentali, figli della Chiesa, e allo stesso tempo affermare che il matrimonio non faccia differenza. Non è una posizione neutra. È una contraddizione interna.

Se il matrimonio non trasforma nulla, allora Dio non trasforma nulla. E se Dio non trasforma nulla, la fede diventa solo un linguaggio simbolico, una spiritualità decorativa, una tradizione emotiva. Il problema non è chi convive. Il problema è chi convive dentro la fede fingendo che la fede non chieda nulla.

La verità, per quanto scomoda, è semplice: o il matrimonio è sacramento, oppure siamo noi a non credere davvero nei sacramenti. E a quel punto, sì, anche l’Eucaristia rischia di diventare solo pane.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la gioia.

Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.

In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.

Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.

L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.

Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.

Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.

Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.

Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.

La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.

Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.

Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.

Antonio e Luisa

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Cari genitori, i vostri figli rinnovando … raccontano anche la vostra fede

Riprendendo con questo articolo (dopo la serie sul sacramento del battesimo) le riflessioni mistagogiche sull’Iniziazione Cristiana avvio il ciclo sul mistero della Confermazione. È mio intento condividere delle considerazioni che mettano in luce il tempo che intercorre dal giorno del battesimo al giorno della cresima come un tempo di custodia della grazia battesimale ad opera della Comunità ecclesiale, in tutti i carismi e i ministeri, ed in particolare della chiesa domestica, nel suo ministero coniugale e nelle relazioni fraterne.

Pensiamo il rito della Confermazione come un mosaico di tre scene liturgiche. Ora mi soffermo sulla prima scena quando il cresimando, insieme a tutta la comunità, rinnova le promesse battesimali. Il vescovo chiede di rinunciare «a satana e a tutte le sue opere e seduzioni» e di professare la fede «in Dio, Padre onnipotente … in Gesù Cristo … nello Spirito Santo». Il vescovo poi, al termine della professione, dà il suo assenso proclamando la fede della Chiesa.

In questa scena il cresimando racconta la realtà nella quale finora è stato immerso: «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11).

In questa prima scena l’assemblea, ascoltando le parole del cresimando, vede pure l’accompagnamento generativo ricevuto dalla comunità ecclesiale, i racconti della fede che finora il cresimando ha ricevuto soprattutto dalla chiesa domestica di cui è membro.

La fede è stata un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo (papa Francesco, Lettera al card M. Ouellet per l’America Latina, 19/3/2016).

L’accompagnamento generativo non si è arrestato all‘ora di catechismo’ in preparazione immediata alla celebrazione. Il cresimando sin dal giorno del battesimo ha preso parte al cammino della comunità sospinta dal canto della fede. «Canta e cammina» diceva S. Agostino, per significare la fede del popolo quando cammina. Il cresimando ha preso parte, tra i pericoli e le tentazioni, al canto della bontà di Dio che è stato fedele alle sue promesse. Il popolo fedele «canta per alleviare le asprezze della marcia … Ma che significa camminare? Andare avanti nel bene e progredire nella santità» (Sermo 256).

Ogni battezzato è accompagnato in vario modo dall’intero popolo di Dio verso il sacramento della Confermazione. Le relazioni rigenerate nella fede in Gesù Cristo sono le modalità più contagiose per la singola persona. Pensiamo al ministero del catechista, e a tutti i ministeri con cui il cresimando entra in relazione dal giorno del suo battesimo, e pensiamo a tutte le partecipazioni liturgiche cui ha aderito: sono relazioni ecclesiali contagianti se ‘cantate’ al ritmo della liturgia familiare che fuggono dal circolo ristretto dei più intimi, dal comodo privato, e scelgono il rischio dell’incontro con il fratello, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue angosce e le sue speranze, così come accade in ogni ambiente domestico.

Per evangelica sincerità è giusto non tacere sulla presenza di alcune fragilità nelle relazioni ecclesiali (parrocchiale e familiare) quando scandalizzano e allontanano dal cammino vero la Confermazione. A mo’ di esempio: religione fai da te, forme di sincretismo in ordine alla dottrina e alla morale, partecipazione liturgica occasionale, ignoranza della Scrittura, la mondanizzazione dei ministeri ecclesiali (operatori pastorali, ministeri ordinati e laicali).

A questo punto è giusto riconoscere che, mediante coloro che rinnovano le promesse, assistiamo al superamento della debolezza e alla testimonianza della potenza di Dio. In quel percorso faticoso della fede dovrà giocare un ruolo fondamentale la famiglia di appartenenza (sarebbe auspicabile poter citare anche il ministero dei padrini del battesimo). Facendo ri-credere il cresimando nell’Amore si rinnova la grazia matrimoniale della chiesa domestica. 

Don Antonio Marotta

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L’Iper-Adattato: quando l’amore diventa silenzio

Oggi affrontiamo il quarto stile di adattamento: l’Iper-Adattato. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Adattato, potresti faticare persino a dargli un nome. Non è conflittuale, non impone, non alza la voce. Anzi, spesso sembra andare bene tutto. Si adatta, osserva, capisce al volo cosa serve, cosa è richiesto, cosa è meglio non dire. È una presenza discreta, gentile, capace di smussare gli angoli e rendere la vita più semplice. Sembra il partner ideale. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ed è proprio per questo che l’Iper-Adattato è uno degli adattamenti più invisibili… e più rischiosi.

Dietro questo stile, quasi sempre, c’è una storia antica. Un bambino che ha imparato presto che essere se stesso non era sempre sicuro. Che esprimersi poteva creare tensioni, delusioni, disapprovazione. Così ha sviluppato un copione silenzioso: “Non disturbare”, “Non creare problemi”, “Sistemati tu, così gli altri stanno bene”. Crescendo, questo diventa un modo di stare al mondo: adattarsi per non perdere il legame.

Nel matrimonio, questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Adattato è spesso dolce, intuitivo, profondamente attento all’altro. Sa accogliere, sa fare spazio, sa leggere i bisogni senza che vengano detti. È capace di armonizzare, di evitare scontri inutili, di prendersi cura delle fragilità del partner con una delicatezza rara. Molte coppie funzionano anche grazie a questa attitudine, che rende la quotidianità più fluida e meno conflittuale.

Spiritualmente, questo tratto assomiglia molto alla mansuetudine evangelica: una forza gentile, non violenta, capace di custodire la relazione. Ma – come ogni dono – anche questo può diventare una trappola se non nasce dalla libertà. Quando l’adattamento è guidato dalla paura e non dall’amore, il rischio non è il conflitto… è la sparizione di sé.

È importante, qui, distinguere l’Iper-Adattato dal Compiacente o Pleaser (vai a riprendere l’articolo se non lo ricordi). Possono sembrare simili, ma sono profondamente diversi. Il Pleaser compiace per amore: desidera sinceramente rendere felice l’altro, anche a costo di esagerare. L’Iper-Adattato, invece, non lo fa per piacere, ma per sicurezza. Non cerca la gratificazione del partner, ma l’assenza di tensione. Potremmo dirlo così: il Pleaser si perde nell’altro; l’Iper-Adattato si perde per non farsi vedere. Spiritualemente, il Pleaser esagera nel dono; l’Iper-Adattato rinuncia all’identità.

Nel tempo, questa rinuncia lascia segni profondi. Per evitare discussioni o dispiaceri, l’Iper-Adattato può smettere di esprimere i propri bisogni, dire “sì” quando dentro sente “no”, minimizzare ciò che prova, adattarsi costantemente all’umore del partner, nascondere desideri e sogni perché “meno importanti”. A forza di rinunciare, perde il contatto con ciò che sente davvero. E questo non esplode quasi mai in rabbia: esplode in tristezza, distanza, senso di vuoto. L’Iper-Adattato non fa rumore quando soffre. Si spegne. E spesso il coniuge se ne accorge tardi, perché “andava tutto bene”.

Spiritualmente, questa dinamica è lontana dal Vangelo. Dio non chiama a scomparire, ma a esistere. Gesù, mite e umile, non è mai stato un uomo che si adattava per paura: sapeva dire di no, sapeva nominare il male, sapeva custodire la propria identità. L’amore cristiano non chiede di annullarsi, ma di donarsi nella verità.

Se hai sposato una persona Iper-Adattata, il tuo ruolo è decisivo. Puoi diventare per lui o per lei un luogo sicuro, una terra promessa in cui essere finalmente vero. Questo richiede alcune attenzioni concrete. Chiedi il suo parere senza dare per scontato che “gli vada bene tutto”. Invitalo con delicatezza a dire ciò che sente, senza incalzarlo. Accogli le sue parole anche quando sono scomode, senza punirlo emotivamente. Non approfittarti – neppure inconsapevolmente – della sua flessibilità. Rassicuralo, con i fatti più che con le parole, che la verità non mette in pericolo la relazione. Valorizza i suoi desideri come un dono per il matrimonio, non come un problema da gestire.

L’Iper-Adattato si apre quando sente che non deve temere la tua reazione. Quando scopre che la sua identità non disturba, ma arricchisce.

Il suo cammino di crescita non è diventare egoista o ribelle. È molto più profondo: ritrovare la propria voce. Dire “questo sono io” senza scusarsi. Credere che la propria presenza non è un peso, ma una grazia. Spiritualmente, è il cammino dei figli: non si deve meritare lo spazio, lo si riceve. Quando questo accade, il matrimonio cambia volto. Non è più un luogo di mimetizzazione, ma di incontro. Non serve più scomparire per avere pace, perché la pace nasce dall’amore… non dalla paura.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è un cammino dentro al tempo

Siamo così arrivati al 2026. Un numero che, di per sé, dice poco, ma che per molti porta con sé domande, bilanci, pensieri che magari durante l’anno teniamo a distanza. Il cambio di calendario ha questo effetto: ci costringe a guardare il tempo in faccia, a fare i conti con ciò che è passato e con ciò che ancora non sappiamo.

Mentre riflettevo su cosa scrivere in questi primi giorni dell’anno, mi sono accorto che il filo rosso che attraversa tante storie matrimoniali è proprio lui, il tempo; è curioso come, parlando di matrimonio, il tempo venga spesso dato per scontato.

Si parla di amore, di progetto di vita, di fede, d’impegno reciproco, tutti elementi essenziali, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto il tempo incida concretamente sulla vita coniugale, nel bene e nel male. Eppure il tempo è il luogo in cui il matrimonio prende forma, cresce, si trasforma, a volte s’incrina, a volte si santifica.

Il tempo cambia le persone, cambia i ritmi quotidiani, le priorità, il corpo, l’energia, il modo di guardare se stessi e l’altro; cambia persino il modo di volersi bene. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si gioca dentro il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Per gli sposi, questa è spesso una delle prime grandi fatiche da accettare: ci si sposa con un’idea chiara di sé e dell’altro, con un entusiasmo che sembra sufficiente per affrontare tutto, con un linguaggio comune che pare immutabile. Poi arrivano i figli, o magari non arrivano e questo diventa una ferita; arriva il lavoro che assorbe energie, arrivano le preoccupazioni economiche, la stanchezza, la routine e a un certo punto ci si accorge che l’altro non è più esattamente com’era prima.

Ma se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che nemmeno noi siamo rimasti gli stessi, per fortuna: quando non cambia niente, vuol dire che non stiamo né salendo, né scendendo nella scala dell’amore. Ad esempio, in questi giorni di vacanza, ho potuto parlare chiaramente con una figlia, cercando di capire cosa non funziona e quindi farò tesoro di quello che ci siamo detti per migliorare la relazione con lei.

Qualcuno può pensare che se qualcosa è cambiato, allora si è anche rotto, come se il cambiamento fosse automaticamente una perdita. In realtà non tutto ciò che cambia è un peggioramento, a volte è semplicemente una trasformazione che chiede di essere attraversata, non evitata, non combattuta. Il matrimonio non è il tentativo di fermare il tempo o di cristallizzare una stagione felice, ma di camminare nel tempo insieme, accettando che la forma dell’amore cambi senza perdere la sua sostanza.

Ci sono stagioni in cui l’amore è spontaneo, leggero, quasi naturale e ce ne sono altre in cui diventa una scelta quotidiana, consapevole, a volte persino faticosa: non perché l’amore sia finito, ma perché è cresciuto e chiede un linguaggio nuovo, meno istintivo e più profondo. È proprio in queste stagioni che molti sposi si sentono smarriti, come se non riconoscessero più ciò che stanno vivendo, come se si chiedessero: È normale tutto questo?

Ed è proprio qui che la fede può fare la differenza, non come una soluzione magica che elimina i problemi, ma come uno sguardo più ampio sulla realtà. La fede ricorda agli sposi che il sacramento non li abbandona quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce: resta, lavora in silenzio, continua ad agire anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti. Per gli sposi, questo può essere un invito prezioso: non misurare il matrimonio solo in base a come ci si sente oggi, ma in base a dove si sta andando e, soprattutto, a Chi si è scelto di mettere al centro del cammino.

I separati fedeli invece testimoniano, spesso senza volerlo e senza cercarlo, che ciò che Dio unisce non è soggetto alle mode, alle stagioni della vita, né alle emozioni del momento: dicono che il matrimonio cristiano ha una profondità che va oltre il momento presente, oltre la fase che si sta attraversando.

Il tempo mette alla prova il matrimonio, è vero, ma non necessariamente per distruggerlo: spesso lo fa per purificarlo, per liberarlo dalle illusioni, per renderlo più vero e più essenziale (come accade a ogni vocazione autentica, che viene provata non per essere annullata, ma per essere approfondita). Il matrimonio cristiano non è una corsa contro il tempo, non è una lotta per “rimanere come siamo” o “tornare come prima”, è un cammino dentro il tempo, fatto insieme a Dio, accettando che alcune risposte arrivino lentamente e che alcune ferite richiedano pazienza.

Quando questo viene dimenticato, si rischia di confondere una fase difficile con una fine, una trasformazione con un fallimento, una crisi con la negazione di tutto ciò che è stato. Ed è spesso proprio lì, in quel tempo che sembra vuoto o sprecato, che Dio lavora di più, perché nel Vangelo il tempo non è mai solo qualcosa che passa, è sempre un luogo in cui Dio sceglie di rimanere con te e per questo è sempre un grande dono. Buon anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Tobia non è una favola: quando Dio entra nelle storie complicate /1

«Per tutta la mia vita ho camminato per le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3)

«Ma accadde che, mentre dormivo, del guano di passeri cadde sui miei occhi e divenni cieco» (Tb 2,10)

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza» (Tb 3,6)

Iniziamo oggi una serie di 10 articoli su Tobia e Sara. Il libro di Tobia si apre così: con la fedeltà di un uomo giusto e con una sofferenza che sembra inspiegabile. È da qui che inizia anche il nostro cammino di sposi. Il libro di Tobia non inizia come una storia romantica. Inizia con un uomo giusto a cui va tutto storto.

Tobi è fedele alla Legge, onesto, misericordioso. Aiuta i poveri, seppellisce i morti, educa suo figlio al timore di Dio. È uno di quelli che oggi diremmo: “una brava persona”. Eppure, nel giro di poco tempo, perde tutto ciò che dava sicurezza alla sua vita: la salute, il lavoro, la stima sociale. Diventa cieco.

Questo è il primo messaggio forte per gli sposi: la fedeltà non è una polizza assicurativa contro il dolore.

Molti entrano nel matrimonio con un’idea silenziosa ma potente: Se facciamo le cose per bene, se ci impegniamo, se siamo cristiani… allora andrà tutto bene. Quando poi arrivano la stanchezza, la fatica economica, i figli che scombinano gli equilibri, le ferite non risolte, quella convinzione crolla. E con essa spesso crolla anche la fiducia.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui emerge un copione di vita molto diffuso: il copione del “bravo bambino”. È la convinzione inconscia secondo cui, se mi comporto bene, se faccio ciò che è giusto, sarò protetto dalla sofferenza. Quando questo copione viene smentito dalla realtà, l’Io Bambino di uno o di entrambi gli sposi va in crisi. E spesso prende il comando un Genitore critico interiore che accusa: Dio, il coniuge, la vita.

Tobi diventa cieco. Ma la sua cecità non è solo fisica. È simbolica. È la cecità di chi non capisce più cosa stia succedendo. Di chi pensa: Non me lo merito. Quante coppie arrivano lì. Non perché non si amino più, ma perché non riconoscono più il senso di ciò che stanno vivendo. Si sente dire: Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare… eppure siamo qui. Quante persone si sentono tradite dal coniuge e anche da Dio

Il libro di Tobia ha il coraggio di dirlo: la vita giusta non è una vita facile. E il matrimonio cristiano non è una favola benedetta, ma una vocazione incarnata, reale, esposta. Abitata da Dio che va però accolto in una relazione adulta.

Dentro questa fatica entra Anna, la moglie di Tobi. Anche lei è stanca, ferita, umiliata. Deve lavorare per mantenere la famiglia. E quando viene accusata ingiustamente, reagisce. Le parole tra lei e Tobi diventano dure. Non perché non si amino, ma perché il dolore non elaborato cerca sempre un colpevole.

Qui l’Analisi Transazionale ci aiuta molto. Quando l’Adulto è sopraffatto dalla sofferenza, emergono stati dell’Io contaminati:
– il Genitore critico che giudica
– il Bambino ferito che si difende o attacca

Il conflitto coniugale, in questi momenti, non è un segno di fallimento, ma un segnale di sovraccarico emotivo. Tobi e Anna non sanno come gestire ciò che sta accadendo. E non lo mascherano. La Bibbia non edulcora. Non spiritualizza troppo in fretta. Questo è fondamentale per gli sposi: Dio non entra solo nelle coppie “che funzionano”, ma anche in quelle che non capiscono più come fare.

Il punto decisivo arriva quando Tobi prega. Non una preghiera devota. Una preghiera disperata. Chiede di morire. È forte dirlo, ma è vero: ci sono momenti in cui non chiediamo a Dio di salvarci, ma solo di farci smettere di soffrire.

Eppure, proprio lì, il testo dice una cosa sorprendente: Dio ascolta. Non perché Tobi prega bene. Non perché è spiritualmente forte. Ma perché è vero.

Questo è un passaggio chiave anche psicologicamente. Quando una persona smette di recitare il ruolo del “forte” o del “giusto” e si permette di essere fragile, l’Io Adulto può tornare a respirare. La fede matura non nasce dal controllo, ma dall’affidamento.

Il libro di Tobia ci dice subito che Dio non entra nella storia per evitare il dolore, ma per camminarci dentro. Il matrimonio non è il luogo in cui tutto va bene, ma il luogo in cui si impara a restare veri anche quando va male.

Questo primo capitolo è una liberazione per gli sposi.
Dice: non siete sbagliati perché fate fatica.
Dice: non avete fallito perché soffrite.
Dice: Dio non è assente quando non capite.

Tobia non è una favola. È una storia vera. Ed è proprio per questo che può diventare una buona notizia per chi si è sposato. Nei prossimi nove articoli andremo a fondo del significato umano e psicologico di questa vicenda. Perchè racconta tanto di noi.

Antonio e Luisa

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Alla fine di questo pellegrinaggio

Ormai vicini alla chiusura del Giubileo della Speranza, che avverrà il 6 gennaio e che ha visto tutta la Chiesa affrontare un percorso spirituale durante quest’anno speciale di grazia, condividiamo con tutti voi l’ultima beatitudine scaturita dall’aver intrapreso insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare:

 “BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE SCOPRIRETE CHE IL PELLEGRINAGGIO SPONSALE È GUIDATO ANCHE DAL SILENZIO, IL SILENZIO DELLA PREGHIERA RECIPROCA, CHE APRE LA PORTA AL CUORE DEL NOSTRO SPOSO GESÙ”

Solitamente ogni pellegrinaggio è guidato da un professionista in grado di affiancare, accompagnare e condurre il pellegrino durante tutta l’esperienza. Nel matrimonio cristiano certamente la prima guida è lo Spirito Santo, che consacra la relazione il giorno delle nozze. È Lui che ha “abitato” le soste silenziose che, durante questo anno, abbiamo fatto.

Cari sposi, senza lo Spirito di verità non saremmo in grado di affrontare nessun cammino poiché come ci dice Giovanni “Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).

Un pellegrinaggio non porta soltanto in un luogo sacro ma catapulta in uno stato dell’anima, proprio per questo al ritorno non si è mai gli stessi. Nonostante viviamo in un’epoca di accelerazione, algoritmi e produttività rapida, quest’anno abbiam cercato di “assaporare” la lentezza, l’incertezza e la vulnerabilità. Tutto ciò fa parte di ogni pellegrinaggio, proprio perché porta con sé una trasformazione.

Vogliamo lasciarvi, allora, qualche “regola” che abbiam tirato fuori verificando la trasformazione che è avvenuta, in questo periodo, alla nostra relazione:

  • Sposi, partite anche senza essere pronti perché lo zaino peserà comunque e la paura sarà sempre lì. Ma è proprio l’atto di partire insieme, cioè di ricevere il Sacramento del Matrimonio, che vi apre ad una relazione fertile e sempre nuova;
  • Sposi, se fallite ringraziate perché il fallimento quotidiano spoglia la relazione da ogni illusione di essere perfetti. Solo cadendo e rialzandosi insieme si impara davvero a camminare insieme;
  • Sposi, scoprite la solitudine fertile che non è isolamento ma è un dialogo intimo tra anime che non sempre si riesce a “sentire”: il silenzio non è una minaccia ma è guida e compagno, soprattutto quando nasce dalla preghiera reciproca;
  • Sposi, vivete il presente come non mai. Il pellegrinaggio è come una macchina che riporta all’adesso, al qui ed ora: respiro, passo, dolore, resistenza. Nella relazione familiare tutto ciò si intreccia in una meditazione incarnata che nessuna app di mindfulness potrà mai fare;
  • Sposi, trasformate il dolore in resilienza facendo di ogni “vescica” non una sofferenza sterile ma il “carburante” affinchè il restare insieme renda visibile che si può sopportare molto di più di quanto si creda;
  • Sposi, abbracciate l’ospitalità radicale poiché durante il cammino si incontra l’umanità nuda di entrambi ma anche di altri. Offrite l’acqua del puro amore anche a sconosciuti e lasciate le porte del cuore aperte senza chiedere nulla. Tale ospitalità è l’antidoto all’individualismo della società moderna e la manifestazione della presenza del Regno di Dio;
  • Sposi, accettate l’inutilità sacra. A volte, camminando si sentono delle voci comuni sulla relazione di coppia, del tipo “non produce”, “non accumula”, “non monetizza”. Proprio per questa apparente inutilità ogni relazione sponsale è sacra e conduce a scoprire che il suo valore non sta nell’output ma nella sua interiorità;
  • Sposi, collezionate le vertigini che vengono quando si incontra un bivio. Dio sta dando un’ulteriore possibilità di libertà, purché si continua a camminare insieme;
  • Sposi, imparate l’arte del lasciar andare ciò che pesa sulla relazione: uno zaino troppo pieno di egoismo, di convinzioni, di maschere. Si cammina più veloci con meno “Io” e più “Noi”;
  • Sposi, ritornate sempre a casa da pellegrini cioè mantenendo sempre vivo lo sguardo del viandante nella routine giornaliera, con meno automatismi e più autenticità.

Siamo convinti che quest’anno giubilare ha portato, e porterà ancora, i suoi “frutti di speranza” se il pellegrinaggio personale e di coppia vi ha condotto ad una rivoluzione esistenziale.

Cari sposi in un mondo che vi vuole consumatori di cose materiali, scegliete di essere pellegrini di sparanza; in una società che vi vuole celeri nel competere, scegliete la lentezza nell’aspettare i tempi dell’altro; in una cultura che vi vuole connessi 24 ore, 7 giorni su 7, scegliete il silenzio della preghiera. Siate sposi cristiani che fanno della povertà umana la loro ricchezza.

Quando vi sembra che Dio vi abbia tolto tutto, in realtà vi sta dando tutto se stesso. E allora scoprirete che il vero pellegrinaggio non è da un luogo all’altro della terra, ma è un pellegrinaggio interiore: dal fuori al dentro, dalle cose al cuore. Ah, come diversamente pensa il mondo! Se solo esso sapesse che avere Dio è possedere tutto, come vivrebbe più felice già fin da ora, pur in mezzo alle mille tempeste dell’esistenza! Dio lo si può trovare, non è lontano: vive nel cuore dell’uomo in grazia. Occorre solo mettersi in cammino, e la strada è la preghiera. Il pellegrino guarda dentro se stesso, sta raccolto, non si turba di fronte alle sventure: ha capito che il Padre non abbandona nessuno, perché Dio è amore. Non vi è più salita né discesa, montagna o avvallamento: egli tiene lo sguardo fisso verso la meta e lì ritrova tutto, ma proprio tutto (dai Racconti di un pellegrino russo)

Ricordatevi che essere sposi pellegrini, cioè che si sforzano di far crescere la loro relazione d’amore orientandola verso l’Alto, vi renderà liberi di vivere il Sacramento nuziale nella verità dello Spirito fino al giorno in cui ritorneremo, pellegrini, dal nostro Sposo Gesù.  

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Uomini e Donne: La Vera Libertà tra Amore e Relazioni

Oggi, 1° gennaio, la Chiesa non apre l’anno nuovo parlando di programmi, obiettivi o performance. Lo apre mettendo al centro una donna. Maria, Madre di Dio. Non una donna potente secondo i criteri del mondo, non una donna “arrivata”, non una donna che si è salvata da sola. Ma una donna che ha accolto una relazione, che ha detto sì a un Altro, che ha permesso a Dio di entrare nella sua vita, nel suo corpo, nella sua storia.

È un inizio d’anno profondamente controcorrente. Perché mentre tutto intorno a noi ci spinge a essere autosufficienti e indipendenti, la Chiesa ci ricorda che la salvezza è passata da una relazione, da un grembo, da una fiducia. Non dalla forza, ma dall’accoglienza.

Viviamo invece immersi in una cultura che esalta l’indipendenza come valore assoluto. Donne e uomini chiamati a essere autonomi, performanti, realizzati. Il messaggio è chiaro: chi ha bisogno è debole; chi si basta da solo è forte. L’emancipazione, da strumento di libertà, rischia così di diventare un imperativo che non ammette fragilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone competenti, brillanti, di successo, che però vivono una solitudine profonda. Una solitudine che non si dice, perché stona con l’immagine vincente. Il lavoro diventa allora il luogo principale di identità, non perché realizzi davvero, ma perché è l’unico spazio in cui sentirsi riconosciuti. Ma il successo, quando non è condiviso con qualcuno di davvero importante, lascia un retrogusto amaro.

Questa mentalità ha inciso profondamente anche sul modo in cui raccontiamo l’amore, la relazione tra uomo e donna, perfino ai bambini. È sintomatico osservare come sono cambiati, nel tempo, i cartoni animati Disney. Un tempo c’era la principessa da salvare, che attendeva il principe azzurro. Un modello certo ingenuo, da purificare, ma che custodiva un’intuizione vera: la vita si gioca nell’incontro con un altro.

Oggi le principesse si salvano da sole. Sono forti, indipendenti, autosufficienti. Raramente si sposano. Spesso non hanno bisogno di nessuno. È una narrazione che vuole essere emancipante, ma che finisce per trasmettere un messaggio sottile: la relazione stabile è un limite, l’altro è un rischio, l’amore è secondario rispetto all’autorealizzazione.

Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di leggere i segni dei tempi. Quando il maschio viene raccontato prevalentemente come una minaccia e la donna come qualcuno che deve liberarsi dalle relazioni per non essere sottomessa, qualcosa si rompe. Non nasce una libertà più grande, nasce una diffidenza strutturale. E la diffidenza non genera felicità, genera solitudine.

Il discorso è complesso, soprattutto in una società che ha giustamente combattuto per l’emancipazione femminile. È sacrosanto che una donna abbia le stesse opportunità nel lavoro, nella carriera, nella vita pubblica. Ma è altrettanto vero che la donna possiede una capacità unica: generare vita. Non riconoscerlo non è progresso, è riduzione.

La vera libertà non è scegliere contro la propria natura, ma poterla vivere senza essere penalizzati. Una donna deve essere libera di lavorare e realizzarsi professionalmente, senza dover rinunciare alla maternità se la desidera. E deve essere altrettanto libera di scegliere di dedicarsi alla famiglia senza essere guardata come una persona “non emancipata”.

Il problema nasce quando l’emancipazione diventa pressione. Quando il successo lavorativo diventa l’unico metro di valore. Quando una donna sente di dover dimostrare di valere producendo, performando, competendo. In questo scenario, la maternità non appare più come una possibilità feconda, ma come un intralcio.

Tutte le donne devono essere madri? No. Sarebbe una violenza dirlo. La maternità non è un obbligo, è il frutto di un amore che genera. Ma una cosa va detta con chiarezza: una donna che ama è sempre madre. Non necessariamente nel senso biologico, ma nel senso più vero e profondo. Ogni donna che si spende nel dono di sé è generativa. Genera vita dove vive: nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie, nella comunità. La maternità è prima di tutto una postura del cuore, una capacità di accogliere, custodire, far crescere l’altro.

Ma allora la domanda vera è: quando siamo davvero liberi?

Siamo liberi quando possiamo amare senza doverci difendere, quando possiamo donarci senza paura di perderci. Perché l’amore autentico non toglie, ma fa esistere. E in questa logica, uomini e donne, ciascuno con la propria specificità, scoprono che la fecondità non è un’opzione tra le altre, ma il segno più vero di una vita riuscita.

Uomini e donne siamo creati per amare ed essere amati. Questa è la nostra verità più profonda. Il lavoro non è il fine della vita, ma una conseguenza dell’amore vissuto. È sentirsi amati che ci rende creativi, forti, capaci di affrontare il mondo.

Il matrimonio, in questo senso, non è una gabbia ma il luogo in cui possiamo finalmente smettere di recitare. È lo spazio in cui siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. Quando è vissuto pienamente, il matrimonio diventa fecondo: genera vita, speranza, stabilità, capacità di dono. E tutto questo ricade anche nel lavoro, rendendolo più umano.

Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. Maria, Madre di Dio, ce lo ricorda oggi con la sua vita: la grandezza non sta nell’autosufficienza, ma nell’amore accolto. Come scriveva San Giovanni Paolo II: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna. Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Forse il vero augurio per l’anno nuovo non è diventare più indipendenti, ma più capaci di relazione. Perché è lì che si gioca la vita.

Antonio e Luisa

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Fare memoria del bene: il tesoro nascosto del matrimonio

Questo è l’ultimo articolo dell’anno. E non poteva che essere un invito semplice, ma decisivo: fermarsi e fare memoria del bene ricevuto.

Quando un anno si chiude, siamo spontaneamente portati a ricordare ciò che è mancato: le discussioni, le incomprensioni, le fatiche che non avremmo voluto vivere. È un riflesso umano. Ma non è l’unico sguardo possibile. La fede ci educa a uno sguardo diverso, più vero e più fecondo: quello che sa riconoscere il bene ricevuto e custodirlo come una ricchezza per il futuro. Perché chi inizia un nuovo anno con riconoscenza, ama meglio. C’è un breve racconto che dice tutto questo con una forza disarmante.

Un sacerdote viene trasferito in una nuova parrocchia. Tra le prime famiglie che incontra ce n’è una molto presente nella vita comunitaria. Viene invitato a cena. Durante la serata resta colpito dall’intesa evidente tra i due sposi: uno di quegli amori che non hanno bisogno di essere esibiti, perché si percepiscono nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.

Prima di congedarsi, il sacerdote fa una domanda diretta, quasi provocatoria: Ma anche a voi capita di litigare? Ci sono momenti di tensione e di crisi? Risponde lei, senza esitazione: Certo che sì, caro don. Ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro.

Si alza, entra in un’altra stanza e torna con un diario in mano. Vede questo quaderno? Qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione. E quando litighiamo, vado in camera, lo prendo, lo sfoglio. E mi torna subito il desiderio di fare pace. Di ricominciare.

Questo racconto è semplice. Ma è profondamente vero. E ci mette davanti a una domanda scomoda: noi cosa custodiamo nel cuore?

Diciamocelo con onestà: siamo bravissimi a ricordare le mancanze dell’altro. Le archiviamo con precisione. Le teniamo pronte. Le tiriamo fuori al momento giusto. E siamo altrettanto bravi a dare per scontato il bene: tutte le volte in cui nostro marito o nostra moglie ci ama davvero, si fa servizio, si fa cura, si fa presenza, si fa tenerezza. Quelle volte spesso scivolano via senza lasciare traccia. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità di un matrimonio.

Non basta “fare memoria” in modo generico. Esiste un verbo molto più forte: ricordare. Un verbo che, nella sua etimologia, rimanda al cuore. Re-cordari: richiamare al cuore. Rendere presente oggi un bene che è stato donato ieri. Non come nostalgia, ma come forza attuale.

Ricordare significa riportare nel cuore tutte le volte che siamo stati guardati con amore. Tutte le volte che siamo stati accolti. Tutte le volte che una parola ci ha rialzati. Tutte le volte che il corpo dell’altro è stato casa e non pretesa. Tutte le volte che siamo stati perdonati. Tutte le volte che abbiamo sperimentato la bellezza di essere amati anche quando non ce lo meritavamo.

Questo non cancella le ferite. Ma impedisce alle ferite di diventare l’unica verità.

Costruire questo tipo di memoria significa creare un tesoro. Un capitale spirituale e affettivo da cui attingere nei momenti difficili. Perché arriveranno. Arrivano sempre. Ci saranno giorni in cui l’altro non sarà capace di darci nulla. Giorni in cui ci sembrerà povero, distante, faticoso da amare. È lì che il ricordo del bene diventa salvezza.

Quando attingiamo a quel tesoro, diventa più difficile lasciarsi dividere dal non-amore del momento. Perché sappiamo che l’amore c’è, anche se in quel tratto di strada non si vede. È custodito nei gesti passati che continuano a nutrire il presente.

Ecco perché questo ultimo articolo dell’anno non è un bilancio, ma un invito. Prima di entrare nel nuovo anno, fermatevi. Prendete il vostro “diario”. Anche solo simbolicamente. E chiedetevi: quale bene ho ricevuto?

Chi inizia così, non parte da zero. Parte da una ricchezza. E può amare con più libertà, con più verità, con più riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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Quando la rabbia non è rabbia

Una storia quotidiana per capire le emozioni parassite

Ogni anno, puntuale come il Natale stesso, arriva anche per noi il momento di andare a fare le compere. È una scena normale, quasi banale, e proprio per questo rivelatrice. Io entro nei negozi con una cosa ben chiara in testa: il budget. Luisa entra con un’altra chiarezza, più emotiva e relazionale: i doni, le persone a cui sono destinati, i gesti che raccontano amore più che numeri. Due sguardi diversi, entrambi legittimi, che ogni anno finiscono per incrociarsi nello stesso punto critico.

Succede così: a un certo momento, quando secondo me Luisa spende troppo, sento crescere dentro una tensione. Non è una rabbia esplosiva, non ci sono parole dure o accuse esplicite. È qualcosa di più sottile. Mi rabbuio. Mi chiudo. Parlo meno. Il tono cambia e, senza bisogno di dirlo, la distanza comincia a farsi sentire.

Luisa lo percepisce subito. Non lo vive come una questione di soldi, ma come un allontanamento emotivo, come se improvvisamente io fossi meno presente, meno in relazione. Negli anni passati questa dinamica ci ha portati spesso allo stesso esito: io convinto di avere ragione, lei ferita, entrambi con la sensazione di non esserci davvero incontrati.

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. Non perché la situazione fosse diversa, ma perché io lo ero. Da tempo sto studiando l’Analisi Transazionale e, in particolare, il tema delle emozioni parassite. In questo approccio si definiscono così quelle emozioni che impariamo a esprimere al posto di quelle autentiche. Non sono emozioni false nel senso morale del termine, ma sostitutive. Le utilizziamo perché sono più familiari, più accettate, spesso imparate molto presto nella nostra storia personale. È come se, crescendo, avessimo capito che alcune emozioni andavano bene e altre no, e avessimo trovato delle scorciatoie emotive per adattarci.

Così, invece di mostrare la paura, mostriamo rabbia; invece della tristezza, ironia; invece del bisogno, chiusura; invece della preoccupazione, irritazione. Le emozioni parassite non nascono per fare male, ma per proteggerci. Il problema è che, nelle relazioni adulte, producono quasi sempre l’effetto opposto: allontanano proprio la persona dalla quale avremmo bisogno di sentirci vicini.

Mentre camminavamo tra i negozi, ho sentito quella sensazione familiare salire dentro di me. Il corpo si irrigidiva, la voglia di parlare diminuiva, il silenzio prendeva spazio. Ma questa volta mi sono fermato. Mi sono fatto una domanda semplice, forse la più onesta che potessi farmi: “Ma io, davvero, sono arrabbiato?”. La risposta è arrivata chiara e inattesa. No, non ero arrabbiato. Quello che sentivo era preoccupazione. Preoccupazione per le spese, per l’equilibrio familiare, per il futuro, per quella responsabilità che sento profondamente mia. La rabbia non era l’emozione autentica, era solo l’emozione che avevo imparato a usare per non mostrare altro.

A quel punto ho fatto qualcosa di diverso dal solito. Non ho parlato di cifre, non ho fatto osservazioni sul “troppo” o sul “bisogna stare attenti”. Ho semplicemente detto la verità emotiva: “Sono preoccupato”. È sorprendente quanto una parola, se è quella giusta, possa cambiare completamente il clima. Luisa non si è difesa, non si è chiusa, non si è sentita accusata. Perché la preoccupazione non attacca, non giudica, non mette distanza. La preoccupazione chiede vicinanza. Da lì è nato un dialogo vero, non perfetto e non risolutivo, ma autentico. Un dialogo che non ci ha separati, ma avvicinati.

Questa esperienza, così semplice e quotidiana, mette in luce una dinamica che riguarda molti di noi. Spesso, proprio quando abbiamo più bisogno di essere accolti, mostriamo un’emozione che respinge. Quando abbiamo bisogno di rassicurazione diventiamo duri, quando abbiamo bisogno di essere capiti diventiamo silenziosi, quando abbiamo bisogno di vicinanza alziamo muri. Le emozioni parassite fanno esattamente questo: ci proteggono creando distanza, e così generiamo più dolore e più sofferenza di quanto sarebbe necessario.

Non è stata una svolta epocale. Una piccola vittoria. Ma quella sera non ci siamo persi, e per una coppia questo è già moltissimo. Riconoscere l’emozione autentica e darle voce è un atto di verità, e la verità, nel matrimonio come in ogni relazione significativa, non divide: costruisce. L’Analisi Transazionale non serve a diventare più controllati o più bravi, ma più umani. E a volte, per amarci meglio, basta imparare a dire non l’emozione che difende, ma quella che, finalmente, chiede di essere accolta.

Antonio e Luisa

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Natale: Un’Occasione per Rinnovare l’Amore

Il Natale è una festività che invita alla riflessione sulla speranza, sulla famiglia e sull’unità. Dio si fa uomo tra gli uomini, si manifesta nella forma più indifesa, un bambino. In un periodo dell’anno in cui si celebra la speranza e la rinascita, può esserci lo spazio per rinnovare le relazioni? anche quelle che sembrano difficili da riparare?

L’amore di coppia è uno dei legami più complessi e significativi che possiamo sperimentare. Quante volte, come Maria e Giuseppe, ci troviamo ad affrontare viaggi faticosi, costellati di incognite e imprevisti? Pensiamo, ad esempio, alla distanza tra Nazaret e Betlemme: un cammino di circa 130–150 chilometri che, a piedi o a dorso di un asino, richiedeva dai quattro ai sette giorni di viaggio. Se a questo aggiungiamo la gravidanza di Maria, non possiamo che ammirare la fiducia reciproca che univa i due e l’amore profondo necessario per affrontare un percorso fatto non solo di felicità e condivisione, ma anche di fatica, difficoltà e incomprensioni.

Sempre più spesso, nelle nostre esperienze di coppia, quando non conosciamo strumenti adeguati utili ad affrontare i momenti critici o quando perdiamo di vista il progetto iniziale della relazione, smarriamo le nostre coordinate interiori. In questo spazio di smarrimento trovano terreno fertile sentimenti come frustrazione, delusione e sconforto. Nei casi più dolorosi, tutto questo conduce alla separazione. Eppure, la separazione non è sempre l’unica strada possibile. In certi casi, può diventare anche un’occasione di crescita, di riflessione e persino di rinascita.

In questo cammino di riconciliazione, uno degli elementi più potenti è il perdono. Perdonare non significa dimenticare o negare il dolore causato da una ferita, ma compiere un atto di liberazione. Liberarsi dal rancore e dal risentimento permette una guarigione profonda, tanto in chi perdona quanto in chi viene perdonato. Il perdono, dunque, non è segno di debolezza, ma di grande forza. Richiede coraggio, perché implica il lasciar andare il peso di offese spesso profonde, per aprire lo spazio alla rinascita di qualcosa di nuovo.

Siamo Roberto e Daniela, ci siamo sposati 31 anni fa, quando eravamo due giovani pieni di sogni, pronti ad affrontare il mondo. Avevano scelto di camminare insieme, spinti dal legame profondo che ci univa, un legame che sembrava tanto naturale quanto l’aria che respiravano.

Le risate, i sogni e le promesse di un futuro insieme erano tutto ciò di cui avevamo bisogno per sentirci completi. I primi anni di matrimonio furono un’esplosione di felicità. Le giornate passavano velocemente, tra vacanze, progetti, e la costruzione di una casa piena di risate e amore. Poi, arrivarono i figli, tre meravigliosi bambini che resero la nostra vita ancora più ricca e piena di significato. La casa si riempì di voci, giochi, e le notti diventarono più lunghe, ma anche più dolci, perché il nostro amore cresceva nei piccoli gesti quotidiani.

Ma come il vento che cambia direzione senza preavviso, anche il nostro amore dovette attraversare tempeste. Con il passare degli anni, infatti, il tempo si riempì di doveri e responsabilità. Il lavoro, le esigenze quotidiane, e soprattutto il compito di essere genitori presero il sopravvento ed entrambi, cominciammo a perdere di vista noi stessi. La nostra relazione, che una volta era un rifugio di complicità e passione, divenne sempre più una routine. Eravamo più genitori che coppia, più organizzatori di vite altrui che amanti.

Iniziammo a perderci nei silenzi e nelle incomprensioni. Ogni giorno sembrava che le parole che un tempo erano piene di significato, ora fossero più difficili da trovare. I problemi, piccoli e grandi, non venivano più affrontati insieme. Le discussioni si facevano sempre più rare, ma anche più fredde.

Ad esempio, quando io, cercavo supporto, Daniela, stanca e distante, non riusciva ad offrirmi quel conforto che un tempo le veniva naturale. Non parlavamo più di ciò che davvero contava, e le emozioni rimanevano soffocate nei nostri cuori, senza mai trovare spazio per un confronto sincero.

Ogni discussione si trasformava in un silenzio pesante, che si estendeva giorno dopo giorno. La mancanza di comunicazione non era solo una questione di parole, ma di disconnessione emotiva e l’amore, che un tempo scorreva liberamente tra noi, sembrava essersi trasformato in una presenza distante e sfuggente. La crisi fu profonda, tanto da portarci a pensare che fosse arrivato il momento di separarci.

Siamo stati separati per tre anni. Eppure, proprio in quel periodo di profonda crisi, qualcosa è cambiato. Un giorno, quando sembrava che tutto fosse perduto, ad un passo dal divorzio, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati negli occhi, e in quello sguardo c’era una risposta che nessuno di noi aveva mai veramente pronunciato. C’era ancora l’amore. E non solo amore, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, eravamo ancora noi, quelli che si erano innamorati tanti anni prima.

Non è stato facile, ma abbiamo deciso di non arrenderci. Ed è stato allora che un amico comune ci ha mandato la locandina del weekend di Retrouvaille, a cui partecipammo senza troppe aspettative ma consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta.

Arrivammo al weekend con sentimenti di fiducia e speranza. Ci accostammo al programma con abbandono. Iniziammo a riprendere il dialogo che avevamo interrotto da troppo tempo e, addirittura, arrivare più in profondità, come forse mai avevamo fatto. Gli incontri successivi sono stati molto importanti; poco per volta, abbiamo iniziato a capire cosa non aveva funzionato nella nostra relazione e come usare gli strumenti per poter avere una vita di coppia piena, serena e forte.

Abbiamo scelto di non arrenderci, di riscoprirci, come se fosse il nostro “nuovo anno”. La magia non era sparita, era solo sepolta sotto le nostre paure, sotto il nostro silenzio. Abbiamo iniziato a parlarci di nuovo, a prenderci cura di noi stessi come coppia. Abbiamo ricominciato a ridere insieme, a ritrovare quella complicità che avevamo perso, come se stessimo riscoprendo un regalo che avevamo dimenticato sotto l’albero.

I nostri figli sono cresciuti, ma noi, siamo ancora qui, più forti che mai. Oggi, dopo 31 anni di matrimonio, ci rendiamo conto che il vero dono che possiamo fare l’uno all’altra è quello di esserci, ogni giorno, di continuare a scegliere di camminare insieme. La nostra storia non è perfetta, ma è la nostra, fatta di alti e bassi, di momenti di gioia e di sfide, ma sempre con la consapevolezza che l’amore non è solo un’emozione che arriva e va, ma una scelta che ogni giorno facciamo e difendiamo.

E così, in questo periodo natalizio, tra luci, calore e riflessioni sul futuro, abbiamo imparato che la vera magia non è solo quella di un giorno di festa, ma di un amore che cresce e si rinnova, anche nei momenti difficili. Oggi guardando alla nostra storia, ripercorriamo la vita di quel piccolo ed indifeso Bambinello, vedendola come un meraviglioso cammino pieno di significati profondi e universali, che si intrecciano con gioie, dolori, speranze e perdono.

Infatti, Gesù ha vissuto l’esperienza umana, che riflette la realtà di ognuno di noi: le attese, le sfide, i tormenti ma anche la forza della speranza. Egli ci ha insegnato che il perdono può guarire e che, anche nei momenti di sofferenza, la speranza non ci abbandona mai. La sua morte terrena non rappresenta la fine, ma con la risurrezione, segna il trionfo della vita, il rinnovamento e la possibilità di un nuovo inizio. Così, la vita di Gesù ci invita a non arrenderci mai e a superare le difficoltà con il cuore in pace, certi della sua presenza in mezzo a noi, sposo tra noi sposi.

Roberto e Daniela (Retrouvaille Italia)

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Come Vivere un Natale Sereno da Genitore Separato

E siamo così arrivati alla vigilia di Natale: stanotte è speciale per tutti i bambini, ma lo dovrebbe essere anche per i grandi; forse soprattutto per gli adulti, perché col tempo abbiamo imparato a riempire il Natale di tante cose e abbiamo spesso smesso di farci interrogare davvero da ciò che questa notte rappresenta.

Ho già scritto un mio pensiero su questa festa nell’articolo precedente, lo trovate qui, se siete interessati. Oggi però vorrei soffermarmi su una situazione particolare, che riguarda molte più persone di quante si pensi: chi affronterà il Natale da solo e in modo particolare per chi è separato e che vive quella condizione strana e dolorosa per cui i figli si hanno con sé ad anni alterni, un Natale sì e uno no.

Anch’io quest’anno sarò lontano dalle mie figlie, perché passeranno tutta la settimana con mia moglie. È una realtà con cui, prima o poi, ogni genitore separato deve fare i conti e non è mai semplice, neanche quando si cerca di essere “forti”, maturi, credenti. Conosco però separati che, nonostante tutto, riescono a vivere il Natale insieme al coniuge, proprio per il bene dei figli. A volte si ritrovano la sera della vigilia, altre per il pranzo di Natale: in alcuni casi c’è persino lo scambio dei regali, come se, almeno per qualche ora, la famiglia tornasse a essere riunita.

Penso sinceramente che questa possa essere una cosa molto bella, a patto che non sia forzata, che non crei tensioni e che venga vissuta come un momento sereno, senza recriminazioni, senza allusioni, senza il bisogno di chiarire questioni che non possono essere affrontate in quel giorno.

Non è un tornare indietro, non è fingere di essere ancora una coppia, ma è scegliere consapevolmente di essere ancora genitori insieme (dovrebbe valere anche per chi non è rimasto fedele alla promessa fatta). Qualcuno sostiene che questo comportamento non sia appropriato, perché rischia di “confondere” i figli e di far credere loro che la famiglia si sia magicamente ricomposta: io, invece, penso esattamente il contrario.

I figli non sono stupidi, sanno benissimo che mamma e papà non vivono più insieme. Sanno che ci sono state delle difficoltà, dei dolori, delle scelte, ma vedere i genitori che, almeno per una volta, riescono a stare nella stessa stanza senza farsi la guerra è un messaggio potentissimo: è dire loro, senza tante parole, “Tu sei più importante dei nostri rancori”.

Questo non è fingere, fingere sarebbe far credere che non ci sia stato amore, sarebbe negare che quei figli siano nati da un legame vero, profondo, totale. Fingere sarebbe cancellare la verità che c’è stata fra il tepore di quelle lenzuola, di quell’intimità che ha generato la vita. Il fatto che quell’amore si sia trasformato, ferito o addirittura spezzato, non può cancellare il bene che c’è stato e soprattutto non può eliminare il risultato che ha prodotto: dei figli, che portano impressa nella loro carne la storia dei genitori.

Eppure, spesso, gli adulti fanno una fatica enorme: non riescono a stare qualche ora con il coniuge con cui hanno fatto l’amore per anni, ma riescono senza problemi a partecipare a un meeting di due giorni con un capo ufficio che non sopportano, a una cena aziendale forzata, a una riunione interminabile per “non creare problemi sul lavoro”. È paradossale, ma è così: il lavoro non deve essere danneggiato, i figli invece… si arrangino.

Questa dinamica emerge in modo ancora più evidente nelle feste religiose dei figli. Quante volte mi capita di leggere discussioni in cui genitori separati chiedono: “Come facciamo per la prima comunione?”. E la risposta più frequente è il pranzo con la mamma e la cena con il papà o viceversa: due feste, due torte, due gruppi di parenti.

Ma ci rendiamo conto dell’assurdità del messaggio che si trasmette? È la festa della Prima Comunione, un Sacramento, l’incontro con Gesù e il messaggio chiaro che trasmettiamo è che la divisione è più forte di tutto e che neanche davanti all’Eucaristia si riesce a fare uno sforzo di unità, almeno per qualche ora.

Poi però ci stupiamo se quei figli, crescendo, si allontanano dalla Chiesa, se non vogliono più andare a Messa, se vivono la fede come qualcosa d’ipocrita o di vuoto. Forse hanno semplicemente capito che, per noi adulti, non era poi così importante e che non ci credevamo minimamente.

Il Natale, in fondo, è molto simile a ciò che vivono tante famiglie oggi: niente è perfetto, ma proprio lì Dio decide di entrare. Gesù nasce in una mangiatoia, non in una casa accogliente, nasce nel silenzio e nella povertà, in una famiglia che deve lottare, scappare e che non comprende tante cose che succedono.

Questo dovrebbe dire qualcosa anche a noi, soprattutto a chi vivrà il Natale nella solitudine, a chi avrà una casa silenziosa, a chi sentirà la mancanza dei figli in modo quasi fisico, a chi farà fatica persino ad apparecchiare la tavola. Non sempre è possibile stare insieme, ci sono situazioni troppo complesse, ferite ancora sanguinanti, rapporti talmente deteriorati che un incontro sarebbe solo distruttivo; anche per me non è mai stata una soluzione percorribile.

Il Natale non chiede perfezione, chiede verità e la verità, a volte, passa anche attraverso una solitudine offerta, una nostalgia portata davanti a Dio, una ferita che non viene nascosta. Gesù nasce anche lì, nasce in quella casa vuota, nasce in quel padre che guarda il telefono sperando in un messaggio dei figli, nasce in quella madre stanca che cerca di tenere insieme tutto, nasce dove c’è povertà, non dove tutto è in ordine.

Auguro a tutti, soprattutto a chi farà più fatica, un Natale vero e sereno: non un Natale da cartolina, non un Natale perfetto, ma un Natale in cui permettiamo a Dio di entrare proprio dove fa più male, perché è lì che Lui ha scelto di nascere. Buon Natale!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il Cantico dei Cantici: Un Amore Vivo e Reale

C’è sempre un momento, alla fine di un percorso intenso, in cui nasce una tentazione sottile: chiudere il libro, tornare alla propria vita e pensare che ciò che abbiamo letto sia bello, profondo, persino commovente… ma non reale. Una storia affascinante, sì, ma lontana dalla concretezza delle nostre giornate, dalle fatiche della coppia, dalla stanchezza, dai silenzi, dalle ferite che conosciamo fin troppo bene.

È qui che rischiamo di liquidare tutto come una favola. Un amore così? Troppo alto, troppo esigente. Roba da ingenui, da sognatori, da chi non ha mai fatto davvero i conti con la vita. E invece no. Qui sta il punto decisivo: noi siamo stati creati per un amore così. Non per una versione ridotta, prudente, difensiva dell’amore, ma per un amore pieno, totale, incarnato.

Dio non sbaglia i suoi doni. Non è avaro. Non ci ha messi accanto “quell’uomo” o “quella donna” per sopravvivere emotivamente o per accontentarci di stare un po’ meno soli. Ci ha pensati per la felicità. Una felicità reale, concreta, attraversata dal limite ma non schiacciata da esso. Se spesso il matrimonio ci appare povero, spento o deludente, non è perché il sogno di Dio sia irrealistico, ma perché noi, lentamente, abbiamo smesso di crederci. Ci siamo adattati. Abbiamo abbassato l’orizzonte. Abbiamo perso lo sguardo sulla bellezza e sulle potenzialità della relazione che ci è stata affidata. E così, quasi senza accorgercene, dilapidiamo il tesoro più grande della nostra vita.

Il Cantico dei Cantici non è un libro romantico nel senso superficiale del termine. È un testo profetico. Profetico nel significato più autentico: rivela il desiderio di Dio sull’uomo e sulla donna. Racconta un amore già redento. Un amore che non nega il corpo, il desiderio, la passione, ma li riporta alla loro verità più profonda. Dopo Cristo, nessun amore umano è più “solo umano”. Con la sua morte e risurrezione, Gesù ha redento il mondo e ha redento anche il nostro modo di amarci.

Il matrimonio, allora, non è semplicemente una cornice religiosa data a un legame affettivo. È il luogo concreto in cui la redenzione prende carne. Attraverso il matrimonio, Dio entra nella relazione e la guarisce dall’interno. Ci riporta alle origini, a quell’Eden in cui Adamo ed Eva vivevano una comunione piena, non perché fossero perfetti, ma perché erano trasparenti, affidati, uniti.

Questo non significa che il matrimonio sia una magia. Non esistono formule automatiche. La grazia non sostituisce la libertà né l’impegno umano. Gesù non fa tutto al posto nostro. Chiede collaborazione. Chiede scelte. Chiede uno stile. Vivere il matrimonio “alla presenza di Gesù” significa assumere il suo modo di amare: la tenerezza che non possiede, la misericordia che non umilia, la volontà ostinata di donarsi anche quando costa.

Dal punto di vista psicologico, questo significa uscire dalle dinamiche difensive, smettere di vivere la relazione come un campo di battaglia o come un contratto di reciproca soddisfazione. Significa imparare a riparare, a chiedere perdono, a rialzarsi. L’errore non diventa più motivo di rottura, ma occasione di crescita. La ferita non genera distanza, ma può trasformarsi in luogo di incontro. Il peccato è sconfitto non perché non sbagliamo più, ma perché non ha più l’ultima parola.

Allora potrò dire: io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me. Non come slogan, ma come esperienza possibile. Imperfetta, certo, ma reale. Un amore che desidera, che cerca, che ricomincia.

Fare della propria vita un Cantico incarnato significa questo: permettere a Dio di rendere la nostra coppia una profezia vivente. Il mondo non ha bisogno di coppie perfette, ma di coppie vere, riconciliate, capaci di mostrare che l’amore può attraversare il limite senza spegnersi.

Un sacerdote ha detto una frase che coglie l’essenza del sacramento del matrimonio: Il matrimonio è un sacramento perché è il segno visibile del sogno invisibile di Dio. Dio ha scelto l’amore degli sposi per raccontare se stesso. Per questo gli sposi sono chiamati a vivere il loro “sacerdozio”: offrire la propria relazione come luogo di servizio, di cura, di sacrificio reciproco. Solo così diventano profeti dell’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II lo ripete con forza: Famiglia, diventa ciò che sei. Sta a noi scegliere se restare due persone che stanno bene insieme o diventare davvero ciò che siamo chiamati a essere: luce, speranza, fuoco. Chiara Corbella Petrillo lo dice senza sconti: La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla. Altrimenti non è vocazione, ma semplice accompagnarsi fino alla morte.

Sta a noi decidere se vivere o semplicemente sopravvivere. Se essere fuoco o accontentarci delle ceneri.

Antonio e Luisa

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L’Iper-Razionale. Quando la testa protegge il cuore

Oggi affrontiamo il terzo stile di adattamento. Dopo il compiacente e il controllante, oggi l’iper-razionale.  Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Razionale, probabilmente lo riconosci subito: è una persona lucida, riflessiva, capace di mantenere la calma quando le emozioni rischiano di travolgere tutto. Non alza la voce, non si lascia andare agli eccessi, non reagisce d’impulso. Di fronte a un problema, pensa. Analizza. Ordina. E spesso trova soluzioni.

Nell’Analisi Transazionale questo stile è chiamato Iper-Razionale. È uno degli adattamenti più silenziosi e meno appariscenti, ma anche tra i più fraintesi. Perché dall’esterno può sembrare distacco, mentre dentro è spesso protezione. L’Iper-Razionale non ha scelto la testa al posto del cuore per superiorità o freddezza: lo ha fatto perché, molto presto nella sua storia, ha imparato che sentire era rischioso.

Spesso è cresciuto con messaggi impliciti come: “Non provare troppo”, “Le emozioni creano problemi”, “Pensa, così sei al sicuro”. Da bambino ha scoperto che la mente poteva diventare un rifugio affidabile quando il mondo emotivo era confuso, intenso o doloroso. Così ha imparato a governare la realtà con il pensiero. È stata una strategia intelligente. Gli ha permesso di stare in piedi, di funzionare, di non andare in pezzi.

Nel matrimonio questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Razionale è spesso una roccia nei momenti difficili. Quando tu sei travolto dalle emozioni, lui resta lucido. Quando il conflitto rischia di esplodere, lui lo raffredda. Porta ordine dove c’è caos, chiarezza dove c’è confusione. È affidabile, costante, coerente. E questo è un grande bene per la coppia.

La sua logica non è assenza di amore. È, al contrario, una forma di cura. È come se dicesse: “Fammi capire, fammi mettere in ordine, così posso proteggere ciò che conta”. Anche spiritualmente, questo stile custodisce una virtù preziosa: la prudenza, la capacità di discernere, di non farsi guidare solo dall’emotività del momento.

Il problema nasce quando la testa diventa l’unico linguaggio possibile. Perché l’amore non vive solo di comprensione, ma anche di condivisione emotiva. E qui emerge la fatica dell’Iper-Razionale. Le emozioni, soprattutto quelle dolorose, lo mettono in difficoltà. Gli sembrano confuse, sproporzionate, ingestibili. Così tende ad analizzarle invece di attraversarle. A spiegarle invece di sentirle. A parlarne come concetti più che come esperienze.

Tu, come coniuge, potresti sentirti solo davanti a questo muro silenzioso. Potresti pensare: “Non ti coinvolgi”, “Non mi senti davvero”, “Ti tieni sempre un passo indietro”. Ma la verità è più profonda e più tenera: l’Iper-Razionale sente molto, spesso più di quanto mostri. Solo che non ha imparato come stare dentro a ciò che sente senza paura.

Spiritualmente assomiglia a Nicodemo: cerca Dio con la mente, fa domande, ragiona, ma fatica ad abbandonarsi. Eppure l’amore — umano e divino — chiede anche fiducia, esposizione, rischio.

Se hai sposato una persona così, il tuo ruolo è delicato. Non sei chiamato a smontare la sua corazza, ma a renderla non più necessaria. Evita di forzarlo con frasi come “Devi sentire di più” o “Sei freddo”. Per lui sono accuse che lo spingono a chiudersi. Aiutalo invece a sentire che può fare piccoli passi emotivi senza essere travolto. Usa parole chiare, concrete. Dagli tempo. Non interpretare la sua calma come disinteresse: spesso è un modo per non perdersi. Valorizza ogni tentativo di apertura, anche minimo. Crea spazi di intimità tranquilli, non drammatici. L’eccesso emotivo lo manda in allarme.

L’Iper-Razionale cresce quando si sente accolto così com’è, mentre impara — lentamente — a scendere dalla testa al cuore. Il suo cammino non è diventare emotivo o impulsivo, ma integrare. Lasciare che il cuore parli senza essere subito corretto dalla mente. Imparare a nominare un’emozione senza spiegarla. A lasciarsi consolare. A pregare non solo pensando Dio, ma sentendosi tenuto da Lui.

È il cammino del Salmo 131: un’anima pacificata, non perché capisce tutto, ma perché si affida. Quando questo accade, l’amore dell’Iper-Razionale diventa una forza straordinaria: stabile, saggia, ma finalmente anche tenera. Non più una testa che protegge il cuore dalla vita, ma una testa che aiuta il cuore a respirare.

Antonio e Luisa

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Il dolore e il perdono: un amore autentico in Osea

Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito. Tolga dalla sua faccia i segni delle sue prostituzioni e dal suo petto i segni del suo adulterio… (Os 2,4)

Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. (Os 2,16)

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, nella fedeltà, e tu conoscerai il Signore. (Os 2,21-22)

La Scrittura non ha paura di mostrare l’amore nel suo punto più fragile. La storia di Osea e Gomer non comincia con parole tenere, ma con un’accusa dura, quasi brutale. C’è rabbia, c’è umiliazione, c’è la ferita aperta dell’infedeltà. Non viene censurata. Non viene spiritualizzata. Viene detta.

Ed è proprio questo a renderla sorprendentemente vera anche oggi. C’è una forma di infedeltà che non fa rumore. Non esplode in uno scandalo, non arriva subito all’adulterio conclamato, ma scava lentamente. È l’infedeltà quotidiana: lo sguardo che si ritrae, la presenza che si spegne, l’altro che smette di essere scelto. Come l’acqua che scorre sotto un ponte, può sembrare innocua, ma alla lunga è capace di far crollare anche i matrimoni più solidi.

Il testo di Osea intercetta questa verità profonda: l’infedeltà non è solo un atto, ma un processo. E quando diventa manifesta, mette la coppia davanti a un bivio che la nostra cultura conosce bene: condannare o chiudere un occhio. Vendicarsi o normalizzare. Tagliare o tollerare.

Osea sceglie una terza via, che è la più faticosa: restare senza negare il dolore.

Dal punto di vista psicologico, Osea è un uomo attraversato da una rabbia autentica. Non la rimuove. Non la maschera di spiritualità. La esprime. In termini di Analisi Transazionale, potremmo dire che il suo Bambino ferito prende voce: chiede giustizia, riconoscimento, riparazione. Sarebbe pericoloso saltare questo passaggio. Un perdono che non attraversa la rabbia è fragile, perché non nasce dalla verità.

Ma Osea non resta lì. Sotto la rabbia, ascolta qualcosa che ancora vive: l’amore. E qui avviene il passaggio decisivo allo Stato dell’Io Adulto. Non perché il dolore sparisca, ma perché l’Adulto permette di non essere governati né dal Genitore Punitivo (“non meriti nulla”) né dal Bambino Vendicativo (“ti farò pagare”). L’Adulto sceglie nella realtà, non nell’impulso.

La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Il deserto, nella vita di coppia, non è una punizione ma uno spazio di verità. È il tempo in cui cadono le illusioni, i copioni relazionali, le complicità superficiali. È il luogo in cui non si può più mentire, né all’altro né a se stessi. Solo lì può riemergere la bellezza originaria del legame.

Il perdono, infatti, non è un atto eroico né una scorciatoia morale. Se fosse dato solo “perché bisogna farlo” o per sentirsi migliori, diventerebbe un gesto forzato, persino superbo. Psicologicamente, sarebbe un perdono contaminato dal bisogno di controllo o dalla paura dell’abbandono.

Il perdono vero è una proposta di futuro. Non cancella il passato, ma dice: la tua colpa non esaurisce chi sei. Per questo non può essere vissuto da soli. Chi ha tradito è chiamato ad accoglierlo non come un lasciapassare, ma come una responsabilità nuova.

Spesso chi ha tradito si sente imperdonabile. Ed è proprio qui che il perdono dell’altro diventa profezia: riapre la possibilità di credere ancora nell’amore. Non ingenuo, non cieco, ma più adulto e più vero.

Osea non racconta una favola. Racconta un amore che rifiuta la scorciatoia. Un amore che non confonde il perdono con la debolezza, né la giustizia con la vendetta. Un amore che sceglie di restare umano, perché solo così può diventare davvero divino.

Antonio e Luisa

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Litigate da adulti o da bambini?

Ci sono conflitti di coppia che non nascono da grandi differenze di visione o da problemi oggettivamente irrisolvibili. Nascono piuttosto da un movimento interiore silenzioso: due adulti che, sotto pressione, smettono di abitare la loro maturità e si incontrano nello Stato dell’Io Bambino. È una dinamica molto più frequente di quanto si pensi e, proprio perché spesso inconsapevole, può diventare profondamente logorante.

Quando entrambi i coniugi restano nel Bambino e scivolano nella competizione, il conflitto cambia natura. Non è più un luogo di confronto, né un’occasione di crescita. Diventa una lotta per affermare il proprio dolore, una ricerca di conferme che passa attraverso la contrapposizione. In quei momenti il problema concreto passa in secondo piano: ciò che conta è non perdere, non cedere, non sentirsi meno dell’altro.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a dare un nome a ciò che accade, mentre l’esperienza cristiana del matrimonio ci ricorda che ogni crisi può diventare un passaggio di maturazione, se accolta con verità.

Il Bambino interiore di ognuno, in sé, non è il nemico. Anzi. È la parte della persona in cui abitano le emozioni, i bisogni, la sensibilità, la capacità di affidarsi e di gioire. È anche il luogo delle ferite più antiche. Il problema nasce quando, davanti a una frustrazione o a una delusione, questa parte prende il comando senza il sostegno dello Stato Adulto. La nostra parte adulta è quella che sta nel presente, nel qui ed ora.

Nella vita di coppia capita spesso che un litigio esploda in modo sproporzionato rispetto all’evento che lo ha scatenato. Non perché ciò che è accaduto sia davvero così grave, ma perché sotto la superficie si è attivata una competizione tra gli Stati Bambino. Succede soprattutto quando uno o entrambi si sentono trascurati, non ascoltati, non riconosciuti.
È in questo passaggio che il confronto rischia di trasformarsi in una gara. Quando entrambi restano nel Bambino, la discussione smette di riguardare ciò che è successo e diventa una competizione affettiva: chi soffre di più, chi ha dato di più, chi è stato più ferito. Ognuno protegge il proprio dolore come un territorio da non cedere. Ascoltare l’altro diventa pericoloso, perché viene vissuto come una perdita di posizione.
In quei momenti il coniuge, pur essendo la persona più amata, viene percepito interiormente come un avversario, quasi come un “nemico” da cui difendersi. Ed è proprio qui che le parole di Gesù – «amate i vostri nemici» – smettono di essere un ideale astratto e rivelano tutta la loro concretezza. Non parlano solo dei nemici esterni, ma di quel passaggio interiore in cui l’altro, ferendoci, smette di apparirci come alleato. Amare in quel momento non significa negare il dolore, ma scegliere di non reagire secondo la logica della competizione. Significa interrompere la spirale del Bambino ferito e fare spazio a uno sguardo più adulto, capace di custodire la relazione anche quando l’altro ci appare, per un istante, come chi ci sta togliendo qualcosa.

In questa dinamica l’altro non è più un compagno di cammino, ma un rivale. E la relazione, lentamente, si inaridisce. Eppure, sotto questa competizione, c’è quasi sempre un bisogno semplice e profondissimo: essere visti, essere riconosciuti, essere amati. Un bisogno legittimo, che però il Bambino non sa esprimere in modo diretto. Così, invece di dire “ho bisogno che tu mi ascolti”, accusa. Invece di dire “mi sento fragile”, si irrigidisce. Invece di chiedere vicinanza, crea distanza.

È un paradosso che molte coppie conoscono bene: più si cerca amore nel modo sbagliato, più si ottiene l’effetto opposto. Perché allora è così difficile uscire da questa dinamica? Perché, in quel momento, restare nel Bambino sembra più sicuro. Uscirne significa abbassare le difese, rinunciare ad avere ragione, esporsi al rischio di non essere accolti. Il Bambino preferisce una sofferenza conosciuta a una vulnerabilità nuova. E così la coppia resta bloccata, anche quando entrambi stanno male.

Ma una relazione non può crescere se resta prigioniera di questa logica. Due Bambini che competono non costruiscono intimità: accumulano risentimento. La via d’uscita non passa dalla repressione delle emozioni, ma dall’attivazione dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega ciò che il Bambino sente, ma se ne prende cura. Traduce l’emozione in parola, il bisogno in richiesta, la ferita in dialogo. È la parte capace di fermarsi, di fare un passo indietro, di scegliere.

Nel matrimonio cristiano, questo passaggio è anche un atto spirituale. Significa scegliere la comunione invece della rivendicazione, la mitezza invece della reazione impulsiva. Significa credere che il legame vale più dell’ego.

È importante ricordarlo: basta che uno solo dei due rientri nell’Adulto perché la dinamica cambi. Non è debolezza, ma una forma alta di responsabilità e di leadership affettiva. Il cambiamento vero avviene quando la coppia smette di chiedersi chi ha ragione e inizia a domandarsi che cosa sta succedendo tra loro. È lì che il conflitto smette di essere un campo di battaglia e può diventare, lentamente, un luogo di verità.

Il conflitto Bambino–Bambino non è un segno di fallimento, ma un segnale. Dice che ci sono bisogni non ascoltati e ferite che chiedono parola. Crescere come coppia significa imparare a custodire il proprio Bambino interiore senza lasciargli il volante nei momenti decisivi. Perché l’amore maturo non è quello che non litiga mai, ma quello che, anche nel conflitto, smette di competere e torna a scegliersi, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Riscoprire il Fuoco nel Tuo Matrimonio

Il fuoco ci richiama le fiamme. Fiamme dell’inferno ma anche dello Spirito Santo. Spirito Santo che è Amore. Il fuoco racconta anche l’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una parola che attraversa tutta la Scrittura e, se sappiamo ascoltarla, attraversa anche la vita degli sposi. È una parola semplice, concreta, ma potentissima: fuoco. Prima di concludere questo percorso che ci ha accompagnati nella bellezza – e nella fatica – dell’amore sponsale, è necessario fermarsi qui. Non per aggiungere concetti, ma per lasciarci interrogare nel profondo.

Nella Bibbia il fuoco non è mai neutro. Non è solo un elemento naturale. È segno di una Presenza viva. Nel libro dei Numeri, un fuoco illumina l’Arca durante la notte: Dio non dorme, veglia, guida anche quando tutto intorno è buio. A Mosè Dio si rivela in un roveto che arde senza consumarsi: un fuoco che non distrugge, ma chiama; che non annienta, ma custodisce. È un Dio che si manifesta senza imporsi, che attrae senza violentare. Nel Vangelo, però, Gesù va ancora oltre e pronuncia parole che disturbano: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49).

Che cosa desidera davvero Gesù? Non il conflitto fine a se stesso, ma un amore rimesso al centro. È come se dicesse: sono venuto a riaccendere ciò che si è spento, a sciogliere ciò che si è irrigidito, a ridare vita a cuori che hanno imparato a sopravvivere invece che ad amare. Il fuoco di cui parla Gesù è il desiderio di Dio di tornare ad abitare il cuore dell’uomo, non come idea, ma come esperienza viva.

La domanda allora diventa inevitabile: questo fuoco arde anche in noi? Si sente nella nostra vita? Nel nostro matrimonio? Illumina, scalda, mette in movimento? Oppure è diventato una brace tiepida, appena percettibile, che non disturba e non riscalda più nessuno?

Nel matrimonio questa domanda è decisiva. Perché l’amore sponsale non è chiamato solo a funzionare, ma a testimoniare. I figli, le persone che vivono accanto a noi, chi incrocia la nostra quotidianità: guardandoci, possono intuire qualcosa di come Dio ama? O vedono solo due persone stanche che resistono, che si adattano, che fanno il minimo indispensabile?

Un fuoco che non scalda e non illumina non è davvero fuoco. E qui la Parola di Dio ci colpisce con una forza disarmante attraverso il messaggio alla Chiesa di Laodicea, nell’Apocalisse: Tu non sei né freddo né caldo… poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15-16).

La tiepidezza non è il peccato clamoroso. È molto più sottile. È l’abitudine, il “si è sempre fatto così”, il vivere accanto invece che insieme. È quando l’amore non ferisce più, ma nemmeno guarisce. È quando non si litiga più, ma neppure ci si cerca davvero.

La Chiesa di Laodicea assomiglia terribilmente alle nostre chiese domestiche. Alla casa di Antonio e Luisa. Alla tua casa. Ognuno può mettere il proprio nome. È lì che Gesù dice: Ecco, sto alla porta e busso. Non sfonda, non obbliga. Bussa. Attende.

Alla fine della vita non saremo giudicati sull’efficienza, sul successo o sulla perfezione. Saremo giudicati sull’amore. Possiamo immaginare quelle domande che bruciano più di qualsiasi accusa: Hai amato tua moglie? Sei stato fuoco per lei o solo presenza tiepida? Hai messo altro prima della tua vocazione di sposo? Hai capito che da solo eri troppo povero per amare davvero e che avevi bisogno della mia grazia? Ti sei lasciato educare, purificare, trasformare?

Sono domande che non servono a colpevolizzare, ma a svegliarci ora. Perché se il fuoco dello Spirito non viene custodito, alimentato, scelto ogni giorno, il matrimonio entra lentamente in agonia. Non muore all’improvviso: si spegne per mancanza di ossigeno, di verità, di dono.

Questo fuoco è stato incarnato in modo luminoso nella vita di Chiara Corbella Petrillo, quando diceva: «L’amore ti consuma ma è bello morire consumati come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo».

Qui l’immagine cambia: non più il roveto che non si consuma, ma la candela che sì, si consuma. E proprio così compie la sua missione. Una candela nuova, perfetta, intatta, è bellissima. Ma è spenta. Non scalda, non illumina. Una candela accesa invece perde la sua forma, cola, si accorcia, si segna. Eppure diventa viva. Diventa utile. Diventa bella.

Sapete quando una sposa o uno sposo sono davvero belli? Non quando sono impeccabili, ma quando sono stanchi e ancora capaci di tenerezza. Quando la giornata li ha consumati eppure non ha indurito il cuore. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza: preferisco famiglie con il volto stanco per i sacrifici piuttosto che volti imbellettati incapaci di compassione.

La bellezza autentica non teme il tempo che passa, le rughe, i segni lasciati dalla vita. È la bellezza di chi si è lasciato consumare dall’amore. Una luce che non viene solo dalla persona, ma è riflesso della luce di Dio. Essere fuoco significa questo: consumarsi per amore. Per il coniuge, per i figli, per chi incontriamo. Solo così il matrimonio diventa profezia. Solo così racconta Dio. In un mondo stanco, disilluso e spesso tiepido, una coppia che arde davvero può ancora illuminare la strada e ridare speranza.

Antonio e Luisa

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Santa Lucia: una donna integra e libera

Oggi la Chiesa fa memoria di Santa Lucia, giovane martire di Siracusa, amatissima soprattutto dai bambini. Per me – Antonio – questo giorno ha un significato ancora più personale: è anche il giorno del mio compleanno. E forse è per questo che, fin da piccolo, Lucia ha abitato la mia immaginazione con la sua luce limpida e ferma. Ma più cresco, più mi accorgo che la sua storia custodisce una verità essenziale della nostra fede: l’importanza del corpo.

In un mondo che spiritualizza tutto o, al contrario, riduce tutto a biologia, Lucia ricorda che il cristianesimo è una fede incarnata. La novità più destabilizzante di Cristo non è un’idea, ma un fatto: Dio si fa carne. Non appare come spirito evanescente o energia cosmica, ma come un uomo con un volto, una voce, delle mani, delle lacrime. Questa non è un’aggiunta secondaria: è la rivoluzione. Se Dio ha assunto un corpo, allora il corpo non è più un “guscio”, ma parte integrante della persona.

La cultura greco-latina tendeva a separare nettamente anima e corpo; Cristo invece ricompone, tiene insieme. La Bibbia già lo suggeriva: l’uomo nasce dal soffio e dalla polvere, dal cielo e dalla terra. E Gesù lo mostra continuamente: ama attraverso il corpo. Con lo sguardo che rialza Pietro, con la mano che tocca il lebbroso, con le lacrime sulla tomba di Lazzaro, con il pane spezzato nell’Ultima Cena. Non c’è gesto di Gesù che non passi attraverso la carne. Persino il tradimento avviene con un bacio. E la croce, il trono dell’amore, è un’offerta totale del corpo e del sangue.

La scelta di Lucia: una logica d’amore che il mondo non capiva

Dentro questa verità si comprende il coraggio radicale di Lucia. Lei desiderava appartenere totalmente a Cristo, e sapeva che questa donazione non poteva avvenire “solo” nell’anima: doveva passare dal corpo. Per questo rifiutò con fermezza un matrimonio imposto, pur conoscendo il rischio della persecuzione. Non fu incoscienza, ma lucidità. I suoi contemporanei probabilmente la giudicarono irragionevole: Perché non sposarsi e poi dedicarsi comunque a Dio? Lucia, però, aveva intuito una cosa che la fede cristiana insegna da sempre: non si può donare il cuore senza donare il corpo. La persona è una unità.

La sua verginità non fu disprezzo del matrimonio, ma risposta a una chiamata unica. La vocazione, in fondo, funziona così: ti chiede tutto. Non perché Dio sia esigente, ma perché l’amore vero non tollera le mezze misure. Chi si dona a Cristo nella verginità dice: “Il mio corpo è per Te”. Chi si dona nel matrimonio dice: “Il mio corpo è per te, sposo o sposa, segno vivo dell’amore di Dio”.

La lettura psicologica: il corpo come luogo della verità

Anche l’Analisi Transazionale ci aiuta a capire questo punto. Il Corpo, nella TA, è spesso il luogo in cui si rivelano i nostri “copioni”: tensioni, adattamenti, paure, gesti automatici. Il Bambino Adattato può usare il corpo per compiacere; il Genitore Normativo per controllare; l’Adulto, invece, lo riconosce come luogo della relazione vera, libera, responsabile.

Lucia è un esempio di Adulto integro: riconosce ciò che sente, decide con coerenza, non si lascia manipolare né dalle pressioni sociali né dalle paure interiori. Il suo corpo diventa l’espressione più limpida della sua libertà. E questo vale anche per noi sposi: nella vita matrimoniale il corpo può diventare luogo di fusione immatura, di ricatto affettivo, o di donazione adulta. Dipende da quale parte di noi sceglie di guidare.

La vocazione degli sposi: amare Dio dentro una carne che parla

Nella mia storia personale – come marito di Luisa – ho capito una cosa decisiva: posso amare mia moglie con tutta l’anima solo se la amo con tutto il corpo. Non esiste un corpo “neutro”, come se l’intimità fosse un’appendice. Nel matrimonio, il corpo è linguaggio sacramentale: dice ciò che le parole non possono dire. Dice: “Io sono tuo. Totalmente, liberamente, fedelmente”.

Se il mio corpo non fosse suo, il mio cuore non riuscirebbe mai a essere realmente suo. È la logica dell’alleanza biblica: “Saranno una sola carne” non è poesia, è teologia. È morale cattolica allo stato puro. La fedeltà non è un limite: è il grembo in cui nasce la libertà dell’amore.

Il corpo come tempio: la lezione finale di Lucia

Viviamo in un mondo che spesso fa due operazioni opposte: idolatra il corpo o lo disprezza. Lo usa come merce, lo consuma, lo espone, lo baratta. Santa Lucia ci ricorda invece la verità più semplice e più alta: il corpo è sacro perché è abitato dallo Spirito Santo.

E proprio perché è sacro, va custodito. Lucia preferì sacrificare la propria vita piuttosto che consegnare il corpo a un amore non autentico. Non fu fanatismo, ma intelligenza spirituale: ciò che è prezioso si protegge. La castità cristiana nasce da qui: non dalla paura, ma dalla coscienza del valore. E allora capisco ancora meglio la grande lezione di Lucia: il corpo è talmente prezioso che merita di essere donato una sola volta, totalmente, definitivamente, a chi abbiamo promesso amore eterno – nel matrimonio o nella verginità consacrata. Questo è l’amore maturo. Questo è l’amore che illumina. Questo è l’amore che salva

Antonio e Luisa

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Il controllante: la roccia che non può sbagliare

Oggi entriamo nel secondo stile di adattamento. Dopo il Compiacente, incontriamo il Controllante. A differenza di quanto il nome potrebbe far pensare, il Controllante possiede moltissime qualità preziose. Il punto decisivo, però, è che queste risorse siano orientate dalla verità dell’amore e non governate dalla paura dell’abbandono. Il Controllante pensa: Devo essere impeccabile e forte per valere. Sostiene tutto. Ma sotto la corazza vive la paura di non bastare. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato.

Chi vive accanto a un coniuge controllante lo sa: c’è una forza dentro questa persona che organizza, struttura, dirige, tiene insieme. Una forza che, nei momenti di confusione, regge la casa, prende decisioni, non molla. E questo, nel matrimonio, è un dono vero. Perché la vita familiare non è fatta solo di emozioni: ha bisogno anche di concretezza, di responsabilità, di qualcuno che non scappi quando tutto diventa pesante.

L’Analisi Transazionale chiama questo stile adattamento “Persecutor” o “Controllante”. Non è un’etichetta morale, non indica un cattivo carattere. Descrive semplicemente un modo di reagire allo stress: governando la realtà, riducendo l’imprevisto, tenendo tutto sotto una precisione severa che dà sicurezza.

Dietro questa modalità, quasi sempre, c’è una storia. Spesso il Controllante è stato un bambino che ha imparato presto che l’amore e l’approvazione passavano dalla prestazione. “Sii bravo”, “Non sbagliare”, “Conta su te stesso”, “Non deludere”. Messaggi che, nel tempo, diventano una seconda pelle. Così la persona cresce con una convinzione silenziosa: per essere degna devo essere impeccabile. Per sentirmi al sicuro devo tenere tutto sotto controllo.

E questo, nella vita di coppia, si traduce in un partner affidabile, preciso, responsabile. Uno che difficilmente lascia le cose al caso. Uno che spesso “regge” quando l’altro vacilla. Ma anche uno che può faticare con la spontaneità, con la leggerezza, con la vulnerabilità. La sua corazza è l’efficienza. Finché controllo, non ho bisogno di sentire la paura.

È importante che tu, che gli stai accanto, non smarrisca mai questo sguardo: sotto la rigidità c’è quasi sempre una ferita. Dietro l’inflessibilità, una fragilità mai autorizzata a mostrarsi. Dietro la durezza, un cuore che teme il giudizio e il fallimento.

La luce del Controllante, nella coppia, è grande. È la stabilità, la direzione, la capacità di portare avanti le cose anche quando costano. È la forza di chi non scappa dalle responsabilità. C’è qualcosa di profondamente evangelico in questa postura: ricorda Giuseppe, l’uomo giusto che protegge, che agisce, che regge il peso delle scelte senza clamore. È una forza preziosa, anche sul piano spirituale: dice fedeltà, costanza, senso del dovere.

Ma ogni dono, se non viene abitato dalla grazia, può diventare una trappola. Quando la paura prende il posto della fiducia, la forza si irrigidisce. E allora il controllo diventa eccessivo, la precisione diventa perfezionismo, la determinazione diventa inflessibilità. Il partner controllante può iniziare a correggere troppo, a notare prima gli errori che i passi avanti, a faticare a lasciare spazio. Può sembrare freddo, distante emotivamente. Può vivere le emozioni come una debolezza da reprimere. E spesso giudica se stesso con una durezza che poi, inevitabilmente, ricade anche sulla relazione.

Tutto questo non nasce dall’arroganza. Nasce dalla paura. Una paura antica, profonda, spesso mai nominata. Spiritualmente, il volto del Controllante assomiglia molto a quello di Marta: una donna buona, generosa, forte, ma così affannata dal fare da smarrire, per un attimo, la possibilità di lasciarsi amare. “Marta, Marta…”, le dice Gesù. Non per rimproverarla, ma per invitarla a un riposo più profondo. Anche il Controllante ha bisogno, prima o poi, di sedersi. Di deporre le armi. Di non dover dimostrare continuamente di essere all’altezza.

Nel cuore del Controllante c’è un desiderio grande di essere amato, ma anche il timore che, se si mostrasse fragile, potrebbe perdere valore. Vuole essere visto, ma mostra soprattutto la parte forte. Vuole essere accolto, ma teme che la sua debolezza diventi un varco per essere ferito. Per questo costruisce strutture, regole, confini rigidi. Si protegge governando.

Ma l’intimità vera nasce solo dove c’è spazio per la fragilità. E Dio stesso entra sempre dalle crepe. Il Controllante lo intuisce, ma lo teme: affidarsi è troppo rischioso. Eppure, senza questo abbandono, non può esserci una comunione piena né con Dio né con te.

Se tu vivi accanto a un partner così, il tuo ruolo è delicato e prezioso. Puoi diventare, senza forzare, un luogo di libertà. Per chi ha sposato un Controllante, la prima vera sfida è non entrare in una lotta di potere. Inutile cercare di “vincerlo” sul suo stesso terreno: il controllo. Serve invece fermezza unita a mitezza. È importante mettere confini chiari, senza accusare, ma anche senza sottomettersi. Aiuta molto riconoscere e valorizzare apertamente il suo impegno, così da non fargli sentire che deve meritarsi l’amore con la prestazione. Allo stesso tempo, è sano non delegargli tutto: condividere le responsabilità è un modo concreto per dirgli che non è solo. Piccoli gesti di fiducia, scelte fatte insieme, spazi in cui anche l’errore è consentito, aiutano lentamente il Controllante a rilassare la presa. Non perché smetta di essere forte, ma perché impari a non dover essere forte da solo.

Crea piccoli spazi di verità, dove possa abbassare la guardia senza sentirsi smascherato. Mostra, con la vita, che essere imperfetti non distrugge il legame. Ricordagli, con gesti più che con discorsi, che la grazia vale più della prestazione.

Il cammino del Controllante è un passaggio dalla perfezione alla fiducia, dal controllo alla comunione, dal fare al lasciarsi amare. Quando scopre che può essere fragile senza perdere valore, quando osa chiedere aiuto, quando accetta che non tutto dipende da lui, allora nasce una nuova qualità dell’amore. Un amore meno rigido, più umile, più reciproco. Un amore che non controlla per paura, ma guida con mitezza.

E anche quando sembra che tutto sia finito, Dio sta nascendo

Il Natale ci sorprende sempre, anche quando pensiamo di averlo già capito. Torna ogni anno con la forza di un avvenimento che non può essere abitudinario, perché ci mette davanti all’Incarnazione, al Dio che entra nella storia con la fragilità di un bambino e con l’umiltà di chi sceglie di non imporsi.

Ma il Natale, se lo lasciamo parlare, non ci chiede soltanto di contemplare una nascita, ci costringe a volgere lo sguardo anche al fine, al compimento, alla direzione ultima della nostra vita. Non basta chiedersi quando è nato Gesù, occorre chiedersi perché è nato e per chi è nato; e, di riflesso, occorre domandarsi a cosa siamo chiamati noi, quale fine ci attende e verso Chi siamo invitati a camminare. Fra l’altro il Natale è anche molto vicino alla fine dell’anno, quindi in un tempo di bilancio e riepilogo della nostra vita.

Il presepe non è soltanto la rappresentazione di un inizio, è la rivelazione di un percorso. Quel Bambino che riposa nella mangiatoia porta già con sé il segno della croce: non perché il Natale sia triste, ma perché la luce che sfolgora nella notte di Betlemme è la stessa luce che illuminerà il calvario (infatti, i re magi porteranno anche la mirra che veniva utilizzata per la sepoltura).

Nel Natale contempliamo la dolcezza di Dio che si fa vicino, ma non possiamo ignorare che quella vicinanza è venuta per condurci verso la Pasqua, verso una vita che trova senso solo se orientata a ciò che non finisce.

Ed è proprio dentro questo movimento tra inizio e fine che si colloca anche l’esperienza di chi vive la ferita della separazione con fedeltà. Il Natale è la festa della famiglia anche se il coniuge se n’è andato? Assolutamente sì! Perché la mancanza della moglie o del marito richiama la Presenza.

La famiglia, agli occhi di Dio, non è quella perfetta, ma un vincolo inciso nella carne e nello spirito, una chiamata che non viene cancellata dalle fragilità umane. I separati fedeli, con la mancanza del coniuge accanto a loro, indicano a Chi bisogna guardare: è un’assenza che richiama la Presenza. Non una ferita che paralizza, ma un varco, una feritoia attraverso cui passa una luce diversa.

La mancanza dell’altro non diventa negazione dell’amore, ma suo compimento in una forma diversa, non più rivolto prevalentemente verso una persona, ma verso tutti. Certo, il coniuge che manca pesa molto, come negarlo, ma l’amore non cessa e si trasforma in una fedeltà che non si appoggia solo sulle forze umane, bensì su un legame che trova radice in Dio stesso. In questo, essi vivono in modo tutto particolare ciò che il Natale insegna a ogni cristiano: Dio viene anche dove non c’è spazio, anche dove sembra tutto chiuso, anche dove la storia sembra essersi spezzata.

Il Natale ci chiede di guardare con verità la nostra vita e di riconoscere che ciò che vediamo non è tutto. Ci sono aspetti che ci sfuggono, promesse che ancora non comprendiamo, dolori che faticano a trovare un significato: ma se contemplato con fede, il Natale ci ricorda che l’inizio illumina il fine e che il fine dà senso all’inizio. La nascita di Cristo non elimina il dolore, ma lo attraversa, non cancella le mancanze, ma le trasfigura, non evita la croce, ma la prende su di sé.

E proprio per questo ci rivela che anche una famiglia ferita resta famiglia, anche una tavola incompleta resta luogo santo. La loro esperienza ci ricorda che fede e fedeltà non sono virtù astratte, ma scelte concrete, spesso faticose, che trovano senso solo se orientate a un Amore più grande, che non delude e non tradisce. Nel loro custodire la promessa nuziale – una promessa che per molti appare “interrotta”, “incompiuta”, “impossibile” – essi mostrano una via di speranza che non dipende dagli eventi, ma dal cuore con cui si donano. E così, anche nella notte, possono diventare una piccola Betlemme: un luogo dove Dio può nascere ancora.

Davanti alla mangiatoia, in silenzio, comprendiamo che il vero dramma dell’uomo non è ciò che gli manca, ma ciò che non desidera più: ciò che veramente salva è la Presenza di Dio e tutto nella vita, anche ciò che ferisce, può diventare luogo d’incontro con Lui, se lo lasciamo entrare.

Il Natale allora ci educa a guardare avanti, a non temere ciò che verrà, a vivere il tempo non come una minaccia, ma come un dono, a lasciarci trasformare da quel Bambino che ha scelto di abitare la nostra fragilità per condurci alla pienezza. Non si nasce per restare nella culla, si nasce per camminare verso il fine: il fine è l’abbraccio del Padre, la comunione che non finisce, la gioia che nessuno potrà togliere.

Così, contemplando il Natale, possiamo capire qualcosa in più della nostra vita: che ogni passo, anche il più faticoso, può portarci verso la luce, che ogni ferita può diventare luogo di rivelazione, che ogni mancanza può trasformarsi in attesa e che proprio quando sembra che qualcosa sia finito, in realtà la Presenza sta nascendo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nulla vale più dell’amore

Siamo ormai alla fine del Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.

Sono parole durissime. Parole che non lasciano sconti. Il Cantico dei Cantici va dritto al centro della questione: l’amore non si compra. Mai. Con nulla. Neppure con tutto.

Questo versetto dialoga in modo sorprendente con l’Inno alla carità di san Paolo: «E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (1Cor 13,3). È come se la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, ci dicesse la stessa cosa con parole diverse: puoi avere tutto, puoi anche perdere tutto, ma se non ami davvero non hai nulla.

Se credo che l’amore possa essere equiparato alle ricchezze materiali, allora non ho capito né la vita né me stesso. Non posso comprare neppure un grammo d’amore con tutte le ricchezze del mondo. L’amore sta su un altro piano. È realtà eterna, perché viene da Dio. «Dio è amore» (1Gv 4,8). Tutto il resto passa.

I beni materiali, quando diventano un fine, creano l’illusione di riempire il vuoto che portiamo dentro. Ma qualcosa di finito non potrà mai colmare un desiderio di infinito. È una legge dell’anima. Possiamo riempire le giornate, non il cuore. Possiamo saziare i sensi, non il desiderio profondo di essere amati per davvero.

Per questo questo versetto del Cantico non parla solo ai ricchi. Parla a tutti. Tutti abbiamo le nostre “ricchezze”. Non sono sempre lingotti d’oro. A volte sono molto più piccole e molto più pericolose: la carriera, l’immagine, il successo, l’indipendenza, il tempo per noi, la partita di calcetto, le uscite con gli amici. Possono persino essere cose buone: un servizio in parrocchia, un gruppo di preghiera, un impegno ecclesiale. Ma quando diventano un alibi per fuggire dalla relazione che Dio ci ha affidato, allora smettono di essere un dono e diventano una fuga.

L’amore di Dio va cercato prima in casa. Prima nel volto della moglie, del marito, dei figli. Poi fuori. Altrimenti rischiamo una forma sottile di spiritualità disincarnata: cerchiamo Dio ovunque tranne lì dove Lui ci ha già messi. È una tentazione antica: cercare il sacro per non affrontare il concreto.

Il Cantico è spietato: alla fine, di tutte queste “ricchezze”, non ne avremo che disprezzo. Non perché siano cattive in sé, ma perché non possono reggere il confronto con ciò che conta davvero.

Questo versetto ci invita a un cambio di logica: dalla logica del possesso alla logica del dono. L’amore, se non è messo al primo posto, non è amore. Diventa uno strumento tra gli altri per cercare la nostra soddisfazione. E allora la relazione sponsale finisce sullo stesso piano della carriera, del tempo libero, degli interessi personali. Ma un amore così, prima o poi, non regge la fatica. Quando il costo supera il beneficio, si scappa. E la separazione diventa una conseguenza “logica”. Ma è davvero amore questo?

Anche io, lo dico con molta verità, sono partito male con Luisa. Avevo un desiderio sincero di vivere il matrimonio secondo Dio, secondo la Sua legge, mettendo l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava tutto faticoso. Attraversavo momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. A un certo punto ho messo in discussione tutto: la mia scelta, la relazione, perfino la decisione di avere subito due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato.

Mi ero sposato a 27 anni. Un’età normale, ma non più tanto nei nostri tempi. Guardavo i miei amici: vivi, spensierati, senza responsabilità, spesso ancora “serviti e riveriti” in casa. Io invece tornavo la sera stanco, carico di doveri. E non riuscivo più a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui avevo creduto quando avevo detto il mio sì.

Poi, a un certo punto, ho visto una differenza che mi ha disarmato. Ho visto in Luisa una pace. Una pace che non veniva da me. Anzi, in quel periodo probabilmente ero per lei più motivo di preoccupazione che di gioia. Era una pace che nasceva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il nostro matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, proprio allora dava ancora di più.

Ed è lì che ho capito. Io ero un po’ come il giovane ricco del Vangelo: «Gesù, fissandolo, lo amò… ma quello se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze» (cfr. Mc 10,21-22). Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai privilegi della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze: gli amici, il calcetto, la tranquillità quando rientravo a casa.

Guardavo la mia vita come una lunga rinuncia a ciò che avevo prima. Ero così concentrato su ciò a cui avevo detto di no, da non assaporare ciò che avevo detto di sì. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me, che faceva di Cristo il centro di tutto. Il dono più grande che Dio mi aveva fatto io lo vivevo come una perdita.

Solo quando ho fatto anch’io quel salto interiore, tutto è cambiato. Non ho dovuto rinunciare a tutto, come temevo. Ho mantenuto il mio sport, gli amici. Ma hanno trovato il loro posto giusto. Non più al centro. La priorità è diventata la mia famiglia.

Ed è qui che il Cantico diventa carne nella vita: quando l’amore passa davvero al primo posto, tutto il resto si ordina. Quando invece l’amore viene dopo, anche le cose buone diventano un peso. Alla fine, il versetto dice una verità semplice e vertiginosa: puoi dare tutto per avere molte cose, ma non potrai mai dare qualcosa per comprare l’amore. L’amore non si compra, si accoglie. Non si possiede, si riceve. Non si trattiene, si dona. E solo chi ha il coraggio di mettere l’amore prima delle proprie “ricchezze” scopre che non sta perdendo nulla, ma sta finalmente cominciando a vivere.

Antonio e Luisa

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