Il Bosco degli Specchi: imparare a donarsi nella libertà

C’era una volta, in un villaggio nascosto tra colline verdi e sentieri di luce, un giovane viaggiatore di nome Elia. Portava sempre con sé uno zaino leggero e un cuore pesante. Chiunque incontrasse lungo la strada diceva di lui: “È generoso. Si dona sempre.” E in effetti era vero: Elia aiutava, ascoltava, si rendeva disponibile. Eppure dentro sentiva una stanchezza che non riusciva a spiegare, come se qualcosa, nel suo modo di amare, non fosse pienamente libero.

Un giorno arrivò al Bosco degli Specchi, un luogo misterioso di cui aveva sentito parlare fin da bambino. Si diceva che chi entrava lì non trovasse semplicemente risposte, ma incontrasse parti di sé che non aveva mai avuto il coraggio di guardare davvero. Appena varcata la soglia del bosco, Elia si trovò davanti cinque sentieri. Non c’erano indicazioni, solo una sensazione profonda che lo invitava a camminare.

Sul primo sentiero incontrò una donna con un cesto pieno di fiori. Ogni passante riceveva un dono: un fiore, una parola gentile, un gesto di cura. Lei non esitava mai. Tuttavia, più il tempo passava, più il cesto si svuotava e il suo volto diventava pallido e stanco. Elia la osservò a lungo, poi le chiese perché non si fermasse mai. La donna sorrise appena e rispose: “Ho paura che, se smetto, smetteranno di volermi bene.” In quel momento Elia comprese che stava osservando una forma di dono che sembrava amore, ma che in realtà nasceva dalla paura di perdere l’altro. Era un sì che non nasceva dalla libertà, ma dal timore dell’abbandono.

Proseguendo, imboccò il secondo sentiero. Qui incontrò un uomo che costruiva ponti senza sosta. Ogni volta che qualcuno aveva bisogno di attraversare un fiume, lui si metteva al lavoro immediatamente, anche quando le forze sembravano mancargli. Elia gli chiese perché non si concedesse mai una pausa. L’uomo abbassò lo sguardo e disse: “Se dico di no, potrebbero arrabbiarsi.” Quelle parole risuonarono profondamente dentro Elia. Era la via del donarsi per evitare il conflitto, quel modo di amare che cerca la pace a tutti i costi, anche quando il prezzo è il silenzio su ciò che ferisce davvero.

Sul terzo sentiero vide una ragazza che indossava mille maschere diverse. Con alcuni era allegra e leggera, con altri forte e determinata, con altri ancora quasi invisibile. Cambiava continuamente, come se non esistesse un volto stabile. Elia le chiese chi fosse veramente. Lei esitò, poi confessò: “Non lo so più. Mi adatto a ciò che serve. Così mi accettano.” Elia sentì un nodo alla gola. Era la via dell’adattamento, quel donarsi che nasce dal desiderio di essere riconosciuti ma che, lentamente, porta a perdere se stessi.

Continuando il cammino, giunse sul quarto sentiero. Lì trovò un giovane cavaliere che regalava la sua armatura a chiunque gliela chiedesse. Restava nudo e vulnerabile, eppure continuava a sorridere. Elia gli domandò perché si privasse continuamente della sua protezione. Il cavaliere rispose con voce quieta: “Se mi dono completamente, forse qualcuno finalmente vedrà il mio valore.” Elia comprese che quella era la via del donarsi per ottenere amore e approvazione, un dono che sembra generosità ma che nasconde un bisogno profondo di essere riconosciuti.

Camminando ancora, Elia sentiva il cuore diventare sempre più pesante. Tutte quelle persone si donavano, eppure sembravano svuotarsi. Cominciò a chiedersi se anche lui stesse facendo lo stesso senza rendersene conto. Alla fine del bosco arrivò davanti a una piccola casa di legno. Sulla porta era inciso: “Qui abita il dono nella verità.” Entrò. Dentro trovò una donna anziana seduta accanto al fuoco. Aveva occhi limpidi e un sorriso quieto che trasmetteva pace. “Sei arrivato,” disse lei con semplicità. Elia si sedette e raccontò ciò che aveva visto. “Ho incontrato persone che si donano continuamente, ma sembrano svuotarsi. Qual è la differenza tra il donarsi giusto e quello che ferisce?”

L’anziana prese due ciotole, una crepata e una integra. Versò acqua nella prima: subito iniziò a perdere gocce. “Quando ti doni per paura, l’acqua scappa via. Non nutre davvero nessuno, nemmeno te.” Poi versò acqua nella seconda, che rimase piena e limpida. “Quando ti doni nella verità, il dono resta. Perché nasce dalla libertà.” Elia chiese come fosse possibile vivere così. L’anziana rispose con una sola parola: “Confini.” Vedendo la sua sorpresa, aggiunse: “Molti pensano che i confini separino. In realtà proteggono ciò che è vivo. Senza argini, il fiume diventa palude. Con argini giusti, porta vita.”

Gli spiegò che un confine va posto quando senti che stai dicendo sì mentre dentro gridi no, quando dai per evitare paura o rifiuto, quando ti perdi e non ti riconosci più. Ma aggiunse anche che non sempre bisogna metterli: quando il dono nasce dalla libertà, quando scegli di amare anche se costa, senza tradire la tua verità, allora il confine non serve perché il cuore è già saldo. Elia rimase a lungo in silenzio. Quelle parole sembravano dare nome a qualcosa che aveva sempre intuito ma mai compreso pienamente. Prima di uscire, l’anziana gli disse ancora: “Ricorda: dire no non è sempre chiudere il cuore. A volte è il modo più vero per custodirlo. E dire sì non è sempre amore: può essere solo paura travestita.”

Quando lasciò la casa, il Bosco degli Specchi gli apparve diverso. I sentieri non erano cambiati, ma lui sì. Riprese il cammino continuando a donarsi, ma con uno sguardo nuovo: a volte diceva sì con gioia, altre volte no con pace. E scoprì qualcosa di inatteso: quando si donava nella verità, gli altri non ricevevano meno, ma di più. Perché non era più un dono nato dalla paura, ma dalla libertà. E la libertà, come una sorgente limpida, non si esaurisce mai.

Cosa ci insegna questo racconto? Esistono diversi modi di donarsi nelle relazioni, ma non tutti nascono dalla libertà. Spesso il dono è guidato dalla paura. Ci si dona per paura di perdere l’altro, accettando tutto — ritmi, decisioni, situazioni che non si sentono proprie — accumulando però tristezza e risentimento. In questi casi il sì non è amore, ma timore dell’abbandono, e il confine sano consiste nel dire: “Ti amo, ma questo per me è troppo”.

Altre volte ci si dona per evitare il conflitto: si tace per mantenere la pace, ma quella pace è solo apparente. Il risultato è accumulare tensione fino all’esplosione. Qui il confine è imparare a esprimere con calma ciò che pesa, riconoscendo che il conflitto sano può essere un atto d’amore.

C’è poi il donarsi per adattamento, quando si cambia continuamente per essere accettati, fino a perdere la propria identità. Il confine è tornare a sé stessi e dire: “Questo non mi rappresenta”. Oppure il donarsi per ottenere riconoscimento, dando molto per essere finalmente visti: un dono che diventa richiesta implicita.

Il dono nella verità invece nasce dalla libertà: dire sì con gioia e no con responsabilità. Per capire se serve un confine basta chiedersi: sto scegliendo o sto temendo? Dopo aver dato mi sento vivo o svuotato?

Antonio e Luisa

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Sara: sette mariti, sette morti. Quando ti senti “sbagliata”

«Meglio per me morire che vivere, perché sento rivolgere contro di me insulti ingiusti» (Tb 3,6)

Nel quarto modulo ci soffermiamo su Sara e sul suo passato che diventa identità. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita in cui non ci si sente semplicemente feriti, ma profondamente sbagliati. Non è solo dolore, non è solo fatica: è quella sensazione sottile e corrosiva che qualcosa in noi non funzioni davvero. Come se fossimo destinati a fallire. Come se portassimo addosso un marchio invisibile che prima o poi rovina tutto. La storia di Sara, nel libro di Tobia, entra proprio qui, nel punto più fragile dell’anima umana. Sette mariti, sette morti. Una sequenza che non è solo tragedia, ma identità ferita. Sara non è soltanto una donna che ha sofferto perdite: è una donna che si sente diventare il problema.

Il testo biblico non nasconde la profondità della sua disperazione. Gli insulti della serva che la accusa di essere responsabile della morte dei mariti scavano dentro di lei una ferita ancora più grande della perdita stessa. Perché quando il dolore si ripete, la mente cerca una spiegazione, e spesso la trova nel posto sbagliato: dentro di sé. Sono io il problema.” È qui che nasce la vergogna. Non la sana consapevolezza dei propri limiti, ma quella convinzione tossica che confonde ciò che è accaduto con ciò che siamo. Sara smette di essere una donna ferita e inizia a percepirsi come una donna maledetta.

Questa dinamica è sorprendentemente attuale. Molti portano nella relazione di coppia una storia segnata da tentativi falliti, relazioni finite male, esperienze di rifiuto o ferite profonde. E spesso, senza accorgersene, costruiscono un’identità a partire da questi eventi: “Io non sono capace di amare”, “Io rovino tutto”, “Con me finisce sempre così”. È quello che, nell’Analisi Transazionale, viene chiamato copione di fallimento: una narrazione interna che si forma presto e che poi guida inconsciamente le scelte, i comportamenti, persino le aspettative. Il Bambino adattato, dentro di noi, impara a sopravvivere credendo che il problema sia la propria esistenza.

Sara arriva a desiderare la morte. Non per disperazione teatrale, ma perché la vergogna può diventare insopportabile. Quando l’identità si spezza, la persona non vede più possibilità. Tuttavia, la Bibbia compie un movimento sorprendente: mentre Sara prega nel dolore, anche Tobia prega altrove. Due solitudini che non si conoscono, due ferite che salgono verso Dio nello stesso momento. Questo intreccio nascosto racconta una verità fondamentale: quando la persona sente di essere arrivata al limite, la storia non è finita. Dio sta già tessendo incontri che ancora non vediamo.

Nella coppia, la presenza di ferite non guarite è inevitabile. Nessuno arriva al matrimonio completamente integro. Ognuno porta con sé pezzi di storia, esperienze, paure, copioni interiori. Il problema non è avere ferite, ma negarle o identificarvisi totalmente. Quando una persona entra nella relazione convinta di essere “sbagliata”, spesso interpreta ogni conflitto come conferma di quella convinzione. Un silenzio dell’altro diventa rifiuto, una difficoltà diventa prova della propria inadeguatezza. Così il passato, non attraversato, continua a vivere dentro il presente.

Il Bambino adattato che si sente maledetto cerca strategie per difendersi. A volte compiace, pur di non perdere l’amore. Altre volte si ritira prima ancora di essere ferito. Altre ancora attacca, anticipando il dolore. Ma in tutte queste modalità c’è la stessa radice: la paura di essere davvero ciò che la vergogna racconta. Ed è qui che la figura di Sara diventa profetica. Perché la sua storia non si chiude con la morte, ma con la possibilità di una relazione nuova. Non perché il passato venga cancellato, ma perché smette di definire l’identità.

Per gli sposi, questa pagina biblica invita a una responsabilità reciproca delicata e profonda. Non si tratta di salvare l’altro, ma di creare uno spazio in cui le ferite possano essere viste senza giudizio. Quando un partner porta dentro un copione di fallimento, la relazione può diventare un luogo di guarigione o un terreno che lo rafforza. Piccole frasi, piccoli sguardi, piccole dinamiche quotidiane possono confermare la vergogna o scioglierla lentamente. La guarigione non avviene attraverso discorsi perfetti, ma attraverso una presenza costante che dice implicitamente: “Tu non sei la tua storia.

La fede cristiana aggiunge un livello ancora più radicale. Non solo non siamo definiti dal passato, ma siamo continuamente chiamati a una nuova identità. Dio non guarda Sara come una donna maledetta, ma come una figlia amata destinata alla vita. Questo sguardo precede ogni cambiamento e lo rende possibile. Senza uno sguardo nuovo, la persona resta intrappolata nel copione. Con uno sguardo nuovo, anche il dolore più antico può diventare terreno di rinascita.

Attraversare il passato non significa riviverlo ossessivamente, ma riconoscerlo, nominarlo, portarlo alla luce. Molti credono che basti dimenticare per andare avanti, ma ciò che non viene attraversato continua a chiedere spazio. E nel matrimonio questo emerge inevitabilmente, perché la vicinanza emotiva fa riaffiorare ciò che è rimasto nascosto. La coppia allora diventa una sorta di laboratorio spirituale: non il luogo dove nascondere le fragilità, ma dove imparare a stare davanti ad esse senza perdere la speranza.

Sara ci insegna che il punto più basso può diventare l’inizio di una svolta. Non perché il dolore venga negato, ma perché viene attraversato con una preghiera che restituisce dignità. E forse è proprio questa la parola più importante per chi si sente “sbagliato”: non sei il tuo passato. Ma se non lo attraversi, continuerai a portarlo con te. La buona notizia è che non devi attraversarlo da solo. Nella fede, nella relazione, nella verità condivisa, ciò che sembrava maledizione può diventare spazio di incontro e di vita nuova.

Antonio e Luisa

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Menopausa e intimità nella coppia: quando la fede incontra la realtà del corpo

Molte coppie arrivano alla menopausa con una storia lunga alle spalle: anni di matrimonio, figli cresciuti, prove attraversate insieme, una complicità costruita nel tempo. Eppure proprio in questa fase può emergere una crisi inattesa nella vita intima. Succede, ad esempio, che una moglie inizi a rifiutare i rapporti, talvolta motivando la scelta con ragioni morali o religiose, come l’idea che l’atto coniugale non sia più “puro” perché non orientato alla fertilità. Queste situazioni vanno affrontate con rispetto e profondità, perché toccano insieme il corpo, la coscienza e la relazione.

L’aspetto unitivo resta sempre

Dal punto di vista della visione cristiana del matrimonio, è fondamentale chiarire una cosa: l’atto coniugale non ha solo una dimensione procreativa, ma anche una dimensione unitiva. Gli sposi non si uniscono soltanto per generare la vita, ma anche per rinnovare il loro legame, per esprimere amore, appartenenza e dono reciproco.

Essere aperti alla vita non significa essere biologicamente fertili in ogni stagione dell’esistenza. Significa piuttosto non fare nulla per impedire artificialmente la fertilità quando essa è presente. La menopausa è un evento naturale: la fertilità termina senza una scelta volontaria degli sposi. Questo non rende moralmente illecita la loro intimità.

Se fosse così, dovremmo concludere che anche nei periodi naturalmente infecondi o nella vecchiaia l’unione sessuale non sarebbe lecita, e questo non appartiene alla tradizione della Chiesa. Il linguaggio del corpo degli sposi resta vero anche quando la generazione biologica non è più possibile.

Quando dietro la motivazione morale c’è altro

Spesso, quando emerge improvvisamente una rigidità morale rispetto alla sessualità, dietro si nascondono altri elementi più profondi. Può esserci un disagio fisico non espresso, un dolore durante i rapporti, una percezione negativa del proprio corpo che cambia, oppure una fatica emotiva accumulata negli anni. A volte la motivazione morale diventa un modo per dare un nome “nobile” a una difficoltà reale che però non si riesce a condividere apertamente. Per questo è importante non trasformare la questione in una disputa teologica da vincere. La domanda più utile non è “chi ha ragione?”, ma “che cosa sta vivendo davvero il cuore dell’altro?” L’ascolto empatico apre spesso strade che l’argomentazione razionale da sola non riesce a aprire.

Uomo e donna: differenze nelle stagioni e nei tempi del corpo

Un aspetto che spesso le coppie sottovalutano riguarda la differenza biologica e psicologica tra uomo e donna sia nelle fasi del rapporto sia nelle stagioni della vita. L’uomo, generalmente, vive un calo ormonale più graduale: il desiderio e la risposta sessuale tendono a diminuire lentamente anno dopo anno, ma senza cambiamenti bruschi. Questo gli permette spesso di percepirsi come relativamente stabile nel tempo.

La donna, invece, attraversa con la menopausa un passaggio più repentino. Il calo degli estrogeni può modificare in modo significativo il desiderio, la lubrificazione, la sensibilità corporea e il modo stesso di vivere l’intimità. Questo può creare uno scarto nella coppia: lui può sentirsi ancora simile a prima, mentre lei vive un cambiamento più improvviso e profondo.

Anche durante il rapporto esistono differenze: l’uomo tende a una risposta più rapida e lineare, mentre la donna necessita di tempi più distesi e progressivi per sentirsi coinvolta e pronta. Dopo la menopausa queste differenze si accentuano. Comprenderle non significa giustificare la distanza, ma imparare a incontrarsi in un ritmo nuovo, dove la conoscenza reciproca diventa una forma concreta di amore.

La menopausa cambia il desiderio

Un altro aspetto decisivo è quello ormonale. Con la menopausa diminuisce la produzione di estrogeni e questo influisce direttamente sulla risposta sessuale e sul desiderio. Molte donne raccontano che la spinta spontanea verso l’intimità si riduce o cambia forma. Questo non significa che il desiderio scompaia definitivamente. Significa piuttosto che non nasce più automaticamente, ma cresce dentro un contesto relazionale.

Per molte donne, soprattutto in questa fase, il desiderio si accende quando si sentono viste, accolte, amate nella quotidianità. La cura reciproca, la tenerezza, la vicinanza emotiva diventano il terreno su cui può rifiorire anche l’intimità fisica. In altre parole: la sessualità dopo la menopausa non si improvvisa, si coltiva.

Il corpo può soffrire: parlarne senza vergogna

Un fattore molto concreto e spesso taciuto è il dolore fisico. La secchezza vaginale è estremamente comune dopo la menopausa e può rendere i rapporti fastidiosi o dolorosi. Se una donna associa l’intimità al dolore, è naturale che inizi a evitarla. Qui è fondamentale superare il silenzio. Oggi esistono molte soluzioni efficaci: lubrificanti specifici, trattamenti locali prescritti dal ginecologo, percorsi di riabilitazione del pavimento pelvico e anche piccoli interventi laser che migliorano l’elasticità dei tessuti. Informarsi insieme non è solo una soluzione pratica, ma anche un gesto d’amore: significa dire “la tua sofferenza mi sta a cuore”.

Riscoprire il tempo dei preliminari

Un altro cambiamento importante riguarda i tempi dell’intimità. I preliminari non sono un’aggiunta opzionale, ma diventano ancora più essenziali. Il corpo femminile ha bisogno di più tempo per prepararsi, per rilassarsi e per attivare una lubrificazione naturale sufficiente. Questo richiede agli sposi di rallentare, di imparare nuovi ritmi, di vivere il contatto fisico non come una prestazione ma come un cammino graduale verso l’incontro. Molte coppie scoprono proprio in questa fase una qualità nuova dell’intimità: meno centrata sull’urgenza e più sulla presenza.

Non convincere, ma camminare insieme

Quando nasce una distanza nella vita intima, la tentazione è quella di convincere l’altro con argomentazioni morali o razionali. Ma spesso ciò che riapre la strada non è avere ragione, bensì creare uno spazio sicuro dove l’altro possa raccontarsi senza paura. La menopausa non è la fine della sessualità coniugale. Può diventare, se affrontata insieme, un passaggio verso una forma diversa e più profonda di unità. Non si tratta di tornare indietro a ciò che era prima, ma di scoprire come amare adesso, con un corpo che cambia e un amore che può maturare.

Perché l’intimità degli sposi non dipende solo dalla fertilità biologica, ma dalla scelta quotidiana di continuare a donarsi. E questa capacità non ha età.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la sorpresa

Oggi affrontiamo la sesta e penultima emozione. Clicca qui per leggere quelle già pubblicate. Tra le emozioni autentiche, la sorpresa è forse la più sottovalutata. La consideriamo un’emozione minore, fugace, quasi neutra, e invece è una delle più potenti. In Analisi Transazionale la sorpresa è un’emozione che si attiva quando la realtà non corrisponde alle nostre aspettative. È l’emozione che interrompe l’automatismo, che ci costringe a fermarci, a riorientarci, a rivedere le nostre mappe interiori. Senza sorpresa, la vita diventa prevedibile, ma anche rigida.

La sorpresa non è di per sé positiva o negativa. Può aprire alla gioia o alla paura, alla fiducia o alla difesa. La sua funzione non è rassicurare, ma svegliare. È l’emozione che segnala che qualcosa di nuovo sta accadendo e che i nostri schemi abituali non bastano più. Per questo è un’emozione scomoda: ci espone all’ignoto, ci toglie il controllo, ci obbliga a lasciare la zona di comfort.

Molte persone faticano a tollerare la sorpresa perché hanno costruito la propria sicurezza sulla prevedibilità. Hanno bisogno di sapere in anticipo, di programmare, di tenere tutto sotto controllo. In questi casi la sorpresa viene vissuta come una minaccia e viene rapidamente neutralizzata: minimizzata, razionalizzata, trasformata in fastidio o in rabbia. Ma una vita senza sorpresa è una vita che non cresce.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, la sorpresa autentica è legata alla flessibilità dell’Io Adulto e alla vitalità del Bambino libero. È l’emozione che permette di aggiornare la realtà, di uscire dai copioni rigidi, di aprirsi a possibilità nuove. Quando la sorpresa non è tollerata, la persona resta intrappolata in schemi ripetitivi: “è sempre stato così”, “le persone sono fatte così”, “le relazioni finiscono sempre allo stesso modo”. La sorpresa rompe queste narrazioni chiuse.

Nella vita di coppia la sorpresa è importante. All’inizio di una relazione la sorpresa è naturale: l’altro è nuovo, imprevedibile, affascinante. Col tempo, però, molti partner smettono di lasciarsi sorprendere. Credono di sapere già chi è l’altro, come reagirà, cosa dirà. Ma quando la sorpresa scompare, la relazione si irrigidisce. L’altro non viene più incontrato, ma anticipato.

La sorpresa autentica è uno degli ingredienti più potenti per mantenere vivo il legame di coppia, proprio perché impedisce alla relazione di irrigidirsi. Permette di continuare a vedere l’altro come una persona in cammino, non come un personaggio già definito, incasellato in un ruolo. Quando smettiamo di sorprenderci dell’altro, iniziamo a darlo per scontato. E ciò che viene dato per scontato, nel tempo, perde valore emotivo.

La sorpresa può essere semplice e quotidiana: una parola detta in modo diverso dal solito, un gesto di attenzione inatteso, una reazione più morbida o più ferma di quanto ci aspettassimo. Ma può essere anche la sorpresa di una vulnerabilità che emerge, di una fragilità che non avevamo mai visto. In questi momenti la coppia ha un’opportunità preziosa: aggiornare l’immagine dell’altro, accettare che non sia identico a come lo avevamo immaginato o desiderato.

Esiste però anche una sorpresa dolorosa. Un cambiamento improvviso, una crisi, una ferita che mette in discussione gli equilibri precedenti. In questi casi la sorpresa non è piacevole, ma resta funzionale: costringe la coppia a fermarsi, a rinegoziare, a crescere. La sorpresa interrompe l’inerzia, smaschera automatismi che non funzionano più. Senza sorpresa, molte relazioni restano in piedi solo per abitudine.

Molti conflitti nascono proprio dall’incapacità di accogliere la sorpresa. Quando l’altro cambia, quando non risponde più come prima, scatta la delusione o la rabbia. Ma spesso dietro la rabbia c’è una sorpresa non elaborata: “non pensavo fossi così”, “non mi aspettavo questo da te”. Se questa sorpresa viene riconosciuta e detta, può diventare un luogo di dialogo: “sono spiazzato”, “non so come leggerti”. Se invece viene negata, si trasforma in accusa: “sei cambiato”, “non sei più quello di prima”. Accogliere la sorpresa non significa approvare tutto, ma restare disponibili a incontrare l’altro per quello che è oggi, non solo per quello che è stato ieri.

Dal punto di vista spirituale, la sorpresa è una delle vie privilegiate attraverso cui Dio entra nella vita. Nei Vangeli Dio sorprende continuamente: sceglie chi non conta, parla attraverso chi è ai margini, rovescia le attese. L’Incarnazione stessa è una sorpresa radicale. Dio non si manifesta secondo le aspettative umane, ma le supera. Per questo la fede autentica richiede una disponibilità alla sorpresa.

Eppure, anche nella vita spirituale, spesso cerchiamo un Dio prevedibile, rassicurante, che confermi ciò che già pensiamo. Quando Dio sorprende, quando scombina i nostri piani, può nascere resistenza. Ma una fede senza sorpresa diventa ideologia. La sorpresa, invece, mantiene il cuore aperto.

Esiste anche una sorpresa difensiva, quella che si trasforma subito in eccitazione o in shock, senza essere elaborata. È la sorpresa che non viene pensata, che non viene integrata. Ma la sorpresa autentica ha bisogno di tempo. Chiede di fermarsi, di ascoltare ciò che si muove dentro, di aggiornare le proprie categorie.

Imparare a vivere la sorpresa autentica significa accettare di non avere tutto sotto controllo. Significa permettere alla realtà, all’altro e a Dio di essere più grandi delle nostre aspettative. Nella coppia, quando la sorpresa viene accolta senza irrigidirsi, può diventare una risorsa potente: riapre il dialogo, rinnova lo sguardo, restituisce vitalità. La sorpresa autentica non è instabilità. È disponibilità. È l’emozione che ci ricorda che la vita non è un copione già scritto. Dove la sorpresa viene accolta, il cuore resta vivo. Dove viene rifiutata, la relazione si spegne lentamente nella ripetizione. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel sapere tutto prima, ma nel restare capaci di lasciarsi sorprendere.

Antonio e Luisa

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Non ha lasciato il calcio. Ha scelto l’amore.

Questo articolo nasce da una conferenza stampa. Una conferenza con protagonista un giocatore di calcio. Clicca qui per ascoltarla. Ci sono momenti in cui la vita costringe a fermarsi. Non perché manchino le forze, ma perché improvvisamente diventa chiaro che non tutto ha lo stesso peso. È in uno di questi momenti che si colloca la storia di Giangiacomo Magnani, una storia che ha poco a che fare con il calcio e molto con l’amore, la fragilità e le priorità vere.

Durante l’estate, nel pieno della preparazione sportiva, Magnani ha ricevuto una notizia che ha cambiato tutto: sua moglie Eleonora aveva un serio problema di salute. Da quel momento, il tempo ha assunto un’altra densità. Agosto, racconta, è stato forse il periodo più difficile della loro vita: visite, esami, attese, paure che non si possono aggirare. In quel contesto non si trattava più di decidere cosa fosse conveniente, ma cosa fosse giusto.

La scelta di fermarsi, di mettere in pausa il lavoro e la carriera, nasce da lì. Non da un calcolo, ma da un’esigenza profonda: esserci. Stare accanto alla persona amata non con soluzioni, non con parole altisonanti, ma con la presenza nuda e concreta. A volte basta questo: il silenzio condiviso, un abbraccio, il pianto che non ha bisogno di essere spiegato.

In una cultura che esalta la performance, la continuità, il “non mollare mai”, questa decisione appare controcorrente. Eppure è proprio qui che la storia si fa universale. Quando la vita colpisce, non chiede eroismi spettacolari, ma fedeltà. Chiede di restare, anche quando restare costa.

Nei mesi successivi, mentre la malattia seguiva il suo percorso, Magnani ha vissuto una delle lezioni più dure e più vere: la perdita del controllo. Abituati a programmare, a gestire, a prevedere, ci scopriamo improvvisamente dipendenti da ciò che non possiamo governare. La vita diventa più grande di noi. E questo, paradossalmente, ci rimette al nostro posto.

È in questo spazio che emerge la figura di Eleonora, la vera protagonista di questa storia. Magnani lo dice senza esitazioni: tutto ciò che ha fatto lo deve a lei. In mesi segnati dalla prova, non l’ha mai sentita lamentarsi. Mai una recriminazione, mai quel “perché a me?” che sarebbe stato umano, comprensibile, quasi inevitabile. Lei ha continuato a guardare avanti, a tenere alta la testa, a vivere il presente con una serenità che non nega il dolore ma non si lascia schiacciare da esso.

Questa forza silenziosa ha avuto un effetto dirompente. Ha ribaltato le prospettive. Ha mostrato che l’amore non è solo sostegno emotivo, ma educazione reciproca. Nella relazione autentica, si cresce anche – e soprattutto – attraverso la prova. Ci si insegna a vivere, non con prediche, ma con il modo di stare nella realtà.

Magnani racconta che questa esperienza lo ha costretto a rivedere la “classifica” delle cose importanti. Quante energie sprechiamo per problemi che, alla luce di una vera emergenza, rivelano tutta la loro fragilità? Quante volte trasformiamo colline in montagne, dimenticando ciò che davvero conta? La malattia non è stata cercata, ma è diventata una maestra severa e necessaria.

Il ritorno alla normalità – al lavoro, alla routine, agli impegni – arriva solo dopo l’intervento conclusivo della moglie. E anche questo ritorno non è vissuto come un traguardo, ma come una tappa. Nulla è “risolto” nel senso pieno del termine: resta l’attesa, resta la speranza, resta la consapevolezza che la vita va vissuta comunque, in ogni contesto.

In questa storia il lavoro non viene demonizzato, ma ricollocato. È importante, sì. È dignitoso, necessario, persino appassionante. Ma non è assoluto. Quando entra in conflitto con l’amore, con la famiglia, con la cura della relazione, deve saper fare un passo indietro. Non per perdere valore, ma per ritrovarlo. La lezione che emerge è semplice e radicale: senza relazioni vere, senza legami che reggono nella prova, tutto il resto si svuota. L’amore non elimina la sofferenza, ma le dà un senso. E quando questo accade, anche i momenti più duri possono diventare luoghi di crescita, di verità, di vita piena.

È una lezione che va oltre il calcio. È una lezione che parla a tutti.

Antonio e Luisa

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Anna e Tobi: quando il dolore divide invece di unire

«Dov’è dunque la tua elemosina? Dove sono le tue opere buone? Ecco, ora si vede come stanno le cose!» (Tb 2,14)

Nel terzo modulo affrontiamo la difficoltà di raccontare il dolore e la paura. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita di coppia in cui non si discute davvero per ciò che sembra. Si litiga per una parola, per un gesto, per qualcosa di apparentemente piccolo, ma sotto si muove molto di più. Il dialogo tra Anna e Tobi, raccontato nel libro di Tobia, è uno di quei passaggi biblici sorprendentemente realistici che mostrano quanto il dolore possa trasformarsi in distanza invece che in vicinanza. Non c’è nulla di romantico in questa scena. Non ci sono grandi insegnamenti spirituali pronunciati con calma. C’è solo una coppia ferita che reagisce come reagirebbero molti di noi.

Tobi è diventato cieco, ha perso autonomia, sicurezza, ruolo. Anna si trova a dover sostenere la famiglia, lavorare, reggere il peso quotidiano di una situazione improvvisamente cambiata. Quando porta a casa un capretto ricevuto come compenso, Tobi sospetta che possa essere stato rubato. La sua reazione non nasce necessariamente da sfiducia verso Anna, ma dalla paura e dal bisogno di controllo che spesso emergono quando la vita sfugge di mano. Anna, però, non sente una domanda, sente un’accusa. E reagisce con parole dure. Non è più solo una conversazione su un capretto: è il dolore accumulato che trova finalmente una voce.

Questa dinamica è profondamente umana. La Bibbia non idealizza gli sposi, non li rende modelli perfetti, ma li mostra vulnerabili e reali. Anna e Tobi non smettono di amarsi in quel momento, ma smettono di riuscire a vedersi. E qui emerge una verità fondamentale per ogni coppia: non sempre il conflitto nasce dal disamore; spesso nasce dal dolore non riconosciuto. Quando la fatica resta senza parole, quando la paura non trova spazio per essere detta, quando la stanchezza non viene nominata, allora prende altre strade. Una delle più frequenti è l’accusa.

La scena mostra bene l’attivarsi di ciò che vengono chiamati giochi psicologici: sequenze relazionali automatiche in cui uno accusa e l’altro si difende, poi contrattacca, creando un circolo che sembra inevitabile. Non è manipolazione consapevole; è una strategia difensiva appresa per proteggersi dal contatto con emozioni più vulnerabili. In superficie si vede rabbia, ma sotto si nascondono spesso paura e tristezza. Sono quelle che Eric Berne definirebbe emozioni autentiche, mentre la rabbia può diventare un’emozione parassita, più facile da esprimere perché meno esposta.

Anna probabilmente non sta dicendo soltanto: “Non ti fidi di me”. Forse sta dicendo, senza riuscire a formularlo: “Sto reggendo tutto da sola, sono stanca, non mi vedi?”. Tobi, a sua volta, non sta semplicemente sospettando un furto; forse sta dicendo: “Ho perso il controllo della mia vita, ho paura, ho bisogno di sentirmi ancora capace di giudicare”. Ma queste parole restano implicite, e ciò che emerge sono frasi taglienti che feriscono invece di avvicinare.

Quante coppie riconoscono questa dinamica. Si vive sotto lo stesso tetto, si condividono responsabilità e giorni pieni, eppure a un certo punto ci si sente soli accanto all’altro. Le discussioni si ripetono, sembrano sempre le stesse, e ogni volta aumentano la distanza. Non perché l’amore sia finito, ma perché nessuno riesce più a dire ciò che davvero prova. E allora il conflitto diventa il linguaggio del dolore.

La forza del racconto biblico sta nel non nascondere questa realtà. Non c’è una morale immediata che risolve tutto. Non c’è una correzione divina che ristabilisce subito l’armonia. C’è solo la verità di una coppia che attraversa un momento di crisi. Ed è proprio qui che si apre uno spazio importante per gli sposi: comprendere che il conflitto non è necessariamente il segno di una relazione sbagliata, ma può essere il segnale di un carico emotivo troppo grande per essere contenuto in silenzio.

Quando uno accusa e l’altro si difende, spesso non si sta combattendo contro il partner, ma contro la propria paura. Il problema è che questo non viene riconosciuto. Il Genitore critico interno prende il sopravvento, giudica, irrigidisce, interpreta tutto come attacco. L’Adulto, la parte capace di osservare e comprendere, si indebolisce. E senza Adulto, il dialogo diventa scontro.

Il passaggio decisivo, allora, non è stabilire chi ha ragione, ma tornare a chiedersi cosa sta accadendo sotto le parole. Cosa sto provando davvero? Quale bisogno non sto riuscendo a esprimere? Quale dolore sto difendendo con la rabbia? Non è un percorso semplice, perché significa esporsi, rinunciare alla sicurezza della difesa e accettare la vulnerabilità. Ma è proprio lì che la relazione può tornare a respirare.

Anna e Tobi ci insegnano che la sofferenza può dividere quando non viene riconosciuta, ma può anche diventare un passaggio verso una verità più profonda. Il conflitto non è necessariamente il contrario dell’amore; a volte è l’amore che non trova ancora le parole per dirsi. Non sempre litighiamo per ciò che diciamo. Spesso litighiamo per ciò che non sappiamo dire, per ciò che resta nascosto e chiede di essere finalmente visto. E forse la domanda più vera non è: “Chi ha sbagliato?”, ma: “Quale dolore sta chiedendo di essere ascoltato?”.

Antonio e Luisa

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La Vera Fedeltà: Oltre il Semplice Non Tradire

Oggi voglio riportare (in sintesi) l’intervento on line che ho fatto recentemente con la parrocchia San Francesco d’Assisi di San Giovanni Rotondo, sul tema della fedeltà, che oggi è notevolmente fuori moda.

I tradimenti si vedono ovunque, spesso ostentati come se fossero segni di libertà o di successo, soprattutto tra i personaggi famosi e nel mondo dello spettacolo. Un po’ ci hanno abituato, chi ha qualche anno sulle spalle, come me, si ricorderà bene le prime telenovele, tipo Beautiful, dove la protagonista si sposa oltre 21 volte e ha innumerevoli relazioni parallele.

Molte separazioni nascono dai tradimenti, non dalla violenza, come spesso si vuol far credere e la responsabilità non è solo di chi tradisce, ma anche di chi si lascia coinvolgere, invece di opporsi. Molti pensano che essere fedeli significhi semplicemente non andare a letto con altri. È il ragionamento più diffuso, anche tra i cristiani praticanti: “Io non tradisco, quindi sono a posto”. In realtà questo è solo l’abc della fedeltà, il minimo sindacale.

Fedeltà a chi? A che cosa? Fedeltà a una promessa? Certo, mantenere le promesse è una cosa buona, ma siamo ancora lontani dalla vocazione del Sacramento del Matrimonio. A volte si può restare fedeli per motivazioni sbagliate: perché ho preso un impegno, perché “tanto uomini e donne sono tutti uguali”, oppure, nel caso di separati, come gesto dimostrativo: “rimango solo, così ti faccio sentire in colpa”.

Anche il matrimonio civile, se lo guardiamo bene, è indissolubile: l’art. 143 del Codice Civile parla chiaramente di obbligo reciproco alla fedeltà. Allora viene spontaneo chiedersi: che differenza c’è con il Sacramento? La differenza è enorme: nel giorno del matrimonio sacramentale succede qualcosa di reale, non simbolico. Gesù si lega in modo indissolubile agli sposi e rimane con loro qualunque cosa accada, perché Gesù non può venire meno, mai: la realtà cambia, gli sposi diventano qualcosa che prima di entrare in chiesa non erano.

La fedeltà nel matrimonio cristiano non è possibile perché io mi sforzo di più o perché sono una brava persona, è possibile per la Grazia di Dio. La Grazia rende possibili cose umanamente impossibili: con Dio non si fanno semplicemente cose difficili, si fanno miracoli. Il senso della mia vita è la fedeltà a Gesù e da qui nascono tutte le altre fedeltà, quella al coniuge e quella agli altri.

Prometto di onorarti e rispettarti tutti i giorni della mia vita”: tutti i giorni, non quando ne ho voglia, non quando l’altro se lo merita. Si può essere profondamente infedeli, anche senza avere rapporti con un’altra persona; non a caso oggi la giurisprudenza considera tradimento anche le relazioni virtuali, in chat, anche senza coinvolgimento fisico. Diciamo: “darei la vita per te”, poi basta chiedere di buttare la spazzatura o di stare un’ora con i figli e diventa un problema.

Se leggiamo la Bibbia vediamo un continuo tira e molla tra Dio e il popolo d’Israele che rimane fedele a tratti, basti pensare al vitello d’oro, mentre Mosè è sul Sinai. A un certo punto Dio manda Suo Figlio per farci capire quanto ci ama e noi lo uccidiamo: eppure uno degli attributi più belli di Dio è proprio questo, Dio fedele, anche quando ne combiniamo di cotte e di crude. Quando ci confessiamo, sappiamo che non c’è nulla che non possa perdonarci, se siamo davvero pentiti, non dubitiamo mai della Sua fedeltà.

Quante piccole infedeltà avvengono ogni giorno: andiamo a messa, “facciamo l’amore” con Gesù, e poi, usciti dalla chiesa, lo tradiamo per tutta la settimana, facendo come ci pare e come se Lui non esistesse. Gli diamo quell’ora settimanale e poi decidiamo tutto da soli.

Come guardo gli altri? Come tratto i colleghi di lavoro, i vicini di casa, la cassiera del supermercato? I figli degli altri, li considero come i miei? O se i miei stanno bene, degli altri non m’importa nulla? Non ha senso essere fedeli al coniuge e non agli altri. Sono favorevole ad aborto, gender, eutanasia? Spesso siamo fedeli a tratti, senza nemmeno accorgercene.

Nella Fraternità Sposi per Sempre lo ripetiamo spesso: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge, ma a Dio. Il coniuge è una creatura che dovrebbe aiutarmi a essere fedele al Creatore, è una palestra, un mezzo, non il fine. La fedeltà è il terreno su cui può operare la Grazia di Dio e il nostro riferimento è Gesù sulla croce: abbandonato da tutti, avrebbe potuto distruggere l’umanità con un battito di ciglia e invece resta fedele fino alla fine, perdona, accoglie il ladrone pentito, fonda la Chiesa. Lui è il metro di misura.

Ogni volta che vengo meno alla relazione con Dio, con il coniuge e con gli altri, non sono fedele. Quando devo prendere una decisione, mi chiedo davvero cosa farebbe Gesù? Mi ricordo di Lui durante la giornata, anche senza mettermi a dire tutto il rosario? Onoro e rispetto mio marito o mia moglie ogni giorno? Tratto gli altri come fratelli e sorelle?

Vedete quanta strada c’è ancora da fare sulla fedeltà: non per scoraggiarci, ma per ricordarci che il matrimonio cristiano è un cammino di conversione quotidiana. Umanamente ci sono cose impossibili, ma “tutto posso in Colui che mi dà la forza”.

Lo vediamo accadere quando una moglie o un marito, sostenuti dalla Grazia, restano fedeli anche nella malattia, nella fatica, nella croce, non perché sono eroi, ma perché Dio è fedele: è su questo che si basa ogni matrimonio cristiano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Le emozioni autentiche nella coppia: la rabbia

Siamo giunti alla quinta emozione. Clicca qui per leggere quelle già pubblicate. Tra le emozioni autentiche, la rabbia è probabilmente quella più temuta. Spesso viene associata alla violenza, all’aggressività o alla perdita di controllo, e per questo viene repressa, negata o moralizzata. In molti contesti, anche spirituali, la rabbia è considerata qualcosa di sbagliato, incompatibile con l’amore e con la fede. Eppure la rabbia autentica è un’emozione primaria fondamentale, perché ha una funzione chiara: proteggere i confini e ristabilire la giustizia.

La rabbia autentica nasce quando un confine viene violato, quando subiamo un’ingiustizia, quando qualcosa di importante per noi viene calpestato. Non è distruttiva in sé. È energia. È forza vitale che si attiva per dire: “così non va”, “qui mi fai male”, “questo non è giusto”. Il problema non è la rabbia, ma ciò che accade quando non le diamo parola.

Molte persone hanno imparato presto che arrabbiarsi non era permesso. Da bambini hanno capito che la rabbia spaventava, disturbava, rompeva l’armonia. Così l’hanno repressa. Ma una rabbia repressa non scompare. Si trasforma. In Analisi Transazionale, quando la rabbia autentica non trova spazio, viene sostituita da emozioni parassite: risentimento cronico, sarcasmo, freddezza, rigidità morale, passivo-aggressività. La rabbia non detta diventa veleno lento.

Nella vita di coppia questo passaggio è decisivo, anche se spesso viene sottovalutato. Molti conflitti non esplodono perché uno dei due è “troppo arrabbiato”, ma perché non lo è mai apertamente. La rabbia viene trattenuta in nome della pace, dell’armonia, dell’idea che “per amore è meglio lasciar correre”. Si evita il confronto per non ferire, per non creare tensioni, per non rischiare di rompere qualcosa. Ma ciò che viene trattenuto non si dissolve. Si accumula lentamente, giorno dopo giorno, e finisce per trovare altre vie di uscita.

Quando la rabbia non può essere detta, si trasforma. Diventa silenzio punitivo, distacco emotivo, freddezza, ironia corrosiva, rigidità morale. A volte si sposta sul corpo: il desiderio si spegne, il contatto diventa evitato o meccanico. Altre volte si manifesta in scoppi improvvisi e sproporzionati, che sorprendono l’altro e sembrano “venire dal nulla”. In realtà non vengono dal nulla, ma da una lunga serie di rabbie non ascoltate.

La rabbia autentica, quando viene riconosciuta e detta, non distrugge la relazione, la chiarisce. Dire “sono arrabbiato” non è un’accusa né una dichiarazione di guerra. È una presa di posizione che afferma: “qui c’è qualcosa che conta”, “qui mi sento ferito”, “qui il legame è importante abbastanza da non essere lasciato scivolare nel silenzio”. È un atto di responsabilità emotiva, non di aggressività.

Una coppia matura non è quella che non litiga mai, ma quella che sa litigare bene. Litigare bene significa restare sul comportamento e non sulla persona, parlare di ciò che fa male senza umiliare, esporsi senza colpire, ascoltare senza difendersi subito. Significa permettere alla rabbia di fare il suo lavoro: rimettere ordine, ridefinire i confini, proteggere la relazione dal logoramento silenzioso. Dove la rabbia autentica trova spazio, il legame può diventare più vero e più solido.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, la rabbia autentica è strettamente legata al Sé Bambino libero: è l’energia che permette di affermare sé stessi senza distruggere l’altro. Quando il Bambino non è autorizzato a sentire rabbia, spesso prende il comando il Genitore critico o l’Adulto iperrazionale. Ma senza rabbia sana non esistono confini chiari, e senza confini l’intimità diventa confusione o invasione.

Anche sul piano spirituale la rabbia viene spesso fraintesa. Si confonde la mitezza evangelica con la passività, la carità con il silenzio, il perdono con la rinuncia alla verità. Ma nei Vangeli Gesù non è privo di rabbia. Si indigna davanti all’ipocrisia, si oppone a ciò che opprime, rovescia i tavoli quando la giustizia viene profanata. Non è una rabbia impulsiva, ma giusta, orientata, al servizio della verità. Questo ci dice che la rabbia non è il contrario dell’amore, ma può esserne una forma esigente.

Esiste però anche una rabbia difensiva, che non nasce da un confine violato nel presente, ma da ferite antiche non elaborate. È la rabbia che esplode fuori misura, che attacca la persona invece del comportamento, che non cerca chiarezza ma sfogo. In questo caso la rabbia non protegge, ma ferisce. Per questo è fondamentale il discernimento: la rabbia autentica chiede ascolto e azione, quella difensiva chiede guarigione.

Imparare a riconoscere la rabbia autentica significa imparare a darle parola e direzione. Non urlare, non reprimere, ma esprimere. Significa dire: “questo mi fa male”, “qui mi sento calpestato”, “ho bisogno che questo cambi”. Nella coppia, quando la rabbia viene accolta senza giudizio e senza controattacco, diventa una risorsa preziosa. Permette di rimettere ordine, di ridefinire i confini, di evitare che il legame si logori nel silenzio.

La rabbia autentica non distrugge l’amore. Lo custodisce. È il segnale che qualcosa di vivo sta cercando spazio. Dove la rabbia viene ascoltata, la relazione può crescere in verità. Dove viene negata, l’amore rischia di trasformarsi in rassegnazione o in guerra fredda. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel non arrabbiarsi, ma nel sapere perché ci si arrabbia e come dirlo.

Antonio e Luisa

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Dio non arriva dopo la crisi. Ci sta dentro.

Quando una crisi arriva, la prima reazione è quasi sempre la stessa: aspettare che passi. Che si sistemi. Che qualcosa o qualcuno rimetta a posto i pezzi. Anche nella vita di fede funziona così. Pensiamo che Dio intervenga dopo, quando il dolore si è calmato, quando il caos ha trovato un ordine, quando finalmente torniamo respirabili. È un’idea rassicurante, ma non è cristiana.

La fede cristiana non nasce dall’esperienza di un Dio che arriva a cose risolte. Nasce dall’incontro con un Dio che entra nella frattura, che attraversa la notte, che sceglie di stare proprio lì dove noi vorremmo scappare. La crisi, allora, non è solo un problema da risolvere. È un luogo teologico. Un luogo in cui Dio si rende presente in modo spesso più vero, anche se meno consolante.

La crisi, infatti, non è semplicemente un momento negativo. È un passaggio evolutivo. Arriva quando una forma di vita non regge più, quando ciò che prima funzionava smette di funzionare, quando le soluzioni abituali non bastano. Nel matrimonio questo accade spesso: l’amore idealizzato lascia spazio alla realtà, i ruoli si incrinano, le aspettative non trovano più risposta.

In quel momento nasce una tentazione forte: aggiustare in fretta per tornare come prima. Rimettere a posto, tappare le falle, recuperare l’equilibrio precedente. Ma la crisi autentica non chiede di tornare indietro. Chiede di attraversare. Di lasciare ciò che non è più vitale. Di accettare che qualcosa debba morire perché altro possa nascere. Per questo la crisi non va solo risolta. Va abitata. Perché è lì che emergono le verità taciute, le ferite negate, i bisogni non ascoltati. Ed è proprio lì che Dio sceglie di stare.

Il Vangelo di Emmaus è forse il racconto più potente per comprendere questo dinamismo. Due discepoli camminano insieme, ma sono delusi, stanchi, svuotati. Hanno creduto, hanno sperato, hanno investito tutto, e ora sentono di aver perso. Non stanno litigando, ma non stanno nemmeno vivendo. Camminano, ma senza futuro. È l’immagine di tante coppie. Non si sono lasciate, ma si sono smarrite. Continuano il percorso, ma senza desiderio. Parlano, ma solo del passato. La crisi non è esplosa: si è sedimentata.

Gesù si avvicina e cammina con loro. Non li corregge subito, non li rimprovera, non offre soluzioni rapide. Sta. Ascolta. Entra nella loro delusione. E soprattutto non cancella il dolore, ma lo interpreta. Rilegge la loro storia alla luce di qualcosa di più grande, senza negarne la ferita. Questo è decisivo. Dio non elimina la crisi, la trasforma in luogo di comprensione. Non ripara semplicemente la relazione, la converte.

Noi vorremmo tornare come prima. Dio, invece, vuole portarci più in profondità. La logica del Vangelo non è quella della riparazione, ma della trasformazione. Dopo Emmaus, i discepoli non tornano alla vita di prima. Tornano a Gerusalemme diversi. Con un cuore che arde, con uno sguardo nuovo, con una fede meno ingenua e più incarnata. Così accade anche nel matrimonio. Dopo una crisi attraversata davvero, non si ritorna alla versione iniziale dell’amore. Si entra in una forma più vera, più sobria, meno idealizzata. Un amore che ha perso l’illusione, ma ha guadagnato profondità. Un amore scelto, non solo sentito.

Questo però richiede un passaggio difficile: smettere di chiedere a Dio di sistemare l’altro. E iniziare a chiedergli di trasformare noi. La crisi diventa luogo teologico quando smette di essere solo un problema e diventa una domanda: che tipo di amore sto vivendo? Chi sto diventando dentro questa relazione? Quale verità sto evitando?

Dio non arriva alla fine del processo come un premio. È già lì, nel mezzo, spesso silenzioso, ma presente. Non per evitare la ferita, ma per farne una soglia. Nel cristianesimo nulla di vero nasce senza passare da una morte. E nessuna crisi è inutile, se attraversata nella verità. Dio non arriva dopo. Ci sta dentro. E aspetta che smettiamo di fuggire per accorgercene.

Antonio e Luisa

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Tobi perde la vista: quando nella coppia non ci si vede più

Nei versetti che analizziamo oggi accade un dramma nella vita di Tobi. Tobi diventa cieco. Clicca qui per leggere gli articoli già pubblicati.

Caddero sui miei occhi i loro escrementi ancora caldi, che mi produssero macchie bianche, e dovetti andare dai medici per la cura. Più essi però mi applicavano farmaci, più mi si oscuravano gli occhi, a causa delle macchie bianche, finché divenni cieco del tutto.  (Tb 2,10)

La cecità di Tobi non arriva all’improvviso come un castigo. Arriva dentro una giornata normale. Dentro la stanchezza. Dentro un gesto buono. Aveva appena finito di seppellire un morto. Tobi dorme. È stanco. Ha fatto il bene. E proprio mentre riposa, qualcosa cade sui suoi occhi e lo rende cieco. Il testo non cerca spiegazioni morali. Non dice che Tobi ha sbagliato. Dice semplicemente che la fragilità entra mentre vivi, non solo quando sbagli.

Questo è un passaggio decisivo anche per gli sposi. Molte coppie non “perdono la vista” perché non si amano più, ma perché sono stanche. Perché hanno dato tanto senza riuscire a fermarsi. Perché hanno retto più di quanto potevano. Quando nella coppia non ci si vede più, raramente è cattiveria. È fatica non elaborata.

Si vive sotto lo stesso tetto, si condividono le giornate, i figli, le responsabilità. Eppure qualcosa si spegne. Non si riconoscono più i gesti dell’altro. Le parole sembrano sempre fuori posto. Gli sguardi non si incrociano più davvero. È come se l’altro fosse lì, ma non arrivasse.

La Bibbia è sorprendentemente realistica. Non idealizza Tobi. Non lo descrive come un eroe sempre lucido. Lo mostra vulnerabile. E questa vulnerabilità non riguarda solo gli occhi, ma la capacità di leggere la realtà.

Dal punto di vista psicologico, quando una persona è sotto stress prolungato, l’Io Adulto – quello che osserva, valuta, comprende – si indebolisce. Al suo posto prendono forza stati dell’Io contaminati:
– un Genitore critico che giudica, accusa, irrigidisce
– oppure un Bambino ferito che si chiude, si difende, reagisce.

Non è una scelta consapevole. È una difesa. Così nella coppia iniziano dinamiche che fanno male, ma che hanno una radice profonda. Si interpreta tutto come attacco. Si risponde in automatico. Si smette di ascoltare davvero. Non perché non si voglia amare, ma perché non si ha più spazio interiore.

Tobi, diventato cieco, dipende dagli altri. Questo cambia gli equilibri. Cambia il modo di stare nella relazione. Anche nel matrimonio accade così: quando uno dei due attraversa una fatica profonda – fisica, emotiva, spirituale – l’equilibrio di coppia si sposta. E se non se ne prende consapevolezza, nasce il risentimento.Non sei più quello di prima.” “Non mi capisci.” “Devo fare tutto io.” Sono frasi che spesso non parlano di disamore, ma di sovraccarico.

La cecità di Tobi ci dice che esiste una cecità emotiva: non vedere più il bene dell’altro, non riconoscere più le intenzioni, non riuscire più a distinguere tra ciò che è dell’altro e ciò che è la mia ferita. Questa cecità è una difesa. Serve a non sentire troppo. A non crollare. Ma alla lunga isola.

Qui è importante dirlo con chiarezza agli sposi: non è cattiveria: è fatica non elaborata. Quando non ci si vede più nella coppia, la tentazione è colpevolizzare. Dare etichette. Ridurre l’altro a un problema. Ma così si alimenta il Genitore critico, interno ed esterno, che irrigidisce tutto.

La Bibbia, invece, ci invita a un passo diverso: riconoscere la stanchezza. Dare un nome al dolore. Fermarsi prima che la distanza diventi abitudine. Tobi non nasconde la sua cecità. Non fa finta di nulla. Questo è già un primo atto di verità. Anche nella coppia, il primo passo non è “aggiustare”, ma dire che non si vede più. Ammettere che qualcosa è cambiato. Che si è stanchi. Che si ha bisogno.

Quando l’Adulto può tornare a parlare – anche solo per dire “non ce la faccio” – si apre uno spazio nuovo. Non di soluzione immediata, ma di realtà condivisa. Il libro di Tobia ci insegna che Dio non entra nella coppia quando tutto è chiaro, ma quando si accetta di essere ciechi insieme. Quando si smette di fingere lucidità. Quando si rinuncia all’idea di dover reggere sempre.

Vivere insieme senza riconoscersi è una delle sofferenze più grandi nel matrimonio. Ma non è una condanna. È spesso un segnale. Un invito a rallentare. A rileggere. A chiedere aiuto. La cecità di Tobi non è la fine della storia. È l’inizio di un cammino diverso. Anche per gli sposi può essere così.

Non sempre il problema è l’altro. A volte è la fatica che non abbiamo avuto il coraggio di guardare.

Antonio e Luisa

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Fidanzate Virtuali: Rischi e Riflessioni di Papa Leone XIV

Nel Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2026), Papa Leone XIV offre una lettura lucida e profondamente antropologica del nostro tempo. Il Pontefice mette in guardia da una tecnologia che, invece di accompagnare il desiderio umano di relazione, rischia di sfruttarlo fino a snaturarlo. Quando la comunicazione non è più apertura all’altro ma diventa costruzione di un mondo “a nostra immagine e somiglianza”, allora non solo il singolo si impoverisce, ma viene ferito anche il tessuto sociale, culturale e persino politico delle nostre comunità.

Papa Leone XIV osserva che una tecnologia capace di catalogare i nostri pensieri, anticipare i nostri desideri e restituirci solo ciò che ci rassomiglia finisce per creare un vero e proprio “mondo di specchi”. In questo spazio riflettente l’altro scompare, e con lui la possibilità dell’incontro autentico. Senza l’accoglienza dell’alterità – ricorda il Papa – non può esserci né relazione né amicizia. È una diagnosi che intercetta una delle derive più inquietanti dell’attuale sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Negli ultimi tempi, infatti, stanno prendendo piede applicazioni che permettono di creare fidanzate virtuali su misura. Questi strumenti promettono una compagnia digitale ideale: una figura femminile generata dall’IA che risponde ai desideri, alle esigenze e perfino ai capricci di chi la utilizza. Dietro questa tendenza apparentemente innocua si nascondono però profondi rischi antropologici, psicologici e spirituali, che riflettono le fragilità della nostra epoca.

La caratteristica più inquietante di queste relazioni virtuali è la loro assoluta asimmetria. La fidanzata digitale non ha volontà propria, non dice mai di no, non mette in discussione, non chiede nulla in cambio. È l’esatto opposto di ciò che Papa Leone XIV indica come comunicazione autentica: uno spazio in cui l’altro resta altro e proprio per questo mi educa, mi provoca, mi fa crescere. Come osserva lo psicoterapeuta Alberto Pellai, “l’amore vero nasce dal confronto con l’altro, dalla capacità di accogliere ciò che non comprendiamo e di lasciarci cambiare dalla relazione”. Una relazione senza alterità non è amore, ma narcisismo.

La costruzione di un partner su misura risponde al desiderio di controllo assoluto, profondamente radicato nella società contemporanea, dove l’autodeterminazione è spesso idolatrata come sommo bene. Ma l’amore autentico, come insegna il cristianesimo, non è dominio bensì dono reciproco. San Giovanni Paolo II, nella Mulieris Dignitatem, ricorda che la comunione delle persone si realizza nella mutua donazione di sé, non nella riduzione dell’altro a mero oggetto di soddisfazione.

Dietro la crescente attrazione per le relazioni virtuali si nasconde una profonda solitudine. Molti uomini, soprattutto giovani, faticano a vivere rapporti reali perché temono il rifiuto, il conflitto, la frustrazione che ogni relazione autentica inevitabilmente comporta. Preferiscono contesti in cui non rischiano di sentirsi sbagliati, messi alla prova o non abbastanza. La società della performance e dell’efficienza ha disabituato alla pazienza e alla vulnerabilità, spingendo a cercare relazioni “sicure”, dove non si è mai contraddetti e non si deve negoziare il proprio posto.

Il filosofo Fabrice Hadjadj osserva che l’amore è esattamente l’opposto della tecnologia, perché richiede tempo, attesa, rischio e persino sofferenza. Le app di fidanzate virtuali offrono invece una simulazione di intimità istantanea, in cui l’altro non chiede crescita, non espone al fallimento, non costringe a uscire dalle proprie difese interiori. Ma questa apparente protezione, nel tempo, impoverisce il cuore e rende sempre più difficile sostenere relazioni reali.

Dal punto di vista morale e spirituale, questo fenomeno diventa una vera scuola di chiusura relazionale. Abituarsi a un rapporto in cui l’altro esiste solo per confermare, compiacere e rassicurare rafforza dinamiche interiori infantili, dove il bisogno viene prima della responsabilità e il disagio viene evitato invece che attraversato. L’amore, così, non è più un luogo di crescita ma uno spazio di anestesia emotiva.

Papa Francesco, nell’Amoris Laetitia, ricorda che non esiste amore senza libertà e non c’è libertà senza la capacità di rinunciare a qualcosa di sé per il bene dell’altro. Dove tutto è programmato per non contraddirmi mai, non solo la libertà si spegne, ma si indebolisce anche la capacità di stare in relazione con persone reali, che non possono essere controllate né previste.

Eppure, dietro il successo di queste applicazioni, si cela anche un desiderio buono e profondo: il bisogno di sentirsi accolti senza condizioni, visti senza essere giudicati, degni di amore anche nella propria fragilità. È il desiderio di uno sguardo benevolo che molti non hanno sperimentato o che temono di perdere nel confronto reale.

La cultura digitale intercetta questo bisogno ma lo soddisfa in modo immaturo, evitando il passaggio decisivo: crescere nella capacità di stare in relazione senza fuggire quando emergono il limite, la frustrazione o il conflitto. Come ricorda Luigi Maria Epicoco, l’amore non è mai perfetto: è una promessa fragile da custodire giorno dopo giorno, accettando di non essere sempre confermati ma di essere comunque amati.

La sfida indicata da Papa Leone XIV è dunque educativa e pastorale. Famiglia, scuola e Chiesa sono chiamate a testimoniare che l’amore vero è faticoso e vulnerabile, ma proprio per questo è reale. In un mondo che moltiplica illusioni tecnologiche sempre più seducenti, la fedeltà concreta di relazioni imperfette resta il segno più credibile che solo l’incontro con l’altro, diverso da me, può salvare la nostra umanità.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la paura

Tra le emozioni autentiche, la paura è forse quella che più facilmente viene giudicata come segno di debolezza. Viviamo in una cultura che esalta la sicurezza, il controllo e l’autosufficienza, e che guarda con sospetto chi ammette di avere paura. Anche in ambito spirituale la paura viene spesso mal compresa: si pensa che un credente non dovrebbe averne, come se la fede fosse una sorta di immunità emotiva. In realtà la paura autentica non è il contrario della fede, ma una delle sue porte più vere.

In Analisi Transazionale la paura è un’emozione primaria, universale, proporzionata al pericolo percepito e limitata nel tempo. Ha una funzione essenziale: proteggere la vita. Segnala che qualcosa è rischioso, incerto, potenzialmente minaccioso. Senza la paura l’essere umano sarebbe incosciente; con una paura sana diventa prudente. Il problema non è avere paura, ma non ascoltarla o, al contrario, esserne dominati.

Molti di noi hanno imparato presto a non mostrare la paura. Da bambini abbiamo capito che la paura non era accolta, che bisognava “farsi coraggio”, “non piangere”, “essere forti”. Così abbiamo iniziato a sostituirla con emozioni parassite più socialmente accettabili: controllo, razionalizzazione, iperresponsabilità, rigidità o molto spesso rabbia. Ma una paura non riconosciuta non scompare. Si trasforma in ansia cronica, in bisogno di controllo o in chiusura emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando la paura autentica non trova spazio, spesso il Sé Bambino resta solo davanti al pericolo percepito. L’Adulto non ascolta, il Genitore critica o minimizza. Nasce così una tensione interna che si riversa nelle relazioni. Molti comportamenti rigidi o aggressivi non nascono dalla cattiveria, ma da una paura non detta.

Nella vita di coppia la paura è un’emozione decisiva, anche se raramente viene nominata apertamente. Paura di perdere l’altro, di non essere all’altezza delle aspettative, di non essere scelti ogni giorno, di non contare davvero. Sono paure profonde, spesso antiche, che toccano il senso stesso del nostro valore. Proprio per questo fanno paura a loro volta: espongono troppo, rendono vulnerabili, mettono nelle mani dell’altro qualcosa di prezioso.

Dire “ho paura di perderti” o “ho paura di non bastarti” significa ammettere che l’altro ha un potere reale su di noi. Significa rinunciare all’illusione dell’autosufficienza. Per questo, in molte coppie, la paura non viene detta ma mascherata. Si traveste da controllo (“dove sei?”, “con chi sei?”), da gelosia, da richieste eccessive di conferme, da iperrazionalità o, al contrario, da silenzio e distanza emotiva. Ma quando la paura prende queste forme, la relazione inizia a soffrire: l’altro si sente soffocato o escluso, e il clima diventa difensivo.

La paura autentica, invece, quando viene detta, non indebolisce il legame, lo umanizza. Non è un’accusa, non è una pretesa, ma una richiesta di presenza. Dire la propria paura significa dire: “ho bisogno di te, ma non per controllarti, per camminare insieme”. Quando una persona si sente accolta nella sua paura, senza essere giudicata o corretta, smette lentamente di difendersi. Il bisogno di controllo si allenta, le difese si abbassano, lo spazio interiore si amplia.

La fiducia non nasce perché il pericolo scompare, ma perché non si è più soli ad affrontarlo. Una coppia diventa più solida non quando elimina ogni rischio, ma quando impara a portare insieme le proprie paure. È in questo spazio di verità condivisa che la relazione smette di essere un campo di battaglia e diventa un luogo sicuro, dove la fragilità non divide, ma unisce.

Dal punto di vista spirituale, la paura è pienamente presente nei Vangeli. Gesù non la nega. Nell’orto degli ulivi prova angoscia e paura profonda: “la mia anima è triste fino alla morte”. Non scappa, non la spiritualizza, non la corregge. La porta nella relazione con il Padre. Questo ci dice che la fede non elimina la paura, ma la attraversa. La fiducia non nasce dall’assenza di paura, ma dal non restare soli dentro di essa.

Eppure, anche nella Chiesa, talvolta passa il messaggio che la paura sia segno di poca fede. Si invita a “fidarsi di più” senza ascoltare davvero ciò che spaventa. Ma una paura non accolta non diventa fiducia. Diventa difesa. La spiritualità autentica non chiede di reprimere la paura, ma di affidarla.

Esiste, però, anche una paura non del tutto autentica, che non nasce da un pericolo reale ma da ferite non elaborate. È la paura che vede minacce ovunque, che anticipa il peggio, che impedisce l’intimità. In questo caso la paura non protegge, ma isola. Anche qui serve discernimento: la paura autentica chiede protezione, quella ferita chiede guarigione. Entrambe, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere la paura autentica significa fare un passaggio interiore delicato ma decisivo: rinunciare all’illusione di bastare a se stessi. Dire “ho bisogno”, “ho timore”, “da solo non ce la faccio” non è un fallimento, ma un atto di verità. È riconoscere che la fragilità non è qualcosa da correggere o nascondere, ma una parte essenziale dell’essere umani. Molti adulti vivono la paura come una colpa, perché hanno imparato che essere forti significa non dipendere da nessuno. Ma la relazione nasce proprio lì dove questa maschera cade.

Nella vita di coppia, quando la paura viene nominata con sincerità e accolta senza giudizio, accade qualcosa di profondo. La relazione smette di essere un luogo di prestazione e diventa uno spazio sicuro. Non si tratta di eliminare la paura, ma di condividerla. È in questo scambio che nasce un’intimità autentica, fatta non di sicurezza assoluta, ma di fiducia reciproca. Non perché la paura sia bella o desiderabile, ma perché è vera. E solo ciò che è vero può creare legame.

La paura autentica non è il contrario della fiducia. È spesso il punto da cui la fiducia nasce. Dove la paura viene ascoltata, la relazione può diventare un luogo sicuro. Dove viene negata, la relazione rischia di trasformarsi in campo di battaglia o in rifugio apparente. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel non avere paura, ma nel sapere dove portarla.

Antonio e Luisa

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La Vittima Ostile: quando il dolore taciuto diventa distanza

Siamo arrivati al sesto e ultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere gli altri. Tra tutti gli adattamenti di personalità descritti dall’Analisi Transazionale, quello della Vittima Ostile – chiamato anche passive-aggressive – è probabilmente quello che crea più solitudine.

Non è l’adattamento di chi fa rumore, di chi alza la voce o impone la propria volontà. È, al contrario, l’adattamento di chi ha imparato a soffrire in silenzio, a stringere i denti, a trattenere parole e lacrime perché, in passato, esprimerle non è servito o è stato persino pericoloso.

La Vittima Ostile non attacca apertamente. Si chiude. Non chiede. Si ritira. E dentro, lentamente, cresce un risentimento che diventa la sua unica forma di protezione. Il suo messaggio di copione è semplice e durissimo: “Non chiedere aiuto. Gli altri ti feriscono. Proteggiti da solo.”

Nel matrimonio questa dinamica è particolarmente delicata, perché crea una distanza che l’altro spesso non sa come attraversare.

Chi vive questo adattamento è una persona estremamente sensibile. Sente molto, forse troppo. Coglie sfumature che altri non vedono, percepisce mancanze, silenzi, incoerenze. Ma proprio perché sente così tanto, ha imparato a non esporsi. Ha imparato che dire ciò che prova non cambia le cose. E allora tace.

Nel quotidiano matrimoniale questo si manifesta in modi sottili: un silenzio che dura più del necessario, un “va bene” che non convince, un’ironia che punge, una distanza emotiva che sembra punizione ma in realtà è difesa. Non è cattiveria. È dolore non detto.

Spiritualmente, la Vittima Ostile assomiglia a quei salmi che iniziano con una domanda trattenuta: “Fino a quando, Signore?” Ma invece di diventare preghiera, quella domanda resta chiusa nel cuore, trasformandosi in amarezza.

Questo adattamento nasce quasi sempre da una storia in cui la vulnerabilità non è stata accolta. Un bambino che ha provato a dire ciò che sentiva e non è stato ascoltato. Che ha chiesto e non ha ricevuto. Che ha mostrato rabbia ed è stato rimproverato. Che ha pianto e si è sentito di troppo.

Così ha imparato che chiudersi era più sicuro. Che non dipendere dagli altri era una forma di sopravvivenza. Che fidarsi esponeva al dolore.

Nel matrimonio, però, questa strategia — che un tempo ha salvato — rischia di diventare un muro. Perché l’altro non riesce ad avvicinarsi, non capisce cosa succede, si sente respinto senza sapere perché. E spesso reagisce male, confermando involontariamente la paura originaria della Vittima Ostile: “Vedi? Non puoi fidarti.”

Dal punto di vista cristiano, questa dinamica è profondamente umana, ma non è la strada della vita piena. Dio non chiede di proteggersi dal mondo chiudendo il cuore, ma di affidarlo. E l’affidamento è sempre un rischio. Anche per Cristo.

Gesù conosce il dolore del non essere ascoltato, dell’essere tradito, del restare solo. Eppure non ha scelto il silenzio rancoroso. Ha parlato, ha pianto, ha affidato il suo spirito. La Vittima Ostile, nel suo cammino, è chiamata proprio a questo passaggio: dalla difesa alla fiducia, dal silenzio alla parola.

Amare una persona con questo adattamento richiede pazienza, costanza e una presenza che non si stanca. Non serve incalzarla con domande, né forzarla a parlare. Serve piuttosto creare uno spazio sicuro, dove la parola non viene giudicata, minimizzata o usata contro.

Chi vive accanto a una Vittima Ostile deve imparare a leggere i segnali silenziosi, a non prendere la chiusura come disamore, a non rispondere alla distanza con altra distanza. È fondamentale dare tempo, rassicurare, mostrare con i fatti che la relazione regge anche le emozioni difficili. Perché per chi ha questo adattamento, dire la verità è sempre stato un rischio.

Il cammino di crescita della Vittima Ostile non è diventare più espansiva o più “forte”. È imparare che può parlare senza essere ferita. Che può dire: “Sto male”, senza che questo distrugga l’altro. Che può esprimere rabbia senza perdere l’amore.

È un cammino lento, spesso accompagnato da paura. Ma è anche un cammino profondamente spirituale: passare dalla solitudine difensiva alla relazione fiduciosa. Dal “me la devo cavare da solo” al “posso appoggiarmi”. Nel Vangelo, questo passaggio ha sempre la forma di una mano tesa. Non di una pressione. Non di una pretesa. Solo una presenza che resta.

Quando la Vittima Ostile inizia a fidarsi, accade qualcosa di sorprendente: il risentimento si scioglie, il silenzio diventa parola, la distanza si trasforma in intimità. Non perché il dolore sparisca, ma perché non è più portato da soli. E allora anche questa ferita — come tutte le ferite accolte nella verità — diventa un luogo in cui la grazia può finalmente entrare.

Antonio e Luisa

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La fiaba delle carezze: amore e riconoscimento

Questa fiaba nasce per raccontare, in modo semplice e simbolico, una verità profonda: nel matrimonio le carezze positive sono nutrimento essenziale dell’amore. Ogni persona ha una fame di riconoscimento, e senza carezze – parole, gesti, attenzioni – anche l’amore più sincero rischia di inaridirsi. Attraverso una storia, questa fiaba vuole mostrare come le carezze autentiche, gratuite e quotidiane possano diventare il linguaggio concreto della tenerezza, riflesso dell’amore di Cristo nel sacramento del matrimonio.

C’era una volta, in un piccolo villaggio ai piedi di una collina luminosa, una casa con una porta azzurra. Non era una casa speciale per grandezza o ricchezza, ma tutti dicevano che, quando si passava davanti, si respirava pace. In quella casa vivevano Elia e Miriam, sposi da molti anni.

La collina che sovrastava il villaggio si chiamava Monte delle Carezze. Si raccontava che, sulla sua cima, crescesse una sorgente invisibile: non dava acqua, ma riconoscimento. Chi beveva da quella sorgente imparava ad amare davvero.

All’inizio del loro matrimonio, Elia e Miriam non conoscevano il segreto del Monte. Si volevano bene, certo, ma spesso si sentivano stanchi, non visti, come se qualcosa mancasse. Miriam, a volte, pensava: “Faccio tanto, ma nessuno se ne accorge”. Elia, dal canto suo, sentiva un vuoto che non sapeva spiegare: “Sono qui, ma è come se non contassi abbastanza”.

Un giorno, bussò alla loro porta una donna anziana, con un mantello chiaro e uno sguardo profondissimo. «Sono la Custode delle Carezze», disse. «Ogni cuore umano ha fame. Non di pane, ma di riconoscimento». Li invitò a sedersi e tracciò quattro segni sul tavolo. «Queste», spiegò, «sono le carezze. Senza di esse l’amore si spegne, anche se le persone restano insieme».

La prima carezza era fatta di parole. La Custode disse: «Le parole costruiscono o distruggono. Quando dici: “Ti vedo, ti apprezzo, sei preziosa”, l’altro fiorisce». Da quel giorno, Elia iniziò a dire a Miriam: «Grazie per quello che fai» e Miriam rispose: «Mi fai sentire al sicuro». Non erano frasi solenni, ma vere. E qualcosa cambiò.

La seconda carezza non aveva voce. «È lo sguardo, il tono, la mano che cerca l’altra», spiegò la donna. Miriam cominciò a sorridere a Elia quando rientrava stanco. Elia imparò ad abbracciarla senza motivo. Scoprirono che un gesto sincero può guarire ferite che le parole non sanno toccare.

La terza carezza viveva nelle azioni. «L’amore», disse la Custode, «si vede in ciò che fate l’uno per l’altra». Elia iniziò a preparare il caffè al mattino. Miriam si prendeva cura di lui nei giorni difficili. Non come dovere, ma come dono. Ogni gesto diceva: “Tu conti per me”.

La quarta carezza era invisibile ma potentissima. «Sono i segni simbolici», spiegò la donna. «Un fiore, un biglietto, una sorpresa. Dicono: ti penso anche quando non ci sei». Miriam trovò un giorno una lettera sotto il cuscino. Elia ricevette un piccolo sasso a forma di cuore, con scritto: “Casa”.

La Custode però li ammonì: «Attenzione. Le carezze muoiono se diventano scambio. Se ami solo per ottenere, l’altro lo sente». Spiegò loro che esistono carezze condizionate e carezze libere. Solo queste ultime fanno crescere. Prima di andarsene, disse ancora: «Gesù vi ha dato un comandamento nuovo: amarvi come Lui vi ha amati. Questo significa amare per primi, senza calcoli».

Da quel giorno, Elia e Miriam non furono perfetti. Ma avevano imparato il linguaggio della tenerezza. Quando uno dei due si chiudeva, l’altro offriva una carezza. Quando il silenzio faceva paura, una parola gentile apriva uno spiraglio. La casa dalla porta azzurra rimase semplice, ma divenne un segno per il villaggio. Perché dove le carezze sono vere, l’amore di Cristo passa, silenzioso e concreto.

E così, ancora oggi, si dice che chi impara l’arte delle carezze non solo custodisce il proprio matrimonio, ma diventa luce per il mondo.

Antonio e Luisa

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Misericordia e verità: la sfida dei divorziati risposati

Chi segue la pagina sa che io sono direttamente coinvolto. Sono separato ma non riaccompagnato. Ho scelto la fedeltà.

Quando si va a vedere come funzionano le pastorali della famiglia in Italia, si trovano situazioni completamente diverse, in particolare per quanto riguarda l’accompagnamento delle persone separate.

È vero che ogni diocesi ha le sue situazioni e caratteristiche, ma è anche vero che in molti casi manca una preparazione adeguata per fronteggiare quello che sta succedendo alle famiglie; inoltre c’è anche tanta confusione su come rispondere a situazioni cosiddette “irregolari”, come nel caso di coppie risposate e riaccompagnate.

Ogni volta che si parla di comunione ai risposati o riaccompagnati, emergono sempre le stesse frasi, ripetute come slogan: “Gesù mangiava con i peccatori”, “Amoris Laetitia lo permette”, “La Chiesa deve essere inclusiva”. Sono frasi vere a metà, ed è proprio la mezza verità che diventa menzogna.

Qui non stiamo discutendo di regolamenti ecclesiastici o di strategie pastorali, stiamo parlando di salvezza eterna e quando è in gioco l’eternità, non ci si può permettere ambiguità.

Gesù mangiava con i peccatori, sì, ma per convertirli: nessuno di loro è rimasto uguale dopo averlo incontrato. All’adultera non dice: “Va tutto bene”, ma “Va’ e non peccare più”.

Oggi invece rischiamo di predicare un Gesù addomesticato, che consola senza convertire, che accoglie senza chiedere nulla, che perdona senza passare dalla croce. Ma quel Gesù non è quello del Vangelo.

Amoris Laetitia parla di discernimento, di cammino, di coscienza formata, di responsabilità, non parla mai di automatismi, né di diritti acquisiti. Chi usa Amoris Laetitia per giustificare una vita che resta oggettivamente in contraddizione con il Vangelo del matrimonio, vuol dire che non ha letto tutte quelle pagine in cui l’indissolubilità viene ribadita molte volte e nemmeno tutti i precedenti documenti della Chiesa.

La domanda decisiva non è “Posso fare la Comunione?”, ma “Mi sto convertendo?”. Perché allora dobbiamo chiederci con onestà: arrivare a fare la Comunione è un traguardo o un punto di partenza? Se è un punto di arrivo, non serve a niente, se è un punto di partenza, può, in casi molto specifici, diventare un aiuto reale, ma solo se non mente sulla verità.

Una misericordia che non chiama al cambiamento non salva, inganna; è come dire a uno che sta annegando: “Tranquillo, l’acqua è bassa”, mentre affonda. Ma proprio per questo la misericordia non può essere svuotata di verità. Dire a una persona: “Va tutto bene così, fai quello che vuoi, tanto Dio perdona” non è misericordia, è una menzogna pericolosa, questo non aiuta nessuno a cambiare vita.

I sacerdoti che fanno un uso sbagliato della misericordia si assumono una responsabilità enorme, da far tremare le gambe, perché quando parlano, lo fanno come rappresentanti della Chiesa e chi li ascolta ha il diritto di fidarsi.

Se un sacerdote rassicura una coscienza senza guidarla nella verità, il conto non verrà chiesto prima di tutto a chi si è fidato, ma a lui: del danno fatto, delle anime confuse, delle coscienze anestetizzate. I sacerdoti sono un dono immenso, un dono senza il quale la nostra vita cristiana semplicemente non esisterebbe così come la conosciamo. Senza di loro non avremmo la Santa Eucaristia, non avremmo i sacramenti, non avremmo quella Presenza reale che sostiene ogni giorno il nostro cammino di sposi, di genitori, di uomini e donne chiamati alla santità.

Esistono santi sacerdoti, ne ho incontrati, uomini che davvero danno la vita per gli altri, che si consumano nel silenzio, nella fedeltà, nell’offerta quotidiana. Ma i sacerdoti sono anche uomini e come tali portano con sé limiti, ferite, storie personali. Ci sono sacerdoti modernisti, altri che mettono tutto sotto la categoria della “misericordia”, altri ancora che vogliono fare gli psicologi, gli analisti, i counsellor; poi ci sono quelli che si trascinano grandi ferite, magari non guarite, che inevitabilmente influiscono sul loro modo di accompagnare.

E proprio perché li amo e li riconosco come dono, sento il bisogno di dire con chiarezza che cosa, come sposo cristiano, io chiedo a un sacerdote. Io non cerco principalmente un consiglio. Non cerco un’analisi transazionale. Non cerco qualcuno che mi aiuti a “stare meglio” abbassando l’asticella del Vangelo. Quello che domando è molto più scomodo, chiedo:
Insegnami a stare in croce.
Insegnami a morire a me stesso per il bene di mia moglie e a risorgere.
Fammi capire come posso vivere cristianamente questa situazione.
Insegnami che senso ha quello che mi sta succedendo e come posso trasformarlo in qualcosa di buono.

Perché a scendere dalla croce o a evitarla, sono bravissimo da solo, non ho bisogno di aiuto per questo, è l’istinto più naturale che ho. Ogni giorno mi viene spontaneo fuggire, giustificarmi, cercare scorciatoie, difendere il mio ego, proteggere le mie ferite. Ma io non voglio un cammino in discesa, non voglio un matrimonio di compromessi. Non voglio una fede che mi faccia semplicemente stare un po’ meglio.

Io voglio la santità, voglio imparare ad amare come Cristo ama la Sua Chiesa, voglio che il mio matrimonio diventi davvero via di salvezza, anche e soprattutto quando costa, quando fa male, quando passa dalla croce. Per questo ho bisogno di sacerdoti che non abbiano paura della croce, anche perché non esiste una vita senza sperimentare il dolore, la sofferenza e il lutto.

Ho bisogno di sacerdoti che mi dicano: “Resta, offri, ama, muori a te stesso, fidati di Cristo.” Perché solo così, misteriosamente, arriva anche la risurrezione. Preghiamo per i nostri sacerdoti, amiamoli, sosteniamoli, ma non smettiamo di desiderare e di chiedere guide che ci insegnino a vivere il Vangelo nella sua radicalità, anche dentro il matrimonio, anche dentro le ferite, anche dentro la croce. Perché è lì che passa la Vita.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Le emozioni autentiche nella coppia: il disgusto

Oggi la terza emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, il disgusto è probabilmente la meno nominata, soprattutto nella vita di coppia. Spesso viene percepito come qualcosa di inaccettabile, quasi vergognoso, perché sembra contraddire l’idea di amore come accoglienza totale. Eppure, in Analisi Transazionale, il disgusto è un’emozione primaria con una funzione precisa e fondamentale: proteggere l’integrità della persona. Segnala che qualcosa viene vissuto come invasivo, contaminante o non più compatibile con i confini profondi dell’individuo.

Molti partner faticano a riconoscere il disgusto perché temono che nominarlo significhi ferire l’altro o mettere in discussione il legame. Dire “questa cosa mi respinge”, “questo gesto mi fa stare male”, “non mi sento al sicuro in questo modo” espone a un rischio relazionale elevato. Così il disgusto viene represso, razionalizzato o trasformato in silenzio. Ma un disgusto non ascoltato non scompare. Rimane sotto traccia e, nel tempo, si manifesta come distanza emotiva, freddezza, ritiro del desiderio o ironia difensiva.

È fondamentale distinguere il disgusto autentico dal disprezzo, perché pur sembrando simili producono effetti profondamente diversi nella relazione. Il disprezzo svaluta l’altro, lo umilia, lo riduce a qualcosa di inferiore o indegno. È un’emozione che rompe il legame perché nega la dignità della persona. Il disgusto autentico, invece, non nasce dal voler ferire, ma dal bisogno di proteggere. Non dice “tu non vali”, ma “questa modalità non mi fa bene”.

Il disgusto autentico segnala che un confine è stato superato o messo a rischio. Chiede una rinegoziazione dei confini fisici, emotivi, sessuali e spirituali, senza accusare né colpevolizzare. Quando viene riconosciuto e ascoltato, il disgusto permette alla relazione di tornare in un luogo sicuro, dove l’intimità non è invasione e l’amore non diventa sacrificio forzato. Quando invece viene negato o giudicato, la persona impara a difendersi chiudendosi: il corpo si ritrae, il desiderio si spegne, la comunicazione si irrigidisce. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza emotiva.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il disgusto è strettamente legato al rispetto del Sé Bambino. È l’emozione che protegge dalla violazione, dall’invasione, dall’essere costretti a tollerare ciò che fa male “per amore”. Molte persone, soprattutto nelle relazioni affettive e matrimoniali, hanno imparato a ignorare il proprio disgusto per non deludere, per non creare conflitti, per non essere accusate di egoismo. Ma l’amore che chiede di rinnegare i propri confini non è amore maturo. È adattamento.

Nella vita di coppia il disgusto riguarda spesso l’intimità, non solo sessuale ma anche emotiva. Può emergere quando l’altro invade spazi personali, quando usa parole o gesti che feriscono, quando forza tempi, ritmi o modalità che non sono condivisi. In questi casi il disgusto segnala che l’intimità sta diventando invasione. Se non viene ascoltato, il corpo stesso prende distanza: il desiderio cala, il contatto diventa meccanico, la relazione perde calore.

Dal punto di vista spirituale, il disgusto è un’emozione che spesso viene moralizzata o repressa, soprattutto nei contesti cristiani. Si è diffusa, talvolta in modo silenzioso, l’idea che amare significhi sopportare tutto, accettare tutto, perdonare sempre e comunque, anche quando questo comporta il sacrificio di sé. Ma questa non è la logica del Vangelo. Nei Vangeli vediamo Gesù provare un disgusto profondo davanti a ciò che profana la verità: quando entra nel tempio e trova uno spazio di preghiera trasformato in mercato, non resta indifferente. Quel gesto non nasce dall’impulsività, ma dal rifiuto netto di una contaminazione: il sacro ridotto a strumento, la relazione con Dio piegata al potere e al profitto.

Gesù mostra disgusto anche davanti all’ipocrisia, quando denuncia chi “pulisce l’esterno del bicchiere” ma resta marcio dentro. Non tutto è accoglibile, non tutto è sano, non tutto può essere spiritualizzato. Questo ci dice che anche il limite fa parte dell’amore maturo. Il cristianesimo non chiede l’annullamento della persona, ma la sua piena fioritura.

Dire “questo non mi fa bene”, “questo mi ferisce”, “qui mi fermo” non è mancanza di misericordia, ma esercizio di verità. Il disgusto, quando è autentico, diventa un alleato del discernimento spirituale: segnala che qualcosa non è in sintonia con la dignità della persona, con il rispetto del corpo, con la verità della relazione. Anche il “no”, quando nasce da questa verità, può essere una forma profonda di amore, perché protegge sia chi lo dice sia chi lo riceve da una relazione che rischia di diventare distruttiva.

Esiste però anche un disgusto difensivo, che non nasce dalla violazione di un confine reale ma da ferite non elaborate. È il disgusto che respinge l’intimità per paura di essere toccati nel punto fragile. In questo caso il disgusto non protegge, ma isola. Per questo è importante discernere: il disgusto autentico chiede rispetto, quello difensivo chiede guarigione. Entrambi, però, meritano ascolto.

Imparare a riconoscere il disgusto autentico significa imparare a dire dei “no” che non chiudono, ma proteggono. Significa restituire dignità al corpo, alle emozioni, alla storia personale. Nella coppia, quando il disgusto viene nominato con rispetto e accolto senza giudizio, può diventare un’occasione di crescita profonda. Non perché sia piacevole, ma perché è vero.

Il disgusto autentico non è il contrario dell’amore. È uno dei suoi guardiani. Dove il disgusto viene ascoltato, l’amore può restare vivo senza diventare invasivo. Dove viene negato, l’amore rischia di trasformarsi in sacrificio silenzioso. E nessuna relazione può fiorire a lungo su un sacrificio che non viene mai detto.

Antonio e Luisa

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Il ribelle. Quando la libertà diventa difesa.

Siamo giunti a quinto e penultimo stile di adattamento. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra gli adattamenti di personalità dell’Analisi Transazionale, quello del Ribelle è forse il più visibile. È lo stile che reagisce, che si oppone, che contesta. Non ama sentirsi incasellato, guidato, corretto. Ha bisogno di spazio, di autonomia, di sentirsi libero. E nel matrimonio questo può diventare tanto una risorsa quanto una fonte di forte tensione.

Se vivi accanto a un coniuge Ribelle, probabilmente lo conosci bene: fa resistenza alle regole, mal sopporta le richieste percepite come imposizioni, reagisce male ai “devi” e ai “bisogna”. A volte sembra fare il contrario di ciò che gli viene chiesto, anche quando in fondo sarebbe d’accordo. Non perché non ami, ma perché odia sentirsi controllato.

Dietro questo stile non c’è superficialità o egoismo. C’è quasi sempre una storia. Il Ribelle è spesso un bambino che ha respirato un clima rigido, giudicante o poco accogliente. Ha imparato presto che per non soccombere doveva opporsi. Che per esistere doveva differenziarsi. Il suo copione interiore suona così: “Non farmi comandare”, “Non lasciarti ingabbiare”, “Se cedo, perdo me stesso”. La ribellione è diventata la sua strategia di sopravvivenza.

Nel matrimonio questo adattamento porta una forza vitale potente. Il Ribelle è spesso creativo, intuitivo, capace di rompere schemi sterili. Non si accontenta di relazioni formali o tiepide. Vuole verità, intensità, autenticità. Porta movimento, passione, energia. È quello che smaschera le ipocrisie, che non si rassegna a una vita di coppia “per abitudine”. E questo è un dono enorme, soprattutto in un mondo che tende alla mediocrità affettiva.

Spiritualmente, il Ribelle custodisce qualcosa di prezioso: il rifiuto dell’idolatria delle regole. Ricorda che l’uomo non è fatto per la legge, ma la legge per l’uomo. È allergico ai formalismi vuoti, alle pratiche senza cuore, alle imposizioni che non parlano alla vita. In questo senso, può essere una provocazione salutare anche nella fede.

Ma come ogni dono, se non è abitato dalla grazia, può diventare una ferita. Quando la ribellione non è più a servizio della verità ma della difesa, il Ribelle rischia di trasformare la libertà in opposizione costante. Può faticare ad assumersi responsabilità stabili, a restare fedele nelle difficoltà, a tollerare la frustrazione. Ogni richiesta viene vissuta come un attacco. Ogni limite come una minaccia. Ogni richiamo come una sconfitta.

Il coniuge può sentirsi così: stanco di dover “scegliere le parole”, di camminare sulle uova, di temere reazioni sproporzionate. Può percepire il Ribelle come imprevedibile, poco affidabile, talvolta infantile. Eppure, dietro quell’opposizione c’è quasi sempre paura di essere annullato. Paura che amare significhi perdere se stesso.

Spiritualmente, il Ribelle assomiglia molto al figlio maggiore o al giovane ricco: desidera la vita, ma fatica ad affidarsi. Vuole restare libero, ma non ha ancora scoperto che l’amore vero non toglie libertà, la compie. Il Vangelo non chiede obbedienza servile, ma una obbedienza filiale, che nasce dalla fiducia, non dalla costrizione.

Se hai sposato un Ribelle, il tuo ruolo è delicato e decisivo. Non puoi guidarlo con il controllo, perché lo irrigidisci. Non puoi cambiarlo con la forza, perché lo perdi. Ma puoi diventare uno spazio in cui la libertà non è minacciata. Alcune attenzioni sono fondamentali: evita il linguaggio delle imposizioni, spiega il senso delle richieste, non usare il ricatto emotivo. Riconosci apertamente il suo bisogno di autonomia. Valorizza la sua originalità senza ironia. Mostragli che la relazione non è una gabbia, ma una casa.

Il Ribelle cresce quando scopre che può restare se stesso dentro il legame, non contro il legame. Quando capisce che dire “noi” non significa cancellare l’“io”. Quando sperimenta che la fedeltà non è una prigione, ma una scelta libera rinnovata ogni giorno.

Il suo cammino di maturazione non è diventare docile o sottomesso. È imparare una libertà più profonda: quella di restare. Di attraversare i conflitti senza fuggire. Di obbedire non per paura, ma per amore. Spiritualmente, è il passaggio dalla ribellione alla figliolanza: non più contro il Padre, ma con il Padre.

Quando questo accade, il Ribelle diventa una forza straordinaria nel matrimonio: non un distruttore di regole, ma un custode dell’essenziale. Non uno che scappa dai legami, ma uno che li sceglie con tutto se stesso. Un uomo o una donna finalmente liberi, perché capaci di amare senza difendersi.

Antonio e Luisa

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L’amore ha ricominciato a parlare

Dove tutto era silenzio e tutto sembrava perduto, l’amore ha ricominciato a parlare

Siamo Giancarlo e Rossella e siamo sposati da 10 anni. Quando ci siamo conosciuti eravamo ragazzini, con tanti sogni da realizzare, aspettative e mille idee che ci frullavano per la testa. Dopo qualche mese dal nostro primo incontro, abbiamo deciso senza esitazioni di iniziare un cammino insieme: convivere sotto lo stesso tetto, sempre più convinti del legame profondo che ci univa.

Il pensiero di arrivare al matrimonio e di creare una famiglia era per noi l’obiettivo primario; davanti a questo ci sentivamo speranzosi e gioiosi, come un bambino intento a scartare i regali di Natale.

I primi anni di matrimonio sembravano scorrere velocemente: giorni bellissimi e colmi d’amore. I nostri sogni e progetti, pian piano, prendevano forma tra sacrifici, giornate di gioia e risate, ma anche momenti vissuti con fatica e, talvolta, con il timore di non riuscire a farcela. Dopo qualche anno di matrimonio e i primi sogni realizzati, decidemmo di arricchire la famiglia. Poco dopo venne alla luce la nostra primogenita, Giorgia.

ROSSELLA

Da quel momento tutto iniziò a cambiare velocemente e le nostre vite scorrevano piacevolmente. I rumori suonavano in modo diverso, come una melodia che faceva da colonna sonora alle nostre giornate. Dopo qualche anno la famiglia crebbe ancora e, con l’arrivo di Giulia, le emozioni divennero sempre più belle e imprevedibili.

Con il passare del tempo, però, il ruolo di genitori diventò sempre più impegnativo e assorbente. Senza nemmeno accorgercene, ci ritrovammo a vivere la nostra relazione con aloni di disagio e monotonia. Il nostro tempo era fatto solo di responsabilità, impegni e attività, spesso difficili da gestire, e a volte ci sembrava di affrontare sfide più grandi di noi.

Il lavoro, le esigenze quotidiane e lo stress accumulato ci portarono lentamente a vivere un rapporto di routine. Le nostre giornate sembravano tutte uguali: si andava avanti per abitudine. Ogni discussione si trasformava in lunghi silenzi che duravano giorni, senza mai arrivare a una vera conclusione.

La costante lontananza di Giancarlo da casa per lavoro la vivevo con grande difficoltà. Mi sentivo sola e inadeguata. Questi sentimenti diventarono sempre più presenti, fino a farmi disprezzare quella vita e il mio sposo. In me iniziò a farsi strada l’idea dell’evasione e della separazione.

Mi sentivo sola e disperata, non mi sentivo ascoltata né capita. Un giorno conobbi per caso un uomo che mi apprezzava e mi ascoltava. Mi sentii sollevata nel sapere che qualcuno riusciva a comprendermi. Per un anno vissi una doppia relazione, incosciente del male che stavo arrecando alla mia famiglia.

Il giorno in cui decisi di confessare tutto a Giancarlo ero pronta ad affrontare la separazione. Ricordo una lite furiosa e tanta sofferenza tra noi. Ma una voce interiore, inaspettata, mi incoraggiava a non distruggere tutto ciò che avevamo costruito. Mi sentivo come se qualcuno mi stesse offrendo un’altra possibilità, come se mi venisse concesso di salvare la nostra unione e la nostra famiglia.

Oggi sono ancora grata al Signore per avermi fatto incontrare un’amica che mi parlò di Retrouvaille. Entusiasta, ne parlai subito con Giancarlo e prendemmo la decisione più saggia: provare a salvare il nostro matrimonio.

GIANCARLO

La mancanza di comunicazione con Rossella mi aveva portato a rifugiarmi nel lavoro e, soprattutto, lontano da casa, ignaro delle responsabilità che tra le mura domestiche si stavano accumulando. Anche la nostra intimità era diventata un ricordo lontano, limitata e ridotta più a sfoghi che a veri momenti di tenerezza.

La crisi fu profonda. Le litigate erano frequenti, fino ad arrivare, con grande sofferenza, alla decisione della separazione. Quella sera decidemmo comunque di cenare insieme alle nostre figlie. Dopo cena, Rossella andò in camera da letto e lì si lasciò andare a un lungo pianto liberatorio. Mi chiese di abbracciarla e in quell’istante capimmo che il nostro amore non poteva finire in quell’abbraccio. Quello non poteva essere il nostro addio.

Dopo qualche giorno, in un presidio ospedaliero, Rossella si ritrovò tra le mani un volantino e venne a conoscenza dell’associazione Retrouvaille. Mi chiamò per dirmelo e, dopo esserci confrontati, decidemmo di partecipare senza farci troppe domande.

ROSSELLA

Arrivammo al weekend con sentimenti contrastanti: passavamo dalla speranza allo sconforto, con la paura di rimanere delusi e di ricadere nelle stesse abitudini di prima. Il programma ci sembrò subito interessante. Pian piano il dialogo iniziò a incidere positivamente nel nostro rapporto di coppia: ci aiutava a comprendere meglio i nostri sentimenti e ci spingeva a rimettere al centro la nostra relazione e il nostro matrimonio. Abbiamo ricominciato a vivere e a ritrovare quella complicità che si era persa. È stato sorprendente ritrovarsi.

GIANCARLO

Abbiamo iniziato a dialogare su ciò che non andava nella nostra relazione. Anche la nostra intimità è cambiata. Abbiamo iniziato a mettere in pratica gli strumenti che Retrouvaille ci aveva messo a disposizione: strumenti che in realtà avevamo già, ma che per vari motivi non riuscivamo a utilizzare. Così abbiamo deciso di non arrenderci.

Oggi anche i nostri figli crescono in un ambiente più sereno e accogliente, dove si dialoga e dove ogni giorno condividiamo emozioni e sentimenti. Il cammino di guarigione è ancora lungo, ma uniti possiamo farcela. La nostra storia non è una fiaba e non termina con “vissero felici e contenti”. Abbiamo la consapevolezza che c’è ancora da lavorare. Sappiamo che non ci siamo incontrati per caso, ma che il Signore ha per noi, come coppia e come famiglia, un progetto ben preciso. Il nostro non è un sentimento infantile, ma un legame forte, da custodire e difendere giorno dopo giorno.

Giancarlo e Rossella (Retrouvaille Italia)

Convivenza e matrimonio: la differenza che non vogliamo più vedere

Molti cristiani oggi dichiarano di credere nei sacramenti, di partecipare all’Eucaristia, di sentirsi parte della Chiesa. Eppure, quando il discorso arriva al matrimonio, affermano con disarmante tranquillità che “in fondo non c’è molta differenza tra convivenza e matrimonio”. È una frase detta spesso per non ferire, per non giudicare, per risultare accoglienti. Ma è una frase che tradisce una profonda confusione, perché non è neutra: è teologicamente incoerente, spiritualmente fragile e psicologicamente difensiva.

Convivenza e matrimonio non sono due stili diversi della stessa scelta. Sono due logiche differenti, due modi opposti di intendere l’amore, il legame e la responsabilità. Metterli sullo stesso piano significa non comprendere — o non voler più comprendere — cosa sia un sacramento.

Il punto teologico: o il sacramento cambia la realtà, oppure no

Il matrimonio cristiano non è una festa ben riuscita, né una cornice religiosa per un amore già esistente. È un sacramento, cioè un’azione concreta di Dio nella storia. Dire che non fa differenza equivale a dire che Dio non agisce realmente attraverso segni visibili. Ma se questo è vero per il matrimonio, allora dobbiamo essere coerenti fino in fondo: perché dovrebbe essere vero per il Battesimo? Per la Riconciliazione? Per l’Eucaristia?

Qui emerge un’ipocrisia sottile ma diffusa: difendiamo i sacramenti che non mettono in discussione il nostro stile di vita, ma relativizziamo quelli che chiedono una scelta pubblica, definitiva, irrevocabile. Non è apertura mentale. È incredulità selettiva. È credere solo fin dove non costa.

Il punto spirituale: alleanza o prova generale

Dal punto di vista spirituale, la convivenza resta sempre una relazione reversibile. Anche quando è sincera, affettuosa, stabile, conserva una porta socchiusa. Il matrimonio, invece, nasce come alleanza. Non come garanzia di felicità, ma come atto di fiducia nella grazia.

Dio non ama l’uomo “finché funziona”. Dio stringe un’alleanza irrevocabile. Quando due sposi si promettono per sempre, non stanno affermando di essere migliori degli altri, ma stanno dicendo che scelgono di affidarsi a qualcosa che li supera. La convivenza cerca soprattutto compatibilità; il matrimonio accetta la chiamata alla conversione. E questa differenza è decisiva.

Il punto psicologico: Adulto o Bambino adattato

L’Analisi Transazionale aiuta a leggere ciò che spesso non si dice. Molte convivenze funzionano secondo una logica di Bambino adattato: “finché sto bene resto”, “se diventa troppo difficile me ne vado”, “se non funziona vuol dire che non era quello giusto”. È una struttura relazionale che tutela, protegge, ma non espone.

Il matrimonio, invece, chiama in causa lo stato dell’Io Adulto: responsabilità, decisione, capacità di stare nel conflitto senza fuggire. Per questo dire che convivenza e matrimonio sono equivalenti spesso è una razionalizzazione elegante per non affrontare la paura dell’impegno. Non è libertà. È evitamento mascherato da maturità.

Il punto simbolico e comunitario: privato o pubblico

La convivenza resta un fatto privato. Il matrimonio è un atto pubblico, davanti a Dio e alla comunità. Questo passaggio non è un dettaglio burocratico, ma un atto simbolico potentissimo: l’amore smette di essere solo “mio” e diventa luogo di responsabilità, testimonianza, servizio.

Quando si elimina questa dimensione pubblica, l’amore resta confinato nell’emozione. Non entra nella storia. Non diventa segno. Non diventa parola detta al mondo.

L’ipocrisia finale: credenti a metà

Il nodo, alla fine, è tutto qui. Non possiamo continuare a dirci credenti, sacramentali, figli della Chiesa, e allo stesso tempo affermare che il matrimonio non faccia differenza. Non è una posizione neutra. È una contraddizione interna.

Se il matrimonio non trasforma nulla, allora Dio non trasforma nulla. E se Dio non trasforma nulla, la fede diventa solo un linguaggio simbolico, una spiritualità decorativa, una tradizione emotiva. Il problema non è chi convive. Il problema è chi convive dentro la fede fingendo che la fede non chieda nulla.

La verità, per quanto scomoda, è semplice: o il matrimonio è sacramento, oppure siamo noi a non credere davvero nei sacramenti. E a quel punto, sì, anche l’Eucaristia rischia di diventare solo pane.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la gioia.

Siamo giunti alla seconda emozione. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Tra le emozioni autentiche, la gioia è forse quella che più facilmente viene confusa. Spesso la identifichiamo con l’euforia, con l’entusiasmo momentaneo o con una sensazione di benessere continuo. Anche nella vita cristiana talvolta si parla di gioia come di uno stato da mantenere a tutti i costi, quasi un dovere spirituale. Ma la gioia autentica non è un’emozione permanente né una maschera da indossare. È un’esperienza profonda, reale, che nasce quando qualcosa di buono ci raggiunge davvero.

In psicologia la gioia è un’emozione primaria, universale, proporzionata all’evento che la genera e limitata nel tempo. Non invade la persona né la rende cieca, ma la apre. È una risposta sana all’incontro, al riconoscimento, alla sensazione di essere al posto giusto, con la persona giusta, anche solo per un momento. La gioia autentica non è rumorosa per forza, spesso è silenziosa. Non chiede di essere mostrata, ma abitata.

Il problema nasce quando la gioia viene confusa con l’obbligo di stare bene. In molti contesti, anche ecclesiali, passa l’idea che un cristiano “vero” debba essere sempre gioioso, sorridente, grato. Ma una gioia imposta diventa una forma sottile di negazione emotiva. Se non posso essere triste, non posso nemmeno essere davvero gioioso. La gioia autentica nasce solo in un cuore che ha fatto spazio anche al dolore.

L’Analisi Transazionale insegna che, quando una persona non può vivere la gioia autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite: eccitazione, euforia, iperattività, bisogno continuo di stimoli. È una gioia agitata, che non riposa, che ha bisogno di essere continuamente rinnovata perché non affonda le radici. La gioia autentica, invece, è stabile pur essendo temporanea. Non dipende dal controllo né dalla performance, ma dal contatto.

Anche sul piano spirituale questo è decisivo. Nei Vangeli la gioia non è mai scollegata dalla realtà. Gesù non chiede ai suoi di essere felici a comando. Parla di una gioia “piena”, che nasce dall’essere amati, dal sentirsi scelti, dal rimanere. È una gioia che attraversa anche la fatica, non la nega. Per questo la gioia cristiana non è euforia, ma pace profonda.

Nella vita di coppia la gioia autentica è spesso fragile e silenziosa. Non coincide con i grandi momenti, ma con quelli ordinari: sentirsi visti, riconosciuti, desiderati. È la gioia di tornare a casa e sentirsi accolti, di ridere insieme senza motivo, di condividere una stanchezza senza vergogna. Quando una coppia perde la capacità di riconoscere e nominare queste gioie semplici, inizia lentamente a inaridirsi.

Molti partner fanno fatica a condividere la gioia perché, paradossalmente, la gioia è un’emozione che espone quanto, e a volte più, del dolore. Dire “sto bene con te” significa rendersi vulnerabili, riconoscere che l’altro ha un potere reale su di noi. C’è chi teme di non essere ricambiato, chi ha paura di sembrare dipendente, chi è cresciuto imparando a non mostrare ciò che sente per non rischiare una delusione. In questi casi la gioia viene trattenuta, vissuta in silenzio o ridotta a qualcosa di scontato. Ma la gioia non condivisa, nel tempo, si spegne. Non perché venga meno il bene, ma perché manca il contatto.

Dire “sono felice con te”, “mi fa bene stare con te”, “mi sento a casa quando ci sei” non è mai neutro. Sono frasi che non accusano e non chiedono nulla, e proprio per questo mettono a nudo. Espongono il cuore senza difese, senza contratti impliciti. Eppure è proprio questa esposizione che nutre il legame. Una coppia cresce non solo quando attraversa il dolore insieme, ma anche quando impara a nominare il bene che c’è, senza paura di perderlo.

La gioia autentica è infatti profondamente relazionale. Non è solo un’emozione interna, privata, ma un’esperienza che si intensifica quando viene rispecchiata. Quando l’altro accoglie la mia gioia, la riconosce, la custodisce, quella gioia si amplia e mette radici. Quando invece viene ignorata, minimizzata o data per scontata, lentamente si ritira. In molte coppie la gioia non viene detta perché “tanto si vede”, “tanto è ovvio”. Ma ciò che non viene detto, spesso, nel tempo scompare o perde forza.

Esiste anche una gioia difensiva, che serve a coprire ferite non elaborate. È la gioia ostentata, sempre esibita, quella che non tollera il silenzio né la profondità. È una gioia che ha bisogno di essere vista, confermata, applaudita. La gioia autentica, invece, non ha paura del silenzio. Non ha bisogno di dimostrare nulla. È una gioia che riposa, che non compete, che non si giustifica. È la gioia di chi si sente a casa, anche senza doverlo spiegare.

Imparare a vivere la gioia autentica significa imparare a riconoscere il bene ricevuto e a permettersi di restare lì, senza fretta. Significa accettare che la gioia non è continua, ma vera quando arriva. Nella vita spirituale come in quella di coppia, la gioia non è una meta da raggiungere, ma un dono da accogliere. E come ogni dono, chiede solo una cosa: di essere abitato, non posseduto.

Antonio e Luisa

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Cari genitori, i vostri figli rinnovando … raccontano anche la vostra fede

Riprendendo con questo articolo (dopo la serie sul sacramento del battesimo) le riflessioni mistagogiche sull’Iniziazione Cristiana avvio il ciclo sul mistero della Confermazione. È mio intento condividere delle considerazioni che mettano in luce il tempo che intercorre dal giorno del battesimo al giorno della cresima come un tempo di custodia della grazia battesimale ad opera della Comunità ecclesiale, in tutti i carismi e i ministeri, ed in particolare della chiesa domestica, nel suo ministero coniugale e nelle relazioni fraterne.

Pensiamo il rito della Confermazione come un mosaico di tre scene liturgiche. Ora mi soffermo sulla prima scena quando il cresimando, insieme a tutta la comunità, rinnova le promesse battesimali. Il vescovo chiede di rinunciare «a satana e a tutte le sue opere e seduzioni» e di professare la fede «in Dio, Padre onnipotente … in Gesù Cristo … nello Spirito Santo». Il vescovo poi, al termine della professione, dà il suo assenso proclamando la fede della Chiesa.

In questa scena il cresimando racconta la realtà nella quale finora è stato immerso: «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio» (1Cor 6,11).

In questa prima scena l’assemblea, ascoltando le parole del cresimando, vede pure l’accompagnamento generativo ricevuto dalla comunità ecclesiale, i racconti della fede che finora il cresimando ha ricevuto soprattutto dalla chiesa domestica di cui è membro.

La fede è stata un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo (papa Francesco, Lettera al card M. Ouellet per l’America Latina, 19/3/2016).

L’accompagnamento generativo non si è arrestato all‘ora di catechismo’ in preparazione immediata alla celebrazione. Il cresimando sin dal giorno del battesimo ha preso parte al cammino della comunità sospinta dal canto della fede. «Canta e cammina» diceva S. Agostino, per significare la fede del popolo quando cammina. Il cresimando ha preso parte, tra i pericoli e le tentazioni, al canto della bontà di Dio che è stato fedele alle sue promesse. Il popolo fedele «canta per alleviare le asprezze della marcia … Ma che significa camminare? Andare avanti nel bene e progredire nella santità» (Sermo 256).

Ogni battezzato è accompagnato in vario modo dall’intero popolo di Dio verso il sacramento della Confermazione. Le relazioni rigenerate nella fede in Gesù Cristo sono le modalità più contagiose per la singola persona. Pensiamo al ministero del catechista, e a tutti i ministeri con cui il cresimando entra in relazione dal giorno del suo battesimo, e pensiamo a tutte le partecipazioni liturgiche cui ha aderito: sono relazioni ecclesiali contagianti se ‘cantate’ al ritmo della liturgia familiare che fuggono dal circolo ristretto dei più intimi, dal comodo privato, e scelgono il rischio dell’incontro con il fratello, con le sue gioie e i suoi dolori, le sue angosce e le sue speranze, così come accade in ogni ambiente domestico.

Per evangelica sincerità è giusto non tacere sulla presenza di alcune fragilità nelle relazioni ecclesiali (parrocchiale e familiare) quando scandalizzano e allontanano dal cammino vero la Confermazione. A mo’ di esempio: religione fai da te, forme di sincretismo in ordine alla dottrina e alla morale, partecipazione liturgica occasionale, ignoranza della Scrittura, la mondanizzazione dei ministeri ecclesiali (operatori pastorali, ministeri ordinati e laicali).

A questo punto è giusto riconoscere che, mediante coloro che rinnovano le promesse, assistiamo al superamento della debolezza e alla testimonianza della potenza di Dio. In quel percorso faticoso della fede dovrà giocare un ruolo fondamentale la famiglia di appartenenza (sarebbe auspicabile poter citare anche il ministero dei padrini del battesimo). Facendo ri-credere il cresimando nell’Amore si rinnova la grazia matrimoniale della chiesa domestica. 

Don Antonio Marotta

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L’Iper-Adattato: quando l’amore diventa silenzio

Oggi affrontiamo il quarto stile di adattamento: l’Iper-Adattato. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Adattato, potresti faticare persino a dargli un nome. Non è conflittuale, non impone, non alza la voce. Anzi, spesso sembra andare bene tutto. Si adatta, osserva, capisce al volo cosa serve, cosa è richiesto, cosa è meglio non dire. È una presenza discreta, gentile, capace di smussare gli angoli e rendere la vita più semplice. Sembra il partner ideale. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Ed è proprio per questo che l’Iper-Adattato è uno degli adattamenti più invisibili… e più rischiosi.

Dietro questo stile, quasi sempre, c’è una storia antica. Un bambino che ha imparato presto che essere se stesso non era sempre sicuro. Che esprimersi poteva creare tensioni, delusioni, disapprovazione. Così ha sviluppato un copione silenzioso: “Non disturbare”, “Non creare problemi”, “Sistemati tu, così gli altri stanno bene”. Crescendo, questo diventa un modo di stare al mondo: adattarsi per non perdere il legame.

Nel matrimonio, questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Adattato è spesso dolce, intuitivo, profondamente attento all’altro. Sa accogliere, sa fare spazio, sa leggere i bisogni senza che vengano detti. È capace di armonizzare, di evitare scontri inutili, di prendersi cura delle fragilità del partner con una delicatezza rara. Molte coppie funzionano anche grazie a questa attitudine, che rende la quotidianità più fluida e meno conflittuale.

Spiritualmente, questo tratto assomiglia molto alla mansuetudine evangelica: una forza gentile, non violenta, capace di custodire la relazione. Ma – come ogni dono – anche questo può diventare una trappola se non nasce dalla libertà. Quando l’adattamento è guidato dalla paura e non dall’amore, il rischio non è il conflitto… è la sparizione di sé.

È importante, qui, distinguere l’Iper-Adattato dal Compiacente o Pleaser (vai a riprendere l’articolo se non lo ricordi). Possono sembrare simili, ma sono profondamente diversi. Il Pleaser compiace per amore: desidera sinceramente rendere felice l’altro, anche a costo di esagerare. L’Iper-Adattato, invece, non lo fa per piacere, ma per sicurezza. Non cerca la gratificazione del partner, ma l’assenza di tensione. Potremmo dirlo così: il Pleaser si perde nell’altro; l’Iper-Adattato si perde per non farsi vedere. Spiritualemente, il Pleaser esagera nel dono; l’Iper-Adattato rinuncia all’identità.

Nel tempo, questa rinuncia lascia segni profondi. Per evitare discussioni o dispiaceri, l’Iper-Adattato può smettere di esprimere i propri bisogni, dire “sì” quando dentro sente “no”, minimizzare ciò che prova, adattarsi costantemente all’umore del partner, nascondere desideri e sogni perché “meno importanti”. A forza di rinunciare, perde il contatto con ciò che sente davvero. E questo non esplode quasi mai in rabbia: esplode in tristezza, distanza, senso di vuoto. L’Iper-Adattato non fa rumore quando soffre. Si spegne. E spesso il coniuge se ne accorge tardi, perché “andava tutto bene”.

Spiritualmente, questa dinamica è lontana dal Vangelo. Dio non chiama a scomparire, ma a esistere. Gesù, mite e umile, non è mai stato un uomo che si adattava per paura: sapeva dire di no, sapeva nominare il male, sapeva custodire la propria identità. L’amore cristiano non chiede di annullarsi, ma di donarsi nella verità.

Se hai sposato una persona Iper-Adattata, il tuo ruolo è decisivo. Puoi diventare per lui o per lei un luogo sicuro, una terra promessa in cui essere finalmente vero. Questo richiede alcune attenzioni concrete. Chiedi il suo parere senza dare per scontato che “gli vada bene tutto”. Invitalo con delicatezza a dire ciò che sente, senza incalzarlo. Accogli le sue parole anche quando sono scomode, senza punirlo emotivamente. Non approfittarti – neppure inconsapevolmente – della sua flessibilità. Rassicuralo, con i fatti più che con le parole, che la verità non mette in pericolo la relazione. Valorizza i suoi desideri come un dono per il matrimonio, non come un problema da gestire.

L’Iper-Adattato si apre quando sente che non deve temere la tua reazione. Quando scopre che la sua identità non disturba, ma arricchisce.

Il suo cammino di crescita non è diventare egoista o ribelle. È molto più profondo: ritrovare la propria voce. Dire “questo sono io” senza scusarsi. Credere che la propria presenza non è un peso, ma una grazia. Spiritualmente, è il cammino dei figli: non si deve meritare lo spazio, lo si riceve. Quando questo accade, il matrimonio cambia volto. Non è più un luogo di mimetizzazione, ma di incontro. Non serve più scomparire per avere pace, perché la pace nasce dall’amore… non dalla paura.

Antonio e Luisa

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Il matrimonio è un cammino dentro al tempo

Siamo così arrivati al 2026. Un numero che, di per sé, dice poco, ma che per molti porta con sé domande, bilanci, pensieri che magari durante l’anno teniamo a distanza. Il cambio di calendario ha questo effetto: ci costringe a guardare il tempo in faccia, a fare i conti con ciò che è passato e con ciò che ancora non sappiamo.

Mentre riflettevo su cosa scrivere in questi primi giorni dell’anno, mi sono accorto che il filo rosso che attraversa tante storie matrimoniali è proprio lui, il tempo; è curioso come, parlando di matrimonio, il tempo venga spesso dato per scontato.

Si parla di amore, di progetto di vita, di fede, d’impegno reciproco, tutti elementi essenziali, ma raramente ci fermiamo a riflettere su quanto il tempo incida concretamente sulla vita coniugale, nel bene e nel male. Eppure il tempo è il luogo in cui il matrimonio prende forma, cresce, si trasforma, a volte s’incrina, a volte si santifica.

Il tempo cambia le persone, cambia i ritmi quotidiani, le priorità, il corpo, l’energia, il modo di guardare se stessi e l’altro; cambia persino il modo di volersi bene. Il matrimonio cristiano è una vocazione che si gioca dentro il tempo, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione.

Per gli sposi, questa è spesso una delle prime grandi fatiche da accettare: ci si sposa con un’idea chiara di sé e dell’altro, con un entusiasmo che sembra sufficiente per affrontare tutto, con un linguaggio comune che pare immutabile. Poi arrivano i figli, o magari non arrivano e questo diventa una ferita; arriva il lavoro che assorbe energie, arrivano le preoccupazioni economiche, la stanchezza, la routine e a un certo punto ci si accorge che l’altro non è più esattamente com’era prima.

Ma se siamo sinceri, dobbiamo ammettere che nemmeno noi siamo rimasti gli stessi, per fortuna: quando non cambia niente, vuol dire che non stiamo né salendo, né scendendo nella scala dell’amore. Ad esempio, in questi giorni di vacanza, ho potuto parlare chiaramente con una figlia, cercando di capire cosa non funziona e quindi farò tesoro di quello che ci siamo detti per migliorare la relazione con lei.

Qualcuno può pensare che se qualcosa è cambiato, allora si è anche rotto, come se il cambiamento fosse automaticamente una perdita. In realtà non tutto ciò che cambia è un peggioramento, a volte è semplicemente una trasformazione che chiede di essere attraversata, non evitata, non combattuta. Il matrimonio non è il tentativo di fermare il tempo o di cristallizzare una stagione felice, ma di camminare nel tempo insieme, accettando che la forma dell’amore cambi senza perdere la sua sostanza.

Ci sono stagioni in cui l’amore è spontaneo, leggero, quasi naturale e ce ne sono altre in cui diventa una scelta quotidiana, consapevole, a volte persino faticosa: non perché l’amore sia finito, ma perché è cresciuto e chiede un linguaggio nuovo, meno istintivo e più profondo. È proprio in queste stagioni che molti sposi si sentono smarriti, come se non riconoscessero più ciò che stanno vivendo, come se si chiedessero: È normale tutto questo?

Ed è proprio qui che la fede può fare la differenza, non come una soluzione magica che elimina i problemi, ma come uno sguardo più ampio sulla realtà. La fede ricorda agli sposi che il sacramento non li abbandona quando l’entusiasmo iniziale si affievolisce: resta, lavora in silenzio, continua ad agire anche quando non se ne percepiscono immediatamente i frutti. Per gli sposi, questo può essere un invito prezioso: non misurare il matrimonio solo in base a come ci si sente oggi, ma in base a dove si sta andando e, soprattutto, a Chi si è scelto di mettere al centro del cammino.

I separati fedeli invece testimoniano, spesso senza volerlo e senza cercarlo, che ciò che Dio unisce non è soggetto alle mode, alle stagioni della vita, né alle emozioni del momento: dicono che il matrimonio cristiano ha una profondità che va oltre il momento presente, oltre la fase che si sta attraversando.

Il tempo mette alla prova il matrimonio, è vero, ma non necessariamente per distruggerlo: spesso lo fa per purificarlo, per liberarlo dalle illusioni, per renderlo più vero e più essenziale (come accade a ogni vocazione autentica, che viene provata non per essere annullata, ma per essere approfondita). Il matrimonio cristiano non è una corsa contro il tempo, non è una lotta per “rimanere come siamo” o “tornare come prima”, è un cammino dentro il tempo, fatto insieme a Dio, accettando che alcune risposte arrivino lentamente e che alcune ferite richiedano pazienza.

Quando questo viene dimenticato, si rischia di confondere una fase difficile con una fine, una trasformazione con un fallimento, una crisi con la negazione di tutto ciò che è stato. Ed è spesso proprio lì, in quel tempo che sembra vuoto o sprecato, che Dio lavora di più, perché nel Vangelo il tempo non è mai solo qualcosa che passa, è sempre un luogo in cui Dio sceglie di rimanere con te e per questo è sempre un grande dono. Buon anno!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Riscoprire il Matrimonio Attraverso i Doni dei Magi

L’Epifania è la festa della manifestazione: Dio che si rende visibile, riconoscibile, adorabile. I Magi non arrivano per caso e non portano doni casuali. Oro, incenso e mirra non sono semplici omaggi orientali, ma parole simboliche, capaci di dire chi è quel Bambino e quale destino lo attende. Sono doni che parlano del mistero di Cristo, ma anche del mistero di ogni amore autentico. Per questo, se guardati con attenzione, diventano una chiave preziosa per comprendere anche il matrimonio cristiano.

Immagino Giuseppe mentre osserva quei doni. L’oro è immediato: è utile, concreto, rassicurante. Incenso e mirra, invece, sono più enigmatici. Non rispondono a un bisogno pratico, ma aprono una domanda più profonda. È spesso così anche nella vita di coppia: alcune dimensioni dell’amore sono facilmente comprensibili, altre richiedono tempo, maturazione, fede.

L’oro: la regalità del dono

L’oro è il dono dei re. Riconosce la regalità di Gesù, ma prima ancora afferma il suo valore assoluto. Psicologicamente, questo tocca un punto centrale di ogni relazione: la gerarchia delle priorità. Amare significa dire all’altro: “tu conti”, “tu sei importante”, “tu vieni prima di altro”. Nel matrimonio cristiano questa affermazione assume una forma radicale: il coniuge diventa la creatura più preziosa, seconda solo a Dio.

Sant’Agostino sintetizza tutto con una frase apparentemente provocatoria: “Ama e fa’ ciò che vuoi”. Non è un invito all’arbitrio, ma alla verità dell’amore. Quando l’amore è autentico, ordina tutto il resto. Molte crisi di coppia nascono proprio da un disordine delle priorità: lavoro, figli, famiglia d’origine o interessi personali finiscono per occupare il posto che dovrebbe essere custodito dal legame coniugale.

Papa Francesco lo ricorda con realismo: amare significa prendersi cura, costruire legami concreti che resistono alle tempeste. La regalità dell’oro non è dominio sull’altro, ma riconoscimento della sua dignità. È scegliere ogni giorno di non relegare il coniuge ai margini della propria vita emotiva.

L’incenso: il sacerdozio del matrimonio

L’incenso è il dono del sacro. Sale verso l’alto, indica una relazione che supera l’immediato. Teologicamente, richiama la dimensione sacerdotale di Cristo; spiritualmente, ricorda che il matrimonio è un sacramento. Dal “sì” in poi, l’amore degli sposi non è più solo loro: diventa luogo della presenza di Dio.

San Giovanni Paolo II parla del matrimonio come segno dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Questo ha conseguenze concrete. Significa che i gesti quotidiani — una parola buona, una carezza, l’ascolto, la pazienza — non sono solo atti affettivi, ma azioni che costruiscono senso. Diventano liturgia della vita ordinaria.

Anche l’intimità fisica, in questa prospettiva, cambia profondamente significato. Non è consumo dell’altro, ma linguaggio del dono. È corpo che parla amore, fedeltà, appartenenza. Quando l’intimità perde questa dimensione sacra, spesso diventa luogo di distanza o di conflitto. Quando invece è vissuta come espressione di un amore donato, rafforza il legame e la sicurezza affettiva.

La mirra: il sacrificio dell’amore

La mirra è il dono più duro da accogliere. È legata alla morte, alla ferita, alla perdita. Eppure è proprio qui che l’amore si rivela nella sua verità più profonda. Amare significa essere disposti a morire: non fisicamente, ma interiormente. Morire al proprio egoismo, alle pretese, all’illusione di avere sempre ragione.

Dal punto di vista psicologico, questo è uno dei passaggi più difficili nella vita di coppia. Rinunciare al controllo, accettare la diversità dell’altro, tollerare la frustrazione senza trasformarla in accusa. San Francesco d’Assisi lo dice con chiarezza: “È dando che si riceve, è morendo che si risorge”. Nel matrimonio questo si traduce nella capacità di fare spazio all’altro, senza annullarsi ma senza imporsi.

Morire all’orgoglio significa anche accettare la fragilità: la propria e quella del coniuge. Il matrimonio non è il luogo della perfezione, ma della misericordia. Santa Teresa di Lisieux lo esprime con semplicità disarmante: “Amare è dare tutto e dare se stessi”. Amare l’altro nella sua unicità, non cercando di cambiarlo, ma accogliendolo come dono.

Alla luce dei doni dei Magi, il matrimonio appare per quello che è: una vocazione alta, che intreccia regalità, sacerdozio e sacrificio. Come Maria e Giuseppe hanno accolto quei doni senza comprenderli fino in fondo, così anche gli sposi sono chiamati a vivere il loro amore come un dono affidato, custodito nella grazia e offerto a Dio, giorno dopo giorno.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Tobia non è una favola: quando Dio entra nelle storie complicate /1

«Per tutta la mia vita ho camminato per le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3)

«Ma accadde che, mentre dormivo, del guano di passeri cadde sui miei occhi e divenni cieco» (Tb 2,10)

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza» (Tb 3,6)

Iniziamo oggi una serie di 10 articoli su Tobia e Sara. Il libro di Tobia si apre così: con la fedeltà di un uomo giusto e con una sofferenza che sembra inspiegabile. È da qui che inizia anche il nostro cammino di sposi. Il libro di Tobia non inizia come una storia romantica. Inizia con un uomo giusto a cui va tutto storto.

Tobi è fedele alla Legge, onesto, misericordioso. Aiuta i poveri, seppellisce i morti, educa suo figlio al timore di Dio. È uno di quelli che oggi diremmo: “una brava persona”. Eppure, nel giro di poco tempo, perde tutto ciò che dava sicurezza alla sua vita: la salute, il lavoro, la stima sociale. Diventa cieco.

Questo è il primo messaggio forte per gli sposi: la fedeltà non è una polizza assicurativa contro il dolore.

Molti entrano nel matrimonio con un’idea silenziosa ma potente: Se facciamo le cose per bene, se ci impegniamo, se siamo cristiani… allora andrà tutto bene. Quando poi arrivano la stanchezza, la fatica economica, i figli che scombinano gli equilibri, le ferite non risolte, quella convinzione crolla. E con essa spesso crolla anche la fiducia.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui emerge un copione di vita molto diffuso: il copione del “bravo bambino”. È la convinzione inconscia secondo cui, se mi comporto bene, se faccio ciò che è giusto, sarò protetto dalla sofferenza. Quando questo copione viene smentito dalla realtà, l’Io Bambino di uno o di entrambi gli sposi va in crisi. E spesso prende il comando un Genitore critico interiore che accusa: Dio, il coniuge, la vita.

Tobi diventa cieco. Ma la sua cecità non è solo fisica. È simbolica. È la cecità di chi non capisce più cosa stia succedendo. Di chi pensa: Non me lo merito. Quante coppie arrivano lì. Non perché non si amino più, ma perché non riconoscono più il senso di ciò che stanno vivendo. Si sente dire: Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare… eppure siamo qui. Quante persone si sentono tradite dal coniuge e anche da Dio

Il libro di Tobia ha il coraggio di dirlo: la vita giusta non è una vita facile. E il matrimonio cristiano non è una favola benedetta, ma una vocazione incarnata, reale, esposta. Abitata da Dio che va però accolto in una relazione adulta.

Dentro questa fatica entra Anna, la moglie di Tobi. Anche lei è stanca, ferita, umiliata. Deve lavorare per mantenere la famiglia. E quando viene accusata ingiustamente, reagisce. Le parole tra lei e Tobi diventano dure. Non perché non si amino, ma perché il dolore non elaborato cerca sempre un colpevole.

Qui l’Analisi Transazionale ci aiuta molto. Quando l’Adulto è sopraffatto dalla sofferenza, emergono stati dell’Io contaminati:
– il Genitore critico che giudica
– il Bambino ferito che si difende o attacca

Il conflitto coniugale, in questi momenti, non è un segno di fallimento, ma un segnale di sovraccarico emotivo. Tobi e Anna non sanno come gestire ciò che sta accadendo. E non lo mascherano. La Bibbia non edulcora. Non spiritualizza troppo in fretta. Questo è fondamentale per gli sposi: Dio non entra solo nelle coppie “che funzionano”, ma anche in quelle che non capiscono più come fare.

Il punto decisivo arriva quando Tobi prega. Non una preghiera devota. Una preghiera disperata. Chiede di morire. È forte dirlo, ma è vero: ci sono momenti in cui non chiediamo a Dio di salvarci, ma solo di farci smettere di soffrire.

Eppure, proprio lì, il testo dice una cosa sorprendente: Dio ascolta. Non perché Tobi prega bene. Non perché è spiritualmente forte. Ma perché è vero.

Questo è un passaggio chiave anche psicologicamente. Quando una persona smette di recitare il ruolo del “forte” o del “giusto” e si permette di essere fragile, l’Io Adulto può tornare a respirare. La fede matura non nasce dal controllo, ma dall’affidamento.

Il libro di Tobia ci dice subito che Dio non entra nella storia per evitare il dolore, ma per camminarci dentro. Il matrimonio non è il luogo in cui tutto va bene, ma il luogo in cui si impara a restare veri anche quando va male.

Questo primo capitolo è una liberazione per gli sposi.
Dice: non siete sbagliati perché fate fatica.
Dice: non avete fallito perché soffrite.
Dice: Dio non è assente quando non capite.

Tobia non è una favola. È una storia vera. Ed è proprio per questo che può diventare una buona notizia per chi si è sposato. Nei prossimi nove articoli andremo a fondo del significato umano e psicologico di questa vicenda. Perchè racconta tanto di noi.

Antonio e Luisa

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Alla fine di questo pellegrinaggio

Ormai vicini alla chiusura del Giubileo della Speranza, che avverrà il 6 gennaio e che ha visto tutta la Chiesa affrontare un percorso spirituale durante quest’anno speciale di grazia, condividiamo con tutti voi l’ultima beatitudine scaturita dall’aver intrapreso insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare:

 “BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE SCOPRIRETE CHE IL PELLEGRINAGGIO SPONSALE È GUIDATO ANCHE DAL SILENZIO, IL SILENZIO DELLA PREGHIERA RECIPROCA, CHE APRE LA PORTA AL CUORE DEL NOSTRO SPOSO GESÙ”

Solitamente ogni pellegrinaggio è guidato da un professionista in grado di affiancare, accompagnare e condurre il pellegrino durante tutta l’esperienza. Nel matrimonio cristiano certamente la prima guida è lo Spirito Santo, che consacra la relazione il giorno delle nozze. È Lui che ha “abitato” le soste silenziose che, durante questo anno, abbiamo fatto.

Cari sposi, senza lo Spirito di verità non saremmo in grado di affrontare nessun cammino poiché come ci dice Giovanni “Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).

Un pellegrinaggio non porta soltanto in un luogo sacro ma catapulta in uno stato dell’anima, proprio per questo al ritorno non si è mai gli stessi. Nonostante viviamo in un’epoca di accelerazione, algoritmi e produttività rapida, quest’anno abbiam cercato di “assaporare” la lentezza, l’incertezza e la vulnerabilità. Tutto ciò fa parte di ogni pellegrinaggio, proprio perché porta con sé una trasformazione.

Vogliamo lasciarvi, allora, qualche “regola” che abbiam tirato fuori verificando la trasformazione che è avvenuta, in questo periodo, alla nostra relazione:

  • Sposi, partite anche senza essere pronti perché lo zaino peserà comunque e la paura sarà sempre lì. Ma è proprio l’atto di partire insieme, cioè di ricevere il Sacramento del Matrimonio, che vi apre ad una relazione fertile e sempre nuova;
  • Sposi, se fallite ringraziate perché il fallimento quotidiano spoglia la relazione da ogni illusione di essere perfetti. Solo cadendo e rialzandosi insieme si impara davvero a camminare insieme;
  • Sposi, scoprite la solitudine fertile che non è isolamento ma è un dialogo intimo tra anime che non sempre si riesce a “sentire”: il silenzio non è una minaccia ma è guida e compagno, soprattutto quando nasce dalla preghiera reciproca;
  • Sposi, vivete il presente come non mai. Il pellegrinaggio è come una macchina che riporta all’adesso, al qui ed ora: respiro, passo, dolore, resistenza. Nella relazione familiare tutto ciò si intreccia in una meditazione incarnata che nessuna app di mindfulness potrà mai fare;
  • Sposi, trasformate il dolore in resilienza facendo di ogni “vescica” non una sofferenza sterile ma il “carburante” affinchè il restare insieme renda visibile che si può sopportare molto di più di quanto si creda;
  • Sposi, abbracciate l’ospitalità radicale poiché durante il cammino si incontra l’umanità nuda di entrambi ma anche di altri. Offrite l’acqua del puro amore anche a sconosciuti e lasciate le porte del cuore aperte senza chiedere nulla. Tale ospitalità è l’antidoto all’individualismo della società moderna e la manifestazione della presenza del Regno di Dio;
  • Sposi, accettate l’inutilità sacra. A volte, camminando si sentono delle voci comuni sulla relazione di coppia, del tipo “non produce”, “non accumula”, “non monetizza”. Proprio per questa apparente inutilità ogni relazione sponsale è sacra e conduce a scoprire che il suo valore non sta nell’output ma nella sua interiorità;
  • Sposi, collezionate le vertigini che vengono quando si incontra un bivio. Dio sta dando un’ulteriore possibilità di libertà, purché si continua a camminare insieme;
  • Sposi, imparate l’arte del lasciar andare ciò che pesa sulla relazione: uno zaino troppo pieno di egoismo, di convinzioni, di maschere. Si cammina più veloci con meno “Io” e più “Noi”;
  • Sposi, ritornate sempre a casa da pellegrini cioè mantenendo sempre vivo lo sguardo del viandante nella routine giornaliera, con meno automatismi e più autenticità.

Siamo convinti che quest’anno giubilare ha portato, e porterà ancora, i suoi “frutti di speranza” se il pellegrinaggio personale e di coppia vi ha condotto ad una rivoluzione esistenziale.

Cari sposi in un mondo che vi vuole consumatori di cose materiali, scegliete di essere pellegrini di sparanza; in una società che vi vuole celeri nel competere, scegliete la lentezza nell’aspettare i tempi dell’altro; in una cultura che vi vuole connessi 24 ore, 7 giorni su 7, scegliete il silenzio della preghiera. Siate sposi cristiani che fanno della povertà umana la loro ricchezza.

Quando vi sembra che Dio vi abbia tolto tutto, in realtà vi sta dando tutto se stesso. E allora scoprirete che il vero pellegrinaggio non è da un luogo all’altro della terra, ma è un pellegrinaggio interiore: dal fuori al dentro, dalle cose al cuore. Ah, come diversamente pensa il mondo! Se solo esso sapesse che avere Dio è possedere tutto, come vivrebbe più felice già fin da ora, pur in mezzo alle mille tempeste dell’esistenza! Dio lo si può trovare, non è lontano: vive nel cuore dell’uomo in grazia. Occorre solo mettersi in cammino, e la strada è la preghiera. Il pellegrino guarda dentro se stesso, sta raccolto, non si turba di fronte alle sventure: ha capito che il Padre non abbandona nessuno, perché Dio è amore. Non vi è più salita né discesa, montagna o avvallamento: egli tiene lo sguardo fisso verso la meta e lì ritrova tutto, ma proprio tutto (dai Racconti di un pellegrino russo)

Ricordatevi che essere sposi pellegrini, cioè che si sforzano di far crescere la loro relazione d’amore orientandola verso l’Alto, vi renderà liberi di vivere il Sacramento nuziale nella verità dello Spirito fino al giorno in cui ritorneremo, pellegrini, dal nostro Sposo Gesù.  

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Uomini e Donne: La Vera Libertà tra Amore e Relazioni

Oggi, 1° gennaio, la Chiesa non apre l’anno nuovo parlando di programmi, obiettivi o performance. Lo apre mettendo al centro una donna. Maria, Madre di Dio. Non una donna potente secondo i criteri del mondo, non una donna “arrivata”, non una donna che si è salvata da sola. Ma una donna che ha accolto una relazione, che ha detto sì a un Altro, che ha permesso a Dio di entrare nella sua vita, nel suo corpo, nella sua storia.

È un inizio d’anno profondamente controcorrente. Perché mentre tutto intorno a noi ci spinge a essere autosufficienti e indipendenti, la Chiesa ci ricorda che la salvezza è passata da una relazione, da un grembo, da una fiducia. Non dalla forza, ma dall’accoglienza.

Viviamo invece immersi in una cultura che esalta l’indipendenza come valore assoluto. Donne e uomini chiamati a essere autonomi, performanti, realizzati. Il messaggio è chiaro: chi ha bisogno è debole; chi si basta da solo è forte. L’emancipazione, da strumento di libertà, rischia così di diventare un imperativo che non ammette fragilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone competenti, brillanti, di successo, che però vivono una solitudine profonda. Una solitudine che non si dice, perché stona con l’immagine vincente. Il lavoro diventa allora il luogo principale di identità, non perché realizzi davvero, ma perché è l’unico spazio in cui sentirsi riconosciuti. Ma il successo, quando non è condiviso con qualcuno di davvero importante, lascia un retrogusto amaro.

Questa mentalità ha inciso profondamente anche sul modo in cui raccontiamo l’amore, la relazione tra uomo e donna, perfino ai bambini. È sintomatico osservare come sono cambiati, nel tempo, i cartoni animati Disney. Un tempo c’era la principessa da salvare, che attendeva il principe azzurro. Un modello certo ingenuo, da purificare, ma che custodiva un’intuizione vera: la vita si gioca nell’incontro con un altro.

Oggi le principesse si salvano da sole. Sono forti, indipendenti, autosufficienti. Raramente si sposano. Spesso non hanno bisogno di nessuno. È una narrazione che vuole essere emancipante, ma che finisce per trasmettere un messaggio sottile: la relazione stabile è un limite, l’altro è un rischio, l’amore è secondario rispetto all’autorealizzazione.

Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di leggere i segni dei tempi. Quando il maschio viene raccontato prevalentemente come una minaccia e la donna come qualcuno che deve liberarsi dalle relazioni per non essere sottomessa, qualcosa si rompe. Non nasce una libertà più grande, nasce una diffidenza strutturale. E la diffidenza non genera felicità, genera solitudine.

Il discorso è complesso, soprattutto in una società che ha giustamente combattuto per l’emancipazione femminile. È sacrosanto che una donna abbia le stesse opportunità nel lavoro, nella carriera, nella vita pubblica. Ma è altrettanto vero che la donna possiede una capacità unica: generare vita. Non riconoscerlo non è progresso, è riduzione.

La vera libertà non è scegliere contro la propria natura, ma poterla vivere senza essere penalizzati. Una donna deve essere libera di lavorare e realizzarsi professionalmente, senza dover rinunciare alla maternità se la desidera. E deve essere altrettanto libera di scegliere di dedicarsi alla famiglia senza essere guardata come una persona “non emancipata”.

Il problema nasce quando l’emancipazione diventa pressione. Quando il successo lavorativo diventa l’unico metro di valore. Quando una donna sente di dover dimostrare di valere producendo, performando, competendo. In questo scenario, la maternità non appare più come una possibilità feconda, ma come un intralcio.

Tutte le donne devono essere madri? No. Sarebbe una violenza dirlo. La maternità non è un obbligo, è il frutto di un amore che genera. Ma una cosa va detta con chiarezza: una donna che ama è sempre madre. Non necessariamente nel senso biologico, ma nel senso più vero e profondo. Ogni donna che si spende nel dono di sé è generativa. Genera vita dove vive: nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie, nella comunità. La maternità è prima di tutto una postura del cuore, una capacità di accogliere, custodire, far crescere l’altro.

Ma allora la domanda vera è: quando siamo davvero liberi?

Siamo liberi quando possiamo amare senza doverci difendere, quando possiamo donarci senza paura di perderci. Perché l’amore autentico non toglie, ma fa esistere. E in questa logica, uomini e donne, ciascuno con la propria specificità, scoprono che la fecondità non è un’opzione tra le altre, ma il segno più vero di una vita riuscita.

Uomini e donne siamo creati per amare ed essere amati. Questa è la nostra verità più profonda. Il lavoro non è il fine della vita, ma una conseguenza dell’amore vissuto. È sentirsi amati che ci rende creativi, forti, capaci di affrontare il mondo.

Il matrimonio, in questo senso, non è una gabbia ma il luogo in cui possiamo finalmente smettere di recitare. È lo spazio in cui siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. Quando è vissuto pienamente, il matrimonio diventa fecondo: genera vita, speranza, stabilità, capacità di dono. E tutto questo ricade anche nel lavoro, rendendolo più umano.

Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. Maria, Madre di Dio, ce lo ricorda oggi con la sua vita: la grandezza non sta nell’autosufficienza, ma nell’amore accolto. Come scriveva San Giovanni Paolo II: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna. Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Forse il vero augurio per l’anno nuovo non è diventare più indipendenti, ma più capaci di relazione. Perché è lì che si gioca la vita.

Antonio e Luisa

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Fare memoria del bene: il tesoro nascosto del matrimonio

Questo è l’ultimo articolo dell’anno. E non poteva che essere un invito semplice, ma decisivo: fermarsi e fare memoria del bene ricevuto.

Quando un anno si chiude, siamo spontaneamente portati a ricordare ciò che è mancato: le discussioni, le incomprensioni, le fatiche che non avremmo voluto vivere. È un riflesso umano. Ma non è l’unico sguardo possibile. La fede ci educa a uno sguardo diverso, più vero e più fecondo: quello che sa riconoscere il bene ricevuto e custodirlo come una ricchezza per il futuro. Perché chi inizia un nuovo anno con riconoscenza, ama meglio. C’è un breve racconto che dice tutto questo con una forza disarmante.

Un sacerdote viene trasferito in una nuova parrocchia. Tra le prime famiglie che incontra ce n’è una molto presente nella vita comunitaria. Viene invitato a cena. Durante la serata resta colpito dall’intesa evidente tra i due sposi: uno di quegli amori che non hanno bisogno di essere esibiti, perché si percepiscono nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.

Prima di congedarsi, il sacerdote fa una domanda diretta, quasi provocatoria: Ma anche a voi capita di litigare? Ci sono momenti di tensione e di crisi? Risponde lei, senza esitazione: Certo che sì, caro don. Ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro.

Si alza, entra in un’altra stanza e torna con un diario in mano. Vede questo quaderno? Qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione. E quando litighiamo, vado in camera, lo prendo, lo sfoglio. E mi torna subito il desiderio di fare pace. Di ricominciare.

Questo racconto è semplice. Ma è profondamente vero. E ci mette davanti a una domanda scomoda: noi cosa custodiamo nel cuore?

Diciamocelo con onestà: siamo bravissimi a ricordare le mancanze dell’altro. Le archiviamo con precisione. Le teniamo pronte. Le tiriamo fuori al momento giusto. E siamo altrettanto bravi a dare per scontato il bene: tutte le volte in cui nostro marito o nostra moglie ci ama davvero, si fa servizio, si fa cura, si fa presenza, si fa tenerezza. Quelle volte spesso scivolano via senza lasciare traccia. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità di un matrimonio.

Non basta “fare memoria” in modo generico. Esiste un verbo molto più forte: ricordare. Un verbo che, nella sua etimologia, rimanda al cuore. Re-cordari: richiamare al cuore. Rendere presente oggi un bene che è stato donato ieri. Non come nostalgia, ma come forza attuale.

Ricordare significa riportare nel cuore tutte le volte che siamo stati guardati con amore. Tutte le volte che siamo stati accolti. Tutte le volte che una parola ci ha rialzati. Tutte le volte che il corpo dell’altro è stato casa e non pretesa. Tutte le volte che siamo stati perdonati. Tutte le volte che abbiamo sperimentato la bellezza di essere amati anche quando non ce lo meritavamo.

Questo non cancella le ferite. Ma impedisce alle ferite di diventare l’unica verità.

Costruire questo tipo di memoria significa creare un tesoro. Un capitale spirituale e affettivo da cui attingere nei momenti difficili. Perché arriveranno. Arrivano sempre. Ci saranno giorni in cui l’altro non sarà capace di darci nulla. Giorni in cui ci sembrerà povero, distante, faticoso da amare. È lì che il ricordo del bene diventa salvezza.

Quando attingiamo a quel tesoro, diventa più difficile lasciarsi dividere dal non-amore del momento. Perché sappiamo che l’amore c’è, anche se in quel tratto di strada non si vede. È custodito nei gesti passati che continuano a nutrire il presente.

Ecco perché questo ultimo articolo dell’anno non è un bilancio, ma un invito. Prima di entrare nel nuovo anno, fermatevi. Prendete il vostro “diario”. Anche solo simbolicamente. E chiedetevi: quale bene ho ricevuto?

Chi inizia così, non parte da zero. Parte da una ricchezza. E può amare con più libertà, con più verità, con più riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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