Le emozioni autentiche nella coppia: la tristezza.

Dopo l’articolo introduttivo (leggi qui) oggi entriamo nell’analisi della prima emozione. Tra tutte le emozioni autentiche, la tristezza è probabilmente quella che più spesso viene fraintesa, evitata o giudicata. Viviamo in una cultura che la tollera poco, che tende a medicalizzarla in fretta o a coprirla con frasi motivazionali. Ma anche dentro la Chiesa, talvolta, si è insinuata una deriva altrettanto pericolosa: l’idea, spesso implicita, che un cristiano debba essere per forza sempre felice, sempre sereno, sempre positivo, e che la tristezza sia il segno di una fede debole, quasi una colpa spirituale da correggere.

Eppure la tristezza autentica è una delle emozioni più sane che possiamo provare. In Analisi Transazionale è considerata un’emozione primaria, universale, proporzionata alla situazione che la genera e limitata nel tempo. Nasce sempre da una perdita reale: una persona amata, un legame che cambia, un sogno che non si realizza, una fase della vita che non tornerà più. La tristezza non invade tutta la persona e non la definisce, ma la attraversa. Il suo scopo non è farci sprofondare, bensì aiutarci a lasciare andare ciò che non c’è più, per poter continuare a vivere.

Il problema nasce quando la tristezza non viene riconosciuta né autorizzata. Molti di noi hanno imparato presto che “non bisogna essere tristi”, che occorre reagire, ringraziare Dio, andare avanti senza fermarsi. Così la tristezza viene messa da parte, spiritualizzata in fretta o coperta con un sorriso di facciata. Ma una tristezza non vissuta non scompare. Resta dentro, si accumula e lentamente spegne il desiderio.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, quando una persona non può permettersi la tristezza autentica, spesso la sostituisce con emozioni parassite più accettabili: rabbia cronica, chiusura emotiva, ipercontrollo, autosufficienza. Non perché manchi l’amore, ma perché manca il lavoro del lutto. Dove non si piange ciò che si è perso, il cuore tende a irrigidirsi e le relazioni diventano più dure.

Anche sul piano spirituale questa rimozione è rischiosa. Una fede che non lascia spazio alla tristezza può trasformarsi in una forma di difesa, non di fiducia. Nei Vangeli Gesù non evita il dolore. Piange davanti alla tomba di Lazzaro, pur sapendo che lo risusciterà. È un dettaglio decisivo: Gesù non salta la tristezza in nome della speranza. Prima piange, poi agisce. Questo ci dice che la tristezza non è mancanza di fede, ma parte dell’amore. Solo chi ama davvero può essere davvero triste.

Eppure, nella pratica pastorale e nel linguaggio quotidiano, spesso passa un messaggio opposto: se sei triste, c’è qualcosa che non va nel tuo rapporto con Dio. Ma il Vangelo non chiede cristiani euforici. Chiede uomini e donne veri. I Salmi sono pieni di lamenti, di domande, di parole che non edulcorano il dolore. E proprio lì, in quella verità cruda, nasce la preghiera più autentica.

Nella vita di coppia questo tema è davvero decisivo. Molti conflitti non nascono perché non ci si ama più, ma perché la tristezza non trova spazio. Quando uno dei due vive una perdita, una delusione, una fatica profonda, spesso non viene ascoltato nel suo dolore, ma corretto, rassicurato troppo in fretta o inconsapevolmente messo a tacere. Davanti alla tristezza dell’altro scatta quasi automaticamente il bisogno di aggiustare, spiegare, razionalizzare, difendersi o minimizzare: “non è così grave”, “dai, pensa a quello che hai”, “vedrai che passa”. Sono frasi dette in buona fede, ma che producono un effetto collaterale pericoloso: fanno sentire l’altro solo nel suo dolore.

La tristezza autentica, invece, non chiede soluzioni rapide né risposte intelligenti. Chiede presenza. Chiede qualcuno che resti, che non scappi, che non corregga. Quando una persona si sente accolta nel suo dolore, senza essere giudicata o sistemata, il dolore inizia lentamente a trasformarsi. Non perché scompare, ma perché viene condiviso. È qui che molte coppie si giocano una svolta: non nella capacità di risolvere i problemi, ma nella capacità di stare nel dolore dell’altro senza difendersi.

La tristezza autentica è infatti profondamente relazionale. Dire “sono triste” non è un’accusa e non è una richiesta di colpa. Non è “tu mi fai stare male”, ma “sto vivendo qualcosa che mi pesa e ho bisogno di non essere solo”. È un’esposizione fragile, non manipolativa. Quando questa esposizione viene accolta, la relazione si approfondisce; quando viene respinta o corretta, la persona impara a chiudersi.

Molte distanze affettive nascono così: non da grandi tradimenti, ma da una serie di tristezze non ascoltate. Una moglie che smette di raccontare ciò che le pesa perché ogni volta si sente giudicata o minimizzata. Un marito che si chiude perché la sua fatica viene letta come debolezza. In questi casi la tristezza non sparisce, ma viene sepolta. E ciò che viene sepolto, nel tempo, diventa silenzio, freddezza, distanza.

Quando la tristezza non può essere condivisa, si trasforma in solitudine relazionale. E una solitudine protratta nel tempo erode lentamente il legame, spegne la fiducia emotiva e rende la coppia più vulnerabile. Al contrario, una tristezza detta e accolta diventa paradossalmente un luogo di intimità profonda. Non un momento romantico, ma un momento vero. È lì che l’altro smette di essere un avversario o un problema da risolvere e torna a essere un compagno di cammino.

Spesso si confonde la tristezza con la depressione, ma non sono la stessa cosa. La tristezza è un’emozione viva, che scorre, che ha un inizio e una fine. La depressione è spesso il risultato di una tristezza negata, non detta, non accompagnata. Dove non è permesso essere tristi, il corpo e la psiche trovano altri modi per fermarsi.

Imparare a vivere la tristezza significa imparare a perdere senza perdere se stessi. Significa accettare che alcune cose finiscono e che questo fa male. Ma solo chi attraversa la tristezza può aprirsi di nuovo alla gioia vera, non quella forzata o esibita, ma quella che nasce da un cuore riconciliato con la propria storia. La tristezza autentica non è il contrario della fede. È una delle sue soglie più vere.

Antonio e Luisa

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Tobia non è una favola: quando Dio entra nelle storie complicate /1

«Per tutta la mia vita ho camminato per le vie della verità e della giustizia» (Tb 1,3)

«Ma accadde che, mentre dormivo, del guano di passeri cadde sui miei occhi e divenni cieco» (Tb 2,10)

«Meglio per me morire che vivere, perché ho ascoltato false accuse e sono oppresso da grande tristezza» (Tb 3,6)

Iniziamo oggi una serie di 10 articoli su Tobia e Sara. Il libro di Tobia si apre così: con la fedeltà di un uomo giusto e con una sofferenza che sembra inspiegabile. È da qui che inizia anche il nostro cammino di sposi. Il libro di Tobia non inizia come una storia romantica. Inizia con un uomo giusto a cui va tutto storto.

Tobi è fedele alla Legge, onesto, misericordioso. Aiuta i poveri, seppellisce i morti, educa suo figlio al timore di Dio. È uno di quelli che oggi diremmo: “una brava persona”. Eppure, nel giro di poco tempo, perde tutto ciò che dava sicurezza alla sua vita: la salute, il lavoro, la stima sociale. Diventa cieco.

Questo è il primo messaggio forte per gli sposi: la fedeltà non è una polizza assicurativa contro il dolore.

Molti entrano nel matrimonio con un’idea silenziosa ma potente: Se facciamo le cose per bene, se ci impegniamo, se siamo cristiani… allora andrà tutto bene. Quando poi arrivano la stanchezza, la fatica economica, i figli che scombinano gli equilibri, le ferite non risolte, quella convinzione crolla. E con essa spesso crolla anche la fiducia.

Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, qui emerge un copione di vita molto diffuso: il copione del “bravo bambino”. È la convinzione inconscia secondo cui, se mi comporto bene, se faccio ciò che è giusto, sarò protetto dalla sofferenza. Quando questo copione viene smentito dalla realtà, l’Io Bambino di uno o di entrambi gli sposi va in crisi. E spesso prende il comando un Genitore critico interiore che accusa: Dio, il coniuge, la vita.

Tobi diventa cieco. Ma la sua cecità non è solo fisica. È simbolica. È la cecità di chi non capisce più cosa stia succedendo. Di chi pensa: Non me lo merito. Quante coppie arrivano lì. Non perché non si amino più, ma perché non riconoscono più il senso di ciò che stanno vivendo. Si sente dire: Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare… eppure siamo qui. Quante persone si sentono tradite dal coniuge e anche da Dio

Il libro di Tobia ha il coraggio di dirlo: la vita giusta non è una vita facile. E il matrimonio cristiano non è una favola benedetta, ma una vocazione incarnata, reale, esposta. Abitata da Dio che va però accolto in una relazione adulta.

Dentro questa fatica entra Anna, la moglie di Tobi. Anche lei è stanca, ferita, umiliata. Deve lavorare per mantenere la famiglia. E quando viene accusata ingiustamente, reagisce. Le parole tra lei e Tobi diventano dure. Non perché non si amino, ma perché il dolore non elaborato cerca sempre un colpevole.

Qui l’Analisi Transazionale ci aiuta molto. Quando l’Adulto è sopraffatto dalla sofferenza, emergono stati dell’Io contaminati:
– il Genitore critico che giudica
– il Bambino ferito che si difende o attacca

Il conflitto coniugale, in questi momenti, non è un segno di fallimento, ma un segnale di sovraccarico emotivo. Tobi e Anna non sanno come gestire ciò che sta accadendo. E non lo mascherano. La Bibbia non edulcora. Non spiritualizza troppo in fretta. Questo è fondamentale per gli sposi: Dio non entra solo nelle coppie “che funzionano”, ma anche in quelle che non capiscono più come fare.

Il punto decisivo arriva quando Tobi prega. Non una preghiera devota. Una preghiera disperata. Chiede di morire. È forte dirlo, ma è vero: ci sono momenti in cui non chiediamo a Dio di salvarci, ma solo di farci smettere di soffrire.

Eppure, proprio lì, il testo dice una cosa sorprendente: Dio ascolta. Non perché Tobi prega bene. Non perché è spiritualmente forte. Ma perché è vero.

Questo è un passaggio chiave anche psicologicamente. Quando una persona smette di recitare il ruolo del “forte” o del “giusto” e si permette di essere fragile, l’Io Adulto può tornare a respirare. La fede matura non nasce dal controllo, ma dall’affidamento.

Il libro di Tobia ci dice subito che Dio non entra nella storia per evitare il dolore, ma per camminarci dentro. Il matrimonio non è il luogo in cui tutto va bene, ma il luogo in cui si impara a restare veri anche quando va male.

Questo primo capitolo è una liberazione per gli sposi.
Dice: non siete sbagliati perché fate fatica.
Dice: non avete fallito perché soffrite.
Dice: Dio non è assente quando non capite.

Tobia non è una favola. È una storia vera. Ed è proprio per questo che può diventare una buona notizia per chi si è sposato. Nei prossimi nove articoli andremo a fondo del significato umano e psicologico di questa vicenda. Perchè racconta tanto di noi.

Antonio e Luisa

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Alla fine di questo pellegrinaggio

Ormai vicini alla chiusura del Giubileo della Speranza, che avverrà il 6 gennaio e che ha visto tutta la Chiesa affrontare un percorso spirituale durante quest’anno speciale di grazia, condividiamo con tutti voi l’ultima beatitudine scaturita dall’aver intrapreso insieme il santo viaggio della relazione sponsale e familiare:

 “BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE SCOPRIRETE CHE IL PELLEGRINAGGIO SPONSALE È GUIDATO ANCHE DAL SILENZIO, IL SILENZIO DELLA PREGHIERA RECIPROCA, CHE APRE LA PORTA AL CUORE DEL NOSTRO SPOSO GESÙ”

Solitamente ogni pellegrinaggio è guidato da un professionista in grado di affiancare, accompagnare e condurre il pellegrino durante tutta l’esperienza. Nel matrimonio cristiano certamente la prima guida è lo Spirito Santo, che consacra la relazione il giorno delle nozze. È Lui che ha “abitato” le soste silenziose che, durante questo anno, abbiamo fatto.

Cari sposi, senza lo Spirito di verità non saremmo in grado di affrontare nessun cammino poiché come ci dice Giovanni “Egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future” (Gv 16,13).

Un pellegrinaggio non porta soltanto in un luogo sacro ma catapulta in uno stato dell’anima, proprio per questo al ritorno non si è mai gli stessi. Nonostante viviamo in un’epoca di accelerazione, algoritmi e produttività rapida, quest’anno abbiam cercato di “assaporare” la lentezza, l’incertezza e la vulnerabilità. Tutto ciò fa parte di ogni pellegrinaggio, proprio perché porta con sé una trasformazione.

Vogliamo lasciarvi, allora, qualche “regola” che abbiam tirato fuori verificando la trasformazione che è avvenuta, in questo periodo, alla nostra relazione:

  • Sposi, partite anche senza essere pronti perché lo zaino peserà comunque e la paura sarà sempre lì. Ma è proprio l’atto di partire insieme, cioè di ricevere il Sacramento del Matrimonio, che vi apre ad una relazione fertile e sempre nuova;
  • Sposi, se fallite ringraziate perché il fallimento quotidiano spoglia la relazione da ogni illusione di essere perfetti. Solo cadendo e rialzandosi insieme si impara davvero a camminare insieme;
  • Sposi, scoprite la solitudine fertile che non è isolamento ma è un dialogo intimo tra anime che non sempre si riesce a “sentire”: il silenzio non è una minaccia ma è guida e compagno, soprattutto quando nasce dalla preghiera reciproca;
  • Sposi, vivete il presente come non mai. Il pellegrinaggio è come una macchina che riporta all’adesso, al qui ed ora: respiro, passo, dolore, resistenza. Nella relazione familiare tutto ciò si intreccia in una meditazione incarnata che nessuna app di mindfulness potrà mai fare;
  • Sposi, trasformate il dolore in resilienza facendo di ogni “vescica” non una sofferenza sterile ma il “carburante” affinchè il restare insieme renda visibile che si può sopportare molto di più di quanto si creda;
  • Sposi, abbracciate l’ospitalità radicale poiché durante il cammino si incontra l’umanità nuda di entrambi ma anche di altri. Offrite l’acqua del puro amore anche a sconosciuti e lasciate le porte del cuore aperte senza chiedere nulla. Tale ospitalità è l’antidoto all’individualismo della società moderna e la manifestazione della presenza del Regno di Dio;
  • Sposi, accettate l’inutilità sacra. A volte, camminando si sentono delle voci comuni sulla relazione di coppia, del tipo “non produce”, “non accumula”, “non monetizza”. Proprio per questa apparente inutilità ogni relazione sponsale è sacra e conduce a scoprire che il suo valore non sta nell’output ma nella sua interiorità;
  • Sposi, collezionate le vertigini che vengono quando si incontra un bivio. Dio sta dando un’ulteriore possibilità di libertà, purché si continua a camminare insieme;
  • Sposi, imparate l’arte del lasciar andare ciò che pesa sulla relazione: uno zaino troppo pieno di egoismo, di convinzioni, di maschere. Si cammina più veloci con meno “Io” e più “Noi”;
  • Sposi, ritornate sempre a casa da pellegrini cioè mantenendo sempre vivo lo sguardo del viandante nella routine giornaliera, con meno automatismi e più autenticità.

Siamo convinti che quest’anno giubilare ha portato, e porterà ancora, i suoi “frutti di speranza” se il pellegrinaggio personale e di coppia vi ha condotto ad una rivoluzione esistenziale.

Cari sposi in un mondo che vi vuole consumatori di cose materiali, scegliete di essere pellegrini di sparanza; in una società che vi vuole celeri nel competere, scegliete la lentezza nell’aspettare i tempi dell’altro; in una cultura che vi vuole connessi 24 ore, 7 giorni su 7, scegliete il silenzio della preghiera. Siate sposi cristiani che fanno della povertà umana la loro ricchezza.

Quando vi sembra che Dio vi abbia tolto tutto, in realtà vi sta dando tutto se stesso. E allora scoprirete che il vero pellegrinaggio non è da un luogo all’altro della terra, ma è un pellegrinaggio interiore: dal fuori al dentro, dalle cose al cuore. Ah, come diversamente pensa il mondo! Se solo esso sapesse che avere Dio è possedere tutto, come vivrebbe più felice già fin da ora, pur in mezzo alle mille tempeste dell’esistenza! Dio lo si può trovare, non è lontano: vive nel cuore dell’uomo in grazia. Occorre solo mettersi in cammino, e la strada è la preghiera. Il pellegrino guarda dentro se stesso, sta raccolto, non si turba di fronte alle sventure: ha capito che il Padre non abbandona nessuno, perché Dio è amore. Non vi è più salita né discesa, montagna o avvallamento: egli tiene lo sguardo fisso verso la meta e lì ritrova tutto, ma proprio tutto (dai Racconti di un pellegrino russo)

Ricordatevi che essere sposi pellegrini, cioè che si sforzano di far crescere la loro relazione d’amore orientandola verso l’Alto, vi renderà liberi di vivere il Sacramento nuziale nella verità dello Spirito fino al giorno in cui ritorneremo, pellegrini, dal nostro Sposo Gesù.  

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Uomini e Donne: La Vera Libertà tra Amore e Relazioni

Oggi, 1° gennaio, la Chiesa non apre l’anno nuovo parlando di programmi, obiettivi o performance. Lo apre mettendo al centro una donna. Maria, Madre di Dio. Non una donna potente secondo i criteri del mondo, non una donna “arrivata”, non una donna che si è salvata da sola. Ma una donna che ha accolto una relazione, che ha detto sì a un Altro, che ha permesso a Dio di entrare nella sua vita, nel suo corpo, nella sua storia.

È un inizio d’anno profondamente controcorrente. Perché mentre tutto intorno a noi ci spinge a essere autosufficienti e indipendenti, la Chiesa ci ricorda che la salvezza è passata da una relazione, da un grembo, da una fiducia. Non dalla forza, ma dall’accoglienza.

Viviamo invece immersi in una cultura che esalta l’indipendenza come valore assoluto. Donne e uomini chiamati a essere autonomi, performanti, realizzati. Il messaggio è chiaro: chi ha bisogno è debole; chi si basta da solo è forte. L’emancipazione, da strumento di libertà, rischia così di diventare un imperativo che non ammette fragilità.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: persone competenti, brillanti, di successo, che però vivono una solitudine profonda. Una solitudine che non si dice, perché stona con l’immagine vincente. Il lavoro diventa allora il luogo principale di identità, non perché realizzi davvero, ma perché è l’unico spazio in cui sentirsi riconosciuti. Ma il successo, quando non è condiviso con qualcuno di davvero importante, lascia un retrogusto amaro.

Questa mentalità ha inciso profondamente anche sul modo in cui raccontiamo l’amore, la relazione tra uomo e donna, perfino ai bambini. È sintomatico osservare come sono cambiati, nel tempo, i cartoni animati Disney. Un tempo c’era la principessa da salvare, che attendeva il principe azzurro. Un modello certo ingenuo, da purificare, ma che custodiva un’intuizione vera: la vita si gioca nell’incontro con un altro.

Oggi le principesse si salvano da sole. Sono forti, indipendenti, autosufficienti. Raramente si sposano. Spesso non hanno bisogno di nessuno. È una narrazione che vuole essere emancipante, ma che finisce per trasmettere un messaggio sottile: la relazione stabile è un limite, l’altro è un rischio, l’amore è secondario rispetto all’autorealizzazione.

Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di leggere i segni dei tempi. Quando il maschio viene raccontato prevalentemente come una minaccia e la donna come qualcuno che deve liberarsi dalle relazioni per non essere sottomessa, qualcosa si rompe. Non nasce una libertà più grande, nasce una diffidenza strutturale. E la diffidenza non genera felicità, genera solitudine.

Il discorso è complesso, soprattutto in una società che ha giustamente combattuto per l’emancipazione femminile. È sacrosanto che una donna abbia le stesse opportunità nel lavoro, nella carriera, nella vita pubblica. Ma è altrettanto vero che la donna possiede una capacità unica: generare vita. Non riconoscerlo non è progresso, è riduzione.

La vera libertà non è scegliere contro la propria natura, ma poterla vivere senza essere penalizzati. Una donna deve essere libera di lavorare e realizzarsi professionalmente, senza dover rinunciare alla maternità se la desidera. E deve essere altrettanto libera di scegliere di dedicarsi alla famiglia senza essere guardata come una persona “non emancipata”.

Il problema nasce quando l’emancipazione diventa pressione. Quando il successo lavorativo diventa l’unico metro di valore. Quando una donna sente di dover dimostrare di valere producendo, performando, competendo. In questo scenario, la maternità non appare più come una possibilità feconda, ma come un intralcio.

Tutte le donne devono essere madri? No. Sarebbe una violenza dirlo. La maternità non è un obbligo, è il frutto di un amore che genera. Ma una cosa va detta con chiarezza: una donna che ama è sempre madre. Non necessariamente nel senso biologico, ma nel senso più vero e profondo. Ogni donna che si spende nel dono di sé è generativa. Genera vita dove vive: nelle relazioni, nel lavoro, nelle amicizie, nella comunità. La maternità è prima di tutto una postura del cuore, una capacità di accogliere, custodire, far crescere l’altro.

Ma allora la domanda vera è: quando siamo davvero liberi?

Siamo liberi quando possiamo amare senza doverci difendere, quando possiamo donarci senza paura di perderci. Perché l’amore autentico non toglie, ma fa esistere. E in questa logica, uomini e donne, ciascuno con la propria specificità, scoprono che la fecondità non è un’opzione tra le altre, ma il segno più vero di una vita riuscita.

Uomini e donne siamo creati per amare ed essere amati. Questa è la nostra verità più profonda. Il lavoro non è il fine della vita, ma una conseguenza dell’amore vissuto. È sentirsi amati che ci rende creativi, forti, capaci di affrontare il mondo.

Il matrimonio, in questo senso, non è una gabbia ma il luogo in cui possiamo finalmente smettere di recitare. È lo spazio in cui siamo amati per ciò che siamo, non per ciò che facciamo. Quando è vissuto pienamente, il matrimonio diventa fecondo: genera vita, speranza, stabilità, capacità di dono. E tutto questo ricade anche nel lavoro, rendendolo più umano.

Non possiamo darci la felicità da soli. Vale per la donna e vale per l’uomo. Maria, Madre di Dio, ce lo ricorda oggi con la sua vita: la grandezza non sta nell’autosufficienza, ma nell’amore accolto. Come scriveva San Giovanni Paolo II: “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna. Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.”

Forse il vero augurio per l’anno nuovo non è diventare più indipendenti, ma più capaci di relazione. Perché è lì che si gioca la vita.

Antonio e Luisa

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Fare memoria del bene: il tesoro nascosto del matrimonio

Questo è l’ultimo articolo dell’anno. E non poteva che essere un invito semplice, ma decisivo: fermarsi e fare memoria del bene ricevuto.

Quando un anno si chiude, siamo spontaneamente portati a ricordare ciò che è mancato: le discussioni, le incomprensioni, le fatiche che non avremmo voluto vivere. È un riflesso umano. Ma non è l’unico sguardo possibile. La fede ci educa a uno sguardo diverso, più vero e più fecondo: quello che sa riconoscere il bene ricevuto e custodirlo come una ricchezza per il futuro. Perché chi inizia un nuovo anno con riconoscenza, ama meglio. C’è un breve racconto che dice tutto questo con una forza disarmante.

Un sacerdote viene trasferito in una nuova parrocchia. Tra le prime famiglie che incontra ce n’è una molto presente nella vita comunitaria. Viene invitato a cena. Durante la serata resta colpito dall’intesa evidente tra i due sposi: uno di quegli amori che non hanno bisogno di essere esibiti, perché si percepiscono nei gesti, nei silenzi, negli sguardi.

Prima di congedarsi, il sacerdote fa una domanda diretta, quasi provocatoria: Ma anche a voi capita di litigare? Ci sono momenti di tensione e di crisi? Risponde lei, senza esitazione: Certo che sì, caro don. Ma abbiamo un segreto. Il nostro tesoro.

Si alza, entra in un’altra stanza e torna con un diario in mano. Vede questo quaderno? Qui annoto tutte le volte che mio marito mi ha voluto bene. Ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione. E quando litighiamo, vado in camera, lo prendo, lo sfoglio. E mi torna subito il desiderio di fare pace. Di ricominciare.

Questo racconto è semplice. Ma è profondamente vero. E ci mette davanti a una domanda scomoda: noi cosa custodiamo nel cuore?

Diciamocelo con onestà: siamo bravissimi a ricordare le mancanze dell’altro. Le archiviamo con precisione. Le teniamo pronte. Le tiriamo fuori al momento giusto. E siamo altrettanto bravi a dare per scontato il bene: tutte le volte in cui nostro marito o nostra moglie ci ama davvero, si fa servizio, si fa cura, si fa presenza, si fa tenerezza. Quelle volte spesso scivolano via senza lasciare traccia. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità di un matrimonio.

Non basta “fare memoria” in modo generico. Esiste un verbo molto più forte: ricordare. Un verbo che, nella sua etimologia, rimanda al cuore. Re-cordari: richiamare al cuore. Rendere presente oggi un bene che è stato donato ieri. Non come nostalgia, ma come forza attuale.

Ricordare significa riportare nel cuore tutte le volte che siamo stati guardati con amore. Tutte le volte che siamo stati accolti. Tutte le volte che una parola ci ha rialzati. Tutte le volte che il corpo dell’altro è stato casa e non pretesa. Tutte le volte che siamo stati perdonati. Tutte le volte che abbiamo sperimentato la bellezza di essere amati anche quando non ce lo meritavamo.

Questo non cancella le ferite. Ma impedisce alle ferite di diventare l’unica verità.

Costruire questo tipo di memoria significa creare un tesoro. Un capitale spirituale e affettivo da cui attingere nei momenti difficili. Perché arriveranno. Arrivano sempre. Ci saranno giorni in cui l’altro non sarà capace di darci nulla. Giorni in cui ci sembrerà povero, distante, faticoso da amare. È lì che il ricordo del bene diventa salvezza.

Quando attingiamo a quel tesoro, diventa più difficile lasciarsi dividere dal non-amore del momento. Perché sappiamo che l’amore c’è, anche se in quel tratto di strada non si vede. È custodito nei gesti passati che continuano a nutrire il presente.

Ecco perché questo ultimo articolo dell’anno non è un bilancio, ma un invito. Prima di entrare nel nuovo anno, fermatevi. Prendete il vostro “diario”. Anche solo simbolicamente. E chiedetevi: quale bene ho ricevuto?

Chi inizia così, non parte da zero. Parte da una ricchezza. E può amare con più libertà, con più verità, con più riconoscenza.

Antonio e Luisa

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Le emozioni autentiche: la porta d’ingresso alla verità di sé

Inizio oggi una serie di articoli per trattare le emozioni. Nel cammino personale, relazionale e spirituale c’è un passaggio decisivo che spesso viene sottovalutato: imparare a riconoscere le emozioni autentiche, chiamate in Analisi Transazionale anche emozioni primarie. Sono emozioni di base, universali, presenti in ogni essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. Non dipendono dal carattere, dall’educazione ricevuta o dal livello di maturità spirituale. Appartengono all’essere umano in quanto tale e precedono ogni costruzione culturale, morale o religiosa. Eppure, paradossalmente, sono proprio le emozioni che più fatichiamo a sentire e a nominare.

In Analisi Transazionale un’emozione autentica non coincide mai con l’impulsività o con una reazione incontrollata. Ha caratteristiche precise: è proporzionata alla situazione che la genera, è temporanea, non invade tutta la persona e orienta all’azione sana. La rabbia autentica segnala che un confine è stato violato; la tristezza autentica segnala una perdita; la paura autentica protegge la vita; la gioia autentica nasce dall’incontro vero; la sorpresa autentica ci rende disponibili all’azione inattesa di Dio e dell’altro; il disgusto autentico custodisce la dignità, aiutandoci a dire un no sano a ciò che non è buono per noi. Se ascoltate, le emozioni autentiche non distruggono, ma orientano. Il problema nasce quando non le riconosciamo o quando le sostituiamo con qualcos’altro.

Molti di noi non sono stati educati a sentire le emozioni, ma ad adattarsi. Da bambini abbiamo imparato molto presto che alcune emozioni non erano accettabili, non erano benvenute o mettevano a rischio il legame con le persone importanti. Così abbiamo iniziato a sostituirle.

In Analisi Transazionale queste sostituzioni si chiamano emozioni parassite: emozioni apprese, emozioni “di copertura”, che prendono il posto di quelle autentiche perché più sicure dal punto di vista relazionale. Succede allora che al posto della tristezza mostriamo rabbia, al posto della paura mostriamo controllo, al posto del bisogno mostriamo autosufficienza, al posto del dolore mostriamo distacco o ironia. Non è una colpa, è una strategia di sopravvivenza. Ma ciò che ci ha protetti da piccoli, da adulti spesso ci allontana da noi stessi e dagli altri.

Dal punto di vista cristiano questo tema è centrale, anche se spesso frainteso. La fede cristiana afferma l’unità della persona: corpo, psiche e spirito non sono compartimenti separati. Se Dio si è fatto carne, allora anche le emozioni diventano luogo di rivelazione. Nei Vangeli Gesù non appare mai emotivamente anestetizzato.

Davanti alla tomba di Lazzaro «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35): tristezza autentica, non trattenuta, non negata. Di fronte alla durezza dei cuori «guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza del loro cuore» (Mc 3,5), Gesù mostra una rabbia limpida, che nasce dall’amore ferito, non dal bisogno di dominare. Nell’orto degli ulivi prova paura e angoscia: «La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14,34), e chiede che il calice passi, mostrando che la paura autentica non è mancanza di fede, ma espressione piena dell’umanità.

Allo stesso tempo Gesù conosce una gioia profonda e condivisa: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). Il disgusto autentico emerge quando Gesù smaschera ciò che è falsità e ipocrisia, come davanti ai sepolcri imbiancati e al tempio trasformato in mercato (cf. Mt 23,27; Gv 2,15-16): non disprezzo delle persone, ma rifiuto netto di ciò che corrompe la relazione con Dio e con l’uomo. Persino la sorpresa attraversa i Vangeli, quando Gesù si meraviglia della fede del centurione (Mt 8,10) o dell’incredulità dei suoi (Mc 6,6). Gesù vive emozioni autentiche, non emozioni parassite. Non le nega, non le moralizza, non le spiritualizza per difendersi.

Questo ha conseguenze enormi per la vita di coppia. Molti conflitti non nascono perché “non ci amiamo più”, ma perché non sappiamo più dirci l’emozione autentica. Dietro una rabbia aggressiva spesso si nasconde la paura di non contare, la tristezza per una distanza, il bisogno di essere riconosciuti. Quando una persona riesce a dire l’emozione vera, accade qualcosa di potente: l’altro non si sente più attaccato, ma coinvolto. L’emozione autentica non accusa, espone. E dove c’è esposizione vera, può nascere l’incontro.

Riconoscere le emozioni autentiche non è una tecnica psicologica da applicare né un esercizio di introspezione fine a se stesso. È un cammino di verità che tocca la storia personale, il Bambino interiore, la relazione e anche la fede. Dio non ci chiede di essere forti, ma di essere veri. Questo articolo vuole essere solo un’introduzione. Nei prossimi entreremo, una per una, nelle emozioni autentiche per comprenderle, riconoscerle e imparare a viverle senza distruggere noi stessi o la relazione. Perché la maturità emotiva non è smettere di sentire, ma sentire bene. E da lì, finalmente, amare meglio.

Antonio e Luisa

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Quando la rabbia non è rabbia

Una storia quotidiana per capire le emozioni parassite

Ogni anno, puntuale come il Natale stesso, arriva anche per noi il momento di andare a fare le compere. È una scena normale, quasi banale, e proprio per questo rivelatrice. Io entro nei negozi con una cosa ben chiara in testa: il budget. Luisa entra con un’altra chiarezza, più emotiva e relazionale: i doni, le persone a cui sono destinati, i gesti che raccontano amore più che numeri. Due sguardi diversi, entrambi legittimi, che ogni anno finiscono per incrociarsi nello stesso punto critico.

Succede così: a un certo momento, quando secondo me Luisa spende troppo, sento crescere dentro una tensione. Non è una rabbia esplosiva, non ci sono parole dure o accuse esplicite. È qualcosa di più sottile. Mi rabbuio. Mi chiudo. Parlo meno. Il tono cambia e, senza bisogno di dirlo, la distanza comincia a farsi sentire.

Luisa lo percepisce subito. Non lo vive come una questione di soldi, ma come un allontanamento emotivo, come se improvvisamente io fossi meno presente, meno in relazione. Negli anni passati questa dinamica ci ha portati spesso allo stesso esito: io convinto di avere ragione, lei ferita, entrambi con la sensazione di non esserci davvero incontrati.

Quest’anno, però, qualcosa è cambiato. Non perché la situazione fosse diversa, ma perché io lo ero. Da tempo sto studiando l’Analisi Transazionale e, in particolare, il tema delle emozioni parassite. In questo approccio si definiscono così quelle emozioni che impariamo a esprimere al posto di quelle autentiche. Non sono emozioni false nel senso morale del termine, ma sostitutive. Le utilizziamo perché sono più familiari, più accettate, spesso imparate molto presto nella nostra storia personale. È come se, crescendo, avessimo capito che alcune emozioni andavano bene e altre no, e avessimo trovato delle scorciatoie emotive per adattarci.

Così, invece di mostrare la paura, mostriamo rabbia; invece della tristezza, ironia; invece del bisogno, chiusura; invece della preoccupazione, irritazione. Le emozioni parassite non nascono per fare male, ma per proteggerci. Il problema è che, nelle relazioni adulte, producono quasi sempre l’effetto opposto: allontanano proprio la persona dalla quale avremmo bisogno di sentirci vicini.

Mentre camminavamo tra i negozi, ho sentito quella sensazione familiare salire dentro di me. Il corpo si irrigidiva, la voglia di parlare diminuiva, il silenzio prendeva spazio. Ma questa volta mi sono fermato. Mi sono fatto una domanda semplice, forse la più onesta che potessi farmi: “Ma io, davvero, sono arrabbiato?”. La risposta è arrivata chiara e inattesa. No, non ero arrabbiato. Quello che sentivo era preoccupazione. Preoccupazione per le spese, per l’equilibrio familiare, per il futuro, per quella responsabilità che sento profondamente mia. La rabbia non era l’emozione autentica, era solo l’emozione che avevo imparato a usare per non mostrare altro.

A quel punto ho fatto qualcosa di diverso dal solito. Non ho parlato di cifre, non ho fatto osservazioni sul “troppo” o sul “bisogna stare attenti”. Ho semplicemente detto la verità emotiva: “Sono preoccupato”. È sorprendente quanto una parola, se è quella giusta, possa cambiare completamente il clima. Luisa non si è difesa, non si è chiusa, non si è sentita accusata. Perché la preoccupazione non attacca, non giudica, non mette distanza. La preoccupazione chiede vicinanza. Da lì è nato un dialogo vero, non perfetto e non risolutivo, ma autentico. Un dialogo che non ci ha separati, ma avvicinati.

Questa esperienza, così semplice e quotidiana, mette in luce una dinamica che riguarda molti di noi. Spesso, proprio quando abbiamo più bisogno di essere accolti, mostriamo un’emozione che respinge. Quando abbiamo bisogno di rassicurazione diventiamo duri, quando abbiamo bisogno di essere capiti diventiamo silenziosi, quando abbiamo bisogno di vicinanza alziamo muri. Le emozioni parassite fanno esattamente questo: ci proteggono creando distanza, e così generiamo più dolore e più sofferenza di quanto sarebbe necessario.

Non è stata una svolta epocale. Una piccola vittoria. Ma quella sera non ci siamo persi, e per una coppia questo è già moltissimo. Riconoscere l’emozione autentica e darle voce è un atto di verità, e la verità, nel matrimonio come in ogni relazione significativa, non divide: costruisce. L’Analisi Transazionale non serve a diventare più controllati o più bravi, ma più umani. E a volte, per amarci meglio, basta imparare a dire non l’emozione che difende, ma quella che, finalmente, chiede di essere accolta.

Antonio e Luisa

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Natale: Un’Occasione per Rinnovare l’Amore

Il Natale è una festività che invita alla riflessione sulla speranza, sulla famiglia e sull’unità. Dio si fa uomo tra gli uomini, si manifesta nella forma più indifesa, un bambino. In un periodo dell’anno in cui si celebra la speranza e la rinascita, può esserci lo spazio per rinnovare le relazioni? anche quelle che sembrano difficili da riparare?

L’amore di coppia è uno dei legami più complessi e significativi che possiamo sperimentare. Quante volte, come Maria e Giuseppe, ci troviamo ad affrontare viaggi faticosi, costellati di incognite e imprevisti? Pensiamo, ad esempio, alla distanza tra Nazaret e Betlemme: un cammino di circa 130–150 chilometri che, a piedi o a dorso di un asino, richiedeva dai quattro ai sette giorni di viaggio. Se a questo aggiungiamo la gravidanza di Maria, non possiamo che ammirare la fiducia reciproca che univa i due e l’amore profondo necessario per affrontare un percorso fatto non solo di felicità e condivisione, ma anche di fatica, difficoltà e incomprensioni.

Sempre più spesso, nelle nostre esperienze di coppia, quando non conosciamo strumenti adeguati utili ad affrontare i momenti critici o quando perdiamo di vista il progetto iniziale della relazione, smarriamo le nostre coordinate interiori. In questo spazio di smarrimento trovano terreno fertile sentimenti come frustrazione, delusione e sconforto. Nei casi più dolorosi, tutto questo conduce alla separazione. Eppure, la separazione non è sempre l’unica strada possibile. In certi casi, può diventare anche un’occasione di crescita, di riflessione e persino di rinascita.

In questo cammino di riconciliazione, uno degli elementi più potenti è il perdono. Perdonare non significa dimenticare o negare il dolore causato da una ferita, ma compiere un atto di liberazione. Liberarsi dal rancore e dal risentimento permette una guarigione profonda, tanto in chi perdona quanto in chi viene perdonato. Il perdono, dunque, non è segno di debolezza, ma di grande forza. Richiede coraggio, perché implica il lasciar andare il peso di offese spesso profonde, per aprire lo spazio alla rinascita di qualcosa di nuovo.

Siamo Roberto e Daniela, ci siamo sposati 31 anni fa, quando eravamo due giovani pieni di sogni, pronti ad affrontare il mondo. Avevano scelto di camminare insieme, spinti dal legame profondo che ci univa, un legame che sembrava tanto naturale quanto l’aria che respiravano.

Le risate, i sogni e le promesse di un futuro insieme erano tutto ciò di cui avevamo bisogno per sentirci completi. I primi anni di matrimonio furono un’esplosione di felicità. Le giornate passavano velocemente, tra vacanze, progetti, e la costruzione di una casa piena di risate e amore. Poi, arrivarono i figli, tre meravigliosi bambini che resero la nostra vita ancora più ricca e piena di significato. La casa si riempì di voci, giochi, e le notti diventarono più lunghe, ma anche più dolci, perché il nostro amore cresceva nei piccoli gesti quotidiani.

Ma come il vento che cambia direzione senza preavviso, anche il nostro amore dovette attraversare tempeste. Con il passare degli anni, infatti, il tempo si riempì di doveri e responsabilità. Il lavoro, le esigenze quotidiane, e soprattutto il compito di essere genitori presero il sopravvento ed entrambi, cominciammo a perdere di vista noi stessi. La nostra relazione, che una volta era un rifugio di complicità e passione, divenne sempre più una routine. Eravamo più genitori che coppia, più organizzatori di vite altrui che amanti.

Iniziammo a perderci nei silenzi e nelle incomprensioni. Ogni giorno sembrava che le parole che un tempo erano piene di significato, ora fossero più difficili da trovare. I problemi, piccoli e grandi, non venivano più affrontati insieme. Le discussioni si facevano sempre più rare, ma anche più fredde.

Ad esempio, quando io, cercavo supporto, Daniela, stanca e distante, non riusciva ad offrirmi quel conforto che un tempo le veniva naturale. Non parlavamo più di ciò che davvero contava, e le emozioni rimanevano soffocate nei nostri cuori, senza mai trovare spazio per un confronto sincero.

Ogni discussione si trasformava in un silenzio pesante, che si estendeva giorno dopo giorno. La mancanza di comunicazione non era solo una questione di parole, ma di disconnessione emotiva e l’amore, che un tempo scorreva liberamente tra noi, sembrava essersi trasformato in una presenza distante e sfuggente. La crisi fu profonda, tanto da portarci a pensare che fosse arrivato il momento di separarci.

Siamo stati separati per tre anni. Eppure, proprio in quel periodo di profonda crisi, qualcosa è cambiato. Un giorno, quando sembrava che tutto fosse perduto, ad un passo dal divorzio, ci siamo incontrati. Ci siamo guardati negli occhi, e in quello sguardo c’era una risposta che nessuno di noi aveva mai veramente pronunciato. C’era ancora l’amore. E non solo amore, ma la consapevolezza che, nonostante tutto, eravamo ancora noi, quelli che si erano innamorati tanti anni prima.

Non è stato facile, ma abbiamo deciso di non arrenderci. Ed è stato allora che un amico comune ci ha mandato la locandina del weekend di Retrouvaille, a cui partecipammo senza troppe aspettative ma consapevoli che da soli non ce l’avremmo fatta.

Arrivammo al weekend con sentimenti di fiducia e speranza. Ci accostammo al programma con abbandono. Iniziammo a riprendere il dialogo che avevamo interrotto da troppo tempo e, addirittura, arrivare più in profondità, come forse mai avevamo fatto. Gli incontri successivi sono stati molto importanti; poco per volta, abbiamo iniziato a capire cosa non aveva funzionato nella nostra relazione e come usare gli strumenti per poter avere una vita di coppia piena, serena e forte.

Abbiamo scelto di non arrenderci, di riscoprirci, come se fosse il nostro “nuovo anno”. La magia non era sparita, era solo sepolta sotto le nostre paure, sotto il nostro silenzio. Abbiamo iniziato a parlarci di nuovo, a prenderci cura di noi stessi come coppia. Abbiamo ricominciato a ridere insieme, a ritrovare quella complicità che avevamo perso, come se stessimo riscoprendo un regalo che avevamo dimenticato sotto l’albero.

I nostri figli sono cresciuti, ma noi, siamo ancora qui, più forti che mai. Oggi, dopo 31 anni di matrimonio, ci rendiamo conto che il vero dono che possiamo fare l’uno all’altra è quello di esserci, ogni giorno, di continuare a scegliere di camminare insieme. La nostra storia non è perfetta, ma è la nostra, fatta di alti e bassi, di momenti di gioia e di sfide, ma sempre con la consapevolezza che l’amore non è solo un’emozione che arriva e va, ma una scelta che ogni giorno facciamo e difendiamo.

E così, in questo periodo natalizio, tra luci, calore e riflessioni sul futuro, abbiamo imparato che la vera magia non è solo quella di un giorno di festa, ma di un amore che cresce e si rinnova, anche nei momenti difficili. Oggi guardando alla nostra storia, ripercorriamo la vita di quel piccolo ed indifeso Bambinello, vedendola come un meraviglioso cammino pieno di significati profondi e universali, che si intrecciano con gioie, dolori, speranze e perdono.

Infatti, Gesù ha vissuto l’esperienza umana, che riflette la realtà di ognuno di noi: le attese, le sfide, i tormenti ma anche la forza della speranza. Egli ci ha insegnato che il perdono può guarire e che, anche nei momenti di sofferenza, la speranza non ci abbandona mai. La sua morte terrena non rappresenta la fine, ma con la risurrezione, segna il trionfo della vita, il rinnovamento e la possibilità di un nuovo inizio. Così, la vita di Gesù ci invita a non arrenderci mai e a superare le difficoltà con il cuore in pace, certi della sua presenza in mezzo a noi, sposo tra noi sposi.

Roberto e Daniela (Retrouvaille Italia)

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Come Vivere un Natale Sereno da Genitore Separato

E siamo così arrivati alla vigilia di Natale: stanotte è speciale per tutti i bambini, ma lo dovrebbe essere anche per i grandi; forse soprattutto per gli adulti, perché col tempo abbiamo imparato a riempire il Natale di tante cose e abbiamo spesso smesso di farci interrogare davvero da ciò che questa notte rappresenta.

Ho già scritto un mio pensiero su questa festa nell’articolo precedente, lo trovate qui, se siete interessati. Oggi però vorrei soffermarmi su una situazione particolare, che riguarda molte più persone di quante si pensi: chi affronterà il Natale da solo e in modo particolare per chi è separato e che vive quella condizione strana e dolorosa per cui i figli si hanno con sé ad anni alterni, un Natale sì e uno no.

Anch’io quest’anno sarò lontano dalle mie figlie, perché passeranno tutta la settimana con mia moglie. È una realtà con cui, prima o poi, ogni genitore separato deve fare i conti e non è mai semplice, neanche quando si cerca di essere “forti”, maturi, credenti. Conosco però separati che, nonostante tutto, riescono a vivere il Natale insieme al coniuge, proprio per il bene dei figli. A volte si ritrovano la sera della vigilia, altre per il pranzo di Natale: in alcuni casi c’è persino lo scambio dei regali, come se, almeno per qualche ora, la famiglia tornasse a essere riunita.

Penso sinceramente che questa possa essere una cosa molto bella, a patto che non sia forzata, che non crei tensioni e che venga vissuta come un momento sereno, senza recriminazioni, senza allusioni, senza il bisogno di chiarire questioni che non possono essere affrontate in quel giorno.

Non è un tornare indietro, non è fingere di essere ancora una coppia, ma è scegliere consapevolmente di essere ancora genitori insieme (dovrebbe valere anche per chi non è rimasto fedele alla promessa fatta). Qualcuno sostiene che questo comportamento non sia appropriato, perché rischia di “confondere” i figli e di far credere loro che la famiglia si sia magicamente ricomposta: io, invece, penso esattamente il contrario.

I figli non sono stupidi, sanno benissimo che mamma e papà non vivono più insieme. Sanno che ci sono state delle difficoltà, dei dolori, delle scelte, ma vedere i genitori che, almeno per una volta, riescono a stare nella stessa stanza senza farsi la guerra è un messaggio potentissimo: è dire loro, senza tante parole, “Tu sei più importante dei nostri rancori”.

Questo non è fingere, fingere sarebbe far credere che non ci sia stato amore, sarebbe negare che quei figli siano nati da un legame vero, profondo, totale. Fingere sarebbe cancellare la verità che c’è stata fra il tepore di quelle lenzuola, di quell’intimità che ha generato la vita. Il fatto che quell’amore si sia trasformato, ferito o addirittura spezzato, non può cancellare il bene che c’è stato e soprattutto non può eliminare il risultato che ha prodotto: dei figli, che portano impressa nella loro carne la storia dei genitori.

Eppure, spesso, gli adulti fanno una fatica enorme: non riescono a stare qualche ora con il coniuge con cui hanno fatto l’amore per anni, ma riescono senza problemi a partecipare a un meeting di due giorni con un capo ufficio che non sopportano, a una cena aziendale forzata, a una riunione interminabile per “non creare problemi sul lavoro”. È paradossale, ma è così: il lavoro non deve essere danneggiato, i figli invece… si arrangino.

Questa dinamica emerge in modo ancora più evidente nelle feste religiose dei figli. Quante volte mi capita di leggere discussioni in cui genitori separati chiedono: “Come facciamo per la prima comunione?”. E la risposta più frequente è il pranzo con la mamma e la cena con il papà o viceversa: due feste, due torte, due gruppi di parenti.

Ma ci rendiamo conto dell’assurdità del messaggio che si trasmette? È la festa della Prima Comunione, un Sacramento, l’incontro con Gesù e il messaggio chiaro che trasmettiamo è che la divisione è più forte di tutto e che neanche davanti all’Eucaristia si riesce a fare uno sforzo di unità, almeno per qualche ora.

Poi però ci stupiamo se quei figli, crescendo, si allontanano dalla Chiesa, se non vogliono più andare a Messa, se vivono la fede come qualcosa d’ipocrita o di vuoto. Forse hanno semplicemente capito che, per noi adulti, non era poi così importante e che non ci credevamo minimamente.

Il Natale, in fondo, è molto simile a ciò che vivono tante famiglie oggi: niente è perfetto, ma proprio lì Dio decide di entrare. Gesù nasce in una mangiatoia, non in una casa accogliente, nasce nel silenzio e nella povertà, in una famiglia che deve lottare, scappare e che non comprende tante cose che succedono.

Questo dovrebbe dire qualcosa anche a noi, soprattutto a chi vivrà il Natale nella solitudine, a chi avrà una casa silenziosa, a chi sentirà la mancanza dei figli in modo quasi fisico, a chi farà fatica persino ad apparecchiare la tavola. Non sempre è possibile stare insieme, ci sono situazioni troppo complesse, ferite ancora sanguinanti, rapporti talmente deteriorati che un incontro sarebbe solo distruttivo; anche per me non è mai stata una soluzione percorribile.

Il Natale non chiede perfezione, chiede verità e la verità, a volte, passa anche attraverso una solitudine offerta, una nostalgia portata davanti a Dio, una ferita che non viene nascosta. Gesù nasce anche lì, nasce in quella casa vuota, nasce in quel padre che guarda il telefono sperando in un messaggio dei figli, nasce in quella madre stanca che cerca di tenere insieme tutto, nasce dove c’è povertà, non dove tutto è in ordine.

Auguro a tutti, soprattutto a chi farà più fatica, un Natale vero e sereno: non un Natale da cartolina, non un Natale perfetto, ma un Natale in cui permettiamo a Dio di entrare proprio dove fa più male, perché è lì che Lui ha scelto di nascere. Buon Natale!

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Il Cantico dei Cantici: Un Amore Vivo e Reale

C’è sempre un momento, alla fine di un percorso intenso, in cui nasce una tentazione sottile: chiudere il libro, tornare alla propria vita e pensare che ciò che abbiamo letto sia bello, profondo, persino commovente… ma non reale. Una storia affascinante, sì, ma lontana dalla concretezza delle nostre giornate, dalle fatiche della coppia, dalla stanchezza, dai silenzi, dalle ferite che conosciamo fin troppo bene.

È qui che rischiamo di liquidare tutto come una favola. Un amore così? Troppo alto, troppo esigente. Roba da ingenui, da sognatori, da chi non ha mai fatto davvero i conti con la vita. E invece no. Qui sta il punto decisivo: noi siamo stati creati per un amore così. Non per una versione ridotta, prudente, difensiva dell’amore, ma per un amore pieno, totale, incarnato.

Dio non sbaglia i suoi doni. Non è avaro. Non ci ha messi accanto “quell’uomo” o “quella donna” per sopravvivere emotivamente o per accontentarci di stare un po’ meno soli. Ci ha pensati per la felicità. Una felicità reale, concreta, attraversata dal limite ma non schiacciata da esso. Se spesso il matrimonio ci appare povero, spento o deludente, non è perché il sogno di Dio sia irrealistico, ma perché noi, lentamente, abbiamo smesso di crederci. Ci siamo adattati. Abbiamo abbassato l’orizzonte. Abbiamo perso lo sguardo sulla bellezza e sulle potenzialità della relazione che ci è stata affidata. E così, quasi senza accorgercene, dilapidiamo il tesoro più grande della nostra vita.

Il Cantico dei Cantici non è un libro romantico nel senso superficiale del termine. È un testo profetico. Profetico nel significato più autentico: rivela il desiderio di Dio sull’uomo e sulla donna. Racconta un amore già redento. Un amore che non nega il corpo, il desiderio, la passione, ma li riporta alla loro verità più profonda. Dopo Cristo, nessun amore umano è più “solo umano”. Con la sua morte e risurrezione, Gesù ha redento il mondo e ha redento anche il nostro modo di amarci.

Il matrimonio, allora, non è semplicemente una cornice religiosa data a un legame affettivo. È il luogo concreto in cui la redenzione prende carne. Attraverso il matrimonio, Dio entra nella relazione e la guarisce dall’interno. Ci riporta alle origini, a quell’Eden in cui Adamo ed Eva vivevano una comunione piena, non perché fossero perfetti, ma perché erano trasparenti, affidati, uniti.

Questo non significa che il matrimonio sia una magia. Non esistono formule automatiche. La grazia non sostituisce la libertà né l’impegno umano. Gesù non fa tutto al posto nostro. Chiede collaborazione. Chiede scelte. Chiede uno stile. Vivere il matrimonio “alla presenza di Gesù” significa assumere il suo modo di amare: la tenerezza che non possiede, la misericordia che non umilia, la volontà ostinata di donarsi anche quando costa.

Dal punto di vista psicologico, questo significa uscire dalle dinamiche difensive, smettere di vivere la relazione come un campo di battaglia o come un contratto di reciproca soddisfazione. Significa imparare a riparare, a chiedere perdono, a rialzarsi. L’errore non diventa più motivo di rottura, ma occasione di crescita. La ferita non genera distanza, ma può trasformarsi in luogo di incontro. Il peccato è sconfitto non perché non sbagliamo più, ma perché non ha più l’ultima parola.

Allora potrò dire: io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me. Non come slogan, ma come esperienza possibile. Imperfetta, certo, ma reale. Un amore che desidera, che cerca, che ricomincia.

Fare della propria vita un Cantico incarnato significa questo: permettere a Dio di rendere la nostra coppia una profezia vivente. Il mondo non ha bisogno di coppie perfette, ma di coppie vere, riconciliate, capaci di mostrare che l’amore può attraversare il limite senza spegnersi.

Un sacerdote ha detto una frase che coglie l’essenza del sacramento del matrimonio: Il matrimonio è un sacramento perché è il segno visibile del sogno invisibile di Dio. Dio ha scelto l’amore degli sposi per raccontare se stesso. Per questo gli sposi sono chiamati a vivere il loro “sacerdozio”: offrire la propria relazione come luogo di servizio, di cura, di sacrificio reciproco. Solo così diventano profeti dell’amore di Dio.

San Giovanni Paolo II lo ripete con forza: Famiglia, diventa ciò che sei. Sta a noi scegliere se restare due persone che stanno bene insieme o diventare davvero ciò che siamo chiamati a essere: luce, speranza, fuoco. Chiara Corbella Petrillo lo dice senza sconti: La logica è quella della croce: regalarsi per primi senza chiedere nulla. Altrimenti non è vocazione, ma semplice accompagnarsi fino alla morte.

Sta a noi decidere se vivere o semplicemente sopravvivere. Se essere fuoco o accontentarci delle ceneri.

Antonio e Luisa

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L’Iper-Razionale. Quando la testa protegge il cuore

Oggi affrontiamo il terzo stile di adattamento. Dopo il compiacente e il controllante, oggi l’iper-razionale.  Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. Se vivi accanto a un coniuge Iper-Razionale, probabilmente lo riconosci subito: è una persona lucida, riflessiva, capace di mantenere la calma quando le emozioni rischiano di travolgere tutto. Non alza la voce, non si lascia andare agli eccessi, non reagisce d’impulso. Di fronte a un problema, pensa. Analizza. Ordina. E spesso trova soluzioni.

Nell’Analisi Transazionale questo stile è chiamato Iper-Razionale. È uno degli adattamenti più silenziosi e meno appariscenti, ma anche tra i più fraintesi. Perché dall’esterno può sembrare distacco, mentre dentro è spesso protezione. L’Iper-Razionale non ha scelto la testa al posto del cuore per superiorità o freddezza: lo ha fatto perché, molto presto nella sua storia, ha imparato che sentire era rischioso.

Spesso è cresciuto con messaggi impliciti come: “Non provare troppo”, “Le emozioni creano problemi”, “Pensa, così sei al sicuro”. Da bambino ha scoperto che la mente poteva diventare un rifugio affidabile quando il mondo emotivo era confuso, intenso o doloroso. Così ha imparato a governare la realtà con il pensiero. È stata una strategia intelligente. Gli ha permesso di stare in piedi, di funzionare, di non andare in pezzi.

Nel matrimonio questo adattamento porta doni reali. Un partner Iper-Razionale è spesso una roccia nei momenti difficili. Quando tu sei travolto dalle emozioni, lui resta lucido. Quando il conflitto rischia di esplodere, lui lo raffredda. Porta ordine dove c’è caos, chiarezza dove c’è confusione. È affidabile, costante, coerente. E questo è un grande bene per la coppia.

La sua logica non è assenza di amore. È, al contrario, una forma di cura. È come se dicesse: “Fammi capire, fammi mettere in ordine, così posso proteggere ciò che conta”. Anche spiritualmente, questo stile custodisce una virtù preziosa: la prudenza, la capacità di discernere, di non farsi guidare solo dall’emotività del momento.

Il problema nasce quando la testa diventa l’unico linguaggio possibile. Perché l’amore non vive solo di comprensione, ma anche di condivisione emotiva. E qui emerge la fatica dell’Iper-Razionale. Le emozioni, soprattutto quelle dolorose, lo mettono in difficoltà. Gli sembrano confuse, sproporzionate, ingestibili. Così tende ad analizzarle invece di attraversarle. A spiegarle invece di sentirle. A parlarne come concetti più che come esperienze.

Tu, come coniuge, potresti sentirti solo davanti a questo muro silenzioso. Potresti pensare: “Non ti coinvolgi”, “Non mi senti davvero”, “Ti tieni sempre un passo indietro”. Ma la verità è più profonda e più tenera: l’Iper-Razionale sente molto, spesso più di quanto mostri. Solo che non ha imparato come stare dentro a ciò che sente senza paura.

Spiritualmente assomiglia a Nicodemo: cerca Dio con la mente, fa domande, ragiona, ma fatica ad abbandonarsi. Eppure l’amore — umano e divino — chiede anche fiducia, esposizione, rischio.

Se hai sposato una persona così, il tuo ruolo è delicato. Non sei chiamato a smontare la sua corazza, ma a renderla non più necessaria. Evita di forzarlo con frasi come “Devi sentire di più” o “Sei freddo”. Per lui sono accuse che lo spingono a chiudersi. Aiutalo invece a sentire che può fare piccoli passi emotivi senza essere travolto. Usa parole chiare, concrete. Dagli tempo. Non interpretare la sua calma come disinteresse: spesso è un modo per non perdersi. Valorizza ogni tentativo di apertura, anche minimo. Crea spazi di intimità tranquilli, non drammatici. L’eccesso emotivo lo manda in allarme.

L’Iper-Razionale cresce quando si sente accolto così com’è, mentre impara — lentamente — a scendere dalla testa al cuore. Il suo cammino non è diventare emotivo o impulsivo, ma integrare. Lasciare che il cuore parli senza essere subito corretto dalla mente. Imparare a nominare un’emozione senza spiegarla. A lasciarsi consolare. A pregare non solo pensando Dio, ma sentendosi tenuto da Lui.

È il cammino del Salmo 131: un’anima pacificata, non perché capisce tutto, ma perché si affida. Quando questo accade, l’amore dell’Iper-Razionale diventa una forza straordinaria: stabile, saggia, ma finalmente anche tenera. Non più una testa che protegge il cuore dalla vita, ma una testa che aiuta il cuore a respirare.

Antonio e Luisa

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Il dolore e il perdono: un amore autentico in Osea

Accusate vostra madre, accusatela, perché lei non è più mia moglie e io non sono più suo marito. Tolga dalla sua faccia i segni delle sue prostituzioni e dal suo petto i segni del suo adulterio… (Os 2,4)

Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. (Os 2,16)

Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, nella fedeltà, e tu conoscerai il Signore. (Os 2,21-22)

La Scrittura non ha paura di mostrare l’amore nel suo punto più fragile. La storia di Osea e Gomer non comincia con parole tenere, ma con un’accusa dura, quasi brutale. C’è rabbia, c’è umiliazione, c’è la ferita aperta dell’infedeltà. Non viene censurata. Non viene spiritualizzata. Viene detta.

Ed è proprio questo a renderla sorprendentemente vera anche oggi. C’è una forma di infedeltà che non fa rumore. Non esplode in uno scandalo, non arriva subito all’adulterio conclamato, ma scava lentamente. È l’infedeltà quotidiana: lo sguardo che si ritrae, la presenza che si spegne, l’altro che smette di essere scelto. Come l’acqua che scorre sotto un ponte, può sembrare innocua, ma alla lunga è capace di far crollare anche i matrimoni più solidi.

Il testo di Osea intercetta questa verità profonda: l’infedeltà non è solo un atto, ma un processo. E quando diventa manifesta, mette la coppia davanti a un bivio che la nostra cultura conosce bene: condannare o chiudere un occhio. Vendicarsi o normalizzare. Tagliare o tollerare.

Osea sceglie una terza via, che è la più faticosa: restare senza negare il dolore.

Dal punto di vista psicologico, Osea è un uomo attraversato da una rabbia autentica. Non la rimuove. Non la maschera di spiritualità. La esprime. In termini di Analisi Transazionale, potremmo dire che il suo Bambino ferito prende voce: chiede giustizia, riconoscimento, riparazione. Sarebbe pericoloso saltare questo passaggio. Un perdono che non attraversa la rabbia è fragile, perché non nasce dalla verità.

Ma Osea non resta lì. Sotto la rabbia, ascolta qualcosa che ancora vive: l’amore. E qui avviene il passaggio decisivo allo Stato dell’Io Adulto. Non perché il dolore sparisca, ma perché l’Adulto permette di non essere governati né dal Genitore Punitivo (“non meriti nulla”) né dal Bambino Vendicativo (“ti farò pagare”). L’Adulto sceglie nella realtà, non nell’impulso.

La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Il deserto, nella vita di coppia, non è una punizione ma uno spazio di verità. È il tempo in cui cadono le illusioni, i copioni relazionali, le complicità superficiali. È il luogo in cui non si può più mentire, né all’altro né a se stessi. Solo lì può riemergere la bellezza originaria del legame.

Il perdono, infatti, non è un atto eroico né una scorciatoia morale. Se fosse dato solo “perché bisogna farlo” o per sentirsi migliori, diventerebbe un gesto forzato, persino superbo. Psicologicamente, sarebbe un perdono contaminato dal bisogno di controllo o dalla paura dell’abbandono.

Il perdono vero è una proposta di futuro. Non cancella il passato, ma dice: la tua colpa non esaurisce chi sei. Per questo non può essere vissuto da soli. Chi ha tradito è chiamato ad accoglierlo non come un lasciapassare, ma come una responsabilità nuova.

Spesso chi ha tradito si sente imperdonabile. Ed è proprio qui che il perdono dell’altro diventa profezia: riapre la possibilità di credere ancora nell’amore. Non ingenuo, non cieco, ma più adulto e più vero.

Osea non racconta una favola. Racconta un amore che rifiuta la scorciatoia. Un amore che non confonde il perdono con la debolezza, né la giustizia con la vendetta. Un amore che sceglie di restare umano, perché solo così può diventare davvero divino.

Antonio e Luisa

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Litigate da adulti o da bambini?

Ci sono conflitti di coppia che non nascono da grandi differenze di visione o da problemi oggettivamente irrisolvibili. Nascono piuttosto da un movimento interiore silenzioso: due adulti che, sotto pressione, smettono di abitare la loro maturità e si incontrano nello Stato dell’Io Bambino. È una dinamica molto più frequente di quanto si pensi e, proprio perché spesso inconsapevole, può diventare profondamente logorante.

Quando entrambi i coniugi restano nel Bambino e scivolano nella competizione, il conflitto cambia natura. Non è più un luogo di confronto, né un’occasione di crescita. Diventa una lotta per affermare il proprio dolore, una ricerca di conferme che passa attraverso la contrapposizione. In quei momenti il problema concreto passa in secondo piano: ciò che conta è non perdere, non cedere, non sentirsi meno dell’altro.

L’Analisi Transazionale ci aiuta a dare un nome a ciò che accade, mentre l’esperienza cristiana del matrimonio ci ricorda che ogni crisi può diventare un passaggio di maturazione, se accolta con verità.

Il Bambino interiore di ognuno, in sé, non è il nemico. Anzi. È la parte della persona in cui abitano le emozioni, i bisogni, la sensibilità, la capacità di affidarsi e di gioire. È anche il luogo delle ferite più antiche. Il problema nasce quando, davanti a una frustrazione o a una delusione, questa parte prende il comando senza il sostegno dello Stato Adulto. La nostra parte adulta è quella che sta nel presente, nel qui ed ora.

Nella vita di coppia capita spesso che un litigio esploda in modo sproporzionato rispetto all’evento che lo ha scatenato. Non perché ciò che è accaduto sia davvero così grave, ma perché sotto la superficie si è attivata una competizione tra gli Stati Bambino. Succede soprattutto quando uno o entrambi si sentono trascurati, non ascoltati, non riconosciuti.
È in questo passaggio che il confronto rischia di trasformarsi in una gara. Quando entrambi restano nel Bambino, la discussione smette di riguardare ciò che è successo e diventa una competizione affettiva: chi soffre di più, chi ha dato di più, chi è stato più ferito. Ognuno protegge il proprio dolore come un territorio da non cedere. Ascoltare l’altro diventa pericoloso, perché viene vissuto come una perdita di posizione.
In quei momenti il coniuge, pur essendo la persona più amata, viene percepito interiormente come un avversario, quasi come un “nemico” da cui difendersi. Ed è proprio qui che le parole di Gesù – «amate i vostri nemici» – smettono di essere un ideale astratto e rivelano tutta la loro concretezza. Non parlano solo dei nemici esterni, ma di quel passaggio interiore in cui l’altro, ferendoci, smette di apparirci come alleato. Amare in quel momento non significa negare il dolore, ma scegliere di non reagire secondo la logica della competizione. Significa interrompere la spirale del Bambino ferito e fare spazio a uno sguardo più adulto, capace di custodire la relazione anche quando l’altro ci appare, per un istante, come chi ci sta togliendo qualcosa.

In questa dinamica l’altro non è più un compagno di cammino, ma un rivale. E la relazione, lentamente, si inaridisce. Eppure, sotto questa competizione, c’è quasi sempre un bisogno semplice e profondissimo: essere visti, essere riconosciuti, essere amati. Un bisogno legittimo, che però il Bambino non sa esprimere in modo diretto. Così, invece di dire “ho bisogno che tu mi ascolti”, accusa. Invece di dire “mi sento fragile”, si irrigidisce. Invece di chiedere vicinanza, crea distanza.

È un paradosso che molte coppie conoscono bene: più si cerca amore nel modo sbagliato, più si ottiene l’effetto opposto. Perché allora è così difficile uscire da questa dinamica? Perché, in quel momento, restare nel Bambino sembra più sicuro. Uscirne significa abbassare le difese, rinunciare ad avere ragione, esporsi al rischio di non essere accolti. Il Bambino preferisce una sofferenza conosciuta a una vulnerabilità nuova. E così la coppia resta bloccata, anche quando entrambi stanno male.

Ma una relazione non può crescere se resta prigioniera di questa logica. Due Bambini che competono non costruiscono intimità: accumulano risentimento. La via d’uscita non passa dalla repressione delle emozioni, ma dall’attivazione dello Stato dell’Io Adulto. L’Adulto non nega ciò che il Bambino sente, ma se ne prende cura. Traduce l’emozione in parola, il bisogno in richiesta, la ferita in dialogo. È la parte capace di fermarsi, di fare un passo indietro, di scegliere.

Nel matrimonio cristiano, questo passaggio è anche un atto spirituale. Significa scegliere la comunione invece della rivendicazione, la mitezza invece della reazione impulsiva. Significa credere che il legame vale più dell’ego.

È importante ricordarlo: basta che uno solo dei due rientri nell’Adulto perché la dinamica cambi. Non è debolezza, ma una forma alta di responsabilità e di leadership affettiva. Il cambiamento vero avviene quando la coppia smette di chiedersi chi ha ragione e inizia a domandarsi che cosa sta succedendo tra loro. È lì che il conflitto smette di essere un campo di battaglia e può diventare, lentamente, un luogo di verità.

Il conflitto Bambino–Bambino non è un segno di fallimento, ma un segnale. Dice che ci sono bisogni non ascoltati e ferite che chiedono parola. Crescere come coppia significa imparare a custodire il proprio Bambino interiore senza lasciargli il volante nei momenti decisivi. Perché l’amore maturo non è quello che non litiga mai, ma quello che, anche nel conflitto, smette di competere e torna a scegliersi, ogni giorno.

Antonio e Luisa

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Riscoprire il Fuoco nel Tuo Matrimonio

Il fuoco ci richiama le fiamme. Fiamme dell’inferno ma anche dello Spirito Santo. Spirito Santo che è Amore. Il fuoco racconta anche l’amore. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una parola che attraversa tutta la Scrittura e, se sappiamo ascoltarla, attraversa anche la vita degli sposi. È una parola semplice, concreta, ma potentissima: fuoco. Prima di concludere questo percorso che ci ha accompagnati nella bellezza – e nella fatica – dell’amore sponsale, è necessario fermarsi qui. Non per aggiungere concetti, ma per lasciarci interrogare nel profondo.

Nella Bibbia il fuoco non è mai neutro. Non è solo un elemento naturale. È segno di una Presenza viva. Nel libro dei Numeri, un fuoco illumina l’Arca durante la notte: Dio non dorme, veglia, guida anche quando tutto intorno è buio. A Mosè Dio si rivela in un roveto che arde senza consumarsi: un fuoco che non distrugge, ma chiama; che non annienta, ma custodisce. È un Dio che si manifesta senza imporsi, che attrae senza violentare. Nel Vangelo, però, Gesù va ancora oltre e pronuncia parole che disturbano: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! (Lc 12,49).

Che cosa desidera davvero Gesù? Non il conflitto fine a se stesso, ma un amore rimesso al centro. È come se dicesse: sono venuto a riaccendere ciò che si è spento, a sciogliere ciò che si è irrigidito, a ridare vita a cuori che hanno imparato a sopravvivere invece che ad amare. Il fuoco di cui parla Gesù è il desiderio di Dio di tornare ad abitare il cuore dell’uomo, non come idea, ma come esperienza viva.

La domanda allora diventa inevitabile: questo fuoco arde anche in noi? Si sente nella nostra vita? Nel nostro matrimonio? Illumina, scalda, mette in movimento? Oppure è diventato una brace tiepida, appena percettibile, che non disturba e non riscalda più nessuno?

Nel matrimonio questa domanda è decisiva. Perché l’amore sponsale non è chiamato solo a funzionare, ma a testimoniare. I figli, le persone che vivono accanto a noi, chi incrocia la nostra quotidianità: guardandoci, possono intuire qualcosa di come Dio ama? O vedono solo due persone stanche che resistono, che si adattano, che fanno il minimo indispensabile?

Un fuoco che non scalda e non illumina non è davvero fuoco. E qui la Parola di Dio ci colpisce con una forza disarmante attraverso il messaggio alla Chiesa di Laodicea, nell’Apocalisse: Tu non sei né freddo né caldo… poiché sei tiepido, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15-16).

La tiepidezza non è il peccato clamoroso. È molto più sottile. È l’abitudine, il “si è sempre fatto così”, il vivere accanto invece che insieme. È quando l’amore non ferisce più, ma nemmeno guarisce. È quando non si litiga più, ma neppure ci si cerca davvero.

La Chiesa di Laodicea assomiglia terribilmente alle nostre chiese domestiche. Alla casa di Antonio e Luisa. Alla tua casa. Ognuno può mettere il proprio nome. È lì che Gesù dice: Ecco, sto alla porta e busso. Non sfonda, non obbliga. Bussa. Attende.

Alla fine della vita non saremo giudicati sull’efficienza, sul successo o sulla perfezione. Saremo giudicati sull’amore. Possiamo immaginare quelle domande che bruciano più di qualsiasi accusa: Hai amato tua moglie? Sei stato fuoco per lei o solo presenza tiepida? Hai messo altro prima della tua vocazione di sposo? Hai capito che da solo eri troppo povero per amare davvero e che avevi bisogno della mia grazia? Ti sei lasciato educare, purificare, trasformare?

Sono domande che non servono a colpevolizzare, ma a svegliarci ora. Perché se il fuoco dello Spirito non viene custodito, alimentato, scelto ogni giorno, il matrimonio entra lentamente in agonia. Non muore all’improvviso: si spegne per mancanza di ossigeno, di verità, di dono.

Questo fuoco è stato incarnato in modo luminoso nella vita di Chiara Corbella Petrillo, quando diceva: «L’amore ti consuma ma è bello morire consumati come una candela che si spegne solo quando ha raggiunto il suo scopo».

Qui l’immagine cambia: non più il roveto che non si consuma, ma la candela che sì, si consuma. E proprio così compie la sua missione. Una candela nuova, perfetta, intatta, è bellissima. Ma è spenta. Non scalda, non illumina. Una candela accesa invece perde la sua forma, cola, si accorcia, si segna. Eppure diventa viva. Diventa utile. Diventa bella.

Sapete quando una sposa o uno sposo sono davvero belli? Non quando sono impeccabili, ma quando sono stanchi e ancora capaci di tenerezza. Quando la giornata li ha consumati eppure non ha indurito il cuore. Papa Francesco lo ha detto con chiarezza: preferisco famiglie con il volto stanco per i sacrifici piuttosto che volti imbellettati incapaci di compassione.

La bellezza autentica non teme il tempo che passa, le rughe, i segni lasciati dalla vita. È la bellezza di chi si è lasciato consumare dall’amore. Una luce che non viene solo dalla persona, ma è riflesso della luce di Dio. Essere fuoco significa questo: consumarsi per amore. Per il coniuge, per i figli, per chi incontriamo. Solo così il matrimonio diventa profezia. Solo così racconta Dio. In un mondo stanco, disilluso e spesso tiepido, una coppia che arde davvero può ancora illuminare la strada e ridare speranza.

Antonio e Luisa

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Santa Lucia: una donna integra e libera

Oggi la Chiesa fa memoria di Santa Lucia, giovane martire di Siracusa, amatissima soprattutto dai bambini. Per me – Antonio – questo giorno ha un significato ancora più personale: è anche il giorno del mio compleanno. E forse è per questo che, fin da piccolo, Lucia ha abitato la mia immaginazione con la sua luce limpida e ferma. Ma più cresco, più mi accorgo che la sua storia custodisce una verità essenziale della nostra fede: l’importanza del corpo.

In un mondo che spiritualizza tutto o, al contrario, riduce tutto a biologia, Lucia ricorda che il cristianesimo è una fede incarnata. La novità più destabilizzante di Cristo non è un’idea, ma un fatto: Dio si fa carne. Non appare come spirito evanescente o energia cosmica, ma come un uomo con un volto, una voce, delle mani, delle lacrime. Questa non è un’aggiunta secondaria: è la rivoluzione. Se Dio ha assunto un corpo, allora il corpo non è più un “guscio”, ma parte integrante della persona.

La cultura greco-latina tendeva a separare nettamente anima e corpo; Cristo invece ricompone, tiene insieme. La Bibbia già lo suggeriva: l’uomo nasce dal soffio e dalla polvere, dal cielo e dalla terra. E Gesù lo mostra continuamente: ama attraverso il corpo. Con lo sguardo che rialza Pietro, con la mano che tocca il lebbroso, con le lacrime sulla tomba di Lazzaro, con il pane spezzato nell’Ultima Cena. Non c’è gesto di Gesù che non passi attraverso la carne. Persino il tradimento avviene con un bacio. E la croce, il trono dell’amore, è un’offerta totale del corpo e del sangue.

La scelta di Lucia: una logica d’amore che il mondo non capiva

Dentro questa verità si comprende il coraggio radicale di Lucia. Lei desiderava appartenere totalmente a Cristo, e sapeva che questa donazione non poteva avvenire “solo” nell’anima: doveva passare dal corpo. Per questo rifiutò con fermezza un matrimonio imposto, pur conoscendo il rischio della persecuzione. Non fu incoscienza, ma lucidità. I suoi contemporanei probabilmente la giudicarono irragionevole: Perché non sposarsi e poi dedicarsi comunque a Dio? Lucia, però, aveva intuito una cosa che la fede cristiana insegna da sempre: non si può donare il cuore senza donare il corpo. La persona è una unità.

La sua verginità non fu disprezzo del matrimonio, ma risposta a una chiamata unica. La vocazione, in fondo, funziona così: ti chiede tutto. Non perché Dio sia esigente, ma perché l’amore vero non tollera le mezze misure. Chi si dona a Cristo nella verginità dice: “Il mio corpo è per Te”. Chi si dona nel matrimonio dice: “Il mio corpo è per te, sposo o sposa, segno vivo dell’amore di Dio”.

La lettura psicologica: il corpo come luogo della verità

Anche l’Analisi Transazionale ci aiuta a capire questo punto. Il Corpo, nella TA, è spesso il luogo in cui si rivelano i nostri “copioni”: tensioni, adattamenti, paure, gesti automatici. Il Bambino Adattato può usare il corpo per compiacere; il Genitore Normativo per controllare; l’Adulto, invece, lo riconosce come luogo della relazione vera, libera, responsabile.

Lucia è un esempio di Adulto integro: riconosce ciò che sente, decide con coerenza, non si lascia manipolare né dalle pressioni sociali né dalle paure interiori. Il suo corpo diventa l’espressione più limpida della sua libertà. E questo vale anche per noi sposi: nella vita matrimoniale il corpo può diventare luogo di fusione immatura, di ricatto affettivo, o di donazione adulta. Dipende da quale parte di noi sceglie di guidare.

La vocazione degli sposi: amare Dio dentro una carne che parla

Nella mia storia personale – come marito di Luisa – ho capito una cosa decisiva: posso amare mia moglie con tutta l’anima solo se la amo con tutto il corpo. Non esiste un corpo “neutro”, come se l’intimità fosse un’appendice. Nel matrimonio, il corpo è linguaggio sacramentale: dice ciò che le parole non possono dire. Dice: “Io sono tuo. Totalmente, liberamente, fedelmente”.

Se il mio corpo non fosse suo, il mio cuore non riuscirebbe mai a essere realmente suo. È la logica dell’alleanza biblica: “Saranno una sola carne” non è poesia, è teologia. È morale cattolica allo stato puro. La fedeltà non è un limite: è il grembo in cui nasce la libertà dell’amore.

Il corpo come tempio: la lezione finale di Lucia

Viviamo in un mondo che spesso fa due operazioni opposte: idolatra il corpo o lo disprezza. Lo usa come merce, lo consuma, lo espone, lo baratta. Santa Lucia ci ricorda invece la verità più semplice e più alta: il corpo è sacro perché è abitato dallo Spirito Santo.

E proprio perché è sacro, va custodito. Lucia preferì sacrificare la propria vita piuttosto che consegnare il corpo a un amore non autentico. Non fu fanatismo, ma intelligenza spirituale: ciò che è prezioso si protegge. La castità cristiana nasce da qui: non dalla paura, ma dalla coscienza del valore. E allora capisco ancora meglio la grande lezione di Lucia: il corpo è talmente prezioso che merita di essere donato una sola volta, totalmente, definitivamente, a chi abbiamo promesso amore eterno – nel matrimonio o nella verginità consacrata. Questo è l’amore maturo. Questo è l’amore che illumina. Questo è l’amore che salva

Antonio e Luisa

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Il controllante: la roccia che non può sbagliare

Oggi entriamo nel secondo stile di adattamento. Dopo il Compiacente, incontriamo il Controllante. A differenza di quanto il nome potrebbe far pensare, il Controllante possiede moltissime qualità preziose. Il punto decisivo, però, è che queste risorse siano orientate dalla verità dell’amore e non governate dalla paura dell’abbandono. Il Controllante pensa: Devo essere impeccabile e forte per valere. Sostiene tutto. Ma sotto la corazza vive la paura di non bastare. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato.

Chi vive accanto a un coniuge controllante lo sa: c’è una forza dentro questa persona che organizza, struttura, dirige, tiene insieme. Una forza che, nei momenti di confusione, regge la casa, prende decisioni, non molla. E questo, nel matrimonio, è un dono vero. Perché la vita familiare non è fatta solo di emozioni: ha bisogno anche di concretezza, di responsabilità, di qualcuno che non scappi quando tutto diventa pesante.

L’Analisi Transazionale chiama questo stile adattamento “Persecutor” o “Controllante”. Non è un’etichetta morale, non indica un cattivo carattere. Descrive semplicemente un modo di reagire allo stress: governando la realtà, riducendo l’imprevisto, tenendo tutto sotto una precisione severa che dà sicurezza.

Dietro questa modalità, quasi sempre, c’è una storia. Spesso il Controllante è stato un bambino che ha imparato presto che l’amore e l’approvazione passavano dalla prestazione. “Sii bravo”, “Non sbagliare”, “Conta su te stesso”, “Non deludere”. Messaggi che, nel tempo, diventano una seconda pelle. Così la persona cresce con una convinzione silenziosa: per essere degna devo essere impeccabile. Per sentirmi al sicuro devo tenere tutto sotto controllo.

E questo, nella vita di coppia, si traduce in un partner affidabile, preciso, responsabile. Uno che difficilmente lascia le cose al caso. Uno che spesso “regge” quando l’altro vacilla. Ma anche uno che può faticare con la spontaneità, con la leggerezza, con la vulnerabilità. La sua corazza è l’efficienza. Finché controllo, non ho bisogno di sentire la paura.

È importante che tu, che gli stai accanto, non smarrisca mai questo sguardo: sotto la rigidità c’è quasi sempre una ferita. Dietro l’inflessibilità, una fragilità mai autorizzata a mostrarsi. Dietro la durezza, un cuore che teme il giudizio e il fallimento.

La luce del Controllante, nella coppia, è grande. È la stabilità, la direzione, la capacità di portare avanti le cose anche quando costano. È la forza di chi non scappa dalle responsabilità. C’è qualcosa di profondamente evangelico in questa postura: ricorda Giuseppe, l’uomo giusto che protegge, che agisce, che regge il peso delle scelte senza clamore. È una forza preziosa, anche sul piano spirituale: dice fedeltà, costanza, senso del dovere.

Ma ogni dono, se non viene abitato dalla grazia, può diventare una trappola. Quando la paura prende il posto della fiducia, la forza si irrigidisce. E allora il controllo diventa eccessivo, la precisione diventa perfezionismo, la determinazione diventa inflessibilità. Il partner controllante può iniziare a correggere troppo, a notare prima gli errori che i passi avanti, a faticare a lasciare spazio. Può sembrare freddo, distante emotivamente. Può vivere le emozioni come una debolezza da reprimere. E spesso giudica se stesso con una durezza che poi, inevitabilmente, ricade anche sulla relazione.

Tutto questo non nasce dall’arroganza. Nasce dalla paura. Una paura antica, profonda, spesso mai nominata. Spiritualmente, il volto del Controllante assomiglia molto a quello di Marta: una donna buona, generosa, forte, ma così affannata dal fare da smarrire, per un attimo, la possibilità di lasciarsi amare. “Marta, Marta…”, le dice Gesù. Non per rimproverarla, ma per invitarla a un riposo più profondo. Anche il Controllante ha bisogno, prima o poi, di sedersi. Di deporre le armi. Di non dover dimostrare continuamente di essere all’altezza.

Nel cuore del Controllante c’è un desiderio grande di essere amato, ma anche il timore che, se si mostrasse fragile, potrebbe perdere valore. Vuole essere visto, ma mostra soprattutto la parte forte. Vuole essere accolto, ma teme che la sua debolezza diventi un varco per essere ferito. Per questo costruisce strutture, regole, confini rigidi. Si protegge governando.

Ma l’intimità vera nasce solo dove c’è spazio per la fragilità. E Dio stesso entra sempre dalle crepe. Il Controllante lo intuisce, ma lo teme: affidarsi è troppo rischioso. Eppure, senza questo abbandono, non può esserci una comunione piena né con Dio né con te.

Se tu vivi accanto a un partner così, il tuo ruolo è delicato e prezioso. Puoi diventare, senza forzare, un luogo di libertà. Per chi ha sposato un Controllante, la prima vera sfida è non entrare in una lotta di potere. Inutile cercare di “vincerlo” sul suo stesso terreno: il controllo. Serve invece fermezza unita a mitezza. È importante mettere confini chiari, senza accusare, ma anche senza sottomettersi. Aiuta molto riconoscere e valorizzare apertamente il suo impegno, così da non fargli sentire che deve meritarsi l’amore con la prestazione. Allo stesso tempo, è sano non delegargli tutto: condividere le responsabilità è un modo concreto per dirgli che non è solo. Piccoli gesti di fiducia, scelte fatte insieme, spazi in cui anche l’errore è consentito, aiutano lentamente il Controllante a rilassare la presa. Non perché smetta di essere forte, ma perché impari a non dover essere forte da solo.

Crea piccoli spazi di verità, dove possa abbassare la guardia senza sentirsi smascherato. Mostra, con la vita, che essere imperfetti non distrugge il legame. Ricordagli, con gesti più che con discorsi, che la grazia vale più della prestazione.

Il cammino del Controllante è un passaggio dalla perfezione alla fiducia, dal controllo alla comunione, dal fare al lasciarsi amare. Quando scopre che può essere fragile senza perdere valore, quando osa chiedere aiuto, quando accetta che non tutto dipende da lui, allora nasce una nuova qualità dell’amore. Un amore meno rigido, più umile, più reciproco. Un amore che non controlla per paura, ma guida con mitezza.

E anche quando sembra che tutto sia finito, Dio sta nascendo

Il Natale ci sorprende sempre, anche quando pensiamo di averlo già capito. Torna ogni anno con la forza di un avvenimento che non può essere abitudinario, perché ci mette davanti all’Incarnazione, al Dio che entra nella storia con la fragilità di un bambino e con l’umiltà di chi sceglie di non imporsi.

Ma il Natale, se lo lasciamo parlare, non ci chiede soltanto di contemplare una nascita, ci costringe a volgere lo sguardo anche al fine, al compimento, alla direzione ultima della nostra vita. Non basta chiedersi quando è nato Gesù, occorre chiedersi perché è nato e per chi è nato; e, di riflesso, occorre domandarsi a cosa siamo chiamati noi, quale fine ci attende e verso Chi siamo invitati a camminare. Fra l’altro il Natale è anche molto vicino alla fine dell’anno, quindi in un tempo di bilancio e riepilogo della nostra vita.

Il presepe non è soltanto la rappresentazione di un inizio, è la rivelazione di un percorso. Quel Bambino che riposa nella mangiatoia porta già con sé il segno della croce: non perché il Natale sia triste, ma perché la luce che sfolgora nella notte di Betlemme è la stessa luce che illuminerà il calvario (infatti, i re magi porteranno anche la mirra che veniva utilizzata per la sepoltura).

Nel Natale contempliamo la dolcezza di Dio che si fa vicino, ma non possiamo ignorare che quella vicinanza è venuta per condurci verso la Pasqua, verso una vita che trova senso solo se orientata a ciò che non finisce.

Ed è proprio dentro questo movimento tra inizio e fine che si colloca anche l’esperienza di chi vive la ferita della separazione con fedeltà. Il Natale è la festa della famiglia anche se il coniuge se n’è andato? Assolutamente sì! Perché la mancanza della moglie o del marito richiama la Presenza.

La famiglia, agli occhi di Dio, non è quella perfetta, ma un vincolo inciso nella carne e nello spirito, una chiamata che non viene cancellata dalle fragilità umane. I separati fedeli, con la mancanza del coniuge accanto a loro, indicano a Chi bisogna guardare: è un’assenza che richiama la Presenza. Non una ferita che paralizza, ma un varco, una feritoia attraverso cui passa una luce diversa.

La mancanza dell’altro non diventa negazione dell’amore, ma suo compimento in una forma diversa, non più rivolto prevalentemente verso una persona, ma verso tutti. Certo, il coniuge che manca pesa molto, come negarlo, ma l’amore non cessa e si trasforma in una fedeltà che non si appoggia solo sulle forze umane, bensì su un legame che trova radice in Dio stesso. In questo, essi vivono in modo tutto particolare ciò che il Natale insegna a ogni cristiano: Dio viene anche dove non c’è spazio, anche dove sembra tutto chiuso, anche dove la storia sembra essersi spezzata.

Il Natale ci chiede di guardare con verità la nostra vita e di riconoscere che ciò che vediamo non è tutto. Ci sono aspetti che ci sfuggono, promesse che ancora non comprendiamo, dolori che faticano a trovare un significato: ma se contemplato con fede, il Natale ci ricorda che l’inizio illumina il fine e che il fine dà senso all’inizio. La nascita di Cristo non elimina il dolore, ma lo attraversa, non cancella le mancanze, ma le trasfigura, non evita la croce, ma la prende su di sé.

E proprio per questo ci rivela che anche una famiglia ferita resta famiglia, anche una tavola incompleta resta luogo santo. La loro esperienza ci ricorda che fede e fedeltà non sono virtù astratte, ma scelte concrete, spesso faticose, che trovano senso solo se orientate a un Amore più grande, che non delude e non tradisce. Nel loro custodire la promessa nuziale – una promessa che per molti appare “interrotta”, “incompiuta”, “impossibile” – essi mostrano una via di speranza che non dipende dagli eventi, ma dal cuore con cui si donano. E così, anche nella notte, possono diventare una piccola Betlemme: un luogo dove Dio può nascere ancora.

Davanti alla mangiatoia, in silenzio, comprendiamo che il vero dramma dell’uomo non è ciò che gli manca, ma ciò che non desidera più: ciò che veramente salva è la Presenza di Dio e tutto nella vita, anche ciò che ferisce, può diventare luogo d’incontro con Lui, se lo lasciamo entrare.

Il Natale allora ci educa a guardare avanti, a non temere ciò che verrà, a vivere il tempo non come una minaccia, ma come un dono, a lasciarci trasformare da quel Bambino che ha scelto di abitare la nostra fragilità per condurci alla pienezza. Non si nasce per restare nella culla, si nasce per camminare verso il fine: il fine è l’abbraccio del Padre, la comunione che non finisce, la gioia che nessuno potrà togliere.

Così, contemplando il Natale, possiamo capire qualcosa in più della nostra vita: che ogni passo, anche il più faticoso, può portarci verso la luce, che ogni ferita può diventare luogo di rivelazione, che ogni mancanza può trasformarsi in attesa e che proprio quando sembra che qualcosa sia finito, in realtà la Presenza sta nascendo.

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Nulla vale più dell’amore

Siamo ormai alla fine del Cantico. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che disprezzo.

Sono parole durissime. Parole che non lasciano sconti. Il Cantico dei Cantici va dritto al centro della questione: l’amore non si compra. Mai. Con nulla. Neppure con tutto.

Questo versetto dialoga in modo sorprendente con l’Inno alla carità di san Paolo: «E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova» (1Cor 13,3). È come se la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, ci dicesse la stessa cosa con parole diverse: puoi avere tutto, puoi anche perdere tutto, ma se non ami davvero non hai nulla.

Se credo che l’amore possa essere equiparato alle ricchezze materiali, allora non ho capito né la vita né me stesso. Non posso comprare neppure un grammo d’amore con tutte le ricchezze del mondo. L’amore sta su un altro piano. È realtà eterna, perché viene da Dio. «Dio è amore» (1Gv 4,8). Tutto il resto passa.

I beni materiali, quando diventano un fine, creano l’illusione di riempire il vuoto che portiamo dentro. Ma qualcosa di finito non potrà mai colmare un desiderio di infinito. È una legge dell’anima. Possiamo riempire le giornate, non il cuore. Possiamo saziare i sensi, non il desiderio profondo di essere amati per davvero.

Per questo questo versetto del Cantico non parla solo ai ricchi. Parla a tutti. Tutti abbiamo le nostre “ricchezze”. Non sono sempre lingotti d’oro. A volte sono molto più piccole e molto più pericolose: la carriera, l’immagine, il successo, l’indipendenza, il tempo per noi, la partita di calcetto, le uscite con gli amici. Possono persino essere cose buone: un servizio in parrocchia, un gruppo di preghiera, un impegno ecclesiale. Ma quando diventano un alibi per fuggire dalla relazione che Dio ci ha affidato, allora smettono di essere un dono e diventano una fuga.

L’amore di Dio va cercato prima in casa. Prima nel volto della moglie, del marito, dei figli. Poi fuori. Altrimenti rischiamo una forma sottile di spiritualità disincarnata: cerchiamo Dio ovunque tranne lì dove Lui ci ha già messi. È una tentazione antica: cercare il sacro per non affrontare il concreto.

Il Cantico è spietato: alla fine, di tutte queste “ricchezze”, non ne avremo che disprezzo. Non perché siano cattive in sé, ma perché non possono reggere il confronto con ciò che conta davvero.

Questo versetto ci invita a un cambio di logica: dalla logica del possesso alla logica del dono. L’amore, se non è messo al primo posto, non è amore. Diventa uno strumento tra gli altri per cercare la nostra soddisfazione. E allora la relazione sponsale finisce sullo stesso piano della carriera, del tempo libero, degli interessi personali. Ma un amore così, prima o poi, non regge la fatica. Quando il costo supera il beneficio, si scappa. E la separazione diventa una conseguenza “logica”. Ma è davvero amore questo?

Anche io, lo dico con molta verità, sono partito male con Luisa. Avevo un desiderio sincero di vivere il matrimonio secondo Dio, secondo la Sua legge, mettendo l’insegnamento della Chiesa come bussola per le nostre scelte. Eppure non decollava. Restava tutto faticoso. Attraversavo momenti di dubbio, di aridità, di sofferenza. A un certo punto ho messo in discussione tutto: la mia scelta, la relazione, perfino la decisione di avere subito due bambini. Stavo male. Mi sentivo in gabbia. Mi sentivo incastrato.

Mi ero sposato a 27 anni. Un’età normale, ma non più tanto nei nostri tempi. Guardavo i miei amici: vivi, spensierati, senza responsabilità, spesso ancora “serviti e riveriti” in casa. Io invece tornavo la sera stanco, carico di doveri. E non riuscivo più a vedere la bellezza di quel matrimonio in cui avevo creduto quando avevo detto il mio sì.

Poi, a un certo punto, ho visto una differenza che mi ha disarmato. Ho visto in Luisa una pace. Una pace che non veniva da me. Anzi, in quel periodo probabilmente ero per lei più motivo di preoccupazione che di gioia. Era una pace che nasceva da una scelta più radicale della mia. Lei aveva messo il nostro matrimonio prima di ogni altra cosa. Si donava totalmente a me e ai nostri figli. Anche quando io ero tutt’altro che amabile. Anzi, proprio allora dava ancora di più.

Ed è lì che ho capito. Io ero un po’ come il giovane ricco del Vangelo: «Gesù, fissandolo, lo amò… ma quello se ne andò triste, perché aveva molte ricchezze» (cfr. Mc 10,21-22). Non stavo dando tutto. C’era una parte di me che non voleva rinunciare ai privilegi della vita da single. Non volevo rinunciare a quelle che credevo essere le mie ricchezze: gli amici, il calcetto, la tranquillità quando rientravo a casa.

Guardavo la mia vita come una lunga rinuncia a ciò che avevo prima. Ero così concentrato su ciò a cui avevo detto di no, da non assaporare ciò che avevo detto di sì. Non riuscivo a scorgere la meraviglia di una donna che si offriva totalmente a me, che faceva di Cristo il centro di tutto. Il dono più grande che Dio mi aveva fatto io lo vivevo come una perdita.

Solo quando ho fatto anch’io quel salto interiore, tutto è cambiato. Non ho dovuto rinunciare a tutto, come temevo. Ho mantenuto il mio sport, gli amici. Ma hanno trovato il loro posto giusto. Non più al centro. La priorità è diventata la mia famiglia.

Ed è qui che il Cantico diventa carne nella vita: quando l’amore passa davvero al primo posto, tutto il resto si ordina. Quando invece l’amore viene dopo, anche le cose buone diventano un peso. Alla fine, il versetto dice una verità semplice e vertiginosa: puoi dare tutto per avere molte cose, ma non potrai mai dare qualcosa per comprare l’amore. L’amore non si compra, si accoglie. Non si possiede, si riceve. Non si trattiene, si dona. E solo chi ha il coraggio di mettere l’amore prima delle proprie “ricchezze” scopre che non sta perdendo nulla, ma sta finalmente cominciando a vivere.

Antonio e Luisa

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Ma non ti annoi sempre con la stessa donna?

Qualche tempo fa un amico mi ha confidato un episodio che mi ha profondamente colpito. Questo amico fa parte del Rinnovamento nello Spirito, vive la sua fede senza nasconderla, nemmeno sul posto di lavoro. È sposato, ha quasi cinquant’anni, tre figli, e negli ambienti che frequenta viene spesso etichettato come quello “strano”. Strano perché crede, prega, sceglie. Ma anche strano in un modo che attrae: perché porta con sé la luce di una scelta radicale.

Un giorno un collega, suo coetaneo, non sposato, abituato a vivere di relazioni brevi, di avventure e di consumo affettivo, gli si avvicina con una domanda tanto diretta quanto rivelatrice: Ma tu non ti stufi di fare l’amore sempre con la stessa donna? Non è sempre uguale? Non ti stanchi di lei, visto che il tempo non migliora certo il corpo, ma lo rende solo più vecchio e meno attraente?

Ho voluto riportare questa domanda perché, pur nella sua rudezza, è una delle domande più diffuse del nostro tempo. È la domanda di una cultura che riduce l’amore a prestazione, la sessualità a stimolo, il corpo a oggetto. È la domanda di un Io Bambino che cerca il piacere immediato, che teme la frustrazione, che fugge la profondità per non sentire il vuoto. Che non sa entrare in una intimità profonda e autentica.

Rispondere seriamente a questa domanda significa prima di tutto chiarire cosa intendiamo quando diciamo “fare l’amore”. Perché spesso si confonde l’atto sessuale con l’amore stesso. Ma fare l’amore, almeno per me, ad un livello prima ancora che sacramentale, è dare corpo, carne, voce e respiro a ciò che io e mia moglie ci portiamo dentro ogni giorno. È rendere visibile, attraverso il corpo, una comunione che nasce molto prima, nello sguardo, nell’ascolto, nella pazienza, nel perdono, nella scelta quotidiana di restare.

Come potrei stancarmi di questo? Ogni volta è diverso, perché noi siamo diversi. Ogni volta è più vero, perché l’amore nel tempo si purifica, attraversa crisi, si spoglia di illusioni e diventa più essenziale. Non più fondato sull’idealizzazione, ma sulla conoscenza reale dell’altro. Ed è qui che l’Analisi Transazionale ci aiuta a leggere in profondità ciò che accade: si passa dal bisogno infantile di essere appagati al desiderio adulto di donarsi. Dal “prendo per me” al “mi offro a te”.

Nel gesto dell’intimità coniugale entrano anni di storia: entrano le tenerezze e le stanchezze, i litigi e i perdoni, le parole dette e quelle taciute, le paure condivise, le preghiere sussurrate, i figli messi a letto, le mani che si cercano quando tutto pesa. Non entra solo il corpo. Entra tutta la persona. Per questo non è mai uguale. Perché non siamo mai gli stessi.

Il piacere, allora, non è più una semplice reazione chimico-muscolare, una scarica di pochi secondi che poi però lascia spesso il vuoto. Il piacere vero diventa il sentirsi abitati dall’altro. È l’esperienza di essere “a casa” dentro qualcuno. È la gioia profonda di un’unità che non si può comprare, non si può simulare, non si può improvvisare. È un piacere più lento, più pieno, più spirituale perché è anche psicologico e affettivo.

Resta però l’obiezione finale, la più crudele e la più sincera: Ti piace ancora anche se invecchia? Qui si tocca uno dei grandi misteri dell’amore sponsale. Sì, invecchiamo, tutti e due non solo lei. I corpi cambiano. Le forze diminuiscono. Il tempo lascia i suoi segni. Ma accade qualcosa di sorprendente: gli occhi vedono il cambiamento, il cuore vede la bellezza. E non è una bugia romantica. È una trasformazione dello sguardo.

La Psicologia ci direbbe che ciò che vediamo è sempre filtrato dalla nostra storia emotiva. La Fede ci dice che l’amore vero educa lo sguardo a vedere come Dio vede. Io non vedo solo ciò che mia moglie è ora nel corpo. Io vedo tutto ciò che è stata per me: la ragazza che mi ha scelto, la sposa che mi ha accolto, la compagna che ha sofferto con me, la madre che ha generato la nostra famiglia. Questa immagine interiore non appassisce. Anzi, si approfondisce.

È questo che l’uomo di oggi spesso non comprende: crede che la bellezza sia ciò che stimola, mentre la bellezza più vera è ciò che rimane. È la bellezza che nasce dal legame. È la bellezza che cresce dentro una fedeltà. È la bellezza che solo due sposi possono vedere l’uno dell’altra, perché è fatta di carne, memoria, intimità e alleanza.

E qui ritorna anche la dimensione morale e spirituale: la fedeltà non è una rinuncia al piacere, è la sua trasfigurazione. Non è un limite imposto, ma uno spazio protetto in cui l’amore può diventare pienamente umano. L’uomo che si annoia è spesso un uomo che non ha imparato ad andare in profondità. L’uomo che consuma è un uomo che ha paura di restare. L’uomo che resta, invece, scopre ogni giorno un mistero nuovo.

Per questo, se oggi mi chiedessero se ci si stanca di amare sempre la stessa donna, io risponderei che ci si stanca solo di ciò che non si ama davvero. Io oggi più di ieri non desidero che mia moglie. Nonostante il suo corpo sia oggettivamente invecchiato. L’amore vero, quello che attraversa gli anni, non toglie il desiderio: lo purifica, lo umanizza, lo rende eterno. E forse è proprio questo il miracolo più grande del matrimonio.

Antonio e Luisa

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E se Elodie si fosse accorta di essere preziosa

Episodi come quello che ha coinvolto recentemente Elodie durante un concerto (vai alla notizia), al di là del rumore mediatico e delle opposte tifoserie, toccano corde molto più profonde di una semplice disputa tra libertà. C’è chi ha difeso il diritto dell’artista di mostrarsi come vuole, chi quello del reporter di riprendere ciò che è pubblico. Tutto legittimo, sul piano tecnico. Ma io sento che lì si muoveva qualcosa di più intimo, più fragile, più vero. In quel gesto di indignazione, nato proprio nel momento in cui l’inquadratura ha invaso le parti più intime del corpo, io non riesco a vedere solo rabbia o contraddizione. Io ci leggo un moto dell’anima, un sussulto della coscienza che dice, quasi senza filtri: «Io sono preziosa».

Elodie, come tante persone sotto i riflettori, vive dentro un ruolo. Un ruolo che dà successo, visibilità, potere, consenso. Ma i ruoli – lo sappiamo tutti, anche nella nostra vita quotidiana – possono diventare abiti che stringono. All’inizio proteggono, poi soffocano. Si può essere guardati da milioni di persone e, dentro, sentirsi nudi nel modo sbagliato. Si può essere applauditi e, nello stesso tempo, non sentirsi davvero visti. Per questo io non leggo quella reazione come incoerenza, ma come una crepa nel personaggio, uno spiraglio in cui per un attimo è emersa la persona. Come se, proprio lì, qualcosa dentro avesse detto: non sono solo un corpo da consumare, sono una persona da rispettare.

E allora, con profondo rispetto, nasce una domanda che non vuole essere un’accusa ma una carezza della verità: se davvero una persona sente di essere preziosa, prima o poi nasce anche il desiderio di custodire quella preziosità. Non basta chiederne il riconoscimento quando viene ferita. Custodire significa anche interrogarsi su come ci si offre allo sguardo degli altri. Significa, a volte, scegliere di esporsi meno, di raccontarsi in modo diverso, forse anche di perdere consenso, perdere follower, perdere una parte di successo. Sono scelte che fanno male. Ma spesso sono proprio le scelte che salvano l’anima.

Su questo tema, così delicato e così controcorrente, Papa Francesco ha pronunciato parole di grande luce nell’udienza generale del 18 novembre 2020, ricordando la Beata Karolina Kózka, una ragazza di sedici anni che ha dato la vita pur di non subire una violenza. Disse ai fedeli: «Con il suo esempio, ancora oggi indica, specialmente ai giovani, il valore della purezza, il rispetto per il corpo umano e la dignità della donna».

Karolina, come Maria Goretti, è una testimonianza sconvolgente per la mentalità di oggi. Due ragazze giovanissime che avevano una certezza limpida nel cuore: il loro corpo non era una cosa, era parte di loro stesse. Violare il corpo era violare tutta la persona. E proprio perché si sentivano infinitamente preziose, hanno avuto la forza di dire no anche quando il prezzo era la vita. Non erano moraliste. Erano innamorate della propria dignità.

Oggi, molte ferite nascono proprio da qui: il corpo viene spesso usato come moneta di scambio per ottenere attenzione, visibilità, amore, approvazione. Si pensa: Mi mostro, così valgo. Ma è una bugia sottile e crudele. Perché, alla lunga, questo uso del corpo lascia solchi profondi nell’anima. Illude di dare potere, e invece toglie libertà. Illude di dare amore, e spesso lascia solitudine. Per questo dovremmo aiutare i nostri figli – e anche noi adulti – a riscoprire la bellezza del pudore e della castità.

Il pudore non è vergogna. Il pudore è amore per il proprio mistero. È dire: io non sono tutto per tutti. È protezione della propria intimità, che non è qualcosa da esibire, ma da donare. Solo a chi è disposto a camminare con me per la vita. Avere pudore significa sapere quanto si vale. Significa trattarsi con rispetto prima ancora di chiederlo agli altri.

La castità, poi, non è una negazione del corpo, ma la sua verità più alta. È custodire il linguaggio potente dei gesti, perché dicano davvero ciò che il cuore vuole dire. Perché il corpo parla. Nel sesso il corpo dice: sono tuo, tu sei mia, siamo una cosa sola. Ma queste parole sono vere solo quando il cuore è disposto a dirle per sempre. Altrimenti restano gesti che promettono ciò che la vita non mantiene.

Per questo Papa Francesco ci richiama con tanta forza a purezza, pudore e castità: non per imporre regole, ma per insegnarci ad amare senza perderci. Senza tradire noi stessi. Senza ridurre il nostro valore allo sguardo degli altri.

E allora, tornando a Elodie, io continuo a leggere in quel suo gesto un segnale buono, fragile e vero insieme. Voglio illudermi che sia così. Come un’anima che, per un attimo, ha detto: io valgo più di così. Se quella crepa nel personaggio diventasse un cammino di custodita verità, anche a costo di perdere qualcosa, sarebbe un gesto di coraggio immenso. Perché la vera libertà non è poter fare tutto. È poter scegliere ciò che salva. È scegliere chi voglio essere. E avere il coraggio di restare fedele a quella scelta.

Antonio e Luisa

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Il compiacente: non può mai deludere

Iniziamo oggi il percorso attraverso i sei adattamenti di personalità. Qui puoi leggere l’introduzione generale alla serie. Lo faremo con uno sguardo particolare: quello dell’altro, del coniuge, di chi vive accanto a una persona con uno specifico adattamento. Come aiutarlo ad essere più libero e amato nella relazione? In questo primo articolo entreremo nella vita di chi ha sposato un Pleaser, una persona dallo stile compiacente.

Il Compiacente: la persona che vive per non ferire, per non disturbare, per non creare attriti. Quella che, quasi naturalmente, antepone i bisogni dell’altro ai propri.

Se vivi accanto a un partner così, forse ti sei accorto che è una persona dal cuore grande. Intuisce i tuoi stati d’animo, capta le tensioni prima ancora che tu le esprima, cerca di smussare gli angoli, di ricucire ciò che si lacera. È spesso la colonna silenziosa della coppia, quella che mette pace quando l’aria si fa pesante, che abbassa i toni quando tutto sembra pronto a esplodere. Con lui o con lei è facile sentirsi accolti, compresi, sostenuti.

Eppure, proprio dentro questa bontà si nasconde talvolta una fragilità profonda. Non sempre ciò che appare come dono nasce dalla libertà. A volte nasce dalla paura.

Il Compiacente porta dentro una frase antica, impressa senza parole nella propria storia: “Solo se non deludo nessuno, allora sarò amato”. Da bambino ha imparato che per mantenere il legame era necessario essere buono, adattarsi, non creare problemi. Così oggi, nel matrimonio, continua a proteggere la relazione come meglio sa: rinunciando a parti di sé. Dice “va tutto bene” anche quando dentro qualcosa si spezza. Minimizza i propri bisogni. Si scusa facilmente, anche quando non ne avrebbe motivo. Teme il conflitto come se fosse una minaccia alla relazione, non come una possibilità di crescita.

Se lo ami davvero, prima di tutto è importante che tu non patologizzi questo suo modo di essere. La sua sensibilità è un dono. La sua capacità di ascolto è una ricchezza. Il suo desiderio di pace è un carisma prezioso. Dentro c’è un riflesso di quel Cristo mite che non spezza la canna incrinata. Ma il problema nasce quando questa mitezza smette di essere scelta e diventa automatismo. Quando la bontà non è più libertà, ma strategia di sopravvivenza.

C’è un rischio serio: che il tuo partner, a forza di mettere te al centro, perda se stesso. Che costruisca un amore fatto di silenzi invece che di verità. Che confonda il “dare la vita per l’altro” con il “scomparire per l’altro”. E questo, anche sul piano spirituale, non è Vangelo. Dio non ci chiama a svuotarci della nostra identità per essere amati. Non c’è amore vero senza verità. Non c’è comunione quando uno dei due smette di esistere per paura di perdere l’altro.

Dietro molti comportamenti del Pleaser c’è un bisogno antico: essere accolto senza condizioni. Un bambino interiore che ha imparato presto che l’amore si guadagna. Ma l’amore cristiano, quello che fonda il matrimonio, non funziona così. L’amore non si merita: si riceve. È la logica del Padre che corre incontro al figlio, non perché è stato perfetto, ma perché è figlio. Ed è proprio qui che il tuo partner, senza saperlo, sta ancora camminando: nel passaggio dalla paura di non essere amato alla fiducia di esserlo comunque.

Tu, come coniuge, hai un ruolo delicatissimo in questo cammino. Amare un Compiacente non significa solo beneficiarne la dolcezza, ma anche custodire la sua libertà. Significa creare uno spazio sicuro in cui possa esprimersi senza temere di perdere il tuo amore. Per lui o per lei è fondamentale sentire – non una volta, ma nel tempo – che può dire “no” senza che questo rovini la relazione. Che può essere in disaccordo senza essere abbandonato. Che può mostrarsi fragile senza essere sminuito. Che la sua voce pesa quanto la tua.

Attenzione, però, a un rischio sottile: approfittarsi della sua disponibilità senza volerlo. Il fatto che dica sempre sì non significa che lo desideri davvero. A volte dice sì perché ha paura di deludere. E l’amore cristiano non utilizza mai le paure dell’altro per stare comodo. Al contrario, si prende cura proprio di ciò che nell’altro è più vulnerabile.

Se vuoi davvero aiutarlo a crescere, non spingerlo con durezza. Rassicuralo. Sii fermo nella verità, ma tenero nel modo. Incoraggialo a parlare, anche quando temi di sentire cose scomode. Ringrazialo quando esprime un bisogno, non solo quando si adatta. Mostragli con i fatti che non deve guadagnarsi il tuo amore.

Il cammino del Pleaser non è smettere di essere buono, ma imparare a essere buono nella libertà. Come Cristo, che ha amato fino in fondo, ma senza perdere se stesso. E quando questo avviene, anche il vostro amore cambia volto: non è più un amore costruito per paura del conflitto, ma un amore fondato sulla verità. Quella verità che magari fa tremare all’inizio, ma che, alla fine, rende davvero liberi entrambi.

Antonio e Luisa

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Le grandi acque non possono spegnere l’amore

Nei versetti di oggi leggiamo che l’amore vero attraversa le crisi come un mare aperto: soffre, cammina, si affida a Dio e diventa più forte insieme. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

«Le grandi acque non possono spegnere l’amore,
né i fiumi travolgerlo» (Ct 8,7).

Questa frase del Cantico dei Cantici è una delle dichiarazioni più potenti sull’amore che la Scrittura ci consegna. Non è una frase romantica nel senso superficiale del termine. È una frase drammatica, realistica, incarnata nella vita. L’amata non sta dicendo allo sposo che andrà sempre tutto bene. Sta dicendo qualcosa di molto più vero: verranno le tempeste, verranno le acque, verranno i fiumi impetuosi… ma se l’amore è autentico, nulla potrà spegnerlo.

Qui l’amore smette di essere solo sentimento e diventa scelta, alleanza, fedeltà nella prova. Le “grandi acque” non sono un’immagine poetica astratta. Sono la sofferenza, le crisi, la fatica, le delusioni, le ferite, tutto ciò che prima o poi ogni coppia incontra nel cammino. Non esiste un amore vero che non abbia attraversato le sue acque.

Per il popolo ebraico l’immagine delle grandi acque è fortissima. Il mare era il luogo del caos, del pericolo, della morte. Evocava paura e smarrimento. Le inondazioni distruggono, travolgono, cancellano. Le acque non accarezzano: mettono alla prova. Eppure l’amata dice: neanche questo potrà spegnere l’amore.

Questo significa una cosa sola: l’amore vero non protegge dalla sofferenza, ma protegge nella sofferenza. Non ci evita il dolore, ma ci impedisce di essere schiacciati dal dolore. Quando l’amore è vissuto nel dono, nella fiducia, nella fedeltà reciproca e davanti a Dio, allora anche ciò che ferisce non ha l’ultima parola. Si può soffrire, si può piangere, si può anche vacillare… ma non si crolla dentro. Perché l’amore dà una forza che non viene solo da noi.

L’amore sponsale, in modo particolare, diventa una forza spirituale: dà pace anche nella tempesta, dà direzione quando tutto sembra confuso, dà senso quando la realtà sembra incomprensibile. Non elimina il male, ma lo attraversa.

E qui l’immagine delle grandi acque ci riporta inevitabilmente al Mar Rosso. Il popolo di Israele è davanti al mare. Dietro l’esercito del faraone. Davanti l’impossibile. Tornare indietro significherebbe tornare schiavi. Andare avanti significa attraversare le acque. Dio apre la via, ma la paura resta. Il popolo cammina con il cuore che batte forte, con il terrore negli occhi, con i passi pesanti. Non è stata una passeggiata. È stata una prova di fede.

Dio apre il mare, ma non cammina al posto loro. La fatica di attraversare la devono fare loro. E così è nella vita. Così è nel matrimonio. Così è nell’amore. Ci sono momenti in cui ti trovi davanti a una situazione che ti supera: una malattia, una crisi, una perdita, un tradimento, una ferita profonda, un fallimento che non avevi previsto. Ti senti piccolo. Ti senti senza forze. Vorresti tornare indietro. Vorresti evitare quella strada.

E invece a volte Dio non ci chiede di evitare il mare, ma di attraversarlo. Non perché la sofferenza sia desiderabile. La sofferenza non è mai un bene in sé. Ma perché a volte è inevitabile. E allora la vera libertà non è scegliere se soffrire oppure no, ma scegliere come soffrire. Con chi soffrire. Con quale cuore attraversare quella prova.

Dietro c’è l’Egitto: le sicurezze, le abitudini, le illusioni, le false protezioni, anche quelle dinamiche che sembrano rassicuranti ma in realtà ci tengono prigionieri. Davanti c’è l’ignoto. Ma è un ignoto abitato da Dio. «Il Signore combatteva per Israele» (Es 14,25). Non sempre lo vediamo, ma Lui è lì.

Ogni crisi nella vita di coppia è un Mar Rosso. Può diventare il luogo in cui l’amore si spegne, oppure il luogo in cui l’amore si purifica, si rafforza, si rende adulto. Può renderci più schiavi della paura oppure più liberi. Può farci chiudere oppure aprire a una fiducia più profonda. Nella prova emergono le vere radici dell’amore: se è fondato solo sul bisogno, si spezza; se è fondato sul dono, attraversa.

Il Cantico ci dice una cosa sconvolgente: se scegliamo di attraversare insieme le grandi acque, nulla potrà spegnere quell’amore. Non perché diventiamo invincibili, ma perché diventiamo affidati. Non perché diventiamo forti da soli, ma perché smettiamo di essere soli. Gesù stesso lo conferma: «Nella vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,19). Non nella fuga, non nell’evitamento, ma nel restare, nel camminare, nel fidarsi.

E qui la testimonianza di Chiara Corbella diventa una delle incarnazioni più luminose di questa Parola. Lei ha conosciuto davvero le grandi acque. Ha seppellito due figli. Ha attraversato il dolore più grande che una madre possa vivere. Eppure non si è lasciata travolgere. Ha lasciato il suo Egitto. Ha attraversato il suo mare. Parlando del piccolo Davide, scrive parole che sono un Vangelo vissuto:

«Davide ha abbattuto il nostro potere di genitori di decidere su di lui e per lui.
Ha abbattuto il nostro “diritto” a desiderare un figlio per noi, perché lui era solo per Dio.
Ha smascherato la fede magica di chi chiede a Dio solo ciò che corrisponde ai propri desideri.
Ha mostrato che Dio fa miracoli, ma non secondo le nostre logiche.
Ha abbattuto l’idea di chi cerca in Dio solo la salvezza del corpo e non quella dell’anima
».

Davide, vissuto pochi minuti, ha attraversato le grandi acque prima ancora di noi. E attraverso di lui Chiara e suo marito hanno imparato che l’amore non è possesso, non è pretesa, non è diritto. È offerta. Le grandi acque non hanno spento il loro amore. Lo hanno reso più nudo, più vero, più consegnato a Dio.

E allora questa Parola oggi parla a noi, alle nostre coppie, alle nostre famiglie. Verranno le acque. Verranno i momenti in cui ti sembrerà di non farcela. Verranno i giorni in cui pensi che l’amore sia finito. Ma se scegli di restare, se scegli di camminare, se scegli di affidarti, scoprirai che l’amore è più forte di quello che ti spaventa. «Forte come la morte è l’amore» (Ct 8,6). E se è più forte della morte, allora è più forte anche di tutte le acque che incontreremo lungo il cammino.

Antonio e Luisa

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Beati siete voi, sposi pellegrini, se cercate la verità

BEATI SIETE VOI, SPOSI PELLEGRINI, SE CERCATE LA VERITÀ FACENDO DEL VOSTRO AMORE QUOTIDIANO UNA VIA E DELLA VOSTRA VITA UN PERCORSO NUZIALE CHE CONDUCA A CHI È LA VIA, LA VERITÀ E LA VITA

Carissimi sposi eccoci arrivati all’inizio dell’Avvento, questo tempo di attesa che ogni anno riviviamo in comunione con tutta la Chiesa. È molto significativa l’etimologia, che troviamo sul vocabolario, di attendere: deriva dal latino attĕndĕre «rivolger l’animo a» ed è composta da at «verso» e tĕndĕre «tendere».

Quando si attende qualcuno o qualcosa vuol dire che si è in ricerca, si cerca, si tende l’animo verso… e certamente, come cristiani, sappiamo Chi attendiamo. Ma ciò che, di anno in anno, ci fa riflettere è il seguente interrogativo: in che modo noi, sposi cristiani, aspettiamo Colui che ha detto di essere “ la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6)”? Ecco due possibili passi.

Innanzitutto, facendo del vostro amore quotidiano una via. Così come una via è costituita dal un lastricato di base ed è delineata lateralmente da edifici, così anche la nostra relazione costituisca il “pavimento” sul quale muoviamo i nostri passi e sia ben tracciata dal nostro pregare insieme con le parole del Salmo 121 (il canto dei pellegrini), che la liturgia indica per la prima domenica d’Avvento:

“ Quale gioia, quando ci dissero: «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! ”

E poi, facendo di tutta la vostra vita un percorso nuziale. Riconoscere che ogni giorno vissuto insieme nell’amore donato forma il percorso di santità di ogni coppia di sposi ci rende maggiormente consapevoli di dover attendere la Verità, fattasi carne nell’Emmanuele, con “mani innocenti e cuore pure” (Sal 23, liturgia della quarta domenica d’Avvento). Così la storia di ogni coppia diventa una liturgia quotidiana, fatta di gesti semplici, di fedeltà perseverata, di cadute rialzate insieme. È in questo cammino concreto, feriale, a volte faticoso ma sempre abitato da Dio, che l’attesa si trasforma in speranza viva.

Sicuramente ogni tempo d’attesa è un tempo di crescita personale ma anche di coppia e se ci saranno dei momenti un pò difficili fate risuonare dentro di voi le parole del bellissimo canto “Rorate coeli desuper”, che abbiam fatto nostre:  

Consolatevi, consolatevi, miei sposi: la vostra salvezza arriva presto! Perché vi consumate di tristezza, per il dolore che è tornato ad affliggervi? Non abbiate paura: vi salverò, io infatti solo il Signore Dio vostro, il Santo d’Israele, il Redentore della vostra famiglia.

Buon pellegrinaggio d’Avvento!

Daniela & Martino, Sposi Contemplativi dello Sposi

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Matrimonio e Intelligenza Affettiva: I Sei Adattamenti

Ogni coppia nasce dall’incontro di due storie. Non solo due caratteri, due educazioni, due modi di vedere il mondo, ma anche due bambini interiori che hanno imparato, molto presto, come si sopravvive all’amore, al rifiuto, alla paura, alla mancanza.

Nel matrimonio non entriamo mai a mani vuote: portiamo con noi le ferite, le risorse, i sogni… e anche quelle strategie profonde che da piccoli ci hanno permesso di sentire che, nonostante tutto, avevamo un posto nel cuore di qualcuno.

In Analisi Transazionale queste strategie si chiamano adattamenti di personalità. Non sono maschere cattive, né difetti da correggere. Sono forme di intelligenza affettiva che, da bambini, abbiamo costruito per ottenere amore, protezione, considerazione, o semplicemente per non soccombere al dolore. Il problema non è averle sviluppate. Il problema nasce quando, diventati adulti, continuiamo a usarle automaticamente, soprattutto nella relazione di coppia, dove invece siamo chiamati a incontrarci nell’Adulto, nella verità, e nella spontaneità del Bambino Libero.

Anche la fede ce lo ricorda: Dio non ci chiama a recitare un ruolo, ma a vivere “in spirito e verità”. Eppure, proprio nella relazione più intima — il matrimonio — spesso riemergono le vecchie logiche di sopravvivenza. Non perché siamo cattivi sposi, ma perché l’amore profondo risveglia proprio i luoghi in cui siamo stati più vulnerabili.

Gli adattamenti non sono etichette. Non definiscono chi siamo. Non servono per giudicare il partner. Sono piuttosto lenti di comprensione, strumenti per leggere ciò che accade dentro di noi quando siamo sotto stress, quando ci sentiamo minacciati, trascurati, non visti. Conoscerli significa imparare a guardarci con più misericordia e a guardarci, come coppia, con lo sguardo che Dio ha su di noi: uno sguardo che salva, non che condanna.

In questo cammino di riflessione attraverseremo i sei adattamenti principali dell’Analisi Transazionale, osservando come prendono forma dentro il matrimonio. Non per incasellarci, ma per crescere insieme. Prima, però, serve una mappa. Soprattutto daremo qualche strumento per comprendere come amare meglio l’altro.

Il primo è il Compiacente. È colui che ha imparato molto presto che l’amore si ottiene piacendo, adattandosi, mettendo l’altro al centro. Nel matrimonio è spesso la persona che ascolta, che intuisce i bisogni prima ancora che siano espressi, che si prende cura in silenzio. È una presenza calda, premurosa, profondamente evangelica nei gesti. Il suo rischio è perdersi. Dire sempre sì, evitare il conflitto, sopportare per non disturbare. Dietro c’è la paura di non essere amato per quello che è. Il messaggio interiore è: “Sii buono e verrai accolto”.

Poi c’è il Controllante. È chi ha imparato che per essere amato deve essere forte, impeccabile, irreprensibile. Porta nel matrimonio ordine, stabilità, senso del dovere, affidabilità. È la roccia. Ma spesso fatica a mostrarsi fragile. Critica, corregge, controlla. Perché dentro di sé vive con la convinzione che sbagliare significhi non essere degno. Sotto la corazza c’è un bambino che ha avuto paura di non essere all’altezza.

Il Super-Razionale è colui che ha imparato a sopravvivere spegnendo le emozioni. Quando il cuore era troppo esposto, si è rifugiato nella testa. Nel matrimonio è lucido, stabile, razionale. Sa affrontare le crisi senza perdersi. Ma può apparire distante, freddo, difficile da raggiungere emotivamente. Il suo linguaggio è quello dei fatti, non dei sentimenti. Dentro, spesso, c’è un bambino che ha imparato che sentire era pericoloso.

L’Iperadattato ha imparato che l’importante è non disturbare. Si adegua, si modella, diventa ciò che l’ambiente chiede. Nel matrimonio è collaborativo, flessibile, attento. Ma corre il rischio di annullarsi, di non sapere più cosa desidera davvero. Dice ciò che va bene, non ciò che è vero. Il suo cammino di guarigione passa dal recuperare la propria voce.

Il Ribelle è colui che, per non essere schiacciato, ha imparato a opporsi. Vive di autenticità, di creatività, di libertà. Nel matrimonio porta aria nuova, spontaneità, passione. Ma può diventare impulsivo, autosabotante, incapace di stare nella fatica della stabilità. Confondere la libertà con l’opposizione lo porta lontano dall’intimità vera.

Infine c’è la Vittima Ostile, che ha imparato a resistere in silenzio. Non attacca apertamente, ma trattiene, si chiude, accumula. Porta nel matrimonio profondità, sensibilità, una grande ricchezza emotiva. Ma se non impara a esprimere in modo sano la rabbia e il dolore, rischia di vivere di rancori sotterranei che avvelenano lentamente la relazione.

Nessuno di questi adattamenti è sbagliato. Ognuno racconta una storia. Ognuno ha salvato la vita emotiva di qualcuno. Ma nel matrimonio non siamo chiamati a sopravvivere: siamo chiamati ad amarci da adulti, nella libertà dei figli di Dio. Conoscere questi meccanismi non serve a puntarsi il dito contro, ma a scegliersi ogni giorno con maggiore consapevolezza, a trasformare l’automatismo in scelta, la paura in fiducia.

Nel prossimo articolo entreremo nella vita del primo adattamento: il Compiacente, il cuore che sa amare profondamente… ma che deve imparare, davanti a Dio, a non perdersi per amare.

Antonio e Luisa

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La forza del perdono

Qualche giorno fa ho fatto una testimonianza intitolata “La Forza del perdono”: riporto qui una sintesi di quello che ho detto, perché ritengo che il perdono all’interno della coppia sia indispensabile e da esercitare continuamente.

1. Quando il dolore ti toglie il respiro

Una delle ferite più profonde che si possono vivere in un matrimonio è quella del tradimento. Chi l’ha vissuto lo sa: è come se un gigante ti afferrasse con la sua mano e cominciasse a stritolarti, ti manca il respiro, ti fa male perfino il corpo. Ti svegli la mattina e non hai più gusto per niente, anche le cose belle ti sembrano sbiadite. È un terremoto dell’anima e non si esce da lì con due pacche sulle spalle. Il primo istinto è la rabbia, la voglia di vendicarsi, di dire a tutti quello che è successo, di far pagare all’altro il dolore che ti ha provocato.
Ma poi capisci che non serve, non guarisce, non ti ridà la pace. Io, personalmente, ho scoperto che l’unico modo per respirare di nuovo era pregare. Ma non la preghiera fatta di belle parole: era la preghiera dei sospiri, delle lacrime, dei silenzi. E piano piano, dentro quel buio, ho capito una cosa: non ero solo. Qualcuno quel dolore lo aveva già vissuto. E quel Qualcuno era Gesù.

2. La perla dell’ostrica

In uno dei nostri convegni abbiamo regalato un piccolo sacchetto con dei sassolini, una perla e una scritta: Vivi come l’ostrica: quando le entra dentro un granello di sabbia, non si abbatte, ma giorno dopo giorno trasforma quel dolore in una perla. Il dolore non si cancella. Non possiamo far finta che non sia successo. Però possiamo lasciare che Dio lo trasformi. Se oggi riesco a parlarne con serenità, è solo perché ho sperimentato che il Signore non butta via niente: neanche il dolore più grande. Anzi, proprio da lì può nascere qualcosa di nuovo. Ecco, io quella perla l’ho vista nascere, giorno dopo giorno, nel mio cuore. Credo che il perdono sia proprio questo: permettere a Dio di entrare nel nostro dolore, di lavorarci dentro, di farne qualcosa di nuovo. Da soli non ce la facciamo. Ma se il dolore lo viviamo con Gesù, in Gesù e per Gesù, allora sì, può diventare una perla.

3. Perdonare: un dono che libera noi stessi

La parola stessa lo dice: per-dono, cioè “dono per”. Ma spesso, il perdono non è un dono per chi ci ha feriti, a volte non gliene importa proprio niente e neanche lo vuole. È un dono che facciamo a noi stessi. Perché quando viviamo nel rancore, stiamo male noi, è come portarsi addosso una catena: ci pensi, ti arrabbi, ti viene in mente quella scena mille volte… e dentro non c’è pace. Quando invece decidi — anche solo inizi a desiderare — di perdonare, qualcosa cambia. Non succede tutto in un giorno, ma comincia un cammino di libertà che richiede tempo, mesi, a volte anni, ma ti libera dalle catene e ti dà la vera pace. E spesso, non è mai “una volta per tutte”: va rinnovato ogni giorno. Attenzione: perdonare non vuol dire far finta di niente, perdonare non è dimenticare.

Le ferite restano. Le cicatrici restano. Anche Gesù risorto aveva ancora i segni dei chiodi. Ma quel dolore non pesa più, perché lo hai consegnato a Lui. Chi perdona, in fondo, sceglie di guardare oltre l’errore per vedere la persona. E questo non può avvenire senza un lavoro profondo su sé stessi: riconoscere le proprie fragilità, i bisogni non ascoltati, le paure che si erano sedimentate da tempo. Il perdono, in questo senso, non cancella il passato ma lo redime. È come una cicatrice: non fa più male, ma resta a testimoniare che qualcosa è stato ferito e poi guarito. Bisogna però perdonare di cuore, non tenere pronte le munizioni da scagliare alla prima occasione possibile, o alla prima litigata.

4. Perdonare non è sottomettersi

Ci tengo a dirlo forte: perdonare non significa lasciarsi calpestare. Non significa dare all’altro il diritto di ferirci ancora. Non significa perdere la nostra dignità. Perdonare vuol dire dire: Io scelgo di non lasciarmi distruggere dal male che mi hai fatto. È un atto di forza, non di debolezza. È dire: Tu mi hai ferito, ma io non voglio che questa ferita decida la mia vita.

E questo vale anche per chi, come tanti, vive una separazione. Perdonare non vuol dire dover tornare insieme. Ma anche in quei casi, il perdono è l’unico modo per non rimanere prigionieri del passato.

5. Da perdonati a perdonatori

Nel Padre Nostro diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Ecco il punto: non possiamo perdonare davvero se non ci sentiamo perdonati. Chi pensa di essere “a posto”, di non aver nulla da farsi perdonare, fa più fatica a perdonare gli altri, perché il perdono nasce dall’esperienza della misericordia.

Io stesso, se mi guardo dentro, vedo tante piccole infedeltà quotidiane: mancanze di pazienza, parole dette male, egoismi, piccoli tradimenti verso gli altri e verso Dio. Quando ci si sposa promettiamo di onorare e rispettare il coniuge tutti i giorni della vita…….tutti i giorni, capite? Quanti lo fanno davvero? Piccole infedeltà, anche se non si tradisce fisicamente con un’altra persona. Quando sento che Dio non mi giudica ma mi abbraccia, allora sì che riesco, piano piano, a perdonare anch’io.

6. Perdonare se stessi

C’è poi un’altra forma di perdono, forse la più difficile: perdonare noi stessi. Quante volte ci portiamo addosso sensi di colpa che non finiscono mai: Non sono stato capace – È colpa mia – Non merito il perdono. Ma se Dio ci perdona, chi siamo noi per non perdonarci? A volte serve il coraggio di dire: Signore, mi fido del tuo sguardo più del mio. Perché Dio non guarda i nostri fallimenti: guarda i nostri desideri di bene. Dio ci ama indipendentemente dai nostri meriti e proprio perché la gente non se lo merita, io perdono (è un atto di fede).

7. Gesù sulla croce

Vorrei chiudere con l’immagine più importante: quella di Gesù sulla croce. Ferito, tradito, deriso…avrebbe potuto sterminarci tutti anche senza dire niente. Eppure dice: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Lì c’è la forza del perdono. Non è il perdono del “forte” che guarda dall’alto in basso il colpevole. È il perdono di chi ama fino in fondo, anche dentro il dolore. E allora forse il segreto è questo: accettare di essere amati, anche quando non lo meritiamo. Solo chi si sente amato davvero può perdonare. Solo chi ha ricevuto misericordia può donarla.

E quando questo succede, quando il cuore si apre, anche la ferita più profonda può diventare — come quella perla dell’ostrica — qualcosa di prezioso, che brilla e che testimonia la forza dell’amore. Non c’è matrimonio senza croce: lo diciamo spesso, ma raramente lo viviamo davvero. Tutti vogliamo un amore che ci faccia stare bene, ma il Vangelo ci propone un amore che ci faccia diventare santi. E la santità passa anche dal perdono.

Piccolo consiglio pratico per le coppie: alla sera, mettetevi uno di fronte all’altra, prendetevi le mani e, guardandovi dritto negli occhi, recitate insieme il Padre Nostro, soffermandovi sulle parole “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” .

Ettore Leandri (Presidente Fraternità Sposi per Sempre)

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Intimità e Sacralità: La Fiamma dell’Amore Coniugale

Nei versetti che approfondiamo con questo capitolo per la prima volta in tutto il Cantico viene citato il Signore. Come a mettere la Sua firma. Siamo infatti verso la fine. E si parla di passione, di vampe di fuoco, di fiamma. Perchè così è l’amore di Dio. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

L’amata: Tenace come il regno dei morti è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore!

Queste parole arrivano quasi alla fine del Cantico dei Cantici. È come se, dopo un lungo cammino dentro il mistero dell’amore umano, la Scrittura decidesse di mostrare l’ultima verità: l’amore autentico non è tiepido, non è neutro, non è una via di mezzo. L’amore brucia. E brucia sul serio.

1. Amore e passione: non un sentimentalismo, ma una forza

Il testo non parla più semplicemente di “amore”, ma di “passione”. Alcuni esegeti rendono il termine con “gelosia ardente”, quasi a dire che l’amore vero non resta indifferente, non osserva da lontano. L’amore prende posizione. Sceglie. Rimane. La Bibbia non ha paura di usare immagini forti. Gesù stesso, nel libro dell’Apocalisse, dice:

«Poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo,
sto per vomitarti dalla mia bocca.»
(Ap 3,16)

L’amore non tollera la tiepidezza. O scalda… o non è amore. E qui c’è una prima grande verità psicologica: il cuore umano è fatto per relazioni totali, non parziali. Chi ama “un po’” non ama: usa, controlla, trattiene. La persona, per essere viva, ha bisogno di un amore che coinvolga corpo, mente, emozioni, scelte, futuro. Per questo la Scrittura dice: «le sue vampe sono vampe di fuoco». Un fuoco che non distrugge, ma trasforma.

2. Il fuoco dello Spirito: la Trinità dentro l’amore umano

Non è un caso che la Bibbia associ l’amore al fuoco. Lo Spirito Santo, l’Amore tra il Padre e il Figlio, si manifesta come fiamma: «Apparvero loro lingue come di fuoco» (At 2,3). E quando Mosè incontra Dio, lo vede in un roveto che brucia senza consumarsi (Es 3,2). Il fuoco di Dio non distrugge: illumina, purifica, scalda, attira.

Allo stesso modo, l’amore tra gli sposi è chiamato a bruciare senza bruciare: a consumarsi senza consumare l’altro. Questo è un punto teologico meraviglioso: l’amore umano, quando è vissuto nella verità, partecipa dell’amore di Dio stesso.

Per questo, alla fine del Cantico, appare finalmente il nome di Dio: è come se il Signore mettesse la firma su tutto il poema. Tutto ciò che gli sposi si sono detti, cercati, scambiati — desiderio, abbracci, sguardi, baci, unione dei corpi — è via attraverso cui Dio stesso si rivela. Sì: l’amore umano parla di Dio.

3. Il matrimonio: un sacramento che passa attraverso i gesti quotidiani

Se guardiamo questo testo con uno sguardo psicologico, capiamo che l’amore non vive solo di emozioni. Vive di gesti concreti: cura, tenerezza, ascolto, verità, rispetto dei tempi dell’altro.

Quando un marito abbraccia sua moglie con dedizione, senza pretendere nulla, lì passa una scintilla del fuoco divino. Quando una moglie accoglie la vulnerabilità del marito senza giudicarlo, Dio si fa presente. Quando gli sposi vivono la loro intimità come dono, e non come ricerca di piacere egoistico, lì l’amore si fa fiamma che illumina tutto.

Ogni gesto di amore coniugale — psicologicamente sano (libero) e teologicamente vero — è gesto sacro. «Glorificate dunque Dio nel vostro corpo» (1Cor 6,20).Lo dice la Scrittura: non c’è niente di banale nel nostro corpo. Tutto è luogo di rivelazione.

4. L’intimità fisica: la fiamma che rende visibile Dio

Arriviamo a un punto spesso frainteso. Quanti dicono che la Chiesa è contraria al sesso! E quanti cristiani, al contrario, vivono l’unione fisica come una concessione, quasi un “male necessario” alla procreazione. In realtà, il Cantico e tutta la Bibbia raccontano l’opposto. L’unione fisica degli sposi è un sacramento vissuto nel corpo. È Eucaristia domestica. Non perché sia “santa” in modo puritano, ma perché è vera, concreta, carnale, ardente. Perché è un gesto di dono totale: io mi consegno a te, e tu a me.

Quando due sposi si uniscono con amore, libertà e verità, riattualizzano il sacramento del matrimonio. Rendono presente Dio nella loro carne. E psicologicamente? L’intimità vissuta così nutre i livelli più profondi della persona:

  • il bisogno di appartenenza,
  • il bisogno di intimità profonda
  • il bisogno di sicurezza,
  • il bisogno di fiducia,
  • il bisogno di essere visti e scelti.

È un gesto che genera vita anche quando non genera un bambino: genera vita morale, vita emotiva, vita spirituale, vita relazionale. È per questo che la Chiesa chiama gli sposi “ministri del sacramento”: sono loro che lo celebrano, nella vita reale, nella casa, nella carne.

5. L’amore come via di salvezza

Il Cantico dice: «È una fiamma del Signore». Non è metafora. È teologia pura. L’amore degli sposi non è solo per loro. È luce nel mondo. È annuncio. È profezia.

Quando una coppia vive il proprio amore in modo autentico — tra dialoghi, incomprensioni, perdono, tenerezza, ripartenze — sta mostrando al mondo come ama Dio.
Sta compiendo una missione. Sta diventando sacramento vivente. E allora comprendiamo una cosa enorme: l’amore umano, vissuto bene, porta in sé la forza della salvezza.

Il figlio che nasce da un amplesso d’amore è una creatura che viene da Dio attraverso gli sposi. Il matrimonio non è solo simbolo della Trinità: è collaborazione con la Trinità.

Il roveto di Mosè arde senza consumarsi. Così è l’amore quando è vissuto nella verità. Non distrugge. Non brucia l’altro. Non annulla la libertà. Non svuota la persona. È un amore che arde e fa ardere. È una fiamma del Signore dentro la carne umana.

Ogni sposo e ogni sposa è chiamato a custodire questa fiamma, a ravvivarla, a celebrarla, a viverla con rispetto, con coraggio, con verità. Perché in quella fiamma passa Dio. Perché in quella fiamma si rivela il cielo. Perché quella fiamma — l’amore — è la via nella quale Lui ha deciso di farsi trovare.

Antonio e Luisa

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Dalla privacy individuale alla privacy sponsale

Viviamo in un tempo in cui la parola “privacy” è spesso associata a difesa, distanza, sospetto. Le domande che ci mettono a disagio — Perché non posso guardare il tuo telefono?, Hai bisogno davvero di uno spazio tutto tuo, anche se siamo sposati?, Se siamo una sola carne, perché esiste ancora un ‘mio’ e un ‘tuo’ — non sono nemici della relazione, ma inviti a riflettere su cosa significhi davvero vivere la trasparenza senza perdere la profondità.

Nel contesto di un matrimonio cristiano, si può dare significato nuovo a questa parola: può diventare uno spazio sacro, un dono reciproco, una forma di rispetto che custodisce l’intimità invece di dividerla. 

La privacy non è un bunker, ma una stanza interiore dove ciascuno di noi incontra Dio, si ascolta, si rigenera. Anche Gesù si ritirava in luoghi solitari per pregare. Quel silenzio personale non era fuga, ma nutrimento. Nel matrimonio, questa stanza non scompare: si apre. Non è una cassaforte contro l’altro, ma un giardino condiviso dove si entra con rispetto e si accoglie con fiducia. Intimità con sé stessi non è egoismo, ma capacità di riconoscere e coltivare la propria interiorità — pensieri, paure, desideri, ricordi, fragilità. È uno spazio che esiste anche dentro la coppia, e che non va negato, ma custodito insieme. 

C’è una differenza sottile ma decisiva tra intimità e segreto. La privacy diventa segreto quando ciò che si nasconde mina la fiducia, quando si costruisce una vita parallela fatta di messaggi cancellati, conti separati, relazioni non dichiarate. 

Intimità è uno spazio dove custodisco le mie fragilità e, poco a poco, le dono anche a te. Segreto è ciò che nascondo per paura, e che diventa muro. 

La regola d’oro è la trasparenza scelta come dono: non abolire il silenzio personale, ma renderlo noto e rispettato. Dire “ho bisogno di tempo per me”, spiegare cosa si sta facendo, pregare, scrivere, parlare con un amico, e concordare insieme i limiti che proteggono la sacralità di quello spazio senza generare sospetti. È il passaggio dalla privacy personale alla privacy condivisa, alla privacy di coppia, la privacy sponsale.

Nel matrimonio cristiano, pronunciamo una promessa: Io mi dono a te, tutto di me. Anche ciò che non capisco, anche ciò che mi fa paura. San Paolo scrive che il corpo non appartiene più a sé stesso, ma all’altro. Non si parla solo di fisicità, ma di tutta la vita che diventa reciproca. La privacy non scompare, si trasforma: non è più mia, non è più tua, diventa nostra. Essere “una sola carne” non significa sapere tutto dell’altro, ma vivere nella fiducia. Il controllo pretende accesso immediato e totale, genera paura. La fiducia sponsale si dona, si apre, si racconta, e lascia entrare l’altro per amore.

 Se oggi ti senti invaso, chiediti: l’altro vuole controllarti o conoscerti? 

E se ti senti escluso, chiediti: hai bussato con amore o hai preteso di entrare?

La privacy sponsale non è trasparenza forzata, ma libertà donata. È dire: Non ho nulla da nascondere, e ti lascio entrare, perché so che non mi farai del male. È liberante: non devo più recitare, non devo più difendere spazi personali per paura di perdermi. Nel matrimonio, la vera intimità non è sapere tutto, ma essere tutto, insieme. L’immagine che più ci viene in mente è quella della tenda in mezzo al deserto, una tenda con una fessura che si apre al soffiare del vento dello Spirito Santo, e fa entrare il coniuge in uno spazio intimo, dove posso sentirmi libero di essere me stesso, con i miei talenti e le mie brutture, sentirmi libero di sentirmi accolto così come sono, accolto in quanto amato:  non un muro quindi, ma uno spazio abitato insieme, dove Dio passa e si ferma ad abitare con noi. Questo è lo stile di Cristo: non nasconde, non impone, ma si dona. È lo stesso stile dell’amore sponsale.

Genesi dice che “erano nudi e non ne provavano vergogna”: quella nudità non è solo fisica, ma anche emotiva e spirituale. Significa vivere senza maschere, senza timore di essere giudicati. La privacy sponsale non è difendere un pezzo di me contro di te, ma lasciarti vedere così come sono, anche nelle mie vulnerabilità.

La fiducia non si impone, si costruisce. La libertà sponsale non dice “sei mio”, ma “mi dono a te” e non aspetto di essere perfetto per donarmi

Costruire la privacy di coppia richiede passi concreti: definire insieme ciò che è “nostro” — budget, social, relazioni significative — creare rituali di condivisione come lo sguardo serale, il tempo di preghiera, l’incontro settimanale. Stabilire confini chiari con il mondo esterno, concordare regole digitali senza imposizioni ma con intenzionalità. Se esiste qualcosa di molto personale, se ne parla e si spiega il perché. E quando la vita cambia — figli, lavoro, lutti — si ripensano insieme le regole.

Per aiutare il dialogo, ecco alcune domande da porvi come coppia: c’è qualcosa che considero “solo mio” e che potremmo trasformare in “nostro”? Quali sono i miei momenti di intimità personale di cui ho bisogno? Come te lo comunico? Ci sono aree digitali o relazioni che ti fanno sentire insicuro/a? Come posso rassicurarti? Qual è una pratica concreta che possiamo iniziare per custodire la nostra privacy di coppia? Se scoprissimo un segreto che ferisce la fiducia, qual è il primo passo che vogliamo fare insieme?

Non lasciate che la parola “privacy” diventi arma o alibi. Prendetela come un compito santo: custodire insieme. La privacy, se vissuta come “nostra”, libera dalle maschere e rende possibile una vita in cui non c’è bisogno di nascondere nulla.

Francesca e Dennis Luce Sponsale

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Quando la coppia si scontra con la realtà

Per me mettere al mondo dei figli nel matrimonio è sempre stato il naturale compimento del sogno di vita che avevo da sempre. Dopo aver trovato l’amore in Stefano, avevo tutti gli ingredienti per realizzare ciò che avevo immaginato nei miei pensieri di gioventù, la mia famiglia perfetta. Lui non aveva le mie alte aspettative ma accolse senza indugio il progetto. Desideravamo dei figli educati, non viziati, responsabili, autonomi, affidabili e confidavamo nelle nostre capacità di essere buoni genitori che si sostengono e si appoggiano l’uno all’altro.

Guardando indietro, ricordo la gioia dei primi mesi, la sensazione di camminare sul sentiero luminoso che avevamo desiderato. Ci sembrava tutto possibile: ci sentivamo preparati, convinti che l’amore bastasse a colmare ogni mancanza e a superare ogni difficoltà. Non immaginavamo, però, quanto il diventare genitori potesse mettere alla prova, fino in profondità, la struttura stessa del nostro legame.

Ben presto la vita ci dimostrò che non era tutto così scontato: la nostra relazione di coppia, con la nascita dei nostri due maschi a distanza di soli 20 mesi l’uno dall’altro, si è trasformata in una calendarizzazione di impegni e doveri genitoriali che ci hanno assorbito individualmente e allontanato dalla nostra romanza iniziale. I nostri figli non erano bamboline né soprammobili, da piccoli non dormivano la notte, e richiedevano tutte le nostre energie.

Così, in modo quasi impercettibile all’inizio, il matrimonio iniziò a cambiare volto. La tenerezza spontanea si trasformò in stanchezza cronica, le conversazioni in scambi rapidi e funzionali, le serate insieme in occasioni per recuperare un po’ di sonno. I figli diventavano il centro delle nostre giornate, ma noi due smettevamo lentamente di essere il centro l’uno dell’altra.

I figli sono divenuti la nostra crisi, o comunque una delle cause, un pretesto e anche le vittime naturali e incolpevoli di una relazione di coppia che faticava. I figli hanno fatto emergere la nostra incapacità di condividere, di collaborare, di dialogare e di unirci di fronte alle difficoltà. Ci siamo allontanati, abbiamo perso intimità e intesa, dialogo, abbiamo iniziato a vivere da scapoli sposati, a discutere e litigare con rabbia, ad accusarci e giudicarci di essere i responsabili dei capricci e irritabilità dei nostri figli, delle delusioni come educatori. Il carattere chiuso ed ermetico è stato determinante nella deflagrazione della nostra crisi portandoci ad un definitivo allontanamento sia dal lato fisico che da quello spirituale. Il cuore ferito e deluso, ormai chiuso verso l’altro, si è aperto per uno di noi verso l’esterno a cercare quell’intimità ormai persa fra di noi. Siamo andati vicino a distruggere il sogno della nostra vita.

Questa parte della nostra storia rimane la più dolorosa da ricordare. Non è facile riconoscere quanto ci si possa perdere pur vivendo nella stessa casa, condividendo gli stessi figli. Cresceva in noi la distanza, un deserto emotivo che ci avrebbe potuti schiacciare. È stato il tempo in cui abbiamo toccato con mano la fragilità umana e l’illusione di essere autosufficienti.

Poi abbiamo incontrato Retrouvaille e con impegno siamo riusciti a recuperare il nostro matrimonio che davamo per spacciato e ad ulteriore rafforzamento abbiamo messo al mondo una splendida bambina, per noi vanto e benedetta dal Signore. Proprio i figli così sono stati una risorsa per combattere e voler rinascere nella coppia, quasi a voler dimostrare che non sono stati loro la causa. Le successive difficoltà inerenti alla loro gestione ed educazione, addirittura più impegnative, sono diventate delle sfide quotidiane per noi e con l’aiuto di Retrouvaille le affrontiamo mirando alla costruzione piuttosto che alla distruzione della nostra coppia.

Con il tempo abbiamo imparato che l’amore non è un’emozione spontanea, ma una scelta quotidiana fatta di piccoli gesti, di parole ritrovate, di sguardi che si cercano anche quando costa fatica. Abbiamo imparato a parlare, ad ascoltare, a condividere di nuovo. Soprattutto, abbiamo imparato che la coppia non si custodisce da sola: va nutrita, difesa, sostenuta.

I nostri sguardi ora si incontrano quando qualcosa non va come vorremmo, ma ci guardiamo con occhi diversi sapendo che possiamo uscirne insieme e ci sentiamo rassicurati come quando i nostri figli nell’ora della buonanotte ci dicono “ti voglio bene”.

Oggi sappiamo che la nostra storia non è perfetta, ma è vera. E proprio per questo è diventata più forte.

Silvia e Stefano (Retrouvaille Italia)

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UP: quando il romanticismo diventa una trappola invisibile

La sequenza iniziale di Up sembra raccontarci l’amore “perfetto”: tenero, romantico, pieno di piccoli gesti quotidiani e di grandi sogni condivisi. È una poesia visiva che emoziona, commuove, scalda il cuore. È ciò che tutti vorremmo vivere: un amore che dura tutta la vita, che riempie le giornate di senso e i muri di fotografie. Ma se la osserviamo con uno sguardo più profondo — psicologico, teologico e umano — scopriamo qualcosa che il film non mostra: quella coppia non è così sana come appare. Non perché non si amino. Si amano davvero. Ma non crescono.

Una relazione rimasta nella simbiosi

Nel linguaggio dell’Analisi Transazionale, la loro è una coppia che non supera mai la prima fase: la simbiosi. È la fase dell’innamoramento, del trasporto emotivo, dell’illusione condivisa. È il tempo del “noi” che diventa così potente da cancellare l’“io”. Questa fase è necessaria, anzi preziosa: è il “cemento fresco” su cui si poggia una storia. Ma non può diventare la struttura definitiva del rapporto.

In Up, Ellie diventa il Polo Attivo: creativa, intraprendente, gioiosa, visionaria. È lei che propone, sogna, trascina. In termini transazionali, incarna il Genitore accudente e il Bambino Libero, pieno di vitalità. Carl, invece, resta spesso nel Bambino Adattato: timido, prudente, dipendente emotivamente da lei. Non oppone mai resistenza, non manifesta un progetto proprio, non esprime una volontà autonoma. Si lascia portare, guidare, colorare.

Il loro rapporto funziona… ma non evolve. Non c’è differenziazione. Non c’è dialogo Adulto–Adulto. Non c’è quel passaggio fondamentale in cui ciascuno costruisce la propria identità, con desideri, limiti, vocazioni proprie. Non c’è la libertà di restare se stessi dentro il legame. È un amore dolce, tenero, intenso… ma bloccato.

Le conseguenze di un amore non differenziato

Una coppia che rimane nella simbiosi può durare decenni senza apparenti problemi. Esternamente sembra una relazione perfetta: ci si sostiene, si sogna insieme, si vive l’illusione di una unità totale. Ma sotto la superficie, uno dei due rischia di vivere attraverso l’altro, e l’altro rischia di vivere per l’altro più che con l’altro. E quando la simbiosi si interrompe, il terreno cede.

È esattamente ciò che accade a Carl. Quando Ellie muore, lui non solo sperimenta il lutto: sperimenta il crollo della propria identità. Non ha progetti propri, non ha radici interiori, non ha un sé autonomo. Tutta la sua vita emotiva era “noi”, ma un “noi” dentro il quale Carl non si era mai formato davvero. Per questo, dopo la morte di Ellie, Carl non sopravvive psicologicamente: si aggrappa al passato, alla casa, alle memorie… perché è lì che ha lasciato il suo “io”.

L’amore cristiano non è fusione: è comunione

E qui entra la grandezza dell’antropologia biblica e cristiana. La cultura greca classica vedeva l’amore ideale come il ricongiungersi di due metà di un’unica mela: io non sono completo, tu non sei completa, ma insieme diventiamo uno. Un’immagine romantica, ma fragile. Se io sono “mezza persona”, avrò sempre bisogno dell’altro per sentirmi intero.

Il cristianesimo supera radicalmente questa visione. Nella prospettiva biblica, la forma perfetta dell’amore non è la fusione, ma la comunione nella distinzione. Il modello non è la mezza mela che cerca l’altra metà. Il modello è Dio stesso.

Nella Trinità esistono tre Persone distinte, libere, uniche — e tuttavia totalmente unite, in una comunione profonda che non confonde e non annulla. Tre in Uno, ma non uno annullando i tre. Un’unità che non è fusione, ma mutua donazione. Un amore fatto di libertà e reciproca presenza, non di dipendenza e confusione di identità.

La coppia cristiana è chiamata a questo: una comunione che custodisce la differenza, non un’unione che la cancella.

Differenziazione e interdipendenza: la via dell’amore maturo

Tradotto in chiave psicologica, l’amore maturo attraversa alcuni passaggi, ne riporto tre fondamentali:

  1. Simbiosi — il tempo dell’incanto, del bisogno, dell’intreccio affettivo.
  2. Differenziazione — il tempo in cui ciascuno comprende chi è, cosa desidera, quali sono le proprie ferite, i propri talenti, la propria vocazione.
  3. Interdipendenza — il tempo dei due adulti che scelgono di sostenersi senza annullarsi, di camminare insieme senza confondersi, di essere uniti ma autonomi.

Carl ed Ellie, pur vivendo un amore autentico, si fermano al primo passaggio. Non arrivano mai alla maturità del secondo, né alla ricchezza del terzo. È per questo che la loro storia è emozionante, toccante, poetica… ma non è un modello reale di amore cristiano, né psicologicamente sano. È più una fiaba romantica che una relazione matura.

La verità che libera

Il matrimonio vero — quello sacramentale, quello adulto — non dice: “Tu sei la mia metà.”
Quella è una promessa impossibile, una trappola affettiva, una illusione. Il matrimonio cristiano dice invece: “Io sono tutto. Tu sei tutta. E insieme siamo uno, senza smettere di essere due.”

La bellezza dell’amore cristiano non sta nella fusione, ma nella comunione. Non nello specchiarsi nell’altro, ma nel camminare con l’altro. Non nel “ti salvo”, ma nel “cresciamo insieme”. Non nel bisogno, ma nella libertà. Non nel riempire un vuoto, ma nel donare un pieno.

L’amore maturo è quello che ci permette di riconoscere l’altro come un mistero distinto dal nostro, e di scegliere la sua presenza come cammino di vita, non come stampella emotiva. Ed è in questo amore — libero, adulto, interdipendente — che la coppia diventa immagine viva della Trinità: unità nella distinzione, comunione senza confusione, dono senza perdita di sé.

Questo è l’amore che dura.
Questo è l’amore che guarisce.
Questo è l’amore che profuma di Vangelo.

Antonio e Luisa

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Le tre morti che fanno vivere l’amore sponsale

Prima di proseguire con i versetti dell’Epilogo ci preme approfondire un concetto importante: quello di morte – non quella fisica tranquilli. Clicca qui per leggere quanto già pubblicato. La riflessione come sempre è tratta dal nostro libro Sposi sacerdoti dell’amore (Tau Editrice).

C’è una morte silenziosa che nessun corso prematrimoniale riesce a spiegare fino in fondo: la morte necessaria che ogni sposo e ogni sposa devono attraversare se vogliono vivere un amore maturo. Non è la morte che si oppone all’amore, ma quella che ne diventa conseguenza. Perché solo morendo a certe parti di me posso rinascere come marito e come padre, come moglie e come madre.

Gesù lo dice con una chiarezza disarmante: «Chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt 16,25). E nel matrimonio questo versetto diventa metodo quotidiano: se voglio trovare la mia vita insieme a te, devo accettare di perdere qualcosa di me.

La verità è che ogni matrimonio passa attraverso fasi psicologiche naturali, sane, necessarie.
C’è la fase dell’innamoramento, dove proiettiamo sull’altro il “meglio di noi” e viviamo come se tutto fosse semplice. È la fase in cui io vedo in te quasi un “angelo custode” fatto su misura per me. Poi arriva la fase della disillusione, quando l’altro si rivela diverso da come lo avevo immaginato e io scopro che l’amore non è un sentimento, ma un lavoro. Infine c’è la fase della scelta adulta: quella in cui capisco che posso amare solo se accetto di cambiare, di rinunciare, di crescere. È qui che entrano in gioco le tre morti del matrimonio: tre passaggi interiori che trasformano la coppia da due innamorati a due sposi veri.

1. Morire al mio egoismo: dall’innamoramento alla scelta dell’altro

La prima morte è la più complessa perché tocca ciò che di più infantile abita in noi: l’egoismo strutturale con cui nasciamo tutti. All’inizio della relazione questo egoismo è mascherato. Quando sono innamorato, tutto mi viene spontaneo: ascoltarti, essere gentile, rinunciare, sorridere. Perché?

Perché in fondo, senza accorgermene, sto ancora cercando la mia gratificazione. Sono spinto dal desiderio, dall’entusiasmo, dal bisogno di essere amato. Ma quando la fase dell’illusione svanisce, emerge la parte vera: chi sono quando non ho più gratificazione immediata?

È lì che nasce la morte dell’egoismo. Significa imparare a leggere le situazioni non più con il metro del “mi conviene?”, ma del “ci fa bene?”. Gesù lo ricorda con forza: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). E il mio “più piccolo” non è un gruppo generico di persone: è mia moglie, è mio marito. L’altro, proprio quello con cui vivo ogni giorno.

Ricordo bene quando, anni fa, correre con un’amica stava diventando qualcosa di pericoloso. Non era successo nulla. Ma i segnali c’erano. Dentro di me si apriva quella tensione sottile tra il desiderio di piacere e la coscienza che stavo entrando in un territorio che avrebbe devastato tutto. Avrei potuto concedermi un piacere immediato. Ma poi? Avrei perso tutto ciò che conta.

Ho scelto la via più umile: fuggire. Come Giuseppe davanti alla moglie di Putifarre (Gen 39,12). Ho scelto di rinunciare prima che fosse troppo tardi. Quella rinuncia ha nutrito il nostro matrimonio più di mille gesti romantici. Perché l’amore vero non sempre si vede. Spesso è ciò che non facciamo.

2. Morire al mio orgoglio: dalla disillusione alla relazione vera

La seconda morte è quella dell’orgoglio. Il passaggio che avviene nella fase di disillusione, quando ci accorgiamo che l’altro non è come lo avevamo idealizzato. All’inizio vedo in te la parte più bella. Poi arrivano le prime frustrazioni:

  • “Non mi capisce.”
  • “Non è come me.”
  • “Sbaglia.”
  • “Mi ferisce.”

E l’orgoglio si alza come un muro invisibile. L’orgoglio è la parte di noi che vuole avere sempre ragione, che non sopporta critiche, che vive ogni divergenza come un attacco personale. È quella voce interiore che dice: “Lui deve cambiare”, “Lei deve capire”. San Paolo, quando descrive l’amore, non parla di emozioni. Dice: «L’amore non si gonfia» (1Cor 13,4). Ecco: l’orgoglio gonfia. L’amore sgonfia.

Morire al mio orgoglio significa accettare che anch’io sono fragile. Che io non sono migliore. Che l’altro non mi deve nulla. È un passaggio psicologico essenziale: dalla relazione simmetrica (“io valgo più di te”) alla relazione adulta (“siamo entrambi limitati e ci scegliamo lo stesso”).

Nella coppia tutto cambia quando capiamo che non è importante vincere, ma restare uniti.
La famiglia non è un tribunale dove qualcuno deve essere assolto. È un luogo in cui entrambi possiamo sbagliare, chiedere scusa, ricominciare.

3. Morire alla mia volontà: dalla dipendenza alla libertà reciproca

La terza morte è la più adulta: morire alla mia volontà. È il passaggio che permette alla coppia di entrare nella fase matura: quella dell’autentica intimità. Non intimità fisica — quella è solo un linguaggio. Ma intimità psicologica: quando so accettare che tu sei diversa da me e non ho bisogno che tu sia come vorrei.

Questa morte riguarda il bisogno di controllo. Il desiderio che tutto funzioni secondo i miei piani. La pretesa che l’altro soddisfi le mie aspettative. Gesù nel Getsemani dice: «Non sia fatta la mia volontà, ma la tua» (Lc 22,42). Non è rassegnazione: è affidamento. È la scelta di credere che l’Amore costruisce qualcosa anche quando non lo capisco.

Morire alla mia volontà significa riconoscere che:

  • ho quel lavoro, e lì posso amare;
  • ho quella famiglia, e lì posso servire;
  • ho quella storia, e lì posso crescere;
  • ho quella sposa, con i suoi limiti e i suoi doni, e lì posso diventare santo.

La tua diversità non è un fastidio: è la strada attraverso cui Dio mi educa, mi purifica, mi libera. È così che la coppia passa dalla fase di dipendenza (“ho bisogno che tu sia così”) alla fase adulta (“ti amo nella tua libertà”).

La grande rinascita

Le tre morti — dell’egoismo, dell’orgoglio e della volontà — non tolgono nulla. Creano spazio. Sono le morti che permettono alla coppia di passare:

  • dall’illusione all’amore realistico,
  • dalla fusione infantile alla comunione adulta,
  • dal “ti amo perché mi fai stare bene” al “ti amo perché insieme cresciamo”.

Gesù usa un’immagine potentissima: «Se il seme non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto» (Gv 12,24). Quello che muore in noi — l’egoismo, la pretesa, la superbia — diventa terreno fertile. Diventa spazio per l’Amore. Diventa il modo concreto con cui, ogni giorno, diventiamo sposi. Perché alla fine solo chi sa morire…sa amare davvero.
Antonio e Luisa

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