Perché lui guarda e lei soffre: la verità che non vogliamo dire

C’è un punto delicato, oggi, che spesso viene evitato o semplificato: la differenza tra uomo e donna nel modo di vivere il desiderio sessuale. Eppure è un nodo decisivo, soprattutto nella vita di coppia. Perché quando si nega la differenza, non si costruisce uguaglianza: si genera incomprensione.

Partiamo da un dato semplice, ma spesso scomodo: uomo e donna non desiderano allo stesso modo. Non perché uno sia “più” o “meno”, ma perché sono strutturalmente diversi. Il desiderio maschile è, in media, più immediato, più visivo, più reattivo allo stimolo esterno. L’uomo vede e si attiva. La vista ha un ruolo centrale. Un corpo esposto, un abbigliamento provocante, una forma che richiama la sessualità: tutto questo ha un impatto diretto e rapido.

Per la donna, generalmente, non è così. Non perché non abbia desiderio, ma perché il suo desiderio segue un’altra via. È più relazionale, più contestuale, più globale. Non si accende semplicemente per ciò che vede, ma per ciò che vive. Il modo in cui si sente guardata, accolta, desiderata, il clima emotivo, la qualità della relazione: tutto questo incide profondamente. La vista, da sola, raramente basta. Questo non è un giudizio morale. È una realtà antropologica, biologica e anche neuroscientifica.

Negli uomini, gli stimoli visivi attivano più rapidamente circuiti cerebrali legati alla ricompensa, in particolare il sistema dopaminergico (quello che regola piacere, motivazione e ricerca dello stimolo). Le aree visive e quelle legate all’eccitazione sessuale sono più direttamente connesse: per questo l’immagine può attivare immediatamente il desiderio. Nella donna, invece, l’attivazione è mediata da più fattori. Entrano in gioco in modo più marcato le aree legate all’elaborazione emotiva, alla memoria e al contesto relazionale. Il cervello femminile tende a integrare di più: non solo “cosa vedo”, ma “cosa significa per me”, “come mi sento”, “che relazione c’è”. Questo rende il desiderio meno automatico, ma più profondo e complesso.

E qui nasce uno dei grandi equivoci contemporanei. Viviamo in una cultura che tende a dire: uomo e donna sono uguali in tutto, anche nel desiderio. Ma questa è una semplificazione ideologica che non regge nella vita concreta. Perché poi, nella realtà delle coppie, emergono frustrazioni, incomprensioni, ferite. Un esempio molto concreto è quello della gelosia. Molte donne soffrono profondamente quando si accorgono che il proprio marito o fidanzato guarda altre donne. E spesso dentro nasce un pensiero: “Se mi amasse davvero, non guarderebbe nessun’altra. Io non lo faccio”. E lì si apre una ferita reale. Ma qui bisogna essere onesti: uomo e donna, anche su questo, non funzionano allo stesso modo.

Per molte donne, lo sguardo è già relazione. Se guardo qualcuno con interesse, c’è già un coinvolgimento. Per questo fanno fatica a capire come un uomo possa guardare senza “voler davvero”. Ma per l’uomo, spesso, lo sguardo visivo è più automatico, meno carico di intenzione relazionale. Può esserci uno stimolo, un’attrazione momentanea, senza che questo metta in discussione il legame affettivo. Attenzione: questo non significa che “allora è tutto normale e va bene così”. No. Anche qui serve maturità. Perché tra lo stimolo e il comportamento c’è la libertà. Un uomo non è responsabile del primo impulso visivo che può emergere, ma è responsabile di cosa ne fa. Se lo coltiva, se lo cerca, se lo alimenta, entra in un’altra dinamica. Se invece lo riconosce e lo lascia passare, resta libero.

Capire questa differenza può aiutare la donna a non leggere automaticamente ogni sguardo come un tradimento, ma come una dinamica diversa, che va però educata. E può aiutare l’uomo a non banalizzare: “È normale, quindi non conta nulla”. Conta, invece. Perché l’amore chiede anche custodia dello sguardo.

A questo punto si inserisce un tema ancora più delicato: il rapporto tra esposizione del corpo e reazione maschile. Se è vero che l’uomo è più visivamente stimolabile, è anche vero che determinati stimoli visivi aumentano l’attivazione del desiderio. Questo è uno degli elementi che, storicamente e culturalmente, ha portato alcune società a scegliere la via della copertura del corpo femminile. In alcune culture, come in ambito musulmano, questa scelta nasce anche dal riconoscimento della forza dello stimolo visivo maschile e dal tentativo di regolarlo attraverso norme esterne.

Allo stesso modo, nella nostra cultura, si osserva che una maggiore esposizione del corpo può generare più attenzione e, purtroppo, anche più comportamenti inappropriati da parte di alcuni uomini. Qui bisogna essere chiarissimi: nulla giustifica una molestia. Mai. La responsabilità è sempre di chi compie l’atto. Ma spiegare non significa giustificare. Dire che esiste una base biologica e neuroscientifica nella reazione allo stimolo visivo vuol dire riconoscere che l’essere umano è fatto anche di impulsi che vanno educati. Non siamo solo volontà pura. Siamo corpo, cervello, storia, ferite, apprendimenti. Il punto decisivo è questo: tra lo stimolo e l’azione c’è la coscienza.

Un uomo può essere colpito visivamente, ma è chiamato a governare quello che prova. Qui entra in gioco la maturità, l’educazione affettiva, la libertà interiore. Senza questa educazione, il rischio è che l’istinto prenda il sopravvento. Allo stesso tempo, anche la donna può interrogarsi sul significato del proprio modo di mostrarsi. Non in una logica di colpa, ma di consapevolezza. Il corpo comunica sempre. E in una cultura iper-sessualizzata, il rischio è ridurlo a oggetto di esposizione invece che a linguaggio di relazione. Capisci allora quanto questo tema sia delicato?

Da una parte c’è il rischio di negare la realtà biologica e neuroscientifica. Dall’altra c’è il rischio di usarla come alibi. Nessuna delle due strade è sana. La strada matura è un’altra: riconoscere la differenza e assumersi la responsabilità. L’uomo è chiamato a educare il proprio sguardo, a non fermarsi alla superficie, a trasformare l’impulso in capacità di amare. La donna è chiamata a riconoscere il valore del proprio corpo e del proprio modo di desiderare, senza imitare modelli che non le appartengono. E insieme, uomo e donna, sono chiamati a costruire un’intimità che non sia copia della cultura dominante, ma espressione della loro verità.

Perché il vero amore non nasce dall’istinto lasciato libero, né dall’istinto negato. Nasce dall’istinto educato. E solo un desiderio educato diventa capace di custodire, e non consumare, l’altro.

Antonio e Luisa

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La notte di nozze di Tobia e Sara: l’intimità che salva

L’intimità che salva nasce quando smetti di usare l’altro per riempirti e inizi ad amarlo come dono, mettendo Dio al centro. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. 

Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri… Tu hai creato Adamo e gli hai dato Eva come aiuto e sostegno.” (Tb 8,5-6)

C’è una notte, nel libro di Tobia, che segna una svolta decisiva. È la notte di nozze tra Tobia e Sara. Una notte che, per Sara, porta con sé una storia di paura e di morte: sette mariti, tutti morti prima ancora di vivere davvero l’intimità con lei. Il letto nuziale, luogo che dovrebbe essere spazio di vita e di comunione, è diventato per lei il simbolo di un destino segnato, quasi maledetto. È dentro questo scenario carico di angoscia che si inserisce il gesto sorprendente di Tobia.

Tobia non si lascia guidare dall’urgenza, né dal desiderio immediato di possedere. Non entra nell’intimità come chi prende o consuma. Si ferma. E in questo fermarsi compie una scelta che ribalta la logica più istintiva: invita Sara a pregare. “Alzati, sorella, e preghiamo per chiedere al Signore che abbia misericordia di noi e ci salvi” (Tb 8,4). In queste parole c’è una verità profonda che spesso oggi abbiamo smarrito: l’intimità vera non inizia dal corpo, ma dal cuore. Non perché il corpo sia secondario o meno importante, ma perché senza una verità interiore il corpo rischia di diventare fragile, esposto, perfino ferente.

Pregare prima di unirsi significa riconoscere che l’altro non è un oggetto da usare, ma una persona da accogliere. Significa affermare che l’incontro non è finalizzato a riempire un vuoto, ma a vivere una relazione. È il passaggio decisivo tra il bisogno e il dono. Quando entro nell’intimità con il bisogno di essere rassicurato, consolato o confermato, il rischio è quello di usare l’altro, anche senza volerlo. Quando invece entro con il desiderio di donarmi, allora si apre lo spazio dell’amore vero.

Qui si inserisce una chiave fondamentale anche alla luce dell’Analisi Transazionale. Molte relazioni, pur sembrando intime, vivono in realtà una dinamica di simbiosi. La simbiosi si verifica quando l’altro diventa necessario per il mio equilibrio interiore, quando lo cerco per calmare il mio disagio, per non sentire il vuoto, per non affrontare le mie fragilità. In questa prospettiva, anche la sessualità può trasformarsi in una forma di anestesia emotiva: non più luogo di incontro, ma strumento di compensazione. Non più comunione, ma consumo.

L’intimità autentica nasce invece da una posizione radicalmente diversa: io sto in piedi, tu stai in piedi, e ci incontriamo. Non ho bisogno di te per esistere, ma ti scelgo per amare. È una differenza sottile, ma decisiva. Perché nella simbiosi l’altro diventa un mezzo; nell’intimità diventa un fine. Nella simbiosi cerco sollievo; nell’intimità offro presenza.

Sempre in questa prospettiva, possiamo dire che l’intimità sana nasce dall’integrazione tra due dimensioni interiori: l’Adulto e il Bambino libero. L’Adulto è la parte di noi consapevole, capace di stare nella realtà, di scegliere, di rispettare. Il Bambino libero è invece la parte viva, spontanea, capace di gioia, gioco, tenerezza e creatività. Quando queste due dimensioni collaborano, l’intimità diventa uno spazio ricco, vero, profondamente umano.

Il problema nasce quando, al posto del Bambino libero, entra in gioco il Bambino bisognoso. Il Bambino bisognoso non si dona, ma chiede; non incontra, ma pretende; non accoglie, ma utilizza. Porta nell’intimità una serie di richieste implicite: “Fammi sentire amato”, “Fammi stare bene”, “Riempimi”. Ma nessuna persona può sostenere questo peso senza che la relazione si deformi. Così l’intimità, invece di essere uno spazio di libertà, diventa un campo di tensioni, aspettative e delusioni.

La notte di Tobia e Sara mostra una via diversa. Non elimina la paura, non finge che non esista. La accoglie e la porta davanti a Dio. In questo gesto semplice e profondo accade qualcosa di decisivo: la fragilità non diventa un ostacolo, ma un luogo di incontro. L’intimità che nasce da questa verità non è più prestazione, ma presenza; non è più consumo, ma comunione. Ed è proprio per questo che diventa salvifica.

Nel matrimonio, infatti, la sessualità non è soltanto un atto fisico. È un linguaggio che parla della relazione. Dice come sto, come ti vedo, come ti accolgo. Se entro nell’intimità per sfuggire a me stesso, questo si percepisce. Se entro per controllare, ottenere o dimostrare qualcosa, questo lascia una traccia. Ma se entro per incontrarti davvero, per dirti con il corpo “ci sono, ti vedo, ti accolgo”, allora l’intimità diventa uno spazio profondamente umano e spirituale.

Diventa uno spazio dove non devo recitare, dove non devo essere perfetto, dove posso essere vero. Ed è proprio questa verità a rendere l’intimità un luogo di guarigione. Non perché risolva automaticamente tutte le ferite, ma perché crea uno spazio in cui non devo più difendermi.

A questo punto la domanda diventa inevitabile e anche scomoda: quando cerco il mio coniuge, cosa sto davvero cercando? Sto cercando un rifugio per non sentire il vuoto? Una conferma del mio valore? Un modo per calmare le mie inquietudini? Oppure sto cercando davvero te, nella tua unicità, nella tua storia, nella tua verità? La risposta a questa domanda cambia radicalmente la qualità della relazione. Perché nel primo caso, anche se i corpi si uniscono, le persone restano sole. Nel secondo caso, anche nel silenzio, si sperimenta una comunione profonda.

La notte di Tobia e Sara, allora, non è semplicemente un episodio lontano, ma una possibilità concreta per ogni coppia. Ogni volta che scegli di fermarti, di non usare, di rispettare, di accogliere; ogni volta che, anche solo interiormente, affidi a Dio la tua relazione e chiedi di imparare ad amare, si apre uno spazio nuovo. Un’intimità che non cancella le fragilità, ma le attraversa. Un’intimità che non serve a dimenticare chi sei, ma ti permette finalmente di esserlo fino in fondo, davanti a qualcuno che non ti usa, ma ti ama.

Antonio e Luisa

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Il “per sempre” che libera

Se c’è una parola che oggi fa venire i brividi (e non di piacere) a molti, è proprio il fatidico “per sempre” che caratterizza il matrimonio. In un mondo dove tutto è trial, aggiornabile, reversibile o sostituibile con un modello più nuovo, il “per sempre” suona… quasi come una minaccia! Oggi noi di Luce Sponsale vogliamo ribaltare questa prospettiva insieme agli amici di Matrimonio Cristiano. Perché, spoiler: il “per sempre” non è la fine della libertà, ma il suo inizio.

Gabbia VS Orizzonte

Diciamocelo chiaramente: per molti il “per sempre” evoca l’immagine di una prigione, di un lucchetto che si chiude, di un vincolo che toglie il respiro. Sembra una promessa troppo grande per cuori che si sentono fragili e spaventati. Eppure, noi crediamo che nel cuore del matrimonio cristiano, quella parola non sia un peso da trascinare, ma una via di liberazione. Non sia una catena che stringe i polsi, ma una porta che si spalanca su un panorama immenso. Non sia un limite che ti soffoca, ma un respiro ampio, profondo, che profuma di eterno.

Viviamo immersi in una cultura che ci sussurra costantemente di tenere aperta una via di fuga. Ci hanno insegnato che ogni contratto deve avere una clausola di recesso, ogni legame una scappatoia, ogni scelta un “Piano B” in caso di emergenza. Ma c’è un problema: l’amore non cresce nella precarietà. L’amore non è una pianta grassa che vive d’aria; ha bisogno di radici profonde, di stabilità e di tanto, tantissimo tempo. Il “per sempre” è esattamente questo: il terreno fertile dove l’amore può finalmente smettere di difendersi e iniziare a fiorire e dare frutto.

Spesso confondiamo la libertà con il poter cambiare idea ogni cinque minuti. Ma la vera libertà non è scegliere ogni giorno qualcosa di nuovo per noia; è poter scegliere ogni giorno la stessa persona, con un cuore che nel frattempo cresce, si purifica e impara a conoscersi davvero. È la bellezza di poter dire: “Ti scelgo ancora”, non perché non esistano alternative nel mondo, ma perché ho scoperto che l’amore vero non si consuma cercando novità frenetiche, ma si approfondisce nella fedeltà. È la gioia immensa di non dover più cercare altrove, perché finalmente ho trovato casa. È la libertà di smettere di trattenere una parte di sé per paura e donarsi interamente.

Dai dubbi ai progetti

Quando due sposi pronunciano il loro “Sì”, non stanno mettendo un punto finale alle loro possibilità, ma stanno tracciando una linea di partenza. Il “per sempre” è un orizzonte che dilata la vita. Cambia la domanda di fondo:

  • Non devi più chiederti: “Chissà se domani resterai?”
  • Puoi finalmente chiederti: “Come posso crescere insieme a te?”

Questa promessa ti libera dal dubbio costante, dalla paura viscerale di essere abbandonato e dalla tentazione di darti solo a metà per non rischiare troppo. Solo quando sai che l’altro resta, puoi davvero buttarti senza paracadute. Solo quando l’amore è stabile, può diventare fecondo. La libertà nasce dove muore la paura di proteggersi dall’altro. Il sacramento del matrimonio è lo spazio sacro dove puoi finalmente togliere la maschera. È la libertà di:

  • Mostrare le tue fragilità senza il timore di essere “scartato”.
  • Chiedere aiuto senza sentirti un peso morto.
  • Litigare (sì, succede!) senza temere che il conflitto distrugga tutto il castello.
  • Crescere senza l’ansia da prestazione di dover essere perfetto.

È la pace di tornare a casa dopo una giornata d’inferno e trovare braccia che non giudicano la tua stanchezza o il tuo essere stravolto, ma ti accolgono e ti amano proprio lì, in quel disordine.

Il matrimonio come medicina

Molte delle nostre paure arrivano da ferite antiche: paura del rifiuto, dell’abbandono, di non essere mai “abbastanza”. Il matrimonio non è una bacchetta magica che cancella il passato, ma offre un luogo dove quelle ferite possono essere trasformate. Come amiamo dire noi, è un luogo che può farti risorgere, proprio perché è abitato da Dio. Quando l’altro resta anche quando sei difficile, insopportabile o confuso; quando ti perdona e sceglie di ricominciare, il “per sempre” diventa una medicina. Una grazia che scende come pioggia sottile, che ammorbidisce la terra dura del cuore senza forzarla, rendendola feconda. “Il ‘per sempre’ non è la promessa che tutto andrà bene, ma la promessa che non scapperemo quando le cose andranno male.”

Il “Terzo Invitato”

Se il matrimonio fosse solo un patto tra due esseri umani fragili, il “per sempre” sarebbe davvero una missione impossibile, un carico disumano. Ma la notizia bomba è che non siamo soli. Nel sacramento c’è una Presenza divina che non viene meno. Dio non ci chiede di essere supereroi della fedeltà; ci chiede solo di essere disponibili e di lasciarci amare da Lui. È possibile restare insieme perché non siamo noi a dover sostenere tutto il peso: è Dio che custodisce la nostra unione. È Lui che ogni mattina rinnova la nostra capacità di perdonare e ricominciare.

Con Dio possiamo ribaltare il pensiero comune: il “per sempre” non è un muro che chiude, ma una casa che accoglie. Una casa fatta di fiducia, ascolto, pazienza e perdono. Uno spazio dove siamo liberi di cambiare, maturare e persino sbagliare, sapendo che c’è sempre un modo per riparare. Perché quando Dio unisce due persone, non le incatena: le libera. Le rende capaci di amare come ama Lui: senza scadenze, senza condizioni e senza riserve. Quel “per sempre” non fa più paura quando è illuminato dalla gioia di un amore che si rinnova ogni giorno. È la certezza che, anche quando tutto il resto vacilla, c’è un amore che resta.

Dennis e Francesca (Luce Sponsale)

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Rinascita matrimoniale: l’importanza dell’impegno nella relazione

Siamo Kathy e Stefano siamo sposati da 24 anni e abbiamo 3 figli. Ci siamo conosciuti molto giovani, frequentavamo la parrocchia ed eravamo inseriti nei gruppi dell’azione cattolica e nel coro.

Eravamo molto attratti l’uno dall’altra e amavamo trascorrere assieme più tempo possibile per raccontarci le nostre giornate, le fatiche e le gioie della nostra vita dedicata principalmente allo studio, agli amici, alla musica e all’attività di servizio come animatori.  Il nostro fidanzamento è stato lungo e quando siamo riusciti ad acquistare la nostra prima casa e a sposarci eravamo all’apice della felicità. Provavamo sentimenti di entusiasmo e felicità nel condividere reciprocamente la nostra vita quotidiana e la crescita in ambito professionale.

Le prime difficoltà iniziarono con la nascita della prima figlia che assorbiva molte energie e sconvolgeva i ritmi delle giornate: abbiamo smesso di cercarci, di condividere i nostri sentimenti, i nostri bisogni e abbiamo iniziato a vivere da scapoli-sposati.  Comunicavamo quasi esclusivamente in funzione della gestione pratica delle giornate, così abbiamo perso il gusto dello stare insieme, compresa la relazione sessuale.

Eravamo diventati incapaci di aprirci reciprocamente e di vedere le qualità positive l’uno dell’altra, puntando il dito sui difetti reciproci e lasciando spazio alla critica. Il clima della nostra relazione era diventato freddo e le barriere che avevamo innalzato ci dividevano e ci allontanavano sempre di più man mano che il tempo passava.

L’incontro con il programma di Retrouvaille ci ha ridato speranza e ci ha indicato la via per ricostruire la nostra relazione attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano. Il programma di Retrouvaille ci ha fatto scoprire la bellezza del dialogo di coppia, ci ha insegnato come IMPEGNARSI E’ UNA DECISIONE che dipende da noi.

Non è stato facile imparare ad ascoltare e comprendere i sentimenti dell’altro: tuttavia abbiamo trovato la forza di perseverare, in quanto il percorso anche se lungo ed impegnativo, da subito ci ha dimostrato la sua efficacia aiutandoci a comunicare in modo nuovo e questo ci ha spronato a continuare anche nei momenti di sconforto. E’ stato importate adottare piccoli cambiamenti come salutarci con un bacio al mattino prima di andare al lavoro e la sera tornati a casa, scambiarci le password dei cellulari o ricavare almeno una volta alla settimana un’occasione per trascorre del tempo da soli, tipo una cena insieme o una passeggiata.

Tutto questo ha richiesto e richiede tutt’ora il nostro impegno, nel cambiare abitudini consolidate negli anni e nel ricavare il tempo per la nostra coppia riducendo ad esempio gli impegni lavorativi. Abbiamo scoperto attraverso la preghiera di coppia che Dio era dalla nostra parte e ci sosteneva in ogni momento.  Così abbiamo compreso l’importanza di mettere Lui e il nostro coniuge al primo posto, abbiamo sperimentato i frutti dell’ascolto con il cuore, dell’impegno quotidiano, del dare uno spazio privilegiato alla relazione tra sposi e alla relazione con Dio che per primo ci ha dato fiducia e non ha mai smesso di amarci. 

Ora ci sentiamo profondamente riconoscenti per tutto quello che abbiamo ricevuto e continuiamo a ricevere attraverso Retrouvaille: grazie a tante coppie che continuano a camminare e crescere insieme e a donare la loro testimonianza di rinascita.

Kathy e Stefano (Retrouvaille Italia)

Non ti amo più. Forse allora non valgo così tanto

Ogni tanto mi fermo e mi faccio una domanda che può sembrare semplice, ma in realtà non lo è affatto: perché faccio le cose? Perché scrivo articoli, perché preparo testimonianze, perché racconto la mia storia negli incontri, perché scrivo libri? È una domanda che ogni tanto bisogna avere il coraggio di farsi (la Quaresima è proprio il momento giusto), perché il rischio, senza accorgercene, è quello di mancare il bersaglio.

Si parte con il desiderio sincero di condividere qualcosa di bello che Dio ha fatto nella propria vita, con l’idea di poter aiutare qualcuno che sta attraversando un momento difficile; poi però, piano piano, può insinuarsi qualcosa di diverso: la logica dei riscontri, dei commenti, dei like, degli apprezzamenti. Non c’è niente di male nel dire che fanno piacere, sarei ipocrita se lo negassi, anche perché mi stimolano a continuare e a impegnarmi. Quando qualcuno ti scrive che una tua parola gli ha fatto bene, che si è sentito meno solo, che ha ritrovato un po’ di speranza, il cuore si riempie di gioia, perché è bello aiutare gli altri.

Dall’altro lato, noi abbiamo bisogno di conferme, abbiamo bisogno di sentirci visti, apprezzati, accolti, è qualcosa che fa parte della nostra umanità. Quando mi sono sposato, una delle cose più belle era sapere che accanto a me c’era una donna che mi voleva bene per quello che ero, non per quello che dimostravo di valere, non per l’immagine che riuscivo a dare di me. Quando vivi una cosa così, succede qualcosa di molto profondo: abbassi le difese, togli le maschere, smetti di dimostrare e inizi semplicemente a essere (almeno per me è stato così).

Nel matrimonio si crea uno spazio unico, dove puoi permetterti di essere vero fino in fondo: ci sono aspetti della mia vita, fragilità, pensieri, lati del carattere che solo mia moglie conosceva; nel matrimonio accade infatti che qualcuno entra davvero nella tua storia, nelle tue luci, ma anche nelle tue ombre. Sentirsi amati così è una cosa bellissima, ma è anche qualcosa di molto delicato, perché se questo amore non viene custodito, se qualcosa si rompe, allora quella stessa apertura diventa una ferita profondissima.

Quando una persona che ti ha conosciuto così bene, che ha promesso di restare accanto a te per sempre, arriva a dirti: “Non ti amo più”, dentro succede qualcosa di molto forte. Non è solo la fine di una relazione, è come se improvvisamente si incrinasse anche l’immagine che hai di te stesso. La domanda che nasce quasi spontanea è: “forse allora non valgo così tanto”, perché se la persona che ti conosce più di tutti decide di andarsene, è facile pensare che il problema sei tu, che non sei stato abbastanza, che non meriti davvero di essere amato.

Quando succede questo, spesso iniziamo una corsa silenziosa alla ricerca di conferme. In realtà tutti lo facciamo, chi più, chi meno, magari senza rendercene conto: cerchiamo ambienti dove veniamo apprezzati, ci circondiamo di persone che hanno una buona opinione di noi, pubblichiamo qualcosa aspettando che qualcuno ci dica che siamo bravi, che siamo nel giusto, che abbiamo ragione. Quando mi sono separato ho dovuto ricostruire qualcosa che pensavo fosse già solido, la mia identità; sono tornato a chiedermi chi ero e soprattutto quanto valevo davvero. È stato un cammino lungo, ma guardando indietro oggi posso dire con chiarezza che ci sono stati due grandi doni che Dio ha messo sul mio cammino e che mi hanno aiutato più di tutto il resto.

Il primo è stato scoprire davvero l’amore di Dio. Spesso diciamo che Dio ci ama, ma finché la vita scorre abbastanza tranquilla rischia di restare un’idea un po’ astratta. Quando invece attraversi una situazione difficile, quella frase diventa improvvisamente concreta, perché ti accorgi che l’amore umano, anche quando è sincero, è fragile: noi cambiamo, ci feriamo, ci stanchiamo, a volte smettiamo di amarci. L’amore di Dio invece è diverso, non dipende da quanto sei riuscito nella vita, non dipende dai tuoi successi o dai tuoi fallimenti, non dipende neppure dal fatto che la tua storia matrimoniale sia andata come avevi sognato. Dio non ti ama perché sei perfetto, ti ama perché sei suo figlio e questa è una cosa che non può cambiare.

Quando tutto il resto vacilla, quando le certezze crollano, quando anche l’immagine che avevi di te stesso s’incrina, scoprire che esiste un amore che non viene meno è qualcosa che lentamente rimette insieme i pezzi. Questo San Francesco lo aveva capito bene, la sua Ammonizione 19 recita: “Beato il servo, che non si ritiene migliore, quando viene lodato ed esaltato dagli uomini, di quando è ritenuto vile, semplice e spregevole, poiché quanto l’uomo vale davanti a Dio, tanto vale e non di più”.

Le figlie mi hanno aiutato a capire questo, perché il mio amore non cambia se non si comportano bene, anche se a volte mi fanno arrabbiare e non condivido le loro scelte. Ma Dio spesso usa anche strade molto concrete per farci arrivare il suo amore, perché ci ama sempre attraverso le persone: nel mio caso una di queste strade è stata la Fraternità Sposi per Sempre. Non è stato semplicemente un gruppo, è stata una famiglia, persone che non mi hanno giudicato, che non mi hanno messo addosso etichette, che mi hanno accolto nella mia storia concreta, con le mie difficoltà e le mie domande.

Ho scoperto che la Fraternità non è una parola bella da usare negli incontri, ma è qualcosa di molto semplice e molto concreto: qualcuno che ti chiama per sapere come stai, qualcuno che si siede accanto a te e ti ascolta, qualcuno che prega per te anche quando tu fai fatica a pregare e soprattutto qualcuno che ti vuole bene senza chiederti di dimostrare niente. Questa è stata forse la cosa che mi ha aiutato di più, non dovevo essere forte, potevo semplicemente essere me stesso, con le mie fatiche e le mie fragilità e pian piano, grazie a questo amore ricevuto, qualcosa dentro ricomincia a ricostruirsi.

Continuo a scrivere, a testimoniare, a raccontare la mia storia, non perché abbia qualcosa di speciale da insegnare e neppure per cercare applausi o consensi, anche se quando arrivano fanno piacere, perché restiamo sempre umani: lo faccio perché so che là fuori ci sono tante persone che stanno vivendo la stessa fatica, persone che si sentono fallite, che pensano di non valere più nulla, che credono che la loro storia sia ormai finita. Se anche solo una di queste persone, leggendo queste righe, riesce a intuire che non è vero, che il suo valore non è andato perduto, che Dio continua ad amarla e che esiste una Fraternità capace di camminare con lei, allora tutto questo ha senso. In fondo scrivo per questo, per restituire un po’ dell’amore che io per primo ho ricevuto.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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L’ansia da prestazione nel matrimonio: quando l’amore diventa una gara

Oggi trattiamo un tema molto urgente e, allo stesso tempo, molto diffuso: l’ansia da prestazione. Quando sentiamo questa espressione pensiamo quasi subito alla sessualità. In realtà riguarda la vita molto più in profondità. Riguarda il matrimonio, le relazioni, il modo in cui guardiamo noi stessi e il modo in cui crediamo di dover essere amati. Viviamo infatti in una società che misura tutto sulle prestazioni. Fin da piccoli impariamo che il nostro valore è legato a ciò che facciamo. A scuola un voto ci qualifica, al lavoro siamo valutati sulla base dei risultati e degli standard richiesti, che sembrano crescere continuamente. Siamo immersi in una cultura competitiva dove il confronto è costante: con i colleghi, con gli amici, con chi sembra avere più successo di noi. A volte questa competizione è evidente, altre volte è più sottile ma non meno reale.

Pensiamo anche ai social network: lì il valore di una persona sembra essere determinato dal numero di like, visualizzazioni o approvazioni. L’apparenza diventa facilmente criterio di successo. Il rischio è che questo modo di pensare, lentamente e quasi senza accorgercene, entri anche dentro le mura di casa e condizioni le nostre relazioni affettive. Ed è proprio qui che nasce il problema, perché l’amore non è una prestazione e il matrimonio non è un concorso. Eppure spesso lo viviamo come se lo fosse.

Nel cuore umano esiste un desiderio profondo di infinito e di perfezione. Desideriamo essere amati totalmente, senza limiti, senza condizioni. Questo desiderio è profondamente umano e, per chi crede, rimanda al desiderio di Dio. Tuttavia, quando riversiamo questa esigenza sull’altro senza riconoscere i suoi limiti, rischiamo di trasformarla in una pretesa. Quando ci sposiamo promettiamo di amarci nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Ma nel profondo molti di noi sperano che la gioia prevalga sempre e che l’altro sia capace di renderci felici quasi automaticamente. Non sempre siamo davvero pronti ad accogliere le debolezze, le fragilità e i difetti della persona che abbiamo accanto. Eppure la vita matrimoniale, con la sua quotidianità fatta di lavoro, stanchezza, figli, preoccupazioni e routine, ha una caratteristica molto chiara: tira fuori tutto. Non solo le qualità, ma anche i limiti.

È proprio in questo contesto che può nascere l’ansia da prestazione nella relazione. Se l’amore viene percepito come qualcosa che bisogna meritare, allora ognuno comincia inconsciamente a sentirsi sotto esame. Bisogna essere bravi coniugi, genitori attenti, persone sempre disponibili, pazienti e comprensive. Quando non riusciamo a esserlo, nasce un senso di fallimento. Il paradosso è che anche in famiglia, che dovrebbe essere il luogo più sicuro e accogliente, rischiamo di non sentirci liberi di essere noi stessi. La casa, invece di essere uno spazio di libertà, diventa il luogo dove dobbiamo continuamente dimostrare qualcosa. Dimostrare di meritare l’amore dell’altro, di non deluderlo, di essere all’altezza delle aspettative.

Ma se l’amore dipende dalla prestazione, allora non è più amore: diventa uno scambio. Io ti amo se tu mi dai qualcosa. Io ti amo se soddisfi le mie aspettative. È un meccanismo molto fragile, perché basta poco per incrinarlo. Quando l’altro non riesce più a corrispondere a ciò che ci aspettavamo, si arriva facilmente a pensieri come “non mi ama più” oppure “ho sbagliato a sposarlo”. In realtà spesso non è sbagliata la persona, ma il presupposto con cui abbiamo costruito la relazione.

La verità è che nessuno può essere perfetto ventiquattr’ore su ventiquattro. Non è possibile perché significherebbe smettere di essere umani. Ecco perché uno dei doni più grandi nel matrimonio è sentirsi accolti anche nella propria fragilità. Quando facciamo qualcosa di straordinario per l’altro possiamo sentirci apprezzati o riconosciuti, ma non necessariamente amati. In quel momento l’altro potrebbe amare ciò che abbiamo fatto, non ciò che siamo. L’esperienza più profonda dell’amore nasce invece quando non siamo al massimo, quando siamo stanchi, fragili o magari delusi da noi stessi. È proprio allora che uno sguardo buono, un sorriso o un abbraccio inatteso diventano potentissimi, perché ci fanno sentire amati non per la nostra performance ma per la nostra persona. Questo amore gratuito è liberante. Ci libera dalla paura di sbagliare e ci permette di dare il meglio di noi stessi senza l’angoscia di dover essere perfetti.

Questo discorso diventa particolarmente evidente quando arriviamo alla dimensione dell’intimità fisica. Il rapporto sessuale tra marito e moglie è in qualche modo una sintesi della relazione affettiva: il corpo racconta ciò che accade nel cuore della coppia. Per questo motivo l’ansia da prestazione si manifesta spesso proprio in questo ambito. Molte disfunzioni sessuali non hanno infatti una causa organica ma psicologica. Fenomeni come l’eiaculazione precoce, la difficoltà di erezione, il vaginismo o il calo del desiderio sono spesso collegati a tensioni interiori, paure, aspettative troppo alte o alla sensazione di essere giudicati. Quando il rapporto fisico diventa una prova da superare, il corpo smette di essere un linguaggio e diventa uno strumento da controllare. L’uomo può sentirsi obbligato a dimostrare virilità e capacità di prestazione; la donna può sentirsi sotto pressione nel dover rispondere alle aspettative o nel timore di non essere desiderabile. In queste condizioni il corpo si irrigidisce, la tensione aumenta e l’intimità perde la sua dimensione di libertà.

Al contrario, le coppie che vivono una relazione stabile, affettuosa e sicura sperimentano spesso una maggiore serenità anche nella sessualità. Non perché siano perfette o perché tutto funzioni sempre senza difficoltà, ma perché sanno di non dover dimostrare nulla. Quando due sposi si sentono davvero accolti, il rapporto fisico cambia completamente significato: non è più una performance ma un dono reciproco. Non è una prova da superare ma un incontro. Durante l’intimità non si pensa più a “come sto andando”, ma a “come posso donarmi”. Non ci si sente osservati o giudicati, ma accolti. E proprio questa sicurezza permette al corpo di rilassarsi e alla relazione di diventare più profonda.

L’intimità diventa allora ciò che dovrebbe essere: un linguaggio di fiducia. Un momento in cui marito e moglie si consegnano l’uno all’altra senza difese e senza maschere. È un’esperienza di abbandono reciproco che nasce dalla certezza di essere amati, non dalla paura di essere valutati. Imparare questo richiede tempo, pazienza e tenerezza reciproca, ma è uno dei cammini più belli che il matrimonio possa offrire. In fondo è proprio ciò che promettiamo il giorno delle nozze: non di essere perfetti, ma di amarci sempre. Anche quando siamo fragili, anche quando sbagliamo, anche quando non riusciamo a dare il meglio di noi. Perché l’amore vero non nasce dalla prestazione, ma dalla fiducia.

Antonio e Luisa

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Tobia: custodire l’amore, il passaggio dall’emozione alla scelta

Il viaggio di Tobia non riguarda soltanto la crescita personale, ma illumina anche il cammino dell’amore. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. La Bibbia racconta una storia concreta, fatta di strade, incontri, paure e decisioni, ma dentro questa vicenda si riflette anche il percorso che ogni relazione è chiamata ad attraversare. L’amore, infatti, non nasce già maturo. Cresce, cambia forma, attraversa passaggi diversi. In ogni storia di coppia si possono riconoscere almeno due fasi fondamentali: l’innamoramento e la scelta.

La prima fase è quella dell’innamoramento. È spontanea, emotiva, piena di entusiasmo. Accade quasi senza che ce ne accorgiamo e spesso ci travolge con una forza che sembra incontrollabile. L’altro appare improvvisamente speciale, unico, capace di accendere dentro di noi una gioia nuova. In questa fase si prova un senso di pienezza, come se finalmente qualcuno ci vedesse davvero. È un tempo prezioso, perché apre il cuore e rende possibile l’incontro.

Questa fase è spesso legata alla dimensione del Bambino interiore di ogni persona. Il Bambino è la parte di noi che sente, desidera, sogna e si entusiasma. Quando due persone si innamorano, i loro Bambini si incontrano: nasce la curiosità, il gioco, la leggerezza. Ci si sente vivi, pieni di energia, capaci di immaginare il futuro con entusiasmo. Senza questa dimensione emotiva l’amore sarebbe arido e puramente razionale. L’innamoramento, quindi, non è un’illusione da disprezzare, ma una porta che introduce alla relazione.

Eppure questa fase, proprio perché nasce dal mondo delle emozioni, non può reggere da sola il peso di una vita intera. Il Bambino è capace di entusiasmo, ma non sempre di responsabilità. Se una relazione resta bloccata solo in questa dimensione, rischia di dipendere continuamente dalle sensazioni del momento. Quando l’intensità diminuisce, quando emergono le differenze o quando la vita diventa più complessa, molti rapporti si incrinano. Non perché l’amore sia impossibile, ma perché non si è ancora passati alla fase successiva.

La seconda fase è la scelta. Qui entra in gioco la dimensione più matura della persona. Nell’Analisi Transazionale potremmo dire che si attiva l’Adulto, la parte capace di vedere la realtà con lucidità e di prendere decisioni responsabili. La scelta è il momento in cui una persona guarda l’altra e dice: non ti amo solo perché mi fai stare bene, ma perché ho deciso di custodire la tua vita. Questo passaggio cambia completamente la natura dell’amore. L’innamoramento è qualcosa che accade; la scelta è qualcosa che si decide. L’innamoramento è un dono che sorprende; la scelta è una responsabilità che si assume. È il momento in cui il sentimento si trasforma in promessa. Non si tratta più soltanto di provare qualcosa per l’altro, ma di decidere di costruire una storia insieme.

Molti rapporti oggi si fermano alla prima fase. Si confonde l’intensità con la profondità e si pensa che l’amore sia semplicemente ciò che si prova. Quando l’emozione cambia, si conclude che anche l’amore è finito. In realtà l’amore vero non è soltanto ciò che si sente, ma ciò che si costruisce nel tempo. È un’opera paziente, fatta di scelte ripetute, di responsabilità condivise, di fedeltà quotidiana. Il matrimonio cristiano nasce proprio da questo passaggio: dal sentimento alla responsabilità. Due persone non si promettono amore perché sono certe che l’emozione durerà sempre identica, ma perché decidono di custodire la relazione anche quando la vita sarà più complessa. È un atto profondamente adulto. Il Bambino non viene eliminato — perché la gioia, la tenerezza e il desiderio restano parte essenziale della relazione — ma viene integrato dentro una scelta più grande.

In questo senso il viaggio di Tobia diventa un’immagine molto concreta di ciò che accade anche nell’amore. Quando Tobia parte da casa, non è ancora un uomo nel senso pieno del termine. È un figlio amato, cresciuto in un ambiente protetto, ma deve ancora imparare a prendere decisioni e ad assumersi responsabilità. Il viaggio lo costringe a confrontarsi con la realtà: deve fidarsi, affrontare la paura, accogliere l’aiuto di Dio e portare avanti la missione che gli è stata affidata.

Sta lentamente uscendo dalla dipendenza per diventare una persona capace di scegliere. Ed è proprio questa trasformazione che rende possibile l’amore maturo. Finché una persona resta dominata dal proprio bisogno emotivo, l’altro rischia di diventare un mezzo per stare bene. Ma quando cresce la libertà interiore, l’amore cambia direzione: non è più centrato su ciò che ricevo, ma su ciò che sono disposto a donare.

Per questo diventare uomo non significa conquistare, dominare o possedere. Questa è spesso la caricatura di mascolinità che il mondo propone. La Bibbia suggerisce invece un’immagine completamente diversa. Un uomo vero è colui che impara a custodire. Custodire una donna, custodire una promessa, custodire una storia che gli è stata affidata.

Custodire significa riconoscere che l’altro non è un oggetto del proprio desiderio, ma una vita da proteggere e far fiorire. Significa dire: la tua vita è preziosa e io voglio prendermene cura. È un atteggiamento che nasce solo quando il cuore diventa libero dal bisogno di possedere. Il viaggio di Tobia sta preparando proprio questo. Sta imparando a uscire dalla dipendenza, a fidarsi di Dio, ad affrontare la paura, a prendere decisioni e a portarne il peso. In altre parole sta diventando capace di amare davvero. Non più soltanto di provare qualcosa, ma di assumersi una responsabilità.

Ed è questo il punto decisivo anche per chi desidera un matrimonio. Non si entra in una relazione per riempire un vuoto o per essere salvati da qualcun altro. Si entra in una relazione quando si è pronti a donare la propria vita. Perché l’amore vero non nasce dal bisogno, ma dalla libertà. Il viaggio di Tobia ci ricorda proprio questo: diventare adulti non significa indurire il cuore o smettere di sognare. Significa imparare a crescere senza tradire il cuore. Conservare la capacità di entusiasmo dell’innamoramento, ma radicarla dentro una scelta che sa durare nel tempo. Solo allora l’amore diventa davvero una storia.

Antonio e Luisa

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Morire a se stessi, accogliere l’altro: Efesini 5 e l’intimità degli sposi

Uno dei testi più discussi del Nuovo Testamento è certamente il capitolo 5 della Lettera agli Efesini. Le parole di san Paolo — «Le mogli siano sottomesse ai loro mariti» e «I mariti amino le mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» — vengono spesso lette con sospetto o ridotte a una questione di ruoli e gerarchie all’interno della famiglia. Eppure san Giovanni Paolo II, sia nella Teologia del corpo sia nel suo libro Amore e responsabilità, ci invita a guardare questo testo con occhi molto più profondi. Non si tratta soltanto di indicazioni morali o sociali: in quelle parole c’è una visione dell’amore sponsale che arriva fino al cuore della relazione tra uomo e donna, compresa la dimensione dell’intimità fisica.

Per comprendere questo passaggio bisogna partire da un punto fondamentale della visione cristiana dell’amore: il corpo non è mai separato dalla persona. Il corpo non è semplicemente materia o istinto. Il corpo parla. Attraverso il corpo la persona dice la verità del proprio amore oppure, al contrario, può contraddirla. Quando due sposi si uniscono fisicamente, non compiono soltanto un gesto biologico. Il loro corpo pronuncia una parola. Dice: mi dono a te. Dice: tu sei preziosa per me. Dice: la mia vita è per te.

È proprio in questa prospettiva che le parole di Efesini 5 acquistano una luce sorprendente. San Paolo chiede al marito di amare la moglie come Cristo ha amato la Chiesa, cioè fino al punto di dare la vita per lei. Giovanni Paolo II insiste molto su questo passaggio: non è un linguaggio simbolico o spiritualizzato, ma la struttura stessa dell’amore sponsale. L’uomo è chiamato a vivere l’amore come dono di sé, non come possesso dell’altro. Se questo principio viene applicato alla vita concreta degli sposi, significa che l’uomo non può vivere l’intimità come una ricerca egoistica del proprio piacere. È chiamato piuttosto a morire al proprio egoismo.

Questo “morire” non è qualcosa di astratto. Può diventare molto concreto nella vita di coppia: significa morire alla fretta, morire alla lussuria, morire alla tentazione di usare l’altro per soddisfare un bisogno. Amare come Cristo significa mettersi realmente al servizio della donna, anche dentro il gesto dell’intimità. Significa imparare ad ascoltare il corpo dell’altra persona, i suoi tempi, la sua sensibilità, le sue emozioni. Significa capire che l’intimità non comincia nel momento dell’atto, ma molto prima: negli sguardi, nelle parole, nella tenerezza quotidiana, nella capacità di creare uno spazio di sicurezza e di fiducia.

In questo senso anche ciò che comunemente chiamiamo preliminari smette di essere un dettaglio tecnico e diventa parte del linguaggio dell’amore. Diventa il modo con cui l’uomo esce da sé e si mette al servizio del bene dell’altra persona, desiderando il suo bene prima del proprio. È una forma concreta di quel “dare la vita” di cui parla san Paolo.

Ma il testo degli Efesini non parla solo dell’uomo. Paolo dice anche che la moglie è chiamata a essere sottomessa al marito. Questa parola oggi crea spesso disagio, perché viene interpretata come una forma di inferiorità o di subordinazione. In realtà, nella prospettiva cristiana, la sottomissione non è umiliazione ma accoglienza del dono dell’altro. È una dinamica di fiducia e di apertura reciproca.

Qui può essere utile ricordare anche ciò che oggi sappiamo dal punto di vista biologico e psicologico. Il desiderio maschile e quello femminile spesso non funzionano nello stesso modo. L’uomo produce mediamente molto più testosterone rispetto alla donna, e questo ormone è fortemente legato alla spinta del desiderio sessuale. Per questo molti uomini sperimentano un desiderio più spontaneo, più immediato, più fisico. La donna invece vive spesso ciò che diversi studiosi chiamano desiderio responsivo. Non sempre il desiderio nasce subito all’inizio, ma cresce dentro il clima della relazione, dentro la vicinanza, la tenerezza, la sicurezza affettiva.

In questa luce anche la parola “sottomissione” può essere compresa in modo diverso: può indicare la disponibilità della donna ad abbandonarsi al desiderio del marito, lasciandosi guidare da quella iniziativa più immediata e fisica. Non si tratta di subire o di annullarsi, ma di fidarsi dell’amore dell’altro e di entrare nel movimento del suo desiderio per scoprire che, proprio dentro quella comunione, anche il proprio cuore e il proprio corpo possono aprirsi all’intimità.

Quando questa dinamica funziona davvero, accade qualcosa di molto bello. Il desiderio più spontaneo dell’uomo diventa un invito alla comunione, mentre la disponibilità fiduciosa della donna permette all’intimità di diventare uno spazio di incontro autentico. L’uomo impara a uscire da sé e a donarsi, la donna impara ad accogliere e a lasciarsi amare. Così entrambi crescono.

Per questo Giovanni Paolo II ripete spesso che l’amore vero non è possesso ma dono reciproco di sé. Efesini 5 non è dunque un manifesto di dominio maschile, come a volte viene presentato. È, al contrario, uno dei testi più radicali sulla reciprocità dell’amore. Chiede all’uomo di fare la cosa più difficile: morire a se stesso. E chiede alla donna di fare qualcosa di altrettanto profondo: fidarsi dell’amore dell’altro.

Quando questo accade, anche il corpo diventa realmente luogo di comunione. L’intimità non è più soltanto un gesto fisico, ma diventa il linguaggio concreto attraverso cui gli sposi rinnovano ciò che il sacramento del matrimonio ha promesso: il dono totale e reciproco della propria vita.

Antonio e Luisa

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Isacco e Ismaele: la promessa e l’incredulità

Ognuno di noi sogna un amore pieno e felice, un amore come quello dei film, che possa durare in eterno. E spesso si ha la convinzione che questo amore debba venire spontaneo, naturale. Nella fase iniziale ogni relazione sembra magica, si è avvolti dalla tenerezza dei gesti e si sperimenta un’alchimia unica: è la fase dell’innamoramento in cui l’altro ci appare perfetto, un sogno finalmente realizzato. Dopo poco tempo, però, iniziamo a vedere i difetti dell’altro, la visione perfetta si incrina e le difficoltà comunicative si fanno sempre più marcate.

Che fare dunque? Chiudere la relazione e cercarne un’altra nella speranza che tutto possa fluire in modo liscio? Tante sono le storie che finiscono per questo motivo: terminata la magia iniziale, ognuno va per la propria strada. Ed è qui che si manca il bersaglio: si tratta di attraversare una fase precisa e passare dall’innamoramento alla scelta.

Un amore solido e maturo passa anche attraverso la fatica: la fatica di comunicare, la fatica di venirsi incontro, di comprendere l’altro che è, appunto, diverso da me. Una persona con la sua storia e le sue ferite, che si interfaccia alla vita in modo differente rispetto a me. Si tratta di voler costruire con la persona che Dio mi ha messo accanto. Restare nei momenti di crisi, andare incontro all’altro e non innalzare un muro.

Come è possibile costruire anche nei momenti di sofferenza? Leggendo la Parola incontriamo un uomo che ha sperimentato da vicino la sofferenza, Abramo. Egli era “molto ricco in bestiame, oro e argento” (Gen 13,2), lui e la moglie Sara erano avanti con gli anni e non erano riusciti ad avere figli; a Sara, inoltre, “era cessato ciò che avviene regolarmente alle donne”. (Gen 18, 11)

Abramo si trova davanti ad una grande sofferenza: un uomo così ricco non avrebbe avuto una discendenza e si apprestava a dare tutti i suoi beni in eredità ad un domestico! Abramo, tuttavia, non scappa ma rimane accanto a sua moglie. Il Signore gli si manifesta con un comando preciso:

Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò”. (Gen 12, 1) Il Signore gli ordina di lasciare tutte le sue sicurezze. La risposta di Abramo non si fa attendere: non si chiede i motivi, non esita, riconosce come degno di fede l’autore della Promessa.

La sua risposta è azione concreta: Abramo “partì, come gli aveva ordinato il Signore” (Gen 12, 4) all’età di 75 anni. Insieme a lui partirono la moglie Sara, Lot, tutti i beni che avevano acquistato e tutte le persone che si erano procurati lì. Successivamente sarà Dio stesso a promettere ad Abramo una discendenza: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. […] Tale sarà la tua discendenza”. (Gen 15, 5)

Sono trascorsi dieci anni da quando Abramo aveva lasciato la propria città di origine, Ur dei Caldei, per mettersi in cammino, e fa esperienza del limite umano. Non era arrivato nessun figlio, Sara sente di non poter più generare vita e vuole correre ai ripari: per questo invita il marito ad unirsi alla schiava, Agar, per poter avere un figlio. Da lei nascerà Ismaele: quest’ultimo rappresenta il frutto degli sforzi umani, il frutto dell’incredulità. Quante volte sperimentiamo una fatica, una sofferenza e cerchiamo di fare da soli: rattoppare, ricucire – con gli strumenti che abbiamo – senza interpellare Dio. Nonostante questo, Dio benedirà Ismaele e lo renderà fecondo ma intende stabilire la propria alleanza con Isacco, il figlio che concederà a Sara. Anche quando vogliamo fare da soli, Dio ci lascia liberi e non smette di farsi presente con il Suo amore.

Quando Dio rivela ad Abramo che sarà proprio Sara a generare un figlio, lei rise dentro di sé perché non credeva che fosse possibile alla sua età. C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore?”, (Gen 18, 14) chiederà il Signore ad Abramo, vedendo che Sara aveva riso. Ed è quello che il Signore chiede ad ognuno di noi, quando dubitiamo che possa realizzare nelle nostre vite la Sua promessa di bene. Tante volte, come Sara, siamo schiacciati dalle nostre incredulità, da quello che umanamente vediamo non realizzarsi. Ma è proprio lì che Dio sta operando, tra le pieghe delle nostre attese.

La storia di Abramo e Sara ci consegna un messaggio potente. Abramo ci invita a lasciare le nostre certezze, i nostri schemi, le nostre sicurezze. Ci invita a metterci in cammino verso una meta che il Signore ci indicherà. Nonostante il passare degli anni, nonostante la fatica del viaggio, Abramo ci invita all’azione concreta. Non stanchiamoci della fatica, non stanchiamoci delle difficoltà, anche nella relazione che viviamo ogni giorno. Non stanchiamoci di andare incontro all’altro e amarlo nelle sue fragilità.

Solo allora l’amore potrà crescere e rafforzarsi e vedremo ogni giorno rinnovarsi la Promessa di quel “Sì” pronunciato il giorno del matrimonio. Ricordiamoci che siamo figli di un Padre che desidera per noi una vita piena e ricca. Affidiamogli le nostre fatiche, le nostre sofferenze con la certezza che siamo figli Suoi e ci ricolmerà di tutti i beni necessari al nostro cammino. Così quando volgeremo indietro lo sguardo, sarà solo per fare memoria di quanto Dio ha realizzato per noi.

Francesca Parlangeli

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Il Migliore dei Preliminari

Cari amici del blog Matrimonio Cristiano, qui è Luce Sponsale – Francesca e Dennis. Oggi entriamo in camera da letto, ma lo facciamo togliendoci i calzari, perché il terreno su cui camminiamo è sacro. Parliamo di sesso? Sì. Parliamo di preghiera? Anche. E se vi dicessimo che le due cose sono molto più collegate di quanto pensiate? Preparatevi, perché oggi ribaltiamo il concetto di “preliminari”.

1. Domande scomode (quelle che solitamente evitiamo)

Vi siete mai chiesti cosa accade davvero nel vostro cuore un istante prima di fare l’amore? Prima delle carezze, degli sguardi o delle parole sussurrate, c’è un momento invisibile in cui decidete se aprirvi o chiudervi all’altro. Provate a chiedervi onestamente:

● Il desiderio, da solo, basta a creare una vera comunione?

● A volte, dietro la fretta di toccarsi, non si nasconde forse la paura di incontrarsi davvero nel profondo?

● E tu, marito, o tu, moglie: quando ti avvicini all’altro, sei pronto a donarti o sei lì solo per prendere?

Esiste un “preliminare” più profondo, più vero e decisamente più santo di qualsiasi tecnica possiate leggere sui manuali. È la disposizione del cuore.

2. Sulla soglia: cosa significa davvero “preliminare”?

Facciamo un piccolo passo indietro etimologico (promettiamo, ne vale la pena!). La parola viene dal latino prae-liminare: composto da prae (prima) e limen (soglia). I preliminari sono dunque “ciò che avviene prima di varcare una soglia”. Che immagine potente! La soglia è il confine tra il fuori e il dentro, tra l’attesa e la comunione totale. È il punto esatto in cui il desiderio si trasforma in tenerezza e l’istinto diventa intenzione d’amore. La preghiera è esattamente questo: l’atto che ci prepara a entrare con rispetto nello spazio sacro dell’altro, nel mistero dell’anima del coniuge e nella presenza di Dio. La vera domanda allora è: come prepariamo il cuore — e non solo il corpo — prima di varcare quella soglia?

3. La nostra esperienza

Niente teoria, passiamo alla vita vera. Questi sono i nostri vissuti sul tema:

Dennis: “Per tanto tempo ho pensato che i preliminari fossero solo fisici: mani, pelle, gesti. Ma ho scoperto che se il cuore non è in ascolto, anche il tocco più dolce resta in superficie. Con mia moglie abbiamo capito che il desiderio vero nasce quando ci guardiamo con gratitudine e chiediamo a Dio di abitare quel momento.”

Francesca: “Ricordo una sera: i bambini dormivano, la casa era silenziosa, lui sotto le coperte mi prese la mano. In quel periodo in cui non c’era intimità quella mano che si allungava era un segno di guerra dichiarata silenziosa, stavano già iniziando i pensieri “Ecco, e adesso questo cosa vuole ancora da me?”. Ma lui invece di baciarmi disse: “Preghiamo insieme.” Mi spiazzò. In quell’istante sentii una dolcezza diversa, come se Dio ci stesse dicendo: “Adesso potete amarvi davvero.” Da quella sera abbiamo capito che la preghiera non spegne il desiderio; lo purifica, lo amplifica, lo rende libero.”

4. Il respiro del Sacramento

Il matrimonio non è un contratto polveroso, ma un sacramento vivo. E come tale va alimentato. La preghiera è il respiro dell’amore sponsale; serve a rimettere Gesù al centro della coppia. Pregare insieme significa gridare: “Non siamo solo io e te, ma noi con Dio”. Immaginate la potenza di una coppia che, prima di dormire, si dice: “Grazie Signore per l’uomo/la donna che mi hai messo a fianco. Aiutaci ad amarci domani”. Questo gesto quotidiano è già liturgia, è già mistero grande. La preghiera ci libera dall’ego, ci ricorda che l’amore è offerta, non possesso. Ci rende miti, toglie la fretta e ci riporta al centro, dove Dio ci insegna a vedere l’altro come un dono immenso.

5. Tobia e Sara: il “preliminare” eterno

Se cerchiamo un esempio perfetto, dobbiamo guardare alla Scrittura. La prima notte di nozze di Tobia e Sara (Tobia, cap. 8) ha il sapore dell’eternità. Appena sposati, prima di unirsi fisicamente, si alzano dal letto e pregano: “Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza”. Tobia dichiara: “Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia”.

Ecco la perfetta incarnazione del prae-liminare: non varcano la soglia dell’intimità senza prima varcare quella della grazia. Prima di entrare l’uno nell’altra, entrano insieme alla presenza di Dio. Non rinunciano all’atto fisico, lo elevano! In quel momento diventano tre: lui, lei e Dio. Come diceva Giovanni Paolo II, l’uomo e la donna non “ricevono” solo il sacramento, ma lo celebrano e diventano ciò che celebrano. La preghiera trasforma il piacere in promessa.

6. Come si fa? (Guida pratica per cuori coraggiosi)

Forse vi state chiedendo: “Ok, ma come iniziamo a pregare insieme in un momento così?”. Non serve un rito solenne, serve verità. Ogni coppia deve cucirsi addosso il proprio “vestito”.

1. Iniziate prendendovi per mano. Guardatevi negli occhi: sono quegli stessi occhi che il Signore usa per farvi sentire amati.

2. Recitate un Padre Nostro, mantenendo il contatto visivo. È probabile che alla fine della preghiera di verrà naturale baciarvi: è un buon segno!

3. Ditevi col cuore: “Ti accolgo come dono”.

Non serve altro. La preghiera è il preliminare che si fa con l’anima: prepara l’amore, accende la carne e la santifica. È respiro, silenzio e apertura; è svuotarsi di sé per accogliere l’altro. In un mondo pieno di frastuono, sintonizzarsi in Dio permette di ascoltarsi davvero, cuore a cuore.

7. Per riflettere stasera

Vogliamo lasciarvi con tre domande da portarvi sotto le coperte:

● Vi è mai capitato di provare imbarazzo nel pregare insieme? Perché?

● In quali momenti della giornata potreste far entrare Dio, anche solo con un rapido “grazie”?

● Come cambierebbe il vostro desiderio fisico se lo affidaste prima a Lui?

La preghiera è il preliminare invisibile. È il battito che precede il tocco, la luce che rischiara la soglia tra desiderio e comunione. L’amore vero inizia con la disponibilità, e la preghiera è il luogo dove impariamo a essere disponibili: a Dio, all’altro e alla bellezza del mistero che ci unisce.

Dennis e Francesca (Luce Sponsale)

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Tobia: quando arriva il momento di partire

“Partì con lui anche il cane.” (Tb 6,2)

La maturità inizia sempre con un viaggio. Lasciando ciò che ci è familiare. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita in cui una persona cresce davvero. Non perché studia di più, non perché diventa più forte o più capace, ma perché a un certo punto è chiamata a partire. Il libro di Tobia racconta proprio uno di questi momenti. Non è semplicemente la storia di un viaggio verso un paese lontano. È il racconto di un passaggio interiore, il momento in cui un ragazzo deve smettere di essere soltanto figlio e iniziare a diventare uomo.

Tobia fino a quel momento ha vissuto dentro una relazione molto protetta. Suo padre Tobi lo ama profondamente, lo educa nella fede, gli trasmette valori chiari e uno sguardo credente sulla vita. In quella casa Tobia ha ricevuto radici solide: la fiducia in Dio, il senso della giustizia, la capacità di riconoscere il bene. Non è cresciuto nel caos, ma dentro una storia che gli ha insegnato a vivere. Eppure arriva un momento in cui anche l’amore più bello non può più trattenere. A un certo punto bisogna uscire di casa. Non perché la casa sia sbagliata, ma perché la vita chiama altrove. È una legge profonda dell’esistenza: ciò che all’inizio protegge, a un certo punto deve lasciare andare.

Il padre allora lo chiama e gli affida un compito preciso: andare a recuperare una somma di denaro che anni prima era stata lasciata in custodia in un paese lontano. Non si tratta di un’impresa eroica, non è una missione spettacolare. È semplicemente una responsabilità concreta. Ed è proprio così che Dio fa crescere le persone. Non attraverso prove straordinarie o esperienze eccezionali, ma attraverso piccoli incarichi che chiedono fiducia e responsabilità. A volte immaginiamo che la maturità arrivi attraverso grandi scelte epiche. In realtà spesso nasce da gesti molto semplici: partire, assumersi un compito, portare a termine ciò che ci è stato affidato.

Tobia accetta. Non protesta, non scappa, non cerca scuse. Parte. Ed è proprio qui che comincia il vero cambiamento. Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale questo passaggio si chiama separazione–individuazione. Significa imparare a staccarsi dalle figure che ci hanno generato senza rinnegare ciò che ci hanno donato. Non si tratta di rompere con il passato o di ribellarsi alle proprie radici. Al contrario, significa portare quelle radici dentro di sé mentre si comincia a camminare con le proprie gambe.

Molti adulti, in realtà, non fanno mai davvero questo passaggio. Restano interiormente figli. Continuano a vivere nel Bambino dipendente: cercano approvazione, sicurezza, protezione. Hanno sempre bisogno di qualcuno che dica loro cosa fare, che li rassicuri, che confermi le loro scelte. Non decidono davvero la propria vita, ma reagiscono agli eventi o alle aspettative degli altri. Diventare adulti invece significa assumersi la responsabilità della propria esistenza. Significa imparare a scegliere e ad accettare il peso delle proprie decisioni. Non perché si diventi perfetti o sempre sicuri, ma perché si smette di delegare agli altri la direzione della propria vita.

Il viaggio di Tobia rappresenta esattamente questo passaggio: il cammino da una vita protetta a una vita scelta. Ma il racconto biblico introduce subito un dettaglio sorprendente. Tobia non parte da solo. Durante i preparativi incontra un giovane che si offre di accompagnarlo nel viaggio. È un compagno affidabile, competente, rassicurante. Tobia e suo padre non lo sanno, ma quel giovane è in realtà l’angelo Raffaele. Questo particolare dice qualcosa di molto profondo sul modo in cui Dio agisce nella vita delle persone.

Dio non cresce gli uomini sostituendosi a loro. Non fa il viaggio al loro posto. Non elimina ogni difficoltà prima ancora che si presenti. Dio non ci rende adulti togliendoci la fatica della vita. Dio cammina accanto. Raffaele non prende il controllo della missione. Non decide tutto al posto di Tobia. Non lo tratta come un incapace da proteggere. Gli sta vicino, lo consiglia, lo orienta, ma lascia che sia lui a vivere davvero il suo cammino.

Questa dinamica è molto importante anche nelle relazioni umane. Spesso pensiamo che amare qualcuno significhi risolvergli la vita o impedirgli di sbagliare. In realtà l’amore vero non controlla e non sostituisce. Amare significa accompagnare senza dominare, sostenere senza invadere, restare accanto senza togliere all’altro la responsabilità della propria storia. È una lezione preziosa per gli sposi, ma anche per i genitori. Chi ama davvero non trattiene l’altro nella dipendenza, ma lo aiuta a diventare libero.

Durante il viaggio accade poi un episodio molto particolare e ricco di significato simbolico. Quando Tobia entra nel fiume per lavarsi, un grande pesce emerge dall’acqua e tenta di divorargli il piede. L’immagine è forte: qualcosa affiora improvvisamente e sembra volerlo trascinare verso il basso. Tobia si spaventa, come chiunque al suo posto. Ma Raffaele gli dice una cosa molto semplice: “Afferralo”. È una frase breve, ma profondissima. Invece di fuggire, Tobia deve affrontare ciò che lo minaccia. Così obbedisce, prende il pesce e lo tira fuori dall’acqua.

Ed è proprio in quel momento che accade qualcosa di inatteso. Quello che sembrava un pericolo diventa una risorsa. Raffaele gli chiede di conservare alcune parti del pesce: il cuore, il fegato e il fiele. Più avanti nella storia questi elementi diventeranno strumenti di guarigione. Il cuore e il fegato serviranno per liberare Sara dal demonio, mentre il fiele guarirà Tobi dalla cecità. In altre parole, proprio da ciò che faceva paura nascerà la guarigione.

Questa è una delle immagini più profonde di tutto il libro di Tobia. Molte delle realtà che temiamo nella vita contengono in realtà una medicina nascosta. Le prove, le ferite, le difficoltà possono diventare strumenti di crescita e di guarigione se impariamo ad affrontarle invece di scappare. La maturità nasce proprio qui: quando smettiamo di fuggire dalle prove e iniziamo ad attraversarle.

Diventare adulti, allora, non significa diventare invulnerabili o non avere più paura. Significa imparare a stare dentro la realtà, anche quando fa paura, con la fiducia che Dio può trasformare perfino ciò che sembra minacciarci in una strada di salvezza. Il viaggio di Tobia comincia così: con un passo fuori da casa, con un compagno inatteso accanto e con la scoperta che persino ciò che sembra pericoloso può diventare parte del cammino che conduce alla vita.

Antonio e Luisa

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Quando il conflitto esce dalla coppia

Una delle illusioni più grandi sull’amore è pensare che i problemi delle coppie nascano perché si litiga. In realtà il conflitto è inevitabile. Due persone diverse, con storie diverse, sensibilità diverse, prima o poi si scontrano. Il vero problema non è il conflitto. Il vero problema è come lo gestiamo. E uno dei modi più pericolosi, anche se molto diffuso, è quando dentro il conflitto entra una terza persona.

Nella psicologia delle relazioni questo fenomeno ha un nome preciso: triangolazione. Succede quando la tensione tra due partner diventa difficile da sostenere e uno dei due, invece di affrontare direttamente l’altro, coinvolge qualcuno esterno alla coppia. A volte è un amico, altre volte un genitore, un fratello, un collega. In certi casi può essere persino un sacerdote o un terapeuta. Anche io, raccogliendo tanti sfoghi, sono stato spesso coinvolto in questo genere di situazioni. Non necessariamente con cattive intenzioni. Spesso nasce semplicemente dal bisogno di essere capiti, dal desiderio di sfogarsi, dal bisogno di qualcuno che ascolti. Ma lentamente questa presenza esterna cambia gli equilibri della relazione.

All’inizio sembra innocuo. Si racconta una discussione, si chiede un parere, si cerca conforto. Poi però succede qualcosa di più sottile: quella persona diventa un punto di riferimento emotivo. Inizia a prendere forma una dinamica che gli psicologi chiamano coalizione: due persone che si alleano, spesso in modo implicito, contro una terza. Non serve che ci sia un attacco esplicito. Basta una frase, uno sguardo di complicità, un “hai ragione tu”. E lentamente la coppia smette di essere un “noi”. Diventa un sistema spaccato.

Una delle forme più dolorose di triangolazione è quella che coinvolge i figli. Succede più spesso di quanto immaginiamo. Un genitore, ferito o arrabbiato, cerca inconsciamente la vicinanza del figlio: “Vedi com’è tuo padre?”, “Vedi cosa fa tua madre?”. Il figlio diventa così il luogo dove scaricare la tensione della relazione. Ma i figli non sono fatti per questo. Non sono costruiti per reggere il peso emotivo dei conflitti degli adulti. Quando vengono messi in mezzo, il sistema familiare perde equilibrio. E la relazione di coppia si indebolisce ancora di più.

Se ci fermiamo un momento a guardare dentro queste dinamiche, scopriamo che quasi sempre nascono da qualcosa di molto umano: la difficoltà di reggere la tensione emotiva. Il conflitto con il partner tocca corde profonde. Fa emergere paure che spesso non sappiamo nemmeno di avere. La paura di non essere amati, di non essere capiti, di non essere abbastanza. Restare dentro questa tensione richiede maturità emotiva. Richiede la capacità di stare di fronte all’altro senza cercare subito una via di fuga. E la triangolazione, in fondo, è proprio questo: una via di fuga dalla fatica della relazione.

Il problema è che questa fuga ha un prezzo. Perché ogni volta che la coppia porta fuori il proprio conflitto, perde un po’ della sua intimità. La relazione di coppia è uno spazio fragile e prezioso. Ha bisogno di confini. Non muri rigidi che isolano dal mondo, ma confini chiari che proteggono l’intimità. Non tutto deve essere raccontato fuori. Non tutte le ferite devono diventare pubbliche. Ci sono cose che devono restare tra due persone, perché è proprio lì che la relazione cresce e si trasforma.

Da un punto di vista cristiano questo ha un significato ancora più profondo. Il matrimonio non è semplicemente una convivenza affettiva. È una comunione. Nel sacramento nasce un “noi” che prima non esisteva. Due storie, due libertà, due fragilità vengono unite dentro un cammino comune. Quando Gesù dice nel Vangelo “quello che Dio ha unito, l’uomo non lo separi”, di solito pensiamo alla separazione visibile. Ma spesso la separazione comincia molto prima, in modo silenzioso. Comincia quando il cuore smette di restare dentro la relazione e cerca altrove conferme, alleanze, complicità.

Custodire il matrimonio significa anche custodire questo spazio di unità. Significa avere il coraggio di restare uno davanti all’altro, anche quando è faticoso. Significa non cercare qualcuno che ci dia ragione contro il partner, ma provare a tornare verso di lui. Non è facile. A volte il conflitto accende ferite antiche. A volte ci sentiamo soli, incompresi, giudicati. Ma proprio lì si gioca la crescita dell’amore.

Questo non significa che una coppia debba affrontare tutto da sola. Ci sono momenti in cui chiedere aiuto è non solo utile, ma necessario. Una guida spirituale, un sacerdote, un terapeuta possono diventare un sostegno prezioso. Ma la differenza è fondamentale. Nella triangolazione il terzo entra per schierarsi. Nell’aiuto vero il terzo entra per proteggere il legame. Non per dare ragione a uno dei due, ma per aiutare entrambi a ritrovarsi.

Alla fine tutto si gioca qui: la coppia è il luogo dove impariamo ad amare davvero. E amare significa anche attraversare i conflitti senza scappare. Significa restare. Significa imparare lentamente a dire la verità senza distruggere l’altro. A volte è più facile cercare un alleato fuori. Ma la strada che fa crescere l’amore è un’altra. È tornare a guardarsi negli occhi, anche quando non è semplice. Perché il matrimonio non è il luogo dove trovare qualcuno che ci confermi sempre. È il luogo dove due persone imparano, giorno dopo giorno, a diventare capaci di amare.

E forse uno dei segni più maturi di questo amore è proprio questo: non cercare qualcuno contro l’altro, ma scegliere sempre, anche dopo una ferita, di tornare l’uno verso l’altro.

Questi e molti altri aspetti della vita di coppia saranno al centro del percorso online in cinque moduli “Radicati nell’Amore”, pensato per aiutare le coppie a comprendere meglio le dinamiche della relazione e a crescere nell’amore. Tutte le informazioni sul corso sono disponibili a questo link.

Antonio e Luisa

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Sulla via di Abramo, attraversando la crisi nella relazione

Da qualche tempo assistiamo ad un fenomeno costante: il numero dei single è in crescente aumento e le coppie vanno incontro a sempre più frequenti separazioni. Questo ci spinge ad interrogarci alla luce dell’unica Parola che può far fiorire le nostre vite.

Leggendo il libro della Genesi, incontriamo il padre della fede, Abramo: sebbene avanti con l’età, egli desiderava più di ogni altra cosa un figlio ma si trovò a fare i conti con la sterilità di Sara, sua moglie. Nonostante le condizioni umane sembrassero suggerire un limite, Abramo ricevette da Dio la promessa di una “discendenza numerosa come le stelle del cielo”. (Gen 26,4) Per realizzare questo, Abramo seguì il Suo invito: lasciò la propria terra, la propria parentela e partì “senza sapere dove andava”. (Eb 11,8) E fu così che ricevette il dono del figlio tanto atteso, Isacco. A spingere Abramo a mettersi in cammino è la fede in quel Dio che gli si era rivelato: la Parola ci dice che egli “credette, saldo nella speranza contro ogni speranza”. (Rm 4, 18)

Dio sogna per ciascuno di noi una vita feconda: ciò che siamo chiamati a fare come prima cosa, proprio come Abramo, è metterci in cammino, lasciare le nostre certezze e uscire da noi stessi. Quello di cui facciamo esperienza è che ogni relazione, nella fase iniziale, sembra magica e destinata a regalarci la persona che abbiamo sempre sognato. Dopo poco tempo, però, l’idillio si spezza, emergono i conflitti, iniziamo a vedere i difetti dell’altro e le difficoltà ci appaiono insormontabili. La fine della relazione ci sembra l’unico orizzonte percorribile. In realtà, proprio in quel momento, può avvenire il vero cambiamento: accogliere le fragilità dell’altro come strumento per la via della santificazione, nostra e di chi abbiamo accanto.

Nella misura in cui permetto al rapporto di crescere, sto realizzando la mia vocazione. Nella misura in cui accolgo l’altro così com’è, con i suoi limiti e le sue fragilità, permetto all’amore di dimorare nel mio cuore. Il termine “compatibile” deriva dal latino e letteralmente significa “soffrire insieme”. La vera compatibilità è questa: se siamo disposti a soffrire l’uno per l’altro. “Chi comincia ad amare deve essere pronto a soffrire”, diceva Padre Pio. E proprio seguendo questo spirito possiamo realizzare la promessa dell’amore eterno, da rinnovare ogni giorno nel matrimonio, “nella gioia e nel dolore”.

“Una corda a tre capi non si spezza tanto presto” (Eccle 4,12), cita il libro dell’Ecclesiaste: laddove facciamo entrare Dio nella nostra relazione, l’amore acquisisce il tratto della solidità. Questa visione è agli antipodi di quello che ci propina il mondo: oggi, grazie anche ai nuovi strumenti di comunicazione, abbiamo la possibilità di conoscere sempre nuove persone tanto che l’altro ci sembra intercambiabile. Se una relazione non va, provo con un’altra e poi con un’altra ancora. La ruota può continuare all’infinito, nella speranza che prima o poi arrivi quella persona con cui tutto si incastra alla perfezione, senza sacrificio né fatica, ma questo è un grande inganno del nostro tempo. Ci hanno insegnato la fatica nello sport, la fatica nel lavoro e mai la fatica di portare “i pesi gli uni degli degli altri”. (Gal 6,2)

Una relazione in cui sono chiamato a fare verità può spaventare perché mi mette a nudo: attraverso i limiti dell’altro, sono chiamato a fare i conti anche con le mie fragilità, il mio egoismo e la mia incapacità di amare. Superare questa fase e aprirci alla comunione autentica con l’altro ci fa sperimentare un amore maturo, le cui fondamenta poggiano su pilastri solidi, e non sulle emozioni passeggere del momento.

Apriamoci allora a questo orizzonte, apriamoci alla promessa di un Dio che vuole regalarci una vita feconda, riconosciamo l’altro come un dono inviato dal Cielo e chiediamo al Signore di accrescere l’amore nel nostro cuore, vincendo il nostro egoismo. Solo così potremo realizzare la promessa di un amore eterno.

Francesca Parlangeli

Verso l’infinito e oltre….

Quando ci siamo innamorati, il tempo cambiava consistenza. Non era un problema aspettare un’ora sotto casa di lei e non bastava mai il tempo passato insieme, “Ma come, è già passata un’ora?”. Lo spazio perdeva importanza, era sufficiente la presenza dell’altro: una panchina diventava il luogo più bello del mondo, una passeggiata sotto casa ci faceva sentire pieni; non serviva un ristorante stellato, non serviva un viaggio esotico, qualsiasi pizzeria andava bene. Per non parlare degli amici e anche della scuola che diventano qualcosa di poco importante e trascurabile. Quell’esperienza non era un’illusione, era un assaggio di infinito.

Molte canzoni provano a trasmettere con il testo e con la musica il fascino dell’amore, ma è difficile riuscire a esprimere questa bellezza infinita; le canzoni di successo sono quelle che riescono a far vibrare dentro di noi quelle corde d’infinito, a richiamare quelle emozioni, come quella che pochi giorni fa ha vinto il festival di Sanremo, “Per sempre si” di Sal da Vinci.

Dentro ogni uomo e ogni donna c’è una fame d’infinito che nessuna realtà terrena riesce a colmare del tutto e il matrimonio è il luogo privilegiato dove questa fame si manifesta con più forza. Non è un caso che gli innamorati parlino di “per sempre”, il cuore umano non si accontenta del “finché dura”, desidera qualcosa che non finisca.

Per questo, quando davanti all’altare ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto “prometto di esserti fedele sempre”, stavamo consegnando il nostro amore all’eternità, perché abbiamo avuto l’intuizione che era necessario affidarlo a Chi ha il potere sul tempo e sullo spazio; l’amore infatti non può avere una scadenza temporale o dei confini fisici.

Possiamo misurare quasi tutto nella nostra vita: la pressione, il battito cardiaco, persino l’intelligenza, ma l’amore no: non esiste un’unità di misura dell’amore, non è quantificabile, perché l’amore vero ha il sapore dell’eternità. Addirittura l’amore può essere così elevato da superare l’istinto di autoconservazione, che è l’istinto umano più forte nell’uomo: quale papà o quale mamma non si getterebbe tra le fiamme per salvare il proprio figlio? Oppure, per fare esempi più comuni e ordinari: un padre che lavora fino a tardi, stanco, eppure trova la forza di ascoltare la figlia adolescente che ha bisogno di parlare; una madre che si alza di notte per l’ennesima volta, senza contare le ore di sonno perse; uno sposo che rinuncia a un’opportunità personale per il bene della famiglia.

Questi sono atti sponsali, sono partecipazione concreta all’amore di Cristo che si dona senza misura. Nell’intimità degli sposi si riflette questo mistero: quando l’unione è sincera, totale, aperta alla vita, non si cerca solo il piacere, si cerca comunione, si cerca unità, si cerca quell’esperienza di completezza che rimanda a Dio. Il ricco e il povero, in una casa semplice o in una villa, possono sperimentare la stessa intensità, perché l’amore non dipende dalle condizioni esterne, ma dalla capacità di donarsi. Il piacere finisce, ma la comunione resta e ciò che resta è segno di infinito.

Vorremmo bloccare quel momento dell’intimità così bello nell’eternità, fuori dal tempo e dallo spazio e penso che anche chi usa il sesso in maniera sbagliata, sregolata o chi tradisce, forse sta cercando qualcosa nella strada sbagliata, nonostante non lo sappia.

Quante volte abbiamo detto: “Ti amo così tanto che per te farei di tutto, sarei disposto a dare anche la vita” e lo diciamo sul serio. Ma da dove viene questa capacità di amare più della nostra stessa comodità, più del nostro tempo, a volte più della nostra stessa vita? Viene da quella scintilla d’infinito che Dio ha messo nel nostro cuore. Io che sono una creatura finita, sono in grado, con Dio, di generare un amore infinito. Il desiderio d’infinito non si spegne con la maturità dell’amore, si trasforma, diventa meno euforico, ma più solido: non è più fatto solo di slanci, ma di perseveranza; non è più solo “non posso vivere senza di te”, ma “scelgo di camminare con te, anche quando costa”.

Quando la vita attraversa prove ancora più dure, quel desiderio può diventare una forza silenziosa, amare senza essere capiti, restare fedeli alla propria vocazione anche quando l’altro non corrisponde; continuare a credere che l’amore non è possesso ma dono, amare oltre i meriti. Ma proprio perché l’amore è così grande, quando viene ferito il dolore è immenso. Quando arrivano incomprensioni profonde, tradimenti, distanze, separazioni, non si rompe solo un equilibrio umano: si incrina qualcosa di sacro. Si soffre perché sembra crollare il “per sempre”, è come vedere una casa costruita con fatica cedere improvvisamente: non piangi solo per i muri, piangi per i sogni che avevi arredato dentro, cioè il desiderio d’infinito che avevamo affidato a quell’unione.

Eppure la fede ci dice qualcosa di sconvolgente: il “per sempre” non crolla con la fragilità umana, il vincolo sacramentale non si spegne con la crisi, Cristo non ritira la Sua fedeltà. Alla fine, il matrimonio cristiano è questo: un cammino in cui due persone scoprono che il loro “per sempre” umano è fragile, sì, ma è custodito dentro un “Per Sempre” più grande. Non siamo noi la sorgente dell’infinito, siamo mendicanti che hanno ricevuto una scintilla e sono chiamati a custodirla. È la nostalgia del Cielo impressa nella carne della nostra storia concreta di sposi e ogni volta che scegliamo di amare, nonostante tutto, quella nostalgia diventa carne, diventa fedeltà, diventa una scintilla.

Allora sì, possiamo ancora dire “per sempre”, non perché siamo perfetti, non perché non sbaglieremo mai, ma perché abbiamo scoperto che l’amore vero non nasce dalla nostra forza, bensì da una Presenza che rende possibile ciò che, da soli, non sapremmo sostenere: noi siamo finiti, Lui è infinito, ma quando l’Infinito entra nel finito, il finito non è più lo stesso.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Raffaele: Dio entra nella coppia come compagno di viaggio

«Io sono Azaria, figlio del grande Anania, uno dei tuoi parenti.» (Tb 5,13)

Dio non si sostituisce a noi. Ci accompagna. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Quando Dio decide di muoversi dentro la storia di Tobia, non fa quello che molti di noi si aspettano. Non cancella il problema con un colpo di scena. Lo abbiamo già visto nel capitolo precedente. Non restituisce subito la vista a Tobi. Non rimette a posto la vita come se fosse un puzzle. Dio manda un compagno di viaggio. E lo manda in un modo quasi “normale”: Raffaele si presenta come Azaria, come uno che appartiene alla cerchia familiare, uno che può essere accolto senza paura. È come se Dio dicesse: “Non ti tolgo il cammino. Ti do una presenza dentro il cammino”.

Questa è una chiave enorme per gli sposi. Perché spesso, quando una coppia è stanca o ferita, la tentazione è trasformare Dio in un tappabuchi: “Signore, intervieni. Risolvi. Fai tu. Cambia tu l’altro. Sistemaci tu”. È una preghiera comprensibile, soprattutto quando si è al limite. Ma in realtà, sotto, c’è una fede ancora infantile: l’idea che Dio sia una forza magica che aggiusta ciò che non funziona, senza che noi dobbiamo attraversare davvero il processo.

Il capitolo 5 del testo biblico, invece, racconta un Dio diverso. Un Dio che accompagna. Un Dio che cammina. Un Dio che non sostituisce. Raffaele non prende il posto di Tobia. Non si mette davanti per trascinarlo. Non lo rende passivo. Lo aiuta a partire. E partire è già la prima cura. Perché chi soffre tende a chiudersi, a fermarsi, a rimanere bloccato nel proprio dolore. Il viaggio di Tobia, in questo senso, è anche un viaggio psicologico: passare dalla paralisi alla scelta, dalla paura al passo successivo.

Qui entra bene la chiave dell’Analisi Transazionale. Raffaele oltre che l’incarnazione della presenza di Dio è anche l’immagine della funzione dell’Io Adulto sano: quella parte di noi che osserva, valuta, si orienta nella realtà e decide con lucidità. Quando una coppia è sotto stress prolungato, l’Adulto spesso si indebolisce e vengono “contaminate” le decisioni da due forze: il Genitore critico (“si fa così, è colpa tua, sbagli sempre”) oppure il Bambino ferito (“non ce la faccio, nessuno mi capisce, mi sento solo”). In quei momenti la relazione non ragiona più: reagisce.

Raffaele, invece, non reagisce. Accompagna. Fa domande, suggerisce, sostiene. È una presenza che non alza il volume emotivo, ma lo abbassa. È la differenza tra salvataggio e accompagnamento. Il salvataggio ti toglie responsabilità e ti rende dipendente; l’accompagnamento ti restituisce forza e ti rende capace. Questo è esattamente ciò che Dio vuole fare nella coppia.

Molti sposi, quando sono in crisi, oscillano tra due estremi: o pretendono che l’altro li “salvi” (e quindi diventano dipendenti, esigenti, delusi), oppure si chiudono in una solitudine orgogliosa (“non ho bisogno di nessuno”). Raffaele propone una terza via: la via della compagnia adulta. Non sei solo. Ma sei chiamato a camminare. C’è un punto delicato: Raffaele si presenta come “parente”. È un dettaglio prezioso. Perché significa che Dio spesso ci raggiunge non con eventi straordinari, ma con mediazioni umane: una persona, un consiglio, un incontro, un cammino spirituale, una guida, un terapeuta, un sacerdote, un amico vero, un gruppo di sposi. Non sempre la grazia arriva come luce dal cielo. A volte arriva come qualcuno che ti dice: “Vengo con te”.

Per gli sposi questa è una liberazione. Perché molte coppie si vergognano di chiedere aiuto. Pensano che un matrimonio “bello” debba cavarsela da solo. Ma la Bibbia racconta il contrario: il cammino della salvezza passa spesso attraverso una compagnia. E chiedere aiuto non è fallire. È diventare adulti. Ecco perché Dio non entra nella coppia come tappabuchi. Non entra per “fare al posto vostro”. Entra per rendervi più capaci. È la differenza tra una fede magica e una fede adulta. La fede magica dice: “Dio risolva”. La fede adulta dice: “Dio cammini con noi mentre impariamo a fare la nostra parte”.

C’è un altro punto chiave nel capitolo 5 del testo. Anche Tobi, il padre, deve compiere un passaggio adulto: lasciare andare. Deve fidarsi. Deve accettare che non può controllare tutto. Questo parla direttamente agli sposi: quante volte il controllo nasce dalla paura. Controllo delle spese, del tempo, delle scelte, delle parole, perfino delle emozioni dell’altro. Ma l’amore non cresce nel controllo. Cresce nella fiducia e nella responsabilità. Raffaele è lì anche per questo: per mostrare che la protezione non coincide con il controllo. Proteggere una relazione non significa evitare ogni rischio, ma imparare ad attraversare il rischio insieme, senza distruggersi.

Quando una coppia vive Dio come alleato, cambia la postura del cuore. Non si chiede più solo: “Perché Dio non interviene?”. Si comincia a chiedere: “Qual è il passo possibile oggi?”. E il passo possibile, spesso, è piccolo: una conversazione vera, una rinuncia al sarcasmo, una richiesta di perdono, un limite sano, una decisione condivisa, un aiuto cercato fuori.

Il miracolo, in Tobia, inizia così: non con la soluzione immediata, ma con un cammino accompagnato. E per gli sposi questo è un messaggio potentissimo: Dio non vi sostituisce. Non vi rimpiazza. Non fa sparire la fatica. Ma vi rende capaci di camminare dentro la fatica senza perdere il cuore. Dio entra nella coppia come compagno di viaggio. E quando una coppia si lascia accompagnare, non diventa perfetta: diventa più vera, più responsabile, più libera. E questo, spesso, è la prima guarigione.

Antonio e Luisa

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“Per sempre sì”: la canzone che ha toccato il cuore del pubblico

Al Festival di Sanremo 2026 una delle sorprese più significative è stata senza dubbio Per sempre sì di Sal Da Vinci. Non solo per la melodia coinvolgente o per l’interpretazione intensa, ma per qualcosa di più profondo: questa canzone è entrata tra le più apprezzate dal pubblico votante perché ha dato voce a un desiderio universale, spesso nascosto ma mai spento. Il desiderio di un amore che duri per sempre. In un tempo in cui l’amore viene raccontato come emozione fragile, esperienza reversibile, contratto rinnovabile finché conviene, “Per sempre sì” ha avuto il coraggio di pronunciare parole controcorrente. Non parla di un sentimento momentaneo. Non canta l’ebbrezza passeggera dell’innamoramento. Parla di promessa. Di scelta. Di fedeltà. E questo ha toccato il cuore.

Il “per sempre” che non passa di moda

La parola “per sempre” oggi sembra quasi imbarazzante. Fa paura. Sembra eccessiva. Definitiva. Troppo grande per le nostre fragilità. Eppure, quando qualcuno la pronuncia con sincerità, qualcosa dentro di noi si accende. Perché? Perché il cuore umano non è fatto per il provvisorio. È fatto per il definitivo. “Per sempre sì” mette al centro proprio questo: un sì che non è solo entusiasmo, ma decisione. Non è solo sentimento, ma volontà. Non è solo emozione, ma progetto. Nel testo si parla di sogni condivisi, di figli immaginati, di difficoltà attraversate. Non c’è l’illusione che l’amore sia facile. C’è la consapevolezza che sia impegnativo. Ed è proprio questo realismo a renderlo credibile.

Il pubblico non è ingenuo. Sa che amare significa affrontare salite. Sa che ci sono stagioni di stanchezza, incomprensioni, ferite. Ma sa anche che l’amore vero non si misura dall’assenza di problemi, bensì dalla capacità di restare dentro quei problemi senza scappare. La canzone intercetta esattamente questo punto.

Non solo sentimento: volontà e resistenza

Uno dei passaggi più forti del brano è l’idea che l’amore non sia autentico se non ha affrontato la salita. È un messaggio potente. Perché smonta un mito diffuso: quello secondo cui l’amore è vero solo quando è facile. In realtà, l’amore matura proprio nella fatica. Un matrimonio, una relazione stabile, una storia che dura nel tempo non sopravvive grazie alle emozioni iniziali. Sopravvive grazie alla volontà. Alla capacità di scegliere l’altro anche quando non è perfetto. Alla decisione di restare anche quando sarebbe più semplice andarsene. Il successo di “Per sempre sì” ci dice qualcosa di importante: il pubblico non vuole più solo canzoni che parlino di passioni bruciate in fretta. Vuole storie che parlino di costruzione, di pazienza, di sacrificio. Vuole speranza concreta.

Il bisogno di sicurezza affettiva

Viviamo in un’epoca segnata da instabilità. Lavorativa, sociale, relazionale. Tutto cambia velocemente. Tutto sembra fragile. In questo contesto, la promessa di un amore stabile diventa un punto di riferimento. Quando Sal Da Vinci canta un sì definitivo, non sta solo raccontando una storia romantica. Sta offrendo un’ancora. Sta dicendo: è possibile scegliere di restare. E questo genera consolazione. Perché in fondo ogni persona desidera sapere che qualcuno possa dire: Io resto. Anche quando sarà complicato. Anche quando non sarà perfetto. Il pubblico votante ha premiato questo messaggio perché si è riconosciuto in esso. Non in un’utopia, ma in un bisogno reale. L’essere umano desidera essere scelto per sempre. Non temporaneamente. Non finché tutto va bene. Per sempre.

L’amore come decisione quotidiana

C’è un altro elemento decisivo nel successo della canzone: l’idea che il “sì” non sia pronunciato una volta sola. È un sì che si rinnova. Ogni giorno. Chi vive una relazione lunga lo sa bene. Il per sempre non è un’emozione continua. È una decisione ripetuta. È scegliere di dialogare quando si potrebbe chiudersi. È chiedere scusa quando l’orgoglio vorrebbe difendersi. È ricominciare dopo una discussione. È sacrificio, sì. Ma non un sacrificio sterile. Un sacrificio fecondo. Perché genera intimità, fiducia, stabilità. “Per sempre sì” non racconta un amore ideale. Racconta un amore voluto. E questo è il punto che ha fatto la differenza.

Un segnale culturale importante

Il grande apprezzamento ricevuto dal brano al Festival non è solo un dato musicale. È un segnale culturale. Significa che, nonostante tutto, il desiderio di un amore fedele non è morto. Forse non sempre viene dichiarato apertamente. Forse viene nascosto dietro ironia o cinismo. Ma quando qualcuno lo canta con autenticità, risuona. E quando risuona, viene premiato. In fondo, il successo di “Per sempre sì” ci ricorda una verità semplice ma potente: il cuore umano non si accontenta di relazioni superficiali. Desidera profondità. Desidera stabilità. Desidera un amore che attraversi il tempo. Non un amore perfetto. Ma un amore fedele.

Forse è proprio questo che ha colpito di più: il coraggio. In un’epoca di incertezze, pronunciare un “per sempre” è un atto audace. È una scelta controcorrente. È un atto di fiducia. E il pubblico lo ha riconosciuto. “Per sempre sì” non è solo una canzone riuscita. È uno specchio. Ci mostra ciò che davvero desideriamo. Un amore che non sia solo sentimento, ma volontà. Non solo passione, ma perseveranza. Non solo emozione, ma alleanza. Perché alla fine, sotto le paure e le fragilità, ogni cuore spera di poter dire – e di sentirsi dire – con verità: Per sempre. Sì.

Antonio e Luisa

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Due preghiere disperate, un solo Dio che ascolta

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza.» (Tb 3,6)

«Tu sai, Signore, che sono pura… Comanda che io sia liberata da questa prova.» (Tb 3,15)

Che cosa significa pregare davvero, pregare da adulti? Perché tante volte la nostra preghiera somiglia più a una richiesta magica che a una relazione viva? In questo capitolo entreremo dentro questa domanda, per riscoprire una preghiera capace di abitare il dolore senza fuggirlo. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. 

Il capitolo 3 del libro di Tobia è uno dei più intensi di tutta la Scrittura. Non è una pagina edificante nel senso superficiale del termine. È una pagina cruda. Due persone, in luoghi diversi, elevano a Dio una preghiera che non chiede successo, non chiede benedizioni, non chiede miracoli spettacolari. Chiede di non soffrire più. Chiede di non morire dentro.

Tobi prega dopo l’ennesima umiliazione. È cieco, dipende dagli altri, si sente peso. Anna lo ha ferito con parole dure. La vita che aveva costruito sembra crollata. La sua preghiera non è composta. È un grido. Dice a Dio che preferirebbe morire piuttosto che vivere nella vergogna e nella tristezza. Contemporaneamente, in un’altra città, anche Sara prega. Sette mariti morti la precedono. Sette accuse implicite. Sette ferite. È diventata il bersaglio delle parole degli altri. Anche lei non chiede ricchezza, né un futuro luminoso. Chiede di essere liberata. Chiede che finisca quel dolore che la sta schiacciando.

Il testo dice una frase decisiva: le loro preghiere salirono insieme davanti a Dio. Questa è la svolta. Non si conoscono. Non pregano insieme. Non hanno un piano. Eppure le loro parole disperate si incontrano nel cuore di Dio. Questo è profondamente consolante per gli sposi. Ci sono momenti nel matrimonio in cui non si sa più cosa fare. Si è tentato di parlare. Si è discusso. Si è taciuto. Si è resistito. E poi si arriva a un punto in cui resta solo una domanda: “E adesso?”. È lì che spesso nasce una preghiera diversa. Non più la preghiera del “risolvi”, ma quella del “non lasciarmi crollare”.

Molti vivono la fede dentro un copione implicito che potremmo chiamare Genitore magico: “Se prego bene, Dio sistemerà le cose. Se faccio il bravo, tutto tornerà a posto”. È un modo infantile di credere, comprensibile ma fragile. Quando la realtà non cambia, quando il problema resta, quel copione entra in crisi. E insieme a lui rischia di crollare anche la fiducia. Tobi e Sara superano proprio questo passaggio. Non chiedono a Dio di fare una magia immediata. Non negoziano. Non promettono. Si presentano veri. Espongono la loro angoscia senza filtri. Questa è già una fede più adulta.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, è il passaggio dal Genitore magico all’Adulto credente. Il Genitore magico delega tutto: “Dio risolva, Dio sistemi, Dio intervenga”. L’Adulto credente, invece, dice: “Mi affido, ma resto presente. Non scappo dalla realtà. Non nego il dolore. Lo porto davanti a Dio”. La preghiera vera non elimina il dolore. Lo rende abitabile. Questo è un punto decisivo per gli sposi. Pregare insieme non significa fare formule perfette o avere emozioni spirituali intense. Significa stare davanti a Dio quando non si ha più lucidità, quando non si hanno soluzioni, quando si è tentati di chiudersi. È un atto di verità prima ancora che di devozione.

Quante coppie pregano solo quando tutto va bene o solo per chiedere che qualcosa cambi. Ma c’è un altro modo di pregare, più maturo: pregare per non indurirsi. Pregare per non spegnersi. Pregare per non lasciare che il risentimento diventi identità. Tobi e Sara non ricevono una risposta immediata. Non c’è una voce dal cielo che spiega tutto. C’è però un movimento invisibile: Dio manda Raffaele. La salvezza comincia mentre loro sono ancora nel buio. Questo è importante: la risposta di Dio inizia prima che loro se ne accorgano.

Nel matrimonio accade qualcosa di simile. Quando una coppia decide di non smettere di pregare – anche male, anche tra le lacrime, anche con poche parole – qualcosa si muove. Non sempre cambia subito la situazione esterna. Ma cambia lo spazio interno. L’Adulto torna a respirare. Si crea una distanza tra il dolore e l’identità. Non sono solo la mia rabbia. Non sono solo la mia delusione. Sono una persona che attraversa un dolore.

Pregare insieme quando non si sa più cosa fare è un atto potente. Non perché costringe Dio a intervenire, ma perché impedisce al cuore di chiudersi definitivamente. È una forma di resistenza spirituale. È dire: “Non capisco, ma resto”. È dire: “Non vedo la strada, ma non voglio camminare da solo”. La pagina di Tobia ci insegna che Dio non aspetta preghiere perfette. Ascolta quelle vere. Non si scandalizza della disperazione. Non si offende per il grido. Entra proprio lì.

Per gli sposi questo è un messaggio liberante. Non bisogna essere spiritualmente forti per pregare. Bisogna essere sinceri. A volte la preghiera più autentica è: “Signore, non so cosa fare. Aiutami a non chiudermi”.

La vera domanda non è: “Dio mi toglierà questo dolore?”. La vera domanda è: “Posso attraversarlo senza perdere il cuore?”. La fede adulta non elimina la croce, ma impedisce che diventi cinismo. Due preghiere disperate. Un solo Dio che ascolta. Non interviene con magia. Interviene aprendo un cammino. E spesso il primo miracolo non è che il problema sparisce, ma che il cuore non muore.

E questo, nel matrimonio, è già salvezza.

Antonio e Luisa

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C’è un’età giusta per sposarsi?

Ciao a tutti da Francesca e Dennis alias Luce Sponsale! Se seguite il nostro podcast, sapete che non ci piace girare troppo intorno alle cose. Oggi siamo sulle pagine di Matrimonio Cristiano per affrontare un tema che scotta, di quelli che accendono i pranzi in famiglia e i commenti sui social: esiste davvero un’età “giusta” per sposarsi? Prendete un respiro, perché proveremo a smontare qualche cliché.

Domande che pungono come spilli

Siamo onesti: se siete una coppia giovane e parlate di nozze, la pioggia di “perché” non tarderà ad arrivare.

  • “Ma non sei troppo giovane per pensare a una cosa così definitiva?” 
  • “E se poi, crescendo, ti accorgi che non era la persona giusta?”
  • “Ma non hai paura di bruciarti la vita, di chiuderti tutte le porte?”
  • “Non sarebbe meglio fare prima altre esperienze, viaggiare, sperimentare il mondo per capire davvero chi sei?”

Queste domande, spesso mascherate da consigli amichevoli o battute scherzose, nascondono una visione del matrimonio un po’ cupa: come se fosse una rinuncia, un rischio calcolato male, una gabbia che chiude le possibilità. Come se dire “Sì” fosse il modo per smettere di vivere, invece che il trampolino per iniziare a farlo davvero. Forse la domanda di partenza è mal posta. Più che chiederci se c’è un’età giusta per sposarsi?, dovremmo chiederci: a chi sono chiamato a donare la mia vita? E qui entra in ballo un concetto talvolta mal interpretato: la vocazione. Questa parola deriva dal latino vocatio, che significa “chiamata”. Non è un termine polveroso per pochi eletti, ma indica quella spinta interiore, quella direzione verso cui ti senti irresistibilmente attratto. È come una forza superiore o una profonda intuizione che ti dice: Ehi, la tua strada è questa.

Noi crediamo che la vita cristiana non sia una collezione di figurine, una sequenza di esperienze casuali fatte “per provare”. Crediamo invece che sia un cammino guidato da una chiamata. E la bellezza è che la risposta a questa chiamata è già scritta nel nostro cuore, perché è il Signore stesso ad avercela messa. Noi amiamo immaginarla come un filo rosso che unisce tutti i puntini della nostra esistenza: quel filo che rende chiara la trama anche quando tutto sembra un groviglio. E allora, ha senso parlare di età? O ha più senso parlare di ascolto?

La vocazione sponsale

Qui bisogna sfatare un mito ancora presente in alcune parrocchie o seminari: non esistono vocazioni di serie A e di serie B. E certamente la vocazione al matrimonio non è un ripiego per chi non ha trovato di meglio da fare. È una chiamata precisa di Dio. Se senti che Dio ti sta chiamando al matrimonio, restare alla finestra non è “prudenza”. La mancata risposta è già una decisione: quella di non rispondere. La vocazione, qualunque essa sia, è l’unica vera via per la tua felicità. Non sceglierla per paura è come rinunciare a respirare per timore dell’aria viziata. Noi crediamo sia meglio una scelta coraggiosa che un’attesa infinita in una sala d’aspetto che non porta da nessuna parte. La società ci ha venduto l’idea dell’età perfetta:

  • Se fai una scelta definitiva prima dei 25 anni sei un incosciente.
  • 30 anni sei abbastanza maturo… ma forse ancora “giovane”.
  • 40 anni sei “ancora in tempo”…

Ma non esiste un interruttore magico che scatta con l’anagrafe. Non sono le candeline sulla torta a renderti pronto, ma il discernimento. È la capacità di conoscere te stesso e di riconoscere nella persona che hai accanto un compagno con cui costruire una missione condivisa. Molti aspettano il giorno in cui si sentiranno “pronti al 100%”. Spoiler: quel giorno non arriva mai se non scegli di fidarti e iniziare a camminare.

Il rischio del “parcheggio”

Vediamo spesso coppie che stanno insieme da decenni. Convivono, hanno figli, gestiscono bollette e spesa, sognano il matrimonio… ma restano lì. Aspettano la sicurezza assoluta: lo stipendio fisso, la casa di proprietà perfetta, la stabilità economica, la certezza matematica che non ci saranno crisi… Ma la sicurezza assoluta, su questa terra, è un’illusione. La vita non sarà mai completamente sotto controllo; la “carta dell’imprevisto” si pesca un giorno sì e l’altro pure. In questo modo, lo stare insieme (o meglio, il fidanzamento) smette di essere una preparazione e diventa un parcheggio. E più resti parcheggiato, più il motore della relazione si spegne. L’entusiasmo cala, il sogno si appanna e la vocazione resta sospesa nel limbo. Un fidanzamento eterno non è prudenza: è paura vestita bene.

D’altro canto, sposarsi giovani non significa essere dei folli. Significa avere il coraggio di iniziare presto un cammino di crescita che dura tutta la vita. È dire all’altro: “Non aspetterò di essere perfetto per donarmi, ma voglio imparare ad amare con te, giorno dopo giorno”. Il matrimonio non è il traguardo dei perfetti, ma l’inizio del cantiere dei peccatori che si fidano della Grazia.

E se ci si sposa tardi?

Dall’altro lato, bisogna essere onesti: sposarsi molto avanti con gli anni porta con sé delle sfide diverse. Non parliamo solo di rischi biologici, come il calo della fertilità, ma anche di aspetti psicologici. A quarant’anni le abitudini sono cementate, il carattere è spesso meno flessibile e si rischia di portarsi dietro ferite e cinismi accumulati nel tempo. Crescere insieme è un esercizio di “smussamento” reciproco; è più difficile farlo se hai vissuto vent’anni da adulto in totale autonomia, con i tuoi ritmi intoccabili. Questo non significa che chi si sposa a 40 anni non possa vivere un matrimonio meraviglioso (anzi!), ma che la strada sarà più impegnativa e il tempo condiviso come coppia e famiglia sarà, per forza di cose, numericamente minore.

Oltre l’anagrafe: la vita è adesso

La verità, quella che ci sentiamo di dirvi col cuore in mano, è che non esiste un’età giusta. Esiste una vocazione, esiste una persona concreta ed esiste una risposta che attende di essere data. Non rimandare la tua felicità per inseguire il fantasma di un’età ideale che esiste solo nelle statistiche. Che tu abbia 25 o 50 anni, se la chiamata è oggi, la risposta deve essere oggi. La vita è adesso e l’amore – quello vero, quello che ha il profumo dell’Eterno – non aspetta che tu sia pronto: si costruisce un passo alla volta.

Dennis e Francesca – Luce Sponsale

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Asmodeo: quando l’amore entra nella battaglia

«Era stata data in moglie a sette mariti e il cattivo demonio Asmodeo li aveva uccisi prima che potessero unirsi a lei come si usa con le mogli.» (Tb 3,8)

Nel quinto modulo affrontiamo il significato di Asmodeo. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Asmodeo. Un nome antico, forse poco familiare, ma profondamente simbolico. Compare nel libro di Tobia come il demone che impedisce a Sara di vivere il suo matrimonio, uccidendo uno dopo l’altro i sette uomini che l’avevano sposata prima di Tobia. Un racconto forte, quasi drammatico, che può sembrare lontano dalla nostra sensibilità moderna, ma che in realtà parla con sorprendente attualità della vita di coppia. Perché la storia di Tobia e Sara non è solo una narrazione biblica: è una parabola dell’amore sponsale e della battaglia invisibile che ogni relazione attraversa.

San Giovanni Paolo II, in un’udienza del 1984, spiegava che l’unione degli sposi si trova nel punto in cui forze di bene e di male si confrontano. Non per condannare il matrimonio a una lotta senza fine, ma per ricordare che l’amore vero non è neutrale: cresce attraverso scelte, prove, purificazioni. Tobia e Sara siamo noi. E Asmodeo rappresenta tutto ciò che tenta di distruggere la comunione, insinuandosi nelle fragilità umane. I sette mariti morti possono essere letti come immagini simboliche di sette pericoli che minacciano ogni matrimonio. In particolare, prendo spunto da un testo dei coniugi Gillini Zattoni, La lotta tra il demone e l’angelo.

1. L’arroganza di essersi fatti da soli

Il primo rischio è credere che l’amore basti a se stesso. Molte coppie iniziano con entusiasmo, convinte che la forza dei sentimenti sarà sufficiente per affrontare ogni difficoltà. Ma quando arrivano crisi, malattie, incomprensioni o stanchezza, emerge il limite umano. L’arroganza spirituale consiste nel non riconoscersi figli, nel non sentirsi bisognosi di un aiuto più grande. Il matrimonio cristiano è sacramento proprio perché la Grazia sostiene ciò che le sole forze umane non possono reggere. Senza questa apertura, la relazione rischia di poggiarsi su fondamenta fragili.

2. La colpevolizzazione immobilizzante

Un secondo pericolo è trasformare il matrimonio in un tribunale. Quando uno dei due vive nella costante accusa – verso se stesso o verso l’altro – la relazione si blocca. Le ferite personali, se non riconosciute, diventano lenti deformanti attraverso cui si interpreta ogni gesto del coniuge. Invece di accogliere l’imperfezione come luogo di crescita, si cerca un colpevole. La colpevolizzazione immobilizza perché impedisce di vedere la persona oltre i suoi errori. Solo la misericordia reciproca permette di trasformare le fragilità in spazi di comunione.

3. Arrendersi alle difficoltà

Il matrimonio non ha sempre la forma del cuore; spesso assume la forma della croce. Ci sono stagioni in cui l’amore sembra meno spontaneo, in cui la quotidianità pesa e la fatica relazionale diventa evidente. La tentazione è pensare che qualcosa si sia rotto definitivamente. Arrendersi significa smettere di investire, smettere di sperare. Eppure proprio nelle fasi più difficili si può maturare un amore più profondo, meno basato sull’emozione e più radicato nella scelta. La perseveranza non è rigidità, ma fedeltà al valore dell’altro.

4. L’assenza concreta di Dio

Molti si dichiarano credenti, ma Dio rimane ai margini delle decisioni reali. Si prega poco insieme, si discernono le scelte senza confrontarsi con il Vangelo, si vive la fede come tradizione più che come relazione viva. Quando Dio non è riferimento quotidiano, il matrimonio perde una direzione trascendente e rischia di chiudersi in una prospettiva puramente umana. Non si tratta di spiritualismo astratto, ma di lasciare che la fede orienti davvero le scelte concrete: perdono, sessualità, gestione del tempo, priorità familiari.

5. La resa fideistica

All’opposto, c’è la tentazione di delegare tutto a Dio senza assumersi responsabilità personali. Alcuni pensano che basti pregare perché le cose si aggiustino da sole, senza lavoro su di sé, senza formazione, senza comunicazione autentica. Ma Dio non sostituisce la libertà umana: la sostiene. La Grazia agisce in chi si mette in cammino. Anche nella dimensione della fertilità e della sessualità responsabile, gli sposi sono chiamati a conoscere, comprendere e scegliere consapevolmente. La fede non elimina l’impegno umano; lo rende fecondo.

6. La lussuria e l’uso privatistico della sessualità

Un altro pericolo riguarda la riduzione della sessualità a semplice ricerca di piacere personale. Quando l’altro diventa mezzo per soddisfare bisogni individuali, l’intimità perde il suo significato sponsale. Il corpo parla un linguaggio: può dire dono totale oppure possesso. La sessualità cristiana non è negazione del desiderio, ma integrazione del desiderio nell’amore oblativo. L’unione dei corpi è autentica quando esprime un’unione dei cuori già vissuta nella quotidianità: servizio, ascolto, rispetto reciproco.

7. Il disconoscimento della lealtà verso la coppia

Infine, uno dei pericoli più sottili è non recidere il cordone con la famiglia d’origine o con altre appartenenze che diventano prioritarie rispetto alla relazione sponsale. Quando uno dei due resta emotivamente figlio prima che sposo, la coppia fatica a costruire una propria identità. Il matrimonio chiede una nuova alleanza, una nuova casa interiore dove la prima fedeltà è reciproca. Senza questa scelta, il legame resta vulnerabile alle interferenze esterne.

Questi sette pericoli non sono condanne, ma mappe. Servono a riconoscere i luoghi dove l’amore può essere ferito. La bellezza del racconto di Tobia e Sara è che il male non ha l’ultima parola. Tobia affronta la notte di nozze pregando insieme a Sara, affidando la loro unione a Dio prima ancora di viverla fisicamente. È un gesto simbolico potentissimo: la relazione si salva quando smette di essere solo progetto umano e diventa alleanza con Dio.

Asmodeo esiste ogni volta che l’amore si chiude su se stesso. Ma la storia biblica ci ricorda che il vero protagonista è Dio, che accompagna gli sposi e trasforma la fragilità in occasione di crescita. Riconoscere i pericoli non serve a spaventarsi, ma a vigilare con speranza, sapendo che ogni matrimonio può diventare luogo di guarigione e di salvezza quando si lascia guidare dalla Grazia.

Antonio e Luisa

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Quando l’amore cambia forma: un percorso per chi non vuole accontentarsi di sopravvivere nella relazione

C’è un momento, nella vita di coppia, in cui qualcosa cambia. Non è necessariamente una crisi evidente. A volte è più sottile. Le conversazioni diventano funzionali, i conflitti si ripetono sempre uguali, la complicità sembra meno spontanea. Oppure ci si ama ancora profondamente, ma si avverte che manca qualcosa: uno spazio di crescita, una direzione, una comprensione più profonda di ciò che sta accadendo.

Molti, davanti a queste sensazioni, pensano che il problema sia l’altro. Altri credono che sia colpa del tempo che passa. Altri ancora si convincono che “tutte le coppie sono così” e smettono di cercare. Eppure esiste una verità semplice e spesso dimenticata: ogni relazione viva attraversa fasi. Non perché l’amore finisca, ma perché è chiamato a maturare. La domanda decisiva non è se attraverseremo momenti difficili. La domanda è: abbiamo strumenti per leggerli?

La crisi non è sempre il contrario dell’amore

Una delle più grandi illusioni moderne è pensare che una relazione sana debba essere fluida, senza attriti. Quando emergono tensioni, si attiva automaticamente la paura: “Stiamo sbagliando qualcosa”. In realtà, molte fatiche non sono errori ma passaggi evolutivi. Senza una lettura chiara, però, ciò che potrebbe diventare crescita si trasforma in distanza.

Questo percorso nasce proprio qui: aiutare le coppie e chi accompagna le relazioni a leggere ciò che accade sotto la superficie. Perché quando comprendiamo le dinamiche umane smettiamo di combatterci e iniziamo a collaborare. E quando ci assumiamo la responsabilità della nostra umanità, creiamo lo spazio perché la Grazia possa operare in modo più pieno.

Non solo teoria: strumenti concreti per relazioni reali

Non si tratta di un cammino astratto o di riflessioni generiche sull’amore. Il percorso è strutturato in cinque moduli mensili online, pensati per offrire chiavi di lettura chiare e strumenti pratici. Si parte dal tempo della coppia: riconoscere le fasi della relazione aiuta a non patologizzare ciò che accade e a prendersene cura con maggiore consapevolezza.

Si entra poi nel tema dei confini, uno degli snodi più delicati della vita relazionale. Come restare uniti senza annullarsi? Come mantenere vicinanza senza perdere identità? Come gestire il rapporto con famiglie di origine e figli senza creare tensioni invisibili che consumano il legame?

Il cammino prosegue con la costruzione della “casa della relazione solida”, ispirata al modello di Gottman: fiducia e impegno come pilastri che permettono alla coppia di attraversare le tempeste senza perdere la direzione.

Si affronta poi il conflitto, spesso vissuto come minaccia ma in realtà potenziale porta verso un’intimità più autentica. Imparare a litigare bene non significa evitare lo scontro, ma trasformarlo in spazio di conoscenza reciproca e rinnovamento.

Infine, la sessualità viene proposta come linguaggio del corpo e luogo privilegiato di connessione. Comprendere desiderio, differenze e blocchi relazionali aiuta a integrare dimensione emotiva e corporea, favorendo una intimità più consapevole.

Un percorso anche per chi vive la fede

Per chi è credente, questo cammino offre qualcosa di particolarmente prezioso: un’integrazione reale tra psicologia e Vangelo. Troppo spesso queste due dimensioni vengono vissute come separate: da una parte strumenti tecnici, dall’altra spiritualità. In realtà, lavorare sulla propria umanità non riduce la dimensione spirituale — la rende incarnata. La Grazia non sostituisce il nostro cammino umano, lo attraversa. E quando impariamo a comprendere le nostre dinamiche relazionali, permettiamo all’amore di diventare più libero e vero.

Non serve essere in due per iniziare

Il percorso è aperto a sposi, conviventi e operatori della pastorale familiare. Non è necessario partecipare in coppia: anche il cambiamento di uno solo dei partner può trasformare profondamente la relazione. Gli incontri si svolgono online, un sabato al mese, con registrazioni disponibili per tutto l’anno, per permettere un apprendimento graduale e integrato nella vita quotidiana.

Perché partecipare?

Perché molte coppie non vanno in sofferenza o addirittura si separano per mancanza d’amore, ma per mancanza di strumenti. Perché la maturità relazionale non nasce spontaneamente: si costruisce. Perché amare non significa solo restare insieme, ma continuare a crescere insieme. E forse soprattutto perché ogni relazione, anche quando sembra ferma, custodisce un desiderio silenzioso di rinascita. A volte basta uno spazio giusto, uno sguardo nuovo e strumenti concreti per riscoprire che sotto la fatica l’amore non è finito: sta chiedendo di diventare più profondo.

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Antonio e Luisa

Decidere di amare. La storia di Paolo e Silvia

Ciò che le nostre ferite hanno porato alla luce è stato il fatto che amare è una decisione e non un sentimento.

Quando ci siamo conosciuti siamo stati travolti da sentimenti nuovi, profondi, che non avevamo mai sperimentato prima, eravamo emozionati  e innamorati. Bastava uno sguardo, ci vedevamo  complici, i nostri cuori parlavano la stessa lingua. Nei momenti trascorsi assieme c’erano abbracci colmi di tenerezza e sogni di un futuro costruito passo dopo passo affidati con fiducia uno nelle mani dell’altro. Tutto sembrava trovare il suo posto. Due vite che si sono incontrate quasi per caso, ma che hanno scelto di camminare insieme, guidate solo dall’amore e dalla speranza di un “per sempre”.

Sulla scia dei sentimenti che ci univano abbiamo scelto di condividere la vita quotidiana, iniziando il cammino della convivenza. Lo abbiamo fatto con entusiasmo e fiducia, anche se alcune nostre diversità cominciavano ad affiorare. In quel momento l’amore sembrava sufficiente a colmare ogni distanza come se bastasse da solo a sostenere tutto. Con il passare del tempo, però, la fatica della quotidianità ha iniziato a farsi percepire; le lunghe ore trascorse fuori casa per il lavoro, la gestione della vita domestica e le ferite silenziose che ciascuno portava con se dalla propria famiglia d’origine. Di fronte a questo ci sentivamo stanchi e disorientati contribuendo ad accendere incomprensioni e forti litigi, offuscando pian piano la bellezza che avevamo assaporato all’inizio della nostra relazione.

I giorni passavano e con essi cresceva anche una distanza silenziosa tra noi, come se lentamente stessimo diventando estranei. Erano sempre più rari i momenti in cui riuscivamo a intravedere di nuovo quello spiraglio d’amore che ci aveva tanto uniti all’inizio. Eppure, proprio in quei brevi istanti di luce, ritrovavamo la forza per non arrenderci. E’ lì che è nata la decisione di sposarci, valore in qui credevamo nonostante il sentimento di confusione che provavamo.

Dopo essere riusciti a celebrare il nostro matrimonio e con l’arrivo delle figlie, ci siamo ritrovati immersi in una nuova fase della vita, ricca di responsabilità ma anche di fragilità. La difficoltà di comunicare fra noi si faceva sempre più evidente, cominciando ad essere indifferenti l’uno verso l’altro e con il tempo, la distanza continuava a crescere. La voglia di stare insieme diminuiva, mentre aumentava il bisogno di riempire le giornate con impegni fuori casa, quasi per mettere a tacere il dolore profondo di una relazione, che non stava seguendo la scia dei sentimenti del passato  in cui ci  sentivamo amati e desiderati e che ci aveva reso uniti e complici agli inizi del nostro fidanzamento. Al contrario sembrava scivolare verso un sentimento di angoscia e disperazione.

Quando tutto sembrava ormai finito, e a condurci a dire “basta” abbiamo incontrato nella tempesta un’ancora di salvezza: Retrouvaille. Le testimonianze ascoltate e il vedere coppie risorgere da dolori profondi hanno riacceso in noi la speranza. Se loro ce l’avevano fatta, allora forse potevamo farcela anche noi. E così è stato. Grazie agli strumenti ricevuti abbiamo iniziato, passo dopo passo, a comunicarci i nostri sentimenti: sentimenti che non erano né giusti né sbagliati, ma semplicemente veri. Abbiamo imparato ad accoglierli, anche quando faceva male. Abbiamo scoperto che l’amore non è solo quel sentimento travolgente che ci aveva uniti all’inizio, ma una decisione quotidiana di amarci, anche e soprattutto davanti alle nostre diversità, una scelta che va fatta giorno per giorno di rinnovare quel si detto davanti a Dio.

Abbiamo compreso che l’amore è la scelta di trasformare le ferite in feritoie di luce. I conflitti, le incomprensioni e i momenti in salita, non sono magicamente scomparsi, ma grazie a Retrouvaille abbiamo potuto attraversare una vera Pasqua: dalla morte alla rinascita della nostra relazione. E quando il cammino diventa faticoso, e ci vediamo fragili, chiediamo aiuto a Dio, che in questo percorso non ci ha mai abbandonati, nemmeno quando eravamo noi ad essere lontani da Lui.

Paolo e Silvia (Retrouvaille Italia)

Criticare o Amare? La Scelta dei Credenti

C’è un atteggiamento che ogni tanto vediamo ripetersi: si abbandona la propria missione, volendo così uscire dalla Chiesa, magari interiormente, prima ancora che fisicamente, poi ci si mette a criticare tutto ciò che non va. Si prende distanza, si commenta, si analizza, si denuncia: talvolta lo si fa con tono acceso, talvolta con apparente lucidità, ma il risultato è lo stesso, ci si colloca fuori e da lì si giudica.

Comprendo la fatica, comprendo anche la delusione che a volte può nascere davanti a parole, tradizioni, scelte pastorali o comportamenti che non condividiamo, anche se non capisco questo voler per forza cambiare quello che si è fatto fino ad ora, forse pensando di aumentare le persone che credono, oppure quelle che ci seguono. Certamente i linguaggi possono cambiare, così come i luoghi dove intercettare le persone (ad esempio i social non esistevano pochi anni fa), ma percepisco la tentazione del “modificando, tutto andrà meglio”, come quando nei videogiochi  aspettiamo freneticamente l’update con nuovi personaggi, livelli e funzionalità.

Eppure il kerigma, cioè il nucleo fondamentale del messaggio cristiano (salvezza attraverso la morte e risurrezione di Gesù Cristo) è sempre lo stesso da più di 2000 anni, perché cambiano la società, i costumi e le scoperte, ma il cuore dell’uomo ha comunque gli stessi desideri, inquietudini e tentazioni (Gesù Cristo ieri, oggi e sempre). Ci possono essere aspetti della Chiesa o addirittura della dottrina che non condividiamo o che addirittura ci fanno soffrire, ma non è criticando e divenendo diffusori, moltiplicatori di divisione e contestazioni che possiamo pensare di fare del bene.

Qui gli sposi dovrebbero mostrare come si ama davvero: si discute dicendo la verità e anche quello che ci ha ferito, ma rimanendo e facendo capire che alla base c’è un amore che non può venire meno, anche se a volte volano parolacce. Per coerenza sacramentale, i coniugi, come amano la propria sposa (o sposo), sono chiamati ad amare la Chiesa Sposa, anche quando tradisce, perché Gesù ha dato la vita per lei; se l’ha fatto Lui, allora vuol dire che anche noi dobbiamo seguire il Suo esempio (e di tradimenti ne ha subiti tanti, basti pensare a Giuda, Pietro e a tutti gli altri).

E’ come se io parlassi male di mia moglie che se n’è andata: certo, mi confronto con chi fa il mio stesso cammino, cercando anche di farlo con amore, ma non vado dai colleghi di lavoro o dagli amici a sparlare di lei, a raccontare ogni dettaglio che non funziona, sapendo che inevitabilmente innescherei critiche e giudizi nei suoi confronti (anche se ammetto che a volte la tentazione è forte e avrei voglia di sfogarmi).

Non lo faccio perché, nonostante tutto, resta mia moglie, siamo una carne sola e sarebbe come ricevere offese rivolte anche a me stesso; di fronte a una soddisfazione momentanea di “avere ragione”, non avrei nessun vantaggio, semmai qualche peccato in più). La Chiesa è la Sposa di Cristo, non è un’istituzione qualsiasi da valutare come si fa con un’organizzazione, è una realtà sacramentale, è casa, è famiglia, è mistero di comunione. Per questo non è corretto uscire e poi mettersi a criticare, perché quando parlo male della Chiesa davanti a chi non la ama o non la comprende, sto contribuendo a ferirla ulteriormente, sto facendo esattamente ciò che non farei con la persona che amo.

Criticare da fuori è facile, restare dentro è più faticoso, ma è cristiano. Se voglio migliorare qualcosa nella Chiesa, posso farlo solo facendone parte, solo impegnandomi con pazienza, solo lavorando sodo nella mia comunità, nel mio servizio, nella mia fraternità, nella mia preghiera; non andandomene, non prendendo le distanze, non assumendo una posizione di superiorità morale.

La Chiesa non si rinnova con i commenti, ma con la santità, non si purifica con le polemiche, ma con la conversione personale, non cresce grazie a chi si mette fuori a giudicare, ma grazie a chi rimane dentro ad amare. Noi separati fedeli diciamo che la fedeltà non dipende dalla perfezione dell’altro, ma dalla nostra risposta alla Grazia: e allora possiamo applicare un criterio diverso alla Chiesa? Se resto fedele a un coniuge che mi ha ferito, come potrei non restare fedele alla Chiesa quando attraversa momenti di fragilità? Se credo che l’amore vero non si interrompe davanti al limite, perché dovrei interrompere la mia appartenenza quando qualcosa non mi convince?

Questo non significa tacere sempre o accettare tutto passivamente, esiste un modo evangelico di affrontare le difficoltà: confrontarsi con fratelli che condividono il cammino, parlare con rispetto ai pastori, esprimere dubbi e sofferenze nei luoghi giusti, ma è cosa ben diversa dall’usare i mezzi di comunicazione per fare l’elenco di quello che con va e che andrebbe cambiato (e questo anche se uno fosse pienamente nella ragione e tutti gli altri in torto).

Noi non siamo, non possiamo e non vogliamo essere di parte, così come non si può scegliere di sposare mezza moglie o mezzo marito, di prendere solo la parte buona che ci piace! Questo significa scegliere di rimanere: restare dentro la Chiesa significa non ridurre tutto a schieramenti, significa non cedere alla tentazione di dire: “Io ho capito, gli altri no”, significa scegliere di amare la Chiesa tutta intera, non solo quello che ci va bene, significa accettare la fatica della comunione. Se ce ne andiamo, creiamo una frattura, se restiamo, possiamo contribuire.

Non siamo noi a salvare la Chiesa, è Cristo che la guida, ma possiamo decidere se essere parte della costruzione o parte del rumore. Per gli sposi e soprattutto per i separati fedeli questa non è una questione marginale, è coerenza sacramentale, perché l’amore vero non si dimostra andandosene quando qualcosa non va, ma lavorando, con umiltà e perseveranza, perché ciò che amiamo diventi più bello.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Non è comunicazione: è ciò che senti mentre ami

Molte coppie credono che il segreto di una relazione felice sia la comunicazione. Leggono libri su come parlare meglio, frequentano corsi per imparare ad ascoltare, cercano le parole giuste per evitare conflitti. Tutto questo ha valore, ma spesso manca un livello più profondo. Non è la comunicazione, da sola, a determinare la qualità della relazione. È ciò che senti mentre comunichi.

Due persone possono dire le stesse frasi e generare risultati completamente diversi. Una richiesta può essere percepita come invito oppure come critica; un silenzio può essere accoglienza oppure distanza. Non è solo il contenuto delle parole a fare la differenza, ma l’emozione che le attraversa. Le emozioni sono il vero linguaggio della coppia, anche quando non vengono nominate.

Questo spiega perché alcune relazioni sembrano comunicare molto ma restano emotivamente lontane. Parlano di tutto, ma non si incontrano davvero. Perché ciò che passa tra loro non è autenticità emotiva, ma un insieme di reazioni apprese, strategie di difesa e copioni relazionali.

L’Analisi Transazionale aiuta a comprendere questa dinamica distinguendo tra emozioni autentiche ed emozioni apprese. Le emozioni autentiche sono quelle radicate nel presente: emergono come risposta viva a ciò che accade e orientano la persona verso un’azione sana. Le emozioni apprese, invece, sono modi di sentire e reagire che abbiamo sviluppato nel tempo per adattarci. Sono state utili, spesso necessarie, ma non sempre riflettono ciò che davvero accade dentro di noi.

Un esempio semplice: una persona può reagire con rabbia ogni volta che percepisce distanza emotiva. La rabbia diventa il linguaggio abituale. Ma sotto quella reazione può esserci tristezza o paura di essere abbandonati. L’altro, vedendo solo la rabbia, si difende; la connessione si interrompe; il ciclo si ripete. La coppia pensa di avere un problema di comunicazione, ma in realtà ha un problema di contatto emotivo.

Qui nasce una delle grandi confusioni moderne: confondere il reagire con il sentire. Reagire è automatico, spesso veloce, quasi istintivo. Sentire è diverso: richiede presenza, ascolto interiore, capacità di restare per qualche istante dentro ciò che accade senza trasformarlo subito in azione. Molte persone non sono abituate a sentire. Sono abituate a reagire.

Quando qualcuno alza la voce, reagiscono alzando la propria. Quando percepiscono critica, reagiscono difendendosi. Quando avvertono distanza, reagiscono chiudendosi o controllando. Tutto avviene in modo rapido, quasi inevitabile. Ma questa velocità impedisce di accedere all’emozione autentica. Sentire implica rallentare. Significa chiedersi: “Cosa sta accadendo davvero dentro di me?”. Non è un esercizio teorico, ma un movimento di verità. Dietro un’irritazione può esserci un bisogno di vicinanza. Dietro il distacco può esserci paura. Dietro la rigidità può esserci il desiderio di essere visti.

Nella vita di coppia questo passaggio cambia tutto. Quando una persona riesce a distinguere tra reazione ed emozione autentica, la comunicazione si trasforma. Non parla più per difendersi, ma per condividere. Non attacca per proteggersi, ma si espone per incontrare.

Dal punto di vista spirituale questo tema è decisivo. Spesso si pensa che amare significhi controllare le emozioni o superarle. Ma l’amore cristiano non nasce dall’anestesia emotiva. Nei Vangeli Gesù non appare mai come qualcuno che reagisce automaticamente. Piuttosto, vive una profonda consapevolezza emotiva. Piange davanti alla perdita, si indigna davanti all’ingiustizia, prova angoscia davanti alla sofferenza imminente. Non elimina le emozioni; le attraversa con presenza.

Questo ci insegna che la maturità non consiste nel non provare nulla, ma nel riconoscere ciò che si prova senza esserne dominati. Una coppia che vive solo di reazioni entra facilmente in cicli ripetitivi. Accusa, difesa, contrattacco. O silenzio, distanza, accumulo. Questi schemi non nascono perché manca l’amore, ma perché manca il contatto con l’esperienza emotiva autentica. Quando invece l’emozione viene riconosciuta, la relazione cambia direzione. Dire “mi sento ferito” crea uno spazio diverso rispetto a dire “tu non capisci mai”. Nel primo caso l’altro viene invitato a entrare; nel secondo viene respinto.

Le emozioni decidono la qualità della relazione perché determinano il clima invisibile in cui la coppia vive. Non basta comunicare di più; serve comunicare da un luogo più vero. Questo richiede coraggio, perché implica lasciare andare alcune difese e rinunciare all’illusione di avere sempre ragione. Ma è proprio lì che nasce l’incontro.

Amare non significa dire le parole perfette. Significa imparare a restare in contatto con ciò che accade dentro mentre siamo con l’altro. Quando una coppia inizia a vivere da questo spazio, la comunicazione smette di essere una tecnica e diventa presenza. E la relazione non è più un campo di battaglia tra reazioni automatiche, ma un luogo in cui due persone possono incontrarsi davvero, con le proprie emozioni, senza maschere.

Antonio e Luisa

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Il Bosco degli Specchi: imparare a donarsi nella libertà

C’era una volta, in un villaggio nascosto tra colline verdi e sentieri di luce, un giovane viaggiatore di nome Elia. Portava sempre con sé uno zaino leggero e un cuore pesante. Chiunque incontrasse lungo la strada diceva di lui: “È generoso. Si dona sempre.” E in effetti era vero: Elia aiutava, ascoltava, si rendeva disponibile. Eppure dentro sentiva una stanchezza che non riusciva a spiegare, come se qualcosa, nel suo modo di amare, non fosse pienamente libero.

Un giorno arrivò al Bosco degli Specchi, un luogo misterioso di cui aveva sentito parlare fin da bambino. Si diceva che chi entrava lì non trovasse semplicemente risposte, ma incontrasse parti di sé che non aveva mai avuto il coraggio di guardare davvero. Appena varcata la soglia del bosco, Elia si trovò davanti cinque sentieri. Non c’erano indicazioni, solo una sensazione profonda che lo invitava a camminare.

Sul primo sentiero incontrò una donna con un cesto pieno di fiori. Ogni passante riceveva un dono: un fiore, una parola gentile, un gesto di cura. Lei non esitava mai. Tuttavia, più il tempo passava, più il cesto si svuotava e il suo volto diventava pallido e stanco. Elia la osservò a lungo, poi le chiese perché non si fermasse mai. La donna sorrise appena e rispose: “Ho paura che, se smetto, smetteranno di volermi bene.” In quel momento Elia comprese che stava osservando una forma di dono che sembrava amore, ma che in realtà nasceva dalla paura di perdere l’altro. Era un sì che non nasceva dalla libertà, ma dal timore dell’abbandono.

Proseguendo, imboccò il secondo sentiero. Qui incontrò un uomo che costruiva ponti senza sosta. Ogni volta che qualcuno aveva bisogno di attraversare un fiume, lui si metteva al lavoro immediatamente, anche quando le forze sembravano mancargli. Elia gli chiese perché non si concedesse mai una pausa. L’uomo abbassò lo sguardo e disse: “Se dico di no, potrebbero arrabbiarsi.” Quelle parole risuonarono profondamente dentro Elia. Era la via del donarsi per evitare il conflitto, quel modo di amare che cerca la pace a tutti i costi, anche quando il prezzo è il silenzio su ciò che ferisce davvero.

Sul terzo sentiero vide una ragazza che indossava mille maschere diverse. Con alcuni era allegra e leggera, con altri forte e determinata, con altri ancora quasi invisibile. Cambiava continuamente, come se non esistesse un volto stabile. Elia le chiese chi fosse veramente. Lei esitò, poi confessò: “Non lo so più. Mi adatto a ciò che serve. Così mi accettano.” Elia sentì un nodo alla gola. Era la via dell’adattamento, quel donarsi che nasce dal desiderio di essere riconosciuti ma che, lentamente, porta a perdere se stessi.

Continuando il cammino, giunse sul quarto sentiero. Lì trovò un giovane cavaliere che regalava la sua armatura a chiunque gliela chiedesse. Restava nudo e vulnerabile, eppure continuava a sorridere. Elia gli domandò perché si privasse continuamente della sua protezione. Il cavaliere rispose con voce quieta: “Se mi dono completamente, forse qualcuno finalmente vedrà il mio valore.” Elia comprese che quella era la via del donarsi per ottenere amore e approvazione, un dono che sembra generosità ma che nasconde un bisogno profondo di essere riconosciuti.

Camminando ancora, Elia sentiva il cuore diventare sempre più pesante. Tutte quelle persone si donavano, eppure sembravano svuotarsi. Cominciò a chiedersi se anche lui stesse facendo lo stesso senza rendersene conto. Alla fine del bosco arrivò davanti a una piccola casa di legno. Sulla porta era inciso: “Qui abita il dono nella verità.” Entrò. Dentro trovò una donna anziana seduta accanto al fuoco. Aveva occhi limpidi e un sorriso quieto che trasmetteva pace. “Sei arrivato,” disse lei con semplicità. Elia si sedette e raccontò ciò che aveva visto. “Ho incontrato persone che si donano continuamente, ma sembrano svuotarsi. Qual è la differenza tra il donarsi giusto e quello che ferisce?”

L’anziana prese due ciotole, una crepata e una integra. Versò acqua nella prima: subito iniziò a perdere gocce. “Quando ti doni per paura, l’acqua scappa via. Non nutre davvero nessuno, nemmeno te.” Poi versò acqua nella seconda, che rimase piena e limpida. “Quando ti doni nella verità, il dono resta. Perché nasce dalla libertà.” Elia chiese come fosse possibile vivere così. L’anziana rispose con una sola parola: “Confini.” Vedendo la sua sorpresa, aggiunse: “Molti pensano che i confini separino. In realtà proteggono ciò che è vivo. Senza argini, il fiume diventa palude. Con argini giusti, porta vita.”

Gli spiegò che un confine va posto quando senti che stai dicendo sì mentre dentro gridi no, quando dai per evitare paura o rifiuto, quando ti perdi e non ti riconosci più. Ma aggiunse anche che non sempre bisogna metterli: quando il dono nasce dalla libertà, quando scegli di amare anche se costa, senza tradire la tua verità, allora il confine non serve perché il cuore è già saldo. Elia rimase a lungo in silenzio. Quelle parole sembravano dare nome a qualcosa che aveva sempre intuito ma mai compreso pienamente. Prima di uscire, l’anziana gli disse ancora: “Ricorda: dire no non è sempre chiudere il cuore. A volte è il modo più vero per custodirlo. E dire sì non è sempre amore: può essere solo paura travestita.”

Quando lasciò la casa, il Bosco degli Specchi gli apparve diverso. I sentieri non erano cambiati, ma lui sì. Riprese il cammino continuando a donarsi, ma con uno sguardo nuovo: a volte diceva sì con gioia, altre volte no con pace. E scoprì qualcosa di inatteso: quando si donava nella verità, gli altri non ricevevano meno, ma di più. Perché non era più un dono nato dalla paura, ma dalla libertà. E la libertà, come una sorgente limpida, non si esaurisce mai.

Cosa ci insegna questo racconto? Esistono diversi modi di donarsi nelle relazioni, ma non tutti nascono dalla libertà. Spesso il dono è guidato dalla paura. Ci si dona per paura di perdere l’altro, accettando tutto — ritmi, decisioni, situazioni che non si sentono proprie — accumulando però tristezza e risentimento. In questi casi il sì non è amore, ma timore dell’abbandono, e il confine sano consiste nel dire: “Ti amo, ma questo per me è troppo”.

Altre volte ci si dona per evitare il conflitto: si tace per mantenere la pace, ma quella pace è solo apparente. Il risultato è accumulare tensione fino all’esplosione. Qui il confine è imparare a esprimere con calma ciò che pesa, riconoscendo che il conflitto sano può essere un atto d’amore.

C’è poi il donarsi per adattamento, quando si cambia continuamente per essere accettati, fino a perdere la propria identità. Il confine è tornare a sé stessi e dire: “Questo non mi rappresenta”. Oppure il donarsi per ottenere riconoscimento, dando molto per essere finalmente visti: un dono che diventa richiesta implicita.

Il dono nella verità invece nasce dalla libertà: dire sì con gioia e no con responsabilità. Per capire se serve un confine basta chiedersi: sto scegliendo o sto temendo? Dopo aver dato mi sento vivo o svuotato?

Antonio e Luisa

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Sara: sette mariti, sette morti. Quando ti senti “sbagliata”

«Meglio per me morire che vivere, perché sento rivolgere contro di me insulti ingiusti» (Tb 3,6)

Nel quarto modulo ci soffermiamo su Sara e sul suo passato che diventa identità. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita in cui non ci si sente semplicemente feriti, ma profondamente sbagliati. Non è solo dolore, non è solo fatica: è quella sensazione sottile e corrosiva che qualcosa in noi non funzioni davvero. Come se fossimo destinati a fallire. Come se portassimo addosso un marchio invisibile che prima o poi rovina tutto. La storia di Sara, nel libro di Tobia, entra proprio qui, nel punto più fragile dell’anima umana. Sette mariti, sette morti. Una sequenza che non è solo tragedia, ma identità ferita. Sara non è soltanto una donna che ha sofferto perdite: è una donna che si sente diventare il problema.

Il testo biblico non nasconde la profondità della sua disperazione. Gli insulti della serva che la accusa di essere responsabile della morte dei mariti scavano dentro di lei una ferita ancora più grande della perdita stessa. Perché quando il dolore si ripete, la mente cerca una spiegazione, e spesso la trova nel posto sbagliato: dentro di sé. Sono io il problema.” È qui che nasce la vergogna. Non la sana consapevolezza dei propri limiti, ma quella convinzione tossica che confonde ciò che è accaduto con ciò che siamo. Sara smette di essere una donna ferita e inizia a percepirsi come una donna maledetta.

Questa dinamica è sorprendentemente attuale. Molti portano nella relazione di coppia una storia segnata da tentativi falliti, relazioni finite male, esperienze di rifiuto o ferite profonde. E spesso, senza accorgersene, costruiscono un’identità a partire da questi eventi: “Io non sono capace di amare”, “Io rovino tutto”, “Con me finisce sempre così”. È quello che, nell’Analisi Transazionale, viene chiamato copione di fallimento: una narrazione interna che si forma presto e che poi guida inconsciamente le scelte, i comportamenti, persino le aspettative. Il Bambino adattato, dentro di noi, impara a sopravvivere credendo che il problema sia la propria esistenza.

Sara arriva a desiderare la morte. Non per disperazione teatrale, ma perché la vergogna può diventare insopportabile. Quando l’identità si spezza, la persona non vede più possibilità. Tuttavia, la Bibbia compie un movimento sorprendente: mentre Sara prega nel dolore, anche Tobia prega altrove. Due solitudini che non si conoscono, due ferite che salgono verso Dio nello stesso momento. Questo intreccio nascosto racconta una verità fondamentale: quando la persona sente di essere arrivata al limite, la storia non è finita. Dio sta già tessendo incontri che ancora non vediamo.

Nella coppia, la presenza di ferite non guarite è inevitabile. Nessuno arriva al matrimonio completamente integro. Ognuno porta con sé pezzi di storia, esperienze, paure, copioni interiori. Il problema non è avere ferite, ma negarle o identificarvisi totalmente. Quando una persona entra nella relazione convinta di essere “sbagliata”, spesso interpreta ogni conflitto come conferma di quella convinzione. Un silenzio dell’altro diventa rifiuto, una difficoltà diventa prova della propria inadeguatezza. Così il passato, non attraversato, continua a vivere dentro il presente.

Il Bambino adattato che si sente maledetto cerca strategie per difendersi. A volte compiace, pur di non perdere l’amore. Altre volte si ritira prima ancora di essere ferito. Altre ancora attacca, anticipando il dolore. Ma in tutte queste modalità c’è la stessa radice: la paura di essere davvero ciò che la vergogna racconta. Ed è qui che la figura di Sara diventa profetica. Perché la sua storia non si chiude con la morte, ma con la possibilità di una relazione nuova. Non perché il passato venga cancellato, ma perché smette di definire l’identità.

Per gli sposi, questa pagina biblica invita a una responsabilità reciproca delicata e profonda. Non si tratta di salvare l’altro, ma di creare uno spazio in cui le ferite possano essere viste senza giudizio. Quando un partner porta dentro un copione di fallimento, la relazione può diventare un luogo di guarigione o un terreno che lo rafforza. Piccole frasi, piccoli sguardi, piccole dinamiche quotidiane possono confermare la vergogna o scioglierla lentamente. La guarigione non avviene attraverso discorsi perfetti, ma attraverso una presenza costante che dice implicitamente: “Tu non sei la tua storia.

La fede cristiana aggiunge un livello ancora più radicale. Non solo non siamo definiti dal passato, ma siamo continuamente chiamati a una nuova identità. Dio non guarda Sara come una donna maledetta, ma come una figlia amata destinata alla vita. Questo sguardo precede ogni cambiamento e lo rende possibile. Senza uno sguardo nuovo, la persona resta intrappolata nel copione. Con uno sguardo nuovo, anche il dolore più antico può diventare terreno di rinascita.

Attraversare il passato non significa riviverlo ossessivamente, ma riconoscerlo, nominarlo, portarlo alla luce. Molti credono che basti dimenticare per andare avanti, ma ciò che non viene attraversato continua a chiedere spazio. E nel matrimonio questo emerge inevitabilmente, perché la vicinanza emotiva fa riaffiorare ciò che è rimasto nascosto. La coppia allora diventa una sorta di laboratorio spirituale: non il luogo dove nascondere le fragilità, ma dove imparare a stare davanti ad esse senza perdere la speranza.

Sara ci insegna che il punto più basso può diventare l’inizio di una svolta. Non perché il dolore venga negato, ma perché viene attraversato con una preghiera che restituisce dignità. E forse è proprio questa la parola più importante per chi si sente “sbagliato”: non sei il tuo passato. Ma se non lo attraversi, continuerai a portarlo con te. La buona notizia è che non devi attraversarlo da solo. Nella fede, nella relazione, nella verità condivisa, ciò che sembrava maledizione può diventare spazio di incontro e di vita nuova.

Antonio e Luisa

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Menopausa e intimità nella coppia: quando la fede incontra la realtà del corpo

Molte coppie arrivano alla menopausa con una storia lunga alle spalle: anni di matrimonio, figli cresciuti, prove attraversate insieme, una complicità costruita nel tempo. Eppure proprio in questa fase può emergere una crisi inattesa nella vita intima. Succede, ad esempio, che una moglie inizi a rifiutare i rapporti, talvolta motivando la scelta con ragioni morali o religiose, come l’idea che l’atto coniugale non sia più “puro” perché non orientato alla fertilità. Queste situazioni vanno affrontate con rispetto e profondità, perché toccano insieme il corpo, la coscienza e la relazione.

L’aspetto unitivo resta sempre

Dal punto di vista della visione cristiana del matrimonio, è fondamentale chiarire una cosa: l’atto coniugale non ha solo una dimensione procreativa, ma anche una dimensione unitiva. Gli sposi non si uniscono soltanto per generare la vita, ma anche per rinnovare il loro legame, per esprimere amore, appartenenza e dono reciproco.

Essere aperti alla vita non significa essere biologicamente fertili in ogni stagione dell’esistenza. Significa piuttosto non fare nulla per impedire artificialmente la fertilità quando essa è presente. La menopausa è un evento naturale: la fertilità termina senza una scelta volontaria degli sposi. Questo non rende moralmente illecita la loro intimità.

Se fosse così, dovremmo concludere che anche nei periodi naturalmente infecondi o nella vecchiaia l’unione sessuale non sarebbe lecita, e questo non appartiene alla tradizione della Chiesa. Il linguaggio del corpo degli sposi resta vero anche quando la generazione biologica non è più possibile.

Quando dietro la motivazione morale c’è altro

Spesso, quando emerge improvvisamente una rigidità morale rispetto alla sessualità, dietro si nascondono altri elementi più profondi. Può esserci un disagio fisico non espresso, un dolore durante i rapporti, una percezione negativa del proprio corpo che cambia, oppure una fatica emotiva accumulata negli anni. A volte la motivazione morale diventa un modo per dare un nome “nobile” a una difficoltà reale che però non si riesce a condividere apertamente. Per questo è importante non trasformare la questione in una disputa teologica da vincere. La domanda più utile non è “chi ha ragione?”, ma “che cosa sta vivendo davvero il cuore dell’altro?” L’ascolto empatico apre spesso strade che l’argomentazione razionale da sola non riesce a aprire.

Uomo e donna: differenze nelle stagioni e nei tempi del corpo

Un aspetto che spesso le coppie sottovalutano riguarda la differenza biologica e psicologica tra uomo e donna sia nelle fasi del rapporto sia nelle stagioni della vita. L’uomo, generalmente, vive un calo ormonale più graduale: il desiderio e la risposta sessuale tendono a diminuire lentamente anno dopo anno, ma senza cambiamenti bruschi. Questo gli permette spesso di percepirsi come relativamente stabile nel tempo.

La donna, invece, attraversa con la menopausa un passaggio più repentino. Il calo degli estrogeni può modificare in modo significativo il desiderio, la lubrificazione, la sensibilità corporea e il modo stesso di vivere l’intimità. Questo può creare uno scarto nella coppia: lui può sentirsi ancora simile a prima, mentre lei vive un cambiamento più improvviso e profondo.

Anche durante il rapporto esistono differenze: l’uomo tende a una risposta più rapida e lineare, mentre la donna necessita di tempi più distesi e progressivi per sentirsi coinvolta e pronta. Dopo la menopausa queste differenze si accentuano. Comprenderle non significa giustificare la distanza, ma imparare a incontrarsi in un ritmo nuovo, dove la conoscenza reciproca diventa una forma concreta di amore.

La menopausa cambia il desiderio

Un altro aspetto decisivo è quello ormonale. Con la menopausa diminuisce la produzione di estrogeni e questo influisce direttamente sulla risposta sessuale e sul desiderio. Molte donne raccontano che la spinta spontanea verso l’intimità si riduce o cambia forma. Questo non significa che il desiderio scompaia definitivamente. Significa piuttosto che non nasce più automaticamente, ma cresce dentro un contesto relazionale.

Per molte donne, soprattutto in questa fase, il desiderio si accende quando si sentono viste, accolte, amate nella quotidianità. La cura reciproca, la tenerezza, la vicinanza emotiva diventano il terreno su cui può rifiorire anche l’intimità fisica. In altre parole: la sessualità dopo la menopausa non si improvvisa, si coltiva.

Il corpo può soffrire: parlarne senza vergogna

Un fattore molto concreto e spesso taciuto è il dolore fisico. La secchezza vaginale è estremamente comune dopo la menopausa e può rendere i rapporti fastidiosi o dolorosi. Se una donna associa l’intimità al dolore, è naturale che inizi a evitarla. Qui è fondamentale superare il silenzio. Oggi esistono molte soluzioni efficaci: lubrificanti specifici, trattamenti locali prescritti dal ginecologo, percorsi di riabilitazione del pavimento pelvico e anche piccoli interventi laser che migliorano l’elasticità dei tessuti. Informarsi insieme non è solo una soluzione pratica, ma anche un gesto d’amore: significa dire “la tua sofferenza mi sta a cuore”.

Riscoprire il tempo dei preliminari

Un altro cambiamento importante riguarda i tempi dell’intimità. I preliminari non sono un’aggiunta opzionale, ma diventano ancora più essenziali. Il corpo femminile ha bisogno di più tempo per prepararsi, per rilassarsi e per attivare una lubrificazione naturale sufficiente. Questo richiede agli sposi di rallentare, di imparare nuovi ritmi, di vivere il contatto fisico non come una prestazione ma come un cammino graduale verso l’incontro. Molte coppie scoprono proprio in questa fase una qualità nuova dell’intimità: meno centrata sull’urgenza e più sulla presenza.

Non convincere, ma camminare insieme

Quando nasce una distanza nella vita intima, la tentazione è quella di convincere l’altro con argomentazioni morali o razionali. Ma spesso ciò che riapre la strada non è avere ragione, bensì creare uno spazio sicuro dove l’altro possa raccontarsi senza paura. La menopausa non è la fine della sessualità coniugale. Può diventare, se affrontata insieme, un passaggio verso una forma diversa e più profonda di unità. Non si tratta di tornare indietro a ciò che era prima, ma di scoprire come amare adesso, con un corpo che cambia e un amore che può maturare.

Perché l’intimità degli sposi non dipende solo dalla fertilità biologica, ma dalla scelta quotidiana di continuare a donarsi. E questa capacità non ha età.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche nella coppia: la sorpresa

Oggi affrontiamo la sesta e penultima emozione. Clicca qui per leggere quelle già pubblicate. Tra le emozioni autentiche, la sorpresa è forse la più sottovalutata. La consideriamo un’emozione minore, fugace, quasi neutra, e invece è una delle più potenti. In Analisi Transazionale la sorpresa è un’emozione che si attiva quando la realtà non corrisponde alle nostre aspettative. È l’emozione che interrompe l’automatismo, che ci costringe a fermarci, a riorientarci, a rivedere le nostre mappe interiori. Senza sorpresa, la vita diventa prevedibile, ma anche rigida.

La sorpresa non è di per sé positiva o negativa. Può aprire alla gioia o alla paura, alla fiducia o alla difesa. La sua funzione non è rassicurare, ma svegliare. È l’emozione che segnala che qualcosa di nuovo sta accadendo e che i nostri schemi abituali non bastano più. Per questo è un’emozione scomoda: ci espone all’ignoto, ci toglie il controllo, ci obbliga a lasciare la zona di comfort.

Molte persone faticano a tollerare la sorpresa perché hanno costruito la propria sicurezza sulla prevedibilità. Hanno bisogno di sapere in anticipo, di programmare, di tenere tutto sotto controllo. In questi casi la sorpresa viene vissuta come una minaccia e viene rapidamente neutralizzata: minimizzata, razionalizzata, trasformata in fastidio o in rabbia. Ma una vita senza sorpresa è una vita che non cresce.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, la sorpresa autentica è legata alla flessibilità dell’Io Adulto e alla vitalità del Bambino libero. È l’emozione che permette di aggiornare la realtà, di uscire dai copioni rigidi, di aprirsi a possibilità nuove. Quando la sorpresa non è tollerata, la persona resta intrappolata in schemi ripetitivi: “è sempre stato così”, “le persone sono fatte così”, “le relazioni finiscono sempre allo stesso modo”. La sorpresa rompe queste narrazioni chiuse.

Nella vita di coppia la sorpresa è importante. All’inizio di una relazione la sorpresa è naturale: l’altro è nuovo, imprevedibile, affascinante. Col tempo, però, molti partner smettono di lasciarsi sorprendere. Credono di sapere già chi è l’altro, come reagirà, cosa dirà. Ma quando la sorpresa scompare, la relazione si irrigidisce. L’altro non viene più incontrato, ma anticipato.

La sorpresa autentica è uno degli ingredienti più potenti per mantenere vivo il legame di coppia, proprio perché impedisce alla relazione di irrigidirsi. Permette di continuare a vedere l’altro come una persona in cammino, non come un personaggio già definito, incasellato in un ruolo. Quando smettiamo di sorprenderci dell’altro, iniziamo a darlo per scontato. E ciò che viene dato per scontato, nel tempo, perde valore emotivo.

La sorpresa può essere semplice e quotidiana: una parola detta in modo diverso dal solito, un gesto di attenzione inatteso, una reazione più morbida o più ferma di quanto ci aspettassimo. Ma può essere anche la sorpresa di una vulnerabilità che emerge, di una fragilità che non avevamo mai visto. In questi momenti la coppia ha un’opportunità preziosa: aggiornare l’immagine dell’altro, accettare che non sia identico a come lo avevamo immaginato o desiderato.

Esiste però anche una sorpresa dolorosa. Un cambiamento improvviso, una crisi, una ferita che mette in discussione gli equilibri precedenti. In questi casi la sorpresa non è piacevole, ma resta funzionale: costringe la coppia a fermarsi, a rinegoziare, a crescere. La sorpresa interrompe l’inerzia, smaschera automatismi che non funzionano più. Senza sorpresa, molte relazioni restano in piedi solo per abitudine.

Molti conflitti nascono proprio dall’incapacità di accogliere la sorpresa. Quando l’altro cambia, quando non risponde più come prima, scatta la delusione o la rabbia. Ma spesso dietro la rabbia c’è una sorpresa non elaborata: “non pensavo fossi così”, “non mi aspettavo questo da te”. Se questa sorpresa viene riconosciuta e detta, può diventare un luogo di dialogo: “sono spiazzato”, “non so come leggerti”. Se invece viene negata, si trasforma in accusa: “sei cambiato”, “non sei più quello di prima”. Accogliere la sorpresa non significa approvare tutto, ma restare disponibili a incontrare l’altro per quello che è oggi, non solo per quello che è stato ieri.

Dal punto di vista spirituale, la sorpresa è una delle vie privilegiate attraverso cui Dio entra nella vita. Nei Vangeli Dio sorprende continuamente: sceglie chi non conta, parla attraverso chi è ai margini, rovescia le attese. L’Incarnazione stessa è una sorpresa radicale. Dio non si manifesta secondo le aspettative umane, ma le supera. Per questo la fede autentica richiede una disponibilità alla sorpresa.

Eppure, anche nella vita spirituale, spesso cerchiamo un Dio prevedibile, rassicurante, che confermi ciò che già pensiamo. Quando Dio sorprende, quando scombina i nostri piani, può nascere resistenza. Ma una fede senza sorpresa diventa ideologia. La sorpresa, invece, mantiene il cuore aperto.

Esiste anche una sorpresa difensiva, quella che si trasforma subito in eccitazione o in shock, senza essere elaborata. È la sorpresa che non viene pensata, che non viene integrata. Ma la sorpresa autentica ha bisogno di tempo. Chiede di fermarsi, di ascoltare ciò che si muove dentro, di aggiornare le proprie categorie.

Imparare a vivere la sorpresa autentica significa accettare di non avere tutto sotto controllo. Significa permettere alla realtà, all’altro e a Dio di essere più grandi delle nostre aspettative. Nella coppia, quando la sorpresa viene accolta senza irrigidirsi, può diventare una risorsa potente: riapre il dialogo, rinnova lo sguardo, restituisce vitalità. La sorpresa autentica non è instabilità. È disponibilità. È l’emozione che ci ricorda che la vita non è un copione già scritto. Dove la sorpresa viene accolta, il cuore resta vivo. Dove viene rifiutata, la relazione si spegne lentamente nella ripetizione. La maturità affettiva e spirituale non consiste nel sapere tutto prima, ma nel restare capaci di lasciarsi sorprendere.

Antonio e Luisa

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Non ha lasciato il calcio. Ha scelto l’amore.

Questo articolo nasce da una conferenza stampa. Una conferenza con protagonista un giocatore di calcio. Clicca qui per ascoltarla. Ci sono momenti in cui la vita costringe a fermarsi. Non perché manchino le forze, ma perché improvvisamente diventa chiaro che non tutto ha lo stesso peso. È in uno di questi momenti che si colloca la storia di Giangiacomo Magnani, una storia che ha poco a che fare con il calcio e molto con l’amore, la fragilità e le priorità vere.

Durante l’estate, nel pieno della preparazione sportiva, Magnani ha ricevuto una notizia che ha cambiato tutto: sua moglie Eleonora aveva un serio problema di salute. Da quel momento, il tempo ha assunto un’altra densità. Agosto, racconta, è stato forse il periodo più difficile della loro vita: visite, esami, attese, paure che non si possono aggirare. In quel contesto non si trattava più di decidere cosa fosse conveniente, ma cosa fosse giusto.

La scelta di fermarsi, di mettere in pausa il lavoro e la carriera, nasce da lì. Non da un calcolo, ma da un’esigenza profonda: esserci. Stare accanto alla persona amata non con soluzioni, non con parole altisonanti, ma con la presenza nuda e concreta. A volte basta questo: il silenzio condiviso, un abbraccio, il pianto che non ha bisogno di essere spiegato.

In una cultura che esalta la performance, la continuità, il “non mollare mai”, questa decisione appare controcorrente. Eppure è proprio qui che la storia si fa universale. Quando la vita colpisce, non chiede eroismi spettacolari, ma fedeltà. Chiede di restare, anche quando restare costa.

Nei mesi successivi, mentre la malattia seguiva il suo percorso, Magnani ha vissuto una delle lezioni più dure e più vere: la perdita del controllo. Abituati a programmare, a gestire, a prevedere, ci scopriamo improvvisamente dipendenti da ciò che non possiamo governare. La vita diventa più grande di noi. E questo, paradossalmente, ci rimette al nostro posto.

È in questo spazio che emerge la figura di Eleonora, la vera protagonista di questa storia. Magnani lo dice senza esitazioni: tutto ciò che ha fatto lo deve a lei. In mesi segnati dalla prova, non l’ha mai sentita lamentarsi. Mai una recriminazione, mai quel “perché a me?” che sarebbe stato umano, comprensibile, quasi inevitabile. Lei ha continuato a guardare avanti, a tenere alta la testa, a vivere il presente con una serenità che non nega il dolore ma non si lascia schiacciare da esso.

Questa forza silenziosa ha avuto un effetto dirompente. Ha ribaltato le prospettive. Ha mostrato che l’amore non è solo sostegno emotivo, ma educazione reciproca. Nella relazione autentica, si cresce anche – e soprattutto – attraverso la prova. Ci si insegna a vivere, non con prediche, ma con il modo di stare nella realtà.

Magnani racconta che questa esperienza lo ha costretto a rivedere la “classifica” delle cose importanti. Quante energie sprechiamo per problemi che, alla luce di una vera emergenza, rivelano tutta la loro fragilità? Quante volte trasformiamo colline in montagne, dimenticando ciò che davvero conta? La malattia non è stata cercata, ma è diventata una maestra severa e necessaria.

Il ritorno alla normalità – al lavoro, alla routine, agli impegni – arriva solo dopo l’intervento conclusivo della moglie. E anche questo ritorno non è vissuto come un traguardo, ma come una tappa. Nulla è “risolto” nel senso pieno del termine: resta l’attesa, resta la speranza, resta la consapevolezza che la vita va vissuta comunque, in ogni contesto.

In questa storia il lavoro non viene demonizzato, ma ricollocato. È importante, sì. È dignitoso, necessario, persino appassionante. Ma non è assoluto. Quando entra in conflitto con l’amore, con la famiglia, con la cura della relazione, deve saper fare un passo indietro. Non per perdere valore, ma per ritrovarlo. La lezione che emerge è semplice e radicale: senza relazioni vere, senza legami che reggono nella prova, tutto il resto si svuota. L’amore non elimina la sofferenza, ma le dà un senso. E quando questo accade, anche i momenti più duri possono diventare luoghi di crescita, di verità, di vita piena.

È una lezione che va oltre il calcio. È una lezione che parla a tutti.

Antonio e Luisa

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Anna e Tobi: quando il dolore divide invece di unire

«Dov’è dunque la tua elemosina? Dove sono le tue opere buone? Ecco, ora si vede come stanno le cose!» (Tb 2,14)

Nel terzo modulo affrontiamo la difficoltà di raccontare il dolore e la paura. Clicca qui per leggere i moduli già pubblicati. Ci sono momenti nella vita di coppia in cui non si discute davvero per ciò che sembra. Si litiga per una parola, per un gesto, per qualcosa di apparentemente piccolo, ma sotto si muove molto di più. Il dialogo tra Anna e Tobi, raccontato nel libro di Tobia, è uno di quei passaggi biblici sorprendentemente realistici che mostrano quanto il dolore possa trasformarsi in distanza invece che in vicinanza. Non c’è nulla di romantico in questa scena. Non ci sono grandi insegnamenti spirituali pronunciati con calma. C’è solo una coppia ferita che reagisce come reagirebbero molti di noi.

Tobi è diventato cieco, ha perso autonomia, sicurezza, ruolo. Anna si trova a dover sostenere la famiglia, lavorare, reggere il peso quotidiano di una situazione improvvisamente cambiata. Quando porta a casa un capretto ricevuto come compenso, Tobi sospetta che possa essere stato rubato. La sua reazione non nasce necessariamente da sfiducia verso Anna, ma dalla paura e dal bisogno di controllo che spesso emergono quando la vita sfugge di mano. Anna, però, non sente una domanda, sente un’accusa. E reagisce con parole dure. Non è più solo una conversazione su un capretto: è il dolore accumulato che trova finalmente una voce.

Questa dinamica è profondamente umana. La Bibbia non idealizza gli sposi, non li rende modelli perfetti, ma li mostra vulnerabili e reali. Anna e Tobi non smettono di amarsi in quel momento, ma smettono di riuscire a vedersi. E qui emerge una verità fondamentale per ogni coppia: non sempre il conflitto nasce dal disamore; spesso nasce dal dolore non riconosciuto. Quando la fatica resta senza parole, quando la paura non trova spazio per essere detta, quando la stanchezza non viene nominata, allora prende altre strade. Una delle più frequenti è l’accusa.

La scena mostra bene l’attivarsi di ciò che vengono chiamati giochi psicologici: sequenze relazionali automatiche in cui uno accusa e l’altro si difende, poi contrattacca, creando un circolo che sembra inevitabile. Non è manipolazione consapevole; è una strategia difensiva appresa per proteggersi dal contatto con emozioni più vulnerabili. In superficie si vede rabbia, ma sotto si nascondono spesso paura e tristezza. Sono quelle che Eric Berne definirebbe emozioni autentiche, mentre la rabbia può diventare un’emozione parassita, più facile da esprimere perché meno esposta.

Anna probabilmente non sta dicendo soltanto: “Non ti fidi di me”. Forse sta dicendo, senza riuscire a formularlo: “Sto reggendo tutto da sola, sono stanca, non mi vedi?”. Tobi, a sua volta, non sta semplicemente sospettando un furto; forse sta dicendo: “Ho perso il controllo della mia vita, ho paura, ho bisogno di sentirmi ancora capace di giudicare”. Ma queste parole restano implicite, e ciò che emerge sono frasi taglienti che feriscono invece di avvicinare.

Quante coppie riconoscono questa dinamica. Si vive sotto lo stesso tetto, si condividono responsabilità e giorni pieni, eppure a un certo punto ci si sente soli accanto all’altro. Le discussioni si ripetono, sembrano sempre le stesse, e ogni volta aumentano la distanza. Non perché l’amore sia finito, ma perché nessuno riesce più a dire ciò che davvero prova. E allora il conflitto diventa il linguaggio del dolore.

La forza del racconto biblico sta nel non nascondere questa realtà. Non c’è una morale immediata che risolve tutto. Non c’è una correzione divina che ristabilisce subito l’armonia. C’è solo la verità di una coppia che attraversa un momento di crisi. Ed è proprio qui che si apre uno spazio importante per gli sposi: comprendere che il conflitto non è necessariamente il segno di una relazione sbagliata, ma può essere il segnale di un carico emotivo troppo grande per essere contenuto in silenzio.

Quando uno accusa e l’altro si difende, spesso non si sta combattendo contro il partner, ma contro la propria paura. Il problema è che questo non viene riconosciuto. Il Genitore critico interno prende il sopravvento, giudica, irrigidisce, interpreta tutto come attacco. L’Adulto, la parte capace di osservare e comprendere, si indebolisce. E senza Adulto, il dialogo diventa scontro.

Il passaggio decisivo, allora, non è stabilire chi ha ragione, ma tornare a chiedersi cosa sta accadendo sotto le parole. Cosa sto provando davvero? Quale bisogno non sto riuscendo a esprimere? Quale dolore sto difendendo con la rabbia? Non è un percorso semplice, perché significa esporsi, rinunciare alla sicurezza della difesa e accettare la vulnerabilità. Ma è proprio lì che la relazione può tornare a respirare.

Anna e Tobi ci insegnano che la sofferenza può dividere quando non viene riconosciuta, ma può anche diventare un passaggio verso una verità più profonda. Il conflitto non è necessariamente il contrario dell’amore; a volte è l’amore che non trova ancora le parole per dirsi. Non sempre litighiamo per ciò che diciamo. Spesso litighiamo per ciò che non sappiamo dire, per ciò che resta nascosto e chiede di essere finalmente visto. E forse la domanda più vera non è: “Chi ha sbagliato?”, ma: “Quale dolore sta chiedendo di essere ascoltato?”.

Antonio e Luisa

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La Vera Fedeltà: Oltre il Semplice Non Tradire

Oggi voglio riportare (in sintesi) l’intervento on line che ho fatto recentemente con la parrocchia San Francesco d’Assisi di San Giovanni Rotondo, sul tema della fedeltà, che oggi è notevolmente fuori moda.

I tradimenti si vedono ovunque, spesso ostentati come se fossero segni di libertà o di successo, soprattutto tra i personaggi famosi e nel mondo dello spettacolo. Un po’ ci hanno abituato, chi ha qualche anno sulle spalle, come me, si ricorderà bene le prime telenovele, tipo Beautiful, dove la protagonista si sposa oltre 21 volte e ha innumerevoli relazioni parallele.

Molte separazioni nascono dai tradimenti, non dalla violenza, come spesso si vuol far credere e la responsabilità non è solo di chi tradisce, ma anche di chi si lascia coinvolgere, invece di opporsi. Molti pensano che essere fedeli significhi semplicemente non andare a letto con altri. È il ragionamento più diffuso, anche tra i cristiani praticanti: “Io non tradisco, quindi sono a posto”. In realtà questo è solo l’abc della fedeltà, il minimo sindacale.

Fedeltà a chi? A che cosa? Fedeltà a una promessa? Certo, mantenere le promesse è una cosa buona, ma siamo ancora lontani dalla vocazione del Sacramento del Matrimonio. A volte si può restare fedeli per motivazioni sbagliate: perché ho preso un impegno, perché “tanto uomini e donne sono tutti uguali”, oppure, nel caso di separati, come gesto dimostrativo: “rimango solo, così ti faccio sentire in colpa”.

Anche il matrimonio civile, se lo guardiamo bene, è indissolubile: l’art. 143 del Codice Civile parla chiaramente di obbligo reciproco alla fedeltà. Allora viene spontaneo chiedersi: che differenza c’è con il Sacramento? La differenza è enorme: nel giorno del matrimonio sacramentale succede qualcosa di reale, non simbolico. Gesù si lega in modo indissolubile agli sposi e rimane con loro qualunque cosa accada, perché Gesù non può venire meno, mai: la realtà cambia, gli sposi diventano qualcosa che prima di entrare in chiesa non erano.

La fedeltà nel matrimonio cristiano non è possibile perché io mi sforzo di più o perché sono una brava persona, è possibile per la Grazia di Dio. La Grazia rende possibili cose umanamente impossibili: con Dio non si fanno semplicemente cose difficili, si fanno miracoli. Il senso della mia vita è la fedeltà a Gesù e da qui nascono tutte le altre fedeltà, quella al coniuge e quella agli altri.

Prometto di onorarti e rispettarti tutti i giorni della mia vita”: tutti i giorni, non quando ne ho voglia, non quando l’altro se lo merita. Si può essere profondamente infedeli, anche senza avere rapporti con un’altra persona; non a caso oggi la giurisprudenza considera tradimento anche le relazioni virtuali, in chat, anche senza coinvolgimento fisico. Diciamo: “darei la vita per te”, poi basta chiedere di buttare la spazzatura o di stare un’ora con i figli e diventa un problema.

Se leggiamo la Bibbia vediamo un continuo tira e molla tra Dio e il popolo d’Israele che rimane fedele a tratti, basti pensare al vitello d’oro, mentre Mosè è sul Sinai. A un certo punto Dio manda Suo Figlio per farci capire quanto ci ama e noi lo uccidiamo: eppure uno degli attributi più belli di Dio è proprio questo, Dio fedele, anche quando ne combiniamo di cotte e di crude. Quando ci confessiamo, sappiamo che non c’è nulla che non possa perdonarci, se siamo davvero pentiti, non dubitiamo mai della Sua fedeltà.

Quante piccole infedeltà avvengono ogni giorno: andiamo a messa, “facciamo l’amore” con Gesù, e poi, usciti dalla chiesa, lo tradiamo per tutta la settimana, facendo come ci pare e come se Lui non esistesse. Gli diamo quell’ora settimanale e poi decidiamo tutto da soli.

Come guardo gli altri? Come tratto i colleghi di lavoro, i vicini di casa, la cassiera del supermercato? I figli degli altri, li considero come i miei? O se i miei stanno bene, degli altri non m’importa nulla? Non ha senso essere fedeli al coniuge e non agli altri. Sono favorevole ad aborto, gender, eutanasia? Spesso siamo fedeli a tratti, senza nemmeno accorgercene.

Nella Fraternità Sposi per Sempre lo ripetiamo spesso: l’obiettivo non è essere fedeli al coniuge, ma a Dio. Il coniuge è una creatura che dovrebbe aiutarmi a essere fedele al Creatore, è una palestra, un mezzo, non il fine. La fedeltà è il terreno su cui può operare la Grazia di Dio e il nostro riferimento è Gesù sulla croce: abbandonato da tutti, avrebbe potuto distruggere l’umanità con un battito di ciglia e invece resta fedele fino alla fine, perdona, accoglie il ladrone pentito, fonda la Chiesa. Lui è il metro di misura.

Ogni volta che vengo meno alla relazione con Dio, con il coniuge e con gli altri, non sono fedele. Quando devo prendere una decisione, mi chiedo davvero cosa farebbe Gesù? Mi ricordo di Lui durante la giornata, anche senza mettermi a dire tutto il rosario? Onoro e rispetto mio marito o mia moglie ogni giorno? Tratto gli altri come fratelli e sorelle?

Vedete quanta strada c’è ancora da fare sulla fedeltà: non per scoraggiarci, ma per ricordarci che il matrimonio cristiano è un cammino di conversione quotidiana. Umanamente ci sono cose impossibili, ma “tutto posso in Colui che mi dà la forza”.

Lo vediamo accadere quando una moglie o un marito, sostenuti dalla Grazia, restano fedeli anche nella malattia, nella fatica, nella croce, non perché sono eroi, ma perché Dio è fedele: è su questo che si basa ogni matrimonio cristiano.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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